lunedì 19 agosto 2019

IL SILENZIO DEL MONDO

Tel Aviv ha un piano preciso, il silenzio del mondo lo legittima”

Si guarda avanti, a ciò che significano le demolizioni a Sur Baher per tutti i palestinesi che vivono a ridosso del Muro e per i sobborghi della zona araba (Est) di Gerusalemme, in particolare di quelli tra Gerusalemme e Betlemme. Ne abbiamo parlato con Younes Arar, attivista impegnato in queste ore a Suyr Baher e uno dei responsabili di Frontline Defenders, comitato per la difesa dalla colonizzazione e dalla demolizione delle case.
Lei parla di una Nakba palestinese a Gerusalemme.
Non esagero. Le demolizioni da parte di Israele di abitazioni palestinesi sono una costante a Gerusalemme Est. Quasi ogni giorno apprendiamo che una famiglia palestinese è rimasta senza casa. I bulldozer israeliani sono sempre in azione. Ma si tratta di demolizioni di una o due case, goccia dopo goccia. Così massicce, ampie, non si erano ancora viste a Gerusalemme, almeno negli ultimi decenni. La vastità delle distruzioni, l’espulsione e il trasferimento in un solo colpo di tanti civili mi porta a parlare di Nakba, di una nuova catastrofe. E temo che avrà sviluppi ancora più gravi in futuro.
Quali saranno questi sviluppi?
Le demolizioni in atto intorno al Muro dell’apartheid non avvengono solo sul versante di Gerusalemme sotto occupazione israeliana. Le ruspe stanno operando anche sull’altro versante, in Area A della Cisgiordania, che ricade sotto l’autorità dell’Anp (del presidente Abu Mazen). Diversi degli appartamenti distrutti avevano ricevuto permessi edilizi dall’Anp e questo è stato normale e legale per anni. Ora quei permessi non valgono più, è tutto illegale. E’ un attacco frontale agli Accordi di Oslo (tra Israele e Olp, del 1993) che evidentemente il governo israeliano non ritiene di dover rispettare. Più di tutto temo che, tenendo conto del colpevole silenzio della comunità internazionale, Israele con il pretesto della sicurezza e della protezione del suo Muro stia cercando di legittimare un piano di demolizioni che riguarderà centinaia di case palestinesi vicine al Muro, in particolare nell’Area C della Cisgiordania che ricade sotto la sua autorità. Gerusalemme Est sarà ulteriormente separata dal resto della Cisgiordania, attraverso la costruzione di nuove colonie e la creazione di un’ampia zona-cuscinetto sul versante cisgiordano del Muro.
Lei sottolinea il silenzio del resto del mondo.
Per me è l’aspetto più inquietante di questa vicenda. Certo, l’Onu ha preso posizione ma in generale le reazioni della comunità internazionale sono state modeste. L’Unione europea non è andata oltre la diffusione di un comunicato in cui critica le demolizioni a Sur Baher. Ci vuole ben altro. Stiamo parlando di rispetto delle leggi internazionali, di difesa di diritti politici e umani. All’estero dovrebbero porsi questo interrogativo: perché il diritto alla casa è tutelato in Israele mentre è incerto per i palestinesi sotto occupazione militare? Non chiediamo più diritti degli altri, vogliamo solo il rispetto dei nostri diritti. (m.gio)
Il Manifesto 23/07

IL VERO ANALFABETISMO E' QUELLO EMOTIVO

di Moreno Montanari
Si fa un gran discutere dei risultati degli studenti italiani nei test Invalsi, che attestano per molti di loro seri deficit in italiano e matematica, o del livello di istruzione degli elettori della Lega, ma solo ad un occhio miope può sfuggire che la vera urgenza educativa si chiama analfabetismo emotivo.
Non si tratta tanto di "restare umani", come da più parti s’invoca in questi tempi di risentito cinismo, ma di imparare a diventarlo, come aveva capito benissimo Konrad Lorenz quando sosteneva che l’anello mancante fra la scimmia e l’uomo fosse proprio l’essere umano. 
Se si vuole davvero invertire la rotta, occorre ripensare ogni idea di formazione che creda di poter promuovere cambiamenti di mentalità soltanto mutando l’orizzonte valoriale di riferimento, magari potenziando nelle scuole le ore di educazione e cittadinanza.
Serve piuttosto una pedagogia sensibile al corpo, capace di orientare la grammatica sentimentale dei nostri vissuti, di educare alla consapevolezza delle emozioni e alle conseguenze dei nostri atteggiamenti. Urge un sapere capace di dare voce a quanto viviamo, alla confusione e alla complessità del mondo, dentro e fuori di noi, a partire dalla nostra personalissima vicenda biografica, per imparare a riconoscerla come inevitabilmente intessuta con quella degli altri. «Partire da ciò che provo, che sento », e non dal vago e semplicistico, «che cosa ne pensi?», significa «restituire all’individuo un’intenzionalità più soggettiva e libera dalle oggettivazioni culturali dominanti » o del senso comune, permettergli di esprimersi e di sentirsi realmente coinvolto in quanto apprende, riducendo la distanza tra il sapere teorico, che si conosce ma non si apprende, e la sua viva elaborazione personale. È questa l’idea che anima, sulla base di una pluridecennale esperienza, il bel libro di Ivano Gamelli e Chiara Mirabelli: Non solo a parole. Corpo e narrazione nell’educazione e nella cura (Raffaello Cortina editore). Educare, scrivono, «significa mettere in relazione ciò che siamo, con ciò che facciamo, sentiamo, pensiamo; è ricercare un’armonia, o quanto meno, un dialogo, tra le diverse dimensioni che ci attraversano".
È proprio a partire dal metodo biografico che la psiche individuale può interfacciarsi con le forme culturali della società, imparare a comprendere la propria esperienza, confrontarla con quella degli altri e immaginare come cambierebbero le cose se ci scambiassimo di posto. L’empatia di cui tanto, giustamente, si lamenta l’assenza resterà sempre un concetto vuoto se non viene sperimentato in una relazione viva che pone l’attenzione alle proprie emozioni ed esercita alla consapevolezza. Di qui una vasta proposta di pratiche filosofiche, corporee e biografiche che scandiscono le pagine di questo libro che tenta di incrociare saperi che faticano a comunicare tra loro, focalizzando l’attenzione sulla capacità di ascoltarsi e a familiarizzare con i propri vissuti. Perché, come scriveva il poeta John Keats, "la vita è un’avventura da vivere, non un problema da risolvere".

Il libro Non solo a parole
di I.Gamelli e C.Mirabelli (Raffaello Cortina editore, pagg. 156, euro 15)

La repubblica, 17 agosto

IL SOMMERSO CHE NON VEDIAMO

di Roberto Mania
Un euro e ottanta centesimi per ogni ora di lavoro.
Succede in Italia, nel 2019. Senza che questo provochi indignazione collettiva, sconcerto, vergogna. Così è passata quasi inosservata la notizia di un giovane (il fatto che fosse bengalese non ha, ovviamente, alcun rilievo) pagato 1,80 euro all’ora per lavorare dalla mattina alla sera, per quasi undici ore consecutive, come pastore a Casamassima, in provincia di Bari. Il suo sfruttatore (un pregiudicato di 46 anni) è stato arrestato. Meglio, però, non voltare pagina, non abbassare lo sguardo o fare spallucce, e provare, invece, a capire perché possa succedere in un Paese che resta tra le otto grandi economie mondiali, che ha una forte tradizione sindacale, che ha messo il lavoro nel primo articolo della sua Costituzione anche per proiettarsi nel futuro e cancellare il passato corporativo.
Ci sono i numeri che aiutano a raccontare i nostri comportamenti. In Italia, quella che l’Istat definisce "l’economia non osservata", e cioè il sommerso economico e le attività illegali, vale circa 210 miliardi di euro, pari al 12,4 per cento del Pil. Il 37,2 per cento di questa quota importante dell’economia deriva dal lavoro irregolare. Ci sono 3,7 milioni di lavoratori irregolari, pari a circa il 15,6 per cento del totale. La maggior parte di questo lavoro nero o grigio si svolge nel settore dei servizi alla persona (poco più del 47 per cento), nell’agricoltura (il 18,6 per cento), nelle costruzioni (il 16,6 per cento) e negli altri servizi. Insomma il sommerso è tra noi.
Come ben sappiamo quando non chiediamo la ricevuta fiscale all’idraulico o al meccanico, sedotti dallo sconto presunto e, invece, complici consapevoli di una catena di grandi e piccole irregolarità (fiscali e contributive) che conducono fino al pastore di Casamassima. Non chiudiamo gli occhi: è così. C’è una responsabilità collettiva che produce l’economia sommersa così estesa, uno scarso senso civico, una carenza di solidarietà, una miopia disarmante.
Nel nostro Paese c’è un vicepremier ancora in carica, nonché ministro dell’Interno, che recentemente ha detto (tra gli applausi) che non ci dovrebbe essere alcun limite all’uso del contante. «Ognuno è libero di pagare come vuole e quanto vuole». Anche per questo Casamassima è così lontana da Stoccolma.

La Repubblica, 19 agosto

PREGHIERA



Signore,
Tu ci interpelli, 
ma noi ci volgiamo altrove.
Tu ci indichi una strada,
ma noi ne prendiamo un'altra.
Tu ci proponi il sentiero di Gesù,
ma noi scegliamo altri cammini.
Grazie per il tuo amore che ci cerca.
Siamo noi la pecora perduta 
che ha bisogno di essere ritrovata.
F.B.

IL TOPINO

Il topino

Un topino si impadronì un giorno della briglia di un cammello e ordinò a quest'ultimo di mettersi in marcia. Il cammello era docile e si mise in marcia. Il topino si gonfiò d'orgoglio.
Arrivarono improvvisamente davanti a un piccolo ruscello e il topino si fermò.
«Oh amico mio!», disse il cammello. «Perché ti fermi? Procedi, tu che sei la mia guida!»
Il topino disse:
«Questo ruscello mi sembra profondo e temo di annegare».
Il cammello:
«Proverò!»
E avanzò nell'acqua.
«L'acqua non è molto profonda. Non oltrepassa i miei garretti.»
Il topino gli disse: «Ciò che ti appare come una formica è per me un drago. Se l'acqua ti arriva ai garretti, oltrepasserà allora la mia testa di centinaia di metri.»
Allora il cammello gli disse:
«In questo caso, smetti di essere orgoglioso e di considerarti una guida. Esercita la tua superbia sugli altri topi, ma non su di me!»
«Io mi pento», disse il topino, «ma, in nome di Dio, fammi attraversare questo ruscello!»

Rumi, Racconti Sufi, Edizioni Red, Como 1995, pag. 101

DUE SOMARI NON FANNO.....


Due somari non fanno nemmeno un asino” 

(L. J. Staeskis).  

È una gemma sapienziale come ‟elogio dell'asino” 

che dedico a Salvini

 e a Di Maio.


Il cristianesimo sta o cade con la sua rivoluzionaria protesta contro la violenza, l'arbitrio e l'orgoglio del potere e con la sua difesa dei deboli.
Dietrich Bonhoffer
[Il Manifesto 4 agosto]

Non giudicare nessun giorno in base al raccolto finale ottenuto, ma dai semi che hai piantato.
Robert L. Stevenson
[la Repubblica 20 luglio]

domenica 18 agosto 2019

DISUMANIZZAZIONE

Lo spettacolo del governo italiano che, in obbedienza a Salvini, impedisce lo sbarco a Lampedusa è il segno della ferocia e della inciviltà. Si fanno mille chiacchiere per non prendere una decisione. Siamo al totale imbarbarimento e non riusciamo a consegnare alla giustizia Salvini, il principale responsabile di questo crimine contro l'umanità.
Da un po' di tempo mi domando quanto siano diventati impotenti e rassegnati i signori dei palazzi della giustizia. C'è troppo rispetto per i potenti i quali in sostanza fanno quello che vogliono e non pagano mai il conto. E' la giustizia che ha bisogno di persone e di istituzioni capaci, oneste e coraggiose.
Franco Barbero

HO LETTO AVVENIRE

In questi ultimi mesi ho letto con assiduità e con interesse "Avvenire" il quotidiano cattolico.
Ho trovato articoli, cronache e documentazioni spesso di ottima qualità.
Ma devo convenire con sofferenza con chi dice che "la forza del cattolicesimo si regge sulle madonne, sui santi, sulle feste patronali  che soddisfano i bisogni  di socialità che la cocietà attuale non sa soddisfare" (I. Lepiersky).
E' incredibile come questa, che viene catalogata come religiosità popolare, trovi spazio nel quotidiano cattolico, ma soprattutto sia diffusa e sostenuta dai vescovi in tutto il territorio mondiale come struttura portante del cattolicesimo.
Franco Barbero

RUSSIA

Incidente nucleare I medici: i feriti erano radioattivi
Erano "radioattivi" i feriti del misterioso incidente nucleare avvenuto dieci giorni fa in un poligono nel nord della Russia. Eppure furono portati in un ospedale pubblico di Arkhangelsk senza avvisare i medici della situazione e mettendo quindi in pericolo sia il personale sanitario sia gli altri pazienti. A rivelarlo è un'inchiesta del Moscow Times che fa luce su un'altra falla nella lacunosa gestione dell'emergenza da parte delle autorità russe. Il Cremlino ha finora rilasciato poche informazioni sulla tragedia. A volte contraddicendosi. Un atteggiamento inquietante che fa tornare in mente la catastrofe di Chernobyl e i tentativi sovietici di insabbiare la reale portata del disastro del 1986. «Dopo 33 anni - commenta uno dei dottori di Arkhangelsk - il nostro governo non ha imparato nulla e cerca ancora di occultare la verità». Lo scorso 8 agosto Mosca aveva infatti assicurato che il livello delle radiazioni non era aumentato dopo l'incidente, ma quattro giorni dopo ha dovuto ammettere che era salito di ben 16 volte a Severodvinsk, una città a 40 chilometri dal poligono dove - a quanto è dato sapere - il test di un motore missilistico atomico si è concluso con una devastante esplosione e con la morte di almeno cinque persone. Le testimonianze rilasciate da cinque membri dello staff dell'ospedale di Arkhangelsk non fanno che rafforzare i sospetti che la Russia stia cercando di nascondere qualcosa. Pare infatti che i servizi segreti abbiano fatto firmare ai medici che hanno curato i feriti un documento in cui si impegnano a non divulgare i dettagli di quanto avvenuto. Gli 007 avrebbero inoltre distrutto tutti i dati sull'incidente conservati nei registri dell'ospedale. I feriti erano tre. Furono portati in ospedale «nudi e avvolti in sacchi di plastica traslucidi». «Nessuno - spiega un chirurgo - ha avvertito che si trattava di pazienti radioattivi. I sanitari sospettavano qualcosa, ma nessuno ha detto loro di prendere delle precauzioni». Adesso, sempre stando al Moscow Times, a un medico sono state trovate tracce di Cesio-137 nel tessuto muscolare. Il ministero della Salute assicura però di aver esaminato 91 sanitari e che in nessun caso sono stati riscontrati livelli pericolosi di sostanze radioattive. Ci si augura che questa volta la notizia corrisponda al vero.

La Stampa 18 agosto



L'ANZIANO IN ITALIA NEL 2025


Marco Trabucchi

Il modo più realistico per presentare uno scenario fedele alla realtà dell’anziano è indicare una prospettiva a breve su come sarà la vita nelle età avanzate tra qualche anno, alla metà del prossimo decennio. Siamo abituati a leggere prospettive sul nostro mondo che riguardano anni lontani; da più parti si discute su come sarà la vita degli anziani nel 2040 o nel 2060. Non ritengo che queste previsioni abbiano alcunché di realistico; infatti, entro i prossimi 20-40 anni basterebbero, in negativo, una guerra anche di limitate dimensioni, un immigrazione incontrollata o, in positivo, una scoperta scientifica riguardante alcune delle principali malattie di oggi per cambiare completamente lo scenario. Invece la prospettiva a breve, i prossimi sei anni, è più realistica, seppure anch'essa con mille interrogativi per i quali si deve cercare una risposta.
Di seguito sono presentati solo alcuni spunti per capire la vita di chi invecchia; il lettore saprà trarne indicazione per costruire una propria visione e quindi per collocare nel modo più efficace il proprio personale impegno e quello della comunità nella quale vive.
Un ruolo particolare, da citare all’inizio di questa breve rassegna, spetta allo studio delle nuove scoperte nel campo della intelligenza artificiale come esempio di un’evoluzione che interferirà in modo rilevante sulla vita di ogni cittadino, in particolare delle persone fragili. E’ però necessario che chi decide i destini del mondo non pensi di trarre ulteriori guadagni, dimenticando i bisogni di chi soffre, individui che spesso non sono nemmeno in grado di pagare i servizi loro offerti, sia quelli di oggi che quelli del prossimo domani. L’intelligenza artificiale e i big data sono due esempi da osservare con attenzione, perché dalla loro evoluzione si potrà capire se il progresso aumenterà le differenze tra ricchi e poveri, forti e deboli, sani e malati, giovani e vecchi o se, come auspichiamo, farà compiere un salto in avanti al nostro sistema di welfare, rivolto prima di tutto, per definizione a chi è più fragile, migliorando le sue prestazioni in senso quantitativo e qualitativo.
Vorremmo in questo articolo offrire una visone delle diverse realtà che si muovono nel futuro dell’anziano e che condizioneranno la sua salute e il suo benessere. Sono aspetti che in modo diretto riguardano anche l’intera collettività; discutere del futuro dei vecchi diventa quindi un modo per farsi carico del futuro delle nostre comunità, sia per le dimensioni dei fenomeni sia per i coinvolgimenti organizzativi, economici, psicologici, morali.
La cultura che ispira queste righe non è a priori pessimista, perché chi lavora nel campo ha assistito agli enormi progressi del nostro tempo recente e quindi non può partire da un atteggiamento negativo. Ora si tratta di capire (prevedere) se le curve evolutive manterranno nei vari ambiti le stesse tendenze o se invece si svilupperanno in altre direzioni, non necessariamente peggiori rispetto al passato. La logica di fondo è quella espressa mirabilmente da Dionigi nell’apertura del suo recente volumetto “Osa sempre”, quando afferma che “dobbiamo attrezzarci per capire e renderci amico questo futuro-presente carico di complessità e incognite, perché esso mette in discussione le nostre identità consolidate e rassicuranti…”. La conoscenza dei fenomeni contribuisce a renderli nostri amici? Non mi illudo che il processo sia così semplice e rapido, però l’incontro tra le nostre speranze e il nostro impegno con una realtà per molti aspetti in evoluzione autonoma rispetto alle nostre azioni dirette porta a percorsi che possono avere un’evoluzione positiva.
Vorremmo prima di tutto prospettare una visione diversa da quella identificata dal titolo di un famoso editoriale di qualche anno fa: “Being old in 2040 will be no fun”; sarebbe una resa ingiustificata sul piano di quanto possiamo prevedere concretamente e possiamo modificare con le nostre azioni. Anche sul piano ideale sarebbe riconoscere che la nostra specie non è stata in grado di valorizzare il più grande dono che le è stato fatto, cioè il prolungamento della durata vita fino ai livelli di oggi.

Uno degli aspetti che caratterizzano da sempre la vita degli individui è il processo di personalizzazione; la sua concettualizzazione è però recente e così anche le sue conseguenze sui comportamenti.
La personalizzazione, cioè la formazione progressiva della persona, è regolata dalla genetica e dallo stile di vita e quindi anche l’invecchiamento è modulato dalle circostanze esterne, dall’evoluzione demografica, dall’epidemiologia, il costume , la cultura, l’organizzazione sociale, i servizi. Per costruire un’ipotesi credibile dell’evoluzione della vita del singolo individuo è necessaria un’analisi complessiva, secondo le regole di una visione che storicamente è stata patrimonio della geriatria, che ha identificato nella valutazione multidimensionale l’approccio corretto per comprendere le dinamiche vitali della persona che invecchia. Nell’età avanzata aumenta la sensibilità agli eventi esterni e quindi sempre maggiore sarà il loro effetto sulla vita; ogni persona sarà identificabile come un “fenotipo instabile”, caratterizzato da un genotipo sensibile all’assommarsi di interazioni con il vissuto, sempre diverse e di diversa incisività; pensare alla vita nelle età avanzate come a una condizione rigida di perdita, senza alcuna modulazione, non corrisponde quindi alla realtà. Certo, è doveroso considerare che la fragilità che caratterizza la vita di molti anziani riduce la loro capacità di resilienza mentre aumenta il rischio di risposte inadeguate agli eventi vitali; però il riconoscere i diversi percorsi sia soggettivi che oggettivi è il punto di partenza per qualsiasi intervento che voglia contribuire al benessere.

Invecchiare non è una malattia
Questa indicazione ha rappresentato nel passato più lontano una rivoluzione concettuale, poi è stata accettata, soprattutto perché permetteva una visone non negativa del passare degli anni. Oggi, uno sguardo alla demografia e all’epidemiologia conferma che il tempo incide in modo diverso da un individuo all’altro e non può quindi essere considerato una maledizione (un “induttore” di malattia).
Non si deve fare l’errore di estrapolare dal passato l’evoluzione futura, senza considerare le possibili multiformi interferenze esercitate dai cambiamenti degli stili di vita, dalla comparsa di eventi naturali o sociali inattesi, dalle scoperte della medicina.
Per esempio, non è ancora chiaro in base a diversi studi, se la curva di aumento della spettanza di vita alla nascita si sia almeno parzialmente rallentata. E se così fosse, quali ne sono le determinanti? Come è possibile prevedere l’evoluzione di un fenomeno che non abbiamo nemmeno compreso nelle sue tendenze espansive e che, secondo alcuni, oggi si è rallentato?
Tra i comportamenti delle popolazioni che influenzeranno certamente la vita dell’anziano nei prossimi anni vi è la crisi della famiglia, espressa da alcuni numeri altamente esplicativi. I matrimoni sia civili che religiosi sono in costante diminuzione, perché sostituiti dalle unioni informali, non regolate. Allo stesso tempo si osserva un fenomeno mai prima registrato, cioè l’aumento dei divorzi fra gli ultra sessantenni, che sono il 20% del totale. Inoltre, come evolverà la natalità nei prossimi anni? Cosa è destinato a cambiare rispetto agli attuali 1.3 figli per ogni donna? In ogni modo si deve ricordare che qualsiasi evoluzione della natalità potrà sviluppare i suoi effetti solo dopo anni, cioè quando i potenziali neonati di oggi raggiungeranno l’età di lavoro, contribuendo così da una parte attraverso la tassazione all’aumento della disponibilità economica per i servizi e dall’altra direttamente all’assistenza alle persone anziane.
Riguardo all’evoluzione nei prossimi anni del sistema assistenziale, un aspetto cruciale è rappresentato dalla disponibilità delle “badanti”. Cosa accadrà nel 2025? Il fabbisogno nel nostro paese tenderà ad aumentare, senza alcuna programmazione? la crisi economica dei paesi dell’est europeo è destinata a non finire entro pochi anni e quindi l’emigrazione femminile continuerà con i ritmi elevati di oggi? Fino a quando la povertà prevarrà sulle scelte personali e famigliari, anche con il rischio di indurre la cosiddetta “sindrome italiana”. Questo settore è delicatissimo nella prospettiva a breve, ma sembra che nessuno abbia interesse a controllarlo; troppe sarebbero le problematiche da affrontare, legate all’immigrazione non regolata, ai rapporti di lavoro in nero, alla mancanza di preparazione specifica per l’assistenza delle persone non autosufficienti, alle conseguenze sulla salute delle badanti e sugli equilibri delle loro famiglie lontane.
Il problema delle badanti richiama quello dell’immigrazione in generale, che necessariamente sarà un problema da affrontare nel breve periodo; la condizione di una società che invecchia costringerà ad abbandonare pregiudizi di varia origine sotto la pressione della mancanza di manodopera, sia per creare ricchezza in generale sia nello specifico per garantire i servizi. Saremo in grado di fare scelte sufficientemente intelligenti?

Non è questa la sede per analizzare i vari aspetti dell’evoluzione epidemiologica dei prossimi anni; limito l’osservazione, perché è un esempio particolarmente significativo, all’analisi dell’andamento di prevalenza e incidenza delle demenze, e della malattia di Alzheimer in particolare. Non vi è dubbio che il numero assoluto dei malati è destinato ad aumentare sia nei paesi ad alto reddito sia negli altri (in questi ultimi l’aumento è molto più rilevante in conseguenza dell’invecchiamento più rapido della popolazione avvenuto anche in queste aree). Il punto di particolare interesse è però l’analisi della riduzione della prevalenza di demenza in individui nati a distanza di un certo numero di anni; nelle coorti più giovani si assiste ad un fenomeno inatteso, e ancor oggi inspiegato (conseguenza di un miglioramento della stile di vita, fenomeno peraltro non così vistoso in periodi brevi)? Resta però come indicazione di fondo sulla possibilità di intervenire ulteriormente per ridurre “l’epidemia”. Non vi sono dati che suggeriscano un rallentamento del fenomeno nei prossimi anni; dal punto di vista complessivo è però poco rilevante rispetto all’aumento del numero delle persone anziane, che porta alla continua crescita del numero delle persone affette da patologie della cognitività. C’è da sperare che ulteriori progressi possano esercitare un’influenza più incisiva, riducendo ancor di più il numero dei malati, fino ad equilibrare l’effetto dell’aumento della spettanza di vita? Non siamo in grado di prevedere il futuro, però alcuni percorsi di studio e ricerca sono promettenti, tra i quali la crisi dell’interpretazione monogenetica della demenza, le differenze tra uomo e donna, l’impennata della prevalenza dopo i 75-80 anni. Ma quanto dovremo aspettare per avere prospettive di cura?
Come avviene per le demenze, anche per molte altre malattie croniche lo scenario evolutivo non è chiaro; un aspetto particolarmente critico è rappresentato dagli effetti di queste sulla perdita dell’autosufficienza, perché spesso può essere modulato dalle circostanze esterne. Si pensi, ad esempio, al diabete, non prevenibile alla luce delle nostre conoscenze di oggi; al contrario, i suoi effetti negativi sull’autonomia della persona anziana possono essere significativamente ridotti attraverso una medicina colta e preparata e una adeguata sensibilità collettiva, che non accetta di essere dominata dal fatalismo.

La solitudine accompagnerà la vita dei vecchi nei prossimi anni?
Oggi la solitudine dell’anziano è una condizione pervasiva. L’Istat ha rilevato che il 27.7% degli ultra 75enni “non ha nessuno su cui contare in caso di bisogno”. L’evoluzione complessiva sembra indicare un peggioramento progressivo di questa realtà, con le conseguenze ben note non solo sul piano soggettivo, ma anche su quello oggettivo delle condizioni di salute. Purtroppo le azioni sul singolo e sulle comunità non sembrano destinate a raggiungere risultati significativi a breve; però non vi sono alternative, se non quelle educative per dimostrare che l’egoismo delle scelte a tutte le età si riflette in modo pesante nella vecchiaia e quelle politiche per ipotizzare una città diversa.
Gli interventi per costruire luoghi dove sia possibile condividere il tempo e il dolore di non aver nessuno che possa intervenire nel momento del bisogno non potranno dare risultati immediati; però se in ogni città si potesse iniziare a costruire una “social street” che mette l’anziano solo al centro dell’interesse e delle azioni dei suoi concittadini le dinamiche relazionali potrebbero cambiare.
La realtà della solitudine assume molte diverse facce; è impossibile descrivere tutti i “volti” attraverso i quali esprime le sue conseguenze negative. Una condizione sulla quale sembra utile richiamare l’attenzione è quella della vicinanza con animali, che può essere interpretata come un valido tamponamento delle situazioni di solitudine, ma anche, meno positivamente, come modo per indirizzare l’attenzione lontano dagli affetti naturali all’interno della famiglia e delle relazioni amicali. Non si vuole interpretare ogni comportamento secondo indicazioni razionali, ma un’osservazione attenta permette di raccogliere informazioni utili per indirizzare i comportamenti individuali e collettivi.
L’esperienza che si va diffondendo anche in Italia delle “dementia friendly community” è particolarmente significativa, perché ha portato a risultati tangibili e misurabili anche in tempi relativamente brevi. Se ogni città iniziasse questo processo fondativo in un quartiere di 20-30.000 abitanti si diffonderebbe un modello di relativamente facile adozione e di grande utilità. Infatti, iniziando dalle persone affette da demenza e dalle loro famiglie si diffonde nella comunità uno stile della relazioni che ricade positivamente su tutte le condizioni di fragilità, in particolare quelle degli anziani.
Vi è scetticismo attorno alla possibilità di reali cambiamenti a breve termine rispetto alla solitudine delle persone anziane; l’esperienza però insegna che anche iniziando da realizzazioni limitate si può segnare un percorso. In questo ambito la rinuncia è un comportamento sociale dannoso. E’ infatti sempre più chiaro, in base a dati indiscutibili della ricerca clinica, che la costruzione di ponti, la vicinanza e l’accompagnamento esercitano un effetto salutare in senso stretto; se la solitudine è patogena, la generosità individuale e collettiva allunga la vita, allontana le malattie, riduce la possibilità di perdita delle funzioni cognitive.

Il sistema di welfare sarà in grado di proteggere gli anziani?
Quale futuro avrà nei prossimi anni il sistema italiano di welfare che si è progressivamente trasformato da luogo di integrazione sociale degli individui a sistema fortemente individualista, con operatori chiamati solo all’efficienza, dimenticando spesso le profonde motivazioni del loro servizio, ciò la difesa della libertà e della dignità di ogni cittadino?
Quale futuro di crisi si prospetta per un sistema di welfare non più in grado per motivi economici di incontrare i desideri della popolazione, che l’atmosfera culturale di questi anni ha definito come diritti? In questo modo si provoca la forte frustrazione di molti cittadini, illusi di poter ottenere qualsiasi servizio e che di fronte all’impossibilità di riceverli, diventano aggressivi e tentati di cercare capri espiatori per il loro disagio.
Riusciremo, anche se chi scrive nutre molti dubbi, a ritrovare attorno all’assistenza all’anziano, ambito di particolare disponibilità verso una prospettiva solidaristica, il legame sociale oggi ridotto, che ridarebbe senso ai servizi come luoghi per la costruzione di ponti e non solo come ambiti per offrire prestazioni puntiformi, inadeguate alle esigenze di predisporre momenti di solidarietà, peraltro sempre inferiori rispetto alla attese-pretese?
Nei prossimi anni potrà avvenire un qualche cambiamento epocale in grado di far ritornare l’organizzazione pubblica del nostro paese verso la logica di un welfare che lega le persone tra di loro, garantendo così allo stesso tempo risposte più efficaci ai veri bisogni e la sconfitta della solitudine?
L’augurio è che a queste domande possa essere data una risposta positiva; però se non si riuscirà a ricostruire un senso della vita sia per gli individui che per le comunità l’impresa sarà particolarmente difficile. I moltissimi ostacoli organizzativi, economici, politici potranno essere superati solo da un modello di convivenza per il quale la vita ha sempre un senso, anche quella più povera e desolata.

Gli aspetti discussi precedentemente non delineano un futuro certo per la vita dell’anziano; permettono però un certo ottimismo, soprattutto perché mettono nella mani (e nella mente) delle collettività il criterio che la vita degli anziani non è neutra rispetto alle condizioni che caratterizzano il loro tempo che passa. E’ una responsabilità non lieve: la conoscenza dei fenomeni, e delle loro dinamiche in positivo e in negativo, non permette ambiguità.





ATTENZIONE AGLI ORARI

Incontro con don Giuseppe Magnolini.
Domani lunedì 19 agosto avremo la gioia di incontrare don Giuseppe con noi all'ora del pranzo.
Dopo pranzo dialogo con Franco.
Alle 18 nella sede incontro aperto per un dialogo e uno scambio di esperienze. 
Alle 19,30 potremo condividere una cena autogestita. Chi ci sarà si metta in contatto con Fiore. 
Entro le 22 chiuderemo l'incontro  e Lella Suppo ospiterà don Giuseppe che martedì rientrerà in parrocchia.