martedì 1 settembre 2026

da Pressenza del 31/08/2026

Dublinanti

di Emilia De Rienzo - Comune-info


Dublinanti. Una parola che fino a poco tempo fa non si sentiva. Non apparteneva al lessico comune, né a quello politico. Ora comincia a comparire nel linguaggio amministrativo, politico e giornalistico. È entrata nel linguaggio come entrano certe muffe: silenziosamente, senza che nessuno se ne accorga, finché non è troppo tardi.

Ha l’aria neutra e pulita delle parole amministrative, quelle che sembrano fatte apposta per mettere in ordine i fogli, per classificare, per rendere gestibile ciò che è complesso. Ed è proprio questo che inquieta. Perché un dublinante non nasce con quel nome. Lo diventa dentro uno sportello, in un momento che spesso non riconosce nemmeno come decisivo. È un’etichetta che non descrive una condizione umana, ma una procedura. Eppure finisce per sostituire tutto il resto: la storia, la vulnerabilità, le relazioni, le speranze.

La genealogia di una parola

Il termine deriva dal sistema di Dublino, l’insieme di norme europee pensate per stabilire quale Stato debba esaminare una domanda di asilo. Nasce con la Convenzione di Dublino del 1990, diventa Regolamento — con Dublino II, nel 2003, poi Dublino III, nel 2013 — via via che l’Unione ne irrigidisce i meccanismi. In teoria, uno strumento di coordinamento. In pratica, un sistema che ha finito per concentrare una parte importante della responsabilità sui Paesi di primo ingresso e per sottoporre gli spostamenti dei richiedenti asilo all’interno dell’Unione a procedure di trasferimento verso lo Stato ritenuto responsabile.

Il linguaggio tecnico ha fatto il resto: da “persona soggetta al Regolamento di Dublino” si è passati a “dublinante”.

Una parola che non dice quasi nulla della persona, ma molto del sistema che la nomina. In concreto, succede questo: un uomo o una donna arriva in Europa, attraversa un confine e appoggia un dito su uno scanner. Un gesto minimo, quasi invisibile. In quel momento, spesso senza saperlo, lascia una traccia amministrativa che può accompagnarlo nel suo percorso. La prima impronta digitale diventa un segno che può inseguirlo attraverso l’Europa. Se poi prova ad andare altrove — per raggiungere un parente, un amico, un luogo dove si sente più sicuro — può trovarsi davanti alla procedura di trasferimento verso lo Stato considerato responsabile della sua domanda. Non perché abbia commesso un reato. Non perché rappresenti un pericolo. Ma perché, secondo quella procedura, “spetta a un altro Stato”.

E intanto c’è una vita che aspetta. Una fila. Un appuntamento. Una stanza. Una risposta. Un sì o un no che può arrivare dopo mesi. La paura di essere trasferiti. La necessità di lasciare ancora una volta un luogo nel quale, forse, si era cominciato a costruire qualcosa. E poi ricominciare.

La neutralità come maschera

È qui che il linguaggio rivela la sua postura politica. Trasformare una persona in una categoria amministrativa significa anche rendere più facile pensarla come un caso da gestire, un fascicolo da spostare, una procedura da chiudere. La categoria burocratica diventa una copertura perfetta: permette di parlare di esseri umani attraverso il linguaggio delle pratiche e, allo stesso tempo, rassicura chi guarda.

Il linguaggio amministrativo non è mai soltanto neutro: è anche uno strumento di governo, che organizza la realtà per conto delle istituzioni.

Una vita reale dietro la parola

Dietro ogni “dublinante” c’è una storia che la parola non contempla. C’è, per dire, Amir — chiamiamolo così — ventitré anni, arrivato a Lampedusa in ottobre con addosso una giacca troppo leggera per il mare aperto. Ha un fratello a Norimberga, un letto già pronto in un appartamento condiviso, un numero di telefono imparato a memoria prima ancora del proprio documento. Quel dito appoggiato sullo scanner in Sicilia, quel gesto di un secondo, ha già deciso per lui: la Germania non potrà mai essere sua, non su questa domanda. Il fratello resta a un treno di distanza che non prenderà. Ma la parola non vede nulla di tutto questo.

La parola serve a non vedere. Non vediamo la persona che aspetta una risposta: vediamo una procedura. Non vediamo la paura di dover partire ancora: vediamo un trasferimento. Non vediamo il tempo sospeso di chi non sa dove potrà vivere domani: vediamo una pratica.

E forse dovremmo chiederci se abbiamo mai provato davvero a immaginare che cosa significhi vivere dentro una parola come questa. Vivere dentro una procedura che decide dove puoi restare e dove devi andare. Aspettare. Non sapere. Ricominciare.

Fermarsi davanti alle parole nuove

Forse dovremmo fermarci di più davanti alle parole nuove. Chiederci non solo da dove arrivano, ma quale idea di umanità stanno servendo. Perché ogni volta che accettiamo una categoria senza interrogare ciò che nasconde, rinunciamo a un pezzo della nostra responsabilità.

Prima delle procedure, delle impronte e della propaganda, c’era — e resta — semplicemente un essere umano. E il modo in cui lo nominiamo dice molto di noi.


SIGNORE, CERCACI

(Supplica comunitaria)

 

1) Signore, cercaci con il Tuo occhio buono,

                           con il Tuo sguardo amico,

                           con la Tua voce invitante

 

2) Signore, cercaci quando noi non cerchiamo Te,

                           quando Ti abbiamo allontanato dal cuore,

                           quando fuggiamo la Tua parola,

                           anziché cercarla.

 

1) Signore, bussa alla nostra porta con dolce insistenza

                 quando inseguiamo cose vuote e vane,

                 quando beviamo a sorgenti di acqua inquinata.

 

2) Signore, cercaci nei giorni della gioia

                 perché la riconosciamo come un dono Tuo

                 e possiamo benedire di cuore il Tuo nome.

 

1) Signore, attendiamo da Te il dono della gioia

per continuare a sorridere alla vita,

per vedere i fiori che nascono sui sentieri

e per scoprire le sorgenti di felicità e di speranza.

 

2) Signore, attendiamo da Te il dono della speranza

per saper camminare anche nelle notti più buie,

per assaporare l'alba che ci riporta il bacio del sole,

per credere che Tu ci vieni incontro dal futuro.

 

T) Signare, attendiamo da Te la mano amica e forte

che ci guidi sui sentieri dell’amore solidale,

che ci spinga a seminare sulla roccia e a spargere nel vento,

che ci dia tanta voglia di costruire pezzi di felicità.

 

T. O Signore, Tu sei l'acqua fresca e dissetante del pozzo,

sei Tu l'acqua profonda che cura le nostre superficialità,

sei l'acqua nutriente che guarisce i nostri vuoti.

1. Non sia il nostro cuore un deserto arido e secco,

ma una terra irrigata e seminata a piene mani da Te.

Non sia una casa vuota in cui si insediano gli idoli,

ma un laboratorio di idee, di progetti. di propositi.

2. O Dio, che semini nel vento sempre nuovi germi di vita

e spingi l'umanità ad abbattere i muri della divisione,

fa’ che le nostre esistenze si mettano a servizio della pace

coltivando, vicino e lontano, la giustizia e la fraternità.

 

FRANCO BARBERO, 2a Edizione La bestia che seduce, 1990

 

DIO GUARDA E AMA IN GRANDE

IMPARIAMO DA LUI

 

La «genealogia spaziale» del capitolo 10 é una lezione di universalità. Chi trova Israele nella mappa dei popoli? Dio pensa al mondo, alle donne e agli uomini, prima che al suo popolo. Il suo popolo è tutto il mondo in queste genealogie.

Per capire qualcosa della vita e della volontà di Dio occorre guardare e vivere in grande, nell'orizzonte dei secoli (cap. 5) e nell’orizzonte dei popoli (cap. 10).

Dio non si accontenta del nostro orticello, ma è il Dio di tutti i popoli, di tutte le gentil.

Israele spesso lo dimenticherà e sequestrerà Dio in mille modi, ma,

quando noi lo perimetriamo, Jahvé fugge (Ezechiele 11,22-23).

 

Preghiera

 

Signore,

«Tu conti i passi del mio vagabondare» (Sal. 569);

O Signare, sei stato il nostro rifugio

di generazione in generazione.

Prima che venissero alla luce i monti,

prima che nascesse l'universo,

da sempre Tu sei l'unico Dio.

Davanti a Te, Signore, mille anni

sono came il giorno appena trascorso,

equivalgono al turno di una sentinella.

Tu fai tornare l'uomo alla polvere

e gli dici: «Figlio di Adamo: torna alla terra!».

Li spazzi via come un sogno del mattino,

sono came l'erba che germoglia:

al mattino fiorisce e cresce,

a sera avvizzisce e si affloscia.

Siamo bruciati dal fuoco della Tua ira,

tremiamo di spavento per il Tuo furore

Tu poni le nostre colpe davanti a Te,

i nostri segreti alla luce del Tuo volto.

I nostri giorni passano nel Tuo sdegno,

i nostri anni fuggono come un sospiro.

La durata della vita é settant’anni,

i più robusti arrivano ad ottanta;

ma per lo più sono fatica ed affanno,

passano presto e noi ci dileguiamo.

Insegnami a contare i nostri giorni,

perché il nostro cuore diventi sapiente.

Volgiti verso di noi, o Signore

Fino a quando dovremo aspettarTi?

Abbi pietà dei Tuoi servitori.

Riempici del Tuo amore fin dal mattino

e vivremo nella gioia i nostri giorni.

Rendici ora la gioia per lunghi giorni,

quanti furono quelli della nostra afflizione,

gli anni trascorsi tra mille sventure.

Rivela ai Tuoi servi la Tua opera,

manifesta ai loro figli la Tua maestà

e mantieni su di noi il Tuo amore.

Rendi fruttuosa la nostra fatica

E convalida l’operato delle nostre mani (Sal. 90).

Signore, nessun «diluvio» fermerà mai la Tua «benedizione»... e il Tuo amore non si consuma, non viene meno. Il salmista ci parla della tua ira e del Tuo furore, ma noi sappiamo che Tu sei un Dio amico e misericordioso, che conosce tutte le strade per venirci incontro.

FRANCO BARBERO, 1990

2a Ed. di La bestia che seduce

 

lunedì 31 agosto 2026

PREGHIERA EUCARISTICA 1979

 

2. In Gesù, profeta rifiutato e servo sofferente,

Tu non ci permetti di essere paghi di noi stessi,

ma ci indichi la strada di una fede vissuta apertamente,

impastata di croce e orientata alla risurrezione.

 

Dio Padre, facci gustare anche la gioia di essere fraterni,

donaci la forza di accettare la fatica quotidiana della costruzione,

senza illuderci che la comunità sia qualcosa di già fatto,

sapendo però che la nostra opera è vana senza di Te.

 

2. Cambia la nostra comunità e rendila una fraternità più aperta:

possa essere luogo in cui ci si accetta come diversi,

senza che nessuno pretenda di tracciare dei modelli per tutti,

senza che a nessuno sia tolto lo spazio della libertà evangelica.

 

1.  Se le difficoltà della lotta e i pesi della crisi

non ci hanno portato via la gioia e la voglia di lottare:

questo lo dobbiamo a Te, o Dio della speranza e della vita!

 

2. Se dopo anni e anni continuiamo a camminare su questa strada

e, pur tra tante difficoltà, non vogliamo per niente mollare:

questo lo dobbiamo a Te, o Dio della speranza e della vita!

 

1. Se tra le mille voci che disturbano e ingannano

continua a risuonare nella nostra vita quel  ‘vieni e seguimi’,

questo di chi è?

È opera se non di Te, di Gesù, tuo Figlio.

 

2. Se la nostra comunità continua a guardare e sperare in Te,

se le nostre infedeltà sono continuamente sepolte,

non è forse perché tu sei il nostro liberatore?

 

1. Potessimo imparare, come i dodici alla scuola di Gesù,

a conoscere tutta la esplosiva potenza del tuo evangelo.

 

2. Sapessimo soprattutto vederti presente, o Padre,

dove c’è gente che alza la testa, lotta e resiste al potere.

 

T. La preghiera che Ti rivolgiamo quest’oggi, o Padre,

sia l'invocazione più profonda di ogni nostro giorno

e tracci la direzione della nostra esistenza.

Ma donaci la forza, per la Parola che insieme accogliamo

e per la cena del Signore che insieme consumiamo,

di vivere tutto questo nella vicenda ‘quotidiana’

nella quale è fin troppo facile ritornare agli idoli

e dimenticare Te, O PADRE NOSTRO, che sei nei cieli…