martedì 28 aprile 2026

Alcune <<gemme>> dal libro biblico di Siracide

Il vero culto

<<Chi offre in sacrificio ciò che

ha rubato ai poveri

è come chi uccide un ragazzo

sotto gli occhi di suo papà,

perché un pezzo di pane permette

a un povero diavolo di campare

e portarglielo via significa ucciderlo.

Chi porta via il nutrimento agli altri

li uccide;

chi rifiuta il salario all’operaio

è un’assassino>>

(Sir. 34,24-27).


Un cuore sapiente

<<Fidati del consiglio del tuo cuore

perché nessuno ti è più fedele.

Infatti il tuo cuore in certi casi sa avvertirti

meglio che sette sentinelle sopra la torre.

Ma, soprattutto, prega Dio, l’Altissimo,

perché guidi la tua vita sulla strada giusta>>.

(Sir. 37,13).


da Pressenza del 25/04/2026

La mattina del 26 aprile oltre 60 imbarcazioni della Global Sumud Flotilla salperanno da Augusta verso Gaza

di Global Movement to Gaza


Dalle 12:00 di domenica 26 aprile, al porto Xiphonio di Augusta le imbarcazioni italiane e spagnole della Global Sumud Flotilla lasceranno gli ormeggi siciliani con l’obiettivo di sfidare l’assedio illegale, aprire un corridoio umanitario in Palestina e costruire un fronte globale di azioni coordinate per spingere i governi ad imporre l’embargo e le sanzioni a Israele: “Insistiamo con boicottaggio, pressione interna, scioperi e mobilitazioni”.

Le oltre 60 imbarcazioni italiane e spagnole presenti al porto di Augusta salperanno nella mattinata del 26 aprile con un obiettivo chiaro: spezzare l’assedio, riaffermare il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, e  creare le condizioni per una mobilitazione internazionale permanente che si rinvigorisca con la partenza,  come atto politico integrale concreto che mira a sfidare il blocco illegale imposto a Gaza, forzare l’apertura di un corridoio umanitario permanente e denunciare congiuntamente la complicità della comunità internazionale.

La Dichiarazione di Bruxelles, adottata il 22 aprile 2026 al primo Congresso parlamentare della Global Sumud Flotilla, ha sancito un principio ormai ineludibile: di fronte al reiterato inadempimento delle misure della giustizia internazionale, al finto cessate il fuoco, alla consistenza dell’occupazione dei territori palestinesi, all’aggressione nel sud del Libano, alla persistente chiusura delle vie di terra e alla continua negazione dell’accesso umanitario a Gaza, non è più sufficiente la sola denuncia dello Stato di Israele e dei suoi alleati.  È necessario agire in modo integrale e differenziato, costruendo un fronte internazionale capace di colpire il sistema di complicità che tiene in vita l’assedio:  boicottaggio, pressione politica interna, mobilitazione sindacale, scioperi generali e azioni di disobbedienza civile nonviolenta – tutti questi strumenti sono oggi messi in campo come parte di una strategia comune, affinché venga rispettato il diritto all’autodeterminazione dei popoli.


da Pressenza del 26/04/2026

Scuola e università tra guerra e formazione: la deriva della militarizzazione culturale

di Laura Tussi


In un contesto internazionale segnato da conflitti globali, riarmo e nuove tensioni geopolitiche, s’infiamma anche in Italia il dibattito sull’ingresso delle logiche militari nei sistemi educativi. Un fenomeno sempre più diffuso che interroga il ruolo stesso dell’istruzione pubblica.

I bambini e i ragazzi hanno diritto a crescere in ambienti educativi liberi, aperti e orientati alla pace, non condizionati da una presenza militare invasiva che può generare paura e confusione. La scuola dovrebbe essere uno spazio di dialogo, confronto e sviluppo del pensiero critico, non un luogo in cui si normalizzano logiche di guerra e gerarchie autoritarie. Esporre precocemente i giovani a simboli, linguaggi e strutture militari rischia di influenzare la loro percezione della realtà, rendendo accettabile ciò che dovrebbe invece essere interrogato e compreso criticamente.

Difendere i più giovani significa proteggerli da ogni forma di pressione ideologica e garantire loro un’educazione fondata su valori come la cooperazione, la solidarietà e il rispetto reciproco. La presenza militare nelle aule, se pervasiva, può limitare la libertà educativa e la pluralità dei punti di vista. I ragazzi devono poter immaginare il futuro senza sentirsi indirizzati verso modelli unici e rigidi.

Una scuola davvero democratica forma cittadini consapevoli, non sudditi disciplinati. Per questo è fondamentale preservare gli spazi educativi da ogni forma di militarizzazione, tutelando il diritto dei giovani a crescere in un clima di pace, libertà e dignità.

La crescente penetrazione della cultura militare nei sistemi educativi rappresenta dunque una delle trasformazioni più controverse e meno discusse del panorama contemporaneo dell’istruzione pubblica e universitaria. In un contesto globale segnato da conflitti permanenti, riarmo internazionale, crisi geopolitiche e ridefinizione degli equilibri di potere, scuole e università sembrano progressivamente perdere la loro funzione originaria di luoghi deputati alla formazione critica della persona, per diventare spazi attraversati da logiche securitarie, nazionalistiche e produttive sempre più vicine agli interessi degli apparati militari e industriali.

Riflettere criticamente sul militarismo nell’istruzione significa interrogarsi non soltanto sulla presenza materiale delle istituzioni armate nei contesti formativi, ma anche sulle strutture culturali, economiche e simboliche che rendono tale presenza socialmente accettabile e politicamente legittimata.

L’educazione moderna, almeno nella sua formulazione democratica e costituzionale, nasce storicamente come strumento di emancipazione collettiva. Pensatori come John Dewey hanno concepito la scuola come laboratorio della democrazia, mentre Paulo Freire ha insistito sulla necessità di un’educazione capace di sviluppare coscienza critica e liberazione dalle strutture oppressive. Anche Antonio Gramsci aveva riconosciuto nella formazione culturale uno degli strumenti fondamentali per l’autonomia delle classi subalterne.

In questa prospettiva, l’ingresso delle forze armate nei processi educativi appare come una torsione radicale della missione pedagogica originaria: l’istituzione scolastica non viene più orientata prioritariamente alla costruzione di cittadini consapevoli, ma alla normalizzazione della guerra come elemento strutturale della vita politica contemporanea.

La militarizzazione dell’istruzione assume forme molteplici e spesso indirette. Può manifestarsi attraverso protocolli d’intesa tra ministeri dell’istruzione e della difesa, programmi di orientamento professionale che promuovono carriere militari tra adolescenti e giovani adulti, presenza delle forze armate durante eventi scolastici, percorsi di alternanza scuola-lavoro presso enti collegati alla difesa, finanziamenti universitari destinati alla ricerca dual use e collaborazioni accademiche con industrie belliche.

In numerosi paesi occidentali tali pratiche sono state progressivamente normalizzate attraverso una retorica fondata sulla sicurezza nazionale, sull’innovazione tecnologica e sulle opportunità occupazionali. Tuttavia, questa normalizzazione produce un mutamento profondo: gli studenti vengono educati a percepire la guerra non come fallimento della politica, ma come componente inevitabile della stabilità internazionale.

L’analisi di questo fenomeno richiede anche una riflessione sulle trasformazioni del capitalismo contemporaneo. Il complesso militare-industriale, descritto da Dwight D. Eisenhower nel celebre discorso del 1961, ha assunto oggi una dimensione ancora più pervasiva. Non si tratta più soltanto dell’intreccio tra apparati militari e industrie della difesa, ma di una rete globale che coinvolge università, centri di ricerca, piattaforme tecnologiche, aziende informatiche e governi.

Le università diventano così nodi strategici di produzione scientifica applicabile tanto al settore civile quanto a quello militare. Le discipline STEM vengono frequentemente valorizzate in funzione della competitività strategica nazionale, mentre le scienze umane e sociali subiscono processi di marginalizzazione che riducono la capacità critica delle istituzioni accademiche.

La militarizzazione culturale opera anche attraverso i linguaggi. Termini come resilienza, sicurezza, minaccia, strategia e difesa penetrano progressivamente nel lessico educativo, contribuendo a ridefinire l’immaginario delle nuove generazioni. La pedagogia viene subordinata alla gestione del rischio; la cittadinanza viene reinterpretata come adesione disciplinata alle esigenze dello Stato; il dissenso può essere delegittimato come atteggiamento irresponsabile nei confronti della sicurezza collettiva.

In questa dinamica si intravede ciò che Michel Foucault aveva definito come il rapporto tra sapere e potere: le istituzioni educative producono soggetti compatibili con specifiche configurazioni di dominio.

Le conseguenze etiche di tale processo sono profonde. Una società che abitua i giovani alla presenza ordinaria delle strutture militari nei luoghi della formazione rischia di ridurre la sensibilità verso la sofferenza prodotta dai conflitti armati. Le guerre contemporanee vengono spesso rappresentate in maniera astratta, attraverso narrazioni tecnologiche che occultano le devastazioni umane nei territori colpiti. L’esperienza di popolazioni civili in aree come la Striscia di Gaza, l’Ucraina, lo Yemen o il Sudan dimostra invece che ogni conflitto produce distruzione sociale, trauma intergenerazionale e regressione democratica.

Un’educazione autenticamente umanistica dovrebbe rendere visibili queste conseguenze, piuttosto che occultarle dietro retoriche patriottiche o tecnocratiche.

In questo scenario assumono particolare rilevanza le attività di osservatori indipendenti e studiosi critici che denunciano tali processi. Il lavoro di Michele Lucivero, insieme a quello di giornalisti e ricercatori come Antonio Mazzeo e Federico Giusti, contribuisce a costruire una contro-narrazione fondamentale, capace di riportare al centro del dibattito pubblico il ruolo dell’istruzione.

Opporsi alla militarizzazione non significa ignorare la complessità delle relazioni internazionali né negare l’esistenza dei conflitti. Significa piuttosto riaffermare il primato dell’educazione come spazio di libertà critica. Le scuole e le università dovrebbero insegnare il valore della cooperazione internazionale, della diplomazia, del diritto internazionale, della risoluzione non violenta dei conflitti e della giustizia globale.

La posta in gioco è profondamente civile e democratica. Se l’educazione rinuncia alla propria autonomia critica e accetta di essere integrata nei dispositivi della guerra permanente, l’intera società rischia di perdere uno dei suoi principali strumenti di emancipazione.

Difendere scuole e università dalla militarizzazione significa difendere la possibilità stessa di immaginare un ordine internazionale fondato non sulla forza, ma sulla dignità umana, sulla verità storica, sulla pace e sulla libertà. In questa prospettiva, la resistenza culturale contro il militarismo non è una battaglia marginale, ma una delle questioni decisive del nostro tempo.


Grazie, o Padre

 

Ti chiamo Padre.

Davvero lo sei

e io lo credo.

Ti chiamo Madre.

Davvero lo sei.

e io lo credo.

Grazie

per il dono

della Tua Parola.

Tu lo sai:

è una vita che resisto

al Tuo amore;

ma Tu sei più forte!

Continui a seminare

sulla pietra dura

del mio cuore

e non Ti stanchi.

Se sbarro la porta,

Tu la riapri;

se chiudo la Bibbia,

me la rimetti

fra le mani.

Grazie

per questa parola

incandescente,

che mi scatena guerra

dentro il cuore.

Essa è ancora capace

di farmi piangere

di gioia

e di stupore.

I miei capelli

sono diventati bianchi e radi,

ma la Tua parola

é giovane e viva,

e il tempo

non l'ha svigorita.

Grazie

per i fratelli e le sorelle

con i quali cerco

in questa Parola

le acque zampillanti

della Tua vita.

Quando a sera,

con gesto infantile,

Ti ascolto e Ti parlo,

in ginocchio, come un fanciullo,

non trovo mai

altra parola che

«Grazie!»

E Tu mi dici:

«Avanti, coraggio...

verso il domani

Ti abbraccio».

 

F. Barbero, 2004 in Olio per la lampada