Ma
non possiamo dimenticare che, se Giuseppe e Maria hanno accompagnato
Gesù e gli altri loro figli e figlie dentro il percorso della fede
ebraica, espressa nelle categorie del giudaismo del loro tempo, noi
cristiani abbiamo fatto il cammino contrario: abbiamo "portato
fuori Gesù" dal suo contesto, dalla sua tradizione ebraica.
Ma il "Gesù fuori dall'ebraismo" oltre o contro
l'ebraismo, è una nostra invenzione, un tradimento della sua storia
reale e della sua fede nel Dio di Abramo. Sono bastati pochi
secoli per operare questo stravolgimento tanto che il mostruoso
edificio dell'antisemitismo è in larga misura una produzione
cristiana di cui vediamo i frutti avvelenati ogni giorno. Una
memoria, sana e storicamente fondata, ci porterebbe a ricollocare
Gesù nel suo contesto. Così la sua fede in Dio e tutto il suo
messaggio ritroverebbero una nuova fioritura, fuori dalle secche
delle infinite prigioni dogmatiche che hanno ridotto Gesù ad un
idolo ecclesiastico.
"Mentre in passato era impossibile essere cristiani senza credere nella divinità di Gesù, oggi molte persone non vedono più la necessità di tale fede per considerarsi seguaci del Nazareno.
Si sentono anzi a disagio con la sua "divinità" e la considerano un ostacolo alla loro adesione, alla loro ammirazione e al loro affetto per lui. Per questi cristiani, voler trasformare Gesù in Dio vero ontologico sostanziale, come pretende dogma cattolico, distrugge alla radice l'autenticità umana della sua persona e, di conseguenza, annulla l'importanza e il valore di riferimento esemplare che l'uomo di Nazareth possiede per ognuno di noi".
Bruno Mori,Per un cristianesimo senza religione, Gabrielli Ed., tratto dalla 4° di copertina
sono contento e persino meravigliato che abbiate
letto un libro che mi è sembrato interessante da quando lo lessi
due anni fa.
Molto pregevole anche la recensione di Edoardo
Scognamiglio. Tuttavia, nonostante il bel percorso attraverso
cui si inventò il Gesù dogmatico, il volume tratta troppo poco
alcuni aspetti della relazione del Gesù storico con Dio.
Un libro a tesi facilmente tralascia parecchi
aspetti della vicenda.
Finalmente qualcuno come questo autore scrive a
chiare lettere che Gesù non pensò mai di essere Dio: da ebreo
gli sarebbe sembrata una bestemmia.
Purtroppo devo fermarmi qui e spero che avremo
l'opportunità di parlarne più precisamente di persona.
Ora non posso che limitarmi a queste poche
osservazioni.
don Franco
Cari Fiore e Don Franco,
buona giornata di mercoledì 30 Agosto!
Ieri sera è stato meraviglioso, seguirVi, seguire la Comunità ed ascoltare Don Franco...
Personalmente mi è tornato alla mente un libro - consigliato da Don Franco -, che custodiamo con affetto e cognizione.
Un
libro che ci ha introdotti al processo di ricerca storico-scientifica,
che altrettanto alla scienza ci affida, come alla Fede.
In questo libro abbiamo imparato il concetto di "dissonanza cognitiva",
«una teoria della psicologia sociale introdotta da Leon Festinger nel
1957[1] per descrivere la situazione di complessa elaborazione cognitiva
in cui credenze, nozioni, opinioni esplicitate contemporaneamente nel
soggetto in relazione a un tema si trovano in contrasto funzionale tra
loro; esempi ne sono la "dissonanza per incoerenza logica", la
dissonanza con le tendenze del comportamento passato, la dissonanza
relativa all'ambiente con cui l'individuo si trova a interagire
(dissonanza per costumi culturali)»...
Un abbraccio - anche da parte di Isabella, che attualmente sta facendo le nannine; nella speranza e con la preghiera che Dio ci dia la forza e la possibilità di venirVi a salutare a Pinerolo!
Nel frattempo, tenete d'occhio la posta in Via città di Gap 13!
F. Bermejo-Rubio, L’invenzione di Gesù di Nazareth. Storia e finzione, traduzione di E. Tramontin e di S. Sichel, Bollati Boringhieri, Torino 2021, pp. 702, euro 32.
Questo poderoso volume rialza lo steccato tra storia e fede, ricerca
esegetico-filologica e dato teologico, a proposito dell’indagine storica
su Gesù. L’autore fa proprio il motto di Baruch Spinoza secondo il
quale la verità appartiene alla storia e la fede rientra nell’ambito
della teologia che può dettare solo i principi etici dell’amore per il
prossimo, mentre la verità dei fatti è da ricercare altrove, in ambito
filosofico. Bermejo-Rubio s’impegna, in questa indagine storico-critica,
semplicemente a «non prendersi gioco né a detestare, ma a limitarsi
esclusivamente a comprendere» (p. 483). Il volume è diviso in quattro
grandi parti: La costituzione di Gesù come oggetto di studio storico (pp. 17-86: Le fonti; Prospettive sulla possibilità di un discorso storico, Questioni di metodo); Verso una ricostruzione critica (pp. 87-251: Il contesto storico: Galilea e Giudea; La scena del Golgota: Gesù tra gli insorti; Cause della crocifissione, o la dimensione antiromana della storia; Un progetto nazionalista: l’intreccio di “politica” e “religione”; L’identità dei responsabili dell’arresto; Dall’arresto alla crocifissione; Un ebreo classificabile: Gesù nella storia delle religioni); Dalla storia alla finzione (pp. 253-384: Condizioni di intelligibilità. 1: processi psicosociologici; Condizioni di intelligibilità. 2: dati culturali; Da Gesù al Cristo: processi di destoricizzazione; La divinizzazione di Gesù: strategie bio-teografiche; Il consolidamento moderno della finzione, o la secolarizzazione del mito); La storia dell’indagine: un quadro generale (pp. 385-477: Dalla finzione storica alla finzione storiografica; Principi di un paradigma storiografico esplicativo; Gli inizi: verso una genealogia dell’indagine; Un punto di svolta: le pericolose idee di Reimarus; La configurazione del conflitto nell’epoca contemporanea). A seguire: l’Epilogo (pp. 478-483: Il trionfo della finzione e le sue implicazioni), sei Appendici (pp. 487-514: Il Gesù “frainteso”: una finzione antica e moderna; Ridefinì Gesù il conetto della regalità? L’inverosimiglianza di un cliché; Sulla presunta novità dell’idea del “Dio padre” in Gesù; I racconti di miracoli nello sguardo dello storico; La designazione “figlio dell’uomo”; Il Gesù ariano: esegesi biblica e nazismo), le Note (pp. 515-618), Sigle e abbreviazioni (pp. 619-627), i Riferimenti bibliografici (pp. 629-667), l’Indice dei testi citati (pp. 669-693); l’Indice dei nomi (pp. 695-702).
Nell’Introduzione (pp. 11-16) è indicato il punto di
partenza di questa ricerca: la constatazione che l’approccio verso Gesù
di Nazareth come soggetto storico «è tuttora pervaso di elementi
fittizi, non solo nell’immaginario popolare ma anche in ambito
accademico» (p. 11). L’autore, docente presso il Dipartimento di Storia
antica di Madrid, e specializzato sullo gnosticismo e il Vangelo
apocrifo di Giuda, ritiene che il mondo intellettuale contemporaneo
continui a dimostrarsi, troppo spesso, incapace di affrontare con il
dovuto rigore l’indagine sull’ebreo Yehoshua ben Yosef. È come se un
certo processo di mitizzazione/mistificazione della persona storica di
Gesù si alternasse di volta in volta nella stessa indagine in corso
perché negli ultimi decenni non sono apparse nuove fonti per la ricerca
nonostante i ricorrenti proclami sensazionalistici. Di fatti, «né il Vangelo di Giuda,
né il presunto ossario di Giacomo, né la tomba di Talpiot, né il papiro
con il “Vangelo della moglie di Gesù” rappresentano testimonianze
rilevanti. Quanto allo studio storico del personaggio, tutte quelle
incredibili novità si sono rivelate una tempesta in un bicchier d’acqua»
(p. 12). Il processo di esaltazione di Gesù, che evidentemente non
raggiunse gli stessi livelli e le medesimi espressioni in tutti i gruppi
che a lui si rifecero, ha alla sua radice non solo una forte prassi
devozionale ma il bisogno di superare una certa dissonanza cognitiva per
il fallimento sperimentato dagli stessi discepoli per la morte di
croce. Bermejo-Rubio applica in pieno ai Vangeli la teoria della
dissonanza cognitiva introdotta nella psicologia sociale negli anni
cinquanta del Secolo scorso e successivamente affinata da nuovi percorsi
e congetture (cf. pp. 256-259). Il gruppo attorno a Gesù superò il
fallimento della sua morte infame non attraverso l’accettazione della
realtà, bensì mediante un processo di spiritualizzazione di tale
fallimento e avviando un processo di comunicazione e di influenza
sociale destinato a convincere gli altri della bontà delle proprie
credenze, ossia della risurrezione di Gesù dai morti (cf. p. 262). La
memoria selettiva permise di eliminare dal ricordo di Gesù aspetti
compromettenti o difficilmente conciliabili con la sua magnificazione.
«L’elaborazione cognitiva rese possibile la connessione del personaggio
con le speranze contenute nella Bibbia ebraica; grazie alla
spiritualizzazione delle aspettative fu fattibile affermare che il regno
di Dio era già iniziato tramite la presenza dello Spirito, e che Gesù,
ben lungi dall’essersi sbagliato, sarebbe ritornato come giudice
celestiale per instaurarlo; nelle assemblee comunitarie si generò e
rinvigorì il culto di Gesù, mostrandolo e promuovendolo allo stesso
tempo, anche mediante la ripetizione intrinseca al rituale» (p. 263). In
pratica, all’origine della mistificazione-magnificazione di Gesù ci
sarebbe stato un processo di affabulazione del passato, di memoria
distorta, che si generò tra i suoi seguaci per il bisogno stesso di
superare il fallimento delle aspettative mancate (cf. pp. 263-265).
L’autore individua nella suddivisione del libro in quattro parti o
sezioni i motivi stessi della sua ricerca: il bisogno di dare una
risposta sistematica all’indagine storica su Gesù vista la mole delle
pubblicazioni in atto; la ricostruzione critica della memoria di Gesù
nei Vangeli attraverso altri criteri, come quelli della retorica e della
devozione religiosa o di tipo emico (dall’interno della cultura in cui è
vissuto Gesù), fino a porre in atto la ricerca dei motivi-chiave che
hanno portato alla divinizzazione di Gesù (il processo di
mistificazione); il bisogno storiografico di superare il modello
inadeguato delle tre ricerche sul Gesù della storia; l’offerta di un
nuovo modello che «permetta di comprendere con maggior lucidità il senso
di tale storia, offrendo alcune indicazioni con cui orientarsi
nell’enorme confusione rappresentata dalla sconfinata letteratura su
Gesù» (p. 13). Per Bermejo-Rubio, il processo di mitizzazione di Gesù è
durato più a lungo di quello che hanno immaginato gli stessi storici:
per questo motivo è necessario determinare «l’identità dell’icona
culturale rappresentata dalla figura di Gesù» (p. 14) facendo, però, i
conti con gli stessi limiti dei criteri di storicità dei Vangeli e delle
altre fonti storiche a disposizione.
Attraverso un approccio di tipo emico, che è proprio
dell’antropologia culturale per indicare il modo in cui gli appartenenti
a una cultura ne intendono le concezioni e manifestazioni,
Bermejo-Rubio prova a indagare sulle strategie che hanno determinato la
divinizzazione di Gesù già nel Vangelo di Marco, con l’ausilio di un
linguaggio performativo. Lo stesso ricordo di Gesù fu presto alienato
dal suo contesto religioso, politico e culturale: «la sua
degiudaizzazione, depoliticizzazione e descatologizzazione, nonché
processi complementari di sublimazione caratteriologica e morale,
permisero di delineare una figura non condizionata dalle limitazioni
consuete nel resto dei mortali, e andarono di pari passo alla sua
magnificazione» (p. 340). Tuttavia, per Bermejo-Rubio, quei processi,
nonostante la loro importanza, ebbero soltanto una funzione
preparatoria. «La positiva divinizzazione del personaggio richiese lo
spiegamento di una serie di invenzioni concrete mediante le quali
acquisì una fisionomia particolare, una biografia in forma agiografica.
Ovviamente, queste costruzioni – racconti su una filiazione adottiva,
una nascita verginale, una trasfigurazione o una risurrezione – non
sorsero dal nulla, ma si generarono tra le idee disponibili
nell’enciclopedia culturale del mondo in cui si sviluppò il movimento di
Gesù. È stata la combinazione specifica di queste idee a dotare il
personaggio dell’idiosincrasia con cui è conosciuto nella storia della
cultura» (p. 340).
Gesù si trasforma in Figlio di Dio già nell’incipit del
Vangelo di Marco attraverso un incrocio tra concezione messianica
ebraica e la contaminazione con l’ellenismo e la visione dell’imperatore
romano come re che adotta adulti e bambini come suoi figli. Il
battesimo di Gesù al fiume Giordano (Mc 1,9-11) ha come base culturale di appoggio o di riferimento l’eredità culturale e normativa della patria potestas
della famiglia romana o, comunque, ne esige un confronto. L’adozione
imperiale nel mondo romano indicava che la cosa più importante, dal
punto di vista legale, era il figlio adottato: così, nel racconto del
battesimo di Gesù, l’evangelista Marco pone in evidenza l’appartenenza
di Gesù a Dio in quanto Figlio adottato che, però, non è inferiore a Dio
nel senso che riceve la sua stessa dignità. Una prospettiva più chiara
della divinità di Gesù è presente nel Vangelo di Giovanni che ne
rivendica l’origine trascendente. «La magnificazione di Gesù comportò
[…] la sua presentazione come una sorta di evergete o benefattore
universale» (p. 348). L’importanza dell’evergetismo
(l’energia-forza-potenza che promana dal Nazareno) nel processo di
divinizzazione di Gesù è percepibile nella moltiplicazione delle storie
di miracoli che servirono a risollevare il suo prestigio, e pertanto
quello del movimento che lo invocava come fondatore. «Alcune guarigioni
di Gesù presentano notevoli somiglianze a quelle attribuite a Vespasiano
ad Alessandria, cercando forse di mostrarne la superiorità
sull’imperatore. In un modo ancora più efficace rispetto ai bravi
imperatori, Gesù dà pane a chi ne ha bisogno» (p. 349).
I meccanismi per trasformare Gesù in un essere superiore, per il
nostro autore, seppur evidenti nel quarto Vangelo, sono già operativi
nella composizione dei Sinottici e forse anche nella tradizione
sottostante. Il riferimento è, in primis, al racconto della
trasfigurazione che evidenzia una particolare dignità riservata a Gesù
da parte della primitiva comunità cristiana: lo status
privilegiato di Gesù è una sorta di divinizzazione, o comunque di
riconoscimento di un’autorità divina, superiore. «La trasfigurazione di
Gesù può essere interpretata alla luce delle tradizioni ebraiche sulla
trasformazione escatologica dei giusti e delle teofanie bibliche, ma
contiene altri elementi che permettono di comprenderla anche nel
contesto delle tradizioni greche sulle teofanie […]. Flavio Giuseppe
narra la famosa scena in cui il re Agrippa, entrando nel teatro di
Cesarea con vesti splendenti, viene acclamato come un dio dagli astanti»
(p. 351). Per Bermejo-Rubio, nella trasfigurazione «Gesù non è
concepito come un essere divino indipendente, ma come una figura
compresa nella sfera di una deità superiore, e subordinata ad essa» (p.
352). Il linguaggio e le categorie da lui utilizzati risentono degli
approfondimenti sui Vangeli gnostici nei quali si è specializzato. È
chiaro che per gli autori del NT Gesù possiede uno status
completamente unico per essere il figlio amato di Dio «ma con questo non
si mette sotto scacco il monoteismo inclusivista del giudaismo» (p.
352). In realtà, questo giudizio andrebbe precisato, visto che negli
stessi scritti paolini ma anche nei Sinottici, Gesù occupa un posto
originalissimo nel rapporto con il Padre proprio in quanto figlio
diletto, e l’annuncio del Regno da lui compiuto rientra in quel genere
letterario della “buona-dolce” notizia che, nonostante qualche parallelo
con la cultura ellenistica e l’impero romano richiamato da
Bermejo-Rubio, non ammette paragoni importanti.
Circa la decostruzione che fa Bermejo-Rubio a proposito della
presunta novità dell’idea del “Dio Padre” in Gesù (cf. pp.496-501), le
sue critiche sono condivisibili sul piano filologico nel senso che non è
semplicemente l’uso rarissimo di Abbà sulle labbra di Gesù a
manifestare il suo rapporto speciale con il Dio d’Israele, bensì il suo
stesso stile di vita che, però, non è come quello di un «visionario
religioso che si credette destinato a guidare un movimento collettivo»
(p. 501), ma è paragonabile a quello dei profeti, a chi si percepisce a
servizio del Regno che sta venendo con la sua stessa persona.
Sulla risurrezione, l’autore rileva che la credenza nel Risorto è
semplicemente la conseguenza dell’adattamento a nuove necessità di
credenze esistenti nel contesto mediterraneo. Tuttavia, è
nell’affermazione stessa della risurrezione che Gesù riceve la sua
trasfigurazione definitiva in cielo come Dio. L’autore, appoggiandosi
alla storia comparata delle religioni, riconosce una graduale e
progressiva magnificazione di Gesù nella sfera divina che ha permesso
l’attribuzione a lui di tanti altri prodigi e segni: «La genesi e
l’espansione dei racconti di miracoli è perfettamente comprensibile come
un’attribuzione tarda a Gesù di fatti prodigiosi da parte di chi
credeva che fosse stato risuscitato e messo sul trono alla destra di
Dio. Alla luce di tali credenze, gli evangelisti – o le tradizioni dalle
quali parzialmente dipendono – non ebbero alcun problema ad attribuire a
Gesù qualsiasi sorta di azione sovrannaturale. È una credenza tarda
quella che proiettò sulla sua vita non ciò che realmente fece, ma ciò
che avrebbe potuto e dovuto fare se la sua natura fosse stata quella che
i suoi seguaci gli attribuivano. Questa conclusione si vede corroborata
dal percepibile incremento di questo tipo di materiale nei Vangeli. La
sua presenza risponde a una dinamica “mitopoietica” ben nota nella
storia delle religioni, che ha a che vedere con entusiasmi e necessità
spirituali ed è del tutto indipendente da fatti effettivamente accaduti»
(p. 505).
A tratti, sembra che il nostro autore emetta sentenze definitive più
per portare avanti il manifesto di demitizzazione di bultmanniana
memoria che per un’indagine precisa e critica rispetto al metodo
utilizzato. Di fatti, i richiami ai miracoli e ai prodigi di Gesù non
sono di una tradizione tardiva, ma appartengono al nucleo centrale della
stessa tradizione sinottica. È anche troppo affrettato il giudizio
circa la de-giudaizzazione di Gesù avvenuta nei Sinottici e nella
tradizione cristiana antica, soprattutto alla luce del tratto ebraico
dell’identità del Nazareno oggi riscoperto e ben evidenziato. Il modo di
agire di Gesù è sempre più comprensibile alla luce del contesto
giudaico (culturale, religioso, sociale e politico) in cui egli stesso
si pone e non creando fantasiosi e inverificabili parallelismi con la
cultura romana di quel tempo. La “magnificazione” di Gesù – ossia il
culto o la venerazione della sua persona – non ha solo una spiegazione
sociologica o culturale, che s’intreccia con l’analisi comparata della
storia delle religioni, ma esige anche il confronto con il dato
teologico di cui sono intrisi i Vangeli, ossia l’esperienza di fede
(soprattutto liturgica) vissuta dalle prime comunità cristiane che hanno
sperimentato la potenza del Crocifisso-Risorto. Nel processo di
“magnificazione” di Gesù, inoltre, il dato storico e ignobile della
morte di croce non scompare: anzi, diviene una costante che fa da
premessa al novum della risurrezione e alla condizione nuova
d’esistenza. Tale elemento ingiurioso non rientra in alcuna biografia
degli imperatori o dei re perché evidenzia il limite e la fragilità di
Gesù stesso. L’insistenza, poi, sulla risurrezione corporale da parte
degli autori del NT fa ben comprendere come il contesto essenziale in
cui rileggere tale evento è più giudaico che ellenistico, visto che nel
mondo ebraico conta più la concretezza dell’esistenza che una possibile
vita solo spirituale post-mortem tipica della concezione greca
tardo-antica. Comunque, al di là di qualche nostra precisazione, che non
vuole assolutamente avere un carattere apologetico, bensì di istanza
critica, l’autore conclude così la sua ricerca: di Gesù, «l’immagine
tradizionale tramandata dalle fonti cristiane […] è il prodotto di
un’invenzione. La genesi della finzione è, comunque, testualmente e
concettualmente discernibile […]. Trasformare Gesù in un qualcuno di
molto diverso rispetto a ciò che coglie lo sguardo critico richiese ai
suoi seguaci di togliere e mettere, di sottrarre e aggiungere. Il
predicatore apocalittico venne privato del suo carattere ebraico,
dell’impegno con il suo popolo, della sua coscienza nazionale, della
complicità dei suoi compagni, del suo radicamento reale in un tempo e
uno spazio determinati, nonché di alcune delle sue convinzioni e
speranze più solide e concrete. In cambio, gli sono stati ripetutamente
iniettati steroidi narrativi fino a renderlo ciò che tutte le apparenze
indicano che non è stato: una vittima innocente e volontaria, un uomo
universale e universalista, un campione del pacifismo, un immacolato
paradigma morale, un essere totalmente unico, e perfino un dio» (pp.
478-479).
La mole di lavoro, la raccolta di dati e il confronto con tesi e
teorie e i rimandi bibliografici, soprattutto di natura storica e di
taglio critico-culturale, dimostrano la serietà della ricerca del nostro
autore e il valore scientifico di questo saggio che ha come punto di
partenza un luogo comune, un pregiudizio non passato al setaccio dallo
stesso Fernando Bermejo-Rubio nel quale egli medesimo rimane setacciato.
Il pregiudizio è il seguente: i Vangeli offrono una visione distorta
della storicità di Gesù che, come personaggio reale, è farcito di
immagini e miti, dicerie e poteri, che non sono riscontrabili nella
realtà. Dunque, lo storico, che svolge il suo lavoro con l’esigibile
probità, è chiamato a “spogliare i testi”, a “sottrarre” degli elementi,
più che a valutare il dato filologico e gli atteggiamenti “registrati”,
se pur attraverso il filtro della comunità e del redattore finale,
dello stile di vita di Gesù. I Vangeli sono pieni di distorsioni al
servizio degli interessi delle comunità cristiane che utilizzarono la
memoria del loro Maestro per autolegittimarsi, «anche a costo di
offrirne una rappresentazione inconsistente e contraddittoria» (p. 479).
Non ripeteremo mai abbastanza che le comunità cristiane delle origini
hanno dovuto faticare molto per far comprendere che i Vangeli non sono
un documento storico in senso tradizionale, e non sono neanche un
archivio suddiviso per anni e per autori o soggetti, ma una
testimonianza o biografia di fede. Questo è un dato fondamentale del
quale tener conto sempre. Il Vangelo non è una biografia di Gesù secondo
il modello antico e non è un’opera di storia kerygmatica, perché non
vuole tracciare semplicemente un’immagine della personalità di Gesù né
esaltare la sua figura, ma è intenzionato a mostrare che in Gesù e su
Gesù opera Dio che conduce alla liberazione degli uomini. In questo
genere letterario si pone attenzione anche al ruolo della comunità e al
culto che è reso a Gesù in quanto Cristo. Il Vangelo, come genere
letterario, è una testimonianza di fede che non separa il ricordo del
Gesù terreno o reale dall’esperienza del Cristo della fede o del
Risorto. L’attenzione è rivolta alla figura complessiva di Gesù Cristo,
anche se ogni volta in una maniera particolare. Così, si può ritenere
per vero, senza sbagliare, che il Vangelo è un genere letterario
originalissimo perché è sorto dall’attività di Gesù che annuncia il
Regno e si è sviluppato a partire dalla sua persona e dalla sua opera
che ingloba soprattutto la passione e la morte di croce alla luce della
risurrezione, ossia dell’esperienza di chi l’ha incontrato dopo la morte
violenta del venerdì santo. Dunque, se Gesù non è un’invenzione
letteraria o il frutto di una mistificazione o di una magnificazione, è
necessario ribadire un dato di fatto: senza di lui il cristianesimo non
sarebbe stato possibile e il movimento da lui scaturito presenta, già
dal principio, una cristologia, anzi più approcci cristologici.
Tuttavia, ogni cristologia post-pasquale nata nelle comunità delle
origini porta in sé un’ermeneutica della fede che comunque fa
riferimento all’evento storico che è Cristo stesso. Di questa dinamica
lo storico non può farne a meno, anche quando svolge un’indagine fondata
sull’esigibile probità (cf. p. 479).
Consapevoli che una cosa è la gesuologia e un’altra cosa è la
cristologia, bisogna però ribadire che i Vangeli non sono interessati a
ricostruire il profilo strettamente biografico di Gesù, il Galileo, e
neanche vogliono precisare in senso cronologico il decorso e le tappe
della sua vita. Certamente, il fondamento gesuano del NT e degli stessi
Vangeli non può essere negato e neanche ridotto a pochi frammenti e a
brevissime informazioni di prima mano. In realtà, se si dovesse
dimostrare che la cristologia non ha appoggio sul Gesù storico e che
sarebbe piuttosto una falsa interpretazione di Gesù, allora la
cristologia stessa sarebbe liquidata. Di conseguenza, è indispensabile
riconoscere alle origini dei Vangeli la fede della Chiesa come punto di
partenza storico per ogni indagine relativa a Gesù. Ciò significa,
concretamente, che l’indagine storica su Gesù deve vagliare il
fondamento storico delle tracce del Galileo che ci sono consegnate nella
Chiesa, ossia nelle testimonianze evangeliche che sono autentiche
biografie di fede. In fin dei conti, la ricerca storico-critica su Gesù
non può far a meno, oggi più di ieri, di confrontarsi con quel processo
ermeneutico della fede che è definito dal razionalista David Friedrich
Strauss come la “sterzata” o il “ribaltamento” di una condizione che è
l’evento della risurrezione. Strauss riconobbe che ci fu, nel caso di
Gesù, una formidabile sterzata che, dalla profonda depressione e totale
disperazione causata dalla morte di Gesù, portò alla forza della fede e
all’entusiasmo con cui i discepoli lo annunciarono come Messia. Si
tratta d’indagare su un avvenimento eccezionalmente incoraggiante che
determinò l’annuncio della fede e, che, in cristologia, è la
risurrezione di Cristo, ossia l’incontro vivo dei discepoli con il
Risorto. I Vangeli raccolgono questo avvenimento eccezionale e prendono
forma a partire da esso attraverso l’apporto delle comunità cristiane
delle origini che coprono un ampio arco geografico, che va dalla
Palestina fino a Roma passando per la Siria, l’Asia e la Grecia, tenendo
conto del breve filo cronologico che percorre il periodo compreso tra
gli anni Trenta e quelli di fine secolo I. Di questo aspetto, ad
esempio, la ricerca storica di Bermejo-Rubio su Gesù non ne tiene
proprio conto. Il nostro autore si limita a liquidare l’evento della
risurrezione come parte del processo di magnificazione e di
mistificazione di Gesù per le nuove esigenze delle comunità cristiane
delle origini! Così, il Gesù frainteso nella sua predicazione (che non
volle essere assolutamente accolto come re) è la risposta del redattore
finale all’idea più verosimile di un Gesù didatticamente inetto perché
circondato da un gruppo di goffi discenti che sono disorientati (cf. pp.
488-489). Il fraintendimento della missione di Gesù da parte dei suoi
discepoli viene ad essere, per il nostro storico, un dispositivo
apologetico privo di realismo. L’idea che Gesù, poi, abbia ridefinito il
concetto di regalità è un cliché tipico di numerose indagini che non
hanno alcun riscontro storico. La verità è, per il nostro autore, che
l’insperata crocifissione di Gesù e il fallimento delle aspettative del
suo gruppo obbligarono i suoi membri a reinterpretare il ruolo della
loro guida (cf. pp. 493-495). Conservare «la memoria del Maestro e
garantire la sopravvivenza del gruppo nazoreo in un mondo dominato da
Roma e condizionato dalla sconfitta del popolo ebraico e la privazione
di ogni potere politico esigette l’eliminazione dal messaggio originale
delle dimensioni terrene e materiali, nonché il ripensamento della
pretesa regale di Gesù, facendolo propendere per una visione in cui
offriva la propria vita come riscatto per molti. Pertanto, la
ridefinizione della regalità […] che si trova in alcuni testi
neotestamentari, non proviene da Gesù, ma dalla tradizione successiva»
(p. 495).
Per Bermejo-Rubio, ci sono «molti indizi del fatto che, lungi
dall’essere un paradigma di virtù antigerarchica, Gesù confermò gli
ideali teocratici del giudaismo, che implicavano la nozione che certe
persone erano i legittimi rappresentanti di Dio, e che ritenne se stesso
autorizzato a dettare ai suoi simili ciò che lui interpretò come la
volontà divina» (p. 496). È come se la memoria di Gesù conservata nei
Vangeli fosse da sempre adulterata e, da qui, sopraggiunge il bisogno di
agire con lo scalpello in nome dell’esigibile probità dei fatti e delle
idee attorno a Gesù che ne hanno ingigantito la sua personalità. È
come se i Vangeli fossero la realtà aumentata di Gesù che, per
comprenderlo come personaggio storico, ha bisogno di tagli, riduzioni e
decostruzioni, ossia di “scalpellare”, sottraendo ogni traccia di
mistificazione e di magnificazione.
In realtà, i Vangeli e gli altri scritti del NT comprendono approcci
cristologici radicati nella “storia di Gesù” e nella “storia con Gesù”,
senza mai lasciar intendere alcuna forma di separazione tra il Gesù
terreno e l’annuncio del Risorto. Detto altrimenti, se il cristianesimo è
un fatto storico (la persona concreta di Gesù che annuncia il Regno e
muore in croce), è altrettanto vero che è una realtà teologica
indivisibile (il Cristo risuscitato dai morti), in cui s’intrecciano la
verità oggettiva dell’evento che accade (Gesù, il Galileo) e la sua
ermeneutica (l’incontro dei discepoli con il Risorto). I Vangeli mettono
per iscritto le impressioni (memoria, ricordi, affetti ed esperienza
vissuta) dell’incontro con il Risorto da parte dei discepoli e offrono
una rilettura post-pasquale dei pochi anni vissuti accanto a Gesù, con
adattamento del messaggio pasquale per le singole comunità cristiane, il
tutto reso attraverso un linguaggio religioso, ossia di fede, che
richiede la conoscenza dei diversi generi letterari utilizzati e i
contesti socio-culturali di quel tempo e di quelle comunità. È la
memoria stessa di Gesù, il Crocifisso-Risorto, ad essere “l’esigibile
probità” tanto cara allo storico che sembra operare certamente una
riduzione che costituisce, in molti casi, un’effettiva diminuzione o una
dimostrazione di cortezza di vedute su Gesù. Questa cortezza di vedute
si manifesta, anche come diminuzione, nel momento in cui si esprime un
giudizio sulla “fabbricazione di Gesù” (come Signore e divinità) da
parte delle comunità cristiane per garantire una sorta di potere
ideologico, sociale ed economico che lo reclamano e proclamano loro
fondatore (cf. p. 480).
Ho letto con grande interesse il libro di Salvarani e ho trovato la ripresa precisa di un lungo percorso storico e teologico.
La parte descrittiva mi è sembrata la più interessante e coinvolgente. In verità molte di queste pagine mi erano già state rese note oltre 55 anni fa da Hans Kung e da Edward Schillebeeckx. Le pagine che poi più tardi l'Editrice Queriniana divulgò in una edizione che mise in luce i limiti del rinnovamento conciliare e fornì una cristologia che rimane preziosa e più coraggiosa.
Il libro di Brunetto Salvarani evidenzia l'urgenza del cambiamento già avvertito da chi, come me, scrisse pagine piuttosto esplicite rispetto a chi si illudeva della rifiorma portata dal Vaticano II.
Ma l'aspetto che mi ha un tantino deluso sta nel fatto che il nostro Autore, con grande perizia illumina le contraddizioni che dominano ancora nel cuore del cristianesimo.
Alludo al fatto che oggi non è più sufficiente elencare gli aspetti scaduti o deliranti di certa dogmatica e di certa liturgia. E' tempo di dichiarare, con l'umiltà di chi propone senza presunzione di infallibilità,alcuni nodi che non possono essere lasciati a domani.
Abbiamo tutti e tutte noi nella nostra biblioteca il fatto che Gesù è ebreo: abbiamo migliaia di volumi e dibattiti, ma non riusciamo a dire con chiarezza che il punto digmatico della cristologia stabilita a Nicea nel 325 (dopo mille e mille percorsi) ha creato la chiesa imperiale e che tale decisione diventò il dogma della divinizzazione di Gesù di Nazaret.
Così pochi secoli dopo, l'arte mariana (che regna sovrana ancora oggi, con tutto il nostro rispetto), non trasmise il fatto storico, ma una mitologia infinita e letta come storia e come dogma.
Temi questi che, come le indulgenze, la presenza reale di Gesù nell'eucarestia, l'etica sessuale, il potere di assolvere i peccati, le apparizioni....l'esclusione della donna dal ministero, il celibato obbligatorio, l'infallibilità del papa.......ecc,non possono più essere lasciati a domani.
E che dire del catechismo della chiesa cattolica che, tuttora in vigore, è un condensato di "barzellette"?.
E' tempo di dichiarare apertamernte l'infodatezza di una dogmatica , di una liturgia, di un culto dei santi : dirlo, scriverlo e praticarlo
Compito del teologo non è soltanto insegnare, ma si tratta di praticare ciò che si ritiene una fondata via evangelica. Ci vuole il coraggio di mettere in atto.
Altrimenti, (e parlo a ragion veduta) da almeno 40 anni sento parlare di dialogo ebraico - cristiano senza che nulla sia cambiato nella chiesa cattolica romana rispetto ad elementi fondamentali come i dogmi cristologici: "Gesù è Dio", ma allora il dialogo ebraico-cristiano rischia di essere ridotto a buone maniere.
Se Gesù è ebreo non poteva essere Dio questo fa parte della mia fede di discepolo del nazareno e adoratore di Dio.
" Mentre in passato era impossibile essere cristiani senza credere nella divinità di Gesù, oggi molte persone non vedono più la necessittà di tale fede per considerarsi seguaci del Nazareno. Si sentono anzi a disagio con la sua "divinità" e la considerano un ostacolo alla loro adesione, alla loro ammirazione e al loro affetto per lui.
Per questi cristiani, voler trasformare Gesù in un Dio vero, ontologico e sostanziale, come pretende il dogma cattolico, distrugge alla radice l'autenticità umana della sua persona e, di conseguenza, annulla l'importanza e il valore di riferimento esemplare che l'uomo di Nazaret possiede per ognuno di noi".
Bruno Mori, Per un cristianesimo senza religione.
NOTA:
Bruno Mori, è un teologo cattolico noto in Italia e noto per aver insegnato in varie Università e studentati. Fa parte dell'Ordine dei Canonici Regolari. Attualmente è animatore di una comunità bilingue (italiana e francese) sempre in Canada dove ha trascorso la maggior parte della sua vita.
"Christian Duquoc, nel suo recente saggio su Gesù, si sofferma ad approfondire il significato, per Cristo e per noi, della figliolanza. Gesù ha vissuto Dio come Figlio:
Egli, come figlio, non deve assolutamente essere il Padre... Egli deve continuamente rinunciare ad essere all'origine di se stesso, del mondo. Egli, in una parola, emette una fondamentale confessione di fede: io non potrò mai essere l'origine di me stesso, ma dipendo, nella mia esistenza, da un Altro".
Il
Vangelo attribuito all'apostolo Giovanni è davvero una miniera di
registri comunicativi. Vi si trova un po' di tutto, dai toni solenni del
linguaggio di rivelazione alle osservazioni umoristiche sulla
meschinità quotidiana.
Il brano odierno, ad esempio, gli esegeti ci
spiegano che dal punto di vista dell'analisi strutturale il cuore è
nella dialettica "luce" e cecità dovuta a rifiuto della luce:
<<Finché sono nel mondo, sono luce nel mondo>> (9,5), da una
parte; ma, dall'altra, <<affinché coloro che vedono diventino
ciechi>>. Non stiamo parlando di quisquilie: l'autore del testo si
sta interrogando sulle possibili ragioni per cui un Maestro saggio e
benevolo sia stato rifiutato dalla sua gente, anzi addirittura
condannato a morte. E' il mistero della libertà umana che può vedere il
vero e il giusto eppure misconoscerlo. C'è anche un tentativo di scavare
nella dinamica di questo enigma antropologico: quando misconosciamo
l'evidenza non è per cattiveria, quanto per presunzione. Il malvagio può
convertirsi, ma chi è convinto di aver capito tutto della vita - e di
essere per questo migliore degli altri - non ha nulla da imparare. Non
sospetta neppure di essere un cieco bisognoso di guarigione.
La
presunzione di sapere è già per Socrate la trappola che ci impedisce di
iniziare la ricerca: è dunque un handicap psicologico e intellettuale,
una prigione esistenziale. Già grave come fenomeno caratteriale, diventa
ancor più micidiale quando si appesantisce di motivazioni
teologico-religiose. Perché, secondo il racconto, i Giudei presenti
all'evento non ammettono di essere davanti a un uomo con qualità
straordinarie? <<Tu sei discepolo di quello là>>, dicono
apostrofando con disprezzo il cieco sanato, <<ma noi siamo
discepoli di Mosé. Noi sappiamo che a Mosé Dio ha parlato>>.
Dunque, si potrebbe essere una persona mite e consapevole dei propri
limiti, ma se si è convinti di aver ascoltato la parola di Dio stesso
mediante un profeta assolutamente attendibile… è la fine. Il dogmatismo,
la chiusura rispetto al nuovo, l'intolleranza per chi la pensa o la fa
diversamente da noi, toccano l'apice.
Non è difficile
intravedere dunque fra queste righe la tragedia del cristianesimo, anche
attuale. Sino al Medioevo la rivelazione divina, per i credenti, non
era concentrata in maniera esclusivista nella Bibbia (il cui canone,
d'altronde, è stato fissato solo nel IV secolo), ma si riconoscevano
"semi del Verbo" in tutta la cultura precedente, sino a considerare
Platone un "Mosé greco". Dal Concilio di Trento in poi, invece, si ebbe
un'interpretazione molto rigida dell'inspirazione delle Scritture e
della loro inerranza assoluta: sappiamo quanti Giordano Bruno e quanti
Galileo Galilei ne pagarono le dure conseguenze.
Oggi le
chiese cristiane, in particolare la cattolica, sono lacerate al loro
interno tra chi si è reso conto che la Bibbia è un testo né più sacro né
meno sacro di tutti i testi fondativi di altre tradizioni religiose (e
dunque va indagato scientificamente e interpretato alla luce della
ragionevolezza umana) e chi è arroccato su posizioni fondamentaliste e
letteraliste, pronto a usare le citazioni bibliche come martellate sulla
testa di chi vuole usarla liberamente. Ai fautori di questa schiera
conservatrice a oltranza il Cristo di Giovanni continua a ripetere:
<<Se foste ciechi, non avreste peccato. Ora invece dite:
<<Noi vediamo>>. Il vostro peccato rimane>>.
Intessuti
con questi ammonimenti solenni, la pagina evangelica inserisce passaggi
umoristici: dai genitori che, in perfetta omertà, si rifiutano di
testimoniare ciò a cui pure hanno assistito (<<Come poi ora veda
non lo sappiamo né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi. Interrogate
lui! Ha la sua età; egli stesso parlerà di sé>>) alla domanda
sfottente dell'ex-cieco ai suoi interlocutori (<<Ve l'ho già detto
e non mi avete dato ascolto. Perchè volete sentirlo ancora? Volete
forse anche voi diventare suoi discepoli?>>). Già, così e la vita
reale: nei dibattiti sui massimi sistemi interferiscono le nostre
resistenze umane, troppo umane. E qualche sorriso divertito può servire
per smorzare i toni e ricordarci della nostra effettiva, irrimediabile,
piccolezza rispetto alle grandi questioni.
"Luca ci racconta anche una storia riguardo la nascita di Giovanni Battista che non si trova da nessun altra parte del Nuovo Testamento.
Lo scopo di questo particolare racconto di nascita è di proclamare la subordinazione di Giovanni Battista a Gesù, cosa che Luca sottolinea a ogni occasione. La nascita di Giovanni fu spettacolare perché nacque da genitori che erano oltre l'età fertile, una replica della storia di Abramo e Sara.
La nascita di Gesù, però, fu ancora più spettacolare, essendo figlio di una vergine con lo Spirito Santo nel ruolo di padre". (John S.Spong, La nascita di Gesù tra miti e ipotesi, Massari Ed, pag,116).
Leggendo queste storie straordinarie
Che tutte le Scritture narrino storie straordinarie, miti e leggende appartiene al genere letterario dei "miti delle origini" o alla apologetica biblica.
Questo è ben noto in tutte le letterature antiche che spesso esprimono attraverso i miti messaggi difficilmente esprimibili senza miti.
Il grave sta altrove: tutto il mito della nascita di Gesù dalla vergine Maria viene letto come una cronaca. Gesù nasce in una normale famiglia. Il mito serve a mettrere in luce la vocazione particolare che Dio ha dato a questo figlio di Maria e Giuseppe.
Ecco l'equivoco, la confusione tra mito e cronaca.
Pochi mesi fa è uscito il volumetto intitolato “Inchiesta su Gesù” (Corrado Augias – Mauro Pesce, Mondadori, Milano 2006, pagg. 266, € 17,00) in cui un grande storico delle origini cristiane risponde alle domande di un noto giornalista.
Le opinioni di Pesce, sempre motivate e rigorosamente documentate, riportano dati ormai largamente acquisiti nel vasto mondo della ricerca storica ed esegetica.
Che Gesù sia nato da un rapporto di amore di Maria e Giuseppe in una numerosa famiglia ebrea, che non avesse mai pensato di essere Dio e di fondare una nuova religione... costituiscono affermazioni oggi comuni tra studiosi/e.
“Gesù è un uomo ebreo che non si sente identico a Dio. Non si prega Dio se si pensa di essere Dio... Gesù prega cercando di capire che cosa Dio gli chieda” (pag. 28).
“All’interno della letteratura giudaica l’appellativo ‘figlio di Dio’ non ha il significato che assumerà in seguito per i dogmi cristiani, vale a dire una persona che sia uomo e nello stesso tempo Dio. Significa solo una persona a cui Dio ha affidato un incarico, oppure una persona che segue la volontà di Dio e in questo senso ne è figlio, pur restando integralmente ed esclusivamente uomo... Insomma, il termine non esprime la natura divina di Gesù” (pag. 91).
Potrei fornire altre cinquanta citazioni, ma si tratta di affermazioni ovvie per chiunque abbia una minima conoscenza dell’ebraico e del greco biblico o, almeno, abbia una certa familiarità con la storia dei dogmi.
Ho letto queste pagine senza il minimo stupore trattandosi di informazioni che nella mia comunità cristiana di base circolano da almeno 25 anni.
Ma, come ha documentato Repubblica del 1° dicembre, nella pubblicistica ufficiale cattolica è avvenuta una segnata e sprezzante sollevazione. Si è gridato all’eretico, si è parlato di una attacco frontale ed inaccettabile alla fede cristiana.
Da Avvenire, all’Osservatore Romano a Civiltà Cattolica il coro canta una sola canzone: la ricerca storica è nemica della fede. Ma, mi domando questi illustri signori leggono qualche volta un buon libro di storia del cristianesimo o di esegesi biblica?
E’ evidente che il Gesù storico fa paura a chi ha costruito su di lui una fortuna istituzionale, una chiesa gerarchica agli antipodi del pensiero del nazareno, una ricchezza scandalosa, un potere arrogante.
A loro piace il Gesù imbalsamato e mummificato dentro fredde formulazioni dogmatiche. Farlo uscire da queste nicchie e cercare il Gesù vivo, quello reale, fa tremare chi lo ha congelato in una dottrina ecclesiastica.
E... mi permetto di esprimere un suggerimento per genitori, catechisti e animatori di gruppi biblici: fate circolare queste informazioni...
La fede è bella, amica della vita... La conoscenza può essere liberatoria e può aiutare la fede a uscire dal mausoleo.