domenica 4 marzo 2018

Israele, paese sospeso fra corruzione e sicurezza

La giustizia israeliana non è indulgente con gli uomini politici. Negli ultimi dieci anni ha condannato un ex presidente della Repubblica, Moshe Katsav, per violenze sessuali, e un ex primo ministro, Ehud Olmert, per corruzione. Entrambi sono finiti in prigione. Adesso il Paese vive il caso di Benjamin Netanyahu, primo ministro in carica, accusato di corruzione, frode e appropriazione indebita. Dopo indagini durate più di sedici mesi il capo della polizia, Roni Alseikh, ha consegnato i risultati al procuratore generale, Avichai Mandelblit, giudicando che i reati rilevati richiedano l'incriminazione di Netanyahu.
Sia Alseikh, il poliziotto, sia Mandelblit, il magistrato, devono almeno in parte la loro carriera al primo ministro. Alseikh era uno dei migliori agenti dello Shin Bet, i servizi segreti interni, e Netanyahu lo promosse a capo della polizia. Mandelblit fu invece per tre anni membro del suo gabinetto prima di essere nominato procuratore generale. Adesso la carriera de1l'uomo politico, che governa Israele da dodici anni (dal 1996 al 1999, e poi senza interruzione dal 2009) dipende in larga parte da quei due ex subordinati, giudicati integerrimi, e non inclini a un'indulgenza dettata dalla 1'iconoscenza verso l'ex superiore. Ma per il procuratore generale non sarà facile. Si pensa che ci vorranno mesi prima di arrivare a una decisione senza precedenti. Ehud Olmert si dimise da primo ministro prima dell'incriminazione. E così fece Moshe Katsav da presidente.
Netanyahu non sembra avere alcuna intenzione di rinunciare alla carica e al momento il suo governo appare solido. Le manifestazioni indette per chiedere le sue dimissioni hanno raccolto ieri sera, a Tel Aviv, prima che cominciasse Shabbat alcune migliaia di persone che scandivano «bye-bye Bibi» (Bibi è il nomignolo di Netanyahu), «bugiardo», «ministro criminale». Stando ai sondaggi il Paese sarebbe spaccato in due: una meta lo 1'itiene colpevole e chiede le sue dimissioni o che si tenga in disparte fino a che la giustizia si sarà pronunciata; l'altra metà ritiene che debba restare al suo posto. In un Paese in cui la sicurezza e un dogma, Netanyahu e un uomo che ispira fiducia a una larga parte della società. Il continuo espandersi nelle colonie ebraiche nella Palestina occupata, i buoni rapporti con il nuovo presidente americano, e l'alleanza di fatto con l'Arabia Saudita di fronte all'irriducibile avversario nella regione, l'Iran degli ayatollah, riducono l'importanza degli scandali del primo ministro.
Appena informato che il l'isultato delle indagini era stato trasmesso al procuratore generale con un giudizio in favore dell'incriminazione, Benjamin Netanyahu ha pronunciato un'accorata autodifesa. Ha ricordato i cinquant'anni spesi al servizio di Israele: ufficiale nelle forze speciali di Tsahal; l'impegno nell'ambasciata presso l'Onu; il lavoro come ministro delle Finanze riformatore; ma soprattutto l'impegno per la sicurezza del Paese come primo ministro. Questo ricco passato lo induce a ignorare l'idea di dimissioni e anche la possibilità di anticipare le elezioni previste nel novembre 2019. Non è escluso che a dirimere il caso, se Netanyahu venisse rinviato a giudizio e rifiutasse (come ripete) di dimettersi, non essendoci precedenti, la parola spetterebbe alla Corte suprema.
Nell'inchiesta della polizia trasmessa al procuratore generale ci sono sei distinte accuse di corruzione o di tentata corruzione contro Netanyahu e due uomini d'affari ben conosciuti in Israele. Tutti questi personaggi hanno cospirato per cambiare la legislazione sulle esenzioni fiscali in favore degli espatriati, per creare una zona franca al confine con la Giordania, per promuovere cambi di proprietà nei canali televisivi, per influenzare con sovvenzioni alcuni giornali israeliani. Il più diffuso, Yedioth Ahronoth, sarebbe stato favorito in cambio di giudizi favorevoli al governo. Il primo ministro e la moglie avrebbero ricevuto, secondo la polizia, bottiglie di champagne, scatole di sigari cubani e gioielli vari.
Deciso a resistere al suo posto, Benjamin Netanyahu non ha risparmiato le critiche alla polizia, alla stampa e all'opposizione che sperano una frantumazione del suo governo composto da varie formazioni minori (che assicurano una fragile maggioranza alla Knesset). Nessun partito di governo ha affacciato l'ipotesi di dimissioni. I religiosi traggono troppi vantaggi dalla partecipazione al governo. Ma tutti aspettano la decisione del procuratore generale, la cui fama di magistrato integerrimo tiene in sospeso una società che la storia ha caricato di passioni. Passioni che antepongono a tutto la sicurezza, per molti incarnata da Netanyahu.
Bernardino Valle

(la Repubblica 17 febbraio)