venerdì 30 ottobre 2026

 il Manifesto  24/10/2026

IL GRUPPO INFORMALE «2 GENERAZIONE»

Torino, i ragazzi di Barriera in corteo col tricolore contro chi non li vuole

Rita Rapisardi

Torino

Manifestazione contro il caro vita a Torino sabato 17 ottobre 2026 – Foto di Daniele

Davanti alla scuola elementare Aristide Gabelli, nel cuore di Barriera di Milano, all’ora di uscita almeno cinque lingue si intrecciano, l’italiano non si sente. Sul muro dell’edificio c’è appeso un lenzuolo colorato: «Qui nessuno è straniero».

Dal quartiere partono in decine, manifestano contro la guerra e il riarmo, per un futuro migliore. A Torino oltre il 16% dei cittadini è straniero. Prima, seconda generazione, molti sono italiani anche per i documenti, altri attendono di diventarlo, agli occhi di qualcuno non lo saranno mai. Finiscono sui giornali quando tirano giù lo scaffale di una libreria. I marciapiedi vengono puliti ogni settimana dal gruppo informale “2 generazione”: il problema è nato quando i ragazzini si sono trovati le siringhe, questo è un angolo di spaccio, soprattutto crack. L’intenzione è di riappropriarsi del proprio quartiere, così come della narrazione su chi lo abita. Maranza, criminali, delinquenti.

A Barriera si può incontrare Ginevra, si sente in colpa per la sua situazione di privilegio: di origine etiope, è stata adottata da neonata da genitori italiani, senza problemi economici. Ha 16 anni, è arrivata a Torino da due mesi, ha vissuto la sua vita a Roma e ha un accento marcato. Da quando è qui sente il giudizio più forte, come il trattamento da parte della polizia, nonostante frequenti le piazze dalla seconda media: «Alla manifestazione del 16 ottobre degli studenti ci hanno caricati senza motivo, non avevo neanche mai visto un idrante in vita mia. A Roma invece la situazione è molto più tranquilla». Torino è una piazza complicata e forse proprio per questo la si attacca con così tanta violenza.

Le ragazze alle manifestazioni sono la maggioranza, conferma Nour, 19 anni, italiana di origine marocchina: «Nell’organizzazione le ragazze sono la presenza maggiore, hanno metodo, però non vengono spinte ad avere una voce». Giovani maschi in prima fila nelle immagini di questi giorni ad attaccare le vetrine delle multinazionali: «Non dico ad altri cosa fare e non condanno i loro gesti, ma serve fare politica su questo». Insomma politicizzare, ancor di più, la vetrina rotta. «Mio padre nel 2006, quando sono nato, prendeva lo stesso stipendio di oggi» racconta Fouad, italiano d’origine marocchina. Il padre è in Italia da quarant’anni, ne ha 65, ha raggiunto i contributi necessari ma non va in pensione: non basterebbe per sopravvivere. Fouad è attivo politicamente, la madre teme per lui, ma è stata in corteo in prima fila, spalla a spalla. «Non posso fermarmi, lo devo fare per noi, perché possiamo avere un futuro migliore», racconta il giovane che fa le scuole serali e lavora per dare una mano in casa, prendendo sei euro lordi l’ora.

Nel parchetto di fronte a quella che dovrebbe diventare la nuova moschea di Torino, al centro della battaglia politica di Fratelli d’Italia, sorgono le case popolari dove vive Fouad. Su due balconi sono spuntate le bandiere italiane, diventate simbolo dei contrari al centro religioso. «Sono andato in manifestazione con la bandiera italiana, il punto è il pregiudizio razzista – spiega – la mia vicina preferita, che conosco da 15 anni, ha rilasciato un’intervista in cui ha detto che colonizziamo la città. Con lei abbiamo condiviso il cibo del nostro paese, come scambio culturale. Le ho chiesto il motivo di quelle parole, non ha saputo rispondermi, ora non la saluto più». È calato il sole su quelle bandiere e oggi c’è una nuova manifestazione.

 

da ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale del 28/10/2026

ISRAELE, IL VOTO CHE NON DECIDE

di ISPI Daily Focus


Il Likud resta il primo partito, ma nessun blocco raggiunge la maggioranza. L’affluenza alta e l’exploit dei partiti arabi mettono in discussione i rapporti di forza.

All’indomani di un voto cruciale per il futuro di Israele, lo spoglio ancora in corso non consegna un vincitore. Il blocco del primo ministro Benjamin Netanyahu si attesta a 53 seggi su 120, quello guidato dall’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot a 48, con poco più dell’85% dei voti conteggiati. I partiti arabi ne totalizzano 19. Nessuno dei due schieramenti raggiunge la maggioranza di 61 seggi necessaria per governare, ma entrambi rivendicano la vittoria. “La vecchia era è finita e Israele sta iniziando una nuova era”, ha detto Eisenkot ai sostenitori riuniti nella sede del suo partito, Yashar!. Netanyahu ha replicato che il Likud è il primo partito, che “nessuno può competere con noi” e che il blocco di destra ha “una maggioranza decisiva”. La posta in gioco non potrebbe essere più alta. Si tratta infatti delle prime elezioni dopo il 7 ottobre 2023, il più grave fallimento di sicurezza nella storia del Paese, e dopo le guerre a Gaza, in Libano e contro l’Iran. E il voto era considerato un referendum sull’operato del premier: Netanyahu è sotto processo per corruzione, frode e abuso di fiducia e ha chiesto la grazia senza ottenerla, ha respinto la richiesta di una commissione d’inchiesta indipendente sul 7 ottobre e la sua coalizione si è divisa più volte sulla leva degli ultraortodossi. Gli israeliani hanno risposto presentandosi alle urne in massa: secondo la Commissione elettorale centrale ha votato il 77,7% degli aventi diritto, l’affluenza più alta dal 1999. È, per ora, l’unico dato certo.

Cosa succede ora

La maggior parte delle schede sarà scrutinata entro oggi ma il conteggio finale potrebbe protrarsi fino a venerdì. Restano infatti da contare circa 600.000 voti in “doppia busta”, l’equivalente di circa 15 seggi, espressi da elettori che non potevano recarsi al proprio seggio: in gran parte soldati e riservisti, ma anche detenuti e ricoverati. Storicamente questi voti premiano poco i partiti arabi e ultraortodossi, e in passato hanno favorito il primo ministro in carica. Una volta completato il conteggio e assegnata a ciascun partito la propria quota dei 120 seggi, il presidente Isaac Herzog terrà delle consultazioni con i funzionari dei partiti per stabilire chi “raccomandano” di incaricare per la formazione del governo: non si tratta necessariamente del leader della fazione più numerosa, ma di chiunque sia ritenuto avere le migliori possibilità di formare una coalizione di governo. Una volta affidato il mandato, il premier in pectore ha 28 giorni di tempo, con la possibilità di una proroga di 14 giorni, per negoziare i termini di un’eventuale coalizione. In caso di insuccesso, il presidente invita una seconda persona a tentare l’impresa entro 28 giorni, senza possibilità di proroga. Qualora anche questo tentativo fallisca, il presidente può concedere alla Knesset 21 giorni per trovare una maggioranza assoluta di parlamentari disposti a sostenere un terzo candidato, il quale avrà poi 14 giorni per formare un governo. In caso contrario, il parlamento viene sciolto e si indicono nuove elezioni.


Partiti arabi l’ago della bilancia?

La novità vera del voto sta fuori dai due blocchi principali. I partiti a guida araba, infatti, hanno registrato un record di preferenze – totalizzate grazie a un’affluenza senza precedenti – che gli varrà almeno 19 seggi alla Knesset, confermandosi potenziali arbitri della futura legislatura. Durante la giornata del voto Netanyahu e i suoi alleati avevano richiamato i propri elettori alle urne agitando lo spauracchio della crescita del voto dei palestinesi con cittadinanza israeliana. A spoglio avviato, Ra’am, la Lista araba unita, ha rivendicato di aver “mandato il governo fascista di destra nella pattumiera della storia”. Sommati con i seggi del blocco di Eisenkot, si potrebbe arrivare a una maggioranza. Ma il capofila dell’opposizione ha posto ai potenziali alleati condizioni come il riconoscimento di Israele come Stato ebraico e di Hamas come organizzazione terroristica – condizioni che la maggior parte dei deputati palestinesi d’Israele difficilmente potrà accettare. Tra Yashar! e gli altri partiti di opposizione ebraici, finora solo Yair Golan, leader dei Democratici, ha aperto uno spiraglio: “Non dobbiamo più accettare la divisione razzista di Netanyahu tra voti ebraici e voti arabi – ha scritto su X – Abbiamo l’opportunità di formare un governo di cambiamento in collaborazione con i cittadini arabi di Israele. Un governo che sarà al servizio di tutti i cittadini israeliani”. Ma le altre formazioni di opposizione, guidate da Avigdor Lieberman e Naftali Bennett, hanno escluso a priori un governo che intraprenda questa strada.


da Domani del 25/10/2026

IL GOVERNO DELL'ORDINE

Oltre il caos - La destra non vuole vedere

il paese reale

di Marco Damilano


Siamo davanti a un fenomeno nuovo e complesso, qualcosa di mai visto al mondo. Allo stato attuale non vi è alcuna evidenza di una manipolazione dall’esterno», Così parlò il ministro dell’interno Matteo Piantedosi il 21 ottobre. Ieri lo stesso ministro ha annunciato sui social il fermo della "mente" del movimento 17 ottobre, il trentenne Youssef Siher. In poche ore siamo passati dal pianeta sconosciuto, i giovani e i giovanissimi incensurati che hanno invaso Milano, al grande vecchio, il cattivo maestro che li manovra, un radicalizzato islamico che per il tenore dei suoi proclami social doveva essere notissimo da tempo agli inquirenti.

Ma dal 7 aprile 1979 al 17 ottobre 2026 il passo resta davvero troppo lungo. E chi occupa le istituzioni dovrebbe avere la prudenza e la responsabilità di discernere tra le situazioni, anziché confonderle.


da Il Fatto Quotidiano del 24/10/2026 

Altro che le nuove carceri: per 23 ragazzini arrestati non c’era posto in comunità

di Paolo Frosina

  

Tre persone. È tutto qui, alla fine, il numero “massiccio” di ragazzini in cella per cui Carlo Nordio ha invocato addirittura un ampliamento delle carceri minorili. Al termine delle udienze di convalida, appena tre dei 36 minorenni arrestati nel weekend a Milano sono stati sottoposti a custodia cautelare in carcere, mentre tutti gli altri sono stati collocati ai domiciliari o in comunità: i giudici hanno respinto in parte le richieste della Procura, che comunque avrebbe voluto la misura massima per soli otto indagati. Quasi tutti i protagonisti dei disordini, infatti, non avevano denunce pregresse, la stragrande maggioranza va a scuola e qualcuno frequenta addirittura licei. L’esito rende ancora più surreale la sparata del ministro della Giustizia, che sembrava augurarsi una carcerazione di massa dopo i disordini: “Certi eventi non si possono risolvere solo con le belle parole, vi sono momenti in cui è necessario mandare dietro le sbarre i minori violenti”, ha detto.

Mentre si focalizza sul carcere, però, il Guardasigilli sembra ignorare il vero problema di sovraffollamento messo in luce dalla vicenda, che riguarda i luoghi dove i giovanissimi arrestati attendono di conoscere il loro destino. Nei quattro giorni tra l’arresto e la convalida, infatti, i minori non dormono in carcere o in commissariato come gli adulti, ma dovrebbero essere ospitati nelle Comunità di prima accoglienza: strutture gestite dal ministero e presidiate da educatori, psicologi e assistenti sociali, che parlano con i ragazzi e le loro famiglie, li preparano all’interrogatorio e scrivono relazioni in vista dell’udienza. Strumenti, questi, preziosissimi per i magistrati, che possono avere un quadro professionale della situazione sociale, familiare e psicologica degli arrestati prima ancora di trovarseli davanti. Questo sistema virtuoso però è andato in tilt con gli arresti dei giorni scorsi, a causa del numero esiguo di posti disponibili nelle Comunità di prima accoglienza. Quella di Milano, una delle più grandi d’Italia, ne ha appena otto, esauriti già con gli 11 arrestati di sabato: due di loro infatti sono stati mandati a Genova, mentre un terzo è rimasto in una comunità di tipo diverso dove già si trovava. Ma il peggio è arrivato il giorno dopo, domenica, con l’arresto di altri 25 ragazzini: gli unici posti disponibili per ospitarli, a quel punto, sarebbero stati al Centro-sud, dall’Aquila in giù. “Una follia”, la definiscono dal palazzo di giustizia. Così è stata adottata la soluzione più razionale: lasciare 23 minori a casa in attesa dell’udienza, sfruttando una possibilità prevista in teoria per i casi di minore gravità, nonostante le accuse gravissime di devastazione e saccheggio.

L’assenza di una presa in carico da parte dello Stato, però, ha avuto conseguenze visibili. A differenza del solito, i magistrati raccontano di essersi trovati davanti dei completi sconosciuti: sconosciuti che con ogni probabilità, invece di confrontarsi con psicologi ed educatori, avevano trascorso le giornate precedenti sui social a compiacersi delle loro stesse violenze. Un danno emerso con chiarezza negli interrogatori, in cui i ragazzi hanno descritto l’“eccitazione” provata negli assalti ai negozi, paragonati a una “rivoluzione”. Secondo i magistrati minorili, quindi, non servono nuovi posti in carcere, ma una norma che consenta, in casi come questi, di allestire urgentemente Comunità di prima accoglienza dove possano accedere gli operatori dei servizi ministeriali. Potrebbe proporla Nordio, se si ricordasse di essere un garantista.


giovedì 29 ottobre 2026

 

Il Manifesto, 24 ottobre

SPUNTANO PANNELLI DI COMPENSATO A COPRIRE LE VETRINE

Milano prepara la trincea per una guerra ipotetica

Mario Di Vito

Milano, vetrine coperte in Galleria Passarella – Foto di Stefano Porta / LaPresse

Il manifesto, sabato 24 ottobre

«Attacco terroristico razzista». Allarme islamofobia in Francia

Un morto e cinque feriti nei comuni di Trappes e La Verrière. Preso l’attentatore

Anna Maria Merlo, PARIGI

La polizia sul luogo della sparatoria a Trappes, a sud di Parigi; a sinistra il sindaco Ali Rabeh – Foto Ansa

La Procura nazionale anti-terrorismo ha aperto un’inchiesta su un uomo di 39 anni, che ieri mattina ha sparato a raffica da un’auto in varie zone dei comuni di Trappes e La Verrière, a sud di Parigi, uccidendo un uomo di 26 anni e ferendo altre cinque persone, tra cui una bambina di 12 anni. Uno dei feriti è in pericolo di vita. La bambina ha ricevuto 8 colpi da arma da fuoco. Una «furia omicida», ha affermato il ministro degli Interni Laurent Nunez, «chiaramente un crimine terrorista». E razzista: l’uomo assassinato è nero, il ferito grave di origine maghrebina.

Trappes è un comune popolare di 34mila abitanti della periferia di Parigi vicino a Versailles, non lontana è La Verrière, con 6mila abitanti. La Procura anti-terrorismo parla di «assassinio di matrice terrorista, con la circostanza di fatti commessi in relazione all’appartenenza, vera o presunta, a una pretesa razza, etnia, nazione o religione determinata».

IN UN QUARTO D’ORA, prima di essere arrestato, l’uomo ha sparato contro una stazione di benzina-supermercato, una casa di cura e un’area giochi. L’uomo era già noto alla polizia per reati minori, ma non era schedato dai servizi. Il suo appartamento è stato trovato imbottito di esplosivi, con varie bombole di gas, i vicini sono stati evacuati.

L’attacco è avvenuto alla vigilia di una nuova giornata di manifestazioni e dopo una settimana di grande inquietudine in Francia, in seguito ai fatti del 17 ottobre e le scene di caos urbano a Parigi e in molte città francesi, che hanno occultato le ragioni della protesta di liceali e studenti. A soffiare sul fuoco dei disordini sono in particolare i media del gruppo del miliardario ultra-reazionario Bolloré, che puntano il dito accusatore sui francesi di origine immigrata e alimentano le divisioni.

IL SINDACO DI TRAPPES, Ali Rabeh, di Génération.s (sinistra ecologista) ha indicato che si tratta «probabilmente di uno dei primi crimini di massa a connotazione di fobia anti-islam e razzista»: l’uomo voleva «fare un massacro». Rabeh ha stabilito subito un legame con la situazione tesa del paese e i «discorsi stigmatizzanti contro gli arabo-musulmani», che «fanno dei morti». Rabeh, molto commosso, si è rivolto a «ministri, candidati alle presidenziali, deputati» e anche ai «giornalisti», che «attribuiscono tutti i mali di questa società agli arabo-musulmani»: «Siamo collettivamente responsabili di questa situazione», ha affermato, invitando a «una de-escalation».

Il sindaco di la Verrière, Nicolas Dainville (indipendente di destra), ha evocato «il clima di grandissima paura e spavento che viviamo attualmente».

Il presidente Macron, che in serata si è recato a Trappes, ha denunciato un «attentato terrorista razzista» esprimendo «profonda emozione» per questa «terribile prova». Il primo ministro, Sébastien Lecornu, ha parlato di «fatti molto gravi». Per Jean-Luc Mélenchon, candidato Lfi alle presidenziali, «il razzismo uccide». Un attacco «spaventoso» per la Verde Marine Tondelier, «nel contesto attuale penso che tutti sarebbero ben inspirati a dar prova di moderazione nella scelta delle parole». Per Raphaël Glucksmann, candidato social-democratico, «la Francia non è questo, non bisogna lasciare vincere il razzismo e il terrore». Fabien Roussel, segretario Pcf, aggiunge: «Come non essere profondamente arrabbiati dopo aver dato l’allarme senza tregua sull’odio diffuso dall’estrema destra».

MARINE LE PEN, che oggi ha previsto di dare il via ufficiale alla campagna per l’Eliseo con un meeting a Orléans, ha condannato un «atto barbaro». Questo attacco potrebbe avere un’influenza sui consensi che raccoglie la candidata del Rassemblement National, sempre in testa nei sondaggi? Finora, nulla sembra influire sul percorso dell’estrema destra per l’Eliseo. Le rivelazioni di Mediapart sulle ripetute affermazioni antisemite di Jordan Bardella, che si prepara a diventare primo ministro nel caso di una presidenza Le Pen, non hanno fatto calare i consensi. Macron è ormai destabilizzato e appare impotente a rispondere alla crisi sociale in corso, il governo è travolto dalla scelta della repressione poliziesca del movimento dei liceali e alle proteste. Il partito dell’ordine, a cui una parte dei cittadini fa appello dopo il caos del 17 ottobre, non è il potere in carica, senza maggioranza né incidenza: ormai è il Rn, che si compiace di avere risposte a tutti i problemi, basate sulla divisione della popolazione.

 

 Colloqui con Franco Barbero in via Porro 16 a Pinerolo

 

1) Dal 23 ottobre gli incontri con Franco;

2) Dal 25 ottobre ore 16/18.30;

3) 26 ottobre ore 10 – 12 – 16 – 18;

4) 27, 28, 29, 30 ottobre dalle 10 alle 11.30 e dalle 16 alle 18.30 a Pinerolo in via Porro 16.

RIPETO che ogni telefonata va fatta a Saria o a me per concordare con precisione gli incontri che tra francesi, peruviani, romani, pinerolesi, torinesi hanno superato il numero di 20.

Il 23 abbiamo vissuto una giornata piena fin dal mattino (incontro ecumenico fino alle 14).

Saria è più capace di me in questo servizio telefonico.

Speriamo che gli incontri, che in questi due ultimi mesi sono stati troppi, mai tanti come in ottobre, siano ben concordati.

Grazie dell’attenzione anche per chi viene da lontano o è straniero

Franco Barbero

H. Nouwen, Ho ascoltato il silenzio, Queriniana 

AMA DIO, AMA IL SILENZIO

 

Un uomo che ama Dio, ama necessariamente anche il silenzio, perché teme di perdere il suo senso di discernimento. Il silenzio ha una duplice maniera di imporsi a noi: proviene dalla nostra povertà oppure sgorga da una pienezza. Spesso è necessario che il silenzio ci venga dapprima dal sentimento della nostra povertà.

Ciò avviene molto semplicemente quando ci rendiamo conto di non essere ancora capaci di pronunziare la parola come si dovrebbe. Gesù si è mostrato severo nei confronti delle parole inutili pronunciate dal credente con sconsideratezza (Mt 12.36). La parola è stata data all'uomo per rendere testimonianza alla parola di Dio e per rendere grazie e benedire Dio. Ora, le nostre parole sono diventate una delle occasioni più facili per offendere Dio e per ferire i nostri fratelli. Una certa discrezione nel parlare è il segno che ne siamo coscienti e che desideriamo non pronunciare altre parole se non quelle arrivate a maturità nel nostro cuore.

  Un tale silenzio proviene innanzitutto da un vuoto in noi, ma un vuoto lucidamente accettato. Ma c’è un altro silenzio: quello che scaturisce da una pienezza che c'è in noi. Isacco il Siro scriveva:

«Sforziamoci innanzitutto di tacere. Da questo nascerà in poi ciò che ci condurrà al silenzio. Che Dio ti doni allore di sentire ciò che nasce dal silenzio, Se fai così, si leverà in te una luce che non so spiegare. Dall'ascesi del silenzio nasce nel cuoce, con il tempo, un piacere che spinge il corpo a rimanere pazientemente nella pace. E ci vengono lacrime abbondanti, dapprima nella sofferenza, poi nel rapimento. Nel cuore allora senti ciò che discerne nel profondo della contemplazione meravigliosa». Questo silenzio è già preghiera o, secondo il medesimo autore, «linguaggio dei secoli a venire». Esso testimonia la pienezza della vita di Dio in noi, pienezza che deve rinunziare a ogni parola umana per esprimersi in maniera adeguata. Per un certo tempo, solamente le parole della Bibbia arrivano ancora a esprimerla un po', ma poi arriva il momento in cui solo il silenzio può rendere conto della straordinaria ricchezza che ci è dato di scoprire nel nostro cuore. È un silenzio che si impone con dolcezza e con forza nello stesso tempo, ma dall'interno. La preghiera è divenuta legge a se stessa. Essa fa capire quando bisogna tacere e quando è necessario parlare. È purissima lode, e nel contempo stupefacente irradiamento.

Un silenzio così non ferisce mai nessuno, stabilisce attorno al silenzioso una zona di pace e di quiete in cui Dio è percepito come presente in maniera irresistibile, «Custodisci il tuo cuore nella pace», diceva Serafino di Saro, «e una moltitudine attorno a te sarà salvata».


I GIOVANI IN PIAZZA

Questi giorni ci metteranno in evidenza se la fiamma dei giovani è accesa e dura nel mese di novembre.

L'importante non è la loro fiammata, che pure è stata significativa, davvero significativa, per dare al governo un segnale serio e parlante davanti a tutto il popolo italiano che potrà, spero, ricavare un richiamo ai valori fondamentali di un popolo.

Il mio dolore sono le fiamme che lentamente si spengono.

I giovani ci fanno sperare, come noi tutti speriamo, che la fiamma arda e si comunichi a un numero di giovani e a non giovani o vecchi in cui non si raffreddi la richiesta al governo: più giustizia e si dica basta alle armi.

Franco Barbero, 28 ottobre 2026


da Domani del 25/10/2026

Il Libro

Uno splendore dimenticato

C’era una volta Palermo

di Milena Palminteri


Era il 1959 quando la follia demolitoria dei “Giovani Turchi” democristiani si accaniva sulla Villa Deliella.

Quel capolavoro Liberty, opera di Ernesto Basile, è al centro del mio romanzo Le ali in una stanza.

da Il Manifesto del 25/10/2026

CI SIAMO     

di Andrea Fabozzi


Si riempiono un po’ alla volta e senza preavviso le piazze d’Italia, mentre la polizia ferma preventivamente centinaia di persone. Alla fine in tutte le città sfilano grandi cortei. E sfidano idranti e manganelli. Il messaggio è chiaro: non abbiamo paura e non ci fermeremo.


da Il Fatto Quotidiano del 25/10/2026 

Zelensky dà l’addio ai territori occupati


L’ucraino non rivendica più le 5 regioni perse in tutto o in parte dai russi e punta a congelare il fronte. Previsti nuovi incontri con gli emissari Witkoff e Kushner e una nuova missione dell’elemosiniere del Papa.


da Pressenza del 27/10/2026

Il rapporto tra criminalità organizzata e gestione dei rifiuti

di Giovanni Caprio


È stato dimostrato che la criminalità organizzata ha effetti significativi sull’economia, sulla democrazia e sulla società, influenzando negativamente le imprese, i Comuni, i servizi pubblici e la qualità generale della vita del pubblico.

Spesso nel mirino della criminalità organizzata, soprattutto in alcuni territori, finisce la gestione dei rifiuti. Infatti, quando i Consigli comunali vengono sciolti per infiltrazioni mafiose e i Comuni sono commissariati, la gestione dei rifiuti migliora sensibilmente, aumenta la raccolta differenziata e diminuiscono in generale i rifiuti. È quanto emerge dallo studio * di Lucio Masserini e Giulia Romano del Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa pubblicato sulla rivista Statistics and Public Policy.

La ricerca passa in rassegna i dati dal 2010 al 2021 di 5˙960 comuni italiani (circa il 74% del totale), in 88 dei quali il Consiglio comunale è stato sciolto per sospette infiltrazioni mafiose. I casi si concentrano in Calabria, Sicilia, Puglia e Campania, ma riguardano anche Basilicata, Emilia-Romagna, Liguria e Lombardia.

Secondo i ricercatori il miglioramento nell’arco di alcuni anni si dimostra evidente, con la raccolta differenziata che dal terzo anno dopo lo scioglimento comincia a crescere e tra il quinto e il settimo anno arriva addirittura a risultare più alta di 12 o 13 punti percentuali. Contestualmente, la produzione di rifiuti annui per abitante diminuisce di 50-60 chilogrammi e l’indifferenziato cala di circa 30.

I risultati mostrano che, a seguito dello scioglimento e della successiva riorganizzazione amministrativa sotto una commissione straordinaria nominata dal Governo, i comuni aumentano il tasso di raccolta differenziata e riducono la produzione di rifiuti, allineandosi agli obiettivi della gerarchia dei rifiuti dell’UE e sottolineando il legame tra infiltrazione mafiosa, cattiva gestione e peggioramento delle prestazioni ambientali nella gestione dei rifiuti urbani.

“Il primo anno successivo allo scioglimento – si legge nel report – il tasso di raccolta differenziata diminuisce, mentre sia i rifiuti totali pro capite che i rifiuti indifferenziati pro capite aumentano rispetto all’anno dello scioglimento. Questo andamento è coerente con una fase di transizione temporanea successiva allo scioglimento del comune, durante la quale le responsabilità amministrative vengono trasferite a una commissione straordinaria e la ristrutturazione organizzativa può temporaneamente interrompere l’erogazione dei servizi. Passando al tasso di raccolta separata, dopo questo periodo di adeguamento iniziale, emerge un miglioramento graduale e statisticamente significativo. A partire dal terzo anno dopo lo scioglimento, i coefficienti diventano positivi e aumentano costantemente in magnitudine, raggiungendo circa 12-13 punti percentuali al di sopra dell’anno di scioglimento entro gli anni dal quinto al settimo. Questo miglioramento costante suggerisce che il rinnovamento amministrativo e il rafforzamento della supervisione istituzionale potrebbero gradualmente tradursi in pratiche di smistamento dei rifiuti più efficaci. Un simile aggiustamento ritardato caratterizza i rifiuti non differenziati pro capite. Sebbene non si osservi alcuna riduzione immediata, si verificano cali statisticamente significativi diversi anni dopo lo scioglimento. La diminuzione stimata raggiunge circa 0,03 tonnellate pro capite (circa 30 chilogrammi per abitante) rispetto all’anno di scioglimento. Sebbene di entità inferiore rispetto agli effetti osservati per il tasso di raccolta differenziata, questo andamento è coerente con un graduale miglioramento delle pratiche di gestione dei rifiuti a seguito della ristrutturazione istituzionale. Nel complesso, le evidenze dinamiche suggeriscono che lo scioglimento dei Comuni non genera miglioramenti immediati nelle prestazioni; piuttosto, i suoi effetti si manifestano gradualmente nel tempo, in linea con un periodo di transizione istituzionale seguito da un aggiustamento strutturale”.

Quindi, se tutte e tre le variabili studiate – Tasso di raccolta differenziata, Rifiuti totali pro capite e Rifiuti indifferenziati pro capite – nelle amministrazioni municipali con infiltrazioni mafiose migliorano circa 4 o 5 anni dopo lo scioglimento del Consiglio comunale, significa che una gestione efficace dei rifiuti urbani è realizzabile in tutto il Paese, anche in aree precedentemente compromesse dalla criminalità organizzata.

Nei comuni con influenza mafiosa la gestione dei rifiuti si accompagna spesso alla ricerca di profitti e opportunità per aziende associate alla criminalità organizzata, che non di rado gestiscono discariche o impianti di incenerimento.

Di conseguenza, come si evidenzia nel report, la criminalità organizzata potrebbe avere interesse a ridurre la raccolta differenziata dei rifiuti, aumentando la produzione di rifiuti indifferenziati e totali e massimizzando i benefici derivanti dalle emergenze e dalla domanda di servizi di discarica e incenerimento.

“I risultati empirici – si sottolinea nello studio – rendono necessarie ulteriori iniziative politiche per identificare e gestire i colli di bottiglia nell’economia circolare e nella gestione efficiente dei rifiuti, nonché per rimuovere efficacemente gli ostacoli individuati. La criminalità organizzata può ostacolare il percorso di sviluppo sostenibile dei paesi fortemente colpiti dall’infiltrazione criminale. Dati gli effetti ritardati ma persistenti identificati nell’analisi degli eventi, gli sforzi politici dovrebbero concentrarsi non solo sul rafforzamento delle procedure di scioglimento, ma anche sull’accelerazione della transizione amministrativa post-scioglimento. Gli interventi politici dovrebbero tenere conto delle differenze regionali (Regioni meridionali rispetto a regioni settentrionali e centrali), nonché delle differenze strutturali tra aree urbane e rurali e tra comuni più grandi e più piccoli, al fine di arginare efficacemente la presenza e l’influenza economica della criminalità organizzata”.