lunedì 22 giugno 2026

da Le Monde diplomatique 06/2026

AL SERVIZIO DI CHI?

 

Nella scuola francese per spie, Agente segreto, un mestiere come un altro?

Nell'insegnamento superiore, alcuni costosi corsi di laurea permettono di familiarizzare con il mondo dell'intelligence.

Con il coinvolgimento di ricercatori e professionist sono organizzati attorno a un particolare abbinamento di generi. L'università e i «servizi convolano felicemente a nozze. Ma la loro creatura, chiamata «Intelligence studies», è alquanto sinistra.

«Diploma Malotru», in riferimento all’eroe della serie Le Bureau-sotto copertura, o ancora Centro di formazione per spie: non mancano certo i soprannomi attribuiti al corso proposto a Sciences Po Saint-Germain-en-Laye e destinato a preparare gli agenti dell'intelligence francese. Creato nel 2019 in collaborazione con l'Accademia dell'intelligence – un organismo pubblico che ha come obiettivo di avvicinare l'università ai servizi segreti - il corso di laurea in intelligence e minacce globali (Di-ReM); ha la missione di introdurre gli studenti alla «realtà delle minacce securitarie che toccano il paese e (ai mezzi esistenti per prevenirle e combatterle». L'Accademia supervisiona il contenuto pedagogico per garantire la «pertinenza» professionale del corso di laurea.

Questo programma contribuisce alla diffusione di percorsi universitari incentrati sull'intelligence, spesso gestiti da vari istituti di studi politici (Iep). Dal 2010, il campus di Parigi proponeva un corso intitolato «Informare le democrazie, informare sulla democrazia», impartito da Philippe Hayez e Jean-Claude Cousseran, entrambi provenienti dalla direzione generale della sicurezza esterna (Dgse), dal 2021, Sciences Po Aix-en-Provence ha lanciato un master intitolato «Esperto di intelligence e previsione di rischi e minacce», in partenariato con la Scuola dell'aeronautica e dello spazio, e codiretto da Walter Bruyère-Ostells, professore di storia contemporanea, e da Serge Choley, generale di corpo d'armata dell'aeronautica militare. Questo master, al pari di altri corsi, si fonda su un ecosistema di insegnanti scelti tra accademici e tecnici dell'intelligence o della sicurezza. Una simile confusione di confini non è una specificità propriamente francese, bensì caratterizza un modello ampiamente diffuso oltremanica, quello degli intelligence studies (Is), una definizione che tiene insieme due realtà strettamente legate: da un lato un complesso di corsi di studio e diplomi specialistici, e dall'altro, una scienza di governo.

Gli Is sono emersi in diverse università britanniche a partire dagli anni 1990. In particolare all'interno dei war studies (studi di guerra) del King's college di Londra.


MOMENTO DI PREGHIERA 

CdB di Piossasco

18 giugno 2026


Iniziamo con un canto: IL DIO DELLA GIOIA


O Dio, che gioia infinita rivolgerci a Te, chiamandoTi in mille modi, con novantanove nomi, come ci insegnano i nostri fratelli e le nostre sorelle musulmani. 

Spetta a noi inventare il centesimo!

Tu, Dio, Allah, Elohim, Adonai, Yhwh, nostro Creatore, Forza dell'Amore che ci hai donato la vita.

Eccoci tutti e tutte davanti a Te così fragili, ma desiderosi di tenerci per mano per mettere una piccola pietra nella costruzione del Tuo regno, come ci ha insegnato Gesù, il Profeta di Nazareth, nostro Maestro.

Aiutaci a vivere il Tuo mistero come tue piccole creature e a riconoscerTi nostro creatore, affinché la nostra fiducia in Te cresca e come Gesù impariamo ad affidarci e a fidarci di Te.


Ascoltiamo la preghiera di Husayn-Mansur al Hallaj

(poeta sufi del nono secolo d.C.)

Ho riflettuto sulle molte religioni

compiendo sforzi per poterle intendere;

e le considero i molti rami

tutti gemmati da un Principio unico.

Non chiedere dunque a un uomo di

adotta e questa o quella denominazione

confessionale;

ciò lo porterebbe lontano dal Principio. 

È il Principio stesso che deve venire

a cercarlo,

è Lui, ed in Lui si chiariscono

tutti i significati e le grandezze.

Solo così ogni uomo . . . potrà capire.


CANTO : DIO DEL CIELO


SALMO 148

LODE ALLA GRANDEZZA DI DIO, SIGNORE DEL CREATO


Lodate il Signore dai cieli,
lodatelo nell'alto dei cieli.

Lodatelo, voi tutti, suoi angeli,
lodatelo, voi tutte, sue schiere.

Lodatelo, sole e luna,
lodatelo, voi, stelle luminose,
lodatelo, cieli dei cieli,
voi, acque al di sopra dei cieli.

Tutto lodi il nome del Signore,
tutto è stato creato per sua volontà;
è Lui che ha fatto esistere l’universo

con leggi che mai passeranno.


Lodate il Signore dalla terra,
voi mostri e abissi del mare,
fuoco e grandine, neve e nebbia,

vento di bufera suo messaggero.

Lodate il Signore, monti e colline,
alberi da frutta e altissimi cedri,
voi, fiere e bestie tutte

rettili e uccelli dell’aria.


I re della terra e tutte le nazioni

i governanti e i giudici del popolo,

i giovani e le ragazze,
i vecchi insieme ai bambini.

Lodino il nome del Signore,
sublime è il suo nome, quello solo,

la sua gloria brilla sulla terra e nei cieli.


Egli ha sollevato le sorti del suo popolo,

è la gioia di quanti lo amano,

di Israele, popolo a Lui caro.


CANTO: RESTA CON NOI


DAMMI LA FORZA

Rabindranath Tagore


Di questo ti prego, Signore:
colpisci, colpisci alla radice
la miseria che è nel mio cuore.

Dammi la forza di sopportare
serenamente gioie e dolori.

Dammi la forza
di rendere il mio amore
utile e fecondo al tuo servizio.

Dammi la forza
di non rinnegare mai il povero,
di non piegare le ginocchia
davanti all'insolenza dei potenti.

Dammi la forza
di elevare il pensiero

sopra le meschinità
della vita di ogni giorno.

Dammi la forza
di arrendere con amore
la mia forza alla tua volontà.


PADRE NOSTRO

Tenendoci per mano. 

Con questo gesto rinnoviamo la gioia di stare insieme, di impegnarci ad essere portatori e potatrici di azioni di pace sulla strada di Gesù di Nazareth.


PREGHIERE SPONTANNEE


IL CORAGGIO E LA CERTEZZA DELL’AMORE

Rabindranath Tagore


Dammi il supremo coraggio dell'amore.
Questa è la mia preghiera:
coraggio di parlare,
di agire, di soffrire,
di lasciare tutte le cose,
o di essere lasciato solo.

Temprami con incarichi rischiosi,
onorami con il dolore,
e aiutami ad alzarmi ogni volta che cadrò.

Dammi la suprema certezza dell'amore.
Questa è la mia preghiera:
la certezza che appartiene alla vita nella morte,
alla vittoria nella sconfitta,
alla potenza nascosta nella più fragile bellezza,
a quella dignità nel dolore,
che accetta l'offesa,
ma disdegna di ripagarla con l'offesa.

Dammi la forza di amare
sempre e ad ogni costo.


da Le Monde Diplomatique di 06/2026

Il volto oscuro della scommessa Ucraina

di Gerge Halimi e Pierre Rimbert

 

Prima bisognava difendere l’Ucraina aggredita dalla Russia. Armarla, finanziarla con centinaia di migliaia di euro. Sostenerla, aprendole le porte dell'Unione europea. Accelerare il suo ingresso, affinché la Russia non tentasse nuovamente di attaccarla. Tutti sapevano che l’allargamento si sarebbe pagato con l'implosione della politica agricola comune (Pac) e con un dumping salariale eccedente che l’Europa aveva già sperimentato con la Polonia e la Romania. Ma i dirigenti dell’Unione, e i media, all'unisono, promettevano che questa integrazione avrebbe dato credibilità alla politica di difesa europea contro la Russia, fornendo agli Stati membri un'esperienza militare e una base industriale più rassicurante dell'«ombrello americano», la cui disponibilità pare oggi troppo dipendente dagli umori altalenanti dell'inquilino della Casa Bianca.

Secondo The Economist, pur fervente sostenitore di Kiev, una ragione ancora più imperativa stuzzica i capi di Stato e di governo europei: «Se è rischioso accogliere l’Ucraina, è ancora più pericoloso lasciarla fuori». Il settimanale britannico riassume così le conversazioni confidenziali svoltosi a Bruxelles: «Quando la guerra con la Russia sarà terminata, l'Ucraina avrà centinaia di migliaia di ex soldati temprati dai combattimenti. Se l'Unione la rifiuta, niente garantisce che potenti faziosi si rivoltino contra l'Occidente. Al saldo dei pericoli elencati: un'Ucraina sconvolta da crisi interne, scontri per impossessarsi delle sue risorse, un riavvicinamento alla Russia». L'ipotesi che il paese armato e finanziato da quattro anni per portare i «nostri valori» di fronte al «padrone del Cremlino» possa un domani trasformarsi in avanguardia filorussa ostile al Vecchio continente, sancirebbe sicuramente un nuovo trionfo del genio strategico di Bruxelles. Il tutto avverrebbe a seguito delle sanzioni energetiche autoimposte che hanno dissanguato l'industria tedesca, e della timida acquiescenza nei confronti delle capricciose iniziative di Donald Trump in Medioriente, nel timore che egli si vendichi «mollando» l'Ucraina.

Ma ci vuole di più per scoraggiare l'Europa.... Pur di continuare a equipaggiare Kiev con forniture statunitensi l'Unione ha accettato un meccanismo umiliante: oramai Washington fornisce a Kiev unicamente le armi che gli europei le hanno acquistato preventivamente - e a patto che al Pentagono ne restino abbastanza per bombardare l'Iran, riempire gli arsenali di Israele e proteggere i comuni alleati regionali nel Vicino Oriente come l'Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati arabi uniti. Concretamente, gli europei pagano la Nato affinché compri dagli Stati Uniti gli armamenti da offrire all'Ucraina.

Con Trump alla Casa Bianca questo tipo di circuito indiretto favorisce la diffusione online di notizie. Secondo il Washington Post, una parte dei 5,5 miliardi di dollari destinati alla Nato dagli alleati di Kiev, non sarebbe servita all’esercito ucraino, ma a… riapprovvigionare gli arsenali americani. La guerra con l'Iran, spiega il Pentagono, ci obbliga a reintegrare i nostri stock di munizioni, di radar, di missili in precedenza concessi a Volodymyr Zelensky dall'amministrazione Biden. Delusi dal fatto che gli Stati Uniti si fanno rimborsare grazie ai fondi europei, Kiev e Bruxelles dispongono tuttavia di una carta da giocare. Ha il volto di Mark Rutte, segretario generale della Nato e campione incontestato di piaggeria nei confronti di Trump. A un incontro della Nato nel giugno 2025, il presidente degli Stati Uniti, il primo a non avere cani alla Casa Bianca dopo la Seconda guerra mondiale, è parso intenerito dalle strabordanti manifestazioni d'affetto di Rutte (love bombing in inglese), in particolare quando l'ha chiamato «papà».

Il prossimo incontro della Nato, previsto ad Ankara a luglio, dovrebbe offrire al suo segretario generale l'occasione di rotolarsi ai piedi del presidente americano affinché possa esercitare ancor più la sua sovranità a beneficio della causa ucraina.


Innamoramento di Luigi Berzano


Un giorno in cui una grande folla andava con Gesù, egli si voltò e disse: «Se uno viene con me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. (...) Così chiunque di voi che non rinuncia a tutte le sue cose, non può essere mio discepolo» (Vangelo di Luca, 14, 25-33).

 

Solo chi vive un innamoramento può capire parole così radicali quali quelle di Gesù. È un dato ricorrente nei vangeli questo rigore che Gesù proponeva ai suoi discepoli. A noi pare eccessivo. Ma dobbiamo tradurre meglio queste parole; infatti, nella lingua aramaica - la lingua di Gesù - la mancanza dei comparativi produce una difficile comprensione dei testi. Nel Vangelo di Luca, il testo letterale direbbe che il discepolo dovrebbe odiare padre, madre e tutti, per amare Gesù.

In realtà, Gesù voleva dire che i suoi discepdli avrebbero davuto amare lui ancor più degli altri. Il Vangelo di Matteo, infatti, scrive così e non è duro quanto quello di Luca. Comunemente si preferisce la lectio difficilior, secondo la quale Gesù sarebbe un severo maestro che preferisce la croce del Calvario alla dolcezza dei rapporti domestici. Anche oggi la famiglia riceve un’attenzione così grande che se Luca venisse a ripetere queste cose verrebbe allontanato fuori dalle chiese.

Gesù sarebbe l’antitesi della religione cinese di Confucio che esalta l’attaccamento alla famiglia e il culto degli antenati. Quando i gesuiti arrivarono a predicare in Cina, stavano ben attenti a non citare questi versetti di Luca. E, anzi, adottavano uno stile da “mandarini cinesi” per conciliare le parole di Gesù con il culto familiare degli uditori, anche se la Chiesa di Roma non condivideva questa pastorale missionaria e la condannava. Ma eravamo nel XVII secolo, quando Matteo Ricci e i suol confratelli gesuiti iniziarono ad annunciare il vangelo in Cina.

Che cosa dunque chiede Gesù? Per prima cosa Gesù indica una via radicale e non “indora” la pillola! Quelli erano i primi discepoli e il maestro non voleva equivoci. Se il primo passo fosse stato sbagliato anche gli altri sarebbero stati fuori strada. Per seguire la via dell’amore senza limiti non si possono avere troppi amori. Paradossale, ma è la parola di Gesù. Per seguire la via e trovare se stessi, bisogna andare contro anche a se stessi. Qui Gesù le cose non le sussurra all’orecchio dei discepali, ma le lancia sul volto. Le grida alla folla che lo segue in adorazione. Mette in guardia, fin dal primo momento.

Qual era il contesto storico nel quale Gesù chiedeva ai discepoli uno stile di vita così radicaie? Secondo ricerche di studiosi della Faculty of Divinity (HDS) presso la Harvard University, Gesù faceva parte di quegli scribi di villaggio itineranti che avevano iniziato a usare le sinagoghe per mobilizzare la gente: alcuni con finalità di insurrezione militare, altri, come Gesù, che - pur non avendo finalità politiche contro l’impero romano e nemmeno messianiche quale capovolgimento sociale - era però un grande messaggio di trasformazione culturale delle metalità, con nuovi spazi di rapporti e di convivialità. In tutto ciò il messaggio di Gesù aveva le movenze del racconto e della parabola rivoluzionaria che spesso era motivo di scandalo (Marteo 26.3; Marco 4.27).

In tale contesto la piccola comunità che si stava formando attorno a Gesù doveva fare scelte radicali nel preferire quanto il maestro annunciava sopra ogni altra cosa. Quelli erano i primi discepoli e il maestro non voleva equivoci. Se il primo passo fosse stato sbagliato anche gli altri sarebbero stati fuori strada. Per seguire la via dell’amore senza limiti non si possono avere troppi amori. È paradossale, ma è la parola di Gesù. Non si può amare tutti; ma solo il prossimo che incontri. Per seguire la via dell’amore senza limiti non si possono avere troppi amori.

Anzi, per seguire la vita che è trovare sé stessi, bisogna andare contro anche a sè stessi, Queste cose Gesù non le sussurrava all’orecchio dei discepoli, ma le lanciava sul volto e le gridava alla folla che lo seguiva in adorazione. Metteva in guardia, fin dal primo momento. Una scelta radicale all’inizio era ed è ora la condizione di una vita ben riuscita.

È l’esperienza che facciamo tutti: che portarci sempre dietro tutto e tutti è grande fatica; anche amare tutto e tutti è grande fatica. E poi verrà il tempo in cui lasceremo tutto. In guesta prospettiva anche la traduzione errata del testo di Luca (cioè il verbo odiare) non è cosi scandalosa. Noi leggiamo la poesia L’arciere di Kalhil Gibran e la troviamo vera.

I vostri figli non sono i vostri figli. Sono i figli e le figlie dell’ardore che la Vita ha per sé stessa. Essi vengono attraverso di voi, ma mon da voi. E benché vivano con voi, non vi appartengono. Potete dar loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri. Potete sforzarvi di essere simili a loro, ma non cercate di renderli simili a voi, poiché la vita non va mai indietro né indugia con il giorno appena passato. Voi siete solo gli archi da cui i vostri figli come frecce vive sono scoccati. Ma il volo appartiene alla loro vita e non a voi.

È la vita che, inesorabilmente, chiederà un giorno di lasciare tutto. È l’esperienza che facciamo tutti: che portarci sempre dietro tutto è grande fatica; anche amare tutto e tutti è grande fatica. Ma,  abbandonando già ora “la presa”, il dominio su tutto, su di me, su di te, sulle molte cose, non resta che la vita a sostenere la vita.

Questo è il luogo dove si diventa discepolo e fratello di Gesù. Forse, è questo che voleva dire Gesù?

Tempi di Fraternità, maggio 2026

domenica 21 giugno 2026

Domani è la giornata della parata militare, vedremo i cappellani militari con tanto di gradi, di stipendio, ecc. Tra loro uno è un vescovo. 

È la vergogna di una Chiesa che combatte le armi e poi si veste da armata. Coloro che dovrebbero essere i pastori, ebbene, si vestono da militari, con stipendio, titolo...

Bene, mi pare davvero che siamo in una contraddizione: parliamo contro la guerra, poi i cappellani militari che dovrebbero essere dei pastori per i giovani, sì, semmai per dissuaderli dalla violenza, dalle stupidaggini che nel tempo militare compiamo, vengono essi stessi militarizzati. Mi fa grande dolore, grande vergogna.

Il fatto che loro, che nell’esercito non ci dovrebbero manco essere, vengano invece vestiti da militari ha suscitato in molte persone, in molti preti grande indignazione. Ma allora la Chiesa si arma? Allora la Chiesa adotta i titoli militari?

Addirittura un vescovo! Abbiamo invece bisogno di dissuadere la gente dagli eserciti, dalle armi. Abbiamo bisogno di fare con i giovani un discorso: non dobbiamo vestirci con le armi per sentirci in un rango ufficiale nella società.

Molte riviste come Adista hanno deplorato questo fatto segnalando l’indignazione che provo io e tanti altri. Io personalmente non riesco più a capire il Papa che parla di pace e poi ha approvato egli stesso che ci sia nell’esercito uno schieramento di armati, cattolici, ufficiali, militari, cappellani. Cosa vuol dire questa parola? Io l’avevo sempre intesa come una contraddizione, ma almeno non pensavo di vedervi domani in una parata grandiosa a far vedere di essere importanti perché indossate panni militari con tanto di gradi.

Proprio la Chiesa che parla di pace, poi si militarizza e veste da armati i suoi inviati nelle varie comunità militari.

Sarebbe bello veder succedere un fatto pastorale: preti e frati nelle caserme per compiere opere di pace.

Invece dobbiamo “ridere” e soffrire per una Italia sempre più militarizzata, con le funzioni religiose che nelle caserme si rivestono sempre più con i panni della guerra.

La mia speranza è però che la giornata di domani ci possa aprire gli occhi. Spero che tanti possano riflettere. Una parata, dunque, che fa vergogna per la Chiesa, ma che, come diceva Ortensio da Spinetoli, possa essere l’occasione per “lasciare un dogma”.  

Pubblichiamo la prima parte delle riflessioni di Tony Robinson, attivista del Movimento Umanista...

Tutta la riflessione è troppo lunga per essere pubblicata in una sola volta...


da Pressenza del 13/04/2026

Tra eredità e rinnovamento in un mondo segnato da violenza, frammentazione ed esaurimento spirituale

di Tony Robinson


Pubblichiamo queste riflessioni di Tony Robinson, attivista del Movimento Umanista, ex-Direttore dell’Organizzazione del Trattato sul Medio Oriente (METO) e membro del comitato di coordinamento di Abolition 2000, Global Network to Eliminate Nuclear Weapons, autore del libro "Caffè con Silo e la ricerca di un senso nella vita" e produttore del film "L'inizio della fine delle armi nucleari”. E’ uno dei fondatori di Pressenza, coautore del libro Giornalismo Nonviolento e animatore per molti anni della redazione inglese di Pressenza. 


A un certo punto, ogni movimento deve porsi una domanda difficile: esiste ancora come forza viva nella storia, oppure è diventato, poco a poco, la memoria della propria ispirazione?

Il mondo non si è avvicinato al superamento della violenza. Al contrario, la violenza è diventata più normalizzata, più diffusa, più mediata tecnologicamente e più profondamente radicata nelle strutture economiche e politiche che organizzano la vita quotidiana. Continuiamo a generare ricchezza senza significato, informazione senza saggezza e potere senza direzione. Allo stesso tempo, la Terra stessa viene spinta verso l’esaurimento da una civiltà il cui principio organizzativo è l’accumulazione piuttosto che l’umanizzazione.

E tuttavia il bisogno che ha dato origine al Movimento Umanista non è scomparso. Se mai, è diventato più urgente.

 

La doppia esigenza originaria

L’impulso originario non è mai stato semplicemente politico, né semplicemente spirituale. Era un tentativo di unire trasformazione personale e trasformazione sociale in un unico progetto. Comprendeva che nessun cambiamento duraturo può derivare da una ristrutturazione esterna se l’essere umano rimane interiormente diviso, violento, impaurito e alienato. Ma comprendeva anche che un lavoro interiore separato dalla storia, separato dall’ingiustizia e dalla sofferenza degli altri, diventerebbe sterile, autoreferenziale e, in ultima analisi, complice del mondo così com’è.

Questa doppia esigenza rimane decisiva. Potrebbe essere uno dei contributi più preziosi del movimento: l’insistenza sul fatto che l’essere umano deve essere trasformato sia interiormente sia esteriormente, e che nessuna delle due dimensioni può essere abbandonata senza falsificare l’insieme.

Per questo motivo, sarebbe troppo semplice dire che il movimento ha fallito. Forse è più accurato dire che, al momento in cui si scrive, non è riuscito a diventare una risposta storica sufficientemente forte alla crisi della civiltà. Ma questo non significa che le sue verità fossero false, o che i semi che ha gettato nel mondo non abbiano germogliato.

 

Ciò che è già stato messo in moto

Ciò che è già stato avviato può essere più significativo di quanto a volte si riconosca. Il lavoro ispirato da Silo ha portato alla formazione di circa 3.000 Maestri in quattro diverse discipline, tutte orientate ad aprire l’accesso a stati di coscienza profondi e ispirati e alla credenza nell’immortalità e nella certezza della trascendenza. Ha inoltre portato alla creazione di circa 50 Parchi di Studio e Riflessione in tutto il mondo, con Punta de Vacas in Argentina come casa spirituale.

Questo non è un lascito trascurabile. Significa che il movimento non ha lasciato solo libri, ricordi o sentimenti. Ha lasciato pratiche, persone formate e luoghi. Ha lasciato un corpo, per quanto parziale, attraverso il quale potrebbe ancora nascere un nuovo momento storico.

La domanda, dunque, non è se ci sia qualcosa da cui partire. La domanda è se ciò che già esiste possa tornare a essere storicamente fecondo.

Questo dipende, prima di tutto, dal rifiuto di confondere eredità e rinnovamento. Preservare un insegnamento, un metodo, una disciplina o un luogo sacro è già qualcosa di importante. Ma la sola conservazione non genera un movimento. Il rinnovamento inizia quando ciò che è stato ricevuto diventa trasmissibile alle nuove generazioni in un linguaggio che possano comprendere, attraverso pratiche a cui possano accedere, e in relazione alle crisi concrete del loro tempo.

 

Il vero problema è la trasmissione

Questo significa porsi alcune domande scomode ma necessarie. Un giovane senza alcun legame precedente con il movimento può incontrarlo e capire, rapidamente e chiaramente, a cosa serve? Le discipline possono essere presentate come metodi vivi piuttosto che come conquiste esoteriche? I Parchi possono diventare centri generativi di pratica, dialogo, servizio e riconciliazione invece che principalmente luoghi di pellegrinaggio per chi è già convinto? Il nucleo formato può agire non come custode di un passato concluso, ma come servitore di un futuro possibile?

Queste domande sono decisive perché il problema centrale non è l’assenza di ispirazione. È il problema della trasmissione.

Le società moderne sono profondamente diverse da quelle in cui molti movimenti del passato hanno preso forma. L’attenzione è frammentata. La fiducia nelle istituzioni è spezzata. La vita economica esaurisce le persone. Il sentimento politico è spesso ridotto a spettacolo. Molti sono affamati spiritualmente, ma diffidenti verso l’autorità; moralmente sensibili, ma incapaci di sostenere un’azione collettiva; connessi digitalmente, ma socialmente isolati. Un Movimento Umanista rinnovato non può semplicemente ripetere vecchie forme sperando che il presente le accolga. Deve imparare a diventare leggibile in un mondo segnato da distrazione, stanchezza, solitudine, ansia ecologica e normalizzazione della violenza.

Questo non significa abbandonare la profondità. Al contrario, la profondità è proprio ciò che manca nel presente. Ma la profondità deve essere unita all’accessibilità, e l’ispirazione alla forma.

 

Forme piccole, densità reale

Se deve arrivare un rinnovamento, probabilmente non inizierà con grandi dichiarazioni o mobilitazioni pubbliche di massa. Inizierà in forme più piccole e dense: cerchi di pratica, riflessione e sostegno reciproco; spazi in cui il lavoro interiore e l’impegno sociale siano consapevolmente collegati; comunità che formino le persone non solo a comprendere la nonviolenza sul piano intellettuale, ma a incarnarla nelle relazioni, nel lavoro, nei conflitti e nell’azione pubblica.

Questo può sembrare modesto di fronte a una crisi planetaria. Ma quasi tutto ciò che è duraturo inizia in forme che appaiono troppo piccole per l’epoca.

Un movimento rinnovato avrebbe anche bisogno di un centro morale esprimibile in modo semplice e senza gergo: che la vita umana è sacra; che la violenza deve essere superata in tutte le sue forme; che la Terra deve essere umanizzata e non sfruttata; e che la trasformazione personale e sociale sono inseparabili. Se queste verità non possono essere espresse chiaramente, non possono circolare. E se non possono circolare, non possono diventare forza storica.

Ma la chiarezza di intenti non basta. Il movimento deve anche imparare dai fallimenti che accompagnano ogni sforzo spirituale, etico e politico nella storia. Una delle tragedie ricorrenti dell’esperienza umana è che le istituzioni nate attorno alla liberazione vengono ripetutamente catturate da prestigio, ego, gerarchie nascoste, interessi economici e desiderio di controllo. Nessun movimento è immune da questo pericolo.

Un Movimento Umanista rinnovato dovrebbe quindi dotarsi di strutture progettate consapevolmente per resistervi: trasparenza economica, rotazione delle responsabilità, leadership distribuita, protezione dalla dipendenza da individui eccezionali, e un’insistenza culturale sul fatto che qualsiasi profondità di esperienza o realizzazione ha valore solo nella misura in cui è posta al servizio degli altri.

 

La questione dei Maestri

Qui la questione dei Maestri diventa particolarmente importante. Se la maestria viene intesa come compimento, come una sorta di condizione raggiunta, il movimento tenderà alla chiusura. Diventerà un cerchio di coloro che sanno, ricordano o hanno raggiunto qualcosa. Ma se la maestria viene intesa come servizio, come responsabilità di accompagnare, risvegliare, formare e trasmettere, allora i Maestri rimasti potrebbero diventare il nucleo del rinnovamento.

In questo caso, ciò che è stato accumulato non è capitale simbolico, ma una riserva di esperienza vissuta che può essere messa a disposizione di un nuovo momento storico.

Lo stesso vale per i Parchi. In un mondo sradicato, i luoghi contano. Un Parco di Studio e Riflessione non è solo un sito bello o significativo. Può diventare un contro-luogo rispetto alla civiltà dominante: un luogo in cui si realizza un altro ritmo, un’altra scala, un’altra immagine dell’essere umano. Un luogo dove il silenzio non è vuoto, dove la riflessione non è fuga, dove la riconciliazione non è debolezza e dove lo studio non è accumulo di informazioni ma un metodo per approfondire la coscienza.

Se utilizzati bene, i Parchi non sono ritiri dalla storia. Sono laboratori per un altro futuro possibile. Ma proprio per questo non possono restare solo mete di pellegrinaggio per chi è già convinto. Devono diventare luoghi da cui l’azione umanizzante ritorna nel mondo.

 

Le discipline e la crisi di senso

Anche le quattro discipline potrebbero essere tra i più grandi doni del movimento. Se permettono davvero l’accesso a stati di coscienza profondi e ispirati, e se aprono davvero alla certezza della trascendenza, allora rispondono a una delle crisi più profonde dell’epoca presente: il nichilismo.

Viviamo in un tempo in cui molte persone sono intellettualmente sovrastimolate e spiritualmente malnutrite. Hanno informazioni, ma nessun centro di gravità. Hanno stimoli, ma nessun significato. Hanno identità, ma nessun centro interiore. Un movimento capace di offrire non solo analisi ma esperienza, non solo critica ma accesso alla dimensione sacra dell’esistenza, può possedere qualcosa di enorme importanza storica.

E tuttavia anche qui la sfida è decisiva. L’esperienza spirituale da sola non crea un movimento. Molte tradizioni possiedono metodi autentici di profondità e tuttavia restano marginali perché non riescono a collegare tali esperienze a un’etica, a una forma sociale e a una missione storica accessibili alle persone comuni. La questione non è solo se le discipline funzionano. È se i frutti di tali discipline possono diventare cultura: se possono plasmare modi di parlare, agire, organizzarsi, prendersi cura, educare e lottare; se possono nutrire le persone non solo in momenti eccezionali, ma nella vita quotidiana.

Per questo la necessità di unire trasformazione interiore ed esteriore resta così centrale. Se il movimento si riducesse alla ricerca di stati ispirati, tradirebbe metà della sua verità originaria. Se si riducesse ad attivismo o dottrina senza un profondo radicamento interiore, tradirebbe l’altra metà. L’intera scommessa del Movimento Umanista era che queste due dimensioni potessero e dovessero convergere. Questa scommessa resta una delle cose più importanti che ha da offrire.

 

Dobbiamo aspettare un altro mistico?

Dobbiamo allora aspettare un altro mistico ispirato che indichi la via?

È possibile che figure singolari giochino sempre un ruolo nell’apertura di nuovi momenti storici. La storia umana è piena di tali figure, e non si dovrebbe sottovalutare il potere della coscienza ispirata quando si incarna in una persona. Ma un movimento maturo non può dipendere dall’attesa passiva di una salvezza sotto forma di un nuovo fondatore. Se ciò che è già stato ricevuto non può essere incarnato, trasmesso, approfondito e riattivato storicamente da esseri umani ordinari, allora il movimento non ha ancora risolto il problema della propria continuità.

Ciò che serve ora potrebbe non essere un unico nuovo rivelatore, ma un risveglio distribuito: molte persone, in molti luoghi, che portano avanti un centro comune con coerenza, umiltà e perseveranza. Non la scomparsa dell’ispirazione, ma la sua diffusione. Non l’abolizione della leadership, ma la sua trasformazione in servizio. Non la ripetizione di un momento fondativo, ma la scoperta di come una verità fondativa possa generare nuove forme senza cessare di essere se stessa.

Questo potrebbe essere il vero compito davanti a coloro che restano legati, in un modo o nell’altro, al silismo: non conservare le ceneri, ma proteggere e trasmettere il fuoco. Non chiedersi con nostalgia se il passato possa tornare, ma chiedersi se i semi già seminati possano trovare un nuovo terreno nella crisi attuale dell’umanità.

 

Un residuo o un inizio?

Il mondo non soffre per mancanza di informazioni. Soffre per mancanza di direzione, di significato e di forme capaci di resistere alla violenza senza diventare violente a loro volta. In un mondo simile, anche un piccolo ma reale nucleo di pratica umanizzante può avere un’enorme importanza.

Forse, dunque, la domanda che dovremmo porci ora non è se il Movimento Umanista abbia fallito, ma se i semi che ha piantato — le discipline, i Parchi, i Maestri, la memoria viva di una trasformazione simultaneamente personale e sociale — possano diventare il punto di partenza di un nuovo ciclo.

Se possono, allora ciò che oggi appare a molti come un residuo potrebbe ancora rivelarsi un inizio.

E se non possono, non sarà perché il bisogno è scomparso, né perché l’essere umano non desidera più riconciliazione, significato, trascendenza e un mondo veramente umano.

Sarà perché coloro che hanno ereditato un fuoco non hanno trovato il modo di metterlo, ancora una volta, al servizio dell’essere umano.