lunedì 19 ottobre 2026

da Adista del 07/2026

La difesa dei diritti della Palestina

di Maria Elena Lacquaniti (Ambasciatrice di pace della Chiesa Battista e coordinatrice Glam - Commissione Globalizzazione Ambiente della FCEI)


Lo scorso 2 giugno si è celebrato l’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica Italiana. Tanti eventi hanno accompagnato la giornata, importante anche per gli 80 anni di diritto al voto per le donne. La Repubblica Italiana ha il suo cuore nella Costituzione, quel documento per i Padri e le Madri Costituenti hanno elaborato con saggezza, spirito di solidarietà, memoria storica e fede. Ogni singolo vocabolo ha il suo peso in tutti gli articoli di legge, perché dopo gli anni tristi e luttuosi del ventennio fascista, nulla poteva essere lasciato inespresso. Ne scaturì un documento, intriso di Diritti e di Doveri, dove il diritto al lavoro è un impegno per lo Stato, così come il diritto alla cura che deve essere sostenuto anche con il contributo dei cittadini onesti, onesti perché contribuenti leali. I diritti sono garantiti a tutti senza discriminazioni ed è dovere dello Stato e dei cittadini vigilare affinché ciò sia rispettato. Piero Calamandrei diceva della Costituzione che è un pezzo di carta. Un pezzo di carta se non viene esercitato quello che c'è scritto, se quelle belle formule non garantiscono un indirizzo per tutti, se la giustizia e l'umanità che la arricchiscono rimangono solo parole stampate.

Le parole di Calamandrei mi hanno fatto pensare ai Vangeli. Che ne sarebbe stato del Sermone sul Monte se nessuno dei presenti non avesse sentito il desiderio di seguire Gesù e farsi attore di quel testo tra i poveri, i diseredati, le vedove, le anziane e tutte quelle minoranze a margine di una società allora fondata sulla legge della Torah? Chi avrebbe riscattato il diritto dei deboli se non ci fosse stata testimonianza della promessa dell'Evangelo? Cosa sarebbe stato l'Evangelo se non fosse stato agito tra chi ha conosciuto Gesù e chi lo ha conosciuto per la fede di altri uomini e donne? Quando Martin Luther King incontrò Daisaku Ikeda (buddista, Soka Gakkai) avevano una leva in comune: la religione azione o Vangelo agito. Entrambi rivolgevano lo sguardo attento a scovare le ingiustizie, ognuno solla scia della propria fede, entrambi con la consapevolezza di donare la vita per un bene universale. 

King l’ha donata davvero, come tante e tanti altri. Chi lo voleva azzittire ha perso  miserabilmente: sessanta anni dopo la voce del pastore King esplode in ogni luogo.

Da Calamandrei a King, passando per Ikeda, per affermare un diritto semplice, quantomai lontano dal realizzarsi, il diritto di tutti i popoli alla vita in una società accogliente e pacifica. Quel diritto che in sintesi racchiudono le Costituzioni e i testi sacri. Un diritto calpestato da tutte le guerre e ancor più dalle narrazioni che si fanno delle guerre: rivendicazioni di territori, diritto di difesa, azioni preventive con lo scopo della deterrenza.

La Palestina è ormai il simbolo dei diritti negati e non riconosciuti, del silenzio durato tanti anni quanti la nostra Costituzione. Degli appelli inascoltati. Della sofferenza divenuta cronica e non più percepita. Della precarietà e fragilità della vita. Il simbolo del sopruso che dopo le guerre vede gli assassini e gestire le operazioni di ricostruzione.

Il Cipax conclude con oggi un anno di incontri legati ai diritti. Il diritto alla sanità, all'educazione scolastica, alla salute, diritto ai beni di prima necessità, alla cittadinanza, alla casa e al lavoro. Nessuno di questi diritti è goduto in Palestina, simbolo con il suo dolore di tutti i popoli in sofferenza che chiedono di essere riscattati, riconosciuti, liberati. 

Eccoci così chiamati da quei Padri e Madri Costituenti a non arretrare di fronte ai soprusi perpetrati ma a dare voce a chi non ce l'ha più.

Che sia riconosciuto a questo popolo il diritto di appellarsi al reato di genocidio e di ecocidio, non solo odiosi per la violenza che esprimono ma anche responsabili del mancato diritto alla vita dei viventi in un luogo accogliente e pacifico, oggi e domani.


da Adista del 10/2026

Il mondo dei bambini di Gaza

Spazzatura, topi e malattie

di P. Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia a Gaza City


Cari amici di Pro Terra Sancta, scrivo dal mio ufficio in parrocchia, approfittando del fatto che in questo momento la connessione internet funziona, anche se oggi c’è e domani chissà. Per potervi scrivere consumiamo diesel che compriamo a 10 € al litro, dato che quasi tutti i nostri pannelli solari sono stati distrutti da bombardamenti. Qui ogni cosa, anche la più ordinaria, è diventata veramente complicatissima. 

Io faccio spesso un paragone: questa guerra è come il grande tsunami del 2005 o come un tornado terribile. Ma l'orrore vero è che dopo lo tsunami la gente pulisce e inizia a ricostruire, mentre qui la tempesta è passata ma non è iniziato nessun lavoro, non c'è il minimo segnale di ricostruzione. Le stime parlano di oltre l'80% di distruzione, ma non permettono l'ingresso di cemento, ferro, legno o vetro per riparare i danni.

La popolazione vive letteralmente nel nulla. Chi ha perso la casa si adatta a vivere sui ruderi o dentro le tende. All'inizio le tende venivano distribuite, ma adesso c'è una speculazione tremenda e la gente è costretta a comprarle a caro prezzo, pagando migliaia di shekel. 

Le fognature sono completamente distrutte e la poca acqua disponibile è contaminata dagli scarichi. Noi siamo fortunati perché la cisterna d'acqua che si trova sotto la nostra chiesa, per grazia di Dio, continua a dare da bere a migliaia di persone del quartiere senza esaurirsi mai.

Quando esco per andare a trovare i malati o per celebrare la messa, vede i bambini cercare tra la spazzatura o giocare in mezzo a pozzanghere di fogna, con i topi che girano intorno le macerie. Questa sporcizia sta provocando un'epidemia di dissenteria, infezioni e malattie della pelle che non possiamo curare, perché gli ospedali sono distrutti e mancano persino medicinali per il diabete o la pressione. 

Un semplice accendino di plastica costa 70 shekel, che sono quasi 20 €. Ma la gente è costretta a comprarlo, per bruciare il legno o il cartolo per scaldare il cibo. Nei mercati si trova qualcosa, ma mancano i contanti; le banche sono rase al suolo.

In mezzo a questo calvario, andiamo avanti. Siamo riusciti a riaprire la nostra scuola. Oggi abbiamo 460 alunni, sia cristiani che musulmani, da sempre nostri studenti. Non hanno quaderni, non hanno matite, e si siedono in tre o quattro su un'unica scrivania, ma la loro voglia di futuro é più forte di tutto. Quando chiediamo loro di fare dei disegni, usano ancora solo il nero delle distruzioni e il rosso del sangue. 

Noi siamo qui per guarire queste ferite.

Nonostante tutto resistiamo qui perché la parrocchia è un’oasi per tutti e vi assicuro che nella nostra gente non c'è nessun sentimento di vendetta, solo un immenso desiderio di pace. Grazie per tutto l'aiuto che continuate a darci con il sostegno di tutti benefattori. Vi prego, non dimenticate Gaza. 

Ogni vostro aiuto qui ci permette di continuare a vivere e sperare. Vi ringrazio per la vostra amicizia.


da Pressenza del 17/10/2026

Il cibo sprecato nelle case degli italiani vale oltre 6 miliardi e mezzo

di Giovanni Caprio  


Il cibo sprecato nelle case vale oltre 6 miliardi e mezzo: è la metà del costo stimato per costruire il Ponte sullo Stretto di Messina, una cifra che potrebbe finanziare per 5 anni consecutivi il sistema di Protezione Civile nazionale e i piani di prevenzione dei rischi ambientali e sismici del Paese.

Ogni italiano getta nella spazzatura 112 € l’anno, ma siamo più consapevoli: con 493,7 grammi di cibo sprecato settimanale più vicini all’obiettivo dell’Agenda 2030 (369,7 grammi pro capite). E il paradosso è che a sprecare di più sono proprio i ceti popolari: chi ha meno risorse perde più cibo e una quota proporzionalmente maggiore del proprio reddito. Lo spreco diventa così non soltanto un costo economico e ambientale, ma un vero moltiplicatore delle disuguaglianze.

Il nuovo Rapporto dell’Osservatorio Waste Watcher International ha fatto emergere l’esigenza di un’azione complessiva che possa mappare i luoghi dello spreco alimentare: non solo le case degli italiani, quindi, da tempo indagate attraverso ricerche, indagini e azioni di sensibilizzazione per la prevenzione degli sprechi, ma anche gli altri contesti nei quali lo spreco del cibo si verifica quotidianamente.

Il Rapporto Waste Watcher, per esempio, ha indagato il comportamento dei turisti nelle case vacanza: dove, è emerso, il 34% dei fruitori non riesce a consumare tutto il cibo acquistato per il suo soggiorno. Quasi 7 cittadini su 10, quindi, confermano di mantenere un atteggiamento attento e responsabile nei confronti degli acquisti e dei consumi alimentari anche in vacanza, nonostante si trovino in un contesto di svago e lontano dalla consueta routine domestica. Ma un terzo dei fruitori dei luoghi di vacanza ammette di essere costretto a sprecare parte della spesa fatta in vacanza.

Anche i comportamenti nei luoghi di ristorazione sono da molte stagioni al centro delle buone pratiche di prevenzione e recupero degli sprechi alimentari, è sempre più diffusa l’abitudine di utilizzare una bag per portarsi a casa gli avanzi: una questione di cui i ristoratori e consumatori italiani hanno sempre maggiore consapevolezza.

Nel decennale dall’approvazione della Legge Gadda n. 166/2016 e a soli 4 anni dal fatidico 2030 dell’Agenda ONU di sostenibilità, Waste Watcher International ha indagato anche l’effetto della rivoluzione digitale sugli sprechi: scoprendo un’Italia a due “velocità” fra Intelligenza Artificiale e social-influencer, un impatto profondo e dicotomico che la rivoluzione digitale e i canali social esercitano sulla gestione domestica del cibo, agendo contemporaneamente come risorsa e come insidia.

Se, infatti l’Intelligenza Artificiale appare come novità di rottura nelle pratiche antispreco delle giovani generazioni, trasformandosi nel consulente interattivo che oltre 1 intervistato su 2 ha l’abitudine di interrogare (il 57% dei cittadini), la consulta con frequenza costante sul piano della sicurezza alimentare ben 1 intervistato su 5 (il 21%), per verificare se un alimento scaduto da giorni sia ancora edibile.

Inoltre, il 51% degli intervistati interroga gli assistenti virtuali per ricevere ricette creative capaci di svuotare il frigorifero riutilizzando gli avanzi, con un 16% di utilizzi costanti, e il 45% cerca algoritmi o strategie generali contro lo spreco, con il 15% di frequenza assidua. Questa tendenza registra picchi altissimi tra i nativi digitali: addirittura il 72% della Gen Z: 7 intervistati su 10, consultano l’IA per valutare la sicurezza dei cibi, una percentuale che scende al 63% nel caso dei Millennials, mentre le ricette svuota-frigo guidano le scelte del 57% della Gen Z e il 48% dei Millennials.

L’altra faccia della medaglia digitale, tuttavia, sembra spingere in direzione opposta alla prevenzione degli sprechi: l’estetica effimera dei canali social introduce dinamiche di consumo inedite e che non remano in direzione della sostenibilità, spingendo più di 1 italiano su 4 (il 27% del campione intervistato) ad acquistare un alimento insolito, un ingrediente di tendenza o un prodotto caratterizzato da un packaging spiccatamente instagrammabile con il solo obiettivo di fotografarlo, condividerlo online o provarlo per curiosità, per poi lasciarlo scadere o utilizzarlo soltanto in minima parte.

“I dati sullo spreco alimentare, si legge nel Rapporto, mettono in evidenza una questione che va oltre il singolo comportamento: la trasmissione intergenerazionale delle pratiche quotidiane legate al cibo. Le generazioni più adulte mostrano livelli più bassi di spreco non solo perché dispongono di maggiore esperienza, ma anche perché hanno interiorizzato nel tempo un insieme di competenze pratiche che oggi operano come automatismi.

Queste competenze – saper conservare correttamente gli alimenti, adattare le quantità, riutilizzare gli avanzi, valutare la commestibilità oltre la data di scadenza – rappresentano un patrimonio implicito, difficilmente sostituibile attraverso la sola informazione o sensibilizzazione, in linea con le prospettive che interpretano le pratiche quotidiane come forme di sapere incorporato e socialmente trasmesso.

Allo stesso tempo, le generazioni più giovani portano con sé risorse diverse ma altrettanto rilevanti: una maggiore attenzione ai temi ambientali, una maggiore apertura all’innovazione e una maggiore familiarità con strumenti digitali che possono supportare nuove forme di gestione del cibo. Tuttavia, queste risorse non sempre si traducono automaticamente in pratiche quotidiane efficaci.

In questo quadro, emerge la necessità di ricostruire un patto generazionale che consenta di rimettere in circolo conoscenze, competenze e strumenti tra età diverse. Un patto che non sia unidirezionale, ma bidirezionale: dalle generazioni più adulte verso quelle più giovani, attraverso la trasmissione di pratiche consolidate; e dalle generazioni più giovani verso quelle più adulte, attraverso l’introduzione di nuove sensibilità e modalità di gestione”.


domenica 18 ottobre 2026

da ANPI Nazionale - 16/10/2026

L’ANPI di Roma è rimasta nella piazza della celebrazione e non si è fatta intimidire


Questa mattina, in occasione delle celebrazioni del Comune di Roma per l’anniversario del rastrellamento che i nazifascisti operarono il 16 ottobre 1943 deportando 1022 ebrei romani, la delegazione dell’ANPI di Roma (presente come sempre alla commemorazione) è stata fatta oggetto di un’aggressione verbale con minacce e insulti ad opera di membri della comunità ebraica.

Un’aggressione annunciata nei giorni scorsi dalle grossolane dichiarazioni del presidente Fadlun e puntualmente verificatasi con tanto di successiva imbarazzante rivendicazione che non fa che qualificare lo spessore dell’autore.

I fatti di questa mattina confermano tre elementi fondamentali:

1) L’ANPI di Roma è rimasta nella piazza della celebrazione insieme alle altre associazioni presenti e non si è fatta intimidire dall’uso della violenza che grazie alle forze dell’ordine presenti è rimasta solo verbale. Continueremo non solo a presenziare nei luoghi della Resistenza ma come sempre ad essere il motore di tutte le iniziative pubbliche (a partire dal 25 aprile) legate al nostro impegno civile nel nome degli ideali della Lotta Partigiana Antifascista e della Costituzione Repubblicana. Gli stessi valori su cui le centinaia di migliaia di donne e uomini della Resistenza hanno fondato l’ANPI.

2) All’interno della comunità ebraica di Roma guidata da Fadlun si manifesta, ormai da tempo, una difficoltà di fondo a ripudiare le forme di violenza e ad accettare metodi e condotte democratiche. Fortunatamente altre donne e uomini ebrei italiani hanno dimostrato in questi mesi (con appelli e manifesti) sensibilità pubblica, cultura e senso della storia in relazione al tema dei crimini di guerra compiuti in Palestina dall’esercito dello Stato d’Israele.

3) Proprio l’aver denunciato i crimini di guerra in Palestina e l’aver sostenuto la popolazione civile di Gaza e della Cisgiordania rappresentano «la colpa» dell’ANPI agli occhi di Fadlun e di chi ha anche oggi ha insultato e aggredito verbalmente la nostra delegazione. Costoro sappiano che in nome dei valori dei padri e delle madri partigiane e costituenti, l’ANPI continuerà a rivendicare libertà, autodeterminazione, democrazia e Stato per la Palestina ed il suo popolo.


da Pressenza del 16/10/2026

In povertà assoluta in Italia ancora 5,4 milioni di persone

di Giovanni Caprio


Per l’ISTAT oltre 2,1 milioni di famiglie in Italia sono in condizione di povertà assoluta, per un totale di 5,4 milioni di individui (dati al 2025). In termini percentuali, l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie è pari all’8,0%, ma mentre per le famiglie composte solamente da italiani è pari al 5,9%, sale al 26,7% tra quelle con almeno uno straniero e raggiunge il 29,4% tra le famiglie composte esclusivamente da stranieri.

La povertà continua a “mordere” maggiormente al Sud: nel Mezzogiorno coinvolge 813mila famiglie, il 9,6% delle residenti nella ripartizione, seguito dal Nord-Ovest con 568mila famiglie, 7,7% e dal Nord-Est  con 386mila famiglie, 7,4%. il Centro mostra, anche nel 2025, i valori più bassi (338mila famiglie, 6,3%). Tra le famiglie assolutamente povere, il 38,6% risiede nel Mezzogiorno (39,8% nel 2024), il 45,3% al Nord (44,5% nel 2024) e il restante 16,1% al Centro (15,7% nel 2024). Anche tra gli individui i valori più elevati dell’incidenza di povertà assoluta (oltre l’11%) si osservano nel Sud e nelle Isole; seguono il Nord-Ovest (8,8%) e il Centro (7,4%). L’incidenza di povertà assoluta diminuisce all’aumentare dell’età, passando dal 12,5% fra i minori (per un totale di 1 milione 136mila), al 12,1% fra i giovani di 18-34 anni (quasi 1 milione 198mila), all’8,9% per i 35-64enni e al 6,1% fra gli over 65 (oltre 891mila).

Segnali di miglioramento rispetto al 2024, a livello nazionale, si osservano nei Comuni più piccoli fino a 50mila abitanti (diversi dai Comuni periferia area metropolitana), dove l’incidenza di povertà assoluta scende al 7,4% dall’8,9%. La povertà assoluta è invece stabile nei Comuni sopra i 50mila abitanti, nei Comuni periferici delle aree metropolitane, dove l’incidenza è pari all’8,9%, e nei Comuni centro di area metropolitana, dove si attesta all’8,1%. L’incidenza di povertà assoluta si conferma più alta tra le famiglie con un elevato numero di componenti: raggiunge il 19,2% tra quelle che ne hanno cinque o più e il 10,5% tra quelle con quattro, mentre scende all’8,4%, un valore comunque superiore alla media, tra le famiglie di tre componenti. Tra le coppie con tre o più figli, quasi una su sei è in povertà assoluta (16,9%); anche per le famiglie di “altra tipologia”, dove spesso coabitano più nuclei familiari e/o sono presenti membri aggregati, l’incidenza è elevata (16,4%). Superiori alla media i valori dell’incidenza per le famiglie monogenitore, tra le quali più di una su 10 (11,5%) è in povertà assoluta.

L’ISTAT ancora una volta sottolinea come l’incidenza di povertà assoluta diminuisca al crescere del titolo di studio della persona di riferimento: se quest’ultima ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore, l’incidenza è pari al 4,4%; è oltre due volte più elevata (11,9%) se la persona di riferimento (p.r.) ha al massimo la licenza di scuola media e aumenta ulteriormente, salendo al 12,3%, per le famiglie in cui la persona di riferimento ha conseguito al massimo la licenza di scuola elementare. Per queste ultime, concentrate tra le famiglie di anziani, si registra un miglioramento dei valori dell’incidenza rispetto al 2024 (quando era pari al 14,4%).

Tra le famiglie con persona di riferimento occupata, l’incidenza di povertà è pari all’8,5% nel caso la p.r. sia lavoratore dipendente, arrivando al 14,3% se la persona di riferimento è inquadrata come operaio e assimilato. Fra le famiglie con persona di riferimento lavoratore indipendente, i valori più elevati dell’incidenza (6,6%) si registrano per le famiglie inquadrate come “altro indipendente” (indipendenti che non sono imprenditori né liberi professionisti). Infine, l’incidenza rimane su valori più elevati per le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione (20,7%), mentre tra le famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro risulta contenuta e pari al 5,2%.

Qualche segnale di miglioramento si avverte tra i minori: nel 2025, la povertà assoluta coinvolge oltre 1 milione 136mila minori (il 12,5% dei minori residenti), variando dal 10,7%, per il Centro al 15,2% del Mezzogiorno, ma rispetto al 2024, si osserva una sostanziale stabilità dell’incidenza della povertà assoluta, con segnali di miglioramento per la classe di età 7-13 anni (12,1%, dal 14,9% del 2024). Tra le famiglie in povertà assoluta in cui sono presenti minori, oltre 656mila (11,2%), l’incidenza più elevata, pari al 19,4%, si osserva per quelle di “altra tipologia” (dove convivono più nuclei familiari e/o sono presenti membri aggregati); tra le coppie, la diffusione del fenomeno aumenta al crescere del numero di figli minori (7,8% per le coppie con un figlio minore, 10,0% per quelle con due figli minori e 17,7% se i figli minori sono almeno tre), attestandosi su valori elevati anche tra le famiglie monogenitore (11,6%). L’intensità della povertà per le famiglie con minori, pari al 21,6%, è più elevata di quella calcolata sul totale delle famiglie (18,5%), evidenziando la diffusa condizione di disagio economico. Anche per le famiglie con minori si conferma l’associazione tra diffusione della povertà assoluta e condizione lavorativa/posizione nella professione della persona di riferimento (p.r.): tra le famiglie di occupati, l’incidenza più elevata si rileva se il p.r. è operaio e assimilato (15,5%), seguite da quelle con p.r. inquadrato come “altro indipendente” (10,5%). Arriva al 21,1% per le famiglie con minori in cui la p.r. non è occupata e per quelle in cui la p.r. è in cerca di occupazione. Il legame tra cittadinanza e condizione socio-economica si evidenzia anche tra le famiglie con minori: tra quelle composte solamente da italiani l’incidenza si attesta al 7,8% e diventa quattro volte più elevata (31,4%) se composte unicamente da stranieri (si ferma al 27,8% nel caso della famiglia con minori in cui sia presente almeno un componente straniero).

Nei giorni scorsi il primo “Forum sulla Povertà e l’insicurezza alimentare” organizzato da Fondazione Banco Alimentare, che ha cercato di fare il punto sulle politiche di contrasto alla povertà alimentare, anche per proporre un cambio di passo nella filiera della solidarietà, ha evidenziato come oltre il 50% delle persone che necessitano di sostegno alimentare non viene ancora raggiunto dagli interventi esistenti.  Dalla ricerca promossa da Fondazione Banco Alimentare ETS e svolta dal Food Sustainability Lab della POLIMI School of Management del Politecnico di Milano è emerso che il sistema degli aiuti alimentari contribuisce in maniera significativa al bisogno, potendo assicurare un pasto al giorno al 44% alle persone indigenti. Resta tuttavia un importante Gap da colmare, stimato nel 56% delle persone in condizioni di povertà assoluta.


da Il Manifesto del 13/10/2026 

NAQAB

Demolite le case di 250 palestinesi cittadini israeliani

 

Che le politiche israeliane di sfollamento dei palestinesi siano una costante sull'intero territorio della Palestina storica è stato confermato ieri dalla demolizione di almeno cinquanta abitazioni nel quartiere di Abu Wadi, a Dahiya. Insieme alle case è stata distrutta anche una moschea e 250 palestinesi sono stati lasciati senza un tetto sulla testa e senza una soluzione alternativa.

Non è successo a Gaza, a Gerusalemme o in Cisgiordania, ma in Nagab, la regione meridionale dello Stato di Israele, e le vittime sono persone con cittadinanza israeliana. Non è una novità: fin dal 1948 le comunità palestinesi, per lo più beduine, sopravvissute alla Nakba sono prese di mira con pratiche e politiche di marginalizzazione e discriminazione.

La famiglia colpita ieri, gli Abu Wadi, vivono in quelle terre dal 1917 coltivando i campi, attività che da tempo è messa in pericolo dalle ruspe dello Stato che arriva e distrugge. Pagano le tasse ma non ricevono alcun servizio pubblico, compreso l'allaccio alle reti idrica ed elettrica: Dahaiya è uno dei villaggi beduini che Israele non ha mai riconosciuto pur se precedenti al 1948.

Dove quelle 250 persone dovrebbero andare non è dato sapere: Tel Aviv ha imposto il trasferimento di 60 residenti nel quartiere 10 della township di Rahat in palazzi che però non sono stati nemmeno costruiti.


da L’Eco del Chisone del 07/10/2026 

Pinerolo Il vescovo celebra in cattedrale

di PA.MO.


Appuntamento per far emergere "la verità della vita”.


Da domenica 11, la messa delle 18 in cattedrale sarà celebrata dal vescovo Derio Olivero.

Non è così consueto che il vescovo di una Diocesi si riservi la celebrazione di una messa festiva settimanale in cattedrale: «È così, di solito, i vescovi vanno a celebrare la messa nelle varie comunità e parrocchie in occasioni speciali: una visita pastorale, le Cresime, la festa patronale.

Sono sempre occasionali, eccezionali».

Perché invece serve un appuntamento settimanale sempre nella stessa chiesa?

«L'eccezionalità resta in superficie invece è nella ripetizione, nella consuetudine e nella quotidianità che si può fare un percorso. Penso alla messa appunto: ci si conosce sono sempre più o meno le stesse persone, ma nasce un dialogo e un confronto - spiega il vescovo Derio.

In sostanza emerge la verità della vita, anche la messa viene messa alla prova nelle modalità in cui viene celebrata. Conosci le reazioni dei fedeli, costruisci insieme a loro relazione: è importante».

Quindi la liturgia non è sempre uguale?

«Eh no! La liturgia è importante, ma si possono migliorare molte cose: per esempio i canti, oppure piccoli gesti. Le nostre messe sono molto celebrali, usiamo poco il corpo che pure è importante. La messa deve essere sinestetica, coinvolgere tutti i sensi: è sempre stato così nella storia: canti, profumi, suoni, gesti».

La celebrazione settimanale della messa come termometro della relazione e della sensibilità dei fedeli, dunque?

«Sì. Termometro è un'espressione che può funzionare. Per dire della voglia di essere complici, il migliorare la realtà, di ricevere anche magari delle critiche costruttive».

Una pratica, diciamolo, per i vescovi che si mettono in gioco…

«Mettersi in gioco è una cosa che la Chiesa deve fare oggi. Il rito, quale è la messa, deve accendere e non spegnere le persone che ne prendono parte».

C’è un'urgenza di autenticità?

«Sì, il processo è: corpo, emozioni, relazione e apertura al trascendente. Bisogna passare da lì questo è il modo in cui noi umani ci porgiamo verso il trascendente».

A volte basta un piccolo gesto che squarcia la verità della vita.


da Il Fatto Quotidiano del 07/10/2026

Intervista a Gideon Levy

“Da allora è passata l’idea che Israele può fare quello che vuole”

di Roberta Zunini


Nel terzo anniversario del pogrom del 7 ottobre e a tre settimane dalle cruciali elezioni israeliane, Gideon Levy, lo scrittore ed editorialista di Haaretz, il primo fin dagli anni 80 a denunciare il sistema di apartheid e le violenze quotidiane di Israele contro i palestinesi, dipinge un quadro a dir poco fosco circa il futuro nel suo paese.

 

Levy, cosa è cambiato per gli israeliani in seguito all’inchiesta pubblicata dal suo giornale che ha svelato come il primo ministro Benjamin Netanyahu avesse del tutto ignorato gli avvertimenti sui preparativi di Hamas del pogrom del 7 ottobre ritenendo che al leader di Hamas, Yahya Sinwar, bastassero, i soldi e il potere?

Per i suoi sostenitori non è cambiato nulla, questi continueranno a votarlo senza se e senza ma come fanno tutti gli elettori dei populisti. Per coloro che invece lo criticano, c’è stato un cambiamento perché hanno avuto l’ennesima prova della sua mancanza di responsabilità e persino dei suoi crimini. Dovrebbe esserci un maggior cambiamento nelle intenzioni di voto di quel 20% della popolazione ancora indecisa.

Quali rischi corre Netanyahu se non dovesse essere rieletto e se, al contempo, i processi a suo carico dovessero proseguire?

Credo che qualora non venisse rieletto cercherà un accordo per far sì che i processi vengano cancellati e tutti saranno contenti di farlo. Finora l'ostacolo è stato il non essere pronto, anzi il suo rifiuto di lasciare la vita politica., ripeto, se non venisse rieletto, penso, vorrà trovare un accordo e a quel punto i suoi processi verranno cancellati anche perché la loro conclusione è ancora lontana. Tutti vogliono mettere un punto fermo. Se però perdesse ma volesse ancora correre per un altro mandato, allora i processi non cadrebbero.

Ma lei crede vincerà ancora?

È veramente difficile fare una previsione punto secondo i sondaggi non ha i voti per formare un governo né una coalizione di governo ma non li ha neanche l'opposizione. I sondaggi però possono sbagliare, come è accaduto più volte nel passato.

Se il blocco di opposizione accettasse di includere i partiti arabi, che sono stati recentemente riammessi dalla Corte costituzionale a partecipare alla corsa elettorale, potrebbe vincere?

Sì, peccato che anche l’opposizione non li voglia includere.

Perché anche i partiti di opposizione sono razzisti?

Esatto. Proprio così, sono razzisti come quelli avversari.

Se il documentario Naza sul genocidio ancora in corso a Gaza venisse proiettato in Israele farebbe cambiare idea agli israeliani sul comportamento dell’esercito?

No, perché quasi nessuno andrebbe a vederlo.

Com'è cambiata la società israeliana ha tre anni dal 7 ottobre?

C’è stato un enorme cambiamento. Innanzitutto è passata l’equazione che Israele ha il diritto di fare ciò che vuole, persino un genocidio. La società è diventata molto più violenta anche al proprio interno, molto più razzista. Siamo divisi socialmente, anche nel senso che i laici sono contro gli ultraortodossi e viceversa, gli ashkenazi contro i mizhraim e viceversa. Va tuttavia sottolineato che se nella sfera sociale c’è un’estrema polarizzazione, in quella politica c’è una visione unica, di destra, caratterizzata da un comune denominatore: nessun palestinese è più considerato innocente.

Cosa sta succedendo in Cisgiordania?

Una pulizia etnica per mano dei coloni sostenuti dall’esercito mandato dal governo.

Qualcuno in Israele crede ancora alla soluzione dei due Stati per due popoli?

No. I politici israeliani, indistintamente, non vogliono più uno Stato palestinese. Punto.

Se Netanyahu dovesse vincere ancora, come vede il futuro di Israele?

Terribile. Non penso che potrei ancora fare un’intervista come questa perché verrebbe molto limitata, se non addirittura abolita, la libertà di parola, di opinione, di critica e il parlamento sarà composto solo da politici ebrei. Non ci sarà più alcun partito arabo. La democrazia si trasformerebbe in autocrazia.