da Il Manifesto del 22/07/2026
Il «rischio migratorio» nelle aule degli atenei
di Valentina Pazé
Gli atenei italiani stanno ricevendo mail che invitano a prendere atto delle novità contenute in una recente circolare dei ministeri dell’Università e degli Esteri. Si tratta di una stretta ai visti per studenti extra Ue per «contrastare il rischio migratorio».
In questi giorni presidenti di corsi di laurea e responsabili della didattica degli atenei italiani stanno ricevendo dalle loro amministrazioni mail che invitano a prendere atto delle novità contenute in una recente circolare congiunta del Mur (Ministero dell’Università e della Ricerca) e del Maeci (Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale). L’oggetto è il rilascio dei visti per l’iscrizione nelle università italiane di aspiranti studenti e studentesse provenienti da paesi al di fuori dell’Unione europea nei prossimi due anni accademici. La circolare ministeriale, risalente al 29 aprile, introduce una significativa stretta alla concessione di tali visti, con l’obiettivo dichiarato di «contrastare il rischio migratorio».
Tra gli aspiranti studenti di corsi di laurea triennali e magistrali, o di master, scuole di specializzazione e dottorati – è il timore – potrebbero annidarsi “migranti” sotto mentite spoglie, soggetti truffaldini che millantano titoli e interessi scientifico-culturali al solo scopo di eludere le leggi che regolamentano l’accesso legale al suolo patrio.
Tre sono le principali novità previste dalla circolare. Si stabilisce innanzitutto l’innalzamento dei requisiti economici richiesti per ottenere un visto per motivi di studio, commisurati alla possibilità di mantenersi in modo autonomo per l’intera durata del soggiorno e di disporre di un alloggio idoneo, e controlli più rigorosi sulla provenienza e l’effettiva disponibilità delle risorse economiche dichiarate. Gli atenei vengono, in secondo luogo, invitati a esaminare con maggiore scrupolo la sussistenza dei requisiti relativi al percorso formativo pregresso dei candidati e la validità dei documenti da loro presentati, con un aggravio di lavoro per gli uffici e perdita di tempo e denaro per i richiedenti.
Vengono introdotte, infine, verifiche più stringenti sulle competenze linguistiche degli aspiranti studenti che, preferibilmente prima della richiesta del visto, dovranno dimostrare di conoscere l’italiano, o la lingua di erogazione dei corsi universitari, a un livello pari almeno al B2 da certificare attraverso prove a distanza.
Una successiva Nota esplicativa, datata 3 luglio, si occupa specificamente degli studenti «provenienti da aree di conflitto e contesti di crisi umanitaria». Qui sembra aprirsi uno spiraglio di umanità, o anche solo di buon senso. L’invito è ad «applicare le verifiche con criteri di ragionevolezza e proporzionalità, tenendo conto delle oggettive difficoltà che tali candidati possono incontrare nel reperimento della documentazione o nella dimostrazione delle competenze linguistiche, valorizzando, ove possibile, anche il ruolo delle Università nell’accompagnamento degli studenti». Ma guarda… Qualcuno sembra essersi accorto che chi viene dall’Afghanistan, o dalla Palestina, o dall’Iran, potrebbe non avere piena padronanza dell’italiano o dell’inglese e non riuscire a procurarsi agevolmente attestati e certificazioni.
Resta comunque – fissata a chiare lettere dalla circolare e ribadita dalle Faq ministeriali pubblicate sul portale Universitaly – l’esclusiva competenza a rilasciare il visto delle rappresentanze diplomatico-consolari, tenute a «valutare l’assenza del rischio migratorio dello studente». Non sia mai che qualche ateneo “buonista” si allarghi e interpreti in modo lasco e permissivo i requisiti richiesti, aprendo pericolosi varchi nella fortezza Europa, che il recente Patto sulla migrazione e asilo ha cercato in ogni modo di blindare.
Che dire? Chi lavora all’università sa che negli ultimi anni il numero di domande di iscrizione a corsi di laurea e di partecipazione a dottorati da parte di persone provenienti da «aree di conflitto e contesti di crisi umanitaria» è cresciuto. È chiaro che si tratta, per molti, di un modo per vedersi riconosciuti diritti fondamentali, sanciti solennemente da dichiarazioni e trattati internazionali, ma totalmente disattesi nella realtà.
Primo fra tutti, il diritto di asilo, che la nostra Carta fondamentale riconosce a qualsiasi straniero «al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana». Chissà se nei prossimi mesi proveranno a presentare domanda di visto per studio anche giovani ucraini non in regola con l’assolvimento degli obblighi militari. Quelli che l’Ue, amica di Zelensky (ma non del suo popolo) ha deciso, d’ora in poi, di respingere alle frontiere…