Visualizzazione post con etichetta Anno liturgico A. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Anno liturgico A. Mostra tutti i post

venerdì 24 novembre 2023

COMMENTO AL BRANO BIBLICO DI DOMENICA 26/11/2023

DA UNA LETTURA PARAOBOLICA POSITIVA  ALLA INVENZIONE DELL'INFERNO ETERNO

«Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti gli angeli, prenderà posto sul suo trono glorioso. E tutte le genti saranno riunite davanti a lui ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli della sua destra: "Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v'è stato preparato fin dalla fondazione del mondo. Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi". Allora i giusti gli risponderanno: "Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? O nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti a trovarti?" E il re risponderà loro: "In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l'avete fatto a me". Allora dirà anche a quelli della sua sinistra: "Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli! Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere; fui straniero e non m'accoglieste; nudo e non mi vestiste; malato e in prigione, e non mi visitaste". Allora anche questi gli risponderanno, dicendo: "Signore, quando ti abbiamo visto aver fame, o sete, o essere straniero, o nudo, o ammalato, o in prigione, e non ti abbiamo assistito?" Allora risponderà loro: "In verità vi dico che in quanto non l'avete fatto a uno di questi minimi, non l'avete fatto neppure a me". Questi se ne andranno a punizione eterna; ma i giusti a vita eterna» (Matteo 25, 31-46).

-------------------------------------------------------------------------------------

La parabola che si legge domenica nelle chiese , letta con una corretta analisi del genere letterario  può essere un invito  a vivere nostri giorni con l'accentuazione  del nostro agire verso i più deboli  e bisognosi. 

Ma in realtà  questa parabola è sempre stata letta e interpretata  in modo falso e terroristico  nella maggior parte delle chiese.

Inoltre già il definire questa domenica e dedicarla a Gesù Cristo Re dell'Universo è uno svarione teologico di non poco conto; vestire Gesù nei panni del Re dell'Universo significa mettere  addosso a Gesù  i panni che proprio  non gli appartengono, ma la chiesa nei secoli ha sempre cercato di spostare tutto nel ruolo regale. 

Ma questi  non sono gli "svarioni " più manifesti. 

Questa visione ha ingenerato nei secoli  una divisione eterna tra buoni e cattivi, tra  salvati e dannati. Gli uni nella gioia eterna del cielo, gli altri nel fuoco e supplizio eterno.

L'inferno e il paradiso esistono nell'opera di Dante, ma Dio non lascia nessuno nel fuoco eterno.

Moltio cristiani e cristiane hanno vissuto con questo orizzonte..

Di inferno ce n'è uno solo: dove c'è la miseria, le guerre. Tale inferno è qui sulla terra.

Una cosa da fare con urgenza è cancellare dal catechismo cattolico la pagina dell'inferno. Dio è incompatibile con l'inferno.

Un Dio "giustiziere "è una fantasia diventata un dogma. 

Il Dio di cui Gesù ci ha parlato è dato testimonianza è AMORE, solo Amore.

 Purtroppo l'inferno è la paura di esso sono una favola che ha creato infinite sofferenze nei secoli per molti credenti.

Franco Barbero


sabato 4 novembre 2023

COMMENTO AL BRANO BIBLICO DI DOMENICA 5 NOVEMBRE 2023

NESSUN GIARDINO DI PERFEZIONE

Matteo 23,1-12

1 Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: 2 «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3 Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. 4 Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. 5 Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6 amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe 7 e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare "rabbì" dalla gente. 8 Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. 9 E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. 10 E non fatevi chiamare "maestri", perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. 11 Il più grande tra voi sia vostro servo; 12 chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.

Il contesto storico
E’ difficile sapere con sicurezza se queste sono le parole con cui Gesù di Nazareth apostrofò le guide spirituali, le autorità religiose del giudaismo, qui impersonate dagli scribi e farisei. Certo, il “ritratto” ha colori forti e la fotografia morale è pesante: ipocrisia, formalismo, esibizionismo, incoerenza, saccenteria, ricerca degli ossequi, carrierismo….Si tratta, insomma , di gente che insegna bene e razzola male.
Ma non c’è dubbio che Matteo colpisca nel segno rispetto alle degenerazioni delle élites politiche e religiose del tempo di Gesù. Ma la polemica – come suole  avvenire – ha giocato un brutto tiro all’evangelista. Egli ha finito per coinvolgere in questa vigorosa denuncia tutti gli scribi e tutti i farisei. Questa generalizzazione rappresenta una vera e propria caricatura, un tradimento della realtà. Molti scribi e molti farisei erano credenti lontani mille miglia da questo “ritratto”, come ci documentano altri passi evangelici ( come Marco 12,28-34). Questo travisamento, questa generalizzazione è tuttora molto diffusa e assai offensiva  per un ebreo.
C‘è di più. E’ molto probabile che Matteo, più che pensare agli scribi e farisei del tempo di Gesù, intendesse  parlare alla sua comunità, dove vedeva serpeggiare queste “tentazioni” e dove cominciavano a manifestarsi queste deviazioni. Egli voleva segnalare alla sua comunità quanto stesse allontanandosi dal messaggio originario del nazareno.
Anche questo serve a preservarci dal rischio di mitizzare le prime generazioni cristiane, come se fossero un giardino di virtù e di incontaminata purezza e genuinità, luoghi ed esperienze di perfezione. I Vangeli , anzi tutti gli scritti del secondo testamento, non mettono mai in sordina, non nascondono mai le ombre della nostra umanità. Né Matteo, sulla scia di Gesù, vuole screditare e delegittimare chi esercita una funzione autorevole. Egli parla dalla “cattedra di Mosè” di cui altri si sono impossessati in modo indegno. La “cattedra di Mosè” era la vita, la parola, la testimonianza di questo “liberatore” mandato da Dio al suo popolo come profeta e guida. Nemmeno Mosè era stato senza macchia  e senza fragilità, ma la sua vita era, nella memoria di Israele, la testimonianza di un uomo che ha cercato incessantemente le vie di Dio nel coerente servizio del popolo. Questa e la “cattedra di Mosè”….!
L’indignazione di Gesù, che Matteo a suo modo testimonia, sta nel fatto che chi ora siede su quella cattedra, chi vuole “guidare” il popolo, non ha più lo spirito e lo stile di vita di Mosè. Questo per Gesù e per Matteo è una vera e propria usurpazione, una”occupazione” illegittima ed immorale. La vita di queste “guide” non può salire in cattedra , tanto meno sulla cattedra di Mosè.

La tragedia
Se guardiamo alla storia  dell’umanità  non facciamo fatica a constatare che i maggiori mali sono venuti da coloro che “siedono sulle cattedre”, dai titolari dei troni e dei poteri. Ciò vale per la società come per la nostra chiesa e qui non c’è nemmeno bisogno di esemplificare, tanta è l’evidenza di questa triste realtà nei secoli della nostra storia.
La comunità cristiana ha un punto di riferimento sicuro nella persona e nei comportamenti di Gesù di Nazareth. Per noi è normativo l’esempio di Gesù. Egli, che pure aveva la consapevolezza di aver ricevuto da Dio una grande missione, visse tra i discepoli e con la gente in atteggiamento di semplicità, di disponibilità, di profonda partecipazione, in spirito di servizio. Egli si identificò con le persone deboli e marginali della società del suo tempo. Un giorno, ormai prossimo alla sua cattura e alla sua crocifissione, volle lavare i piedi  ai dodici perché essi comprendessero, aldilà di quel gesto, che il loro maestro non aveva mai voluto pavoneggiarsi, farsi grande, farsi servire.
Mettendo in mezzo al gruppo un bambino, aveva voluto correggere con fermezza e con pazienza i discepoli che andavano a gara per sapere chi di loro fosse il più grande, il più importante.

Il cambio
Si tratta  di una “questione”, anzi di una conversione, che riguarda ciascuno di noi. Ognuno/a di noi forse deve scendere da qualche piedistallo. Ci vuole il cammino di una vita per imparare a demolire i nostri baldacchini, per imparare a non montare mai in cattedra, per ritrovare la gioia del cercare insieme.
Ma, dentro la nostra chiesa, dobbiamo dire forte che le “cattedre” papali ed episcopali per troppo tempo sono diventate puro esercizio del potere. Per troppo tempo i detentori delle cattedre sono stati "pastori" che spadroneggiavano sul gregge. E' bastato che diventasse vescovo di Roma un uomo giusto, amante dei più deboli, coerente, schierato contro le arroganze dei potenti, che il mondo  sentisse il profumo del Vangelo vissuto. Un pastore che ha il cuore tutto sulla strada e la vita lontana dai rituali del palazzo: è sembrato un miracolo.

 E’ una gioiosa realtà
Silenziosamente e faticosamente sta nascendo una chiesa “altra” che individua i veri pastori, quelli di cui fidarsi; uomini e donne ai quali riconoscono preparazione, saggezza, coerenza di vita e capacità pastorali.
Sul territorio e in rete davvero qua e là germinano comunità e gruppi che generano ministri e pastori per la chiesa del futuro. Questo è il passo da compiere: saper rifiutare le cattedre che sono solo espressione di potere e di ufficialità e sostenere, accompagnare quelle donne e quegli uomini che si sentono chiamati ad assumere dei ministeri all’interno del popolo di Dio, in spirito di servizio.
Ma esistono una resistenza ed una sonnolenza impressionanti. Anziché gioire del nuovo clima, troppi credenti si limitano ad applaudire, ma si guardano bene dal coinvolgersi. Altri, numerosissimi, si aggrappano al passato, come se fosse una reliquia da custodire, mentre la comunità cristiana è una casa da costruire e da tenere aperta ogni giorno in mezzo al fluire della vita con tutte le sue contraddizioni, le sue gioie e le sue speranze

Ti prego
O Dio, Tu solo sai quante risorse hai seminato nel cuore delle donne e degli uomini; Tu sai quanti talenti giacciono sepolti in attesa di essere valorizzati.
Fai’ che le nostre chiese valorizzino i Tuoi doni, riconoscano il ministero delle donne e delle persone sposate, non emarginino i preti omosessuali e accolgano nuove forme di servizio alla comunità.
Ti prego anche per quei pastori della chiesa che cercano di mettersi in discussione,di convertirsi dal potere al servizio. Fa’ di ognuno e ognuna di noi semplicemente un fratello o una sorella che mette a disposizione della comunità i doni che Tu gli hai fatto.


giovedì 26 ottobre 2023

COMMENTO AL BRANO BIBLICO DI DOMENICA 29 OTTOBRE 2023

 TI HO DATO LE ALI PER VOLARE

I farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si radunarono; e uno di loro, dottore della legge, gli domandò, per metterlo alla prova: «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» Gesù gli disse: «"Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: "Ama il tuo prossimo come te stesso". Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti».

Matteo 22, 34-40


Quando la Bibbia ci ribadisce, nei due Testamenti, il comandamento dell'amore, quando a più riprese ripete il verbo amare, io provo immediatamente uno sfuggente e sottile disagio. Di questa parola sono piene tanto le predicazioni dei parroci di tutte le chiese quanto le canzoni di tutto il mondo. Di questa parola spesso un po' tutti/e ci riempiamo la bocca a cuor leggero.  
Eppure , come uomini e donne inseriti nel cammino ebraico-cristiano sulla strada di Gesù, bisogna mille volte ripartire da questi pochi versetti per riscoprirli nel loro spessore.

Ebrei, cristiani , musulmani e altri

Una bella gioiosa constatazione: Gesù non fa che riprendere le parole del Levitico e del Deuteronomio, il cuore della fede ebraica. Per lui, credente ebreo nel Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Sara e di Agar, la risposta era ben chiara e l'aveva appresa alla sinagoga del suo villaggio. Amare Dio con tutto il cuore... e amare il prossimo come se stesso rappresentano anche per Gesù, come per moltissimi credenti di Israele, il "tutto" della fede di cui si alimentava la vita quotidiana. Gesù sapeva che non c'è proprio nulla da aggiungere.
Ebrei e cristiani abbiamo lo stesso centro della nostra fede.
Questa è la radice profonda, insopprimibile, che ci unisce e ci unirà anche in futuro. Questa è la conversione alla quale siamo chiamati insieme, ebrei e cristiani. 

Questo è il cammino che condividiamo con le sorelle e i fratelli musulmani. Dovremo ricordarcelo e ribadirlo in occasione della "Giornata mondiale dell'amicizia e del dialogo islamico-cristiano" del prossimo 27 ottobre.

La genialità di Gesù

Il testo di Matteo, tradotto letteralmente, suona così: "Quale grande comandamento c'è nella legge?". Al versetto 38 dovremmo leggere: "Questo è il grande e primo comandamento".
La genialità di Gesù consiste, in perfetta sintonia con la sua esperienza di ebreo credente e devoto alla Torah, nel collegare i due comandamenti, suprema espressione della volontà di Dio. Egli così rende ancor più evidente che il primo senza il secondo non sta in piedi e che il secondo, cioè amare il prossimo come se stessi, trova la sua origine nel primo.
Due amori che per il credente sono inscindibili. 

Matteo non ci dice che questi due "precetti" sono la stessa cosa: "il secondo è simile al primo" (v. 39) L'una cosa non dispensa dall'altra: ci vogliono tutte e due. L'una richiama l'altra in una continua circolarità. L'amore adorante di Dio ha un suo spazio, che non può essere assorbito dall'amore del prossimo senza privare la fede di una sua dimensione costitutiva. Così pure l'amore di Dio, quando non "produce" amore del prossimo, rischia di ridursi ad illusione religiosa, a fuga dalla realtà.

Sono appesi
Il testo greco del versetto 40 può essere tradotto più fedelmente così: "Tutta la legge (Torah) e i profeti sono appesi a questi precetti".
Che bella questa espressione! Tutto il messaggio biblico è condensato in questi due precetti. Tutta la vita di fede è come appesa a questi due comandamenti "come una porta sta sospesa a due cardini, un più alto e uno più basso. Ma la porta non gira su un cardine solo", scrive Alberto Mello.
Questa pagina del Vangelo non ha perso nulla del suo vigore. Troppe vite franano e fanno naufragio perché "appendono" la loro esistenza a cardini inconsistenti, alle mode, al vuoto, a ciò che non ha spessore, ma solo apparenza.
Il messaggio di Gesù ci fornisce un'indicazione preziosa e precisa: appendi la vita all'amore, fai che l'amore sia ciò che regge la vita.
Ecco in che direzione dobbiamo dirigere i nostri sforzi, far convergere le nostre energie. Ecco qual è il criterio di valutazione della realtà, dei progetti, delle relazioni: vale ciò che è "appeso" all'amore, ciò che sta nell'ottica e nella pratica dell'amore, ciò che orienta le nostre scelte quotidiane e le "misura" con questo criterio.
Non è necessaria una lunga riflessione per capire che una vita "appesa all'amore", alla giustizia e all'onestà è decisamente contro corrente ed ha bisogno di un "riorientamento" continuo, di una conversione continua, di "ricentrarsi" ogni giorno sull'essenziale.

Il comandamento
Anche in questa pagina biblica possiamo trovare aiuto per "fare centro" sull'essenziale. Per venire incontro a questo nostro bisogno Dio ci dona i Suoi "comandamenti". In verità questo vocabolo, nella stagione in cui tutti parlano e promuovono almeno a parole l'autonomia dei soggetti, può avere ai nostri occhi un senso arcaico, strano, e suonare come realtà fuori tempo o come moneta fuori corso. 
Certo, i comandamenti biblici vanno interpretati e non letti in modo fondamentalistico. Non si tratta di regole fisse ma di orizzonti. 
Nella Bibbia ci viene ricordato che Dio ci offre i Suoi "orizzonti", ci indica alcuni "paletti", ci disegna alcune tracce, perché non ci lascia soli nel cammino della vita, che pure nessuno compirà al nostro posto. 

Nelle difficili ascese dei nostri monti chi ha disegnato delle frecce, chi ha indicato dei sentieri non ha per nulla inteso costringerci o toglierci la libertà del nostro percorso: ha voluto aiutarci nell'orientamento e metterci al riparo da qualche imprudenza o da qualche pericolo.

Storiella ebraica
La preziosità del dono dei comandamenti può essere illustrata da questa "storiella" ebraica: "Perché, si chiedono i Maestri, nella Scrittura Israele viene paragonato a una colomba?"... A questa domanda uno dei commentatori risponde con questa parabola: "Quando Dio creò la colomba, questa tornò dal suo Creatore e si lamentò: o Signore dell'universo, c'è un gatto che mi corre sempre dietro e vuole ammazzarmi e io devo correre tutto il giorno con le mie zampe così corte. Allora Dio ebbe pietà della povera colomba e le diede due ali. Ma poco dopo la colomba tornò un'altra volta dal suo Creatore e pianse: o Signore dell'universo, il gatto continua a corrermi dietro e mi è così difficile correre con le ali addosso. Esse sono pesanti e non ce la faccio più con le mie zampe così piccole e deboli. Ma Dio le sorrise dicendo: "Non ti ho dato le ali perché tu te le porti addosso, ma perché le ali portino te".


Questo vale per noi. Se i due comandamenti dell'amore restano dei pesi, non ne comprendiamo né il senso né il valore. Se diventano le nostre ali... ci aiutano a correre nei sentieri dell'amore con fiducia e speranza.
Dio ci regala delle "ali" perché la nostra vita possa spiccare il volo e non rimanere prigioniera nella palude dell'indifferenza, dell'egoismo, della solitudine. Questa pagina del Vangelo ci può aiutare a scoprire le "ali" che Dio ci ha donato.

Signore, fa' che impariamo a volare con le due ali che Tu ci hai donato attraverso la parola delle Scritture e attraverso Gesù.


Franco Barbero

venerdì 20 ottobre 2023

COMMENTO AL BRANO BIBLICO DI MATTEO 22, 15-21 DI DOMENICA 22 OTTOBRE

DIO E' GIUSTIZIA, I CESARI OGGI PIU' CHE MAI SONO LADRI E DELINQUENTI

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Matteo 22, 15-21  

Non mi soffermo a descrivere il tranello che farisei ed erodiani tendono a Gesù. Si tratta di una trappola ben congegnata. 

Se Gesù risponderà che non è lecito pagare il tributo a Cesare, lo potranno accusare di ribellione contro Roma. Se dichiarerà lecito il tributo, deluderà le attese dei poveri, spremuti fino all'osso e si metterà contro di loro.

La risposta di Gesù è intelligente, ma non evasiva. Intanto, di fronte a "Cesare" che si credeva onnipotente, Gesù ricorda i diritti di Dio. 

Non si tratta di delineare la realtà di due poteri, quello materiale e quello spirituale, con dei loro ambiti distinti. Questa interpretazione deviante produsse in molti cristiani una grave diserzione dalla storia come se la fede significasse interessarsi esclusivamente degli aspetti cosiddetti "spirituali".

"Il politico cristiano non deve mai utilizzare Dio per legittimare le sue posizioni partitiche; la fede cristiana non si identifica con nessuna opzione di partito....Questo, però, non significa che la fede debba essere emarginata all'ambito privato. Il Vangelo offre al politico cristiano un'ispirazione, una visione della persona e dei valori che possono orientare e stimolare la sua attività" (José Antonio Pagola, Matteo pag.220).  

Il Vangelo però non fa di noi degli esseri spiritualisti per cui nella società civile e a livello politico siamo completamente sollecitati  ad essere militanti, cioè a fare la nostra parte. Faccio un esempio:in questi mesi di gioverno fascista il cristiano vero e la cristiana vera non possono rimanere neutrali oppure recitare la parte di colui/colei che osservano lo spettacolo.


SOLO DIO E' GIUSTIZIA INFINITA

Qui il messaggio è puntuale e pungente: occorre rifiutare a Cesare, al potere politico, l'adorazione che spetta solo a Dio. Per i due Testamenti biblici "dare a Dio ciò che è di Dio" significa che "a Dio appartiene la terra e quanto contiene: il mondo con i suoi abitanti" (Salmo 24). Dio e il potere politico non stanno sullo stesso piano. Parlando in una regione sottomessa all'imperatore romano, non c'era altro da aggiungere: il potere non può arrogarsi il diritto di dominare sulla vita delle persone. Solo Dio è la fonte della vita.

Lascio da parte le infinite disquisizioni che nei secoli hanno occupato filosofi e teologi anche perché il passo è stato letto all'interno della secolare lotta tra poteri ecclesiastici e poteri politici.

Certo è che quando la chiesa ha vestito i panni del potere e si è alleata  ai potenti di questo mondo ha tradito il messaggio di Gesù ed è caduta in tutte le trappole del potere e del mercato.

OGGI CESARE VUOLE TROPPO

Oggi il "cesare finanziario ed economico" si crede Dio. Pretende di possedere le persone, dettare le condizioni della cittadinanza e non vede altro che le sue ragioni. Il potere finanziario -economico-militare si fa adorare e detta i confini di una legalità tutta a servizio dei potenti e del sistema. Le persone devono adorarlo. Il sistema riproduce se stesso distruggendo la qualità della vita delle persone e calpestando la natura. Per usare il linguaggio immaginifico dell'Apocalisse, possiamo dire che il potere è "la bestia che seduce" e poi disgrega il tessuto della vita quotidiana di miliardi di persone, a partire dai più poveri della terra.

Cesare vuole troppo: addirittura si crede Dio. Bisogna ricordargli che l'unica sua ragion d'essere è il servizio al bene comune e la tutela del creato. Ma questo potere è cieco, autoreferenziale, ingordo, strutturalmente perverso perché ha collocato il mercato prima delle persone. Parla solo il linguaggio della crescita illimitata e non conosce più né la condivisione né la cura. Ci vuole ridurre ad insaziabili consumatori di oggetti per la prosperità del dio-mercato.

La fede cristiana deve unirci a tutte le donne e gli uomini di buona volontà che hanno aperto gli occhi su questa logica perversa del sistema capitalistico e vogliono operare per una svolta. La recente enciclica del papa ci invita ad una quotidiana e reale pratica di sovversione di questa logica.

PAGARE LE TASSE

 Venendo ai problemi di oggi, a me sembra che il discorso sulle tasse sia molto concreto: le pagano i poveri, la"gente comune". Se davvero ci fosse la volontà di operare una svolta politica, bisognerebbe tassare la sperequazione, i redditi criminali, gli stipendi da favola.

I soldi si trovano: basta prenderli dove ci sono azzerando i paradisi fiscali e le pensioni d'oro, i privilegi e i vitalizi.

Il resto è retorica e sabbia negli occhi. La politica più efficace deve ancora oggi rifarsi alla pagina biblica della condivisione dei pani e dei pesci. Siamo in una società che ha come norma la discriminazione.Il panorama non lascia spazio a chi opera per la giustizia. Il nostro governo è lo specchio di questa società delle disuguaglianze.
Ovviamente, come cristiano non posso attendere che scatti la magica ora X della politica della condivisione, ma nel mio agire quotidiano devo anticiparla con i gesti della solidarietà concreta. Questa è la nostra "vocazione" come comunità cristiana: non prescindere mai dall'inserimento nella storia dei più deboli.

Ancora una volta la sequela di Gesù non ci prospetta la ricerca di un cammino personale al riparo dalle tragedie del mondo, ma ci invita alla responsabilità, al senso critico, all'impegno per i diritti di tutti e di tutte. Ogni impegno in questa direzione non va perso, ma fa fiorire l'albero della speranza in un "mondo altro".

Penso che sia preziosa ogni regola e ogni ricerca di strumenti vaccinali per vincere l'attuale pandemia, ma se non cambiamo le regole che mettono al centro il dio mercato e non le persone, nel mondo non cresceranno né la giustizia né la pace.

I ritocchi al margine del sistema, come ha scritto chiaramente papa Francesco nella Laudato Sì, sono subdole complicità con lo status quo di un mondo fatto di disuguaglianze.

Franco Barbero


sabato 14 ottobre 2023

COMMENTO AL BRANO EVANGELICO MATTEO 22,1-14 DI DOMENICA 15 OTTOBRE

  Caro Matteo, nelle tue parabole hai dimenticato chi non riceve mai un invito, un lavoro, un affetto, una casa .....

Gesù ricominciò a parlare loro in parabole, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un re, il quale fece le nozze di suo figlio. Mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze; ma questi non vollero venire. Mandò una seconda volta altri servi, dicendo: "Dite agli invitati: Io ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono ammazzati; tutto è pronto; venite alle nozze". Ma quelli, non curandosene, se ne andarono, chi al suo campo, chi al suo commercio; altri poi, presero i suoi servi, li maltrattarono e li uccisero. Allora il re si adirò, mandò le sue truppe a sterminare quegli omicidi e a bruciare la loro città. Quindi disse ai suoi servi: "Le nozze sono pronte, ma gli invitati non ne erano degni. Andate dunque ai crocicchi delle strade e chiamate alle nozze quanti troverete". E quei servi, usciti per le strade, radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni; e la sala delle nozze fu piena di commensali. Ora il re entrò per vedere quelli che erano a tavola e notò là un uomo che non aveva l'abito di nozze. E gli disse: "Amico, come sei entrato qui senza avere un abito di nozze?" E costui rimase con la bocca chiusa. Allora il re disse ai servitori: "Legatelo mani e piedi e gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor dei denti". Poiché molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti» (Matteo 22, 1-14).

                             L'importanza dell'interpretazione


E' difficile leggere queste righe senza essere attraversati da sentimenti ed emozioni intense, diverse, contraddittorie. La parabola, sia pure con parecchie differenze testuali, si trova anche in Luca 14, 16-24. La discussione fra i biblisti non ha sciolto tutti i dubbi circa la forma originaria risalente a Gesù. Ma la struttura centrale è la stessa in ambedue gli evangelisti, anche se costituiscono una chiara aggiunta matteana i versetti 11-14 e la truculenta affermazione finale. Questi ultimi versetti costituiscono una "parabola" supplementare, coniata dal redattore del Vangelo che chiamiamo Matteo.
                                   
                                    
Invitati che non vengono

Una lettura balza evidente. La parabola sulla bocca di Gesù voleva descrivere proprio questo fatto sorprendente, sottolineando la responsabilità dei primi (i giudei osservanti) che si autoescludevano, a differenza dei secondi (gli esclusi, gli scomunicati, le donne di strada, gli esattori delle imposte, il popolino disprezzato). Gli invitati non vengono e la sala del convito si riempie di commensali trovati ai "crocicchi delle strade".
In qualche misura questa è una costante nella Bibbia: quelli che sembrerebbero gli "eredi" deludono e il regno di Dio è accolto da quelli che non hanno "titoli", diremmo noi oggi.
Matteo, polemico, mette i capi giudei sotto lo sferzante giudizio di Dio perché essi da primi destinatari diventano i primi avversari della "buona novella". Leggendo in modo storico e non ideologico questa pagina di Matteo, dobbiamo guardarci dal viziaccio cristiano di farne una lettura in chiave antiebraica.
Spesso i cristiani, con la dottrina del sostituzionismo, hanno erroneamente letto così: Dio viene respinto dagli ebrei e siamo noi cristiani che subentriamo, che prendiamo il loro posto. Quasi che l'ebraismo avesse solo la funzione di preparare il cristianesimo e non avesse una permanente validità. Questa orribile lettura ha fatto danni immensi e continua a provocarne. Va ribadito: la parabola è diretta ai capi, non al popolo giudaico.
 
                                   
                                    
Una lettura per la comunità

La parabola, con l'aggiunta dei versetti 11ss, vuole già correggere una possibile deviazione.

Alcuni si ritenevano "garantiti", sicuri della loro appartenenza al "convito del regno" perché erano membri della comunità. Matteo ha ben presente la situazione concreta del suo gruppo e così rielabora la parabola anche per ammonire quei fratelli e quelle sorelle della comunità  che si facevano troppe illusioni sul proprio conto.  Facendo parte della comunità di Gesù, cominciavano a credersi i salvati, i garantiti, gente che ormai è sicura di essere sulla strada del regno.
Basta far parte della "chiesa" e ricevere il battesimo e partecipare alla cena per essere "garantiti" di appartenere ai figli del regno? Matteo avvertiva la terribile pericolosità di una simile presunzione. Come intervenne? Con un espediente letterario e teologico singolarmente efficace.

                        La seconda parabola 
Egli aggiunge alla parabola delle nozze un'altra parabola (vv. 13-15) assai nota, quella della veste da cerimonia. "Il nuovo vertice drammatico del racconto è l'ispezione del re che trova un commensale senza l'abito di nozze" (R.Fabris). La veste per noi, nella civiltà dell'immagine e della moda, ci riporta a qualcosa di esteriore. Nella tradizione biblica la veste, metaforicamente, indica una qualità ed una disposizione profonda del cuore. Si tratta di rivestirsi di Gesù Cristo,  cioè vivere secondo il suo progetto e il suo orizzonte. Indossare la veste nuziale significa, qui nella parabola, deporre il vecchio modo di vivere e assumerne uno nuovo, cioè convertirsi.
Ecco dunque la seconda lettura della parabola, fatta per la comunità del tempo di Matteo: per appartenere alla comunità di Gesù non basta aver creduto un giorno e aver ricevuto il battesimo. Occorre una fedeltà attiva, quotidiana, un'esistenza continuamente attraversata dalla disponibilità a convertirsi ogni giorno.
Così il discorso allegorico e polemico si trasforma in un serio ammonimento per quei cristiani che si cullano nella falsa sicurezza data loro dall'appartenenza formale alla chiesa. Non è ancora tanto attuale per tutti noi questa strigliatina?

                        Andiamo in profondità
Il centro della parabola verso il quale discendiamo come si scende verso l'acqua del pozzo, può forse esprimersi così: non abbiamo ancora scoperto la bellezza, la gioia di questo convito di nozze.
Il nostro cuore non ha ancora vibrato di gioia per il fatto che siamo personalmente invitati a questo banchetto, a questa "grande cena". Insomma partecipare al "banchetto del regno" non è ancora per noi una festa ma quasi una fatica, un dovere…
"Tutto è pronto… venite alla festa!". A mio avviso, non serve a nulla ricordarci i nostri doveri, sollecitarci alla coerenza evangelica, stimolarci alla assiduità dell'impegno comunitario, se prima non si è scoperto il "tesoro nel campo". E' la scoperta della preziosità del convito e dell'invito che fa scattare la molla del coinvolgimento.
Devo dire al mio cuore che Dio mi invita ad una esistenza "conviviale" con Lui, che sono commensale di Dio, che Egli vuole regalarmi la Sua amicizia. Egli vuole che la mia vita abbia i colori della gioia, una gioia dalla quale non si esclude nessuno.
Nello stesso tempo la cena è "grande", il convito è "nuziale", non perché la vita sia tutta pace e bene, ma perché, se le porte dei nostri cuori sono aperte, se non escludiamo e se ci lasciamo chiamare per nome dal Dio, i canti della festa ci coinvolgono.
A volte, quando l'egoismo mi tenta o mi vince, o quando sento il Vangelo più come peso che come dono, mi riprendo in mano questa pagina e ringrazio Dio che, non ci sottrae alle tentazioni né alle fragilità né alle preoccupazioni né alle fatiche, ma ci regala un invito a nozze, ci assicura che nel mondo e nella chiesa c'è un posto per ciascuno/a di noi. Ma occorre liberarsi dalla prigionia dei "propri affari", dare la priorità all'invito.

                                                                  Buttati/e fuori

Ma la realtà quotidiana spesso, molto spesso, non è affatto un invito a nozze, a una convivialità gioiosa, intensamente ricercata. La cultura vincente ci invita più alle consumazioni individuali che al "convito", ad una esistenza condivisa. "Ognuno per sè" sembra essere la proposta più diffusa. Il vicino, l'altro ... rischiano di mangiare nel mio piatto...

In questi anni i vari "ricchi epuloni" non allargano i posti a tavola. Lazzaro è sempre più messo alla porta. La paura del diverso, l'incertezza del domani e l'egoismo di oggi cacciano fuori dalla sala del convito un numero crescente di persone. Anche negli anni di vacche grasse, l'abbondanza non ha comportato condivisione, allargamento del banchetto, ma accumulo per pochi. La sete di accumulo ha reso talmente ciechi gli stessi detentori del potere finanziario che le loro cattedrali bancarie sono crollate...

Siamo ad un vicolo cieco che può però diventare un segnale di ammonizione e di speranza per la chiesa, la società, e per la nostra vita personale.

La nostra chiesa spesso non ha più il calore di un convito. Ti viene chiesto il lasciapassare dell'ortodossia, dell'ubbidienza cadaverica. E' spesso diventata una chiesa buttafuori, che grida ogni giorno al lupo. 
Per fare parte del "loro" convito (che non è il banchetto di cui ci parla il vangelo) devi avere tutti i "bollini" a posto: ortodosso, eterosessuale, non separato, possibilmente di destra, clericale, poco o nulla amante della ricerca, leggere la Bibbia secondo gli occhi del dogma .... 
Prendiamo parte, dunque,  a questo banchetto del Dio che non esclude nessuno, che ci invita a cercare e a far posto a chi è "fuori dalla festa". Che senso avrebbe per me seguire Gesù, cercare di diventare suo discepolo, se poi non lotto  perché la   vita quotidiana si trasformi sempre di più in un banchetto che non taglia fuori nessuno? Che senso ha spezzare il pane eucaristico, simbolo della pratica di vita di Gesù, se poi non lotto per questo banchetto universale?

Se abbiamo piantato nei nostri cuori il senso del banchetto biblico, la nostra vita laica di ogni giorno cercherà fiduciosamente ed ostinatamente i piccoli passi per "allargare la tavola", per fare in modo che tutti e tutte abbiano "un posto a tavola".

Sempre di più sono colpito dal fatto che per tanti uomini e tante donne non arriva mai l'invito al banchetto, una chiamata ad un lavoro dignitoso, una casa accogliente, un amore tenero, il diritto di essere sè stesso, sè stessa... Quanto cammino ci resta da compiere ... Non possiamo  rassegnarci alla logica del ricco Epulone..o ridurre la nostra vita ad andare, come dice Matteo, ciascuno/a ai propri affari.

Ma caro Matteo, ti è mancata la quarta parabola

Ci sono certamente cristiani e non che rifiutano l'invito all'amore,all'impegno per gli altri. Ma sono molto più  numerose le persone che non ricevono mai un invito  che dia senso e gioia alla loro vita. Per questi che sono milioni ci sono solo muri ,. respingimenti , miserie , razzismi , emarginazione sociale , notti d'inverno passata al freddo.
Questo è il problema centrale di questa società capitalistica.
Forse hai un po' dimenticato in questi versetti questi nostri fratelli e sorelle che accoglierebbero e cercano un invito e non lo trovano .
Questo è il problema centrale. 



venerdì 6 ottobre 2023

COMMENTO ALLA LETTURA BIBLICA DI DOMENICA 8 OTTOBRE 2023

DIO NON SI ARRENDE

"Ascoltate un'altra parabola: C'era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi l'affidò a dei vignaioli e se ne andò. Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l'altro lo uccisero, l'altro lo lapidarono. Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si comportarono nello stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio! Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: Costui è l'erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l'eredità. E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l'uccisero. Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?». Gli rispondono: «Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: "La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d'angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri?" Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare". (Matteo 21, 33-43).

Il quadro ad una prima lettura appare agghiacciante: questa vigna diventa un campo di battaglia. Così è evidente che il nostro pensiero corre immediatamente a ciò che è sotto i nostri occhi ogni giorno. Ma occorre che ci mettiamo davanti a questa pagina lasciandoci interpellare più in profondità.

La domanda

Allora davanti a questa pagina evangelica sorge una domanda: che cosa abbiamo fatto della creazione? Vedendo i disastri  che la cronaca non riesce a nascondere, dobbiamo costatare che la cultura del dominio e la violenza contro il creato producono i loro terribili frutti. Se non combattiamo questa devastazione, ne diventiamo complici e corresponsabili.
La corsa agli armamenti, le guerre, le multinazionali del petrolio, la deforestazione, la cementificazione ossessiva, il surriscaldamento dell'atmosfera, l'inquinamento crescente e l'ideologia del libero mercato costituiscono  una vera e propria "anticreazione".
La struttura di fondo della nostra società è organizzata come violenza contro il creato, autentica bestemmia contro il Creatore.
Che cosa stiamo facendo della vigna, cioè del mondo, che Dio ci ha affidato? Mi sembra che stiamo "giocando" a distruggere la vigna, la buona vigna di cui siamo parte,  che ci sostiene, ci alimenta, ci dà l'aria per respirare, l'acqua da bere, il cibo per vivere, i colori per sognare…
Forse questa prima riflessione può sembrare "fuori tema", ma l'amore e la cura del creato e della vita in tutte le sue forme costituiscono parte essenziale del regno di Dio.

Una parabola travisata

Probabilmente questa parabola sulla bocca di Gesù fu assai più breve. Già i redattori dei Vangeli la utilizzarono per indicare, polemicamente, in parte del  giudaismo ufficiale del loro tempo, le persone che rifiutavano Gesù.
Occorre compiere lo sforzo di ricollocare la parabola nel contesto in cui la pronunciò Gesù. Egli, parlando ai discepoli e ad altri credenti di Israele, pose l'accento su quella vicenda che attraversa ogni religione e ogni singolo credente: la tragica possibilità di rifiutare gli inviti, gli appelli, i messaggi che Dio in mille maniere, con instancabile pazienza, ci fa giungere.
Noi cristiani, nei secoli, abbiamo dato di questa parabola un'interpretazione di comodo: sono gli altri che rifiutano Dio e il Suo messaggio. Così ci siamo messi al riparo dall'ammonizione, dall'interpellazione che questa pagina evangelica rivolge a ciascuno di noi. Noi ne abbiamo fatto una lettura vergognosamente partigiana  in chiave anti-ebraica.

L'allegoria del rifiuto

Il teologo cattolico Marcelo Barros scrive al riguardo: "In questa parabola si tratta di una allegoria della mancata testimonianza. Il gruppo di contadini che uccidono gli inviati rappresenta l'infedeltà di coloro che (nel giudaismo come in qualsiasi altra comunità religiosa) si turano le orecchie dinanzi ai richiami di Dio e trasformano la storia in luogo di ruberie, di violenze e di prevaricazioni".In ogni tradizione religiosa è vero ciò che Geremia scriveva per i suoi contemporanei: "Da quando i nostri antenati uscirono dall'Egitto fino ad oggi, dice il Signore, ho sempre continuato a mandarvi i miei servi, profeti. Ma nessuno mi ha ascoltato, nessuno ha prestato attenzione. Anzi, siete diventati ribelli più dei vostri antenati" (Geremia 7, 25-26).
Noi cristiani siamo degli specialisti nell'usare il messaggio biblico a nostro vantaggio indirizzandolo polemicamente contro altri o più semplicemente deviandolo affinché non ci raggiunga.Forse spesso siamo incorsi e incorriamo in una deviazione peggiore: Dio e il Suo regno sarebbero una nostra proprietà. Scrive il teologo Eugen Drewermann: "Uscire dalle definizioni che esistono adesso significa capire che Dio non diventa mai una proprietà e che la Sua vigna, il Suo regno, non ci appartiene mai. Noi non siamo mai altro che degli affittuari di un dono che ci è stato affidato" (Quando il cielo tocca la terra, Queriniana, pag. 132).


Siamo capaci di rifiutare l'Amore.

.Gesù non aveva l'animo di un fustigatore. Conosceva però in profondità il "condominio interiore" della sua e nostra umanità e voleva aiutare i suoi ascoltatori a esplorarlo. Davanti a Dio (qui il padrone di casa) che ama in mille modi la Sua vigna, cioè la "casa di Israele", la vita del popolo e dei singoli, noi voltiamo le spalle.
L'alleanza amorosa e la sollecitudine di Dio per la vigna sono ben descritte in questo susseguirsi di verbi: "piantò…circondò…scavò…costruì…e affidò". La Sua attesa dei frutti era ben comprensibile, ma andò totalmente delusa. Sì, noi siamo tragicamente capaci di rifiutare ripetutamente l'amore di Dio, di non tenerne conto. Siamo capaci di stravolgere un messaggio d'amore, di "ucciderlo", cioè di spegnere ogni voce, di soffocare…

Questo va detto non per deprimerci, per coltivare una falsa umiltà o innescare dei sensi di colpa. No: questo va detto per conoscere alcune pieghe del mio, del tuo, del nostro cuore.

Dio non si arrende!

L'amore di Dio non si lascia paralizzare o bloccare dai nostri rifiuti: "la vigna verrà affidata ad altri i quali la faranno fruttificare… Sarà tolto a voi il regno di Dio e sarà dato ad un popolo che lo farà fruttificare".
Dio cerca altre strade, ma non cessa d'amare. Né i figli di Israele, né i discepoli di Gesù, né i credenti di qualunque altra religione possono pretendere di possedere la vigna, avere il monopolio del regno di Dio.

E' un avvertimento prezioso che non possiamo mai permetterci di dare per scontato.
Mai come in questi anni ho toccato con mano questo "passaggio della vigna ad altri". Sempre di più mi imbatto e poi mi incontro con persone che, emarginate da quelle istituzioni che si ritengono e si definiscono bocca della verità e "organi" di infallibilità, sono veri figli e figlie del regno.
La più bella "città del regno di Dio" è fuori dalle mura, fuori dai perimetri. Quanto più la città sacra fa propaganda dei suoi prodotti, dei suoi santi e dei suoi dogmi su tutti i video del mondo, tanto più quelli che hanno gustato la libertà dei figli e delle figlie di Dio cercano altri spazi.
Nutro la profonda speranza che Dio mi spinga sempre di più verso le pietre scartate dalle quali ho ricevuto i maggiori stimoli nella direzione del Vangelo.
Le persone “fuori regola” e gli “stranieri nella chiesa” mi hanno sempre insegnato dov'è il regno di Dio. Ai margini, nelle periferie risuonano le voci e si alzano le grida che ci risvegliano alle nostre responsabilità: “La Sapienza grida per le strade, fa udire la sua voce nelle piazze” (Proverbi 1,20).
Ogni giorno mi sento di più un mendicante di Dio. Voglio cercarlo con gli uomini e le donne che non si nascondono  nei fortilizi istituzionali e dogmatici, che conoscono l'incertezza, la debolezza, la fragilità del vivere e detestano le statuine di gesso e i santi artificiali. Tante piccole esistenze, spesso senza saperlo, costituiscono il nucleo più sano degli operai della vigna.

venerdì 29 settembre 2023

COMMENTO ALLA LETTURA BIBLICA PROPOSTA DOMENICA 1 OTTOBRE 2023

TI ASPETTERO' ANCHE DOMANI  NELLA VIGNA

Matteo 21,28-32 parabola dei due figli

 "Che ve ne pare? un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va' oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Si, signore; ma non andò. 

Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso: Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del Padre?". Dicono: "L'ultimo". E Gesù disse loro: "In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. 

E' venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli".


  Il testo di questa parabola ci viene riportato con parecchie varianti, ma qui riporto il testo più solidamente documentato.

Perché questi versetti non ci appaiano come il giochetto di due ragazzi irrispettosi verso il padre, occorre tenere presente l'intero capitolo del Vangelo, ciò che precede e ciò che segue.

       Il contesto polemico in cui è inserita questa parabola dei due figli dissimili (Matteo 21, 28-32) è ben evidente. Gesù, nei versetti che precedono, si trova a confronto con l'incredulità dei sommi sacerdoti e degli anziani del popolo (Matteo 21, 23-27). La parabola, che in Matteo è riferita a loro, non perderebbe nulla del suo vigore, anche se fosse "nata" in un ambiente diverso, cioè rivolta ai discepoli o alla gente.

     Il redattore, esaltando la fede di peccatori e prostitute rispetto ai sommi sacerdoti e agli anziani, nel versetto 32 ha espresso la punta più alta della sua rovente accusa contro le autorità giudaiche.

PENTITOSI

 La parabola ci è narrata in modo da far risaltare la contrapposizione tra i due figli e anche la contraddizione tra ciò che si dice e ciò che si fa. Il primo dice di no, ma poi cambia atteggiamento e va. Il secondo dice di si, ma poi non va nella vigna.

Due frasi simmetriche, ma con una variante sostanziale che interrompe il ritmo della prima: "dopo averci ripensato", "pentitosi".

Il primo figlio, quello del no, si caratterizza per questo particolare che viene menzionato con grande rilievo anche letterario: ci ripensa.

Così un no iniziale si trasforma in un sì mentre un sì iniziale , si trasforma di fatto in un no.

Sembra che proprio questo ripensamento occupi un posto centrale nella parabola e apra la via ad un profondo movimento interiore.

DAL NO AL SI'

 Dunque, si può passare da un no ad un sì!

Non debbo considerare i "no" miei e di altre persone come posizioni immodificabili, come catene indistruttibili. Nella prassi del Regno di Dio, esiste la possibilità di "ripensare", di andare oltre i nostri no, di liberarci dalla prigionia dei nostri rifiuti. La strada è aperta.

Dio ci chiama oggi, attraverso la voce di Gesù, a lavorare nella sua vigna. Dio non condanna coloro che fanno fatica a credere, che esitano, che hanno paura di dire di sì: "Queste esitazioni, queste resistenze sono umane, soprattutto davanti ad un appello che disturba e che costa; è normale domandarsi se ne valga la pena......

E' dunque permesso non credere subito, non impegnarsi immediatamente, avere paura....... L'essenziale è non far tacere l'appello" (Robert Grimm).

OGGI VAI NELLA VIGNA

Questa piccola parola "oggi" va messa nella dovuta evidenza: "Noi ascoltiamo la parabola oggi, qui ed ora: essa ci raggiunge là dove siamo; fa irruzione nella nostra vita questo "oggi", come se tutto il resto fosse cancellato: quel passato che è appunto fatto di esitazioni, rinnegamenti, compromessi e peccati............ che alimentano i nostri sensi di colpa" (R. Grimm).

Dio è Colui che ricomincia sempre con noi: "Se mi hai detto mille no nel tempo passato, ebbene oggi puoi dirmi di sì. Io non sono un Dio contabile, ma il Dio che chiama oggi".

Sovente il pesante zainetto dei nostri no del passato non ci permette di gustare questo dolcissimo invito, questa breve parola liberatoria e promettente: "Và oggi nella mia vigna a lavorare".

Molto spesso non ci perdoniamo i nostri no e così il nostro cammino è bloccato. Rimaniamo prigionieri dei nostri errori.

DAI SI' AI NO

Ma in questa parabola c'è anche un chiaro monito a chi dice di sì a cuor leggero e poi lo trasforma in un "no" nei fatti. Nessuno può riposare sugli allori; se il "sì" non viene concretizzato può tradursi in un no.

Ogni giorno mi è chiesto di decidere, di rispondere. Non posso farmi bello dei "sì" di un tempo. Tutto dipende dal fatto che io oggi vada o non vada a lavorare nella vigna.

Anche la nostra chiesa  conosce cristiani e ministri che sono finti operai della vigna. Nel clero non mancano persone che, in nome di una falsa obbedienza ai dogmi, conducono una vita comoda, che non ha nessuna sembianza con gli operai della vigna. Troppe obbedienze ecclesiastiche sono fatte per procurarsi una posizione comoda.  Un po' di conoscenza , del passato e del presente evidenzia come anziché operai della vigna, molti mirano e realizzano una vita comoda e la chiamano obbedienza.

 E non basta essere forte di un gruppo o di una comunità cristiana per essere lavoratori della vigna. Qui il "lavorare" va assunto in tutte le dimensioni della responsabilità civica ed ecclesiale.

 O Dio, Ti prego

Signore che cammini con noi, grazie della bontà con cui mi aspetti oggi nella Tua vigna.

Tu sei quel meraviglioso "padrone ingiusto" che non conteggia le ore (Matteo 20, 1-16). Tu conosci quante volte ho detto "Ni", quante volte ho esitato. La Tua chiamata percorre anche il mio oggi, aldilà dei miei "Sì" e dei miei "No" di ieri e delle mie incertezze di domani. Ti prego, o Dio che non ti stanchi di chiamare, convertimi ogni giorno affinchè, pur nelle mie debolezze, io cerchi di essere un vero operaio della vigna che invita altri a diventarlo.

Franco Barbero

 


venerdì 22 settembre 2023

COMMENTO AL BRANO BIBLICO DI DOMENICA 24 SETTEMBRE 2023

 DI STRANIERI, DI DISOCCUPATI, DI PERSONE CON DISABILITA' HA BISOGNO LA NOSTRA VIGNA: DI MELONI E ZELENSKY NON HA BISOGNO-

1 Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa, il quale, sul far del giorno, uscì a prendere a giornata degli uomini per lavorare la sua vigna. 2 Si accordò con i lavoratori per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. 3 Uscì di nuovo verso l’ora terza, ne vide altri che se ne stavano sulla piazza disoccupati, 4 e disse loro: “Andate anche voi nella vigna e vi darò quello che sarà giusto”. Ed essi andarono. 5 Poi, uscito ancora verso la sesta e la nona ora, fece lo stesso. 6 Uscito verso l’undicesima, ne trovò degli altri in piazza e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno inoperosi?”. 7 Essi gli dissero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna” . 8 Fattosi sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dà loro la paga, cominciando dagli ultimi fino ai primi”. 9 Allora vennero quelli dell’undicesima ora e ricevettero un denaro ciascuno. 10 Venuti i primi, pensavano di ricevere di più, ma ebbero anch’essi un denaro per ciascuno. 11 Perciò, nel riceverlo, mormoravano contro il padrone di casa dicendo: 12 “Questi ultimi hanno fatto un’ora sola e tu li hai trattati come noi che abbiamo sopportato tutto il peso della giornata e sofferto il caldo. 13 Ma egli, rispondendo ad uno di loro, disse: “Amico, non ti faccio alcun torto; non ti sei accordato con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare a quest’ultimo quanto a te. 15 Non mi è lecito di fare del mio ciò che voglio?O vedi tu di mal occhio che io sia buono? 16 Così gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi”.
Matteo 20, 1-16

Gesù, il provocatore

Le parabole, come sappiamo, non vogliono dettare comportamenti universali e, in questo caso, non esiste da parte di Gesù, l'intenzione di fissare le regole per un'azienda agricola.Le parabole sono spesso delle provocazioni,ci aiutano a cambiare il nostro modo di vedere le cose. Cozzano contro le nostre logiche collaudate e ci invitano ad andare oltre.

In qualche modo noi saremmo stati tra quei lavoratori che, protestando, avrebbero ricordato al padrone della vigna il peso sopportato di un'intera giornata di lavoro. Avremmo forse anche noi mostrato il "cartellino dell'orario" e difeso i nostri "meriti". 
Nel suo pellegrinaggio da villaggio a villaggio fino a Gerusalemme Gesù, per testimoniare l'amore sovversivo di Dio, non ha messo al centro della sua attenzione i "pii", ma si è chiaramente rivolto ai "peccatori", ai lontani, alle persone emarginate.
Gesù è stato "partigiano" di quelli dell'ultima ora, li ha accolti a prescindere dai loro "meriti", mettendo in crisi le persone che avevano una mentalità meritocratica, la religione della cosiddetta giustizia retributiva.

Del resto, proprio i versetti conclusivi del capitolo 19 dello stesso Vangelo (19, 27ss), mettono in luce quanto gli stessi discepoli fossero legati al concetto di retribuzione, del "quanto me ne viene"...

Dentro la comunità di Matteo

Se per Gesù la parabola rendeva ragione della sua scelta preferenziale per gli ultimi e gli emarginati, le donne e gli "impuri" della società del suo tempo, Matteo doveva fare i conti con un contesto nuovo.

E' del tutto probabile che dentro la "comunità" degli anni 85-90 ci fossero alcuni che vantassero titoli particolari di fedeltà dalla prima ora, di coerenza e di perseveranza rispetto ad altri fratelli e sorelle di varia provenienza e di recente aggregazione al ceppo originario.

Può darsi che Matteo avesse in mente le pretese di anzianità  di alcuni che forse reclamavano per sé un'autorità

 quasi intoccabile, un atteggiamento reverenziale nei loro confronti.

Forse l'evangelista pensava ai membri di origine ebraica della  sua comunità, che provavano irritazione per le funzioni  di leadership ormai esercitate da persone giunte dal cosiddetto  paganesimo.

I nuovi venuti volevano esserci e contare davvero, ma i primi arrivati rischiavano di sentirsi privati della loro primogenitura. Si tratta di tensioni ben comprensibili, di cui tutti/e abbiamo fatto personalmente esperienza nelle nostre parrocchie o comunità.


Semplicemente lavoratori nella vigna

Un Dio geometra o ragioniere, che tenga la contabilità esatta dei meriti e dei demeriti, che segni sul Suo taccuino della storia le ore di lavoro ordinario e straordinario di ciascuno/a di noi, che annoti le presenze e le assenze, che funga da amministratore del condominio umano, è totalmente estraneo al pensiero di Gesù.
Le persone che incontravano Gesù percepivano che non c'era situazione che le escludesse dall'amore incondizionato di Dio. Anzi, per Gesù il Padre aveva atteso e accolto il figlio prodigo con una grande festa.

Un Dio così, ovviamente, non era facilmente “digeribile” dai tanti primi della classe che la società e la religione del suo tempo onoravano, riservando agli altri marginalità e disattenzione.

Un Dio indigesto ai potenti

Ma proprio di questo Dio, così indigesto ai potenti e ai “virtuosi”, Gesù dava testimonianza ogni giorno. Il profeta di Nazareth era il simbolo vivente di questo Dio dell'accoglienza; le sue parole e la sua maniera di relazionarsi facevano “gustare” un Dio diverso, dal cuore sempre accogliente. Ma non si tratta semplicemente di una bella idea; si tratta di una pratica sovversiva, di un comportamento quotidiano che parta sempre dagli ultimi e dalle ultime. In genere la nostra esperienza ecclesiale ha distribuito titoli e medaglie e attestati di santità a quelli della "famiglia" e così è giunta alla marginalizzazione di quegli operai della vigna che proprio non avevano tutte le carte in regola.

Abbiamo bisogno di loro:stranieri, disoccupati e abbandonati.

Forse su questa strada impareremo che abbiamo bisogno degli “operai dell'ultima ora” perché essi spesso sanno vivere e testimoniare l'amore di Dio con meraviglia e freschezza. Forse gli " operai dell'ultima ora"non hanno in testa tutto l'arsenale catechistico, ma ci dicono più chiaramente la realtà dell'oggi in cui siamo chiamati/e a testimoniare il Vangelo. 

Forse a loro, il tempo della disoccupazione, il fatto di non essere mai invitati, ha insegnato a valorizzare quella chiamata dell'ultima ora più di chi, avendo da sempre un posto sicuro nella vigna, viveva più di abitudine che di impegno e gratitudine. 

Finchè la società e la chiesa non capiscono e non prendono sul serio questa direzione di marcia, avremo sempre un apparato statale di persone come Georgia Meloni che mangia i frutti della vigna, ma tra un viaggio e l'altro si dimentica totalmente di lavorare nella vigna.

Franco Barbero