venerdì 5 giugno 2026

 IL DIO CHE NON INVECCHIA

 

Le genealogie di Genesi 5 e 10

Ci troviamo certamente di fronte a brani che fungono da collegamento, da sutura, da «prosecuzione». Tragico errore sarebbe «saltare» tali passi come noiosi. Le genealogie parlano dei «padri» e delle «madri», ma dicono a noi che ognuno sta in catena, noi siamo inseriti con gli altri, stiamo in relazione. Non possiamo esistere e pensarci come «non facenti parte» d'un cammino storico.

La genealogia dice «tempo» e «successione». Dice realtà e limite: «generò, visse... anni e poi morì».

A noi appartengono (sono date!) «fette» di tempo: a Dio solo tutto il tempo. Dio non nasce e non muore. Un vero peccato che in certe traduzioni sia stato eliminato il nome «ETERNO» per dire Dio. L’Eterno è vocabolo più significativo: solo a Lui l'eternità, a noi solo un po' di termpo.

La genealogia ci restituisce alla verità di Dio (l’Eterno!) e alla verità di noi stessi (un frammento nel fluire del tempo).

La genealogia è anche una confessione di fede in Dio, l’unico che non tramonta, il cui «volto» non è segnato dalle rughe del tempo.  Sono stupende le confessioni di fede dei salmi 102, 103 e 104 (che meritano una attenta lettura). Sono parole d'uno spessore inarrivabile..: il parallelismo ebraico dei salmi fa scendere nel cuore queste espressioni, le fa penetrare e gustare. Si notino le immagini, i simboli, le  ripetizioni. Il «contrasto» tra noi e Dio balza evidente. Sono parole che marcano la distanza. Non umiliano l'uomo, ma esaltano Dio. Come non ricordare, al riguardo. la stupenda pagina di Qohélet al capitolo terzo? Lì troviamo l'elenco dei vari «tempi» della vita umana. Si noti come c'è un tempo per tutto… e ogni esperienza è segnata dal tempo: è transeunte, passeggera, effimera.

Noi non possiamo «eternizzare» nessun tempo, ma vivere ogni tempo davanti all’Eterno.

L’amore di Dio si fa tempo. Le pagine più «alte» sono state scritte da Claus Westermann in Teologia dell’Antico Testamento sul concetto e la realtà della benedizione.

Quel Dio che crea e resta il Creatore «non cessa di accompagnarci». Il Suo amore si fa tempo, è una catena che non si interrompe. Egli ci sta vicino (anche se apparentemente assente) e cammina dentro la vicenda umana. C’è qualcosa di più intimo ad un uomo-donna che il nascere, vivere, generare e morire?

Scopra l'uomo che Dio lo accompagna... e ne gioisca! È un modo diverso per dire che Dio ci offre la sua alleanza: ci fa compagnia.

Gli anni così «spropositati e diversi» (le ipotesi esegetiche sono molteplici, quanto finora inutili per «decifrare» i vari numeri... che, ovviamente, non hanno un referente cronologico preciso), probabilmente possono dirci semplicemente che, «molti o pochi» essi ci sono dati.

Dio resta libero nei suoi doni e noi restiamo fragili nel nostro mutevole esistere. Nella vita c'è molto di insondabile.

Si noti che le genealogie costituiscono un intreccio che supera le manichee separazioni tra bene e male. Dio una volta ha fatto il manicheo (è il mito del diluvio), ma poi si è pentito è ha detto: «mai più! mai più punirò l'umanità». Le genealogie sono anche la «dimostrazione» che la benedizione di Dio spesso passa attraverso il sangue dei «cattivi», degli «scomunicati», degli impuri. Ricordate anche le genealogie del Nuovo Testamento nei «vangeli dell'infanzia»? Il Dio dell'ira e della vendetta non esiste. È il nostro linguaggio violento che rende Dio «vendicatore».

La «genealogia spaziale» del capitolo 10 è una lezione di universalità. Chi trova Israele nella mappa dei popoli? Dio pensa al mondo, alle donne e agli uomini, prima che al suo popolo. Il suo popolo è tutto il mondo in queste genealogie.

Per capire qualcosa della vita e della volontà di Dio occorre guardare e vivere in grande, nell'orizzonte dei secoli (cap. 5) e nell'orizzonte dei popoli (cap. 10).

Dio non si accontenta del nostro orticello, ma è il Dio di tutti i popoli, di tutte le genti.

Israele spesso lo dimenticherà e sequestrerà Dio in mille modi, ma, quando noi lo perimetriamo, Jahvé fugge (Ezechiele 11,22-23).


Signore,

«Tu conti i passi del mio vagabondare» (Sal, 56,9);

O Signore, sei stato il nostro rifugio

di generazione in generazione.

Prima che venisserò alla luce i monti,

prima che nascesse l'universo,

da sempre Tu sei l'unico Dio.

Davanti a Te, Signore, mille anni

sono come il giorno appena trascorso,

equivalgono al turno di una sentinella.

Tu fai tornare l'uomo alla polvere

e gli dici: «Figlio di Adamo: torna alla terra!».

Li spazzi via come un sogno del mattino,

sono come l'erba che germoglia:

al mattino fiorisce e cresce,

a sera avvizzisce e si affloscia.

Siamo bruciati dal fuoco della Tua ira,

tremiamo di spavento per il Tuo furore.

Tu poni le nostre colpe davanti a Te, 

i nostri segreti alla luce del Tuo volto.

I nostri giorni passano nel Tuo sdegno,

i nostri anni fuggono come un sospiro.

La durata della vita è settant'anni,

i più robusti arrivano ad ottanta;

ma per lo più sono fatica ed affanno,

passano presto e noi ci dileguiamo.

Insegnami a contare i nostri giorni,

perché il nostro cuore diventi sapiente.

Volgiti verso di noi, o Signore.

Fino a quando dovremo aspettarTi?

Abbi pietà dei Tuoi servitori.

Riempici del Tuo amore fin dal mattino

e vivremo nella gioia i nostri giorni.

Rendici ora la gioia per lunghi giorni,

quanti furono quelli della nostra afflizione,

gli anni trascorsi tra mille sventure.

Rivela ai Tuoi servi la Tua opera,

manifesta ai loro figli la Tua maestà

e mantieni su di noi il Tuo amore.

Rendi fruttuosa la nostra fatica

e convalida l'operato delle nostre mani (Sal. 90).

Signore, nessun «diluvio» fermerà mai la Tua «benedizione»... e il Tuo amore non si consuma, non viene meno, Il salmista ci parla della tua ira e del Tuo furore, ma noi sappiamo che Tu sei un Dio amico e misericordioso, che conosce tutte le strade per venirci incontro. 

(scritto a mano nel 1978, stampato nel 1990. (f.b.))

giovedì 4 giugno 2026

da Pressenza del 02/06/2026

Le grandi potenze esibiscono il loro potere patriarcale

di Barbara Marti - Zurigo, Svizzera 


Recentemente Donald Trump ha fatto visita a Xi Jinping. Alle donne non è stato permesso partecipare ai negoziati tra le grandi potenze.

La foto di un vertice al quale hanno partecipato solo uomini ha suscitato malumore negli Stati Uniti. Le voci critiche femminili vi hanno visto un segnale per capire chi ha voce in capitolo nella politica delle grandi potenze, e chi no.

«La fine della società meritocratica»

Gita Gopinath, docente di economia all’Università di Harvard, ha scritto su X: «Un simbolo della fine della società meritocratica: un incontro tra le due più grandi economie mondiali e nessuna donna al tavolo». In entrambi i paesi ci sono donne altamente qualificate, ma rimangono escluse. A quanto pare, ciò che conta non sono le qualifiche, ma le relazioni, ha detto Gopinath al «Guardian»: «È incredibile che alla fine ci sia un tavolo occupato solo da uomini, nonostante ci siano nel mondo così tante donne qualificate».

«Le opinioni delle donne non contano nulla»

Halima Kazem, storica presso la Stanford University, ha parlato di un’involuzione. «In passato, ai vertici tra Stati Uniti e Cina dell’era Obama c’erano donne al tavolo delle trattative. Oggi nessuna delle grandi potenze ritiene che le donne debbano far parte delle delegazioni che negoziano la politica globale. Non si tratta solo di un fallimento americano. La Cina e gli Stati Uniti trasmettono così il segnale che le voci delle donne non contano nulla nella definizione dell’ordine mondiale».

Messa in scena dell’autorità maschile

Non c’è carenza di donne qualificate, afferma Kazem. «Si tratta di una decisione consapevole sul tipo di autorità che si vuole mettere in scena: maschile, militarizzata ed esclusiva.» Il fatto che entrambe le grandi potenze si presentino senza donne influenza anche l’idea di cosa sia la diplomazia «seria» – e chi ne sia escluso.

Incontri precedenti con donne

Tra le donne di alto rango che hanno partecipato agli incontri bilaterali sotto la presidenza di Barack Obama figuravano l’allora vice primo ministro cinese Liu Yandong, la consigliera per la sicurezza nazionale statunitense Susan Rice e la segretaria di Stato americana Hillary Clinton.

All’ incontro più recente, nella delegazione statunitense erano presenti tra gli imprenditori solo un paio di donne, tra cui la nuora di Trump, Lara Trump, la direttrice di Citigroup Jane Fraser e la presidente di Meta Dina Powell McCormick.

Negoziati di pace senza donne

Anche dai negoziati di pace ormai le donne sono in gran parte assenti. Eppure è scientificamente provato da tempo che gli accordi di pace durano più a lungo quando alle trattative hanno partecipato delle donne.


da ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale del 03/06/2026

Il Libano e la guerra degli altri

di ISPI


Come già accaduto altre volte nel corso della sua storia, il Libano è teatro di una guerra voluta da altri e di cui, da solo, non può decidere le sorti. Al centro del complesso scenario bellico tra Iran, Israele e Stati Uniti, il piccolo paese del Medio Oriente si ritrova a fare i conti con sfollamenti, raid aerei e un’avanzata militare come non accadeva da decenni. Nel fine settimana, le truppe israeliane hanno issato la loro bandiera sul castello di Beaufort, segnando la più profonda incursione nel Libano meridionale dalla fine dell’occupazione, durata dal 1982 al 2000. Per tutta risposta, Hezbollah ha colpito con attacchi missilistici le comunità e i villaggi nel nord di Israele. Citando quelle che ha definito ‘ripetute violazioni’ da parte di Hezbollah di un cessate il fuoco ufficialmente in vigore dal 17 aprile ma mai rispettato da nessuna delle due parti, Benjamin Netanyahu ha quindi ordinato massicci bombardamenti contro i sobborghi meridionali di Beirut, abitati prevalentemente da sciiti e considerati da Israele una roccaforte di Hezbollah. Secondo quanto riportato dal sito di notizie statunitense Axios solo l’intervento americano ha scongiurato l’attacco. Donald Trump avrebbe imposto l’altolà all’operazione in una telefonata al vetriolo con il premier israeliano in cui ha definito l’alleato “completamente pazzo”, accusandolo di mettere a rischio i colloqui di pace con l’Iran. L’escalation in Libano, comunque, è stata seguita dalla decisione della leadership politica iraniana – successivamente smentita da Washington – di interrompere ogni ulteriore negoziato, ribadendo che un cessate il fuoco in Libano è e resta una condizione preliminare per una tregua più ampia con gli Stati Uniti. Il messaggio è chiaro: ogni spiraglio di accordo tra Usa e Iran rischia di frantumarsi sul fronte libanese.

Diplomazia: eppur si muove?

Sul terreno, intanto, i segnali di tensione continuano ad accumularsi. In uno dei più gravi scambi a fuoco dall’inizio della tregua, l’Iran ha lanciato missili contro il Kuwait e il Bahrein, mentre gli Stati Uniti hanno condotto raid di “autodifesa” sull’isola iraniana di Qeshm, nello Stretto di Hormuz. Questi attacchi sono avvenuti dopo che l’esercito statunitense ha dichiarato di aver colpito una petroliera diretta verso un porto iraniano. L’agenzia britannica per la sicurezza marittima Ukmto ha riferito che non risultano danni ambientali significativi, ma l’episodio conferma la vulnerabilità delle rotte commerciali nell’area. Il Comando centrale americano ha sottolineato che migliaia di militari statunitensi continuano a sostenere il blocco contro l’Iran e che hanno già fermato 121 navi commerciali e trattenuto altre cinque imbarcazioni per verifiche. Dietro l’escalation retorica, tuttavia, qualcosa continua a muoversi sul fronte diplomatico. Fonti vicine ai negoziatori iraniani affermano che Teheran starebbe cercando un accordo temporaneo con Washington per alleggerire la pressione economica, ottenere accesso a parte dei proventi petroliferi congelati all’estero e stabilizzare la situazione interna senza affrontare subito i nodi più delicati del programma nucleare. Il Segretario di Stato Mario Rubio, tuttavia, ha chiarito che gli Stati Uniti non intendono offrire un alleggerimento delle sanzioni all’Iran in cambio della sola riapertura di Hormuz.

Trump vuole soprattutto una tregua?

La crisi arriva mentre Trump, ormai da settimane, dà per “imminente” un accordo con Teheran. Negli ultimi giorni, il presidente americano aveva ripetutamente lasciato intendere che un’intesa fosse vicina e che lo Stretto di Hormuz sarebbe stato presto riaperto alla normale circolazione di petroliere e navi commerciali. Gli iraniani sanno che Trump vuole porre fine alla guerra e cercano di sfruttare la situazione a loro vantaggio, ben sapendo che legare le questioni irrisolte sui due fronti – Libano e Hormuz – significa creare terreno fertile per nuove frizioni tra Trump, che vuole un accordo, e Netanyahu, che invece pretende di continuare ad avere mano libera. E infatti, secondo Barak Ravid, giornalista del sito di informazioni Axios con fonti vicine allo Studio Ovale, la telefonata tra Trump e Netanyahu è stata più che burrascosa. Oltre a definire il primo ministro israeliano “completamente pazzo”, il presidente americano lo avrebbe avvertito che senza di lui sarebbe “in prigione” e che ormai “il mondo intero odia Israele”. La sua rabbia, che con ogni probabilità non porterà ad una rottura tra i due, tradisce tuttavia la frustrazione del presidente nei confronti di un alleato che mette a rischio l’unica cosa che Trump vuole in questo momento: un accordo che ponga fine all’avventura militare più destabilizzante e mal gestita in cui gli Stati Uniti si siano imbarcati da decenni.

Libano, sconfitto in ogni caso?

I libanesi assistono con apprensione a questa partita che si gioca sopra le loro teste, consapevoli che i suoi esiti avranno conseguenze dirette sulle loro vite. Se le manovre diplomatiche avranno successo, beneficeranno di una pausa nell’offensiva israeliana. In caso contrario, Hezbollah farà il possibile per riportare il Sud del paese sotto il proprio controllo. Il rischio però è che il Paese esca sconfitto in ogni caso. Anche se riuscisse a scongiurare la minaccia israeliana di distruggere parte di Beirut, dovrebbe comunque quella tregua all’Iran – e questo rappresenterebbe un successo politico per Hezbollah. È in questo scenario che riprendono oggi a New York i colloqui con Israele: il governo di Beirut dovrà affrontare un dilemma annoso e irrisolto – sottoscrivere accordi che sa di non poter imporre a un Hezbollah pronto, non meno del suo avversario, a sacrificare il sud e i suoi abitanti pur di preservare il proprio arsenale, nell’interesse del protettore iraniano. “Non abbiamo altra scelta che firmare un accordo con Israele per recuperare tutto il nostro territorio – osserva Anthony Samrani su L’Orient le jour – E non abbiamo altra scelta che neutralizzare Hezbollah per riconquistare la nostra piena sovranità”. Un programma lucido, ma tutt’altro che scontato.


mercoledì 3 giugno 2026

da Domani del 18/05/2026

La strada della radicalità 

Solo così la sinistra vince 

di Gigi Riva

Nel nuovo millennio la sinistra ha vinto praticamente solo quando ha percorso un’altra strada. E la strada è quella della radicalità. Un progetto chiaro, alternativo, originale, per riprendersi il rapporto con le classi svantaggiate, l’ex bacino di consenso emigrato altrove perché non si era sentito più rappresentato

C’è un equivoco lessicale irrisolto quando si tenta, leninianamente, di rispondere alla domanda “che fare?” Che fare della sinistra italiana, soprattutto del Pd, soprattutto in vista delle elezioni che stanno dietro la curva degli ultimi mesi di legislatura? L’equivoco, di forma e di sostanza, sta nell’accavallarsi di due parole spesso usate come sinonimi ma che hanno significati assai diversi: radicalità ed estremismo. 

“Gloriose sconfitte”

È del tutto evidente, da diversi lustri, che in occidente la sinistra estremista è votata a quelle “gloriose sconfitte” che alimentano l’ego, producono la sindrome dell’orgoglio di minoranza. E relegano nell’ininfluenza. E allora la risposta spesso tentata con riflesso pavloviano è quella di cercare spazio sull’altro versante, verso quel centro che è meta agognata e irraggiungibile come un miraggio. Tanto da far supporre che, in un mondo fattosi settario, il centro non esista più, nonostante il sogno ricorrente di riproporre il modello egemone di un’altra epoca, la Democrazia cristiana.

Un aggettivo accompagna di solito quella caccia spasmodica al supposto cuore della politica: moderato. Il centro moderato. Senza comprendere che quell’elemento rassicurante è stato superato dal suo doppio. Il contrario del moderatismo è la radicalità. Sta tutto qui il dibattito scatenato dal sondaggio Izi, pubblicato su queste pagine il 9 maggio tra gli elettori del Pd. E sul quale sono variamente intervenuti con interpretazioni anche opposte il senatore Filippo Sensi, Mario Lavia, Gianfranco Pasquino e Marco Damilano.

Dopo la caduta del Muro di Berlino, l’affannosa corsa a essere più realista del re della sinistra per essere accettata dal capitalismo trionfante e cercare di emendarsi dalla colpa di essere stata comunista ha prodotto programmi elettorali simili, se non addirittura sovrapponibili a quelli della destra. Oltre agli altri, con un difetto fatale: essere una copia. Tra la copia e l’originale, l’elettorato sceglierà sempre l’originale.

Nel nuovo millennio la sinistra ha vinto praticamente solo quando ha percorso un’altra strada, dopo aver pensato che la Terza via di Tony Blair fosse la panacea di tutti i mali salvo vederla naufragare e quindi affondare con la vergogna della guerra irachena. E la strada è quella della radicalità. Un progetto chiaro, alternativo, originale, per riprendersi il rapporto con le classi svantaggiate, l’ex bacino di consenso emigrato altrove perché non si era sentito più rappresentato.

La strada tracciata

Il caso più emblematico è quello di Alexis Tsipras e del partito Syriza in Grecia, un fulmine a ciel sereno che spalancò un universo del possibile grazie ad alcune parole d’ordine irrinunciabili e che sembravano desuete, coniugandole con un rigore che ha permesso di salvare il paese dalla bancarotta temperando le ricette troppo liberiste.

Antonio Costa, il socialista portoghese, è riuscito a restare al potere per 9 anni anche grazie ad accordi con un partito che osava ancora definirsi comunista. José Louis Zapatero in Spagna è riuscito a far tramontare la stella di José Maria Aznar, punta di diamante di una destra alleata con Bush figlio e Silvio Berlusconi e che sembrava imbattibile. Lo stesso colpo era riuscito in Francia a Francois Hollande, trionfatore su Nicolas Sarkozy. E sarà il caso di sottolineare che il suo precipitare nell’irrilevanza cominciò quando si dichiarò “socialdemocratico” dopo essere stato in precedenza orgogliosamente “socialista”. Si possono infine sommare due esempi che arrivano da oltreoceano, Barack Obama e Joe Biden, entrambi arrivati alla Casa Bianca con un programma radicale.

Questo è, grosso modo, il Pantheon a cui può far riferimento Elly Schlein tra il Mediterraneo e l’Atlantico. E’ diventata segretaria del Pd grazie al consenso tra i non iscritti, dunque con una capacità conclamata di allargare gli argini di un fiume di voti altrimenti troppo stretto per vincere. Essendo il Pd il partito di gran lunga maggiore dell’opposizione può e deve trovare la forza per imporre a chi ci sta alcuni punti chiave non negoziabili per dirsi pienamente di sinistra. Uguaglianza dei punti di partenza, redistribuzione del reddito (sì, anche quella), salario minimo. Scuola e sanità come pilastri del welfare per migliorare le condizioni delle classi disagiate. E per quanto riguarda le guerre, una chiara distinzione tra aggressore e aggredito in nome della scelta della nonviolenta (non significa pacifismo a ogni costo). Differenziarsi insomma. Sfatare il luogo comune qualunquista per cui i politici “sono tutti uguali”. Non lo sono.

Esistono ancora la destra e la sinistra, sono alternative, non si possono consociare. E la seconda difende concetti che dovrebbero piacere a tutti. Come uguaglianza e fraternità (dando per scontata, se possibile, la libertà).

da Il Manifesto del 17/04/2026

ISRAELE - Impunità perpetua: tornano in uniforme i soldati stupratori

di Eliana Riva


Sono stati pienamente reintegrati i cinque soldati israeliani che hanno abusato di un detenuto palestinese all’interno del centro di torture di Sde Teiman. Le telecamere di sicurezza li avevano ripresi mentre afferravano un uomo sdraiato tra gli altri faccia a terra e lo aggredivano circondati dagli scudi dei colleghi affinché non si registrasse l’abuso. Ma la violenza è stata tale da costringere i medici a un intervento d’urgenza per salvare la vita del prigioniero palestinese. Sono stati proprio i sanitari a denunciare l’orrore che si era scatenato su quell’uomo, arrivato in ospedale in fin di vita, con polmone e intestino perforati e una lacerazione rettale da oggetto appuntito.

L’UNICA A PAGARE è stata la procuratrice militare Yifat Tomer-Yerushalmi, arrestata per aver diffuso il video dello stupro. La fuga di notizie è stata poi utilizzata dal procuratore che l’ha sostituita per motivare l’archiviazione delle indagini. La cancellazione del processo non assolve gli imputati né esclude che si siano macchiati di un crimine così orrendo, eppure tale consapevolezza non basta a tenere i cinque soldati torturatori lontani dai prigionieri palestinesi. Torneranno anzi al loro posto, come se nulla fosse accaduto, forti non solo dell’impunità per il crimine commesso ma coperti dell’immunità totale, garantita dal governo, dall’avvocatura dell’esercito e dai vertici militari. A ordinare il reintegro è stato personalmente il capo di stato maggiore Eyal Zamir, prima ancora che si chiudessero ufficialmente le indagini. Dal suo punto di vista, le prove mediche e visive della violenza, la mancanza di un’assoluzione e l’indagine di comando ancora in corso «non impedisce loro di continuare a prestare servizio». È un invito alla brutalità e allo stupro rivolto indirettamente a tutti i soldati israeliani, che hanno visto i colleghi della Force 100 osannati, ammirati, definiti «eroi» e invitati dalle radio e le tv più seguite del Paese.

Proprio in questi giorni, l’organizzazione Euro-Med Human Rights Monitor ha pubblicato un nuovo report dal titolo «Un altro genocidio dietro le mura», che documenta l’uso diffuso della violenza sessuale contro i palestinesi rinchiusi negli istituti di detenzione israeliani. Le testimonianze ottenute da Euro-Med indicano che stupro e violenza praticata sui genitali dei detenuti rientra in una politica sistematica di assalto sessuale e tortura volta all’umiliazione deliberata, l’inflizione di danni fisici e psicologici permanenti e la compromissione della capacità riproduttiva. Molti uomini, ex detenuti, hanno raccontato di essere stati violentati più volte e da molti militari insieme, sotto lo sguardo delle guardie di sicurezza.

CANI, BASTONI DI FERRO, oggetti appuntiti, ugelli di estintori hanno provocato lesioni gravi, a volte permanenti, tra cui la perdita delle funzioni riproduttive o escretorie, la rimozione dei testicoli. Anche se le testimonianze delle donne sono più difficili da raccogliere, non manca chi ha scelto di raccontare. È prassi comune promettere di stuprare figlie e nipoti, umiliare fisicamente le prigioniere, registrare la violenza sessuale con i telefoni e minacciare di rendere pubblici i video.

OGGI, NELLA GIORNATA internazionale di solidarietà con i prigionieri palestinesi, più di 9.600 palestinesi sono imprigionati nelle strutture israeliane. Una massa umana segnata da un’espansione repressiva senza precedenti. Tra essi, 86 donne e circa 350 minori, di cui 180 bambini sottoposti alla detenzione amministrativa. Questa carcerazione senza accuse né processo ha subito un’impennata verticale, raggiungendo i 3.532 casi, che colpiscono ogni strato della società civile: dagli studenti ai giornalisti, dai medici ai parlamentari, fino ai familiari dei detenuti stessi. A questa zona grigia del diritto si aggiungono 1.251 persone classificate come «combattenti illegittimi», cifra che esclude quanti sono stipati nei centri militari e centinaia di palestinesi rapiti a Gaza, di cui non si conosce la sorte.

Nelle celle, le condizioni di salute sono precipitate; le politiche di tortura e l’abuso medico sistematico hanno fatto crescere a dismisura il numero dei detenuti malati e feriti. Il bilancio delle morti in custodia dal 1967 è salito a 326 vittime, di cui 89 solo negli ultimi due anni e mezzo. Rimane poi l’incognita su decine di scomparsi da Gaza e su 97 salme che le autorità continuano a trattenere, negando persino la sepoltura.

ANCHE IERI i militari hanno sequestrato un corpo, quello del 17enne Mohammad Murad Rayan, ucciso in un raid nel villaggio palestinese di Beit Duqqu, a nord-est di Gerusalemme. È il secondo minore palestinese ammazzato in un giorno: Saleh Badawi, di soli nove anni, è stato colpito a morte nel quartiere Zaytoun. Il bilancio di giovedì a Gaza è di quattro vittime.

Ieri, per la prima volta dal cessate il fuoco, il capo-negoziatore di Hamas, Khalil al-Hayya, ha incontrato al Cairo Aryeh Lightstone, consigliere del presidente Usa Trump, membro del cosiddetto Board of Peace. Al-Hayya ha dichiarato che il movimento non intende parlare della seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco, e quindi del disarmo, prima che Israele completi la fase 1 interrompendo i massacri. Tel Aviv, al contrario, ha minacciato il gruppo di riprendere i bombardamenti a tappeto.


da Il Manifesto del 19/04/2026

Germania, sondaggio shock:

Sorpassata la Cdu, Afd prima

di Sebastiano Canetta 


I fascio-populisti di Alternative für Deutschland tornano a essere il primo partito a livello nazionale nei sondaggi mentre il cancelliere Friedrich Merz cola a picco nel consenso fino a diventare il «premier più impopolare del mondo», come rileva Morning Consult, la società di ricerca Usa leader nell’analisi della pubblica opinione.

Due trend politici opposti restituiscono l’immagine della Germania Infelix che vede nero sotto tutti i punti di vista, a cominciare dall’orizzonte politico. Ancora una volta l’estrema destra incarnata da Alice Weidel si conferma capace di convincere la maggioranza dei tedeschi sempre più provati dal caro-energia e dagli esorbitanti costi economici del conflitto in Ucraina di cui Berlino è il primo supporter nell’Ue.

SECONDO L’ISTITUTO WAHLEN nelle intenzioni di voto per il prossimo Bundestag i fascio-populisti ieri hanno superato di nuovo i democristiani facendo registrare il record storico: 26% contro 25% è il gap apparentemente sottile che separa Afd dalla Cdu-Csu, ma in realtà la distanza fra i due sfidanti è assai più pesante. Mentre il partito di Weidel incassa il risultato della presa di distanza dalle guerre di Donald Trump, il cancelliere ne paga la compartecipazione: non solo le due basi dell’Us Air Force in Renania fungono da hub logistico per la guerra contro l’Iran, ma anche il governo Merz ha continuato a rifornire di armi le forze armate israeliane, persino dopo l’invasione del Libano.

Così la fiducia nel leader della Cdu tocca il minimo assoluto. A leggere la rilevazione del «barometro politico» della tv pubblica Zdf appena un terzo dei tedeschi approva in qualche modo le politiche del capo di governo, dal mega-riarmo a debito fino al giro di vite sull’immigrazione. Oggi il 65% giudica invece negativamente il suo lavoro (trenta giorni fa era il 57%) mentre solo il 30% lo giudica positivo (a marzo era il 38%) con la maggior parte del pollice verso registrato proprio fra i sostenitori dell’Union cristiano-democratica.

NON SI SALVA NEMMENO il vice-cancelliere della Spd, Lars Klingbeil, ministro delle Finanze, il cui operato viene percepito negativamente da sei cittadini su dieci. Bocciata pure la ministra dell’Economia, Katherina Reiche (Cdu), «amica delle imprese» e mal considerata dalla maggioranza del paese.

Sono le condizioni perfette per Afd, il terreno ideale per preparare l’assalto finale alla socialdemocrazia che si concretizzerà nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento della Sassonia-Anhalt il prossimo settembre. Di fronte al 40% di Afd nei sondaggi emerge tutta la fragilità dell’azione politica anti-fascista da parte dei partiti democratici. Se Alice Weidel conquisterà la maggioranza assoluta dei voti non basterà più il Brandmauer (il patto di isolamento dell’ultradestra firmato da Cdu-Csu, Spd, Verdi e Linke) e forse sarà anche troppo tardi per la messa al bando del partito.

UN SOGGETTO MAI COSÌ popolare, come dimostra il caso dell’Uckermark, regione del Land del Brandeburgo in cui domani si aprono le urne per il consiglio distrettuale. Qui Afd potrebbe eleggere il secondo borgomastro della sua storia: si chiama Felix Teichner e in queste ore sta concludendo il suo tour elettorale a cavallo del ciclomotore marca Simson, l’icona della Ddr, il simbolo dell’orgoglio della Germania dell’Est irriducibile alla sola esperienza comunista, anzi. Anche il principale candidato dei fascio-populisti in Sassonia-Anhalt, Ulrich Siegmund non a caso ha scelto lo stesso mezzo ormai identitario di un’intera ideologia.

SI GIOCA ANCHE COSÌ la partita a cavallo del Brandmauer locale. Nell’Uckermark domani sarà tutti contro Afd: la democristiana Karina Dörk, che governa da otto anni, è sostenuta dai partiti democratici uniti dopo che nessuno è riuscito a esprimere il proprio candidato. Spetta a lei fermare i fascio-populisti nel Land dove l’Ufficio per la protezione della Costituzione ha classificato Afd come «soggetto politico composto da estremisti di destra». E suona come ultima chiamata di fronte al boom apparentemente inarrestabile di Alice Weidel, fresca del suo ultimo capolavoro politico: molto prima della piroetta di Giorgia Meloni, già con il rapimento di Maduro, la primadonna dell’ultradestra tedesca aveva fatto un passo di lato rispetto a Trump.


martedì 2 giugno 2026

Il Fatto quotidiano, 26 maggio

INTERVISTA Hamid Dabashi Columbia

“La vittoria dell’Iran cambia la regione: gestire Hormuz è più efficace della atomica”

“Il piano di Trump fantasioso si è ritorto contro Bibi sia sul fronte iraniano sia su quello Usa”

Israele ha trascinato in guerra Trump e i membri filoisraeliani del Congresso. Netanyahu pensava di trarre vantaggio da questo piano fantasioso, che però si è ritorto  contro di lui sia sul fronte iraniano sia su quello statunitense dell’Iran.

Titolare della cattedra Hagop Kevorkian di Studi iranici e  letturatura comparata presso la Columbia University, è autore di una ventina di libri, tra cui Theology of Discontent e Iran, the Green Movement and the Usa.

In che situazione si trova oggi l’Iran?

La vittoria iraniana sta cambiando l’intero scenario geopolitico della regione. Non solo la Repubblica islamica non è caduta, ma si è rafforzata e un nazionalismo anticoloniale si è mobilitato per difendere la patria. Ma la leaderships al potere a Teheran si trova anche a dover affrontare le legittime aspirazioni democratiche di una nazione potente.

Lei vive a New York. Qual è la situazione negli Usa dopo la guerra all’Iran?

La stragrande maggioranza degli americani è contraria a questa guerra. Anche negli Stati Uniti si assiste a un risveglio nazionale collettivo e a una rivolta contro il tentativo israeliano di saccheggiare le loro risorse. Gli americani si chiedono perché i miliardi di dollari delle loro tasse debbano essere sprecati in questa guerra inutile per conto di Israele. Per ora Israele e Donald Trump sono, evidentemente, i perdenti.

Chi sono i nuovi uomini al potere a Teheran?

In Iran esiste un apparato statale come altrove, sarebbe meglio chiedersi non chi è al comando ma cosa. In ogni caso è troppo presto per dirlo perché, dopo la decapitazione della leadership, l'apparato statale verrà ricostruito. Con l'assassinio della Guida Suprema Ayatollah Khamenei - un atto terroristico efferato, mirato a colpire un capo di Stato - qualcosa è cambiato per sempre. Suo figlio Mojtaba è una figura di rappresentanza, un simbolo, un guerriero ombra come il Kagemusha di Akira Kurosawa. È stato scelto dai pasdaran che ora detengono il controllo.

Che cosa pensa dell'ipotesi, avanzata dal New York Times secondo cui Israele avrebbe voluto l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad come futuro leader dell'Iran?

È una supposizione assurda, un’ipotesi incredibilmente razzista e ignorante.

L’Iran avrà un vantaggio decisivo nello Stretto di Hormuz?

Sì, ora l’ha e ce l’avra in futuro, in collaborazione con l’Oman. È la risorsa geostrategica più potente dell’Iran, molto più efficace, utile e potente di una bomba atomica. - 

Che cosa pensa dei diversi punti del possibile accordo, in particolare gli asset congelati e del nucleare?

Per l’Iran le questioni cruciali sono lo scongelamento degli asset, la revoca del blocco navale statunitense e la possibilità di realizzare il proprio progetto nucleare a fini civili. Si tratta di interesse nazionale, ma anche di una questione di sicurezza e di orgoglio. Per gli iraniani l’energia nucleare è paragonabile alle risorse petrolifere degli anni Cinquanta quando gli Stati Uniti e Gran Bretagna cercarono di accaparrarsele organizzando un colpo di stato contro il premier Mossadegh.

A differenza di Israele, l'Iran è firmatario del Trattato di non proliferazione nucleare e, in base agli impegni assunti, ha diritto al nucleare a fini pacifici.

Israele potrebbe mandare a monte l’accordo?

Sì, certo, con operazioni segrete, assassinii di scienziati iraniani, attacchi informatici. Il solito copione! E non rispetteranno la parte dell’accordo che riguarda il Libano.