UNA "LITE" CHE CI RESPONSABILIZZA
Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: 2 «C'era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. 3 In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. 4 Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, 5 poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi». 6 E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. 7 E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? 8 Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». (Lc 18,1-8).
Il
senso della protesta
Leggendo
questa parabola possiamo correre il rischio di relegarla tra le
ripetute esortazioni a pregare sempre, senza stancarci mai. Si
tratterebbe di una interpretazione che dissolverebbe in gran parte il
vigore di questa pagina del Vangelo di Luca. Così pure, se non
rispettiamo il contesto storico e culturale del tempo, la parabola
potrebbe prestare il fianco alla evocazione di un Dio interventista.
Non possiamo dimenticare che Gesù stesso era immerso in una cultura
apocalittica che talvolta ragionava in termini di imminenza del regno
di Dio e del Suo intervento nella storia.
Qui occorre notare il contesto in cui la parabola si situa e la “fisionomia” dei personaggi. Questo giudice è lo specchio che riflette l’immagine del potere che Gesù aveva davanti a sé nella Palestina del suo tempo. Luca lo descrive con poche ed efficaci pennellate. La vedova rappresenta la condizione dei poveri, delle donne, degli emarginati…. di coloro che non contavano nulla.
Alla fine, per l’insistenza della donna, il giudice, per cavarsela di torno, le renderà giustizia….I versetti 7 e 8 proclamano la sollecitudine di Dio che “presto” ascolterà e farà giustizia ai Suoi figli oppressi ed emarginati… Qui viene ricordato il messaggio profetico: anche quando Dio non cambia le sorti, egli non è mai indifferente al grido dei poveri.
Il messaggio di Gesù
La
proposta di Gesù, che Luca fa emergere, è esplicita: Dio è fedele
e noi dobbiamo nutrire una incrollabile fiducia nei Suoi
confronti.
Eppure, se posso aggiungere una interpretazione che è
piuttosto desueta e quasi cancellata dai vari commentari, qui sotto
sotto c’è anche una sofferta protesta di Gesù nei confronti di un
Dio, il suo Dio e quello del suo popolo, che è sempre
imperdonabilmente in ritardo, inspiegabilmente fuori orario “nel
fare giustizia” ai poveri della terra.
Gesù, in piena
consonanza con il grido accorato dei salmi e di tanti testi
profetici, lamenta questo “ritardo” di Dio, rende esplicita
questa “accusa”, questa chiamata in causa del Dio dei poveri.
Gesù è un credente che avverte questo scandalo che attraversa in lungo e in largo molte pagine bibliche. Per questo esprime una protesta che mette in causa Dio stesso. Qui è impossibile dimenticare il grido sconsolato dei Salmi, l'invettiva sconcertante e quasi blasfema di Geremia, il lamento inconsolabile di Giobbe, il "Dio mio Dio mio, perché mi hai abbandonato?" di Gesù sulla croce.
Nell'ebraismo si parla spesso di lite con Dio fino alla lotta corpo a corpo con Dio di Giacobbe. Spesso il silenzio di Dio, la Sua "distrazione" davanti al grido dei poveri vengono espressi senza mezzi termini in molti libri biblici.
La parabola non vuole fare della preghiera la magia che chiede a Dio di risolvere i problemi, ma esprime bene il grido dei poveri.
Ma ecco la proposta: nonostante questo innegabile “scandalo”, occorre restare in relazione fiduciale, in attesa attiva ed operosa della giustizia. Il nazareno, pur dentro le categorie concettuali del suo tempo, non si aspetta che Dio risolva miracolisticamente i problemi dei più deboli, non crede che la preghiera dispensi dall’impegno, ma conosce la difficoltà di mantenere la fiducia radicale in Dio in un contesto di profonda ingiustizia. Ecco il cuore della parabola: anche nel ritardo di Dio la nostra attesa deve fondarsi sulla fiducia nel Dio fedele.
Troverà ancora fede sulla terra?
Quale
può essere il senso di questo interrogativo inquietante che chiude
il brano di Luca: “Quando il figlio dell’uomo tornerà, troverà
ancora fede sulla terra?”.
Qui, mentre ormai era tramontata
l'attesa della fine imminente e si apriva un orizzonte di lunga
durata, Luca ha davanti a sé la vita reale della sua comunità.
Egli ne registra il grido, il dubbio, lo scandalo. Proseguire un
cammino così impegnativo tra tante difficoltà e ostilità,
perseverare giorno dopo giorno in un contesto di fragilità, più di
una volta aveva fatto emergere dentro la comunità l'interrogativo
sulla stessa possibilità della sopravvivenza dell'esperienza
che stavano vivendo. Come mantenere la fiducia in Dio? Come non
voltarsi indietro? Qui Luca, per quanto ci sia poco familiare vedere che anche Gesù rasenta la disperazione, Luca riporta con sofferto verismo un interrogatvo lacereante di Gesù e della sua comunità. Non era questo anche il vissuto che troviamo nel libri di Giobbe, di Geremia e di altri profeti.
Credo che
in questa sconcertante perplessità spesso ci siamo trovati
anche noi: si tratta di domande urticanti che non significano affatto perdere la fede, ma accettare tanti momenti drammatici della vita.
Una
lezione preziosa
Questa
vedova ci testimonia che due realtà sono inseparabili nel cammino di
fede: cercare la giustizia e pregare. Anzi, per lei la preghiera è
sostanziata di passione per la giustizia. Mi sembra una lezione da
raccogliere per la nostra vita personale e comunitaria e anche per le
nostre chiese. Troppa ritualità, troppe celebrazioni si svolgono
fuori dalla realtà di oppressione, di violenza e di “palude” in
cui viviamo ogni giorno. Forse è il caso di ricordarci sempre che il
silenzio, la meditazione e la preghiera cristiana non possono mai
ridursi ad evasione o a concentrazione su noi stessi. Forse è il
caso di ricordarci che la preghiera cristiana è anche un lottare con
Dio come Giacobbe, come Giobbe, come Gesù.
Dio ci manda al mondo
e il mondo, la nostra vita quotidiana, ci rimanda a Dio: l’una
passione alimenta l’altra.
Potremmo dire, con un immagine
provocatoria, che nella Bibbia e nella vita il “ritardo di Dio”,
cioè la Sua presenza ed azione spessi imperscrutabili, sono un
invito a noi perché ci affrettiamo, ci responsabilizziamo in questi
giorni che ci sono dati. In poche parole Gesù sembra dirci : "vi aspettate tutto o troppo da Dio, datevi un po' di più da fare voi".
Ti
prego
O
Dio che mi accompagni con la Tua presenza e con la Tua assenza,
ricordami ogni giorno che sono stato chiamato a lavorare nella vigna
del mondo come piccolo manovale del Tuo regno. Tieni vivo e vigile il
mio cuore: il lungo cammino dei giorni ha bisogno del Tuo alito di
vita, di quel caldo soffio che, senza costringere, invita a decidersi
per il viaggio.
Anche in questa stagione governata dai fascisti e da amanti della guerra come gli Stati Uniti, la Nato, il governo italiano, l'Europa, Zelensky e Putin... non dobbiamo perdere né la fiducia in Dio né la responsabilità che ci appartiene come cittadini e cittadine.