martedì 6 ottobre 2026

 INDIA

Petrolio russo a fiumi

 

Nonostante i dazi commerciali del 100 per cento, minacciati dagli Stati Uniti ai paesi che violano le nuove sanzioni che hanno da poco imposto alla Russia, l'India, che importa l'85 per cento del suo

fabbisogno di greggio, continuerà a comprarlo da Mosca, scriveNikkei Asia. Nel 2025 la Russia è stata il principale fornitore di petrolio di New Delhi e per Mosca l'India è un mercatofondamentale, subito dopo la Cina. Secondo gli analisti intervistati, New Delhi non può sostituire rapidamente un fornitore di petrolio

così importante, e non deve cedere alle pressioni di Washingtonnel trattato commerciale che stanno negoziando dall’inizio del 2025. L'India, piuttosto, potrebbe ottenere deroghe dato che la sicurezza

energetica del paese asiatico è anche interesse di Washington. Gli Stati Uniti, infatti, vorrebbero costruire data center per l'intelligenza artificiale in India.

 

Internazionale, 2 ottobre 2026


 Lezioni di umanità

Il papa scomunica tutte le ultradestre




La Francia laica si riscopre figlia primogenita della chiesa. Le folle strette attorno al papa Leone a Parigi, a Lourdes e a Metz testimoniano di una realtà che spesso non si vede: la chiesa è viva anche nel paese più laico d'Europa, così come lo è altrove. Il papa non ha evitato nessun problema: l’eutanasia, l’aborto nellacostituzione, gli abusi... Ma ha dato, con il suo stile sereno, pacato e fermo, un'immagine di unità della chiesa e di dialogo senza esclusioni. La direzione è quella di confermare lepredilezioni di papa Francesco su pace, poveri, migranti e società aperta, declinate con il suo metodo dell'ascolto e dell'unità. Inquesta maniera prende in contropiede le società europee – come quella francese ma non solo - estremamente polarizzate, dove tutto viene strumentalizzato a scopo politico-mediatico e immerso nella polemica perenne.

Papa Leone non cede alla tentazione dello schierarsi, un obbligo che sembra imposto a tutti e nel quale i politici europei cadonospesso. Leone resta libero e positivo (no panic, come dice), ascolta tutti e poi ripete il suo messaggio: «Ho predicato il vangelo: se questo è politica, l'ho fatta, non per immischiarmi nella politica francese. L'ho fatto per insegnare ciò in cui la Chiesa crede». Il papa sa bene che le sue parole possono essere manipolate a scopo elettorale. Ma la Francia ha vissuto un momento inedito a cui non è abituata: trovarsi unita attorno al pontefice. Le controversie si sono sopite e tutti erano contenti,anche gli islamo-gauchistes Insoumis di Mélenchon, il quale ha pronunciato parole di encomio per Leone XIV.

Una Francia rasserenata e pacificata che si è riversata sui Champs Elysées senza che ciò abbia creato confusione o disordine: qualcosa di mai visto da quelle parti.

Alla messa di Parigi erano presenti i maggiori leader politici e candidati presidenziali, inclusa Marine Le Pen, salvo i socialisti in omaggio alla separazione tra Stato e chiesa, rimasti in imbarazzato silenzio. Nell’organizzazione della visita tutto è stato fatto per ricordare le radici cristiane di Francia: i santi francesi elencati nelle litanie a Saint Denis, i canti medievali a Notre Dame e così via. Papa Leone ha apprezzato ma allo stesso tempo ha ricordato la prospettiva europea insistendo sui valori della storia europea e delle istituzioni europee, come segni di unità e di apertura. Un'Europa benedettina in omaggio al santo patrono voluto da Paolo VI «messaggero di pace e maestro di civiltà»; un’Europa di Robert

Schuman che affermava, come ha citato Leone: «Il cristianesimo ha insegnato l'uguaglianza di natura di tutti gli uomini, figli dello stesso Dio, redenti dallo stesso Cristo, senza distinzione di razza, colore, classe o professione».

Il messaggio di papa Leone non si lascia manipolare nemmeno da chi utilizza le "radici cristiane" come messaggio politico-identitario. Alla domanda sull'estrema destra ha risposto: «Non si tratta di un'autentica espressione del cristianesimo. I valori del vangelo non riguardano l'odio e la divisione ma la comprensione, la compassione e l'accompagnamento». Il papa vuole parlare e farsi ascoltare da tutti, senza escludere nessuno in una Francia molto cambiata dai tempi di Schuman, come esemplificato dai 6-7 milioni di musulmani e dalla grande comunità ebraica. L'incontro interreligioso è

stato prova di questo. Leone chiede alla sua chiesa di essere segno di unità e pace in un mondo frammentato e diviso.

Il suo messaggio più forte e continuamente ripetuto quello della pace e del dialogo. A chi chiede se è giusto parlare con la Russia proprio nei giorni in cui il cardinal Matteo Zuppi è a Mosca, ribadisce che la chiesa parla con tutti e si rivolge a tutti, senza paura.

Anche l'Europa secondo Leone è cambiata: «Si trova di fronte a una nuova tappa della sua lunga storia di incontri, con l'arrivo sul continente di tanti uomini e donne in fuga da teatri di guerra e persecuzione o in cerca di una vita migliore lontano dalla povertà e dalla miseria».

Per Leone l’Europa deve «superare l'opposizione tra le identità» e darsi «la missione di costruire la pace». Un messaggio in linea con i suoi predecessori, che invita a non avere paura. Molti vorrebbero un papa a loro immagine e somiglianza ma, se lo stile dei papi è diverso, l'annuncio è lo stesso.

Mario Giro, Domani, 30 settembre 2026


COMMENTO DI DON FRANCO BARBERO

 

Le parole di scomunica non bastano. 

Bisogna passare ai fatti

 

 


lunedì 5 ottobre 2026

da Adista del 05/09/2026

RdCongo, Burundi, Ruanda

Tre paesi, una sola umanità

di Jeanne d’Arc Baahati


Jeanne d’Arc Baahati è nata e vive a Bukavu, nel Sud-Kivu, nell’Est della Repubblica democratica del Congo. Ha fondato l’associazione APAED (Assistenza alle Persone Anziane e ai Bambini in Difficoltà). 

Ha a cuore la pace, lo sviluppo duraturo e la coesione sociale inclusiva, mossa da quattro principi: umanità, imparzialità, neutralità, indipendenza. Crede possibile fare del mondo una famiglia e crede che saremmo giudicati sull’amore.


“Uzima mamoja” = la vita insieme


L’indipendenza non è una data.

L’indipendenza è una storia di vita.

Ha un volto. Ha dei passi.

Ha delle lacrime.


Oggi, questa storia riguardo due popoli vicini: la RDC e il Burundi. 

Due comunità che conoscono 

il dolore dello sfollamento, 

ma che scelgono l’umanità.


Quando le famiglie attraversano il lago, 

le porte si aprono. 

Si condivide l'acqua. 

Si condivide il tetto. 

Si condivide il cuore. 

Perché quando una casa soffre, 

il vicino tende la mano.


La speranza di domani


Un popolo senza speranza non sogna più. 

Il nostro impegno: 

rendere possibile il “domani”. 

Che il bambino dica: 

"Domani giocherò". 

Che il giovane dica: 

"Domani imparerò", 

facendosi carico del peso 

degli altri e del proprio. 

Che un anziano dica: 

"Domani vedrò i miei nipoti 

crescere in pace”.


Imparare a vedere di nuovo


Guardare senza vedere

significa dimenticare.

Vedere significa salutare

chiamando per nome.

Vedere significa spostare la stuoia

per fare spazio.

Vedere significa riconoscersi:

burundesi e congolesi,

siamo affacciati sullo stesso lago.


da Pressenza del 04/10/2026

ISDE Italia: “prevenire la guerra è prevenzione primaria di danni alla salute”

di Giovanni Caprio


La guerra non rappresenta soltanto un problema politico, militare o umanitario: è uno dei più gravi determinanti evitabili di morte, malattia, disuguaglianza e distruzione ambientale.


Da questa considerazione prende le mosse il nuovo documento di posizione della sezione italiana dell’Associazione Internazionale Medici per l’Ambiente (ISDE Italia).

Intitolato La prevenzione della guerra è prevenzione primaria dei danni alla salute, il documento propone di osservare i conflitti bellici anche attraverso la ‘lente’ della sanità pubblica.

Le conseguenze dei conflitti bellici, infatti, vanno molto oltre le vittime direttamente provocate dalle armi. Sono anche

  • la distruzione dei sistemi sanitari e delle infrastrutture civili
  • l’interruzione delle cure
  • la fame
  • le migrazioni forzate
  • i traumi psichici
  • l’impoverimento
  • la disgregazione delle reti sociali

che durano per anni e coinvolgono anche le generazioni successive.

ISDE sottolinea anche la dimensione ambientale dei conflitti bellici:

  • contaminazione dell’aria, dell’acqua e del suolo,
  • distruzione degli ecosistemi e della biodiversità,
  • produzione di macerie e rifiuti pericolosi,
  • compromissione delle risorse essenziali per la salute delle popolazioni.

A questo si aggiungono le emissioni climalteranti legate alle attività militari, ai combattimenti, alla distruzione delle infrastrutture e alla successiva ricostruzione.

Il documento richiama le stime del Conflict and Environment Observatory (CEOBS) e dell’associazione Scientists for Global Responsibility (SGR) secondo cui l’insieme delle forze armate mondiali e delle relative filiere sarebbe responsabile di un’impronta pari a circa il 5,5% delle emissioni globali di gas serra.

ISDE precisa però che si tratta di una stima dell’intero settore militare, non delle sole guerre in corso, e che il dato non comprende pienamente le emissioni dei combattimenti, delle distruzioni e della ricostruzione.

Da qui la richiesta di una rendicontazione pubblica, trasparente e comparabile delle emissioni delle forze armate e, nei limiti in cui sia scientificamente possibile stimarle, di quelle associate ai conflitti.

Uno dei punti centrali del documento riguarda il concetto stesso di sicurezza. Se la guerra produce malattia e morte, sostiene ISDE, diplomazia, prevenzione dei conflitti, controllo degli armamenti, non proliferazione delle armi e disarmo possono essere considerati anche strumenti di prevenzione sanitaria.

Particolare attenzione viene riservata al disarmo nucleare e alla necessità di considerare, accanto alle minacce militari, anche crisi climatica, pandemie, insicurezza alimentare e idrica, povertà, disuguaglianze e degrado degli ecosistemi.

Il documento affronta esplicitamente anche il rapporto tra diritto alla difesa e prevenzione della guerra: “Aggressione e resistenza non sono equivalenti – ricorda ISDE – Le popolazioni aggredite mantengono i diritti riconosciuti dal diritto internazionale e la resistenza può assumere forme civili e nonviolente ma, nelle condizioni previste dal diritto internazionale, anche forme di difesa armata”.

Per l’associazione, riconoscere questi diritti non è incompatibile con l’obiettivo di impedire che la guerra diventi permanente e che l’escalation militare venga considerata l’unica strada disponibile.

La priorità deve rimanere la protezione dei civili, dei bambini, dei feriti e dei malati, degli operatori sanitari e delle strutture e infrastrutture sanitarie indispensabili alla sopravvivenza delle popolazioni.

Nel proprio documento, ISDE formula una serie di richieste alle istituzioni italiane, europee e internazionali, tra cui:

  • valutare e rendere pubblici gli impatti sanitari, ambientali, climatici e sociali delle politiche militari;
  • rafforzare diplomazia preventiva e mediazione;
  • rilanciare politiche multilaterali di controllo degli armamenti, disarmo e non proliferazione;
  • valutare il costo-opportunità delle spese militari rispetto agli investimenti in salute, istruzione, ricerca, riduzione delle disuguaglianze e politiche climatiche.

Inoltre, ISDE chiede

  • maggiore trasparenza nei rapporti fra decisori pubblici e industria degli armamenti,
  • una tutela effettiva dell’obiezione di coscienza secondo gli standard internazionali,
  • la protezione delle infrastrutture civili e sanitarie,
  • un rafforzamento della tutela dell’ambiente durante e dopo i conflitti.

2026 – Guerra, salute e ambiente

La parte conclusiva del documento chiama direttamente in causa il mondo sanitario.

Secondo ISDE, la medicina non può limitarsi a curare le vittime: medici, ricercatori e istituzioni sanitarie hanno anche il compito di studiare, documentare e comunicare le conseguenze dirette e indirette dei conflitti e contribuire alla loro prevenzione.

Per questo l’associazione propone sistemi indipendenti di sorveglianza degli effetti dei conflitti su mortalità, malattie, salute mentale, salute materno-infantile, sistemi sanitari, ambiente e clima, insieme a un maggiore coinvolgimento delle istituzioni sanitarie e delle società scientifiche nella valutazione degli impatti delle politiche che possono aumentare il rischio di conflitto.

Il messaggio finale sintetizza l’impostazione dell’intero documento: non una calamità naturale, bensì il ‘prodotto’ di “decisioni, condizioni e processi umani”, la guerra può essere “oggetto di prevenzione”.

Per ISDE pace, prevenzione dei conflitti, disarmo, tutela dell’ambiente e del clima, sicurezza umana e libertà di coscienza rientrano tutti in una prospettiva di prevenzione primaria.