lunedì 16 marzo 2026

Gruppo biblico del martedì, domani 17 marzo


Care amiche e amici del gruppo biblico del martedì,

Domani sera ci incontreremo alle ore 18:00 per leggere insieme il capitolo 9 del Vangelo di Marco.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.

Questo è il LINK per il collegamento:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A domani sera.

Sergio

da Pressenza del 14/03/2026

Si vendono sempre più armi nel mondo: il principale acquirente è l’Europa

di Pressenza Wien


Il mondo sta aumentando la spesa militare – e l’Europa è protagonista di questa tendenza. I nuovi dati dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) mostrano che negli ultimi anni il commercio internazionale di armi pesanti è aumentato notevolmente.  Soprattutto in Europa la domanda è decisamente aumentata.

Tra i due periodi 2016–2020 e 2021–2025, il volume delle forniture mondiali di armi pesanti è aumentato del 9,2%. La causa principale dell’incremento è da cercare nella guerra in Ucraina e nel crescente timore che hanno molti Stati europei di una minaccia militare da parte della Russia. In pochi anni l’Europa ha più che triplicato le proprie importazioni di armi, diventando così la principale importatrice al mondo.

L’Ucraina e il timore della Russia fanno crescere la domanda

La guerra in Ucraina ha modificato radicalmente i flussi globali di armi. Tra il 2021 e il 2025, l’Ucraina da sola ha ricevuto circa il 9,7% di tutte le armi vendute nel mondo. Ma non è solo Kiev a potenziare il proprio arsenale. Tanti Stati europei stanno investendo molto di più nelle proprie forze armate.

«Le forniture all’Ucraina sono il fattore più evidente», spiega Mathew George, direttore del programma SIPRI sulle forniture di armi. «Ma anche molti altri Stati europei importano decisamente di più per rafforzare le proprie capacità militari a fronte della crescente minaccia rappresentata dalla Russia».

Mentre l’Europa e il continente americano hanno aumentato le importazioni, in quasi tutte le altre regioni del mondo la domanda di armi è diminuita.

Gli Stati Uniti rafforzano ulteriormente il loro dominio

Gli Stati Uniti rimangono di gran lunga il principale esportatore di armi al mondo. La loro quota delle esportazioni globali è salita dal 36% al 42%. In particolare colpisce il fatto che ormai gli Stati Uniti forniscono più armi all’Europa che al Medio Oriente. Con una quota del 38% l’Europa è il principale acquirente di armamenti americani per la prima volta da due decenni. In totale, gli Stati Uniti hanno esportato armi in 99 paesi. Tuttavia l’Arabia Saudita rimane il destinatario più importante delle armi americane. Per molti Stati le armi statunitensi sono attraenti non solo dal punto di vista militare, ma anche politico. «Per molti Paesi, l’importazione di armi rappresenta anche un’opportunità per rafforzare le proprie relazioni con gli Stati Uniti», afferma Pieter Wezeman, ricercatore del SIPRI.

Francia al secondo posto – La Russia perde terreno

Con poco meno del 10% delle esportazioni mondiali di armi, il secondo posto dopo gli Stati Uniti va alla Francia. Negli ultimi anni Parigi ha aumentato notevolmente le proprie esportazioni e fornisce armi a più di 60 paesi, tra cui India, Egitto e Grecia. La situazione in Russia è completamente diversa. Le esportazioni di armi russe sono crollate del 64%. Mosca ha perso di conseguenza gran parte della sua quota di mercato globale. Il calo è legato a diversi fattori: la guerra contro l’Ucraina, le sanzioni occidentali e la crescente concorrenza di altri produttori di armi.

La Germania sale nella classifica

La Germania è riuscita a rafforzare la propria posizione. Con il 5,7% delle esportazioni mondiali di armi, la Repubblica Federale si colloca ora al quarto posto, davanti alla Cina. Una gran parte delle forniture tedesche più recenti è stata destinata all’Ucraina, spesso sotto forma di sostegno militare.

Anche l’Italia ha registrato un forte aumento delle esportazioni di armi e figura ormai tra i maggiori esportatori al mondo.

L’Asia importa meno – la Cina produce in proprio

Mentre l’Europa sta potenziando fortemente il proprio arsenale, le importazioni di armi in Asia e Oceania sono complessivamente diminuite. Soprattutto la Cina ha comprato molte meno armi all’estero – un calo del 72%. Il motivo: Pechino produce sempre di più in proprio sistemi d’arma moderni. Comunque, Paesi come India, Pakistan, Giappone e Australia rimangono acquirenti importanti sul mercato mondiale.

Il Medio Oriente rimane un mercato importante

Nel Medio Oriente le importazioni di armi hanno registrato un leggero calo. Ciononostante, Arabia Saudita, Qatar e Kuwait continuano a figurare tra i maggiori importatori di armi al mondo. Più della metà delle armi presenti nella regione proviene dagli Stati Uniti.

Anche Israele svolge un ruolo importante nel commercio globale di armi. Il Paese è riuscito ad aumentare la propria quota di esportazioni mondiali e figura ormai tra i maggiori fornitori di armamenti.

Un mondo in fase di riarmo

I dati attuali mostrano un quadro chiaro: le tensioni geopolitiche degli ultimi anni hanno innescato una nuova ondata di riarmo. Soprattutto in Europa, la guerra in Ucraina sta portando a un cambiamento radicale nella strategia della sicurezza di molti Stati.

Resta da vedere se questo sviluppo, a lungo termine, porterà davvero a una maggiore sicurezza o a una nuova spirale di riarmo.


da Il Manifesto del 21/02/2026

Riders pagati 2,50 euro a consegna per turni di 10 ore. Ma per Globo “è equo”

di Lucia Cimino



Il Gip di Milano ha convalidato il decreto di controllo giudiziario per la società di consegne spagnola.


«I rider ricevono un compenso equo e pienamente conforme a tutti i requisiti di legge». A distanza di 24 ore dalla convalida del decreto di controllo giudiziario da parte del giudice per le indagini preliminari, Roberto Crepaldi, l'azienda di delivery Glovo ha mandato una nota per precisare che «né il Tribunale né la Procura hanno ordinato di assumere 40 mila rider, contrariamente a quanto riportato da alcune ricostruzioni mediatiche». Foodigno, la società spagnola a cui appartiene il marchio Glovo, ha dichiarato «la propria disponibilità a collaborare in modo costruttivo con le autorità nel corso del procedimento» ma per dimostrare che i loro lavoratori ricevono compenso adeguato. Rispetto a cosa? Non di certo a una «esistenza libera e dignitosa», come sancito dall'art 36 della Costituzione, e come rilevato dal Pm Paolo Storari.

Secondo l'ipotesi degli inquirenti, che il gip ha convalidato, Glovo avrebbe messo in piedi un sistema di sfruttamento approfittando delle condizioni di bisogno dei migranti. Le paghe non erano superiori a 2 euro e 50 a consegna per turni di lavoro che oscillano tra le 9 e le 10 ore, sei giorni o sette a settimana. La Procura di Milano ha contestato stipendi fino al 76,95% più bassi della soglia di povertà e dell'81,62% rispetto ai contratti collettivi di settore. Le testimonianze raccolte hanno convinto gli inquirenti che la società avesse creato un sistema di caporalato attraverso un algoritmo che collega le retribuzioni alle performance. Per il Pm, inoltre, benché i riders (circa 40 mila in Italia, di cui 2 mila a Milano) risultassero lavoratori autonomi con partita Iva in realtà sarebbero stati lavoratori subordinati. Le «modalità di determinazione del compenso dei rider - si legge nel provvedimento – sono certamente frutto di una precisa scelta politica dell'impresa», per questo per il manager spagnolo di Glovo, Miquel Oscar Pierre, sono state richieste misure cautelari. Mentre l'amministratore giudiziario, il commercialista Andrea Adriano Romanò, dovrà provvedere alla regolarizzazione dei lavoratori, effettuare controlli sulle norme e sulle condizioni dei ciclo fattorini per evitare che fenomeni di caporalato possano ripetersi.

Nel decreto di controllo giudiziario si specifica anche che la multinazionale del delivery dovrà “introdurre un algoritmo capace di garantire“ ai rider ”un reddito compatibile con i dettami costituzionali“.

La società dovrà inoltre ricalcolare gli stipendi finora corrisposti perché ”anche le partite Iva abbiano diritto a un compenso minimo orario parametrato ai contratti collettivi nazionali.

«Soddisfazione per il provvedimento» è stata espressa dalla Nidil Cgil. «È giunto il momento che i rider vedano riconosciuti diritti, tutele e un salario dignitoso, superando un modello fondato sul cottimo». Per l'Usb «le modalità di sfruttamento sono connaturate a un modello di sviluppo sempre più predatorio che trova nelle metropoli e nel lavoro a piattaforma una delle sue espressioni più avanzate e si sta estendendo rapidamente ad altri settori dei servizi.


da Volere la Luna del 06/03/2026

Essere donna a Gaza

di Dima Shamaly


L’8 marzo è stata la giornata internazionale della donna. Non è nelle nostre abitudini e non è tempo di celebrazioni. Ma la ricorrenza offre l’occasione per pubblicare una testimonianza – una delle tante possibili – da uno dei molti luoghi in cui i diritti e la dignità delle donne sono quotidianamente calpestati: dalla guerra e da una società patriarcale e oppressiva. (la redazione)

Non ho mai capito veramente cosa significasse avere tutta la propria vita dettata dalla geografia. Sentivo spesso dire che Gaza era una prigione a cielo aperto. Sentivo questa verità nel profondo del mio cuore, ma non capivo come un luogo potesse avere il potere di plasmare il tuo passato, intrappolare il tuo presente e rubarti il futuro. Immaginavo il mondo come quello descritto dalla rosa ne Il piccolo principe: un luogo gentile e bellissimo dove tutti venivano trattati con amore e dignità. Ma la realtà si è rivelata ben diversa da quelle storie. Credevo che avrei avuto la libertà di fare le mie scelte e sognavo di diventare una pioniera della scienza, come Marie Curie o Zaha Hadid. Ma poi ho capito che ero nata in uno degli angoli più difficili del mondo, dove anche solo esprimere i propri sogni è sufficiente per seppellirli.

Come donna di Gaza, nessuno mi ha mai chiesto cosa volessi. C’era sempre qualcuno che decideva per me, che fosse un membro della famiglia, un uomo per strada o qualcuno che predicava alla moschea. La mia voce è sempre stata temuta, la mia mente costantemente repressa e la mia stessa presenza subordinata al mio silenzio. E ogni volta che oppongo resistenza, mi puntano una pistola in faccia in nome dell’onore, della religione e della tradizione. La violenza contro le donne viene giustificata con le Scritture. Le porte ci vengono sbattute in faccia con il pretesto della guerra. E quando parliamo, ci viene detto di essere pazienti, perché “Dio è con coloro che sopportano”. Da ragazze ci siamo abituate a tante cose: se qualcuno ci molestava per strada, ci si aspettava che restassimo in silenzio, tenessimo la testa bassa e continuassimo a camminare. Ricordo di aver assistito ad aggressioni contro ragazze e di aver pensato che l’unica persona con cui potevo parlare fosse la vittima stessa, perché se anche avessi detto qualcosa, sarei stata ignorata o l’intera faccenda sarebbe stata insabbiata. È diventato inquietantemente normale vedere le mie cugine picchiate o costrette a sposarsi. Le lacrime nei loro occhi dicevano tutto: “Ma io voglio solo finire la scuola”. Eppure nessuno le ascoltava. Pensavo fosse così che dovevano andare le cose, perché c’era sempre una giustificazione: la tradizione, la cultura o la religione. Crescendo, mi sono trasformata da tipica ragazza mediorientale di Gaza in una persona piena di domande e pensieri critici. Con il tempo, le mie domande sono aumentate e nel mio vocabolario sono entrate nuove parole come “diritti delle donne”. Non mi era mai stato insegnato cosa significassero e quando finalmente l’ho capito, mi sono resa conto che non li avevo mai visti messi in pratica.

Durante la guerra, man mano che mi immergevo sempre più in spazi femminili, ho iniziato a vedere cose che prima ritenevo incredibili. Essere una donna a Gaza significa partorire sotto i bombardamenti o fuggire con i propri figli mentre si sanguina. Significa dire addio al proprio marito o al proprio figlio, senza sapere se torneranno mai, e poi essere costrette a essere forti e andare avanti come se nulla fosse. Ci si aspetta che cresciamo i nostri figli per strada, senza riparo né cibo, e che lo facciamo in silenzio. Essere una donna a Gaza significa portare il peso di tutti, mentre ci viene negato il diritto di prendere decisioni sulla nostra vita. Significa essere costrette a lasciare la scuola a causa della guerra, essere forzate al matrimonio perché “è il momento giusto” e vedere i propri sogni derisi come se l’ambizione fosse un lusso riservato a chi non è sopravvissuto ai massacri. Se esci per andare a lavorare, devi affrontare molestie o accuse infinite; se rimani a casa, sei un peso.

Durante il mio esilio in un campo profughi nella parte occidentale di Rafah, le donne si riunivano nella tenda in cui vivevo. Ci sedevamo a bere tè e a parlare di tutto, letteralmente di tutto: politica e religione, passato e presente, femminilità e bellezza, persone e uomini. Ero la più giovane tra loro, ma mi sentivo sempre un po’ come una madre. Non era una sensazione confortante. Quando qualcuno si sente abbastanza al sicuro da mostrarsi vulnerabile con te, inizi a sentirti responsabile del suo dolore e della sua sopravvivenza. Significa che devi essere presente, sempre. È quello che è successo tra me e la mia vicina. Ogni sera sentivamo suo marito urlare contro di lei, seguito dal suono nauseante delle sue ossa che venivano picchiate. Nessuno di noi osava intervenire. Offrire aiuto non è qualcosa che ci viene insegnato a fare nella nostra società. Al mattino, gli uomini dicevano cose del tipo: “Chissà cosa ha fatto per meritarselo?” o “È sua moglie, che c’entriamo noi?”. La ascoltavo ogni giorno. Era lei che manteneva la famiglia; correva dietro alle organizzazioni umanitarie per procurare cibo ai suoi figli, cucinava, lavava, puliva, faceva tutto in quella tenda angusta, simile a una cantina. Cresceva ed educava i figli e simultaneamente provvedeva al sostentamento della famiglia. E nonostante tutto, veniva maltrattata ogni giorno. Nessuno osava aiutarla. Non le era nemmeno permesso cercare l’aiuto di uno specialista o farsi curare i lividi sul viso e sul corpo. Tutto quello che potevo fare era ascoltarla. Perché cosa può davvero fare una ragazza di 19 anni per cambiare la vita di una donna sulla trentina, se non sedersi accanto a lei e offrirle sostegno emotivo? Eppure non potevo fare a meno di sentirmi in colpa per non essere in grado di aiutarla.

Volevo approfondire le ragioni di tutto questo. Non riuscivo a capire come un essere umano adulto potesse alzare le mani sulla persona che diceva di amare. Il pensiero che qualcuno potesse fare del male al proprio partner era incomprensibile per me. Quello che ho invece sentito ogni giorno ha distrutto tutto ciò che pensavo di sapere. Storie che non avrei mai immaginato: una donna picchiata semplicemente perché la sua molokhia (piatto ricavato dalle foglie di Corchorus olitorius, ndr) non era di gradimento del marito. Un’altra donna il cui volto è stato sfigurato dal fratello perché era stata vista parlare con suo cugino. Un’altra ancora che è stata molestata in pieno giorno sui mezzi pubblici, che poi è stata chiamata puttana quando ha osato reagire. Quante storie. Quanto dolore. E nessuna scusa che possa giustificare tutto questo. Ho capito che ci sono molte cause alla base di questa sofferenza. C’è la violenza radicata nell’educazione, quella legata alla possessività e autorità maschile, la violenza esterna della guerra e molte altre ragioni che spingono l’aggressore ad agire in questo modo. Ma non ho mai trovato una sola scusa convincente. Tutte le giustificazioni si nascondono dietro la religione o le usanze e le tradizioni, soprattutto la religione.

La città di Gaza è governata da un’autorità puramente religiosa. È uno dei luoghi più chiusi al mondo, se non il più chiuso in assoluto, il che rende la religione il fondamento di tutto nella società. Non è questo che contesto. La mia obiezione riguarda l’uso improprio della religione per giustificare la violenza e i maltrattamenti contro le donne. Tutte le religioni rivelate onorano le donne. Parlando specificamente di Gaza, qui predomina l’Islam, eppure gli uomini usano versetti del Corano e degli Hadith per giustificare crimini imperdonabili. Si dichiarano studiosi religiosi, maturi e competenti in materia di religione. Si svegliano per la preghiera, mostrano devozione a Dio, poi nel pomeriggio picchiano brutalmente le loro mogli, e nessuno li ritiene responsabili. Quando viene loro chiesto il motivo, rispondono che Dio ha ordinato loro di farlo, citando la frase coranica “ma se persistono, picchiatele” (Sura An-Nisa, 4:34). Ma Dio non ha mai ordinato questo, e si tratta di una falsa interpretazione del versetto. Questa errata interpretazione è sostenuta sia dai leader religiosi che dalla gente comune. L’aggressore crede addirittura che sarà ricompensato ed entrerà in paradiso per ciò che fa. Un padre stupra sua figlia e nessuno lo punisce. Quando gli viene chiesto perché, risponde che Dio gli ha permesso di sposare o avere rapporti con “quelle schiave in tuo possesso” (cioè le schiave di cui si parla nel Corano). Quindi non vede sua figlia solo come un oggetto sessuale, ma come una schiava. E la cosa viene insabbiata perché “non è nostra usanza o tradizione” riconoscere cose del genere.

Non nasciamo con diritti chiari; nasciamo, piuttosto, in un mondo in cui dobbiamo dimostrare di meritare anche il minimo briciolo di dignità. Molte donne non sanno nemmeno come proteggersi dalla violenza, né all’interno delle loro famiglie né davanti alla legge. La salute mentale e quella riproduttiva sono trattate come un lusso, come se fossimo solo macchine per la riproduzione e la sopportazione, non esseri umani. Le donne di Gaza devono affrontare l’occupazione, la povertà, l’aggressività e la violenza, oltre a subire una sistematica emarginazione all’interno della propria società. Non sono protette, ma ritenute responsabili. Non sono rispettate, ma sorvegliate. Anche la guerra viene usata come scusa per zittirle: “Non è il momento di rivendicare i propri diritti”, “Lasciamo morire le persone mentre voi vi concentrate sull’hijab, l’uguaglianza e la violenza? Ma quando arriverà il momento giusto? Dobbiamo aspettare un’altra morte, un altro sfollamento, prima di essere trattate come esseri umani? La guerra non è mai stata una scusa valida per rimanere in silenzio di fronte all’ingiustizia. Parlarne è proibito. Rivolgersi alla legge è proibito, perché in circostanze normali la legge è nelle mani degli stessi uomini religiosi che abusano delle loro mogli.

In ogni angolo di Gaza che percorro, vedo manifesti di Hizb ut-Tahrir (Partito di liberazione della Palestina) che parlano delle donne: “Il secolarismo corrompe le donne”, “La CEDAW [Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne] umilia le donne”, “Il califfato protegge le donne”. Queste parole non significano nulla, se non che parlano di me senza mai ascoltarmi. Questo partito, e altri gruppi religiosi che riducono la religione al controllo dei corpi delle donne, non si curano della mia situazione reale. Non gli importa che io viva nella paura costante, senza protezione né libertà. Non parlano mai di povertà, guerra o occupazione. Non menzionano mai la violenza che subisco, le molestie o gli stupri. Parlano solo di me, non come essere umano, ma come simbolo che deve essere preservato, purificato o proibito.

Non scrivo questo perché rifiuto la religione o odio la mia società. Scrivo perché sono stanca di essere usata come uno slogan. Stanca di essere ridotta a dibattiti che non hanno nulla a che fare con me. Stanca di essere trattata come un “caso tabù” che nessuno osa affrontare. Sono stanca di essere sempre considerata una vittima, di vedermi negati anche i miei diritti più elementari e di essere costretta a tacere. Non sono una vittima da preservare. Sono una donna che lavora nei campi, una madre in una tenda, una studentessa a scuola, una sopravvissuta alla guerra, ai matrimoni forzati e all’emarginazione. Sono creativa nell’arte e nella musica. Sogno di diventare un’icona scientifica, di aprire un giorno un mio ospedale. Ma nonostante tutto questo, non sono rappresentata nel processo decisionale, non sono rappresentata nel dibattito, non sono nemmeno rappresentata nella mia stessa storia. Se non iniziamo ad ascoltare le donne, non solo a parlare di loro, ma ad ascoltarle davvero, proteggerle e sostenerle, continueremo a ripetere lo stesso crimine: zittire la donna, ucciderla lentamente, poi mettere un cartello con il suo nome in ogni angolo della città.


da Volere la luna del 06/03/2026

Aggredire l’Iran è meno grave che aggredire l’Ucraina?

di Domenico Gallo


Le parole sono importanti, la parola determina gli orizzonti del pensabile. Non a caso l’impoverimento del linguaggio, spesso sotto forma di semplificazione, rappresenta uno dei più efficaci dispositivi di depotenziamento dell’azione collettiva e di manipolazione delle masse. Dal 24 febbraio del 2022 siamo stati sommersi da un diluvio di parole di finta indignazione. L’aforisma: “c’è un aggredito e un aggressore” è stato condito in tutte le salse. L’aggressione della Russia all’Ucraina è stata costantemente qualificata come brutale, ingiustificata e non provocata. Fiumi di inchiostro sono stati versati nelle dichiarazioni dei vertici dell’Unione Europea e nelle Risoluzioni del Parlamento europeo, per esternare l’indignazione verso un’azione militare che calpestava il diritto internazionale e per esecrare i crimini di guerra della Russia, che sono stati finanche numerati (40.000). L’Ucraina è stata istigata a combattere e a sacrificare la vita dei suoi figli – invece di cercare la pace attraverso un compromesso – perché non si poteva deflettere dal mantra di “un mondo basato sulle regole”, anche a costo di qualche milione di morti. I documenti che hanno inflitto diciannove ordini di sanzioni alla Russia sono stati tutti lastricati da richiami ai principi e alle norme della Carta dell’ONU e delle Convenzioni internazionali sui diritti umani e sul diritto bellico.

Invece, di fronte al genocidio a Gaza prima e all’attacco all’Iran oggi, le parole d’indignazione delle élites europee stranamente non hanno trovato voce e di sanzioni non si è nemmeno parlato. Anzi si è tirato fuori lo spettro dell’antisemitismo per fare da schermo alle atrocità indicibili commesse da Israele. Dopo il bombardamento del Venezuela e il rapimento di Maduro, ci ha pensato Trump a spazzare via il feticcio del “mondo basato sulle regole” che la NATO e l’Unione Europea avevano agitato contro la Russia, disvelandone la falsità. Alla domanda dei giornalisti del New York Times «C’è qualche limite al suo potere sul piano mondiale che potrebbe fermare ciò che vuol fare?», l’8 gennaio Donald Trump ha risposto in maniera chiara e netta: «C’è una sola cosa: la mia propria moralità, la mia mente. È la sola cosa che mi può fermare. E questo va benissimo. Io non ho bisogno di nessun diritto internazionale. Il mio potere (cioè quello degli Stati Uniti, ndr) è limitato dalla forza, piuttosto che dai trattati o dalle convenzioni». Siamo, purtroppo abituati alle violazioni dei principi fondanti del diritto internazionale da parte degli USA e di altri attori internazionali, ma dopo le azioni e le dichiarazioni di Trump c’è qualcosa in più. Adesso le regole che dovrebbero assicurare la convivenza pacifica delle Nazioni, fondate sul divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali comminato dallo Statuto dell’ONU, sono state apertamente ripudiate e sostituite dalla restaurazione della legge del più forte. Sbugiardata la finzione del “mondo fondato sulle regole”, l’imperatore dell’Occidente ci informa che l’unica regola che riconosce e che può porre un limite al suo potere è quella della forza.

La legge della giungla è restaurata a livello planetario. Come ha osservato Luigi Ferrajoli, «l’umanità è regredita allo stato di natura, per di più nucleare, dominato da pochi despoti, tutti armati, violenti, esaltati e spregiudicati». Il paradosso è che i nostri leader e i leader europei, che si sono stracciati le vesti mostrando di voler punire le violazioni del diritto internazionale commesse dalla Russia, di fronte a questo atto di aggressione, brutale, ingiustificata e pilotata dallo Stato terrorista di Israele, non hanno le parole per dirlo, per uscire fuori dalla finzione e chiamare questo attacco per quello che è: un atto di aggressione ai sensi dell’art. 2 della Carta dell’ONU, un crimine internazionale ai sensi dell’art. 5 dello Statuto della Corte penale internazionale. Giorgia Meloni, come Ursula von der Layen, come Roberta Metsola, come la Kaja Kallas si sono limitate a qualche pigolio, mostrandosi preoccupate per lo sviluppo della situazione (e ne hanno ben motivo!). La Kallas ha aggiunto che l’UE sta coordinandosi con Israele e paesi arabi per lavorare verso una soluzione negoziata, notando che i programmi nucleari e missilistici dell’Iran sono considerati una minaccia alla sicurezza globale. In altre parole, l’Alta rappresentante della politica estera dell’UE non ha trovato niente di meglio, per mascherare la connivenza con USA e Israele, che riesumare la falsa foglia di fico delle armi di distruzione di massa che gli Usa invocarono nel 2003 per giustificare l’aggressione all’Irak.

A questo punto, poiché tutte le finzioni sono cadute, bisogna ridare alle parole quel senso di cui sono state spogliate e chiamare le cose con il loro nome. Le sanzioni che l’UE ha imposto alla Russia non sono atti emanati a garanzia del rispetto del diritto internazionale, bensì sono una forma di partecipazione alla guerra contro la Russia con altri mezzi. Sono atti di ostilità che si inquadrano in un confronto fra potenze fondato sulla forza. Abbiamo visto come questo confronto in Europa abbia causato una catastrofe di stragi senza fine, di distruzioni fisiche ed ambientali e una crescente insicurezza a cui nessun processo di riarmo può mettere rimedio. Adesso si è aperto un nuovo fronte di guerra in Medio Oriente che renderà sempre più insicura la vita della Comunità internazionale, come ha insegnato la dolorosa esperienza della guerra all’Irak. Dobbiamo denunciare il servilismo delle classi dirigenti europee verso il delirio di potenza di Trump, cominciando a smascherare la falsità delle loro parole.


da ISPI del 10/03/2026

Iran, petrolio e retorica: il prezzo della guerra

a cura di Alessia De Luca


Le parole di Trump sulla “fine imminente” della guerra calmano i mercati e la corsa del greggio. Ma lo scontro nel Golfo, l’ombra della Russia e il rischio di un nuovo shock energetico mantengono alta la tensione.


La guerra contro l’Iran “finirà molto presto”: sono bastate queste parole a far raffreddare i prezzi del petrolio, saliti al livello massimo da quattro anni a questa parte, e rassicurare i mercati attenuando le preoccupazioni degli investitori circa la possibilità di un conflitto a lungo termine nella regione. A pronunciarle, nel corso di un’intervista con l’emittente CBS News, è stato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha definito la guerra contro l’Iran “praticamente completata” salvo poi lasciar presagire un possibile proseguimento del conflitto: “Abbiamo vinto in molti modi – ha affermato il presidente americano – ma non abbastanza”. Le sue dichiarazioni sono state accolte con sollievo, dopo che circa un quinto delle petroliere e delle navi gasiere mondiali sono rimaste bloccate nello Stretto di Hormuz, facendo schizzare in alto i prezzi del greggio. Teheran ha dichiarato che, se gli attacchi degli Stati Uniti e di Israele continueranno, non permetterà l’esportazione di “un solo litro di petrolio” dalla regione. Per tutta risposta, Trump ha annunciato che avrebbe revocato “alcune sanzioni legate al petrolio” nel tentativo di calmare i mercati e contenere i rialzi. Pur non menzionandola espressamente, il riferimento sembra riguardare la Russia, poiché l’annuncio è arrivato poco dopo un colloquio telefonico fra Trump e Vladimir Putin. “Abbiamo sanzioni contro alcuni Paesi”, ha detto Trump ai giornalisti. “Le toglieremo finché lo stretto non sarà aperto”. La scorsa settimana l’amministrazione Trump ha permesso all’India di acquistare temporaneamente petrolio russo appena un mese dopo che New Delhi aveva accettato di smettere di acquistarlo, interrompendo una fonte di introiti vitale per l’economia russa.

La Russia torna in partita?

La chiamata fra Trump e Putin, durata un’ora, ha spaziato dai conflitti in Iran e in Ucraina alla situazione in Venezuela. “Naturalmente, l’enfasi è stata posta sulla situazione relativa al conflitto con l’Iran” ha riferito il consigliere del Cremlino Yury Ushakov, secondo cui il presidente russo ha delineato “una serie di idee volte a risolvere il conflitto il più rapidamente possibile, anche in relazione ai suoi recenti contatti con i leader del Golfo, il presidente iraniano [Masoud] Pezeshkian e diversi altri leader”. Da parte sua, il presidente degli Stati Uniti avrebbe “condiviso la sua valutazione della situazione nel contesto dell’operazione USA-Israele in corso”, ha aggiunto il diplomatico russo. I due leader avrebbero anche condiviso opinioni “sulla situazione attuale lungo la linea di combattimento in Ucraina, dove le forze russe stanno avanzando con successo” riferisce la stampa russa. “È stato osservato che questo è un fattore che dovrebbe incoraggiare il regime di Kiev a intraprendere finalmente la strada della risoluzione del conflitto attraverso i negoziati”, ha sottolineato Ushakov. In un moto d’apertura che sa di provocazione, dopo quattro anni di gelo diplomatico, Putin ha dichiarato anche che Mosca “è pronta a riprendere le forniture di petrolio e gas verso l’Europa”, ma attende “segnali” dall’Unione europea sulla “volontà di cooperare senza condizionamenti politici”. “Se le aziende e gli acquirenti europei decidessero di riorientarsi e garantissero una cooperazione a lungo termine stabile, libera da considerazioni politiche – ha detto il presidente russo all’agenzia Tass – siamo pronti a lavorare con loro”.

L’Europa teme un nuovo shock?

Per quanto provocatorie, le dichiarazioni di Putin colgono nel segno. Con lo scoppio della guerra nel Golfo, i leader europei – ancora perseguitati dai fantasmi della crisi energetica del 2022 – si stanno frettolosamente preparando a un altro possibile shock economico. Lunedì, mentre la guerra in Medio Oriente, scatenata dagli attacchi di Stati Uniti e Israele, entrava nella sua seconda settimana, senza un chiaro epilogo in vista, il prezzo del petrolio sfondava la soglia dei 100 dollari al barile, costringendo i ministri delle Finanze del G7 a dichiarare di essere pronti a fare “tutto il necessario”, compreso un ricorso alle riserve petrolifere di emergenza, per fermare le speculazioni e aiutare i consumatori e le industrie. Eppure, proprio sul fronte del petrolio, si teme già che la situazione peggiorerà prima di migliorare: più a lungo durerà la guerra, più i prezzi tenderanno a salire. “Stiamo assistendo a chiusure su larga scala in molti paesi del Medio Oriente, tra cui, sorprendentemente, l’Arabia Saudita”, osserva Ajay Parmar, direttore della società di intelligence del mercato energetico ICIS, secondo cui le conseguenze per il mercato “saranno molto più significative di quelle osservate nel 2022”. Per i leader europei preoccupati per il costo della vita, la volatilità dei mercati e le reazioni negative degli elettori e delle singole economie, le sole parole di Trump non suonano poi così rassicuranti.

Tra retorica e realtà?

Non sono solo i leader europei a temere le ripercussioni economiche del conflitto. Finora, il messaggio economico di Trump sull’Iran si riduce all’idea che qualsiasi sofferenza sarà temporanea, utile e meno grave del previsto. Ma i repubblicani – alle prese con un anno elettorale cruciale – si stanno rassegnando alla dura realtà politica, che vede il partito al potere perdere consensi quando i prezzi aumentano bruscamente. Fino a poche settimane fa nessuno avrebbe previsto uno scenario simile. Nel suo discorso sullo stato dell’Unione, lo scorso 25 febbraio, Trump aveva proclamato senza esitazioni “una nuova età dell’oro” e un “boom economico” per gli Stati Uniti. Oggi, lo stesso presidente che in passato aveva usato i prezzi della benzina come arma politica contro i suoi avversari sostiene che gli americani dovranno accettare “piccoli sacrifici” nel breve periodo. Nel frattempo, le turbolenze sui mercati energetici minacciano di infliggere un nuovo colpo alla sua politica economica, già indebolita dalla bocciatura dei dazi da parte della Corte Suprema. In questo contesto non stupisce che Trump abbia sfoderato la sua arma più efficace: la retorica. Le sue dichiarazioni insistono su successi imminenti e vittorie ‘quasi’ raggiunte. Ma, come nel caso dei dazi, sembra che il presidente si sia imbarcato nel conflitto senza una strategia chiara su come portarlo a termine, e che sia ora alla ricerca di una via d’uscita da presentare come vittoria. Finora le sue parole sembrano aver funzionato: i mercati hanno reagito con entusiasmo e le borse sono tornate a salire. Ma l’effetto dell’incantesimo potrebbe svanire rapidamente se alle parole non seguiranno i fatti.


domenica 15 marzo 2026

da Domani del 10/02/2026

L'INTERVISTA

«La Striscia deve vivere, va superata la crisi umanitaria»

di Anna Germoni

 

Parla Issa Kassissieh, ambasciatore palestinese in Vaticano: «Israele deve cessare l'occupazione.

La comunità internazionale non sta proteggendo la soluzione a due Stati».

 

L'Ambasciatore Issa Kassissieh, rappresentante dello Stato di Palestina presso la Santa Sede, rompe ora il silenzio: in un'intervista a Domani descrive senza filtri la crisi umanitaria a Gaza e in Cisgiordania e lancia un monito chiaro a Israele e alla comunità internazionale. «La vita dei palestinesi è appesa a un filo», avverte mentre a Washington sta per riunirsi il Board of Peace lanciato da Donald Trump, «e l'occupazione deve cessare subito. Senza misure concrete le condizioni sul campo peggioreranno ancora».

 

Come sopravvive Gaza?

La crisi umanitaria a Gaza è drammatica e l'escalation senza precedenti da parte dei coloni israeliani, sostenuti dal governo israeliano, in Cisgiordania è molto preoccupante. A Gaza è urgente garantire l'accesso ai servizi di base come assistenza sanitaria, alloggi, acqua, servizi igienici ed istruzione. Le strutture mediche sono già al limite, prive di forniture essenziali e incapaci di garantire anche le cure di base lasciando innumerevoli vite in pericolo.

Israele non deve impedire l'accesso a forniture essenziali. L'apertura del confine di Rafah era prevista dal piano di pace del presidente Trump, ma è necessario fare di più: solo circa 50 pazienti attraversano in media ogni giorno, un numero insufficiente. Il processo va migliorato e più persone devono poter varcare il passaggio. Anche il trasporto di merci attraverso questo punto di passaggio non è ancora consentito, ma è fondamentale per fornire aiuti alla popolazione vulnerabile.

 

La comunità internazionale perché non interviene?

Nella seconda fase del piano Trump dovrebbe essere adottato un approccio drastico e olistico. Le politiche di egemonia di Israele dovrebbero spostarsi verso passi concreti di costruzione della pace, primo step per un lungo percorso di riconciliazione e coesistenza tra i due popoli.

La comunità internazionale, in particolare l'amministrazione americana, deve affrontare la crisi umanitaria prima della ricostruzione e del recupero. La consegna fluida dei servizi di assistenza senza ostacoli è una priorità assoluta.

 

Cisgiordania e Gerusalemme Est: verso quale precipizio?

In Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, la leadership palestinese segnala un rapido deterioramento. La recente decisione del governo israeliano mostra una politica chiara volta a consolidare il controllo permanente tramite l’espansione dell'autorità civile israeliana, facilitando ulteriori acquisizioni di terre da parte dei coloni e minando le prospettive di soluzione a due Stati.


Cosa fa Israele sul campo?

Sta rendendo la vita dei palestinesi insopportabile con centinaia di posti di blocco, cancelli, cumuli di terra e sbarramenti, oltre agli attacchi quotidiani dei coloni ai villaggi. Questo deve cessare. Senza misure coraggiose della comunità internazionale per fermare l'occupazione e le pratiche di annessione, la situazione locale continuerà a peggiorare, incoraggiando violazioni illegali e unilaterali, e rodendo qualsiasi speranza di soluzione a due Stati. Ciò darebbe la vittoria agli estremisti e sconfiggerebbe le forze moderate, insieme alla credibilità internazionale e ai principi dell'Onu.

 

Soluzione due Stati: è ormai un miraggio?

Israele sta alterando rapidamente le prospettive di uno Stato palestinese continuo e vitale, modificando la geografia e la demografia dei territori palestinesi occupati. La comunità internazionale si limita a condannare tali piani senza proteggere concretamente la soluzione a

due Stati.

 

Qual è il ruolo del Vaticano?

La Santa Sede ha le sue radici nella Terra Santa, fondata sopra il Santo Sepolcro a Gerusalemme e basata sull'autorità concessa da Cristo stesso a San Pietro. Dopo la guerra del 1948, ha sostenuto il "Corpus separatum" per la città di Gerusalemme: una giurisdizione separata internazionale e considerata centro spirituale per le tre religioni monoteiste.

Secondo Papa Giovanni Paolo II «la compassione di Dio per Gerusalemme deve diventare la nostra, più potente di qualsiasi ideologia o allineamento politico». Papa Francesco ha costantemente descritto Gerusalemme come una «città di pace», patrimonio comune dell'umanità e luogo sacro e unico per le tre religioni, esortando al rispetto dello status quo. Negli ultimi dieci anni, la Santa Sede ha continuato a chiedere uno status speciale garantito a livello internazionale per i santuari della Terra Santa. Papa Francesco ha ordinato il

Patriarca H.B. Pierbattista Pizzaballa Cardinale del Patriarcato Latino di Gerusalemme. Nell'ambito del dialogo interreligioso, la Santa Sede fa riferimento alla Dichiarazione sulla Relazione della Chiesa con le Religioni non Cristiane (Nostra Aetate), emanata da Papa Paolo VI il 28 ottobre 1965. Questa diplomazia proattiva porta speranza per garantire la conservazione del mosaico della Città Vecchia di Gerusalemme, incluso lo status quo, e proteggere ulteriormente la presenza cristiana rimanente, attraverso un piano strategico concreto in collaborazione con la Chiesa locale.