sabato 28 marzo 2026

da Internazionale del 20/03/2026

Sfiancati dal caldo


Più di un terzo della popolazione mondiale vive in aree dove il caldo intenso e l’umidità limitano significativamente la possibilità di svolgere normali attività all’aperto, avverte uno studio pubblicato su Environmental Research Health. Un gruppo di ricercatori dell’Ong statunitense Nature Conservancy ha confrontato i dati sul clima raccolti tra il 1950 e il 2024 con un modello fisiologico che prevede le reazioni del corpo umano al dispendio di energia in diverse condizioni ambientali, calcolando che in molte regioni del mondo nei periodi più caldi anche sforzi fisici leggeri come salire una scala sono sufficienti a superare i limiti di tolleranza.

Per i giovani adulti la quantità di ore in cui l'attività fisica all'aperto è pericolosa è raddoppiata rispetto ai primi vent'anni del periodo considerato, passando da 25 a 50 ore all'anno, mentre per le persone sopra i 65 anni è salita da 600 a 900 ore. In alcuni paesi tropicali, molti dei quali a basso reddito, il caldo può limitare l'attività degli anziani anche per un terzo dell’anno.

L’aumento dei periodi in cui è sgradevole o pericoloso fare sforzi all'aperto rischia inoltre di scoraggiare l’esercizio fisico, avverte un altro studio pubblicato su The Lancet Global Health, aggravando il rischio di malattie cardiovascolari e altri problemi di salute dovuti all'inattività, che è già responsabile di circa il 5% dei decessi tra gli adulti. Anche in questo caso gli effetti potrebbero essere più pronunciati nei paesi a basso e medio reddito.


da Rocca del 15/03/2026

La giustizia di cui avremmo bisogno

di Marco Gallizioli


E’ impossibile mettere a tema la virtù della giustizia senza partire da un discorso che si focalizzi sull'ingiustizia costitutiva dell’esistenza. Accanto alla disonestà, alla violenza gratuita, all'aggressività deliberata, infatti, vi è anche lo scandalo del dolore innocente e immotivato che rende intrinsecamente iniqua la vita, non solo degli esseri umani, ma dell'intero universo. Se non si parte da questo sentire che la vita è fragile, strattonabile e calpestatile senza apparente ragione è impossibile pensare di costruire un tempo giusto e di elaborare dei valori in grado di fondare un’etica giusta.

Il dolore innocente secondo Pascoli

Uno dei luoghi poetici più efficaci per comprendere in cosa consista l'ingiustizia connaturata all'esistere è una lirica conosciutissima della produzione del primo Pascoli, vale a dire X agosto, tratto dalla bellissima raccolta di Myricae. In questo magnifico e celeberrimo testo, il poeta romagnolo immagine di guardare il cielo nella notte di San Lorenzo, ossia in una data significativa non solo perché coincide con la notte delle stelle cadenti, ma soprattutto perché il 10 agosto del 1867, quando Giovanni non aveva ancora compiuto 12 anni, suo padre venne barbaramente ucciso in un agguato. Le stelle che il poeta adulto descrive vengono avvertite come se fossero lacrime che solcano la volta celeste. Le stelle diventano un simbolo della commozione del cielo davanti alle infinite miserie della vita sulla terra, ma si tratta di un "cielo" indicato con la lettera minuscola, un cielo umano e non divino. La profondità della poesia si stratifica nelle strofe successive, in cui vengono giustapposte due immagini tragiche: la morte di una rondine e quella di un uomo.

Il dolore innocente del mondo naturale

Più precisamente, nella seconda e nella terza strofa il discorso si concentra su una rondine che viene uccisa mentre sta tornando al suo nido, con un insetto/verme per sfamare i suoi rondinini. Chi l'ha uccisa? Non è dato sapere. Perché? Non è dato sapere. Chi può voler uccidere una rondine, un uccello che non si mangia. Un cacciatore per gioco? Un ragazzino con una fionda? Non è importante. La rondine cade morta tra gli spini. La punteggiatura pascoliana è meravigliosa: piena di due punti che non portano a nessuna spiegazione, come se la spiegazione stessa morisse tra le labbra o restasse incastrata sulla punta della penna del poeta. Il ritmo diventa sincopato, asfittico, come il cuore della rondine.

Ora l’uccello è immobile, come in croce, e tende il verme a un cielo divino in cui, se abita un dio, si tratta di un dio indifferente, come gli dèi epicurei o lucreziani. Fa da contraltare all'immobilità della rondine il pigolio dei rondinini, che fono-simbolicamente riempie le orecchie del lettore, si fa vicino e minaccioso come la morte. Se il riferimento alla figura di Cristo è evidente, è altrettanto evidente che si è in presenza di un cristianesimo senza redenzione, né resurrezione. Ma un dato apparentemente secondario, dirompe quando, riflettendo, ci si accorge che anche la vittima innocente è, a sua volta, carnefice. La rondine, infatti, porta nel becco un essere vivente, catturato per dar da mangiare ai suoi rondinini. Dunque, la rondine stessa, seppur con una ragione, è veicolo di violenza, perché nella natura, nel suo procedere, nelle sue leggi,  c’è una violenza implicita che, agli occhi pascoliani, rappresenta uno scandalo.

Il dolore ingiusto degli esseri umani

Nella quarta e quinta strofa, poi, il poeta passa a descrivere l’ingiustizia che colpisce gli esseri umani. “Anche un uomo” viene ucciso. Perché? Non c'è risposta. Chi è stato? Non c'è risposta. Questo uomo ammazzato è evidentemente il padre, ma Pascoli non lo nomina. Lascia che ciascuno possa identificarsi, permettendo alla sua esperienza tragica soggettiva di allargarsi e di farsi veicolo di comprensione del dolore ingiusto che si riverbera in ogni anfratto del creato. Questo uomo senza nome, tuttavia, non si lascia vincere dall’odio. Le sue ultime parole, infatti, sono: “perdono". Ancora una volta il parallelismo è con un Cristo reso umano e non divino. Non c'è bisogno di essere un dio per perdonare. E’ semmai la miracolosa capacità di vincere l'odio, di spezzarne le catene, a renderci divini. E’ da questo perdono che nasce il primo atto di giustizia. Non c'è giustificazione per la violenza che domina il mondo, ma ciò non autorizza il ricorso all’odio. La grandezza degli esseri umani sta nella possibilità che essi hanno di non soffiare sull’odio e sulla violenza alimentandone il fuoco. Questo ci rende necessariamente divini. Così, se nell'ultima strofa il Cielo - questa volta con la lettera maiuscola - si mostra indifferente al dolore umano e al dolore naturale che rendono il mondo o un "atomo opaco del Male”, in qualche misura per il poeta esiste la possibilità di sconfiggere l’ingiustizia con la forza del perdono, nonostante l’inerzia divina. In questo pessimismo radicale c’è una straordinaria forza positiva: il mondo lo si può redimere scegliendo il bene e scegliere il bene significa perdonare e perdonare significa cambiare il corso della storia.


“Una fede da reinventare”: una storia da conoscere.

di don Franco Barbero - 23/03/2026


E’ il libro che scrissi nel 1971/72 e che l’editore Claudiana accettò molto volentieri di pubblicare purché accettassi di non pubblicarlo con il mio nome che, dopo il mio diffuso impegno con gli omosessuali e i primi interventi pontifici a mio riguardo, compromettevano la diffusione e creavano disagio con la Chiesa cattolica. Nulla da togliere, ma non scrivere che il libro era legato alla parrocchia di San Lazzaro, luogo dal quale lo scrissi e di cui ero parroco. Dunque che fosse taciuto l’autore vero, cioè don Franco Barbero. Oggi ricordo bene la storia. Scrivere un libro, in tempi di tensione fra le chiese, era una impresa, soprattutto dopo il 1969, quando avevo sposato i primi omosessuali con una celebrazione molto seria, gioiosa e creativa. Finito il libro tutto scritto di mia mano, lo consegnai all’editore Claudiana che lo condivise. Ma appunto c’era un ostacolo insormontabile: non si doveva fare il mio nome pur lasciando capire e scrivendo a chiare lettere che il libro proveniva da San Lazzaro. Quante pagine e libri scrissi nella mia giovinezza teologica, che non videro mai la stampa, perché l’editore doveva fare i conti con con il placet delle gerarchie. 

Se sei un obbediente, tutte le porte si aprono: per me questo è stato decisivo. Altrimenti carta straccia. Sei miei piccoli libri che consegnai scritti a mano negli anni 1973-79 non videro mai la luce. Scrivo questo per testimoniare che la ortodossia decide tutto. Oggi sorrido ma è una avventura da ricordare.




da Internazionale del 20/03/2026

La fine delle brigate mediche cubane

di Jean-Michel Hauteville, Le Monde, Francia


A causa delle pressioni degli Stati Uniti, vari paesi dei Caraibi e dell’America Centrale stanno cancellando i decennali accordi di cooperazione sanitaria con il governo dell’Avana.


Giamaica, Guyana, Honduras e Guatemala. Dall’inizio dell’anno aumentano i paesi dei Caraibi e dell’America Latina che, su pressione degli Stati Uniti, mettono in discussione gli accordi bilaterali di cooperazione medica con Cuba. La conseguenza è sempre la stessa: la partenza delle équipe di operatori sanitari cubani inviati dall’Avana in missioni di lunga durata.

“Il programma è terminato”, perché le sue modalità erano “in conflitto” con le leggi giamaicane e con le “migliori pratiche internazionali in materia di diritto del lavoro”, ha detto il 5 marzo Kamina Johnson Smith, ministra degli esteri della Giamaica. “Gli Stati Uniti avevano espresso preoccupazione per il funzionamento dei programmi medici cubani nel mondo”, ha ammesso la ministra, senza però riconoscere che l’improvvisa inversione di rotta, dopo cinquant’anni di collaborazione, sia stata imposta dalla Casa Bianca.

Dal febbraio 2025 gli Stati Uniti cercano di convincere i paesi delle Americhe a rimandare a Cuba le centinaia di operatori sanitari che si alternano nei loro ospedali pubblici. Agli occhi del Dipartimento di Stato statunitense, i medici cubani in missione sono vittime di "lavoro forzato", se non addirittura di "traffico di esseri umani". Secondo i dati del governo castrista dell'Avana, dal 1963 Cuba ha inviato più di 600mila operatori sanitari in più di 160 paesi del mondo.

Dopo mesi di braccio di ferro con Washington, i paesi dell'area caraibica si arrendono uno dopo l’altro. In alcuni casi succede dopo l'insediamento di un governo favorevole a Donald Trump, come in Honduras: il 4 marzo, a meno di due mesi dall'entrata in carica come presidente del conservatore Nasry Asfura, il paese centroamericano ha congedato i circa 100 operatori sanitari cubani arrivati nel 2024. "Gli Stati Uniti hanno fatto pressioni sull’Honduras”, afferma al telefono Eduardo Gamarra, professore di scienze politiche alla Florida international university di Miami. Eppure il paese “ha un disperato bisogno di servizi medici”, aggiunge lo studioso.

Tuttavia questi programmi di cooperazione medica - simbolo delle relazioni cordiali andate avanti per decenni tra l'isola castrista e i paesi della regione - oggi sono messi in discussione a prescindere dalle alternanze politiche. Alla metà di febbraio il governo del Guatemala ha annunciato che dopo 28 anni di onorato servizio la missione cubana, composta da 333 medici, lascherà a poco a poco il paese.

In Guyana è stato il governo dell'Avana a richiamare i circa 200 operatori sanitari. Lo ha dichiarato Frank Anthony, ministro della sanità guianese, in una conferenza stampa il 9 marzo. All'origine della decisione c'è un disaccordo di fondo: la Guyana stava cercando di rinegoziare la collaborazione, avviata 48 anni fa, per poter assumere direttamente i professionisti cubani invece di passare attraverso un'agenzia governativa cubana incaricata di pagarli.

Il destino di questa "diplomazia dei camici bianchi" è sempre più incerto anche in vari paesi delle Piccole Antille, tra cui Antigua e Barbuda, Dominica e Trinidad e Tobago. "Oggi assistiamo al risultato di un anno di pressioni costanti" di Washington, spiega Jacqueline Laguardia Martinez, che insegna relazioni internazionali all'Università delle Indie Occidentali di Trinidad e Tobago. Secondo lei l’obiettivo degli Stati Uniti è “destabilizzare l’economia cubana e accelerarne il collasso”, privando L’Avana di una fonte importante di valuta estera.

Pazienti in difficoltà

“Cuba condanna la fine di una fruttuosa collaborazione storica”, ha risposto il 6 marzo il ministero degli esteri cubano con un comunicato. E ha aggiunto che di conseguenza il governo “ha preso la decisione sovrana di procedere al rimpatrio dalla Giamaica della brigata medica cubana”, composta da 277 professionisti.

Il 9 marzo l’ospedale Saint Joseph di Kingston, che ospita il centro cubano-giamaicano di chirurgia oftalmologica, ha registrato un’affluenza insolita: molti giamaicani, arrivati anche da molto lontano, volevano consultare gli specialisti prima della fine del programma che ogni anno prende in carico migliaia di pazienti. “E’ un duro colpo per le regioni rurali dell'ovest del paese, dice Africa Stephens, direttrice della Ong Fiwe children Foundation. L’uragano Melissa, che ha colpito l'isola nel 2025, "ha aggravato le difficoltà degli ospedali. E siamo grati ai medici cubani per l'aiuto che ci hanno dato", aggiunge. “E’ desolante. Dai cubani abbiamo ricevuto solo bene”, aggiunge Clyde Williams, avvocato di Kingston, che denuncia il ricatto statunitense. Tuttavia “ci sono questioni che meritano una risposta”, soprattutto riguardo alle condizioni di lavoro degli operatori sanitari.

“Cuba è pagata, mentre i medici sono sfruttati”, denuncia Maria Werlau, direttrice di Cuba archive, un’organizzazione per la difesa dei diritti umani favorevole alla campagna di Washington contro le missioni mediche. Secondo un rapporto pubblicato dall’Ong nell’aprile 2025, gli operatori sanitari cubani alle Bahamas ricevono solo il 16% del denaro versato dal paese all’agenzia governativa cubana che fa da intermediaria e sono “sorvegliati” da persone del Partito comunista incluse nella squadra di medici. “Se la Giamaica ha bisogno di loro, deve assumerli direttamente”, sostiene Werlau.

L’internazionalismo sanitario cubano “è spesso considerato una forma di solidarietà, ma si tratta essenzialmente di accordi economici redditizi per L’Avana”, afferma Eduardo Gamarra, che tuttavia mette in dubbio l’accusa di traffico di esseri umani avanzata da Washington. “Gli Stati Uniti hanno soppresso l’Agenzia per lo sviluppo internazionale (Usaid) e ora i medici cubani stanno tornando a casa: questo avrà un impatto molto duro sui più poveri”, conclude.


da Internazionale del 20/03/2026

Il rischio di una crisi alimentare

di Michel De Muelenaere, Le Soir, Belgio


Alla terza settimana di guerra in Medio Oriente, nessuno sa dire quando e come finirà. Sul piano militare, potrebbe allargarsi ancora. E dal punto di vista economico gli attacchi contro l’Iran avranno effetti pesanti e duraturi. Ora l’attenzione si concentra sul prezzo del petrolio e del gas naturale. Ma il conflitto ha prodotto altre conseguenze di cui si parla meno.

Il 30% dell’approvvigionamento globale di elio proviene dal Qatar e dipende dalla produzione di gas naturale liquefatto (gnl), di cui l’elio è un sottoprodotto. La chiusura degli stabilimenti qatarioti ne ha bloccato l’esportazione. L’elio è essenziale per l'industria dei semiconduttori, ma anche per la diagnostica per immagini. Lo stesso vale per i concimi azotati e le materie prime per produrre concimi fosfatici, tutti dipendenti dal gas “naturale" fossile. L’interruzione delle catene di approvvigionamento e l’esplosione dei prezzi legati a quello del gas minacciano direttamente la sicurezza alimentare mondiale. Gli esperti e le agenzie dell’Onu lanciano l’allarme: anche se ci vorranno mesi perché si manifestino, gli effetti saranno molto gravi per i paesi più vulnerabili in Asia e Africa. Le ripercussioni potrebbero essere enormi e spingere molte persone a emigrare. Più la guerra si aggrava, più tempo servirà per ricostruire la produzione dei concimi e le catene di distribuzione. Questo dovrebbe spingerci ad accelerare la ricerca di alternative ai prodotti che in un mondo instabile si mostrano fragili, oltre ad avere un patto deleterio sull’ambiente. L’Europa conosce già la strada: decarbonizzazione dell'economia e transizione verso sistemi che garantiscano la sicurezza alimentare, proteggano gli agricoltori e siano allineati ai nostri obiettivi climatici e ambientali.


venerdì 27 marzo 2026

da Rocca del 15/03/2026

Il Sabato - Salmo 92

di Lidia Maggi e Angelo Reginato


E’ bello celebrare il 

Signore e cantare 

le tue lodi, o

Altissimo; 

proclamare al 

mattino la tua 

bontà, e la tua 

fedeltà ogni notte,

sulla lira a dieci

corde e sulla cetra, 

con la melodia 

dell’arpa!

Poiché tu mi hai

rallegrato con le 

tue meraviglie, o

Signore; io canto

di gioia per le opere

delle tue mani…


Angelo: la sovrascritta del Salmo offre la chiave musicale del componimento: Salmo. Canto per il giorno del sabato. Quelle che seguono sono le parole del settimo giorno; è lo sguardo che vede compiuta l'opera della creazione. Noi umani siamo opera del sesto giorno, viviamo in una realtà che non ha ancora raggiunto  il riposo. Eppure, possiamo fin da ora pregustarlo, immaginando quanto non compare ancora sotto i nostri occhi.

Lidia: in fondo è questo l'orizzonte dell'intero Libro di Salmi, che in ebraico suona come Libro delle Lodi. E’ la scommessa che si possa giungere a cantare le lodi del Creatore già in questo sesto giorno della storia umana. Passando attraverso le grida e i lamenti di una condizione incerta, senza rimuovere le lacrime della vita umiliata.

Angelo: e in questa sfida si annida quella tensione che attraversa tutte le Scritture e che è costitutiva dell'esperienza credente, ovvero il nostro essere sempre tra il "non ancora" della storia e il "già" del suo esito. Il Libro dei Salmi articoli entrambi i suoni. O, almeno, ci prova. Lo fa nel percorso che propone, che parte dal grido per concludersi con la lode. Lo fa nei singoli componimenti, dove sovente i due registri si sovrappongono.

Lidia: persino qui, dove prevale la lode, possiamo udire la voce inquietante dei malvagi. Ma quest'ultima rimane solo sullo sfondo. Perché l'ordine del giorno delle parole della preghiera lo detta il sabato. Sorprendentemente, anche noi ci troviamo accanto a Dio che guarda alla sua creazione come un'opera compiuta ed esprime la sua gioia riposando. Come si guarda la realtà da questa inedita prospettiva? È possibile pizzicare lo strumento a dieci corde, invece che i soliti strumenti della fatica umana?

Angelo: mentre nei sei giorni precedenti facciamo l'esperienza che non è ancora ora di cantare, ecco che al settimo giorno possiamo sperimentare la bellezza di celebrare il creato. Un'esperienza di riconoscimento che diviene riconoscenza. Riconoscimento di meraviglie che nostri occhi, calamitati dalle preoccupazioni, non sono stati in grado di scorgere precedentemente. Riconoscenza per una bontà, che sta all'origine di tutto e che spiega anche perché ci scandalizza il male, perché in una storia non buona percepiamo il non ancora di una realtà irrisolta.

Lidia: lo sguardo riconoscente mette a fuoco ciò che lo sguardo abituale non sa scorgere. Ed insieme all'intensità, lo sguardo sabbatico si caratterizza per l'ampiezza: va oltre il presente e corre verso un tempo in cui la verità delle vite si manifesterà e si farà giustizia. Allora si potrà sperimentare quanto detto fin dal portale d'ingresso del Salterio: che è destinato a fiorire e a fare frutto solo chi medita la Torah giorno e notte e lascia brillare sul proprio vissuto quella Parola che dice il sogno di Dio. Di quel sabato definitivo fa eco il nostro Salmo.

da Il Manifesto del 19/03/2026

Acqua, il bere comune non è uguale per tutti

di Michela Mazzali


HO «Dove scorre l’acqua, cresce l’uguaglianza»: la Giornata mondiale Onu sulla crisi idrica, il 22 marzo, quest’anno è stata dedicata alla disparità di genere.

«Where Water Flows, Equality Grows», dove scorre l’acqua, cresce l’uguaglianza. Il tema scelto dalle Nazioni Unite per la giornata mondiale dell’acqua 2026 che si celebra il prossimo 22 marzo, ha a che fare con due delle emergenze più urgenti del pianeta: la crisi idrica e la disparità di genere. Perché in molte zone del mondo a sostenere il maggiore peso della mancanza di acqua potabile e servizi igienici adeguati sono soprattutto le ragazze e le donne.

PARTIAMO DAI NUMERI GENERALI perché ci danno intanto la dimensione reale di un problema globale. Oggi nel mondo 2,1 miliardi di persone (1 persona su 4) vivono ancora senza accesso ad acqua potabile sicura. Quasi 1,8 miliardi non hanno acqua corrente in casa. Circa 436 milioni di bambini vivono in aree ad altissima vulnerabilità idrica, con un rischio che aumenterà nei prossimi anni a causa di eventi climatici estremi; circa mille bambini sotto i cinque anni muoiono ogni giorno per cause legate all’acqua non sicura, alla scarsa igiene e ai servizi sanitari inadeguati; l’uso di acqua contaminata provoca gravi infezioni, in particolare la diarrea, che rappresenta una delle principali cause di mortalità infantile.

DATI CHE ARRIVANO da un Rapporto Who e Unicef datato 2025 e che, da soli, dovrebbero bastare a mettere la questione idrica al centro di qualsiasi agenda politica globale. Del resto, basti pensare, come si legge nel libro di Fred Pearce Un pianeta senz’acqua, che Cina e Pakistan per irrigare le loro colture consumano da soli metà dell’acqua della terra; che la Libia, con 3.500 chilometri di tubi grossi come gallerie della metropolitana, sta risucchiando l’acqua della falda fossile sahariana, la più grande della terra; che i pozzi si moltiplicano dappertutto mentre le zone paludose africane, asiatiche o sudamericane vengono bonificate e destinate all’agricoltura senza alcun criterio.

DA SOMMARE A TUTTO QUESTO c’è il problema di genere, fortemente legato all’acqua. In più di 53 paesi con dati disponibili – rilevati da Un Women e Undesa nel 2023 – donne e ragazze trascorrono ogni giorno 250 milioni di ore complessive a raccogliere acqua. Trecentocinquantamila anni di tempo femminile svaniti ogni anno in secchi da riempire e trasportare, spesso per chilometri. Un tempo sottratto alla scuola, al lavoro, alla partecipazione alla vita pubblica. Un tempo che gli uomini, in media, dedicano in misura tre volte inferiore.

SECONDO IL RAPPORTO «PROGRESS on household drinking water, sanitation and hygiene (WASH) 2000-2022: Special focus on gender» – le donne e le ragazze di età pari o superiore a 15 anni sono infatti le principali responsabili della raccolta dell’acqua in 7 famiglie su 10, rispetto alle 3 famiglie su 10 dei loro coetanei maschi. Anche le ragazze sotto i 15 anni (7%) hanno maggiori probabilità rispetto ai ragazzi sotto i 15 anni (4%) di andare a prendere l’acqua.

NELLA MAGGIOR PARTE DEI CASI, le donne e le ragazze compiono viaggi più lunghi per raccoglierla, perdendo tempo per l’istruzione, il lavoro e il tempo libero e mettendosi a rischio di lesioni fisiche e pericoli lungo il percorso.

DAL RAPPORTO EMERGE, inoltre, che oltre mezzo miliardo di persone condivide ancora i servizi igienico-sanitari con altre famiglie. Una difficoltà che mette a rischio la privacy, la sicurezza e la dignità di donne e ragazze e che plasma le possibilità di vita di intere generazioni femminili.

LA SCELTA DEL TEMA DA PARTE DELLE NAZIONI Unite è dunque più che mai opportuna e chiede un cambio di paradigma: non basta portare l’acqua vicino alle case delle donne, occorre portare le donne al centro delle scelte sull’acqua. Un approccio trasformativo basato sui diritti, in cui la leadership femminile non sia un’eccezione ma la norma: nelle commissioni locali, nei ministeri, nelle istituzioni internazionali.

UN SONDAGGIO DELLA BANCA MONDIALE in 28 paesi ha rilevato che solo il 18% dei lavoratori delle utility idriche sono donne e tra ingegneri e manager, solo il 23%. La dichiarazione di Dublino ha riconosciuto il ruolo delle donne nella fornitura di acqua decenni fa ma, nonostante questo, la loro partecipazione alla governance formale dell’acqua rimane fortemente inadeguata.

UN GAP CHE NECESSITA DI ESSERE COLMATO al più presto visto che quando le donne guidano le politiche idriche, i risultati cambiano: più equità distributiva, maggiore efficienza, maggiore attenzione agli usi domestici e comunitari. Una ricerca Undp su 44 progetti idrici in Asia e Africa mostra che quando sia gli uomini che le donne si impegnano a plasmare le politiche e le istituzioni in materia di acqua le comunità utilizzano di più i servizi idrici e li sostengono più a lungo. Inoltre le donne condividono l’acqua in modo più equo rispetto agli uomini, specialmente in tempi di scarsità.

MA AL CENTRO DELLA CRISI IDRICA GLOBALE, non ci sono solo i paesi in via di sviluppo. Anche l’Europa e l’Italia si trovano a fare i conti con una pressione crescente sulle risorse idriche, amplificata dai cambiamenti climatici. Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato in Italia, con una temperatura media superiore di 1,33 gradi centigradi rispetto al trentennio di riferimento 1991-2020. Le precipitazioni hanno mostrato una polarizzazione geografica estrema: surplus del 38% al Nord, grave siccità al Sud e nelle Isole. Un’instabilità che si riflette direttamente sulla disponibilità d’acqua per usi civili, industriali e agricoli.

IN QUESTO CONTESTO, L’ITALIA porta con sé anche un’inefficienza strutturale difficile da ignorare: nel 2022, secondo i dati Istat, la quota di perdite idriche totali nelle reti comunali di distribuzione dell’acqua potabile è stata del 42,4%, circa 3,4 miliardi di metri cubi. Un volume equivalente ai consumi annui di oltre 43 milioni di persone.

ACQUA CHE SPARISCE NELLE TUBATURE ammalorate, nei raccordi vetusti, in un’infrastruttura che attende da decenni gli investimenti necessari per essere ammodernata.

NONOSTANTE NEGLI ULTIMI ANNI MOLTI gestori del servizio idrico abbiano avviato iniziative per garantire una maggiore capacità di misurazione dei consumi e il contenimento delle perdite di rete, la quantità di acqua dispersa continua a rappresentare un volume quantificabile in 157 litri al giorno per abitante.

NELL’AUTUNNO DEL 2026, ROMA ospiterà, infatti, il primo Forum Euromediterraneo dell’Acqua, un appuntamento inedito che per la prima volta riunirà tutti gli stati europei e dei Balcani. Un segnale che la politica comincia a prendere sul serio la questione idrica come priorità globale non solo ambientale ma anche sociale e geopolitica.

INSOMMA, L’ACQUA È UN BENE PRIMARIO in esaurimento, lo sarà sempre di più nei prossimi anni e non è uguale per tutti. Riconoscere ufficialmente e politicamente quest’emergenza e le disuguaglianze che porta con sé è un tema non più procrastinabile e che deve diventare protagonista permanente delle politiche globali.

da Il Manifesto del 19/03/2026

Sulla crisi dell’oro blu irrompe la nuova divoratrice: l’Intelligenza artificiale

di Luca Martinelli


L’acqua è il filo invisibile che tiene insieme salute, ecosistemi, economia, diritti. In Italia questo filo si sta tendendo pericolosamente. La crisi climatica sta alterando il ciclo idrico» scrive Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, nella premessa all’edizione italiana dell’Atlante dell’acqua, un poderoso lavoro di ricerca e di sintesi pubblicato in origine congiuntamente nell’aprile del 2025 da Heinrich-Boll-Stiftung e Bund fur Umweltund Naturschutz Deutschland (Bund) e arricchito da saggi e approfondimenti inerenti la situazione nel nostro Paese.

L’ASSOCIAZIONE AMBIENTALISTA LO LANCIA in occasione della Giornata mondiale dell’acqua 2026, con l’obiettivo di affrontare un fenomeno che gli scienziati definiscono «water blindness» ossia cecità idrica, l’incapacità cioè di capire il legame tra la crisi climatica e l’acqua. «Molte persone non sanno ancora come la crisi climatica alteri la disponibilità e la distribuzione dell’acqua. La ricerca scientifica mostra che comprendiamo meglio i problemi ambientali quando possiamo percepirli direttamente con i nostri sensi. La crisi idrica, con siccità, inondazioni, foreste aride e fiumi pieni di pesci morti, si manifesta direttamente ai nostri occhi, mentre i gas serra come l’anidride carbonica restano invisibili. Ecco perché molti non percepiscono quanto strettamente il clima sia legato alla qualità e alla disponibilità dell’acqua» scrive Imme Scholz della Fondazione Heinrich Böll nella premessa al testo.

I PERICOLI GLOBALI. L’Atlante analizza tutti i problemi che a 360 gradi rischiano di compromettere il nostro accesso all’acqua. Il primo riguarda le temperature medie e gli effetti del riscaldamento globale: l’aria più calda trattiene circa il 7% di umidità in più per ogni grado in più, aumentando la probabilità di precipitazioni estreme. Il 5% degli eventi meteorologici estremi causa il 61% delle perdite economiche globali: alluvioni improvvise e siccità prolungate si susseguono in sequenze sempre più ravvicinate. Medio Oriente, il Nord Africa, l’India, nord della Cina e sud-ovest degli Stati Uniti sono tra le regioni più colpite dalla scarsità idrica e le più assetate.

IN PARTICOLARE, NORD AFRICA E MEDIO ORIENTE rappresentano il 5% della popolazione mondiale, ma dispongono solo dello 0,7% delle risorse idriche, di cui l’80% è utilizzato per l’agricoltura. C’è poi il problema dello stato ecologico dei corpi idrici: in Europa, nonostante una Direttiva di 25 anni fa, ormai meno del 40% delle acque superficiali raggiunge un buono stato.

L’IMPRONTA IDRICA DEL DIGITALE E IA. Intanto, cresce la domanda idrica legata alla digitalizzazione, comprende l’acqua necessaria per produrre dispositivi elettronici, quella impiegata per generare l’energia che li alimenta e quella utilizzata per il raffreddamento dei data center. Un data center medio negli Stati Uniti utilizza oltre un milione di litri al giorno; per il solo raffreddamento può arrivare a richiedere fino a 169 litri al secondo.

Entro il 2030, il consumo idrico dei data center europei potrebbe eguagliare quello di una grande città. L’espansione dell’intelligenza artificiale amplifica il fenomeno: se 20 ricerche online consumano circa 10 millilitri d’acqua, un sistema di AI può arrivare a utilizzare fino a mezzo litro per 20-50 interrogazioni. Per addestrare modelli avanzati sono lasciati evaporare centinaia di migliaia di litri di acqua dolce: secondo uno studio dell’Università della California (Riverside) entro il 2027 l’AI globale potrebbe consumare fino a sei volte l’acqua della Danimarca. Pensateci prima di interrogare di nuovo Chat GPT.

MINIERE E TERRE RARE. Se dal digitale passiamo a parlare di transizione energetica e mobilità elettrica, questi temi incontrano l’acqua legata all’estrazione di rame, litio e terre rare, che è idro-intensiva: circa 97 litri d’acqua per 1 kg di rame e tra 400 e 2.000 litri per 1 kg di litio. La domanda di terre rare potrebbe più che raddoppiare entro il 2040, mentre quella di litio potrebbe aumentare fino a tredici volte. Oltre il 50% della produzione globale di rame e litio si trova in aree soggette a stress idrico e rischi climatici. A livello globale si registrano quasi 900 conflitti ambientali legati alle attività minerarie, l’85% connessi a uso o contaminazione delle acque. La pressione sulle risorse minerarie si traduce quindi in pressione diretta sulle riserve di acqua dolce e sulle comunità locali.

L’ITALIA? LA DEPURAZIONE CHE MANCA. L’Italia è tra i primi Paesi europei per prelievo di acqua potabile: nel 2022 sono stati prelevati 9,1 miliardi di m³, pari a 155 m³ annui per abitante. L’85% proviene da acque sotterranee. Nelle reti di distribuzione si perde il 42,4% dell’acqua immessa, pari a 3,4 miliardi di m³ l’anno, con punte oltre il 60% in alcune regioni del Mezzogiorno. Un problema anche maggiore riguarda le acque reflue, però: solo il 56% è trattato in conformità con la normativa, contro una media Ue del 76%. Gli scarichi non trattati incidono sulla qualità del 25% dei fiumi, del 22% dei laghi e di oltre il 50% delle acque costiere. Preoccupa anche l’intensificarsi degli eventi meteo estremi (grandinate, siccità, alluvioni, esondazioni…): ben 195 quelli registrati negli ultimi 11 anni, secondo l’Osservatorio Città Clima.

LE ALPI SENZA GHIACCIO E NEVE. Infine, c’è l’acqua che manca, quella dei ghiacciai che stanno rapidamente scomparendo da Alpi e Pirenei, luoghi tra i più vulnerabili alla crisi climatica: tra il 2000 e il 2023 hanno perso circa il 39% della loro massa e, se il trend continuerà, entro il 2050 gran parte dei ghiacciai sotto i 3.500 metri in Europa centrale scomparirà. Sulle Alpi italiane, inoltre, i giorni con neve al suolo sono diminuiti in media di 20-30 giorni rispetto ai primi anni 2000, con deficit dell’equivalente idrico della neve fino al 70%.

Ne derivano effetti rilevanti sulla disponibilità di acqua, sulla portata dei fiumi, sulla produzione idroelettrica e sull’equilibrio degli ecosistemi montani. Lo ha ribadito anche dieci giorni fa Fondazione Cima, che misura la disponibilità idrica nivale in Italia: nell’inverno tra il 2025 e il 2026, il deficit è pari in media a un meno 22%, una situazione che diventa drammatica se la sia osserva dagli Appennino, dove manca quasi il 75% delle precipitazioni medie. Significa che nell’Estate 2026 mancherà l’acqua per irrigare ma anche per le famiglie.

ECCO CHE ANCHE NEL NOSTRO PAESE è sempre più vero quanto afferma Imme Scholz: «L’importanza dell’acqua va oltre le questioni ecologiche e tecniche: tocca anche sfere politiche e sociali. La scarsità d’acqua e la crisi climatica accentuano tensioni e disuguaglianze. Le popolazioni che vivono nelle regioni più povere sono le più vulnerabili, subiscono in modo diretto gli effetti della scarsità d’acqua e degli eventi climatici estremi. La carenza idrica minaccia la sicurezza alimentare, provoca migrazioni e aggrava i conflitti esistenti». L’acqua è vita. E ce ne siamo dimenticati.