venerdì 15 maggio 2026

ROMERO, ti faranno santo

(questa preghiera è stata scritta da don Franco Barbero tre giorni dopo l’assassinio di Romero…)


Romero,

nostro fratello: 

prima 

ti hanno lasciato solo 

i tuoi colleghi vescovi…, 

solo come soli 

si lasciano i poveri.

Ora

che brilli di martirio, 

del tuo sangue 

vogliono ornare 

le loro porpore imperiali.

E’ ancora così: 

il potere s’innalza 

e si nutre, 

famelico, 

del sangue dei poveri.

Così <<ricuperano>> i profeti

quelli che prima

li hanno fatti fuori.

Dalla serra dei gerarchi

eri andato a collocarti,

faticosamente,

sulle strade dei poveri;

ora tentano di riportarti

<<a palazzo>>,

mentre le tue ossa fremono.


E essenziale che il mondo ricco elimini le disuguaglianze

di papa Francesco - ottobre 2021


Secondo sant’Agostino, tutta la perfezione della nostra vita è contenuta nel "discorso della montagna" (Mt 5); e lo dimostra con il fatto che Gesù Cristo include in esso il fine al quale ci conduce, ossia la promessa di felicità. Essere felice è ciò a cui più anela l'essere umano. Pertanto il Signore promette la felicità a quanti desiderano vivere secondo il suo stile ed essere riconosciuti come beati.

Tutta la felicità è inclusa in queste beate parole di Cristo. Ora, sebbene tutti gli esseri umani desiderino la felicità, differiscono nei loro giudizi concreti su di essa: alcuni desiderano questo, altri quello. Oggi ci imbattiamo in un paradigma imperante, molto diffuso dal "pensiero unico", che confonde l'utilità con la felicità, il divertirsi con il vivere bene e pretende di diventare l'unico criterio valido di discernimento. Una forma sottile di colonialismo ideologico. Si tratta d’imporre l’ideologia secondo la quale la felicità consisterebbe solo nell’utile, nelle cose e nei beni, nell'abbondanza di cose, di fama e di denaro. (…)

Possiamo essere molto attaccati al denaro, possedere molte cose, ma alla fine non le porteremo con noi. Ricordo sempre quello che mi ha insegnato mia nonna: "il sudario non ha tasche”.

Oggi vediamo che il mondo non è mai stato tanto ricco, eppure - nonostante tale abbondanza - la povertà e la disuguaglianza persistono e, cosa ancora peggiore, crescono. In questo tempo di opulenza, in cui dovrebbe essere possibile porre fine alla povertà, i poteri del pensiero unico non dicono nulla dei poveri, e neppure degli anziani, degli immigrati, dei nascituri, dei malati gravi. Invisibili per la maggior parte della gente, sono trattati come “scartabili”. E quando li si rende visibili, si è soliti presentarli come un peso indegno per l’erario pubblico. E’ un crimine di lesa umanità il fatto che, a causa di questo paradigma avaro ed egoista predominante, i nostri giovani siano sfruttati dalla nuova crescente schiavitù del traffico di persone, specialmente nel lavoro forzato, nella prostituzione e nella vendita di organi. (…) 

Paradossalmente lo spirito di povertà è quel punto di svolta che ci apre il cammino verso la felicità mediante un ribaltamento completo di paradigma. (…)


da Il Manifesto del 05/05/2026

La cura necessaria per un mondo senza più limite

Presentazione (a Roma) dell’ultimo libro  di Giuseppe De Marzo, “L’internazionale della Terra” (Minimum Fax - euro 18)

di Daniele Nalbone

Non siamo fuori dalla crisi, siamo dentro una relazione spezzata. Con la Terra, certo. Ma anche tra di noi. La crisi non è un evento esterno, ma il risultato di un modo di stare al mondo. È, prima ancora, una crisi della cura: dell’incapacità di riconoscere e mantenere le relazioni – con la Terra e tra di noi – che rendono possibile la vita.

Nel suo ultimo libro, L’internazionale della Terra (Minimum Fax, pp. 219, euro 18), Giuseppe De Marzo, attivista, economista e oggi direttore della Scuola Gea (Giustizia ecologica e ambientale) insiste su un punto preciso: abbiamo costruito un modello economico, culturale e sociale che si fonda sulla separazione – tra esseri umani e natura, tra individui e comunità, tra economia e vita. Una separazione che inevitabilmente produce squilibri.  

Da qui l’idea di “relazione spezzata”. La vita, sostiene De Marzo, è una rete complessa di entità interdipendenti in cui tutto è connesso e necessario. La crisi nasce quando questa rete viene ignorata o forzata. Quando viene meno, appunto, la cura come principio materiale delle relazioni. Quando ci comportiamo come se fossimo “padroni del mondo”, riducendo le altre forme di vita a oggetti. Le conseguenze: crisi ecologica, disuguaglianze sociali, conflitti. 

Parlare di “relazione spezzata” è più radicale di quanto possa sembrare. Va oltre il semplice “siamo in crisi” ma esclama con forza che la crisi è il nostro modo attuale di stare nelle relazioni. Inutile, quindi, cercare possibili aggiustamenti tecnici nei vari campi: l’unica strada, per De Marzo, è ricostruire quei legami – sociali, ecologici, politici – che abbiamo rotto. 

L’internazionale della Terra non è catalogabile come un libro sull’ambiente o lo è solo se si accetta di uscire da quella riduzione che ha confinato la crisi ecologica a questione tecnica, delegata a vertici internazionali sempre più rituali e sempre meno efficaci. Oggi il punto è un altro. La crisi climatica non è un problema tra i tanti: è il nome contemporaneo di una contraddizione più profonda, che investe il modello economico, la forma della democrazia, sempre meno capace di prendersi cura dei legami sociali ed ecologici, e l’idea stessa di progresso.

Non bastano transizioni graduali: l’unica strada possibile è smettere di vedere nella sola innovazione tecnologica la soluzione e mettere nel mirino quella crescita infinita che continua a orientare le politiche pubbliche, anche mentre i suoi effetti materiali – aumento delle disuguaglianze, collasso degli ecosistemi, impoverimento della sfera democratica – sono sotto gli occhi di tutti. Un messaggio chiaro e netto che fatica però oggi a trovare spazio nel discorso pubblico – anche a sinistra – sempre più schiacciato tra emergenzialismo e tecnicismo. Rifiutare quindi la separazione tra questione sociale e questione ambientale è – per De Marzo – l’unica strada possibile perché senza giustizia sociale non può esserci giustizia ambientale. E viceversa.

È in questa cornice che L’internazionale della Terra attraversa una pluralità di temi, dalla crisi climatica alle guerre, tenuti insieme da un filo rosso: l’assenza di limite. È forse questa la categoria più politica del testo. Il limite non è una soglia tecnica ma un principio rimosso. Il potere economico e il potere politico hanno progressivamente smesso di riconoscere limiti, fino a produrre una forma di dominio che non ha più bisogno di giustificarsi. La crescita infinita diventa così non solo un errore socioeconomico, ma una forma di negazione della realtà.

Non a caso accanto alla critica del capitalismo fossile compare quella alla deriva autoritaria delle democrazie occidentali e al ritorno della guerra come strumento ordinario. L’economia di guerra, in questo scenario, non è una deviazione ma una prosecuzione coerente di un modello fondato sull’estrazione e sull’accumulazione. In questo senso, il libro parla direttamente del presente europeo, delle sue scelte e delle sue rimozioni: dalla difficoltà di rispettare gli impegni climatici alla crescente militarizzazione delle politiche pubbliche.

Il libro, ovviamente, non si ferma alla diagnosi ma ha un’ambizione oggi quasi fuori scala: rimettere in moto l’immaginazione politica. Lo fa insistendo su un punto che negli ultimi decenni è stato sistematicamente (e volutamente) neutralizzato: l’idea che un’alternativa non solo esista, ma sia già in costruzione. Non nei luoghi del potere, ma nelle pratiche sociali, nei movimenti, nelle forme di cooperazione che attraversano i territori. È qui che prende forma l’idea di una “Internazionale della Terra”: non soggetto politico già dato ma processo in atto.

Ed è qui che emerge anche la tensione più evidente del libro; questa internazionale resta, almeno in parte, più evocata che descritta. Le esperienze esistono, sono tante, ma sono frammentate, a volte marginali, non sempre in grado di incidere sui rapporti di forza. De Marzo non ignora questo limite ma sceglie comunque di stare da quella parte: non nel commento della crisi ma nella ricerca delle sue vie di uscita. Ne deriva una tensione irrisolta tra analisi e proposta. Da un lato, la diagnosi è netta e così riassumibile: il modello dominante è incompatibile con la vita. Dall’altro, la costruzione di un’alternativa è affidata più a un processo che a un programma. È una scelta che espone il libro a possibili critiche (una su tutte, quella di una certa indeterminatezza) ma che al tempo stesso ne costituisce la forza.

Perché in un panorama politico che ha rinunciato a pensare il futuro, limitandosi a gestire l’esistente, L’internazionale della Terra fa una cosa semplice e radicale: rimette il conflitto al centro. Non tra opinioni, ma tra modelli di mondo. E lascia aperta una domanda che non si può più evitare: se il problema è sistemico, davvero pensiamo di risolverlo senza cambiare sistema?


C’è un’Italia che vende armi…

Franco Barbero

da Domani del 03/05/2026

<<Armi per Israele a Gioia Tauro>>

<<Il porto di Gioia Tauro è ancora al centro della rotta dei rifornimenti militari diretti a Israele>>, denunciano i movimenti BDS Calabria e gruppo embargo militare, Coordinamento Calabria per la Palestina e Global Sumud Calabria, stando ai quali il 29 aprile la nave MSC Virginia è approdata con 5 container di acciaio con destinatario l’azienda fornitrice di munizioni dell’Idf.

Il giornalista registra questo fatto come normale, per il governo, di fornire armi a Israele il che non sembra per niente un fatto isolato e fuori da azioni normali per i due governi. E il nostro governo finge di non sapere… 

Franco Barbero


 

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LE DIRETTRICI DI UN MINISTERO

In questi giorni la comunità cristiana di base di Pinerolo ricorda con gratitudine  a Dio i suoi trent'anni di vita [Oggi sono 46 anni]. Sí, gratitudine... tanta, tantissima gratitudine  a Dio.

Egli ci ha conservato, nella piccolezza della nostra realtà, nella fragilità delle  nostre forze, il dono dei gruppi biblici nei quali settimanalmente ci  confrontiamo con le Scritture del Primo e del Secondo Testamento. Rendere  viva, documentata, partecipata questa lettura è stato sempre uno degli impegni  centrali del mio ministero e ora mi trovo a "girovagare" in modo  sproporzionato alla mia età con il desiderio di far nascere ed accompagnare  questa esperienza di riscoperta della Bibbia in spazi popolari, spesso fuori  dai sacri recinti. Questa “attenzione” e questo amore per le Scritture non  sono scontati neppure nelle comunità cristiane di base.

Il punto più alto dell'ascolto della Parola di Dio avviene nella celebrazione dell'eucarestia domenicale che, ormai fuori da ogni rischio della cultura del  precetto, non è tuttavia ancora sufficientemente accolta e vissuta come uno dei luoghi fondanti dell’esperienza cristiana. Ho sempre inteso il mio ministero come dura battaglia contro la dimenticanza di Dio, come lotta contro l'oblio,  come invito a ricordare le opere e la presenza “nascosta” ma vera di Dio nel mondo e nei cuori, come dichiarato innamoramento di Gesù e della sua  “strada”.

Se qualche volta mi è toccato smontare e distruggere qualche “pezzo”  dell'impianto cattolico ufficiale, l'ho fatto e lo faccio con impegno e convinzione  perché troppe catene avvolgono le persone e le imprigionano dentro asfissianti  reticolati. Ma il mio cuore è ed è sempre stato altrove. Ho sempre concepito il ministero come servizio a crescere, come sogno e progetto di rinnovamento, ai  costruzione di una comunità accogliente. Sovente nel “trasloco” e nel trapas/so da una cultura all'altra, da un tempo ad un altro si compie un'operazione in cui occorre reimpostare la nuova casa, ma tutto ciò è fatto per renderla più  viva, più abitabile.

Non ho mai trovato gusto nel "buttare via” con lo sprezzante atteggiamento  di chi pensa che la casa di oggi poggi sulle rovine di quella di ieri. Piuttosto  sento che l'antico, per vivere e continuare a dare luce e calore, ha bisogno di  essere ricompreso, riscoperto, ricollocato. E' il mio amore alla tradizione che  paradossalmente mi ha reso inviso alle gerarchie... Se la fedeltà al passato è  necessariamente creativa, oggi non si fa un buon servizio alle nostre  inestirpabili ev vitalissime radici se le intendiamo come trasmissione di un  passato pietrificato, immutabile. "Attualizzare la tradizione significa proporre nuove interpretazioni della Scrittura, dei simboli di fede, delle formule doginutiche  (CLAUDE GEFFRE', Credere e interpretare, Queriniana, pag. 47).

L'ossessione disciplinare, giuridica, gerarchica e dogmatica ha “cancellato”  molti tratti della nostra tradizione cristiana che oggi risultano preziosi per  ripensare e ricostuire la nostra presenza cristiana nel mondo. E' la tradizione  “plurale” che ci dice che un tempo erano possibili le seconde nozze cristiane, che un tempo c'erano molte cristologie, che un tempo le donne esercitavano  il ministero nella comunità...

Oggi la nostra piccola realtà è un luogo di incontro in cui passano a centinaia preti: parroci, preti sposati, teologhe e teologi. Soprattutto la comunità cristiana di base, con tutti i nostri limiti, è un luogo in cui moltissime persone chiedono semplicemente ascolto, confronto. Molti che avevano “accantonato” la loro ricerca di fede ci invitano a "fare quattro passi” con loro. Poi... ci  sono le persone che cercano qualcuno col quale “scoprire” una ferita, con cui  piangere e gioire, con cui cercare un sentiero per uscire dalla disperazione. La dimensione ecumenica (appartengono alla comunità persone di chiese  cristiane diverse) ci permette di coltivare un'apertura teologica e pastorale che proviene dal dono dell'incontro.

Ho cercato in tutti questi anni di accompagnare la comunità all'insegna del  non escludere nessuno/a”. La partecipazione attiva di gay e lesbiche credenti alla vita della comunità, la celebrazione dei loro amori nell’eucarestia, la  celebrazione delle seconde nozze cristiane e l'accoglienza di quelle coppie che sono rifiutate altrove, tutto questo rappresenta per la nostra comunità un  invito di Dio ad allargare i nostri cuori. Il mio compito in questi anni è stato quello di sollecitare la comunità ad aprire finestre, a documentarsi, a superare pregiudizi, a sognare l'arcobaleno, a pregare, ad agire umilmente e pazientemente… 

(cont.)

giovedì 14 maggio 2026

Lettura salmica e omelia - 1969

O Dio, nostra sorpresa 

di don Franco Barbero


O Signore, mostraci qualche tratto del Tuo volto.

Tu fosti una sorpresa per il tuo amico Abramo

quando fermasti la mano che colpiva Isacco.

Tu fosti una sorpresa per la Tua figlia Sara, 

che vide la sua sterilità tramutarsi in fecondità,

quando potè innalzare al cielo il figlio Isacco.

Tu fosti una sorpresa per tutta l'arca di Noè 

che sembrava votata alla dispersione e alla deriva, 

quando regalasti la gioia e la luce dell’arcobaleno.

Tu fosti una sorpresa gioiosissima per i Tuoi figli

che gemevano sotto la dominazione del faraone,

quando apristi una via nel mare e un sentiero nel deserto.

Tu fosti una sorpresa per tutti i Tuoi profeti 

che sentirono nella propria carne tanta debolezza, 

quando rendesti viva nel mondo la loro parola.

Signore, metti dentro di noi uno spirito nuovo,

regalaci un nuovo modo di guardare alla vita,

donaci un cuore nuovo che sappia desiderare e volere

le <<novità>>, le gioie e i valori che Tu ci proponi.

Signore, Tu conosci la insipienza dei nostri cuori,

la bassezza e la superficialità di molti nostri desideri.

La nostra fede tremula e la nostra volontà fragile

stanno davanti a Te per essere guarite dal Tuo amore.

Siamo come Giona, incapaci di aprirci ai Tuoi orizzonti,

e spesso rifiutiamo la gioia di una vera conversione.

Insegnaci a gustare e stimare ciò che vale davvero

dentro il sentiero della nostra vita quotidiana.

Signore, Dio di Gesù e Dio di tutto il mondo:

noi riponiamo fiducia nell’opera delle Tue mani.

Tu continui ad operare nel mondo e nei cuori.

Per questo il mondo può essere sicuro del Tuo sorriso.


da Pressenza del 12/05/2026

Report Card 20: nei paesi ricchi quasi 1 bambino su 5 è in povertà

di Unicef

La relazione pubblicata oggi dall’UNICEF Office of Strategy and Evidence – Innocenti evidenzia che la disuguaglianza economica nei paesi ricchi è associata a un peggioramento delle condizioni di salute fisica e a risultati scolastici peggiori tra i bambini.


La Report Card 20: Opportunità disuguali – bambini e disuguaglianza economica esamina il rapporto tra le disuguaglianze economiche e il benessere dei bambini in 44 paesi dell’OCSE e ad alto reddito e rileva che, nella maggior parte di questi paesi, i livelli di disuguaglianza di reddito e di povertà infantile rimangono ostinatamente elevati. In media, in tutti i paesi, le famiglie che rientrano nel 20% più ricco guadagnano oltre cinque volte di più rispetto al 20% più povero, mentre, in media nei paesi, quasi un bambino su cinque vive in condizioni di povertà di reddito, il che significa che i suoi bisogni primari potrebbero non essere soddisfatti.

«La disuguaglianza influisce profondamente sul modo in cui i bambini imparano, su ciò che mangiano e su come vivono la vita – ha dichiarato il direttore dell’UNICEF Innocenti, Bo Viktor Nylund – Per limitare gli effetti più gravi della disuguaglianza, dobbiamo investire con urgenza nella salute, nella nutrizione e nell’istruzione dei bambini delle comunità più vulnerabili».

Secondo il rapporto, esiste una chiara correlazione tra livelli più elevati di disuguaglianza economica e la salute dei bambini. I bambini che crescono nei paesi con il maggior livello di disuguaglianza hanno una probabilità 1,7 volte maggiore di essere in sovrappeso rispetto a quelli che vivono nei paesi con minor livello di disuguaglianza, il che potrebbe essere dovuto a un’alimentazione di qualità inferiore e al fatto di saltare i pasti.

Mettendo in evidenza i dati relativi ai paesi dell’Unione Europea, il rapporto sottolinea inoltre che solo il 58% dei bambini appartenenti a famiglie che rientrano nel quintile più povero della popolazione gode di ottima salute, rispetto al 73% di quelli appartenenti al quintile più ricco.

Il rapporto evidenzia una relazione tra disuguaglianza economica e rendimento scolastico. Osserva che i paesi in cui il divario tra ricchi e poveri è più ampio tendono a registrare, nel complesso, risultati scolastici inferiori. Nei paesi con il più alto livello di disuguaglianza, il 65% dei bambini rischia di lasciare la scuola senza aver acquisito competenze di base in lettura e matematica, rispetto al 40% dei bambini nei paesi con il più basso livello di disuguaglianza.

Queste disparità tra i vari paesi si riscontrano anche all’interno dei singoli paesi, dove si registrano notevoli differenze nei risultati dei voti scolastici tra i ragazzi provenienti dalle famiglie più abbienti e quelli provenienti dalle famiglie più povere. In media, l’83% dei quindicenni appartenenti al quintile più ricco della popolazione possiede competenze di base in matematica e lettura, rispetto al 42% di quelli appartenenti al quintile più povero.

L’Italia occupa il 12° posto nella classifica sul benessere dei bambini su 37 paesi. Si trova nel primo terzo della classifica per quanto riguarda il benessere mentale (10° posto), mentre si colloca nella fascia media per quanto riguarda la salute fisica (17° posto) e le competenze (25° posto).

Tra i paesi con dati comparabili inclusi nel rapporto, l’Italia si colloca al 22° posto su 40 per quanto riguarda la disparità di reddito, con il quintile più ricco della popolazione che guadagna 5,35 volte il reddito del quintile più povero. Si colloca al 30° posto per quanto riguarda la povertà infantile, con un tasso pari al 23,2%.

Tra i paesi per cui il rapporto fornisce dati comparabili, l’Italia si colloca al 15° posto su 41 per quanto riguarda l’entità del divario nelle competenze di base in matematica e lettura tra i bambini provenienti dalle famiglie più ricche e quelli provenienti dalle famiglie più povere: l’84% dei bambini appartenenti al quintile delle famiglie più ricche ha competenze di base in matematica e lettura, rispetto a poco meno del 45% dei bambini appartenenti al quintile più povero.

Il rapporto esorta i governi e le parti interessate ad adottare misure in diversi ambiti politici per ridurre al minimo l’impatto delle disuguaglianze sul benessere dei bambini, in particolare attraverso la riduzione della povertà infantile. Tali misure possono includere:

  • migliorare le misure di protezione sociale, tra cui gli assegni familiari e i sussidi per l’infanzia e il salario minimo, per garantire che nessun bambino cresca in condizioni di povertà;
  • sostenere le comunità più vulnerabili attraverso alloggi a canone agevolato, il potenziamento delle infrastrutture nei quartieri più poveri e gli investimenti in strutture pubbliche quali spazi verdi e strutture ricreative;
  • affrontare le disuguaglianze nel settore dell’istruzione riducendo al minimo la segregazione socioeconomica nelle scuole; garantendo che le scuole dispongano di personale e attrezzature adeguati, indipendentemente dal contesto economico degli studenti; e fornendo ai bambini pasti scolastici sani e nutrienti;
  • interagire con i bambini per comprendere meglio il loro punto di vista su come la disuguaglianza influisca su di loro e sulle loro famiglie e per elaborare soluzioni che ne promuovano il benessere.