Stati
Uniti
I Mondiali di calcio
alla corte di Trump
Simon Kuper, Financial
Times, Regno Unito
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Tra propaganda, contestazioni e polemiche sui prezzi
dei biglietti, il torneo potrà rafforzare o danneggiare il presidente. E
influenzerà il futuro della manifestazione

Le mascotte dei Mondiali di calcio (Maple, Zayu e
Clutch) con quella dell’Empire state building. New York, 3 marzo 2026 (Charly
Triballeau, Afp/Getty)
Di questi tempi è difficile trovare qualcuno che non
veda l’ora di assistere alla Coppa del mondo di calcio maschile. O forse
sarebbe meglio chiamarla “Coppa del mondo Maga”, come ha proposto il politologo
olandese Cas Mudde. Per Minky Worden, a capo delle iniziative globali di Human
rights watch, l’immagine di Gianni Infantino, presidente della Federazione
internazionale di calcio (Fifa), mentre consegna a Donald Trump il “premio per
la pace Fifa” – poco prima che Washington attaccasse Venezuela e Iran – è “una
metafora dei problemi del torneo”. Trump aspira a entrare nel firmamento delle
stelle del mondiale, accanto a Pelé, Diego Maradona e Lionel Messi.
Gli Stati Uniti sono il principale paese organizzatore, con 78 gare in
programma tra cui quasi tutte quelle più importanti mentre Canada e Messico ne
ospiteranno tredici a testa. Io ci sarò per seguire il mio decimo Mondiale. I
tifosi sono indignati perché anche per assistere alle partite minori si pagano
migliaia di dollari (ma ora i prezzi stanno crollando perché tanti biglietti
sono rimasti invenduti e gli alberghi sono mezzi vuoti). Le ong temono che l'Immigration
and customs enforsement (Ice) approfitterà della manifestazione per dare la
caccia agli immigrati. Todd Lyons, il direttore dell'Ice, ha dichiarato che la
sua agenzia avrà un ruolo di primo piano nell'apparato di sicurezza del torneo.
Se le persone di origine latinoamericana dovessero presentarsi nei bar e negli
stadi indossando le magliette del Messico o della Colombia, potrebbero
diventare facili bersagli delle forze dell'ordine.
È
vero che questi saranno i “Mondiali di Trump”? Oppure diventeranno un boomerang
per lui? La coppa segnerà l'inizio di una nuova era o si inserirà perfettamente
nella storia dei rapporti tra calcio e politica?
Il sogno di Rimet
Il torneo è stato fondato da Jules Rimet, figlio di un
droghiere parigino che diventò presidente della Fifa nel 1921, appena due anni
dopo essere tornato a casa dalla prima guerra mondiale, a cui era sopravvissuto
per miracolo. Parlava raramente della guerra, ma era chiaro che
quell'esperienza aveva stravolto la sua visione del mondo. Come molti reduci,
era ossessionato dalla pace. Per tutto il resto della sua vita si concentrò sul
“calcio e la riconciliazione tra i popoli”, per citare il titolo di un libretto
che pubblicò a ottant'anni. Rimet era convinto che il calcio potesse eliminare “i
sospetti e le rivalità che oggi continuano a spingere i popoli gli uni contro
gli altri”.
Nel 1930 la Fifa organizzò la prima Coppa del mondo,
ma non aveva i soldi. All’epoca l’organismo che governava il calcio a livello
mondiale non aveva neanche un conto in banca. E il suo segretario e tesoriere,
Carl Hirschmann, un agente di cambio di Amsterdam, investiva in azioni gli
esigui fondi dell’organizzazione, all'insaputa di tutti. La Fifa aveva bisogno
di un paese ospitante disposto a pagare per gli stadi, le infrastrutture, la
sicurezza e tutto il resto.
Per fortuna si fece avanti l'Uruguay. L’intervento si
rivelò provvidenziale quando il crollo della borsa del 1929 mandò in rovina Hirschmann
e azzerò quasi tutte le risorse della Fifa. Da allora il principio secondo cui “chi
ospita paga” è rimasto alla base del torneo. Negli anni questa dinamica ha
spinto la Federazione ad affidarsi a paesi governanti da autocrati in cerca di
prestigio e capaci di spendere somme enormi senza dover render conto al parlamento
o all’opinione pubblica.
La seconda edizione, nel 1934, si disputò nell’italia
di Benito Mussolini. Rimet, che durante la seconda guerra mondiale avrebbe
collaborato col regime di Vichy, non aveva problemi con il fatto che il torneo
fosse organizzato da un paese fascista. La sua idea di “pace attraverso il
calcio” permetteva alla Fifa di fare affari con qualsiasi stato a eccezione
delle colonie che non contavano nulla. Rimet cercò di compiacere dittatore
italiano (un'impresa non sempre facile) e in seguito scrisse di aver avuto
l’impressione che il vero presidente della Federazione internazionale di calcio
fosse Mussolini”.
La sera in cui l’Italia vinse la finale, il presidente
della Federazione di calcio italiano, il generale Giorgio Vaccaro, portò gli
uomini della Fifa a cena in un ristorante lussuoso di Ostia. Nelle memorie
scritte dopo la fine della seconda guerra mondiale, Rimet sembra consapevole
che alcuni lettori avrebbero potuto non gradire il passato di Vaccaro alla
guida delle truppe fasciste sul fronte orientale, ma sottolinea che non era
necessario apprezzare la sua attività politica e garantisce che Vaccaro era
stato un’ospite impeccabile.
In seguito la Fifa candidò Rimet al premio Nobel, ma
nel 1956, mentre veniva preparato il dossier da presentare al comitato
norvegese, lui morì, a 82 anni. Nei decenni successivi la Fifa ha continuato a
strizzare l’occhio ai regimi più brutali. La giunta militare argentina ospitò
il torneo nel 1978, mentre nel 2018 è toccato a Vladimir Putin. Nel 2034 sarà
il turno del principe ereditario Saudita Mohammed bin Salman. Sempre nello
stesso spirito della pace attraverso il calcio il predecessore di Infantino, Sepp
Blatter, raccontava di aver incontrato l’organizzazione che gestisce il Nobel
per chiedere che il premio per la pace fosse assegnato “al calcio, non a una
persona. È per il movimento, per la Fifa”. Nel 2015 Putin, che di guerra e pace
se ne intende, ha dichiarato che Blatter avrebbe assolutamente dovuto ricevere
il Nobel.
I Mondiali del 2018 hanno preso il via a Mosca con il “derby
del petrolio”, tra Russia e Arabia Saudita. Prima del calcio d'inizio, quando
Putin si è alzato per fare un discorso, il pubblico, quasi tutti i russi, ha
applaudito, ma solo per pochi secondi. Mentre il presidente parlava del calcio
come strumento per diffondere l'amore, l'attenzione dei tifosi è scesa
rapidamente e la sua voce è stata coperta da un brusio di chiacchiere.
Il boato più forte è arrivato quando Putin ha concluso
il suo discorso, prima di sedersi a mettersi a parlare con Bin Salman e
Infantino.
Premio di
consolazione
Quel momento ha segnato l'ingresso di Infantino nel
club degli autocrati. Sarà stata un'esperienza elettrizzante per un funzionario
svizzero anonimo e senza carisma ritrovatosi improvvisamente a capo della
Federazione nel 2016. Nel corso degli anni è diventato sempre più simile ai
compagni del club: è ricco (l'anno scorso ha guadagnato più di sei milioni di dollari)
e non si deve preoccupare né del consenso (è stato rieletto due volte senza
avversari) né delle critiche dei mezzi di informazione. La sua ultima
conferenza stampa risale al 2023. Infantino amministra la Fifa da solo, al
punto che il modo migliore per seguire l'attività dell'organizzazione è
controllare il suo profilo Instagram.
Di sicuro ama frequentare i potenti. Con l’avvicinarsi
di questi Mondiali, ha lavorato soprattutto dalla sede della Fifa a Miami, poco
lontano dalla tenuta di Trump. L'anno scorso il Presidente degli Stati Uniti ha
passato più tempo con lui che con qualsiasi capo di stato. Infantino, tra le
altre cose, ha partecipato al Vertice per la Pace organizzato da Trump e Sharm
El Sheikh, in Egitto, dove ha festeggiato il presunto cessate il fuoco tra
Israele e Hamas.
“Senza Trump non ci sarebbe la pace”, ha dichiarato in
quell'occasione promettendo che la Fifa avrebbe “sostenuto e assistito” il “processo
di pace”. Era anche al primo vertice del Consiglio della Pace di Trump e alla
prima del documentario su Melania Trump.
Da capo della Fifa ha capito la frustrazione di Trump
per non aver ricevuto il Nobel e ha pensato di consolarlo con il “premio della
pace Fifa”. Questa deferenza probabilmente non fa bene alla reputazione della
Coppa del Mondo. A questo punto è evidente che la Federazione ha rinunciato a
quella capacità di pressione e negoziazione che normalmente esercita sui paesi
ospitanti. Ma l'obiettivo di Infantino sembra essere più personale.
Trump
vede i Mondiali di calcio in modo diverso rispetto a tutti i presidenti
autoritari che li hanno organizzati prima. Mussolini, i generali argentini,
Putin e la famiglia reale del Qatar cercavano di fare sportwashing, cioè usare il torneo per proiettare l'immagine di un
paese accogliente e con infrastrutture all'avanguardia. Mussolini pagò il
viaggio ai tifosi stranieri, mentre la giunta argentina costruì un muro lungo
la strada principale che porta a Rosario, facendoci dipingere sopra le facciate
di case eleganti, nel goffo tentativo di nascondere le baraccopoli (il “muro
della miseria” ebbe vita breve, perché gli abitanti della baraccopoli rubarono
il cemento per allargare le loro case). Putin permise ai visitatori di entrare
in Russia senza bisogno di un visto.
Protesta in
diretta
Trump non è interessato allo sport-washing, anche perché non vuole apparire rassicurante ed è
orgoglioso di essere ostile nei confronti degli stranieri. I tifosi di Haiti,
Senegal, Costa d'Avorio e Iran non potranno chiedere un visto per assistere
alle partite della loro nazionale, un elemento che sembra violare la regola
della Fifa contro la discriminazione. Inoltre Trump non cerca minimamente di
nascondere le violenze commesse dal suo esercito e dall'Ice, anzi ne vanta. L'obiettivo
di questi Mondiali non è cambiare l'immagine degli Stati Uniti di Trump
all'estero.
Piuttosto il presidente vuole essere il protagonista
principale del più grande spettacolo del mondo. Ha dichiarato che la coppa è “come
avere molti Super Bowl di football in pochi giorni. Alcune partite sono più
importanti del Super Bowl”. Ha ragione: da tempo le singole partite dei tornei
internazionali di calcio attirano un pubblico televisivo più numeroso.
Se altri leader puntavano a patrocinare un evento senza
scossoni, Trump ha imparato dalla TV e dai reality show che il conflitto genera
intrattenimento. Possiamo aspettarci che parli quotidianamente del torneo, con
commenti sui tifosi di Haiti, sulla squadra iraniana, sul Canada, (il “51°
stato americano”) e su altro. Sarà tentato di intervenire direttamente nelle
vicende del torneo.
Quello che forse non farà è sostenere più di tanto la
nazionale statunitense, perché la squadra ha pochissime speranze di vincere e
perché alcuni giocatori potrebbero criticarlo (è successo più di una volta che
atleti statunitensi snobbassero i suoi inviti alla Casa Bianca.
Ma questi mondiali non saranno solo “lo show di Trump”.
Se i leader politici cercano sempre di strumentalizzare il torneo, i loro
oppositori usano quel palcoscenico per contestarli. Quando la squadra italiana
arrivò a Marsiglia per la Coppa del Mondo del 1938, si scontrò con la Norvegia
in campo e con 10.000 esuli politici italiani sugli spalti, scrive Simon
Martin, autore di Calcio e fascismo, (Mondadori
2006). In quell'occasione il saluto fascista eseguito dai calciatori prima del
calcio d'inizio provocò quella che il commissario tecnico dell'epoca Vittorio
Pozzo definì “una raffica di fischi e insulti”. La squadra rispose ripetendo il
saluto.
Spesso i Mondiali finiscono per attirare l’attenzione verso
i problemi che il paese ospitante vorrebbe nascondere. Le ong straniere hanno
approfittato delle elezioni in Argentina e Qatar per sottolineare
rispettivamente le torture inflitte dalla giunta militare. Al contrario di quei
regimi, Trump deve preoccuparsi delle proteste interne, e sfortunatamente per
lui il torneo si svolge quasi per intero in città progressiste. Tutte le undici
città che ospiteranno le partite, infatti, hanno scelto un candidato
democratico alle elezioni più recenti. All’interno e all’esterno degli stadi,
una Coppa del mondo offre un palcoscenico ideale al dissenso. I Mondiali
potrebbero trasformarsi in un terreno di scontro nella guerra culturale, come d’altronde
quasi ogni evento negli Stati Uniti.
Lo stadio storicamente è un luogo di libertà universale.
Anche in paesi guidati da regimi autoritari, è spesso l’unico luogo dove grandi
folle si riuniscono per cantare e gridare quello che vogliono. Tradizionalmente
la Fifa reprime ogni gesto “politico” negli impianti in cui si disputano le
partite, e agli spettatori è vietato diffondere messaggi di natura politica.
Nel 1998, in occasione dell’incontro tra Iran e Stati Uniti disputato a Lione in
Francia, ho assistito a quella che forse è stata la più eclatante protesta
della storia della Coppa del mondo. Appena prima del calcio di inizio, migliaia
di iraniani che vivevano in Europa si sono alzati hanno mostrato magliette con
la fadissidente mariam Ryan. Ogni volta che il pallone finiva sugli spalti, gli
spettatori si alzavano in piedi per far vedere le magliette. Ma chi guardava la
partita in tv non se ne accorto, perché la fifa aveva dato ordine di non
riprendere quelle persone. Purtroppo per Trump, stavolta la strategia non
funzionerà, perché i tifosi si fermeranno da soli con i telefoni. Con la sua popolarità
ai minimi storici, probabilmente verrebbe fischiato se la sua faccia dovesse
comparire sui maxi schermi. La prospettiva di una simile umiliazione potrebbe
tenerlo lontano dagli stadi.
Lacrimogeni sui tifosi
L’America
progressista sta sfruttando il torneo per organizzare una mobilitazione
coordinata. Il sindaco di New York Zohran Mamdani, appassionato di calcio
africano e tifoso dell’Arsenal, ha capito che c’era spazio per un politico di
sinistra innamorato del calcio. Oggi guida la protesta contro il costo
esorbitante dei biglietti di recente annunciato di averne ottenuti mille che
saranno distribuiti a 50 dollari ai newyorkesi. Anche Karen Bass, la sindaca di
Los Angeles, ha cavalcato la rabbia per i prezzi dei biglietti, mentre i
procuratori generali di New York e del New Jersey stanno indagando sulla
gestione italiana da parte della Fifa. Tutto questo riflette la recente
attenzione riservata dai democratici all’accessibilità economica in un paese
governato da un miliardario. […]
Internazionale, 12
giugno 2026