venerdì 11 settembre 2026

da ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale del 08/09/2026

L’ULTRADESTRA PESA IN EUROPA

di Ispi Daily Focus


La vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt apre una stagione di incertezza che va oltre la Germania e punta dritta alle elezioni in diversi paesi europei nel 2027.


La vittoria del partito di estrema destra Alternativa per la Germania (Afd) in Sassonia-Anhalt non è rilevante solo per la Germania. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, già profondamente impopolare, e che aveva promesso di arginare la popolarità del partito guidato a livello nazionale da Alice Weidel, ha ammesso “la sconfitta elettorale più pesante per la Cdu da anni, anzi decenni”. I cristiano-democratici hanno perso più della metà dei voti rispetto all'ultima tornata in Sassonia-Anhalt, complice un’affluenza record all'80% che ha visto la mobilitazione in massa degli astensionisti. Ma il voto di domenica pesa su un tavolo più grande di quello di Magdeburgo, capoluogo del Land. Indebolisce Berlino proprio mentre Bruxelles prova a tenere compatto il fronte comune contro l’aggressione russa in Ucraina, i dazi di Donald Trump e la concorrenza cinese. E soprattutto conferma una tendenza che l’Unione europea osserva da tempo con inquietudine: la crescita delle destre radicali non è un fenomeno isolato, ma una costante diffusa sulla scena politica europea, destinata a incidere sui prossimi appuntamenti elettorali, da Francia e Italia fino a Spagna e Polonia.

Il paradosso europeista

Il dato che meglio misura questo spostamento arriva proprio da Strasburgo. I tre gruppi di estrema destra al Parlamento europeo – Patrioti per l'Europa, il Partito dei conservatori e dei riformisti europei, Europa delle nazioni sovrane – rappresentano oggi insieme quasi un quarto dei deputati: una quota mai raggiunta prima da forze apertamente di destra. Raramente votano in blocco, e il “cordone sanitario” in vigore nelle istituzioni Ue li tiene fuori dalle cariche di vertice. Ma la loro capacità di condizionare l’agenda su temi come migrazione, aiuti all'Ucraina e Green deal è già visibile: lo dimostra l'accordo tra popolari e destre sulla stretta sui rimpatri approvata di recente al Parlamento europeo. Non stupisce quindi che il voto tedesco sia stato letto in modi opposti a seconda della sponda politica. Il leader di Vox, partito nazionalista spagnolo, Santiago Abascal, lo ha salutato come “una grande speranza per la Germania e per l'Europa”, mentre il ministro francese per gli Affari europei Benjamin Haddad ha parlato di "un momento critico" per l'Unione. Il paradosso è che i sondaggi raccontano tutt'altro: l’ultima rilevazione di Eurobarometro mostra che il 75% degli europei considera l'Ue un'area di stabilità in un mondo turbolento, e se tre cittadini su quattro sostengono il proseguimento degli aiuti a Kyiv, otto su dieci guardano con favore all'idea di una difesa comune. Eppure una parte di chi condivide questi obiettivi vota anche per l'estrema destra – segno che la frustrazione legata a politiche migratorie e costo della vita pesa alle urne più del consenso verso il progetto europeo. 

2027, cartina di tornasole?

A prescindere dallo slogan – che sia “Prima la Germania” o “La Francia ai francesi” – la preoccupazione è la stessa. L’ascesa dei partiti nazionalisti rischia di logorare la coesione europea proprio nel momento in cui gli eventi esterni la richiedono più che mai. Le forze euroscettiche, per loro natura, tendono a indebolire un'Unione che, per contrastare le pressioni commerciali di Trump o per proteggere le proprie imprese dal dumping cinese, non ha altra scelta se non quella di restare unita. In quest’ottica, le elezioni del 2027 saranno la cartina di tornasole. Se i voti in Spagna, Italia e Polonia saranno seguitissimi, è la Francia il vero fulcro dell'attenzione. Marine Le Pen, candidata dell'ultradestra del Rassemblement national, viaggia da settimane oltre il 33% delle intenzioni di voto per il primo turno e in tutte le simulazioni di ballottaggio risulta vincente. È una posizione più solida di quella con cui si è presentata a ciascuna delle sue precedenti tre candidature all'Eliseo, nonostante la condanna in appello per appropriazione indebita di fondi europei. La sola prospettiva di una sua vittoria basta a far tremare i vertici di Bruxelles. Per diversi analisti, un governo di estrema destra a Parigi, paese fondatore e al centro dell’architrave comunitario, destabilizzerebbe l'Ue come nessun'altra elezione nazionale.

Chi scommette su un’Europa debole

Non è un caso che l'ascesa delle destre estreme sia osservata con interesse ben oltre i confini europei. Già nel febbraio del 2025, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il vicepresidente americano JD Vance aveva rifiutato l'incontro con l'allora cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz per intrattenersi invece con Weidel: un gesto tutt'altro che simbolico, essendo arrivato pochi giorni prima delle elezioni federali tedesche. Diciotto mesi dopo, quella scommessa sembra aver pagato. Domenica Donald Trump ha rilanciato gli exit poll della Sassonia-Anhalt sulla sua piattaforma social Truth poche ore dopo la chiusura dei seggi, mentre Elon Musk è stato tra i primi a congratularsi con l'AfD. Da Mosca i toni sono stati se possibile ancora più espliciti. Kirill Dmitriev, inviato del presidente Putin per la cooperazione economica con la Germania, ha definito il risultato dell'AfD “storico” e ha accostato la posizione di Merz a quella dell'ex premier britannico Keir Starmer, costretto alle dimissioni quest’estate. Non è un parallelo casuale: Berlino e Londra restano tra i principali donatori europei di Kyiv. L'AfD, al contrario, è esplicitamente favorevole a un ripristino delle relazioni con Mosca. Il partito si trova così a un crocevia, tra la sponda trumpista e l'influenza, sempre più visibile, che la Russia esercita su alcune forze politiche interne. Una sfida non banale e che rivela una convergenza di interessi impensata: un'Europa indebolita e divisa fa comodo tanto a Mosca quanto a Washington.


TU CI PRECEDI

  

Dio del cielo e di tutte le terre,

aiutaci a camminare nel vento della vita

con la spensieratezza del passero che fa il nido,

Senza pensare che giungerà l'autunno.

 

Prima che i nostri occhi Ti cercassero,

Tu sei venuto verso di noi in mille modi.

Prima che le nostre labbra Ti invocassero,

Tu hai deposto nei nostri cuori la Tua parola.

 

Apri ogni giorno il nostro cuore

a questo mistero di amore che ci avvolge.

Tu ci hai amato per primo

e ci doni anche oggi la forza d'amare.

 

Tu semini nel cuore della nostra vita

la speranza di una creazione liberata

da ogni violenza e da ogni discriminazione.

 

Sei il Dio che danza le nostre gioie,

che cammina con noi nei nostri "viaggi" della vita.

Donaci il latte nutriente della Tua parola.

 

Franco Barbero

da PREGHIERE D’OGNI GIORNO, Pregare e lottare: una sintesi vitale

2021

giovedì 10 settembre 2026

da Il Fatto Quotidiano del 05/09/2026

In Ucraina gli 007 si sparano: la faida Yermak-Budanov

di Michela A. G. Iaccarino

 

Fuoco gialloblù contro fuoco gialloblù. È stato un fuoco tutt’altro che amico quello che, nel cuore di Kiev, il primo giorno di settembre, è esploso tra gli agenti dell’Sbu, i servizi di sicurezza ucraini, e quelli del Gur, l’intelligence militare del ministero della Difesa. Le tensioni, a cascata, arrivano direttamente dai vertici dell’apparato di sicurezza ucraino. Per Zelensky l’accaduto è “vergognoso”: servono provvedimenti e alcuni li ha già presi. Lo scontro a fuoco è scoppiato mentre l’Sbu tentava di sventare un presunto attentato orchestrato dall’fsb russo ai danni di Stepan Kaplunov, vicecomandante del Corpo dei Volontari russi (Rvc), la formazione paramilitare russa che combatte al fianco delle forze ucraine ed è subordinata all’intelligence militare di Kiev, il Gur. Secondo quanto riferito da Rvc, Kaplunov sarebbe stato rapito da ignoti nel cortile della propria abitazione. Ma a sequestrare il vicecomandante non sarebbero stati i russi, bensì proprio gli agenti dell’Sbu: questa accusa arriva dal comandante dell’unità speciale “Timur” del Gur, contro cui l’intelligence interna avrebbe aperto il fuoco mentre gli agenti erano disarmati. Gli agenti dell’Sbu che hanno perquisito l’abitazione del vicecomandante sarebbero intervenuti senza un mandato e avrebbero impedito al russo di contattare il proprio legale, Taras Borovskyi, che intervenuto in tv, ha riferito anche che alcuni membri del Gur sono rimasti feriti nel corso della sparatoria.

è stato rilasciato, ma si nasconde e nessuno sa dove si trovi. Tutto è accaduto il primo settembre. Ma Kaplunov, senza aver ricevuto alcuna spiegazione sulle accuse a suo carico, era stato arrestato già il 23 agosto. Per il suo legale anche la pista del presunto complotto russo non è altro che un alibi: “Un tentativo di giustificare quella che ho descritto come una detenzione extragiudiziale e un’operazione di pubbliche relazioni”. Lo aveva riferito il consigliere presidenziale Dmytro Lytvyn che Zelensky non avrebbe lasciato correre quanto accaduto; dopo aver convocato i vertici delle due unità coinvolte, ha destituito Oleg Khramov, capo del Dipartimento dell’sbu responsabile della protezione dei segreti di Stato. Anche il capo dell’ufficio del Presidente, Kyrylo Budanov, ha chiesto un’indagine “approfondita e imparziale”, ma lui potrebbe sapere molto di più di quanto dice o è emerso fin qui. Non è la prima volta che le rivalità tra Gur e Sbu – storicamente in competizione – diventano sangue e pallottole.

Un precedente risale al marzo 2022, quando il corpo del banchiere Denys Kireev fu ritrovato nel centro di Kiev con un proiettile ficcato nella tempia. Kireev aveva preso parte ai negoziati di pace tra russi e ucraini, era sospettato di doppiogiochismo, era un collaboratore del Gur – all’epoca guidato da Budanov. Ed è stato proprio lui a difenderne la memoria pubblicamente all’epoca: Kireev non lavorava per Mosca, anzi, aveva il merito di aver fornito informazioni sui piani di Mosca per l’invasione su vasta scala dell’ucraina. Ed è stato ucciso dall’Sbu.

Ieri Roman Chervinsky, colonnello del controspionaggio ucraino ed ex agente speciale, ha concesso un’intervista a Radio Nv pronunciando un nome preciso: quello dell’uomo che, per anni, è stato considerato il più potente del sistema Zelensky. Anzi, forse anche più potente del presidente: Andriy Yermak, costretto poi a lasciare gli incarichi dopo le indagini di Nabu e Sapo. Secondo Chervinsky, la situazione è diventata progressivamente più pericolosa a partire dal 2019-2020, quando Zelensky vince le elezioni e inizia a collocare nelle posizioni chiave dello Stato persone scelte non tanto “per competenze, professionalità e risultati”, quanto per la loro fedeltà e appartenenza alla cerchia più ristretta. L’attuale capo dell’sbu, Oleksandr Poklad ,è “uomo di Yermak”: sa perfettamente chi lo ha messo lì e sa che la politica la gestisce ancora lui. Secondo Chervinsky, infatti, l’ex braccio destro di Zelensky continua a esercitare un’influenza decisiva sui centri di potere di Kiev, ma lontano dai riflettori istituzionali. Ma oggi sulla poltrona che occupava Yermak c’è seduto proprio il capo del dipartimento avversario: l’ex capo del Gur, Budanov.


da Riforma del 04/09/2026

Le chiese e l'estremismo di destra in Germania

 

Timori e inquietudine in vista delle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt

 

Bettina Schlauraff, vescova regionale della Chiesa evangelica della Germania centrale (Ekm), ha chiesto un chiaro impegno da parte delle chiese a favore della democrazia e della dignità umana, alla luce dell'estremismo di destra e delle prossime elezioni regionali in Sassonia-Anhalt.

Interrogata sulle previsioni che vedono l'AfD come possibile partito di maggioranza, sottolinea che l'esito delle elezioni è tutt'altro che scontato. Il ruolo della Chiesa, afferma, è quello di promuovere la

democrazia, la forma di governo «che meglio garantisce la dignità umana». Pertanto, è un preciso dovere per i cristiani lottare per la democrazia. Le elezioni si terranno il 6 settembre.

L’approccio di Schlauraff non si concentra esclusivamente sul prendere le distanze dagli estremisti. La Chiesa deve anche raggiungere coloro che si sentono emarginati e che stanno valutando la possibilità di votare per un partito estremista.

Si tratta di comprendere a fondo le loro motivazioni: quali problemi affrontano e quali alternative democratiche esistono? Queste conversazioni devono essere sincere.

A questo proposito, la vescova regionale attribuisce un ruolo speciale alle comunità ecclesiali. Esse possono creare spazi in cui persone con esperienze e posizioni politiche diverse possano dialogare. Come co-curatrice del libro Chiesa contro l’odio, ha constatato che molte comunità e distretti ecclesiastici stanno già lavorando con format di dialogo. Gli spazi ecclesiali, in particolare, offrono un «ambiente pacificatore». L’esperienza dimostra che i dibattiti che vi si svolgono spesso portano e persone ad ascoltarsi meglio e a reagire in modo meno aggressivo.

da Riforma del 04/09/2026 

Le chiese per i bambini vittime di guerre in Africa

 

«Dobbiamo quindi evitare di considerare i bambini associati a gruppi armati semplicemente come carnefici. Sono, prima di tutto, bambini i cui diritti sono stati violati e che necessitano di protezione, riabilitazione e reintegrazione».

Alcuni dei conflitti più letali si stanno verificando in Sudan, nella Repubblica Democratica del Congo, in Somalia e nel nord della Nigeria. Molti bambini muoiono sui fronti di battaglia, mentre altri sono vittime di rapimenti o sequestri. Milioni di altri sono sfollati

e non possono andare a scuola.

Abdalla Ali Kori, segretario generale del Consiglio delle chiese del Sudan, ha affermato che la guerra ha reso difficile per il Consiglio intervenire, nonostante molti bambini siano tra le principali vittime del conflitto. «Da Khartoum mi giungono notizie di bambini reclutati, anche piccolissimi, e mandati in guerra», ha detto Kori. «E tutto nel caos. La gente è in fuga. Le persone sono disperse, ma è evidente che i bambini sono gravemente colpiti».

Suganya Kimbrough, direttrice per lo sviluppo dei programmi e la garanzia della qualità dell'organizzazione World Vision Somalia, ha affermato che il prolungato conflitto in Somalia sta rubando l'infanzia ai bambini, spingendoli dalle aule scolastiche alla fame e poi dalla fame al conflitto: «E’ una crisi che richiede l'urgente attenzione del mondo. I bambini sono il futuro della Somalia, e quel futuro viene eroso proprio sotto i nostri occhi». Secondo il pastore Uzoaku Williams, vicesegretario generale dell'Associazione cristiana della Nigeria, dopo oltre 15 anni di insurrezione, banditismo e scontri intercomunitari, un gran numero di bambini vive in campi profughi con accesso limitato a cibo, assistenza sanitaria e istruzione. «Continuano a giungere segnalazioni di rapimenti scolastici, reclutamento in gruppi armati e bambini che crescono nei campi profughi senza conoscere altro che il conflitto», ha affermato, spiegando che la situazione rimane critica, in particolare nel nord est, nel nord-ovest e in alcune zone del centro-nord della Nigeria.

Williams ha affermato che le chiese in Nigeria stavano offrendo soccorso e protezione: gestendo centri di supporto per gli sfollati interni; fornendo cibo, alloggio e assistenza medica, e aiutando a reintegrare i bambini che lasciavano i gruppi armati.

«Ci impegniamo anche nel dialogo interreligioso per costruire comunità più sicure. Abbiamo sviluppato congiuntamente un codice di condotta per porre fine alla violenza contro i bambini con il supporto dell'Unicef», ha concluso Williams.

MAI E POI MAI

 

O Dio,

mai e poi mai

tu ci risolvi i problemi

come un giocoliere.

Non ti preghiamo

perché tu magicamente

intervenga

a cambiare le cose

che dobbiamo cambiare noi.

La tua presenza è vera,

ma segue un'altra strada.

Tu ci dai la luce e la forza

perché noi uomini e donne

assumiamo fino in fondo

le nostre responsabilità

e facciamo la nostra parte.

 

Franco Barbero

da PREGHIERE D’OGNI GIORNO, Pregare e lottare: una sintesi vitale

2021

mercoledì 9 settembre 2026

da Il Manifesto del 04/09/2026

Canarie, 80 migranti morti dopo un mese alla deriva

di Giansandro Merli


Sono rimasti alla deriva nell’Atlantico per 26 giorni tra onde, sete e fame: oltre 80 migranti hanno perso la vita così, 44 sono sopravvissuti. Erano partiti il 7 agosto dalle coste del Gambia, lontane più di 1.600 chilometri dall’arcipelago delle Canarie, a bordo di un cayuco, un tipo di imbarcazione in legno lunga e stretta utilizzata dai migranti per lasciare le coste dell’Africa occidentale.

MERCOLEDÌ POMERIGGIO un aereo del Salvamento Marítimo, la guardia costiera spagnola, ha avvistato il mezzo 65 miglia nautiche a sud-est di Arguineguín, sulla costa meridionale dell’isola di Gran Canaria. A bordo erano rimasti 44 uomini di origine subsahariana, soccorsi dalla motovedetta Urania intorno alle 23, e cinque cadaveri, che a causa delle forti onde non è stato possibile recuperare.

Tre sopravvissuti sono stati evacuati con la massima urgenza grazie all’intervento di un elicottero. Gli altri hanno toccato terra intorno alle 3 di ieri mattina. Tutti erano esausti, disidratati e in stato di shock. «Erano dei veri e propri cadaveri viventi, come degli zombie. Cadevano a terra e non riuscivano a stare in piedi. La maggior parte di loro aveva allucinazioni e alcuni hanno persino cercato di colpirci», ha affermato un soccorritore in una dichiarazione pubblicata da euronews.

SECONDO QUANTO pubblicato dalla ong Caminando fronteras, che da anni svolge un lavoro di monitoraggio delle traversate verso lo Stato spagnolo e raccoglie informazioni direttamente dai partenti dei migranti, alla partenza sul cayuco c’erano 127 persone. I morti sarebbero quindi 83. Tra loro anche un neonato. Non si conoscono le nazionalità esatte, mentre i superstiti sono maliani e gambiani.

L’ultimo rapporto di Caminando Fronteras sulle rotte marittime dirette verso la Spagna parla di 1.317 vittime nei primi cinque mesi del 2026. Tra loro 142 donne e 129 bambini. In 635 hanno perso la vita tentando di raggiungere le Canarie. «Sono numeri che nessuna democrazia dovrebbe poter accettare come normali», si legge nel documento.

LE TRAVERSATE DELL’ATLANTICO hanno guadagnato consistenza negli ultimi anni, anche a causa dei maggiori controlli e delle chiusure nel Mediterraneo. Nel 2024 fu registrato un record di arrivi: quasi 47mila. Quest’anno è in controtendenza: da gennaio ad agosto gli sbarchi sono stati 5.613, il 57% in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Nonostante questo, la rotta rimane pericolosissima a causa di diversi fattori, come le enormi distanze e le correnti oceaniche. Alcuni barconi alla deriva sono persino ricomparsi dall’altro lato dell’oceano, con il loro carico di morte. A maggio 2025 i resti di 11 persone furono ritrovati su un’imbarcazione abbandonata dalle autorità di Saint Vincent e Grenadine vicino l’isola caraibica di Canouan. Addosso avevano dei passaporti del Mali. Altri 19 cadaveri, con la stessa provenienza, erano stati ritrovati a inizio anno a Saint Kitts e Nevis, non lontano da Porto Rico. Mentre nell’agosto 2024 un pescatore ha individuato 14 scheletri su un barcone al largo della Repubblica Dominicana.

IL MINISTRO DELLA POLITICA territoriale e memoria democratica Ángel Víctor Torres e segretario del Psoe delle Canarie ha parlato di «un dramma umano che interpella tutti e tutte. La Spagna. L’Europa. Il mondo». Il massimo rappresentante della comunità autonoma delle isole Fernando Clavijo, del partito di centro-destra Coalición Canaria, ha dichiarato: «È insopportabile che si continuino a perdere vite. Le Canarie non possono abituarsi, né si può normalizzare il fatto che l’Atlantico continui a essere una rotta di morte. La Spagna ha bisogno di una politica migratoria di Stato e l’Europa deve assumersi la sua responsabilità».

Nonostante quest’ultima strage sia stata tra le più grandi di sempre lungo quella rotta migratoria, l’eco è stata limitata. In Spagna e all’estero. Tutta l’attenzione è concentrata su Ceuta e sugli stranieri da rimandare indietro.

AD ACCENDERE un faro sulla situazione dei migranti nell’Atlantico era stato a giugno il Papa. In una delle tappe del suo viaggio in Spagna ha visitato proprio il molo di Arguineguín. «Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera», aveva detto Leone XIV.


da Pressenza del 05/09/2026

L’esperienza e la prossima iniziativa dei ‘Preti contro il genocidio’

di Maddalena Brunasti


Oltre 2˙500 sacerdoti, vescovi e cardinali di 67 nazioni si preparano a tornare in piazza. I coordinatori della rete formata dai preti cattolici aggregati in solidarietà con il popolo palestinese e mobilitati nella protesta contro il genocidio hanno presentato il programma della manifestazione e un bilancio delle proprie attività.


Il 22 settembre prossimo a Roma, dopo l’incontro mattutino alla chiesa di Santo Spirito con i partecipanti al Pellegrinaggio di giustizia in Palestina organizzato da Pax Christi e Un ponte per…, nel pomeriggio imploreranno la pace, la fine di ogni genocidio e il disarmo marciando in preghiera per via della Conciliazione e davanti ai palazzi sedi delle istituzioni nazionali e si raduneranno insieme a monsignor Giovanni Ricchiuti, arcivescovo emerito di Altamura e presidente di Pax Christi.

Alla conferenza stampa svolta online il 2 settembre scorso hanno anticipato i contenuti dell’appello Genocidio, non guerra che rivolgeranno ai governanti e ai ‘pastori’ della Chiesa.

Il portavoce della rete ‘Preti contro il Genocidio’, Pietro Rossini, ha esordito spiegando:

Un anno fa, il 22 settembre 2025, poco più di duecento sacerdoti si sono ritrovati a Roma perché non riuscivano più a stare zitti. Non avevamo una struttura, non avevamo un ufficio stampa, non avevamo un programma. Avevamo una convinzione sola: davanti a un genocidio non esiste la neutralità.

Oggi siamo oltre 2˙500 fra sacerdoti, vescovi e cardinali, in 67 Paesi e in cinque continenti. E in questo anniversario ci diamo un obiettivo preciso: arrivare a 4˙000 adesioni.

Quattromila non è un numero scelto a caso. È circa l’1 % di tutto il clero cattolico del mondo. Un uno per cento che non pretende di rappresentare la Chiesa intera, ma che chiede alla Chiesa intera di non voltarsi. Nel Vangelo il lievito è sempre poca cosa rispetto alla pasta: eppure è quello che la fa cambiare.

Dobbiamo però dire con chiarezza in che condizioni arriviamo a questo anniversario.

In questi dodici mesi non c’è mai stato un cessate il fuoco. C’è stato l’annuncio di un cessate il fuoco, ci sono stati i comunicati, le fotografie degli incontri ufficiali. Ma le bombe non si sono fermate, la fame non si è fermata, i bambini sono continuati ad essere vittime dell’odio e della violenza.

Una tregua che non ferma le uccisioni non è una tregua: è una parola usata per far girare lo sguardo dell’opinione pubblica da un’altra parte.

Per questo il 22 settembre, a Roma, non porteremo slogan. Porteremo in processione un sudario con i nomi di trecento bambini uccisi da Israele durante quello che avrebbe dovuto essere il tempo del silenzio delle armi. Trecento nomi scritti a mano, uno per uno, dai sacerdoti della rete. Perché un numero si dimentica, un nome no. Perché quei bambini avevano un nome prima di diventare una statistica, e noi vogliamo restituirglielo.

E qui sta il cuore di quello che vogliamo dire oggi: bisogna chiamare le cose con il loro nome.

Una guerra è un conflitto tra due eserciti. Quello che accade a Gaza non è una guerra: è un genocidio. Lo dicono i giuristi, lo dicono gli storici, lo dicono le corti internazionali, lo dice quello che vediamo ogni giorno. Chiamarlo “guerra” non è un errore di vocabolario: è il primo atto di complicità, perché rende accettabile ciò che è inaccettabile.

Per questo ci rivolgiamo alle istituzioni civili e a quelle religiose.

Ai governi: sospendete la vendita di armi, applicate il diritto internazionale, smettete di trattare le risoluzioni ONU come pareri facoltativi.

Ai nostri pastori e alle nostre Conferenze episcopali: una parola più netta, più profetica, più concreta.

Il silenzio prudente non protegge nessuno, se non chi sta commettendo le atrocità.

Il 22 settembre la giornata si apre con una mattinata di riflessione tra i sacerdoti aderenti. Per procedere con una marcia di preghiera verso Via della Conciliazione ed altri luoghi significativi di Roma per chiedere la pace, la fine di ogni genocidio e il disarmo.

Chiediamo al Signore il coraggio per i nostri rappresentanti politici di non cedere ai compromessi, la forza di difendere ogni vita umana, la sapienza di costruire una pace fondata sulla giustizia e sulla verità.

Il francescano Jacek Orzechowski, condirettore del Laudato Si’ Center for Integral Ecology della Siena University di Loudonville, una cittadina al centro dello stato di New York, ha riferito delle attività realizzate dalla rete Priests Against Genocide negli Stati Uniti. Il parroco londinese Pat Browne ha descritto le iniziative svolte nel Regno Unito e in Irlanda, tra cui la lettera inviata il 19 agosto scorso al primo ministro britannico

Pietro Rossini e Jacek Orzechowski hanno testimoniato le esperienze di predicare il genocidio dall’altare.

La rete dei ‘Preti contro il Genocidio’ ha aderito alla manifestazione del 9 settembre scorso contro il DDL che equipara l’antisionismo all’antisemitismo. Focalizzando l’attenzione sulla questione oggi cruciale in dibattiti e polemiche politiche e, di riflesso, nei confronti interreligiosi, Pietro Rossini ha osservato:

Il sionismo è un’ideologia diffusa tra ebrei ma anche tra cristiani, cattolici ed evangelici, e atei, e mentre le posizioni su questo tema si sono polarizzate i social media hanno amplificato l’eco dei discorsi d’odio, però ‘bloccando’ il confronto d’opinioni e così togliendo la parola a chi critica un’ingiustizia e mettendo a tacere le voci che denunciano il genocidio dei palestinesi. Ovunque, soprattutto nelle nazioni più tradizionaliste e conservatrici, i preti che ne parlano vengono tacciati di antisemitismo e un’organizzazione ebraica non-sionista, Voce Ebraica per la Pace, in un report ha documentato gli arresti di 2˙500 ebrei, anche ortodossi, che vi si oppongono.

Sono intervenuti i giornalisti:

  • Valerio Giacoia, che ha interpellato i referenti della rete Preti contro il Genocidio sulle difficoltà che hanno affrontato all’interno della Chiesa;
  •  Luca Kocci, collaboratore de il manifesto e di Adista che ha chiesto informazioni sul pellegrinaggio in Terra Santa e sulle relazioni e interazioni con papa Leone XIV;
  • Alberto Fazzolo, anche un analista geopolitico e un attivista che ha domandato quali governi ascoltano gli appelli;
  • Maria Ilaria de Bonis, redattrice di Popoli e Missione che ha chiesto approfondimenti sui rapporti con Vaticano, CEI e politici; 
  • Flavia Cecchini, redattrice di Città Nuova che ha interpellato i ‘Preti contro il Genocidio’ riguardo alle attività di BDS – boicottaggio, disinvestimento e sanzioni.

Osservando che sacerdoti e redattori di quotidiani, riviste e agenzie stampa hanno in comune la facoltà di diffondere notizie e informazioni che formano le opinioni delle persone e contribuire a far conoscere e capire i motivi della disobbedienza civile, Rito Maresca – il parroco di Mortora che l’anno scorso ha celebrato la messa del Corpus Domini indossando una casula raffigurante la bandiera della Palestina – ha ricordato “ciascuno di noi nella propria sfera d’influenza può fare qualcosa, e fare la differenza” ed esortato i giornalisti a “mettere la penna al servizio della pace, della giustizia e dell’equità”.