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mercoledì 10 aprile 2024

COMMENTO AL BRANO BIBLICO PER DOMENICA 14 APRILE 2024

 TUTTO IL BRANO E' SCRITTO IN UN LINGUAGGIO SIMBOLICO.

Chi lo legge come una cronaca perde completamente il messaggio evangelico

Luca 24,35-48

35 Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
36 Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 37 Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. 38 Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39 Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». 40 Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41 Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». 42 Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43 egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
44 Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». 45 Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: 46 «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno 47 e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48 Di questo voi siete testimoni". siete testimoni.

Sappiamo dagli studi biblici che non si tratta di una cronaca, ma di un racconto teologico che ha un fine preciso. Dopo i giorni dell'angoscia e dello sconcerto per la morte violenta del maestro, documenta il rifiorire della fiducia in Dio.
I discepoli e le discepole  compiono il passaggio dalla disperazione  alla presa d'atto che Dio ha accolto con se il loro maestro.Solo la fede ha permesso ai discepoli/e di riprendere il cammino di Gesù

Non uno spiritello evanescente

Il redattore del Vangelo di Luca costruisce una pagina che ha il sapore e i connotati di un incontro fisico tra i discepoli e Gesù. Non dobbiamo lasciarci trarre in inganno. L'evangelista non vuole affatto scattare la fotografia di un incontro fisico, di un pasto consumato  insieme.

Purtroppo molti preti domenica prossima durante la predicazione interpreteranno questa pagina come una cronaca. Essi, a digiuno di rigorose ricerche bibliche, si fideranno delle interpretazioni ufficiali. 

Il significato  di queste leggende, come spesso succede nella Bibbia, è molto concreto e ben evidente: quello che Dio ha preso con sé e che dovrete seguire non è un Gesù etereo, celestiale, evanescente. 

La  sequela di Gesù parte sempre da atti concreti e non può ridursi ad una dimensione di interiorità avulsa dalla concretezza storica.
Nessun amore generico
"A Gesù non interessa un amore generico, teorico o poetico. Amore non significa per lui principalmente parole, sensazioni sentimenti. Amore significa per lui principalmente azione energica e coraggiosa.
Non un amore dell'uomo in generale, un amore per chi è lontano, ma un amore tutto concreto per chi è vicino e per chi è più povero.
E' più facile impegnarsi per la pace nell'estremo Oriente che non per quella nella propria famiglia o nel proprio campo di influenza. L'europeo umanitario riesce più facilmente a solidarizzare con i poveri dell'America Latina o dell'Africa che con gli immigranti che arrivano nel proprio paese.
Quanto più lontano è il prossimo, tanto più agevole risulta una professione verbale d'amore" (Hans Kung, Tornare a Gesù, pag 164).
Non c'è nulla da aggiungere. Questa è la strada di Gesù: concreta, quotidiana, umile a partire da dove noi viviamo.

Franco Barbero

Nota: Per chi vuole è possibile già qualche giorno prima meditare il passo evangelico ...F.B.

martedì 26 marzo 2024

COMMENTO AL BRANO DI PASQUA : RESURREZIONE DI GESU'

PASQUA: LA RESURREZIONE DI GESÙ

 Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». Uscì allora Simon Pietro insieme all'altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti (Giovanni 20, 1-9). 

 Ho molto insistito negli anni e nelle settimane passate sul fatto che il messaggio della risurrezione è un invito a operare nella direzione della liberazione dalla violenza, dall’egoismo, dall’ingiustizia, dall’emarginazione. 
 Questa è la risurrezione di cui siamo incaricati; questa è la parte che tocca a noi oggi nel nostro vivere e operare quotidiano. 
 Ma non possiamo, celebrando questa Pasqua, dimenticare uno dei fondamenti della fede cristiana: Dio ha cambiato la morte di Gesù in vita. Gesù è vivo. 
 Non siamo noi che risuscitiamo Gesù e lo teniamo in vita con i nostri racconti, i nostri canti, il nostro ricordo, le nostre liturgie, ma è Dio che non ha abbandonato Gesù e gli ha dato una vita nuova. 
Gesù vive non perché noi crediamo, ma piuttosto noi crediamo perché Dio ha reso vivo quel Gesù sconfitto. 
Ciò che è avvenuto in lui e di lui, è ciò che anche noi, oltre il confine della morte, attendiamo dalle mani di Dio. Egli è il “primogenito” anche dei risorti, per dirla con il linguaggio biblico. 
 Noi ricordiamo l’evento che Dio ha operato nella vita di questo profeta sconfitto e crocifisso. La nostra lode sale a Dio che è il vero autore della risurrezione. 
La nostra vita, come quella di Gesù, non è consegnata al vuoto, al nulla, ma è raccolta dalle mani di Dio. 
 Solo la fede, solo gli occhi della fede (e non quelli della carne) condussero i discepoli a fidarsi delle parole che il nazareno aveva loro detto. 
La risurrezione non ha dimostrazioni. I linguaggi biblici delle apparizioni e della tomba vuota sono codici linguistici del tempo, non prove. La realtà della risurrezione non ha prove empiriche. 
Come la stessa realtà di Dio, non è dimostrabile. Questo è il nostro cammino: un progressivo affidarci al Dio fedele di cui Gesù si è fidato e di cui ci ha dato testimonianza. Questo è l’orizzonte da non archiviare mentre, come figli  e figlie della risurrezione, siamo chiamati/e a vivere da risorti, a porre le opere della speranza e della liberazione umana con tutte le nostre forze. 
Il  nostro domani è nelle mani di Dio, amore senza fine.

Nota Bene: ho scritto queste righe qualche giorno prima della Pasqua perché chi legge, abbia anche il tempo di rileggere e di riflettere e affidarsi a Dio con la preghiera con grande fiducia. Nonostante il quadro più che sconcertante di questo tempo, noi continuiamo ad aver fiducia nel Dio che ha dato la vita a Gesù dopo la sua crocefissione e morte. Sarà così anche per noi. Franco Barbero 26 marzo 2024
 

giovedì 7 marzo 2024

COMMENTO DEL BRANO EVANGELICO DI DOMENICA 10 MARZO 2024

 NICODEMO, I PASSI DIFFICILI VERSO LA FEDE

GIOVANNI 3, 1-21)

1 C'era tra i farisei un uomo chiamato Nicodèmo, un capo dei Giudei. 2 Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui». 3 Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio». 4 Gli disse Nicodèmo: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». 5 Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6 Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. 7 Non ti meravigliare se t'ho detto: dovete rinascere dall'alto. 8 Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito». 9 Replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». 10 Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose? 11 In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. 12 Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? 13 Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo. 14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, 15 perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».

16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. 17 Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. 19 E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. 20 Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. 21 Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.

In realtà questa pagina che dovrebbe almeno essere citata per intero, nella liturgia di oggi viene contratta e ridotta ai versetti dal 14 al 21. E' il consueto bistrattamento liturgico dei testi biblici.

I primi 13 versetti ci presentano l'incontro e il dialogo di Gesù con Nicodemo. 

La seconda parte è una costruzione teologica dell'evangelista di stampo apologetico e cristocentrico. Va da sè che sarebbe umoristico leggere i versetti 14-21 come parole di Gesù. 

 Il redattore del vangelo di Giovanni fa seguire ad una memoria, ad un episodio, le sue considerazioni e questi "discorsi" hanno la funzione di accreditare la testimonianza di Gesù, ma sono un "prodotto" che ci allontana dal Gesù storico. Ho commentato questi versetti negli anni passati.

Ora voglio soffermarmi sui primi 13 versetti senza dimenticare che il vangelo di Giovanni ci ricorda Nicodemo in altri due momenti assai significativi che riprenderò dentro questo breve racconto.

 Caro Nicodemo,

 cerco di individuare, da questi pochi accenni evangelici, il tuo percorso che molto mi interessa e mi coinvolge.

Chissà che cosa vi siete detti tu e Gesù quella notte...Già....tu venisti di notte forse perché, data la tua posizione di "capo", correvi un grande rischio. Potevi essere interpretato come uno dei suoi seguaci. In qualche modo avevi sentito parlare del nazareno e la sua testimonianza e le sue parole ti avevano toccato il cuore, se avevi deciso di cercarlo e di andarlo ad incontrare quella notte. Credo che si sia trattato di una decisione non facile.

Anch'io, caro Nicodemo, so che cosa sono le paure e quanto sia difficile avventurarsi su strade nuove. E poi....incontrare un profeta mite, ma senza peli sulla lingua come Gesù, non deve essere stato così privo di scompiglio interiore. Il nazareno deve averti letto nel cuore tutto il tuo desiderio di novità, tutta la tua sincera ricerca di ebreo fedele e, nello stesso tempo, la consapevolezza di quanto potessi rischiare, di quante incertezze ti trattenessero, vista la tua età e il tuo "posto", il tuo "ruolo"...

Ma lui, questo profeta dall'illimitata fiducia in Dio, guardava avanti e seminava a larghe mani nel cuore dei suoi interlocutori.

Nascere di nuovo? Nascere dall'alto? Insomma, abbandonarsi all'azione imprevedibile del vento di Dio... Gesù non ti stava domandando, da ebreo credente quale era, di "cambiare religione". Ti sollecitava a ripensare la tua fede di ebreo come un continuo rinascere, un ripartire ogni giorno senza la presunzione di essere degli eletti...

Credo che quella notte il sonno per te non sopraggiunse. 

Fu insonnia di pensieri, di interrogativi: una di quelle esperienze che lasciano il segno, che si "metabolizzano" molto lentamente.... 

Tu, caro Nicodemo, mescolasti nel tuo cuore le parole di Gesù con le tue esitazioni, ma il seme gettato non morì. Gesù aveva visto giusto, come si suol dire. 

Aveva riposto fiducia in te, anche se in quella notte non avevi potuto o saputo o voluto abbracciare come Pietro, Andrea, Maria di Magdala e altri il messaggio di Gesù venendo allo scoperto. E tu conservasti nel tuo cuore, anzi apristi il tuo cuore al coraggio quando (7, 50ss) prendesti apertamente le difese del nazareno tanto da meritarti l'accusa di essere uno che viene dalla "Galilea" (7,52). 

Forse in modo carsico, lento, sotterraneo le parole che il profeta di Nazareth ti aveva indirizzato erano penetrate in te. Anzi, dapprima esse ti sconvolsero fino a suscitare una tempesta interiore; poi scesero in te come una nutriente pioggia di primavera. 

Da quella notte il nazareno non fu mai più per te un estraneo e cercasti di fare tue le sue proposte di vita. Erano la vera fede dei tuoi padri, non passi contro la Torah.

Gesù era diventato anche per te un autentico maestro della più genuina fede del tuo popolo. Questo profeta di Israele forse anche e proprio per questo sollevava l'opposizione dei sacerdoti e dei detentori del sapere.

Certo, caro Nicodemo, hai anche tu avuto le tue pusillanimità, le tue vistose contraddizioni, i tuoi attaccamenti al ruolo sociale, ma progressivamente ti sei esposto e credo che, dopo questa ultima scelta, avrai perso tutta la tua credibilità da parte dei capi. E poi forse tu hai segnato un cammino, hai aperto una prospettiva anche per un altro discepolo nascosto, Giuseppe d'Arimatea e parecchi altri (12,42). 

Sei rimasto nella sinagoga e lì hai vissuto portando nel cuore l'insegnamento di Gesù.

I tempi, i luoghi, i modi con cui ci raggiunge il soffio vivificatore di Dio sono molti. La vita e la fede sono realtà intrecciate in un unico "mistero".

Sta di fatto che non hai più mollato la presa e quanto Gesù fu condannato e crocifisso, tu ti prendesti cura del suo cadavere: "Giuseppe d'Arimatea era stato discepolo di Gesù, ma di nascosto, per paura delle autorità. Egli chiese a Pilato il permesso di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora Giuseppe andò a prendere il corpo di Gesù. Arrivò anche Nicodemo, quello che prima era andato a trovare Gesù di notte; portava con sè un'anfora pesantissima piena di profumo... Presero dunque il corpo di Gesù e lo avvolsero nelle bende con i profumi, come fanno gli ebrei quando seppelliscono i morti" (Giov. 19,38-40).

Caro Nicodemo, sei stato uno strano discepolo di Gesù. Ma tu mi insegni che la vita di fede è un lungo viaggio che passa per tante tappe, tanti passaggi imprevedibili. E in questo viaggio portiamo tutto il peso della nostra umanità, desiderosa di verità e di luce, ma anche attraversata dalle ombre della notte e dalla paura del cambiamento. Ma tu, pur con i tuoi tentennamenti, hai continuato a uscire da quella notte... verso un giorno, verso una scelta più chiara e consapevole. 

Caro Nicodemo, tu avevi un'alta "sedia" nella gerarchia del sinedrio. A staccarsi dai nostri comodi giacigli , sovente cinti di porpora,  è difficile. Tu hai percorso qujesta strada con le tue contraddizioni  e  ti sei esposto al rischio della chiarezza a piccoli passi.

 O Dio,

grazie per la testimonianza di quest'uomo dell'apparato che lentamente ha deposto la maschera delle sue sicurezze.

 Tu sei la fiducia di chi cerca di uscire dalla notte dell'indecisione, della comodità, della paura. Con Te si può uscire anche dalle notti più buie, dalle paure più paralizzanti, dalle comodità più seducenti.

Sapranno le nostre comunità, vecchie e stracolme di dogmi e di verità scadute, chiuse nelle loro certezze e nelle loro paure, nascere di nuovo, nascere dall'alto, cioè da Te, dal Tuo soffio di vita e di coraggio?

don Franco Barbero


sabato 2 marzo 2024

COMMENTO ALLA LETTURA EVANGELICA DI DOMENICA 3 MARZO 2024

TUTTI GLI OPERAI NELLA VIGNA

13 Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 14 Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. 15 Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, 16 e ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato». 17 I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. 18 Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». 19 Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». 20 Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». 21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22 Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.23 Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. 24 Gesù però non si confidava con loro, perché conosceva tutti 25 e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c'è in ogni uomo. (Giov. 2, 13-25)

Questo brano, per i contesti diversi in cui è collocato nei quattro vangeli, ha suscitato numerose ricerche e non poche interpretazioni da parte di diversi studiosi della Bibbia.

Come i profeti Geremia, Isaia, Michea, Amos, si sono scagliati contro tutto l'apparato religioso e ritualistico con una violenza verbale inaudita: vere e proprie invettive. 

E' certo che Gesù  usò un linguaggio violento contro coloro che credevano di essere dei credenti perchè andavano spesso al tempio.

E' rispondente a verità il fatto che Gesù ciome i profeti andava su tutte le furie  e diceva chiaramente la falsità di chi frequenta il tempio ma non vive la fede.

Il tempio diventa per Gesù una realtà scandalosa. In questo, il Gesù storico, è in perfetta consonanza con i profeti del cui messaggio si era nutrito fin dalla prima giovinezza. 

Al punto in cui siamo

Sono sempre più convinto che questo tipo di religione è il primo nemico di Dio, la prima causa dell'ateismo. Fatta salva l'intenzione delle persone, resta il fatto che questa religione crea idolatria, repressione delle coscienze, illibertà, ignoranza, superstizione. Adesso capisco meglio l'indignazione dei profeti e di Gesù. La sento crescere dentro di me perché debbo constatare ogni giorno che questa boscaglia di superstizioni idolatriche nasconde sempre di più la realtà straordinariamente liberante della nostra bella fede nel Dio di Gesù. Va a finire che il sangue di san Gennaro e la Sindone di Torino sono messe sullo stesso piano o addirittura diventano più importanti della figura e della persona di Gesù.

Alcuni possibili esiti

Per chi ha la fortuna di fare un percorso di fede comunitaria, libera, documentata, biblicamente nutrita, il magistero ufficiale non è più neanche un problema. E' una delle tante costruzioni storiche che il potere si dà ma esso non ha alcuna rilevanza per la vita di un credente.

I gerarchi diventano delle persone, di cui si rispettano i percorsi e le idee, ma di cui non si riconosce alcun potere sulle nostre coscienze e sulle nostre comunità. A questo punto diventa sempre più rilevante una fede nutrita di vangelo, confrontata con i tanti cristiani che cercano di seguire le tracce del nazareno.

 L'importante è costruire non dei templi, ma dei luoghi di confronto comunitario davvero "nutriente".

Un esito devastante

Molte donne e molti uomini, nel loro comprensibile bisogno di certezze e di un clima sacral-protettivo, si abbandonano come cullati da questi spettacoli religiosi che sembrano loro tranquillizzanti e si lasciano ricondurre a quel paesaggio fatto di madonne, di certezze, di routine, di rosari, di visite ai santuari... La responsabilità non ricade tanto su queste persone quanto sull'istituzione ecclesiastica e i loro gestori. Si tratta infatti di uno stravolgimento del ministero pastorale che deve alla comunità il servizio di formazione e di informazione. Questi pastori amano la tranquillità della ripetizione anzichè l'impegno della ricerca e della innovazione.

Ma moltissimi/e altri/e cresciuti e positivamente maturati nella cultura critico-costruttiva o semplicemente delusi dal mercato del tempio, lasciano ogni contatto con l'esperienza comunitaria cristiana. Spesso è difficile trovare altri spazi in cui esperimentare un "cristianesimo altro", rispettoso dell'intelligenza e della dignità delle persone. E' un esito oggi molto diffuso.

Che fare?

Intanto questo fatto può avere anche un risvolto positivo. Senza per nulla sentenziare sulle persone irretite in questa "prigione cattolico romana vaticana", diventa possibile acquisire la consapevolezza che si può lasciare tutto questo oceano sacrale senza perdere la fede, anzi per rendserla più matura

Però, attenti: non camminiamo da soli, isolandoci. Cerchiamo luoghi, spazi, esperienze, momenti ecumenici, confronti biblici, celebrazioni comunitarie in cui nutrire la nostra fede. Oggi tramite la rete abbiamo mille opportunità di conoscere, di muoverci, di confrontarci, di leggere libri di qualità. Stiamo attenti alla nostra pigrizia perché è troppo semplice mettere tutto sul conto dell'istituzione ecclesiastica. C'è una responsabilità tutta mia, tutta nostra.

Il profondo travaglio di questo tempo può essere molto fecondo, se sappiamo andare all'essenziale: pregare Dio e fare la giustizia. Una "frasetta" che comporta mille piccole cose quotidiane.

Proprio per questo possiamo guardare con fiducia al cammino dei credenti nelle vie del mondo. Possiamo percorrerlo fidandoci di Dio. Attenti però: non serve passare una vita a polemizzare contro il tempio. Non serve lasciarci prendere dalla rabbia e lasciarci vincere dalla delusione. Non serve chiuderci in un angolino di amici intimi....Viviamo la nostra vita di fede ovunque essa è possibile con gioia, con spirito costruttivo, con tante proteine bibliche , in una parrocchia, aperta, in una comunità di base, in una comunità ecumenica e liberatrice.

TI PREGO

Insegnami, o Dio,

a concentrarmi sull’essenziale.

Anch’io piccola creatura,

posso gettare semi di giustizia

nella terra del quotidiano.


Dentro e oltre le oscurità

che sembrano bloccare ogni sogno,


insegnami a vedere


i raggi di sole


che si fanno strada


verso di noi.

Franco Barbero, 2 marzo 2024


giovedì 22 febbraio 2024

COMMENTO ALLA LETTURA EVANGELICA DI DOMENICA 25 FEBBRAIO 2023

  TRASFIGURAZIONE COME UN VEDERE OLTRE L'APPARENZA

Dopo sei giorni, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. 

Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. 

E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù. Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: "Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!". Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento. Poi si formò una nube che li avvolse nell'ombra e uscì una voce dalla nube: "Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltalelo!". 

E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi che cosa volesse dire risuscitare dai morti (Marco 9, 2-10).

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Chi è assiduo alla lettura biblica dei due Testamenti spesso si trova a fare i conti con squarci di cielo, voci dall'alto, montagne delle "apparizioni", sorgenti che sgorgano dalla roccia, angeli che svolazzano, spiriti immondi che parlano, il deserto che fiorisce, la steppa che diventa un giardino, il mare che fugge o si apre, il fiume Giordano che torna indietro, monti che saltano come capre, colline che corrono come agnelli …. Questo straordinario arsenale di immagini ci sollecita a guardare oltre, ci spinge a domandarci quale significato abbiano questi linguaggi. L'invito è chiaro: bisogna andare in profondità e non fermarsi al "quadro".

La nostra cultura televisiva troppo spesso può farci dei brutti scherzi. Infatti possiamo cadere nel rischio di diventare talmente guardoni e privi di immaginazione creativa da perdere ciò che sta oltre la scena, cioè la visione interiore e profonda.
Quando ci fermiamo come sedotti dall'immagine, si profila il pericolo di perdere di penetrazione.

Davanti a questa pagina così suggestiva, piena di movimento, di luci, di voci, siamo ormai consapevoli che si tratta di un "episodio" costruito dagli evangelisti, un ritratto teologico che contiene preziosi messaggi.

Proviamo a ricostruire il contesto

 Lo stesso capitolo 8 di Marco ci mette sulle tracce, Pietro ha riconosciuto in Gesù l'inviato di Dio, ma fa resistenza al maestro che parla del futuro difficile che lo attende. Se il versetto 38 parla esplicitamente di qualcuno che si vergogna di Gesù è facile supporre che tale atteggiamento cominciasse a prendere piede nel gruppo dei discepoli, delusi dalla prospettiva poco gloriosa che si andava profilando.

Ormai il gruppo delle discepole e dei discepoli teme che ci si possa avviare verso un orizzonte fosco. Gesù si dirige decisamente verso Gerusalemme. Il gruppo, anche constatando che il maestro incontra crescente opposizione, teme che Gesù vada a cacciarsi nei guai. Del resto il nazareno non è così ingenuo da non percepire il pericolo, né è così disattento da non accorgersi dell'ansia e della paura che si fanno strada anche nel cuore dei suoi più intimi seguaci. Ovviamente Gesù non è ancora lucidamente consapevole di quanto lo attende.
Che fare? Gesù, com'era solito fare nei momenti in cui avvertiva il bisogno di attingere luce e forza da Dio, si apparta. Ma prende con sé alcuni dei discepoli che aveva visto più perplessi e tormentati da questa inquietudine. Voleva pregare, ma desiderava anche ascoltare questi seguaci della prima ora, tanto disponibili quanto fragili.
Là in disparte Gesù rimette la sua vita nelle mani di Dio, sua sorgente di luce e di coraggio. Alla preghiera aggiunge il dialogo intimo con Pietro, Giacomo e Giovanni. Ascolta le loro parole, percepisce il dolore di chi vede infrangersi un sogno (vivere a lungo con un tale maestro!), li aiuta a cambiare prospettiva, ad entrare in un'ottica diversa, ad andare il profondità, a fidarsi di Dio.
Quel dialogo, quel silenzio nutrito di preghiera nutre e ristora il cuore di Gesù e dei discepoli.

Essi riuscirono a capire che quel Gesù, che ormai si preannunciava come un perdente, uno sconfitto, in realtà era il testimone di Dio e del Suo regno. Videro Gesù in una luce diversa, oltre le apparenze di un profeta fallito: "Gesù si trasfigurò davanti a loro", cioè erano riusciti ad andare oltre la figura (trans-figura), oltre l'apparenza.

Nei loro cuori spunta una consapevolezza nuova che il Vangelo di Marco esprime con una immagine straordinariamente radiosa ed efficace: "Le sue vesti divennero fulgide, bianchissime tanto che nessun lavandaio sulla terra può renderle così bianche". Quest'uomo che non ha successo, attorno al quale sta crescendo l'opposizione, attorno al quale si organizza la congiura, in realtà non è un esaltato, un venditore di fumo, un fallito o un illuso. La sua esistenza è il cartello indicatore della vera vita. Il simbolo delle vesti bianchissime che il Vangelo riporta esprime bene la fede dei discepoli: Dio farà splendere la vita e il messaggio del nostro maestro.

Nel dialogo con Gesù Pietro, Giacomo e Giovanni capiscono che già Mosè ed Elia avevano percorso questo sentiero dell'insuccesso umano, ma la loro vita era stata feconda. Del resto già le pagine poetiche e teologiche del "servo di Javhé", che si trovano nel libro di Isaia, avevano esplicitato che la fecondità non è sinonimo di vittoria e di successo …. Nel cuore dei discepoli è avviata una rivoluzione … tutta da completare e da vivere nel quotidiano. Hanno capito che, esattamente come Mosè ed Elia, ritratti mentre dialogano con Gesù, anche il nazareno è il profeta di Dio per il suo popolo, il profeta affidabile da ascoltare. La comparsa di Elia e di Mosè, in questo immaginario tipico delle Scritture, è il segno che Dio ha investito Gesù della stessa missione profetica. 

Scendendo dal monte 

Ora … bisognava "scendere dal monte", cioè tradurre nella "pianura del quotidiano" questo messaggio con il quale Dio aveva toccato i loro cuori e accompagnare Gesù lungo il suo cammino di testimone e annunciatore del regno, qualunque fossero il "clima", l'accoglienza o il rifiuto.
La parola trasfigurazione, questo andare oltre, ci invita a fare i conti con la "trasformazione" che disegna un percorso lento, fatto di piccoli passi. La sequela di Gesù non è lo strappo di un momento, ma un "laboratorio" di pazienza, di nuove decisioni, di perseveranza quotidiana.

Se ripercorriamo la storia che seguì, sappiamo che i discepoli, pur nelle fragilità e nelle contraddizioni tipiche della nostra umanità, hanno seguito Gesù superando lo sconforto e lo scandalo della sua fine ingloriosa. Dopo la morte del maestro, lo predicano vivo presso Dio, cercano di proseguire nell'annuncio del suo messaggio e di seguire le sue "orme".

Per noi

La pagina della "trasfigurazione" è per me, come cristiano, molto pregnante e ricca di significato.

La fede sembra oggi una carta perdente. Se prendi la strada della ufficialità gerarchica, allora vivi una religione potente, influente, che conta nella società…. Ma se ti affidi alla fede nuda della testimonianza biblica, allora questa fede così indimostrabile, così inevidente, così poco appariscente nello scenario della visibilità storica, è come il granello di senape vicino ai grattacieli di Shangai.
Credere che Dio opera in questo piccolo seme è la nostra trasfigurazione. Non una fede da miracoli, ma la fiducia di chi getta il seme e affida tutto alla terra e a Dio.
Non c'è bisogno di essere né grandi, né potenti, né eroi, né perfetti per gettare il seme della fiducia, di un amore che non esclude nessuno, della solidarietà.

La strada della religione del potere non è più percorribile da chi crede nel granello di senape, nella parola disarmata ed impotente del Vangelo.




lunedì 12 febbraio 2024

COMMENTO AL BRANO EVANGELICO DI DOMANICA 18 FEBBRAIO 2024

 Non siamo figli e figlie di eroi

 In quel tempo, lo Spirito sospinse

Gesù nel deserto ed egli vi rimase

quaranta giorni, tentato da satana;

stava con le fiere e gli angeli lo

servivano. Dopo che Giovanni fu

arrestato, Gesù si recò nella Galilea

predicando il vangelo di Dio e

diceva: “Il tempo è compiuto e il

regno di Dio è vicino; convertitevi e

credete al vangelo”(Marco 1,12 – 15).


Alla scuola del Battista, Gesù ha maturato la consapevolezza di dover impegnare tutte le sue forze a servizio del "regno di Dio", alla causa dei poveri e alla testimonianza di una fede liberata dagli orpelli sacerdotali e legalisti.

Era cresciuto da ebreo pio ed osservante, ma già a Nazaret aveva cominciato a constatare quanto il messaggio profetico del Dio amico dei deboli fosse stato oscurato e spesso tradito. Alla sinagoga del villaggio aveva ascoltato e riposto nel cuore le parole infuocate, audaci e provocatorie dei profeti.
L'incontro e la frequentazione del Battista avevano nutrito quella fiamma che era diventata un fuoco incontenibile.
E ora gli giungeva la notizia dell'arresto del suo amatissimo maestro. Ogni indugio gli sembrava ormai incompatibile con ciò che agitava il suo cuore.
Mentre Luca e Matteo ci narrano la sequela delle "tentazioni", Marco in poche righe ci tratteggia l'inoltro di Gesù nel deserto e il suo successivo passaggio nei villaggi.

Eccolo nel deserto

Nella Bibbia che Gesù aveva ascoltato in famiglia, da papà Giuseppe e dalla mamma Maria, il deserto designava un tempo di prova, di concentrazione sull'essenziale, di preparazione ad una missione impegnativa, di intimo contatto con Dio.
E Gesù, appartatosi, non poté non sentire quanto fosse rischioso continuare la strada del Battista, quanti "satana" e quante "fiere" avrebbe potuto trovare sul suo cammino. Gesù sapeva bene quanta "fortuna" avessero incontrato i profeti, quanta sordità ed opposizione avrebbe trovato anche lui ...
Ma nel deserto, cioè nella solitudine, Gesù prepara spazio nel suo cuore alle situazioni e alle persone che incontrerà. Un  cuore ingombro di cose, pieno di sé, di certezze e di dogmi, non ha posto per altri. Aveva conosciuto troppi maestri che non sapevano ascoltare e vendevano per volontà di Dio regole umane, tradizioni, interessi di casta. Invece aveva ben presenti le figure dei profeti e dei sapienti di Israele. Per Gesù i veri "maestri" erano come i profeti e i saggi: coinvolti nella vita del popolo, capaci di ascoltare, di imparare, di riconsiderare, di camminare con "gli umili del paese", di vivere in prima persona le asperità, le gioie, i dubbi e le ristrettezze della "gente di strada".
Il "deserto" in qualche modo fu la preparazione immediata, la messa a punto del suo progetto di predicatore itinerante.

Dove troverà la forza?

Certamente Gesù non era un ingenuo o uno spirito eroico che potesse sentirsi un gigante, una persona capace di affrontare qualsiasi opposizione o difficoltà senza tentennamenti, cedimenti, battute d'arresto.
Sapeva bene come lo avrebbero osteggiato i benpensanti e quanta solitudine a tratti lo aspettasse. Certamente la domanda si sarà proposta con estrema lucidità:"Dove troverò le forze per questo cammino"?
Più e più volte Gesù, come tutti i Vangeli ci ricordano, lascerà i discepoli e le folle per ritirarsi a pregare in luogo appartato. Come avevano risposto a questa domanda i profeti, Ester, Giuditta, la madre dei maccabei e tanti altri ebrei nei periodi di schiavitù e di deportazione? Come avevano fatto Scifra e Pua a dire di no al faraone? E Daniele come aveva fatto a non tradire davanti alla fornace ardente?
Dove Abramo aveva trovato la forza per partire e come aveva Mosé sopportato le delusioni del viaggio?
Gesù conosceva molti di questi "racconti di fede" che passavano di bocca in bocca, da cuore a cuore. Erano gli anziani a trasmettere queste "storie di vita e di fede". Le aveva "stampate" nel suo cuore. La risposta era sempre stata la stessa: noi non siamo né eroi né figli di eroi. Siamo un popolo che ripone fiducia nel Dio della libertà. Dobbiamo fare affidamento su di Lui, attingere da Lui la forza per il nostro cammino.
Questo insegnamento, pur tradito e spesso travisato nelle mille contraddizioni della religione ufficiale, era il succo, il centro, il cuore della fede del suo popolo. Lo apprese in famiglia, alla sinagoga, nel dialogo con la gente del villaggio.
Gesù partì con questa fiducia nella "compagnia" di Dio e gettò la sua vita nella direzione dei villaggi ove vivevano le persone più oppresse e anche più disponibili al messaggio di cambiamento e di conversione.


E noi?

Certo, la "compagnia" di Dio non è affatto un certificato di garanzia contro gli infortuni. Dio non ha liberato Gesù dai pericoli, dall'insuccesso, dalle ostilità e dalla croce, ma lo ha sorretto, gli ha dato luce e forza per il suo cammino di profeta dei poveri.
Nessuna illusione: Dio non ci toglie i sassi che incontriamo lungo il viaggio della vita. Semmai ci aiuta a vederli, ad affrontarli. E' la compagnia discreta, l'acqua della sorgente. Poi tocca a noi, in prima persona, vivere le nostre responsabilità e compiere le nostre scelte.
Credo che questa dimensione della radicale fiducia in Dio sia il pilastro che ha sorretto la vita quotidiana di Gesù.
Noi leggiamo le Scritture, celebriamo l'eucarestia e coltiviamo la preghiera personale e spazi di silenzio proprio per riscoprire che il pozzo non è vuoto, la sorgente ci disseta ancora, il fuoco arde e noi possiamo riscaldarci alla Sua fiamma.
Ancora una volta siamo invitati/e a guardare a Gesù come maestro della nostra fede. Egli ha congiunto nella sua quotidianità una totale fiducia in Dio e una matura assunzione delle proprie responsabilità personali.

Ti prego

Insegnami, o Dio,
a concentrarmi sull'essenziale.
Anch'io, piccola creatura,
posso gettare semi di giustizia
nella terra del quotidiano.
Dentro e oltre le oscurità
che sembrano bloccare ogni sogno,
insegnami a vedere
i raggi del sole
che si fanno strada
verso di noi.

don Franco Barbero, 

Scritto alcuni anni fa, ma ancora è parola viva nel 2024-


venerdì 9 febbraio 2024

COMMENTO ALLA LETTURA EVANGELICA DI DOMENICA 11 FEBBRAIO

  GESU' E I PROFETI DI ISRAELE TESTIMONIANO IL DIO TOTALMENTE INCLUSIVO: DUE TRASGRESSORI!

Allora venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva "Se vuoi, puoi guarirmi!". Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: "Lo voglio, guarisci! " Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse "Guarda di non dir niente a nessuno, ma va, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro". Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte (Marco 1, 40-45).


Per capire il testo

Non sapremo forse mai con precisione, con esattezza fotografica che cosa sia successo. Certo, un uomo sofferente è messo ai margini , abbandonato al suo doloroso destino, è stato accolto dall'amore sollecito di Gesù che in  qualche modo ha cambiato corso alla sua vita, gli ha ridonato la voglia di vivere, lo ha strappato alla disperazione e lo ha ricollocato nel tessuto del suo villaggio.

Nel mio libro "Stirpe di Giona" ho esplorato in lungo e in largo la condizione del testo evangelico. Noi cristiani abbiamo pensato che solo Gesù guarisse ciechi e lebbrosi, storpi e malati vari. Basta leggere le Scritture ebraiche in cui Mosè guarisce Maria dalla lebbra (Esodo 12,12) o le pagine del profeta Eliseo che guarisce Naam dalla lebbra inviandolo a bagnarsi nel Giordano (2Re,5,8-14), come le gesta di Elia nel Primo libro dei Re per capire che Gesù è esattamente in linea con l'agire di tutti i profeti di Israele. In essi, come in Gesù agisce la potenza di Dio, la sua forza liberatrice. 

Inoltre, malgrado la severità delle leggi del distanziamento dei lebbrosi, molto spesso essa non veniva attuata. Sappiamo dagli studi di Pesch e Gnilka che i lebbrosi spesso non venivano cacciati da tutti i villaggi e talora era loro permesso di entrare nelle sinagoghe. Il gesto di Gesù si colloca all'interno di questo dibattito: tra chi accoglieva e chi escludeva. Gesù si pone, come i profeti prima citati, tra coloro che accolgono i lebbrosi, i ciechi, gli storpi.. 

La fecondità dell'incontro con Gesù

Oggi vorrei, invece, soffermarmi su un particolare. Che succede a questa persona che si sente rinascere dopo l'incontro con il nazareno? Il testo ce lo dice con linguaggio preciso e veloce.

Il lebbroso è talmente coinvolto, lieto, fuori di sé che non dà alcun peso alla pressante raccomandazione di Gesù: "Bada di non dire niente a nessuno, ma va', mostrati al sacerdote e presenta per la tua purificazione ciò che ha prescritto Mosè, a testimonianza per essi". Fa esattamente l'opposto. Uscito, recita testualmente il versetto greco, "cominciò a proclamare predicare tutto e a divulgare la notizia". Il verbo che il testo originale usa è esattamente quello che indica la predicazione - annuncio della buona novella.
Ecco l'incanto, lo "svelamento" di questa pagina: il Vangelo, la bella-gioiosa notizia del regno di Dio viene predicata con entusiasmo incontenibile, come sottolineano i due verbi, da una persona che ha vissuto la "maledizione dell'impurità", la condizione dell'emarginato sociale e religioso.

Attorno a Gesù la scena si ripete spesso. I "titolari", i "funzionari", gli "addetti ai lavori", gli "uomini del sacro" capiscono poco o nulla e spesso osteggiano e fanno i sordi. Le donne, gli stranieri, "i pubblicani e le prostitute" sono gli ascoltatori più attenti e disponibili.

Ma qui succede qualcosa di più: l'escluso diventa l'apostolo, il testimone e il banditore della "bella notizia": l'annuncio del Vangelo del Regno arriva  attraverso "canali" inattesi, anzi impropri e sconcertanti, per le orecchie delle persone pie.


Nel solco quotidiano

Penso alla mia piccola, ma lunga esperienza di vita.

I messaggi, che mi hanno  più vitalmente parlato di Dio e  del Suo amore, mi sono venuti poche volte  dagli  addetti ai lavori, dagli uomini dell'istituzione ecclesiastica.

Quasi sempre il Vangelo ha bussato alla porta del mio cuore  attraverso la testimonianza, il vissuto, le parole di persone che o il pregiudizio culturale o  la condizione sociale o  l'insegnamento ecclesiastico avevano bollato come "fuori regola", "fuori posto", "irregolari", "eretici", "pericolosi", "in stato di peccato", "contro natura" o con simili etichettature.

A me è successo, già da giovanissimo prete, di buttarmi proprio là dove  i  "superiori", volendomi risparmiare  "imprudenze o pericoli per la mia vocazione", mi sconsigliavano di andare.

Ringrazio di tutto cuore Dio per il fatto che mi ha sempre regalato tante "cattive compagnie" che mi hanno reso
un po' meno egoista e chiuso nella prigione dogmatica. Credo l'aver potuto frequentare le persone che hanno bucato una ruota, che sono bollate dal pregiudizio, sia già un grande dono di Dio, una straordinaria opportunità.
Dal "centro" vengono quasi sempre le stesse "canzoni" mentre le periferie del mondo ed i "margini" delle chiese possono aiutarci ogni giorno a rimetterci in stato di conversione.
Non si tratta di mitizzare i poveri o i marginali, ma di entrare in un rapporto di ascolto, di dialogo e di compagnia, come ci ha testimoniato e insegnato Gesù.
La conversione della chiesa, titolo di un prezioso libro del biblista cattolico Ortensio da Spinetoli (Cittadella Editrice, Assisi 1975), è più che mai all'ordine del giorno. Essa parte dalla decisione di dare voce, di ascoltare, di accompagnare le persone più indifese, più escluse, più "fuori modello".

Trasgressori per amore e coraggio


Non facciamo di questo "racconto" una lettura spiritualizzante. Il contesto legale, normativo in cui un lebbroso si trovava a vivere era chiaro a tutti ai tempi di Gesù: "Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto... andrà gridando: "Impuro! Impuro!"; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dall'accampamento" (Levitico 13, 1-2 e 45-46)
Certo, il testo va letto nel contesto etico ed igienico del tempo, ma è indubbio che per il lebbroso si tratta di una tragica condizione di morte sociale.
Qui il dolore, la disperazione, la fede e l'amore si incontrano. Il lebbroso trasgredisce, esce dal suo "confinamento" e si avvicina a Gesù che si lascia coinvolgere , stende la mano, lo tocca e gli parla.
In questo quadro ci sono due aperti trasgressori.
La strada di Gesù è qui: bisogna violare le regole di una cittadinanza che chiude le porte e crea muri agli "indesiderabili e impuri" di oggi. Non equidistanti, ma trasgressori.
Chi non si contamina con la vita, le sofferenze, le lotte e le speranze degli stranieri, dei migranti, di tutti gli impoveriti non osi dirsi cristiano, ha stracciato l'atto di battesimo e la smetta di fare il devoto.
Chi non tocca la mano e non si lascia toccare in profondità da chi è dichiarato "impuro", ha perso l'elemento costitutivo della sua stessa umanità.

GUIDAMI O DIO

Guidami, o Dio

verso uno stile di vita
che, mentre contesta il
potere che opprime,
impara ogni giorno a condividere
con chi fa più fatica a
vivere.
La conversione della chiesa al Vangelo
parte da ciascuno/a di noi;
parte proprio anche da me.
Tu sei il Dio che non è muto:
possano il mio
orecchio e il mio cuore
restare aperti al grido di dolore,
all'invocazione
d'aiuto, ai canti di festa,
ai sogni e alle speranze
degli ultimi e delle
ultime della terra.
Tutto questo non come retorica salvifica,
ma come cammino
umile e quotidiano.  

Franco Barbero