lunedì 23 marzo 2026

da ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale - 20/03/2026

Iran: un conflitto senza vincitori?


A tre settimane dall’inizio della guerra nel Golfo, le conseguenze economiche del conflitto hanno già superato i confini regionali per diffondersi a livello globale. Gli economisti delineano due possibili traiettorie: la prima, nel caso in cui il conflitto si esaurisca in tempi brevi, prevede una normalizzazione dei prezzi di petrolio e gas entro l’estate, limitando l’impatto su crescita e inflazione; la seconda, più critica, ipotizza invece un conflitto prolungato capace di interrompere stabilmente le forniture energetiche. In questo scenario, secondo il WTO, la crescita globale si ridurrebbe di circa mezzo punto percentuale e l’inflazione aumenterebbe di quasi un punto percentuale. Nel mentre, gli effetti sono già visibili ma non saranno distribuiti in modo uniforme: i paesi più esposti subiranno contraccolpi immediati, mentre altri potrebbero beneficiare temporaneamente del rialzo dei prezzi e dello spostamento della domanda. Ridurre però questa crisi a una contrapposizione tra ‘vincitori e vinti’ rischia di essere fuorviante. In un’economia globale profondamente interconnessa nessuno può dirsi davvero al riparo e il conflitto finirebbe per colpire nel tempo tutti gli attori, coinvolti o meno che siano. In questo senso, quella in corso è una crisi che tende a redistribuire i costi, ma difficilmente a eliminarli.

L’Europa ha tutto da perdere?

L’Unione Europea potrebbe rivelarsi una delle principali vittime. Poiché numerose nazioni dipendono fortemente dal gas per le proprie esigenze energetiche e industriali, e con scorte di riserva molto basse dopo i mesi invernali, il blocco dei 27 risente dell’interruzione delle esportazioni attraverso Hormuz. Con le rotte dello Stretto sotto pressione, inoltre, gli acquirenti europei si trovano a competere direttamente con i grandi importatori asiatici per assicurarsi forniture alternative. Il risultato è un rialzo dei prezzi che arriva in un momento di crescita già debole. Il ricordo della crisi energetica del 2022 torna inevitabilmente, ma questa volta con margini di manovra più ridotti. Mentre i leader europei riuniti a Bruxelles discutono, l’unica cosa certa è che il continente si troverà costretto a pagare per una guerra che non avrebbe voluto, causata da un alleato sempre più inaffidabile.

Gli Usa vittime di Trump?

Dall’altra parte dell’Atlantico, gli Stati Uniti sembrano muoversi su un crinale più ambiguo. Il presidente Donald Trump afferma che, quando il prezzo del petrolio sale, gli Stati Uniti “guadagnano un sacco di soldi”. Certamente, i produttori petroliferi americani potrebbero realizzare decine di miliardi di dollari di entrate extra se i prezzi del greggio si mantenessero intorno ai livelli attuali. Ma questo non basta a fare degli Stati Uniti un vincitore ‘netto’. Washington si è infilata da sola in un conflitto asimmetrico da cui non riesce a uscire. Finora, 13 militari americani sono morti e man mano che i prezzi del gasolio alla pompa aumentano, anche negli Usa, il sostegno repubblicano alla guerra si attenua. Una fazione rumorosa interna al movimento MAGA parla apertamente di “tradimento”. Nel frattempo, i tempi tecnici per riportare alla normalità produzione e logistica energetica suggeriscono che i prezzi resteranno elevati ancora a lungo. E ogni settimana che passa, con la Repubblica Islamica che resta in piedi, erode l’immagine dalla ‘superpotenza’ americana, più che rafforzarla.

Pechino: contenere i danni?

Ad osservare questa dinamica con maggiore distacco è la Cina. Pechino resta il principale importatore mondiale di petrolio, ma negli anni ha costruito una rete di protezione contro gli shock energetici: riserve strategiche ampie, investimenti massicci nelle rinnovabili, una solida base carbonifera interna. Questo le consente di assorbire meglio l’impatto economico. Sul piano geopolitico, però, il vantaggio è forse ancora più evidente. Più il conflitto si prolunga, più gli Stati Uniti appaiono impantanati. E più cresce lo spazio di manovra per la Cina che può presentarsi come una potenza meno aggressiva e un partner più affidabile.

Golfo: crolla il mito del porto sicuro?

Nel Golfo, intanto, si consuma uno dei paradossi più evidenti della crisi. Sebbene i paesi del Golfo beneficino in genere di prezzi del petrolio più elevati, stavolta l’impennata non offre loro alcun conforto. La paralisi di Hormuz ha limitato le vendite e imposto tagli alla produzione. Gli attacchi missilistici e con droni iraniani contro le infrastrutture energetiche costringono a ridurre i volumi esportati, erodendo i ricavi. Ma il danno peggiore, in prospettiva, è quello reputazionale: le immagini dei droni che sorvolano i cieli di Dubai e Doha hanno rovinato l’immagine, faticosamente costruita, delle capitali del Golfo come ‘oasi di sicurezza’ in una regione instabile. Ciò minaccia gli ambiziosi piani di riforma economica e trasformazione dell’area, come Vision 2030 dell’erede al trono saudita Mohammed Bin Salman, che si basa sugli investimenti stranieri. Inoltre, ne risentirà anche il turismo, con un effetto contagio che coinvolge tutta la regione: questa settimana, la sterlina egiziana ha toccato un minimo storico rispetto al dollaro, a causa del timore che un calo delle entrate possa mettere a dura prova le già fragili finanze pubbliche.

Mosca: vantaggio inaspettato?

A beneficiare di questa situazione è soprattutto la Russia. Il bilancio di Mosca era in crisi all’inizio di marzo e, per il Cremlino, prolungare la guerra in Ucraina avrebbe significato prendere decisioni difficili. Le entrate derivanti da petrolio e gas erano crollate a causa delle sanzioni, del calo degli acquisti da India e Cina e del crollo dei prezzi dell’energia. Poi, il conflitto con l’Iran ha offerto un’ancora di salvezza inaspettata. L’allentamento, anche temporaneo, delle restrizioni sul greggio russo non solo porta ossigeno alle casse del Cremlino, ma segnala che la coesione occidentale è meno solida di quanto dichiarato. Intanto, l’attenzione internazionale si sposta dal fronte ucraino, riducendo la pressione su Mosca e restringendo ulteriormente lo spazio per una soluzione negoziale. La finestra di opportunità per costringere la Russia a compromessi, già ristretta prima della crisi iraniana, sembra ora definitivamente chiusa. È in questo intreccio che si misura il vero impatto della guerra. Non solo nei territori coinvolti o nei danni diretti, ma nella capacità di sfruttare i contrappesi e redistribuire i costi a proprio vantaggio. Il conflitto nel Golfo non è più soltanto una crisi regionale. È un test globale su chi paga il prezzo della guerra – e su chi invece riesce a trarne beneficio.


A che punto…

Anche Mattarella sta americanizzandosi se non ha nemmeno detto una parola e tace sull’attacco Usa contro l’Iran. 

Il vecchio democristiano che demonizza la Russia anche in Mattarella a volte riemerge. 

Il diritto internazionale viene usato distinguendo e separando in espressioni partigiane. In ogni caso i richiami alle violenze Usa sono ogni giorno una litania che si coniuga però nell’obbedienza e nella sudditanza.

Non riusciamo a vedere una politica italiana che, dal Presidente al governo, non abbia sempre particolare attaccamento agli Usa, al governo Trump e a Netanyahu.

Non intendo assolutamente sottovalutare i pregi di Mattarella, ma anche lui non riesce ad uscire dagli amareggiamenti con gli Usa, da quella sottile sudditanza con cui ci si nasconde e rende la politica una palestra che non dimentica mai l’americanismo.

Questo è, a mio avviso, l’illusione dell’Italia e di gran parte dell’Europa. A volte le catena vengono scambiate con salutari fili d’erba che sono difficili da individuare ed estirpare.


                                 Franco Barbero - 16 marzo 2026


da “Il silenzio dell’opinione pubblica”

di Ezio Mauro e Zygmunt Bauman - Feltrinelli 2026

Quel che resta da capire…

Di fronte all’incognita torna la questione capitale del che fare. Cornelius Castoriadis dice “non ci facciamo più domande” e quindi è difficile che troviamo delle buone risposte. Ma è il sistema che ha introiettato la soglia tecnologica estrema cui il capitalismo imprenditoriale è giunto, e la risolve con una sorta di disarmo politico. Ci viene detto che la tecnica possiede ormai tutte le risposte a qualsiasi quesito. La realtà è completamente svelata, il mondo è piatto, non c'è più bisogno di fare domande, perché basta riscuotere le risposte. La verità è prefabbricata, le spiegazioni precedono le questioni, non c'è più niente da capire. Questa è la lusinga del potere, l'ultima suggestione: hai il questionario universale già pronto, se ti assale un’obiezione barra la casella più conveniente e tutto ritroverà una sua conforme coerenza.

E’ il principio di contraddizione che deforma la realtà, proprio adesso che è definitivamente programmata e addomesticata: basta evitarlo, imparare a farne a meno, fino a espungerlo dal nostro vocabolario civile.

Eppure Beck insiste: abbiamo assolutamente bisogno di qualcuno che chieda "perché?", "siamo sicuri?" "quali sono le conseguenze?" e, infine, "c'è un'altra strada?". Dobbiamo coltivare l'arte del dubbio, la capacità, la sapienza del dubbio perché dubitare è l'unica cosa che d’incanto rende di nuovo tutto possibile, e rende noi padroni. Io lo riassumono in una formula di salvaguardia: dobbiamo essere coscienti custodi di ciò che bisogna sapere, di ciò che merita ricordare, di quel che resta da capire.

Tu scrivi una pagina molto bella quando spieghi che “noi esseri umani, armati del linguaggio, di quella strana particella ‘no’ che ci eleva al di sopra delle evidenze dei sensi e dell’apparenza di verità, e di quel tempo futuro che ci conduce oltre l’immediatezza, non possiamo astenerci dall’immaginare come le cose siano diverse da come sono, non possiamo accontentarci di ciò che è senza andare oltre”. E aggiungi: “Come l’ossigeno e l’idrogeno incontrandosi formano acqua, l’immaginazione e il senso morale concepiscono la speranza. Prima che Homo Sapiens, l’uomo è creatura che spera”. Quindi, l’ultima speranza è la speranza?

———

La risorsa più preziosa che abbiamo sono le nostre competenze, le nostre capacità, eppure vengono sottoutilizzate in modo quasi criminale. Ed è proprio in questa distanza tra potenziale e realtà che si gioca una parte essenziale del futuro della speranza. 

            Ezio Mauro

…Le nostre risorse

Le nostre istituzioni non ci educano ad essere attivi e così portiamo in noi tante capacità inutilizzate e al tempo stesso presi da bisogno urgente di utilizzare le nostre doti e risorse.

                                                                               Franco Barbero


domenica 22 marzo 2026

da La Stampa del 22/03/2026

THIEL-TRUMP E LA LOTTA TRA IL BENE E IL MALE

di Andrea Malaguti


«Il verme non sceglie mai di vivere in una mela marcia, sceglie sempre di far marcire una mela buona»

Alda Merini


Se questo articolo fosse una storia di Netflix, e non la sconcertata analisi di una delle dottrine filosofiche alla base della deriva americana, e dunque della nostra corsa verso l'ignoto, i protagonisti sarebbero fondamentalmente tre. Un sofisticato Maestro del pensiero, l'antropologo francese René Girard, scomparso nel 2015, e due suoi discepoli cristiani ortodossi. Un pacifista ghandiano, il teologo cattolico Wolfgang Palaver. E un fondamentalista ratzingeriano, l'imprenditore Peter Andreas Thiel, vero protagonista di questo racconto nero, fondatore di Palantir, leader della PayPal mafia, inventore ed ideologo di JD Vance, sostenitore del Tirannosauro di Mar-a-Lago, Donald Trump, e profetico tecno-feudatario in lotta contro l'Anticristo, da lui stesso identificato con il leader cinese, Xi Jinping, durante il suo controverso ed esclusivo seminario romano della settimana passata. Non è un caso se le attenzioni della Casa Bianca si sono concentrate prima sul petrolio venezuelano e poi su quello iraniano. L'obiettivo ultimo è sempre lo stesso: mettere in difficoltà Pechino, vera rivale nella corsa al dominio planetario.

Ma come arrivano a confondersi, fino a diventare la stessa cosa, la politica degli Stati Uniti e gli interessi del piщ aggressivo colosso della Silicon Valley? Perché Thiel persegue ostinatamente lo smantellamento delle democrazie liberali?

Abbeverandosi alla stessa sorgente girardiana e seguendone il complesso percorso, Palaver e Thiel approdano su sponde opposte, che, in una classificazione imprecisa, polverosa e novecentesca, potremmo chiamare il Bene e il Male. Concetti che l’aggressività senza senso dei nostri giorni rende sempre piщ scivolosi e indistinti. Thiel vuole il controllo tecnologico del pianeta per non lasciarlo all'Impero di Mezzo, Palaver anela alla fine dei conflitti, rompendo la catena che apparentemente determina le nostre scelte, consegnandosi all'insegnamento di Gesù.

Se vi sembra una follia, in parte lo è. Ma è una follia pericolosa, presente per quanto impalpabile, destinata a condizionare le nostre vite più di quanto riusciamo ad immaginare. A cambiare il nostro futuro. Rifondando i principi su cui abbiamo incardinato le nostre vite. Sempre che a vincere, parola che ossessiona Thiel fin da quando era ragazzo, sia la galassia Palantir, gigantesca astronave di Big Data, capace, con la potenza inarrestabile dell'intelligenza artificiale, di moltiplicare la forza dell'esercito, della polizia e dei servizi segreti statunitensi.

Thiel, sotto l'influenza di Girard, immagina la sua azienda come una contemporanea "Casa di Salomone", l'Occhio del regno descritto da Francis Bacon, il luogo in cui si studiano il progresso tecnologico e le opere delle creature di Dio. Palantir, raccogliendone l'eredità, vuole ridefinire gli equilibri planetari, delegittimando, fino ad azzerarlo, il ruolo delle organizzazioni internazionali, Onu e Nato in testa.

Nella prima stanza della Casa troviamo scolpita la filosofia girardiana, con al centro l'idea mimetica: l'uomo, al netto dei bisogni primari, non ha propri desideri specifici, ma desidera solo quello che desiderano gli altri.

Quando due persone entrano in conflitto sull'oggetto desiderato, esplode una rivalità destinata a trasformarsi in violenza. Se questa violenza non viene canalizzata diventa apocalittica. Per evitare il "tutti contro tutti" servono l'assenza del Leviatano, un sovra-Stato che gestisca il pianeta, e un Capro espiatorio, un nemico comune da attaccare. Se metti lui nel mirino, azzeri la guerra civile intestina. Thiel traduce questa visione (decisamente più complessa e articolata di così) in due modelli paralleli. Uno economico e uno politico. Per azzerare la concorrenza, e sfuggire alla trappola mimetica, bisogna diventare monopolisti di iniziative nate da zero. A comandare non è più chi controlla i mezzi di produzione – l'industriale classico – ma chi controlla le connessioni e il desiderio, chi riesce a comportarsi come lo specchio originario in cui si riflettono tutti gli altri.

Uno straordinario articolo pubblicato da padre Paolo Benanti su Le Grand Continent, spiega che i geni senza scrupoli della PayPal Mafia, avanguardia di quella Generazione X nata sul confine tra l'era analogica e quella digitale e capace di conquistare la Silicon Valley, si sono impegnati nella creazione di universi mai esistiti prima: PayPal nasce per rendere obsoleto il sistema bancario tradizionale, Amazon disintegra il commercio fisico, Google sottrae ai media il monopolio dell'accesso al sapere, Tesla sfida l'industria automobilistica basata sui combustibili fossili, LinkedIn mappa e struttura il mondo professionale, YouTube democratizza la produzione video e Facebook colonizza le relazioni umane. Non a caso Thiel finanzia generosamente un giovane Zuckerberg, sostenendo che Facebook applica esattamente la teoria del desiderio mimetico di Girard, facendogli fare un salto: se gli esseri umani sono macchine mimetiche, chi controlla gli algoritmi che suggeriscono chi o che cosa imitare, controlla la società.

E Palantir? Introduce la logica dell'analisi dei dati nel cuore stesso degli apparati di intelligence e militari. Mai si era vista una rivoluzione così radicale.

E qui arriva la seconda stanza. Quella dell'Anticristo. Thiel e Palantir sostengono che i nuovi tecno-feudatari, destinati ad essere piщ potenti degli Stati stessi, devono mettersi al servizio della Casa Bianca ed individuare un Anticristo, accusarlo di ridare vita al Leviatano, di tendere alla globalizzazione gestita da un unico trono, innesco inevitabile dell'Apocalisse e della fine della Storia. L'Anticristo, insiste Thiel, e la Città Proibita. Attaccare la Cina significa salvare l'America e il mondo. E anche, incidentalmente, moltiplicare i suoi affari.

Per farlo, entrando nella terza stanza della Casa di Salomone, serve un Katechon, un freno, qualcuno che si opponga all'Anticristo. Il suo antagonista, come in ogni film che si rispetti. Quel freno, si evince, è Donald Trump. A lui viene consegnato questo compito salvifico. A lui e a JD Vance, certamente piщ consapevole del suo instabile Capo di essere stato ingaggiato in questa strategia politico-teologica.

Dunque, siamo di fronte ad un triangolo isoscele: il desiderio mimetico ne rappresenta il vertice alto, l'Anticristo e il Katechon, i due vertici bassi ed equidistanti.

La visione di Girard, sostenuta da Thiel, in parte ricalca quella che aveva spinto Carl Schmitt a sostenere il nazismo, considerato il Katechon destinato ad impedire la globalizzazione. Peccato, come avrebbe osservato piщ tardi Girard, che la violenza inumana e demolitrice di Hitler, una volta sconfitta, abbia prodotto l'esito opposto a quello sperato, vale a dire la nascita della Nazioni Unite. Considerazione che porta Thiel a dire che per impedire l'eterogenesi dei fini, bisogna allargare oltre il Katechon il controllo tecnologico, incompatibile con le regole frustranti e vincolanti delle democrazie. La vertiginosa velocità del cambiamento non pur essere messa a rischio dalla visione meschina di qualche leguleio.

Siamo perciò caduti all'interno di quella che il finanziere e scrittore Guido Maria Brera chiama «trappola evolutiva», qualcosa che sfugge alla possibilità del controllo umano, come il meteorite che fa sparire i dinosauri? Forse. La potenza sprigionata da una parte delle Big Tech, costantemente in adorazione della loro rabbia, come se avessero una passione per l'assassinio di gruppo, e senza precedenti. Ma, come nota Alda Merini, «il verme non sceglie mai di vivere in una mela marcia, sceglie sempre di far marcire una mela buona». La mela buona siamo noi, soprattutto noi europei, tendenzialmente scettici di fronte a qualunque forma di manicheismo. Ma, arrivati a questo punto, come possiamo evitare di essere travolti, evitare che il banco prenda tutto, che l'intelligenza artificiale e gli algoritmi annichiliscano le nostre vite? In molti modi. Ad esempio, ripensando ad un reddito universale. Dicendo basta alla forza che cancella il diritto. Riorganizzandoci, rimettendo l'uomo al centro, rallentando senza demonizzare il cambiamento, soprattutto guardando in faccia la realtà.

Scommettendo, se non per fede almeno per voglia di serenità, sulla visione di Wolfgang Palaver, l'anti-Thiel. Un Capro espiatorio universale è già passato su questa Terra duemila anni fa ed è morto in croce. Il suo modello non pur diventare "mimetico", nessuno pur trasformare Gesù in un "rivale fascinoso". Lo scontro e la sopraffazione non sono affatto un destino collettivo necessario. E, anche uscendo dalla complicata logica religiosa, dobbiamo sapere che la spinta di Thiel pur essere capovolta. La forza ci dice: saranno pochi eletti a guidarci. Il diritto ci dice: l'uomo è meglio di così ed è in grado di scegliere la pace. Come scrive Celine, a proposito della guerra: questa imbecillità infernale non può durare all'infinito. Anche se Thiel vuole tutto, ed è lì che spinge l'America, noi siamo la mela buona che deve respingere il verme.

da Il Manifesto del 14/03/2026

Ritorno agrodolce degli sfollati curdi ad Afrin: case saccheggiate, ulivi sradicati

di Tiziano Saccucci


Dopo oltre otto anni di esilio forzato, le prime famiglie sfollate di Afrin hanno iniziato il viaggio di ritorno verso le proprie case. Il primo convoglio, composto da circa 400 famiglie, è partito lunedì dalla città di Heseke diretto verso la regione nord-occidentale della Siria, nell’ambito dell’attuazione dell’accordo firmato il 29 gennaio tra le Forze democratiche siriane (Sdf) e il governo siriano ad interim.

La carovana era composta da centinaia di auto private appartenenti agli sfollati e da decine di autobus messi a disposizione dal Consiglio delle persone sfollate di Afrin e Shahba. Il convoglio ha attraversato Raqqa, Tabqa e Aleppo prima di raggiungere, nelle prime ore del mattino, le campagne di Afrin.

ALLA PARTENZA, a Heseke, due ali di folla accompagnavano l’uscita del convoglio dalla città, tra applausi, lacrime e canti. Un momento atteso per anni da migliaia di sfollati costretti ad abbandonare Afrin durante l’offensiva turca del 2018. Tra i presenti anche esponenti politici dell’Amministrazione autonoma, tra cui Ilham Ahmed, copresidente del Dipartimento per le relazioni estere, e Leyla Karaman, copresidente del Consiglio democratico siriano (Sdc).

Ahmed si è fermata a parlare con una famiglia stipata in un van carico fino all’orlo. «Anch’io sono di Afrin – ha detto – La mia casa è lì, tutto ciò che ho è lì. Tornerò».

Il convoglio era scortato dalle Forze di sicurezza interna (Asayish) e supervisionato dal vice comandante delle forze di sicurezza interne di Heseke, Mahmoud Khalil, e da Nesrin Abdullah, anch’essa recentemente entrata in forza alle Asayish.

Secondo Khalil, l’obiettivo è garantire il ritorno di tutti gli abitanti di Afrin entro il 21 marzo, per poi iniziare la stessa procedura a Serekaniye. Alcune immagini circolate martedì mostrano preparativi in corso per la riapertura dell’autostrada M4, dal 2019 linea del fronte a sud della città.

TRA LE BANDIERE presenti alla partenza, tutte quelle delle istituzioni del nord-est. Alcuni membri delle Asayish, poco prima di unirsi alla scorta del convoglio, si sono fotografati con una bandiera raffigurante Karker Tolhildan, uno dei fondatori delle Forze di Liberazione di Afrin (Hre), il gruppo di guerriglia nato dopo l’occupazione turca del 2018.

Tolhildan è caduto il 10 luglio 2023 in uno scontro con le forze dell’Esercito nazionale siriano (Sna) nelle campagne attorno alla città. Nel comunicato diffuso dopo la sua morte, le Hre avevano promesso di continuare la lotta fino al ritorno della popolazione di Afrin. Il messaggio, alla partenza del convoglio, appariva chiaro: una promessa che molti non hanno dimenticato.

All’arrivo nella regione di Afrin l’atmosfera è diversa ma ugualmente carica di emozione. Centinaia di persone hanno accolto il convoglio tra canti e gesti di vittoria, mentre dalle auto risuonavano canzoni curde e molte persone sventolavano la ala rengîn, la bandiera curda considerata ufficiale poiché adottata dalla Regione del Kurdistan in Iraq. Altri simboli erano quasi del tutto assenti. In un contesto così delicato, tutto può tramutarsi in una provocazione.

DIETRO L’EMOZIONE del momento, infatti, restano interrogativi profondi. Il primo gruppo è stato reinsediato nei villaggi delle campagne di Jinderes, Shiyeh e Mobata. Non si tratta quindi, almeno per ora, di un ritorno alla città di Afrin.

Negli ultimi otto anni, numerosi rapporti hanno documentato la confisca e la vendita delle proprietà appartenenti agli abitanti originari della regione. Case occupate o demolite, terreni espropriati, uliveti abbattuti. Nelle settimane precedenti al ritorno sono circolate immagini di camion e furgoni carichi di alberi di ulivo sradicati dalle campagne di Afrin, una delle principali ricchezze della regione.

«Hanno tagliato tutti i nostri alberi», ha raccontato a Rudaw uno degli sfollati rientrati dopo anni di esilio. «I miei alberi erano come i miei figli. Non ci è rimasto nulla. Hanno saccheggiato tutto quello che avevamo». Molti non sanno ancora cosa troveranno al posto delle proprie case.

LEYLA KARAMAN ha definito il ritorno degli sfollati «un passo positivo», sottolineando tuttavia che il processo dovrà avvenire «in sicurezza e con dignità», garantendo il recupero delle proprietà e la protezione dei residenti da minacce o intimidazioni.

Secondo la copresidente del Sdc, la questione è stata al centro di numerosi incontri negli ultimi mesi proprio per la sua importanza nella stabilizzazione della regione. «La gioia sui volti delle persone è evidente nonostante gli anni di sofferenza – ha dichiarato – Ma il ritorno deve garantire il recupero delle case e dei beni confiscati. Qualsiasi violazione potrebbe compromettere l’accordo».


da Il Fatto Quotidiano del 15/03/2026

Il Papa, Trump e il Dio degli eserciti

di Antonio Padellaro


Papa Leone XIV: “Verrebbe da chiedersi: quei cristiani che hanno responsabilità gravi nei conflitti armati hanno l’umiltà e il coraggio di fare un serio esame di coscienza e di confessarsi?”. Per evidenti questioni religiose è lecito pensare che il Pontefice non si rivolgesse a Bibi Netanyahu, né tantomeno a Khamenei figlio o al Putin sedicente ortodosso. Per esclusione, dunque, quanto al cristiano che ha responsabilità gravi nei conflitti armati, il cerchio tende a stringersi su quel signore dalla zazzera paglierina che giorni fa abbiamo osservato con le mani giunte in preghiera, nella Sala Ovale, circondato da un gruppo di pastori evangelici. Poiché quei santi uomini invocavano guida e protezione per il presidente e per le forze armate statunitensi, “affinché la tua benedizione celeste sia su di lui, nel nome di Gesù”, è lecito sospettare che tra il Dio degli eserciti e il Dio della pace vi sia un qualche problema di comunicazione. Proviamo a immaginare (anche se occorre un’immaginazione sfrenata) che Donald Trump, turbato dalla reprimenda di Leone XIV decida, come chiede il Papa, di confessare le proprie colpe. In base all’elenco chiamato comunemente Decalogo è pensabile che il penitente, in quanto a peccati mortali, abbia fatto filotto. Sul non uccidere, non commettere atti impuri (ahi!), non rubare (al fisco), non dire falsa testimonianza (boom), probabilmente gli converrebbe chiedere un’assoluzione forfettizzata. Mentre, sul desiderare la roba e la donna d’altri potrebbe usufruire di uno sconto comitive, anche perché la distinzione tra desiderio e atto non è mai stata chiarissima anche per i più devoti. Qualche problema potrebbe invece sorgere sul primo comandamento visto che il soggetto in questione sicuramente avrà sempre ritenuto che “Io sono il signore Dio tuo, non avrai altro Dio fuori che me”, sia un precetto riferito esclusivamente alla sua divinità. Al di là delle responsabilità criminali dei reggitori dei destini del mondo, non v’è chi non veda quanto peso abbiano nel mobilitare popoli ed eserciti le tre religioni monoteiste. Nel perenne richiamo, ciascuna, alla propria superiore sacralità. In un diario di trincea, scritto nella Prima guerra mondiale e conservato nell’archivio di Pieve Santo Stefano, un soldato italiano racconta che la sera di Natale partecipava alla messa collettiva anche un prigioniero austriaco. Nel momento in cui l’officiante benedisse la truppa con le parole: “Dio è con noi”, il soldato nemico sussurrò allo scrivente: “Dio è con noi è la stessa invocazione del nostro prete dall’altare”. E chiese: secondo te Dio a chi darà retta?


da Il Manifesto del 17/03/2026

Guerre e crisi energetica: 

<<Aumenteranno i poveri>>

di Luciana Cimino


Le associazioni che si occupano di povertà lanciano l’allarme al governo: l’aumento dei costi energetici e dell’inflazione, dovuti alla guerra nel Golfo, rischiano di far crescere il numero dei vulnerabili in Europa e in Italia. Secondo il Cilap (Collegamento italiano per la lotta alla povertà) il conflitto potrebbe avere impatti nefasti su 18 milioni di persone a rischio povertà nell’Unione Europea, di cui 4 milioni in più in Italia, rispetto agli attuali 13,5 milioni già a rischio.

«La crisi aperta da Trump e Netanyahu non è solo geopolitica, è una crisi sociale che sta per abbattersi sulle persone più fragili e che si aggiunge a un’altra crisi, quella energetica», ha spiegato Nicoletta Teodosi, presidente Cilap Eapn Italia. «Prima ancora che il conflitto iniziasse, la situazione europea era già preoccupante», segnala l’associazione. Secondo Eurostat, nel 2024 il 9,2% della popolazione dell’Ue europea non riusciva a riscaldare adeguatamente la propria casa, in Italia l’8,6%. Secondo l’Osservatorio italiano povertà energetica si tratta di 2,4 milioni di famiglie, il livello più alto mai toccato dall’inizio delle serie storiche.

«Su questo quadro già fragile, la guerra si abbatte come uno shock energetico diretto – dice ancora Teodosi – che colpisce i poveri due volte: spendono una quota proporzionalmente molto più alta del proprio reddito in energia e cibo, hanno riserve minime o nulle per assorbire i rincari». I prezzi spot del gas in Europa «hanno raggiunto i 45/60 euro per megawatt all’ora nei primi giorni della crisi energetica. Un’eventuale interruzione dei flussi energetici dal Golfo potrebbe mantenere i prezzi su livelli simili per diversi mesi, a seconda della durata del conflitto» nota il Cilap. Se il conflitto dovesse mantenere il prezzo del Brent stabilmente intorno ai 100 dollari al barile, «l’inflazione nell’area euro potrebbe tornare sopra il 3% quest’anno. E per l’Italia il rischio è ancora maggiore: fino a circa un punto percentuale in più rispetto alle previsioni precedenti al conflitto a causa della forte dipendenza energetica dall’estero e del peso del gas nel sistema energetico».

Inoltre, sottolinea l’associazione, «c’è un secondo canale, meno visibile ma altrettanto devastante: lo spostamento delle risorse pubbliche verso la spesa militare. Ogni euro destinato agli armamenti è un euro sottratto ai servizi sociali, alla sanità territoriale, ai centri per l’impiego, alle politiche di contrasto alla povertà». Per questo il Cilap chiede con urgenza ai governi europei, e a quello italiano in particolare, di adottare «misure immediate e strutturali a tutela delle famiglie vulnerabili». Tra queste, l’estensione e rafforzamento dei bonus energetici con procedure di accesso semplificate, che non penalizzino chi ha meno strumenti digitali; il blocco degli aumenti tariffari per le utenze domestiche delle famiglie in povertà assoluta; la tutela esplicita dei fondi per il contrasto alla deprivazione materiale da qualsiasi taglio legato all’aumento delle spese militari; un piano europeo coordinato di sostegno ai redditi più bassi, che non lasci soli i paesi (come Italia, Grecia, Portogallo, Bulgaria) strutturalmente più esposti agli shock energetici.

«La guerra presenta sempre il conto. In Europa a pagarlo per primi sono i più poveri. Non lo accettiamo come inevitabile», il commento finale di Teodosi.

da Domani del 14/03/2026

Adolescenti e Hiv. I dati ci dicono che serve molta più prevenzione

di Santino Gaudio - Psichiatra


Anche se loro sentono l’Hiv o altre malattie come qualcosa di molto lontano, i dati epidemiologici più recenti mostrano che, anche nei paesi europei, il rischio di contagio è concreto anche tra i più giovani. Bisogna tornare a parlare di prevenzione.

Per molti adolescenti l’Hiv e le malattie sessualmente trasmissibili sono qualcosa di distante da loro: qualcosa che riguarda generazioni passate, realtà sbiadite di difficile collocazione nel presente.

È una percezione comprensibile, ma fuorviante. I dati epidemiologici più recenti mostrano che, anche nei paesi europei, il rischio di contagio è concreto anche tra i più giovani.

Secondo l’ultimo report dell’European Centre for Disease Prevention and Control, in Europa le diagnosi di gonorrea e sifilide sono in aumento (rispettivamente +31 per cento e +14 per cento in un anno) e la clamidia continua a rappresentare l’infezione più frequentemente notificata, con un’incidenza particolarmente elevata nelle donne tra i 20 ed i 24 anni. Sebbene in Italia i casi di contagio da Hiv siano in discesa tra 2023 ed 2024 (secondo i dati riportati dal report europeo), a livello globale Unaids segnala che una quota rilevante delle nuove infezioni da Hiv riguarda ancora adolescenti e giovani adulti, con un divario di genere che colpisce soprattutto ragazze e giovani donne.

PERCHÉ GLI ADOLESCENTI SONO A RISCHIO?

L’adolescenza è una fase di sperimentazione sessuale, di relazioni brevi e di difficoltà nell’uso regolare del preservativo. Questi elementi si intrecciano con un sistema informativo forgiato, in buona parte, da social network e pornografia, i quali funzionano spesso da educazione sessuale informale e veicolano modelli irrealistici che minimizzano i rischi.

In questo contesto, l’idea che “oggi si cura tutto” contribuisce ad abbassare ulteriormente la soglia di attenzione. Inoltre, molte malattia sessualmente trasmissibili decorrono in modo asintomatico, favorendo una diffusione silenziosa e ritardando la diagnosi. Le conseguenze non sono marginali: infezioni non trattate possono incidere anche sulla fertilità e, nel lungo periodo, sulla salute riproduttiva.


PERCHÉ TORNARE A PARLARE DI PREVENZIONE?

Sul piano della prevenzione, le evidenze sono consolidate. Il preservativo resta lo strumento più efficace per ridurre la trasmissione di Hiv e di molte malattie sessualmente trasmissibili, ma la sua efficacia dipende dall’uso corretto e costante. Il secondo pilastro sono i test: screening regolari, che consentono diagnosi precoci e interrompono le catene di contagio. Eppure, per molti adolescenti l’accesso ai servizi resta ostacolato da stigma, timori sulla riservatezza e difficoltà logistiche.

Le revisioni scientifiche più recenti indicano che, proprio tra i giovani, persistono barriere importanti legate all’accesso e alla paura di essere etichettati. Da qui la necessità di servizi sanitari dedicati, capaci di coniugare competenza clinica e ascolto. La salute sessuale adolescenziale non è una questione morale, ma una questione politica e sanitaria. Educazione basata su prove scientifiche, accesso ai consultori, test gratuiti, vaccinazioni contro Hpv: sono strumenti noti, ma ancora distribuiti in modo diseguale. Continuare a considerare l’educazione sessuale e le politiche di prevenzione come opzionali significa accettare che il rischio resti concentrato proprio sui nostri ragazzi.