mercoledì 18 febbraio 2026

da Pressenza del 16/02/2026 

Lettera aperta al mondo: da Cuba una donna denuncia il crimine che nessuno vuole vedere

di Redazione Italia


All’umanità intera, alle madri del mondo, ai medici senza frontiere, ai giornalisti con dignità, ai governi che credono ancora nella giustizia:

Il mio nome è come quello di milioni di altre persone. Non ho cognomi famosi né cariche importanti. Sono una cubana comune. Una figlia, una sorella, una patriota. E scrivo questo con l’anima straziata e le mani tremanti, perché quello che oggi vive il mio popolo non è una crisi. È un omicidio lento, calcolato, freddamente eseguito da Washington. E il mondo guarda dall’altra parte.

Denuncia per i miei nonni:

Denuncio che a Cuba ci sono anziani che muoiono prematuramente perché il blocco impedisce l’arrivo di farmaci per il cuore, la pressione e il diabete. Non è una questione di mancanza di risorse. È un divieto deliberato. Le aziende che vogliono vendere a Cuba vengono multate, perseguitate, minacciate. I loro governi tacciono. E nel frattempo, un nonno cubano stringe il petto e aspetta. La morte non avvisa. Il blocco sì.

Denuncia per i miei bambini:

Denuncio che a Cuba ci sono incubatrici che hanno dovuto essere spente per mancanza di carburante. Che ci sono neonati che lottano per la vita mentre il governo degli Stati Uniti decide quali Paesi possono venderci petrolio e quali no. Che ci sono madri cubane che hanno visto mettere in pericolo la vita dei loro figli perché un ordine firmato in un ufficio di Washington vale più del pianto di un bambino a 90 miglia dalle sue coste.

Dov’è la comunità internazionale? Dove sono le organizzazioni che difendono tanto l’infanzia? O forse i bambini cubani non meritano di vivere?

Denuncia per la fame intenzionale:

Denuncio che il blocco è fame programmata. Non è che manchi il cibo perché sì. È che ci impediscono di comprarlo. È che le navi con i generi alimentari vengono perseguitate. È che le transazioni bancarie vengono bloccate. È che le aziende che ci vendono cereali, pollo, latte vengono sanzionate.

La fame a Cuba non è un incidente. È una politica di Stato del governo degli Stati Uniti, affinata nel corso di 60 anni, aggiornata da ogni amministrazione, inasprita da Donald Trump e attuata con ferocia da Marco Rubio.

Loro la chiamano “pressione economica”. Io la chiamo terrorismo della fame.

Denuncia per i miei medici:

Denuncio che i nostri medici, gli stessi che hanno salvato vite umane durante la pandemia mentre il mondo intero crollava, oggi non hanno siringhe, né anestesia, né apparecchiature a raggi X. Non perché non sappiamo produrli. Non perché non abbiamo talento, ma perché il blocco ci impedisce di accedere alle forniture, ai ricambi, alla tecnologia.

I nostri scienziati hanno creato cinque vaccini contro il COVID-19. Cinque. Senza l’aiuto di nessuno. Contro venti e maree. Contro il blocco e le menzogne. Eppure, l’impero ci punisce per averlo realizzato.

Al mondo dico:

Cuba non chiede l’elemosina.

Cuba non chiede soldati.

Cuba non chiede che ci amiate.

Cuba chiede giustizia. Niente di più. Niente di meno.

Vi chiedo di smettere di normalizzare la sofferenza del mio popolo.

Vi chiedo di chiamare il blocco con il suo nome: crimine contro l’umanità.

Vi chiedo di non lasciarvi ingannare dalla favola del “dialogo” e della “democrazia” mentre ci strangolano.

Non vogliamo carità. Vogliamo che ci lascino vivere.

Ai governi complici che tacciono:

La storia vi presenterà il conto.

Ai media che mentono:

La verità trova sempre una via d’uscita.

Ai carnefici che firmano sanzioni:

Il popolo cubano non dimentica e non perdona.

A coloro che hanno ancora umanità nel cuore:

Guardate Cuba. Guardate cosa le stanno facendo. E chiedetevi: da quale parte della storia voglio stare?

Da questa piccola isola, con un popolo gigante, una cubana comune che si rifiuta di arrendersi.

      Ikay Romay


Tradotto e divulgato da Associazione Svizzera-Cuba, Sezione Ticino

ticino@cuba-si.ch

https://www.facebook.com/ASCTicino/?locale=it_IT

https://www.cuba-si.ch/it/


da M. Bolligerin Imbach (a cura di)

Il Dio vicino il Dio lontano. 

Preghiere di personaggi del nostro tempo, Città Nuova, Roma 1986, p.93


CREDO

 

Credo nella luce.

Signore, io credo

nella tua presenza ovunque,

nella tua presenza

dentro il colore del cielo,

nelle foglie secche,

nei rami della ginestra,

nelle ombre delle colline

e nelle voci di tutte le creature.

 

Signore, quest'ora è soggetta a te

come l'immortalità della mia anima.

Il tuo potere è nella mia gioia,

e Tu culli la mia malinconia

nelle tue mani.

Sei in ogni sensazione,

e io m'inchino

alle tue leggi d'amore.

Credo nella luce.


da Domani del 16/02/2026

Nerissima Europa

La deriva estremista delle destre continua

di Gigi Riva

 

I partiti con posizioni radicali fagocitano i conservatori moderati. Forti dell’alleanza con Trump. E così indeboliscono Bruxelles…

 

L'asse longitudinale italo-tedesco, che avrebbe dovuto sostituire quello latitudinale franco-tedesco, si è già incrinato. La sua saldatura, sancita solo giovedì scorso, è stata lacerata dall'ideologia Maga difesa da Giorgia Meloni e duramente criticata da Friedrich

Merz nell'ormai famoso discorso del giorno dopo, venerdì scorso, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Non poteva essere diversamente date le "radici che non gelano" per usare uno slogan caro alla estrema destra nostrana. Meloni arriva da un'eredità post-fascista e nazionalista, Merz dalla tradizione dell'Unione cristiano democratica (Cdu): tutta la differenza del mondo nel giardino composito che dal moderatismo arriva fino a Casapound, per usare canoni di casa nostra. È Donald Trump dunque l'elemento di frattura e per questo il cancelliere volge lo sguardo verso l'ombrello atomico proposto da Emmanuel Macron, dato che è andata in frantumi, a suo giudizio, la condivisione di valori con gli Stati Uniti che l'italiana continua a perseguire.

Ma nell'epoca del caos e delle alleanze variabili se sulle questioni transatlantiche da venerdì Roma e Berlino sono ufficialmente divise, prosegue la corrispondenza di visioni circa il futuro dell'Unione Europea. E in questo caso l'asse italo-tedesco barcolla ma non crolla nello scontro con un altro gruppo di paesi capeggiato dalla Francia.


da Pressenza del 16/02/2026

Il Declino del “Modello Germania”

di Stefano Cobello


Il Cancelliere Friedrich Merz ha infranto un tabù storico dichiarando insostenibile l’attuale stato sociale. La Germania, un tempo locomotiva d’Europa grazie alla Soziale Marktwirtschaft (economia sociale di mercato), si trova oggi in un “pantano” economico causato da un welfare diventato ipertrofico.

I Punti Chiave della Crisi:

  • Insostenibilità Finanziaria: La spesa sociale assorbe il 31% del PIL (circa 1,3 trilioni di euro). Il sistema pensionistico è sotto pressione: nel 1962 c’erano sei lavoratori per ogni pensionato, oggi il rapporto è sceso a due a uno.
  • Perdita di Competitività: I costi del lavoro non salariali (contributi previdenziali) sono saliti al 42,5% degli stipendi, frenando assunzioni e investimenti.
  • Crisi Industriale: Il settore automobilistico (VW, Mercedes, BMW) è in difficoltà a causa di costi energetici elevatissimi (elettricità fino a 5 volte più cara rispetto agli USA), regolamentazioni pesanti e la concorrenza asiatica nell’elettrico.
  • Indicatori Allarmanti:
  • Crescita del PIL quasi nulla o negativa dal 2017.
  • Disoccupazione ai massimi da 12 anni (oltre 3 milioni di persone a gennaio 2026).
  • Debito pubblico in forte ascesa per finanziare i sussidi (previsione di 174 miliardi di prestito nel 2026).

La Radice del Problema

La Germania è vittima di un’illusione: credere che la redistribuzione della ricchezza possa superare la sua creazione. Il “freno al debito” costituzionale è stato aggirato e la resistenza politica alle riforme (dovuta all’elettorato anziano) impedisce il cambiamento necessario.

Secondo Mertz la Germania deve tornare al “realismo economico” che permise il miracolo del dopoguerra. Secondo il cancelliere se il Paese non riuscirà a riformare il proprio welfare in linea con la produttività reale, rischia di trascinare con sé l’intera credibilità fiscale e stabilità dell’Europa. Il modello sociale tedesco è diventato un peso che l’economia non riesce più a sorreggere, trasformando l’ex locomotiva d’Europa in un sistema stagnante e indebitato che necessita di riforme radicali.

Quello che Mertz non dice è che l’impatto del riarmo sullo stato sociale tedesco rappresenta oggi il “dilemma del burro o dei cannoni” più drammatico della storia europea recente. In Germania, questo scontro non è solo economico, ma è diventato una vera e propria crisi di identità politica.

Ecco un’analisi dettagliata di come la spesa militare stia drenando risorse e ridisegnando le priorità del welfare:

Il Sorpasso nei Bilanci: Numeri a Confronto

Per decenni, la Germania ha mantenuto la spesa per la difesa ben al di sotto del 2% del PIL, destinando il grosso della sua ricchezza alla protezione sociale. Oggi la situazione è invertita:

  • Budget Difesa 2026: È previsto un investimento record di 108,2 miliardi di euro, una cifra colossale che combina il bilancio ordinario (82,7 miliardi) e il fondo speciale Sondervermögen.
  • Obiettivo 2029: Il governo punta a spendere il 3,5% del PIL per la difesa, una quota che metterebbe la Germania ai vertici mondiali, ma che richiede lo spostamento di enormi flussi di denaro pubblico.

La “Deroga Militare” vs il Rigore Sociale

La svolta politica più significativa riguarda il “Freno al Debito” (Schuldenbremse). Mentre per sanità, scuole e sussidi vige un rigore ferreo, la Germania ha chiesto e ottenuto deroghe per la spesa militare:

  • Trattamento Speciale: La difesa è stata definita un’emergenza di sicurezza nazionale, permettendo di finanziare il riarmo a debito.
  • Il Taglio al Welfare: Friedrich Merz e le correnti conservatrici sostengono apertamente che, poiché la difesa è prioritaria, il welfare deve essere ridimensionato. L’idea è che la Germania non possa più permettersi un sistema di protezione così generoso se deve contemporaneamente diventare la prima potenza militare d’Europa.

Effetti Diretti sui Cittadini

Il riarmo non è a costo zero per il cittadino comune:

  • Pressione sui sussidi: Programmi come il Bürgergeld (reddito di cittadinanza tedesco) sono sotto attacco. Si discute di riduzioni per spingere più persone al lavoro e risparmiare fondi da dirottare sulla Bundeswehr.
  • Investimenti mancati: Mentre si spendono miliardi per i caccia F-35 o i carri armati Leopard, infrastrutture civili come le ferrovie (Deutsche Bahn) e la digitalizzazione delle scuole subiscono rallentamenti per mancanza di fondi ordinari.
  • Opinione Pubblica: Un recente sondaggio (inizio 2026) indica un cambiamento epocale: circa l’83% dei tedeschi ritiene ora che la spesa sociale sia troppo alta, mentre la maggioranza è favorevole all’aumento dei fondi militari per timore di conflitti internazionali.

La sfida per la Germania è evitare che il riarmo distrugga il contratto sociale che ha garantito la pace interna per 80 anni. Friedrich Merz sta scommettendo su una Germania “pronta alla guerra” (Kriegstüchtigkeit), anche a costo di un welfare molto più magro. Ecco il declino e la rovina della Germania, guerra ed armi invece di democrazia e stato sociale.


da Domani del 16/02/2026

A Quattro mesi dalla tregua.

Gaza, la disperata ricerca dei corpi

non finisce mai

di Bianca Senatore

 

Il lavoro della protezione civile per recuperare cadaveri sotto le macerie non si è mai fermato.

Ci si aggrappa a dettagli: catenine, nei, peluche, cicatrici, anelli, fermagli.

 

Cadaveri su cadaveri. «A Gaza si continua a morire, ma l'attenzione del mondo è altrove». I giornalisti locali della Striscia si sono riuniti brevemente per coordinarsi sul lavoro da fare, perché c'è ancora tanto da raccontare. Nella zona di Salah al-Din Street, nel centro di Gaza, alcuni giorni fa i soldati dell’Idf hanno ucciso tre persone, mentre altre quattro sono state ammazzate tra lunedì e martedì notte in un attacco a una casa nella parte occidentale di Gaza City.

In queste settimane il lavoro della protezione civile per recuperare i corpi sotto le macerie non si è mai fermato e quasi ogni ora i due tre furgoncini che sono in giro devono tornare nell'androne di un edificio adibito a camera mortuaria e depositare lì le salme recuperate.


da Pressenza del 15/02/2026

Antisemitismo: combatterlo davvero, senza strumentalizzazioni

A cura di Fulvia Fabbri, attivista per i diritti umani e Milad Jubran Basir, giornalista italo palestinese.


L’antisemitismo è una forma storica e persistente di razzismo, che ha prodotto persecuzioni, pogrom e il genocidio nazifascista.

E’ purtroppo ancora vivo nel nostro paese e combatterlo non è opzionale: è un dovere politico, morale e civile.
Ma proprio perché la posta in gioco è alta, la lotta all’antisemitismo non può essere piegata a operazioni di censura, delegittimazione del dissenso o repressione della solidarietà internazionale.

Bisogna invece chiedersi quali strategie e strumenti possono davvero contrastare l’antisemitismo, impedire che si diffonda e si rafforzi.

Il 27 gennaio 2026, ricorrenza della Giornata della memoria, la Commissione Affari costituzionali del Senato ha adottato, tra otto proposte di legge, il ddl di Massimiliano Romeo come testo base per la legge sull’antisemitismo, in discussione al Parlamento, per essere approvata, se il percorso verrà rispettato, il prossimo mese di Marzo 2026.

“Il testo, oltre a misure educative nell’ambito scolastico, prevede la possibilità di vietare manifestazioni in caso di valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita ai sensi della definizione operativa di antisemitismo adottata dalla presente legge”.

La definizione operativa di antisemitismo, a cui il ddl Romeo fa riferimento, è quella dell’IHRA, Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance), che, nella definizione generale, descrive l’antisemitismo come “una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”.
Dalla definizione generale discendono 11 esemplificazioni operative, alcune di queste mettono al centro la relazione tra comunità ebraiche e Stato israeliano.

“Esempio 7. Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo.
Esempio 8. Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico.”

La conseguenza di questa impostazione conduce a considerare le critiche ad Israele - non importa il loro contenuto – come una forma “nascosta” di antisemitismo.

D’altra parte l’accusa di antisemitismo è sempre stata usata dal governo di Netanyahu, durante tutti gli ultimi tre anni, durante la campagna militare contro Gaza.

Nel novembre 2025 il Ministero israeliano per gli affari della Diaspora e la lotta all’antisemitismo ha reso noto di aver respinto le registrazioni di quattordici (ma il numero esatto è 37) organizzazioni umanitarie non governative, operanti in Gaza e Cisgiordania, sulla base di presunti legami con il terrorismo, accuse di posizioni antisemite, iniziative di delegittimazione dello Stato di Israele e di negazione degli attacchi del 7 ottobre.

L’effetto di questa decisione del Ministero israeliano sarà l’allontanamento di Ong quali Medici senza Frontiere, che sta garantendo il 75% delle cure sanitarie a Gaza, di Save The Children , che organizza attività educative nella Striscia e in Cisgiordania, della Caritas di Gerusalemme e Caritas internazionale.

Secondo Sandro De Luca , presidente di LINK 2007, network che raggruppa 15 tra le più importanti e storiche Organizzazioni Non Governative italiane, subordinare l’accesso all’assistenza umanitaria a valutazioni politiche (come il giudizio di antisemitismo e/o di legittimazione dello Stato israeliano) “significa snaturare l’essenza stessa dell’azione umanitaria e normalizzare condizioni di vita incompatibili con il rispetto della dignità umana”.

Per contrastare questi effetti della definizione generale dell’IHRA, nel 2021 è stata redatta la Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo (JDA), frutto del lavoro di studiosi ed esperti di antisemitismo, storia e diritto internazionale.
La JDA afferma con chiarezza ciò che dovrebbe essere ovvio: criticare uno Stato, le sue politiche o la sua ideologia non è antisemitismo, a meno che la critica non si trasformi in odio o discriminazione verso gli ebrei in quanto tali.

Al punto C la Dichiarazione afferma che non è antisemitismo “la critica, basata sull’evidenza, di Israele come Stato. Ciò include le sue istituzioni e i suoi principi fondanti.

Include anche la sua politica e le sue pratiche, interne ed estere, come l’operato di Israele in Cisgiordania e Gaza, il ruolo che Israele gioca nella regione, o qualsiasi altro modo in cui, come Stato, influenza eventi nel mondo. Non è antisemita segnalare la sistematica discriminazione razziale.

In generale, le stesse norme di dibattito che si applicano agli altri Stati e agli altri conflitti per l’autodeterminazione nazionale si applicano nel caso di Israele e della Palestina. Quindi, anche se polemico, non è antisemita, in sé e per sé, paragonare Israele ad altri esempi storici, tra cui il colonialismo di insediamento o l’apartheid.”

La JDA non indebolisce la lotta all’antisemitismo: la rafforza, perché la sottrae alla strumentalizzazione e la restituisce alla sua funzione originaria, ossia combattere il razzismo, non proteggere governi o politiche di occupazione.

In questo quadro già di per sé complesso, merita di essere citato e riconosciuto il lavoro serio e prezioso della “Commissione straordinaria per il contrasto ai fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza”, istituita nel 2023, per volontà della senatrice a vita Liliana Segre, che ne è la presidente.

Negli ultimi anni la Commissione ha svolto un’attività di analisi, ascolto e documentazione fondamentale, contribuendo a portare alla luce la diffusione strutturale dei discorsi d’odio, online e offline, a collegare antisemitismo, islamofobia, razzismo anti-migranti e altre forme di discriminazione come fenomeni interconnessi, affermando che la risposta all’odio non può essere solo repressiva, ma deve basarsi su educazione, prevenzione, responsabilità politica e tutela delle libertà costituzionali.

C’è davvero bisogno di un ddl antisemitismo? O non sarebbe bene rafforzare l’azione della Commissione per il contrasto ai fenomeni di intolleranza, razzismo e antisemitismo e istigazione all’odio, che è finalizzata a guardare la nostra società nella sua interezza, prendendo in considerazione tutti gli eventi discriminatori che vi si muovono, a monitorare le ideologie introdotte, le parole diffuse, i comportamenti agiti “contro”.

Non sarebbe meglio che la politica tutta accogliesse le indicazioni di questa Commissione, per trasformarle in approfondimento culturale, in testimonianza rivolta alle giovani generazioni ?
In questa prospettiva verrebbe preservato il valore etico universale della memoria della Shoah: una memoria viva che non assolve il potere, ma lo interroga.