domenica 22 marzo 2026

da La Stampa del 22/03/2026

THIEL-TRUMP E LA LOTTA TRA IL BENE E IL MALE

di Andrea Malaguti


«Il verme non sceglie mai di vivere in una mela marcia, sceglie sempre di far marcire una mela buona»

Alda Merini


Se questo articolo fosse una storia di Netflix, e non la sconcertata analisi di una delle dottrine filosofiche alla base della deriva americana, e dunque della nostra corsa verso l'ignoto, i protagonisti sarebbero fondamentalmente tre. Un sofisticato Maestro del pensiero, l'antropologo francese René Girard, scomparso nel 2015, e due suoi discepoli cristiani ortodossi. Un pacifista ghandiano, il teologo cattolico Wolfgang Palaver. E un fondamentalista ratzingeriano, l'imprenditore Peter Andreas Thiel, vero protagonista di questo racconto nero, fondatore di Palantir, leader della PayPal mafia, inventore ed ideologo di JD Vance, sostenitore del Tirannosauro di Mar-a-Lago, Donald Trump, e profetico tecno-feudatario in lotta contro l'Anticristo, da lui stesso identificato con il leader cinese, Xi Jinping, durante il suo controverso ed esclusivo seminario romano della settimana passata. Non è un caso se le attenzioni della Casa Bianca si sono concentrate prima sul petrolio venezuelano e poi su quello iraniano. L'obiettivo ultimo è sempre lo stesso: mettere in difficoltà Pechino, vera rivale nella corsa al dominio planetario.

Ma come arrivano a confondersi, fino a diventare la stessa cosa, la politica degli Stati Uniti e gli interessi del piщ aggressivo colosso della Silicon Valley? Perché Thiel persegue ostinatamente lo smantellamento delle democrazie liberali?

Abbeverandosi alla stessa sorgente girardiana e seguendone il complesso percorso, Palaver e Thiel approdano su sponde opposte, che, in una classificazione imprecisa, polverosa e novecentesca, potremmo chiamare il Bene e il Male. Concetti che l’aggressività senza senso dei nostri giorni rende sempre piщ scivolosi e indistinti. Thiel vuole il controllo tecnologico del pianeta per non lasciarlo all'Impero di Mezzo, Palaver anela alla fine dei conflitti, rompendo la catena che apparentemente determina le nostre scelte, consegnandosi all'insegnamento di Gesù.

Se vi sembra una follia, in parte lo è. Ma è una follia pericolosa, presente per quanto impalpabile, destinata a condizionare le nostre vite più di quanto riusciamo ad immaginare. A cambiare il nostro futuro. Rifondando i principi su cui abbiamo incardinato le nostre vite. Sempre che a vincere, parola che ossessiona Thiel fin da quando era ragazzo, sia la galassia Palantir, gigantesca astronave di Big Data, capace, con la potenza inarrestabile dell'intelligenza artificiale, di moltiplicare la forza dell'esercito, della polizia e dei servizi segreti statunitensi.

Thiel, sotto l'influenza di Girard, immagina la sua azienda come una contemporanea "Casa di Salomone", l'Occhio del regno descritto da Francis Bacon, il luogo in cui si studiano il progresso tecnologico e le opere delle creature di Dio. Palantir, raccogliendone l'eredità, vuole ridefinire gli equilibri planetari, delegittimando, fino ad azzerarlo, il ruolo delle organizzazioni internazionali, Onu e Nato in testa.

Nella prima stanza della Casa troviamo scolpita la filosofia girardiana, con al centro l'idea mimetica: l'uomo, al netto dei bisogni primari, non ha propri desideri specifici, ma desidera solo quello che desiderano gli altri.

Quando due persone entrano in conflitto sull'oggetto desiderato, esplode una rivalità destinata a trasformarsi in violenza. Se questa violenza non viene canalizzata diventa apocalittica. Per evitare il "tutti contro tutti" servono l'assenza del Leviatano, un sovra-Stato che gestisca il pianeta, e un Capro espiatorio, un nemico comune da attaccare. Se metti lui nel mirino, azzeri la guerra civile intestina. Thiel traduce questa visione (decisamente più complessa e articolata di così) in due modelli paralleli. Uno economico e uno politico. Per azzerare la concorrenza, e sfuggire alla trappola mimetica, bisogna diventare monopolisti di iniziative nate da zero. A comandare non è più chi controlla i mezzi di produzione – l'industriale classico – ma chi controlla le connessioni e il desiderio, chi riesce a comportarsi come lo specchio originario in cui si riflettono tutti gli altri.

Uno straordinario articolo pubblicato da padre Paolo Benanti su Le Grand Continent, spiega che i geni senza scrupoli della PayPal Mafia, avanguardia di quella Generazione X nata sul confine tra l'era analogica e quella digitale e capace di conquistare la Silicon Valley, si sono impegnati nella creazione di universi mai esistiti prima: PayPal nasce per rendere obsoleto il sistema bancario tradizionale, Amazon disintegra il commercio fisico, Google sottrae ai media il monopolio dell'accesso al sapere, Tesla sfida l'industria automobilistica basata sui combustibili fossili, LinkedIn mappa e struttura il mondo professionale, YouTube democratizza la produzione video e Facebook colonizza le relazioni umane. Non a caso Thiel finanzia generosamente un giovane Zuckerberg, sostenendo che Facebook applica esattamente la teoria del desiderio mimetico di Girard, facendogli fare un salto: se gli esseri umani sono macchine mimetiche, chi controlla gli algoritmi che suggeriscono chi o che cosa imitare, controlla la società.

E Palantir? Introduce la logica dell'analisi dei dati nel cuore stesso degli apparati di intelligence e militari. Mai si era vista una rivoluzione così radicale.

E qui arriva la seconda stanza. Quella dell'Anticristo. Thiel e Palantir sostengono che i nuovi tecno-feudatari, destinati ad essere piщ potenti degli Stati stessi, devono mettersi al servizio della Casa Bianca ed individuare un Anticristo, accusarlo di ridare vita al Leviatano, di tendere alla globalizzazione gestita da un unico trono, innesco inevitabile dell'Apocalisse e della fine della Storia. L'Anticristo, insiste Thiel, e la Città Proibita. Attaccare la Cina significa salvare l'America e il mondo. E anche, incidentalmente, moltiplicare i suoi affari.

Per farlo, entrando nella terza stanza della Casa di Salomone, serve un Katechon, un freno, qualcuno che si opponga all'Anticristo. Il suo antagonista, come in ogni film che si rispetti. Quel freno, si evince, è Donald Trump. A lui viene consegnato questo compito salvifico. A lui e a JD Vance, certamente piщ consapevole del suo instabile Capo di essere stato ingaggiato in questa strategia politico-teologica.

Dunque, siamo di fronte ad un triangolo isoscele: il desiderio mimetico ne rappresenta il vertice alto, l'Anticristo e il Katechon, i due vertici bassi ed equidistanti.

La visione di Girard, sostenuta da Thiel, in parte ricalca quella che aveva spinto Carl Schmitt a sostenere il nazismo, considerato il Katechon destinato ad impedire la globalizzazione. Peccato, come avrebbe osservato piщ tardi Girard, che la violenza inumana e demolitrice di Hitler, una volta sconfitta, abbia prodotto l'esito opposto a quello sperato, vale a dire la nascita della Nazioni Unite. Considerazione che porta Thiel a dire che per impedire l'eterogenesi dei fini, bisogna allargare oltre il Katechon il controllo tecnologico, incompatibile con le regole frustranti e vincolanti delle democrazie. La vertiginosa velocità del cambiamento non pur essere messa a rischio dalla visione meschina di qualche leguleio.

Siamo perciò caduti all'interno di quella che il finanziere e scrittore Guido Maria Brera chiama «trappola evolutiva», qualcosa che sfugge alla possibilità del controllo umano, come il meteorite che fa sparire i dinosauri? Forse. La potenza sprigionata da una parte delle Big Tech, costantemente in adorazione della loro rabbia, come se avessero una passione per l'assassinio di gruppo, e senza precedenti. Ma, come nota Alda Merini, «il verme non sceglie mai di vivere in una mela marcia, sceglie sempre di far marcire una mela buona». La mela buona siamo noi, soprattutto noi europei, tendenzialmente scettici di fronte a qualunque forma di manicheismo. Ma, arrivati a questo punto, come possiamo evitare di essere travolti, evitare che il banco prenda tutto, che l'intelligenza artificiale e gli algoritmi annichiliscano le nostre vite? In molti modi. Ad esempio, ripensando ad un reddito universale. Dicendo basta alla forza che cancella il diritto. Riorganizzandoci, rimettendo l'uomo al centro, rallentando senza demonizzare il cambiamento, soprattutto guardando in faccia la realtà.

Scommettendo, se non per fede almeno per voglia di serenità, sulla visione di Wolfgang Palaver, l'anti-Thiel. Un Capro espiatorio universale è già passato su questa Terra duemila anni fa ed è morto in croce. Il suo modello non pur diventare "mimetico", nessuno pur trasformare Gesù in un "rivale fascinoso". Lo scontro e la sopraffazione non sono affatto un destino collettivo necessario. E, anche uscendo dalla complicata logica religiosa, dobbiamo sapere che la spinta di Thiel pur essere capovolta. La forza ci dice: saranno pochi eletti a guidarci. Il diritto ci dice: l'uomo è meglio di così ed è in grado di scegliere la pace. Come scrive Celine, a proposito della guerra: questa imbecillità infernale non può durare all'infinito. Anche se Thiel vuole tutto, ed è lì che spinge l'America, noi siamo la mela buona che deve respingere il verme.

da Il Manifesto del 14/03/2026

Ritorno agrodolce degli sfollati curdi ad Afrin: case saccheggiate, ulivi sradicati

di Tiziano Saccucci


Dopo oltre otto anni di esilio forzato, le prime famiglie sfollate di Afrin hanno iniziato il viaggio di ritorno verso le proprie case. Il primo convoglio, composto da circa 400 famiglie, è partito lunedì dalla città di Heseke diretto verso la regione nord-occidentale della Siria, nell’ambito dell’attuazione dell’accordo firmato il 29 gennaio tra le Forze democratiche siriane (Sdf) e il governo siriano ad interim.

La carovana era composta da centinaia di auto private appartenenti agli sfollati e da decine di autobus messi a disposizione dal Consiglio delle persone sfollate di Afrin e Shahba. Il convoglio ha attraversato Raqqa, Tabqa e Aleppo prima di raggiungere, nelle prime ore del mattino, le campagne di Afrin.

ALLA PARTENZA, a Heseke, due ali di folla accompagnavano l’uscita del convoglio dalla città, tra applausi, lacrime e canti. Un momento atteso per anni da migliaia di sfollati costretti ad abbandonare Afrin durante l’offensiva turca del 2018. Tra i presenti anche esponenti politici dell’Amministrazione autonoma, tra cui Ilham Ahmed, copresidente del Dipartimento per le relazioni estere, e Leyla Karaman, copresidente del Consiglio democratico siriano (Sdc).

Ahmed si è fermata a parlare con una famiglia stipata in un van carico fino all’orlo. «Anch’io sono di Afrin – ha detto – La mia casa è lì, tutto ciò che ho è lì. Tornerò».

Il convoglio era scortato dalle Forze di sicurezza interna (Asayish) e supervisionato dal vice comandante delle forze di sicurezza interne di Heseke, Mahmoud Khalil, e da Nesrin Abdullah, anch’essa recentemente entrata in forza alle Asayish.

Secondo Khalil, l’obiettivo è garantire il ritorno di tutti gli abitanti di Afrin entro il 21 marzo, per poi iniziare la stessa procedura a Serekaniye. Alcune immagini circolate martedì mostrano preparativi in corso per la riapertura dell’autostrada M4, dal 2019 linea del fronte a sud della città.

TRA LE BANDIERE presenti alla partenza, tutte quelle delle istituzioni del nord-est. Alcuni membri delle Asayish, poco prima di unirsi alla scorta del convoglio, si sono fotografati con una bandiera raffigurante Karker Tolhildan, uno dei fondatori delle Forze di Liberazione di Afrin (Hre), il gruppo di guerriglia nato dopo l’occupazione turca del 2018.

Tolhildan è caduto il 10 luglio 2023 in uno scontro con le forze dell’Esercito nazionale siriano (Sna) nelle campagne attorno alla città. Nel comunicato diffuso dopo la sua morte, le Hre avevano promesso di continuare la lotta fino al ritorno della popolazione di Afrin. Il messaggio, alla partenza del convoglio, appariva chiaro: una promessa che molti non hanno dimenticato.

All’arrivo nella regione di Afrin l’atmosfera è diversa ma ugualmente carica di emozione. Centinaia di persone hanno accolto il convoglio tra canti e gesti di vittoria, mentre dalle auto risuonavano canzoni curde e molte persone sventolavano la ala rengîn, la bandiera curda considerata ufficiale poiché adottata dalla Regione del Kurdistan in Iraq. Altri simboli erano quasi del tutto assenti. In un contesto così delicato, tutto può tramutarsi in una provocazione.

DIETRO L’EMOZIONE del momento, infatti, restano interrogativi profondi. Il primo gruppo è stato reinsediato nei villaggi delle campagne di Jinderes, Shiyeh e Mobata. Non si tratta quindi, almeno per ora, di un ritorno alla città di Afrin.

Negli ultimi otto anni, numerosi rapporti hanno documentato la confisca e la vendita delle proprietà appartenenti agli abitanti originari della regione. Case occupate o demolite, terreni espropriati, uliveti abbattuti. Nelle settimane precedenti al ritorno sono circolate immagini di camion e furgoni carichi di alberi di ulivo sradicati dalle campagne di Afrin, una delle principali ricchezze della regione.

«Hanno tagliato tutti i nostri alberi», ha raccontato a Rudaw uno degli sfollati rientrati dopo anni di esilio. «I miei alberi erano come i miei figli. Non ci è rimasto nulla. Hanno saccheggiato tutto quello che avevamo». Molti non sanno ancora cosa troveranno al posto delle proprie case.

LEYLA KARAMAN ha definito il ritorno degli sfollati «un passo positivo», sottolineando tuttavia che il processo dovrà avvenire «in sicurezza e con dignità», garantendo il recupero delle proprietà e la protezione dei residenti da minacce o intimidazioni.

Secondo la copresidente del Sdc, la questione è stata al centro di numerosi incontri negli ultimi mesi proprio per la sua importanza nella stabilizzazione della regione. «La gioia sui volti delle persone è evidente nonostante gli anni di sofferenza – ha dichiarato – Ma il ritorno deve garantire il recupero delle case e dei beni confiscati. Qualsiasi violazione potrebbe compromettere l’accordo».


da Il Fatto Quotidiano del 15/03/2026

Il Papa, Trump e il Dio degli eserciti

di Antonio Padellaro


Papa Leone XIV: “Verrebbe da chiedersi: quei cristiani che hanno responsabilità gravi nei conflitti armati hanno l’umiltà e il coraggio di fare un serio esame di coscienza e di confessarsi?”. Per evidenti questioni religiose è lecito pensare che il Pontefice non si rivolgesse a Bibi Netanyahu, né tantomeno a Khamenei figlio o al Putin sedicente ortodosso. Per esclusione, dunque, quanto al cristiano che ha responsabilità gravi nei conflitti armati, il cerchio tende a stringersi su quel signore dalla zazzera paglierina che giorni fa abbiamo osservato con le mani giunte in preghiera, nella Sala Ovale, circondato da un gruppo di pastori evangelici. Poiché quei santi uomini invocavano guida e protezione per il presidente e per le forze armate statunitensi, “affinché la tua benedizione celeste sia su di lui, nel nome di Gesù”, è lecito sospettare che tra il Dio degli eserciti e il Dio della pace vi sia un qualche problema di comunicazione. Proviamo a immaginare (anche se occorre un’immaginazione sfrenata) che Donald Trump, turbato dalla reprimenda di Leone XIV decida, come chiede il Papa, di confessare le proprie colpe. In base all’elenco chiamato comunemente Decalogo è pensabile che il penitente, in quanto a peccati mortali, abbia fatto filotto. Sul non uccidere, non commettere atti impuri (ahi!), non rubare (al fisco), non dire falsa testimonianza (boom), probabilmente gli converrebbe chiedere un’assoluzione forfettizzata. Mentre, sul desiderare la roba e la donna d’altri potrebbe usufruire di uno sconto comitive, anche perché la distinzione tra desiderio e atto non è mai stata chiarissima anche per i più devoti. Qualche problema potrebbe invece sorgere sul primo comandamento visto che il soggetto in questione sicuramente avrà sempre ritenuto che “Io sono il signore Dio tuo, non avrai altro Dio fuori che me”, sia un precetto riferito esclusivamente alla sua divinità. Al di là delle responsabilità criminali dei reggitori dei destini del mondo, non v’è chi non veda quanto peso abbiano nel mobilitare popoli ed eserciti le tre religioni monoteiste. Nel perenne richiamo, ciascuna, alla propria superiore sacralità. In un diario di trincea, scritto nella Prima guerra mondiale e conservato nell’archivio di Pieve Santo Stefano, un soldato italiano racconta che la sera di Natale partecipava alla messa collettiva anche un prigioniero austriaco. Nel momento in cui l’officiante benedisse la truppa con le parole: “Dio è con noi”, il soldato nemico sussurrò allo scrivente: “Dio è con noi è la stessa invocazione del nostro prete dall’altare”. E chiese: secondo te Dio a chi darà retta?


da Il Manifesto del 17/03/2026

Guerre e crisi energetica: 

<<Aumenteranno i poveri>>

di Luciana Cimino


Le associazioni che si occupano di povertà lanciano l’allarme al governo: l’aumento dei costi energetici e dell’inflazione, dovuti alla guerra nel Golfo, rischiano di far crescere il numero dei vulnerabili in Europa e in Italia. Secondo il Cilap (Collegamento italiano per la lotta alla povertà) il conflitto potrebbe avere impatti nefasti su 18 milioni di persone a rischio povertà nell’Unione Europea, di cui 4 milioni in più in Italia, rispetto agli attuali 13,5 milioni già a rischio.

«La crisi aperta da Trump e Netanyahu non è solo geopolitica, è una crisi sociale che sta per abbattersi sulle persone più fragili e che si aggiunge a un’altra crisi, quella energetica», ha spiegato Nicoletta Teodosi, presidente Cilap Eapn Italia. «Prima ancora che il conflitto iniziasse, la situazione europea era già preoccupante», segnala l’associazione. Secondo Eurostat, nel 2024 il 9,2% della popolazione dell’Ue europea non riusciva a riscaldare adeguatamente la propria casa, in Italia l’8,6%. Secondo l’Osservatorio italiano povertà energetica si tratta di 2,4 milioni di famiglie, il livello più alto mai toccato dall’inizio delle serie storiche.

«Su questo quadro già fragile, la guerra si abbatte come uno shock energetico diretto – dice ancora Teodosi – che colpisce i poveri due volte: spendono una quota proporzionalmente molto più alta del proprio reddito in energia e cibo, hanno riserve minime o nulle per assorbire i rincari». I prezzi spot del gas in Europa «hanno raggiunto i 45/60 euro per megawatt all’ora nei primi giorni della crisi energetica. Un’eventuale interruzione dei flussi energetici dal Golfo potrebbe mantenere i prezzi su livelli simili per diversi mesi, a seconda della durata del conflitto» nota il Cilap. Se il conflitto dovesse mantenere il prezzo del Brent stabilmente intorno ai 100 dollari al barile, «l’inflazione nell’area euro potrebbe tornare sopra il 3% quest’anno. E per l’Italia il rischio è ancora maggiore: fino a circa un punto percentuale in più rispetto alle previsioni precedenti al conflitto a causa della forte dipendenza energetica dall’estero e del peso del gas nel sistema energetico».

Inoltre, sottolinea l’associazione, «c’è un secondo canale, meno visibile ma altrettanto devastante: lo spostamento delle risorse pubbliche verso la spesa militare. Ogni euro destinato agli armamenti è un euro sottratto ai servizi sociali, alla sanità territoriale, ai centri per l’impiego, alle politiche di contrasto alla povertà». Per questo il Cilap chiede con urgenza ai governi europei, e a quello italiano in particolare, di adottare «misure immediate e strutturali a tutela delle famiglie vulnerabili». Tra queste, l’estensione e rafforzamento dei bonus energetici con procedure di accesso semplificate, che non penalizzino chi ha meno strumenti digitali; il blocco degli aumenti tariffari per le utenze domestiche delle famiglie in povertà assoluta; la tutela esplicita dei fondi per il contrasto alla deprivazione materiale da qualsiasi taglio legato all’aumento delle spese militari; un piano europeo coordinato di sostegno ai redditi più bassi, che non lasci soli i paesi (come Italia, Grecia, Portogallo, Bulgaria) strutturalmente più esposti agli shock energetici.

«La guerra presenta sempre il conto. In Europa a pagarlo per primi sono i più poveri. Non lo accettiamo come inevitabile», il commento finale di Teodosi.

da Domani del 14/03/2026

Adolescenti e Hiv. I dati ci dicono che serve molta più prevenzione

di Santino Gaudio - Psichiatra


Anche se loro sentono l’Hiv o altre malattie come qualcosa di molto lontano, i dati epidemiologici più recenti mostrano che, anche nei paesi europei, il rischio di contagio è concreto anche tra i più giovani. Bisogna tornare a parlare di prevenzione.

Per molti adolescenti l’Hiv e le malattie sessualmente trasmissibili sono qualcosa di distante da loro: qualcosa che riguarda generazioni passate, realtà sbiadite di difficile collocazione nel presente.

È una percezione comprensibile, ma fuorviante. I dati epidemiologici più recenti mostrano che, anche nei paesi europei, il rischio di contagio è concreto anche tra i più giovani.

Secondo l’ultimo report dell’European Centre for Disease Prevention and Control, in Europa le diagnosi di gonorrea e sifilide sono in aumento (rispettivamente +31 per cento e +14 per cento in un anno) e la clamidia continua a rappresentare l’infezione più frequentemente notificata, con un’incidenza particolarmente elevata nelle donne tra i 20 ed i 24 anni. Sebbene in Italia i casi di contagio da Hiv siano in discesa tra 2023 ed 2024 (secondo i dati riportati dal report europeo), a livello globale Unaids segnala che una quota rilevante delle nuove infezioni da Hiv riguarda ancora adolescenti e giovani adulti, con un divario di genere che colpisce soprattutto ragazze e giovani donne.

PERCHÉ GLI ADOLESCENTI SONO A RISCHIO?

L’adolescenza è una fase di sperimentazione sessuale, di relazioni brevi e di difficoltà nell’uso regolare del preservativo. Questi elementi si intrecciano con un sistema informativo forgiato, in buona parte, da social network e pornografia, i quali funzionano spesso da educazione sessuale informale e veicolano modelli irrealistici che minimizzano i rischi.

In questo contesto, l’idea che “oggi si cura tutto” contribuisce ad abbassare ulteriormente la soglia di attenzione. Inoltre, molte malattia sessualmente trasmissibili decorrono in modo asintomatico, favorendo una diffusione silenziosa e ritardando la diagnosi. Le conseguenze non sono marginali: infezioni non trattate possono incidere anche sulla fertilità e, nel lungo periodo, sulla salute riproduttiva.


PERCHÉ TORNARE A PARLARE DI PREVENZIONE?

Sul piano della prevenzione, le evidenze sono consolidate. Il preservativo resta lo strumento più efficace per ridurre la trasmissione di Hiv e di molte malattie sessualmente trasmissibili, ma la sua efficacia dipende dall’uso corretto e costante. Il secondo pilastro sono i test: screening regolari, che consentono diagnosi precoci e interrompono le catene di contagio. Eppure, per molti adolescenti l’accesso ai servizi resta ostacolato da stigma, timori sulla riservatezza e difficoltà logistiche.

Le revisioni scientifiche più recenti indicano che, proprio tra i giovani, persistono barriere importanti legate all’accesso e alla paura di essere etichettati. Da qui la necessità di servizi sanitari dedicati, capaci di coniugare competenza clinica e ascolto. La salute sessuale adolescenziale non è una questione morale, ma una questione politica e sanitaria. Educazione basata su prove scientifiche, accesso ai consultori, test gratuiti, vaccinazioni contro Hpv: sono strumenti noti, ma ancora distribuiti in modo diseguale. Continuare a considerare l’educazione sessuale e le politiche di prevenzione come opzionali significa accettare che il rischio resti concentrato proprio sui nostri ragazzi.


sabato 21 marzo 2026

Questo è il canone preparato da Walter Primo con la collaborazione di Manuela Brussino per la celebrazione di domani.

La celebrazione inizierà alle ore 10:00.

Ci si potrà collegare già a partire dalle 9:45.

Il link per collegarsi è:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

Dopo la celebrazione si svolgerà l'assemblea della Comunità. ________________________________________________________________________________

In un mondo dove si parla solo di guerre: è possibile pensare ancora alla pace?


P. Saluto all’assemblea



1. Ti benediciamo, o Dio Creatore della vita, perché concedi alle Tue figlie e ai Tuoi figli di godere momenti di gioia e di pace.

2. Ti benediciamo perché ogni giorno fai crescere nel nostro cuore il desiderio del Tuo Regno e ci doni la forza e la fantasia per collaborare con slancio alla sua costruzione.




LETTURE BIBLICHE

Dal Salmo 23


1Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.

2Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.

Rinfranca l'anima mia,
mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.

Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

[…]

Da Matteo 5, 1-12

Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.

[…]

Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.

[…]

RIFLESSIONE
Forse partendo da un personale desiderio o forse rammentando i vari discorsi ai quali ho assistito, oppure ho partecipato nelle chiese, in ”Comunità” ed in altri contesti a sfondo religioso e venendo investito oggi dal gran parlare di guerre, non posso fare a meno di voler condividere con voi il mio pensiero.

Nella letteratura biblica, profetica per la precisione, è ricorrente l’auspicio di saper promuovere e ritrovare la pace. Nel testo evangelico, poi, le cosiddette Beatitudini esprimono con chiarezza la scelta della pace e del saper essere costruttori di pace. Oggi, al contrario, l’orizzonte dominante è quello di guerra.

Ritengo allora che sia assolutamente necessario da parte di tutti coloro che si rifanno al Dio biblico, al suo testimone, Gesù di Nazareth, pensare a come possa esser possibile per ognuno diventare costruttore di pace. E ciò ancor più di fronte alle mistificazioni di certi politici che riescono addirittura, nel loro delirio di potere guerrafondaio, a dirsi strumenti divini per fondare il loro criminale comportamento. Però, di fatto, la situazione è questa: la volontà di potenza, di prevaricazione è tale che il solo linguaggio possibile sembra essere quello delle armi.

Penso invece che chi voglia seguire le tracce bibliche debba avere il coraggio e la costanza di seguire il ”viottolo” dell’informazione che si oppone alla cultura dominante. Le chiese, le comunità religiose devono diventare occasioni di informazione, di proposta di riflessione, forse occasione di conversione di fronte all’immobilismo di chi ritiene che le scelte politiche siano troppo grandi per poter esser scalfite. Se invece tutte le cellule del multiforme panorama religioso mondiale sapessero unirsi per testimoniare che la vera volontà divina è quella di negare la guerra, questa sarebbe la vera testimonianza di fede.

Quindi, al di là delle storie di ognuno, siamo giunti ad un punto nel quale è inderogabile che le chiese sappiano raccontare dai pulpiti che occorre informazione e opposizione, non soltanto dai cardinali, dal papa o dalla nomenclatura ecclesiastica, ma che è giunto il tempo in cui sia la ”base”, sia il popolo delle parrocchie a richieder testimonianze e inviti di pace che muovano dalla condivisione delle informazioni e che illustrino la pervasività dell’orizzonte bellicista dominante.

Non penso sia giusto, sia utile continuare a proporre documenti illuminati, patrimonio di élite intellettuali, mentre guerre ed eliminazione della natura, dell’ambiente proseguono indisturbati. Altro che fondare una coscienza ecologica e ambientale… L’orizzonte bellicista annienta l’ambiente, l’ecologia in nome del profitto di pochi. Tutto ciò è come l’improvvisa comparsa davanti a noi della “valle oscura” del salmo, in cui sembriamo esserci incamminati.

Come credenti sappiamo però che il Signore mantiene la Sua promessa proprio quando abbiamo paura se riponiamo in lui fiducia. Gesù ci ha insegnato con l’esempio che la fiducia si esprime concretamente. Lo smarrimento è il sentimento che ci travolge come piccoli esseri umani singoli.

Ma come popolo dei credenti molto può essere fatto. Con la denuncia corale che essere cristiani esclude totalmente l’opzione della guerra. La pace trasformata come esperienza di vita è la manifestazione della nostra fiducia nel Dio di Gesù.


INTERVENTI LIBERI


1. Come Abramo il nomade, che lasciò la casa dei suoi padri per mettersi dietro alla Tua parola, credendo alla promessa,

2. come Sara, che accolse il Tuo annuncio, meravigliandosi e ridendo con stupore,

T. rendici capaci di aggiungere tempo ai nostri giorni. Tempo utile, non solo per noi, tempo per sperimentare la condivisione e l’accoglienza.

1. Come alla vedova di Sarepta colmasti di olio l’orcio quasi vuoto, così ricolma le nostre esistenze dell’amore che solo Tu puoi donare.

2. E se perdessimo coraggio, non ci abbandonare; stacci vicino: come hai soccorso Israele nel deserto e Mosé, quando aveva perso fiducia nella sua gente.

T. Insegnaci a trovare l’acqua viva in quei momenti difficili e a fidarci di Te, che rendi sensato ciò che è privo di senso.

G. Dio di tenerezza e di bontà, dal volto severo e dal cuore misericordioso, accompagnaci nel cammino per tutti i giorni della nostra vita.


PADRE NOSTRO



MEMORIA DELLA CENA


T. Mentre mangiavano prese il pane e, pronunciata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Prendete, questo è il mio corpo”. Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel Regno di Dio”.

1. Ricordando Gesù di Nazareth, facciamo memoria di tutti e tutte coloro che, come lui, hanno lottato per conquistare spazi di dignità e di liberazione. Così facendo, si sono scontrati con il volto disumano del potere, che non sopporta gli spiriti liberi e senza padroni.

2. Spezzando questo pane, ci proponiamo di condividere “pezzi” della nostra vita, del nostro tempo, delle nostre energie, nella consapevolezza che non c’è “perdita” in questo “spezzare”, ma gioiosa scoperta di altre mani, altri volti, altri cammini.

1. Assaporando la fragranza di questo cibo, ci ricordiamo che la terra è di Dio e che i suoi frutti ci sono dati gratuitamente, in dono.

2. Chi si affanna a riempire i granai si troverà di fronte all’amara scoperta della manna che marcisce tra le mani di chi non ha saputo accoglierla.

P. Noi ora mangiamo questo pane spezzandolo tra di noi. L’espressione simbolica: “questo è il mio corpo”, “questo è il mio sangue” ha un rimando molto concreto alla nostra vita. Se noi facciamo nostro lo stile di vita di Gesù, se lo facciamo penetrare nella nostra esistenza quotidiana, noi comunichiamo con Gesù stesso in profondità, come se ci nutrissimo di lui. Questo linguaggio ci invita a prendere sul serio le due caratteristiche che hanno contraddistinto il comportamento del maestro di Nazareth: la fiducia in Dio e la prassi di con- divisione.


COMUNIONE


PREGHIERA SPONTANEA


BENEDIZIONE FINALE


G. “Che il vento, soffiando nei vostri capelli, vi porti il palpitare della vita.
Che i vostri piedi lascino nella polvere orme di speranza.
Che nell’oscurità
voi udiate battere il cuore del prossimo.
Che le vostre mani si protendano come porte che si aprono.
Che le vostre bocche trasmettano quanto vi è stato dato di ricevere.
Che le vostre orecchie colgano
quello che le parole dicono solo a metà.
E che l’amore del Signore vi accompagni
anche là dove non vorreste andare”. (Christian Kempf)

Comunità di base di Pinerolo via città di Gap
Walter Primo, 22 marzo 2026
(Canone tratto da ”Preghiere Eucaristiche vol.2 pag. 102)

 don Franco Barbero racconta

Storie, storielle e storiacce

 

2. Il periodo del seminario e degli studi di teologia a Torino (1950-1959)

Finita la scuola elementare ho scelto di andare in seminario a 11 anni, nel 1950. E’ stata proprio una mia scelta, nessuno mi ha spinto, sentivo di doverlo fare, perché ero appassionato. Ho comunque sofferto di non più giocare con i bambini e stare con la mia famiglia.

Sono entrato in seminario già debole di salute, molto gracile (venivo da una famiglia che ha patito la fame) e anche negli anni del liceo mangiavo poco e avevo degli incarichi, anche la notte, non adeguati alle mie forze.

Un sabato, poco dopo il mio ingresso in seminario, mia sorella Lella è venuta a trovarmi e io l’ho abbracciata e baciata, perché ero abituato così con i miei familiari. Sono stato rimproverato perché avevo baciato mia sorella “Tua sorella è una donna e tu con le donne…”. Non riuscivo a capire, sono andato a parlere col vecchissimo rettore e lui mi ha dato ragione “Tu bacia quando vuoi tua sorella”.

Era la mia sorella Lella, quella che è ancora viva. Anche lei allora era molto giovane, aveva solo 3 anni più di me (è nata nel 1936, aveva 14 anni).

Mia mamma e mio papà venivano poche volte a trovarmi perché erano molto presi e mia sorella, dopo essere stato rimproverata, non è più venuta a trovarmi.

Nella scuola del seminario la mia classe era la più numerosa, eravamo in 14, come una classe di scuola media.

Si facevano tutte le materie normali, matematica, scienze, geografia, francese, ecc. e c’erano anche professori che venivano da fuori.

Oltre alle solite materie di studio facevamo tanta meditazione e preghiera.

Il mattino alle 6 suonava la campana e si andava alla messa, poi la sera c’era il rosario, si mangiava poco.

Il seminario era in via Trieste a Pinerolo, dove è ancora adesso.

Noi vivevamo lì tutto l'anno tranne un periodo di pochi giorni d'estate a casa, poco più di una settimana, perché poi dovevamo ritornare in seminario per il mese di meditazione e convivenza estiva: si andava in montagna in una casa chiamata Laval a Pragelato, i camion ci portavano su e si stava un mese insieme tutti i seminaristi, da fine luglio in poi.

Nel periodo in cui sono stato al seminario le mie sorelle erano nel pieno degli innamoramenti perché erano un po' più anziane di me, era un momento bellissimo.

Tutte le mie sorelle cominciarono a sposarsi, ma io non potevo contattare loro e dovevo vestire già l’abito lungo nero. Una vergogna! Assolutamente in quei giorni di luglio non potevo mai mettermi in maglietta o calzoncini e al mattino sempre due messe e poi tutte le funzioni.

Nel periodo del seminario non potevo partecipare ai matrimoni delle mie sorelle e conoscere i fidanzati e fidanzate perché avevano amici e amiche, tutte persone che io da bambino in grandissima parte avevo conosciuto, con cui si sarebbero potuti attivare dei meccanismi di desiderio sessuale che io non potevo vivere in quella fase.

Dopo aver finito la terza liceo, a 17 anni, nel 1957 mi sono traferito a Torino, dove ho studiato teologia per tre anni, fino al 1959. In quel periodo sapevo già di essere tubercolotico, ma volevo assolutamente arrivare al suddiaconato, che ho ricevuto nel 1959. Nei mesi precedenti avevo trascurato la mia sofferenza nel respirare, perché volevo arrivare ad essere ordinato suddiacono, il primo passo che per arrivare al diaconato e poi al presbiterato.

Per questo ero disposto a tutto, trascurando la mia salute.

È a Torino che ho incontrai il dottor Luciano Gatti e, soprattutto il dottor valdese Matieu, che, resosi conto della gravità del mio stato di salute, mi ha imposto un periodo di ricovero nel sanatorio di Pracatinat. Ricordo ancora le sue parole: “ma non si è accorto prima della sua salute, come fa a stare ancora in piedi! Lei ha una tubercolosi mortale”.

 

mercoledì 25 il prossimo appuntamento con le "Storie..."

Una preghiera…

Il dono dell’incontro 

Chi in questi giorni di sofferenza mi ha fatto visita mi ha fatto un grande dono. 

Tu, o Dio, ci fai il dono di tenere accesa la fiamma del mio e nostro cuore senza apparire.

Questa è una stagione storica di grandi solitudini che il volontariato riesce in parte ad alleviare. Ecco il grande dono della comunità cristiana, nei casi in cui si realizza un ascolto reciproco.

Tu, o Dio ci hai donato nel profeta Gesù la testimonianza concreta dell’incontro fraterno, senza distinzione di razze, di lingua, di fede in Te.

La relazione autentica è uno scambio di doni, come la testimonianza del Tuo profeta Gesù dimostra. La fraternità e il volontariato sono la coniugazione del Vangelo. 

Quanto bisogno di aprire il cuore e le mani abbiamo!

Il cuore per accogliere, o Dio, il dolce e forte invito ad agire. Ci insegni che le nostre mani non sono fatte per trattenere, ma condividere.

Ti prego, o Dio dell’amore, affinché ogni giorno sappia cogliere, accogliere e cercare le occasioni per condividere, anche il tempo. Prigionieri di tante cose, non abbiamo più il tempo di pregare e visitare i malati.

La preghiera che Ti rivolgo è per aprire in me la porta.

Sei Tu, o Dio, che nonostante le tante guerre di oggi puoi aprire i nostri occhi e cuori al tanto bene che oggi fiorisce senza cedere alla tentazione di vedere solo l’odio e le guerre.

E’ veramente ciò che sappiamo e facciamo piccola cosa. Ma un granello affidato a Te può far nascere una foresta di fiori per darci gioia e tanta frutta per alimentarci ed alimentare i  milioni di abbandonati ed affamati del mondo.

Dio della pace, siamo sicuri che non ci abbandoni; anzi spingi tanti uomini e donne a rischiare la vita con scelte che li mettono in pericolo, perché le guerre e le tante violenze facciano un passo indietro.

Solo la fiducia in Te ci fa guardare con speranza al futuro.

Preghiera a Dio, scritta dopo l’incontro avuto con il fratello di Saluzzo e la condivisa preghiera, breve ma viva, per dirti che le nostre vite sono nelle tue mani.

Franco Barbero e Beppe - 14 marzo 2026


da Il Manifesto del 14/03/2026

Il costo della guerra e chi ne paga il prezzo

di Francesco Vignarca


Undici miliardi e trecento milioni di dollari. In sei giorni. Non è il Pil annuo di un piccolo Stato, ma quanto hanno già bruciato gli Stati Uniti nella cosiddetta «Operazione Epic Fury» di attacco all’Iran. Si tratta di circa un miliardo di dollari al giorno solo per i costi operativi diretti; una cifra comunque incompleta perché non include i mesi di preparazione che hanno preceduto i primi bombardamenti dello scorso 28 febbraio.

C’è un rituale ineludibile che accompagna ogni guerra statunitense: la minimizzazione iniziale dei costi. Nel 2003 l’amministrazione Bush garantì che la guerra all’Iraq sarebbe costata al massimo cinquanta miliardi. Sarebbe stata una «passeggiata». Vent’anni dopo, la stima complessiva diretta e indiretta supera gli 8mila miliardi di dollari. Ma ciò non impedisce all’amministrazione Usa di replicare lo stesso schema: quella in Iran è un’altra guerra integralmente scelta e non «obbligata» (perché agita senza che ci fosse una minaccia imminente) con una leadership immotivatamente ottimista sui risultati tattici e strategici e una scarsa pianificazione. E addirittura il Congresso Usa, pur sollecitato a stanziare un supplemento di fondi in emergenza, mostra già alcune resistenze bipartisan.

Il Center for Strategic and International Studies ha stimato il costo delle prime cento ore di guerra in 3,7 miliardi di dollari, di cui tre miliardi corrispondono al solo valore di missili, bombe e intercettori consumati. Degli 11,3 miliardi già citato per la prima settimana scarsa, ben 5,6 sarebbero da ascrivere all’aver «bruciato» munizioni. Facile arrivarci con prezzi unitari di questo tipo: un missile Tomahawk di RTX costa 2,2 milioni; un intercettore del sistema THAAD di Lockheed Martin vale 12,7 milioni; uno per il Patriot tre milioni. Riserve ammassate in decenni vengono consumate nel giro di giorni. Sul fronte opposto, un drone d’attacco iraniano costa appena 35mila dollari a unità. Quando un intercettore che costa milioni è necessario per abbatte un drone da poche decine di migliaia, l’equazione «economica» della guerra è sbilanciata in partenza.

Poi c’è il lungo periodo. Nell’area operativa di «Epic Fury» sono coinvolti oltre 50mila militari americani, esposti a contaminanti e tossine. Se questi veterani chiederanno benefici a un tasso simile a quello delle Guerra del Golfo almeno un terzo sarà ammissibile a un qualche sostegno a vita, aggiungendo tra i 600 e i mille miliardi al costo totale di questa guerra nei prossimi decenni. In un paese già soffocato da un debito pubblico di 37mila miliardi di dollari (dieci volte il livello del 2003). E senza contare i costi indotti dalle conseguenze del conflitto: prezzi del petrolio più alti, inflazione, incertezza per le imprese e minor crescita. Un conto salato che potrebbe di gran lunga superare quello delle spese militari dirette. C’è poi la dimensione ambientale: i bombardamenti su impianti nucleari e raffinerie rilasciano sostanze tossiche le cui ricadute si misurano in decenni, mentre il carburante bruciato da portaerei, bombardieri e migliaia di missili contribuisce in modo tutt’altro che trascurabile alle emissioni climalteranti.

A fronte di questi costi, chi guadagna? In Borsa i titoli dei principali produttori d’armi statunitensi sono tutti saliti e i vertici delle maggiori aziende sono già stati convocati alla Casa bianca per un impegno a quadruplicare la produzione militare. Ben prima del conflitto in Iran, Trump aveva richiesto un aumento del 50% del già mostruoso bilancio del Pentagono: da mille a 1.500 miliardi, il maggiore incremento percentuale dal 1951. Nel contesto bellico e «militarizzato» (anche comunicativamente) attuale sarà molto più probabile l’approvazione della richiesta senza dibattito sulle priorità alternative, mettendo un’ipoteca sul futuro: una volta fissato un nuovo livello di spesa si consolida negli anni ed è estremamente difficile da ridurre.

Ma le prospettive di pace (o anche solo di «stabilizzazione» di una regione) non sono questione di quante bombe si hanno in magazzino. Piuttosto dipendono da scelte politiche, da interessi economici, di chi «paga il prezzo» (diretto o indiretto, economico o sociale). La carenza vera di questo periodo storico e politico non è di munizioni: è di saggezza, di rispetto del diritto, di prospettiva diplomatica. E tutte queste cose non si possono comprare da Lockheed Martin.