lunedì 29 giugno 2026

da Internazionale del 12/06/2026

I veri motivi del crollo demografico

di John Burn-Murdoch, Financial Times, Regno Unito


Il tasso di natalità è in forte calo in quasi tutti i paesi, a prescindere dalle differenze economiche e sociali. Ma c’è un fattore che potrebbe spiegare questa tendenza.

In più di due terzi dei 195 paesi del mondo, il numero medio di figli partoriti da una donna è sceso al di sotto del “tasso di sostituzione” di 2,1, la soglia che mantiene una popolazione stabile in assenza di immigrazione. In 66 paesi la media è più vicina a uno che a due. In alcuni stati il numero di figli più comune per una donna è zero.

Il ritmo e la portata di questo declino vanno oltre le aspettative. Appena cinque anni fa, le Nazioni Unite prevedevano che nel 2023 i nuovi nati in Corea del Sud sarebbero stati 350mila. Hanno esagerato del 50%: il dato reale è stato 230mila. I paesi a reddito medio e alto combattono contro il calo demografico da più di mezzo secolo, ma il fenomeno ha accelerato nettamente negli ultimi dieci anni.

Nonostante il calo delle nascite derivi da diversi fattori, l’analisi dei dati - dai registri della popolazione alle ricerche su Google - suggerisce che il crollo recente sia legato all’uso che facciamo della tecnologia.

Il fenomeno riguarda tutto il mondo. Fino a poco tempo fa i tassi di natalità molto bassi e in rapido calo erano una preoccupazione soprattutto dei paesi ricchi, ma oggi i paesi in via di sviluppo hanno indici inferiori a quello di stati molto più ricchi. Nel 2023 il tasso di natalità del Messico è sceso per la prima volta sotto quello degli Stati Uniti. In seguito la stessa cosa è successa anche in Brasile, Tunisia, Iran e Sri Lanka. I paesi a reddito medio e basso stanno diventando anziani prima che ricchi.

L’invecchiamento della popolazione riduce la forza lavoro e rallenta la crescita della produttività e del tenore di vita. Lo stallo economico del Giappone dagli anni novanta è dovuto quasi interamente al calo delle nascite, che ha provocato una contrazione del numero di cittadini in età da lavoro. La pressione fiscale causata dall’inevitabile aumento della spesa pubblica per le pensioni e l’assistenza riduce anche gli investimenti nelle infrastrutture, contribuendo a creare un senso di declino che alimenta il populismo.

“Il calo delle nascite è la grande questione del nostro tempo”, sostiene Jesus Fernandez-Villaverde, professore di economia dell’università della Pennsylvania ed esperto delle conseguenze dei cambiamenti demografici. Secondo Fernandez-Villaverde quasi tutti i problemi delle società moderne derivano dal crollo del tasso di natalità. “Tutto il resto è una conseguenza”.

Non bisogna essere per forza Elon Mask, secondo cui il calo della natalità rappresenta “il più grave rischio per la civiltà”, per rendersi conto che il fenomeno sta aggravando alcuni dei principali problemi sociali ed economici del mondo.

Alcuni sperano che una popolazione più piccola possa aiutare ad affrontare il cambiamento climatico. Ma uno studio recente ha rilevato che nel corso dei prossimi decenni tassi di natalità inferiori avranno al massimo un impatto trascurabile sulle emissioni.

La natalità sta crollando nonostante i desideri delle persone, non a causa di essi. La maggior parte dei giovani dichiara ancora di volere circa due figli, perfino in Corea del Sud, dove la maggioranza delle donne non ne ha nemmeno uno. Piuttosto esiste un “divario di fertilità” tra gli obiettivi e i risultati, dovuto a frizioni e frustrazioni legate soprattutto alla vita moderna, come le case e, sempre più spesso, gli smartphone.

Nei decenni scorsi il tasso di natalità mondiale scendeva perché le coppie avevano meno figli. Oggi invece la ragione principale è che ci sono meno coppie. Se la percentuale di matrimoni e convivenze negli Stati Uniti fosse rimasta costante nell’ultimo decennio, il tasso di natalità del paese oggi sarebbe più alto rispetto a dieci anni fa.

Uno studio pionieristico condotto dal demografo Stephen Shaw indica che negli Stati Uniti e in gran parte dei paesi ad alto reddito il numero di figli per madre è stabile o addirittura in aumento. Ma la percentuale di donne che decidono di diventare madri è calata sensibilmente negli ultimi 15 anni.

Curva a K

Tra gli stereotipi associati spesso a questa tendenza c’è l’idea che molte donne antepongono la carriera ai figli o quella secondo cui diverse coppie scelgono di non avere figli nonostante abbiano la possibilità per farlo.

Ma in molti paesi il declino delle nascite e delle coppie è decisamente più marcato tra le persone meno istruite e con i redditi più bassi. Di contro la percentuale di laureati che decidono di vivere in coppia e avere figli è stabile o addirittura in crescita. La formazione delle famiglie, a quanto pare, ha assunto un andamento a K, più alto per i redditi superiori e più basso per quelli inferiori.

Gli interventi degli stati nei paesi più ricchi non hanno arrestato la tendenza. A partire dagli anni ottanta i paesi sviluppati hanno triplicato la spesa pro capite in termini reali per gli assegni familiari, i servizi per l’infanzia e i congedi, mentre la partecipazione dei padri nella gestione dei figli è cresciuta costantemente. Eppure le nascite sono calate lo stesso, passando da 1,85 figli per donna a 1,53.

Molti scelgono una vita da single e senza figli, ma i dati indicano che il numero di persone che trovano un partner e hanno figli sta calando nonostante le intenzioni. Questa tendenza è particolarmente pronunciata tra i meno abbienti e si accompagna a un senso sempre più profondo di solitudine e frustrazione nei rapporti. In diversi paesi ricchi, tra cui Stati Uniti e Regno Unito, negli ultimi decenni gli alloggi hanno rappresentato un forte ostacolo alla formazione delle famiglie.

Secondo un’analisi del Financial Times, fino a metà del calo delle nascite emerso dagli anni novanta può essere attribuita alla diminuzione delle case di proprietà e all’aumento dei giovani adulti che vivono ancora con i genitori.

In situazioni simili, l’assenza di un alloggio a lungo termine rappresenta una barriera per altri impegni a lungo termine. Ma questo non basta a spiegare il crollo della natalità più recente né la sua portata globale.

Nei paesi nordici, per esempio, le nascite sono diminuite nonostante la stabilità economica e l’aumento del numero di giovani adulti che vivono da soli invece che con i genitori o con dei coinquilini.


Incontro comunitario di preghiera domani alle ore 18:00


Care amiche e amici della Comunità,
domani sera ci incontreremo alle ore 18:00. L'incontro sarà condotto da Maria Grazia Bondesan.

L'incontro inizierà alle 18:00 ma ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.
Questo è il LINK per il collegamento:
meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A domani sera.

Sergio

da Internazionale del 12/06/2026

Le disparità cominciano dopo il primo figlio

di Malgorzata Nocun, Tygodnik Powszechny, Polonia


La Polonia ha uno dei divari salariali di genere più bassi d’Europa. Ma quando una donna diventa madre spesso deve accettare condizioni precarie e abbandonare il lavoro.

La chirurga Malgorzata Nowosad si è specializzata e ha lavorato con la figlia sempre al suo fianco. Quando la chiamavano di notte per “presentarsi immediatamente in ospedale”, la tirava giù dal letto in fretta e furia e andava in reparto con la piccola ancora mezza addormentata. Quando era in sala operatoria, le infermiere si occupavano della bambina per ore. La scrittrice Ludwika Włodek sottolinea che continua ad accompagnarla la sensazione di non essere una madre abbastanza brava, perché dedica poca attenzione ai figli. Ha anche sensi di colpa: capita che la vita professionale le dia più soddisfazioni di quella familiare: “Qualcuno ti fa i complimenti per un buon testo o una trasmissione interessante, qualcuno candida il tuo libro a un premio. Le madri, invece, anche se crescono i figli al meglio delle loro possibilità, spesso ricevono solo rimproveri”. 

Raramente un datore di lavoro accetta che una madre si presenti in azienda con il proprio figlio, e con riluttanza garantisce orari di lavoro flessibili. Il rapporto pubblicato nel 2014 dall’Istituto di previdenza sociale polacco (Zus)  e dalla fondazione Share the care sulla situazione delle madri nel mercato del lavoro restituisce un quadro decisamente amaro: il tasso di occupazione delle donne senza figli in Polonia è del 73%; fra chi ha un figlio in età prescolare scende di quattro punti percentuali; se i figli sono due o più arriva  solo al 56%. Oggi le polacche godono di molte più tutele rispetto all’epoca del comunismo (allora, dopo la nascita di un figlio, c’era solo un congedo di tre mesi e non esistevano prestazioni sociali come l’800 plus, l’assegno unico polacco), ma faticano comunque a conciliare lavoro e cura dei figli.

Molte aziende continuano a considerare un figlio un ostacolo all’adempimento dei doveri professionali. E anche se in Polonia il divario salariale di genere è tra i più bassi d’Europa (tra l’8 e il 10%), il rapporto di Zus e Share the care indica che una volta diventate madri le donne guadagnano meno degli uomini che fanno lo stesso lavoro.


da Pressenza del 26/06/2026

L’infanzia come bersaglio. 

Il rapporto ONU che documenta la distruzione dei bambini di Gaza

di Francesco Russo


Il nuovo rapporto della Commissione d’Inchiesta delle Nazioni Unite raccoglie oltre due anni di indagini sui Territori Palestinesi Occupati e documenta migliaia di violazioni contro i minori. Un testo destinato a incidere nel dibattito sul diritto internazionale e sulle responsabilità politiche della comunità internazionale.


C’è un documento di ottantanove pagine depositato davanti al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite il 18 giugno 2026. Si chiama The essence of childhood has been destroyed. Lo ha redatto la Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta sui Territori Palestinesi Occupati. Non è un comunicato di un’organizzazione umanitaria. Non è un rapporto di parte. È il risultato di oltre due anni di indagini, migliaia di fonti aperte verificate forensicamente, interviste a medici, testimoni, sopravvissuti, analisi balistiche, immagini satellitari, scansioni TC di bambini feriti. È, per dirla senza perifrasi, la più dettagliata documentazione di sterminio metodico dell’infanzia mai prodotta da un organo delle Nazioni Unite nel XXI secolo.

Almeno 20.179 bambini uccisi tra il 7 ottobre 2023 e il 7 ottobre 2025. Quarantaquattromila feriti. Cinquemilasessanta ancora sepolti sotto le macerie. Diciassettemilacinquecento non accompagnati, senza famiglia, senza nome. Cinquantottomila che hanno perso uno o entrambi i genitori. Questi non sono dati di Hamas, né del Ministero della Salute di Gaza: sono cifre verificate e citate dalla stessa Commissione ONU incrociando UNICEF, OCHA e Save the Children. Il trenta per cento dei morti totali del conflitto è composto da minori, una percentuale che supera quella di ogni precedente escalation israeliana su Gaza (quella del 2008–2009 e quella del 2014) e che la Commissione riconduce esplicitamente all’espansione dei criteri di targeting e all’uso sistematico di armi ad area vasta in zone densamente popolate da civili.

Il rapporto documenta qualcosa che le cancellerie occidentali si rifiutano sistematicamente di nominare: un pattern deliberato. Bambini colpiti alla testa e al torace da cecchini a distanza ravvicinata. Neonati di dieci giorni presi di mira da quadricotteri mentre venivano allattati in una tenda. Fratelli di dieci e nove anni uccisi da un drone mentre raccoglievano legna per il padre sulla sedia a rotelle, nella zona grigia della cosiddetta «linea gialla» istituita dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. Medici internazionali che descrivono agli investigatori ONU un pattern di ferite da arma da fuoco unica, di precisione, su bambini isolati, spesso mentre gli adulti vicini restano illesi: indicatore tecnico, riconosciuto dai due patologi forensi indipendenti consultati dalla Commissione, di targeting intenzionale e non di fuoco indiscriminato.

Il rapporto è anche un catalogo di dichiarazioni pubbliche che la Commissione inserisce nell’analisi dell’intento genocidario ai sensi dello Statuto di Roma, non come curiosità retoriche ma come elementi costitutivi della mens rea. Un membro della Knesset che il 30 gennaio 2025 afferma: «Gaza è piena di terroristi e ogni bambino che vi nasce è già un terrorista, dal momento della sua nascita». Un altro, durante una sessione plenaria del 9 maggio 2025: «Quello che è stato fatto a Gaza è una vergogna che non sia andata peggio. Non ci sono innocenti». Un ex deputato del Likud, in un’intervista televisiva israeliana del maggio 2025: «Ogni bambino a Gaza è il nemico. Non dobbiamo lasciare un solo bambino gazawi là». Queste dichiarazioni, lette insieme al pattern operativo documentato sul campo, concorrono a costruire il quadro probatorio che la Commissione ritiene sufficiente, con lo stesso standard di prova utilizzato dalla CPI per i mandati di arresto, per concludere che siamo di fronte a genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

Poi ci sono gli ospedali. Al-Nasr Pediatrico attaccato tre volte in una settimana del novembre 2023, fino alla chiusura forzata, con quattro neonati trovati in decomposizione nelle incubatrici spente quando i giornalisti poterono accedervi durante la prima tregua. Al-Rantisi, unico ospedale pediatrico specializzato rimasto operativo a Gaza, colpito il 16 settembre 2025 con ottanta pazienti all’interno. Le unità di terapia intensiva neonatale ridotte da 178 incubatrici a 54, con tre o quattro neonati costretti a condividere la stessa macchina. Operazioni chirurgiche su bambini eseguite senza anestesia, con materiale non sterile. Quindici neonati morti di ipotermia tra dicembre 2024 e febbraio 2025 nelle tende degli sfollati, in condizioni che la stessa UNICEF ha definito «prevenibili». Il quarto ciclo di vaccinazione antipolio per seicentomila bambini bloccato dal divieto israeliano di ingresso degli aiuti umanitari nell’aprile 2025, in un territorio dove il poliovirus era ricomparso dopo venticinque anni di eradicazione.

Qui si apre la questione politica che nessun governo europeo vuole affrontare. L’Italia, come la Francia, la Germania e il Regno Unito, continua a vendere o a non bloccare la vendita di componenti militari a Israele, continua ad astenersi o a votare contro le risoluzioni ONU che chiedono l’embargo sulle armi, continua a definire «preoccupante» ciò che il diritto internazionale qualifica diversamente. La formula del «sostegno al diritto di Israele a difendersi» funziona da schermo per una complicità che il rapporto ONU rende difficilmente negabile: bambini uccisi con precisione da cecchini e droni in pieno giorno, in aree dove nessuna minaccia militare concreta era verificabile, da unità militari identificate dalla Commissione per nome e numero: la 162ª Divisione, la 98ª Divisione, la Brigata Kfir, la Multi-Dimensional Unit 888, la Brigata Efraim e la Brigata Menashe.

La solidarietà con il popolo palestinese non è una postura morale che si esaurisce nell’indignazione. Si traduce in pressione concreta sui governi, in rifiuto dell’acquiescenza parlamentare, nella costruzione di reti di supporto legale, umanitario e culturale, nella richiesta pubblica e nominativa di una risposta politica a ottantanove pagine di documentazione forense che sono già agli atti di un organo delle Nazioni Unite. Significa non accettare che il silenzio istituzionale diventi la norma.

Il titolo del rapporto è una citazione di un medico che lavora a Gaza, raccolta da un investigatore ONU. Ha detto che l’essenza dell’infanzia è stata distrutta, non che i bambini sono morti, ma che l’infanzia come condizione umana, come spazio di crescita e come proiezione di futuro è stata sistematicamente eliminata. Ottantanove pagine di documentazione forense depositate agli atti di un organo delle Nazioni Unite rendono questa affermazione incontestabile. Ciò che resta, per chiunque abbia responsabilità politica nei Paesi che continuano a guardare altrove, è la misura esatta della propria complicità.

domenica 28 giugno 2026

 

da ISPI - Istituto di Studi di Politica Internazionale

La Nato, le basi europee e l’Italia

di ISPI Daily Focus - 26/06/2026


Le parole di Mark Rutte creano un cortocircuito diplomatico che coinvolge Roma e alimenta le domande sul futuro dell’Alleanza in vista del vertice di Ankara.

Se le intenzioni erano buone, le conseguenze non lo sono state: alla vigilia dell'incontro con Donald Trump alla Casa Bianca, il Segretario Generale della Nato Mark Rutte ha scelto Fox News per ribaltare la narrazione degli alleati europei reticenti a sostenere l’operazione americana ‘Epic Fury’ in Iran. Rutte ha rivelato che Roma avrebbe permesso ad aerei statunitensi di decollare dalle basi Nato in Italia in direzione del Golfo, evitando di ostentarlo pubblicamente per ragioni di politica interna. Il risultato è stato l’opposto di quello sperato. “Se si guarda all'Italia, 500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane sul territorio italiano per supportare Epic Fury” ha dichiarato Rutte, aggiungendo: “È un numero enorme”. Le sue parole, pronunciate per placare le critiche di Trump agli alleati e in un momento che lo vede accanirsi particolarmente con l’Italia, hanno invece aperto un nuovo fronte e attirato su Roma le accuse di Teheran. Nel complesso, il Segretario Generale della Nato ha stimato “tra le 4mila e le 5mila missioni di volo” partite da basi europee a sostegno dell’intervento armato, citando anche la Romania, che avrebbe “ridotto il traffico civile per consentire alle forze statunitensi di utilizzare i propri aeroporti come infrastrutture di rifornimento in volo”. A meno di due settimane dal vertice dei 32 leader dell'Alleanza ad Ankara, le parole di Rutte – pensate per ricucire lo strappo transatlantico – hanno invece coinvolto Roma in un cortocircuito inatteso.

La replica dell’Italia?

Il governo italiano ha risposto in poche ore con toni tra il risentito e il meravigliato. Il ministero della Difesa ha chiarito che “sono state autorizzate esclusivamente attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche, nell’ambito delle procedure previste dagli accordi esistenti”, precisando che “le volte in cui si è prospettata una richiesta che esulava da questo perimetro, l’Italia non ha concesso l’autorizzazione”. Il ministro Guido Crosetto si è detto sorpreso che Rutte, “il quale non ha nulla a che fare con l'operazione Epic Fury”, avesse fornito una versione che trasmetteva “un messaggio del tutto fuorviante” confondendo i voli di supporto autorizzati con operazioni legate al combattimento. La distinzione è tutt'altro che accademica. E l’irritazione del ministro per una versione che non coincide con quel sin qui fornita da Roma trapela dal fatto che definisca quelle del Segretario Generale “parole a caso, inopportune e superflue”. Più tardi un portavoce dell’Alleanza ne ha parzialmente attenuato la portata, precisato che “il tipo di supporto a cui ci si riferiva riguarda la logistica o l’assistenza tecnica” e che gli alleati, Italia compresa, hanno dato attuazione agli accordi bilaterali “in materia di basi militari e sorvoli”. Il riferimento è agli accordi tra Italia e Stati Uniti del 1954, in parte tuttora coperti da segreto, consentono una serie di attività ordinarie senza autorizzazione caso per caso: un’opacità che, in tempo di guerra, diventa terreno di scontro.

Teheran chiede spiegazioni?

Non si è fatta attendere neppure la reazione iraniana. L’Italia è da sempre considerata un interlocutore importante e uno dei pochi con cui si è continuato a dialogare anche nei momenti più critici. E ora il sospetto di un suo coinvolgimento nel conflitto rischia di incrinare i rapporti. Il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran Esmaeil Baghaei ha affondato il colpo: “Italia e Romania sono state esplicitamente citate dal segretario generale della Nato come Paesi che hanno partecipato all’aggressione contro l'Iran. Insieme a ogni altro Paese europeo che ha sostenuto l’aggressione americano-israeliana, devono spiegare ai propri cittadini e al mondo perché hanno scelto di essere complici di questo palese atto di aggressione”. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha immediatamente cercato di contenere i danni e in una conversazione telefonica con il suo omologo Araghchi, ha assicurato che “l’Italia non ha mai preso parte ad alcuna iniziativa militare e non ha mai autorizzato l'utilizzo delle basi per azioni di guerra contro l'Iran”. La telefonata segnala quanto Roma tema le ripercussioni sul piano bilaterale con Teheran, una relazione storicamente significativa sul piano energetico e commerciale, in una fase in cui lo Stretto di Hormuz rimane teatro di tensioni e la crisi regionale è tutt’altro che conclusa.

Una contraddizione strutturale?

Il caso Rutte illumina una contraddizione strutturale che la guerra in Iran ha reso acuta: fino a dove si estende la solidarietà atlantica quando Washington combatte una guerra che gli alleati non hanno scelto e che molti, almeno pubblicamente, non condividono? A complicare ulteriormente il quadro è la notizia, riportata dal New York Times e confermata da varie fonti al Pentagono, di una prossima revisione della presenza militare americana in Europa: valutazioni per ridurre il numero di caccia e navi da guerra dispiegati nel Vecchio Continente e delle forze da dispiegare nelle fasi iniziali di un eventuale conflitto sarebbero già in corso. Un segnale che Washington non esita a usare la propria presenza militare come leva negoziale, e che in ogni caso il riorientamento verso l’Indo-pacifico è dietro l’angolo. “La possibilità per le forze armate americane di utilizzare liberamente le basi in Europa per le loro operazioni globali è il principale strumento di pressione che abbiamo per convincerlo a non abbandonarci”, suggerisce un alto funzionario militare della Nato al Financial Times. Ma al vertice di Ankara gli europei si presenteranno sapendo che la solidarietà atlantica non è più un dato acquisito, e il prezzo dell'abbandono potrebbe rivelarsi più alto del previsto.


da Volere la Luna del 25/06/2026

L’industria cinese avanza: cosa fare?

di Vincenzo Comito


Il resto del mondo sta assistendo insieme con ansia e meraviglia alle crescenti prestazioni dell’industria cinese in patria e all’estero, dalla produzione dei robot umanoidi e delle auto volanti in patria sino ai 1.200 miliardi di dollari di avanzo commerciale con il resto del mondo nel 2025, con una elevata dinamica di crescita che sembra proseguire nel 2026. In effetti nei primi cinque mesi dell’anno in corso le esportazioni cinesi sono cresciute ancora del 15,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e sembrano ancora accelerare; nel mese di maggio la crescita è stata del 19,4%. Intanto alcune previsioni stimano che entro il 2030 il peso dell’industria del paese asiatico sul totale mondiale si avvicinerà al 50%. Nel 2001 la Cina otteneva l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale per il Commercio. Ne era seguito quello che sarà poi un vero e proprio shock in Occidente, con le merci del paese asiatico, peraltro di frequente prodotte da imprese del Nord del mondo insediate nel paese, che cominciarono a invadere i mercati occidentali a prezzi molto bassi; negli Stati Uniti in particolare ci si trovò di fronte a un China price imbattibile. Ma nell’ultimo periodo si sta assistendo a un secondo shock, ancora più temibile del primo; questa volta non si tratta di prodotti, o solo di prodotti, a basso valore aggiunto, ma di merci di alto livello tecnologico, di nuovo a prezzi che sfidano ogni concorrenza. Il panico sembra diffondersi nel resto del mondo.

da Volere la Luna del 26/06/2026

Per l’Europa le donne afghane non esistono

di Gianni Tognoni


Una delegazione del regime talebano dell’Afghanistan, composta di cinque rappresentanti (ovviamente maschi), è a Bruxelles per discutere con esponenti della Commissione europea del rimpatrio forzato di migranti afghani. Il fatto è di estrema gravità, ancor più lo è tenendo conto che la visita è l’esito di contatti avviati da mesi, durante i quali la documentazione della sistematica e istituzionalizzata discriminazione nei confronti delle donne del Paese si è arricchita di rapporti e accertamenti di una situazione sempre più drammatica e incompatibile con la possibilità di considerare l’Afghanistan un interlocutore in politiche di respingimento.

Tra i vari materiali ci sono i risultati della Sessione del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) dedicata alle donne afghane, conclusasi con una sentenza resa pubblica nel dicembre 2025. Sulla base di una documentazione estremamente dettagliata, presentata durante tre giorni da numerosi testimoni, in presenza e da remoto, e di rapporti tecnici che hanno incluso anche gli aspetti più direttamente legati alle pretese esigenze della religione islamica, la giuria internazionale in maggioranza di donne, presidente sudafricana e componenti provenienti da Spagna, India, Stati Uniti, Afghanistan e Italia) ha emesso all’unanimità una sentenza, ai sensi dell’art. 7 del proprio statuto, con cui ha dichiarato dieci leader talebani, nonché il gruppo stesso dei talebani, responsabili di crimini contro l’umanità e di persecuzioni di genere e ha, contestualmente, dichiarato che lo Stato dell’Afghanistan sta violando gli obblighi derivanti dai vari trattati delle Nazioni Unite sui diritti umani, pur da lui sottoscritti, e che c’è, nel Paese, un sistema di apartheid, ovvero un regime di segregazione, esclusione e dominio istituzionalizzato. In quanto autorità di governo de facto – ha argomentato il TPP – i talebani sono responsabili diretti di una campagna di persecuzione di genere volta a cancellare le donne dalla vita pubblica e a ristrutturare la società afghana attorno alla supremazia maschile. Le testimonianze di sopravvissute, di testimoni e di organismi internazionali concordano sull’esistenza di una situazione di esclusione sistematica, di divieto di parola, di istruzione e di lavoro, di cancellazione dalla vita pubblica, di imposizione di un rigido codice di abbigliamento, di limitazione dell’accesso all’assistenza sanitaria e di punizione del dissenso. Imponendo alle donne di essere sempre accompagnate da un parente stretto di sesso maschile (il mahram), i talebani hanno limitato non solo la loro libertà di movimento, ma anche il loro accesso alle strutture sanitarie e ai medici. Hanno, inoltre, istituzionalizzato la discriminazione e la repressione delle donne e delle ragazze afghane emanando più di 100 editti e decreti vincolanti, applicati con meccanismi che le soggiogano e le controllano, sia individualmente che collettivamente. I talebani, poi, prendono sistematicamente di mira le attiviste, utilizzando sistemi di sorveglianza e reprimendo chi partecipa alle proteste con arresti arbitrari, tortura, maltrattamenti e violenza sessuale durante la custodia, confessioni estorte. Diverse attiviste sono anche oggetto di esecuzioni extragiudiziali e sparizioni forzate. Le ultime inchieste, di maggio-luglio dello scorso anno, della stampa internazionale confermano il permanere di questa situazione con diversi casi di suicidio di giovani donne pur di sfuggire al controllo maschile cui erano state sottoposte. La limitazione dei diritti delle donne costituisce un progetto politico legato a rivendicazioni di ripristino dell’identità nazionale e di difesa di valori culturali e religiosi. Pertanto, il dominio di genere dei talebani non è casuale, ma sistematico e strutturale, intessuto nell’ideologia di governo dello Stato. Ciò produce un sistema di discriminazione istituzionalizzata che prende di mira le donne come gruppo e considera la loro esclusione una condizione necessaria per l’ordine sociale. Le conseguenze della discriminazione sistematica dei talebani sono profonde e multidimensionali e vanno oltre le violazioni dei diritti individuali, rimodellando il panorama sociale, economico e politico dell’Afghanistan.

Le evidenze portate al TPP, spesso emotivamente tragiche, di negazione della ‘nuda vita’ delle donne di tutte le età, con implicazioni ovvie e specificamente gravi per la loro ripetitività e arbitrarietà anche su persone con malattie, disabilità e fragilità, sono un ulteriore contributo di visibilità di un sistema che, prima e al di là di essere un crimine, è intollerabile e prosegue nel silenzio connivente degli Stati.

Fin dalle prime notizie dell’invito della UE ai talebani, pertanto, il TPP ha assunto una serie di posizioni e raccomandazioni che è utile conoscere come sintesi delle possibili implicazioni di quanto sta succedendo. La normalizzazione dei rapporti con il Governo di fatto dei talebani ha numerose conseguenze. In primo luogo, incoraggia i talebani, riducendo la leva d’azione internazionale: quando gli Stati chiudono gli occhi sulla repressione di genere perpetrata dai talebani, infatti, consentono loro di imporre la segregazione di genere non solo a livello nazionale, ma anche all’interno di altri paesi sovrani. In secondo luogo, la normalizzazione ha un impatto profondo sulla normativa internazionale e sui diritti umani, minando l’universalità dei diritti delle donne e veicolando il messaggio che le loro libertà possano essere sacrificate per convenienza politica. In terzo luogo, l’impatto sulle consuetudini internazionali è profondamente preoccupante: mostrando che i governi responsabili di violazioni di massa dei diritti delle donne e delle ragazze possono comunque godere di relazioni diplomatiche ed economiche internazionali, esso erode il risalente rifiuto di normalizzazione dei regimi di oppressione istituzionalizzata. In quarto luogo ha gravi conseguenze sui sistemi di responsabilità, indebolendo le istituzioni, come la Corte Penale Internazionale (CPI) e la Corte Internazionale di Giustizia (CIG), che la comunità internazionale ha costruito con un impegno di decenni e per le quali le donne afghane hanno lottato per anni. Queste strutture sono state istituite proprio per impedire l’impunità di cui i talebani godono oggi. La normalizzazione danneggia, dunque, gravemente le donne e le ragazze afghane. Nel momento in cui la comunità internazionale sceglie di accettare i talebani anziché sostenere le donne, molte di loro perdono fiducia nei diritti umani e nella responsabilità internazionale, passando dalla resistenza attiva alla mera sopravvivenza. Questo cambiamento erode la speranza, indebolisce l’impegno a favore dei diritti e, in ultima analisi, rafforza il controllo dei talebani sulla società, perpetuandone il regime oppressivo.

L’UE non riconosce i talebani come autorità legittima, ma il loro invito contraddice i principi in materia di diritti umani dichiarati dalla stessa Unione. Essa ha imposto sanzioni a numerosi leader talebani per il loro coinvolgimento in attività terroristiche, in gravi violazioni dei diritti umani, nella persecuzione di donne e ragazze e nelle minacce alla pace e alla sicurezza internazionali. Tali sanzioni rimangono in vigore perché i talebani continuano a commettere gravi violazioni, inclusa la persecuzione di donne e ragazze. Inoltre, la Corte di Giustizia della’Unione Europea ha stabilito  che il trattamento riservato alle donne dai talebani costituisce persecuzione, sottolineando l’impossibilità di garantire la sicurezza di qualsiasi donna rimpatriata con la forza in Afghanistan. La Corte Penale Internazionale, infine, ha emesso mandati di arresto nei confronti di esponenti di spicco dei talebani in relazione a crimini contro l’umanità consistenti nella persecuzione di donne e ragazze sulla base del genere. Invitare al dialogo politico e alla cooperazione “tecnica” persone coinvolte in tali accuse mina la credibilità dei meccanismi di giustizia internazionale e invia un messaggio devastante alle vittime afghane che chiedono giustizia. Se l’UE coinvolge i talebani in discussioni sulle espulsioni, in particolare di persone che potrebbero subire persecuzioni, incarcerazione o morte al loro ritorno, diventa complice di violazioni del diritto internazionale dei rifugiati e del principio di non respingimento.

Per queste ragioni il Tribunale ha chiesto formalmente all’Unione di riaffermare il non riconoscimento del regime talebano; di sospendere tutte le espulsioni verso l’Afghanistan, dati i rischi documentati per i rimpatriati, in particolare per le donne, le ragazze e le minoranze; di rafforzare il sostegno ai rifugiati e ai richiedenti asilo afghani, assicurandosi che nessun individuo venga rimpatriato in una situazione di persecuzione; di rispettare il diritto internazionale e gli standard in materia di diritti umani, compreso il regime di sanzioni e l’autorità della Corte Penale Internazionale; di collaborare direttamente con la società civile afghana, le organizzazioni femminili e gli attori democratici, anziché con i responsabili dell’oppressione di genere.

La riunione con la delegazione talebana è qualificata, dai portavoce dell’UE, come parte di una politica europea sulla migrazione. Le donne afghane – tutte – con la loro vita non esistono. Per l’Europa esse sono come i palestinesi per Israele, per Trump e per la stessa Unione. Non esistono. Sono variabili confondenti rispetto ai temi principali che sono, in questo caso, un altro popolo – quello dei migranti – che include anche tante donne e i loro bambini e che l’Unione non sa come collocare, con che soldi, con che scadenze, con che risultati. I talebani, non c’è dubbio, sono criminali per il diritto internazionale. Giusto sanzionarli. Obbligatorio, ma addirittura dichiararli ‘paese non sicuro’ per causa delle donne? Le donne afghane dicono la verità sulle reali responsabilità, politiche e criminali, di una UE secondo cui, ancora una volta, la propria civiltà non ha nulla a che fare con la vita reale delle persone che non rappresentano un contributo alla sicurezza e all’economia. Le donne afghane hanno forse qualcosa da dire alle tante, e potenti, donne che hanno ruoli non banali nella politica della UE (non solo a Bruxelles ma in diverse capitali nazionali e anche a Francoforte) ma non sanno quali sono le regole e le procedure per parlare con loro. Un campione di maschi del loro Paese è, senza autorizzazioni, presente in Europa: per loro non c’è bisogno di passaporti. Sono invitati. E sono stati attenti a non scegliere coloro che sono sanzionati.


 

sabato 27 giugno 2026

Pinerolo 1980

Una catechesi rinnovata…

Come riscoprire con i bambini la realtà della riconciliazione, del perdono, della conversione, del peccato?

di Franco Barbero


La strada che abbiamo percorso ci è stata suggerita dalla impostazione biblica. Infatti Gesù, particolarmente nelle sue parabole, ci parla di un Padre che è bontà, riconciliazione, perdono. Questi racconti, ai quali abbiamo dato larghissimo spazio negli incontri con i bambini e nei nostri quaderni di catechesi, hanno offerto la possibilità di toccare con mano quali sono le caratteristiche dell'agire di Dio che Gesù ci ha manifestato.

Non sappiamo se siamo riusciti ad evidenziare questa centralità dell'amore di Dio, ma questo era il nostro intento. La parabola ci è parsa uno strumento ottimo per questo annuncio per il fatto che, presentando un'azione che si svolge, non comporta ragionamenti astratti e, in una qualche misura, fa vedere.

Il punto di partenza non è mai stato il peccato nostro o di altri, ma l'agire amoroso di Dio e di Gesù. Questo cambiamento del punto di partenza c'è sembrato essenziale perché la realtà di un Dio amante è il primo, grande dono di rivelazione dell’evangelo. E’ questa la scoperta che può cambiare la nostra vita. La Bibbia ci testimonia questa realtà: il mondo e i singoli viventi un hanno un Dio da placare, ma sono creature di un Padre-Madre che offre il suo amore a partire da chi è più bisognoso, peccatore, perduto. La paradossalità dell'insegnamento delle parabole sta proprio nell'evidenziare non semplicemente che Dio ama, ma che il suo è un amore gratuito, dato a chi non lo merita, a chi può rifiutarlo e  sciuparlo. Di fronte al nostro amore che spesso è ‘calcolato’ e calcolatore, il Dio di Gesù ama gratuitamente, a fondo perduto.


da Internazionale del 11/06/2026

Poesia

Come i muratori

Come i muratori costruiscono
case belle
in cui mai potranno vivere
Così poveri
siamo di fronte ai nostri sogni

Ma ci innalza il saper sognare

                                                             Stella-Roxane Bellini


Stella-Roxane Bellini è una poeta e scrittrice francese di origini persiane e italiane. Nata nel 1968 a Nishapur, in Iran, è cresciuta in Francia, dove vive. Pubblica anche sotto il nome di Azadée Nichapour. Questo testo è tratto dalla raccolta Parfois la beauté (“A volte la bellezza”, Seghers 2008). Traduzione dal francese di Francesca Spinelli.



L’Eco di una politica priva di creatività…

di Franco Barbero


La cosa può far sorridere chi ha una agenda che segna chiaramente Lunedì 16 maggio. La realtà da nascondere per parecchi giornali è la intermittenza con cui pubblicano il quotidiano, segno della scarsità delle vendite che in questi mesi è ben visibile.

Esiste non solo questa intermittenza del giornale, ma lascia perplessi il vedere il “conto al ribasso” di parecchie testate, si ha l’eco di una politica priva di creatività. Se anche quei quattro giornali di sinistra che compro ogni giorno, fanno il gioco della intermittenza, è probabilmente la loro presa d’atto che esiste un sociale di ribasso e la politica non fa che annoiarci con la sua estenuante superficialità e monotonia. In questo forse c’è il motivo che ci fa capire la monotonia e l’intermittenza. 

Viviamo in un contesto politico che non lascia intravvedere un futuro creativo. Poveri loro, anche i più bravi giornalisti, la “partita politica” internazionale e nazionale canta sempre la stessa noiosissima canzone. Lode ai giornalisti che cercano di individuare la “fessura” di qualche novità e fanno un lavoro prezioso e molto sorvegliato dal potere fascista ora dominante in Italia

        Franco Barbero