martedì 26 maggio 2026

da Internazionale del 15/05/2026

L’anno degli incendi


Il 2026 si avvia a diventare l’anno peggiore della storia dal punto di vista degli incendi, hanno avvertito gli scienziati del consorzio di ricerca internazionale World weather attribution. Tra gennaio e aprile nel mondo sono già bruciati 150 milioni di ettari, il 20 per cento in più rispetto al record precedente per questo periodo. Il continente più colpito è stato l'Africa con 85 milioni di ettari. Secondo i ricercatori l'aumento è dovuto in gran parte alle rapide oscillazioni tra condizioni estremamente umide ed estremamente aride, un effetto già conosciuto del cambiamento climatico. Le piogge abbondanti favoriscono infatti la crescita della vegetazione nella savana, che diventa combustibile per incendi alimentati dal caldo anomalo e dalla siccità. In Asia sono bruciati 44 milioni di ettari, il 40% in più rispetto al record precedente, stabilito nel 2014. Gli scienziati avvertono che la tendenza potrebbe peggiorare ulteriormente con l'inizio dell'estate nell'emisfero settentrionale, che ospita la maggior parte delle terre emerse e delle foreste, soprattutto se saranno confermate le previsioni di un imminente ritorno del Nino, che potrebbe essere il più intenso mai registrato. Questo fenomeno metereologico ricorrente infatti è associato all'aumento delle temperature globali e può provocare ondate di caldo anomalo e siccità in diverse regioni, come l’Australia, il Nord America e l'Amazzonia, aggravando il rischio di incendi senza precedenti.




da Il Manifesto del 20/05/2026

Pechino riserva a Putin l’accoglienza <<migliore>>

di Sabato Angieri


L’arrivo di Vladimir Putin in Cina segna un’ulteriore affermazione della centralità di Pechino sullo scacchiere internazionale, ma per i russi è un confronto diretto con gli Usa e un tentativo di realizzare accordi miliardari sul petrolio. L’argomento principale del vertice odierno sarà il gasdotto Power of Siberia 2, che dovrebbe portare il gas russo dall’Altai (Siberia nord-occidentale) al Nord-est della Cina. Si parlerà di Ucraina, di Iran, delle relazioni con Washington, ma la maggior parte degli analisti concorda con il fatto che Putin vorrà portare a casa un risultato concreto.

NON SOLTANTO la «relazione senza limiti» che per il Cremlino è sempre stata un cavallo di battaglia da sventolare come emblema del Nuovo ordine mondiale, ma un passaggio concreto, sottolineato dalla delegazione russa. Oltre a 8 ministri, tra cui il titolare degli Esteri Sergei Lavrov, 5 vice-primi ministri, il consigliere onnipresente Yuri Ushakov e il portavoce Dmitri Peskov, a Pechino sono atterrati con il presidente gli amministratori delegati di Rosneft (petrolio) e Gazprom (gas), Rosatom (nucleare) e Roscosmos (spazio) e la presidente della Banca centrale russa Elvira Nabiullina. Una squadra così si mobilita solo in occasioni importantissime. Alexei Likhachev, il capo di Rosatom, alla vigilia del colloquio con Xi Jinping ha inoltre dichiarato che il suo governo ha preparato «tre memorandum d’intesa da firmare» uno con l’Autorità per l’energia atomica cinese, uno per le attività nel settore della ricerca termonucleare e un terzo sulle attività in «campi di ricerca avanzata e innovativa». Per Ushakov il clou della visita sarà «un colloquio informale con Xi sulle questioni internazionali più urgenti», riferisce l’agenzia russa Tass.

PECHINO non si è sbilanciata, ma l’accoglienza riservata a Putin all’aeroporto ha destato l’attenzione dei commentatori per due aspetti fondamentali: è la più pomposa tra le 25 precedenti ed è stata più scenografica di quella tributata a Donald Trump pochi giorni fa. Sebbene le due cerimonie siano state simili – guardia d’onore e folla con bandierine – Putin è stato accolto da un membro in carica del Politburo cinese, il ministro degli Esteri Wang Yi, mentre Trump dal vicepresidente della Repubblica Popolare Cinese Han Zheng che, come scrive il New York Times, «Da quando ha lasciato il Comitato permanente del Politburo non ha praticamente alcuna influenza sulla linea politica del Paese». Nel 2017, invece, Trump, era stato accolto da Yang Jiechi, capo della diplomazia cinese e membro del Politburo.

AL CONTRARIO, la presenza del capo della diplomazia per il leader russo era un chiaro segnale di importanza inviato agli ospiti. Molto di più della precedente visita di stato del 2024, quando insieme al tappeto rosso e alla guardia d’onore non c’era stata alcuna cerimonia. Ora invece la passerella sotto le scale dell’aereo divideva due ali di folla di studenti chiamati ad aspettare il capo del Cremlino con bandierine russe e cinesi. Al passaggio di Putin i ragazzi e le ragazze lo hanno applaudito e acclamato. Tali valutazioni non coincidono direttamente con il peso dell’invitato, ma con l’importanza che si vuole assegnargli (e dimostrargli). Che Xi approfitti del ruolo destabilizzatore della Russia in Europa è un fatto, così come lo è l’importanza delle materie prime del gigante eurasiatico. Importanza, non esclusività come invece vorrebbero a Mosca. Il governo russo, infatti, vorrebbe diventare il fornitore unico di idrocarburi di Pechino, ma la Cina tende costantemente a diversificare la sua catena di approvvigionamento, come testimonia il recente accordo con il Turkmenistan.

In concomitanza con la partenza di Putin per la Cina, la Russia ha annunciato l’avvio di tre giorni di esercitazioni nucleari che «coinvolgeranno miglia di soldati in tutto il Paese». Mentre sia Washington, sia Pechino hanno smentito l’indiscrezione del Financial Times secondo la quale durante il loro ultimo colloquio Xi avrebbe detto a Trump che «Putin potrebbe pentirsi di aver invaso l’Ucraina».


da Il Fatto Quotidiano del 21/05/2026

Dazi, Bruxelles s’inchina agli USA


Dopo mesi di pressioni del presidente Usa Donald Trump, la scorsa notte il Parlamento e i Paesi europei hanno raggiunto un faticosa intesa per dare seguito all’accordo sui dazi siglato l’estate scorsa in Scozia. L’intesa prevede l’eliminazione di gran parte dei dazi europei sui prodotti industriali americani, mentre gli Usa manterranno tariffe fino al 15% sulle merci europee. Ci sono poi una clausola di scadenza e la possibilità di sospendere le misure se Washington non si atterrà ai termini dell’accordo. Una svolta per gli accordi commerciali tra Ue e Stati Uniti che conferma solo la crescente dipendenza europea da Washington.

L’accordo dovrebbe, infatti, ora placare le tensioni che si sono acuite negli ultimi mesi a causa delle critiche di Trump agli europei sulla possibilità di annettere la Groenlandia, poi sulla guerra in Iran e, da ultimo, dopo che la Corte di New York ha bocciato anche i nuovi dazi globali al 10%, che il presidente Usa aveva imposto a febbraio. A segnare questo compromesso raggiunto a Bruxelles sono state soprattutto le reiterate minacce di Trump, che nelle scorse settimane ha accusato l’Ue di temporeggiare sulla ratifica dell’accordo commerciale, spiegando che se l’intesa non diventerà operativa entro il 4 luglio imporrà dazi del 25% sulle automobili europee. Una misura che colpirebbe un settore che ha negli Usa il mercato maggiore extracomunitario.

Tra i pochi paletti fissati dall’Ue c’è quello sull’acciaio. L’accordo concede agli Usa tempo fino al 31 dicembre 2026 per riportare al 15% i dazi superiori applicati ai prodotti derivati da acciaio e alluminio importati dall’Ue. In caso contrario, Bruxelles potrà sospendere le concessioni commerciali accordate a Washington nel settore siderurgico e dell’alluminio. L’accordo commerciale scadrà il 31 dicembre 2029 ed entro questa data la Commissione Ue effettuerà una valutazione completa degli effetti che i dazi hanno avuto. Ma, applicando un meccanismo di salvaguardia, la Commissione potrà avviare prima della scadenza un’indagine per affrontare eventuali aumenti significativi delle importazioni dagli Usa Uniti che causino o minaccino di causare gravi danni ai produttori europei. Parlamento e Consiglio hanno concordato anche di prorogare di cinque anni, fino al 31 luglio 2030, l’esenzione dai dazi doganali per le importazioni di aragoste. La misura si applicherà retroattivamente dal primo agosto 2025.

Il Parlamento e i Paesi europei voteranno ora per ratificare il testo definitivo verosimilmente il prossimo 16 giugno, sempre che da Trump non arrivino altre minacce.


TIENICI APERTI AL FUTURO CON TE

 

Sei Tu l'acqua profonda che cura le nostre superficialità,

sei l'acqua nutriente che guarisce i nostri vuoti.

Non sia il nostro cuore un deserto arido e secco,

ma una terra irrigata e seminata a piene mani da Te.

Non sia una casa vuota in cui si insediano gli idoli,

ma un laboratorio di idee, di progetti, di propositi.

O Dio, che semini nel vento sempre nuovi germi di vita

e spingi l'umanità ad abbattere i muri della divisione,

fa' che le nostre esistenze si mettano a servizio della pace

coltivando, vicino e lontano, la giustizia e la fraternità.

 

__________________

 

Signore,

nessun “diluvio”

fermerà mai la Tua “benedizione”…

e il Tuo amore non si consuma,

non viene meno.

Il salmista ci parla

della Tua ira e del Tuo furore,

ma noi sappiamo

che Tu sei il Dio amico e misericordioso,

che conosce tutte le strade per venirci incontro.

 

__________________

 

 

Signore,

mantienici nella fede in Te,

nella radicale fiducia in Te,

anche quando nella vita il sole sembra oscurarsi

e prevalgono le tenebre.

Fa’ che, come Gesù, amiamo questa terra

che è lo spazio in cui Tu ci stai accanto

per cercare sentieri di fraternità e di gioia.

 

FRANCO BARBERO

lunedì 25 maggio 2026

Gruppo biblico del martedì, domani 26 maggio


Care amiche e amici del gruppo biblico del martedì,

domani sera ci incontreremo alle ore 18:00 per leggere il capitolo 15 del Vangelo di Marco.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.

Questo è il LINK per il collegamento:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A domani.

Sergio

È INCONCEPIBILE UNA VITA SENZA SILENZIO


Mi sembra che particolarmente nel silenzio, costretti a guardare Dio negli occhi, cadano i nostri camuffamenti e vengano smascherate le nostre fughe da Lui. Certo, lo so benissimo, il silenzio può essere ambiguo e vuoto. Ma questi pericoli e queste deviazioni, sempre possibili, non devono incoraggiare una facile denigrazione del silenzio. E' indispensabile per un credente ritagliarsi spazi di silenzio per " fecondare" la vita di ogni giorno.

“Il primo servizio di cui siamo debitori agli altri membri della comunità è di ascoltarli. Come l'inizio del nostro amore per Dio consiste nell'ascoltare la Sua parola, cosí l’inizio dell'amore del prossimo consiste nell'imparare ad ascoltarlo. L'amore di Dio per noi si distingue proprio in questo: che non si limita a parlarci, ma vuole anche ascoltarci.

Imparare ad ascoltare il nostro fratello è dunque fare per lui ciò che Dio ha fatto per noi. Certi cristiani ed in particolare i predicatori, si credono sempre obbligati a "dare qualcosa" quando sono con altri uomini. Dimenticano che ascoltare può essere più utile che parlare. Molte persone cercano un orecchio che li voglia ascoltare e non lo trovano fra i cristiani, perchè i cristiani si mettono a parlare proprio quando dovrebbero saper ascoltare. Ma chi non sa più ascoltare suo fratello finisce per non ascoltare neppure più Dio stesso, salvo parlargli in continuazione.

Egli introduce così un germe di morte nella sua vita spirituale e tutto quello che dice finisce per non essere altro che chiacchiera religiosa, condiscendenza clericale, valanga di parole pie. Non sapendo più accordare un'attenzione tesa e paziente agli altri, si parlerà loro sempre fuori bersaglio. E ciò senza più rendersene conto.

Chi stima il suo tempo troppo prezioso per poterlo perdere ad ascoltare gli altri, in effetti non avrà mai tempo per Dio e per il prossimo; non ne avrà che per se stesso, per i suoi discorsi e le sue idee personali "(Dietrich Bonhoeffer)

Sólo le pido a Dios  (León Gieco)

 

Solamente chiedo a Dio

che il dolore non mi sia indifferente

che l'arida morte non mi trovi

vuoto e solo, senza aver fatto abbastanza.

 

Solamente chiedo a Dio,

che l'ingiustizia non mi sia indifferente

che non mi schiaffeggino l’altra guancia

dopo che un artiglio graffiò il mio destino.

 

Solamente chiedo a Dio

che la guerra non mi sia indifferente

è un mostro grande e calpesta ferocemente

tutta la povera innocenza della gente.

 

Solamente chiedo a Dio

che l'inganno non mi sia indifferente

Se un traditore può più che alcuni,

che questi non lo dimentichino facilmente.

 

Solamente chiedo a Dio

che il futuro non mi sia indifferente

Sfortunato è colui che deve andarsene

a vivere una cultura diversa.

 

Solamente chiedo a Dio

che la guerra non mi sia indifferente

è un mostro grande e calpesta ferocemente

tutta la povera innocenza della gente.

 

America Latina


da Il Fatto Quotidiano del 09/05/2026

Giustizia L’allarme di Gianni Melillo, procuratore nazionale Antimafia

di Paolo Frosina


“Un adeguato approfondimento tecnico", basato sui dati, "sul quale costruire un'ipotesi di affinamento della normativa vigente”. Carlo Nordio apre, almeno sulla carta, a rivedere la stretta del governo sulle intercettazioni dopo l'allarme del procuratore nazionale Antimafia Gianni Melillo. Lo scorso 20 aprile, il capo della super-procura aveva scritto al Guardasigilli, al ministro dell'Interno Matteo Piantedosi e alla presidente della Commissione parlamentare Antimafia Chiara Colosimo, segnalando l’effetto “grave e allarmante” della norma, introdotta dalla maggioranza nel 2023, che vieta ai magistrati di usare i nastri come prova in procedimenti diversi da quelli per cui sono stati autorizzati. Una scelta che ha causato un "obiettivo arretramento della linea di efficacia delle investigazioni in materia di criminalità organizzata e terrorismo", ha scritto Melillo, chiedendo una "riflessione urgente sulle criticità riscontrate”.


da Il Fatto Quotidiano del 18/04/2026

Lula e Sánchez battezzano l’Internazionale progressista

di Wanda Marra


“Quando ho conosciuto l’Italia, ho conosciuto il Pci, come il più grande partito comunista dell’occidente. Si presentava alle elezioni e aveva il 33%, ma perdeva sempre contro la Democrazia Cristiana”. Parola di Lula, presidente del Brasile, emblema della sinistra mondiale, che oggi, insieme al premier spagnolo, Pedro Sánchez sarà la vera star della Global Progressive Mobilisation. Insomma, “le forze progressiste devono capire dove stanno sbagliando”. Per dirla con Sánchez nella sua veste di aspirante leader del progressismo europeo: “I nostri governi, come le nostre società, vogliono raddoppiare gli sforzi per lavorare per la pace e un multilateralismo rafforzato. Mentre altri aprono ferite noi vogliamo chiuderle e curarle”. Ieri i due hanno fatto il primo bilaterale a Palacio de Pedralbes tra Spagna e Brasile nel nome dell’anti-trumpismo, nel quale Lula ha ringraziato pubblicamente Sánchez per aver difeso il Mercosur. Nel frattempo a Barcellona si riuniscono le forze progressiste: tremila partecipanti contro “l’internazionale dell’ultradestra”. Una sorta di anti Cpac-maga, sotto la guida del Partito socialista europeo allargato ai leader dell’America Latina. Tra i presenti il presidente della Colombia, Gustavo Petro, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, la vicepresidente della Commissione europea Teresa Ribera, la leader del Partito democratico Elly Schlein, il presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa nonché la presidente del Messico Claudia Sheinbaum. Ma poi ci sono rappresentanti di tutto il mondo. E per l’Italia, prima di tutto Elly Schlein, accompagnata da una delegazione foltissima del Pd, a partire dal responsabile Esteri, Peppe Provenzano e poi il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri.

Arriva nel primo pomeriggio la segretaria del Pd, incontra i leader dell’opposizione turca e giapponese, l’ex premier palestinese e una delegazione di Al Fatah, tra gli altri. È tutto uno stringere mani, un coltivare rapporti. “C’è un fortissimo interesse su quello che sta succedendo in Italia e, in particolare, sul risultato del referendum” che “ha generato una grandissima speranza tra i progressisti”, dice a fine giornata. E lei, unica leader progressista presente, è il volto di quella speranza? “C’è pure Enzo Maraio”, fa notare la segretaria glissando, pure se parla di “grande attesa per quello che succederà alle prossime elezioni”. Conte non c’è (d’altra parte non fa parte dei Socialisti) e ha tutte le intenzioni di sfruttare l’occasione politica, come dimostra il fatto che passa il pomeriggio a stringere rapporti, anche se i i leader più importanti saranno qui solo oggi.

L’IDEA del Forum è anche quella di spostare l’asse del Partito socialista europeo più a sinistra e provare poi a rilanciarne il ruolo: a Strasburgo in questa legislatura l’ S&D è all’angolo, con le destre sovraniste che spesso fanno asse con il Ppe. Senza contare che in generale i socialisti non sfondano a livello elettorale. Ma d’altra parte, il momento è propizio, con Trump che è riuscito ad attaccare persino il papa. Peraltro Sánchez ha schierato subito la Spagna sul no all’uso delle basi per gli Usa. Investire in politica estera come il frontman della pace è la sua scommessa politica, con elezioni tra un anno nient’affatto scontata. Nonostante non abbia avuto dubbi sull’invio di armi a Kiev. E anche Schlein non esita a battere sulla parola pace. Non stupisce che per spostare l’asse, i Socialisti guardino più all’America latina che all’Europa, dove la sinistra-sinistra è palesemente su posizioni diverse. L’Italia è vista come un esperimento interessante, dove il campo progressista è davvero una realtà. Per dirla con Stefan Löfven, il presidente del Pse tra i promotori del Forum “Schlein sta facendo un buon lavoro”. Lei racconta: “Per esempio, i turchi, che vedono le sostituzioni dei giudici poco prima delle sentenze, sono molto interessati al referendum”. Stamattina farà un panel sulla questione energetica (“non possiamo dipendere da chi viola il diritto internazionale”) con Teresa Ribera (la Commissaria europea spagnola) e il francese Raphael Glucksmann. E nella sessione finale, che vedrà le conclusioni di Sánchez e Lula. Studia come leader del futuro più che del presente. “Ora mi vedo con Sánchez e Lula”, saluta andando via. In realtà, va alla cena di gala del Forum al Museo nazionale dell’arte catalana. Dietro di lei le note di The Final countdown salutano l’ex premier Zapatero, nell’entusiasmo generale.

da Domani del 21/05/2026

Umiliare gli inermi.

La bancarotta morale dello Stato ebraico

di Gigi Riva


Il fascismo ha un volto ed è quello di Itamar Ben Gvir, 50anni appena compiuti, ministro della sicurezza nazionale nel governo israeliano. Il fascismo è l'umiliazione dell'avversario inerme. Il fascismo è farsi vanto di questa umiliazione. Come ha fatto Ben Gvir, peraltro recidivo, quando si è accanito su un’attivista della Flotilla che aveva osato gridare <<Free Palestine>> mentre era in ginocchio, ammanettata e bendata al pari di tutti gli altri arrestati. Il fascismo è maramaldeggiare con quel senso di superiorità beffarda e di dominio totale dei corpi di malcapitati attivisti pro-palestinesi.

Davanti a questo ennesimo scempio dei diritti a nulla servono le blande dichiarazione di Benjamin Netanyahu che, bontà sua, ammette che il ministro <<ha sbagliato>>, quando in qualunque paese civile si sarebbero pretese seduta stante le dimissioni o, in alternativa, si sarebbe proceduto a cacciare il responsabile di tanta infamia che disonora se stesso, l'esecutivo di cui fa parte, il paese intero. E ancor meno sono efficaci le prese di posizione del duo Meloni-Tajani che giudicano il gesto <<inaccettabile>>, pretendono le scuse e convocano l’ambasciatore. Un buffetto davanti all’enormità di un atto che calpesta la dignità delle persone e fa strame dei progressi sul cammino della civiltà. Quanto è avvenuto è la conseguenza logica di quel senso di impunità regalato alle frange estreme dell'ebraismo quando si permette ai coloni ogni tipo di nefandezza contro i palestinesi della Cisgiordania, quando non si paga dazio per le empietà commesse a Gaza, quando allo stesso Itamar Ben Gvir è stato concesso di vomitare il suo credito razzista e, insistiamo, fascista senza alcun argine eretto in difesa del decoro istituzionale. Il minimo che si chiede a un paese giudicato <<l’unica democrazia del Medio Oriente>> e che tuttavia si occupa ormai da tempo di mettere in discussione l’assunto con leggi come la più recente fatta su misura per i palestinesi che condanna a morte chiunque attenti alla vita di una ebreo.

E’ proprio attraverso la parabola politica di Ben Gvir che si può misurare la bancarotta morale di Israele. Il ministro è l’erede diretto del rabbino di origini statunitense Meir Kahane e fu coordinatore del movimento giovanile del partito da lui fondato, il Kach. Kahane nel 1984 riuscì ad essere eletto alla Knesset.


da Domani del 21/05/2026

«Ci picchiavano mentre eravamo ammanettati e inginocchiati», il racconto dei primi italiani della Flotilla rientrati a Roma

di Chiara Sgreccia


«A noi è andata anche bene, c’era gente che non si reggeva in piedi»: il giornalista Mantovani e il deputato Carotenuto raccontano la detenzione in mani israeliane. Boldrini (Pd): «Interrompere i rapporti commerciali con Israele e sospeso l’accorso di associazione tra Tel Aviv e l’Ue»

Li picchiavano e gli dicevano: «Welcome to Israel». «Quando arrivavi nel container all’ingresso della nave-prigione ti gonfiavano proprio. Nel senso che ti prendevano a calci e pugni. E a noi è andata anche bene eh, c’era gente che non si reggeva in piedi. Per andare in bagno bisognava accompagnarli in due». Così racconta, dall’aeroporto di Roma Fiumicino, pochi minuti dopo l’atterraggio, Alessandro Mantovani, giornalista del Fatto Quotidiano fermato dalle forze israeliane in acque internazionali il 19 maggio, mentre era a bordo di Kasr Sabadad, una delle 52 barche della Global Sumud Flotilla dirette verso Gaza, poi trattenuto in Israele.

Viaggiava insieme a lui, sempre su Kasr Sabadad, anche il deputato del M5S Dario Carotenuto, uscito dal varco degli arrivi pochi istanti dopo. Sono i primi italiani a tornare a casa dopo l’intercettazione israeliana, avvenuta in acque internazionali al largo di Cipro. 

AMMANETTATI E PICCHIATI SULLA NAVE PRIGIONE ISRAELIANA

«Eravamo più vicini all’Egitto che a Gaza», spiega ancora il giornalista del Fatto prima di raccontare di essere arrivato all’aeroporto di Tel Aviv con le manette ai polsi e le catene ai piedi e di aver trascorso ore chiuso nella cella dell’ufficio di polizia di Ben Gurion: «Dopo l’abbordaggio ci hanno fatto salire su una nave, credo una corvetta, dove ci hanno sbattuto per terra, bendato, messi in ginocchio con le mani legate con le fascette ai polsi e un’altra fascetta che mi teneva attaccato a una struttura di ferro», continua a riferire: «Ma questo non era ancora niente, quando ci hanno trasferito sulla nave-prigione sono state botte dall’inizio».

«WELCOME TO ISRAEL», POI LE BOTTE

A descrivere l’ingresso nella nave-prigione – probabilmente due quelle che hanno navigato indisturbate nel Mediterraneo nelle 35 ore dell’abbordaggio, visto l’alto numero di persone, 428, che sono state trattenute contro la loro volontà – come una «panic room», anche Carotenuto: «Ci hanno fatto tenere le scarpe in mano in modo da limitare la nostra capacità di difesa quando siamo entrati nel container. C’erano tre energumeni che mentre ripetevano “Welcome to Israel” ci picchiavano selvaggiamente. Io ho preso un pugno nell’occhio, per un attimo ho pensato di non vederci più. E calci ovunque».

Carotenuto, visibilmente provato dall’esperienza vissuta, non si limita al racconto delle violenze subite, certificate anche in un primo resoconto dagli avvocati della ong Adalah, che difende gli attivisti della Flotilla: «Almeno tre casi di persone ricoverate in ospedale e successivamente dimesse. Decine di partecipanti con sospette fratture alle costole e conseguenti difficoltà respiratorie. Le testimonianze indicano inoltre un uso frequente di teaser contro i partecipanti, così come ferite provocate dall’uso di proiettili di gomma durante l’intercettazione delle imbarcazioni e sulla nave militare sulla quale sono stati trasferiti».

MITRA SPIANATI

Il deputato M5S sottolinea anche più volte la preoccupazione per tutti gli altri partecipanti alla missione della Global Sumud ancora nelle mani delle autorità israeliane: «A noi hanno chiamato per numero, io ero il 147», dice mostrando un braccialetto arancione al polso, per descrivere il momento in cui lui e Mantovani sono stati separati dagli altri: «Con i mitra spianati contro di noi, ci hanno chiesto di avanzare e poi di girarci di spalle. Quelli sono stati i secondi più lunghi della mia vita. Infine ci hanno preso per il collo e ci hanno allontanati. Da quel momento non ho più visto i miei compagni di viaggio», conclude con il volto segnato dalla commozione: «Sono persone straordinarie. Sono lì, stanno rischiando la loro vita perché i governi non fanno abbastanza».

TUTTI GLI ATTIVISTI FUORI DAL CARCERE DI KTZIOT

Proprio mentre parla con la folla di cronisti che circonda lui e Mantovani all’aeroporto, insieme a familiari e amici, arriva la notizia che Israele procederà a un’espulsione rapida degli attivisti della Global Sumud. Tutti, tranne l’israeliana Zohar Regev, stanno uscendo dal carcere di Ktziot, nel sud di Israele, per essere trasferiti a Eilat. Da lì, tre voli della Turkish Airlines li porteranno a Istanbul e poi nei rispettivi 45 Paesi di provenienza. Gli italiani dovrebbero rientrare a Roma, Napoli e Milano prima di mezzanotte.

BOLDRINI: «INTERROMPERE RAPPORTI COMMERCIALI CON ISRAELE»

«Il governo israeliano va sanzionato senza se e senza ma, vanno interrotti i rapporti commerciali con Israele e sospeso l'accorso di associazione tra Tel Aviv e l'Ue. Altrimenti è solo ipocrisia e complicità», commenta Laura Boldrini: «Il video diffuso dal ministro Ben-Gvir è l’ennesima dimostrazione di quanto il governo israeliano disprezzi i diritti umani e il diritto internazionale». Ma per la deputata Pd e Presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo l'indignazione solo verso il ministro per la sicurezza: «Rischia di essere una foglia di fico dietro cui nascondere l'orrore. L'orribile trattamento riservato agli attivisti e alle attiviste della Flotilla non è che un assaggio di quello che subiscono i prigionieri palestinesi». Della stessa idea anche il deputato Pd Arturo Scotto che aveva partecipato alla missione della Global Sumud del 2025: «Mi sembra di vedere in queste ore un certo livello di ipocrisia da parte dei governi italiano ed europei. Ben-Gvir e Netanyahu sono parenti stretti, fanno parte dello stesso governo. Ben-Gvir è più estremista ma Netanyahu ha sciolto quei cani da tempo contro i palestinesi. Quindi distinguere tra loro due è artificioso», dice a Domani convinto che sia necessario sanzionare individualmente i ministri estremisti d’Israele ma anche che l’Italia tolga il veto che ha posto sul blocco dell’accordo di cooperazione tra Ue e Stato ebraico. 

Accanto a lui, ad accogliere i primi tornati in Italia, anche Tony La Piccirella, membro dello Steering Committee di GSF che commenta: «Il governo Meloni ha chiesto delle scuse a Israele ma a noi sembrano insufficienti. Si cerca di umanizzare un conflitto come se fosse un litigio al liceo, invece quello in corso a Gaza è un genocidio. Abbiamo visto da anni che Israele si sta spingendo oltre ogni linea rossa, del diritto e della dignità umana. Non bastano le scuse, ci serve l’interruzione di ogni accordo con Israele, le sanzioni e che il governo, per una volta, metta gli affari in secondo piano rispetto alla vita dei propri cittadini e del popolo palestinese».