giovedì 9 luglio 2026

da Il Manifesto del 01/07/2026

Lefebvriani, appello del papa per evitare l’onta dello scisma

di Paolo Rodari


«Lacerare la tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità». Rivelano la drammaticità del momento, le parole che Leone ha inviato a don Davide Pagliarani, superiore dei lefebvriani, affinché rinunci alle ordinazioni episcopali illecite che quest’oggi avranno come immediata conseguenza la scomunica dell’intera comunità residente ad Écône, nel Canton Vallese. Nemmeno i soldati romani, è il sottinteso di Leone, osarono dividere la tunica di Gesù dopo la sua morte, non fatelo voi: «Vi prego con il cuore – scrive Prevost – tornate indietro». «Prenda tempo per riflettere», è la lapidaria risposta di Pagliarani che non cambia lo status quo.

NESSUN VESCOVO di Roma può accettare che uno scisma si consumi in seno al proprio pontificato. Così Leone, che vede nell’ostinazione degli ultratradizionalisti che già nel 1988 Marcel Lefebvre portò fuori dalla comunione, una macchia indelebile. Ratzinger provò a ricucire, nel 2009, revocando le scomuniche di Wojtyla, a dimostrazione di quanto la fuoriuscita pesi. Tuttavia, oggi ogni cosa ritorna al punto di partenza, dopo che per un intero pontificato anche Francesco aveva rinunciato a spingere sulle riforme e sulle aperture dottrinali per evitare la possibilità, che sentiva incombente, di uno scisma “da destra”.

Écône è una fortezza di pietra e severità, una piccola città autosufficiente dove circa un centinaio di seminaristi vive in isolamento dal rumore della modernità. La quotidianità dentro il seminario – in tutto i membri sono più di mille fra religiosi e laici, con un seguito di fedeli stimato in mezzo milione di persone – segue ritmi ferrei, scanditi dal suono delle campane e da una disciplina di stampo monastico. I candidati al sacerdozio si svegliano all’alba e indossano la veste talare nera, che non abbandonano mai. Quattro volte al giorno si riuniscono nella Chiesa dell’Immacolato Cuore di Maria, consacrata per ospitare le grandi liturgie. Lì, tra fumi di incenso e canti gregoriani, si celebra esclusivamente il rito latino antico, baricentro identitario di tutto il movimento.

ROMA OSSERVA questa vita da lontano, consapevole tuttavia di correre un duplice pericolo. Se resta non digeribile che una comunità cristiana che segue la dottrina della Chiesa così come si è sviluppata fino all’assise di metà Novecento, il Concilio Vaticano II, esca dalla comunione, la seconda e forse più grave minaccia risiede nel rischio di una implosione interna. E cioè che quei settori conservatori del cattolicesimo e del cristianesimo, più attigui a Lefebvre che al Papa, seguano l’onda cavalcando il dissenso e allontanandosi anch’essi dall’obbedienza. Se per anni, nei pontificati di Wojtyla e Ratzinger, la dissidenza era “da sinistra”, e cioè in teologi aperti alle novità che Roma non si sentiva pronta ad abbracciare, oggi la situazione è ribaltata. Chi si distanzia lo fa sul terreno opposto, contestando la Santa Sede perché troppo lasciva sulla dottrina. E nel solco di questa contestazione in diversi sembrano potenzialmente pronti ad abbandonare il carro della Chiesa ufficiale.

I lefebvriani denunciano da tempo un’«apostasia spirituale» interna alla Chiesa, provocata da riforme conciliari su cui Roma non mostra alcuna intenzione di arretrare. Nel loro mirino ci sono, anzitutto, il riconoscimento di «semi di verità» nelle altre religioni, la demitizzazione del rito attraverso la messa in lingua volgare, accusata di aver protestantizzato la liturgia, il governo assembleare che democraticizza la struttura ecclesiale e, infine, l’accettazione della libertà religiosa nello Stato laico, che espunge il cattolicesimo come unica verità e fede di Stato.

LA NOVITÀ DEL MOMENTO risiede anche nel modo in cui questa galassia strizza l’occhio alla società e alla politica più conservatrici. Il sostegno palese a figure come Donald Trump e JD Vance apre una faglia inedita, capace di trasmutare la disputa teologica in uno scontro di civiltà. Non è un caso che il portale ufficiale dei lefebvriani abbia tradotto e rilanciato l’intervista sulla conversione al cattolicesimo di Vance, né che in un editoriale dello scorso febbraio lo abbia descritto come il simbolo di una nuova classe dirigente a Washington, pronta a usare il cattolicesimo come codice identitario per rifondare la cultura americana. Mentre Trump attacca Leone per non averlo appoggiato nel conflitto in Iran, l’appoggio dei lefebvriani suona come un aperto atto contro il Papa. In sostanza Écône sembra offrire a Washington una sponda dottrinale per delegittimare il magistero romano. Ecco allora che si profila sia uno scisma teologico sia un asse politico-religioso.

Da un lato una Casa Bianca che pretende di ridefinire i confini della civiltà occidentale; dall’altro, una minoranza cattolica radicale che si propone come l’unica custode dell’anima di quell’Occidente, contro una Roma accusata di aver tradito la sua stessa missione storica.

E a dimostrazione di questa saldatura è di queste ore la notizia che oggi, alle ordinazioni di Ecône, saranno presenti esponenti del movimento neofascista italiano Forza Nuova, guidati dal segretario Roberto Fiore.


da Il Manifesto del 01/07/2026

Salvate Prosfyghika’

di Elena Kaniadakis - Atene


Nel mezzo di leofòros Alexàndras, una delle principali arterie della capitale greca, l’esploratore poco esperto di quel labirinto di palazzi dismessi che è Atene potrebbe rimanere, incuriosito, con il naso all’insù. Incastonata tra lo stadio della squadra di calcio del Panathinaikòs, pitturato di verde, la facciata austera della corte di appello di Atene, e il quartier generale della polizia ellenica, fa capolino una schiera di edifici fatiscenti color ocra, ricoperti di striscioni mossi dal vento. Sono i palazzi occupati di Prosfyghikà, in greco «le case dei profughi». In questo quadrante della capitale, dove il traffico sembra perenne, una comunità di quattrocento persone sta lottando con tutte le sue forze per impedire lo sgombero voluto dal governo e il riconoscimento di «un esperimento unico di edilizia sociale», come non si stancano di ripetere gli abitanti, in un Paese in cui, di fatto, non esiste alcun programma di aiuto per la casa.

Per opporsi allo sfratto, uno dei residenti, Aristotelis Chantzis, ha portato avanti per quasi cinque mesi uno sciopero della fame, interrotto solo lo scorso mercoledì, dopo l’intervento del sindaco socialista di Atene, Haris Doukas, che si è impegnato a mediare tra i residenti e il governo. Arrivato a pesare appena trentacinque chili, Chantzis si trova ora in terapia intensiva. Anche un’altra residente, la belga Suzon Doppagne, ha posto fine al suo sciopero della fame, intrapreso lo scorso primo maggio.

«La comunità dei Prosfyghikà difende una società alternativa al mondo dell’individualismo, dell’insicurezza, dei senzatetto, di chi non riceve un’assistenza medica adeguata, grazie ai rapporti basati sulla fiducia e solidarietà», ha rivendicato Chantzis in un messaggio.

GLI OTTO EDIFICI del complesso residenziale furono costruiti, in stile Bauhaus, nel 1933 per ospitare i profughi greci affluiti nella capitale dopo la loro cacciata dall’Asia minore, l’attuale Turchia, per mano dell’esercito guidato da Atatürk. Le loro mura, attraversate dai graffiti, sono state testimoni di alcuni degli eventi più drammatici del novecento greco. I segni ancora visibili dei proiettili e delle granate documentano i primi scontri della guerra civile, tra comunisti e monarchici, scoppiati nel dicembre del 1944. Più tardi, negli anni terribili della crisi del debito, quegli stessi palazzi di proprietà dello stato sono diventati il rifugio di anarchici, curdi in esilio, cittadini indebitati senza più una casa.

Negli ultimi sedici anni, una comunità composta da persone di 27 nazionalità diverse, tra cui molte che versavano in condizioni di vulnerabilità – migranti, anziani, malati cronici, donne con bambini, ex tossicodipendenti – ha ridato vita agli edifici, abbandonati a loro stessi. Con le sue mura scrostate e i balconi fatiscenti il complesso non si presenta come un luogo invitante in cui vivere, ma gli interni sono stati preservati dai residenti, per i quali i prosfyghikà sono diventati casa.

TRA I VIALI INTERNI che corrono da un edificio all’altro, alcuni bambini con lo zainetto trottano verso l’«asilo nido», lo spazio adibito all’assistenza delle madri lavoratrici, una delle venti strutture di servizio sociale aperte per i bisognosi all’interno della comunità, tra cui si conta un ambulatorio per chi non riesce a ottenere una visita negli ospedali pubblici, un rifugio per le donne in cerca di aiuto, una biblioteca.

I residenti, le cui decisioni vengono approvate nel corso di assemblee generali, hanno dedicato anche alcuni appartamenti ai familiari dei pazienti oncologici ricoverati in un ospedale vicino, che hanno difficoltà a sostenere le spese della trasferta.

UN LABORATORIO SOCIALE al quale la Regione dell’Attica, governata dal partito di governo Nea Dimokratia, vuole mettere la parola fine: il progetto di «riqualificazione» della struttura, approvato l’anno scorso e finanziato con fondi europei, prevede lo sgombero della comunità, senza che sia stato presentato un piano per il suo ricollocamento, così da permettere il restauro degli edifici e, secondo la versione ufficiale, una nuova destinazione d’uso dedicata proprio ai familiari dei pazienti oncologici ricoverati negli ospedali della zona.

«Pensiamo che sia solo un pretesto per avviare la speculazione edilizia alla quale il nostro paese è abituato: la destra al governo vede in noi un nemico, perché abbiamo costruito dal basso un esempio di mutua assistenza e convivenza tra culture», sostiene N. un residente affacciato al davanzale della sua finestra, su cui spicca un vaso di gerani in fiore. Nel palazzo accanto, uno striscione promette: «La nostra lingua comune è la solidarietà».

DA QUANDO IL GOVERNO Mitsotakis è salito al potere, nel 2019, ha intrapreso una lotta senza quartiere contro gli alloggi occupati durante la crisi del debito e quella migratoria: gli edifici di Prosfyghikà sono tra i pochi a non essere stati ancora svuotati a colpi di manganelli. Per il portavoce del governo, Pavlos Marinakis, quei palazzi scrostati sono «l’esempio di una delle più grandi patologie che affliggono la Grecia: lo Stato, purtroppo, ha permesso che venissero occupati da specifici gruppi politici».

Il governo, indifferente fino agli ultimi giorni allo sciopero della fame intrapreso dai cittadini, ha chiarito: «Se ci sono soggetti vulnerabili, è stato disposto un piano per non farli finire in strada, ma ogni spazio occupato va liberato immediatamente».

L’UNICA MANO TESA dall’amministrazione è arrivata dal sindaco di Atene, Doukas, che ha esortato la Regione «a evitare qualsiasi intervento violento, e a intraprendere un dialogo con la comunità per una soluzione che tenga conto sia del restauro degli edifici, che della necessità di assicurare un alloggio a chi vi risiede». Il primo cittadino, eletto con il Pasok, ha promesso di farsi carico delle richieste degli abitanti ma le sue armi sono spuntate: Nea Dimokratia, indispettita dall’aver perso il feudo di Atene, ostacola da anni la sua amministrazione. In attesa di nuovi sviluppi, la comunità autogestita rimane in allerta.

Anche Amnesty International in Grecia ha espresso, in un comunicato, la propria preoccupazione, ribadendo che «ai sensi del diritto internazionale, gli sfratti possono essere effettuati solo come ultima risorsa», e che tra «le persone che verrebbero colpite, molte sono rischio di discriminazione ed emarginazione».

«La Regione insiste nel voler smantellare la struttura esistente per far posto a un’altra, con un costo finanziario elevato, senza che gli attuali abitanti siano coinvolti nel progetto», dice Nikos, militante anarchico di ritorno da una manifestazione a piazza Syntagma in sostegno della comunità. Dal forno autogestito dei prosfyghikà alle sue spalle, dedicato a Berkin Elvan, il ragazzo curdo ucciso dalla polizia turca nelle proteste del 2013, si spande il profumo di pane. «Per questo governo sono solo gli edifici ad avere un valore, noi invece difendiamo la vita di chi li popola».

QUATTRO LIBRI CHE HO LETTO RECENTEMENTE


Caro lettore, lettrice del blog, ti esorto a leggere queste pagine perché parlano al cuore, al cervello, alla conoscenza del mondo in cui viviamo.

                                             Franco Barbero - 10 luglio 2026


1) Valentina Pazè - Le parole della guerra -

     Boringhieri 2026 - pag. 179 Euro 16,00

2)  Anna Foa - Il suicidio di Israele - 

     Laterza 2024 - Euro 15,00

3)  Byung-Chul Han - Parlare di Dio. Un dialogo 

     con Simone Weil

     Nottetempo 2026 - pag. 114 Euro 16,00

4)  Ilan Pappé - La fine di Israele -

     Fazi Editore 2025 - Euro 18,50



da Confronti del 03/06/2026

Donne, pace e sicurezza: un’agenda incompiuta

di Michele Lipori. Redazione Confronti.


A venticinque anni dalla Risoluzione 1325 dell’Onu, i dati mostrano un mondo segnato da crescita di conflitti e violenze di genere, con le donne tra le principali vittime delle guerre contemporanee.

A venticinque anni dall’approvazione della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza Onu su Women, Peace and Security, i dati mostrano una contraddizione sempre più evidente: mentre cresce il riconoscimento del ruolo delle donne nei processi di pace, aumentano guerre, militarizzazione e violenze di genere. Secondo il Rapporto 2025 del Segretario generale delle Nazioni Unite e i dati raccolti da UN Women – l’ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile –, il mondo sta attraversando una fase di escalation dei conflitti senza precedenti nella storia recente.

L’Armed Conflict Location & Event Data Project (Acled), un’organizzazione non governativa e no-profit statunitense specializzata nell’analisi di conflitti geopolitici e violenza politica a livello globale – nel suo Conflict Index 2025 (pubblicato nel 2026) – segnala oltre 204mila eventi di violenza politica registrati nell’ultimo anno. Circa 831 milioni di persone vivono oggi in prossimità di aree di conflitto; tra loro, circa il 16% della popolazione femminile mondiale.

La guerra non appare più, dunque, come un’emergenza temporanea, ma come una condizione strutturale che attraversa intere regioni del pianeta. Le conseguenze sulle donne sono dirette: i dati Onu indicano che tra il 2023 e il 2025 i casi verificati di violenza sessuale legata ai conflitti sono aumentati dell’87%; in oltre venti Paesi la violenza di genere viene classificata come “grave” o “estrema” e stupro, sfruttamento sessuale e matrimoni forzati continuano a essere usati come strumenti di intimidazione e controllo.

Nonostante questo scenario, le donne continuano a restare ai margini dei negoziati di pace. Secondo l’Onu, basandosi sui dati del Women in Peace Processes Monitor – un sistema di tracciamento globale progettato per misurare, analizzare e documentare l’inclusione delle donne all’interno dei negoziati di pace formali e informali –, nel 2024 le donne rappresentavano appena il 7% dei negoziatori e il 14% dei mediatori nei principali processi di pace internazionali.

Quasi il 90% dei negoziati si è svolto senza una presenza significativa di donne. Eppure gli stessi dati mostrano che gli accordi che coinvolgono le donne hanno maggiori probabilità di essere implementati e durare nel tempo. Accanto alla crisi dei conflitti emerge anche quella dei finanziamenti. Mentre la spesa militare globale ha superato i 2,7 trilioni di dollari nel 2024, i fondi destinati alle organizzazioni femminili restano minimi. Secondo UN Women, solo lo 0,4% dell’assistenza bilaterale è destinato alle organizzazioni che operano per i diritti delle donne nei contesti di crisi. Un sondaggio globale del 2025 mostra che il 90% delle organizzazioni femminili locali è stato colpito dai tagli agli aiuti internazionali; quasi la metà teme di dover chiudere entro sei mesi.

Il Rapporto Onu insiste infine sulla necessità di una “rivoluzione dei dati di genere”. La raccolta sistematica di dati disaggregati – su violenze, partecipazione politica, accesso ai servizi e impatto climatico – viene considerata uno strumento essenziale per rendere visibili bisogni spesso ignorati e costruire politiche di prevenzione più efficaci. Venticinque anni dopo, quindi, l’agenda Women, Peace and Security appare ancora incompiuta: le donne continuano a essere tra le principali vittime delle guerre contemporanee, pur avendo (potenzialmente) un ruolo importante nella costruzione della pace.


mercoledì 8 luglio 2026

Incontri

Ecco la tabella aggiornata con gli incontri di luglio, agosto e settembre:

- Mar 7 luglio ore 18: eucarestia (Manuela ripropone un canone preparato da Franco e Fiore)

- Mar 14 luglio ore 18: gruppo biblico (prepara Anna Campora)

- Mar 21 luglio ore 18: eucarestia (prepara Walter Primo)

- Mar 28 luglio ore 18: gruppo biblico (prepara....)

- Mar 4 agosto ore 18: eucarestia (prepara Manuela)

- Mar 11 agosto ore 18: gruppo biblico (prepara...)

- Mar 18 agosto ore 18: eucarestia (prepara...)

- Mar 25 agosto ore 18: gruppo biblico (prepara...)

- Domenica 6 settembre ore 10: eucarestia (prepara... )

- Martedì 15 settembre ore 18: gruppo biblico in presenza a casa di Luca Prola per l'introduzione alla lettura di Giobbe. Sarà attivato anche il collegamento on line (solito link).

- Domenica 20 settembre ore 10: eucarestia (prepara... )

- Martedì 22 settembre ore 18: inizia il gruppo biblico on line

- Venerdì 25 settembre ore 17: inizia il gruppo biblico in presenza.

Francesco

da Pressenza del 04/07/2026

Da Lampedusa la pastorale dei migranti di papa Leone

di Aldo Bonaiuto


Qui, nel Canale di Sicilia si consumano terribili tragedie del mare con migranti morti e dispersi. Persone che disperatamente cercano una vita migliore, fuggendo da guerre, persecuzioni, miseria. Fratelli e sorelle finiti nelle mani di organizzazioni criminali che poi crudelmente li abbandonano nel pericolo. Molte vittime sono destinate a restare senza nome. “È la nostra civiltà a impedirci di voltare le spalle, di restare indifferenti, di smarrire quel sentimento di umanità che è radice dei nostri valori”, ha recentemente ricordato il presidente della Repubblica Sergio Matterella rinnovando l’apprezzamento per l’opera di soccorso da parte delle navi italiane che riescono in condizioni estreme, a salvare vite. Le più alte istanze civili e religiose rimarcano quanto i movimenti migratori vadano governati.

Le organizzazioni internazionali e per prima l’Unione Europea, infatti, devono esprimere il massimo impegno per fronteggiare l’immane sofferenza nel “mare nostrum”.  Per questo il Pontefice e il Capo dello Stato concordano sul fatto che il necessario contrasto all’illegalità e la lotta alla criminalità si nutrono della predisposizione di canali e modalità di immigrazione legali. Così da esprimere con coerenza pieno rispetto nei confronti della vita umana. La chiave di lettura, quindi, è racchiusa nel termine “integrazione”. Una parola che caratterizza in modo particolare il Magistero sociale della Chiesa nell’era della globalizzazione. Non si tratta di un’assimilazione che induce a sopprimere o a dimenticare la propria identità culturale, bensì, come testimonia il Pontefice pellegrino a Lampedusa, di un contatto con l’altro che porta ad aprirsi per una fruttuosa conoscenza reciproca. Ciascuno di noi, come individuo e come parte di una collettività, è chiamato a far fronte alle numerose sfide poste dalle migrazioni contemporanee con generosità e lungimiranza. Ognuno secondo le proprie possibilità: per accogliere, proteggere, promuovere e integrare.

Papa Leone sottolinea spesso quanto il lavoro umano per sua natura sia destinato ad unire i popoli, incoraggiando le istituzioni a prodigarsi affinché venga promosso l’inserimento socio-lavorativo dei migranti e rifugiati. L’obiettivo è garantire a tutti, compresi i richiedenti asilo, di poter lavorare attraverso percorsi formativi linguistici, al riparo da sfruttamento e abusi. Anche l’Onu ha chiaramente espresso la loro volontà di prodigarsi a favore dei migranti e dei rifugiati per salvare le loro vite e proteggere i loro diritti. Una responsabilità da far propria a livello globale. Il Vangelo ci insegna ad amare l’altro, lo straniero, come noi stessi senza distinzione di nazionalità e religione nel soccorrere gli esclusi perché “Dio è padre di tutti”. Lampedusa, dunque, è periferia dal punto di vista geografico ma è cuore dell’Europa sotto il profilo spirituale.


da Pressenza del 04/07/2026

Basta ghetti: occupata la basilica di San Nicola a Bari

di Unione Sindacale di Base Braccianti


In questo momento un centinaio di braccianti del ghetto di Torretta Antonacci hanno occupato la basilica di San Nicola a Bari. I 30 milioni per Torretta Antonacci li avete persi voi: ora fondi contro le baracche e documenti per tutti.

Da questa mattina siamo dentro la basilica di San Nicola a Bari. Siamo un centinaio di braccianti e ci siamo rinchiusi qui, nel cuore di questa città, perché fuori nessuno ci ascolta. Veniamo dalle baracche di Torretta Antonacci, arriviamo dai campi dove alle sei del mattino stiamo già curvi sui filari. E da qui non ce ne andiamo finché il presidente della Regione Puglia Decaro e il governo Meloni non daranno un segnale chiaro e concreto: soluzioni vere contro le baracche, subito, e documenti per tutti. Non parole, non tavoli, non promesse. Atti.

Perché occupiamo una chiesa? Perché è l’unico luogo di questa città dove la nostra vita vale ancora qualcosa. Per lo Stato non esistiamo: esistono le nostre braccia quando c’è da raccogliere il pomodoro e spariscono i nostri corpi quando c’è da darci un tetto, un documento, un nome.

Il 30 giugno è scaduto il PNRR e con esso sono morti per sempre i 30 milioni di euro stanziati per il superamento di Torretta Antonacci, il più grande ghetto agricolo della Capitanata. Trenta milioni persi, bruciati. E non è stata la sfortuna, non è stata la burocrazia: siete stati voi. Torretta Antonacci non è arrivata “in ritardo” alla scadenza: l’avete esclusa voi, mentre il vostro commissario straordinario ammetteva davanti alla Corte dei Conti che i tempi non c’erano più. La Corte dei Conti aveva segnalato San Severo tra i casi critici d’Italia: cronoprogrammi impossibili, convenzioni mai firmate, cantieri mai aperti. Quattro anni di riunioni in Prefettura, tavoli tecnici, commissari, passerelle e fotografie. Risultato: zero alloggi, zero dignità, 30 milioni in fumo. Governo, Regione, Prefettura e Comune hanno scelto, ciascuno per la propria parte, di lasciarci nel ghetto. Perché un bracciante senza documenti e senza casa è un bracciante in ginocchio e un bracciante in ginocchio costa poco.

Noi ci spezziamo la schiena a 40 gradi. Moriamo letteralmente di caldo e di fatica sotto il sole, ora dopo ora, cassone dopo cassone, per raccogliere i pomodori, gli ortaggi e la frutta che finiscono sulle vostre tavole. Il cibo che mangiate passa dalle nostre mani. Il made in Italy di cui vi riempite la bocca nei convegni sta in piedi sulle nostre schiene. E noi moriamo come foglie, uno a uno, nei campi e nelle baracche. Ad aprile è morto Alagie, a gennaio Mamadou e tanti altri fratelli d’estate muoiono per il caldo e d’inverno per il freddo.

E lo diciamo forte: viviamo nelle baracche non perché siamo clandestini, ma perché ci avete resi ostaggi della vostra burocrazia. Abbiamo in tasca i permessi C3, i rinnovi e le richieste di asilo ferme da anni nelle questure e nelle commissioni. Lavoriamo, produciamo, mandiamo avanti l’agricoltura di questo Paese, e ci negate perfino un pezzo di carta. Ora basta: documenti per tutti, perché chi lavora questa terra ha il diritto di viverci da persona libera, non da fantasma ricattabile nelle mani dei caporali.

E non provate a raccontarci che i fondi “torneranno in altra forma”. Senza uno stanziamento nazionale immediato, vincolato e verificabile, quei 30 milioni sono spariti per sempre e lo sapete. Noi la nostra proposta l’avevamo già messa sul tavolo: un villaggio progettato insieme agli abitanti, con percorsi di urbanistica partecipata, case vere, spazi comuni, dignità. L’avete ignorata, come avete ignorato noi. Ora ve la riportiamo dentro una cattedrale occupata.

La pazienza è finita. L’occupazione della Cattedrale è solo l’inizio. Davanti a noi c’è la stagione della raccolta del pomodoro e noi siamo pronti a fermarla: scioperi nel pieno della raccolta, presidi permanenti sotto i palazzi del potere, blocchi e manifestazioni in tutta la Capitanata. Il cibo arriva sulle vostre tavole grazie alle nostre braccia: ricordatevi che quelle braccia possono fermarsi.

Non usciremo da qui a mani vuote. Pretendiamo:

  • lo stanziamento immediato, con fondi nazionali, di risorse pari a quelle perse, vincolate al superamento reale di Torretta Antonacci e decise con noi, non sopra le nostre teste;
  • acqua, luce, servizi igienici e infrastrutture di base da subito nell’insediamento, perché nessuno può sopravvivere un’altra estate così;
  • documenti per tutti: sblocco immediato dei permessi, dei rinnovi e delle richieste di asilo ferme da anni, rilascio di un permesso biennale per ricerca occupazione;

Non chiediamo carità: pretendiamo giustizia. Il tempo delle vostre promesse è scaduto il 30 giugno, insieme ai vostri fondi. Il tempo della nostra lotta comincia adesso.



da Il Manifesto del 02/07/2026

IO SONO LA GUERRA


Netanyahu lancia la sua campagna elettorale: linee guida ai membri del Likud per affossare i rivali e presentazione del programma. Nessun ritiro da Siria, Palestina e Libano e nuove offensive all’orizzonte. Israele deve «vivere di spada», per sempre.


da Internazionale del 03/07/2026

Se la Volkswagen licenzia

di El Pais, Spagna

 

Le aziende delle dimensioni della Volkswagen sono un termometro per un intero paese, e questo spiega l'inquietudine suscitata dalla notizia che l'azienda automobilistica con sede a Wolfsburg taglierà 100mila posti di lavoro su un organico di più di 650mila dipendenti in tutto il mondo. I tagli sono il risultato di una trasformazione industriale a cui la Germania è arrivata in ritardo. Non è solo il fatto che la Volkswagen ha perso terreno in Cina, ma anche che i giganti cinesi stanno entrando con forza nel mercato tedesco, dove marchi come Mercedes e Bmw devono affrontare tagli e piani di ristrutturazione.

Per un paese esportatore come la Germania, l'ondata protezionista che ha travolto il mondo è micidiale. I dazi imposti da Donald Trump non hanno aiutato, ma non sono gli unici responsabili della crisi. Nel caso della Volkswagen si tratta di una serie di errori che vanno dalla frode sul diesel al disinteresse per l’auto elettrica e che sfociano in annunci di riduzione del personale. Nel 2024 il sindacato Ig-Metall e i vertici dell'azienda si erano accordati su 35mila licenziamenti entro il 2030 solo per la Germania. Nel 2025 la cifra è salita a 50mila; ora sono il doppio a livello mondiale.

I rischi si concentrano in Germania, in quattro stabilimenti minacciati dalla chiusura, uno dei quali si trova nel territorio della ex Germania Est, feudo dell'estrema destra, Non sorprende che Alternative für Deutschland (Afd), il partito estremista che è sempre più forte tra i lavoratori, cerchi di sfruttare la crisi a fini elettorali.

Le difficoltà della Volkswagen sono un campanello d'allarme per tutta l'Europa: un'industria solida e innovatrice è una condizione indispensabile per la sovranità e la stabilità del continente.

da Internazionale del 03/07/2026

Il Venezuela dopo il terremoto

di The Guardian, Regno Unito

 

I due terremoti che il 24 giugno hanno colpito il Venezuela nell'arco di pochi istanti sono stati i più forti dal 1900. Si è trattato di scosse superficiali, più distruttive rispetto a quelle più profonde di pari intensità. Quasi duemila persone hanno perso la vita, ma oltre ai circa tremila feriti ci sono anche decine di migliaia di dispersi. Secondo le Nazioni Unite i danni ammontano a 6,7 miliardi di dollari, equivalenti al 6 per cento del Pil venezuelano. Diverse infrastrutture cruciali sono state devastate e 38 ospedali risultano danneggiati. Il bilancio di questo disastro riflette le condizioni del paese prima del sisma, oltre che l'incapacità dello stato di rispondere all'emergenza.

Quando la presidente ad interim Delcy Rodríguez ha visitato le aree più colpite di Caracas, è stata sommersa dai fischi. La rabbia è soprattutto per la risposta inadeguata delle autorità, paragonata all'impegno dei volontari e dei soccorritori. Il terremoto ha dimostrato che le risorse sono state spese soprattutto per le forze di sicurezza, a cominciare dall'esercito. Oggi il regime ha i mezzi per ostacolare e reprimere i cittadini, ma non per aiutarli. Anni di cattiva gestione e sanzioni statunitensi hanno lasciato l'80 per cento dei venezuelani in povertà, spingendo un quarto di loro a emigrare. Il tasso d'inflazione annuale supera il 600 per cento e il sistema sanitario è in ginocchio. Dopo che a gennaio gli Stati Uniti hanno catturato il presidente venezuelano Nicolis Maduro, il governo è rimasto in piedi ma il paese è nel caos politico.

Per Trump la priorità è aprire il paese sudamericano agli investimenti privati e gestire la vendita del petrolio. Dopo aver sequestrato Maduro, ha dichiarato di avere il controllo del Venezuela. Allora dovrebbe fare qualcosa. Lo smantellamento dell'Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (Usaid) e i licenziamenti nel settore degli aiuti umanitari sollevano dubbi sul suo margine di manovra e sulle sue intenzioni. Gli Stati Uniti hanno promesso 300 milioni di dollari in sostegno al Venezuela, e gli statunitensi fanno parte dei 2.400 professionisti del soccorso arrivati da tutto il mondo. È un buon inizio, ma i venezuelani meritano un appoggio coordinato e prolungato. Sarà il vero banco di prova sia per il governo di Rodriguez sia per Washington e la sua presunta leadership nell'emisfero occidentale.


martedì 7 luglio 2026

da Confronti di 06/2026

Somalia

Oltre mezzo milione di sfollati a causa della siccità


C’è chi arriva nei campi profughi della Somalia dopo giorni di cammino sotto il sole, con pochi vestiti addosso e senza sapere se riuscirà a trovare acqua o cibo. Nelle immagini di un reportage pubblicato da Al Jazeera si vedono bambini denutriti, tende improvvisate e famiglie costrette ad abbandonare villaggi ormai svuotati dalla siccità. Secondo l’emittente qatariota, oltre 500mila persone hanno lasciato le proprie case a causa del fallimento delle piogge stagionali, che ha compromesso raccolti, allevamenti e riserve idriche soprattutto nel sud del paese.

Le aree più colpite sono quelle rurali, dove molte comunità vivono di agricoltura e  pastorizia. Con la morte del bestiame e i terreni diventati aridi, migliaia di persone si stanno spostando verso città come Baidoa e Dollow, dove però i campi per sfollati sono già sovraffollati e le risorse scarseggiano.

Le organizzazioni umanitarie parlano di una crescita dei casi di malnutrizione infantile e di un sistema sanitario incapace di reggere l’emergenza.

La crisi somala, però, non dipende soltanto dal clima, ma in larga parte dall'instabilità politica e interessi contrapposti, la presenza del gruppo  jihadista al-Shabaab in diverse zone del paese e la riduzione dei finanziamenti internazionali stanno complicando gli interventi di assistenza.

Diverse Ong negli scorsi mesi hanno denunciato i tagli agli aiuti destinati all’Africa orientale proprio mentre la situazione alimentare peggiora.

da Internazionale del 26/06/2026

Emissioni indirette


Circa il 15% dell’aumento delle temperature globali dall’inizio dell’era industriale non è dovuto ai gas serra come l’anidride carbonica e il metano, ma ad altre sostanze legate alle attività umane, in particolare il monossido di carbonio e i composti organici volatili (Cov),  conclude uno studio pubblicato su Science.

Queste sostanze, chiamate “gas serra indiretti”, reagiscono con altri composti presenti nell'atmosfera producendo ozono, che quando si trova nella parte bassa dell'atmosfera intrappola il calore impedendogli di disperdersi nello spazio. I gas serra indiretti reagiscono anche con i radicali ossidrili, composti normalmente responsabili della degradazione del metano e di altri inquinanti. L'aumento della loro concentrazione quindi riduce la disponibilità di radicali ossidrili per l'eliminazione di queste sostanze. Il monossido di carbonio è prodotto dalla combustione incompleta degli idrocarburi, soprattutto nelle caldaie, nelle stufe e nei motori più vecchi, mentre i Cov evaporano dai combustibili fossili, dalle vernici e dai  solventi. Mentre l’anidride carbonica può rimanere nell’atmosfera per secoli e il metano per decenni, queste sostanze si degradano molto più rapidamente, resistendo al massimo qualche anno. Questo significa che intervenire sui gas serra indiretti potrebbe avere rapidamente un impatto significativo sull’aumento delle temperature. I governi dovrebbero quindi includerli nei loro piani d’azione contro il cambiamento climatico.