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giovedì 17 novembre 2022

COMMENTO DEL BRANO BIBLICO DI DOMENICA 20 NOVEMBRE 2022

 IL "PARADISO" CHE CI SARA' DATO E IL GIARDINO DA COSTRUIRE

In quel tempo, il popolo stava a vedere, i capi invece schernivano Gesù dicendo: “Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto”.
Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell'aceto, e dicevano: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. C'era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei. ...........
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!”. Ma l'altro lo rimproverava: “Neanche tu hai timore di Dio, benché condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male”. E aggiunse: “Gesù ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”.
Gli rispose: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”.
(Luca 23,35-43).


La liturgia cattolica oggi dedica la domenica alla "festa di Cristo Re". Mi fa orrore parlare di Cristo Re per cui ho deciso di presentare un commento in una direzione totalmente diversa. E' meglio che svestiamo Gesù dai panni della regalità per scoprire in lui il testimone dell'amore di Dio.

Oggi sarai con me nel giardino di Dio”

Questo testo fa parte del racconto lucano della crocifissione e della morte di Gesù. Gli studiosi della Bibbia ci ricordano che questi "discorsi tra i crocefissi un quadro teologico, di cui va scoperto il significato, e non una cronaca di una conversazione davvero avvenuta tra persone crocefisse. Nella lettura di molti passi biblici parecchi racconti costituiscono la modalità letteraria per trasmettere un messaggio. E qui il messaggio emerge con chiarezza: Gesù, dall'inizio alla fine della sua missione ha sempre annunciato la misericordia, l’accoglienza illimitata di Dio. 

Dai primi passi sui sentieri dei villaggi fino all’ultimo respiro, Gesù è stato il testimone fedele che, mediante le sue parabole, aveva tentato di presentare il Padre come il Dio dell’amore che non conosce esclusioni.

La sua predicazione e soprattutto il suo stile di vita, spesso in dialettica con l’insegnamento rigido ed esclusivista di alcune forme di  giudaismo del suo tempo, miravano a collocare consapevolmente ogni creatura sotto lo sguardo affettuoso e caldo di Dio.
L’amore di Dio, di cui parla il profeta di Nazareth, non è il premio della nostra virtù vera o presunta, ma è un dono gratuito da accogliere e di cui diventare gioiosamente consapevoli.
Tale è l’amore di Dio, accogliente e duraturo, che esso non ha i giorni contati e va oltre la nostra morte. Ecco perché il redattore del Vangelo mette sulla bocca di Gesù: “Oggi sarai con me in paradiso”.

La parola paradiso nell’oriente antico significava “giardino”. La nostra vita confluisce nel mistero di Dio, viene piantata nel Suo giardino, rifiorisce per opera Sua. Questo è il significato dell’espressione che Luca mette sulla bocca di Gesù.

La fede e la liturgia cristiana più che di morti ci parlano di defunti, cioè fratelli e sorelle che hanno terminato la loro missione, come esprime efficacemente il vocabolo latino (de-fungor----de-functus). 

Spesso i più esclusi e sfortunati hanno bisogno di sapere che Dio, in vita e in morte, non li dimentica.

La nostra fede: il paradiso-giardino di oggi

Trovo significativa questa immagine del “giardino di Dio”. Se, come leggiamo nel libro della Genesi 2,15, il nostro compito, la nostra vocazione creaturale quotidiana consiste nel “lavorare e custodire il giardino”, nella vita ci è dato di conoscere degli uomini e delle donne che hanno fatto della loro esistenza un vivere appassionato e disinteressato perché qualche pezzo di giardino davvero fosse coltivato e custodito qui, ora, da subito.
C’è chi fa della terra, delle relazioni e del suo modo di vivere una continua produzione di pattumiera e di violenza e  c’è, invece, chi crede che valga la pena dedicare tutte le proprie energie per dare corpo al sogno di Dio. Infatti il Dio della Creazione ci sospinge ad assumere questa responsabilità: il primo giardino da coltivare è la cura del creato in questo nostro tempo presente.

Un parto difficile

Mentre siamo in viaggio verso il giardino definitivo di Dio, quello che non sfiorirà più, mentre raccogliamo la testimonianza di tante donne e di tanti uomini, zelanti custodi del giardino terreno, ci è chiesto di rinnovare il nostro impegno nella vita quotidiana nel prenderci cura gli uni delle altre, per essere cittadini, genitori, professionisti, lavoratori, amministratori, politici…. consapevoli, onesti, dediti al bene comune.
Il giardino biblico della Genesi allude ad un bene che non può essere concepito come una proprietà privata, non può essere usato e finalizzato ad interessi personali. Ma oggi questo mondo nuovo voluto e sognato da Dio per i Suoi figli e le Sue figlie, è un parto difficile. Ognuno di noi è “partoriente”, come scrive Paolo nella lettera ai Romani. Ognuno e ognuna di noi è chiamato a collaborare affinché si effettui il passaggio dalla non cura alla cura, perché indietreggi la pattumiera e fiorisca qualche fazzoletto di giardino.
Ognuno può fare qualcosa a partire dalla sua vita quotidiana.

Oggi una delle priorità è la lotta contro la violenza maschile sulle donne nella società, nelle relazioni quotidiane e anche nella chiesa. Si tratta di un appello forte e coinvolgente che richiede a noi maschi una risposta di conversione. Tale chiamata ad un percorso personale non può non tradursi in forme e luoghi di trasformazione sociale e culturale. Le nostre comunità devono diventare laboratori attivi contro ogni forma di violenza . Questo oggi fa parte integrante di una fede vissuta.

Grazie, o Dio
Grazie, o Dio, per la testimonianza di tante donne e tanti uomini che, in viaggio verso il giardino senza fine nel quale Tu ci accoglierai, hanno speso e spendono la loro vita perché germogli di paradiso, di giardino possano fiorire su questa nostra terra tanto sfruttata e violentata. Rendi ciascuno e ciascuna di noi capace di vivere ogni giorno la cura del giardiniere nei confronti del creato.


giovedì 10 novembre 2022

COMMENTO ALLA LETTURA BIBLICA DI DOMENICA 13 NOVEMBRE 2022

APOCALISSE: EPPURE IL GIARDINO FIORIRA'

Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse:"Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta".

Gli domandarono:"Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?".

Rispose:"Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo:"Sono io" e:"Il tempo è prossimo"; non seguiteli. Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine".

Poi disse loro: "Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Questo vi darà occasione di render testimonianza. Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa, io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime".

(Luca 21, 5-19).


Il contesto letterario apocalittico

Questi versetti vanno letti nel contesto del più ampio "discorso apocalittico" (Luca 21, 5-38).  I biblisti ci avvertono che lo stesso Gesù dovette fare i conti con le profezie del suo tempo, con i dubbi circa il "momento" dell'adempimento del regno di Dio.

E' probabile che lo stesso Gesù abbia condiviso, com'era nella cultura diffusa dei suoi contemporanei, un certo orizzonte dell'imminenza, della prossimità di una svolta di un intervento risolutore di Dio.

Quando Luca scrive verso gli anni 85 -90 ha ancora nella memoria e nel cuore l'evento della distruzione del tempio di Gerusalemme e la capitolazione delle città. Sembrò allora a tutti come la fine del mondo o, almeno, la fine di un mondo. Il linguaggio apocalittico, messo sulla bocca di Gesù, è con tutta probabilità una elaborazione di alcuni insegnamenti del maestro avvenuta in un contesto di crescente opposizione.

 La comunità, che ancora non è una realtà autonoma dall'ebraismo, respira ancora il clima dell'attesa imminente, ma comincia a prendere atto del fatto che i tempi si allungano. 

Alle spalle di questo discorso si avverte una situazione difficile, contrastata. Il futuro della comunità è pieno di ombre, di incertezze e il clima generale non promette nulla di buono. Il discorso apocalittico "dipinge" ed enfatizza le difficoltà che i discepoli e le discepole dovranno incontrare, ma, soprattutto nella seconda parte del capitolo, conferma la comunità nella fiducia perché "l'estate è vicina" (v.30) e il regno di Dio è vicino (v.31). Nei versetti dal 34 al 38 Luca riprende l'insegnamento di Gesù sulla preghiera e sulla vigilanza per avere la forza di affrontare i tempi difficili che si presenteranno.


Fiducia dentro la tempesta

Il Vangelo non disegna mai per i discepoli un cammino tra le stelle ma, fedele al percorso storico del nazareno, sa che seguire le tracce di Gesù significa inoltrarsi su sentieri molto concreti e spesso contrastati.

Pur avendo alle spalle una "cultura" della imminente venuta del regno di Dio, Luca sta prendendo consapevolezza che i tempi si allungano e, già nella stesura del Vangelo, corregge i mitiga la dimensione apocalittica che lo stesso Gesù di Nazareth viveva.

Non si tratta di fare calcoli esoterici sulla fine del mondo giocando agli indovini. Si tratta, invece, di guardare in faccia la realtà presente e di assumerci in essa le nostre personali e comunitarie responsabilità. Per nostra fortuna, la realtà spesso ha i colori e il profumo della gioia, dell'amore e della pace. Ma – qui il discorso apocalittico svolge una sua specifica funzione – la storia e il cammino di fede non si arrestano, non perdono senso e prospettiva anche quando si addensano all'orizzonte le nubi più nere e si sono chiuse le strade verso il futuro. Questa è l'esortazione preziosa da raccogliere: possiamo vivere delle stagioni storiche, personali ed ecclesiali in cui sembra spegnersi ogni speranza e tramontare ogni luce che illumini un sentiero verso il futuro. Il discorso apocalittico non ci offre le ali d'aquila per volare fuggendo oltre il presente. Ma con il suo caratteristico stile assertivo che avvicina troppo la soluzione, ci esorta a riporre fiducia nella misteriosa presenza di Dio che non abbandona a se stessa la realtà del mondo e non abbandona coloro che cercano di camminare nella vigilanza e nella perseveranza. Questo va ricordato anche in questi giorni in cui si vede il trionfo d'egoismo, del militarismo e del potere economico.


Oggi per noi

Non è facile neppure oggi tenere aperto il cuore alla fiducia in Dio e nel futuro dell'umanità e del creato. Eppure il centro della nostra fede è qui: il Dio creatore è soprattutto il Dio che ci accompagna, che immette amore, energie e speranze in tutte le arterie del creato. Certi momenti di "disperazione storica" sono paradossalmente spazi e pozzi di ripartenza. Certo, dopo anni di degrado, di latrocini e di sporcaccioni al governo, questa Italia è da ricostruire e siamo soprattutto noi che dobbiamo ripensare il nostro rapporto con lo straniero, con la terra, con i consumi, con la televisione, con la nostra interiorità.


L'anticreazione è in atto

E' tempo di responsabilità, di perseveranza, di consapevolezza.

Ovunque dilaga una corruzione che supera ogni misura. Il surriscaldamento del pianeta, lo sfruttamento selvaggio delle risorse, i rifiuti tossici sepolti nel cuore della nostra madre terra, l'avvelenamento dei cibi e dell'aria che respiriamo, l'inquinamento acustico, la diffusione delle droghe, la violenza contro le donne e gli omosessuali, gli abusi sui minori, il commercio delle vite umane, l'industria delle armi e il turismo sessuale … costituiscono una realtà devastante ed allarmante.

Stiamo giocando una "partita" di distruzione del creato. Spesso in una inconsapevolezza pari alla gravità della situazione,viviamo come se il pianeta non fosse una realtà vivente di cui siamo parte e di cui dobbiamo prenderci cura. 

Di questo "giardino" stiamo facendo una pattumiera, inconsapevoli del "pianto della terra", dei segnali che ci giungono dagli oceani, del richiamo severo degli tsunami. Il creato vuole avvertirci, invitarci ad invertire la rotta di un modo di vivere che è sfruttamento sistematico della "catena della vita".

È non c'é tempo da perdere se anche i ghiacciai si sciolgono e le acque diventano incontenibili.

Se corriamo dietro al mito della crescita illimitata, dei consumi sempre maggiori, diventiamo complici anche noi di questo processo di distruzione.


Ecoteologia e pratiche di cura

Oggi le chiese cristiane parlano di ecoteologia per dirci che Dio ci chiama a diventare responsabili della "casa comune" che è il mondo, il creato.

Che cosa possiamo fare noi piccole creature in questo caos che è una liturgia funebre, nascosta da molte apparenze e da tante illusioni, voluta dai padroni delle banche, delle multinazionali, dagli straricchi di questo mondo?

È la perseveranza (vers.19) sulla strada di Gesù che crea in noi una prospettiva diversa. Ciascuno/a di noi, nei piccoli gesti di una vita sobria e coerente, può diventare un alleato del Dio creatore, contrastare le pratiche di corruzione e di inquinamento.

Sì, io debbo partire da me, dal cambiamento del mio stile di vita, dalla conversione del mio quotidiano relazionarmi con le cose e con le persone, cercare il bene comune contro il galoppante individualismo.

Questo può essere anche nelle nostre parrocchie e nelle nostre comunità un momento propizio. Anche papa Francesco offre alcuni stimoli non indifferenti, ma nessuno/a di noi può aspettarsi da qualche altro la parte che gli compete in proprio.

 

Resistere e resistere

Non possiamo fermarci a qualche buona idea ecologica, a qualche saltuaria iniziativa: occorre dare nostro uno stile di vita personale e comunitario che non lasci spazio ai valori e ai comportamenti della logica dell'esclusione. Ormai il cristiano non può che essere una persona sovversiva, non può che dichiarare e praticare la propria opposizione alla società delle disuguaglianze.

Dal Cile alla Libia a Taranto….si scaricano sistematicamente sui poveri la disperazione di una vita senza lavoro, senza tutele per la salute, senza futuro e senza dignità. Dio ci invita alla ribellione, a manifestare apertamente il nostro dissenso, a non cedere all'indifferenza o alla rassegnazione, come se l'oppressione dei deboli fosse il destino dell'umanità. Tutto questo a partire da oggi.

 Caro Dio

voglio essere un amico, un Tuo alleato nella cura del creato.

Insegnami a scoprire e a vivere con gioia e con impegno la compagnia di tutte le creature per rimuovere qualche ingiustizia e per far fiorire un po' di giustizia e di felicità.

venerdì 4 novembre 2022

COMMENTO AL BRANO EVANGELICO DI DOMENICA 6 NOVEMBRE 2022

SOLO DIO LO SA E LO PUO'

(Luca 20, 27-38)

Gli si avvicinarono poi alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda:"Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello.

C'erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli.

Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli.

Da ultimo anche la donna morì.

Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie".

Gesù rispose:"I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgono, lo ha indicato Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe.

Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi: perché tutti vivono per lui".

Gesù prende posizione nel dibattito

Intanto l'evangelista Luca qui ci invita a far conoscenza con i sadducei. Essi erano parte dell'aristocrazia e si differenziavano dai farisei anche proprio rispetto alla risurrezione dei morti. Essi ritenevano che fosse una "dottrina" estranea al messaggio della Torah, cioé al Pentateuco (= i primi cinque libri della Bibbia).

Questa loro posizione dava vita, ai tempi di Gesù, ad un accanito dibattito in cui i sadducei non perdevano occasione per ridicolizzare la fede dei farisei con storielle assurde ed anche irriverenti.

Questa volta il loro interlocutore è Gesù. Ma la loro macabra storiella non mette affatto in trappola Gesù. Egli certamente conosceva bene i sadducei e le loro argomentazioni e, da ebreo credente, si fidava del Dio che vince la morte.

Siccome i sadducei riconoscevano solo il Pentateuco, Gesù cita proprio un passo dal libro dell'Esodo che era quindi fondamentale anche per loro:"Dio è il Dio dei viventi" perché tutti vivono in lui.

Nello stesso tempo Gesù allude ad una condizione totalmente diversa per "i figli e il mondo della risurrezione", una dimensione "altra" rispetto alle categorie del tempo, dello spazio, della carne che sono caratteristiche del nostro presente.

Gesù, mentre afferma il messaggio, taglia corto sulle nostre congetture, immaginazioni … Egli tutto mette nelle mani di Dio. Il nazareno non si avventura nella descrizione di paesaggi extraterrestri, ma afferma la realtà della risurrezione come qualcosa di totalmente nuovo e diverso dalla semplice rianimazione del cadavere.

Le nostre vite non finiscono nel nulla, non cadono nella dimenticanza, ma saranno accolte dall'abbraccio perdonante e vivificante di Dio.

A Gesù non interessa illustrarci il "come" della risurrezione, ma vuole testimoniarci la sua fiducia in Dio. Sono legittime le nostre domande e le nostre curiosità, ma Gesù sposta la nostra attenzione su ciò che è essenziale: alla fine del viaggio di questa vita per ciascuno/a di noi c'è un porto accogliente. Ecco il "succo" del messaggio.

Come Gesù

Anche Gesù, come noi, si aspettava tutto da Dio, non pretendeva di conoscere tutti i particolari. Sapeva di essere una creatura limitata.

Suor Jeannine Gramick, grande "apostola" dei diritti delle lesbiche, scrive con estrema limpidezza:

"Ciò che è realmente importante è la nostra fede in Gesù e nel Cristo risorto. Come Gesù è risorto dai morti, risorgeremo anche noi. Che cosa comporterà quella resurrezione, noi non lo sappiamo. Sappiamo che incontreremo l'amore e la misericordia di Dio. Lasciamo la resurrezione e le domande sull'aldilà nelle mani di Dio e arrendiamoci totalmente all'amore di Dio che ci avvolge.

Ciò che è realmente importante è che l'amore di Dio ci accompagna in tutte le strade che percorriamo. Ciò che è realmente importante è avere fiducia in Dio.

A volte, anzi, spesso, ci dimentichiamo di Lui, ma Lui non si dimentica mai di noi.

Preghiamo affinché possiamo accontentarci di vivere nel mistero di ciò che sarà domani, vivendo oggi nella fede, nell'amore infinito di Dio per noi" (Adista 19 ottobre 2013).

Questa è la fede di Gesù; questa è la mia fede.

Oggi, domani, per sempre

Lo ribadisco. Per me il messaggio della risurrezione ha due tempi.

Io cerco di viverla qui e ora come credente responsabile nella mia chiesa e come cittadino attivo in questo tempo. L'oggi è "il primo tempo" della risurrezione: quella che spetta a noi.

È assolutamente deviante rispetto all'insegnamento di Gesù fuggire anzitempo dal nostro presente per concentrarci sulla vita dopo la morte.

La "seconda risurrezione", quella definitiva, sarà opera di Dio, solo di Dio.

A mio avviso, sono rispettabili tante congetture e tante opinioni, ma la fede non descrive nessun eden, allude soltanto (versetti 34-37) ad una condizione diversa da quella presente. I miei occhi della carne si fermano alla constatazione di un cadavere; la mia fede mi parla di un Dio che non ci abbandona nella morte e ci fa partecipi della Sua vita. Voglio fidarmi radicalmente di questo insegnamento di Gesù.

Mi interessa la realtà della risurrezione, non le modalità. Lascio a Dio ciò che è di Dio e mi prendo ogni giorno l'impegno di vivere da figlio della risurrezione. So che anche la mia morte cadrà nelle Sue mani. 

Quello che mi fa paura è ciò che precede la morte, il soffrire … ma questa è la inevitabile condizione della nostra umanità. Anche questo tratto voglio mettere nelle mani di Dio. È la mia creaturalità. Devo farci i conti.

Ti prego, Dio della vita,

di aiutarmi a valorizzare

i giorni che mi sono dati.

Insegnami a collocare

tutto nelle Tue mani,

questo presente e il futuro,

sapendo che sei il Dio dei vivi

e non dei morti. 

Cioè il Dio che tutti conduce alla vita



giovedì 27 ottobre 2022

COMMENTO DEL BRANO EVANGELICO DI DOMENICA 30 OTTOBRE 2022

Coinvolgimento o raffreddamento

Entrato in Gerico, attraversava la città. 

Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse in avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là.Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse:"Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua".In fretta scese e lo accolse pieno di gioia.

Vedendo ciò, tutti mormoravano:"E' andato ad alloggiare da un peccatore!".Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore:"Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto".Gesù gli rispose:"Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch'egli è figlio di Abramo; il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto". (Luca 19, 1-10).

Leggendo questa pagina, così suggestiva, mi viene in mente un personaggio, un dirigente della classe degli odiati esattori, tutto attaccato alle poltrone del potere e servo dichiarato del "grande capo" imperiale, un freddo funzionario!

Zaccheo era un uomo asservito agli interessi del potere romano e, dalla sua posizione di capo degli esattori, poteva trovare vantaggi non indifferenti e fare la cresta sui vari introiti. Il popolo lo detestava come un oppressore e collaborazionista, persona da cui stare alla larga.

Più impuro di così …

Per un pio israelita questa era una persona da evitare, indegna di ricevere anche solo il saluto. Del resto questi "signori esattori" non facevano altro che collaborare allo sfruttamento dei poveri.

Eppure da un angolo del suo cuore, sepolto sotto una montagna di soldi e sotto uno stigma sociale che lo aveva isolato dalla vita del popolo, di tanto in tanto si faceva sentire un pizzico di noia per quel genere di vita, un indecifrabile desiderio di altro ...

Aveva sentito parlare, dai contadini che facevano la fila per pagare le tasse, di un certo predicatore itinerante chiamato Gesù. Veniva da Nazareth e passava di villaggio in villaggio. Anche a Gerico, si diceva da giorni, stava per arrivare Gesù. I racconti sommessi dei borghigiani lo avevano interessato:"Sarà un pazzo o un profeta? Mi sembra che dica cose che si sentono poche volte".

Da giorni stava rimuginando, tra curiosità ed incertezza:"I miei colleghi esattori, miei dipendenti diranno che sono passato dalla parte degli ebrei, se vado a sentire uno così … e poi … la gente dei villaggi, che ben sa chi sono io, mi caccerà a pedate nel sedere … Ma io non voglio rinunciare … voglio sentire le parole di questo Gesù … fosse anche da un posto in cui nessuno mi veda … So ben io come fare … mi apposterò su un albero … lungo la strada … Gli altri dicano quel che vogliono".

Zaccheo ascoltò il suo cuore … C'era una curiosità, anzi qualcosa di più … un desiderio e fu così che … decise, si mosse e si appostò sul sicomoro.

Il resto ci è ben noto.

Gesù, il "genio" dell'attenzione

Nel suo viaggiare, Gesù è attento ad ogni movimento, ad ogni persona. Non gli era sfuggito quel movimento delle foglie e quel viso tra i rami e quel fruscio insolito …

In quell'impacciato affacciarsi Gesù aveva letto qualcosa di più di una semplice curiosità. Ed ecco la sorpresa. Chiese ai vicini che lo attorniavano quale fosse il nome di quell'uomo nascosto tra le foglie.

Non ebbero difficoltà a riconoscerlo:"E' Zaccheo", risposero con una certa perplessità.

Gesù ruppe ogni indugio. Il resto ci è ben noto dal racconto.

Ecco il messaggio: Gesù ha saputo, oltre tutte le barriere culturali del tempo, cogliere il cammino del cuore di questa persona, lo ha chiamato per nome, ha creduto che ogni persona può operare una svolta …

Gesù sapeva che Dio sa "infiltrarsi" in ogni cuore, che non esistono barriere invalicabili, esistenze perdute ed irricuperabili, che occorre scommettere su Dio, sul Suo amore coinvolgente, imprevedibile.

E così Zaccheo passò dalla curiosità alla fede, dalla fede alla condivisione. Gesù ha scommesso su Dio e insieme ha scommesso su Zaccheo.

Una comunità accogliente

Davanti all'accoglienza che Gesù gli riserva, Zaccheo risponde con una disponiblità gioiosa e con una decisione radicale. La sua vita s'impegna ad una svolta molto concreta. Questa pagina del Vangelo per me ha sempre "puzzato" un po' di leggenda edificante perché ricchi così ne ho conosciuti pochi, pochi davvero, direi nessuno.

Ma non si tratta affatto di una storiella.

Nel corso dei secoli la storia cristiana ha conosciuto tanti "Francesco d'Assisi"; tantissime donne e altrettanti uomini anonimi la cui vita si è realizzata in una conversione radicale. Certo, per i ricchi non c'è altra "salvezza", cioé altro modo di aderire al Vangelo:"Al ricco non è offerta altra via di salvezza se non quella di condividere quanto possiede con i poveri. È l'unico "investimento cristianamente proficuo" che può fare con i suoi beni". (José Antonio Pagola).

Gli "impuri" nostra salvezza

Leggendo questa pagina nel contesto della mia esperienza di ministero pastorale in varie esperienze comunitarie cristiane ho sempre tratto un avvertimento prezioso.

Quando una comunità cristiana, compie un cammino che la porta in una atmosfera rarefatta in cui, a volte, si finisce di discutere più del sesso degli angeli  delle madonne, del demonio….che non della vita reale delle persone, allora è tempo di interrogarsi sul senso della propia fedeltà al messaggio di Gesù.

È la "presenza degli impuri", delle persone che camminano con altra andatura, che vivono esperienze diverse … che può preservarci dalla soddisfatta "conventicola" di amici e amiche che confondono il criterio dell'amicizia con quello della fraternità-sororità. E ancora una volta sono gli "impuri" a salvarci dalle velate e ricorrenti perversioni spiritualiste e ci fanno mettere i piedi per terra per imparare che cos'è la condivisione. 

Non posso che ringraziare Dio che mi ha dato un certo fiuto per riconoscere la "puzza della conventicola" e mi ha sempre spinto a sporcarmi con gli impuri e le impure della storia e della chiesa.

Beato quel giorno in cui ci imbattiamo in qualche "impuro" e facciamo un incontro reale con chi abita le periferie della società  e gli spazi dell'eresia. Per me questo è stato uno dei più grandi doni di Dio.

E poi c'è una scommessa sempre aperta: non chiudere la porta a nessuno perché  "Dio può far nascere da queste pietre dei figli di Abramo".

E noi?

Zaccheo desiderava davvero incontrare Gesù. Prima forse era pura curiosità, ma divenne pieno coinvolgimento. Questo è il cammino della fede. Spesso avviene il contrario: un lento raffreddamento. Noi in che "direzione " marciamo? Possiamo davvero imparare da Zaccheo anche questo aspetto essenziale della fede: una ricerca che porti al coinvolgimento.  Noi in che fase siamo? Una fase in cui ripetiamo come abbiamo imparato dal catechismo dell'infanzia oppure la nostra vita cristiana è un tentativo  di coinvolgerci sempre di più nel cammino di Gesù, cioè sul sentiero delle beatitudini?

venerdì 21 ottobre 2022

COMMENTO ALLA LETTURA BIBLICA DI DOMENICA 23 OTTOBRE

SONO PER CASO IO?

Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri.
"Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e ci si umilia sarà esaltato".

( Dal Vangelo di Luca 18,9-14).

Il testo di questa parabola compare solo nel Vangelo di Luca ed era uno dei "pezzi forti" della predicazione cristiana con cui si tagliava con una buona dose di faciloneria il mondo in due, come un pezzo di parmigiano reggiano.
Infatti leggendo queste righe è facile cadere nella trappola di alcuni luoghi comuni. Visto che la parabola accentua volutamente l'opposta posizione dei due "personaggi", è facile simpatizzare con il pubblicano e sentire una viscerale detestazione per il fariseo.
Il "gioco" può risolversi in alcune semplificazioni davvero pericolose. Infatti la chiesa ufficiale, che ha sempre "sparato a zero" sui vari pubblicani, cioè "peccatori" (separato, divorziato, donne madri, omosessuale, preti sposati, conviventi vari …), qui si faceva bella: sulla carta tesseva l'elogio degli "irregolari" per continuare a bersagliarli nella vita quotidiana.


Attenzione alla realtà

Sul piano storico è un errore comune presso molti cristiani pensare che tutti i farisei siano stati quegli ipocriti e legalisti che spesso il Secondo Testamento polemicamente presenta.
Spesso i farisei erano persone piene di fede e di coraggio.
In realtà la parabola vuole mettere in luce la "parzialità" di Dio che si mette dalla parte di chi è più "lontano", più "impuro", meno accolto ed accettato nella logica corrente e dalle istituzioni ufficiali.
La predicazione cristiana il più delle volte, oggi come ieri, presenta un Dio che sta con i ben inseriti, con quelli che sono in linea con l'istituzione religiosa, che presentano buone credenziali.
Questo è il drammatico fallimento della predicazione cristiana, lo stravolgimento totale del messaggio di Gesù.
Dio non è un premio dei "buoni", ma il ricercatore dei perduti, l'innamorato dei deboli e degli emarginati.


Il personaggio del fariseo

Il fariseo, in questa pagina del Vangelo di Luca, impersona questi credenti che davanti a Dio esibiscono prestazioni e così la loro vita e la loro preghiera si risolvono in un teatrino dell'autocompiacimento, dell'autosalvezza e della loro religiosità.
Questo "personaggio" che "prega tra sè", è la caricatura della vera preghiera: al posto del Dio misericordioso ha collocato il suo "io" con i suoi "meriti"che sono indubbiamente reali e consistenti. 

Alla corretta conduzione della sua vita aggiunge un sovrappiù di opere caritatevoli.
La legge prescrive solo un unico giorno all'anno in cui il digiuno è d'obbligo, il giorno della riconciliazione: questo credente che Luca chiama fariseo in modo denigratorio, digiuna di sua spontanea volontà due volte la settimana.
Tutto è in regola, anzi più e meglio delle regole.
Questo lo colloca sicuro e pettoruto davanti a Dio e una spanna sopra tutti gli altri, quasi senza che egli ne abbia coscienza.
È un abitudinario delle buone opere, un volontario …
La virtù lo fascia, lo avvolge da ogni parte; anzi lo imprigiona.
Da che cosa Dio dovrebbe salvarlo?
Di che cosa dovrebbe pentirsi lui che è un esecutore perfetto di tutte le regole?

La parabola stravolta

Gesù non ha mai pronunciato questa parabola così come compare. L'evangelista , vivendo  in un tempo di forte tensione con i farisei, mette il fariseo dalla parte del "cattivo".

Gesù parla invece di due credenti che vanno a pregare e indica chiaramente chi fa una preghiera vera e chi falsa. 

Questo fariseo è un'invenzione dell'evangelista che mette il cattivo nei panni del fariseo. Noi cristiani (è dovere ricordarlo) abbiamo portato  nei secoli una pessima ed erratissima idea  dei farisei. come  fossero i più lontani da Gesù e fossero credenti falsi e "bigotti". 

Molti erano i più vicini a Gesù, come gli studi citati in questo blog, anni fa ricordai.

La preghiera che coinvolge la vita

La detestabile "statua del fariseo" ci dice  che il "supposto" fariseo-bigotto siamo proprio noi cristiani... Siamo un "esercito infinito" di bigotti, di ladri, di violenti. Siamo nella storia parolai e poi egoisti, tante madonne  e niente solidarietà.

Il dato è storico: Gesù non si rivolse ai settori devoti, ma agli indegni e indesiderabili. La ragione è semplice.
"Gesù capisce subito che il suo messaggio è superfluo per coloro che vivono sicuri e soddisfatti della loro religione.
I "giusti" difficilmente hanno la sensazione di avere bisogno di "salvezza". Per loro è sufficiente la tranquillità che scaturisce dal sentirsi degni davanti a Dio e davanti alla considerazione altrui"(José Antonio Pagola, Luca, pag.240).
Del resto, come non ricordare il detto esplicito di Gesù? "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati … Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori".

E io dove sto? e tu dove stai?

Mi domando a volte se nella mia vita quotidiana non sono per caso o non siamo noi per caso quei cristiani bigotti che alla preghiera non uniscono l'azione, che si rivolgono a Dio senza la richiesta della continua conversione? Condannare una fede falsa in altri è molto facile e per altro per nulla cristiano. Ben più difficile è scovare il cristiano bigotto, incoerente, indifferente che posso essere io. La parabola nel suo significato centrale mi rivolge questa domanda e mi ricorda  che sovente il bigotto posso essere io.

Nessuno è perduto
Ecco il punto più alto, l'appello più vibrante della parabola.
 è il richiamo a ciascuno/a di noi in modo pungente a cambiare atteggiamento interiore, a curare il nostro cuore narcisistico, perché siamo accolti dalla avvolgente ed incondizionata misericordia di Dio.
Nessuno esce dal terreno della "benedizione" di Dio.

venerdì 14 ottobre 2022

COMMENTO AL BRANO BIBLICO DI DOMENICA 16 OTTOBRE

 UNA "LITE" CHE CI RESPONSABILIZZA

Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: 2 «C'era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. 3 In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. 4 Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, 5 poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi». 6 E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. 7 E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? 8 Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». (Lc 18,1-8).


Il senso della protesta
Leggendo questa parabola possiamo correre il rischio di relegarla tra le ripetute esortazioni a pregare sempre, senza stancarci mai. Si tratterebbe di una interpretazione che dissolverebbe in gran parte il vigore di questa pagina del Vangelo di Luca. Così pure, se non rispettiamo il contesto storico e culturale del tempo, la parabola potrebbe prestare il fianco alla evocazione di un Dio interventista. Non possiamo dimenticare che Gesù stesso era immerso in una cultura apocalittica che talvolta ragionava in termini di imminenza del regno di Dio e del Suo intervento nella storia.

Qui occorre notare il contesto in cui la parabola si situa e la “fisionomia” dei personaggi. Questo giudice è lo specchio che riflette l’immagine del potere che Gesù aveva davanti a sé nella Palestina del suo tempo. Luca lo descrive con poche ed efficaci pennellate. La vedova rappresenta la condizione dei poveri, delle donne, degli emarginati…. di coloro che non contavano nulla.

Alla fine, per l’insistenza della donna, il giudice, per cavarsela di torno, le renderà giustizia….I versetti 7 e 8 proclamano la sollecitudine di Dio che “presto” ascolterà e farà giustizia ai Suoi figli oppressi ed emarginati… Qui viene ricordato il messaggio profetico: anche quando Dio non cambia le sorti, egli non è mai indifferente al grido dei poveri.

Il messaggio di Gesù

La proposta di Gesù, che Luca fa emergere, è esplicita: Dio è fedele e noi dobbiamo nutrire una incrollabile fiducia nei Suoi confronti.
Eppure, se posso aggiungere una interpretazione che è piuttosto desueta e quasi cancellata dai vari commentari, qui sotto sotto c’è anche una sofferta protesta di Gesù nei confronti di un Dio, il suo Dio e quello del suo popolo, che è sempre imperdonabilmente in ritardo, inspiegabilmente fuori orario “nel fare giustizia” ai poveri della terra.
Gesù, in piena consonanza con il grido accorato dei salmi e di tanti testi profetici, lamenta questo “ritardo” di Dio, rende esplicita questa “accusa”, questa chiamata in causa del Dio dei poveri.

Gesù è un credente che avverte questo scandalo che attraversa in lungo e in largo molte pagine bibliche. Per questo esprime una protesta che mette in causa Dio stesso. Qui è impossibile dimenticare il grido sconsolato dei Salmi, l'invettiva sconcertante e quasi blasfema di Geremia, il lamento inconsolabile di Giobbe, il "Dio mio Dio mio, perché mi hai abbandonato?" di Gesù sulla croce.

Nell'ebraismo si parla spesso di lite con Dio fino alla lotta corpo a corpo con Dio di Giacobbe. Spesso il silenzio di Dio, la Sua "distrazione" davanti al grido dei poveri vengono espressi senza mezzi termini in molti libri biblici.

La parabola non vuole fare della preghiera la magia che chiede a Dio di risolvere i problemi, ma esprime bene il grido dei poveri.

Ma ecco la proposta: nonostante questo innegabile “scandalo”, occorre restare in relazione fiduciale, in attesa attiva ed operosa della giustizia. Il nazareno, pur dentro le categorie concettuali del suo tempo, non si aspetta che Dio risolva miracolisticamente i problemi dei più deboli, non crede che la preghiera dispensi dall’impegno, ma conosce la difficoltà di mantenere la fiducia radicale in Dio in un contesto di profonda ingiustizia. Ecco il cuore della parabola: anche nel ritardo di Dio la nostra attesa deve fondarsi sulla fiducia nel Dio fedele.

 Troverà ancora fede sulla terra?

Quale può essere il senso di questo interrogativo inquietante che chiude il brano di Luca: “Quando il figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora fede sulla terra?”.
Qui, mentre ormai era tramontata l'attesa della fine imminente e si apriva un orizzonte di lunga durata, Luca ha davanti a sé la vita reale della sua  comunità. Egli ne registra il grido, il dubbio, lo scandalo. Proseguire un cammino così impegnativo tra tante difficoltà e ostilità, perseverare giorno dopo giorno in un contesto di fragilità, più di una volta aveva fatto emergere dentro la comunità l'interrogativo sulla stessa possibilità della  sopravvivenza dell'esperienza che stavano vivendo. Come mantenere la fiducia in Dio? Come non voltarsi indietro? Qui Luca, per quanto ci sia poco familiare vedere che anche Gesù rasenta la disperazione, Luca riporta con sofferto verismo un interrogatvo lacereante di Gesù e della sua comunità. Non era questo anche il vissuto che troviamo nel libri di Giobbe, di Geremia e di altri profeti.
Credo che in questa sconcertante perplessità spesso ci siamo trovati anche noi: si tratta di domande urticanti che non significano affatto perdere la fede, ma accettare tanti momenti drammatici della vita.

Una lezione preziosa
Questa vedova ci testimonia che due realtà sono inseparabili nel cammino di fede: cercare la giustizia e pregare. Anzi, per lei la preghiera è sostanziata di passione per la giustizia.  Mi sembra una lezione da raccogliere per la nostra vita personale e comunitaria e anche per le nostre chiese. Troppa ritualità, troppe celebrazioni si svolgono fuori dalla realtà di oppressione, di violenza e di “palude” in cui viviamo ogni giorno. Forse è il caso di ricordarci sempre che il silenzio, la meditazione e la preghiera cristiana non possono mai ridursi ad evasione o a concentrazione su noi stessi. Forse è il caso di ricordarci che la preghiera cristiana è anche un lottare con Dio come Giacobbe, come Giobbe, come Gesù.
Dio ci manda al mondo e il mondo, la nostra vita quotidiana, ci rimanda a Dio: l’una passione alimenta l’altra.
Potremmo dire, con un immagine provocatoria, che nella Bibbia e nella vita il “ritardo di Dio”, cioè la Sua presenza ed azione spessi imperscrutabili, sono un invito a noi perché ci affrettiamo, ci responsabilizziamo in questi giorni che ci sono dati. In poche parole Gesù sembra dirci : "vi aspettate tutto o troppo da Dio, datevi un po' di più da fare voi".


Ti prego

O Dio che mi accompagni con la Tua presenza e con la Tua assenza, ricordami ogni giorno che sono stato chiamato a lavorare nella vigna del mondo come piccolo manovale del Tuo regno. Tieni vivo e vigile il mio cuore: il lungo cammino dei giorni ha bisogno del Tuo alito di vita, di quel caldo soffio che, senza costringere, invita a decidersi per il viaggio.

Anche in questa stagione governata dai fascisti e da amanti della guerra come gli Stati Uniti, la Nato, il governo italiano, l'Europa, Zelensky e Putin... non dobbiamo perdere né la fiducia in Dio né la responsabilità che ci appartiene come cittadini e cittadine.

giovedì 6 ottobre 2022

COMMENTO AL BRANO EVANGELICO DI DOMENICA 9 OTTOBRE

 MIA CARA CHIESA

Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: "Gesù maestro, abbi pietà di noi!". Appena li vide, Gesù disse: "Andate a presentarvi ai sacerdoti". E mentre essi andavano, furono sanati. Uno di loro,tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò. Era un Samaritano. Ma Gesù Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono?". E gli disse: Non si è trovato chi tornasse a rendere gloria a Dio ,se non questo starniero? "Alzati e và; la tua fede ti ha salvato!" (Lc 17, 11-19).

Il contesto storico
Il brano si presta a tante osservazioni. Solo Luca, uno "specialista" nel ricordarci tutta la costellazione delle persone emarginate che Gesù incontra ed accoglie, registra questo quadro.
Sotto la dizione "lebbrosi" la Bibbia in realtà raccoglie molte patologie e diversi livelli di malattia e di sofferenze. Ma queste persone, in ogni caso, venivano progressivamente allontanate, guardate con sospetto, dichiarate "impure" e contagiose. Era la via dell'abbandono.

Gesù in qualche modo non solo non li evita, ma si occupa di loro.  Gesù è colui che pratica l'antidistanza, ascolta e fa ciò che può.

Che cosa di concreto egli abbia fatto con loro e per loro è difficile saperlo. I racconti di miracolo non sono cronache, ma ci esprimono la testimonianza dell'amore fattivo e concreto con cui Gesù incontra gli emarginati.

Già averli inviati ai sacerdoti, come la legge prevedeva, era uno stimolo, un invito a non darsi per spacciati, a sollecitare la responsabilità della istituzione allora riconosciuta. Solo avendo cura, solo imparando a prenderci cura, possiamo diventare "guaritori" e "guaritrici". Gesù vuole coinvolgere anche le istituzioni sacerdotali. Manda i lebbrosi al tempio perché i sacerdoti imparino a prendersene cura

Gesù, con la sua vita, voleva esprimere e vivere intensamente questa realtà della cura reciproca e soprattutto intendeva trasmettere un messaggio: il regno di Dio è incentrato in questo impegno di portare gli uni i pesi degli altri. Questo per Gesù, è il "succo" della volontà di Dio.

 Nessuna magia

In ogni caso Gesù non è il mago che fa tutto da solo. Chiede ai dieci lebbrosi di affidarsi, di mettersi in cammino, di sottoporsi al "controllo" degli addetti del tempio... Sollecita la loro parte di responsabilità con profondo intuito terapeutico.

Il Vangelo, con quella che il teologo Theissen chiama la retorica dell'esagerazione, ce li dipinge già "guariti" mentre camminavano. Forse semplicemente ripresero il "viaggio verso la guarigione", ritrovarono il coraggio di occuparsi di sè...

Certo, l'incontro con Gesù segnò una qualche svolta nella loro vita... Gesù ha riaperto tante strade chiuse, ha fatto intravedere sentieri percorribili anche nei più desolati deserti dei cuori. Ha seminato  fiducia in tutte le persone che incontrava. Questo è il senso del "compiere miracoli" nel linguaggio delle Scritture.

"Uno di loro"
Voglio soffermarmi su questo "uno", samaritano e straniero e lebbroso, che torna indietro per ringraziare Gesù mentre il suo cuore e le sue labbra esplodevano di gioia e di lode a Dio. Non solo non confonde Gesù con Dio, ma ha capito che questo Maestro di Israele, questo profeta agisce per la forza che gli proviene dalla sua fiducia in Dio.
Il Nazareno non ha mai voluto fare di sè il centro: era il "dito" sempre rivolto ad indicare Dio. Quest'uomo che torna indietro riconosce che nel suo cammino c'è stato però un momento decisivo: quando ha incontrato Gesù. Non ha voluto dimenticare che in quel momento è iniziata una nuova vita.
Giunto alla mia età, spesso "torno indietro" per ringraziare Dio che mi ha fatto incontrare Gesù, che ha messo sul mio cammino tante persone che mi hanno amato, corretto, sostenuto, perdonato, consolato, contestato e accompagnato....Gesù sa bene che l'essenziale sta nell'aiutare le persone a "connettersi" con Dio dentro le vicissitudini della vita.

L'incontro con qualche vero maestro

Quell'uomo, il lebbroso non potè mai più dimenticare l'incontro con Gesù: gli aveva riaperto le porte della vita. Questo episodio mi riconduce al fatto che, come questo lebbroso, i maestri veri bisogna cercarli e sovente non nella sinagoga- chiesa, come ci insegna questo lebbroso, ma in coloro che la sinagoga e la chiesa hanno allontanato, screditato. 
Voglio conservare nel mio cuore questa profonda lode a Dio: che sarebbe stato di me (e ognuno può applicarlo alla propria vita) se non avessi incontrato chi mi ha testimoniato con la sua vita e la sua parola la "bellezza sovversiva" della fede in Dio sulla strada di Gesù?
Questo "tornare indietro" mi aiuta a leggere la mia piccola storia dentro un intreccio di percorsi, di persone, di "umanità". In questo senso costruttivo siamo gli uni debitori agli altri, alle altre.

Certo, se mi fossi accontetato di seguire gli studi teologici ufficiali, se mi fossi solo confrontato con i teologi allineati o se mi fossi limitato a ripetere formule e liturgie collaudate da secoli, la mia vita sarebbe fluita tranquillamente dentro le sicurezze istituzionali.
Non posso che ringraziare Dio che ha acceso in me, fin dagli anni giovanili del mio ministero, la voglia di confrontarmi con i maestri scomodi. Quanto più sentivo che certi "nomi", certi Autori,  venivano sconfessati come maestri pericolosi e devianti dalla verità, tanto più li cercavo, li frequentavo: sentivo che loro erano strumenti della mia "connessione con Dio" con i piedi ben piantati per terra.
Ci volle poco tempo per scoprire che questi "eretici" stavano diventando i veri maestri della mia vita di fede.

Cara mia Chiesa,
hai percorso molti secoli...
Ti sei consolidata come istituzione, hai moltiplicato le regole e i dogmi...
Ti sei sporcata con la lebbra del denaro e del potere. L'attuale rigurgito di antisemitismo ha trovato in te tragiche radici con l'ideologia antica e mai definitivamente superata del deicidio come falsificazione della morte di Gesù.
Forse è tempo di ritornare là, ai piedi del Maestro per essere guarita e salvata.
Io non conosco altra strada per me: tornare continuamente a Gesù, al suo messaggio del "regno di Dio", per ripensare le mie ore di infedeltà, per riprendere slancio, per riorientare il cammino, per rallegrarmi di tutto ciò che è buono e giusto sotto il sole, per allargare la tenda del mio cuore e fare delle mie relazioni il luogo dell'accoglienza, del perdono, dell'aiuto reciproco. 

Ma tu, mia cara chiesa , sei stata sempre, al contrario di Gesù, creatrice di lebbrosi , di eretìci, di esclusi. Hai cacciato , hai allontanato le persone che erano eretiche, erano lebbrose secondo i tuoi canoni di potere patriarcale.

Per secoli hai negato alle donne il diritto di essere discepole e maestre, le hai sottomesse abusando della figura di Maria e sei diventata una struttura misogina che anche ora non vuole cambiare. E non parliamo degli omosessuali: quando non hai più potuto usare il rogo, hai trovato che funzionava bene la scomunica definendoli immorali e affamati di sesso.... E' inutie nasconderlo: nei secoli hai dedicato le tue energie alla caccia di chi non stave nei tuoi schemi, nei tuoi dogmi e ai tuoi ordini.

Hai fatto così anche con don Giulio Mignani, uno degli ultimi esclusi e licenziati perché ha messo il Vangelo prima delle tue regole. 

Mia cara chiesa, non basterà certo un sinodo , già mezzo morto a metà strada , a convertirti. Ci vorrà uno tsunami dello Spirito di Dio . Noi continuiamo a cercare di praticare i  sentieri del  Vangelo, continuiamo a volerti bene, ma non ci illudiamo: alla tua conversione non basteranno 2/3millenni....se tutto va bene...

giovedì 22 settembre 2022

COMMENTO AL BRANO EVANGELICO DI DOMENICA 25 SETTEMBRE

IL DENARO PORTA SEMPRE A DESTRA: ANCHE ALLE ELEZIONI

19 C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. 20 Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, 21 bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. 22 Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23 Stando nell'inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. 24 Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. 25 Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. 26 Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. 27 E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, 28 perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento. 29 Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. 30 E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. 31 Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi»

(Luca 16, 19 - 31).


Tutto il capitolo 16 potrebbe essere letto in questa chiave: "insegnamenti sulla ricchezza". Intanto, se abbiamo un po' presente lo svolgersi e la successione dei capitoli del Vangelo di Luca, non ci sarà difficile constatare che povertà e ricchezza sono temi che ritornano con un tale frequenza da diventare un ritornello. Dal cantico di Maria (1, 46-55) alla predicazione del Battista, alle "beatitudini ed invettive", in tutto il Vangelo, compresa la parabola del ricco stolto (12, 13-21), Luca ripropone sempre all'attenzione del lettore una doppia possibilità.
È possibile usare i beni secondo la logica del regno di Dio, che è la condivisione (16, 9), ma è impossibile conciliare la fede in Dio con la ricerca spasmodica della "ricchezza superflua". Una cosa è servirsi del denaro per vivere e far fronte alle necessità quotidiane, altro è "servire al denaro", cioè farne lo scopo, il centro, il "dio" della propria vita: o Dio o mammona.

Non sono qui prese di mira le ansie dei poveri e dei precari che cercano disperatamente il necessario, ma le avidità dei ricchi e dei garantiti.

Gesù apre davanti a noi una possibilità che oggi è quasi un "miracolo": possiamo non attaccare il cuore al superfluo e possiamo percorrere il sentiero della condivisione. Come sempre, il nazareno addita un percorso costruttivo e ci invita ad entrare in questa strada.
Il cammino di una comunità cristiana deve continuamente rilanciare questa possibilità e questa esigenza.

Il "sovvertimento"

I versetti dal 19 al 26 fanno parte di " racconti molto diffusi nel Vicino Oriente con relative "storie" di morti che si fanno messaggeri per i vivi: Fra i rabbini si conoscono almeno sette versioni di questo racconto" (Fred Craddock), ma essi non vogliono parlarci del mondo della risurrezione, ma farci riflettere sul "punto di vista di Dio".

Gesù radicalizza il messaggio profetico

Al banchetto del regno, cioè nel sentiero di Dio, non sta il ricco, ma il povero Lazzaro. Nella società del suo tempo Gesù osservava la estrema marginalizzazione dei poveri. Con la parabola viene indicato esattamente l'opposto: Dio pone i poveri al primo posto. Qui, con una manifesta ed impropria generalizzazione, Luca si rivolge ai farisei per indicare un ceto osservante e benestante.
Non è possibile, secondo l'evangelista, una teologia in cui Dio e "mammona" siano confortevolmente uniti l'uno all'altra.
Anzi la parabola va oltre: la ricchezza e il suo "culto" rendono i nostri cuori sordi e ciechi a tal punto che anche la testimonianza e l'apparizione di un morto infelice e "dannato" non servirebbero a nulla. L'immagine è volutamente fantastica e paradossale, ma punge sul vivo. Questa creazione letteraria veicola un messaggio che trovava una radice ed una eco nelle parole sferzanti dei profeti (Isaia 58, 6-7): l'osservanza religiosa senza la giustizia è una menzogna, una illusione.

Per Gesù bisogna ritornare al nucleo della fede, alla ricerca della volontà di Dio: "Hanno Mosè e i profeti: ascoltino quelli… Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscitasse" (31).

La parabola provocatrice

Gesù costituisce il richiamo continuo e radicale a cercare il "progetto" di Dio. Esattamente per questo leggiamo le Scritture nelle nostre comunità: per cercare, dietro le parole umane, la provocatoria parola del Dio vivente.
Questo "dibattito" tra povertà e ricchezza oggi attraversa tutte le chiese cristiane e le religioni del mondo, ma entra anche dentro ciascuno e ciascuna di noi.

Per liberarci dalla "signoria del denaro" dobbiamo lasciare che Dio e i Suoi "eletti", cioè gli ultimi, occupino stabilmente il centro della nostra vita. Non ci sono mai riuscito davvero, ma voglio rinnovare il mio desiderio di conversione quotidiana.

Sotto i nostri occhi .
Finisco queste brevi considerazioni con un invito a osservare il desolante panorama contemporaneo. Sotto molti aspetti i ricchi che banchettano e i milioni di Lazzaro che giacciono fuori della porta del palazzo sono ancora il desolante ed iniquo panorama del nostro oggi.
Non c'è la "mensa del regno di Dio" finché qualcuno banchetta e lascia ad altri le briciole. Senza illusioni, ma anche senza rassegnazione e disperazione, ciascuno e ciascuna di noi può fare qualcosa perché ci sia qualche posto di più alla mensa della fraternità e della sororità.

Attenti alla nostra vita

E' molto fuorviante ed altrettanto comodo liquidare la parabola del ricco epulone e congedarci da essa con una chiara detestazione del suo comportamento.

Ci sentiamo buoni perché il suo comportamento ci fa indignare e tutta la nostra detestazione ci dispensa dal trarre conseguenze riguardo alla nostra vita. 

La nostra parentela con epulone

Occorre sconfiggere la sottile tentazione di rimuovere da noi il messaggio della parabola. E se fossimo anche noi un po' parenti di questo ricco? Non siamo anche noi, più spesso di quanto riconosciamo, un po' alla rincorsa eccessiva delle comodità e degli agi? Non esiste anche nella nostra vita un certo stile che consiste nel farci un nido, con un tram tram talmente autocentrato per cui, esattamente come il ricco epulone, perdiamo di vista gli altri? 

Il peggio delle nostre comunità forse non sta nei "ricchi epuloni" che scarseggiano, ma nei molti borghesi che anno dopo anno fanno crescere o loro agi e condividono sempre di meno. Questa è la nostra possibile parentela con il ricco epulone.