Riflessioni e commenti di don Franco Barbero

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domenica 28 giugno 2026

 

ore 17:08
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da ISPI - Istituto di Studi di Politica Internazionale

La Nato, le basi europee e l’Italia

di ISPI Daily Focus - 26/06/2026


Le parole di Mark Rutte creano un cortocircuito diplomatico che coinvolge Roma e alimenta le domande sul futuro dell’Alleanza in vista del vertice di Ankara.

Se le intenzioni erano buone, le conseguenze non lo sono state: alla vigilia dell'incontro con Donald Trump alla Casa Bianca, il Segretario Generale della Nato Mark Rutte ha scelto Fox News per ribaltare la narrazione degli alleati europei reticenti a sostenere l’operazione americana ‘Epic Fury’ in Iran. Rutte ha rivelato che Roma avrebbe permesso ad aerei statunitensi di decollare dalle basi Nato in Italia in direzione del Golfo, evitando di ostentarlo pubblicamente per ragioni di politica interna. Il risultato è stato l’opposto di quello sperato. “Se si guarda all'Italia, 500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane sul territorio italiano per supportare Epic Fury” ha dichiarato Rutte, aggiungendo: “È un numero enorme”. Le sue parole, pronunciate per placare le critiche di Trump agli alleati e in un momento che lo vede accanirsi particolarmente con l’Italia, hanno invece aperto un nuovo fronte e attirato su Roma le accuse di Teheran. Nel complesso, il Segretario Generale della Nato ha stimato “tra le 4mila e le 5mila missioni di volo” partite da basi europee a sostegno dell’intervento armato, citando anche la Romania, che avrebbe “ridotto il traffico civile per consentire alle forze statunitensi di utilizzare i propri aeroporti come infrastrutture di rifornimento in volo”. A meno di due settimane dal vertice dei 32 leader dell'Alleanza ad Ankara, le parole di Rutte – pensate per ricucire lo strappo transatlantico – hanno invece coinvolto Roma in un cortocircuito inatteso.

La replica dell’Italia?

Il governo italiano ha risposto in poche ore con toni tra il risentito e il meravigliato. Il ministero della Difesa ha chiarito che “sono state autorizzate esclusivamente attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche, nell’ambito delle procedure previste dagli accordi esistenti”, precisando che “le volte in cui si è prospettata una richiesta che esulava da questo perimetro, l’Italia non ha concesso l’autorizzazione”. Il ministro Guido Crosetto si è detto sorpreso che Rutte, “il quale non ha nulla a che fare con l'operazione Epic Fury”, avesse fornito una versione che trasmetteva “un messaggio del tutto fuorviante” confondendo i voli di supporto autorizzati con operazioni legate al combattimento. La distinzione è tutt'altro che accademica. E l’irritazione del ministro per una versione che non coincide con quel sin qui fornita da Roma trapela dal fatto che definisca quelle del Segretario Generale “parole a caso, inopportune e superflue”. Più tardi un portavoce dell’Alleanza ne ha parzialmente attenuato la portata, precisato che “il tipo di supporto a cui ci si riferiva riguarda la logistica o l’assistenza tecnica” e che gli alleati, Italia compresa, hanno dato attuazione agli accordi bilaterali “in materia di basi militari e sorvoli”. Il riferimento è agli accordi tra Italia e Stati Uniti del 1954, in parte tuttora coperti da segreto, consentono una serie di attività ordinarie senza autorizzazione caso per caso: un’opacità che, in tempo di guerra, diventa terreno di scontro.

Teheran chiede spiegazioni?

Non si è fatta attendere neppure la reazione iraniana. L’Italia è da sempre considerata un interlocutore importante e uno dei pochi con cui si è continuato a dialogare anche nei momenti più critici. E ora il sospetto di un suo coinvolgimento nel conflitto rischia di incrinare i rapporti. Il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran Esmaeil Baghaei ha affondato il colpo: “Italia e Romania sono state esplicitamente citate dal segretario generale della Nato come Paesi che hanno partecipato all’aggressione contro l'Iran. Insieme a ogni altro Paese europeo che ha sostenuto l’aggressione americano-israeliana, devono spiegare ai propri cittadini e al mondo perché hanno scelto di essere complici di questo palese atto di aggressione”. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha immediatamente cercato di contenere i danni e in una conversazione telefonica con il suo omologo Araghchi, ha assicurato che “l’Italia non ha mai preso parte ad alcuna iniziativa militare e non ha mai autorizzato l'utilizzo delle basi per azioni di guerra contro l'Iran”. La telefonata segnala quanto Roma tema le ripercussioni sul piano bilaterale con Teheran, una relazione storicamente significativa sul piano energetico e commerciale, in una fase in cui lo Stretto di Hormuz rimane teatro di tensioni e la crisi regionale è tutt’altro che conclusa.

Una contraddizione strutturale?

Il caso Rutte illumina una contraddizione strutturale che la guerra in Iran ha reso acuta: fino a dove si estende la solidarietà atlantica quando Washington combatte una guerra che gli alleati non hanno scelto e che molti, almeno pubblicamente, non condividono? A complicare ulteriormente il quadro è la notizia, riportata dal New York Times e confermata da varie fonti al Pentagono, di una prossima revisione della presenza militare americana in Europa: valutazioni per ridurre il numero di caccia e navi da guerra dispiegati nel Vecchio Continente e delle forze da dispiegare nelle fasi iniziali di un eventuale conflitto sarebbero già in corso. Un segnale che Washington non esita a usare la propria presenza militare come leva negoziale, e che in ogni caso il riorientamento verso l’Indo-pacifico è dietro l’angolo. “La possibilità per le forze armate americane di utilizzare liberamente le basi in Europa per le loro operazioni globali è il principale strumento di pressione che abbiamo per convincerlo a non abbandonarci”, suggerisce un alto funzionario militare della Nato al Financial Times. Ma al vertice di Ankara gli europei si presenteranno sapendo che la solidarietà atlantica non è più un dato acquisito, e il prezzo dell'abbandono potrebbe rivelarsi più alto del previsto.


ore 16:58
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da Volere la Luna del 25/06/2026

L’industria cinese avanza: cosa fare?

di Vincenzo Comito


Il resto del mondo sta assistendo insieme con ansia e meraviglia alle crescenti prestazioni dell’industria cinese in patria e all’estero, dalla produzione dei robot umanoidi e delle auto volanti in patria sino ai 1.200 miliardi di dollari di avanzo commerciale con il resto del mondo nel 2025, con una elevata dinamica di crescita che sembra proseguire nel 2026. In effetti nei primi cinque mesi dell’anno in corso le esportazioni cinesi sono cresciute ancora del 15,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e sembrano ancora accelerare; nel mese di maggio la crescita è stata del 19,4%. Intanto alcune previsioni stimano che entro il 2030 il peso dell’industria del paese asiatico sul totale mondiale si avvicinerà al 50%. Nel 2001 la Cina otteneva l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale per il Commercio. Ne era seguito quello che sarà poi un vero e proprio shock in Occidente, con le merci del paese asiatico, peraltro di frequente prodotte da imprese del Nord del mondo insediate nel paese, che cominciarono a invadere i mercati occidentali a prezzi molto bassi; negli Stati Uniti in particolare ci si trovò di fronte a un China price imbattibile. Ma nell’ultimo periodo si sta assistendo a un secondo shock, ancora più temibile del primo; questa volta non si tratta di prodotti, o solo di prodotti, a basso valore aggiunto, ma di merci di alto livello tecnologico, di nuovo a prezzi che sfidano ogni concorrenza. Il panico sembra diffondersi nel resto del mondo.

ore 16:38
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da Volere la Luna del 26/06/2026

Per l’Europa le donne afghane non esistono

di Gianni Tognoni


Una delegazione del regime talebano dell’Afghanistan, composta di cinque rappresentanti (ovviamente maschi), è a Bruxelles per discutere con esponenti della Commissione europea del rimpatrio forzato di migranti afghani. Il fatto è di estrema gravità, ancor più lo è tenendo conto che la visita è l’esito di contatti avviati da mesi, durante i quali la documentazione della sistematica e istituzionalizzata discriminazione nei confronti delle donne del Paese si è arricchita di rapporti e accertamenti di una situazione sempre più drammatica e incompatibile con la possibilità di considerare l’Afghanistan un interlocutore in politiche di respingimento.

Tra i vari materiali ci sono i risultati della Sessione del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) dedicata alle donne afghane, conclusasi con una sentenza resa pubblica nel dicembre 2025. Sulla base di una documentazione estremamente dettagliata, presentata durante tre giorni da numerosi testimoni, in presenza e da remoto, e di rapporti tecnici che hanno incluso anche gli aspetti più direttamente legati alle pretese esigenze della religione islamica, la giuria internazionale in maggioranza di donne, presidente sudafricana e componenti provenienti da Spagna, India, Stati Uniti, Afghanistan e Italia) ha emesso all’unanimità una sentenza, ai sensi dell’art. 7 del proprio statuto, con cui ha dichiarato dieci leader talebani, nonché il gruppo stesso dei talebani, responsabili di crimini contro l’umanità e di persecuzioni di genere e ha, contestualmente, dichiarato che lo Stato dell’Afghanistan sta violando gli obblighi derivanti dai vari trattati delle Nazioni Unite sui diritti umani, pur da lui sottoscritti, e che c’è, nel Paese, un sistema di apartheid, ovvero un regime di segregazione, esclusione e dominio istituzionalizzato. In quanto autorità di governo de facto – ha argomentato il TPP – i talebani sono responsabili diretti di una campagna di persecuzione di genere volta a cancellare le donne dalla vita pubblica e a ristrutturare la società afghana attorno alla supremazia maschile. Le testimonianze di sopravvissute, di testimoni e di organismi internazionali concordano sull’esistenza di una situazione di esclusione sistematica, di divieto di parola, di istruzione e di lavoro, di cancellazione dalla vita pubblica, di imposizione di un rigido codice di abbigliamento, di limitazione dell’accesso all’assistenza sanitaria e di punizione del dissenso. Imponendo alle donne di essere sempre accompagnate da un parente stretto di sesso maschile (il mahram), i talebani hanno limitato non solo la loro libertà di movimento, ma anche il loro accesso alle strutture sanitarie e ai medici. Hanno, inoltre, istituzionalizzato la discriminazione e la repressione delle donne e delle ragazze afghane emanando più di 100 editti e decreti vincolanti, applicati con meccanismi che le soggiogano e le controllano, sia individualmente che collettivamente. I talebani, poi, prendono sistematicamente di mira le attiviste, utilizzando sistemi di sorveglianza e reprimendo chi partecipa alle proteste con arresti arbitrari, tortura, maltrattamenti e violenza sessuale durante la custodia, confessioni estorte. Diverse attiviste sono anche oggetto di esecuzioni extragiudiziali e sparizioni forzate. Le ultime inchieste, di maggio-luglio dello scorso anno, della stampa internazionale confermano il permanere di questa situazione con diversi casi di suicidio di giovani donne pur di sfuggire al controllo maschile cui erano state sottoposte. La limitazione dei diritti delle donne costituisce un progetto politico legato a rivendicazioni di ripristino dell’identità nazionale e di difesa di valori culturali e religiosi. Pertanto, il dominio di genere dei talebani non è casuale, ma sistematico e strutturale, intessuto nell’ideologia di governo dello Stato. Ciò produce un sistema di discriminazione istituzionalizzata che prende di mira le donne come gruppo e considera la loro esclusione una condizione necessaria per l’ordine sociale. Le conseguenze della discriminazione sistematica dei talebani sono profonde e multidimensionali e vanno oltre le violazioni dei diritti individuali, rimodellando il panorama sociale, economico e politico dell’Afghanistan.

Le evidenze portate al TPP, spesso emotivamente tragiche, di negazione della ‘nuda vita’ delle donne di tutte le età, con implicazioni ovvie e specificamente gravi per la loro ripetitività e arbitrarietà anche su persone con malattie, disabilità e fragilità, sono un ulteriore contributo di visibilità di un sistema che, prima e al di là di essere un crimine, è intollerabile e prosegue nel silenzio connivente degli Stati.

Fin dalle prime notizie dell’invito della UE ai talebani, pertanto, il TPP ha assunto una serie di posizioni e raccomandazioni che è utile conoscere come sintesi delle possibili implicazioni di quanto sta succedendo. La normalizzazione dei rapporti con il Governo di fatto dei talebani ha numerose conseguenze. In primo luogo, incoraggia i talebani, riducendo la leva d’azione internazionale: quando gli Stati chiudono gli occhi sulla repressione di genere perpetrata dai talebani, infatti, consentono loro di imporre la segregazione di genere non solo a livello nazionale, ma anche all’interno di altri paesi sovrani. In secondo luogo, la normalizzazione ha un impatto profondo sulla normativa internazionale e sui diritti umani, minando l’universalità dei diritti delle donne e veicolando il messaggio che le loro libertà possano essere sacrificate per convenienza politica. In terzo luogo, l’impatto sulle consuetudini internazionali è profondamente preoccupante: mostrando che i governi responsabili di violazioni di massa dei diritti delle donne e delle ragazze possono comunque godere di relazioni diplomatiche ed economiche internazionali, esso erode il risalente rifiuto di normalizzazione dei regimi di oppressione istituzionalizzata. In quarto luogo ha gravi conseguenze sui sistemi di responsabilità, indebolendo le istituzioni, come la Corte Penale Internazionale (CPI) e la Corte Internazionale di Giustizia (CIG), che la comunità internazionale ha costruito con un impegno di decenni e per le quali le donne afghane hanno lottato per anni. Queste strutture sono state istituite proprio per impedire l’impunità di cui i talebani godono oggi. La normalizzazione danneggia, dunque, gravemente le donne e le ragazze afghane. Nel momento in cui la comunità internazionale sceglie di accettare i talebani anziché sostenere le donne, molte di loro perdono fiducia nei diritti umani e nella responsabilità internazionale, passando dalla resistenza attiva alla mera sopravvivenza. Questo cambiamento erode la speranza, indebolisce l’impegno a favore dei diritti e, in ultima analisi, rafforza il controllo dei talebani sulla società, perpetuandone il regime oppressivo.

L’UE non riconosce i talebani come autorità legittima, ma il loro invito contraddice i principi in materia di diritti umani dichiarati dalla stessa Unione. Essa ha imposto sanzioni a numerosi leader talebani per il loro coinvolgimento in attività terroristiche, in gravi violazioni dei diritti umani, nella persecuzione di donne e ragazze e nelle minacce alla pace e alla sicurezza internazionali. Tali sanzioni rimangono in vigore perché i talebani continuano a commettere gravi violazioni, inclusa la persecuzione di donne e ragazze. Inoltre, la Corte di Giustizia della’Unione Europea ha stabilito  che il trattamento riservato alle donne dai talebani costituisce persecuzione, sottolineando l’impossibilità di garantire la sicurezza di qualsiasi donna rimpatriata con la forza in Afghanistan. La Corte Penale Internazionale, infine, ha emesso mandati di arresto nei confronti di esponenti di spicco dei talebani in relazione a crimini contro l’umanità consistenti nella persecuzione di donne e ragazze sulla base del genere. Invitare al dialogo politico e alla cooperazione “tecnica” persone coinvolte in tali accuse mina la credibilità dei meccanismi di giustizia internazionale e invia un messaggio devastante alle vittime afghane che chiedono giustizia. Se l’UE coinvolge i talebani in discussioni sulle espulsioni, in particolare di persone che potrebbero subire persecuzioni, incarcerazione o morte al loro ritorno, diventa complice di violazioni del diritto internazionale dei rifugiati e del principio di non respingimento.

Per queste ragioni il Tribunale ha chiesto formalmente all’Unione di riaffermare il non riconoscimento del regime talebano; di sospendere tutte le espulsioni verso l’Afghanistan, dati i rischi documentati per i rimpatriati, in particolare per le donne, le ragazze e le minoranze; di rafforzare il sostegno ai rifugiati e ai richiedenti asilo afghani, assicurandosi che nessun individuo venga rimpatriato in una situazione di persecuzione; di rispettare il diritto internazionale e gli standard in materia di diritti umani, compreso il regime di sanzioni e l’autorità della Corte Penale Internazionale; di collaborare direttamente con la società civile afghana, le organizzazioni femminili e gli attori democratici, anziché con i responsabili dell’oppressione di genere.

La riunione con la delegazione talebana è qualificata, dai portavoce dell’UE, come parte di una politica europea sulla migrazione. Le donne afghane – tutte – con la loro vita non esistono. Per l’Europa esse sono come i palestinesi per Israele, per Trump e per la stessa Unione. Non esistono. Sono variabili confondenti rispetto ai temi principali che sono, in questo caso, un altro popolo – quello dei migranti – che include anche tante donne e i loro bambini e che l’Unione non sa come collocare, con che soldi, con che scadenze, con che risultati. I talebani, non c’è dubbio, sono criminali per il diritto internazionale. Giusto sanzionarli. Obbligatorio, ma addirittura dichiararli ‘paese non sicuro’ per causa delle donne? Le donne afghane dicono la verità sulle reali responsabilità, politiche e criminali, di una UE secondo cui, ancora una volta, la propria civiltà non ha nulla a che fare con la vita reale delle persone che non rappresentano un contributo alla sicurezza e all’economia. Le donne afghane hanno forse qualcosa da dire alle tante, e potenti, donne che hanno ruoli non banali nella politica della UE (non solo a Bruxelles ma in diverse capitali nazionali e anche a Francoforte) ma non sanno quali sono le regole e le procedure per parlare con loro. Un campione di maschi del loro Paese è, senza autorizzazioni, presente in Europa: per loro non c’è bisogno di passaporti. Sono invitati. E sono stati attenti a non scegliere coloro che sono sanzionati.


ore 16:33
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ore 10:43
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sabato 27 giugno 2026

Pinerolo 1980

Una catechesi rinnovata…

Come riscoprire con i bambini la realtà della riconciliazione, del perdono, della conversione, del peccato?

di Franco Barbero


La strada che abbiamo percorso ci è stata suggerita dalla impostazione biblica. Infatti Gesù, particolarmente nelle sue parabole, ci parla di un Padre che è bontà, riconciliazione, perdono. Questi racconti, ai quali abbiamo dato larghissimo spazio negli incontri con i bambini e nei nostri quaderni di catechesi, hanno offerto la possibilità di toccare con mano quali sono le caratteristiche dell'agire di Dio che Gesù ci ha manifestato.

Non sappiamo se siamo riusciti ad evidenziare questa centralità dell'amore di Dio, ma questo era il nostro intento. La parabola ci è parsa uno strumento ottimo per questo annuncio per il fatto che, presentando un'azione che si svolge, non comporta ragionamenti astratti e, in una qualche misura, fa vedere.

Il punto di partenza non è mai stato il peccato nostro o di altri, ma l'agire amoroso di Dio e di Gesù. Questo cambiamento del punto di partenza c'è sembrato essenziale perché la realtà di un Dio amante è il primo, grande dono di rivelazione dell’evangelo. E’ questa la scoperta che può cambiare la nostra vita. La Bibbia ci testimonia questa realtà: il mondo e i singoli viventi un hanno un Dio da placare, ma sono creature di un Padre-Madre che offre il suo amore a partire da chi è più bisognoso, peccatore, perduto. La paradossalità dell'insegnamento delle parabole sta proprio nell'evidenziare non semplicemente che Dio ama, ma che il suo è un amore gratuito, dato a chi non lo merita, a chi può rifiutarlo e  sciuparlo. Di fronte al nostro amore che spesso è ‘calcolato’ e calcolatore, il Dio di Gesù ama gratuitamente, a fondo perduto.


ore 11:25
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da Internazionale del 11/06/2026

Poesia

Come i muratori

Come i muratori costruiscono
case belle
in cui mai potranno vivere
Così poveri
siamo di fronte ai nostri sogni

Ma ci innalza il saper sognare

                                                             Stella-Roxane Bellini


Stella-Roxane Bellini è una poeta e scrittrice francese di origini persiane e italiane. Nata nel 1968 a Nishapur, in Iran, è cresciuta in Francia, dove vive. Pubblica anche sotto il nome di Azadée Nichapour. Questo testo è tratto dalla raccolta Parfois la beauté (“A volte la bellezza”, Seghers 2008). Traduzione dal francese di Francesca Spinelli.



ore 10:51
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L’Eco di una politica priva di creatività…

di Franco Barbero


La cosa può far sorridere chi ha una agenda che segna chiaramente Lunedì 16 maggio. La realtà da nascondere per parecchi giornali è la intermittenza con cui pubblicano il quotidiano, segno della scarsità delle vendite che in questi mesi è ben visibile.

Esiste non solo questa intermittenza del giornale, ma lascia perplessi il vedere il “conto al ribasso” di parecchie testate, si ha l’eco di una politica priva di creatività. Se anche quei quattro giornali di sinistra che compro ogni giorno, fanno il gioco della intermittenza, è probabilmente la loro presa d’atto che esiste un sociale di ribasso e la politica non fa che annoiarci con la sua estenuante superficialità e monotonia. In questo forse c’è il motivo che ci fa capire la monotonia e l’intermittenza. 

Viviamo in un contesto politico che non lascia intravvedere un futuro creativo. Poveri loro, anche i più bravi giornalisti, la “partita politica” internazionale e nazionale canta sempre la stessa noiosissima canzone. Lode ai giornalisti che cercano di individuare la “fessura” di qualche novità e fanno un lavoro prezioso e molto sorvegliato dal potere fascista ora dominante in Italia

        Franco Barbero


ore 10:27
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da Il Fatto Quotidiano del 17/06/2026

Salvini chi? 

Il sovranista non più sovrano ridotto alla disperazione

di Alessandro Robecchi

 

Si, certo, le sfighe del mondo sono molte, le posizioni non invidiabili sono tantissime, i leader in caduta libera sono parecchi... ma pensa essere Salvini! Francamente non si immagina nulla di più debilitante. Dunque il nostro Matteo preferito (quell'altro è in pieno delirio di camouflage e oggi si finge di sinistra, per chi ci casca) si dibatte come un tonno pinna gialla nella tonnara della destra italiana, infilzato da tutti e soprattutto dai suoi, un po’ schifato al Nord, un po’ abbandonato al Sud, probabilmente se dovesse brindare come fece al Papeete scioglierebbe del cianuro nello spritz. L’ultimo colpetto gliel'hanno dato i sondaggi e un numero: 5,3 cioè la percentuale che avrebbe la Lega se si votasse oggi, che risulta identica a quella del generale Vannacci, che lui stesso imbarcò come vicesegretario per rimpolpare urne e popolarità. Che è come mettersi nel letto un crotalo velenoso pensando che tenga lontane le zanzare: bel colpo, Matteo.

Ora la situazione è questa, che dopo mille giravolte, manca lo spazio per farne un’altra. Negli anni abbiamo visto il Salvini leghista padano (“Padania is not Italy” sulle magliette), il leghista cremliniano (Putin sulle magliette), il Salvini sovranista (“Prima gli italiani" sulle magliette), il Salvini poliziotto al ministero degli Interni (quando mandava la Digos a togliere gli striscioni sgraditi da piazze e balconi) e il Salvini capostazione, aggrappato per sopravvivenza al sogno della Grande Opera, il ponte sullo Stretto. In mezzo, mischiato a tutto questo, il Salvini Unificato, quello che andava chiedendo voti al Sud dopo essersi costruito una carriera e una sua folkloristica Weltanschauung insultando i "terroni".

Ora che ha preso schiaffoni da tutti, povera stella, porge la guancia ai suoi, gli Zaia, i Fedriga. i Fontana, gente che i voti li prende (purtroppo) e si è un po’ seccata di essere guidata da uno che invece li smarrisce per strada come se avesse un buco nel serbatoio. Si sa che c’è una coca più grave che perdere, ed è avere l’aura del perdente, l'unica aura rimasta a Salvini, tra l’altro. Che gioca le sue carte della disperazione nell'ultimo anno di governo, prima che le urne confermino quello che si vede oggi a occhio nudo: che se fai lo sceriffo implacabile, arriverà uno sceriffo più implacabile di te (e se possibile più ridicolo) a farti fare la figura del fesso.

Prima carta: tornare al Viminale, sperare che Meloni corra ai ripari, anche lei spaventata dal generale baby pensionato, e sostituisca Piantedosi con il nostro fenomeno. Legge, ordine, grande visibilità, potere vero, altro che quelle scemenze dei treni che si ostinano ad arrivare in ritardo, maledetti!

Seconda mossa, rimodulare il partito, cioè usare come stampella proprio quella Lega del Nord (leggi: Zaia) da sempre nemica del suo delirio di onnipotenza. Una Lega del Nord guidata dal veneto più popolare del mondo, e una Lega nazionale (cioè, a quel punto, del Sud), guidata da Salvini, una specie di bad company in attesa di liquidazione. Abbondano ipotesi e dietrologie, per esempio che Zaia faccia un bel marameo e rifiuti di partecipare al naufragio, preferendo attendere che si compia il disastro per poi arrivare da salvatore della patria leghista dopo le elezioni. Il tramonto di Salvini, dunque, non ha neppure la tragica grandezza del crepuscolo, è solo un lento scollinare verso l'eclissi definitiva. Ei fu, insomma, e si marcia veloci verso il mesto affievolirsi dei ricordi, quando si dira “Salvini chi?". Una prece.


ore 10:08
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venerdì 26 giugno 2026

 

ore 23:41
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ore 19:25
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ore 16:49
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SCUOLA E MILITARIZZAZIONE                                                                                Tempi di fraternità


La guerra entra in classe

Nazionalismo, leva e riarmo parlano ai ragazzi

 

di Laura Tussi

Maggio 2026

Quanto è accaduto nelle scuole italiane nei giorni precedenti e successivi al 4 novembre scorso, con le oltre duecento iniziative organizzate nelle scuole italiane insieme alle forze armate, non rappresenta un episodio isolato. È piuttosto un sintomo, uno dei tanti segnali di una pressione culturale e simbolica sempre più evidente che, in questo tempo di guerra, si esercita sulle giovani generazioni. Una pressione che parla il linguaggio del patriottismo, della sicurezza, dell’emergenza permanente. E che rischia di trasformarsi in nazionalismo educativo.

Lo segnala da tempo l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università: la presenza dei militari negli istituti scolastici, la normalizzazione delle divise. L'enfasi sui valori della “difesa” e dell’”orgoglio nazionale” non avvengono nel vuoto. Avvengono mentre l’Europa discute apertamente di riarmo, mentre si moltiplicano i programmi di ReArm Europe, mentre tornano nel dibattito politico proposte di riforma o reintroduzione della leva - magari “moderna”, “volontaria”, “civico-militare” ma pur sempre orientata a preparare i giovani a uno scenario di conffitto.

In questo contesto, portare le forze armate nelle scuole non è una semplice attività commemorativa. È un messaggio. Dice ai ragazzi che la guerra è un orizzonte possibile, forse inevitabile. Che la sicurezza passa dalle armi. Che l'identità nazionale si esprime attraverso l’uniforme. Il 4 novembre diventa così un laboratorio simbolico: non tanto memoria storica, quanto educazione all’obbedienza e all’appartenenza, più che al pensiero critico.

Il problema non è studiare la storia, né conoscere il ruolo delle istituzioni militari. Il problema è l’asimmetria del racconto. Ai ragazzi si mostrano mezzi, carriere, rituali, bandiere. Molto meno spazio viene dato alle conseguenze reali della guerra, alle vittime civili, ai traumi, alle altermative nonviolente, alla diplomazia, al diritto internazionale, all’obiezione di coscienza. La guerra entra in classe in forma rassicurante, ordinata, persino seducente.

E mentre si chiede alle nuove generazioni di “sentirsi parte” di una comunità nazionale sotto minaccia, si restringe lo spazio per il dissenso. Chi solleva dubbi viene facilmente accusato di ingenuità, disfattismo o irresponsabilità. È una dinamica nota: nei tempi di guerra il nazionalismo cresce, e con esso la richiesta di allineamento. La scuola, invece di essere un argine, rischia di diventare uno strumento.

Le proposte sulla leva - presentate spesso come opportunità educative o di coesione sociale - si inseriscono in questa stessa logica. Non si parla di un’educazione alla pace rafforzata, di investimenti equivalenti nella cooperazione, nella mediazione dei conflitti, nella cultura dei diritti. Si parla di preparazione, resilienza, prontezza. Parole che appartengono più al lessico militare che a quello pedagogico.

Il 4 novembre, dunque, non è “solo” una ricorrenza. È uno specchio del clima che stiamo costruendo. Un clima in cui ai ragazzi viene chiesto di interiorizzare l’idea che la guerra sia normale, che il riarmo sia necessario, che l’identità passi per la forza. E tutto questo mentre i conflitti reali - dall’Ucraina a Gaza

all’Iran, fino ad altri dimenticati – mostrano ogni giorno il fallimento di questa logica.

L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle universitè chiede una cosa semplice e radicale: che la scuola resti uno spazio libero, capace di offrire strumenti critici, non narrazioni precostituite. Perché educare in tempo di guerra non significa preparare alla guerra, ma fornire gli strumenti per non subirla come destino.

Se non si apre ora un dibattito serio, il rischio è che una generazione cresca abituata all’idea che il conflitto sia permanente e che la risposta sia sempre militare. E allora il 4 novembre non sarà più una data da discutere, ma solo una tappa di un percorso già tracciato.

ore 09:51
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giovedì 25 giugno 2026

 Tempi di Fraternità

  

HANNO SCRITTO

a cura di Giorgio Bianchi

 

José Pepe Mujica (Montevideo, 20 maggio 1935 — ivi, 13 maggio 2025).

Iniziò a occuparsi di politica a 20 anni militando in partiti e movimenti di ispirazione marxista. Nel 1973, con l'avvento della dittatura di Juan Maria Bordaberry, aderì al movimento dei guerriglieri Tupamaros in lotta per riportare la democrazia nel paese. Nel 1971 venne catturato e imprigionato. Fu solamente alla caduta della dittatura nel 1985 che ottenne la liberazione.

Nei venti anni successivi Pepe Mujica partecipò attivamente alla vita politica uruguaiana sino alla sua elezione a Presidente della Repubblica nel 2009, che fece conoscere al mondo l’eccezionalità del suo mandato.

Destinò il 90% del suo appannaggio a favare di Organizzazioni Non Governative e di associazioni benefiche. Anziché nel palazzo presidenziale, rimase a vivere con la moglie senatrice, nel loro vecchio cascinale alla periferia di Montevideo. Come mezzo di trasporto continuò ad usare il maggiolino che gli avevano donato gli amici. Durante il suo mandato ottenne la depenalizzazione dell’aborto, il riconoscimento dei matrimoni omosessuall, e la legalizzazione delle droghe leggere. Grazie al suo esempio e alla politica da lui instaurata, il tasso di povertà in Urnguay, scese dal 23% del 2009 al 18,2% del 2025, anno della sua morte.

Riportiamo alcuni brani tratti dalla raccolta dei suoi scritti “La felicità al potere”, Editori Internazionali Riuniti, e da un suo intervento al G20 tenutosi in Brasile nel mese di giugno 2012.

È necessario imparare a vivere coerentemente con quel che si pensa. Non dimenticartelo! Vivi come pensi, altrimenti finirai per pensare come vivi. (La felicità al potere, pag. 87)

Se non difendiamo la nostra libertà, ma dedichiamo invece la nostra vita a estinguere mutui, la vita finisce per scapparci di mano e nulla vale più della vita.

Io non sono da prendere a esempio di nulla. Io ho scoperto la chiave di tutto questo nella profondità del carcere quando non potevo neppure leggere un libro e se non avessi attraversato quegli anni non sarei ciò che sono. A volte si impara più dal dolore che dal benessere. Per questo la notte in cui per la prima volta ebbi un materasso, mi sono sentito felice. (La filicità al potere, pag. 151)

Non sto difendendo la povertà, difendo la sobrietà perché la gente possa essere libera. Perché l’obiettivo della razza umana, non è vivere per lavorare. Bisogna lavorare per vivere. Non sprecate la vita, la vita bisogna viverla. (La felicità al potere, pag. 152)

Quando un gruppetto di donne africane cammina cinque chilometri per potersi procurare due secchi di acqua, non è un problema dell’Africa, è un problema dell’umanità intera. Questo bisogna capirlo. (La felicità al potere, pag. 190)

Abbiamo parlato tutto il giorno di sviluppo sostenibile, di lotta alla povertà che affligge una grande quantità di persone nel sottosviluppo. Ma qual è il modello di sviluppo di cui parliamo?

Il modello di sviluppo di cui parliamo, è quello delle società ricche ed è un modello insostenibile.

Che cosa succederebbe se gli abitanti dell’India avessero la stessa quantità di auto per famiglia che hanno i tedeschi? Quanto ossigeno resterebbe per poter respirare? Quello che dobbiamo chiederci é: Possiede il pianeta terra risorse affinché tutti possano sostenere lo stesso grado di consumo e sperpero che hanno le più opulente società occidentali?”. (Intervento al G20)

Lo sviluppo non può essere contrario alla felicità. Deve essere a favore della felicità umana, dell’amore sulla terra, delle relazioni umane, dell’attenzione ai figli, dell’avere amici, dell’avere il giusto, l'elementare. Perché è questo il tesoro più importante che abbiamo. (Intervento al G20)

T.d.F. Maggio 2026

ore 21:12
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Il nostro clima

Bambini a rischio


Quasi tutti i bambini del mondo sono esposti ad almeno un fattore di rischio legato al cambiamento climatico che minaccia la loro vita, la loro salute o la loro istruzione, avverte un rapporto dell'Unicef. Il Children climate risk report ha preso in considerazione otto tipi di rischi (inondazioni costiere, siccità, caldo estremo, incendi, ondate di caldo, alluvioni fluviali, tempeste di sabbia e di polvere e tempeste tropicali), calcolando che più di un miliardo di bambini, la metà del totale, è esposto ad almeno tre fattori contemporaneamente. Una delle zone più colpite è il Sahel, la  regione africana a sud del Sahara, mentre paesi asiatici come il Bangladesh, la Birmania e il Pakistan sono quelli dove i bambini sono minacciati dal maggior numero di fattori. I rischi riguardano anche paesi ad alto reddito come l’Italia, dove più di sei milioni di bambini sono minacciati da siccità e ondate di caldo prolungate.

Il rapporto sottolinea che i bambini sono particolarmente vulnerabili allo stress fisico e psicologico dovuto agli effetti del cambiamento climatico, ma finora le conseguenze sul loro benessere e sul loro sviluppo non sono state sufficientemente studiate. Secondo gli autori serve più attenzione a questi aspetti nella pianificazione delle misure di adattamento, per esempio garantendo la sicurezza delle scuole e delle infrastrutture necessarie per raggiungerle di fronte agli eventi estremi, che nel 2024 hanno limitato l'accesso all'istruzione per più di 242 milioni di bambini in 85 paesi.

Internazionale, 19 giugno 2026
ore 17:15
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Don Franco Barbero

Franco Barbero, nasce a Savigliano nel 1939, presbitero della comunità cristiana di base di Pinerolo, studioso ed esperto di cristologia e del dialogo tra le religioni.
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