domenica 31 maggio 2026

La Sardegna svuotata

Costantino Cossu

In vent’anni l’isola ha perso 85.000 abitanti, effetto di una denatalità fortissima, soprattutto nelle aree interne. E la popolazione invecchia (è la seconda regione con più anziani d’Italia)

Uno scorcio del comune di Guasila, Città metropolitana di Cagliari – Foto Ap

 

Tra sessant’anni Cherèmule sarà un villaggio fantasma. Sbarrate e vuote le case, avvolti nel silenzio i vicoli, i cortili, le piazze, nessuna presenza umana, un luogo spopolato e desolato. Cherèmule è a 43 km da Sassari e ha 350 abitanti; se il calo demografico che sta desertificando tutte le zone interne della Sardegna continuerà ai ritmi attuali, nel giro di pochi decenni sparirà. E non sarà il solo piccolo paese sardo a estinguersi. La stessa sorte toccherà ad altri 30 comuni. Lo dice uno studio pubblicato già nel 2016 da un gruppo di demografi dell’università di Cagliari e confermato di recente da un report del Centro di programmazione della Regione Sardegna...

Gesù cercò, come ciascuno di noi, di capire e di porsi in atteggiamento corretto davanti alle persone e alle situazioni.

Questo scrivere per terra

La sequela di Gesù è una esistenza a tutto rischio. Non esistono risposte prefabbricate e la realtà non è così semplice e lineare come  noi a volte desidereremmo. Anche a noi, a ciascuno di noi, piacerebbe trovare l’autostrada del sole e, invece, dobbiamo fare i conti con nebbie spesse e ricorrenti. Anche noi dobbiamo, in sostanza, chinarci a terra e scrivere nella polvere, cioè cercare un sentiero, una risposta. E siamo presi dall’ansia, dall’inquietudine, dall’incertezza. Ci sono momenti in cui dobbiamo fare una pausa, imporci una sosta, per poter  tentare un sentiero nuovo o, almeno, cercarlo. Questo riconoscerci poveri anche di soluzioni appartiene alla nostra realtà ed è inutile (e  falso) credere di camminare sempre a fronte alta, con il sole in fronte.

Dio non ha «telefonato» a Gesù la risposta «giusta», non gliel’ha suggerita all’orecchio. L’ha aiutato a cercarla.

E spesso ci tocca constatare che le nostre risposte sono proprio scarabocchi sulla polvere, tentativi terra terra. Ma in questa ricerca noi crediamo che il Dio di Gesù e il Dio nostro sia presente. Forse a noi piacerebbe trovare scritte in cielo le risposte che dobbiamo dare in terra, cercando nella polvere.

Signore, mantienici nella fede in Te, nella radicale fiducia in Te, anche quando nella vita il sole sembra oscurarsi e prevalgono le tenebre.

Fa’ che, come Gesù, amiamo questa terra che è lo spazio in cui Tu  ci stai accanto per cercare sentieri di fraternità e di gioia.

Franco Barbero, 1990, poi inserito il “La bestia che seduce”. 

Usa. Spose bambine, campeggi biblici, libri proibiti: il fanatismo evangelico che vota il “messia” Donald

di Fabrizio D’Esposito

Rhys Kinnick è un uomo che ha superato la cinquantina. È un giornalista e scrittore. Nel 2016, l’anno della prima vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti, decide di auto-esiliarsi in un capanno a un centinaio di chilometri da Spokane, nello Stato di Washington. Senza telefono, senza elettricità. Esplora, legge e continua a scrivere su taccuini e quaderni. Ha lasciato la civiltà quando il vitus del trumpismo ha corroso anche la sua famiglia, che vive a Grants Pass, in Oregon.

Sua figlia Bethany ha sposato un nazionalista cristiano, Shane, che lui però chiama Shemo.

L’ultimo scontro con il genero è avvenuto nel 2016, appunto, nel giorno del Ringraziamento.

Rhys gli ha dato un cazzotto in faccia e poi è andato via, fuggendo da tutto e da tutti e rifugiandosi nel capanno ereditato dal padre.

Sono tanti i romanzi, ormai, che raccontano l’America di Trump, soprattutto quella profonda, fatta di paesaggi urbani e rurali, e Kinnich è il protagonista di Quello che resta (Nutrimenti, 296 pagine, 20 euro, traduzione di Sandro Ristori e Beatrice Messineo), ultimo di libro di Jess Walter, autore di bestseller letti da Obama. Nel dettaglio, Quello che resta va alle radici dell’aura messianica che avvolge il presidente americano in quella che anche Walter definisce idiocrazia.

Kinnich sceglie infatti di abbandonare la famiglia della figlia quando il litigio con Shane arriva a un punto di non ritorno, fideistico.

Dice il genero: era destino che un giorno, in Occidente, sarebbe arrivato un re capace di rendere di nuovo grande la sua nazione, aveva spiegato sgusciando un pistacchio”. Il suocero obietta che questo accadeva duemila anni prima. Ma Shane: “La Bibbia parla sempre del nostro tempo, in ogni tempo”.

È LA CLASSICA strumentalizzazione a fini politici della Bibbia, tipica del fondamentalismo evangelico, Rihys tenta di analizzare la svolta oscura degli Stati Uniti. Nel suo animo c’è un senso di vuoto simile alla depressione. I suoi compatrioti “non erano loro il vero problema”. Eleggendo Trump avevano sperato in tasse più basse e “credevano che la corruzione avesse eroso ogni cosa, che un partito valesse l’altro”. Piuttosto, il neofondamentalismo è figlio di una “lunga slavina culturale” che ha portato “la società dello spettacolo” a tracimare nel governo e fatto precipitare l’informazione “in un enorme buco nero”, tra tv e Internet che propalano idee orribili, bugie, facce toste e stronzate.

Il romanzo è un thriller, laddove Kinnich torna nella civiltà sette anni e mezzo dopo perché la figlia Bethany è scomparsa e la setta evangelica del genero, la Chiesa del Sacro Fuoco, ha rapito i suoi nipoti Asher e Leah.

Perdipiù, Leah, che ha solo tredici anni, è stata promessa in sposa al figlio del pastore, tra campeggi dedicati allo studio della Bibbia, milizie cristiane e liste di libri proibiti. “Suppongo che Walden di Thoreau non faccia parte delle letture approvate dalla chiesa”. “Non credo”, rispose Leah.

Il Fatto quotidiano, 25 maggio

da Il Fatto Quotidiano del 15/04/2026

Flotilla, i pm: “Fu tortura” Picchiati e privati di tutto

di Vincenzo Bisbiglia

Un centinaio di testimoni confermano gli abusi israeliani sugli attivisti arrestati a ottobre. Si pensa alla rogatoria a Tel Aviv.


“Ci hanno trasportati bendati dentro furgoni blindati dove la temperatura passava da caldissima a gelida e poi di nuovo caldissima”. “La luce era sempre accesa, abbagliante, per non farci dormire. Anche quando prendevamo sonno, venivano apposta a svegliarci”. “Alcuni di noi sono stati picchiati a manganellate mentre erano in ginocchio, bendati”. “Per giorni siamo stati privati di medicinali e le donne degli assorbenti”.

Ci sono decine di testimonianze dello stesso tenore, tra quelle degli oltre 40 italiani catturati dalle forze di sicurezza israeliane la sera del 1° ottobre 2025, prelevati mentre erano a bordo delle 42 imbarcazioni della Global Sumud Flotilla – di cui 12 battenti bandiera italiana – in viaggio in direzione di Gaza per portare aiuti alla popolazione palestinese.

I verbali sono stati raccolti per mesi dalla Procura di Roma, che ora ha deciso di indagare anche per tortura e rapina. Raccontano, quasi all’unisono, di maltrattamenti ed episodi non degni di quella che molti definiscono ancora “l’unica democrazia del Medio Oriente”. Quella notte, una volta “arrestati, gli attivisti furono portati dalle autorità israeliane ad Ashdod e quindi trasferiti nel carcere di Ketziot, nel deserto del Negev, destinato ai “terroristi” di Hamas. La liberazione, con espulsione da Israele, è avvenuta nei tre-cinque giorni successivi.

Il salto di qualità nell’inchiesta è arrivato dopo aver registrato le audizioni di un centinaio di testimoni e studiato la corposa informativa depositata dai carabinieri del Ros. I nuovi reati commessi ai danni dei cittadini italiani, si aggiungono al sequestro di persona e al danneggiamento con pericolo di naufragio, già iscritti nei mesi scorsi.

Il fascicolo, affidato ai pm Stefano Opilio e Lucia Lotti e coordinato dal procuratore capo Francesco Lo Voi, per ora è contro ignoti. Ed è probabile che per l’eventuale iscrizione di indagati servirà una rogatoria in Israele, necessaria per acquisire la documentazione tesa a individuare le giustificazioni degli arresti, gli interrogatori e i nominativi di chi ha commesso i presunti abusi nei confronti dei militanti. Rogatoria sulla quale però la Procura sta ancora ragionando e che potrebbe trovare diversi ostacoli e riottosità da parte di Tel Aviv, che in fondo considerava gli attivisti della Flotilla alla stregua di Hamas.

Va ricordato che tra le persone catturate dai militari israeliani c’erano anche quattro parlamentari italiani (che non sono finiti in carcere) di Pd, M5S e Avs, ovvero Benedetta Scuderi e Annalisa Corrado (eurodeputate), Arturo Scotto (deputato) e Marco Croatti (senatore). E poi quattro giornalisti – l’inviato del Fatto, Alessandro Mantovani, il cronista di Fanpage, Saverio Tommasi, la direttrice di Radio Bullets, Barbara Schiavulli e Lorenzo D’agostino, che scriveva per Il Manifesto -. Ai parlamentari, in particolare le autorità israeliane, hanno sottratto gli smartphone senza alcuna considerazione del loro ruolo istituzionale. E questo è uno degli elementi che hanno spinto i pm a contestare anche il reato di rapina. Le imbarcazioni, invece, sono state distrutte quasi immediatamente.

Non solo. I magistrati hanno individuato alcuni momenti precisi precedenti alla cattura dei militanti. Il primo risale al 9 settembre, quando nel porto tunisino di Sidi Bou Said, un drone ha colpito la nave “Family”, con diversi italiani a bordo. Il secondo è avvenuto la notte tra il 23 e il 24 settembre 2025, quando 11 delle 51 imbarcazioni sono state colpite mentre navigavano in acque internazionali, al largo di Creta, con bombe sonore, droni, spray urticanti. Tentativi di sabotaggio. Da qui il primo reato ipotizzato: danneggiamento con pericolo di naufragio.

La documentazione in mano ai pm è corposa. Ma manca ancora tutta la parte israeliana. Affinché la richiesta di rogatoria possa partire, servirà il via libera del ministero della Giustizia, che la inoltrerà per via diplomatica. Ma soprattutto sarà necessaria una collaborazione da parte di Tel Aviv che appare tutt’altro che scontata. Innanzitutto perché per avere efficacia deve essere riconosciuto il principio della doppia incriminazione, cioè il fatto deve essere reato anche nel paese dove è avvenuto: Israele in teoria ha ratificato la Convenzione Onu contro la tortura, ma il governo di Netanyahu ha considerato la missione umanitaria una sorta di “atto ostile”, oltre a non riconoscere le acque territoriali palestinesi. Insomma al momento appare difficilmente auspicabile una collaborazione fattiva.


da Il Fatto Quotidiano del 08/04/2026

Trump terrorizza il mondo: minaccia la bomba atomica

di Giampiero Calapà


Un’intera civiltà è morta nella notte passata? “Non vorrei, ma è probabile”: con questa frase il presidente degli Stati Uniti che pretendeva il Nobel per la pace, il multimiliardario Donald Trump, ieri ha minacciato l’Iran ricacciando il mondo nell’angoscia dell’arma atomica. Oggi al risveglio il pianeta che gli astronauti di Artemis II stanno continuando a fotografare dallo spazio è già sconvolto dall’ultima follia della terza guerra mondiale a pezzi per mano di Trump oppure sospira di sollievo per il tremendo bluff o, ancora, resta col fiato sospeso per altre ore o giorni.

Ieri la minaccia c’è tutta, mentre le televisioni israeliane trasmettono maratone scandite da tanto di countdown ben in evidenza sullo schermo (l’ora x erano le 2 della notte passata), Trump parla così dell’ultimatum imposto a Teheran: “Un’intera civiltà morirà stanotte, non vorrei ma è probabile”. L’impazzimento totale delle relazioni internazionali, della diplomazia e delle comunicazioni ai popoli prosegue, sempre con Trump, in modo del tutto schizofrenico: “Ora che abbiamo un cambio di regime completo e totale, in cui prevalgono menti diverse, più acute e meno radicalizzate, forse potrebbe accadere qualcosa di meraviglioso e rivoluzionario”. E, come se non bastasse, il vicepresidente JD Vance, in visita in Ungheria per sostenere l’autocrate Viktor Mihály Orbán alle elezioni locali, rincara la dose: “Dovete sapere che abbiamo strumenti che non abbiamo ancora deciso di usare e che il presidente può decidere di usare e deciderà di usare se l’Iran non cambia condotta”. Eppure passa solo qualche ora e la Casa Bianca si sente in dovere di placare il terrore del mondo in questo modo sui social: “Letteralmente nulla di quanto detto dal vicepresidente implica questo, specie di assoluti buffoni”, riferendosi all’arma atomica.

Ma passa qualche ora e la Casa Bianca corregge ancora se stessa rigettando il mondo nel terrore: “Donald Trump è l’unico che sa cosa farà in Iran”. Film peraltro già visto, quando la guerra chiamata da Washington “Ruggito del leone” è incominciata la stessa tarantella è andata in scena a negoziati in corso e con l’amministrazione Usa che continuava analogamente a ripetere che solo Trump sapeva cosa avrebbe fatto. In serata arriva la notizia che un inviato dell’Onu per la risoluzione della crisi di Hormuz era “in viaggio verso Teheran”. E che il Pakistan chiede due settimane di proroga a Trump. Intanto in Iran le autorità sanitarie della città portuale di Bushehr, sede dell’unica centrale nucleare del Paese, distribuiscono 180 mila compresse di iodio ai residenti in un “piano di preparazione alle emergenze”, secondo un funzionario locale citato da Iran International. E nei paesi del Golfo scatta il coprifuoco. Da Israele – che si coordina con Usa sui possibili scenari – non fa mancare i soliti toni messianici l’altro leader da tempo fuori controllo, il premier Benjamin Netanyahu: “Nello spirito della Pasqua ebraica in arrivo, abbiamo inflitto dieci piaghe all’asse del terrorismo dall’inizio di questa guerra. La prima piaga contro Hamas a Gaza, la seconda contro Hezbollah in Libano, Assad in Siria, la piaga del terrorismo in Giudea e Samaria, gli houthi nello Yemen e altre cinque piaghe contro l’Iran: la piaga contro il nucleare, contro i missili, le infrastrutture del regime, le forze della repressione e la piaga dei primogeniti. E se è vero che il faraone all’epoca anche dopo le dieci piaghe voleva distruggerci, abbiamo visto poi come è andata a finire”. A Washington le deputate della sinistra dem Alexandria Ocasio-cortez e Rashida Tlaib mettono insieme quanti più deputati possibile per invocare il 25° emendamento e per rimuovere con un estremo e velleitario tentativo Trump prima che sia troppo tardi.


da Il Fatto Quotidiano del 10/04/2026

“Il trionfo della morte” che travolgerà Israele

di Domenico Gallo


Il Trionfo della Morte è uno dei dipinti più potenti e disturbanti di Pieter Bruegel il Vecchio, realizzato intorno al 1562, in un’epoca in cui l’Europa era devastata da epidemie di peste e da guerre continue. In una visione apocalittica il quadro mostra un mondo invaso da scheletri: un esercito di morti che produce una diffusione universale della morte.

Oggi se qualcuno volesse dipingere lo stesso tema non avrebbe difficoltà a trovare l’ispirazione. Basta ritrarre le immagini del ministro israeliano Ben Gvir che il 30.03, circondato dai colleghi di partito, versa lo champagne per festeggiare l’introduzione della pena di morte per i palestinesi. La nuova legge porta a compimento il suo progetto di rendere sovrana la tortura nell’universo carcerario che egli stesso amministra. La pena di morte arriva alla fine di un percorso di disumanizzazione dei palestinesi e di dominio totale dei loro corpi con fame, umiliazioni, torture materiali e psichiche fino all’estremo limite della soppressione dei corpi. Solo qualche giorno prima, il 23.03, la relatrice Onu per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, aveva presentato a Ginevra il suo ultimo rapporto Tortura e Genocidio: fondato sull’esame di 300 testimonianze e altre fonti aperte, documenta il ricorso sistematico alla tortura da parte di Israele nei confronti dei palestinesi nei territori occupati a partire dal 7 ottobre 2023. Con un linguaggio asciutto ed essenziale, il rapporto ci porta dentro un girone infernale. “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate” è il monito che Dante trova inciso sulla porta dell’inferno. Lo stesso avvertimento si potrebbe affiggere sulla porta del girone infernale dei campi di prigionia per i palestinesi nel quale il ministro Ben Gvir ha voluto lasciare la sua impronta sulfurea.

Dal 7 ottobre 2023, Israele ha arrestato oltre 18.500 palestinesi, tra cui almeno 1.500 bambini e, a febbraio 2026, Israele detiene ancora 9.245 palestinesi, tra cui 1.330 condannati, 3.308 in custodia cautelare e 3.358 detenuti amministrativi privi di processo. Israele detiene inoltre 1.249 persone in quanto “combattenti illegali”. Inoltre, più di 4.000 persone sono state vittime di sparizioni forzate ed è probabile che molte di loro non siano più in vita. Il rapporto descrive metodi di tortura raccapriccianti, sui quali non indugiamo per rispetto delle vittime, che non hanno nulla da invidiare a quelli praticati, in altra epoca e in strutture come il covo di via Tasso a Roma, con l’effetto di trasformare i corpi dei palestinesi in “scheletri ambulanti”. In questo periodo da 84 a 94 palestinesi sono morti in stato di detenzione per effetto delle torture subite e delle cure non prestate. Ben Gvir ha pubblicamente rivendicato il degrado delle condizioni dei prigionieri, come uno dei “suoi obiettivi principali”, ordinando drastiche riduzioni dell’apporto calorico, al punto da indurre la Corte suprema israeliana a intervenire per ripristinare il minimo vitale. Questo universo di tortura si erige su uno sfondo di morte praticata senza ritegno con tripudio di bandiere. La morte inflitta a pioggia a Gaza, che ha provocato oltre 700 vittime, da quando nell’ottobre del 2025 Netanyahu è stato costretto a interrompere “il lavoro” che stava portando a compimento in vista della soluzione finale del problema palestinese; la morte inflitta senza ritegno a Beirut e nel sud del Libano per provocare lo sfollamento di oltre un milione di persone e trasformare una terra fertile in un deserto; la morte inflitta senza limite e senza condizioni in Iran.

Israele si è trasformato in una fabbrica di morte che funziona a pieno regime. Il tripudio di Ben Gvir e dei suoi sodali alla Knesset, ci racconta la soddisfazione di aver inserito una marcia in più che renderà la fabbrica della morte ancora più efficiente. Molti sono gli attori che concorrono a infiammare i conflitti che stanno devastando il Medio Oriente, ma il motore primo è rappresentato dal delirio di potenza di Israele, che confidando sulla sua superiorità militare, distribuisce morte e distruzione. La morte rappresenta lo stadio supremo della politica di dominio, ma è anche l’ultimo. C’è poco da gioire, dopo non ci sono più vie d’uscita. Israele è un Paese piccolo e privo di risorse proprie, la sua potenza è tenuta in piedi artificialmente dagli Stati Uniti col concorso modesto di altri Stati occidentali, fra cui l’Italia. Ma la terapia intensiva con cui gli Usa tengono in vita la macchina bellica israeliana non può durare all’infinito, specialmente adesso che Trump ha accelerato il declino della potenza imperiale americana con la disastrosa guerra dell’Iran. Netanyahu e compagni esultano celebrando la vittoria della morte che riescono a infliggere senza limiti, ma non si rendono conto che stanno creando un esercito di morti che presto si metteranno in marcia contro di loro, come nel dipinto di Bruegel. Li vedranno arrivare sanguinanti e ancora avvolti nei sudari.


da Internazionale del 22/05/2026

Gli adivasi sognano un loro stato

di Fabio Lovati, New Internationalist, Regno Unito

 

In India per la prima volta un partito che lotta per i diritti degli aborigeni è entrato in parlamento. E ha ripreso slancio l'idea di unire le aree tribali in uno stato.

I campi intorno al villaggio cominciano a brillare alla luce del mattino mentre Mahesh Rathwasi mi accompagna tra le case dei suoi vicini. È un bhil, fa parte di una delle più grandi comunità adivasi (aborigene) dell'India. Mi guida lungo sentieri di terra battuta, accanto a case senza recinzioni, poi si ferma e indica il paesaggio: "Sai come chiamiamo questo stato?", mi chiede riferendosi al Madhya Pradesh. "Il cuore dell'India, perché siamo proprio al centro del paese". Nelle regioni tribali dell'India centrale la politica sta cambiando lentamente e in sordina dopo l’ingresso nel parlamento nazionale, nel 2024, del Bharat adivasi party (Bap), il partito che Mahesh rappresenta nel suo villaggio. Questo evento ha acceso nuove aspettative tra le comunità adivasi e ora il partito vuole farle crescere ancora.

Molti bhil cominciano a radunarsi davanti alla casa di Mahesh. È un incontro informale, uno dei tanti che ha organizzato negli ultimi due anni per ascoltare le preoccupazioni della sua comunità. Mahesh resta in piedi, parla con calma, risponde alle domande, ascolta, con umiltà. Si volta verso di me: "Senti queste persone", dice. "Non si tratta più di bandiere o di partiti. Quello che conta davvero è altro: chi decide della nostra terra, dei nostri diritti e del futuro dei nostri figli?".

In questo clima di ritrovata forza identitaria, il movimento che si batte per il riconoscimento del Bhil Pradesh, uno stato tribale autonomo, è tornato al centro del dibattito politico nell'India centrale. Chiede la creazione di un nuovo stato che riunisca i distretti adivasi di Rajasthan, Madhya Pradesh, Gujarat e Maharashtra. Un tempo sarebbe stata una richiesta marginale ma negli ultimi anni si è trasformata in una rivendicazione politica esplicita, portata avanti in larga misura dalle comunità indigene.

I bhil sono rimasti a lungo sparsi tra diverse entità amministrative e senza una rappresentanza politica unitaria, fino alla svolta del 18 luglio 2024. Quel giorno, più di centomila persone delle comunità tribali provenienti da tutta l'India centrale sono state invitate da una rete di organizzazioni a riunirsi a Mangarh Dham, una collina sacra della memoria indigena, teatro di un massacro coloniale. Durante il raduno Maneka Damor, insegnante e attivista per i diritti degli adivasi, si è rivolta alla folla, definendo con chiarezza le differenze culturali e politiche dei bhil rispetto alle norme dominanti dell'induismo. "Gli adivasi non sono indù", ha dichiarato. “Le donne indigene non sono tenute a seguire il pandit (erudito indù), a mettersi il sindoor (la polvere rossa che le donne sposate si applicano lungo la scriminatura dei capelli) o a indossare il mangalsutra (una collana indossata da chi è sposata). È ora di concentrarsi sui diritti che al nostro popolo sono ancora negati: l'istruzione e la gestione della nostra terra". Le sue parole hanno risuonato oltre quel raduno.

Qualche giorno dopo Damor è stata sospesa dalla sua scuola per presunte violazioni delle norme di condotta del Rajasthan e per aver danneggiato l'immagine del dipartimento dell'istruzione: una decisione che molti bhil hanno interpretato come una censura davanti alla rinnovata autoaffermazione indigena. "Volevo spiegare che in passato le donne tribali non portavano il sindoor né il mangalsutra", racconta. "Dopo aver consultato documenti e libri, mi sono resa conto che queste pratiche non appartengono alla cultura tribale, e ho anche scoperto una sentenza della corte suprema del 5 gennaio 2011 in cui si riconosce che i popoli tribali non sono indù". Secondo Damor per questo la scuola è centrale, a partire dall'insegnamento della lingua tribale, che è diversa dall'hindi: "Per la nostra comunità l'istruzione è l'unico modo di emanciparsi e rivendicare i propri diritti", dice.



da Domani del 26/05/2026

NETANYAHU INTENSIFICA I RAID CONTRO HEZBOLLAH: «LI SCHIACCEREMO»

di Lucia Malatesta


«Grande accordo niente »

Trump non riesce a uscire

dal pantano iraniano

Gli ayatollah: «C'è intesa su numerose questioni, ma la firma non è imminente»

Disperato, il presidente offre al regime islamico di aderire agli Accordi di Abramo


da Domani del 26/05/2026

Inchiesta di Domani sul governatore Rocca: Prestito da 80mila euro garantito dallo Stato


 A Venezia il campo largo affonda

Per battere Meloni serve di più

 

In Laguna stravince Venturini, Martella ko. A Reggio Calabria boom di Cannizzaro. De Luca re di Salerno.

Bene il Pd a Pistoia. Il voto segna il trionfo dei cacicchi. La premier soddisfatta. Schlein: «Competitivi»

«E anche oggi, il tanto annunciato crollo del centrodestra, lo rimandiamo a domani», twitta la premier Giorgia Meloni alle

19:30 di ieri, facendo gli auguri di buon lavoro ai nuovi sindaci eletti e cristallizzando lo stato d'animo da pericolo scampato del centrodestra, che può tirare un sospiro di sollievo.

Per il centrosinistra, invece, è deludente Venezia. Qui, nell'unico capoluogo di regione al voto, si era illuso di vincere con il vento in poppa, dopo i disastri del governo Meloni alla Fenice e poi alla Biennale.

Ma è andata tutta al contrario.


sabato 30 maggio 2026

da Le Monde Diplomatique-Il Manifesto - 04/2026

Il Libano sotto attacco

 

In risposta al lancio di razzi da parte di Hezbollah sul nord e sul centro di Israele, alla fine di febbraio Tel Aviv ha avviato una massiccia rappresaglia militare contro il paese dei cedri. Intensi bombardamenti, anche a Beirut, hanno causato la morte di oltre mille persone – tra cui almeno duecento bambini – e lo sfollamento di un milione di abitanti (su una popolazione di meno di sei milioni). I lanci di Hezbollah, iniziati in risposta alla morte della Guida suprema iraniana Ali Khamenei, hanno colto di sorpresa gli osservatori. La sua decisione di riprendere le ostilità, mentre lo si riteneva indebolito dalle sconfitte subite nell’autunno del 2024, ha determinato la definitiva rottura del cessate il fuoco concluso alla fine di novembre dello stesso anno, un cessate il fuoco violato quotidianamente da Tel Aviv con bombardamenti, attacchi mirati e distruzioni deliberate di terreni agricoli nel Libano meridionale. 

A quasi un mese dall’inizio dei combattimenti, la strategia israeliana è chiara: si tratta in primo luogo di creare una zona cuscinetto, completamente svuotata dei suoi abitanti, tra il confine e il fiume Litani, situato trenta chilometri più a nord. Secondo il ministro della difesa Israel Katz, il suo esercito si ispira alle operazioni condotte a Gaza. In altre parole, una distruzione quasi totale degli edifici e delle infrastrutture (strade, ponti, ecc.), tale da rendere la vita impossibile in quest’area che gli israeliani avevano già occupato dal 1978 al 2000. 

Il secondo passo potrebbe consistere in un’invasione militare paragonabile a quella del 1982, con l’obiettivo ufficiale di disarmare completamente Hezbollah. Per un’impresa del genere – altamente rischiosa – sarebbe necessario prendere di controllo di Beirut e dei suoi sobborghi meridionali. Consapevole del prezzo che in quel caso pagherebbe la popolazione civile, il governo libanese ha proposto, senza successo, negoziati diretti con la controparte israeliana. Quanto a Hezbollah, i suoi dirigenti affermano di essere pronti alla guerra totale e sventolano la bandiera della resistenza contro l’occupazione del proprio paese. 

Come a Gaza o in Siria, Tel Aviv, forte della propria superiorità militare, è mossa anche da una logica di conquista territoriale. Ancor prima della creazione di Israele, i sostenitori del «focolare nazionale ebraico» rivendicavano già la parte meridionale dell’attuale Libano, in particolare le città di Naqura, Tiro e Nabatiye. Oggi, i sostenitori del «Grande Israele», presenti sia nel governo di Benjamin Netanyahu che nell’esercito, sono tentati di approfittare dell’impunità di cui gode il loro paese per ridisegnare la mappa del Medio Oriente. 

E i paesi occidentali potrebbero anche permetterlo. La Francia, che si presenta costantemente come amica, se non addirittura protettrice, del paese dei cedri, non ha quasi mai alzato i toni contro Israele, nonostante Jean-Yves Le Drian, rappresentante personale del presidente francese per il Libano, abbia definito «sproporzionata» la reazione israeliana agli attacchi di Hezbollah (France Inter, 12 marzo 2026). Quanto al ministro degli esteri Jean-Noël Barrot, che ha visitato entrambi i paesi, si è limitato a indicare la «disponibilità» di Parigi a facilitare eventuali negoziati.


da Le Monde Diplomatique-Il Manifesto - 04/2026

<<I nostri valori>>: 28 milioni di morti 

di Pierre Rimbert


Nel 2020, un gruppo di professori universitari ha pubblicato uno strumento inedito: un database che censisce, dagli anni ’50 a oggi, il ricorso a un’arma diplomatica che si presume sempre più mite e umana della guerra: le sanzioni. Il più delle volte, sono i paesi occidentali a imporle, mentre i paesi del sud del mondo ne subiscono le conseguenze. E in sette casi su dieci non riescono a raggiungere gli obiettivi prefissati. 

Eppure, questa forma di coercizione non è mai stata tanto diffusa come oggi: negli anni ’60 i paesi colpiti da questo strumento rappresentavano il 5% dell’economia globale; negli anni 2010 il 25%. Mentre le élite spesso trovano il modo di aggirare la punizione, i popoli la subiscono in pieno. Ma in quale misura? L’estate scorsa, tre ricercatori hanno pubblicato i risultati di uno studio sugli effetti sulla salute delle sanzioni imposte dagli Stati uniti e dall’Unione europea a 152 paesi tra il 1971 e il 2021. I risultati gettano una luce particolare sull’autocompiacimento dei dirigenti che hanno deciso di penalizzare Cuba, l’Iran, l’Afghanistan, la Russia, la Corea del Nord e molti altri: «Abbiamo stimato che le sanzioni unilaterali abbiano causato 564.258 morti l’anno». Vale a dire poco più di 28 milioni di morti in cinquant’anni... 

L’ampiezza di questa ecatombe, osservano gli studiosi, appare «paragonabile al numero totale di vittime dei conflitti armati». La cosa si spiega con il deterioramento dei servizi sanitari causato dal calo delle risorse pubbliche, dalla sospensione degli aiuti e dal minore accesso alle risorse essenziali. Includendo tutte le sanzioni, il bilancio delle vittime sale a 776.610 l’anno. Il fatto che nei cinque decenni presi in esame «i decessi di bambini sotto i cinque anni rappresentino il 51% del totale» non sembra scuotere le cancellerie che si dicono preoccupate di far rispettare i diritti umani. Complessivamente, le persone sotto i quindici anni e sopra i sessanta rappresentano l’80% dei decessi. 

I ricercatori osservano inoltre che le sanzioni economiche unilaterali imposte dagli Stati uniti sono le più letali, mentre quelle messe in atto dall’Organizzazione dalle Nazioni unite (Onu) non comportano un aumento significativo della mortalità, presumibilmente perché sono concepite in modo tale da evitarlo. Gli embarghi occidentali, invece, mirano spesso a rovesciare i regimi attraverso la rivolta di popolazioni spinte al limite. 

«In un approccio basato sul diritto, il fatto che le sanzioni causino la perdita di vite umane dovrebbe essere un motivo sufficiente per chiedere la sospensione della loro applicazione», osservano gli autori dell’articolo. Una pia illusione. Nel maggio del 1996, l’ambasciatore statunitense presso le Nazioni unite, interrogato dalla Cbs in merito alla morte di mezzo milione di bambini iracheni a causa delle sanzioni statunitensi, aveva risposto che «ne valeva la pena». Trent’anni più tardi, giornalisti e politici hanno accolto le conclusioni dei tre ricercatori con un silenzio assordante. Meno sporca di una mina antiuomo, meno provocatoria di un missile da crociera, più elegante di una gola tagliata pubblicata sui social media dal Daesh, quest’arma di distruzione di massa <<in linea con i nostri valori>> ha davanti a sé un futuro radioso.


da Le Monde Diplomatique-Il Manifesto - 04/2026

Attendismo tra gli Huthi

di Quentin Muller

Guerra o temporeggiamento? Dopo la morte della Guida suprema iraniana Ali Khamenei in bombardamento israeliano-statunitense (28 febbraio), il dirigente degli huthi Abdul-Malik al-Houthi è apparso ben poco vendicativo in un video diffuso sui social media. Con tono misurato, ha affermato di tenersi pronto «a qualsiasi sviluppo», senza tuttavia lanciare minacce dirette contro gli Stati Uniti o Israele. Questa cautela si spiega con un contesto interno carico di tensioni e con difficoltà di natura organizzativa. Nei territori che controllano dal colpo di Stato del 2014, i ribelli yemeniti si trovano ad affrontare una crescente opposizione. La riduzione delle attività delle organizzazioni umanitarie, a seguito dell’arresto di diversi loro operatori, ha aggravato una situazione sanitaria e alimentare già precaria. Alle prese con difficoltà quotidiane, la popolazione, che ha sostenuto i palestinesi di Gaza, è meno propensa a sopportare le conseguenze di un coinvolgimento militare al fianco dell’Iran, che alcuni ritengono responsabile dell’ascesa del movimento. 

Inoltre, i bombardamenti statunitensi del marzo 2025 e gli attacchi israeliani dell’estate scorsa non hanno colpito solo la popolazione. Hanno anche decimato quasi interamente il governo civile di Ansar Allah – altro nome degli huthi – e costretto molti dei suoi dirigenti e funzionari a lasciare la capitale, Sana‘a per rifugiarsi nelle regioni montuose di Hajja, ‘Amran e Sa‘da. Il 16 ottobre del 2025, l’ annuncio dell’ assassinio del capo delle operazioni militari Muhammad al-Ghamari ha dimostrato che il Mossad israeliano e la Central Intelligence Agency (Cia) statunitense disponevano di una rete di informatori in grado di fornire dati sufficientemente precisi per eliminare alti funzionari del movimento. 

Secondo Abdu Ahmed Awad, un disertore che comandava una compagnia di fanteria, la serie di assassinii di quest’estate «ha seminato il terrore tra i dirigenti huthi. Si sono ritirati nei loro nascondigli, isolandosi dalle truppe. Questo mina il morale dei combattenti». Altri ufficiali disertori hanno riferito di non ricevere più direttive chiare dai vertici, confermando un’interruzione nella catena di comando. In questo contesto di incertezza e di crescente paranoia, la notte del 28 febbraio i ribelli hanno lanciato solo pochi missili contro Israele, senza spingersi oltre. 

Questa cautela si spiega anche con il fatto che gli huthi non sono mai stati completamente subordinati alla Repubblica islamica, sebbene siano considerati parte dell’«asse della resistenza» legato a Teheran. Pur essendosi molto avvicinato negli ultimi anni all’ideologia rivoluzionaria iraniana (spesso indicata come un modello dal suo fondatore, Hussein Badreddin al-Houthi), il movimento ha sempre mantenuto una certa distanza dall’ Iran, coltivando relazioni molto più strette con le milizie irachene e con il libanese Hezbollah. Molti dirigenti huthi, d’altronde, vivono a Beirut e Najaf (Iraq), dove assicurano una sorta di rappresentanza diplomatica. 

I ribelli si preparano a un quadro di disordine regionale 

Da parte sua, l’Iran, i cui dirigenti affermano di non aver bisogno di nessuno per difendersi, esita a sacrificare quello che ormai costituisce la sua ultima carta nell’«asse della resistenza». A Teheran, l’ufficio della Guida suprema e le guardie della rivoluzione hanno talvolta avuto opinioni contrastanti sul modo migliore di ricorrere agli huthi. «I rappresentanti della Guida si lamentavano del fatto che i pasdaran adottavano un approccio troppo oltranzista nei confronti del nostro movimento. Queste divergenze potevano anche influenzare le nostre operazioni militari», ricorda Ali al-Bukhaiti, ex portavoce degli huthi dal 2013 al 2015, inviato in Iran per favorire un riavvicinamento con Teheran. L’ufficio della Guida suprema sperava che il movimento si consolidasse sul piano politico e militare istituzionalizzandosi, così da diventare un perno stabile dell’ influenza iraniana nella regione. Al contrario, i pasdaran consideravano il gruppo uno strumento di destabilizzazione, anche a costo di esporlo a rappresaglie immediate. Il riavvicinamento tra l’Iran e l’Arabia saudita, raggiunto attraverso una mediazione dalla Cina nel 2023 (1), aveva portato a una tregua in Yemen e a negoziati di pace senza precedenti tra gli huthi e il regno. Questi sviluppi errano stati incoraggiati dalla Guida suprema, nella speranza che i ribelli yemeniti potessero ottenere una rispettabilità politica. Succeduto al padre l’8 marzo, Mojtaba Khamenei potrebbe proseguire questa politica volta a consolidare l’influenza del gruppo nel nord dello Yemen. 

Qualora la guerra dovesse protrarsi, l’Iran potrebbe però chiedere agli huthi di creare problemi al traffico marittimo nel Mar Rosso, dove transitano il 25% del traffico mondiale di container e 6,5 milioni di barili di petrolio al giorno. I ribelli risponderebbero a un simile appello? Una cosa è certa: da mesi si stanno preparando a un quadro di disordine regionale. Dalla fine del 2025 hanno costruito importanti fortificazioni, tra cui una trincea di quasi quaranta chilometri attorno alla strategica città portuale di al-Hudayda. Oltre a dispiegare nella zona rinforzi di uomini e mezzi, si è lavorato per potenziare le capacità balistiche e navali: missili, droni e sistemi antinave. Chiaramente, i dirigenti del movimento temono che la guerra nella regione possa favorire un’offensiva del governo yemenita, supportata da bombardamenti israeliani e statunitensi. Potrebbero quindi ordinare la ripresa degli attacchi contro le navi nel Mar Rosso, in coordinamento con i pasdaran, che più a est minacciano di chiudere completamente lo stretto di Hormuz. 

da Internazionale del 17/04/2026

Silvia Salis si prepara a sfidare la destra

di Donato Paolo Mancini, Bloomberg, Stati Uniti


La sindaca di Genova ha detto che se nel centrosinistra la sua candidatura avesse l’appoggio di tutti potrebbe presentarsi alle elezioni politiche del 2027 per guidare il governo.

La sconfitta referendaria subita da Giorgia Meloni il 23 marzo ha galvanizzato l’opposizione italiana. Si sono riaccese le speranze di tornare al governo ed è emerso un nome nuovo come potenziale contendente alle prossime elezioni: Silvia Salis.

Salis, 40 anni, non ha una lunga esperienza politica e non siede in parlamento a Roma, ma a Genova, nel cinquecentesco palazzo Doria-Tursi, la sede del comune, dove ricopre la carica di sindaca. Per il momento l'ex atleta olimpionica di lancio del martello pensa che contrastare la retorica di Meloni, incentrata sulla guerra culturale, e costruirsi un profilo di rilevanza nazionale, sarà sufficiente a renderla una sfidante credibile. "Sono una candidata progressista che crede fermamente nella possibilità di far coesistere lo sviluppo economico con la giustizia sociale. Questo governo di destra non è stato capace di ottenere né l’uno né l’altra, scontentando tutti. Direi che è un risultato notevole”, afferma la sindaca.

Salis non è iscritta a nessun partito, ma spiega che le sue radici affondano solidamente nella sinistra. E’ salita alla ribalta politica nel 2025, quando ha saputo compattare l’opposizione e sconfiggere il candidato vicino a Meloni nelle elezioni amministrative. A Genova il no al referendum sulle proposte del governo per riformare la giustizia ha ottenuto il 64% delle preferenze, il 10% in più rispetto alla media nazionale. Risultati come questo hanno portato Meloni sulla difensiva per la prima volta da quando nel 2022 è andata al governo. Nel consolidare la sua immagine politica, non si è preoccupata troppo dell’opposizione, conquistando gli investitori e accrescendo l’influenza dell’Italia su questioni come l’Ucraina e l’accordo commerciale del Mercosur. Senza essere riuscita a realizzare l'unica riforma promessa agli elettori, la presidente del consiglio, il 9 aprile 2026, nel suo primo discorso in parlamento dopo la sconfitta al  referendum ha detto solo che porterà a termine il suo mandato.

Atleta olimpionica

In Italia le prossime elezioni legislative sono in programma per la fine del 2027. Secondo un  sondaggio Ipsos/Corriere della Sera, Fratelli d'Italia, il partito di Meloni, otterrebbe circa il 26,7% dei voti, l'1% in meno rispetto a prima del referendum. Il Partito democratico, invece, guadagnerebbe circa 1,3 punti, attestandosi al 22%.

L’opposizione - composta da blocchi eterogenei che comprendono il Partito democratico, i populisti del Movimento 5 stelle, l'Alleanza Verdi e Sinistra e altre formazioni minori - è galvanizzata dalla vittoria referendaria, ma resta ancora molto lavoro da fare. Non è stata fissata una data per le primarie e nessun potenziale leader dell'opposizione è emerso in modo chiaro. Inoltre non è detto che tutti i sostenitori del no al referendum voterebbero contro Meloni alle politiche. Attualmente le due figure di spicco dell’opposizione sono l’ex presidente del consiglio e leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte ed Elly Schlein, segretaria del Partito democratico dal 2023…

Dopo aver rappresentato l'Italia alle olimpiadi di Pechino e Londra, Salis è stata nominata vicepresidente del Comitato olimpico nazionale, ruolo che ha ricoperto per quattro anni diventando la prima donna ad avere quell’incarico…