martedì 21 aprile 2026

LA FESTA E LA FEDE IN DIO


Lunedì 7 Aprile Anna Avena ha concordato con Margherita Favole di venire a Pinerolo in Via Porro 16 per ricordare i suoi 90 anni e per regalarci a vicenda il dono di vederci, abbracciarci, ricordare quanto Dio abbia accompagnato il nostro cammino quotidiano, le sue gioie e i suoi impegni e le mille situazioni che la vita presenta a noi uomini e donne.

Nei volti dei presenti fioriva la gioia dei cuori in una armonia che le due ore attorno al tavolo ci hanno donato: trovarci, scambiare le nostre esperienze ha fatto gustare quanto Dio ci abbia accompagnato nelle strade del Vangelo.

Eravamo presenti oltre ad Anna e Margherita, Giorgio e Grazia, Sarya e Najate, Franco: tutti con una intensa gioia che ci ha fatto pensare ad un altro incontro così semplice.

Con un abbraccio a tutti e a tutte, vi saluto

                                                                               Franco Barbero

da “Proposte al popolo di Dio” di Franco Barbero - 2016


Racconto

“Quando rabbi Isaac Meir era un bambino…

qualcuno gli chiese: “Isaac Meir, ti do un fiorino 

se mi dici dove abita Dio”.

Ed egli rispose: “Ed io ti do due fiorini,

se mi sai dire dove non abita”.

     (Martin Buber, I racconti dei chassidim, Garzanti)



“Se avessi il dono della profezia

e conoscessi tutti i misteri

e tutta la scienza e avessi tutta la fede

da spostare i monti, ma non avessi

amore, non sarei nulla”.

      (1 Corinzi 13,2)


da Pressenza del 19/04/2026

Restituire l'infanzia

di Giorgio Agamben


Non si comprende la concezione che la nostra cultura si fa dell’essere umano se non si ricorda che alla sua base sta un uomo senza infanzia: Adamo. Secondo la narrazione della Genesi, l’uomo che il Signore crea e pone nel giardino di Eden è un adulto, a cui Egli parla e dà dei comandi e per il quale crea una compagna perché non sia solo. E soltanto un adulto, e non certo un in-fante, poteva dare un nome a tutti gli animali del giardino.

Non stupisce che un essere senza infanzia non possa rimanere innocente e sia fatalmente destinato alla colpa e al peccato.

Forse il pessimismo che condanna l’Occidente cristiano a rimandare sempre al futuro felicità e compimento proviene da questa singolare carenza, che fa di Adamo un essere costitutivamente privo d’infanzia. Ed è forse per questa mancanza più originale di ogni peccato che, da una parte, l’infanzia è per ciascuno di noi il luogo della nostalgia dell’impossibile felicità e, dall’altra, nell’organizzazione sociale, una condizione difettiva, che bisogna ad ogni costo disciplinare e ammaestrare. E se la psicanalisi vede nel bambino il soggetto nascosto di ogni nevrosi, ciò è forse proprio perché da qualche parte agisce in noi il paradigma adamitico di un uomo senza infanzia.

Ciò significa che la guarigione della malattia dell’Occidente – cioè di una cultura adulta che, reprimendo l’infanzia, finisce per condannarsi alla puerilità – sarà possibile solo se saremo capaci di restituire a Adamo la sua infanzia.


Pubblicato su Quodlibet (con il titolo L’infanzia di Adamo). Tra i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi).


da Pressenza del 17/04/2026

Massiccia protesta ieri sera a Tel Aviv contro la violenza dei coloni in Cisgiordania

di Pressenza IPA


Centinaia di manifestanti si sono radunati ieri sera (16 aprile) in Piazza Habima a Tel Aviv per protestare contro l’escalation di violenza dei coloni in Cisgiordania e per ricevere le testimonianze di alcune vittime sia palestinesi che israeliane relativamente ad alcuni recenti episodi durante situazioni di cosiddetta “presenza protettiva”. Un presidio che gli organizzatori hanno descritto come la prima massiccia pubblica manifestazione in Israele incentrata specificamente su questo tema.

La protesta è stata organizzata da una coalizione di gruppi della società civile e anti-occupazione, in un contesto di forte aumento degli attacchi dei coloni in Cisgiordania negli ultimi mesi. I partecipanti hanno chiesto al governo israeliano e alle forze di sicurezza di intraprendere azioni concrete contro i responsabili, sottolineando l’inutilità delle condanne ufficiali rispetto all’effettiva applicazione delle leggi.

I manifestanti hanno denunciato quello che hanno descritto come un drammatico aumento degli attacchi da quando l’attuale governo è entrato in carica: attacchi che hanno preso di mira palestinesi, attivisti israeliani e, in alcuni casi, lo stesso personale di sicurezza israeliano. Gli organizzatori hanno affermato che tali incidenti hanno incluso gravi aggressioni, distruzione di proprietà, incendi dolosi e violenze di massa.

Le vittime palestinesi e israeliane dei recenti attacchi dei coloni si sono rivolte alla folla, condividendo testimonianze personali e sollecitando un maggiore coinvolgimento pubblico nelle iniziative di “presenza protettiva” a sostegno delle comunità palestinesi sempre più vulnerabili in Cisgiordania.

In rappresentanza dei più recenti episodi hanno parlato:

Adi Cohen, un volontario dell’iniziativa “Presenza protettiva” che il mese scorso è rimasto ferito in un attacco contro attivisti israeliani nel villaggio palestinese di Qusra e ha così dichiarato: “Da quel piccolo avamposto illegale, i cui abitanti sono scesi per cercare di ucciderci, negli ultimi mesi sono scaturiti decine di attacchi, incendi dolosi, pestaggi e almeno tre omicidi di palestinesi. La violenza che abbiamo subito – e spesso ben peggiore – è quella che i palestinesi subiscono quotidianamente in tutta la Cisgiordania. Non ci può essere alcuna giustificazione per tale violenza. Il terrore dei coloni deve essere fermato».

Yael Levkovitch, insegnante e volontaria del gruppo “Protective Presence” rimasta ferita anche lei nell’attacco di Qusra, ha dichiarato:

«Questi fenomeni devono essere affrontati a tutti i livelli: dai giovani violenti, ai coloni e al pubblico che chiude un occhio, fino alle autorità che li sostengono. Se lo Stato e l’esercito non fermeranno questa violenza, allora dovrà essere la società ad agire».

Oded Pavorish, attivista di lunga data, anche lui rimasto ferito nell’attacco a Qusra, ha poi dichiarato: «La violenza dei coloni continua perché coloro che la perpetrano sono certi del sostegno delle forze dell’ordine israeliane. Attaccano civili disarmati sapendo che difficilmente subiranno conseguenze».

E’ intervenuto infine Oded Yedaya, preside della Minshar School of Art e anche lui attivista di “Protective Presence”, ferito in un attacco vicino al villaggio di Beita: «Questi avamposti non sono opera di estremisti marginali. Questa violenza è parte integrante del progetto di insediamento. Gli autori ricevono sostegno, finanziamenti e armi dalle autorità statali».


da Volere la luna del 13/04/2026

L’infausta profezia di Creso e la fine dell’Impero d’Occidente

di Marco Revelli

Creso, il ricchissimo sovrano della Lidia, quando (intorno al 546 a.C.) decise di attaccare la confinante Persia, che considerava un insopportabile ostacolo alla propria potenza, si rivolse all’oracolo di Delfi, ricevendone l’ambivalente risposta: se avesse varcato il fiume Halys e dichiarato guerra ai persiani, “un grande impero sarebbe stato distrutto”. Inebriato da quella che gli apparve come un’indubbia profezia di vittoria, senza stare a pensarci troppo sopra, mosse l’esercito per scoprire subito dopo che l’impero destinato a crollare non era quello nemico bensì il suo, costretto alla ritirata da Ciro il Grande nella battaglia di Pteria, inseguito fino alle mura della sua capitale Sardi e fatto prigioniero. Lo racconta Erodoto, nel primo libro delle sue Storie. 

Noi non sappiamo quale oracolo abbia consultato Donald Trump prima della sciagurata decisione della fatidica notte di fine febbraio. Certo è che, allo stato attuale delle cose, gli esiti sembrano in qualche misura simili a quelli subiti da Creso: dopo un mese e mezzo di guerra, l’Iran è ancora in piedi, il suo potenziale militare non appare esaurito, lo stretto di Hormuz è bloccato e sotto il controllo delle armi iraniane, le basi americane nel Golfo sono pesantemente colpite e/o neutralizzate, il tanto mitizzato Iron Dome israeliano si è clamorosamente rivelato vulnerabile come un colabrodo. Soprattutto, l’intero sistema di alleanze degli Stati Uniti come baricentro dell’Occidente appare gravemente vulnerato e attraversato da fratture sempre più profonde mentre cresce simmetricamente la rete di connessioni geopolitiche dell’Iran (non solo Cina e Russia, ma ora anche l’Unione Africana) e Israele appare sempre più isolato nella sua immagine di Stato terroristico, nemico e minaccia per l’umanità non solo per il genocidio di Gaza ma anche per aver causato, con una decisione miope e unilaterale, una crisi energetica e finanziaria che colpisce l’intero pianeta.

Ci sono tutti gli ingredienti per parlare della crisi – o (possibile) fine – di un Impero (L’Impero Americano? L’Impero d’Occidente? Ognuno scelga l’etichetta). O, se si preferisce, di un (possibile) “passaggio di egemonia”. Oggi,  può essere letta come il segno di una nuova crisi egemonica, senza tuttavia che s’intravveda, a riempire il vuoto della vecchia, l’emergere di una nuova potenza egemonica “indiscutibile”.

Come che sia, certo è che l’Occidente, come l’abbiamo conosciuto fino a ieri, non esiste più. E che al centro di questa mutazione genetica sta la crisi, conclamata, strutturale, dell’Impero americano che dell’Occidente novecentesco è stato il baricentro. I sintomi si vedono con chiarezza, anche a occhio nudo, semplicemente osservando i comportamenti personali degli uomini al comando. Sempre più spesso segnati da vere e proprie sindromi psicopatiche, per i quali ritornano, anche sulle stampa più paludata, termini come “delirante”, “demenziale”, “fuori controllo”, ecc. Quando l’uomo che ha nelle mani il destino del mondo e a disposizione un potenziale distruttivo assoluto, usa espressioni come “Open the Fuckin’ Strait, you crazy bastards, or you’ll be living in Hell – JUST WATCH!” che tradotto in italiano suona più o meno così:  “Aprite quel cazzo di Stretto, pazzi bastardi, o vivrete all’inferno – VEDRETE!”. O quando, frustrato da una guerra che gli va storta, minaccia in una notte di “cancellare una civiltà millenaria” e poi per una trattativa non riuscita minaccia di bloccare in acque internazionali tutte le navi che osino passare dallo stretto pagando il pedaggio… O ancora, nel pieno di una crisi politico-militare di gravità estrema, ricorre sistematicamente alle più plateali menzogne. Quando tutto ciò accade sotto lo sguardo di tutti, significa che lo stato di salute di quella parte del mondo è patologicamente compromesso. Che il suo potere sovrano ha perduto quel punto essenziale di raccordo tra realtà e percezione che è il linguaggio, quello che gli antichi chiamavano “Logos”: lo strumento attraverso cui l’esistente viene ricondotto a misura umana, ovvero a “cosa” comprensibile dagli uomini.

Si deve parlare di “collasso del linguaggio”, in particolare del linguaggio del potere in questo spicchio sempre più raggrinzito di mondo, dove “la contraddizione è normalizzata” e “le parole non servono più a chiarire il reale ma a renderlo sopportabile nella sua incoerenza”. Ebbene, quel male oscuro che colpisce la parola rendendola inerte, è il sintomo più drammatico del declino dell’entità geopolitica nel cuore della quale la patologia si è radicata e lavora. Assumerne l’incoerenza come condizione normale dello stato di cose esistente è già, di per sé, una diagnosi infausta sulla speranza di vita dell’organismo che la ospita. Così come un segno negativo è il diffondersi, all’interno dell’establishment al potere – nel nostro caso nel ventre della Casa Bianca – di retoriche apocalittiche o di forme tendenzialmente estreme di misticismo millenaristico, con venature carismatiche, esoteriche,  tutte più o meno riconducibili a una visionarietà da “fine dei tempi”, o comunque a un orizzonte terminale.

“Il presidente Trump è stato unto da Gesù per accendere il segnale di fuoco in Iran, scatenare l’Armageddon e segnare il suo ritorno sulla Terra“: sono le parole rivolte da un alto ufficiale dell’esercito americano ai propri subalterni nei giorni in cui veniva lanciata l’Operazione Epic Fury, evidentemente influenzate dalle correnti religiose più fanatiche che, seguendo il testo dell’Apocalisse di Giovanni, attendono che, nell’omonima piana in Israele, a  una quindicina di chilometri da Nazareth, i tre “spiriti immondi” comparsi dopo che l’Angelo ha versato nel fiume la sesta coppa contenente l’”ira di Dio”, radunino i re del mondo per lo scontro finale con Dio. Sono state segnalate dalla Military Religious Freedom Foundation (Mrff), un gruppo che monitora l’estremismo religioso nelle forze armate Usa, come esempio di un “sentiment” che non riguarda solo alcune componenti (fanatizzate) delle gerarchie militari ma anche una parte consistente della corte che circonda Donald Trump, fortemente innervata da personalità influenzate da organizzazioni come la famigerata NAR – Nuova Riforma Apostolica, “potente rete suprematista cristiana” i cui seguaci si considerano “impegnati in una guerra spirituale cosmica contro le forze del male” e “credono che Dio li abbia incaricati di usare la violenza spirituale per sconfiggere Satana e poi costruire il regno di Dio sulla Terra”, oltre a considerare Donald Trump una sorta di reincarnazione di Jehu, “il re vendicativo che restaurò il regno di Israele attraverso una spietata purga contro la casa di Acab e il culto di Baal”. O come i cosiddetti “Theo Bros” (abbreviazione di theology brothers), un gruppo di pastori e predicatori aderenti all’evangelismo riformato e al nazionalismo cristiano con “idee che includono l’adozione della Bibbia come legge fondamentale dello Stato” (ovvero rimpiazzare la Costituzione con i Dieci Comandamenti) e l’instaurazione di un sistema giudiziario con “magistrati cristiani” unito alla reintroduzione della fustigazione pubblica, oltre a un profondo maschilismo e a una diffusa misoginia (tra le proposte quella di abolire il 19esimo emendamento, che ha riconosciuto il diritto di voto alle donne).

Ora, se andiamo a spigolare, lungo il corso storico, nelle vicende dei grandi imperi nell’inevitabile successione di nascita, crescita, declino e morte, non è difficile notare come, generalmente, le fasi crepuscolari sono state con evidenza segnate dalla presenza di fenomeni psico-culturali simili, con la comparsa significativa nelle loro figure apicali, tra i regnanti e le loro corti, di forme variegate di radicalizzazione superstiziosa, fascino della dimensione profetica o apocalittica, affidamento a pratiche esoteriche spinte al limite della psicosi. 

E’ un’ ulteriore conferma della tendenza al declino della potenza imperiale americana (la perversione dei vertici è un altro sintomo della crisi delle potenze imperiali) e più in generale dell’Occidente che così ha perso definitivamente (se ancora ne residuava qualche brandello) la propria pretesa a una qualche superiorità morale, e divenuto simbolo invece di un’epocale corruzione dell’anima delle proprie classi dominanti.













da Il Manifesto del 03/04/2026

Gaza tra raid e cortei per i prigionieri

di Chiara Cruciati


«Gaza la scorsa notte…non è stata una notte qualsiasi, è stato un test di resistenza e di sopravvivenza. Le esplosioni hanno squarciato il silenzio, scuotendo le case fin dalle fondamenta. I bambini si sono aggrappati impauriti alle madri, mentre i pazienti negli ospedali pregavano che l’elettricità durasse ancora un po’… La notte scorsa non è stata un evento passeggero: è stata un’ulteriore testimonianza della sofferenza di un popolo in cerca di sicurezza tra oscurità e fumo».

È il messaggio pubblicato su X dal dottor Hamza Alsharif, anestesista all’European Hospital di Gaza. Racconta della notte tra mercoledì e giovedì: l’esercito israeliano ha confermato che la tregua non esiste. Bombe dal cielo, bulldozer a demolire altre case, colpi di artiglieria e carri armati in avanzata da est verso ovest ad ampliare la «linea gialla», confine unilaterale con cui Israele ha tagliato via il 53% della Striscia. Una donna è stata uccisa ad al-Maghazi, un uomo a Khan Younis, dove altre tre persone (tra cui un bambino) sono rimaste ferite.

La mattina dopo Gaza si è messa in fila davanti ai pochi centri di distribuzione degli aiuti ancora aperti: la chiusura dei valichi, quasi totale, non permette sollievo. Tanti altri palestinesi si sono messi in marcia, in cortei tra i vicoli in macerie di Jabaliya e le strade di Gaza City, in solidarietà con i prigionieri politici e contro la nuova legge israeliana sulla pena di morte, a dimostrazione che – nonostante il genocidio e la sua quotidianità di privazione – si alza ancora la voce.

Dal 7 ottobre 2023 l’esercito israeliano ha ucciso 72.300 palestinesi a Gaza, un bilancio sottostimato: mancano al conto migliaia di dispersi sotto le macerie e le fosse comuni e i morti per cause «indirette» (fame, freddo, malattie). Dall’11 ottobre, inizio della «tregua», Israele ha ucciso 713 palestinesi e ne ha feriti 2mila. Altri 756 corpi sono stati recuperati dalla protezione civile.


lunedì 20 aprile 2026

Gruppo biblico del martedì, domani 21 aprile


Cari amici e amiche del gruppo biblico del martedì,

Domani sera ci incontreremo alle ore 18:00 per leggere e commentare il capitolo 12 del Vangelo di Marco.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.

Questo è il LINK per il collegamento:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A domani.

Sergio

Ad un omosessuale, 1971

 

Tu abiti

spesso

l’inferno tragico

della clandestinità

per l’arroganza

di chi crede

che esser diverso

da iui

significhi

essere spregevole.

Vince ancora

la squallida normalità

che non sopporta

il mistero.

Perché

Perché la lampada si spense?

La coprii col mantello

per ripararla dal vento,

ecco perché la lampada si spense.

Perché il fiore appassì?

Con ansioso amore

me lo strinsi al petto,

ecco perché il fiore appassì.

Perché il ruscello inaridì?

Lo sbarrai con una diga

per averlo solo per me,

ecco perché il ruscello inaridì.

Perché la corda dell’arpa si spezzò?

Tentai di trarne una nota

al di là delle sue possibilità,

ecco perché la corda si spezzò.

R. Tagore, Poesie, Grandi Tascabili Newton, pag. 218.


Canto di Benedizione


Sii benedetta, sorella mia,

sii benedetta nel tuo cammino…

Va’ dunque tranquilla, sorella mia,

lascia che il coraggio sia il tuo canto.

Tu hai parole da dire,

a modo tuo,

e stelle per illuminare la tua notte.

E se ti senti stanca

e il canto del tuo cuore non ha ritornello,

ricorda che ti staremo aspettando

per risollevarti.

E noi ti benediremo, sorella nostra…”.

                       (Dal Blessing Song di Marsie Silvestro)


da Il Fatto Quotidiano del 05/04/2026

Fronte Libano - Guerra infinita

“Prima Gaza, adesso noi. 

Il mondo si è abituato”

di Alba Nabulsi


Sono stanche, le voci che ricevo dall’altro capo del telefono, ed è forse questo l’unico tratto che le accomuna. Sono voci che provengono dalla regione di Beirut e dal Sud del Libano, accavallandosi a formare una polifonia spesso discordante e dissonante: dall’analisi del presente alle possibili soluzioni, poco le accomuna.

Inizio il mio itinerario nel cuore del Sud, partendo da Nabatieh. Mohamed, laico, cittadino vicino al partito comunista libanese, mi congela con la prima frase: “Sono stato già profugo durante la precedente aggressione israeliana al Libano, sono rimasto senza lavoro per mesi, riparando sulle alture; ho deciso che questa volta, rimarrò qui, assieme ai miei genitori: se questa casa svanirà, svanirò con essa”. Nonostante una forte antipatia politica verso Hezbollah, di cui pure riconosce il diritto a presenziare nell’arena politica nazionale, egli riconosce lo sforzo dei “ragazzi al fronte” nel difendere il territorio libanese e la sua casa, e punta il dito verso Israele che definisce “la nostra maledizione” e che, teme, “ci riporterà a prima del 2000; Israele è la ragione per cui nessuno nella regione trova pace; ieri toccava a Gaza, e oggi tocca a noi”.

Di tutt’altra lettura invece Sam, cristiano, che abita e lavora all’estero ma è di ritorno in Libano per le feste pasquali; filo-americano, proviene da un villaggio cristiano nella periferia della città di Beirut, non lontano da Dahye, pesantemente bombardata nei giorni scorsi, dove dice “ho molti amici, che ancora adesso piango”. Pur criticando la corruzione governativa regnante in Libano, apprezza gli sforzi del recente governo, e punta il dito sul “separatismo politico” di cui incolpa “le comunità sciite e i suoi rappresentanti”. La sua ricetta è quella dell’unità nazionale in salsa filo-trump, di cui applaude il Board of Peace; mi parla di un “inevitabile accordo di pace con Israele”, e della resa delle armi all’esercito nazionale da parte di Hezbollah, che ritiene antagonista all’interesse anche di altre componenti a suo dire, tra cui molti drusi e sunniti.

AL FRONTE invece, un giornalista e reporter, rilascia una testimonianza molto diversa: “Ho intervistato e raccontato il dramma dei civili coinvolti nei vari attacchi israeliani, ricevendo costanti minacce di morte. Sono cresciuto sopra le macerie dei villaggi

dei miei genitori. Da anni costruisco un archivio degli attacchi all’integrità territoriale libanese da parte di Israele, che opera dividendo l’opinione pubblica nazionale e riattivando antichi rancori, proteggendo le comunità cristiane ed accanendosi sul Sud del Libano, l’unica loro battaglia persa”. Aggiunge: “Senza il bilanciamento di potere iraniano nella regione siamo perduti”.

Un operatore italiano presso una importante ong internazionale sita a Beirut ci dà qualche cifra: un milione di sfollati, precarietà delle condizioni educative (le scuole si sono infatti trasformate in rifugi), accanimento sulle comunità sciite, bombardamenti sempre più intensi anche contro i reporter e double tap contro gli operatori sanitari: tecnica che consiste nel colpire una volta target civili e poi i soccorritori accorsi in loro aiuto.

L’ultima testimonianza è quella di Angela, di famiglia sunnita, italo-libanese, cresciuta in Italia in una famiglia mista, che da cinque anni ha deciso di tornare a vivere nella città di suo padre.

Ci racconta della paura di un ritorno alla guerra civile, delle speranze tradite della “rivoluzione” dei sollevamenti popolari del 2019-2020. La chiave, secondo lei, è in una svolta politica: quella di trasformare il Libano in una società non settaria o clientelare, su base identitaria e religiosa, per poter immaginare un futuro “diverso da quello che si prospetta dinanzi a noi, e che vuole condannati o al collasso economico-politico o all’annessione israeliana”.