venerdì 29 maggio 2026

I TIRANNI POSSONO RINGRAZIARE LE RELIGIONI

 

Le chiese non fanno paura ai tiranni.

Le riunioni non finiscono mai, tra convegni e continui spiritualismi, rotture, fanatismi, preghiere e dovozioni mariane e il potere sa che gran parte del cristianesimo tutto sommato è un grande alleato aldilà dell’infinita retorica e vergognosa presunzione di costruire pace, mentre le religioni con la loro fiacchezza sono i più sicuri alleati del potere che le usa per convogliare in tanti raduni spirituali e sottilmente spirituali e dall’apparenza evangelica per coprire una infinità di operazioni belliche mascherate di belle parole e di felici raduni che non muovono un passo reale verso Giustizia e Pace.

Le chiese del resto e in maggioranza sono dei “raduni per la pace” mille volte dichiarata, ma se non si rimuovono i due Tiranni assassini le parole aumentano e la pace e la giustizia diminuiscono.


Franco Barbero, 28 maggio 2026

Per Franca Gonella

O DIO, TUTTA LA COMUNITÀ DI PINEROLO, PIOSSASCO E MOLTI ALTRI/E TI RINGRAZIANO per averci donato tra le animatrici comunitarie la sorella Franca Gonella. 

Il paese intero di Cavour la sentiva amica di tutti/e. 

La ricorderemo domenica mattina 14 giugno come ha desiderato e deciso il figlio di Franca, il carissimo Mattia.

La sua fede inondava tutta la vita di Franca e si diffondeva in modo concreto in chi aveva la fortuna di incontrarla in lunghi dialoghi sempre costruttivi, molto legati alla realtà della vita.

Conservo nel mio cuore alcuni suoi interventi nelle eucarestie domenicali. Coglieva con una profondità e una concretezza il messaggio biblico da lasciare nei partecipanti all’eucarestia il messaggio biblico con una relazione e l’invito a farne la vita dei nostri giorni. 

Perché era così profonda con il suo linguaggio molto riferito alla vita? Forse perché sapeva in un testo cogliere l’essenziale. 

Era il dono e la lezione che ci ha donato per la vita quotidiana. Al di là delle disquisizioni a volte vane, nelle discussioni bibliche ed esistenziali la sua fede sapeva cogliere la profondità e l’essenziale senza divagazioni inutili o spesso inconcludenti.

O cara Franca quanto ho imparato dalla tua semplicità. Pregavi con assiduità l’unico Dio che Gesù ci insegnò ad adorare e invocare, lodare, pregare e riporre nel profondo dei nostri cuori nel dolore e nelle gioie, tutte cose che mi ricordava nel nostro periodico incontrarci finché la salute glielo permise. Franca parlava ai credenti come agli atei. Quanto imparai dalle sue visite in ospedale nei tre anni della mia permanenza, a volte con Fiorentina. 

O Dio, quanto dobbiamo imparare da persone come Franca e di questo ancora ti prego dal profondo del cuore.

Spero che le comunità non dimentichino ciò che la sua vita ci insegnò: si può coniugare vita reale e fede viva nei giorni e negli anni del dolore come in quelli vitali della gioia.

Grazie o Dio, ci sei vicino nella malattia e nella salute, nella vita come nella morte.

                               Franco Barbero

da Domani del 26/05/2026

GLI ANALISTI: “NONOSTANTE LA SPROPORZIONE, L'ISOLA È IN GRADO DI INFLIGGERE PERDITE SIGNIFICATIVE

di Vincenzo Leone


COSÌ CUBA PUÒ RESISTERE AI SOLDATI USA

Lo scenario che Trump teme di più: le forze terrestri addestrate a una guerra asimmetrica possono superare un milione.

Non solo: l’Avana ha acquistato più di 300 velivoli senza pilota d'attacco in grado di colpire la base americana di Guantanamo.


da Il Manifesto del 26/05/2026

Lettera dei medici a Meloni: <<Siamo debitori con Cuba, aiutiamola>>

di Andrea Capocci


Lasciare Cuba da sola non è solo un cedimento politico alle strategie di Donald Trump, ma anche un tradimento. Lo sostiene una lettera aperta indirizzata alla premier Giorgia Meloni e al ministro della Salute Orazio Schillaci da un gruppo di medici autorevoli e dotati di buona memoria. L’isola infatti ha fornito assistenza all’Italia in campo sanitario quando ne abbiamo avuto bisogno. Tra i firmatari figurano Maurizio Bonati, già direttore del dipartimento di salute pubblica dell’istituto «Mario Negri», Antonio Addis (ex-direttore del dipartimento di Epidemiologia e già membro della commissione tecnico-scientifica dell’Aifa, dimissionario in polemica col governo), il direttore della rivista Epidemiologia & prevenzione Francesco Forastiere, la docente di Scienze infermieristiche Paola di Giulio.

«L’Italia – scrivono i sanitari – non può rimanere indifferente o silenziosa anche perché debitrice verso Cuba per l’aiuto ricevuto durante la pandemia Covid-19 e per l’attuale lavoro dei medici cubani in Regione Calabria».

Dal 1963 oltre seicentomila operatori sanitari cubani hanno prestato servizio in oltre 160 Paesi. Oggi però ad aver bisogno di aiuto è l’isola, in crisi per le conseguenze economiche della pandemia e l’embargo statunitense che la priva di beni primari anche nel settore medico.

I dati riportati nella lettera sono impressionanti: «La sopravvivenza nei tumori infantili è scesa dall’80 al 65 per cento a causa della mancanza dei farmaci di prima linea. 96mila persone (quasi uno su cento degli abitanti) – di cui 11mila bambini – sono in lista d’attesa per un intervento chirurgico. Se la situazione non cambia, la lista potrebbe riguardare 160mila pazienti entro la fine del 2026. Oltre 300 interventi chirurgici pediatrici a settimana sono compromessi dalla carenza di farmaci, ossigeno, anestetici e materiali di consumo».

La comunità scientifica internazionale indica la situazione a Cuba «come una priorità» mentre in Italia finora si guarda altrove. Dopo i fatti di Gaza, del Venezuela e dell’Iran, il governo Meloni deve dunque scegliere se assecondare l’«amico Donald» o riposizionare l’Italia sul fronte della giustizia internazionale. «Potrebbe essere utile che una apposita commissione italiana di tecnici della salute venga inviata a Cuba e relazioni sullo stato di salute della popolazione cubana, sull’accesso alle cure, sulla disponibilità di farmaci e dispositivi medici» suggerisce la lettera.

«Un Rapporto tecnico e indipendente, focalizzato sui bisogni sanitari essenziali della popolazione cubana sotto embargo, potrebbe costituire il materiale per programmare interventi mirati, essenziali e prioritari di aiuto indirizzando sia le istituzioni che le organizzazioni nazionali di cooperazione».

Il morso della crisi si stringe ogni giorno e le portaerei statunitensi che incrociano al largo dei Caraibi e presagiscono un golpe non consentono esitazioni. «Ogni giorno di silenzio ha un costo in vite umane», avverte l’appello. Ora tocca al governo scegliere tra l’intervento umanitario e l’omertà.

da Internazionale del 10/04/2026

Prime scarcerazioni


“Il 2 aprile il governo cubano ha annunciato che in occasione della settimana santa avrebbe liberato 2.010 prigionieri come ‘gesto umanitario e sovrano’”, scrive Bbc mundo. Come si legge in un comunicato del Partito comunista, tra i detenuti che beneficiano dell'indulto ci sono donne, cittadini stranieri,  giovani e persone con più di sessant’anni. Il governo non ha specificato quali saranno i prigionieri liberati, ma ha reso noto che sono stati esclusi quelli che “hanno commesso abusi sessuali, pedofilia con violenza, omicidio, traffico di droga, furto e macellazione di bestiame, rapina a mano armata, corruzione di minori, reati contro l’autorità, recidivi e plurirecidivi”. Secondo le organizzazioni per i diritti umani nella misura non solo compresi  i prigionieri politici. Negli ultimi 15 anni il governo dell'Avana ha scarcerato più di 10.000 persone.


da Internazionale del 17/04/2026

Tramonto lunare


La faccia nascosta della Luna fotografata dalla missione Artemis II, con la terra che sta per scomparire dietro l’orizzonte. Il 6 aprile, cinque giorni dopo il lancio della missione, il veicolo spaziale Orion ha completato il primo sorvolo lunare con equipaggio umano dalla fine del programma Apollo più di cinquant'anni fa. L'equipaggio ha potuto osservare direttamente alcuni siti lunari, come il cratere Hertzsprung, che ha un diametro di più di 500 km, e il mare Orientale, a cavallo tra la faccia visibile e quella nascosta.


da Internazionale del 17/04/2026

Le posizioni restano distanti


I rappresentanti di Libano e Israele si sono incontrati il 14 aprile a Washington per i primi colloqui diplomatici in trent’anni, con l’obiettivo di mettere fine agli scontri tra l’esercito di Tel Aviv e il gruppo armato sciita Hezbollah, sostenuto dall’Iran. Gli Stati Uniti, paese mediatore, hanno dichiarato che le due parti avvieranno dei negoziati diretti, senza dare altri dettagli. Israele afferma di volere il disarmo di "tutti i gruppi terroristici", un riferimento a Hezbollah, mentre Beirut ha chiesto un cessate il fuoco e misure per affrontare la crisi umanitaria. Da quando ha ripreso le sue operazioni militari in Libano il 2 marzo, Israele ha ucciso più di 2000 persone e ne ha fatte sfollare un milione. I rappresentanti libanesi hanno sottolineato anche la necessità di rispettare il cessate il fuoco in vigore dal novembre 2024, che Israele ha violato migliaia di volte.

In un’analisi su Haaretz, Zvi Barel evidenzia la distanza tra le posizioni delle parti: “Mentre il Libano cerca di mettere fine alla guerra e di ottenere un cessate il fuoco come presupposto per avviare iniziative diplomatiche che potrebbero portare a un coordinamento e, alla fine, a un partenariato, Israele insiste nel condurre i negoziati sotto il fuoco, garantendo di fatto il protrarsi delle ostilità”.

L’Orient-Le Jour conferma che mentre si svolgevano i colloqui le violenze nel sud del Libano sono proseguite e i bombardamenti israeliani hanno provocato 13 morti in due giorni. Il quotidiano libanese riferisce che gli scontri si sono concentrati lungo la striscia di confine e in particolare nella città di Bint Jbeil, circondata dall'esercito israeliano. Hezbollah ha rivendicato il lancio di razzi contro 11 villaggi del Nord d’Israele.

Secondo Al Jazeera le probabilità che si arrivi presto a una fine delle ostilità sono scarse. Nonostante il suo tentativo di "riaffermare l'autorità dello stato e separare la questione libanese da quella iraniana", il governo di Beirut ha poco margine di manovra, mentre la posizione di Hezbollah, che si oppone ai negoziati, rischia di annullare qualunque passo avanti.


giovedì 28 maggio 2026

da Riforma del 17/04/2026

Il demone dell’accumulo

Dietrich Bonhoeffer - Sequela


La grazia a buon mercato è predicazione della remissione senza penitenza, è battesimo senza disciplina comunitaria, è Cena senza confessione dei peccati, è assoluzione senza confessione personale. La grazia a buon mercato è grazia senza sequela, grazia senza croce, grazia senza Gesù Cristo vivo, incarnato. Grazia a caro prezzo è il tesoro nascosto nel campo, per amore del quale l'uomo va a vendere con gioia tutto ciò che aveva; la pietra preziosa, per il cui valore il mercante dà tutti i suoi beni; la signoria regale di Cristo, per amore del quale l'uomo strappa da sé l'occhio che lo scandalizza; la chiamata di Gesù Cristo, per cui il discepolo abbandona le reti e si pone alla sua sequela. Grazia a caro prezzo è il vangelo, che si deve sempre di nuovo cercare, il dono per cui si deve sempre di nuovo pregare, la porta a cui si deve sempre di nuovo bussare. E’ a caro prezzo, perché chiama alla sequela; è grazia, perché chiama alla sequela di Gesù Cristo; è a caro prezzo, perché costa all’uomo il prezzo della vita, è grazia, perché proprio in tal modo gli dona la vita; è a caro prezzo, perché condanna il peccato, è grazia, perché giustifica il peccatore. La grazia è a caro prezzo soprattutto perché è costata cara a Dio, perché gli è costata la vita di suo Figlio - <<siete stati riscattati a caro prezzo>> (I Cor 6,20) - e perché non può essere a buon mercato per noi ciò che è costato caro a Dio.


da Internazionale del 17/04/2026

Arriva il super Niño


I modelli meteorologici indicano che un episodio particolarmente intenso di El Niño potrebbe cominciare nella seconda parte del 2026, scrive New Scientist. Questo fenomeno climatico ricorrente avviene quando gli alisei che soffiano sulla fascia tropicale del Pacifico si indeboliscono, riducendo l'affioramento dell'acqua fredda dalle profondità e permettendo a quella calda di rifluire verso est. El Niño comincia quando la temperatura dell'acqua supera di 0,5 gradi la media a lungo termine. 

Quando l’anomalia arriva a 2 gradi si parla di un evento molto forte o super. Finora questa soglia è stata superata solo tre volte, nel 1982-83, nel 1997-98 e nel 2015-16. Secondo i modelli del Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (Ecmwf) c’è una probabilità del 50% che l’anomalia arrivi a 2,5 gradi entro ottobre. Se dovesse superare i 3 gradi, come alcune stime suggeriscono, sarebbe l'evento più intenso mai osservato. El Niño può alterare i cicli meteorologici in tutto il mondo, provocando condizioni più calde e secche in alcune regioni e più piovose in altre. L’ultimo anno in cui si è presentato, il 2024, è stato il più caldo mai registrato. Un super El Niño potrebbe portare al raggiungimento di un nuovo record nel 2027. Gli episodi di El Niño e del fenomeno opposto, chiamato La Niña, sono diventati più frequenti negli ultimi decenni, e uno studio suggerisce che il cambiamento climatico ha intensificato del 10% l’oscillazione tra i due estremi.


da Internazionale del 17/04/2026

Dopo il regime

Budapest, Ungheria


Migliaia di ungheresi festeggiano nel centro di Budapest la sconfitta alle urne del primo ministro Viktor Orban la sera del 12 aprile. Dopo 16 anni al potere, il leader sovranista e populista è stato sconfitto da Péter Magyar, alla guida del partito Tisza. L'affluenza è stata particolarmente alta, il 79,5%, e Orban ha riconosciuto il risultato poco dopo la chiusura delle urne. L’esito del voto avrà conseguenze sugli equilibri politici nell'Unione europea e sul rapporto che Budapest ha con la Russia e gli Stati Uniti.


da La Stampa del 05/05/2026

Operazione speranza

di Federica Allosio


Alle 9,40 del mattino una carovana di uomini percorre in fila indiana le strade semideserte del centro di Oulx. Sono una cinquantina e indossano giacche a vento e scarponi da neve ricevuti dai volontari del rifugio Fraternitа Massi durante quella che da queste parti chiamano «la vestizione». L’ultima e spesso unica occasione per dotarsi del necessario prima di affrontare i sentieri ancora innevati che conducono in Francia. E ricevere zaini o tracolle in cui custodire i pochi ricordi della vita da cui sono fuggiti. I cancelli del rifugio si sono chiusi alle loro spalle da qualche minuto, dopo le ultime visite in ambulatorio e una partita di calcio improvvisata in cortile. Per il resto della mattinata e parte del pomeriggio i migranti saranno assistiti per strada da un medico di Rainbow for Africa e dai volontari.

Chiuso il rifugio Fraternitа Massi

Una soluzione d’emergenza resa inevitabile dalla scelta, sofferta, di tenere chiusa la struttura dalle 10 alle 17. Così da ridurre almeno in parte le spese necessarie per garantire la sopravvivenza di un progetto di accoglienza virtuoso capace di assistere ogni anno 20 mila persone. Un presidio umanitario indispensabile per il cui mantenimento occorrono 800 mila euro l’anno. Eppure, da tempo il rifugio può contare soltanto sulle donazioni dei privati, nel silenzio assordante delle istituzioni.

Guidati dai volontari, i ragazzi arrivano in piazza Garambois. E’ sul muretto di fronte all’ufficio del turismo che viene servita loro la colazione. «Qui possono acquistare i biglietti del pullman per Claviere a 3 euro e 30. A bordo li pagherebbero un euro in più» spiega Michela, attivista 23enne di On Borders. Porge un uovo sodo a Bekri, che di anni ne ha sedici e ha lasciato il Sudan per scappare dalla guerra dove suo padre è morto. Usa il traduttore del telefono per raccontare la sua storia.

Storie di migranti

«Sono partito da casa due anni fa. In Sudan i militari costringono i ragazzi ad arruolarsi, ma io non voglio combattere» le dita scorrono rapide sullo schermo dello smartphone. «Ho trascorso due mesi nei centri di detenzione in Libia - avvicina i polsi, simulando il gesto delle manette – spesso ci picchiavano e ci lasciavano senza cibo e acqua». Poi la fuga e il viaggio in mare verso la Grecia. Lungo la rotta che da qualche tempo i trafficanti sembrano prediligere a quella che conduce in Sicilia, dove i controlli sono più serrati. «Voglio raggiungere mia sorella in Olanda e studiare per diventare dottore». Siede accanto a decine di ragazzi eritrei, somali e sudanesi. A pochi passi da loro, sulla facciata del municipio, campeggia la targa «Benvenuti ad Oulx».

Il lungo cammino verso la frontiera

Chi non ha i soldi per pagare il biglietto del pullman prosegue a piedi il cammino verso la frontiera. Gli altri vengono condotti alla fermata da Jonathan, dell’associazione «No name kitchen». Non parla italiano, ma fa il possibile per rendersi utile. Così come le decine di ragazzi italiani e stranieri che ogni mattina arrivano ad Oulx all’alba per dare assistenza ai migranti fino alla riapertura del rifugio. Rassicurano occhi spaesati, forniscono raccomandazioni. Chi non parte viene accompagnato alla stazione, dove i volontari servono il pranzo in attesa del pullman delle 13 per Claviere e accolgono i nuovi arrivati.

Cinquanta medici

Con loro c’è anche Annalisa, medico volontario di Rainbow for Africa. E’ in pensione e almeno una volta a settimana sale ad Oulx. Trascina dietro di sé due valigie piene di farmaci e medicazioni. «Siamo una cinquantina tra medici volontari in pensione, specializzandi e neolaureati. Facciamo i turni per assicurare un presidio sanitario costante» racconta prima di allontanarsi per visitare su una panchina della sala d’aspetto della stazione Alm. Ha 20 anni, è originario della Somalia e in undici giorni ha percorso a piedi la distanza che separa la Grecia da Trieste. «Ho camminato nei boschi della Bosnia di notte in mezzo alla neve con quelle» spiega in inglese indicando un paio di scarpe da ginnastica. Ha un principio di congelamento al piede destro e la dottoressa l’ha convinto a fermarsi almeno una notte al rifugio prima di riprendere il cammino. Dovrà attendere la riapertura serale della Fraternità Massi seduto sul marciapiede, insieme agli altri. Mentre il tiepido sole primaverile cede il passo alle nubi.

Un flusso continuo

Dall’ultimo treno in arrivo da Torino sono intanto scesi tre uomini afghani e due ragazzine eritree di 15 e 16 anni. La più piccola tiene stretto tra le mani il peluche di un ippopotamo. E’ stata rinchiusa per due anni nei lager libici, dove ha subito violenze che preferisce non rievocare. «Ci facevano andare a dormire con i vestiti bagnati» si limita a dire in inglese. Ad accoglierla c’è Zineb, mediatrice e volontaria. Le offre una bevanda calda, poi un piatto di cous cous. Lei sorride e fa dondolare le gambe. L’orlo dei pantaloni svolazza sferzato dal vento gelido e così pure le grandi margherite bianche disegnate sopra. «Mia mamma è stata uccisa dai militari. Sono sola – sussurra - da grande voglio fare la hostess di volo».


da Il Manifesto del 20/05/2026

Israele senza scrupoli. 

Spari sulle barche superstiti della Flotilla

di Andrea Sceresini


Per farla finita con la Global Sumud Flotilla, le forze speciali israeliane hanno messo da parte ogni scrupolo. Così, ieri pomeriggio, una delle ultime imbarcazioni ancora in navigazione, la “Girolama”, è stata abbordata a colpi di fucile, mentre gli attivisti a bordo, con le mani in alto, gridavano ai militari: «Why are you shooting? Perché sparate?».

Si è saputo poi che i proiettili erano di gomma, ma l’effetto scenografico sarà certamente piaciuto al premier israeliano Benjamin Netanyahu, che solo poche ore prima, rivolgendosi ai suoi marò, aveva detto – senza mezzi termini: «State facendo un lavoro eccezionale; state sventando un piano malvagio ideato per rompere l’isolamento dei terroristi di Hamas a Gaza».

IL «LAVORO ECCEZIONALE» si è concluso, per l’appunto, ieri pomeriggio, quando i dieci scafi della Flotilla che erano scampati alla grande retata di lunedì (40 barche intercettate nell’arco di dodici ore) sono stati raggiunti e assaltati, come da copione, mentre si trovavano ormai a circa ottanta miglia nautiche dalla costa della Striscia di Gaza.

In totale, dunque, sono circa quattrocento gli attivisti attualmente in mano delle autorità di Tel Aviv, e tra essi ci sarebbero ben 27 cittadini italiani. I primi trecento prigionieri – ovvero, presumibilmente, quelli catturati nella giornata di lunedì – sono arrivati nel porto israeliano di Ashdod già nel tardo pomeriggio di ieri, dopo aver percorso oltre duecento miglia a bordo della ormai celebre nave-prigione Ins Nahshon, già utilizzata durante gli abbordaggi del 29 e 30 aprile scorso come una sorta di piccolo campo di concentramento galleggiante.

Di base, secondo quanto viene fatto sapere dalla Farnesina, a tutti gli attivisti dovrebbe essere applicata la procedura accelerata di espulsione, che prevede la cacciata dal Paese nel giro di sole 24 ore. Diversa però potrebbe essere la sorte di chi già ha avuto un divieto di ingresso nel passato, o di chi venga ritenuto “sospetto” da Israele – una attribuzione che, come abbiamo visto nelle scorse settimane, gli uomini di Netanyahu sono soliti dispensare in modo piuttosto disinvolto.

DAL CANTO SUO, nonostante la presenza di una così ampia rappresentanza di nostri connazionali, il governo italiano ha tenuto un profilo decisamente basso, con il ministro Antonio Tajani che si è limitato a invocare «la verifica dell’uso della forza da parte delle autorità israeliane, che secondo quanto riferito dagli attivisti italiani avrebbero utilizzato i proiettili di gomma contro le imbarcazioni della Flotilla». Di fatto, insomma, tutto è andato secondo i piani di Tel Aviv, le cui truppe – a differenza di quanto avvenuto nel passato, durante le intercettazioni contro le precedenti flottiglie – hanno deciso di agire addirittura alla luce del sole.

«LI ABBIAMO VISTI BENE in faccia, questa volta – ci ha fatto sapere Dario Salvetti, del collettivo di fabbrica della Gkn di Firenze, la cui imbarcazione, la “Don Juan”, è stata una delle ultime ad essere abbordate ieri -. Abbiamo visto le quattro navi militari, abbiamo visto la nave prigione, e abbiamo visto i rib che vengono utilizzati per assaltare i nostri velieri. Alcuni degli scafi della Flotilla, coraggiosamente, gli sono andati addirittura incontro, mettendosi di traverso e cercando di ostacolarli in ogni modo. Questo è quello che abbiamo visto, io e i miei compagni, ed ecco: vorrei che lo avessero visto anche coloro che ieri ci chiamavano “crocieristi”, perché se veramente fossimo dei “crocieristi”, ricchi, bianchi e col conto in banca, è probabile che le cancellerie di tutto il mondo si sarebbero già messe in moto per tirarci fuori dai guai. Ma la realtà della Flotilla è un’altra: noi siamo cittadini, lavoratori, gente comune, e le nostre barche sono perlopiù vecchie e malandate. Ma nonostante questo, e nonostante Israele, abbiamo deciso di andare comunque avanti, per rompere il blocco illegale di Gaza».

UNA PROSPETTIVA, evidentemente, che i marine della famigerata “Shayetet 13” hanno avuto l’ordine di scongiurare in ogni modo – se necessario, anche aprendo il fuoco contro gli attivisti.

Ad oggi, dunque, il bilancio è il seguente: in tre settimane esatte, tra l’abbordaggio di oggi, quello di ieri e quello della notte tra il 29 e il 30 aprile, l’Idf è riuscita a mettere ko ben settantadue imbarcazioni su settantatré – e ad annullare dunque, almeno per ora, l’intera Global Sumud Flotilla. L’unica, piccola eccezione è rappresentata da “Vivi”, un tredici metri con a bordo tre italiani, uno spagnolo, un messicano e un marocchino. Domenica abbiamo avuto una serie di guai tecnici, sicché quando gli israeliani hanno iniziato ad attaccare le altre barche, nella mattinata di lunedì, noi ci trovavamo già molto più indietro – ci racconta il capitano -. Su indicazione degli organizzatori, abbiamo perciò deciso di puntare su Cipro, dove siamo arrivati sani e salvi dopo diverse ore di navigazione solitaria».

AL MOMENTO, questi sei ragazzi dalle barbe lunghe e i volti arsi dal sole sono, di fatto, gli unici superstiti della «più grande missione umanitaria che abbia mai tentato di rompere l’assedio di Gaza». Sarà da questo seme che rinascerà la prossima Flotilla?


da Il Fatto Quotidiano del 19/05/2026

E adesso Meloni scopre che il riarmo è un pacco e dà la colpa a Bruxelles: “C’è crisi, dura da spiegare”

di Lorenzo Giarelli


A ridosso del quarto anno di legislatura, dopo aver accettato impegni da decine di miliardi con la Nato e aver portato in Parlamento un’ottantina di programmi di acquisto, il governo Meloni non sa come uscire dal guaio in cui si è cacciato: il riarmo è profondamente impopolare, soprattutto in tempi di crisi economica, e gli investimenti promessi sono un fardello che sarà dura sostenere se non cambieranno i vincoli europei (gli stessi che il governo ha firmato).

Ieri un portavoce della Commissione Ue ha risposto durante un punto stampa riguardo alla lettera inviata domenica da Giorgia Meloni a Bruxelles. Una missiva con cui la premier chiedeva a Bruxelles di concedere una maggiore flessibilità per affrontare le conseguenze della guerra in Medio Oriente, dal caro carburante ai costi dell’energia. Visto che per le spese nella Difesa l’Ue ha attivato corsie preferenziali – per esempio il prestito Safe, che per l’Italia potrebbe valere circa 14 miliardi – l’obiettivo di Palazzo Chigi sarebbe strappare procedure di emergenza per fronteggiare la crisi. Ma per il momento la risposta della Commissione è gelida: “Stiamo monitorando da vicino la situazione sull’energia e saremo pronti a esaminare il quadro delle flessibilità esistenti nel contesto di governance fiscale dell’Ue. In questa fase l’attenzione è rivolta a sfruttare appieno i finanziamenti Ue già disponibili, che sono molto significativi”. Ci sarebbero insomma “circa 95 miliardi” per “investimenti energetici” nei pacchetti e nei fondi già esistenti. Il ministero dell’economia parla di “dialogo ancora aperto” con la Commissione, ma ad aumentare i guai del governo c’è un aspetto più politico su cui non a caso insistono le opposizioni. Per anni l’esecutivo non solo ha aumentato le spese in Difesa, ma ha rivendicato la scelta contestando chi lamentava che un simile investimento avrebbe pesato sul welfare e gli aiuti alle famiglie.

Su questo punto il governo è diviso: Giancarlo Giorgetti è tiepido sui prestiti Safe per il riarmo, perché seppur a condizioni agevolate “non si tratta di un prestito a costo zero”, mentre Guido Crosetto non concepisce passi indietro. Meloni è preoccupata non solo dai conti, ma dall’effetto elettorale: “Sarebbe molto difficile spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe”, ha spiegato nella lettera a Ursula von der Leyen. Così come in campagna elettorale sarà molto difficile giustificare un enorme riarmo da decine di miliardi mentre la coperta per gli aiuti alle famiglie è cortissima. Ieri Carlo Fidanza, che guida i meloniani al Parlamento europeo, ha ribadito il concetto: “Un intervento della Commissione europea è necessario subito, attendere la recessione tecnica sarebbe irresponsabile e minerebbe anche il consenso dell’opinione pubblica sugli investimenti in Difesa”.

Le scelte del governo, il cui messaggio è che gli aiuti alle famiglie sarebbero pronti, ma Bruxelles non li permette, è terreno su cui il M5S attacca: “Dobbiamo scegliere tra armi e bollette – scrivono i parlamentari delle commissioni Difesa – Meloni finalmente squarcia il velo di ipocrisia della narrazione del governo secondo cui le spese in armi non sono in contrapposizione con altre spese. Ricordiamo quando Crosetto diceva che la cosa più schifosa che si potesse fare era mettere in concorrenza le spese della difesa con le spese per asili, scuole e ospedali”. Dal Pd, Elly Schlein insiste invece sul tentativo del governo di scaricare sull’Ue le colpe per scelte proprie, dagli impegni sul riarmo alle politiche sul lavoro: “È facile dare la colpa all’Europa del fallimento totale della politica economica di tre anni”. Ma del resto Bruxelles è il bersaglio perfetto da presentare in campagna elettorale qualora le cose precipitassero. Anche perché, come dimostra un sondaggio dell’istituto Demos, già adesso mettono “le conseguenze delle guerre” al primo posto tra le proprie preoccupazioni.


mercoledì 27 maggio 2026

Poesia di David Maria Turoldo

Fratello ateo, nobilmente pensoso, 

alla ricerca di un Dio che io non so darti, 

attraversiamo insieme il deserto. 

Di deserto in deserto andiamo

oltre la foresta delle fedi, 

liberi e nudi verso

il Nudo Essere 

e là

dove la Parola muore 

abbia fine il nostro cammino

                                         David Maria Turoldo