martedì 16 giugno 2026

Consiglio il mio libro “Quando i fratelli se ne vanno” di 40 anni fa e il recente libro di Luigi Sandri “Dire oggi il Dio di Gesù” Edizioni Paoline, pag. 350 e potrei fare un lungo elenco partendo dalle opere di Ortensio da Spinetoli.

Buona lettura sulla morte e sul dopo morte con la fede in Dio; oggi questi libri sono facilmente reperibili.

don Franco Barbero,

via Porro 16 - 10064 Pinerolo (To) 

POST MORTEM

 

Dopo anni di studio sulla storia dei defunti fatta con studiosi della storia dei dogmi (oltre 44 anni) leggere “Post mortem, L’aldilà dimenticato del Purgatorio, dove le anime sono tra le fiamme per purificarsi” di Fabrizio D’Esposito mi ha fatto ritornare con un certo stupore ai secoli in cui la contesa tra battezzati, Paradiso, Inferno e Purgatorio ha diviso vescovi, comunità e teologi, ma mi fa valorizzare quegli studiosi, miei maestri in facoltà teologiche varie in cui la questione della salvezza, della liberazione dalle nostre colpe occupa secoli di storia, che oggi collocano quei dogmi all’interno di un processo in cui i linguaggi immaginifici del tempo non erano affatto uniformi.

Le immagini che suscitarono una disputa ecclesiale durata secoli fanno parte della costruzione del castello dogmatico e oggi siamo in grado di rileggere questi linguaggi in continua evoluzione. Soprattutto è importante l’esegesi storica per non leggere come messaggio una figura storicamente collocata nel suo tempo. 

A me sembra che l’Autore dell’articolo manchi totalmente di distinguere l’immagine dal messaggio. Dire che le anime sono tra le fiamme per purificarsi sa di Dantesco, ma la misericordia di Dio non ci fa passare tra le fiamme per purificarci. Queste sono immagini e metafore e oggi la fede ha cancellato quei messaggi almeno nel senso che ha abbandonato le metafore del tempo. Oggi ci basta dire che la nostra vita finisce in modo diverso nel senso che Dio ci accoglie nel Suo amore che per noi rimane oltre le nostre spiegazioni. Che so io del mio dopo morte? La mia fede in Dio, mi parla solo del Suo Amore accogliente, ma le modalità della Sua accoglienza dopo la morte sono incerte, mentre è certo per fede che per Lui, il Dio della vita che opera in modo solo a Lui noto, la nostra risurrezione nel Suo Amore è in una condizione tale per cui il Suo Amore è felicità e pace.

Franco Barbero, 14 giugno 2026 

da Rocca del 01/05/2026

Il Vangelo e la forza: fede e potere

di Tonio Dell’Olio


Il confronto tra papa Leone XIV e Donald Trump non è uno scontro personale, né una schermaglia tra leadership. E’ qualcosa di più profondo: il riemergere di una frattura antica tra la fede come criterio morale universale e la politica come esercizio della forza. Le dichiarazioni scomposte dell'amministrazione americana tradiscono un’incomprensibile radicale, non tanto del papa quanto del piano su cui egli si muove. Leone XIV non contesta strategie né propone alternative geopolitiche: scardina il linguaggio stesso con cui la guerra diventa accettabile. Quando parla di <<delirio di onnipotenza>> o di <<idolatria della forza>>, quando definisce blasfemo l'uso del nome di Dio per giustificare le armi, non entra nel dibattito: lo supera. E’ questo che irrita il potere. Un potere fondato sulla deterrenza può reggere il confronto politico, ma fatica davanti a chi ne mette in discussione le fondamenta morali. Non potendo assimilare quella voce, prova a delegittimarla. Così però ne rileva la forza. Per la prima volta questa tensione si consuma dentro l’Occidente. Leone XIV è figlio dell'America a stelle e strisce: non può essere liquidato come estraneo, come accadde con papa Francesco. Ma la sua biografia - Chicago e il Perù - rompe ogni schema identitario. E’ interno ed eccentrico insieme. E proprio per questo disarma. Il punto non è Trump, ma la saldatura tra religione e potere militare, tra linguaggio sacro e logica bellica. Una saldatura globale: dalle “guerre giuste” alle teologie che benedicono le armi, fino a un misticismo politico che trasfigura i leader. Qui la Santa Sede incontra i nuovi “signori della guerra”. Tradizionalmente ha scelto diplomazia e dialogo. Ma quando la guerra diventa linguaggio dominante, il silenzio rischia di farsi complicità. La parola del papa si fa allora più netta. Non è contro-politica. Leone non scende nell’arena: resta sul piano del Vangelo. <<Beati i costruttori di pace>> non è uno slogan, ma una frattura: da una parte la forza che promette sicurezza e produce paura, dall’altra una pace esigente che chiede limite e responsabilità. Il nodo è antropologico. La guerra nasce nei linguaggi prima che nei campi. Quando diventa “inevitabile”, è già iniziata. E quando Dio la giustifica, la fede si rovescia: non giudica il potere, lo legittima. E’ questo contorcimento che Leone smonta, svuotando dall'interno la grammatica della guerra. Un lavoro lento ma decisivo, perché tocca le coscienze. Da qui nasce anche una domanda radicale per la Chiesa: può limitarsi alla denuncia o deve arrivare a sanzioni estreme? L'ipotesi di una scomunica per chi provoca, prepara o scatena guerre non è più solo provocazione teorica, ma possibile sviluppo coerente di una dottrina che definisce la guerra “bestemmia". Sarebbe un gesto profetico, capace di segnare un confine netto tra Vangelo e violenza. La reazione del potere è nervosa perché avverte una parola che non si lascia usare. Disarmata, dunque disarmante. In un tempo che torna al ferro e al  fuoco, la fede autentica resta controcorrente: non perché ingenua, ma perché rifiuta la violenza come destino. E continua a indicare un'altra possibilità. Qui sta la vera posta in gioco: non chi vince, ma quale idea di uomo e di mondo vogliamo abitare.


da Internazionale del 05/06/2026

Inferocita

di Giovanni De Mauro


Ha fatto bene Francesco De Gregori a dire che non ha niente da dire su Gaza e che non capisce chi invece vuole dire la sua? I social media hanno l’enorme potere di amplificare ogni presa di posizione, in particolare quelle più estreme. Sono anche gratificanti, con i loro like, e trasformano quello che potrebbe somigliare a un dibattito pubblico in un disordinato incontro di wrestling, con la folla inferocita che tifa per l’uno o per l’altro e che preme per salire a sua volta sul ring. Le discussioni diventano una forma di intrattenimento. Ma non è una novità.

Prima ancora dei social media, dove gli spettatori hanno un ruolo attivo con i like e i commenti, ci sono stati i talk show televisivi con il loro pubblico di tifosi. E si potrebbe risalire indietro nel tempo, passando (solo per citare alcuni precedenti illustri) dai dibattiti tra Abraham Lincoln e Stephen Douglas sulla schiavitù (sette incontri ognuno di tre ore e davanti a grandi folle che interrompevano e urlavano) o le dispute quodlibetali di epoca medievale nelle università di Parigi, Bologna o Oxford.

E prima ancora: nel quinto secolo avanti Cristo i sofisti non insegnavano forse l’arte di argomentare e persuadere? E quando in una seduta del senato romano, siamo nel 63 avanti Cristo, Cicerone si alza e chiede a Catilina fino a quando abuserà della sua pazienza, non sta forse drammatizzando il dibattito e cercando di coinvolgere il pubblico?

Ma tornando a De Gregori, qual è il ruolo degli intellettuali oggi? Quale dovrebbe essere la loro funzione nel dibattito pubblico? Finora le parole più condivisibili sembra averle dette Zerocalcare: “Se c’è una persona che ha una voce pubblica e la usa per dire cose importanti sono contento, ma obbligare a intervenire chi non se la sente o lo fa solo per avere il plauso dei like non è una cosa che fa bene neppure alla causa stessa”.

da Il Manifesto del 07/06/2026

La processione dell’umanità dolente

di Claudio Dionesalvi


Attonita Amendolara. Intontita assiste al passaggio del corteo che si origina nel luogo dell’eccidio. Dalle finestre, nei bar, da qualunque luogo si affaccino gli Amendolaresi ripetono la stessa frase: «Chissà per quanto tempo il nostro paese resterà segnato da questa tragedia. Eppure noi non c’entriamo, è accaduto qui vicino, ma poteva succedere ovunque».

Tra i proprietari delle poche strutture ricettive c’è anche Teo, storico militante dei Social Forum, generazione contro il G8, che da queste parti ha aperto un agriturismo. Traumatizzato da quanto è avvenuto, claudicante, con le lacrime agli occhi, fa notare che «qui siamo poveri. I terreni agricoli sono in Basilicata e nella piana di Sibari».

Teo partecipa all’ormai rituale e ricorrente processione tragica che da diversi anni si mette in cammino: Cutro, Rosarno, stavolta Amendolara, quasi un contrappasso. Muoiono persone migranti nelle terre calabre segnate da secoli di emigrazioni. Cadaveri di intere famiglie naufragate nel Mediterraneo si spiaggiano, braccianti neri uccisi a fucilate, arsi vivi dalle fiamme appiccate da caporali, quando non ustionati dal sole cocente del lavoro nei campi. Ogni volta che la tragedia sociale si ripropone improvvisa, un’umanità “dolente” si rimette in cammino.

Non di soli slogan si nutrono i cortei che da anni chiedono dignità per uomini e donne ridotti a servi senza gleba. Sono composti da persone impegnate nei circuiti dell’accoglienza e della solidarietà. Attiviste, operatori sociali, avvocate provenienti da Acquaformosa, Camini, Riace, dove l’accoglienza è agire quotidiano, fanno la spola dalla piazza della Cgil al corteo dell’Usb che invade la SS 106. C’è Francesco Maria Sicilia, avvocato Asgi, che ragazzi come Waseem, Amin, Ullah e Safi, vittime del rogo, li riceve tutti i giorni nel suo studio. Francesco vede «un sistema ormai radicato. Non c’è bisogno più neanche delle minacce dirette, c’è un sentimento di paura sedimentata, paura di non lavorare, non potere aiutare i propri familiari, perdere il permesso di soggiorno. Questo sistema ha trasformato lo sfruttato nel primo caporale, alimentandosi di uno stato di necessità che è la genesi del crimine avvenuto qui. Non si può limitare tutto a una faida etnica». Qualcuno piange davanti alla corona di fiori depositata nel luogo dell’eccidio. Francesco Piobbichi, fondatore dell’ostello sociale Dambe So, che nella piana di Gioia Tauro ospita con dignità i braccianti, commosso e adirato fa notare che «questi quattro innocenti si aggiungono a una lista che dagli anni novanta ad oggi ha decine di nomi in questa regione. La colpa è di un sistema che mangia vivi i lavoratori nell’indifferenza».

Il corteo riparte. Non ci sono i rappresentanti delle imprese agricole. Un imprenditore da poco in pensione, su una panchina, osserva la manifestazione, ascolta i comizi, è disponibile al racconto, ma chiede anonimato: «Secondo me c’è una storia di droga dietro la strage. Qualche anno fa, è venuto da me uno di questi capisquadra. Mi ha offerto 12 ragazzi per la raccolta delle clementine. Voleva essere pagato in contanti. Gli ho detto di no. Mi ha fatto paura. Non so cosa dicesse, ma me ne ha dette di tutti i colori. Aveva gli occhi di fuoco. Secondo me era imbottito di droga. La malavita nostrana qui non c’entra niente».

Capita spesso che in Calabria durante le manifestazioni del dissenso sociale in piazza, qualcuno lanci occhiate minacciose ai manifestanti. Qui però della ‘ndrangheta non v’è traccia. Di tutto questo orrore è spettatrice, utente. L’accumulazione di capitali ha elevato tanti malavitosi, perlomeno quelli non espatriati o consumati dal 41 bis o da guerre intestine, al rango di proprietari terrieri. Più che altro, è la loro subcultura che ha trionfato, è diventata prassi diffusa. Italiani o di origine straniere che siano, i caporali viaggiano armati.

La manifestazione si conclude prima del tramonto. Una ragazza si dirige verso i pullman. Indossa una t-shirt con la frase tratta dall’Antigone: «Egli non ha il diritto di tenermi lontana dai miei».

La fiducia in Te genera speranza

 

«Chi ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, non è adatto per il regno di Dio» (Luca 9:62).

In questo programma di perseveranza non dimenticheremo la sua promessa: « allora il deserto diventerà un giardino…» (Isaia 32:15), ma soprattutto sapremo ogni giorno guardare a Colui che è la nostra salvezza:

 

Non lo sai, non l'hai conosciuto?

Un Dio eterno è Yahvé

che ha creato i confini della terra.

Egli dà forza a chi è stanco

accresce il vigore di chi è senza forza.

I giovani s'affaticano e si fiaccano

e gli atleti alla fine vacillano.

Coloro invece che sperano in Yahvé

rinnovano le loro forze.

Spuntan loro come all'aquila le ali,

corrono senza stancarsi

e camminano senza affaticarsi.

Isaia ( 40:28-31)

 

Scritto a mano nel 1969 e stampato nel 1975 in “Una fede da reinventare” come conclusione del mio libro (f.b.).

lunedì 15 giugno 2026

La nostra fragilità e il Tuo amore

Franco Barbero, 1971

 

- "ll regno di Dio è vicino. Cambiate cuore e  credete al gioioso annuncio" (Mc.1, 15).

- “È un popolo di dura cervice. Ma tu, o Signore, perdona le nostre colpe e i nostri peccati e fa' di noi la tua eredità”  (Esodo 34, 6).

- “Per questo io ti dico: Sono rimessi i suoi molti peccati, perchè molto ha amato" (Lc. 7, 47).

- "lo vi dico che ci sarà più gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte che non per novantanove giusti, i quali non hanno bisogno di penitenza" (Lc. 15, 7).

- "Rallegratevi con me, poiché ho trovato la dramma che avevo perduto.

Così, vi dico, c'è gioia al cospetto degli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte" (Lc. 15, 10).

- “Non hanno bisogno del medico i sani, ma gli ammalati. Non sono venuto a cercare la gente giusta, ma i peccatori" (Mc.2, 17).

L. Preghiamo insieme:

T. O Padre, grazie della vita nuova! Tu ci conosci, tu vegli sulla nostra comunità che hai costituito qui...

Noi vogliamo fondarci su Gesù, tuo figlio. Mantienici nella fede, semplice e perseverante. Donaci lo spirito della figliolanza e della preghiera.

Mantienici nella giustizia, nella lotta, nella  tua pace.

Fa' che non ti dimentichiamo.

E non stancarti di noi, Padre, che ami senza misura. Amen!

L. Terminiamo con un canto.

- “Javhè, tuo Dio, circonciderà il tuo cuore e il cuore della tua discendenza, in modo che tu ami Jahvè tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutte le tue forze, affinchè tu viva “ (Deut.30, 6).

 

Signore,

forma in noi l'uomo nuovo, la donna nuova.

Fa' che non ci culliamo oziosamente

nel tuo perdono,

ma che esso diventi per noi

un seme di nuove decisioni

sulla strada del Vangelo.       

IL FATTO QUOTIDIANO, mercoledì 3 giugno 2026

2 giugno. La parata militare stride con il pacifismo della Repubblica

Caro “Fatto Quotidiano”, a ottant’anni dalla nascita della Repubblica, continuiamo a celebrare questa ricorrenza con una grande parata militare. La contraddizione è evidente. Da una parte, celebriamo una Costituzione che, all’articolo 11, afferma che l’Italia ripudia la guerra e, dall’altra, il momento più importante della festa nazionale è una sfilata di soldati, mezzi militari e armamenti.

Questa è l’immagine che vogliamo consegnare alle nuove generazioni? Colonne di soldati, carri armati e aerei militari che sorvolano la Capitale?  La Repubblica nata dalle macerie della Seconda guerra mondiale avrebbe dovuto rappresentare una rottura con la cultura della guerra. I Padri costituenti avevano conosciuto bombardamenti, dittature, deportazioni e milioni di morti. Per questo inserirono nella costituzione uno dei principi più avanzati e rivoluzionari del dopoguerra: il ripudio della guerra.

Forse è arrivato il momento di ripensare il 2 giugno. Di immaginare una festa diversa,  capace di mettere al centro non la forza delle armi, ma la forza della società. La Repubblica è stata fatta dagli insegnanti che educano, dai medici che curano , dai magistrati che amministrano la giustizia, dai volontari che assistono i fragili, dagli operai , dagli imprenditori e dai diplomatici che lavorano per prevenire i conflitti. Una grande sfilata civile racconterebbe molto meglio ciò che siamo. Mostrerebbe l’Italia che costruisce invece di distruggere, che cura invece di colpire, che educa invece di addestrare.

Infine, possiamo davvero parlare di una Repubblica compiuta e sovrana quando sul nostro territorio sono ancora presenti armi nucleari statunitensi e quando le principali scelte strategiche del paese sono subordinatte agli interessi geopolitici di altre potenze? Possiamo davvero festeggiare senza aver fatto piena luce su alcune delle pagine più oscure della nostra storia repubblicana, a partire dall’omicidio di Aldo Moro?  

Una Repubblica matura non dovrebbe avere paura della verità. La sovranità non si misura con inutili parate militari, ma con la capacità di decidere il proprio destino, di conoscere fino in fondo la propria storia e di agire nell’interesse dei propri cittadini.

GIANLUCA FERRARA

da Il Manifesto 03/06/2026

L’inchiesta del collettivo "RESTIAMO UMANI"

«Silenzio stampa»: le violenze contro chi si mobilita per la Palestina

di Bianca Caramelli

 

Una serie di “pratiche e metodi che possono essere descritti come squadristi” quelle raccolte dal collettivo "Restiamo umani" nell’ inchiesta Silenzio stampa. Il documentario ripercorre gli episodi violenti di cui sono stati vittima diversi attivisti e spazi solidali con la causa palestinese nella città di Roma. «L'idea è nata un po’ di tempo fa, abbiamo iniziato a registrare le aggressioni e raccogliere le testimonianze, spiegano. Poi, dopo i fatti dell'ultimo 25 aprile al parco Schuster, quando un membro della Brigata ebraica ha sparato contro due esponenti dell'Anpi, è arrivata la decisione di chiudere e pubblicare quanto raccolto. Tra gli obiettivi, quello di non trattarlo come un caso isolato e mostrare che c'è un filo conduttore tra diverse violenze.

Da quella del 2024, quando sempre durante un corteo per la Liberazione dei gruppi organizzati della Brigata Ebraica hanno colpito i manifestanti con sassi, bulloni e bombe carta, fino a quella del 27 aprile scorso, in cui l’aula autogestita dell'università Roma tre è stata vandalizzata con scritte e disegni della stella di David. Nel mezzo, tutte le altre: l'irruzione di incappucciati nel dipartimento di Fisica della Sapienza durante l'Acampada studentesca, il blocco della street parade a Monteverde da parte di un centinaio di individui incappucciati; l’azione della brigata Dario Vitali contro il liceo Manara di Monteverde: i tre tentativi di irruzione al centro sociale La Stradi con ordigni esplosivi. L’aggressione agli studenti del Caravillani, in assemblea: l’attacco al medico dello Spallanzani colpito con un casco dopo un presidio per la Palestina.

L'inchiesta non svela cose mai dette - spiega il collettivo - ma mette insieme questi fatti che non sono stati trattati in maniera adeguata e unitaria. Tra tutti c’è una comunanza ideologica e di metodi che va condannata con fermezza», La scelta di alcune figure, come quella dell'ardito Dara Vitali, dimostra “una direzione politica del sionismo organizzato ben precisa”. Perciò si parla di attacchi squadristi, così come “per le pratiche e i metodi delle aggressioni organizzate”.

Il fine, dicono da Restiamo umani, è che se ne parli per rompere l'impunità “Questa è una narrazione partita dal basso, dalle stesse ragazze e ragazze che hanno subito le aggressioni, perché non se ne raccontava abbastanza altrove”, nei media tradizionali. Un problema di considerazione di cui si sono rese colpevoli anche le istituzioni, che “applicano un doppio standard” intervenendo in solidarietà di certi episodi di violenza, ma ignorando quelli contro chi si schiera per la Palestina.

Il collettivo spiega che le autorità hanno mantenuto un atteggiamento di inazione. Troppo spesso le denunce presentate alle forze dell'ordine non hanno avuto risposta. Il cuore della questione è mettere in luce tutto questo. Il Silenzio stampa non è solo il titolo di un documentario, ma la denuncia di un clima che rende impossibile il dissenso o la semplice testimonianza.


da Pressenza del 13/06/2026

Lavoro nero e caporalato: 

giro d’affari da 77 miliardi di euro

di Giovanni Caprio



In Italia il lavoro nero continua a rappresentare una realtà economica di dimensioni rilevanti. Secondo una recente analisi dell’Ufficio studi della CGIA su dati Istat riferiti al 2023, il volume d’affari generato dall’economia sommersa supera i 77 miliardi di euro all’anno (77,1 miliardi di euro, di cui 27,5 miliardi nel Mezzogiorno, 19,4 nel Nordovest, 16,5 nel Centro e 13,7 nel Nordest). Oltre un terzo di questa ricchezza prodotta irregolarmente (il 35,7 per cento) si concentra quindi nelle regioni del Mezzogiorno, dove si registra anche la quota più elevata di lavoratori coinvolti. Su un totale nazionale di 2,6 milioni di occupati irregolari, infatti, il 37,5 per cento opera nel Sud.

Se storicamente il fenomeno è stato associato alle regioni meridionali, oggi però il lavoro sommerso è diffuso in misura preoccupante anche nel Centro-Nord. A livello settoriale, le situazioni più critiche si riscontrano nei servizi alla persona, dove il tasso di irregolarità raggiunge il 48,8 per cento. In questo comparto rientrano soprattutto colf, badanti e altre figure impegnate nell’assistenza domestica. Seguono l’agricoltura, con un tasso di irregolarità del 20,8 per cento, e le attività artistiche e di intrattenimento (attori, cantanti, spettacoli viaggianti, giochi, parchi divertimento, ecc.) al 20,3 per cento. Si tratta di dati che confermano come il lavoro nero continui a rappresentare un fenomeno strutturale dell’economia italiana, con effetti rilevanti sia sul piano sociale sia su quello tributario e contributivo.

Il “nero”, sottolinea la CGIA, è diffuso soprattutto in Calabria, Campania e Sicilia. Se misuriamo la propensione al “nero” delle regioni, vale a dire l’incidenza percentuale dell’ammontare riconducibile al valore aggiunto del lavoro irregolare sul valore aggiunto totale regionale, la quota più elevata, pari all’8,3 per cento, interessa la Calabria. Seguono la Campania con il 7 per cento, la Sicilia con il 6,4 per cento e la Puglia con il 6,3 per cento. La media nazionale è del 4 per cento.

Dei 2.608.600 occupati non regolari stimati in Italia dall’Istat, 979.500 sono ubicati nel Mezzogiorno, 634.000 nel Nordovest, 572.300 nel Centro e 422.800 nel Nordest. Se calcoliamo il tasso di irregolarità, dato dal rapporto tra il numero degli irregolari e il totale occupati per regione, la presenza più significativa si registra sempre nel Sud e, in particolare, in Calabria con il 17,9 per cento. Seguono la Campania con il 14,4 per cento e la Sicilia con il 14 per cento. Il dato medio Italia è del 10 per cento.

“L’eccidio avvenuto nei giorni scorsi ad Amendolara (CS), si sottolinea nel report dell’Ufficio studi della CGIA, è quasi sicuramente riconducibile allo sfruttamento e alle pratiche schiavistiche praticate da pseudo-imprenditori agricoli/organizzazioni criminali presenti in quella zona. Spesso, sfruttando lo status irregolare dei migranti, questi soggetti coinvolgono questi lavoratori provenienti dall’estero senza garantire contratti regolari, pagando salari bassi e innescando una serie di problemi legati all’alloggio, ai trasporti e ai servizi sociali. Tuttavia non va dimenticato che in molti casi queste condotte criminali sono indotte, non solo al Sud, dalla struttura del mercato agroalimentare che, spesso, è monopolizzata da poche grandi imprese committenti che continuano a spremere i piccoli agricoltori, che per rimanere sul mercato sono costretti a ridurre gli stipendi della manodopera, alimentando così ancor più il sistema del caporalato”.

La FILLEA CGIL pone invece l’accento sul passaggio velocissimo del caporalato dall’agricoltura all’edilizia. “Lo sfruttamento dei lavoratori stranieri nella costruzione del Consolato americano a Milano è una situazione gravissima, inaccettabile e che ha messo in difficoltà anche noi, visto che abbiamo avuto difficoltà anche a svolgere le assemblee e anche ad entrare nel cantiere, ha sottolineato Antonio Di Franco, segretario generale della Fillea Cgil, in un’intervista all’Adnkronos/Labitalia.

La prima anomalia di un fatto gravissimo, inaccettabile, è che comunque noi ci troviamo di fronte ad un tipo di appalto che coinvolge un operatore economico non italiano che è soggetto a regole non italiane, non europee. Ma quanto avvenuto è il sintomo di quello che succede ormai in maniera diffusa sul territorio italiano. E, cosa ancora più grave, riguarda in particolare anche il perimetro delle grandi opere pubbliche. (…)

C’è lo sfruttamento di manodopera migrante, a monte c’è un caporale e tutto questo avviene con una cornice normativa che agevola questo tipo di ricatto. E cioè la legge Bossi-Fini che costringe i lavoratori ad avere un contratto di soggiorno per essere regolari in Italia. E che quindi devono stare sotto ricatto di chi offre loro un contratto. (…) Per contrastare il caporalato in edilizia “servirebbe cancellare la legge Bossi-Fini, e uscire dalla logica del contratto di soggiorno che in questo momento favorisce lo sfruttamento e l’illegalità, che coincide con l’arricchimento spesso di soggetti vicino alla malavita organizzata”.


Gruppo biblico del martedì, domani 16 giugno


Care amiche e amici del gruppo biblico del martedì, domani sera ci incontreremo alle ore 18:00 per confrontare le narrazioni della resurrezione nei Vangeli.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.
Questo è il LINK per il collegamento:
meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A domani sera.

Sergio

Curare l'Africa aiuta tutti

The East African , Kenya

 

L'epidemia di ebola in Repubblica Democratica del Congo (Rdc) e in Uganda evidenzia ancora una volta le disuguaglianze nella risposta internazionale alle crisi africane. Davanti a più di 330 morti accertati, l'Organizzazione mondiale della sanità ha definito “grave” l’epidemia in corso. Ma invece di suscitare una risposta globale coordinata, la crisi sta diventando un simbolo di paura, isolamento ed egoismi.

L'Uganda, paese che negli anni ha affrontato vari focolai di febbre emorragica, si è mobilitata rapidamente dopo che due viaggiatori infetti provenienti dall'Rdc si erano presentati in una struttura  sanitaria di Kampala. All'estero, invece, le reazioni sono state discutibili. Gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni all'entrata nel loro territorio e vorrebbero creare una struttura specializzata nell'isolamento dei malati di ebola in Kenya, solo per assistere i loro cittadini che lavorano nelle zone colpite. Lo rivela un problema più generale: la tendenza dei paesi ricchi a difendersi attraverso l'esclusione invece di puntare sulla cooperazione. Uganda e Rdc non hanno sistemi sanitari all’avanguardia, ma possono contare sull'esperienza. Per sfruttarla, però, hanno bisogno di strutture moderne, laboratori, dispositivi di protezione e finanziamenti. Invece di allestire strutture d'isolamento, i paesi ricchi e le fondazioni internazionali dovrebbero investire nei centri di risposta alle emergenze in Africa. Questo rafforzerebbe i sistemi locali e contemporaneamente la sicurezza sanitaria mondiale.

La lezione è semplice: l'Africa non può contare su sistemi sanitari che si attivano solo durante le emergenze, mentre il resto del mondo non può permettersi di considerare le epidemie africane una minaccia esterna da contenere lontano dai propri confini, l'ebola sarà un test per capire se la comunità internazionale crede ancora nella condivisione delle responsabilità davanti  un pericolo comune. # as

Internazionale 1668, 5 giugno 2026

La vergogna dell’Europa

Pitt von Bebenburg, Frankfurter Rundschau, Germania

 

Il 1 giugno il partito tedesco Unione cristiano-democratica (Cdu, al governo) ha votato al parlamento europeo un patto su migrazione e asilo sostenuto dal partito di estrema destra Alternative für Deutschland (Afd). L'Europa non ha più limiti: nella lotta contro l'immigrazione non esistono più tabù. Collaborare con i taliban in Afghanistan alla faccia dei diritti umani? Perché no. Rafforzare la posizione i regimi come quello libico? Purchè accolgano i nostri rifugiati. Proteggere i bambini e le famiglie? Non é la priorità. Detenere persone in paesi totalmente estranei? Non c’è alternativa. Collaborare con l'Afd? Non è più un preblema.

Nel 2012 l'Unione europea ha ricevuto il premio Nobel per la pace per il suo impegno nella promozione della pace, della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani.

Qualcuno ricorda ancora questi valori che un tempo tenevano insieme la nostra comunità?

Il danno fatto da questo accordo conl'estrema destra é grande, ed è invece difficile scorgerne l'utilità pratica. Finora nessun paese si è dimostrato pronto ad accogliere i richiedenti asilo respinti all’Europa. Ma potrebbe essere allettante per i regimi non democratici che vogliono migliorare la loro immagine. Se anche si trovasse un paese deciso a cooperare, sarebbe comunque costoso - e con risultati discutibili.

Quando il Regno Unito ha cercato di trasferire in Ruanda i richiedenti asilo, ha pagato un caro prezzo. Il piano é fallito dopo che erano già stati sborsati piùt di 800 milioni di sterline per i preparativi. Una miseria rispetto a quanto I'Europa si prepara a spendere ora. Il continente si renderà infatti vulnerabile non solo finanziariamente, ma anche politicamente, se lascia intendere che è disposto a pagare qualsiasi cifra per le espulsioni. Non sarebbe molto meglio investire queti soldi nell'integrazione di persone di cui c’è urgente bisogno, per esempio regolarizzando dei lavoratori stranieri?

Per la coalizione di centrodestra che governa la Germania la decisione dell'Unione é una pesante zavorra. Sei cristianodemocratici sperano di riconquistare elettori con una politica sull'immigrazione ispirata a quella dell'Afd, si sbagliano di grosso. La gente voterà per l'estrema destra se vuole le politiche dell’astrema destra. # nv

Internazionale 1668, 5 giugno 2026

 

domenica 14 giugno 2026

IL SEMINATORE PAZZO

"Un seminatore uscì a seminare. Vide una terra ben irrigata e passò oltre; vide una terra feconda e passò oltre; vide una terra dolcemente esposta al sole e passò oltre; vide una terra ridente e amena e ancora passò oltre.
Vide finalmente una terra secca, pietrosa e sconnessa. Amò quella terra, le sorrise, le parlò, la baciò, aprì la mano e lasciò cadere il seme con abbondanza,con larghezza, senza misura.
Tutti ridevano di quel folle che seminava sulle pietre, ma egli quella notte sognò; sognò acqua che zampillava nel deserto e spighe che brillavano tra le pietre.
Trascorse molto tempo. La terra era sempre una desolata pietraia che succhiava ruscelli d'acqua faticosamente immessi tra i sassi.
Il seminatore continuò ad amare quella terra. 
Un mattino, un mattino come mille altri, il seminatore fi meravigliato: quella terra arida e pietrosa biondeggiava di messi e in essa scorrevano torrentelli di latte e miele".

Franco Barbero, 1974

da Internazionale del 05/06/2026

La vergogna dell'Europa

di Pitt von Bebenburg, Frankfurter Rundschau, Germania


Il 1 giugno il partito tedesco Unione cristianodemocratica (Cdu, al governo) ha votato al parlamento europeo un patto su migrazione e asilo sostenuto dal partito di estrema destra Alternative für Deutschland (Afd). L’Europa non ha più limiti: nella lotta contro l’immigrazione non esistono più tabù. Collaborare con i taliban in Afghanistan alla faccia dei diritti umani? Perché no. Rafforzare la posizione di regimi come quello libico? Purché accolgano i nostri rifugiati. Proteggere i bambini e le famiglie? Non è la priorità. Detenere persone in paesi totalmente estranei? Non c'è alternativa. Collaborare con l’Afd? Non è più un problema.

Nel 2012 l’Unione europea ha ricevuto il premio Nobel per la pace e per il suo impegno nella promozione della pace, della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani. Qualcuno ricorda ancora questi valori che un tempo tenevano insieme la nostra comunità? 

Il danno fatto da questo accordo con l'estrema destra è grande, ed è invece difficile scorgerne l'utilità pratica. Finora nessun paese si è dimostrato pronto ad accogliere i richiedenti asilo respinti dall’Europa. Ma potrebbe essere allettante per i regimi non democratici che vogliono migliorare la loro immagine. Se anche si trovasse un paese deciso a cooperare, sarebbe comunque costoso - e con risultati discutibili. Quando il Regno Unito ha cercato di trasferire in Ruanda i richiedenti asilo, ha pagato un caro prezzo. Il piano è fallito dopo che erano già stati sborsati più di 800 milioni di sterline per i preparativi. Una miseria rispetto a quanto l'Europa si prepara a spendere ora. Il continente si renderà infatti vulnerabile non solo finanziariamente, ma anche politicamente, se lascia intendere che è disposto a pagare qualsiasi cifra per le espulsioni. Non sarebbe molto meglio investire quei soldi nell’integrazione di persone di cui c’è urgente bisogno, per esempio regolarizzando dei lavoratori stranieri?

Per la coalizione di centrodestra che governa la Germania la decisione dell’Unione è una pesante zavorra. Se i cristianodemocratici sperano di riconquistare elettori con una politica sull’immigrazione ispirata a quella dell’Afd, si sbagliano di grosso. La gente voterà per l’estrema destra se vuole le politiche dell’estrema destra.