martedì 7 novembre 2006

COSCIENZA E PAROLA: NESSUNA CONFUSIONE

Di tanto in tanto, anche nella mia comunità, sento che il sincero richiamo alla coscienza diventa, a mio avviso, tanto prezioso quanto ambiguo.

Spesso siamo tutti/e un po’ incoscienti o incapaci di ascoltare la coscienza, ma nella cultura dell’individualismo oggi galoppante possiamo anche correre il rischio di ritenere che la nostra personale coscienza, per quanto illuminata e matura, sia lo specchio di Dio o che la voce della coscienza sia la voce stessa di Dio o il Vangelo.

La parola di Dio è ancora “altro” dalla più onesta e illuminata coscienza. Essa certo può giungerci anche attraverso la “voce della coscienza”, ma non è riducibile ad essa. In buona coscienza ogni giorno si compiono azioni terribili: questo ci è ben noto. Ma, se guardiamo la nostra vita quotidiana, è molto facile vivere in una buona coscienza che, però, non cessa di essere esposta al rischio di mille accomodamenti e di altrettante manipolazioni. I “buoni” in genere sono in buona coscienza e proprio questo blocca la loro conversione.

La predicazione della Parola di Dio non ha forse il compito di smuovere le nostre coscienze e di aprirci orizzonti che non sono necessariamente inscritti nei territori della coscienza personale? La parola di Dio non è spesso una rivoluzione delle nostre coscienze, un appello a capovolgere le nostre coscienze colonizzate?

“Secondo l’educazione che abbiamo ricevuto la voce della coscienza si identificava con la voce di Dio. Certo questo rimane anche vero, esiste però un problema a monte che è la formazione della coscienza attraverso i meccanismi psicologici. Freud ci ha giustamente insegnato a riflettere criticamente sulla natura del senso di gratificazione o di rimorso che proviamo nella nostra coscienza. La voce della coscienza psicologica può dipendere da tabù ancestrali e da rapporti infantili tutt’altro che positivi. Marx ci ha ugualmente insegnato che la coscienza può essere formata in modo da tenere docili e obbedienti ...” (A. Giudici).

Baumann ci ha documentato in questi ultimi 20 anni i processi attraverso i quali avviene una radicale colonizzazione della coscienza. Tutto questo va ricordato non per diminuire il valore della coscienza, ma per conoscerne i limiti e le interferenze. L’elogio biblico della coscienza è vero, ma è consapevole dei sui limiti.

Trovo assai illuminante il messaggio di questo antico testo biblico:
“Ogni consigliere suggerisce consigli,
ma c'è chi consiglia a proprio vantaggio.
Guàrdati da un consigliere,
infòrmati quali siano le sue necessità
- egli nel consigliare penserà al suo interesse -
perché non getti la sorte su di te
e dica: «La tua via è buona»,
poi si terrà in disparte per vedere quanto ti accadrà.
Non consigliarti con chi ti guarda di sbieco,
nascondi la tua intenzione a quanti ti invidiano.
Non consigliarti con una donna sulla sua rivale,
con un pauroso sulla guerra,
con un mercante sul commercio,
con un compratore sulla vendita,
con un invidioso sulla riconoscenza,
con uno spietato sulla bontà di cuore,
con un pigro su un'iniziativa qualsiasi,
con un mercenario annuale sul raccolto,
con uno schiavo pigro su un gran lavoro;
non dipendere da costoro per nessun consiglio.
Fidati dell’uomo che teme sempre Dio,
di cui sai che osserva i comandamenti,
che condivide il tuo modo di vedere:
costui, se inciampi ti aiuterà.
Segui quel che la tua coscienza ti suggerisce,
perchè essa non ti tradisce mai.
In certi casi ti avverte meglio
di sette sentinelle sulle mura.
E, soprattutto, invoca il Signore
perchè guidi i tuoi passi nella verità” (Siracide 37, 7-15) .

I consiglieri

Il brano è tratto dal libro del Siracide, un testo sapienziale ebraico del 180 a. C., tradotto in greco 50 anni dopo. Il libro ebbe grande fortuna per il suo utilizzo popolare. Delineava “sapienzialmente” i tratti fondamentali di una vita fedele alla Torah, in modo quasi catechistico. Questo brano fa parte di una pericope (=pagina) più ampia in cui l’Autore discorre con il lettore sulla affidabilità dei consiglieri.

Spesso nella vita “chiedere consiglio” può essere saggio, anzi necessario. Ma scegliere il proprio consigliere è impresa che necessita di grande consapevolezza, di attento discernimento. Puoi sbagliare porta... e dar fiducia a persone inaffidabili. Proprio per questo l’Autore vuole aiutare il lettore a distinguere accuratamente tra consiglieri onesti ed affidabili e consiglieri inaffidabili.

L’elenco occupa i versetti dal 10 al 15. E’ interessante notare quanto sia lungo (basta leggere il testo!) l’elenco dei consiglieri e delle consigliere da evitare. E’ sorprendente la saggezza con cui il Siracide tratteggia i comportamenti e i soggetti dei quali occorre “non fidarsi” (37, 11).

Ma l’interesse del sapiente non si limita a distogliere dai cattivi consiglieri. Egli punta ad indicare la via positiva. Di chi, dunque, occorre fidarsi? La risposta è breve e sostanziosa per il pio israelita che in quel periodo (ellenistico) era bombardato da tante “proposte” di vita che si presentavano sotto forma di “buoni consiglieri”, ma è molto attinente alla vita spicciola, quotidiana di ieri e di oggi.

Nulla di nuovo in queste parole. Sempre i profeti e i sapienti avevano dato questo consiglio. Il Siracide lo ribadisce fermamente: se vuoi scegliere un consigliere guarda la sua vita, quella di “sempre” (v. 12), quella “vissuta” ogni giorno.

Ma, ad una lettura approfondita, Siracide rivela qui una sorprendente apertura verso la cultura corrente che celebrava con grande enfasi il valore delle coscienza individuale. Il suo “elogio della coscienza” è davvero ampio: la coscienza suggerisce, non tradisce mai e in certi casi avverte meglio di 7 sentinelle sulle mura. Bisogna seguirla!

Nelle Scritture cristiane sarà poi Paolo a celebrare i “fasti” e i “nefasti” della coscienza.

La coscienza non basta

Ma, fedele alla tradizione ebraica, Siracide precisa che il “dono” della coscienza non può da solo orientare la vita. Mentre celebra le lodi della coscienza, egli ricorda un “soprattutto”, una “alterità”, una relazione che è ancora “altro” dalla stessa coscienza.

La coscienza viene così “relazionata”, storicizzata, liberata dal suo delirio di onnipotenza. La modernità ci ha mostrato a chiare lettere le conquiste, i percorsi, le risorse e i limiti della coscienza individuale e collettiva, le sue distorsioni, le sue colonizzazioni, le sue ferite, le sue malattie. Si pensi a quali “balzi positivi” ha compiuto negli ultimi 50 anni la “coscienza” nel femminismo, nei movimenti omosessuali, nelle esperienze religiose. Nello stesso tempo i nuovi livelli di coscienza non hanno impedito alla società, ai poteri e a molti individui l’insorgere di nuove forme di razzismo, di violenza, di sterminio, di mercato sessuale. Mai come oggi nella storia si è abusato dei bambini e delle bambine. La coscienza può essere deformata, bloccata, soffocata, colonizzata. Si possono anche commettere, forse, dei crimini in buona coscienza?

La storia recente, recentissima, sembra confermare la saggezza del nostro Autore: non facciamo della coscienza un Dio! Diamole il giusto posto.

In sostanza la promozione della coscienza che troviamo in Siracide dice ancora una volta che la relazione con il nostro cuore, con la consapevolezza della nostra identità può dilatarsi e ricevere “ossigeno esistenziale” da un sano rapporto creaturale con Dio.

Ogni “totalizzazione” di un dono può diventare un’illusione o una prigione.

Il Dio della Bibbia ci chiama a “dire il nostro nome”, ad affermare e far valere la nostra coscienza, mentre ascoltiamo la Sua voce che ci guida “nella verità” (v. 15). In una cultura “fusionale” può essere importante sopportare il peso e vivere la tensione vitale della polarità: io-Dio-noi.

Il Dio “amico della coscienza” si rivolge ad Adamo, ieri ed oggi, con l’interpellazione: “Dove sei?” affinché non avvenga che “l’uomo e la donna, nascondendosi da Dio, si nascondano a se stessi” (Martin Buber) e al loro destino.

Secondo la fede biblica “l’uomo non si riconosce in maniera autentica in uno specchio che rifletta la stessa immagine, ma piuttosto nella chiamata che lo interpella, e nella parola che egli riceve. Mosè domanda: chi sono mai io da andare dal Faraone e da condurre gli israeliti fuori dall’Egitto? Egli comprende se stesso solo nell’assunzione del suo compito e nella parola che a lui rivolge il suo Dio (Es 3, 11, ss.). La consapevolezza di Geremia che gli fa dire (Ger 1, 6 ss.) “io non ho esperienza”, viene corretta e superata dalla missione che egli riceve. La autocomprensione che un uomo ha di se stesso non viene raggiunta in una riflessione intorno al suo proprio essere, ma nella chiamata che discopre un nuovo volto. L’uomo che, chiuse le sue orecchie, si ritira in se stesso e su di sé solo conta, non soltanto si disumanizza, ma tende a divinizzare la propria persona...” (H. Walter Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, Queriniana, pagg. 104-105).

I congegni del nascondiglio possono annidarsi anche nella coscienza, se voltiamo le spalle alle voci “altre” che gridano dal cielo e dalle terre. Dio non spodesta la nostra coscienza, ma la rafforza, le dà voce, la fa risuonare quando noi l’abbiamo soffocata.

In ogni caso, ci dice Siracide, quando noi abbiamo ascoltato la voce della nostra coscienza, resta ancora necessario pregare Dio, rivolgerci all’Altissimo perché diriga i nostri passi nella verità e nell’amore.

Quest’ultimo versetto rappresenta il vertice della sapienza. Non fermiamoci a metà strada, non limitiamoci alla coscienza, non chiudiamoci nella casetta del nostro cuore, ma apriamo le porte e le finestre al sole divino, al Creatore.