lunedì 6 luglio 2026

Questo è il canone per la celebrazione eucaristica di domani pomeriggio.

Il canone è stato realizzato tempo fa, in collaborazione con Fernanda e Anna, dal nostro caro amico Sergio Serafini che ci ha lasciati pochi giorni fa.
Domani sarà anche l'occasione per ricordarlo insieme.

La celebrazione inizierà alle ore 18:00.

Ci si potrà collegare già a partire dalle 17:45.

Il link per collegarsi è:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

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Trasformare la vita quotidiana


Ciao Sergio!
Tutta la Comunità cristiana di base di Pinerolo ti manda un forte abbraccio.

Da tanti anni con don Franco Barbero abbiamo camminato insieme alla scoperta del Dio della Vita, di cui ci ha parlato Gesù di Nazareth, che accompagna ogni nostro giorno e ogni nostra notte. Ora ti pensiamo sorridente fra le sue braccia.

Ti preghiamo o Dio, affinché tutti e tutte noi portiamo avanti ciò che tu Sergio per tutta la vita hai fatto: l’attenzione concreta a tutte le persone che faticano di più a vivere e la continua ricerca e fiducia in Te, o Dio.

Sappiamo, Sergio che tu continuerai ad amare e a sostenere Fernanda e Anna e anche noi, nel nostro piccolo, staremo loro vicini. Grazie per i tuoi sorrisi e le tue domande che andavano sempre al cuore delle questioni.
Maria Grazia Bondesan


P. Saluto all’assemblea


G. Oggi assaporiamo la gioia di essere donne e uomini che cercano e diffondono amore e solidarietà, come ci dice Matteo che ci fornisce la chiave per interpretare la nostra vita quotidiana e trasformarla.


1. O Dio, Padre e Madre,
anche oggi ci hai chiamati qui per incontrarTi.
Non è la prima volta che ci inviti alla preghiera,
per molte e molti di noi il dono dura da tanti anni.
Eppure ogni volta diventa una riscoperta di Te,
del Tuo amore, della Tua sollecitudine.
Tu hai accompagnato nel cammino di ogni giorno
donne e uomini prima di noi,
li hai liberati dalla paura e dalla insicurezza,
hai protetto i loro cammini.

2.O Dio, Tu hai deposto e acceso
nei nostri cuori e nelle nostre menti
il fuoco della vita e la torcia dell’amore.
Ci hai regalato le ali dei sentimenti
perché possiamo volare audaci verso la libertà.
Tieni vivi in noi la consapevolezza dei Tuoi doni
e il desiderio di una vita semplice e solidale.


LETTURE BIBLICHE

Matteo 17, 1-9


1Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. 3Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 4Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». 5Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». 6All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. 7Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». 8Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
9Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».

PREDICAZIONE
Lungo il cammino verso Gerusalemme dove Gesù sa che ci sarà “movimento” e sarà costretto ad esporsi oltre il già fatto fino ad allora, pensa di avere bisogno di estraniarsi con tre dei suoi discepoli forse quelli che gli hanno dato più a pensare. Pietro è stato richiamato a non essere satana e stare indietro a Gesù senza volere imporsi, probabilmente Gesù pensa che Pietro sia persona di grande cuore e di grande impegno, ma troppo “focoso” nelle sue azioni e lo vedremo a Gerusalemme, sarà lui ad impugnare la spada nel Getsemani e sarà lui a rinnegare il maestro. Giacomo e Giovanni proprio qualche giorno prima, tramite la loro madre, gli avevano chiesto di avere posti privilegiati di comando appena arrivati a Gerusalemme.

Insomma prende con sé i più problematici e li porta con sé in ritiro su un monte dove parla loro apertamente con il cuore in mano e il suo linguaggio è così toccante, pregnante, convincente e chiaro che appare loro come il vero profeta che essi aspettavano tanto da sembrare trasfigurato e brillare di luce propria. Insomma anche noi, nella nostra piccola esperienza di vita, abbiamo incontrato qualcuno/a che ci ha ammaliato con le proprie parole ed azioni tanto da sembrarci la “persona più bella del mondo” che ci proiettava la sua luce personale. Sicuramente è successo con la persona con cui abbiamo deciso di condividere la vita, ma anche con un compagno/a “spirituale” oltre che con una guida che ci ha aiutato a intraprendere un cammino di fede, di coscientizzazione, di pratiche quotidiane. Insomma la trasfigurazione di Gesù è la stessa che è capitata a noi in alcuni incontri di vita.

L’evangelista a questo punto ci fa riflettere su un secondo punto menzionando la costruzione di due capanne per i due profeti fondamentali per la fede ebraica Mosè ed Elia, profeti che sicuramente Gesù conosceva e di cui aveva ripreso alcuni passi biblici, ma non in maniera esattamente uguale, Gesù più volte ha troncato le citazioni conosciute o le ha adattate al suo linguaggio. Ecco che la nube che interviene al momento opportuno diventa un fattore teologico dell’evangelista per sollecitare la propria comunità sì a basarsi sui primi scritti, ma a ratificare che le parole e i comportamenti di Gesù sono di un altro tono, più attuale, più innovativo come già detto più volte da Gesù stesso : “non sono venuto a cambiare la legge, ma a portarla a compimento”, personalmente leggo questa frase come una nuova interpretazione teologica di Dio raffigurato “prima” come re amorevole ma anche vendicativo, buono ma anche guerriero mentre l’interpretazione data da Gesù è solamente come quella di un papà amorevole, perdonatore, accogliente, non giudicante. Una sostanziale differenza dall’immagine data dai vecchi profeti, questa nuova immagine ci può apparire in parte “nebulosa” e non facilmente interpretabile, ma è e sarà necessario percorrere un nuovo sentiero a malapena tracciato e a malapena visibile.

Questa nuova sensazione viene ben descritta dall’evangelista invitando la propria comunità a non rimanere chiusi in una tenda in un luogo appartato, al sicuro insomma tutto quello che ci insegna la tradizione è sicurezza del già visto e già fatto, mentre l’invito è di ritornare in mezzo agli altri/e, accettare di vivere un messaggio insicuro (per il momento attuale) ma che porterà frutti. C’è anche un invito a lasciar sedimentare l’inizio del percorso appena appreso, senza parlarne troppo apertamente ma viverlo prima nell’intimità della propria coscienza, ragionarci sopra e fortificarsi, insomma non comportiamoci come un falò luminosissimo e caldissimo che potrebbe durare poco, ma cerchiamo di essere brace sempre pronta ad incendiare un ramoscello in arrivo.
Sergio


LIBERI INTERVENTI


1. E’ bello sapere o Dio che Tu sei con gli uomini e le donne:
li spingi avanti come la generazione dell’esodo
a guadagnare, lottando, qualche palmo di libertà.
Tu sei lì, in questo felice ed ostinato desiderio
di andare avanti, sempre e ancora, o Signore.

2. Il cammino della liberazione, ora felice ora faticoso,
è il cantiere in cui si costruisce la fraternità:
Lì incontriamo la Tua presenza e il Tuo amore,
o Signore, roveto ardente che non Ti consumi.

1. Tu ci chiami a sperare, a non fermarci, a far festa,
ad accendere fuochi e a intonare canzoni di vita!
Ci inviti a darci la mano, a non misurare ciò che si dà,
a diventare poeti e fanciulli, come figli della risurrezione.

2. Questa mensa non sopporta la presenza degli idoli,
ci aiuta a svestirci delle nostre frasi fatte,
per amare questo oggi con il cuore dei profeti,
guardando lontano, nel futuro del regno che viene.


MEMORIA DELLA CENA DI GESÙ

G. Questo nostro spezzare il pane e bere il vino in memoria di Gesù, lasci tracce profonde nella nostra vita e ci dia la gioia di sentire la Tua presenza nella vita del mondo. Gesù era a mensa e Ti pregò, o Padre. Poi prese il pane, lo spezzò, lo divise dicendo: “Prendete e mangiate. Questo pane condiviso sia per voi il segno della mia vita. Quando farete questo, lo farete in memoria di me, di ciò che ho fatto e detto”. Poi prese la coppa del vino e disse: “Questo calice sia per voi il segno di un’amicizia che Dio continuamente rinnova con tutta l’umanità, con tutto il creato”.


P. PREGHIERA DI CONDIVISIONE


COMUNIONE


PREGHIERE SPONTANEE


BENEDIZIONE FINALE


Mare nostro che non sei nei cieli
e abbracci i confini dell'isola
e del mondo, sia benedetto il tuo sale,
sia benedetto il tuo fondale,
accogli le gremite imbarcazioni
senza una strada sopra le tue onde
i pescatori usciti nella notte,
le loro reti tra le tue creature,
che tornano al mattino con la pesca
dei naufraghi salvati.

Mare nostro che non sei nei cieli,
all'alba sei colore del frumento
al tramonto dell'uva e di vendemmia.
ti abbiamo seminato di annegati più di
qualunque età delle tempeste.

Mare Nostro che non sei nei cieli,
tu sei più giusto della terraferma
pure quando sollevi onde a muraglia
poi le abbassi a tappeto.
Custodisci le vite, le visite cadute
come foglie sul viale,
fai da autunno per loro,
da carezza, abbraccio, bacio in fronte,
madre, padre prima di partire.
(Mare nostro – Erri De Luca)

Anna, Fernanda e Sergio di Alessandria
per la Comunità Cristiana di Base di Pinerolo via Città di Gap




ADDIO SERGIO

Arriva inaspettata, nostra sorella morte,
quando silenziosa,
ti impedisce di avere ancora tempo
per pensare, soffrire, congedarti da chi ti vuole bene
e ti vorrebbe trattenere.

Arriva silenziosa
E impedisce che il distacco sia troppo penoso
E noi restiamo lì, senza parole, attoniti
perché per noi il tempo è il dilatarsi dell'attesa
È il bisogno che il legame non si spezzi.

Arriva inesorabile,
perché tra il prima e il poi
ci sia continuità, non frattura
Tu vedi subito la luce
non devi trovare dei perché
mentre noi ci facciamo le domande
e il Mistero è ancora lì e ci inquieta.

Tu hai superato il confine
tu che ti facevi sempre domande
sei il solo che ora hai le risposte.

A noi resta il bagaglio della tua presenza generosa
della ricchezza tormentata
del cammino compiuto
e che ciascuno di noi,
con più o meno intensità e in momenti diversi,
ha condiviso con te
e del quale si è anche nutrito

Sapremo vivere la mancanza,
continuando a farci domande,
a cercare insieme qualche risposta,
continuando il cammino…

Grazie Sergio
Anna Campora

da Domani del 24/06/2026

L’intelligenza artificiale non “libererà” il nostro tempo. Come non l’ha fatto la lavatrice

di Francesco M.S. Fiore Melacrinis


Nel 1983 la storica americana Ruth Schwartz Cowan pubblicò un libro che avrebbe dovuto cambiare il modo in cui raccontiamo il Novecento e la storia del lavoro, e in gran parte non l’ha fatto. Si intitolava More Work for Mother. La tesi, sostenuta da dati statistici, era semplice e spiazzante: fra il 1900 e il 1960 l’arrivo della lavatrice, dell’aspirapolvere e di tutti gli elettrodomestici che avrebbero dovuto liberare la donna dal lavoro domestico, aveva prodotto l’effetto opposto: le ore settimanali dedicate al lavoro in casa erano aumentate.


da Il Manifesto del 25/06/2026

<<Un mese senza sapere se fuori è giorno o è notte>>

di Enrica Muraglie


Il terminal tre degli arrivi a Fiumicino ha trattenuto il respiro fino alle tredici, quando sono comparsi i volti di Leonarda (Dina) Alberizia, Domenico Centrone e Matias Alvarez Rodriguez, tre dei dieci attivisti della Global sumud convoy detenuti a Bengasi per un mese e rimessi in libertà martedì. Gli altri sette, alla stessa ora, atterravano a Istanbul.

«FISICAMENTE un po’ acciaccati, soprattutto mentalmente stanchi: quello che abbiamo subito in questi giorni è inaccettabile», le prime parole di Centrone. Un trattamento riservato, ha sottolineato, a chi viaggia con «passaporti privilegiati».

Per Alberizia l’attenzione deve restare sulle ragioni della missione e della detenzione: «Siamo persone comuni che non riescono a tollerare di non fare qualcosa per modificare la situazione a Gaza». E subito la richiesta al governo di «adottare tutte le misure possibili per far rispettare il diritto internazionale e per applicare sanzioni verso chi sta portando avanti un genocidio».

AD ACCOGLIERLI, i volti amici: attivisti che hanno preso parte ad altre missioni della Flotilla, alcuni dell’ultimo convoglio di terra, quello degli oltre duecento. Centrone soffia le candeline del suo trentaquattresimo compleanno, per fortuna non dietro le sbarre.

La nebbia che ha avvolto i trenta giorni di detenzione comincia a diradarsi. Centrone racconta al Manifesto che il 24 maggio, al terzo tentativo di mediazione con i libici dell’est, il convoglio fatto di ambulanze, decine di case mobili e camion carichi di beni di prima necessità, medicinali e protesi si è avvicinato al checkpoint che segna l’inizio della zona cuscinetto tra le due Libia. La strategia prevedeva di mandare avanti due ambulanze per trattare il passaggio – anche soltanto degli aiuti – con la Mezzaluna rossa.

Ad attendere il convoglio, all’orizzonte, una ventina di mezzi blindati e una quarantina di militari. Ma a quello schieramento il gruppo degli undici non arriverà mai: un suv bianco taglia loro la strada, obbligandoli a scendere. Gli attivisti non erano ancora entrati nel territorio della Cirenaica e per questo «l’accusa di immigrazione illegale ci sembra assurda». Sono stati portati dentro la Libia dell’est con la forza e poi rapiti.

LA PRIMA perquisizione è brusca, a Centrone strappano la maglietta. Medicinali riversati fuori dall’ambulanza, oggetti personali spariti. Uomini e donne separati, le donne sul suv bianco, gli uomini in un blindato senza finestre. L’attivista tunisino Achraf Khoja, poi rilasciato, viene portato via da solo. Il terrore per una persona del Maghreb che «in quella situazione rischia molto di più».

Poi l’arrivo in un centro di smistamento per migranti a Sirte e la prima notte è quella degli interrogatori. Le guardie carcerarie tentano di estorcere i nomi dei libici dell’ovest che partecipavano al convoglio, e di scovare connessioni con i Fratelli musulmani o con Hamas. I toni sono duri, urla e minacce. Centrone viene interrogato dalle due alle cinque e mezza del mattino, la conclusione della nottata è surreale: i militari gli mostrano foto di attrazioni turistiche libiche. Il suggerimento è di tornare in vacanza anziché in missione umanitaria.

LA SERA del 25 maggio la falsa speranza del rilascio: l’aeroporto di Sirte è deserto, gli attivisti vengono fatti salire su un charter diretto a Tripoli con tanto di scuse ufficiali da parte dei rapitori e l’augurio che fosse stata un’esperienza «non troppo difficile». Poi l’annuncio in arabo della vera destinazione, Bengasi: «Ci hanno detto che avremmo fatto scalo lì e poi saremmo partiti per l’Italia». L’epilogo è un po’ diverso. A bordo di un suv, gli attivisti attraversano il centro vivissimo della città e si allontanano verso la periferia: «Abbiamo capito che le cose stavano andando male». L’approdo è infatti una caserma senza nome e senza insegne. Via i lacci delle scarpe, quelli dei pantaloni, uomini e donne in celle diverse ma ugualmente brutali: «Pareti con impronte di mani, scritte in arabo, disegni. Un materasso di spugna di tre centimetri. Eravamo pronti per tornare a casa, e invece siamo finiti in carcere».

Il tempo comincia a sfumare perché «non capisci se è giorno o notte, non sai che ora è», e la situazione peggiora con i due giorni di isolamento. Per sentirsi vicini agli altri si picchietta sulle sbarre, si intona «Bella ciao», «El pueblo unido», «Free Palestine». Il dentifricio come inchiostro per segnare sulle pareti i propri nomi e il calendario. Uno spazio di due metri e mezzo per due e mezzo, blatte, zanzare e una piccola fessura in alto da cui filtrava luce artificiale.

MA IL PROCESSO intero «è stato sfiancante mentalmente per la lunghezza e per il carattere di segregazione», sottolinea Centrone, e ha reso chiaro che a un certo punto gli attivisti sono diventati «una moneta di scambio». Le accuse di immigrazione illegale prima, e di assembramento in zona di sicurezza poi, non hanno retto: per ammissione dello stesso console italiano a Bengasi nel corso delle uniche due visite, e dei consoli degli altri paesi la partita – come la definisce l’attivista – «si è giocata non solo su un piano giudiziario, era un caso politico che ha toccato anche le viscere della politica interna libica».


da Il Fatto Quotidiano del 25/06/2026

“Ma quale nuova Sigonella, Meloni ha violato la Carta: l’italia ha partecipato in via indiretta a guerra illegale”

di Luca De Carolis


Giuseppe Conte non manifesta dubbi: “Non esistono trattati o protocolli con Paesi alleati che consentano al governo di violare i principi costituzionali, a cominciare dall’articolo 11 della Carta, secondo cui ‘L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali’”. Le dichiarazioni del Segretario generale della Nato, Mark Rutte, sui 500 aerei partiti dalla basi americane in Italia per sostenere gli attacchi all’Iran hanno aperto l’ennesimo fronte per il governo Meloni. E viene da chiedersi perché Rutte le abbia rilasciate: magari, per dare un segnale alla premier che è in aperto scontro con Donald Trump? Conte ha un’altra lettura: “Il Segretario dell’Onu ha voluto sottolineare il ruolo strategico avuto dall’Italia nella guerra all’Iran, così da creare un clima più sereno tra Washington e Roma. Ma così ha sollevato il velo dell’ipocrisia su questa vicenda, e soprattutto ha scoperto Meloni sul piano interno. Le sue parole hanno spazzato via le favolette con cui il governo aveva alimentato la narrazione della premier come nuova Craxi, paragonandola all’ex premier socialista che negò l’uso della base di Sigonella agli Stati Uniti. Una sciocca invenzione a cui l’esecutivo si era aggrappato, per cercare di coprire i suoi problemi sulla politica estera”.

Ora, secondo l’avvocato, quell’impostura sta venendo meno. Però c’è anche un piano normativo in questa storia. Per esempio, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha replicato: “Quelli che fanno polemica dovrebbero sapere che parliamo della gestione tecnica di accordi di cui si occupano le strutture tecniche della Difesa e non di scelte politiche che variano”. Ha così torto? L’ex premier scuote la testa: “Glielo ripeto, nessun trattato può consentire a un governo di contribuire a guerre o attacchi al di fuori del diritto internazionale, come quello contro l’Iran”.

Lei quando era a Palazzo Chigi li avrà letti, questi trattati... “Io posso dirle che quando ero al governo abbiamo interrotto le forniture di armi agli Emirati e all’Arabia Saudita quando abbiamo avuto la certezza che nella guerra in Yemen violavano il diritto internazionale, e che le basi in Italia sono state concesse solo per interventi dentro il perimetro del diritto internazionale, come gli attacchi contro i capi dell’Isis e di al Qaeda, o il ponte aereo per evacuare Kabul”. Va bene. Ma dall’esecutivo parlano di voli per “il solo supporto logistico o tecnico”. Non c’è una differenza anche di sostanza con gli aerei che vanno a bombardare? Conte ridice di no: “Sappiamo bene di cosa stiamo parlando, e lo abbiamo denunciato più volte: ossia di aerei spia, droni di ricognizione e di aerei cargo partiti da Sigonella verso l’Iran. Altro che supporto meramente logistico”. Sta dicendo che l’Italia ha partecipato alla guerra contro l’Iran? L’ex premier scandisce: “Questo governo ha partecipato quantomeno in modo indiretto a una guerra illegale. Questo è un fatto. Ma d’altronde stiamo pagando la nostra ambiguità con Washington, e quella frase di Meloni, “non condanno e condivido”, sull’operazione Epic Fury. Oltre al fatto di aver dato sostegno al genocidio a Gaza”.

Crosetto ha assicurato che può far fornire dalle strutture militari dettagli su ogni aereo partito dall’Italia. Non le sembra comunque un segnale di trasparenza? “Qui il punto non è rispondere con migliaia di dati tecnici. Qui la questione è tutta politica, e per questo la presidente del Consiglio deve venire a riferire in Parlamento sulla politica estera. È tempo che faccia un esame di coscienza di fronte al Paese, per aver assunto impegni insostenibili sulle spese militari mentre tagliava i fondi per il sociale”. State discutendo con gli altri leader delle opposizioni su cosa fare ora? Conte risponde che non c’è stato il tempo. “In ogni caso, ora Meloni deve venire in aula, dove proverà a rivendicare il suo orgoglio personale. Quello nazionale non lo ha difeso quando doveva. Ma il suo sta scolorendo nella tracotanza”.


da Adista del 18/04/2026

Sul periodico dell’AC Parolin attacca mercanti di morte e uso politico della fede


<<La logica del più forte è sempre esistita>>, ma <<specie negli ultimi anni, la diplomazia, la creatività diplomatica, l’attitudine al negoziato, sono via via venute meno>>, <<l’opzione bellica viene presentata come risolutiva, quasi inevitabile, piegando il diritto internazionale a proprio piacimento. Mentre al contempo la diplomazia appare muta, incapace di attivare strumenti alternativi. Sembra venuta meno la coscienza del valore della pace, la coscienza della tragicità della guerra>>. Nelle settimane in cui la tensione fra Usa-Iran raggiunge il massimo livello - con il presidente Usa Donald Trump che ha minacciato di distruggere <<un’intera civiltà>>, appunto quella iraniana - e Israele scatena una nuova guerra contro il Libano, dopo il genocidio del popolo palestinese, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin in un’ampia intervista al trimestrale di approfondimento dell’Azione Cattolica Dialoghi fa il punto sulla situazione geopolitica globale e sull’azione diplomatica della Santa Sede. A partire dalla crisi del multipolarismo, anzi da un nuovo multipolarismo ispirato però dal <<primato della potenza>>, cioè <<dal perseguire sempre e soltanto il primato e talvolta il predominio del proprio paese, invocando il diritto internazionale soltanto quando fa comodo e purtroppo ignorandolo in tanti casi>>, per esempio su Gaza. <<Molti governi si sono indignati per gli attacchi contro i civili ucraini da parte dei missili e dei droni russi, imponendo sanzioni agli aggressori. Non mi sembra che sia accaduto lo stesso con la tragedia della distruzione di Gaza>>, spiega Parolin, che rilancia il magistero di papa Leone XIV e papa Francesco.


sabato 4 luglio 2026

PREGHIERA

 

O Dio che ci hai amati per primo,

noi parliamo di Te come se una volta

soltanto, nella storia,

tu ci avessi amato per primo.

Invece lo fai sempre, molte volte;

ogni volta,

durante tutta la vita Tu sei il primo

ad amarci.

La mattina, quando ci svegliamo e

volgiamo l'anima verso di Te,

Tu sei il primo, Tu ci hai amati

per primo.

Se mi alzo all'alba

E nello stesso istante volgo a Te la mia

anima e la mia preghiera.

Tu mi hai già preceduto, Tu mi hai

amato per primo.

Quando abbandono le distrazioni

e mi raccolgo per pensarTi

Tu sei già lì.

E così sempre.

E poi, noi ingrati,

parliamo come se una volta sola Tu ci

avessi amato così,

per primo.

Amen.

                                                                Soeren Kierkegaard

da Il Fatto Quotidiano del 02/07/2026

RIFIUTANO L’ULTIMO CONCILIO,

GLI ALTRI PERÒ LI ACCETTANO

di Enzo Bianchi


Ieri, significativamente nella festa del Preziosissimo Sangue, si è consumato il doloroso scisma tanto temuto: la Fraternità San Pio X, fondata da monsignor Lefebvre, ha consacrato senza mandato del papa 4 nuovi vescovi incorrendo nella scomunica prevista dalla tradizione e dal diritto canonico. Leone XIV alla vigilia di questo evento ha indirizzato una lettera al capo della Fraternità, don Pagliarani, chiedendogli umilmente e fraternamente di “non lacerare la tunica inconsutile di Cristo, peccato di estrema gravità!”. Leone XIV si dichiara “disposto con tutta la Chiesa a un percorso di dialogo e di intesa” riconoscendo ciò che sta a cuore alla fraternità come la liturgia, l'impegno nella formazione sacerdotale e il desiderio di fedeltà alla tradizione. Ma malgrado l’appello, in sintonia con gli atteggiamenti di misericordia tenuti da Benedetto XVI e da papa Francesco, la rete della pesca ecclesiale si è spezzata, la tunica è stata strappata. Il cristianesimo fin dagli inizi ha conosciuto divisioni e contrapposizioni, come testimoniano gli scritti del Nuovo Testamento: dovremmo parlare di “cristianesimi” e non di un cristianesimo. Ma nella Chiesa cattolica questo scisma è una novità. Non è come quello causato e non voluto da Lutero, che cercò di salvare la grazia del Vangelo contro la mercificazione e l’autogiustificazione umane. È un rifiuto dello sviluppo della dottrina cattolica, garantito da un Concilio ecumenico e dai papi Giovanni XXIII e Paolo VI.

Bisogna avere il coraggio di dirlo: i lefebvriani non hanno intrapreso una loro strada fino allo scisma solo a causa della liturgia rinnovata dalla riforma conciliare, ma di fatto dichiarano che la fede cattolica è quella professata, predicata, fatta catechesi per il popolo fino al Concilio. Si abbia il coraggio di dirlo invece di nutrire un orgoglio cattolico romano che pretende che la fede sia sempre la stessa. No, non è vero!

Certo, il Credo è sempre lo stesso, niceno-costantinopolitano. Ma la dottrina consegnata ai fedeli cambia ed è cambiata. Io ne sono testimone: sono giunto con una limpida e sincera fede tridentina a vent’anni nell’ora del Concilio e ho dovuto operare una conversione. La mia fede oggi non è più quella della mia giovinezza. Ecco, i lefebvriani si sono arrestati a quel punto: non accettano paradossalmente l’evoluzione ultima, mentre hanno accettato quelle precedenti che hanno portato a radicali innovazioni dottrinali come l’infallibilità pontificia sancita dal Concilio Vaticano I.

Ora una significativa porzione di Chiesa se n’è andata: è tutta scomunicata o sono scomunicati solo i vescovi? E chi riceve da loro i sacramenti è scomunicato? Non è facile rispondere. Ieri alla consacrazione erano presenti migliaia di fedeli, centinaia di presbiteri, suore, domenicani e cappuccini. La liturgia era un pontificale in concorrenza con quelli romani, i canti gregoriani più belli e più adatti alla liturgia cattolica dei canti postconciliari delle nostre chiese e l’atmosfera certamente un invito alla preghiera.

Leone XIV dovrà anche con questi scomunicati mantenere un atteggiamento di misericordia: sono sempre nostri fratelli anche se scismatici e non vanno demonizzati né disprezzati. Nell’omelia Pagliarani diceva: “Noi amiamo il papa, noi ubbidiamo al papa, ma vogliamo allontanarlo dai falsi pastori, dalle false religioni, dal dialogo con i cristiani fuori dalla chiesa”. Ma proprio questo dall’ecclesiam suam di Paolo VI non è più possibile: il papa non rinnega Cristo dialogando con uomini di altre religioni, né lavorando per la pace con uomini non cristiani o non credenti. Il successore di Pietro ormai può solo dire in obbedienza a Gesù: “Noi siamo tutti, tutti fratelli!”. Purtroppo proprio questo è negato da questa porzione di Chiesa.


da Il Fatto Quotidiano del 02/07/2026

CHIESA Il Papa scomunica i 4 vescovi tradizionalisti

Lo scisma lefebvriano cerca la benedizione dei trumpiani

di Salvatore Cannavò



“Vi esorto a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli, perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti”. Nella lettera inviata da papa Leone XIV alla Fraternità Sacerdotale San Pio X il 30 giugno, era contenuto l’esito di una divisione che ieri, con l’ordinazione di quattro vescovi senza autorizzazione papale, ha raggiunto il culmine.

La Fraternità fondata da Marcel Lefebvre nel 1970, dopo la scomunica del fondatore e la successiva remissione di Benedetto XVI, decide di forzare di nuovo la mano del Vaticano e di porsi fuori dalla Chiesa cattolica. Lo fa con “rammarico”, come spiega in una nota, dopo la solenne cerimonia durata oltre tre ore nel seminario di Écône in Svizzera, il Superiore generale della Fraternità, Davide Pagliarani. Ma senza accogliere l’invito del papa, che pure si era detto disposto “a un percorso di dialogo e di intesa che lo Spirito Santo può rendere possibile e fecondo”. Anzi, “siamo pronti a pagare qualunque prezzo – dicono –, anche essere considerati ribelli ma noi lo facciamo per il bene della Chiesa, per servirla come una madre tradita. Eventuali pene o censure per noi non hanno valore”. Spaccatura totale.

FINO A IERI SERA dalla Santa Sede non sono giunte prese di posizione esplicite. È intervenuto solo il Segretario di Stato, Pietro Parolin, esprimendo “dolore” e definendo quanto avvenuto a Èconé “un atto scismatico che rompe l’unità della Chiesa e che avrà delle sanzioni”. La scomunica della Fraternità avviene latae sententiae, cioè in forma automatica e riguarda solo gli ordinati. Per la scomunica di tutti i fedeli della Fraternità serve una dichiarazione formale. La FSSPX, prima della consacrazione di ieri, contava 2 vescovi, 751 sacerdoti, 264 seminaristi, 145 religiosi, 88 oblati e 250 suore e dichiara circa mezzo milione di fedeli (di difficile contabilità). Alla cerimonia di Èconé, ieri, erano comunque presenti in migliaia leali a una concezione che ha come obiettivo centrale il Concilio Vaticano II. Gli scismatici insistono su una concezione che riporta la Chiesa indietro di secoli, ma che costituisce il nutrimento culturale e teologico di una congregazione che si comporta come una setta chiusa, come ieri ha notato il pur conservatore cardinal Gerhard Ludwig Müller.

Questa visione costituisce la motivazione di fondo che spinge i seguaci di Lefebvre a non dare ascolto all’appello del papa, che nella lettera aveva avvertito che “lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità”. Anzi, nella nota di “rammarico” per non aver avuto l’autorizzazione di Prevost, la congregazione ribadisce che le consacrazioni di ieri generano una “profonda gioia” e “una grande grazia per la Compagnia stessa e per l’intera Chiesa”. Pesa la percezione che ci sia una vasta area tradizionalista e ultra-conservatrice disposta a recepire questo messaggio. E a parte il folklore rappresentato dalla presenza a Écône dell’ex leghista Mario Borghezio o di Forza Nuova, è nell’area della destra cattolica statunitense la partita più importante. L’ex vescovo scomunicato Carlo Maria Viganò non ha mancato di offrire il suo supporto così anche il sito The Remnant. Il recente scontro tra Prevost e Donald Trump non ha cessato di generare caos e movimentazioni nel mondo cattolico, e a un papa che procede nel lavoro di compattamento interno corrispondono frange che pensano di trovare adepti proprio nella vasta area dello scontento Maga. E del resto, il 4 luglio, giorno dell’indipendenza Usa, Leone XIV sarà a Lampedusa a rendere omaggio ai migranti morti in mare.


da Il Fatto Quotidiano del 02/07/2026

L’ANALISI MILEX: “Dipenderemo da loro per decenni”

Italia, le armi dagli amici Donald e Netanyahu: 11 miliardi dagli Stati Uniti e 500 milioni da Israele

di Ferruccio Sansa


Dal 2023, con l’insediamento del governo di Giorgia Meloni, l’acquisto di armi americane da parte italiana ha segnato un’impennata. Stesso discorso per quelle provenienti da Israele. I dati arrivano da Milex, Osservatorio sulle spese militari italiane.

I nuovi impegni di spesa raggiungono 84 miliardi (di cui 36 già definiti). Di questi, 4 riguardano armamenti forniti da Washington e 500 milioni da Israele. Considerando che la parte del leone la fanno le imprese italiane e che ci sono state commesse monstre come quella dei carri armati tedeschi, viene così confermato il ruolo chiave di Stati Uniti e Israele. Spiega Francesco Vignarca, ricercatore di Milex: “A questi numeri presto si dovrebbe aggiungere un ulteriore investimento per altri F-35. Il programma originario per i velivoli Lockheed Martin prevedeva 131 mezzi che, però, sono stati ridotti a 90. Adesso, se verrà approvato il programma, ne verranno aggiunti altri 25 (per un totale di 115). Parliamo di ulteriori 7 miliardi in una decina d’anni che porteranno la spesa totale del programma F-35 a circa 25 miliardi”.

Contando i nuovi aerei, la spesa extra in armi americane voluta da Meloni cresce di 11 miliardi.

Ma torniamo agli ultimi dati rivelati da Milex: “Le voci di spesa per armi del governo riguardano programmi ereditati dal passato e altri avviati dall’attuale esecutivo. Le spese decise ex novo da Meloni dovrebbero arrivare a 84 miliardi. Ben quattro saranno spesi in America e almeno mezzo miliardo in Israele”. Un’ulteriore distinzione va fatta: cioè quella tra le spese, appunto, deliberate e quelle già effettuate durante questo quadriennio. Dei 4 miliardi destinati a Washington, dal 2023 al 2027 saranno spesi 400 milioni. Il resto ricadrà sui futuri esecutivi.

Cosa abbiamo comprato dagli Usa? Si parte da 21 sistemi lanciamissili Himars (Lockheed Martin), cioè camion e razzi ad alto potenziale esplosivo in grado di colpire a oltre 150 km. Poi mezzi aviolanciabili utilizzati da forze speciali e incursori: sono 321 Flyer 72, più 110 mezzi leggeri Polaris. Ci sono poi 15 droni Scaneagle della Boeing per la Marina. Non mancano le bombe e missili proprio per gli F35B. Ancora: arriveranno 6 nuovi droni armati Predator. Sempre le forze speciali riceveranno 1.100 quad, 95 fuoristrada leggeri, 235 motoslitte, 230 moto da cross.

A tutto questo si aggiungono i programmi già operativi con fornitori americani: aerocisterne Boeing per rifornire mezzi in volo, elicotteri da trasporto Boeing e bombe aeree.

Ma quante di queste armi saranno destinate all’Ucraina? Vignarca ha pochi dubbi: “Quasi nessuna, perché a Kiev i governi riservano armi già datate. Al massimo una parte dei nuovi dispositivi potrebbero rimpiazzare quelli obsoleti forniti all’Ucraina”.

Il ricercatore di Milex sottolinea: “I governi europei hanno più volte manifestato l’intenzione di rendersi indipendenti dagli Stati Uniti. Qui andiamo in direzione opposta: comprando oggi armi statunitensi ci si rende dipendenti dall’America per decenni, perché poi le armi vanno aggiornate e manutenute”. Discorso a parte per Israele: “Si discute di fermare la fornitura di armi a Gerusalemme. Ma la vera questione sono i nostri acquisti di dispositivi israeliani”.

Ci sarebbe poi da fare un confronto con gli acquisti americani di dispositivi italiani. Che invece hanno subito un taglio drastico: le fregate di derivazione Fremm prodotte dal gruppo Fincantieri dovevano essere 10. E invece sono state tagliate a 2. Non solo: “Noi compriamo armi americane a tutti gli effetti, mentre le nostre navi sono prodotte in America e quindi sono italiane soltanto sulla carta. Qui arrivano gli spiccioli”.

Dati che si aggiungono a quelli forniti dall’Eda, l’European Defence Agency, da cui si evince che i paesi Ue stanno aumentando la spesa per la difesa a un ritmo superiore alle previsioni, raggiungendo i 418 miliardi nel 2025. Per il 2026 si prevede che si salirà a 454 miliardi (2,4% del Pil). L’Eda aggiunge una considerazione sconcertante: “Tale accelerazione è sempre più limitata dalla capacità delle forze armate di assorbire e destinare i fondi, a causa delle tempistiche industriali, della prontezza amministrativa e delle risorse umane, nonché delle pressioni legate alla sostenibilità a lungo termine”. Insomma, rischiamo di spendere una fortuna per armi che gli eserciti non possono gestire. 

da Domani del 13/06/2026

La radice dell’espiazione. 

Il disonore senza appello di chi non può difendersi

di Mariano Croce


Al cuore della Commedia umana di Honoré de Balzac sta un assunto tanto manifesto quanto crudele: la fama e il successo garantiscono una sorta di salvacondotto morale cui nessuno che viva nell’anonimato potrà mai aspirare. La morte di Stefano Addeo mette plasticamente in scena questo assunto sotto forma di un dramma privato, il cui epilogo rivela la crudele volubilità del giudizio umano. Dopo il dissennato post rivolto alla figlia di Giorgia Meloni, Addeo è stato oggetto di una feroce gogna pubblica che ha probabilmente contribuito ad aggravare il suo disegno suicidario. L'esito tragico della vicenda fa emergere i tratti feroci e iniqui della dinamica psicologica che presiede ai meccanismi pubblici del biasimo e del perdono.

Se così è, sarebbe un errore archiviare la vicenda Addeo come un semplice fatto di cronaca legato all’uso poco accorto dei social. Essa disvela infatti quella sperequata aritmetica del successo che sembra vincolare il nostro giudizio morale al criterio della notorietà: da un lato, giustifichiamo con indulgenza le più oscene intemperanze dei leader politici o le più discutibili condotte dei personaggi dello spettacolo; dall’altro, si ridesta tutto il nostro senso del pudore, ispirato ai più rigorosi canoni del decoro civile e della dignità morale, quando quegli stessi comportamenti vengono messi in atto da un semplice cittadino privato.

Contro Addeo ha dunque operato una logica della condanna che garantisce la possibilità di riscatto in misura inversamente proporzionale alla fragilità del reo. Il professore napoletano è quella vittima sacrificale che, secondo René Girard, viene scelta non già per la gravità degli atti, ma per la propria vulnerabilità. Privo di accesso al circuito del prestigio, egli era altresì privo di quel sostegno che assicura invece a chi gode di notorietà la protezione ringhiosa della propria “fazione”, spesso contro ogni ragione e contro ogni evidenza. E, come ogni vulnerabile esposto al pubblico giudizio, Addeo ha incarnato un dispositivo espiatorio che svela un indicibile segreto su di noi. 

Infatti, dietro questa capricciosa aritmetica del successo si nasconde una forma di condanna di noi stessi: della nostra condizione di individui ordinari, indegni di quel salvacondotto morale che deriva dalla fama e dal successo, e perciò inclini a guardare con una miscela di invidia e  ammirazione ciò che desideriamo senza neppure potercelo confessare. La colpa di Addeo è stata quella di denunciare in modo vistoso e irrimediabile di essere "uno come noi", colpa imperdonabile perché rivela la nostra stessa appartenenza alla schiatta dei condannabili che non godono di appello.