giovedì 26 marzo 2026

da Pressenza del 24/03/2026

Il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e la dignità delle vittime

di Maddalena Brunasti


Alla ricorrenza dell’assassinio di Óscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador che il 24 marzo 1980 mentre stava celebrando la messa nella cappella di un ospedale venne ucciso da un sicario degli squadroni della morte agli ordini del governo, le Nazioni Unite celebrano la giornata internazionale dedicata alla salvaguardia del diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e alla tutela della dignità delle vittime.

Il 21 dicembre 2010 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha designato questa data come Giornata internazionale per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e per la dignità delle vittime in ricordo di Romero, martire proprio perché aveva denunciato le violazioni dei diritti umani subite dalle popolazioni più vulnerabili e difeso i principi di tutela della vita, promozione della dignità umana e opposizione a ogni forma di violenza, con l’obiettivo di onorare la memoria delle vittime di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani e promuovere l’importanza del diritto alla verità e alla giustizia.

In uno studio condotto nel 2006, l’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha concluso che il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario è un diritto inalienabile e autonomo, legato al dovere e all’obbligo dello Stato di proteggere e garantire i diritti umani, di condurre indagini efficaci e di garantire rimedi e risarcimenti effettivi. Inoltre ha dimostrato che il diritto alla verità implica la ricerca e la divulgazione della verità completa e integrale sugli eventi accaduti, sulle loro circostanze specifiche e su chi vi è stato coinvolto e sulle circostanze in cui si sono verificate violazioni dei diritti umani e sulle cause che le hanno determinate.

In seguito, nel 2009, con il rapporto sul Diritto alla Verità, ha indicato quali siano le migliori pratiche con cui dare effettiva attuazione di tale diritto, in particolare le prassi per la compilazione di registri e alla raccolta di documentazione sulle gravi violazioni dei diritti umani e i programmi per la protezione dei testimoni e di tutte le persone coinvolte nei processi relativi a tali violazioni.

La verità è una forza che infonde forza e guarisce. La applichiamo per il passato, il presente e il futuro. 

                     António Guterres 

                           Segretario generale della Nazioni Unite


da Il Fatto Quotidiano del 06/03/2026

“È una guerra privata di Trump e Netanyahu. Lasciano a noi i rischi”

di Salvatore Cannavò


Una guerra senza senso, dall’esito imprevedibile, con un attore, Donald Trump, sospetto di essere sotto il ricatto di Israele per il caso Epstein, e con un protagonista assoluto, Benjamin Netanyahu, che è l’unico ad avere chiaro l’obiettivo: una guerra infinita per restare al potere. Lucio Caracciolo, direttore di Limes, offre uno sguardo come sempre analitico della situazione.

Come si colloca questa guerra nell’arco di quelle degli ultimi venti anni?

Nella traiettoria lunga delle guerre al terrorismo a partire dal 2001, dall’attentato alle Torri gemelle. Si tratta di guerre che per definizione sono invincibili, in cui si possono certamente ottenere dei risultati tattici, ma in cui non essendoci obiettivi strategici non si può rivendicare alcuna vittoria.

Le sembra che Trump si possa collocare in una continuità con George W. Bush?

Ci sono molte differenze. Innanzitutto, colui che l’ha dichiarata ha sempre definito questo tipo di guerra come stupida. Inoltre, a differenza di quelle di Bush, la guerra di Trump non ha una componente ideologica: il presidente Usa ha provato a sostenere che si trattasse di un cambio di regime, ma poi ha cambiato idea. E infine si tratta di una guerra privata, che scaturisce dal rapporto intimo, e contrastato, tra Netanyahu e Trump.

Che hanno obiettivi diversi...

L’obiettivo del premier israeliano è la guerra infinita in Medio Oriente, un modo per restare al potere il più a lungo possibile disinteressandosi delle sorti di Israele, mentre dall’altra parte penso non sia un cedimento al complottismo pensare che esistano forme di ricatto da parte di Netanyahu nei confronti di Trump, utilizzando il caso Epstein.

I rapporti di Epstein con Israele quindi offrirebbero a Netanyahu un’arma segreta?

Israele vuole evitare quello che considera il suo principale rischio, che l’America l’abbandoni. Quando Netanyahu ha paragonato Israele a Sparta, cioè a una potenza militare permanente e capace di dotarsi da sola dei mezzi per difendersi, si riferiva proprio a questo scenario. Tel Aviv, che ha come necessità assoluta il coinvolgimento attivo degli Usa, ha invece visto crescere lo scenario di un’America, intesa come élite, governo e opinione pubblica, che ne ha abbastanza del Medio Oriente. I sondaggi Usa vanno in questo senso. 

Questo progetto si pone al prezzo di una destabilizzazione continua del Medio Oriente. Fino a dove può arrivare l’Iran?

Per l’Iran l’obiettivo è sopravvivere. Obiettivo che ritengo possibile, a meno di una guerra civile interna, su cui puntano gli israeliani, e dunque della fine dell’Iran. Che però non è un regime, ma uno Stato che ha un regime. Quindi, se si vuole cambiare il regime occorre cambiare lo Stato, affrontando le incognite conseguenti. Si continua impropriamente a parlare di Khamenei, padre e figlio, come di un dittatore, ma non è così. In Iran la guida suprema è simbolica, ha potere, ma lo condivide con una quantità di persone che fanno capo ai Guardiani della Rivoluzione.

Ma se questo potere dovesse essere destrutturato, che succede?

Ci troveremmo di fronte al sovvertimento dell’ordine che ancora esiste in Medio Oriente e che lo stesso Iran garantisce. Stiamo già vedendo in questi giorni la destabilizzazione di un’area che resta importante per il resto del mondo e soprattutto per noi europei e italiani.

E dove si ferma Trump?

Questo purtroppo non si è ancora capito.

Per quanto riguarda l’Italia, esistono le condizioni per dire che siamo in guerra, non ci siamo oppure potremmo finirci?

Certamente oggi quelle condizioni non ci sono, non siamo in guerra al momento. Ma il rischio di finirci involontariamente c’è. Possiamo finire nel mirino della rappresaglia e gli Usa o Israele o tutti e due possono costringerci a utilizzare asset italiani per la loro guerra e in tal caso quegli asset diventano bersagli.

Esiste ancora un diritto internazionale o ci sarà un nuovo equilibrio tra Stati e potenze?

L’equilibrio geopolitico è possibile ed è sempre auspicabile, ma non c’entra nulla con il diritto internazionale che in realtà non è mai esistito. Oggi è ancora di più così come dimostra il discorso che il premier canadese Mark Carney ha tenuto a Davos poche settimane fa. Gli americani si sono sempre regolati con il proprio standard, e alla fine ognuno ha i suoi valori e i suoi interessi.

Che giudizio dà di Sánchez?

Si deve dare atto a Sánchez di aver assunto una posizione particolarmente coraggiosa e di buon senso nel momento in cui sembra prevalere il non senso. In ambito euroatlantico stiamo assistendo a un riposizionamento, lento, ma anche a un impazzimento delle posizioni semplicemente perché assistiamo a eventi che non controlliamo e che ci limitiamo a subire.

A Meloni non sono mancate la schiena dritta e la testa alta che spesso rivendica?

Meloni, e non solo lei, è ancora sconvolta per quello che sta succedendo: nessuno ci aveva detto quello che stava per accadere e noi non siamo stati in grado di prevederlo.


da Il Manifesto del 12/03/2026

L’attivista di «Ta’ayush»: «Israele è nato razzista. E oggi è ancora peggio»

di Gregorio Piccin


Demolizioni, usurpazione di terre, arresti arbitrari, minacce e uccisioni. È l’incubo che giorno e notte vivono i palestinesi nei territori occupati. Ed è l’incubo che ha nei suoi occhi Guy, attivista di Ta’ayush, organizzazione di israeliani e palestinesi che lottano insieme per porre fine all’occupazione israeliana e raggiungere la piena uguaglianza civile attraverso azioni dirette non violente.

Si occupano in particolare di difendere i palestinesi vittime di incursioni da parte dei coloni interponendosi con i loro corpi e documentando le violenze. Guy è in Italia da un mese per prendere fiato dalle minacce che subisce dai suoi connazionali che lo considerano un traditore ma soprattutto per tenere conferenze e mantenere alta l’attenzione sulle condizioni dei palestinesi in Cisgiordania.

Da quanto tempo fa parte di Ta’ayush?
Esattamente 16 anni, era il marzo del 2010.

Prima di Ta’ayush ha avuto altre esperienze simili?
No, almeno non in forma organizzata. Mi era solo capitato di assistere ad abusi contro palestinesi e di essermi messo in mezzo per tentare di bloccarli.

Come mai chiede di non essere fotografato e di non rivelare il suo vero nome?
Svolgiamo le nostre azioni in un ambiente ostile. Ad eccezione dei palestinesi, gli altri manifestano ostilità: la società israeliana e le autorità. In particolare le autorità hanno recentemente “appaltato” ad alcune ong il controllo delle nostre attività e dei nostri movimenti. E sempre più gente gira armata. Non ho una vita sociale “libera” e amicizie al di fuori degli attivisti. Mi sento davvero libero quando vengo qui in Italia, ho parecchi amici.

Cosa pensa della definizione di Israele come democrazia?
Israele non è mai stata una democrazia. Israele, e prima ancora il movimento sionista, è sempre stato razzista. Ancora oggi il 90% del parlamento israeliano parla di Israele come di uno stato ebraico democratico. Le regole sono diverse se sei palestinese. Se poi guardi Gaza lì due milioni di persone sono chiuse in un ghetto sotto genocidio. In Cisgiordania i palestinesi non sono cittadini, non hanno diritti civili. Parlare di democrazia è uno scherzo.

Il governo vuole riesumare la pena di morte per i palestinesi.
Il ministro degli interni, che è il principale promotore, gira con una spilla a forma di nodo scorsoio appuntata sul petto. È un gadget che puoi comprare in giro. Nei talk show discutono se è meglio impiccarli o usare l’iniezione letale…

Pensa che il film «No other land» rappresenti bene la realtà dell’occupazione?
No, non credo. È un bel lavoro ma anche se è stato presentato dopo il 7 ottobre tutte le riprese sono state realizzate prima. Rispetto a oggi quello è il “paradiso”. La situazione è peggiorata un milione di volte. Non parlo di Gaza, mi riferisco alla Cisgiordania. Qui ai coloni è stata conferita autorità di stato, con tanto di divisa e armi. Non puoi più rivolgerti alle autorità come prima, per quanto poco potesse valere. Sono diventati l’autorità ufficiale con la facoltà di stabilire le regole. Questo nuovo fenomeno dei coloni soldati è terribile. Sono migliaia. Non si può più pascolare le pecore, coltivare la terra, raccogliere le olive. Stanno forzando definitivamente i palestinesi ad andarsene.

In una delle sue conferenze ha detto che sempre più israeliani sono favorevoli alla soluzione finale: che intende?
Volevo dire che sempre più israeliani non intendono più controllare i palestinesi, dirgli cosa devono fare, non vogliono più una popolazione sotto occupazione. Vogliono liberarsene definitivamente o “trasferendoli” o eliminandoli.

Cosa pensano gli israeliani della recente aggressione ad Iran, Libano e Siria?
Da almeno dieci anni una parte della narrazione si è concentrata nella definizione dell’Iran come un nemico, un obiettivo, una minaccia esistenziale da eliminare. Netanyahu detiene il record per la ripetizione della parola Iran. E nei fatti la maggioranza degli israeliani è convinta che questa guerra sia inevitabile. Ti attacco e ti distruggo perché sono una vittima. È difficile per qualsiasi essere umano uscire indenne da questa propaganda infinita.

L’Italia è il terzo fornitore di armi a Israele dopo Stati uniti e Germania. Ha un messaggio da mandare al governo italiano, ai lavoratori e sindacati del comparto militare?
Penso che sia un fatto non opinabile che Israele commette quotidianamente crimini di guerra e contro l’umanità, incluso il genocidio. Se fornisci armi sei parte attiva in questo crimine. È compito di ogni essere umano non solo non esserne parte ma fermare tutto questo. Mai più per noi, per i palestinesi, per nessuno.


da Il Manifesto del 05/03/2026

«Non saremo complici». Sánchez sfida Trump

di Luca Tancredi Barone


«La posizione della Spagna si riassume in tre parole: no alla guerra». Nel suo messaggio di ieri mattina, il premier spagnolo Pedro Sánchez ha deciso di cavalcare esplicitamente lo slogan che il socialista José Luís Rodríguez Zapatero aveva usato per vincere le elezioni del 2003, contro l’impopolare decisione di José María Aznar (del Pp) di infilare la Spagna nell’altra grande guerra in Medio Oriente, quella contro l’Iraq.

«La posizione del governo spagnolo è la stessa che abbiamo avuto in Ucraina o a Gaza: no alla violazione del diritto internazionale che ci protegge tutti, specie i più indifesi; no all’idea che il mondo possa risolvere i suoi problemi solo a base di conflitti e bombe; no a ripetere gli errori del passato», ha detto dalla Moncloa.

In un discorso esemplare, e senza la possibilità per la stampa di fare domande, Sánchez ha rivendicato le scelte fatte: «Alcuni ci accusano di essere ingenui, ma ingenuo è credere che la soluzione sia la violenza, o credere che la democrazia e il rispetto tra le nazioni fioriscano dalle macerie. O pensare che praticare un’obbedienza cieca e servile significhi essere leader. La nostra posizione non è ingenua, è coerente. Non saremo complici di una cosa cattiva per il mondo, e quindi contraria ai nostri valori e ai nostri interessi, solo per paura delle rappresaglie di qualcuno». Un chiaro riferimento a Donald Trump, senza mai citarlo, e alla sua minaccia di un embargo commerciale pronunciata martedì dallo Studio ovale davanti al cancelliere tedesco Merz accondiscendete. «Ventitré anni fa, un’altra amministrazione statunitense ci ha condotto in una guerra ingiusta. La guerra in Iraq ha generato un drammatico aumento del terrorismo, una grave crisi migratoria e una crisi economica», ha ricordato Sánchez.

QUESTA VOLTA il Paese ne resterà fuori, è costretto ad assicurare il ministro degli Esteri José Manuel Albares dovendo smentire categoricamente le affermazioni della portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, che ieri in serata ha tentato di confondere le acque affermando che «la Spagna ha accettato di cooperare militarmente nelle ultime ore».

ALLORA COME OGGI, difendere la legalità internazionale, ha detto il premier, non vuol dire difendere le tirannie: «La domanda non è se siamo o meno a favore degli ayatollah. Nessuno lo è. Certamente non lo è il popolo spagnolo, e tanto meno il governo di Spagna. La vera domanda è se siamo dalla parte del diritto internazionale e, quindi, della pace. I cittadini spagnoli erano contro Saddam Hussein, ma questo non li ha portati a sostenere una guerra ingiusta. Condanniamo il regime di Teheran, ma chiediamo una soluzione diplomatica», ha insistito. E ha concluso: «Molto spesso, le grandi guerre scoppiano a causa di errori di calcolo. Non possiamo giocare alla roulette russa con il destino di milioni di persone».

Sebbene l’amministrazione Trump continui ad attaccarlo – ieri è stato il turno del segretario del Tesoro Scott Bessent che ai microfoni della Cnbc ha detto «Gli spagnoli stanno mettendo in pericolo vite americane» – in patria il discorso del premier unisce, come raramente accade, tutti gli alleati del governo, anche i più recalcitranti, in linea con il sentire comune degli spagnoli. Persino Ione Belarra, leader di Podemos, in genere poco generosa con Sánchez, ha mostrato la sua soddisfazione per il No alla guerra e per aver negato agli Stati uniti l’uso delle basi in Andalusia. Per poi chiedere al premier di essere coerente fino in fondo e abbandonare la Nato.

INTANTO IL MINISTRO Albares ha trasmesso al governo tedesco quella che ha definito diplomaticamente «sorpresa» di fronte al silenzio di Merz mentre Trump attaccava la Spagna: «Quando si condivide una moneta, una politica commerciale comune e un mercato comune con un altro paese, ci si aspetta la stessa solidarietà che la Spagna ha dimostrato» alla Danimarca sulla Groenlandia. E sulle accuse del cancelliere alla Spagna, rea di non assecondare la Nato nell’aumento della spesa militare, Albares ha concluso perfido: «Non riesco a immaginare la cancelliera Merkel o il cancelliere Scholz fare simili dichiarazioni».

Mentre internazionalmente Sánchez incarna il profilo di chi ha il coraggio di affrontare Trump, all’interno l’opposizione della destra lo accusa di non fare gli interessi del Paese e di essere «l’utile idiota delle dittature mondiali», secondo le parole di Isabel Díaz Ayuso, presidente di Madrid del Partito popolare.


da Internazionale del 13/03/2026

Terribili

di Giovanni De Mauro


Solo il 27 per cento degli statunitensi è d’accordo con la decisione di Donald Trump di attaccare l’Iran. Non c’è mai stata una guerra che, soprattutto all’inizio, avesse un livello di approvazione così basso. E allora perché non c’è un movimento di protesta? Le ragioni sono varie ed Eric Blanc, sociologo della Rutgers University, ha provato a elencarne cinque.

  1. Gli statunitensi si sentono impotenti. Il movimento contro la guerra in Vietnam nacque anche perché le battaglie per i diritti civili avevano dimostrato il potere delle mobilitazioni popolari. Oggi l’impressione è di non avere più questo potere. 
  2. Le persone sperano che la guerra finisca presto. La rapidità e il disprezzo di Trump nei confronti dell’opinione pubblica hanno lasciato poco spazio per uscire dal ruolo di spettatori.
  3. Trump sta facendo molte cose terribili. Per questo è facile sentirsi sopraffatti ed è difficile rispondere a ogni nuovo scandalo o a ogni nuova guerra. 
  4. Le persone confondono la mobilitazione con l’organizzazione. I social media facilitano i contatti e riducono la necessità di un lavoro quotidiano di organizzazione. Angela Davis lo spiega bene: “Oggi tendiamo a pensare che lo sforzo per dare più visibilità a un movimento sia la sostanza stessa di questo movimento. Ma così le persone che tornano a casa dopo una manifestazione non si sentono responsabili di continuare a costruire il sostegno per quella causa”. 
  5. Il settarismo ha contribuito a marginalizzare le mobilitazioni contro la guerra. Negli ultimi anni una parte dei movimenti ha assunto toni troppo radicali, legando richieste condivisibili a un’idealizzazione sbagliata di ogni forma di espressione politica. Opporsi alla guerra non significa giustificare l’uccisione dei civili da parte di Hamas o la repressione degli attivisti democratici in Iran. “Trump vuole farci credere che siamo impotenti e non possiamo fermarlo. In realtà il suo è un regime impopolare che sta conducendo una delle guerre più impopolari nella storia degli Stati Uniti”.

mercoledì 25 marzo 2026

 don Franco Barbero racconta

Storie, storielle e storiacce

 

3. La tubercolosi e il ricovero nel sanatorio di Pracatinat (dall’estate 1959 ai primi mesi del 1961)

Già prima della cerimonia in cui ho ricevuto il suddiaconato ero consapevole di avere un problema respiratorio serio, ma mi dicevo “se lo dico mi ricoverano subito” e così ho aspettato. Con me c’erano anche Mario Polastro e Ernesto Bossetto.

Il lunedì successivo alla cerimonia sono andato nello studio del medico valdese Matieu per farmi visitare e lui, come ho già ricordato, dopo aver ascoltato i miei respiri con lo stetoscopio, ha chiuso il suo studio e mi ha detto: “la sua situazione è molto grave, andiamo subito al sanatorio di Pracatinat di cui sono direttore”. Se chiudo gli occhi vedo ancora mia mamma che piangendo mi accompagna.

Il dottor Mathieu mi ha trovato una camera bellissima dove sono stato, allettato per diversi mesi e in cura per circa diciassette mesi, fino all’inverno del 1961.

Il sanatorio in cui ero ricoverato era una struttura edificata dalla famiglia Agnelli negli anni trenta per la cura dei malati di tubercolosi. In quel periodo non esistevano ancora cure efficaci, ma si pensava che l’aria di alta montagna (eravamo a più di 1650 metri di quota) facesse comunque bene ai pazienti. Il primo antibiotico efficace per la tubercolosi, la streptomicina, è stato introdotto durante la seconda guerra mondiale, nel 1943.

Fortunatamente quando sono stato ricoverato nel 1959 erano già disponibili antibiotici efficaci, anche se nei primi mesi la mia condizione era davvero molto grave. Le lastre parlavano chiaro: la tubercolosi aveva creato una grande “caverna” nel polmone sinistro e anche il polmone destro aveva molti microbi attivi.

Ricordo la competenza e l’affetto di chi mi ha seguito in quel periodo. Appena arrivato mi hanno detto: “adesso è giugno… almeno fino a Natale non può né parlare, né stancarsi per visite o altro. Deve solo riposare e sperare che il suo corpo reagisca bene.

Non avrei potuto spostarmi di lì per lungo tempo, nemmeno per andare a trovare i miei. I medici che mi hanno seguito e suor Isa, la caposala, mi hanno detto: “no, no il male è troppo serio… abbia fiducia… più avanti, se tutto procede bene, potrà riprendere a parlare, ma tra molti mesi. Io mi sono fidato e mi sono riposato, anche se dormivo male perché respiravo a fatica.

C’è stato un momento in cui la situazione è precipitata, sembravo ormai in fin di vita: per questo mi è stato impartito il sacramento “dell’estrema unzione”. Anni dopo, guarito del tutto, scherzerò con alcuni amici ricordando che sono una delle poche persone cha ha ricevuto nella sua vita tutti i sette sacramenti cattolici.

A distanza di anni da quel periodo complicato posso dire che sono stato molto fortunato: mi hanno salvato il riposo ma soprattutto gli antibiotici con cui i medici mi hanno potuto curare da subito. E’ stata un’esperanza di vita che ha segnato profondamente la mia vita. Quel lungo periodo di silenzio a guardare il “Becco dell’aquila”, una montagna visibile dalla finestra della mia stanza, ha arricchito profondamente la mia spiritualità.

Era piena estate quando, nei primi mesi del mio ricovero, ho conosciuto due ragazzi, che a differenza di me potevano muoversi e parlare e ben presto sono diventati miei cari amici: Bruno (siciliano di Sciacca è ancora vivo e qualche anno fa mi ha confidato che gli piacerebbe tornare in Piemonte per rivedere l’ormai ex sanatorio) e Carlo (qualche anno dopo il nostro ricovero a Pracatinat ha conosciuto una donna e mi ha chiesto se potevo sposarlo io; purtroppo è morto qualche anno fa).

Quando li ho visti la prima volta mi hanno detto “abbiamo sentito che c'è un prete, ci piacerebbe leggere con te il vangelo”, ed io ho risposto “ma io non sono prete, sono ancora suddiacono, devo ancora diventare diacono prima di arrivare ad esse presbitero”.

Anche se dovevo stare a letto senza parlare, in quel periodo potevo scrivere tante lettere e soprattutto leggere i libri di teologia che mi portava il rettore del seminario. Anche Mario Polasto, che era stato mio collega al seminario ed aveva ricevuto il suddiaconato lo stesso mio giorno, mi mandava dei suoi scritti.

I miei due compagni di sanatorio, Bruno e Carlo, stando decisamente meglio di me, potevano muoversi e parlare e venivano tutti i giorni nella mia stanza a trovarmi. Periodicamente ci trovavamo in camera per fare insieme un gruppo di lettura, io li ascoltavo e loro leggevano per me.

Suor Isa mi ricordava sempre: “lei può ascoltarli e può farli leggere, ma non può parlare… deve avere pazienza… sperare e aspettare”.

Il primo maggio 1960, dopo quasi un anno di letto, quando già avevo compiuto da più di due mesi 21 anni, mi hanno finalmente dato la possibilità di parlare: “da ora in poi può parlare un quarto d’ora alla settimana”.

Quel giorno il mio amico Bruno è passato come sempre a trovarmi e mi ha detto: “Franco adesso tu puoi parlare”. Io gli ho risposto: ”cosa potremmo fare insieme?”... e lui: “facciamo un gruppo sul Vangelo?”

Abbiamo così iniziato un gruppo biblico che ha coinvolto 8 ragazzi che erano in sanatorio.

Intanto il tempo passava e la mia salute finalmente migliorava: dopo altri due mesi la suora mi ha detto “dal quarto d'ora possiamo passare a 25 minuti”.

Sono rimasto ricoverato per 17 mesi al sanatorio di Pracatinat e finalmente nell’inverno del 1961, ormai guarito sono potuto rientrare a Pinerolo.

 

sabato 28 il prossimo appuntamento con le “Storie…”

 

da Internazionale del 13/03/2026

Donne contro


Una manifestazione in occasione della giornata internazionale della donna a Manila. Il corteo, diretto all’ambasciata statunitense, è stato bloccato da uno schieramento di agenti, ma invece di fermarsi ha proseguito scontrandosi con i poliziotti. “Siete americani? Perché siete al servizio degli americani?”, hanno chiesto le manifestanti del gruppo femminista Gabriela, organizzatore della protesta contro l’attacco all’Iran di Stati Uniti e Israele che si è tenuta l’8 marzo nella capitale filippina.


da Il Manifesto del 06/03/2026

Più scienza che difesa, ma la Cina aumenterà il budget militare del 7%

di Lorenzo Lamperti


Consumi, tecnologia, autosufficienza. E, come ha indicato Xi Jinping ai funzionari del Partito comunista, superamento della «ossessione del pil». Le parole chiave del futuro modellato da Pechino durante le “due sessioni”, le riunioni legislative e consultive annuali del sistema politico cinese, risentono delle turbolenze internazionali. A partire dalla guerra in Medio oriente, che ieri ha spinto il governo a chiedere la sospensione delle esportazioni di diesel e benzina per evitare carenze nelle scorte.

Nella sua ulteriore istituzionalizzazione di un modello di crescita guidato dalle necessità strategiche nazionali, Pechino annuncia una maggiore cautela sulla crescita. Il premier Li Qiang, aprendo i lavori dell’Assemblea nazionale del popolo, ha fissato un obiettivo tra il 4,5 e il 5%. Un target cauto e meno rigido, in calo rispetto al «circa 5%» degli scorsi anni e al livello più basso dal 1991, prima della seconda ondata di riforme fiscali e privatizzazioni guidate da Deng Xiaoping. «Dovremo far fronte a un ambiente più complesso e risolvere contraddizioni più radicate», ha d’altronde riconosciuto ieri Xi Jinping, parlando ai delegati dello Jiangsu.

Il target sul pil chiarisce che il rallentamento della crescita è strutturale, ma anche che il governo vuole darsi lo spazio per affrontare i problemi principali del suo modello di sviluppo. A partire dai consumi, tanto che Li ha indicato nell’espansione della domanda interna la prima priorità del 2026 e del nuovo piano quinquennale fino al 2030, che verrà approvato prima della conclusione dei lavori di giovedì prossimo.

L’obiettivo è funzionale alla riduzione della dipendenza dalle esportazioni, minacciate dai conflitti globali e dagli scontri commerciali, ma sin qui sempre sfuggito. Per riuscire nell’impresa, Li ha annunciato «politiche monetarie più flessibili» e «politiche fiscali più proattive». Il governo è chiamato a bilanciare tra esigenze immediate e una visione di lungo termine in cui si vogliono ridurre i rischi sistemici come la crisi dell’immobiliare e dei fondi fiduciari. Ed ecco allora l’emissione di 1,3 trilioni di yuan (170 miliardi di euro) in titoli speciali del Tesoro, per supporto ai consumi e ad altre misure strategiche, con ulteriori 300 miliardi di yuan (39 miliardi di euro) di sostegno alle banche.

Il secondo pilastro è il rafforzamento delle «nuove forze produttive». Chip, tecnologia quantistica, biomedicina e intelligenza artificiale sono chiamati a diventare i nuovi traini di una crescita di maggiore qualità e più strategica. Pechino sa che si tratta dei principali nodi della competizione con gli Usa, tanto che si ribadisce l’enfasi al perseguimento dell’autosufficienza tecnologica, orizzonte necessario per schermarsi dalle restrizioni alle catene di approvvigionamento più avanzate. Non a caso l’aumento più pronunciato degli investimenti settoriali, +10,4%, riguardi proprio scienza e tecnologia.

Crescono meno rapidamente le spese di difesa: +7%, con un rallentamento dello 0,2% della crescita rispetto al 2025. La Cina prova dunque a dare un segnale di stabilità sul budget militare, anche se l’attacco contro l’Iran conferma a Pechino la necessità di accelerare il già ampio processo di rafforzamento dell’arsenale nucleare come forma di deterrenza. Attenzione anche a possibili nuove nomine, dopo che le indagini e le espulsioni dei mesi scorsi hanno decimato la Commissione militare centrale.

Ieri circolava sui social l’immagine del solitario Zhang Shengmin, a fronte dei palchi del passato ben più nutriti di ufficiali in uniforme.

Il conflitto in Medio oriente, con le nuove incertezze sulle forniture di petrolio, potrebbe dare anche un’ulteriore spinta agli investimenti sulle rinnovabili, già imponenti. Li ha previsto una riduzione delle emissioni di anidride carbonica per unità di pil pari a circa il 3,8% e ha legato lo sviluppo delle nuove energie alla sicurezza.

Su Taiwan, nel rapporto di lavoro di governo si passa dalla tradizionale «opposizione» alla «lotta risoluta» contro «le forze indipendentiste»: un salto lessicale che suggerisce una maggiore attenzione al dossier più sensibile nei rapporti tra Cina e Stati uniti. A tal proposito l’Assemblea nazionale del popolo ha definito la diplomazia tra leader il «motore insostituibile delle relazioni bilaterali». Segnale che, nonostante l’attacco a Teheran, Xi vuole tutelare la visita di Donald Trump, prevista dal 31 marzo al 2 aprile. D’altronde, la prossima settimana sono in programma nuovi colloqui commerciali a Parigi.


da Il Manifesto del 05/03/2026

Teocrazia USA contro gli ayatollah: il disegno è divino

di Luca Celada


«DEUS VULT» Il fanatismo cristiano che pervade l'amministrazione Trump. Si saldano gli oltranzismi religiosi israeliani e statunitensi di estrema destra.

La segnalazione giunta lunedì da un sottufficiale di un’unità militare statunitense, ha denunciato il discorso pronunciato di un comandante che, rivolto alle truppe, ha definito la guerra contro l’Iran degli ayatollah «parte del disegno divino» e ha aggiunto che il presidente Donald Trump «è stato unto dal Signore per accendere il faro-sentinella che segnala l’inizio del ritorno di Cristo in Terra».

È stata solo una delle molte segnalazioni ricevute negli ultimi giorni dalla Military Religious Freedom Foundation, un’associazione che opera per la pluralità religiosa nelle forze armate. Un portavoce ha parlato di «centinaia» di messaggi simili.

Per molti quadri nell’esercito che risponde al ministro che porta tatuato sul bicipite la dicitura «Deus Vult» e sul petto lo stemma dei crociati, la deflagrazione mediorientale scatenata da Israele e Usa rappresenterebbe dunque la guerra profetizzata dall’antico testamento, ad esempio in passaggi come Ezechiele 38-39. Lo scontro finale fra forze del bene e del male è raffigurato nel libro dell’apocalisse come conflitto fra popolo eletto e una confederazione di nazioni nemiche.

Mentre prosegue il paradossale balletto dei mutevoli obbiettivi e finalità, emerge, in fondo non meno plausibile come movente, il fanatismo irrazionale che pervade il regime Trump e la corrente integralista religiosa della sua coalizione. A questa appartiene il “ministro della guerra” Pete Hegseth, seguace di Douglas Wilson, teologo e predicatore “post millenarista” dell’Idaho. Hegseth, che ha istituito regolari sedute di preghiera al Pentagono, oltre che militarista e convinto interventista, è fautore di dottrine apertamente teocratiche ispirate a sette evangeliche.

L’escatologia avventista evangelica è particolarmente incentrata sul giudizio universale. In quella cosmologia lo scontro militare di Armageddon prelude al “rapimento” (l’ascensione) dei fedeli come ricompensa divina. Un avventismo endemico negli ambienti del cristianesimo fondamentalista americano. La teologia evangelica, in cui spesso risalta un’ossessione con la “fine dei giorni”, è stata cooptata come elemento coesivo dall’estrema destra e fondamento ideologico delle “battaglie” culturali sin dalla Reagan revolution degli anni 80.

La visione fosca e implacabile, con radici puritane mutuate dai revival pentecostali e carismatici, costituisce da allora la matrice teologica e baricentro motivante del movimento conservatore e negli anni ha normalizzato vedute estreme sull’apocalisse prossima ventura che prelude alla grande tribolazione e alla seconda venuta di Cristo in terra.

L’apoteosi trumpista ha permesso l’inserimento di esponenti integralisti e cristo-nazionalisti (l’accezione più estrema e dottrinaria) ad ogni livello del governo. Da Mike Johnson “speaker” della Camera, che parla apertamente di «possessione demonica» dei membri dell’opposizione (e che ieri ha definito «difettosa» la religione islamica), a Russell Vought, il potente direttore dell’ufficio del bilancio e metodico picconatore dello stato amministrativo e assistenziale. Personaggi spesso legati alla Heritage Foundation, think tank “aggregatore” di pensiero neo reazionario e di area integralista.

Il movimento contiene anche un’influente ala cristo-sionista che ha esponenti come Mike HuckAbee, ex telepredicatore e governatore dell’Arkansas, attuale ambasciatore a Gerusalemme (e forte sostenitore del movimento dei coloni in Cisgiordania).

La convergenza fra oltranzismo religioso di estrema destra israeliana e americana trova una saldatura nell’attuale guerra e nella condivisa sintonia “profetica”. Dall’idea di “grande Israele” alla profezia del Monte del Tempio, che considera la ricostruzione del ritorno del messia degli Ebrei.

Resta naturalmente l’ironia dell’allineamento di queste correnti dietro a un apostata antitetico a ogni concetto di pietà religiosa. Donald Trump è tuttavia elevato dalla teo-ideologia, a “vascello imperfetto” del disegno divino, un accettabile compromesso. In ambienti sionisti, intanto, il presidente americano è paragonato al benefattore Re Ciro, il sovrano persiano riverito per aver liberato gli Ebrei dalla prigionia babilonese.

Hegseth è principale fautore della forza militare come strumento di dominio e di quest’ultimo come dimensione sostituiva della politica. È sua la ricorrente formulazione del “FAFO” (fuck around and fund out – «fai il furbo e vedrai»). Solo ieri ha dichiarato che l’Iran sarà «controllato a distanza» dalla supremazia militare Usa. Ma le espressioni di forza bruta non sono mai lontane da suggestioni apocalittiche e religiose che considerano una prossima distruzione del mondo un’auspicabile realtà teologica. Convinzioni che, con eccezionalismo e militarismo, accomunano le due potenze che hanno innescato la polveriera iraniana.

Lasciare le sorti del mondo in mano a chi considera predestinato e inevitabile la sua distruzione non è mai stato saggio. Perseverare nell’ignavia e nell’acquiescenza sembrerebbe davvero suicida.