martedì 2 marzo 2021

LA DISCIPLINA E L'EDUCAZIONE

 "La disciplina è il rispetto delle regole che noi sottoscriviamo. L’educazione è non il rispetto delle regole ma il rispetto degli uomini".

Ermanno Olmi

L'IMPORTANZA DELLA MEMORIA

"Senza memoria l’uomo non sarebbe nulla, e non saprebbe far nulla".

Giacomo Leopardi

STRATEGIE PER LE DONNE

 Tre strategie per le donne 

di Linda Laura Sabbadini

Non c’è solo il problema delle 440 mila lavoratrici in meno rispetto a dicembre 2020. Un milione 300 mila donne sono a rischio, lavorano in aziende in particolari difficoltà per la crisi, secondo i dati Istat. 

Serve una svolta strategica, audace, lungimirante sull’occupazione femminile. Qualcuno si è mai accorto che avevamo un obiettivo europeo per il 2010 di un tasso di occupazione femminile al 60% e che lo abbiamo "bucato"? Qualcuno ha fatto qualcosa per perseguirlo successivamente al 2010? La risposta è no. Siamo al 48,5%. Anni luce dalla media europea del 64,5%. 

Il primo e fondamentale obiettivo che bisogna perseguire è la crescita dell’occupazione femminile. Buona occupazione, come dice l’Organizzazione internazionale del lavoro. 

Ci vuole un grande piano. Una strategia di breve, medio e lungo termine. Tre assi fondamentali.

Primo. Lanciare una grande offensiva culturale per rimuovere gli ostacoli all’accesso al lavoro legati agli stereotipi di genere e ai gap formativi delle ragazze rispetto ai ragazzi, soprattutto nelle materie scientifiche. Servono stanziamenti cospicui per misure contro gli stereotipi di genere nelle scuole per rendere normale che le ragazze accedano allo studio delle materie Stem come i ragazzi. 

Misure incentivanti di breve periodo che intervengano sull’abbassamento delle tasse universitarie, e misure di medio-lungo periodo, che partano dalle scuole primarie, con una impostazione più motivante dell’insegnamento delle materie scientifiche e dell’educazione finanziaria. E qui la creatività deve svilupparsi tra gli insegnanti.

Secondo. Rimuovere gli ostacoli all’accesso, alla permanenza in occupazione delle donne, alla carriera, rappresentati dal forte sovraccarico di lavoro familiare sulle loro spalle e che induce all’abbandono del lavoro dopo la nascita di un figlio.

Il lavoro non retribuito delle donne nella cura di bambini, anziani e disabili, perlomeno per una buona parte, deve trasformarsi in lavoro retribuito, come è successo negli altri Paesi. Cominciamo subito dal settore pubblico con un grande piano per le infrastrutture sociali, investendo e assumendo nei servizi per la sanità, per l’assistenza, per l’educazione (della prima infanzia, per il tempo pieno e l’insegnamento di sostegno specializzato). Individuando il fabbisogno di nuove professioni necessario. 

Usiamo anche i voucher per la cura come previsto in Francia.

Investire in questi settori induce forte crescita di occupazione femminile, perché le donne sono spesso maggioranza al loro interno e perché agisce da moltiplicatore. Diminuendo il sovraccarico di lavoro di cura si aumenta la probabilità di ingresso e permanenza nel mercato del lavoro delle donne, ed al tempo stesso la cura ed il benessere dei cittadini. 

Agiamo anche sulla condivisione del lavoro familiare tra uomini e donne, aumentando il numero di giorni di congedo di paternità e la copertura economica dei congedi parentali.

Terzo. Grande investimento nell’imprenditoria femminile attraverso migliore accesso al credito, spesso negato alle donne, incentivi, orientamento, formazione e affiancamento nei primi tre anni di vita dell’azienda, specie nei nuovi settori economici emergenti. Bisogna fare presto. Siamo in piena she-cession, recessione che colpisce più le donne. 

O si interviene massicciamente ora, o la nostra crescita non sarà inclusiva e aumenterà gli squilibri. Perché ricordiamoci che il vincolo degli investimenti del Pnrr al 57% in settori che favoriscono di più l’occupazione maschile può svantaggiare le donne. Tante associazioni lo denunciano, riunite in "donne per la salvezza" e tante altre. Servono contrappesi. Serve valutazione di impatto di genere. Le donne, in tante, a prescindere dall’estrazione politica lo richiedono. E contano, sono la metà del Paese.

Linda Laura Sabbadini è direttora centrale Istat. Le opinioni qui espresse sono esclusiva responsabilità dell’autrice e non impegnano l’Istat

La Repubblica 1/3


145 PERSONE CONDANNATE PER MAFIA PERCEPIVANO IL REDDITO DI CITTADINANZA: MA DOVE SONO COLORO CHE HANNO IL DOVERE DI CONTROLLARE?

 Quel sussidio ai mafiosi 

La Repubblica 21/2

Sergio Rizzo

Adesso ci mancavano solo i mafiosi. Che il reddito di cittadinanza, misura in linea di principio condivisibile in un Paese dove disoccupazione giovanile e povertà dilagano, fosse stato introdotto in maniera dilettantesca, era ormai lampante. Dimostrazione più clamorosa, la notizia che alcuni parlamentari nonché molti politici locali avevano approfittato delle falle presenti nel meccanismo di concessione del beneficio.

Una follia alla quale si è posto rimedio pochi mesi fa, a due anni dall’entrata in vigore della legge, per decisione del ministero del Lavoro: alla buon’ora.

Sul reddito di cittadinanza così congegnato, per la verità, ci sarebbe molto di dire. Le regole sono fatte male al punto da consentire abusi e non far arrivare i soldi a molti veri poveri. Per non parlare dello spaventoso fallimento dell’idea che il reddito potesse rappresentare l’occasione per far trovare lavoro ai suoi beneficiari con l’assunzione di qualche migliaio di navigator . Gli unici che hanno trovato un’occupazione con i soldi dei contribuenti.

Ma la scoperta che anche 145 persone condannate per mafia avevano ottenuto l’assegno getta una luce inedita su tutta questa vicenda. Perché oltre a rafforzare la convinzione che quella legge sia stata fatta con i piedi (e sarebbe interessante conoscere il nome di chi materialmente l’ha scritta), rende evidenti anche i rischi cui può andare incontro una burocrazia ottusa, impreparata e distaccata dal mondo reale.

Fecero scalpore, non molto tempo fa, alcune dichiarazioni dell’ex presidente dell’Inps Tito Boeri, il quale rivelò che secondo stime dello stesso istituto di previdenza una parte rilevante dei percettori del reddito di cittadinanza si potrebbe annettere alla categoria degli evasori. Boeri raccontò di aver proposto al governo gialloverde che varò la misura di mettere a punto alcuni accorgimenti prima di applicarla. Uno di questi era l’incrocio delle banche dati. La cosa non ha avuto ovviamente seguito, e Boeri è stato sostituito. Ma se si fosse seguito il suo consiglio molti errori sarebbero stati probabilmente evitati: a cominciare proprio dalla concessione dell’assegno di cittadinanza ai condannati per mafia.

Eppure non ci voleva un premio Nobel per capire che quello era il minimo sindacale, prima di distribuire a pioggia tanti soldi. Molti, senza averne diritto avrebbero cercato di approfittarne, ma la tecnologia avrebbe costituito una barriera efficace. Perché non si è fatto, è presto detto. Se la burocrazia in questo Paese non funziona, è anche colpa degli uffici pubblici che non si parlano. E non si parlano perché non si vogliono parlare.

Le banche dati non dialogano fra loro a causa di gelosie fra le amministrazioni che servono a mantenere piccole fette di potere. Senza che finora ci sia mai stata, fatto gravissimo, una politica in grado di imporre l’obbligo di mettere tutte le informazioni di cui dispone un ministero a disposizione degli altri ministeri. La cosa più banale per uno Stato che voglia dirsi tecnologicamente evoluto. Se 145 persone condannate per mafia hanno avuto il reddito di cittadinanza è perché chi gliel’ha concesso non era a conoscenza della loro fedina penale, immaginiamo per la semplice ragione che non poteva accedere al server contenente quell’informazione decisiva. Altrimenti non sarebbe successo.

Questa storia assurda insegna che una delle prime riforme da fare per rendere le nostre pubbliche amministrazioni un pochino più decenti è quella di obbligarle a parlarsi. Gli strumenti ci sono, e lo Stato non lesina neppure le risorse: almeno a giudicare dai 6 miliardi e 200 milioni di euro che spendiamo ogni anno per l’informatica pubblica. Tutto funzionerebbe meglio e i cittadini italiani sarebbero un po’ meno sudditi. Non servirebbe nemmeno una legge, ma soltanto buonsenso: proprio quello che finora è sempre mancato. Aspettiamo ora che il ministro della Pubblica amministrazione faccia quello che non è stato fatto in tutti questi anni. Anche quando egli stesso, per più di tre anni fra il 2008 e il 2011, occupava la stessa poltrona.


PAPA BERGOGLIO FA VISITA ALLA POETESSA EBREA SOPRAVVISSUTA AL LAGER

 Il Papa nella casa romana della poetessa Edith Bruck "Perdono per la Shoah" 

di Paolo Rodari

La Repubbblica 21/02

CITTÀ DEL VATICANO — Ha letto "La memoria è vita, la scrittura è respiro", una sua lunga intervista concessa a Francesca Romana de’ Angelis il 26 gennaio scorso sull’ Osservatore Romano nella quale racconta dell’orrore vissuto da lei e dalla sua famiglia nel tempo della persecuzione nazista. 

Colpito dal passaggio in cui parla di quando il cuoco tedesco del campo di concentramento di Dacahu le regalò un pettinino perché le ricordava la figlia della sua stessa età, ha voluto ieri prendere la sua utilitaria e, con un autista, andarla a trovare nel suo appartamento in centro a Roma. Papa Francesco è arrivato ieri pomeriggio a casa della poetessa di origini ungheresi Edith Bruck, autore per La Nave di Teseo de Il pane perduto , un libro più volte da lui evocato. 

Sceso dall’auto, per non creare assembramenti, si è fatto largo velocemente fra i passanti increduli fuori dal palazzo ed è salito nell’appartamento dove è rimasto per circa due ore: «Sono venuto qui da lei per ringraziarla della sua testimonianza e rendere omaggio al popolo martire della pazzia del populismo nazista e con sincerità le ripeto le parole che ho pronunciato dal cuore allo Yad Vashem e che ripeto davanti ad ogni persona che come lei ha sofferto tanto a causa di questo: perdono Signore a nome dell’umanità », le ha detto una volta entrato, mentre le offriva in dono una Menorah, il candelabro ad olio a sette bracci della religione ebraica, e un volume del Talmud babilonese.

Nata nel 1931 in un piccolo villaggio ungherese, ultima di sei figli di una povera famiglia ebrea, Bruck si è commossa davanti al Papa e ha pianto più volte. 

È stato un incontro «inimmaginabile», ha detto. A lui ha raccontato la sua vita: la deportazione nell’aprile del 1944 insieme ai genitori e a due fratelli nel ghetto del capoluogo e poi nei lager di Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen. Sopravvissuta insieme alla sorella Judit, è approdata dopo diversi anni in Italia e si è stabilita a Roma. 

Qui ha iniziato a scrivere in italiano, una «lingua non sua» che finirà per diventare la sua, per raccontare l’esperienza terribile della deportazione al presente, perché adesso, ha detto recentemente «è ancora più importante ricordare». Furono due sconosciuti, di cui raccolse l’ultima voce nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, a chiederle di testimoniare: «Racconta, non ti crederanno, ma se tu sopravvivi racconta, anche per noi». E così ha fatto, da quando è fuggita dalla Germania fino ad oggi.

Ci sono tante ombre nella vita di Bruck, ma anche molta luce. Scrive non a caso Vatican News che ciò che colpisce di lei «è lo sguardo di speranza che riesce a trasmettere». Anche quando racconta dei momenti più bui, dell’abisso di orrore nel quale lei, bambina, è stata immersa perdendo buona parte della sua famiglia, «non manca mai di fissare sempre il suo sguardo su un particolare bello e buono, su qualche accenno di umanità che le ha permesso di continuare a vivere e a sperare ».

Al Papa, Bruck ha raccontato della vita nel ghetto, di quando un uomo non ebreo le ha regalato un carro di viveri per aiutare i perseguitati, dei giorni a Dachau a scavare trincee, di un soldato tedesco che gli lanciò la sua gavetta da lavare, «ma al fondo aveva lasciato della marmellata per me». «Sono ancora sotto shock positivo — ha detto lei stessa ieri sempre a Vatican News — . Col Papa abbiamo parlato molto a lungo. Ha citato molte parti del libro. È stato un incontro inspiegabile. Io sono ancora emozionata. Ho pianto appena è arrivato. L’ho abbracciato, baciato. Il Papa ha parlato anche della Shoah. Ha chiesto perdono personalmente».

Nelle parole di Bruck al Papa c’è stato anche il ricordo di un soldato tedesco che separandola con forza dalla madre davanti al forno crematorio le salvò la vita. «È successo all’arrivo. Ero con mia madre. Mi hanno destinato con mia madre al crematorio nella parte sinistra. Ma l’ultimo soldato tedesco ha sussurrato e mi ha detto di andare a destra. Io in quel momento non ho capito cosa volesse dire. Mi sono aggrappata alla carne di mia madre. Non volevo lasciarla. Alla fine il soldato, non sapendo come separarci, ha colpito mia madre con un calcio del fucile. Lei è caduta e poi non l’ho più vista. Ha colpito anche me e mi ha trascinato fin quando poi non mi sono trovata a destra. In quel momento non sapevo che voleva salvarmi».


RICEVO DAL GRUPPO PRIMAVERA- RIVALTA

 ISAIA 40-45 o Secondo Isaia,  Gruppo Primavera Sr., 28.02.2021

Il Secondo Isaia:

UN PROFETA SENZA NOME

CHE CI PARLA DEL DIO CHE SA CONSOLARE


Il libro di Isaia è composto da 3 parti, successive l’una all’altra.


  • Nel primo Isaia, dal cap. 1 al 39, si ipotizza la mano di un profeta di nome Isaia, vissuto dal 740 al 701 a.C., e della sua scuola. Il profeta Isaia vive dunque per circa 60 anni, collegato alla corte del Regno del Nord (probabilmente era un profeta di estrazione familiare benestante e dunque più facilmente riconosciuto a corte), in un tempo di relativo benessere per Israele, governato in regime monarchico (la monarchia in Israele si instaura attorno al 1000 a.C. e nel 931 a.C. c’è la separazione dei due regni in Regno del Nord e Regno del Sud). Isaia è un profeta che “affligge i consolati” e tuona con i suoi “Guai a voi...”, contro il re, che tradisce il popolo; contro i sacerdoti, che si arricchiscono; contro il popolo, che è un idolatra!


  • Dopo la scomparsa di Isaia, per circa 100 anni, nonostante prosegua la sua scuola, non emerge nessuna figura in grado di prenderne il testimone; compare poi il profeta Geremia, ma è di estrazione contadina, e viene presto ucciso dai potenti.


  • Intanto, nel Regno del Nord, si fa esperienza di esilio per mano degli Assiri, nel 734/32 a.C. Successivamente, l’impero assiro va verso il declino e, nel 612 a.C. la sua capitale, Ninive, viene saccheggiata dai babilonesi di Nabucodonosor. Nel giro di 20 anni, si assiste ad un cambio di superpotenze: agli Assiri si susseguono i Babilonesi.


  • Nabucodonosor arriva però anche a prendere Israele: una prima volta conquista Gerusalemme nel 597 a.C. (Geremia predica: “arrendiamoci a questo giogo, solo il Signore ci potrà liberare”). Dopo circa 10 anni di occupazione babilonese, Nabucodonosor, stufo dei moti di ribellione ebraici, nel 587 entra nuovamente a Gerusalemme: la città viene pesantemente distrutta e saccheggiata, il tempio raso al suolo, la popolazione più vigore e istruita deportata; rimane il loco la popolazione che lavora la terra.


  • I deportati vengono costretti a compiere un viaggio di circa 3000 chilometri a piedi. Infatti, tra Gerusalemme e Babilonia c’è un grande deserto, inattraversabile, dunque la strada si allunga: salendo verso Nord si costeggia l’Eufrate, sino a lambire la Siria - all’altezza di Carran o Aram- per poi ripiegare verso Sud, lungo la costa, e raggiungere Babilonia. Immaginate che viaggio: nella privazione, nella fatica, molti avranno perso la vita lungo il percorso. Una volta giunti a Babilonia, gli ebrei vengono confinati in una parte della città (simile a una riserva? A una baraccopoli?) e inizia il periodo della schiavitù, più o meno pesante, a seconda del lavoro attribuito (c’è anche chi é impiegato a corte o chi diventa funzionario del regime, i giovani più validi vengono istruiti direttamente a corte).


  • Il cuore della gente è molto pesante: il popolo ebraico sa che non rivedrà mai più la patria, poiché il viaggio di ritorno è impossibile, troppo lungo e faticoso.


  • In esilio il popolo è disperato e sente prossimo il rischio di estinzione. Cosa ci resta ancora? Moriremo tutti qui? I nostri figli adoreranno il dio dei Babilonesi, Marduch? Il nostro popolo è veramente, finito? Dio ci ha abbandonato?


  • Se il vecchio Isaia, in tempo di relativa sicurezza, voleva scuotere dal torpore e dall’indifferenza i governanti e il popolo, ora emerge una scuola profetica che vuole risollevare il morale, dare speranza, annunciare che la schiavitù non è l’unica e non è l’ultima prospettiva.


  • Emerge, in esilio, la figura del profeta Ezechiele, alla cui scuola probabilmente si forma l’autore o gli autori del Secondo Isaia. Ezechiele e il suo gruppo, la sua comunità più prossima, promuovono uno spirito di resistenza e di resilienza, ma soprattutto promuovono la narrazione della memoria e dell’identità del popolo; ad es., il mito della creazione dei 6 giorni all’inizio del Libro della Genesi, pare sia stato scritto durante l’esilio.


  • Esiste insomma un gruppo profetico che compie un prezioso lavoro di creatività: i contenuti che formano l’identità del passato (i racconti mitici e teologici, le memorie della storia del popolo...) vengono arricchiti con una prospettiva che va verso il futuro (potremo tornare ad essere liberi e a vivere nella nostra Terra), per poter sopportare il presente. Questo humus permette di non perdere la consapevolezza della propria dignità e della possibilità di riconquistare libertà e diritto all’autodeterminazione. La frase famosa: “Il Signore aprirà una strada nel deserto per noi” non è solo una bella immagine simbolica, ma la possibilità di giungere dritti a casa tagliando per il deserto e camminando per meno di 1000 km, anziché percorrerne 3000 a ritroso, rifacendo tutta la strada del viaggio verso Babilonia!


  • È in questo clima che cresce l’autore, o gli autori, del Secondo Isaia, di cui non abbiamo un nome riassuntivo né notizie di sorta, come se la realtà storica si sottraesse per far emergere il messaggio del testo stesso, scritto circa 150 anni dopo il Primo Isaia.


  • I capitoli dal 40 al 55 si differenziano nettamente dai primi 39: emerge l'immagine di un Dio creatore che va oltre il caos e il disorientamento che gli ebrei avevano nel cuore; di un Dio che non sgrida, ma consola gli afflitti; di un Dio che partecipa alla sofferenza del popolo e promette la salvezza.


  • Consolate il mio popolo!” (non maledite) (Is 40,1)

  • Io ti prendo per mano e ti dico: non temere, sono qui per aiutarti” (Is 42,13)

  • Un Dio che vede le sofferenze degli uomini e delle donne e sogna di spianare loro la strada: “Non temere, io ti ho chiamato per nome (gli schiavi non hanno più nome) e ti ho liberato: tu sei mio” (Is 43, 1)

  • Ecco il Signore viene come un pastore, fa pascolare il gregge, porta gli agnellini sul petto (che tenerezza!), conduce dolcemente le pecore madri” (il femminile è citato non per il dolore del parto!) (Is 40,11). Un Dio, dunque, che cura e governa il suo popolo, che protegge i più piccoli e i più fragili, che si prende cura di chi cura.


  • In esilio si rinforza inoltre il concetto di un’unico Dio, non inteso come “il nostro Dio è il più potente tra gli dei”, bensì come “esiste un unico Dio per tutta l’umanità”: è il Dio dei potenti e dei perdenti; è il Dio di chi crede in lui, ma è anche il Dio di chi non lo conosce o di chi non crede in lui. “Egli dispiega il cielo come una tenda” (Is 40,22) perché l'umanità possa abitare la Terra.


  • Dio parla il linguaggio della possibilità e i verbi sono al futuro (potrai/potremo): “Il mio servo” in accezione di “colui che amo, colui che io sostengo” (dunque anche chi non crede in me, è un messaggio universale). Colui che amo:

  • Diffonderà la legge dell’amore,

  • Non griderà (non sarà prepotente),

  • Se una canna è incrinata, non la spezzerà,

  • Se una fiamma è debole, non la spegnerà,

  • Non perderà speranza e coraggio.

  • E le popolazioni lontane (da questa prospettiva) staranno in attesa dell’insegnamento del Signore” (Is 42, 1-4). Dio riconosce il bisogno profondo di ognuna/o di dare e ricevere amore, protezione, ascolto. Dio sa che a volte rivestiamo i panni di chi lotta, di chi protegge i deboli, di chi non si scoraggia... ma possiamo anche stare nei panni di chi “attende”, di chi si sente “lontano” e ha bisogno di sentirsi accolto nel profondo per ritrovare senso e indirizzare le sue energie.

  • Dio è come se dicesse: Umanità, ce la puoi fare! “Ti ho chiamato e ti ho dato il potere di portare giustizia sulla terra” (Is 42,5) e di fare alleanze per la pace e la libertà!


  • Poi parla il popolo, ma non si rivolge a Dio, bensì ai suoi simili: “Cantate al Signore un canto nuovo...lodatelo anche voi popolazioni lontane...” (Is 42,10). Immaginate quei momenti della vita che sono come salire su un monte e ridiscenderne con una diversa consapevolezza, o avere una illuminazione o un’intuizione profonda, che vi fa dire: vedo la possibilità di un mondo nuovo, di uno stile di vita diverso e più autentico, di uscire da un dolore ripiegato su se stesso, di rinascere... Ognuno può dare un contenuto proprio a tale esperienza. E allora si scende dal monte con una fiamma nel cuore, per se stessi e per gli altri, e veramente ci si dice: un canto nuovo è possibile: trovare nuove parole, nuove modalità di vita è possibile, trovare nuove parole per raccontare la nostra vita è possibile. E il testo non dice solo FATE, AGITE, ma dice CANTATE, cioè la vostra voce (espressione particolare e unica di ognuno di noi), il vostro corpo, la vostra quotidianità materiale, sia connessa alla vostra anima, al vostro spirito. Il canto arriva ovunque, più del parlato.


  • Il popolo continua il suo dialogo drammatico, viene il DUBBIO DI FARCELA. In Is 42, 25 il popolo dice: non ci siamo accorti, non abbiamo prestato attenzione... all’appello di Dio, che potevamo vivere diversamente.

  • Allora Dio, al capitolo 43, interviene per incoraggiare e ridare fiducia: non temere, sarò con te ovunque sarai!”. “Io non sono uno straniero in mezzo a voi” (Is 43,12). Pace, giustizia, libertà sono una possibilità per questo mondo, nel qui e ora. Nel testo tanti esempi...


  • Nel capitolo 44 un’espressione di amore enorme:

  • Ti ho preso a cuore

  • Non temere

  • Ti amo

  • Ti darò acqua in abbondanza

  • Benedirò i tuoi figli

  • Non seguite gli idoli che non possono darvi niente

  • Io non ti dimentico

  • Cancello i tuoi errori

  • Ritorna da me!


  • Nel cap. 45 un monito a chi ha potere ( come il re Ciro che libererà il popolo):

  • Quando le cose ti vanno bene, non pensare che sia tutto merito tuo

  • E un richiamo alla responsabilità: “Ti ho affidato un incarico!” (45,3).

  • ; La terra è fatta “per far germogliare la giustizia e fiorire la salvezza” (Is 45,8)


  • Ma anche un monito per chi si sente fragile come “un semplice vaso di argilla” o si crogiola nella sua rabbia o impotenza e chiede: “Perché mi hai generato?”. Piuttosto, ONORA la vita, la possibilità di vivere


  • Solo nel Signore, inteso come nello Spirito, nella connessione profonda con noi stessi, con la nostra identità… possiamo trovare “la vittoria e la forza” per praticare la giustizia e sentirci liberi, anche in condizioni di esilio.


  • Dio costantemente ci lancia delle possibilità e vicino ci pone delle occasioni: il nuovo è già qui, se te ne accorgi. “Fra poco farò qualcosa di nuovo, anzi, ho già cominciato, non ve ne accorgete? Costruisco una strada nel deserto” (is 43,19).


PREGHIERA FINALE: Is 42, 10-13

Greenpeace

Tutta plastica che vi spalmate con i cosmetici


Non si vede ma c'è. È la plastica in forma di particelle, note come microplastiche, ma anche in forma liquida e solubile, contenuta in alcuni dei principali prodotti per il makeup, alcuni dei quali entrano anche in contatto con occhi e bocca. Un allarme che abbiamo lanciato nel nostro ultimo rapporto. Il trucco c'è ma non si vede, dopo aver verificato la presenza di materie plastiche sia nelle liste degli ingredienti che con indagini di laboratorio in rossetti, lucidalabbra, mascara, cipria e fondotinta di 11 marchi diversi: Bionike, Deborah, Kiko, Lancôme, Lush, Maybelline, Nyx, Pupa, Purobio, Sephora e Wycon.

Nel 79% dei 672 prodotti verificati online sono state trovate materie plastiche e, tra questi, il 38% era costituito da particelle solide. I mascara sono risultati i prodotti in cui gli ingredienti in plastica erano più frequenti (90% dei prodotti controllati), seguiti da rossetti e lucidalabbra (85%) e fondotinta (74%). Le cinque marche con le percentuali maggiori di prodotti con ingredienti in plastica sono risultate, nell'ordine, Lush, Maybelline, Deborah, Sephora e Wycon.

«Con questa ricerca abbiamo constatato non solo l'ampio utilizzo di particelle solide ma anche l'uso massiccio di polimeri in forma liquida, semisolida e solubile, i cui effetti sulle persone e sull'ambiente non sono del tutto noti», spiega Giuseppe Ungherese, responsabile della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia.

Prima di pubblicare i dati dell'indagine, Greenpeace ha contattato tutte le aziende prese in esame, al fine di fornire un quadro esaustivo che tenesse in considerazione anche il loro punto di vista. Solo Purobio ha risposto al questionario, mentre Cosmetica Italia - divisione di Confindustria di cui fanno parte più di 600 realtà e principale organizzazione di categoria - e tutte le altre aziende interpellate non lo hanno fatto. L'associazione industriale si è limitata a ribadire con una nota stampa l'avvenuta eliminazione, a partire dal 2015, delle microplastiche dai cosmetici con azione esfoliante o da risciacquo, il cui uso è oggi vietato in Italia.

«La pandemia che stiamo vivendo ci insegna che dobbiamo cambiare il rapporto uomo-natura, favorendo una riconversione green de1l'economia. È paradossale che uno dei settori più importanti del Made In Italy continui ad utilizzare, volontariamente, ingredienti in plastica che possono contaminare il pianeta e mettere a rischio la nostra salute», continua Ungherese.

La plastica in forma di particelle è stata trovata in ogni angolo della Terra e si ritiene che ormai anche l'uomo non sia immune da questa contaminazione. Di recente, sono state trovate microplastiche anche nella placenta umana, alcune colorate con pigmenti impiegati in numerosi prodotti di uso comune come rivestimenti; vernici, adesivi e cosmetici.

Per Greenpeace, bisogna ridurre drasticamente l'uso della plastica, indipendentemente dalla quantità impiegata, in qualsiasi settore merceologico, soprattutto laddove ci sono alternative disponibili. Per questo abbiamo esortato pubblicamente Cosmetica Italia e i suoi associati a guidare da subito questa transizione verso la sostenibilità. 

Gaia Maione

Il Manifesto 11 febbraio


[il Manifesto 11 febbraio]

ANNO NUOVO… VITA NUOVA?


Per anni sono stato un nevrotico. Ero ansioso, depresso ed egoista. E tutti continuavano a dirmi di cambiare. Ciò che mi faceva più male era che anche il mio migliore amico continuava a dirmi quanto fossi nevrotico. Anche lui continuava a insistere che cambiassi. E io ero d'accordo anche con lui, e non riuscivo ad avercela con lui. E mi sentivo così impotente e intrappolato.

Poi, un giorno, mi disse: "Non cambiare. Rimani come sei. Non importa se cambi o no. Io ti amo così come sei; non posso fare a meno di amarti". Quelle parole suonarono come una musica per le mie orecchie:  "Non cambiare. Non cambiare. Non cambiare... Ti amo". E mi rilassai. E mi sentii vivo. E, oh meraviglia delle meraviglie, cambiai! Ora so che non potevo cambiare davvero finché non avessi trovato qualcuno che mi avrebbe amato, che fossi cambiato o meno.

Anthony De Mello, Il canto degli uccelli

da Qualevita 190

lunedì 1 marzo 2021

VACCINAZIONI IN PIEMONTE

 Da domenica scattano le vaccinazioni per gli over 80: ecco le 17 sedi possibili

Tre sedi vaccinali ad Avigliana, Susa e Oulx dedicate ai residenti della Val di Susa. Il polo sanitario di Giaveno aggiunto alla lista nelle ultime ore per evitare ai residenti in Val Sangone disagi di spostamento fino ad Avigliana, sede inizialmente prevista per loro. E infine altri undici centri di somministrazione da Venaria a Torre Pellice passando per Beinasco, Collegno, Cumiana, Grugliasco, Orbassano, Pianezza, Pinerolo, Pomaretto e Vigone. Oltre, ovviamente, ai due ospedali di Rivoli e Pinerolo, già in campo da settimane per vaccinare il personale medico-infermieristico. L'azienda sanitaria delle Valli a Ovest di Torino, una delle più grandi del Piemonte, intende muoversi tra le prime in vista del V-Day: domenica 21 febbraio, data d'inizio della somministrazione della doppia dose di vaccino contro il Covid-19 all'intera popolazione, a conclusione delle giornate riservate agli addetti ai lavori dei servizi essenziali (compresi operatori delle forze dell'ordine e insegnanti under-55, convocati da domani).

L’obiettivo è raggiungere innanzitutto gli oltre 45 mila residenti con almeno 80anni d'età (compresi tutti i nati nel 1941) in poche settimane. Per poi allargare il raggio d'azione al resto degli abitanti. Si confida molto sulle 15 sedi distribuite uniformemente sul vasto territorio che spazia dalle porte di Torino al confine con la Francia, oltre che sui due poli ospedalieri. E sul piano di convocazioni elaborato con le direttive dell'assessorato piemontese alla Sanità.

«E' un momento fondamentale per l'intera campagna di vaccinazione» sottolinea Franca Dall'Occo, neo-direttore generale dell'Asl To3, nell'illustrare la procedura al via domenica per i nati entro il 1941: saranno i singoli cittadini a dover dare personalmente l'adesione alla campagna rivolgendosi ai medici di famiglia, che inseriranno i nominativi dei pazienti nell'apposita banca dati regionale. 

 Gli iscritti verranno poi contattati via sms o mail (eventualmente di un parente prossimo) ricevendo indicazione di luogo e data della vaccinazione. Gli impossibilitati a muoversi da casa saranno vaccinati a domicilio. Il personale scolastico (docente e non) con meno di 55 anni d'età accederà, invece, tramite iscrizione sul portale ilpiemontetivaccina.it.


Francesco Falcone, La Stampa 18 febbraio


I NUOVI FASCISMI

 "Al fascismo di oggi manca solo il potere per ridiventare quello che era, e cioè la consacrazione del privilegio e della disuguaglianza".

Primo Levi

POESIA

 POESIA DI SERGIO

Un dolore è troppo lungo se dura dodici anni.

Una vita è troppo breve se si spegne in dodici anni.

Ci chiediamo quanto pesi il tempo sospeso del dubbio,

quanto sia sfuggente il tempo della gioia.

Smarriti vorremmo ritirarci sottraendoci al tempo.

Ma se guardiamo al di fuori di noi stessi

dodici sono I mesi in un anno;

dodici ore è lungo il giorno, dodici la notte all’equinozio.

Il passo instancabile e ciclico del tempo

fa sempre seguire al buio la luce ed il tepore al gelo.

Il dubbio immobile si trasforma nella fiducia,

nel ritmo frastagliato, tutto umano,

che ci ispira a rimetterci in cammino.

RIFLESSIONI DURANTE LA CELEBRAZIONE DELL'EUCARESTIA DI PIOSSASCO

 RIFLESSIONI DI TINA PER L’EUCARESTIA DELLA COMUNITA’ DEL 28 FEBBRAIO 2021

Quale senso dare alla vita?

Cosa vuol dire vivere pienamente?

Sono due grandi domande che ci interrogano sul nostro modo di vivere da credenti. Ora scrivo il mio pensiero.

Dobbiamo essere uomini e donne di speranza… Questo vuol dire che non possiamo assolutamente arrenderci o fermare il cammino dinnanzi alle difficoltà, ansie o intemperie della vita. Non possiamo lasciare che la paura o il pessimismo ci rinchiudano in un angolo dell’esistenza, in quanto incapaci di andare oltre. Dobbiamo essere donne e uomini di speranza, confermando la Parola di Dio che ci esorta ad essere “profeti della speranza”, cioè uomini e donne di fede capaci di trasmettere questa virtù.

Se una persona soffre perché vede la sua vita condizionata dalla sofferenza e dalla malattia oppure si confronta con problemi grandi e asfissianti, o ancora non riesce ad andare oltre quelle situazioni che ormai hanno ingabbiato la sua vita. E’ allora che noi dobbiamo attivarci e dare spazio inculcando la speranza, che non vuol dire rassegnazione o silenziosa attesa che cambi qualcosa.

NO!

La SPERANZA è prima di tutto la CERTEZZA che c’è sempre un bene oltre il tempo del dolore, ma che dobbiamo prima di tutto cercarlo nel nostro cuore, assumendo, così, un atteggiamento responsabile.

La speranza che è in noi non può rimanere nascosta, ma deve necessariamente sprigionarsi al di fuori, manifestandosi attraverso la serenità ed ogni altro atteggiamento, che possa dimostrare che c’è sempre la forza di andare avanti, nonostante tutto.

Perché chi alimenta la speranza, augura sempre il bene, anche se ha la sofferenza nel cuore.

Quindi dobbiamo ripartire ogni giorno da questa speranza per avere uno sguardo diverso sul mondo e anche sulle nostre fatiche e sofferenze, uno sguardo che nasca da un cuore grande che crede ed ha fiducia in Dio e alimenta una fede forte e convinta. Quindi dobbiamo cercare di infondere sempre la speranza a tutti/e con la nostra vita.


CELEBRAZIONE EUCARISTICA DELLA COMUNITA' DI PIOSSASCO: 28 FEBBRAIO 2021

 DIAMO UN SENSO

ALLA NOSTRA VITA!

G. Grazie, o Dio, per averci donato la possibilità di incontrarci, anche se a distanza, sicuri che l’affetto che ci lega non cambia e neanche il desiderio di lodarTi.

Eccoci, o Dio, in questo giorno di festa davanti a Te con le nostre gioie, con le nostre lacrime, con le nostre fatiche, con i nostri affanni, con i nostri affetti, le nostre speranze e i nostri progetti.

Brano musicale


Salmo 22: Salmo. Di Davide.


Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla;
2 su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
3 Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.
4 Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.
5 Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.
6 Felicità e grazia mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.



Letture bibliche: dal Vangelo di Marco cap.21,43


21Essendo passato di nuovo Gesù all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare. 22Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi 23e lo pregava con insistenza: «La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva». 24Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.

25Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia 26e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, 27udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: 28«Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». 29E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male.

30Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi mi ha toccato il mantello?». 31I discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?». 32Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. 33E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. 34Gesù rispose: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Và in pace e sii guarita dal tuo male».

35Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». 36Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, continua solo ad aver fede!». 37E non permise a nessuno di seguirlo fuorchè a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. 38Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. 39Entrato, disse loro: «Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». 40Ed essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina. 41Presa la mano della bambina, le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico, alzati!». 42Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. 43Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare.

PICCOLA RIFLESSIONE INTRODUTTIVA

Questo brano lo abbiamo commentato tantissime volte, ma ogni volta trovo che abbia qualcosa di nuovo da dirci.

Prendo alcuni spunti da un audio di Franco e altri li aggiungo io.

Questa donna da dodici anni soffriva di perdite di sangue e a causa di questa sua malattia, nella cultura ebraica, era considerata impura. Infatti, secondo la Legge ebraica, la donna è impura per tutta la durata del ciclo mensile e deve avvertire del proprio stato non soltanto il marito ( per il divieto di rapporti sessuali), ma anche tutti gli altri maschi della famiglia: essi devono evitare scrupolosamente di toccarla o di toccare qualsiasi oggetto che sia stato in precedenza toccato da lei, per non divenire a loro volta impuri.

Le aveva provate tutte! Ora ha la possibilità di incontrare Gesù e va a questo incontro. Gesù nel racconto, così ben costruito, si accorge di questa donna e le rivolge la parola.

Perdere sangue nella cultura ebraica significa perdere la vita.

Questa donna si accorge, ad un certo punto della sua vita, che non era riuscita a darle un senso. Più passavano gli anni e più si rendeva conto che era inutile vivere come stava vivendo e la risposta la cerca nell’incontro con Gesù.

Questo mi ha posto una domanda:

Quale senso dare alla nostra vita?

Cosa significa vivere pienamente?

A chi dobbiamo guardare per imparare a vivere?

Credo che in questo Gesù ci sia da Maestro

Egli aveva una relazione speciale con Dio, e Lui si rivolgeva, a Lui chiedeva la forza per svolgere la sua missione ogni giorno, per compiere le sue scelte.

La preghiera era la sua forza.

Gesù metteva tutto se stesso nelle cose che faceva, non si risparmiava…

Sapeva opporsi al potere politico e religioso quando opprimeva le persone.

La persona era sempre al centro: la legge ebraica doveva essere al servizio del benessere dalla persona, pensiamo al precetto del sabato.

Sapeva godere delle gioie della vita e non si fa mancare i momenti conviviali, e lascia che la donna sparga sul suo corpo il profumo prezioso…

Si era legato un gruppo di donne e di uomini con i quali vivere ed esercitare il suo ministero.

Ma anche Gesù aveva imparato a vivere dai profeti, che aveva conosciuto leggendo le scritture e osservando con occhi attenti le persone che incontrava.

Nel secondo brano la protagonista è un’altra giovane donna che probabilmente si sente oppressa e rinuncia a vivere. Gesù la prende per mano e le dona fiducia. Ai genitori dice di darle da mangiare. Credo che il significato possa essere quello di invitarli ad occuparsi della ragazza nel modo giusto. E anche loro avranno imparato pian piano a fare il mestiere di genitori!

E su questi ci sarebbe tanto da dire..

INTERVENTI LIBERI

Brano musicale

PREGHIERA EUCARISTICA

  1. Mettiamo davanti a te, o Dio, le nostre povere esistenze,

fatte di alti e bassi, di momenti in cui riusciamo a portare un granellino alla costruzione del tuo Regno, qui e ora, a momenti in cui ci chiudiamo a riccio.

  1. Non stancarti dei nostri cuori chiusi e continua ad invitarci a cambiare, attraverso le mani di amici e amiche che ci invitano ad uscire da noi stesse/i.

1.Donaci un cuore che sappia vedere ciò che conta veramente nella nostra vita e la capacità di portare avanti un piccolo impegno che ci prendiamo.

2. Grazie ancora per il dono di momenti come questo, o Dio!

Incontrandoci rinnoviamo la fiducia in Te e il desiderio di continuare a sperare nonostante tutto.

2. Grazie, o Dio della Vita, per tutti i doni che riceviamo ogni giorno.


G. Ora, anche noi compiamo il gesto che Gesù lasciò ai suoi amici e alle sue amiche affinché continuassero a ricordarsi di lui per continuare a portare avanti il suo messaggio e a compiere le sue scelte.

T. Gesù sedeva a mensa con i dodici che aveva scelto tra la gente che non conta nulla. La congiura dei potenti stava per metterlo nelle mani di coloro che cercavano ogni pretesto per farlo fuori. Era notte per tutti, anche per il cuore di Gesù. Egli prese il pane, pregò il Padre, ne diede a tutti dicendo: Questo è il mio corpo dato per voi: è il segno dell’amore che condivide, che non tiene per sé. Fate questo in memoria di me.” Allo stesso modo, quando ebbero cenato, prese la coppa del vino e disse: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue. Tutte le volte che bevete a questo calice, fate questo in memoria di me”.

Condivisione del pane e del vino

Brano musicale

PADRE NOSTRO

PREGHIERE SPONTANEE

Benedizione finale


Succede a volte che la nave della nostra esistenza è in mano non al capitano, ma al cuoco di bordo e le informazioni che ci accompagnano nel nostro viaggio sono spesso superflue, secondarie, effimere.

Questo accade quando l’uomo viaggiatore si accontenta solo del menù, si accontenta di solo pane e non ha bisogno di sapere dove sta andando, quando arriverà, se la nave è capace di affrontare l’oceano con sicurezza.

Il primo passo per viaggiare bene è passare dall’ esteriore all’ interiore, dal superfluo all’essenziale. Perché la nostra nave non sia in mano al cuoco.

(S. Kierkeegaard)


EUCARESTIA DEL 28 FEBBRAIO 2021

Maria Grazia Bondesan per la Cdb di Piossasco








ESSERE O APPARIRE

 "Tutti ti valutano per quello che appari.

Pochi comprendono quel che tu sei".

Niccolò Machiavelli