domenica 19 aprile 2026

La "Scala di Giacobbe"


Il gruppo la “Scala di Giacobbe” è composto da persone gay, lesbiche, bisex, transgender, queer credenti e non credenti, di età, provenienza e percorsi di vita diversi ma accomunati dal desiderio di ricerca.

Il gruppo è stato fondato nel 2001 da don Franco Barbero in seno alla Comunità Cristiana di Base di Pinerolo, come momento di incontro, amicizia, informazione, riflessione e confronto. Tra gli scopi del gruppo ci sono: l’armonizzazione fra l’orientamento sessuale (oppure l’identità di genere) e la propria fede, il supporto alle politiche e alla cultura GLBTQ.

Gli incontri solitamente si svolgono il pomeriggio del terzo sabato del mese, seguiti dalla cena e dalla proiezione di film a tematica GLBTQ. Il gruppo si attiva altresì nell’organizzazione di eventi pubblici, in collaborazione con enti ed associazioni locali, per sensibilizzare il territorio sui temi dell’omofobia e della transfobia.


Sede degli incontri: Circolo Arci di Pinerolo, in Stradale Baudenasca n. 17 - 10064 Pinerolo

Contatti

e-mail: lascaladigiacobbe@gmail.com

Cellulare: 320.0353723 (ore serali)

Pagina Facebook: http://www.fecebook.com/lascaladigiacobbe.pinerolo

Pagina googleplus: https://plus.google.com/111372525390399043820/

Sito web di Franco Barbero: http://donfrancobarbero.blogspot.it/

da Il Fatto Quotidiano del 02/04/2026

Bombe, cambio di regime e conflitto lampo: Usa e Israele hanno già perso e l’iran resiste

di Maurizio Boni


Trentaquattro giorni dopo l’avvio dell’operazione “Epic Fury”, il verdetto sul fronte degli obiettivi strategici è già scritto. Stati Uniti e Israele puntavano al cambio di regime e non ci sono riusciti. Teheran puntava alla sopravvivenza dello Stato nella sua forma attuale e l’obiettivo è stato pienamente conseguito già nella prima settimana di guerra. Non solo la Repubblica islamica ha resistito all’urto iniziale, preservato il suo apparato militare e mantenuto la coesione politica interna ma, aspetto ancora più rilevante, sta mostrando a livello globale l’inefficacia di uno degli strumenti militari più potenti del mondo. Gli Ufuori sa hanno scelto il bombardamento aereo come leva principale della campagna. Ma il potere aereo, per quanto massiccio, non si è rivelato risolutivo (e mai lo è stato nella storia militare contemporanea).

LE DOTAZIONI iraniane di missili balistici, droni aerei e navali e persino gran parte dell’apparato produttivo militare sono al riparo in città sotterranee pressoché impenetrabili, scavate a decine di metri di profondità sotto le montagne dello Zagros e del Khorasan. Colpirle dall’alto equivale, spesso, a colpire roccia viva.

La componente navale americana si è limitata al lancio di missili Tomahawk da posizioni lontane dalle coste, dalla portata dei missili iraniani. Lo Stretto di Hormuz resta una trappola letale, poiché qualunque forza navale che vi si addentrasse sarebbe sistematicamente neutralizzata. L’opzione terrestre, infine, è un’illusione. Poche migliaia di marines e paracadutisti non possono affrontare un apparato militare che, sommando forze regolari, Guardie rivoluzionarie e milizie paramilitari, supera il milione di uomini. L’Iran è strutturalmente pronto a difendersi sfruttando la profondità strategica del proprio territorio e si è preparato per decenni ad affrontare questa prospettiva.

Sul versante israeliano, il quadro è ancora più preoccupante. Impegnate simultaneamente su tre fronti, Iran, Libano meridionale, Yemen houthi, le Idf mostrano i segni di uno sforzo che supera le capacità di un esercito strutturalmente pensato per conflitti brevi e asimmetrici. Il capo di Stato Maggiore ha riconosciuto pubblicamente la prossimità al collasso, secondo le fonti di Al Jazeera. Le infrastrutture energetiche e produttive israeliane sono sotto pressione. Munizioni e intercettori si consumano a un ritmo che né Washington né Tel Aviv riescono a compensare. Nell’elenco dei perdenti occorre iscrivere anche le monarchie del Golfo Persico: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Kuwait avevano scommesso sulla potenza Usa come garanzia ultima della loro sicurezza. Per i regimi del Golfo si apre una prospettiva inedita e angosciante: quella di dover convivere, in modo duraturo, con un Iran che ha dimostrato di saper resistere alla superpotenza americana e di poter proiettare la propria potenza militare, per mezzo delle sue milizie in Iraq, Siria, Yemen e Libano.

L’Iran che sopravvive e si rafforza è per le monarchie sunnite una prospettiva esistenziale destabilizzante. L’Iran dispone di risorse demografiche, economiche, militari e di resilienza istituzionale, per sostenere il conflitto per mesi. La coalizione avversaria, no. Il trentaquattresimo giorno di guerra consegna un verdetto ancora provvisorio, ma già eloquente: chi contava di vincere in fretta ha già perso la partita. Chi si è “limitato” a sopravvivere sta, paradossalmente, vincendo.


da Il Manifesto del 04/04/2026

A precipizio


L’Iran abbatte un F15 Usa, poi colpisce l’elicottero che cercava il pilota disperso. E a Hormuz cade un altro caccia. La strategia di Trump va a picco ma lui continua a mentire (<<solchiamo i cieli indisturbati>>) e pretende una spesa esorbitante per la difesa: 1.500 miliardi.


da Il Manifesto del 04/04/2026

Allarme sanitario nelle tende di Gaza, grazie all’assedio

di Eliana Riva


Con la devastazione ambientale proliferano anche topi e malattie. Fuori controllo la crisi umanitaria indotta dal blocco israeliano.

Più passa il tempo, più Gaza diventa un luogo pericoloso. In mezzo alla distruzione, sotto l’assedio, tutto è potenzialmente mortale: la pioggia, il vento, i rifugi, la notte, gli animali. Le autorità palestinesi lanciano l’allarme sul peggioramento drastico della crisi umanitaria, che sta raggiungendo nuovi, atroci livelli.

IL MINISTRO DELLA SALUTE dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), il dott. Majed Abu Ramadan, ex sindaco di Gaza City, ha denunciato ieri in una dichiarazione il grave deterioramento ambientale causato dall’accumulo dei detriti e dei rifiuti nella Striscia.

Soprattutto all’interno dei campi tendati – rifugi sovraffollati per più di un milione di persone sfollate dagli attacchi israeliani – la spazzatura si accumula e diventa banchetto per i roditori. Ratti e topi bucano e si insinuano fin dentro le tende, soprattutto la notte, quando i campi diventano completamente bui. «Basterebbe anche poca luce, per tenere lontani gli animali», ci spiegano dalla Striscia, «ma le notti qui sono nere». Al punto che se qualcuno sta male prima dell’alba, percorrere la via fino all’ospedale diventa impossibile. È accaduto a una giovane ragazza di 17 anni in uno dei campi tendati sulla costa a nord di Gaza, come testimoniato dai medici di The Sameer project. Ferita dagli spari di una nave israeliana in piena notte, solamente al mattino ha potuto ricevere le cure adeguate ma il ritardo le ha causato una paralisi permanente.

COMPLICE L’OSCURITÀ, i ratti arrivano a mordere neonati e bambini mentre dormono. Cliniche e ospedali registrano un aumento significativo di casi del genere. E oltre alle ferite, i morsi causano malattie, infezioni che si diffondono anche indirettamente attraverso l’urina e gli escrementi dei roditori o a causa di parassiti, come pulci e zecche. Il ministro Abu Ramadan ha chiesto un intervento immediato dell’Organizzazione mondiale della sanità, per supportare l’ingresso a Gaza di materiali per il controllo della diffusione dei roditori, ed evitare focolai di malattie come l’hantavirus, la leptospirosi, la salmonella, la peste.

Il medico ha fatto presente che la situazione dei bambini e dei neonati è particolarmente difficile: a migliaia soffrono di disabilità permanenti, che insieme alla malnutrizione aumentano la vulnerabilità alle malattie e i tassi di mortalità. Anche le latrine improvvisate rappresentano un rischio, e non solo per la diffusione delle infezioni. Diversi bambini, infatti, sono caduti all’interno di quelli che sono poco più che profondi buchi nel terreno.

IN QUESTO SCENARIO, il settore sanitario dovrebbe essere rinforzato, e avrebbe necessità di ingrossare le scorte dei medicinali e di strumenti da laboratorio che individuino le malattie infettive, così da fermarne la diffusione. Al contrario, l’assedio israeliano continua a ostruirne l’ingresso. Gravi carenze di carburante e di pezzi di ricambio necessari per mantenere attivi i generatori, stanno causando una crisi di elettricità all’interno delle strutture. «Se anche gli ultimi generatori in funzione si spengono – ha dichiarato il ministero – gli ospedali potrebbero perdere completamente l’elettricità, mettendo in pericolo immediato la vita di centinaia di pazienti».

LA CARENZA DI CARBURANTE, insieme a quella di farina, sta paralizzando anche i forni della Striscia. L’associazione dei panettieri ha dichiarato di riuscire ormai a soddisfare solamente la metà delle richieste. E intanto, i bombardamenti continuano. Ieri un drone israeliano ha preso di mira l’area di Jabalia, nel nord della Striscia, causando sei feriti, alcuni in condizioni gravi.


ANDANDO PER ASINE

 

“C'era un uomo di Beniamino, chiamato Kis - figlio di  Abièl, figlio di Zeròr, figlio di Becoràt, figlio di Afiach, figlio di un Beniaminita -, un prode. Costui aveva un ƒiglio chiamato Saul, alto e bello; non c'era nessuno più bello di lui tra gli Israeliti; superava dalla spalla in su chiunque altro del popolo. Ora le asine di Kis, padre di Saul, si smarrirono e Kis disse al figlio Saul: 'Su, prendi con te uno dei servi e parti subito in cerca delle asine'. I due attraversarono le montagne di Efraim, passarono al paese di Salisa, ma non le trovarono." (1 Sam  9,1-4a).

Il racconto, di cui ho riportato la prima parte, si legge con vivo interesse. Costruito con arte squisita, esso ci fa gustare una sequela di emozioni, ma soprattutto si conclude in modo assolutamente imprevisto.

Ad un certo punto l’interesse del brano si sposta dalle asine smarrite e si concentra sul “destino” di Saul. L’elemento teologico prende il sopravvento ed emerge con freschezza.

 

Una diligente ricerca

Saul parte per cercare le asine del padre e, invece, durante il viaggio egli riceve l’unzione regale da parte di Samuele. Certo, la Bibbia è piena di racconti sorprendenti, ma qui tutto nasce e si svolge in uno scenario pastorale molto consueto. Dio ci viene incontro nella piccola trama del quotidiano, dentro le vicende più “profane” e più “irrilevanti” che si possano immaginare.

Saul, con il suo servo, pensa di andare per asine e, in  quel viaggio, avviene l'incontro che cambierà, la sua vita. Egli sperava semplicemente di poter trovare le asine di suo padre e, invece, trovò chi gli fece “conoscere la volontà di Dio” (1Sam 9,27). Samuele lo  rassicurò: “Quanto alle asíne scomparse tre giorni fa, non devi più preoccupartene: sono state ritrovate” (1Sam 9,20).

 

Succede l'imprevedibile

Ora è necessario preoccuparsi di altro, volgere altrove il cuore: “Irromperà su di te lo Spirito del Signore... e  sarai trasformato in un altro uomo” (1Sam 10,6). Partito alla ricerca di alcune asine, Saul è letteralmente “sconvolto”, trasportato su altre sponde, collocato in un altro orizzonte. Dio lo ha afferrato e ha cambiato corso ai suoi giorni": “Quando si congedò da Samuele, Dio gli trasformò il cuore” (1Sam 10,9).

Può essere successo e può ancora accadere a ciascuno di noi. Tante volte, proprio mentre andavamo per asine, cioè 'immersi nelle nostre faccende quotidiane, Dio ci ha fatto incontrare qualche Samuele, ci ha fatto scoprire orizzonti nuovi di vita. Spesso Dio ci viene incontro dentro le trame più banali del nostro esistere. Beati noi se sappiamo andare oltre la preoccupazione delle asine, se sappiamo “leggere” e ascoltare la “voce” che ci chiama, che ci invita. L'importante è camminare, cercare, essere in viaggio... 

 

FRANCO BARBERO

Bellissimo Gesù

 

Mi direbbero invano

che non hai un domani:

nessuno

è più attuale

di te,

germoglio di Nazareth,

partigiano della libertà,

che hai fatto fiorire

nella nostra carne

il nome e il volto

di Dio.

sabato 18 aprile 2026

Don Franco Barbero racconta

Storie, storiacce, storielle


Si tratta di quelle storie che il nostro don Franco ci ha narrato a partire dal lontano 1967. In un primo tempo avevamo pensato ad un libro che le raccoglesse tutte, ora abbiamo preferito ricavarne una pubblicazione per questo blog.

Nella veste di intervistatore, a porre le domande è Francesco Giusti, membro storico della Comunità di Pinerolo.

Troverete le ”Storie…” il mercoledì e il sabato, un breve segmento ogni volta.

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9. L’esperienza della commissione catechesi (anni ’80)

A partire dagli anni ’80, con la nascita dei primi figli di persone delle comunità di Pinerolo e dintorni, abbiamo sentito l’esigenza di trasmettere la nostra esperienza di fede ai nostri bambini e ragazzi.

Per preparare un incontro di catechesi si partiva da un mio testo che veniva rielaborato dai genitori e animatori che facevano parte della commissione catechesi (tra le persone più presenti in quel periodo ricordo Gisella, scomparsa prematuramente, Maria Grazia, sua cara amica, Giorgio, Carla e Cesare).

Negli incontri di catechesi i bambini e i ragazzi erano coinvolti in modo attivo: i passi del vangelo venivano letti e commentati insieme e spesso i ragazzi facevano disegni per rappresentarli.

Questa esperienza è stata documentata in 4 libretti (“Il padre e i fratelli”, “Il vento di Dio”, “Lazzaro vieni fuori” e “Con Dio verso la libertà”), che raccolgono alcuni dei materiali e delle riflessioni prodotti in questi anni.

Sono state organizzate anche uscite di catechesi e festa in luoghi belli dal punto di vista paesaggistico.

 

10. Da Medjugorje a Pinerolo (1983)

Voglio narrarvi ciò che mi è capitato il 20 ottobre 1983. In quel periodo il "fenomeno" Medjugorje era già stato smascherato da molti teologi e credenti. Lo stesso vescovo cattolico della diocesi di Mostar in Jugoslavia, mons. Pavao Zaňić, aveva dichiarato: “Avevo chiesto che i fatti di Medjugorje fossero liquidati e lentamente soffocati, ma tutto è rimasto come prima. È una grande vergogna!”

Era evidente che si trattava di una operazione guidata da persone sofferenti mentali. Oggi è difficile che una persona credente adulta non abbia compreso l'inganno che è alla base di certe "credenze" religiose.

Il 20 ottobre 1983 ero reduce da viaggi e dibattiti in cui ero stato invitato da piccoli gruppi per parlare delle apparizioni di Fatima, Lourdes e Medjugorje. A questi incontri in genere era presente qualche contestatore, devotissimo di queste madonne. Ricordo che nascevano dialoghi molto interessanti e molto vivi.

Come concordato in precedenza il pomeriggio del 20 ottobre 1983 il campanello della comunità ha suonato e quando ho aperto la porta mi sono trovato davanti due uomini e una donna.

Il loro parlare mi è apparso subito chiaro e il loro messaggio è stato altrettanto esplicito: "Non veniamo da questa zona, ma portiamo a lei un messaggio direttamente ricevuto dal gruppo dei 'veggenti' della Madonna: se, entro 14 giorni non tornerà a recitare il rosario quotidiano e non dichiarerà in pubblico che i messaggi della madonna sono autentici, cessando di parlare contro Medjugorje, come prete sarà gravemente punito, avrà un incidente che lo condurrà alla morte. Sono parole infallibili di Maria, la madonna in persona ci ha comunicato queste parole, noi abbiamo solo il compito di ricordargliele".

Giulio ed Emma, due membri della comunità di base, piuttosto turbati da questo messaggio ma, totalmente increduli, hanno cercato, senza successo, di dialogare, per approfondire e conoscere il contesto e i particolari. I nostri tre ospiti volevano solo eseguire l'ordine della madonna.

A dire il vero, personalmente non sono stato turbato e ho dichiarato, con poche parole e un sorriso, che non accettavo l'ingiunzione e che non sarei ritornato alla superstizione del rosario.

Ci siamo salutati non prima di aver fissato per sedici giorni dopo un nuovo appuntamento, per il mio funerale o per la mia smentita della "profezia della madonna".

Così è avvenuto: al sedicesimo giorno ci siamo incontrati nella sede della comunità. Si sono presentati solo due dei cosiddetti 'missionari di Medjugorje”.

Li ho accolti insieme ad Emma e Giulio e, superato il momento iniziale di imbarazzo da parte loro, ho preso la parola con calma e cortesia, come avevo concordato con la mia comunità: Anch'io ho un messaggio che intendo affidarvi a voce e per iscritto. Cara Madonna, mi spiace che qualcuno ti faccia giocare questa parte disonesta e giochi sulla tua presenza. In ogni caso, ti dico che, se hai lanciato questa minaccia, sei una gran bugiarda!".

Il vostro coltissimo e coraggioso vescovo diocesano ha dichiarato che è tutto un’illusione.

Come vedete la vostra delirante "profezia" della Madonna, è un’invenzione, una produzione delle vostre fantasie e dei vostri cervelli malati, ormai degni di essere buttati nella carta straccia.

Rivolgendomi ai due interlocutori di Medjugorje ho dunque detto: “É finito il tempo di usare la religione per fare paura e intimorire i fedeli. In ogni caso, siccome la citata madonna non è mai esistita e voi la usate per in vostri affari, chiedete a Dio la forza di separarvi dalle superstizioni. Maria quella vera, quella storica che con Giuseppe generò una numerosa famiglia, e tra questi Gesù, è una persona concreta, credente in Dio e non la statuina di gesso che persone mentalmente disturbate credono di vedere e sentire nelle cosiddette apparizioni. Tutte le apparizioni sono il prodotto di menti malate. Rispetto le vostre patologie mentali, ma fatevi curare. La Maria vera è tutta un’altra realtà.”

Il diritto degli artisti all'anonimato

The Guardian, Regno Unito

 

Il 13 marzo la Reuters ha svelato l'identità dell'artista Banksy: è Robin Gunningham, 52  anni. La notizia sarebbe sensazionale se il Mail on Sunday non ci fosse già arrivato vent'anni fa. Pochi giorni prima migliaia di lettori avevano pianto per l'annuncio su X della morte della scrittrice italiana Elena Ferrante. In realtà la notizia era opera dell'autore di fake news Tommaso Debenedetti.  Paradossalmente quello che accomuna Banksy e Ferrante è il fatto di essere i più famosi artisti anonimi contemporanei. Dieci anni fa un giornalista italiano aveva analizzato alcuni documenti finanziari concludendo che Ferrante fosse una traduttrice. Prima erano state diffuse teorie secondo cui le sue opere erano state scritte da un uomo o addirittura da un gruppo di uomini.

È difficile resistere a un intrigo poliziesco nel mondo reale. Per questo le persone vogliono che si colmi il vuoto lasciato dall'assenza del  “vero” Banksy o della “vera” Ferrante. Queste  indagini, però, ci dicono qualcosa più sull'ossessione per la fama che sugli artisti.

Secondo  l'avvocato di Banksy “violano il diritto alla privacy dell'artista, interferiscono con la sua arte e lo mettono in pericolo”.

Per Banksy l'anonimato è nato da una necessità, perché la street art è illegale. La copertura gli ha permesso di farsi beffe del mondo dell’arte, di mettere alla berlina i potenti e di diventare un patrimonio nazionale. Per Ferrante è stata una scelta artistica, per liberarsi “dall'ansia della notorietà” e dagli obblighi dell'editoria moderna. La decisione di un artista di restare anonimo dovrebbe essere rispettata, perché la creatività è uno degli ultimi grandi misteri umani e l'opera deve parlare per sé. Come ha già spiegato Banksy: “Se vuoi dire qualcosa e farti ascoltare, devi indossare una  maschera”. La sua maschera è l'arte. Evitiamo di distruggerla. As

Internazionale, 27 marzo 2026       

 

da Riforma del 10/04/2026

Preghiera

Cristo è risorto. Prima ancora 

che nel corpo, Gesù è risorto nella 

memoria di chi ha custodito le sue 

parole e i suoi gesti.

Nel profumo di chi ha vinto la 

paura è ripreso il suo annuncio.

Una poesia non muore finché è 

proclamata; una canzone non

finisce finché c'è una voce che la 

canta.

Gesù è la mia canzone, la mia 

poesia, quella storia infinita 

che rinasce ogni volta che viene 

raccontata.

Se anche fosse solo questa, la 

resurrezione, sarebbe poca cosa?

Ma, ecco, l’annuncio di Pasqua

mi sussurra: il crocifisso ha

attraversato la morte e l’ha vinta!

Non temere, spera!

Il tuo cuore si rinfranchi!

Sì, spera nel Dio della vita! Amen.


da Il Manifesto del 05/04/2026

Il disegno antidemocratico della nuova mappa coloniale

di Iain Chambers


Mentre scrivo, Israele e gli Stati Uniti stanno bombardando intensamente l’Iran, nel tentativo di distruggere le infrastrutture e spezzarne la volontà. Gaza è il modello, ma l’Iran è vastissimo in confronto. Mentre l’Europa si sta perdendo nelle steppe ucraine, più a sud, sulle alte pianure dell’Iran, la narrazione potrebbe anche prendere pieghe inaspettate.

La mappa si dispiega verso est dal Mediterraneo: Palestina, Mesopotamia, Persia, Afghanistan… Tratta da mappe e nomi antichi, questa potrebbe essere un invito a viaggiare con Bruce Chatwin nell’esotismo dell’Oriente, seguendo il suo eroe Robert Byron sulla strada per Oxiana. Potrebbe anche seguire il percorso fervente del cristianesimo vittoriano, desideroso di ristabilire legami vitali con la bussola morale della Terra Santa, o il romanticismo moribondo della cavalleria europea, alla ricerca dello spirito delle Crociate. Questo, insieme all’esercizio apparentemente più neutrale del mondo accademico, fa parte di ciò che Edward Said ha famigeratamente chiamato Orientalismo. Questa vaga eredità culturale è alla base della brutale pragmatica di ciò che oggi in Occidente passa per comprensione politica. Se le dichiarazioni dell’amministrazione Trump potrebbero essere semplicemente liquidate come le farneticazioni di un egemone ormai in declino, ciò che esce dalla bocca di Starmer, Macron, Merz e Meloni condivide la stessa banale semantica.

In sostanza, il mondo dell’Asia occidentale e centrale è inferiore. La loro religione è fonte di dogmi fanatici (anche se un viaggio nel sud degli Stati Uniti, o l’ascolto di Pamela White-Cain, la consigliera spirituale di Trump, dovrebbero immediatamente correggere tale presupposto). Se la cultura orientale può essere considerata attraente nel suo esotismo, essa è sostanzialmente superata dalla nostra magia tecnologica. L’Occidente ha vinto, ed è così che ci si aspetta che la narrazione continui.

Quindi, l’Oriente è una costruzione, una proiezione immaginaria che riproduce la nostra supremazia. Non si tratta solo di una proposta culturale. È fondamentalmente una proposta politica. Oggi, con l’attacco israelo-americano all’Iran e la resistenza che sta incontrando, alcuni commentatori attenti hanno iniziato a parlare della fine dell’era Sykes-Picot. Si riferiscono all’accordo segreto stipulato nel 1916 tra britannici e francesi per dividere i territori dell’Impero Ottomano in Asia occidentale, che portò alla creazione degli stati artificiali di Iraq, Siria, Libano e Giordania. Mentre il territorio della Palestina storica, posto sotto mandato britannico, era destinato, trent’anni dopo, ad essere consegnato a un gruppo di migranti europei – colonizzatori ebrei – come risarcimento per l’Olocausto. In questa logica coloniale, gli “indigeni” non furono mai consultati. Oggi, proprio come nelle precedenti pratiche coloniali, la Knesset ha appena deciso che la resistenza indigena può essere punita legalmente con l’impiccagione.

I confini tracciati sulle mappe a Londra e a Parigi sono diventati realtà sul campo, destinati a rispecchiare le premesse politiche e culturali dell’Occidente. I disordini locali, il rifiuto e la rivolta sono stati in seguito considerati semplicemente come atti di insubordinazione nei confronti di un ordine superiore. I diritti degli altri sono stati messi a tacere, e corpi anonimi disumanizzati e spesso eliminati. L’Iran non è mai entrato pienamente in quell’equazione. Non aveva mai fatto parte dell’Impero ottomano, non era arabo e seguiva una forma distinta di islam. È stato comunque inserito in quella logica rozza.

Nel 1953, il suo governo democratico fu rovesciato dall’MI6 e dalla Cia per soddisfare gli interessi petroliferi anglo-americani e fu insediato un regime autoritario filo-occidentale. Oggi vive sotto un altro regime autoritario che insiste sulla propria autonomia dall’Occidente. Ed è proprio questo il punto. Il problema non è l’autoritarismo. I governi occidentali non si tirano indietro di fronte a tali assetti politici. Si pensi al sollievo provato a Washington e a Londra dopo la repressione delle rivolte popolari della “Primavera araba”, per non parlare del sostegno di lunga data alle monarchie micidiali dell’Arabia Saudita e degli Stati del Golfo.

Mentre il mondo coloniale di ieri e oggi si ripiega su se stesso, con i migranti contemporanei come precursori, un clima politico sempre più teso in patria ricorre alla repressione. Anziché fare i conti con la storia e le responsabilità politiche di ciò che ha portato alle oscenità del presente, si cerca una soluzione rapida in slogan triti e in manifestazioni pubbliche di stupidità nazionalista. Questa pericolosa accelerazione si riduce all’identificazione retorica e all’eliminazione dei nemici: palestinesi, Iran, Russia, Islam e migranti. Ciò è accompagnato da una crescente sorveglianza e punizione del dissenso pubblico in patria.

Osare criticare la politica genocida di uno stato suprematista nel Mediterraneo orientale, che ha esaurito il proprio credito morale, può portare a un procedimento penale in casa. Non è l’unico caso di bancarotta. Questo fa parte di una riduzione generalizzata della sfera pubblica a una semplice approvazione dello status quo. Questa non è democrazia.

Cercare di piantare la bandiera della democrazia altrove, ad esempio in Iran (ma allora che dire dello stato di apartheid di Israele?), si ritorce contro, rivelando la sua crescente assenza nel mondo censurato dell’Occidente. Perché pone la questione della democrazia anche, e in modo più eloquente, per noi. La narrativa che sostiene il genocidio a Gaza, l’appoggio senza discussione all’Ucraina e l’attuale bombardamento a tappeto di Teheran è essenzialmente antidemocratica. Restringe la discussione alle distinzioni tra loro e noi. La punizione dell’Iran, o di Gaza e della Cisgiordania, o della Russia, non riguarda i diritti e le libertà delle persone. È fondamentalmente l’imposizione di una mappa coloniale – e qui sionismo e imperialismo occidentale si incastrano perfettamente – sul mondo non occidentale. E se questo significa la negazione dei diritti altrui, sta diventando sempre più chiaro che comporta anche l’arretramento e la riduzione dei nostri diritti di parlare, contestare e dissentire da ciò che apparentemente viene fatto in nostro nome. In questo senso più profondo, la richiesta di pace, proprio come quella dei diritti palestinesi o il rifiuto di avallare l’omicidio di massa degli iraniani, è una richiesta di democrazia.