Riflessioni e commenti di don Franco Barbero
venerdì 26 giugno 2026
SCUOLA E MILITARIZZAZIONE Tempi di fraternità
La guerra entra in classe
Nazionalismo, leva e riarmo parlano ai ragazzi
di Laura Tussi
Maggio 2026
Quanto è accaduto nelle scuole italiane nei giorni precedenti e successivi al 4 novembre scorso, con le oltre duecento iniziative organizzate nelle scuole italiane insieme alle forze armate, non rappresenta un episodio isolato. È piuttosto un sintomo, uno dei tanti segnali di una pressione culturale e simbolica sempre più evidente che, in questo tempo di guerra, si esercita sulle giovani generazioni. Una pressione che parla il linguaggio del patriottismo, della sicurezza, dell’emergenza permanente. E che rischia di trasformarsi in nazionalismo educativo.
Lo segnala da tempo l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università: la presenza dei militari negli istituti scolastici, la normalizzazione delle divise. L'enfasi sui valori della “difesa” e dell’”orgoglio nazionale” non avvengono nel vuoto. Avvengono mentre l’Europa discute apertamente di riarmo, mentre si moltiplicano i programmi di ReArm Europe, mentre tornano nel dibattito politico proposte di riforma o reintroduzione della leva - magari “moderna”, “volontaria”, “civico-militare” ma pur sempre orientata a preparare i giovani a uno scenario di conffitto.
In questo contesto, portare le forze armate nelle scuole non è una semplice attività commemorativa. È un messaggio. Dice ai ragazzi che la guerra è un orizzonte possibile, forse inevitabile. Che la sicurezza passa dalle armi. Che l'identità nazionale si esprime attraverso l’uniforme. Il 4 novembre diventa così un laboratorio simbolico: non tanto memoria storica, quanto educazione all’obbedienza e all’appartenenza, più che al pensiero critico.
Il problema non è studiare la storia, né conoscere il ruolo delle istituzioni militari. Il problema è l’asimmetria del racconto. Ai ragazzi si mostrano mezzi, carriere, rituali, bandiere. Molto meno spazio viene dato alle conseguenze reali della guerra, alle vittime civili, ai traumi, alle altermative nonviolente, alla diplomazia, al diritto internazionale, all’obiezione di coscienza. La guerra entra in classe in forma rassicurante, ordinata, persino seducente.
E mentre si chiede alle nuove generazioni di “sentirsi parte” di una comunità nazionale sotto minaccia, si restringe lo spazio per il dissenso. Chi solleva dubbi viene facilmente accusato di ingenuità, disfattismo o irresponsabilità. È una dinamica nota: nei tempi di guerra il nazionalismo cresce, e con esso la richiesta di allineamento. La scuola, invece di essere un argine, rischia di diventare uno strumento.
Le proposte sulla leva - presentate spesso come opportunità educative o di coesione sociale - si inseriscono in questa stessa logica. Non si parla di un’educazione alla pace rafforzata, di investimenti equivalenti nella cooperazione, nella mediazione dei conflitti, nella cultura dei diritti. Si parla di preparazione, resilienza, prontezza. Parole che appartengono più al lessico militare che a quello pedagogico.
Il 4 novembre, dunque, non è “solo” una ricorrenza. È uno specchio del clima che stiamo costruendo. Un clima in cui ai ragazzi viene chiesto di interiorizzare l’idea che la guerra sia normale, che il riarmo sia necessario, che l’identità passi per la forza. E tutto questo mentre i conflitti reali - dall’Ucraina a Gaza
all’Iran, fino ad altri dimenticati – mostrano ogni giorno il fallimento di questa logica.
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle universitè chiede una cosa semplice e radicale: che la scuola resti uno spazio libero, capace di offrire strumenti critici, non narrazioni precostituite. Perché educare in tempo di guerra non significa preparare alla guerra, ma fornire gli strumenti per non subirla come destino.
Se non si apre ora un dibattito serio, il rischio è che una generazione cresca abituata all’idea che il conflitto sia permanente e che la risposta sia sempre militare. E allora il 4 novembre non sarà più una data da discutere, ma solo una tappa di un percorso già tracciato.
giovedì 25 giugno 2026
Tempi di Fraternità
HANNO SCRITTO
a cura di Giorgio Bianchi
José Pepe Mujica (Montevideo, 20 maggio 1935 — ivi, 13 maggio 2025).
Iniziò a occuparsi di politica a 20 anni militando in partiti e movimenti di ispirazione marxista. Nel 1973, con l'avvento della dittatura di Juan Maria Bordaberry, aderì al movimento dei guerriglieri Tupamaros in lotta per riportare la democrazia nel paese. Nel 1971 venne catturato e imprigionato. Fu solamente alla caduta della dittatura nel 1985 che ottenne la liberazione.
Nei venti anni successivi Pepe Mujica partecipò attivamente alla vita politica uruguaiana sino alla sua elezione a Presidente della Repubblica nel 2009, che fece conoscere al mondo l’eccezionalità del suo mandato.
Destinò il 90% del suo appannaggio a favare di Organizzazioni Non Governative e di associazioni benefiche. Anziché nel palazzo presidenziale, rimase a vivere con la moglie senatrice, nel loro vecchio cascinale alla periferia di Montevideo. Come mezzo di trasporto continuò ad usare il maggiolino che gli avevano donato gli amici. Durante il suo mandato ottenne la depenalizzazione dell’aborto, il riconoscimento dei matrimoni omosessuall, e la legalizzazione delle droghe leggere. Grazie al suo esempio e alla politica da lui instaurata, il tasso di povertà in Urnguay, scese dal 23% del 2009 al 18,2% del 2025, anno della sua morte.
Riportiamo alcuni brani tratti dalla raccolta dei suoi scritti “La felicità al potere”, Editori Internazionali Riuniti, e da un suo intervento al G20 tenutosi in Brasile nel mese di giugno 2012.
È necessario imparare a vivere coerentemente con quel che si pensa. Non dimenticartelo! Vivi come pensi, altrimenti finirai per pensare come vivi. (La felicità al potere, pag. 87)
Se non difendiamo la nostra libertà, ma dedichiamo invece la nostra vita a estinguere mutui, la vita finisce per scapparci di mano e nulla vale più della vita.
Io non sono da prendere a esempio di nulla. Io ho scoperto la chiave di tutto questo nella profondità del carcere quando non potevo neppure leggere un libro e se non avessi attraversato quegli anni non sarei ciò che sono. A volte si impara più dal dolore che dal benessere. Per questo la notte in cui per la prima volta ebbi un materasso, mi sono sentito felice. (La filicità al potere, pag. 151)
Non sto difendendo la povertà, difendo la sobrietà perché la gente possa essere libera. Perché l’obiettivo della razza umana, non è vivere per lavorare. Bisogna lavorare per vivere. Non sprecate la vita, la vita bisogna viverla. (La felicità al potere, pag. 152)
Quando un gruppetto di donne africane cammina cinque chilometri per potersi procurare due secchi di acqua, non è un problema dell’Africa, è un problema dell’umanità intera. Questo bisogna capirlo. (La felicità al potere, pag. 190)
Abbiamo parlato tutto il giorno di sviluppo sostenibile, di lotta alla povertà che affligge una grande quantità di persone nel sottosviluppo. Ma qual è il modello di sviluppo di cui parliamo?
Il modello di sviluppo di cui parliamo, è quello delle società ricche ed è un modello insostenibile.
Che cosa succederebbe se gli abitanti dell’India avessero la stessa quantità di auto per famiglia che hanno i tedeschi? Quanto ossigeno resterebbe per poter respirare? Quello che dobbiamo chiederci é: Possiede il pianeta terra risorse affinché tutti possano sostenere lo stesso grado di consumo e sperpero che hanno le più opulente società occidentali?”. (Intervento al G20)
Lo sviluppo non può essere contrario alla felicità. Deve essere a favore della felicità umana, dell’amore sulla terra, delle relazioni umane, dell’attenzione ai figli, dell’avere amici, dell’avere il giusto, l'elementare. Perché è questo il tesoro più importante che abbiamo. (Intervento al G20)
T.d.F. Maggio 2026
Il nostro clima
Bambini a rischio
Quasi tutti i bambini del mondo sono esposti ad almeno un fattore di rischio legato al cambiamento climatico che minaccia la loro vita, la loro salute o la loro istruzione, avverte un rapporto dell'Unicef. Il Children climate risk report ha preso in considerazione otto tipi di rischi (inondazioni costiere, siccità, caldo estremo, incendi, ondate di caldo, alluvioni fluviali, tempeste di sabbia e di polvere e tempeste tropicali), calcolando che più di un miliardo di bambini, la metà del totale, è esposto ad almeno tre fattori contemporaneamente. Una delle zone più colpite è il Sahel, la regione africana a sud del Sahara, mentre paesi asiatici come il Bangladesh, la Birmania e il Pakistan sono quelli dove i bambini sono minacciati dal maggior numero di fattori. I rischi riguardano anche paesi ad alto reddito come l’Italia, dove più di sei milioni di bambini sono minacciati da siccità e ondate di caldo prolungate.
Il rapporto sottolinea che i bambini sono particolarmente vulnerabili allo stress fisico e psicologico dovuto agli effetti del cambiamento climatico, ma finora le conseguenze sul loro benessere e sul loro sviluppo non sono state sufficientemente studiate. Secondo gli autori serve più attenzione a questi aspetti nella pianificazione delle misure di adattamento, per esempio garantendo la sicurezza delle scuole e delle infrastrutture necessarie per raggiungerle di fronte agli eventi estremi, che nel 2024 hanno limitato l'accesso all'istruzione per più di 242 milioni di bambini in 85 paesi.
Da Israele Tutti gli errori di Netanyahu
- I mezzi di informazione israeliani condannano un accordo considerato insufficiente per tutelare gli interessi nazionali.
In un editoriale il Jerusalem Post scrive che Israele non dovrebbe rallegrarsi di un risultato che “lascia intatte le “minacce principali”. Il pericolo maggiore, spiega, è concedere all’Iran una pausa di sessanta giorni, un arco di tempo che può sembrare ragionevole a
Washington, ma non in Medio Oriente, dato che Teheran può "spostare risorse, ricostruire fa fiducia, ridefinire la guerra interna e mettere alla prova gli Stati Uniti”. La minaccia arriva soprattuitto dal Libano, dove Hezbollah è ancora in piedi. “Qualsiasi intesa che limiti Israele lasciando Hezbollah al suo posto è inaccettabile, commenta il quotidiano. “Teheran sa come sfruttare i ritardi. Hezbollah sa come sfruttare i ritardi. Israele ha già pagato in passato per quei ritardi.
Il quotidiano conservatore Yediot Ahronoth è ancora più categorico, arrivando a parlare di “tradimento” nei confronti del popolo iraniano, “abbandonato” alla violenza di un regime “rafforzato e radicalizzato”, e di quello libanese, ostaggio di Hezbollah, che continuerà a “seminare distruzione e rovina”. Inoltre, prosegue il gornale, è “una resa al regime di Teheran”, che ottiene un grande “riconoscimento internazionale”. Su Haaretz Amos Harei parla di “fiasco iraniano”, definendo l'accordo “il più grande fallimento” di Benjamin Netanyahu dal 7 ottobre 2023. Dopo aver promesso una vittoria storica, al premier sraeliano restano “un’alleanza con Trump indebolita .e pochi risultati strategici da vantare”. Harei conclude: “un epilogo simile della saga iraniana - senza cambio di regime, senza la fine dei programi nucleare e missilistico con un danno allle relazioni speciali tra Israele e Stati Uniti – rivela la portata della distruzione che Netanyahu ha causato alla reputazione internazionale di Israele dal 2023".
Internazionale, 19 giugno 2026
mercoledì 24 giugno 2026
MAFIA A PINEROLO
don Franco Barbero, 19 giugno ‘26
Documentato, chiaro, e ben realista l’intervento di don Ciotti fondatore di Libera che manifesta in TV con chiarezza un dato che La Stampa di Torino venerdì 19 giugno ha ripreso con fedeltà parlando di un Nord in cui la mafia c’è, eccome, ma viene ignorata a partire dal settimanale L’Eco del Chisone.
Chi vive a Pinerolo da 70 anni e considera la politica un impegno doveroso e dalla parte dei più deboli, sa bene che Pinerolo è anche la sede di una mafia tra le più diffuse e le più potenti d’Italia. Al Nord Pinerolo è la capitale, ma la sua presenza è potente in altre 8 o 10 località italiane.
Se sali verso San Maurizio a destra o a sinistra la mafia pinerolese è ben visibile.
La Chiesa in più casi ha dimostrato di ignorare e poi scendere a patti con padroni mafiosi. Diciamo la verità: questa mafia fa miliardi in giro per tutta l’Italia. Ma la direzione dell’impresa mafiosa ha a Pinerolo una delle capitali molto operose e camuffate della mafia nazionale.
Don Ciotti è stato chiaro: la mafia “sotterranea” con centinaia di costruzioni a Pinerolo ha una delle roccaforti. È molto attiva.
Dopo anni di studio sulla storia dei defunti fatta con studiosi della storia dei 25 dogmi (oltre i 24) leggere Post mortem L’aldilà dimenticato del Purgatorio, dove le anime sono tra le fiamme per purificarsi di Fabrizio D’Esposito mi ha fatto ritornare con un certo stupore ai secoli in cui la contesa tra battezzati, paradiso, inferno purgatorio ha diviso vescovi, comunità teologi, ma mi fa valorizzare quegli studiosi miei maestri in facoltà teologiche varie in cui la questione della salvezza, dalla liberazione dalle nostre colpe occupa secoli di storia che oggi collocano quei dogmi all’interno di un processo in cui i linguaggi immaginifici del tempo non erano affatto uniformi. Le immagini che suscitarono una disputa ecclesiale durata secoli fanno parte della costruzione del castello dogmatico e oggi siamo in grado di rileggere questi linguaggi in continua evoluzione. Soprattutto è importante l’esegesi storica per non leggere come messaggio una figura storicamente collocata nel suo tempo.
A me sembra che l’Autore dell’articolo manchi totalmente di distinguere l’immagine dal messaggio. Dire che le anime sono tra le fiamme per purificarsi sa di dantesco, ma la misericordia di Dio non ci fa passare tra le fiamme per purificarci. Queste sono immagini e metafore del tempo e oggi la fede ha concettualizzato quei linguaggi, almeno nel senso che ha lasciato le metafore del tempo. Oggi ci basta dire che la nostra vita finisce in modo diverso nel senso che Dio ci accoglie nel suo amore che per noi rimane oltre le nostre spiegazioni. Chi sono io nel mio dopo morte? La mia fede in Dio, mi parla solo del Suo Amore accogliente, ma le modalità della Sua accoglienza dopo la morte sono incerte, mentre è certo per fede che Egli, il Dio della vita, opera in modo solo a Lui noto, la nostra resurrezione nel Suo Amore è in una condizione per cui il Suo Amore e felicità e pace.
Franco Barbero, 14 giugno 2026
Consiglio il mio libro “Quando i fratelli se ne vanno” di 40 anni fa e il recente libro di Luigi Sandri “Dire oggi il Dio di Gesù” Edizioni Paoline, pag. 350 e potrei fare un lungo elenco partendo dalle opere di Ortensio da Spinetoli.
Buona lettura sulla morte e sul dopo morte con la fede in Dio; oggi questi libri sono facilmente reperibili.
don Franco Barbero, via Porro 16 - 10064 Pinerolo (To)
martedì 23 giugno 2026
da Il Fatto Quotidiano del 22/06/2026
Chiesa - Leone XIV e Santa Cabrini, la patrona dei migranti: quando gli italiani venivano linciati
di Fabrizio D’Esposito
Undici italiani. Tra loro ambulanti e operai, un imprenditore e un politico locale. Si chiamavano: Antonio Abbagnato, James Caruso, Antonio Marchesi, Pietro Monastero, Emanuele Polizzi, Frank Romero, Antonio Scafidi, Charles Traina, Rocco Geraci e Loreto Comitis. Furono uccisi, due impiccati e nove a fucilate, nel più grande linciaggio di massa degli Stati Uniti. Era il 14 marzo del 1891, nel carcere di New Orleans, in Louisiana.
Gli undici uomini furono linciati per razzismo. Gli italiani erano considerati dagli americani i peggiori di tutti. Peggio dei neri, peggio dei polacchi, per fare degli esempi. Per loro veniva invocata l’espulsione e il moto xenofobo aveva il sostegno di tanti giornali. Una situazione identica a quella di oggi da noi, a parti ribaltate. Basta scorrere i titoli dei quotidiani di destra, soprattutto dopo un fatto di sangue causato da un immigrato, meglio se nero. Anche nel marzo del 1891, a New Orleans, a scatenare il linciaggio fu un omicidio. Quello del capo della polizia, sospettato di essere legato a una delle due famiglie mafiose in guerra tra di loro. Gli arrestati accusati del delitto furono undici. Ma il processo si concluse con delle assoluzioni.
Gli italiani rimasero in prigione e l’allora sindaco di New Orleans fomentò una rivolta razzista. In migliaia si misero in corteo e raggiunsero il carcere. I cadaveri furono esposti. Alcune donne intinsero il proprio fazzoletto nel sangue degli uccisi per avere un macabro souvenir del linciaggio. Le scuse della città di New Orleans sono arrivate solo nel 2019. Scrisse madre Francesca Cabrini: “Per me, servire il mio Paese significa farlo amare ai bambini affidati alle nostre cure. Significa educarli a non vergognarsi di essere italiani; significa favorire lo sviluppo di giovani che dimostreranno al loro Paese di adozione che l’immigrazione italiana non è un elemento di pericolo”.
Madre Francesca Cabrini è santa dal 1946. È patrona dei migranti. Sabato, dopo la visita a Pavia dal suo sant’Agostino, Leone XIV è andato a Sant’Angelo Lodigiano, oggi in provincia di Lodi. Il paese di Santa Cabrini. Nel suo discorso, papa Prevost ha esordito così: “Sono qui per rendere omaggio a madre Cabrini, patrona dei migranti, prima santa degli Stati Uniti d’America, nata qui, a Sant’Angelo Lodigiano, nel 1850, e morta a Chicago, la mia città natale, nel 1917”. Una domanda retorica, poi: “Cosa c’è di più attuale di un carisma missionario che si pone al servizio dei migranti?”.
Come ha raccontato la storica Lucetta Scaraffia nella sua biografia di madre Cabrini, Tra terra e cielo (Marsilio, 2017, con prefazione di papa Francesco), la futura santa era nipote di Agostino Depretis, il presidente del Consiglio della Sinistra storica post-unitaria. Oltre a una profonda fede, aveva spirito d’avventura e doti manageriali. Fondò l’ordine missionario del Sacro Cuore di Gesù e arrivò negli Stati Uniti nel 1889, con un gruppetto di consorelle. La loro missione fu assistere i migranti italiani, i più poveri di tutti e vittime di una persistente campagna d’odio. Ma non ditelo a Vannacci.
da Le Monde Diplomatique del 06/2026
LA GUERRA DELL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Gli Stati uniti hanno un piano
di Evgeny Morozova
La condotta imprevedibile del presidente statunitense nasconde forse una coerenza, consistente in un formidabile ritorno dello Stato nell'economia, uno Stato però guidato da banchieri d'investimento? Donald Trump persegue in effetti la stessa strategia del suo predecessore: organizzare la sovranità statunitense nei confronti della Cina nei settori critici della difesa e dell'intelligenza artificiale
Con Donald Trump è facile confondere la retorica avversativa con la trama di fondo. La prima - insulti, capricci doganali, traffici di criptovalute, melodrammi ministeriali, crudeltà calibrate per le telecamere - attira l'attenzione sulla pista del circo. La seconda si esprime in dollari. E quello attuale è il più grande budget per la difesa nella storia degli Stati Uniti in valore nominale (vicino, in termini reali, al picco annuale raggiunto quando il paese era in guerra contro Adolf Hitler): 1.500 miliardi di dollari. Per mettere insieme una somma simile, serve tutta l’eleganza aritmetica di un uomo che non esita a sottrarre ai cittadini i servizi pubblici che li nutrono, li scolarizzano e li curano.
Questo bilancio è destinato a finanziare la trasformazione strutturale dello Stato americano, della sua economia e del suo posto nell'ordine mondiale. La repubblica lascia cadere in maschera del libero mercato, anche se l'Agenzia per i progetti di ricerca avanzata di difesa (Darpa), il fondo di investimento dell'Agenzia centrale di intelligence (Cia) In-Q-Tel, i laboratori nazionali e altri strumenti dello «stato sviluppi nascosto», come lo ha chiamato l'economista Fred Block, esistono da tempo. Ormai, alla luce del giorno Washington seleziona settori di attività, fissa prezzi, acquisisce partecipazioni in società private e condiziona gli aiuti internazionali alla lealtà politica dei beneficiari. Il vocabolario della guerra fredda e quello successivo alla caduta del Muro non sono più adeguati. «Keynesismo militare» significava incentivare la domanda aggregata aumentando la spesa per la difesa, «neoliberismo militare» intendeva lo stesso obiettivo, passando attraverso finanziatori privati e catene di fornitura deregolamentate.
Incontro comunitario oggi alle ore 18:00
Care amiche e amici della Comunità, stasera ci incontreremo alle ore
18:00 per riflettere e commentare insieme due brani dei Vangeli di
Matteo (Mt 18, 15-18) e Giovanni (Gv 9, 1-5).
L'incontro inizierà alle 18:00 ma ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.
Questo è il LINK per il collegamento:
meet.google.com/ehv-oyaj-iue
A stasera.
Sergio
Tempi di fraternità COMPASSIONE
Affidati alla misericordia di Dio
di Davide Pelanda
È una domanda che alcuni studenti hanno rivolto a un docente dopo aver appreso del suicidio della madre di un loro amico. Con sincera preoccupazione hanno chiesto: «Ci é stato detto dai nostri genitori e dai parenti del nostro amico, che ha subito questo grave lutto, che chi compie un simile gesto non può avere il funerale nella Chiesa cattolica e neppure una benedizione. È vero?».
È significativo che ancora oggi, nel 2026, circolino convinzioni di guesto genere, spesso tramandate per sentito dire e radicate in una concezione del passato che non corrisponde più all’attuale insegnamento della Chiesa. In momenti di dolore così profondi, il rischio è che alla sofferenza per la perdila si aggiunga anche un senso di esciusione o di stigma, fondato su informazioni imprecise o superate.
Il docenie ha smentito con decisione tali affermazioni, ritenendo necessario fare chiarezza. La Chiesa cattolica, infatti, ha da tempo superato la prassi di negare i funerali ecclesiastici a coloro che si sono tolti la vita. Un passaggio importante in questa direzione è avvenuto con la riforma del Codice di Diritto Canonico del 1983 e con la promulgazione del Catechismo deiia Chiesa Cattolica nel 1992, che hanno espresso con maggiore precisione e sensibilità
il pensiero ecclesiale su questo tema.
Pur continuando a considerare il suicidio un atto oggettivamente grave, la Chiesa distingue tra la gravità del gesto e la responsabilità soggettiva della persona. Essa riconosce che disturbi psichici, condizioni di forte depressione, angosce profonde, paure o altre forme di sofferenza interiore possono limitare o perfino comprometiere la piena libertà e consapevolezza di chi compie tale atto. Per questo motivo, il giudizio ultimo sulla persona è affidato alla misericordia di Dio, che solo conosce fino in fondo il cuore umano e le circostanze concrete in cui clascuno vive.
Secondo l’attuale diritto canonico (can. 1184), il funerale cattolico è generalmente consentito anche alle persone che si sono suicidate, salvo casi particolari in cui vi sia uno scandalo pubblico manifesto e non vi siano segni di pentimento. Nella prassi pastorale ordinaria, tuttavia, prevale l’atteggiamento della compassione, della preghiera e della speranza cristiana.
Oggi la morte per suicidio viene affrontata con maggiore
consapevolezza sul piano umano e psicologico. La condanna dell’atto non coincide con una condanna della persona.
Al contrario, la comunità cristiana è chiamata a farsi prossima, a condividere il dolore e a sostenere chi resta. Il funerale non è solo un atto giuridico, ma un momento di preghiera, di affidamento a Dio e di conforto per familiari e amici.
La decisione concreta circa la celebrazione delle esequie spetta comungue al parroco o, nei casi più delicati, al vescovo, che valutano la situazione con prudenza pastorale, alla luce della speranza nella misericordia divina e del bene spirituale della comunità. In ogni caso, l’intento della Chiesa non è escludere, ma accompagnare, offrire consolazione e pregare per l'anima del defunto.
Questi studenti, dunque, possono rassicurare i propri genitori, amici e i familiari del loro compagno colpito da un lutto così daloroso. È importante non lasciarsi guidare da dicerie o da visioni rigide e superate, che rischiano di ferire ulteriormente chi già soffre. In momenti tanto drammatici, ciò che deve prevalere non è il gindizio, ma la misericordia, non la condanna, ma la vicinanza umana e cristiana.
lunedì 22 giugno 2026
CULTURA
Chi è Gesù, oggi, per noi?
Gli interrogativi sollevati dall'ultimo libro di Vito Mancuso
Ottavio Di Grazia
Con Gesù e Cristo, Vito Mancuso affronta una delle questioni più delicate e decisive del cristianesimo: la distanza - storica, teologica e simbolica - tra Gesù di Nazaret e il Cristo della fede.
Non si tratta di un tema nuovo, ma Mancuso lo assume con particolare chiarezza e ne esplora le implicazioni fino in fondo. La sua è una riflessione teologica radicale e personale, che interroga il significato di Gesà e del Cristo per l'uomo contemporaneo, nel mutato modo in cui aleune grandi costruzioni dottrinali vengono oggi comprese e vissute e dell’idea di redenzione intesa come intervento soprannaturale risolutivo.
Il punto di avvio dell'intero percorso può essere individuato in una domanda evangelica ben nota, nella sua formulazione più sobria e originaria: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mc 8, 29). Mancuso non la assume come formula confessionale da ripetere, ma come interrogativo esistenziale da attraversare senza scorciatoie. Gesù e Cristo è il tentativo di affrontare questo interrogativo in prima persona, chiarendo chi Gesù sia oggi per lui, prima ancora che per una Chiesa o per una tradizione teologica. A essa egli risponde riprendendo una celebre espressione del cardinale Carlo Maria Martini: Gesù è «il mio amico». Non una definizione dogmatica, ma una relazione viva, capace di orientare l'esistenza. Questa risposta, tuttavia, non cancella il profilo storico di Gesù come profeta escatologico e apocalittico. Al contrario, ne presuppone la radicalità, traducendola sul piano di una fede che accetta di misurarsi con Lui come presenza che accompagna e interpella.
Mancuso prende con decisione le distanze dalla teologia sacrificale della croce. Rifiuta l'idea di un Dio che esige la morte del Figlio per la nostra salvezza e respinge ogni interpretazione violenta o giuridica della redenzione. La croce non è più il luogo di un risarcimento, ma la manifestazione estrema di una legge più profonda: l'amore come forza che attraversa il limite, la perdita e la morte.
Da qui si delinea una diversa comprensione della Redenzione. Essa non è un evento che chiude la storia, ma un processo aperto, che coinvolge la coscienza, le relazioni, la materia stessa del mondo. La salvezza non discende dall‘alto, ma emerge dall'interno della vita quando questa si accorda con la sua struttura più intima. Dio non è pensato come un soggetto che interviene dall'esterno, ma come principio di ordine e di bene inscritto nel reale. Il cristianesimo che ne deriva è post-sacrificale e post-dogmatico, e tenta di restare fedele al nucleo del messaggio evangelico senza ricorrere a categorie teologiche che, forse, dovrebbero essere rimeditate.
Proprio questa forza interpretativa invita a interrogarsi sul rapporto con il Gesù storico. Il Gesù che emerge dal libro è una figura resa immediatamente pensabile per l'oggi, portatrice di una verità capace di oltrepassare il suo tempo e di rendersi intellegibile in orizzonti di senso più ampi. Le fonti più antiche, così come vengono lette alla luce della ricerca storica, ci descrivono Gesù come un ebreo immerso nel mondo simbolico, linguistico e religioso del giudaismo del Secondo Tempio. Tenere insieme questi due piani non significa contraddirli, ma riconoscerne la complessità stessa della sua figura.
Gesù annuncia il Regno di Dio, parla il linguaggio dell’escatologia e dell’apocalittica giudaica, si muove all'interno della Torah, che interpreta e radicalizza senza abolirla. Le sue parole non sono enunciati dottrinali, ma parabole, gesti profetici, provocazioni spesso iperboliche, difficilmente separabili dal loro contesto originale. Anche i conflitti che attraversano la sua vicenda non sono scontri tra religioni, ma tensioni interne al giudaismo del suo tempo, segno di una pluralità viva e non pacificata.
Nel libro, questa dimensione non è negata, ma è progressivamente trasposta. Gesù diventa figura paradigmatica, rivelatore di una verità che eccede il suo orizzonte storico. È una scelta consapevole e legittima. Fare i conti con il Gesù storico e, nello stesso tempo, lasciar emergere una figura capace di parlare oltre il proprio tempo significa abitare una tensione costitutiva. Il valore del libro di Mancuso sta proprio nel non scioglierla, ma nel mantenerla aperta, esponendo il lettore alla stessa domanda evangelica da cui il percorso prende avvio: chi è Gesù, oggi, per noi? È in questa domanda assunta senza scorciatoie che il libro trova la sua forza e la sua pertinenza.
Vito Mancuso, Gesù e Cristo, Milano, Garzanti, 2025, pp.780, euro 25,00.
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da Riforma del 10 aprile