da Adista del 05/09/2026
Riflessioni sul suicidio di un presbitero di 75 anni
di Virginia Isingrini
Non siamo tutti uguali. Un'affermazione ovvia eppure sovente smentita sia nei fatti che nei giudizi. Non solo c'è qualcuno che è più uguale degli altri, come affermava la famosa massima con cui si chiude La fattoria degli animali di Orwell. C'è anche chi è meno uguale degli altri. Se l'essere più uguali vuole ironicamente giustificare in nome della legge i privilegi che alcuni si attribuiscono, l'essere meno uguali ha risvolti certamente più nascosti e dannosi. Non è un gioco di parole se leggiamo questi paradossi avendo nel cuore lo sconcerto per la morte di un presbitero settantacinquenne della diocesi di Trento, di cui si sono occupati i giornali quest’estate. In un primo momento, forse comprensibilmente, la parola suicidio non è stata pronunciata, ora invece pare una certezza.
È impossibile non farsi domande di fronte a un fatto così tragico. Le parole che seguono non hanno nessuna pretesa di spiegare qualcosa che solo chi è giunto a una simile decisione avrebbe il diritto di fare. A quest'uomo, da parte nostra, soltanto affetto, forse tardivo, occorre dirlo con rammarico. Quello che si scrive è “per noi vivi”, perché ne traiamo un qualche insegnamento. Don Lino Zatelli non ne ha più bisogno.
La realtà, l’ideale e la condanna
Certamente colpiscono l’età e le circostanze: settantacinque anni, in procinto di cambiare parrocchia, dopo 25 passati, da quello che si legge, in una comunità ecclesiale di cui è stato l'anima amata e stimata. Ed è qui che la massima <<siamo tutti uguali>> è pronta a scattare. Qual è il presbitero o la suora a cui prima o poi non viene cambiata destinazione? Non era questo ciò che si era promesso il giorno in cui si è abbracciato il sacramento dell'ordine presbiterale o la professione religiosa? Chi non soffre quando deve lasciare una comunità, soprattutto se è stata un’esperienza felice?
Nessun vescovo, superiore/a o autorità che sia avrebbe il coraggio di contraddire una sola parola di queste domande retoriche. Eppure… la realtà di ciascuna persona è spesso lontana anni luce da un ideale che, se non contestualizzato, rischia di divenire una condanna.
Non è vero che la fede è un antidoto alla sofferenza. Può darvi un senso, ma non è fatta per eliminarla. Esortare alla fede come se fosse un rimedio o il mezzo che permette di andare bellamente oltre il dolore è quantomeno mistificante. Chi è oggetto di tali esortazioni spesso affonda ancora di più nel proprio dramma perché, appunto, viene letto come mancanza di fede e come resistenza all'obbedienza evangelica. Oltre al danno, la beffa.
Non è vero che siamo tutti uguali. Qualcuno è meno uguale degli altri, tanto per continuare nei paradossi. Qualcuno o qualcuna ha difficoltà strutturali ad affrontare i cambiamenti. La depressione, caratterizzata da questa resistenza, non se la cerca nessuno. Non è né una colpa né un reato. E’ un cancro che rode l’anima, un peso per alcuni insopportabile tanto da non volerci più vivere. Un cancro meno compatito di una malattia fisica, ritenuto problema <<mentale>> o <<psichico>>, detto in parole povere: risolvibile se la persona lo volesse o se avesse più fiducia in Dio.
Si è invocato spesso negli articoli sul suicidio di padre Lino, e di altri come lui, il bisogno di stare più vicini ai presbiteri, di fare loro sentire comprensione e affetto in tempi in cui fare il prete è divenuto un compito molto arduo, in cui la solitudine sembra essere la difficoltà maggiore. Tutto ciò è certamente necessario e lodevole, ma non basta.
Non basta nel momento in cui la debolezza, il <<non posso, non ci riesco>> è vista come un'anomalia, una contraddizione della fede, un qualcosa di cui avere <<comprensione e pietà>>, ma che, se si potesse, si eliminerebbe dalla radice. E questo avviene spesso anche da parte di chi ne è vittima, convinto alla stessa stregua degli altri, di essere <<sbagliato/a>>, di non dover sentire ciò che sente perché contraddice il modello ideale disincarnato e disumanizzato propugnato dall’istituzione ecclesiastica.
Oltre il limite
Per tutti c’è un <<troppo>>, una soglia oltre la quale non si può andare e ciascuno ha la propria soglia, diversa da tutti gli altri. Spingere o spingersi oltre quel limite in nome di un voto, di un sacramento, di uno standard ingessato o di una configurazione a Cristo crocifisso, può portare i più deboli al suicidio o quantomeno a una morte interiore benché ancora vivi fisicamente. La grazia non può aggiungere o togliere nulla all'umano, può solo portarlo a pienezza. Detto in altri termini: Dio non va contro le leggi dell’umano - il limite fa parte di esso - che lui stesso ha creato e che ha assunto nell’incarnazione.
Non bastano quindi amore e vicinanza nei confronti dei presbiteri oberati di lavoro e sempre più soli. Occorrono oculatezza e discernimento per cogliere i segni del malessere, che in genere viene da lontano, e offrire aiuti puntuali e adeguati. Occorre ripensare radicalmente il ruolo del presbitero dentro la comunità cristiana e, di conseguenza, il ruolo dell'autorità ecclesiastica. Occorre soprattutto una conversione teologica e antropologica in grado di ricollocare la debolezza, il limite, il dubbio, la rivolta, il dissenso, come parte della stessa fede. Questa conversione è necessaria alla catechesi, all’omiletica, alla formazione presbiterale e alla vita religiosa, all'esercizio dell'autorità; è necessaria ai presbiteri come ai laici; a chi è chiamato a prendere decisioni come a chi deve eseguirle.
Del resto, non è questa la via segnata dall’evangelo?