giovedì 23 aprile 2026

da Il Manifesto del 21/04/2026

Decreto flussi e richieste d’asilo: 

l’inferno amministrativo dei migranti

di Giansandro Merli


La mancia di 615 euro agli avvocati che convincono i migranti a tornare a casa e la soppressione del regime speciale per il gratuito patrocinio nei ricorsi contro le espulsioni sono parte dell’inferno amministrativo a cui l’Italia condanna senza processo i migranti. Lo testimoniano i dati sui decreti flussi, le file davanti alle questure per le richieste d’asilo o gli infiniti tempi d’attesa per l’esito delle domande di protezione.

Fenomeni strutturali che con il nuovo governo si sono ulteriormente aggravati. Veri e propri abusi, a volte sanzionati dai tribunali, che rendono le vite dei cittadini stranieri impossibili, complicano i processi di integrazione, impediscono l’accesso a sanità, istruzione e lavoro dignitoso. Così la popolazione straniera viene assoggettata a regimi giuridici discriminatori, spinta sempre più nella marginalità e costretta ad accettare condizioni di impiego tra sfruttamento e schiavitù.

Della mancetta abbiamo detto e scritto, per primi, sulle pagine di questo giornale. Ma altrettanto grave è la norma del dl sicurezza che sopprime l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia. Garantiva che le spese legali dei ricorrenti contro le espulsioni fossero coperte dallo Stato. Ora si torna al regime ordinario che però, in casi come questi, non può funzionare: per i cittadini stranieri non varrà più il principio di favore garantito per i più vulnerabili, dovranno autocertificare di non avere redditi in Italia e ottenere una dichiarazione dell’ambasciata per dimostrare che non ne hanno in patria.

Il diritto alla difesa non sarà più effettivo perché i legali – a fronte di rimborsi comunque esigui, meno di 200 euro per i ricorsi contro i trattenimenti, circa 400 per quelli contro le deportazioni – rischieranno di scrivere e presentare le impugnazioni e poi dover chiedere la copertura delle spese a persone che non hanno soldi. Di sicuro c’è che dovranno accollarsi le procedure burocratiche. Molti, semplicemente, rinunceranno.

Le cose non vanno meglio per i migranti in cerca di lavoro, quelli del decreto flussi. Ieri la campagna «Ero straniero», che monitora queste pratiche, ha diffuso i numeri più aggiornati per il 2024-2025. «A quasi due anni dai click day del 2024, a livello nazionale a fronte di 146.850 ingressi programmati, risultano 24.858 permessi di soggiorno in via di rilascio, pari a un tasso di successo del 16,9%: solo 17 persone circa su 100 sono in Italia con un lavoro e un regolare titolo di soggiorno», si legge nell’analisi. Che rileva una grossa disparità territoriale: 20 prefetture hanno rilasciato il 60% dei permessi. Le altre sono «ferme». I disastri peggiori si registrano a Napoli, Roma e Milano.

Altrettanto disastroso è il modo in cui lo Stato tratta le persone in cerca di protezione. Davanti alle questure immigrazione di ogni parte d’Italia tutte le notti migliaia di persone si accampano per provare a far valere un diritto fondamentale: presentare domanda d’asilo. Ne nascono violenze, tensioni, ritardi. Il 18 marzo scorso il Tar Veneto ha condannato le questure di Vicenza e Venezia per la strutturale inaccessibilità al diritto d’asilo. «Sono le scelte organizzative interne all’Amministrazione ad aver determinato tale qualificata inefficienza», denuncia l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi).

Lo stesso meccanismo di esclusione vale a Milano, Torino, Roma e in tutte le città in cui l’accesso viene somministrato col contagocce. Chi riesce a registrare la domanda ottiene un permesso che vale sei mesi. Spesso con quello inizia a lavorare regolarmente. Alla scadenza, però, perde l’impiego perché l’appuntamento per il rinnovo tarda cinque, sei, sette mesi. Capita che al ritiro, dopo altre file immotivate, il nuovo documento è già scaduto.

Per non parlare dell’esito definitivo delle richieste di protezione. Secondo la legge, i ricorsi contro i dinieghi dovrebbero andare a sentenza in 120 giorni. Un rapporto dell’Associazione nazionale magistrati afferma che le «sezioni specializzate affrontano una durata prospettica di tre anni e tre mesi». È l’effetto delle decine di migliaia di procedimenti arretrati: dai 66mila del 2023 sono passati a 119mila nel 2025. Complice l’aumento di decisioni negative delle Commissioni territoriali, raddoppiato tra il 2024 e l’anno scorso. Sono gli unici organismi, dipendenti dal Viminale, in cui il governo Meloni ha messo soldi e risorse: per dire No a chi chiede asilo.


da Pressenza del 18/04/2026

Il Medio Oriente in fiamme e l’ultima Guerra del Fossile: quando l’impero del petrolio incontra la polvere da sparo

di Aurelio Angelini


Il petrolio non è solo energia. È moneta geopolitica, leva militare, sovranità armata. Stati, élite, regimi, multinazionali si reggono su questo pilastro. E quando la rendita fossile è minacciata, la risposta non è la transizione. È il conflitto. Le rotte energetiche vengono militarizzate. Il Medio Oriente è il laboratorio avanzato di questo processo: Gaza, Libano, Siria, Mar Rosso — fronti diversi, un’unica matrice. E oggi la competizione non riguarda solo il petrolio, ma anche ciò che verrà dopo: litio, terre rare, acqua. La transizione energetica, senza giustizia, rischia di diventare semplicemente una nuova stagione di estrazione e conflitto. Serve una rinascita dell’Onu capace di garantire la pace, la giustizia sociale e il rispetto dei diritti umani su scala planetaria. La pace deve diventare un progetto materiale che ha oggi un nome preciso: uscita dal fossile per costruire sistemi energetici distribuiti e democratici, che sottraggano alla guerra la sua principale motivazione economica. Serve una mobilitazione convergente e strutturata che faccia i conti col potere che distrugge la pace e il clima[il]

C’è un filo nero che attraversa tutti i fronti di guerra di questo inizio di secolo. Non è il filo dell’ideologia, né quello della religione — anche se entrambe vengono cinicamente arruolate come giustificazione. È un filo di greggio: denso, viscoso, inestirpabile. Scorre sotto i deserti del Medio Oriente, sotto i ghiacci che si sciolgono, sotto i vertici internazionali dove si parla di sicurezza mentre si firmano contratti di estrazione. Non siamo dentro una somma di crisi. Siamo dentro un sistema che produce crisi. E quel sistema ha un nome preciso: potere fossile.

Il fossile come architettura del potere

«La pace non è semplicemente l’assenza di guerra: è una virtù, uno stato d’animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia» — Baruch Spinoza

Definirlo semplicemente “cambiamento climatico” è già un modo per attenuare la realtà. Non è un cambiamento: è il risultato storico di un modello estrattivo costruito con violenza, consolidato con la guerra e difeso oggi con ogni mezzo disponibile. Il petrolio non è solo energia. È moneta geopolitica, leva militare, sovranità armata. Interi assetti di potere si reggono su questo pilastro: stati, élite, regimi, multinazionali. E quando quella rendita è minacciata, la risposta non è la transizione. È il conflitto. L’Iran non esporta solo ideologia e dispotismo: esporta influenza costruita con la rendita fossile, alimentando guerre per procura che stabilizzano il proprio ruolo regionale. Israele, sotto la copertura della sicurezza, ha trasformato l’eccezione in regola — occupazione permanente, espansione continua, genocidio, diritto internazionale ridotto a variabile negoziabile. Due modelli apparentemente opposti — teocrazia e nazionalismo etnico — che in realtà condividono la stessa logica: la sicurezza come dominio, il territorio come risorsa, la guerra come strumento ordinario di politica. Non sono anomalie storiche. Sono prodotti coerenti dello stesso sistema. E sopra questo scenario si staglia un ulteriore elemento destabilizzante: la politica americana del fossile come identità nazionale. Il “drill, baby, drill” non è folklore elettorale. È una strategia che lega crescita economica, supremazia geopolitica e distruzione ambientale in un unico progetto di potere, con un messaggio implicito ma chiarissimo: il pianeta è sacrificabile, purché il dominio resti intatto.

La guerra è già iniziata. Non ha ancora un nome

«Non esiste una strada verso la pace. La pace è la strada» — Mahatma Gandhi.

La terza guerra mondiale non inizierà con un’esplosione spettacolare e riconoscibile. Sta già maturando, lentamente, dentro condizioni strutturali sempre più instabili. La crisi climatica destabilizza stati interi. Le migrazioni forzate alimentano conflitti politici interni ed esterni. La competizione per risorse sempre più scarse ridisegna le alleanze. Le rotte energetiche vengono militarizzate. Le sfere di influenza vengono ridefinite in modo sempre più aggressivo. Il Medio Oriente è il laboratorio avanzato di questo processo: Gaza, Libano, Siria, Mar Rosso — fronti diversi, un’unica matrice. Ma sarebbe un errore gravissimo pensare che il conflitto resti confinato là. È esattamente lo stesso errore commesso alla vigilia del 1914, quando nessuno volle vedere che le condizioni strutturali rendevano la catastrofe quasi inevitabile. Oggi, peraltro, la competizione non riguarda solo il petrolio, ma anche ciò che verrà dopo: litio, terre rare, acqua. La transizione energetica, senza giustizia, rischia di diventare semplicemente una nuova stagione di estrazione e conflitto. Non stiamo necessariamente uscendo da un sistema: stiamo combattendo per decidere chi lo controllerà. Chiedere il cessate il fuoco è necessario — ogni vita salvata è una vittoria concreta e irrinunciabile. Ma non è sufficiente. Senza intervenire sulle cause materiali della guerra, ogni tregua rischia di essere soltanto una pausa tra due cicli di violenza. Finché il petrolio resta la principale valuta del potere globale, la guerra rimane una scelta razionale per chi governa. Non un fallimento del sistema: uno dei suoi strumenti. Questo è il punto che il discorso dominante sistematicamente rimuove, e che il movimento pacifista ed ecologista ha il dovere di rimettere al centro del dibattito pubblico.

Ustioni visibili in una donna esposta all’impulso termico di Hiroshima. I colori più scuri provengono dal suo kimono e la pelle nuda ha chiaramente intense ustioni termiche

La rinascita dell’Onu: un’urgenza, non un’utopia

«La sovranità degli stati non può essere uno scudo per la violazione dei diritti umani» — Kofi Annan

In questo scenario, non possiamo non parlare dell’elefante nella stanza: la paralisi delle istituzioni internazionali. L’Onu, nata sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale con la promessa di rendere impossibile un nuovo conflitto globale, è oggi bloccata dall’anacronismo del diritto di veto che consente a pochi stati di sabotare qualsiasi tentativo di giustizia collettiva. Ogni risoluzione di pace viene affossata. Ogni meccanismo di responsabilità viene disinnescato. Il risultato è che il diritto internazionale sopravvive come retorica mentre viene calpestato come prassi. Eppure, l’Onu resta l’unica architettura multilaterale che abbiamo. E proprio per questo va radicalmente riformata, non abbandonata. Quello di cui abbiamo bisogno è una rinascita dell’Onu — non come forum decorativo delle potenze dominanti, ma come istituzione realmente sovranazionale, capace di garantire la pace, la giustizia sociale e il rispetto dei diritti umani su scala planetaria. Questo significa superare il veto unilaterale, rafforzare la Corte Penale Internazionale, dotare le Nazioni Unite di strumenti concreti per affrontare la crisi climatica come la minaccia alla sicurezza globale che è. Un’Onu riformata dovrebbe poter intervenire non solo dove esplodono le bombe, ma anche dove si firmano i contratti petroliferi che le renderanno inevitabili. La sovranità degli stati non può continuare a essere lo scudo dietro cui si nasconde l’impunità dei potenti.

La pace come progetto politico ed ecologico

«La Terra non è un’eredità dei nostri padri: è un prestito dei nostri figli» — Antoine de Saint-Exupéry

Se questa è la diagnosi, la conseguenza è inevitabile: la pace non può essere solo un obiettivo morale. Deve diventare un progetto materiale. E questo progetto ha oggi un nome preciso: uscita dal fossile — non come slogan ambientale, ma come condizione geopolitica; non come scelta tecnica, ma come trasformazione profonda del potere. Significa rompere la dipendenza strutturale dalle rendite energetiche. Significa costruire sistemi energetici distribuiti e democratici, che sottraggano alla guerra la sua principale motivazione economica. Significa ridurre la centralità strategica delle aree di estrazione, togliendo così ai regimi fossili la loro principale fonte di finanziamento della violenza. Ma attenzione: una transizione ingiusta rischierebbe di replicare le stesse logiche con tecnologie diverse. Senza equità globale, senza redistribuzione, senza il pieno coinvolgimento dei paesi più colpiti dalla crisi climatica — quelli che hanno contribuito meno alle emissioni e subiscono di più le conseguenze — la transizione può diventare solo un cambio di padrone. La pace richiede giustizia. E oggi la giustizia è prima di tutto ecologica.

Il tempo è adesso

«Il disastro ambientale è l’altra faccia della medaglia di uno sviluppo economico e sociale sbagliato» — Massimo Scalia

Il vero conflitto del nostro tempo non è tra stati rivali. È tra due modelli di mondo: uno fondato sull’estrazione, sulla competizione e sulla forza; l’altro fondato sulla cooperazione, sulla sostenibilità e sulla sicurezza condivisa. Il primo è ancora dominante. Il secondo esiste — nei movimenti, nelle comunità, nelle pratiche alternative — ma non ha ancora il potere. Ed è qui che si apre la responsabilità politica di chi sceglie di stare dalla parte della pace e della vita: pace e clima non possono più essere battaglie separate. Non basta manifestare contro la guerra e poi accettare un’economia che la rende strutturalmente inevitabile. Non basta difendere il clima ignorando le dinamiche di potere che lo distruggono. Serve una convergenza reale, radicale, capace di mettere in discussione il sistema nel suo insieme, e di proporre una visione alternativa abbastanza concreta da essere praticabile. La terza guerra mondiale non è inevitabile. Ma lo diventa se continuiamo a trattare le sue cause come problemi separati e deleghiamo ai governi che le producono il compito di risolverle.

Conclusione

«Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di una vita autenticamente umana sulla Terra» — Hans Jonas

La pace non è l’assenza di guerra. È l’assenza delle condizioni che rendono la guerra necessaria. E oggi quelle condizioni hanno un nome preciso: imperialismo del fossile, estrattivismo senza limiti, fondamentalismi speculari che si alimentano a vicenda, istituzioni internazionali paralizzate dal veto dei potenti. Nominarle con chiarezza non è pessimismo. È il primo atto politico necessario per cambiarle. La pace è ecologica — o non è.


da Quotidiano Bellico del 16/04/2026

Esercito: pronti alla guerra?


La riforma dell’esercito annunciata dalla Difesa con il ritorno del servizio militare di leva, nelle parole dei generali significa essere pronti alla guerra: una “necessità” che si vuole imporre, senza alternative e soprattutto senza dibattito.

Il governo vorrebbe riformare l’esercito, il Ministro della Difesa Crosetto lo ha annunciato più volte e ha varato un Comitato Strategico che il 16 febbraio scorso ha presentato agli stessi militari “il nuovo modello di riorganizzazione delle Forze Armate, che costituirà la base del disegno di legge di revisione dello strumento militare”. Non abbiamo una bozza ufficiale, ma lo stesso ministro e i diversi Capi di Stato Maggiore hanno dato interviste ai media per spiegare emergenze e bisogni. Secondo il Ministro: «Quando la riforma sarà discussa in Parlamento, non sarà il Ministro a spiegarla: manderò le Forze Armate, uomini e donne che conoscono i limiti attuali e le necessità reali».

Secondo le bozze raccolte da siti legati al “complesso militare industriale” (compresi quelli di arruolamento che sono i meglio informati) la sintesi della riforma è: un aumento degli organici fino a circa 275.000 unità entro il 2040; reintroduzione della leva secondo il modello franco-tedesco (che però sono molto diversi come abbiamo già raccontato qualche settimana fa; varo di una quarta arma specializzata in tecnologie (la cyber armata in sostanza che però è contesa tra i diversi corpi); riformulazione e aumento di una “riserva” da almeno 15mila unità (gli ex militari che vogliono continuare ad addestrarsi e rendersi disponibili); riforma della ferma e della formazione a partire dalle Accademie.

La riforma ha un costo stimato (secondo il quotidiano La Repubblica) di 7 miliardi di euro. E il ritardo nella presentazione del progetto di legge al Parlamento sarebbe dovuto alle ristrettezze di bilancio ma anche al rischio di una opposizione nel Paese.

Per ovviare all’opposizione della stragrande maggioranza dei cittadini (anche gli elettori di destra) il ministero della Difesa ha attivato un vero e proprio ufficio di promozione per lo sviluppo e la diffusione di una Cultura della Difesa” con tanto di Comitato ad hoc di esperti per creare “una mutua contaminazione reciprocamente vantaggiosa con il mondo civile, attraverso un sistema dinamico di relazioni con i principali attori istituzionali, con la società e con il mondo del lavoro”. Un programma di “war washing” in breve per dimostrare come l’incremento del sistema militare sia un vantaggio “per il sistema paese in termini di incremento dei livelli occupazionali, di sviluppo complessivo del sistema industriale, di leadership tecnologica, di incremento della crescita e dunque delle entrate”.

Giuseppe Cavo Dragone, ex Capo di Stato maggiore della Difesa e attualmente Presidente Comitato militare della NATO, in audizione al Parlamento così ragionava: “Siamo assolutamente sottodimensionati: 150mila effettivi è improponibile, 160mila che è quello che attualmente ci è stato approvato è ancora poco e con 170mila siamo al limite della sopravvivenza”. Ricordiamo che 150mila effettivi sono previsti da una legge dello Stato italiano, la 119 del 5 agosto 2022, che ha per ultima riformulato carriere ed effettivi. Da notare inoltre che la guerra in Ucraina era già scoppiata.

Gli effettivi però al dicembre del 2023 erano 160-170mila unità (dipende da come si calcolano), più 110mila carabinieri impiegati nella sicurezza interna. Ma negli ultimi anni all’aumento senza precedenti della spesa militare si accompagna quello della necessità degli effettivi. Prendiamo Carmine Masiello, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, che ha dichiarato più volte che per “un conflitto ad alta intensità” ovvero per una guerra servirebbero oltre 40.000 donne e uomini in più per l’esercito. Su La Stampa del 25 febbraio 2025 chiariva così il concetto: “per troppo tempo si è pensato che l’esercito fosse zaini e scarponi. Siamo stati sotto finanziati per anni. L’esercito deve essere tecnologico e recuperare il gap rispetto alle altre forze armate”. Intanto cominciamo a rifarci i mezzi con almeno 280 carri armati di nuova generazione Panther, poi un migliaio di mezzi corazzati per trasporto truppe o combattimento Lynx (il tutto sviluppato in partnership da RheinMetall e Leonardo per un costo stimato di almeno 20 miliardi di euro).

Enrico Credendino, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, si accontenterebbe, di “9.000 uomini” e predilige invece la spesa in armamenti: “Si pensa a una portaerei a energia nucleare, ma anche a droni di ogni tipo” (lo ha ribadito a varie testate tra cui il Corriere della Sera). La principale preoccupazione dell’Ammiraglio, però, è che la missione europea Aspides nel Mar Rosso per proteggere le navi commerciali dagli attacchi delle milizie yemenite houthi è diventata “combat” di suo, nel senso che si spara “come mai dalla Seconda guerra Mondiale” e “a questi ritmi questo sforzo può durare per 3-4 anni, non oltre”. Nel senso che finiamo i missili.

Ovviamente anche l’aeronautica oltre a un non definito “incremento del personale in servizio attivo e della riserva al momento al vaglio dello Stato Maggiore della Difesa” ha le sue priorità e il Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, Antonio Conserva, davanti alla Commissione Difesa della Camera ne ha elencate “almeno una dozzina”: da “un significativo rafforzamento delle nostre capacità di difesa antimissile e antidrone”, ad aerei, satelliti, radar, senza dimenticare le scorte “tra gli aspetti più sottovalutati nel dibattito pubblico e relegate in secondo piano, ma in realtà linfa vitale di ogni operazione militare prolungata e di successo”. Perché quale operazione militare di lunga durata potrebbe vederci impegnati, generale?

In coro generali, politici e industriali del settore seguono le linee del programma di comunicazione del ministero e parlano di “nuovi assetti geopolitici”, di “necessità strategiche”, di “sistema Difesa” e “sicurezza”. Ma allo stesso tempo dichiarano che l’obiettivo è essere competitivi sul campo con armi e uomini, per qualsiasi guerra e ovunque. Un modello insostenibile, pericoloso e fuori dalla storia: non è prepararsi alla guerra il mandato Costituzionale, ma preparare la pace, evitando al risoluzione dei conflitti con le armi e la minaccia militare.


da Pressenza del 20/04/2026

Istituto Superiore di Sanità: 

nel 2024 8milioni e 200mila consumatori a rischio in Italia

di Giovanni Caprio


Da qualche giorno ha chiuso i battenti un’altra edizione del Vinitaly, la fiera internazionale dedicata al mondo del vino e dei distillati. Chissà se qualcuno dei tanti che sono accorsi a Verona ha avuto la possibilità di leggere che in Italia nel 2024 8 milioni e 200mila persone sono consumatori di alcol a rischio, 4 milioni e 450mila ricorrono all’“abbuffata alcolica” (binge drinker), 730mila sono consumatori “dannosi” con necessità di un trattamento clinico e tra questi, solo l’8,3% sono intercettati dal SSN e in carico ai servizi.

È quanto riportano i dati dell’Osservatorio Nazionale Alcol (ONA) dell’Istituto Superiore di Sanità – ISS, presentati il 16 aprile scorso in occasione dell’Alcohol Prevention Day 2026 (APD). Secondo il Rapporto 2026 “Epidemiologia e monitoraggio alcol-correlato in Italia e nelle Regioni”, a cura di E. Scafato, S. Ghirini, C. Gandin, A. Matone, V. Manno e il Gruppo di Lavoro CSDA (Centro Servizi Documentazione Alcol), l’Italia costituisce un’eccezione nel panorama europeo, risultando l’unico grande Paese produttore di vino a mostrare un incremento significativo del consumo complessivo pro-capite negli ultimi 6 anni.

Inoltre negli ultimi 10 anni si conferma una tendenza in crescita del consumo di alcol tra i maschi minorenni, +6,4% rispetto al 2014. “Sebbene l’Italia sia un Paese in cui è tradizionalmente abitudine il consumo di bevande alcoliche durante i pasti, soprattutto del vino, da molti anni ormai è avvenuto, si legge nel Rapporto, un graduale cambiamento delle abitudini di consumo alcolico, che ha portato alla diffusione di comportamenti a rischio come il bere a stomaco vuoto. Numerose evidenze mostrano che il consumo fuori pasto è correlato a esiti negativi per la salute, indipendentemente dalla quantità consumata, tra cui la mortalità per tutte le cause, per malattie cardiovascolari e per cancro. Inoltre, cominciano ad accumularsi evidenze sul consumo fuori pasto e l’aumentato rischio di cancro del tratto aero-digestivo superiore, l’epatocarcinoma e ancor più recentemente il cancro gastrico e il cancro del retto”.

Nel 2024 i consumatori di vino o alcolici fuori pasto in Italia sono stati il 42,1% degli uomini e il 24,6% delle donne, pari a 17 milioni e 800 mila persone di età superiore a 11 anni, di cui 11 milioni uomini e 6 milioni e 800 mila donne. L’analisi per classi di età mostra che la prevalenza aumenta dalla classe di età 11-15 anni (M=2,2%; F=1,9%) fino a raggiungere i valori massimi tra gli uomini nella fascia di età 25-44 anni, con il 57,4% degli uomini che dichiara di consumare bevande alcoliche lontano dai pasti e tra le donne nella fascia di età 18-44 anni, con oltre il 40% delle consumatrici fuori pasto; oltre tali fasce d’età, per entrambi i sessi, le percentuali diminuiscono nuovamente arrivando tra gli ultra 75enni al 25,1% degli anziani e all’8,1% delle anziane. La prevalenza dei bevitori fuori pasto di sesso maschile è sempre superiore rispetto alle femmine tranne per i giovani di 16-17 anni, in cui non si osservano differenze significative fra i sessi.

Il “consumo abituale eccedentario” si riferisce a un’assunzione di bevande alcoliche che supera, sia in termini di frequenza che di quantità, i limiti di consumo stabiliti oltre i quali si può incorrere in rischi per la salute, tenendo conto del sesso e dell’età dell’individuo. Nel 2024 l’11,9% degli uomini e il 5,2% delle donne di età superiore a 11 anni hanno dichiarato di aver abitualmente ecceduto nel consumare bevande alcoliche per un totale di circa 4.500.000 persone (3.100.000 uomini, 1.400.000 donne). Tra gli adolescenti di 16-17 anni si osserva la percentuale più elevata di consumatori abituali eccedentari (M=34,5%; F=29,7%) seguita dagli anziani con più di 65anni. La percentuale più bassa si registra invece nella fascia di età 18-24 anni (M=2,0%; F=1,6%) e anche per l’anno 2024 si conferma nella popolazione di età superiore ai 25 anni, una differenza di sesso statisticamente significativa.

“Nel 2024 la prevalenza dei consumatori a rischio, si legge nel Rapporto, è stata del 21,8% per i maschi e del 9,1% per le femmine di età superiore agli 11 anni, pari ad oltre 8 milioni di persone (M=5.700.000, F=2.500.000) che non si sono attenute alle raccomandazioni di salute pubblica. L’analisi per classi di età mostra che anche per questo anno la fascia di popolazione più a rischio è quella dei 16-17enni per entrambi i sessi (M=34,5%; F=29,7%) seguita dagli anziani ultra 65enni per i maschi (65-74 anni=29,4%; 75+ anni= 29,2%) e dalle 18-24enni per le femmine (12,9%). Nei minorenni non vi è una differenza statisticamente significativa fra maschi e femmine nella prevalenza dei consumatori a rischio, mentre per tutte le altre fasce d’età il consumo a rischio è sempre più elevato nei maschi”.

Il Rapporto evidenzia anche la mortalità totalmente alcol-attribuibile per età e genere: nell’anno 2022 il numero di decessi tra i residenti in Italia di 15 anni e più per patologie totalmente alcol-attribuibili è stato pari a 1.306, di cui l’82,5% maschi e il 17,5% femmine, che corrispondono a circa 43 decessi per milione di abitanti tra i maschi e circa 9 decessi per milione tra le femmine. Le due patologie che causano il numero maggiore di decessi, sia tra gli uomini che tra le donne, sono le epatopatie alcoliche (M=765; F=172) e i disturbi psichici e comportamentali dovuti all’uso di alcol (M=247; F=43) che, sommate, causano il 94,0% dei decessi alcol-attribuibili tra i maschi e il 94,0% tra le femmine.


mercoledì 22 aprile 2026

Tempi di Fraternità 

 

CONTROCORRENTE

Il governo Sanchez, il 27 gennaio, ha approvato un decreto che permette la regolarizzazione straordinaria di oltre mezzo milione di immigrati irregolari. Si tratta di una scelta politica che sorprende rispetto alla linea dominante in Europa. La ministra dell'Inclusione, della Sicurezza sociale e della Migrazione, Elma Saiz, ha parlato di un “giorno storico” per la nazione, con un rafforzamento “di un modello migratorio basato sui diritti umani, l'integrazione, la convivenza e compatibile con la crescita economica e la coesione sociale”. È da tener presente che la Spagna è uno dei principali Paesi d’arrivo dei flussi migratori diretti verso l”Europa: rispetto ad un totale di 50 milioni di abitanti ospita oltre 7 milioni di stranieri, di cui all'incirca 840 mila irregolari.

Grazie ad un accordo tra Podemos e Psoe, il govemo Sanchez ha emanato un real decreto, che verrà approvato con procedura dìurgenza, che permetterà la regolarizzazione straordinaria degli stranieri arrivati in Spagna prima del 31 dicembre 2025, che abbiano trascorso almeno 5 mesi nel Paese, nonché dei richiedenti protezione internazionale, con il requisito fondamentale della totale assenza di precedenti penali.

Nello specifico, è prevista una semplificazione della procedura burocratica, per consentire agli interessati di lavorare fin dal giorno dell’accettazione della domanda, in qualunque settore. In più, il decreto permetterà, da subito, i ricongiungimenti familiari, con la regolarizzazione, attraverso permessi di 5 anni, dei figli minori delle persone che fanno richiesta.

Il testo è il risultato di un’iniziativa legislativa popolare (ILP), frutto di una campagna portata avanti dall’organizzazione Regularizacion Ya, che ha raccolto più di.700.000 firme. La misura ha ricevuto il plauso della conferenza episcopale spagnola e di altre circa 900 associazioni civili che hanno partecipato all’ILP.

Aprile 2026

 

Tempi di fraternità

Olocausto Palestinese

di Davide Pelanda

 

Un bel libro, questo di Angela Lano, basato su di un rigoroso apparato documentale

 

 

Angela Lano

Olocausto Palestinese

 

Al Hikma

pag.192 - €. 14.00

Il titolo del libro richiama esplicitamente l’Olocausto dei Nativi Americani e si collega al saggio “Olocausto americano” dello  storico David E, Stannard. L’autrice, Angela, stabilisce un parallelismo forte e provocatorio: sostiene che la Paalestina di oggi a ciò che la cosiddetta “civiltà europea” avviò cinquecento anni fa con lo sterminio dei popoli nativi delle Americhe.

Nel volume vengono denunciati, con grande lucidità e attraverso un’ampia e accurata documentazione, i massacri e quello che l’autrice definisce il genocidio del popolo palestinese. Angela non concede attenuanti ne' adotta mezze misure; il suo è un linguaggio che va diretto al cuore del dramma, capace di colpire il lettore come un pugno nello stomaco. Eppue, pur nella forza delle sue parole, evita la retorica e rimane ancorata ai fatti, così come emergono delle fonti.

Uno degli elementi centrali del libro è proprio il rigoroso apparato documentale: ogni afffermazione è sostenuta da documenti di prima mano, in particolare israeliani, e da numerosi studi e opere di altri studiosi che hanno affrontato il tema. L’autrice insiste sul fatto che le grandi tragedie della storia – ingiustizie, genocidi, pulizie etniche - siano state spesso giustificate in nome di presunte superiorità razziste e suprematiste.

Dalla lettura emerge chiaramente quello che Angela individua come l'obiettivo sotteso al protrarsi di questa violenza: la colonizzazione della Striscia di Gaza e, più in generale, di quell’area del Medio Oriente. Un tema che, riaffiora costantemente e non può essere ignorato.

Il libro propone una riflessione amara e radicale: Gaza viene definita “il capolinea dell’umanità e della legalità internazionale”, simbolo di un fallimento collettivo. Allo stesso tempo, l’autrice ricorda come sulle rovine e sullo sterminio di oltre 60 milioni di indigeni siano sorti quelli che oggi vengono chiamati “Stati democratici”, invitando il lettore a interrogarsi sulle fondamenta storiche e morali del mondo contemporaneo.