martedì 2 giugno 2026

Il Fatto quotidiano, 26 maggio

INTERVISTA Hamid Dabashi Columbia

“La vittoria dell’Iran cambia la regione: gestire Hormuz è più efficace della atomica”

“Il piano di Trump fantasioso si è ritorto contro Bibi sia sul fronte iraniano sia su quello Usa”

Israele ha trascinato in guerra Trump e i membri filoisraeliani del Congresso. Netanyahu pensava di trarre vantaggio da questo piano fantasioso, che però si è ritorto  contro di lui sia sul fronte iraniano sia su quello statunitense dell’Iran.

Titolare della cattedra Hagop Kevorkian di Studi iranici e  letturatura comparata presso la Columbia University, è autore di una ventina di libri, tra cui Theology of Discontent e Iran, the Green Movement and the Usa.

In che situazione si trova oggi l’Iran?

La vittoria iraniana sta cambiando l’intero scenario geopolitico della regione. Non solo la Repubblica islamica non è caduta, ma si è rafforzata e un nazionalismo anticoloniale si è mobilitato per difendere la patria. Ma la leaderships al potere a Teheran si trova anche a dover affrontare le legittime aspirazioni democratiche di una nazione potente.

Lei vive a New York. Qual è la situazione negli Usa dopo la guerra all’Iran?

La stragrande maggioranza degli americani è contraria a questa guerra. Anche negli Stati Uniti si assiste a un risveglio nazionale collettivo e a una rivolta contro il tentativo israeliano di saccheggiare le loro risorse. Gli americani si chiedono perché i miliardi di dollari delle loro tasse debbano essere sprecati in questa guerra inutile per conto di Israele. Per ora Israele e Donald Trump sono, evidentemente, i perdenti.

Chi sono i nuovi uomini al potere a Teheran?

In Iran esiste un apparato statale come altrove, sarebbe meglio chiedersi non chi è al comando ma cosa. In ogni caso è troppo presto per dirlo perché, dopo la decapitazione della leadership, l'apparato statale verrà ricostruito. Con l'assassinio della Guida Suprema Ayatollah Khamenei - un atto terroristico efferato, mirato a colpire un capo di Stato - qualcosa è cambiato per sempre. Suo figlio Mojtaba è una figura di rappresentanza, un simbolo, un guerriero ombra come il Kagemusha di Akira Kurosawa. È stato scelto dai pasdaran che ora detengono il controllo.

Che cosa pensa dell'ipotesi, avanzata dal New York Times secondo cui Israele avrebbe voluto l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad come futuro leader dell'Iran?

È una supposizione assurda, un’ipotesi incredibilmente razzista e ignorante.

L’Iran avrà un vantaggio decisivo nello Stretto di Hormuz?

Sì, ora l’ha e ce l’avra in futuro, in collaborazione con l’Oman. È la risorsa geostrategica più potente dell’Iran, molto più efficace, utile e potente di una bomba atomica. - 

Che cosa pensa dei diversi punti del possibile accordo, in particolare gli asset congelati e del nucleare?

Per l’Iran le questioni cruciali sono lo scongelamento degli asset, la revoca del blocco navale statunitense e la possibilità di realizzare il proprio progetto nucleare a fini civili. Si tratta di interesse nazionale, ma anche di una questione di sicurezza e di orgoglio. Per gli iraniani l’energia nucleare è paragonabile alle risorse petrolifere degli anni Cinquanta quando gli Stati Uniti e Gran Bretagna cercarono di accaparrarsele organizzando un colpo di stato contro il premier Mossadegh.

A differenza di Israele, l'Iran è firmatario del Trattato di non proliferazione nucleare e, in base agli impegni assunti, ha diritto al nucleare a fini pacifici.

Israele potrebbe mandare a monte l’accordo?

Sì, certo, con operazioni segrete, assassinii di scienziati iraniani, attacchi informatici. Il solito copione! E non rispetteranno la parte dell’accordo che riguarda il Libano.

da Il Manifesto del 17/04/2026

Il papa insiste: guai a chi usa dio per la guerra

di Paolo Rodari 


È stato lo scontro a portarlo al centro della scena. E ora Leone non sembra avere alcuna intenzione di uscirne. Paradossale, ma difficilmente contestabile: senza gli attacchi del presidente americano, il suo pontificato avrebbe rischiato di restare in ombra, schiacciato dal confronto con il carisma del predecessore. Invece, una volta conquistata l’attenzione globale, Prevost non si è sottratto. Non si è difeso. Ha preso quel faro di luce puntato su di lui e l’ha trasformata in un megafono.

Ieri, a Bamenda, nel nord-ovest del Camerun, nel cuore della regione anglofona segnata da anni di violenza, questa postura è diventata evidente. Qui, in una «martoriata regione» travolta da un conflitto che in circa un decennio ha provocato migliaia di morti e centinaia di migliaia di sfollati, Leone ha parlato da messaggero di pace. Ma con parole tutt’altro che accomodanti. Di fronte a quello che lui stesso ha definito un «mondo a rovescio» – dove si investe in armi, si depredano le risorse e si alimenta «una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine» – il papa ha ribaltato la prospettiva: sono i poveri, ha detto, «la luce del mondo».

Nella cattedrale di San Giuseppe, davanti a una comunità segnata da sofferenza e paura ma attraversata, per l’occasione, da una tregua dei gruppi separatisti, non si è limitato a invocare la pace. Ha indicato responsabilità precise. E soprattutto ha colpito uno dei nervi più scoperti della politica globale: l’uso della religione. «Guai a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso». Parole nette, pronunciate con tono pacato, difficili da neutralizzare.

Può anche non scrivere materialmente i suoi discorsi. Ma è lui a sceglierli, a validarli, a pronunciarli. Ed è lui, soprattutto, a decidere di non arretrare mentre da Washington continuano ad arrivare attacchi. Non è un dettaglio: il presidente americano è stato eletto anche grazie al voto di molti cristiani, inclusi cattolici. Nonostante già in passato si fosse reso protagonista di uscite discutibili contro il vescovo di Roma. Nel 2016 Francesco parlò dei «muri» contrapponendoli ai «ponti», provocando la reazione furiosa dell’allora candidato Trump. Ma quello che sta accadendo oggi ha un’intensità diversa. Più strutturale.

E da Bamenda Leone ha scelto di stare dentro questo livello dello scontro. Lo ha fatto parlando dei «signori della guerra», che «fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire». E denunciando l’economia della violenza: miliardi spesi per «uccidere e devastare», mentre non si trovano risorse «per guarire, educare, risollevare». Poi un’altra accusa, altrettanto esplicita. Chi depreda le risorse di un Paese finisce spesso per reinvestire quei profitti nelle armi, alimentando un ciclo senza fine. Una «spirale», appunto. Il quadro che ne esce è coerente e durissimo: un mondo squilibrato, rovesciato, in cui pochi dominano e molti pagano il prezzo. Non a caso, il papa parla di umanità «distrutta da un manipolo di tiranni (l’Osservatore romano traduce pochi dominatori, ndr)» ma tenuta in piedi «da una miriade di fratelli e sorelle solidali».

Fuori dalla cattedrale, la realtà conferma le parole. Bamenda vive da anni in una tensione permanente: violenze, povertà, paura diffusa. Eppure, nel giorno della visita, la città mostra anche altro: fedeli arrivati da lontano, comunità diverse – cristiani, musulmani, rappresentanti di varie confessioni – riunite nello stesso spazio, in un clima di fraternità reso possibile anche da una tregua fragile ma significativa. È in questo contesto che Leone inserisce il suo appello più concreto: cambiare rotta. Una «inversione a U», la definisce, chiedendo a «ogni coscienza onesta» di denunciare e ripudiare un sistema che produce morte, per imboccare la strada della sostenibilità e della fraternità.

Non è solo un discorso. È una linea. E qui si definisce anche la cifra del pontificato. Non alza la voce, non cerca lo scontro. Resta mite, misurato, quasi appartato nei modi. Ma nelle parole – sempre più spesso – non arretra. Nelle ultime settimane questo tratto è diventato visibile. La pressione internazionale non lo ha ridimensionato. Al contrario, lo ha costretto a esporsi. E ha scelto di farlo fino in fondo, proprio sui temi che più irritano i centri di potere: guerra, risorse, religione, disuguaglianze.

Doveva essere un viaggio pastorale. Un gesto di vicinanza a una popolazione ferita. Si sta trasformando in qualcosa di più. Il banco di prova di un pontificato che prende forma sotto pressione. E forse anche nel suo punto di svolta. Perché Leone, ormai, sembra aver fatto una scelta precisa: non evitare il conflitto, ma attraversarlo. Senza rinunciare alla mitezza. E usando proprio quella mitezza – inattesa, ostinata – come la sua forma più efficace di forza.


da Il Manifesto del 16/04/2026

Crisi energetica, l’altra faccia del Pianeta che nessuno vede

di Tonino Perna


I mass media di tutti i paesi industrializzati sono pieni di notizie allarmanti sugli effetti della crisi di petrolio e gas, causata dalla sciagurata guerra condotta da Israele e Usa contro l’Iran. I cittadini del G20, ovvero dei venti paesi più ricchi della terra, sono preoccupati per gli effetti sull’inflazione, a partire dai beni alimentari e dalla bolletta energetica. Questa crisi vista dall’altra parte del pianeta, dagli L20 – ovvero dai venti paesi più impoveriti della terra – è una vera e propria tragedia, ignorata dai grandi organi d’informazione.

IN OCCIDENTE LA CHIUSURA dello Stretto di Hormuz porterà probabilmente, se continua la guerra Israele-Usa contro l’Iran, ad una stagflazione, soprattutto nei paesi come il nostro più dipendenti dai combustibili fossili. Nei Paesi L20, che contano quasi 500 milioni di abitanti, è già una tragedia, in particolare nei paesi africani che ne costituiscono la stragrande maggioranza (17 su 20). Infatti, i paesi africani più poveri dipendono fortemente dall’import di combustibili fossili. Innanzitutto, in quanto la rete elettrica copre mediamente solo il 30% dei bisogni della popolazione, per il resto si usano vecchi gruppi elettrogeni, energivori e inquinanti.

Inoltre, il trasporto interno dei beni (materie prime, beni alimentari, manufatti, ecc.) avviene quasi esclusivamente su camion obsoleti che divorano il diesel, fanno lievitare i prezzi al consumo mentre tengono sotto scacco i contadini ed i piccoli produttori al momento dell’acquisto. Se si bloccano i trasporti nei paesi africani è la fame, la miseria, la disperazione.

L’INFLAZIONE GALOPPANTE sta provocando proteste in diversi paesi. Il governo dello Zimbawe ha cercato di dare una risposta ai lavoratori che chiedevano un aumento del salario cercando di compensare l’aumento del prezzo del petrolio con una miscela che porta l’etanolo dal 5 al 20% del combustibile. Risultato: i motori vengono in breve tempo danneggiati in quanto l’etanolo corrode metalli e gomme. Il caso più paradossale è quello della Nigeria, il gigante africano, primo produttore di petrolio in Africa: il prezzo della benzina è aumentato del 35% in meno di un mese.

Il motivo è semplice: la Nigeria esporta petrolio grezzo ed importa quasi la totalità del petrolio raffinato (benzina in primis). Dalle esportazioni di petrolio grezzo dal Delta del Niger ricava l’80% dell’export, la cui estrazione è gestita dalle multinazionali degli idrocarburi che non hanno avuto alcun interesse a costruire delle raffinerie ed hanno invece provocato il più grande disastro ecologico di tutto il Continente (con una stima di oltre 8.000 perdite di petrolio negli ultimi 15 anni),

INOLTRE, VA CONSIDERATO IL FATTO che il blocco dello Stretto di Hormuz sta impedendo alle navi che trasportano fertilizzanti di arrivare ai porti africani. E mentre in Europa abbiamo ampie scorte di fertilizzanti e anche la possibilità di approvvigionarci da altre aree del mondo, per l’Africa e in particolare per i paesi L20 questo blocco si traduce in un crollo della produzione agricola.

QUESTA CRISI GEOPOLITICA ed economica globale sta facendo esplodere le contraddizioni tra i G20 e gli L20. Bastino pochi dati per rendersi conto dell’abisso che si è creato tra i paesi più ricchi e quelli più poveri: reddito pro capite, a parità di potere d’acquisto, gli L20 fanno registrare 1.749 dollari contro i 40.239 $ dei G20 (un rapporto di 1 a 23); la speranza di vita è di 61,4 anni contro i 76,1 dei G20, l’alfabetizzazione è di 55,6% contro il 92% dei G20, 48,9% della popolazione ha meno di 18 anni contro il 23% nei G20 e il 18% nella Ue, ecc.

MA QUELLO CHE È PIÙ SCANDALOSO e inaccettabile è l’ingiustizia climatica. Gli L20 introducono nell’atmosfera per abitante (2022) 0,21 tn di CO2 mentre i G20 ben 6,71 tn con un rapporto di 1 a 33. Paradossalmente gli eventi estremi fanno in proporzione molti più danni negli L20: l’impatto sull’economia degli L20, negli ultimi cinque anni, è pari a circa 1,5 % del Pil contro lo 0,1% del Pil per i paesi G20!

E GLI EVENTI ESTREMI OLTRE ai danni materiali provocano, insieme ai conflitti, grandi spostamenti di popolazione: dal 2005 ad oggi negli L20 la popolazione déplacés è aumentata del 368% arrivando a superare i 40 milioni, e complessivamente gli L20 accolgono circa la metà dei rifugiati rispetto alla media dei G20.

SE CONSIDERIAMO CHE L’ATTUALE GUERRA in Medio Oriente, che si va ad aggiungere ad altri sessanta conflitti in tutto il mondo, sta distruggendo grandi impianti petroliferi, bruciando milioni di tonnellate di combustibili, provocando grandi incendi e distruzioni di infrastrutture, non potrà che fare aumentare la CO2 nell’atmosfera con effetti sul cambiamento climatico che non riusciamo a quantificare, ma che vedremo nei prossimi anni. E questo feedback avrà pesanti ripercussioni sui paesi più impoveriti della Terra.


da Il Manifesto del 21/05/2026

Rapporti <<autosufficienti>> con la Cina. 

A Putin basta Xi

di Francesco Brusa


Di certo, grazie alla missione diplomatica in Cina terminata ieri con una dichiarazione congiunta, Vladimir Putin un risultato lo ha raggiunto: far scivolare ai margini delle scene le difficoltà interne, con i droni ucraini che minacciano addirittura i cieli di Mosca, e far dimenticare la parata della vittoria sotto tono di inizio mese. Il presidente russo è stato accolto a Pechino dal suo omologo Xi Jinping con tutti i crismi del caso, a pochi giorni dalla visita – anch’essa importante e anzi sotto molti aspetti storica – del leader della Casa Bianca Donald Trump. L’occasione d’altra parte richiedeva di per sé una certa solennità, trattandosi del 25esimo anniversario del trattato di amicizia fra i due paesi (che è stato infatti contestualmente esteso). Insomma Cina e Russia mostrano di voler ribadire la solidità del proprio legame, a maggior ragione in un momento di caos e incertezza internazionali (con il conflitto in Iran che evidentemente complica il contesto, ma non per forza in modo negativo per tutti gli attori) e sullo sfondo dell’ambivalenza statunitense, che alterna bombe, minacce e aperture senza soluzione di continuità.

ECCO ALLORA che per Putin le relazioni fra Mosca e Pechino «hanno raggiunto livelli davvero mai visti prima, e non cessano di progredire», come ha detto commentando le undici ore di colloqui bilaterali. A sua detta i rapporti fra le due sono «autosufficienti» e non dipendono «dall’attuale situazione globale», ma anzi potrebbero essere un esempio di come portare avanti «interazioni strategiche e comprensive» fra due nazioni diverse. Per quanto venga smorzato sotto una coltre retorica che parla il linguaggio della stabilità e della normale condotta fra stati, è evidente che il quadro globale sia al tempo stesso presupposto e obiettivo polemico della missione: da un lato, per via della già citata guerra in Iran e del conseguente blocco dello stretto di Hormuz, la Russia ha potuto di recente beneficiare di maggiori entrate grazie all’impennata dei prezzi del greggio e dunque di una rinnovata centralità come esportatore di risorse fossili; dall’altro, la nuova “dottrina” trumpiana in politica estera – tutta improntata sul paradosso di ambire al Nobel per la pace mentre accende focolai bellici in diverse parti del mondo – non può che impensierire le altre potenze, spingendole a serrare maggiormente i ranghi.

COSÌ, NELLE LORO dichiarazioni congiunte, i leader russo e cinese hanno lanciato non poche accuse nei confronti dell’interventismo a stelle e strisce. Dal loro punto di vista, azioni come quelle contro il Venezuela (con l’estradizione forzata dell’ex-capo di stato Nicolas Maduro) o contro Teheran, «causano un danno irreparabile ai fondamenti del diritto internazionale post-seconda guerra mondiale». Con una metafora per nulla condiscendente, anzi, Xi ha parlato del pericolo di un «ritorno alla legge della giungla» per ciò che riguarda la situazione mondiale. In generale, Mosca e Pechino rilanciano l’idea di sviluppare un «ordine multipolare» per garantire più sicurezza ed equilibro nei rapporti fra stati. Ma, dietro all’attenzione per la pace globale, si celano ovviamente interessi regionali: da qui, anche, la condanna della crescente cooperazione fra Giappone e Nato e di una possibile «espansione» dell’alleanza nord-atlantica nel Pacifico. Sul filo della logica da “sfere d’influenza”, allora, Putin ha buon gioco a ribadire che la Russia sostiene il principio «di una sola Cina» (chiudendo ogni concessione su Taiwan) e a incassare il silenzio-assenso sulla propria «avventura militare» in Ucraina.

SE PERÒ L’ARMONIA sui concetti di fondo era in qualche modo scontata, il piano più concreto degli accordi commerciali e di cooperazione risulta forse maggiormente friabile. Rispetto al gasdotto Power of Siberia-2, gli incontri si concludono solo con una «intesa di massima» – a fronte del fatto che la squadra russa approdata in terra cinese era di peso considerevole (con diversi vertici delle aziende energetiche, oltre a quelli politici). Attualmente, gli scambi economici fra Russia e Cina ammontano a circa 200 miliardi di euro – con Pechino che, date le sanzioni occidentali contro Mosca, beneficia di ingenti sconti e si trova senza ombra di dubbio in una posizione di forza rispetto al suo “alleato”. In questo senso, i venti contratti siglati durante la visita (cui si aggiungono altri venti che si annunciano nel futuro) appaiono più come una certificazione dello status-quo che come una vera svolta. Nel frattempo la guerra in Ucraina continua e i droni arrivano a minacciare anche i paesi baltici. Il leader di Kiev, Volodymyr Zelensky, vede il presidente serbo Vucic, atteso settimana prossima proprio in Cina. Anche il “multipolarismo” è quasi un dato di fatto.


da Domani del 09/03/2026

Liberare il maschile dagli stereotipi

<<La parità s’insegna fin dall’infanzia>>

di Marika Ikonomu


Già dal buongiorno in classe si può escludere e diseducare alla parità. <<Dire “buongiorno bambini”, solo ai maschi, è un mondo di inconsapevolezza, significa non porsi il problema che il maschile sovraesteso occulti le bambine, che in aula ci sono e devono essere nominate>>. Un gesto che può sembrare minimo, ma che contribuisce in modo potente alla costruzione di un immaginario. Irene Biemmi è docente di Pedagogia di genere all’università di Firenze, componente del comitato scientifico della Fondazione Giulia Cecchettin e responsabile del corso “Educare all’uguaglianza di genere, fin dall’infanzia”, rivolto a chi insegna alla primaria e alla scuola dell’infanzia. La fondazione è nata dalla volontà di Gino, Elena e Davide Cecchettin, rispettivamente padre, sorella e fratello di Giulia Cecchettin, studentessa di 22 anni uccisa dall’ex partner nel 2023, e si pone come obiettivi inclusione, lotta alla violenza di genere, attraverso programmi educativi. Il corso finanziato dalla fondazione, che ha già raggiunto il numero massimo di iscrizioni, è rivolto ai maestri e alle maestre di Veneto, Toscana e Puglia. Saranno anche il campione di indagine di una ricerca biennale sulla consapevolezza di genere del corpo docente, sui bisogni formativi e le competenze sviluppate. Perché in Italia mancano i dati: <<C’è poca ricerca scientifica, non si sa nemmeno se i docenti siano o meno favorevoli all'introduzione dell’educazione di genere a scuola>>, spiega Biemmi.

Le quote blu

E’ il maschile a dover cambiare e assumere la responsabilità degli stereotipi e della violenza di genere. Questo è un punto fermo per la fondazione, sottolinea la docente, <<i bambini hanno urgenza di ricevere una formazione che smitizzi quel dover essere del maschile, che è una gabbia, a volte anche dolorosissima. Un'idea di forza e sopraffazione lontana dai bisogni individuali di quel bambino e dal suo voler stare al mondo>>. E l’azione di cambiamento può avvenire attraverso i e le docenti, con un modello alternativo di scuola che educhi alla parità. Ma anche per loro non c’è formazione: all’università non è previsto l’insegnamento di Pedagogia di genere, la disciplina che forma a stare in classe con uno sguardo attento alla dimensione dell'uguaglianza e alla valorizzazione delle diversità. Il 4% del corpo docente delle scuole dell'infanzia e primaria è costituito da uomini. <<Questi ordini scolastici anche in Europa sono femminilizzati, ma con percentuali assolutamente diverse>>, precisa Biemmi. Per questo, la fondazione ha previsto le “quote blu”, per permettere ai maestri interessati di prendere parte alla formazione.

Educare dall’infanzia

Non solo non è presente in modo strutturale l'educazione sessuoaffettiva nelle scuole (l'Italia è uno degli otto stati membri in cui è facoltativa), ma il disegno di legge approvato in prima lettura, che porta il nome del ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, la condiziona alla volontà degli istituti, ai fondi e al consenso informato delle famiglie. Secondo Biemmi è però fondamentale intervenire sui bambini e le bambine dai 3 ai 10 anni, <<un lavoro di prevenzione culturale radicale>> perché significa <<arrivare prima che gli stereotipi possano sedimentarsi>>. Dai 12 anni in poi è già stata incamerata una serie di rappresentazioni di immaginari, sul maschile e sul femminile, sulle relazioni tra i generi, frutto di una cultura patriarcale, spiega la docente. E’ complicato decostruire qualcosa che si è depositato in modo granitico, come gli stereotipi, che sono - li definisce la docente - <<una forma mentis che mira alla semplificazione e al risparmio cognitivo>>. A chi condanna l'educazione alle relazioni a partire da tre anni, sostenendo che non si può parlare di violenza ai bambini, risponde Biemmi: <<Non ha senso parlare di violenza a quell'età, non potrebbe essere compreso. Ha senso, invece, parlare di rispetto, pari opportunità, uguaglianza>>. Se non ci si fa carico di questo tipo di educazione, quel vuoto verrà riempito dagli algoritmi.

La cassetta degli attrezzi

Questo corso è in linea con il protocollo firmato da Gino Cecchettin con il Mim, precisa, e vuole fornire una “cassetta degli attrezzi” agli insegnanti. Dal linguaggio, <<che è una spia sull’attenzione o meno rispetto a certe categorie umane>>, alla pedagogia ed educazione di genere, a strumenti concreti per riconoscere come gli stereotipi, le discriminazioni e la disuguaglianza vengono veicolati non solo da cartoni e pubblicità, ma anche dai libri di testo. Sui manuali, il monitoraggio di Biemmi pubblicato nel 2010 dal titolo “Educazione sessista” aveva dato risultati <<catastrofici>>: <<Una spartizione binaria e rigida, che ricalca i ruoli sociali tradizionali. L’uomo mantiene economicamente la famiglia e la donna si occupa della cura>>. Anche su questo possono incidere i maestri e le maestre, scegliendo libri più paritari e attenti alla dimensione di genere, verso nuovi immaginari. Costruendo le premesse culturali perché la violenza non si generi.

lunedì 1 giugno 2026

Due anni interi Saria ha vissuto con me con la tenerezza di un angelo e laboriosità quotidiana intensa: mercati, pulizie, farmacia, giornalaio di buon mattino. Che bello andare a prendere i giornali ogni giorno con lei che mi stringeva una mano! Ogni giorno si apriva con un bacio angelico e così ogni sera.

RASA, che sostituisce Saria, continua il lavoro di Saria con tanto impegno e tanta cura nei miei riguardi, per cui sono contento di tutto il suo lavoro e di tutto l’affetto che mi riserva. Proprio sulla strada di Saria!

Franco

 

Il 26 maggio Saria mi ha fatto una telefonata e io la cercherò fra due giorni.

Oggi dedico il giorno a Piera Cat. Vado in ospedale a vederla e baciarla con gioia immensa. Grazie del viaggio che Grazia Bondesan e Giorgio mettono in atto, come fanno tante volte.

Grazie Amery e Romeo, sempre disponibili, come Nico, Angelina, Cesare.

I dolori della lontananza e le gioie

Ci sono molti dolori nella vita.

Qui voglio soffermarmi su un dolore particolare, quello che si prova rispetto ad un fratello amatissimo che la lontananza rende difficilmente raggiungibile e soprattutto col quale è quasi impossibile comunicare con un abbraccio o una conversazione fatta di ricordi, progetti, scambi di opinioni e momenti in cui si possano confidare e ascoltare le parole, come è invece permesso a chi è esperto dei nuovi mezzi della comunicazione.

In questo periodo è la lontananza da Dante che mi pesa e la lontananza da SARIA che per due anni, dopo la morte di mia moglie mi ha, insieme al suo marito, accompagnato nella vita quotidiana, nei giorni di malattia come in quelli di gioia.

Come la lontananza di Piera Cat con cui ho lavorato una vita sarà forse diminuita dalla visita ospedaliera che avrò con Giorgio e Grazia. Un momentaneo ravvicinamento con la Piera in ospedale è un vero praticare il Vangelo.

Grazie Giorgio e Grazia, Cesare, Nico, Angelina.

Al Dio di Amore, a Te grazie.

Franco Barbero, 26 maggio 2026

DOV’È DIO

Latchou era un uomo molto pio. Ogni giorno, svegliandosi, faceva le abluzioni rituali e, subito dopo, si recava al tempio con il paniere delle sue offerte in mano, per assistere al culto mattutino.

Con fervore pregava: «Signore, vengo a renderti visita a casa tua, senza mancare un solo giorno. Mattino e sera ti porto le offerte; non potresti venire una volta a casa mia?».

Attento a questa preghiera quotidiana, Dio alla fine gli rispose: «Domani io verrò a trovarti».

Quale gioia per Latchou. Lava e rilava tutta la casa. Fa disegnare davanti alla porta di casa con farina e pasta di riso degli ornamenti augurali.

All’alba, appende una ghirlanda di foglie e fiori all’ìngresso. Accende le lampade ad olio a varie luci sul banco che ogni casa indiana possiede. Al centro di ogni disegno splende un bel fiore giallo. Nella sala dei ricevimenti, vassoi di frutta, di biscotti dolci e di fiori sono allineati in abbondanza. Tutto è pronto per ricevere Dio. Latchou, in piedi, è pronto ad accoglierlo.

L’ora del culto mattutino si avvicina. Un ragazzino che passa da quelle parti,vede, attraverso la finestra aperta, i vassoi dei biscotti. Si avvicina: «Nessuno ha tanti biscotti lì dentro, non potresti darmene uno?»

Latchou, furioso per l'audacia del ragazzino, replica: «Vuoi filartene, moccioso, come osi chiedermi ciò che è preparato per Dio?». Ed il ragazzino, spaventato, se ne fugge via.        

La campana del tempio ha suonato; il culto del mattino è finito Latchou pensa: «Dio verrà dopo il culto di mezzogiorno; Aspettiamolo...». Stanco si siede sul banco.

Un mendicante arriva a chiedergli l’elemosina. Latchou lo scaccia con rabbia. Poi lava con cura il posto sporcato dai piedi del mendicante… E passa anche mezzogiorno. Dio non viene all’appuntamento.

Viene la sera, Latchou, molto triste, aspetta sempre la visita promessa... Un pellegrino si presenta all'ora del culto della sera: «Permettimi di riposarmi sul banco e di dormirvi sopra per questa notte».

«Mai al mondo! È il sedile riservato a Dio».

La notte è calata... «Dio non ha mantenutto la sua promessa!», pensa Latchou con delusione.

Il giorno dopo, ritornato al tempio per la preghiera del mattino, il devoto rinnova la sua offerta e scoppia in lacrime: «Signore, non sei venuto da me come avevi promesso. Perche?».

Una voce gli dice allora: «Sono venuto tre volte, ed ogni volta  tu mi hai cacciato» (da Quando è giorno?, pagg. 132-133).

 

Franco Barbero, 1990

Comunità Cristiane di Base di Pinerolo-Via Città di Gap e Piossasco

Celebrazione Eucaristica del 17.05.2026


Dedichiamo questa Eucarestia a Fiorentina Charrier che ci ha lasciati due anni fa. 

Il ricordo che portiamo con noi è quello di di una sorella che ha capito e ha testimoniato lo spirito dell’ Evangelo, con semplicità determinazione e coerenza.


PREGHIAMO INSIEME

O Dio, in Gesù ci indichi le direzioni dell’amore.

Rendici capaci di ascoltare più che di parlare;

di imparare più che di insegnare.

Aiutaci a seminare l’Evangelo senza mai metterci un palmo sopra nessuno.

Aiutaci ad ascoltarTi nel dolore delle persone sole e abbandonate, nella volontà di riscatto degli emarginati, nelle lotte degli esclusi e delle escluse, nelle preghiere dei cuori semplici, nelle lacrime delle persone sconfitte e nei sogni di pace e di giustizia


CANTO


PREGHIAMO INSIEME


Quando senti la tua piccolezza come un ostacolo e ti rendi conto dopo tutto che la vita ti sta lasciando le mani sempre più vuote, 

ricorda che il Signore ha detto: beati i poveri, perché a coloro che non hanno nulla appartiene il regno dei cieli. 

Quando il peso delle tue lacrime ti fa male come una domanda senza risposta o non credi che dopo la notte il nuovo giorno sorgerà anche per te, 

ricorda che il Signore ha detto: beati coloro che piangono, perché saranno consolati.

Quando ripagare il male con il male ti appare come una via possibile o sei più incline all’intransigenza e alla severità che al dialogo, 

ricorda che il Signore ha detto: beati i miti, perché erediteranno la terra. 

Quando sei chiamato a dare (sia i tuoi beni che il tuo perdono) e cadi nell’errore di chiudere il tuo cuore invece di aprirlo, 

ricorda che il Signore ha detto: beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia.

Quando, per non apparire ingenuo, ti lasci contaminare dal calcolo, dal controllo o dal cinismo, ricorda che il Signore ha detto: beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. 

Quando ti sentirai soddisfatto di appartenere a quel numero privilegiato che possiede l’essenziale e ne ha ancora abbastanza, 

ricorda che il Signore ha detto: beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

Quando ti lasci dominare dalla logica del conflitto e per tutto e per niente armi il tuo cuore in fretta, ricorda che il Signore ha detto: beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Quando il prezzo da pagare per la verità dell’amore ti sembra duro e alto, 

ricorda che il Signore ha detto: beati quelli che soffrono persecuzione per amore della giustizia, perché di essi è il Regno dei cieli.

(José Tolentino)


Facciamo un momento di SILENZIO per prepararci all’ascolto della Parola di Dio


LETTURA BIBLICA 

1Re 19,4-14

Egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». Si coricò e si addormentò sotto il ginepro. Allora, ecco un angelo lo toccò e gli disse: «Alzati e mangia!». Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d'acqua. Mangiò e bevve, quindi tornò a coricarsi. 

Venne di nuovo l'angelo del Signore, lo toccò e gli disse: «Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». Si alzò, mangiò e bevve. 

Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb. Ivi entrò in una caverna per passarvi la notte, quand'ecco il Signore gli disse: «Che fai qui, Elia?». Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita». Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all'ingresso della caverna. 


Luca 5,12-16

Un giorno Gesù si trovava in una città e un uomo coperto di lebbra lo vide e gli si gettò ai piedi pregandolo: «Signore, se vuoi, puoi sanarmi». Gesù stese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio, sii risanato!». E subito la lebbra scomparve da lui. Gli ingiunse di non dirlo a nessuno: «Va', mostrati al sacerdote e fa' l'offerta per la tua purificazione, come ha ordinato Mosè, perché serva di testimonianza per essi». La sua fama si diffondeva ancor più; folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro infermità. Ma Gesù si ritirava in luoghi solitari a pregare.


Riflessioni comunitarie


CANTO


MEMORIA DELLA CENA 


1. Eccoci o Dio di Gesù a compiere il gesto di spezzare il pane. 

   Quante volte lo spezziamo in famiglia, con gli amici e le amiche 

2. Oggi lo facciamo in modo particolare per ricordare Gesù,

    spezzando il pane noi rinnoviamo la fiducia in Te, o Dio

    sapendo che  se ci affidiamo a Te, la nostra vita può cambiare.

1. Vogliamo essere nutriti/e dal Tuo amore  per imparare a condividere.

2. Dio di bontà, Tu che ci sorridi sempre, 

   accompagnaci lungo i sentieri della ricerca della libertà.


T. Gesù prese il pane e dopo aver pronunciato la preghiera di benedizione, lo divise tra le persone presenti e disse: “Prendete e mangiatene, questo pane condiviso, sia per voi il segno della mia vita, Dio mi ha aiutato a condividerla con le sorelle e i fratelli che ho incontrato, fate questo in memoria di me”. Poi prese una coppa di vino, lo fece passare tra loro dicendo: “Bevetene, questo calice sia per voi il segno di un’amicizia che Dio continuamente rinnova con tutta l’umanità e con tutto il creato”.


COMUNIONE


PADRE NOSTRO


PREGHIERA COMUNITARIA


PREGHIERA FINALE


Mi sta a cuore – Luigi Verdi


Mi sta a cuore
chi riconsacra la vita
per cancellare la nostra viltà,
chi fa un piccolo passo per volta
senza sapere la distanza,
chi mantiene gli occhi aperti
nella lunga attesa.


Mi sta a cuore
il tuo soffrire per poter cambiare,
il tuo sforzo per riuscirci e guarire,
il tuo smarrirti per arrivare a capire.


Mi sta a cuore
chi rimane mite oltre le lingue maligne,
lo scherno degli egoisti
e le consuetudini di ogni giorno.


Mi sta a cuore
chi è fedele al poco e al mistero,
a qualunque trama di vita
pazientemente tessuta.


CANTO