martedì 20 ottobre 2026

da Il Fatto Quotidiano del 20/09/2026

“Basta bugie: la Resistenza non c’entra con l’ucraina”

di Lorenzo Giarelli


“È in atto una gigantesca campagna di condizionamento mentale pro-guerra, ma almeno tengano giù le mani dai partigiani”. Dopo ogni domanda Marco Revelli si prende qualche secondo, fa sentire il peso di ogni ragionamento sulla Resistenza, l’argomento che da politologo ha studiato per una vita ma che prima ancora porta nella carne, figlio di quel Nuto Revelli che della Liberazione fu protagonista. E allora non ci sta, Revelli, all’equazione divenuta ricatto morale: se sei fiero della Resistenza, devi per forza volere gli aiuti militari all’ucraina. In una parola: “Una bestemmia”.

Professor Revelli, la sovrapposizione tra Resistenza italiana e guerra in Ucraina è frequente.

Credo che non abbia fondamento né storico né etico. Da figlio di partigiano, cresciuto in quella cultura, da persona che non ha mai omesso di festeggiare un 25 aprile, quando sento questo paragone provo un senso di disagio. Non perché non mi senta vicino agli ucraini e a chi soffre, tutt’altro!, ma per una quantità di ragioni.

La prima?

La Resistenza aveva il suo elemento qualificante nella spontaneità e nel carattere volontario. Non c’erano Suv neri che caricano a forza i giovani per arruolarli, questo lo facevano gli altri, i repubblichini. E poi ve lo immaginate Ferruccio Parri che gira il mondo parlando solo di armi o chiedendo soldi? È grazie a quelli come lui se nella nostra Costituzione c’è l’art. 11 e il ripudio della guerra. Aggiungerei che in Ucraina, certo invasa, si fronteggiano due Stati e due eserciti. Quando parliamo di dare armi a Kiev, parliamo di governi che cedono armamenti a un altro governo, non di popoli che aiutano con convinzione e altruismo un altro popolo, il che è ben diverso.

Anche ai partigiani però venivano fornite armi dagli Alleati?

All’inizio dagli Alleati arrivavano armi col contagocce, e non certo a tutte le formazioni, per esempio non ai comunisti. Ma il grosso degli armamenti i partigiani lo conquistava in battaglia. Io sono di Cuneo e uno dei motivi per cui qui la Resistenza fu molto forte è perché si sciolse la Quarta armata in ritirata dalla Francia, abbandonando le armi. La formazione di mio padre, la Banda Italia Libera, si è armata così, e poi attaccando caserme fasciste, postazioni militari, eccetera. Armi leggere, ovviamente. I lanci degli alleati non erano certo condizione sufficiente per portare avanti la Resistenza.

Esiste una sovrapposizione ideologica possibile?

La Resistenza italiana, con l’eccezione dei badogliani, era scevra da ogni elemento di nazionalismo. E qui sta un’altra grande differenza. Come ha scritto lo storico Claudio Pavone, la nostra è stata senz’altro una guerra di liberazione e una guerra civile, ma anche, aggiungerei, una guerra interiore. Chi ha fatto la scelta partigiana ha combattuto i fascisti e i tedeschi, ma pure quella commistione di fascismo e nazionalismo che aveva respirato per vent’anni. Quel pezzo di fascismo che avevano dentro. Se penso alla scelta partigiana di mio padre, penso al riscatto dei suoi compagni caduti in Russia per colpa del fascismo, penso alla vendetta nei confronti dei tedeschi, ma anche al riscatto da quei 20 anni di ignoranza in cui era cresciuto assorbendone alcuni elementi. Questa specificità non è nulla che si possa assimilare a quanto accade in Ucraina.

Il fatto che la Resistenza proseguisse in parallelo con battaglie degli Alleati implica qualche altra differenza?

Certo. La nostra Resistenza si inserisce dentro una guerra mondiale già in corso subendone le vicissitudini. L’ucraina no, può essere al contrario il detonatore di una guerra mondiale che sarebbe totale nella sua distruttività. D’altra parte è indubbio che i partigiani non avrebbero potuto vincere da soli, anche se il contributo militare è stato comunque rilevante. Il loro destino dipendeva da eventi enormi, come Stalingrado, lo sbarco in Normandia, lo sbarco in Sicilia. La Resistenza però e soprattutto ha permesso all’Italia di emendarsi dalla colpa vergognosa del fascismo, altrimenti sarebbe rimasta inchiodata alla vergogna del regime.

Dunque è un dibattito falsato in partenza?

Quante altre “resistenze” dovremmo sostenere nel mondo? Quella palestinese (cosa direbbero i fautori delle armi a Kiev se qualcuno proponesse di riempire di armi la Palestina?). O forse la difesa dell’Iran (anche lì c’è un aggredito e un aggressore), o del Venezuela... È in atto una gigantesca campagna di condizionamento mentale per prepararci alla guerra, con tecniche truffaldine che suonano come un insulto alla nostra intelligenza. E mi permetta un’ultima cosa...

Prego.

Ho ascoltato il discorso della giovane esponente del Pd Virginia Libero. Bisognerebbe farle un monumento, ha dato un senso a cosa significa essere oggi persone di sinistra. La più profonda tradizione popolare della sinistra è intrisa del valore della pace e del ripudio della guerra. Virginia ha contribuito a riscattare anni di ambiguità del suo partito su questi temi.


Carissime/i da alcuni anni alcune sorelle e fratelli delle Comunità Cristiane di Base Italiane partecipano agli incontri e ai lavori della Rete Sinodale Italiana. Una realtà nata in occasione del Sinodo promosso da papa Francesco sulla Sinodalità nella Chiesa Cattolica.

La rete raggruppa circa una trentina di associazioni che da anni hanno assunto una chiara ed esplicita posizione in cui si richiede ed auspica un deciso rinnovamento della nostra Chiesa, su tutti i temi che da anni, anche come cdb, seguiamo ed approfondiamo.

Vi segnaliamo, quindi, la prossima Assemblea Nazionale e il suo programma. Siamo disponibili, se c’è l’interesse in tal senso, ad un incontro fra le comunità di base piemontesi, sullo stesso tema.


II ASSEMBLEA NAZIONALE DELLA 

RETE SINODALE

FRASCATI, 24-25 OTTOBRE 2026

Centro Giovanni XXIII - Via di Colle Pizzuto, 2 - Frascati (RM)

CHE SIGNIFICA OGGI SOGNARE, PRATICARE E COSTRUIRE NON UN'ALTRA CHIESA, MA UNA CHIESA ALTRA?

Programma

Sabato 24 ottobre

ore 14:15-14:30: Saluti e introduzione

ore 14:30-15:00: Momento iniziale di preghiera/ 

                          meditazione

ore 15:00-16:30: Presentazione di esperienze in cui

                          sia praticato un aspetto di Chiesa 

                          “altra”

 a) Ecumenismo: ospitalità eucaristica

 b) Liturgia: spezzare il pane nelle Com.tà Cristiane 

                   di Base

 c) Organizzazione e guida delle parrocchie: realtà 

     guidate da laici e laiche

 d) Pace: azioni dirette di cristiani e cristiane

 e) Realtà esistenziali emergenti: riconoscimento 

     delle persone lgbtq+

 f) Migranti: un’esperienza di accoglienza

ore 16:30-16:45: Break

ore 16:45-19:30: Laboratori: “Che significa oggi

sognare, praticare e costruire non un’altra Chiesa, ma una Chiesa altra?”

ore 20:00: Cena

ore 21:30: Festa

Domenica 25 ottobre

ore 07:00-09:00: Colazione

ore 09:00-10:45: Assemblea plenaria

ore 10:45-11:00: Break

ore 11:00-12:30: Celebrazione eucaristica

Ore 13:00: Pranzo


   Francesco Giusti - Carla De Stefani - Cesare Melillo

Comunità Cristiane di Pinerolo-Via Città di Gap e Piossasco

Il Manifesto 8 ottobre

TRE ANNI DAL 7 OTTOBRE

Le bombe sulle tende del gazawi iniziano a cadere in piena notte, nuove vittime

Anniversario di protesta

Raid a Gaza e in Cisgiordania

Familiari e associazioni contestaino il governo. Che continua l'offensiva: sei uccisi

ELIANA RIVA

Gerusalemme

Il 7 ottobre è trascorso in Israele tra commemorazioni, eventi e manifestazioni di protesta, mentre le bombe continuavano a cadere su Gaza e i coloni, insieme all’esercito, mettevano a ferro e fuoco la Cisgiordania occupata. Alle 6.29, l'ora in cui tre anni fa iniziò l’attacco di Hamas, decine di persone hanno preso parte alle commemorazioni nei pressi del confine con Gaza, nel luogo del festival Nova, vicino a Re'im e al Kibbutz Kfar Aza, mentre a Gerusalemme Isaac Herzog e sua moglie accendevano una candela nella residenza presidenziale.

DAVANTI ALLA KNESSET, i manifestanti hanno esposto le fotografie delle circa 1.200 vittime e osservato un minuto di silenzio.

In mattinata si sono tenute anche proteste, con l'occupazione  dell'autostrada Ayalon a Tel Aviv e il traffico brevemente bloccato in entrambe le direzioni […].

Gruppo biblico del martedì, oggi 20 ottobre


Cari amici e amiche del gruppo biblico del martedì,

Stasera ci incontreremo alle ore 18:00 per continuare la lettura del Libro di Giobbe. Riprenderemo con la lettura dal capitolo 8 e leggeremo anche i due capitoli successivi.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.

Questo è il LINK per il collegamento:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A stasera.

Sergio

lunedì 19 ottobre 2026

da Adista del 07/2026

La difesa dei diritti della Palestina

di Maria Elena Lacquaniti (Ambasciatrice di pace della Chiesa Battista e coordinatrice Glam - Commissione Globalizzazione Ambiente della FCEI)


Lo scorso 2 giugno si è celebrato l’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica Italiana. Tanti eventi hanno accompagnato la giornata, importante anche per gli 80 anni di diritto al voto per le donne. La Repubblica Italiana ha il suo cuore nella Costituzione, quel documento per i Padri e le Madri Costituenti hanno elaborato con saggezza, spirito di solidarietà, memoria storica e fede. Ogni singolo vocabolo ha il suo peso in tutti gli articoli di legge, perché dopo gli anni tristi e luttuosi del ventennio fascista, nulla poteva essere lasciato inespresso. Ne scaturì un documento, intriso di Diritti e di Doveri, dove il diritto al lavoro è un impegno per lo Stato, così come il diritto alla cura che deve essere sostenuto anche con il contributo dei cittadini onesti, onesti perché contribuenti leali. I diritti sono garantiti a tutti senza discriminazioni ed è dovere dello Stato e dei cittadini vigilare affinché ciò sia rispettato. Piero Calamandrei diceva della Costituzione che è un pezzo di carta. Un pezzo di carta se non viene esercitato quello che c'è scritto, se quelle belle formule non garantiscono un indirizzo per tutti, se la giustizia e l'umanità che la arricchiscono rimangono solo parole stampate.

Le parole di Calamandrei mi hanno fatto pensare ai Vangeli. Che ne sarebbe stato del Sermone sul Monte se nessuno dei presenti non avesse sentito il desiderio di seguire Gesù e farsi attore di quel testo tra i poveri, i diseredati, le vedove, le anziane e tutte quelle minoranze a margine di una società allora fondata sulla legge della Torah? Chi avrebbe riscattato il diritto dei deboli se non ci fosse stata testimonianza della promessa dell'Evangelo? Cosa sarebbe stato l'Evangelo se non fosse stato agito tra chi ha conosciuto Gesù e chi lo ha conosciuto per la fede di altri uomini e donne? Quando Martin Luther King incontrò Daisaku Ikeda (buddista, Soka Gakkai) avevano una leva in comune: la religione azione o Vangelo agito. Entrambi rivolgevano lo sguardo attento a scovare le ingiustizie, ognuno solla scia della propria fede, entrambi con la consapevolezza di donare la vita per un bene universale. 

King l’ha donata davvero, come tante e tanti altri. Chi lo voleva azzittire ha perso  miserabilmente: sessanta anni dopo la voce del pastore King esplode in ogni luogo.

Da Calamandrei a King, passando per Ikeda, per affermare un diritto semplice, quantomai lontano dal realizzarsi, il diritto di tutti i popoli alla vita in una società accogliente e pacifica. Quel diritto che in sintesi racchiudono le Costituzioni e i testi sacri. Un diritto calpestato da tutte le guerre e ancor più dalle narrazioni che si fanno delle guerre: rivendicazioni di territori, diritto di difesa, azioni preventive con lo scopo della deterrenza.

La Palestina è ormai il simbolo dei diritti negati e non riconosciuti, del silenzio durato tanti anni quanti la nostra Costituzione. Degli appelli inascoltati. Della sofferenza divenuta cronica e non più percepita. Della precarietà e fragilità della vita. Il simbolo del sopruso che dopo le guerre vede gli assassini e gestire le operazioni di ricostruzione.

Il Cipax conclude con oggi un anno di incontri legati ai diritti. Il diritto alla sanità, all'educazione scolastica, alla salute, diritto ai beni di prima necessità, alla cittadinanza, alla casa e al lavoro. Nessuno di questi diritti è goduto in Palestina, simbolo con il suo dolore di tutti i popoli in sofferenza che chiedono di essere riscattati, riconosciuti, liberati. 

Eccoci così chiamati da quei Padri e Madri Costituenti a non arretrare di fronte ai soprusi perpetrati ma a dare voce a chi non ce l'ha più.

Che sia riconosciuto a questo popolo il diritto di appellarsi al reato di genocidio e di ecocidio, non solo odiosi per la violenza che esprimono ma anche responsabili del mancato diritto alla vita dei viventi in un luogo accogliente e pacifico, oggi e domani.


da Adista del 10/2026

Il mondo dei bambini di Gaza

Spazzatura, topi e malattie

di P. Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia a Gaza City


Cari amici di Pro Terra Sancta, scrivo dal mio ufficio in parrocchia, approfittando del fatto che in questo momento la connessione internet funziona, anche se oggi c’è e domani chissà. Per potervi scrivere consumiamo diesel che compriamo a 10 € al litro, dato che quasi tutti i nostri pannelli solari sono stati distrutti da bombardamenti. Qui ogni cosa, anche la più ordinaria, è diventata veramente complicatissima. 

Io faccio spesso un paragone: questa guerra è come il grande tsunami del 2005 o come un tornado terribile. Ma l'orrore vero è che dopo lo tsunami la gente pulisce e inizia a ricostruire, mentre qui la tempesta è passata ma non è iniziato nessun lavoro, non c'è il minimo segnale di ricostruzione. Le stime parlano di oltre l'80% di distruzione, ma non permettono l'ingresso di cemento, ferro, legno o vetro per riparare i danni.

La popolazione vive letteralmente nel nulla. Chi ha perso la casa si adatta a vivere sui ruderi o dentro le tende. All'inizio le tende venivano distribuite, ma adesso c'è una speculazione tremenda e la gente è costretta a comprarle a caro prezzo, pagando migliaia di shekel. 

Le fognature sono completamente distrutte e la poca acqua disponibile è contaminata dagli scarichi. Noi siamo fortunati perché la cisterna d'acqua che si trova sotto la nostra chiesa, per grazia di Dio, continua a dare da bere a migliaia di persone del quartiere senza esaurirsi mai.

Quando esco per andare a trovare i malati o per celebrare la messa, vede i bambini cercare tra la spazzatura o giocare in mezzo a pozzanghere di fogna, con i topi che girano intorno le macerie. Questa sporcizia sta provocando un'epidemia di dissenteria, infezioni e malattie della pelle che non possiamo curare, perché gli ospedali sono distrutti e mancano persino medicinali per il diabete o la pressione. 

Un semplice accendino di plastica costa 70 shekel, che sono quasi 20 €. Ma la gente è costretta a comprarlo, per bruciare il legno o il cartolo per scaldare il cibo. Nei mercati si trova qualcosa, ma mancano i contanti; le banche sono rase al suolo.

In mezzo a questo calvario, andiamo avanti. Siamo riusciti a riaprire la nostra scuola. Oggi abbiamo 460 alunni, sia cristiani che musulmani, da sempre nostri studenti. Non hanno quaderni, non hanno matite, e si siedono in tre o quattro su un'unica scrivania, ma la loro voglia di futuro é più forte di tutto. Quando chiediamo loro di fare dei disegni, usano ancora solo il nero delle distruzioni e il rosso del sangue. 

Noi siamo qui per guarire queste ferite.

Nonostante tutto resistiamo qui perché la parrocchia è un’oasi per tutti e vi assicuro che nella nostra gente non c'è nessun sentimento di vendetta, solo un immenso desiderio di pace. Grazie per tutto l'aiuto che continuate a darci con il sostegno di tutti benefattori. Vi prego, non dimenticate Gaza. 

Ogni vostro aiuto qui ci permette di continuare a vivere e sperare. Vi ringrazio per la vostra amicizia.


da Pressenza del 17/10/2026

Il cibo sprecato nelle case degli italiani vale oltre 6 miliardi e mezzo

di Giovanni Caprio  


Il cibo sprecato nelle case vale oltre 6 miliardi e mezzo: è la metà del costo stimato per costruire il Ponte sullo Stretto di Messina, una cifra che potrebbe finanziare per 5 anni consecutivi il sistema di Protezione Civile nazionale e i piani di prevenzione dei rischi ambientali e sismici del Paese.

Ogni italiano getta nella spazzatura 112 € l’anno, ma siamo più consapevoli: con 493,7 grammi di cibo sprecato settimanale più vicini all’obiettivo dell’Agenda 2030 (369,7 grammi pro capite). E il paradosso è che a sprecare di più sono proprio i ceti popolari: chi ha meno risorse perde più cibo e una quota proporzionalmente maggiore del proprio reddito. Lo spreco diventa così non soltanto un costo economico e ambientale, ma un vero moltiplicatore delle disuguaglianze.

Il nuovo Rapporto dell’Osservatorio Waste Watcher International ha fatto emergere l’esigenza di un’azione complessiva che possa mappare i luoghi dello spreco alimentare: non solo le case degli italiani, quindi, da tempo indagate attraverso ricerche, indagini e azioni di sensibilizzazione per la prevenzione degli sprechi, ma anche gli altri contesti nei quali lo spreco del cibo si verifica quotidianamente.

Il Rapporto Waste Watcher, per esempio, ha indagato il comportamento dei turisti nelle case vacanza: dove, è emerso, il 34% dei fruitori non riesce a consumare tutto il cibo acquistato per il suo soggiorno. Quasi 7 cittadini su 10, quindi, confermano di mantenere un atteggiamento attento e responsabile nei confronti degli acquisti e dei consumi alimentari anche in vacanza, nonostante si trovino in un contesto di svago e lontano dalla consueta routine domestica. Ma un terzo dei fruitori dei luoghi di vacanza ammette di essere costretto a sprecare parte della spesa fatta in vacanza.

Anche i comportamenti nei luoghi di ristorazione sono da molte stagioni al centro delle buone pratiche di prevenzione e recupero degli sprechi alimentari, è sempre più diffusa l’abitudine di utilizzare una bag per portarsi a casa gli avanzi: una questione di cui i ristoratori e consumatori italiani hanno sempre maggiore consapevolezza.

Nel decennale dall’approvazione della Legge Gadda n. 166/2016 e a soli 4 anni dal fatidico 2030 dell’Agenda ONU di sostenibilità, Waste Watcher International ha indagato anche l’effetto della rivoluzione digitale sugli sprechi: scoprendo un’Italia a due “velocità” fra Intelligenza Artificiale e social-influencer, un impatto profondo e dicotomico che la rivoluzione digitale e i canali social esercitano sulla gestione domestica del cibo, agendo contemporaneamente come risorsa e come insidia.

Se, infatti l’Intelligenza Artificiale appare come novità di rottura nelle pratiche antispreco delle giovani generazioni, trasformandosi nel consulente interattivo che oltre 1 intervistato su 2 ha l’abitudine di interrogare (il 57% dei cittadini), la consulta con frequenza costante sul piano della sicurezza alimentare ben 1 intervistato su 5 (il 21%), per verificare se un alimento scaduto da giorni sia ancora edibile.

Inoltre, il 51% degli intervistati interroga gli assistenti virtuali per ricevere ricette creative capaci di svuotare il frigorifero riutilizzando gli avanzi, con un 16% di utilizzi costanti, e il 45% cerca algoritmi o strategie generali contro lo spreco, con il 15% di frequenza assidua. Questa tendenza registra picchi altissimi tra i nativi digitali: addirittura il 72% della Gen Z: 7 intervistati su 10, consultano l’IA per valutare la sicurezza dei cibi, una percentuale che scende al 63% nel caso dei Millennials, mentre le ricette svuota-frigo guidano le scelte del 57% della Gen Z e il 48% dei Millennials.

L’altra faccia della medaglia digitale, tuttavia, sembra spingere in direzione opposta alla prevenzione degli sprechi: l’estetica effimera dei canali social introduce dinamiche di consumo inedite e che non remano in direzione della sostenibilità, spingendo più di 1 italiano su 4 (il 27% del campione intervistato) ad acquistare un alimento insolito, un ingrediente di tendenza o un prodotto caratterizzato da un packaging spiccatamente instagrammabile con il solo obiettivo di fotografarlo, condividerlo online o provarlo per curiosità, per poi lasciarlo scadere o utilizzarlo soltanto in minima parte.

“I dati sullo spreco alimentare, si legge nel Rapporto, mettono in evidenza una questione che va oltre il singolo comportamento: la trasmissione intergenerazionale delle pratiche quotidiane legate al cibo. Le generazioni più adulte mostrano livelli più bassi di spreco non solo perché dispongono di maggiore esperienza, ma anche perché hanno interiorizzato nel tempo un insieme di competenze pratiche che oggi operano come automatismi.

Queste competenze – saper conservare correttamente gli alimenti, adattare le quantità, riutilizzare gli avanzi, valutare la commestibilità oltre la data di scadenza – rappresentano un patrimonio implicito, difficilmente sostituibile attraverso la sola informazione o sensibilizzazione, in linea con le prospettive che interpretano le pratiche quotidiane come forme di sapere incorporato e socialmente trasmesso.

Allo stesso tempo, le generazioni più giovani portano con sé risorse diverse ma altrettanto rilevanti: una maggiore attenzione ai temi ambientali, una maggiore apertura all’innovazione e una maggiore familiarità con strumenti digitali che possono supportare nuove forme di gestione del cibo. Tuttavia, queste risorse non sempre si traducono automaticamente in pratiche quotidiane efficaci.

In questo quadro, emerge la necessità di ricostruire un patto generazionale che consenta di rimettere in circolo conoscenze, competenze e strumenti tra età diverse. Un patto che non sia unidirezionale, ma bidirezionale: dalle generazioni più adulte verso quelle più giovani, attraverso la trasmissione di pratiche consolidate; e dalle generazioni più giovani verso quelle più adulte, attraverso l’introduzione di nuove sensibilità e modalità di gestione”.


domenica 18 ottobre 2026

da ANPI Nazionale - 16/10/2026

L’ANPI di Roma è rimasta nella piazza della celebrazione e non si è fatta intimidire


Questa mattina, in occasione delle celebrazioni del Comune di Roma per l’anniversario del rastrellamento che i nazifascisti operarono il 16 ottobre 1943 deportando 1022 ebrei romani, la delegazione dell’ANPI di Roma (presente come sempre alla commemorazione) è stata fatta oggetto di un’aggressione verbale con minacce e insulti ad opera di membri della comunità ebraica.

Un’aggressione annunciata nei giorni scorsi dalle grossolane dichiarazioni del presidente Fadlun e puntualmente verificatasi con tanto di successiva imbarazzante rivendicazione che non fa che qualificare lo spessore dell’autore.

I fatti di questa mattina confermano tre elementi fondamentali:

1) L’ANPI di Roma è rimasta nella piazza della celebrazione insieme alle altre associazioni presenti e non si è fatta intimidire dall’uso della violenza che grazie alle forze dell’ordine presenti è rimasta solo verbale. Continueremo non solo a presenziare nei luoghi della Resistenza ma come sempre ad essere il motore di tutte le iniziative pubbliche (a partire dal 25 aprile) legate al nostro impegno civile nel nome degli ideali della Lotta Partigiana Antifascista e della Costituzione Repubblicana. Gli stessi valori su cui le centinaia di migliaia di donne e uomini della Resistenza hanno fondato l’ANPI.

2) All’interno della comunità ebraica di Roma guidata da Fadlun si manifesta, ormai da tempo, una difficoltà di fondo a ripudiare le forme di violenza e ad accettare metodi e condotte democratiche. Fortunatamente altre donne e uomini ebrei italiani hanno dimostrato in questi mesi (con appelli e manifesti) sensibilità pubblica, cultura e senso della storia in relazione al tema dei crimini di guerra compiuti in Palestina dall’esercito dello Stato d’Israele.

3) Proprio l’aver denunciato i crimini di guerra in Palestina e l’aver sostenuto la popolazione civile di Gaza e della Cisgiordania rappresentano «la colpa» dell’ANPI agli occhi di Fadlun e di chi ha anche oggi ha insultato e aggredito verbalmente la nostra delegazione. Costoro sappiano che in nome dei valori dei padri e delle madri partigiane e costituenti, l’ANPI continuerà a rivendicare libertà, autodeterminazione, democrazia e Stato per la Palestina ed il suo popolo.


da Pressenza del 16/10/2026

In povertà assoluta in Italia ancora 5,4 milioni di persone

di Giovanni Caprio


Per l’ISTAT oltre 2,1 milioni di famiglie in Italia sono in condizione di povertà assoluta, per un totale di 5,4 milioni di individui (dati al 2025). In termini percentuali, l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie è pari all’8,0%, ma mentre per le famiglie composte solamente da italiani è pari al 5,9%, sale al 26,7% tra quelle con almeno uno straniero e raggiunge il 29,4% tra le famiglie composte esclusivamente da stranieri.

La povertà continua a “mordere” maggiormente al Sud: nel Mezzogiorno coinvolge 813mila famiglie, il 9,6% delle residenti nella ripartizione, seguito dal Nord-Ovest con 568mila famiglie, 7,7% e dal Nord-Est  con 386mila famiglie, 7,4%. il Centro mostra, anche nel 2025, i valori più bassi (338mila famiglie, 6,3%). Tra le famiglie assolutamente povere, il 38,6% risiede nel Mezzogiorno (39,8% nel 2024), il 45,3% al Nord (44,5% nel 2024) e il restante 16,1% al Centro (15,7% nel 2024). Anche tra gli individui i valori più elevati dell’incidenza di povertà assoluta (oltre l’11%) si osservano nel Sud e nelle Isole; seguono il Nord-Ovest (8,8%) e il Centro (7,4%). L’incidenza di povertà assoluta diminuisce all’aumentare dell’età, passando dal 12,5% fra i minori (per un totale di 1 milione 136mila), al 12,1% fra i giovani di 18-34 anni (quasi 1 milione 198mila), all’8,9% per i 35-64enni e al 6,1% fra gli over 65 (oltre 891mila).

Segnali di miglioramento rispetto al 2024, a livello nazionale, si osservano nei Comuni più piccoli fino a 50mila abitanti (diversi dai Comuni periferia area metropolitana), dove l’incidenza di povertà assoluta scende al 7,4% dall’8,9%. La povertà assoluta è invece stabile nei Comuni sopra i 50mila abitanti, nei Comuni periferici delle aree metropolitane, dove l’incidenza è pari all’8,9%, e nei Comuni centro di area metropolitana, dove si attesta all’8,1%. L’incidenza di povertà assoluta si conferma più alta tra le famiglie con un elevato numero di componenti: raggiunge il 19,2% tra quelle che ne hanno cinque o più e il 10,5% tra quelle con quattro, mentre scende all’8,4%, un valore comunque superiore alla media, tra le famiglie di tre componenti. Tra le coppie con tre o più figli, quasi una su sei è in povertà assoluta (16,9%); anche per le famiglie di “altra tipologia”, dove spesso coabitano più nuclei familiari e/o sono presenti membri aggregati, l’incidenza è elevata (16,4%). Superiori alla media i valori dell’incidenza per le famiglie monogenitore, tra le quali più di una su 10 (11,5%) è in povertà assoluta.

L’ISTAT ancora una volta sottolinea come l’incidenza di povertà assoluta diminuisca al crescere del titolo di studio della persona di riferimento: se quest’ultima ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore, l’incidenza è pari al 4,4%; è oltre due volte più elevata (11,9%) se la persona di riferimento (p.r.) ha al massimo la licenza di scuola media e aumenta ulteriormente, salendo al 12,3%, per le famiglie in cui la persona di riferimento ha conseguito al massimo la licenza di scuola elementare. Per queste ultime, concentrate tra le famiglie di anziani, si registra un miglioramento dei valori dell’incidenza rispetto al 2024 (quando era pari al 14,4%).

Tra le famiglie con persona di riferimento occupata, l’incidenza di povertà è pari all’8,5% nel caso la p.r. sia lavoratore dipendente, arrivando al 14,3% se la persona di riferimento è inquadrata come operaio e assimilato. Fra le famiglie con persona di riferimento lavoratore indipendente, i valori più elevati dell’incidenza (6,6%) si registrano per le famiglie inquadrate come “altro indipendente” (indipendenti che non sono imprenditori né liberi professionisti). Infine, l’incidenza rimane su valori più elevati per le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione (20,7%), mentre tra le famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro risulta contenuta e pari al 5,2%.

Qualche segnale di miglioramento si avverte tra i minori: nel 2025, la povertà assoluta coinvolge oltre 1 milione 136mila minori (il 12,5% dei minori residenti), variando dal 10,7%, per il Centro al 15,2% del Mezzogiorno, ma rispetto al 2024, si osserva una sostanziale stabilità dell’incidenza della povertà assoluta, con segnali di miglioramento per la classe di età 7-13 anni (12,1%, dal 14,9% del 2024). Tra le famiglie in povertà assoluta in cui sono presenti minori, oltre 656mila (11,2%), l’incidenza più elevata, pari al 19,4%, si osserva per quelle di “altra tipologia” (dove convivono più nuclei familiari e/o sono presenti membri aggregati); tra le coppie, la diffusione del fenomeno aumenta al crescere del numero di figli minori (7,8% per le coppie con un figlio minore, 10,0% per quelle con due figli minori e 17,7% se i figli minori sono almeno tre), attestandosi su valori elevati anche tra le famiglie monogenitore (11,6%). L’intensità della povertà per le famiglie con minori, pari al 21,6%, è più elevata di quella calcolata sul totale delle famiglie (18,5%), evidenziando la diffusa condizione di disagio economico. Anche per le famiglie con minori si conferma l’associazione tra diffusione della povertà assoluta e condizione lavorativa/posizione nella professione della persona di riferimento (p.r.): tra le famiglie di occupati, l’incidenza più elevata si rileva se il p.r. è operaio e assimilato (15,5%), seguite da quelle con p.r. inquadrato come “altro indipendente” (10,5%). Arriva al 21,1% per le famiglie con minori in cui la p.r. non è occupata e per quelle in cui la p.r. è in cerca di occupazione. Il legame tra cittadinanza e condizione socio-economica si evidenzia anche tra le famiglie con minori: tra quelle composte solamente da italiani l’incidenza si attesta al 7,8% e diventa quattro volte più elevata (31,4%) se composte unicamente da stranieri (si ferma al 27,8% nel caso della famiglia con minori in cui sia presente almeno un componente straniero).

Nei giorni scorsi il primo “Forum sulla Povertà e l’insicurezza alimentare” organizzato da Fondazione Banco Alimentare, che ha cercato di fare il punto sulle politiche di contrasto alla povertà alimentare, anche per proporre un cambio di passo nella filiera della solidarietà, ha evidenziato come oltre il 50% delle persone che necessitano di sostegno alimentare non viene ancora raggiunto dagli interventi esistenti.  Dalla ricerca promossa da Fondazione Banco Alimentare ETS e svolta dal Food Sustainability Lab della POLIMI School of Management del Politecnico di Milano è emerso che il sistema degli aiuti alimentari contribuisce in maniera significativa al bisogno, potendo assicurare un pasto al giorno al 44% alle persone indigenti. Resta tuttavia un importante Gap da colmare, stimato nel 56% delle persone in condizioni di povertà assoluta.