venerdì 2 ottobre 2026

Lettera ai lettori e alle lettrici del blog

 

Sono in misera situazione oggi come il giorno in cui, cosa mai successa, venne a trovarmi (1 minuto) l’avvocato Serafino per darmi 200 euro come parte del gruppo mille di Palermo, con affetto e gratitudine.

Ma Serafino, venuto in macchina per parlarmi del tentativo di uccidersi del figlio maggiore, non sapeva che quel giorno, molto prima che lui venisse a darmi i 200 euro (un quinto del dono di Palermo) io 200 euro li avevo spesi per il pranzo comunitario di Torino e per il viaggio di andata a Firenze dove portai due confezioni di dolci al Fer a due persone che molto amo, cui cerco di dare sollievo con le visite.

Li avevo presi dalle sue mani nella camera riservata all’ascolto dei genitori. Portai alcuni dolci all’incontro con la comunità di Torino, detta di Bose, fratelli e sorelle veramente cristiani che tanto amo.

Ecco che a oggi, 25 settembre, sono a zero.

Il giornale del giorno? Se qualcuno può faccia qualcosa, 1 euro mi serve per comprarlo. I francobolli li ho finiti oggi. Se potete spedirmi dei francobolli (ne uso 60 ogni settimana) e qualche soldino per il giornale che domani potrò ancora comprare (ne compro quattro al giorno) e poi requiem…

Per me leggere, studiare, come pregare, sono la vita che mi permette di continuare l’ascolto sempre gratuito.

Il mio indirizzo è Franco Barbero, Via Porro 16, 16064 Pinerolo (To).

Sono in miseria.

Non so per quale legge a 30 mesi dalla morte di mia moglie Fiorentina non posso avere le relative pensioni.

Non ho in questi 88 anni mai avuto una lira dalla chiesa. Grazie a Dio, riesco ad avere cibo e letto ogni giorno.

Se qualcuno può darmi una mano, veda lui o lei.

Io sono fiducioso in Dio e vivo dell’essenziale.

don Franco Barbero, via Porro 16, Pinerolo (To).

da Domani del 26/09/2026

Contro il «popolo razzista» la sinistra ritorni ai valori

di Gianfranco Pellegrino


Il populismo di questo governo crea un popolo razzista, preda di provvedimenti simbolici come il tetto agli studenti non nati in Italia nelle classi. Mentre la destra offre riconoscimento alle frustrazioni di alcuni strati sociali, la sinistra non offre né riconoscimento né materiali per costruire un popolo. Questa è la diagnosi di Nadia Urbinati e Sandro Trento su queste pagine. La tesi porta allo scoperto i meccanismi insidiosi della manipolazione dell'opinione pubblica. Siamo a Torre di Venere, insomma, ed è all'opera il mago Cipolla, immaginato da Thomas Mann. 

È una tesi inquietante e forse troppo consolatoria. Sono davvero tutti opera dei manipolatori gli umori fetidi che ci circondano? O esiste, nella società italiana, un filone autonomo di razzismo discriminatorio che la politica non inventa ma organizza e porta al governo?

Il consenso

La questione empirica comprende almeno tre domande. La prima: quanto è il sostegno reale al governo? Alle elezioni del 2022 la coalizione vincente ha ottenuto circa il 44% dei voti validi, ma poco più del 28% degli aventi diritto. Ha una maggioranza parlamentare, non una maggioranza numerica del popolo italiano. La legge elettorale contribuisce a produrre questo risultato e, come osserva Urbinati, non è una decisione presa dagli elettori. Ma la legge elettorale può produrre un governo, non nasconde chi contro quel governo ha votato.

Influenze esterne

La seconda domanda riguarda l’influenza delle agenzie che deformano l’opinione: social network, giornali, televisione, campagne coordinate e parole d’ordine. Una ricerca ha rivelato contenuti falsi nei messaggi dei politici italiani, soprattutto tra quelli di destra. Uno studio sulle europee del 2024 ha mostrato strategie polarizzanti, soprattutto dei partiti sfidanti. Ma un altro ha mostrato che l’efficacia delle fake news e di eventuali smentite dipendono anche dalle simpatie politiche precedenti. La manipolazione esiste, ma non è illimitata: è più facile manipolare, o più difficile correggere, chi è già disposto a credere a ciò che gli viene raccontato.

Popolo e opinioni

La terza domanda è forse la più difficile: un’opinione fa un popolo? Tutti coloro che temono l'immigrazione sono anche conservatori, negazionisti del cambiamento climatico e ostili all'Unione europea? Non è detto. Il rosso brunismo mostra che opinioni diverse possono vivere in combinazioni imprevedibili. Il popolo costruito è una coalizione narrativa, ma resta da capire quanto questa coalizione sia stabile e quanto consenso reale riesca a produrre. 

C'è però anche una questione normativa, che si divide a sua volta in due. Innanzitutto, quella della responsabilità. Se il popolo è costruito, che ne è della responsabilità dei cittadini? Del razzismo che serpeggia nella società italiana sono responsabili soltanto governo e media? Gli elettori della destra sono tutti come il giovane cameriere Mario nel racconto di Thomas Mann, soggiogato dal mago Cipolla? Non possiamo rimproverare ai nostri concittadini le loro scelte?

Se la risposta fosse negativa, la democrazia sarebbe ipnosi collettiva: cittadini ridotti a materiale umano di strategie altrui. La manipolazione non cancella la responsabilità: costruisce ambienti distorti e sfrutta paure reali, ma non elimina la capacità di giudizio. Almeno non lo fa se siamo ancora in una democrazia minima. Altrimenti non siamo più soltanto davanti a una manipolazione dell'opinione, ma a una messa in discussione delle condizioni minime della democrazia.

Il ruolo dell’opposizione

La seconda questione riguarda l'opposizione. Alla costruzione magica del popolo di destra bisogna rispondere con una costruzione magica del popolo di sinistra? A un riconoscimento posticcio e a soluzioni facili, soluzioni diverse mal altrettanto facili? Anche alla luce dei voti che la sinistra conserva, forse conviene rimanere nella ridotta della razionalità e parlare a donne e uomini riflessivi e di buona volontà.

Questo non significa ignorare le paure. Vuol dire non trasformare ogni disagio in un'identità e ogni identità in un blocco elettorale. La sinistra non deve fabbricare il proprio popolo come replica dell’avversario. Deve ricostruire uno spazio comune fondato sull'eguaglianza e sulla solidarietà, valori presenti in una parte larga della storia italiana. Alla costruzione di un popolo razzista si può opporre un discorso ragionevole sui valori, non una nuova mitologia. Non è spettacolare. Ma è una forma concreta di vita democratica.


giovedì 1 ottobre 2026

da Il Manifesto del 26/09/2026

Zelensky crede a Trump «Abbiamo dei Patriot» 

di Ester Nemo


Al netto dei raid che continuano a falciare vite di civili, ci sono discrete notizie per l’Ucraina, almeno sulla carta: dallo sblocco di fondi europei per un ammontare di 6,6 miliardi e lo stanziamento di 9 miliardi deciso dalla Norvegia per il 2027, all’annuncio fiducioso del presidente Zelensky che avrebbe incassato l’ok deciso infine da Trump per la licenza necessaria ad autocostruirsi gli ormai famosi missili intercettori Patriot, considerati essenziali per garantire una difesa efficace dagli sciami di attacchi che anche la notte scorsa si sono ripetuti su Kiev, e non solo.

CAPITOLO SOLDI (OVVERO ARMI). «Presto arriveranno altri aiuti da parte nostra» promette Ursula von der Leyen, commentando l’accordo raggiunto per rendere disponibile il nuovo pacchetto miliardario destinato all’Ucraina: «È un’ottima notizia. Significa maggiore sostegno alla difesa del Paese, dall’addestramento alle attrezzature», ha detto la presidente della Commisione Ue.

Precedentemente Zelensky, incontrando a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store e il presidente finlandese Alexander Stubb, aveva portato a casa l’intenzione del governo di Oslo di stanziare circa 9 miliardi di dollari a sostegno delle capacità militari dell’Ucraina per il prossimo anno. «È fondamentale non solo per l’Ucraina – ha detto Gahr Store – ma anche per garantire la sicurezza del nostro Paese, che condivide un confine con la Federazione Russa».

La soddisfazione più evidente Zelensky l’ha manifestata nel tweet in cui riportava del faccia a faccia avuto a New York con il leader della Casa bianca: «Nel nostro incontro, il presidente Trump ha sottolineato di aver preso la sua decisione definitiva: l’Ucraina riceverà le licenze per produrre missili Patriot. Ci sono accordi concreti al riguardo».

QUANTO AL TRILATERALE Russia-Ucraina-Usa di cui si è parlato, il presidente ucraino ha aggiunto: «Stiamo aspettando che gli Stati uniti propongano una data, hanno proposto gli Emirati Arabi Uniti come sede dell’incontro». Secondo altre fonti citate da Bloomberg Trump sarebbe tornato a proporre a Zelensky di recarsi a Mosca per incontrare Putin. Invano.

Alla Tass lo stesso Putin ha raccontato che «la Russia era pronta a riprendere i negoziati dopo le elezioni, ma l’Ucraina ha tentato di colpire Mosca e ha attaccato i seggi elettorali. È stata Kiev a iniziare gli attacchi contro le infrastrutture civili, e ora deve subire una risposta». Incontrando i giornalisti a San Pietroburgo il presidente russo è poi tornato ad assicurare che non esiste un piano né un motivo per attaccare i paesi europei, definendo le dichiarazioni occidentali in tal senso «una completa assurdità».

Sui Patriot non si è fatto attendere il commento, vagamente sarcastico, del Cremlino attraverso il portavoce Dmitry Peskov: «Monitoriamo a quali Paesi vengono fornite licenze – ha detto – e di quali sistemi vengono riforniti. Zelensky ultimamente parla molto».

ANCHE IL NUMERO DI VITTIME registrato nella capitale ucraina – salito a 7 in serata – parla molto dell’attuale fase del conflitto. «Al momento, 46 residenti sono rimasti feriti» ha aggiunto su Telegram il sindaco di Kiev Vitalij Klycko. Tra le vittime c’è anche un cittadino israeliano di 14 anni, rimasto ucciso nell’attacco di un drone contro un edificio residenziale. Il ministero degli Esteri israeliano conferma e condanna.

Gli ultimi attacchi russi hanno determinato anche la chiusura del grande complesso siderurgico ArcelorMittal di Kryvyï Rig, la città natale di Zelensky. L’acciaieria che finora la guerra non era riuscita a fermare, è stata colpita il 21 settembre da almeno quattro missili che hanno provocato cinque morti e 17 feriti tra i dipendenti, oltre a «ingenti danni agli impianti produttivi».

LA GIORNATA DI IERI si segnala anche per un incidente militare al di qua della nuova cortina di ferro. In Lettonia, dove è in corso un’esercitazione della Nato battezzata Forward Land Forces, sono rimasti feriti quattro bersaglieri italiani. Sembra che una raffica di mitragliatrice partita accidentalmente da un veicolo corazzato “dardo” guidato dai nostri abbia colpito un altro mezzo dello stesso tipo che lo precedeva. I quattro soldati feriti sono stati trasferiti all’ospedale di Riga.

Uno di loro è in condizioni serie ma non in pericolo di vita.


da Il Manifesto del 30/09/2026

Ecocidio in Palestina: <<Vogliono sradicarci come sradicano gli ulivi>>.

di Beatrice Sofia Urso


«L’obiettivo principale dei coloni è sradicare la presenza palestinese, così come sradicano i nostri alberi d’ulivo», dice Islah Jad a Terra Madre, il festival torinese di Slow Food. Tra gli ospiti, il coordinatore dell’ong italiana Cospe per l’area di sviluppo economico Jamil Daraghmeh, la direttrice generale di Build Palestine Lama Amr e Islah Jad, professoressa e membro del Board del Bisan Centre.

LA DISTRUZIONE di un popolo passa anche dalla sua terra, cancellando tradizioni e prodotti, da cui la necessità di analizzare questa faccia della guerra e dell’occupazione. Radere al suolo un ecosistema, avvelenare sorgenti d’acqua, inquinare campi, dare alle fiamme produzioni agricole e pascoli: si chiama ecocidio ed è il crimine silenzioso che si affianca allo sterminio del popolo palestinese.

«In questo momento noi palestinesi stiamo assistendo a quello che definiscono il decisive plan: l’espulsione di tutto il popolo palestinese – racconta Islah Jad al manifesto – Israele sta agendo così brutalmente perché i palestinesi stavano per superare la popolazione ebraica: una questione demografica. Per questo il genocidio si sta consumando a Gaza, che è tra le aree più densamente popolate al mondo. Assistiamo a un massacro nella Striscia e a una forma di pulizia etnica in Cisgiordania. Il controllo della nostra terra, delle risorse idriche, dei nostri spostamenti e della nostra vita quotidiana serve a spingere la popolazione ad andarsene».

Se le bombe hanno devastato Gaza, in West Bank ci sono ancora alcune, poche, aree sfruttabili per l’agricoltura. «Qui la terra è divisa in Area A, B e C – spiega Jamil Daraghmeh – Il luogo principale in cui sviluppare le attività economiche, soprattutto legate all’agricoltura, è l’Area C ma per i palestinesi è quasi impossibile accedervi (il controllo civile e militare è esercitato da Israele, ndr)».

L’AREA C è anche la maggiore per estensione, coprendo più del 60% del totale della Cisgiordania. Chi vive qui fa affidamento sulla terra come principale mezzo di sostentamento. Quello che le cooperative locali cercano di costituire è una rete per una nuova struttura economica. Il problema, però, è molto più grande: il controllo dell’economia palestinese è nelle mani del suo stesso aguzzino. «Dipendiamo completamente da Israele, dall’uso dello shekel come valuta all’importazione di merci», spiega Daraghmeh.

La missione è rendere l’economia palestinese indipendente a partire dall’autoproduzione dei beni di prima necessità. «Ma restano i problemi legati soprattutto alla gestione delle risorse idriche. La quota d’acqua per un israeliano è quattro volte superiore rispetto a quella di un palestinese».

In un territorio come quello palestinese, dove le montagne coesistono con uno dei punti più profondi del pianeta, la flora mediterranea dà il suo meglio. «La prima cosa di cui dobbiamo parlare sono i semi – racconta Lama Amr – tra i bersagli principali di Israele: impedirci di preservare le sementi tradizionali e di conservarle per proteggere la nostra sicurezza alimentare e la biodiversità.

Le bombe si insidiano nel sottosuolo e impediscono di continuare il ciclo produttivo della vegetazione». Non c’è solo l’effetto dei bombardamenti, è il modello d’occupazione che mina la produzione agricola: l’azione dei coloni è un’altra faccia della stessa guerra. «Appiccano fuoco ai campi in modo che i contadini non possano coltivarli, rapiscono le greggi e negano l’accesso all’acqua. Per questo la resistenza è popolare e quotidiana. Moltissime famiglie hanno iniziato a coltivare qualsiasi appezzamento intorno a casa, raccogliendo e conservando i semi».

UNA RESISTENZA con un volto femminile. Islah Jad parla di «tessitrici del tessuto sociale palestinese» riferendosi al ruolo assunto in ogni fase della storia: organizzare la vita comunitaria, curare i bambini e istituire scuole di emergenza nelle fasi più acute del conflitto. Ma il loro ruolo è fondamentale anche nel settore agricolo: «La partecipazione delle donne in agricoltura è più alta di quella degli uomini. Sono state le prime a scontrarsi con i coloni che cercavano di deviare i corsi d’acqua o di confiscare le terre».

«Non si deve permettere che Israele si presenti all’estero sotto la veste di protettore dell’ambiente o pioniere della transizione ecologica – conclude la professoressa – La realtà è che le sue politiche distruggono il nostro ecosistema, confiscano le nostre riserve idriche e devastano le terre agricole. Il primo punto è fare controinformazione e chiedere sanzioni per le violazioni dei diritti umani».


da Domani del 30/09/2026

Il pogrom dei coloni contro i palestinesi.

<<Ci hanno lanciato pietre, poi le fiamme>>.

di Jacopo Mocchi


Sono le 1:30 del mattino quando le videocamere di sorveglianza riprendono un gruppo di persone incappucciate e vestite di nero dare fuoco alla casa della famiglia Tubasi a Jalud, nel nord della Cisgiordania. E’ durata solo pochi minuti quella che avrebbe dovuto essere la notte del ritorno a casa per la famiglia palestinese, sfollata da oltre due mesi a causa delle violenze dei coloni.

Mahmoud Tubasi, 60 anni, racconta che l’esercito israeliano aveva informato la famiglia intorno alle 23 di lunedì sera che sarebbe stata riaccompagnata nella propria casa dopo oltre due mesi di sfollamento forzato. <<Abbiamo seguito in macchina le jeep dell’esercito. Due veicoli ci scortavano, uno davanti e uno dietro. Io viaggiavo con mia moglie e con mio figlio. Arrivati a Jalud abbiamo preso la strada che porta verso la collina, dove si trova la mia casa. Siamo entrati e dopo pochi minuti sono arrivati decine di coloni che hanno iniziato a lanciare pietre contro le finestre>>.

Tutto distrutto

Mahmoud racconta che i soldati non sono riusciti a proteggerli e hanno ordinato alla famiglia di rimanere dentro casa, mentre i coloni cercavano di entrare. <<L’esercito ha cercato di disperdere i coloni usando dei gas lacrimogeni, ma erano troppo pochi e così i coloni sono riusciti a entrare in casa dalla porta e dalle finestre. Siamo fuggiti sul tetto, ma anche lì sono riusciti a raggiungerci. Così l’esercito ci ha caricato su un blindato militare e ci ha portati via, mentre i coloni davano fuoco alla mia casa. Quando al mattino siamo tornati non era rimasto più nulla intatto. Tutto era stato distrutto>>.

La casa della famiglia Tubasi si trova nella parte orientale del villaggio, sulla collina che domina la vallata. Da lì si riesce a vedere gran parte di Jalud e delle terre circostanti. Lo scorso 22 luglio la famiglia era stata costretta a lasciare la propria abitazione dopo cinque giorni di assedio. I coloni avevano interrotto l’accesso all’acqua e all’elettricità e bloccato la strada che conduce alla collina. Dopo le continue minacce e senza la protezione di nessuno, la famiglia era stata costretta ad andarsene. Solo pochi giorni fa l’Alta Corte di giustizia israeliana ha ordinato alle autorità israeliane di garantire il ritorno in sicurezza della famiglia nelle proprie case, criticando duramente l’esercito per non essere intervenuto contro le violenze. Quel ritorno è arrivato, ma è durato pochi minuti.

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz durante l’assedio di Jalud erano presenti almeno 100 coloni, versione confermata anche dall’esercito israeliano. Gli abitanti del villaggio palestinese credono che molti di loro siano arrivati dagli avamposti e insediamenti costruiti negli ultimi anni sulle colline circostanti, tra cui quello di Rachel. Il numero dei coloni lascia però pensare a una mobilitazione che potrebbe aver coinvolto anche avamposti più lontani da Jalud.

Il 9 agosto, a Qusra, a pochi chilometri da Jalud, un altro assedio, durato settimane, aveva portato all’intervento dell’ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, sostenitore di lungo corso degli insediamenti. Solo l’intervento diplomatico americano, che aveva definito le violenze dei coloni come <<terrorismo>>, aveva messo fine all’assedio.

Dopo aver assediato la casa della famiglia Tubasi, i coloni hanno assaltato l'intero villaggio bruciando case e veicoli, senza che l'esercito intervenisse o mandasse rinforzi. Nella visione dei coloni, le colline sono necessarie per controllare il territorio e per dominare ciò che lo circonda. Poche persone, un gregge e un paio di caravan riescono a paralizzare la vita di migliaia di palestinesi. E dalle colline partono poi gli attacchi contro i palestinesi, come quello avvenuto nella notte a Jalud. Mohammad Hasimi, 40 anni, aveva messo a letto i suoi 3 figli da qualche ora quando i coloni hanno iniziato a scagliare pietre contro la facciata di casa, spaccando i vetri e i mobili all’interno. <<Per almeno un'ora ho sperato che i coloni se ne andassero. Nessuno ci può aiutare in queste occasioni, dobbiamo solo sperare e pregare. Tutta la Cisgiordania è sotto assedio da anni e con questo governo le cose sono soltanto peggiorate. Le autorità israeliane conoscono i coloni uno ad uno, ma non fanno nulla per fermarli. Molte volte arrestano noi palestinesi, che siamo le vittime degli attacchi. E se proviamo a reagire ci sparano>>.

L’assedio di Jalud è conseguenza diretta delle parole pronunciate dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich negli ultimi giorni, <<Israele deve andare in guerra in  Cisgiordania>>, e della protezione governativa di cui godono i coloni. Sui fatti di Jalud, mentre Benjamin Netanyahu parla di <<pochi rivoltosi>>, il presidente Herzog ritiene si tratti di una <<macchia morale>> e di un attacco allo stato di diritto: ma nessuno nel panorama politico israeliano sembra realmente intenzionato a fermare i coloni, che tentano di guadagnare terreno giorno per giorno, in vista delle prossime elezioni politiche previste per il 27 ottobre. Pochi minuti dopo le parole del presidente israeliano i coloni hanno fatto irruzione nella moschea Ibrahimi di Hebron guidati dal ministro Ben-Gvir, provocando i palestinesi e impedendogli l’ingresso.

L’occupazione avanza

Mahmoud Tubasi dice che non farà più ritorno a Jalud finché le autorità israeliane non assicureranno la sicurezza della famiglia. <<Cosa dovremmo fare adesso? La responsabilità è dell'esercito e della polizia, sono loro che devono occuparsi del ritorno della mia famiglia e di ricostruire tutto quello che è stato danneggiato. Solo allora torneremo a casa>>. Ma il tempo dell'attesa in Cisgiordania non è neutrale. E mentre la famiglia Tubasi attende una decisione, l'occupazione continua ad avanzare.


martedì 29 settembre 2026

Scuola, luogo di uguaglianza

22 Settembre 2026   di Ilaria Valenzi RIFORMA

Notizie di violenza e proclami di esclusione giungono all’inizio dell’anno scolastico: eppure, l’istruzione per tutti e tutte è costitutiva di una società umana e moderna. A Roma il convegno sulla “convivialità delle differenze” L’anno scolastico è iniziato con notizie che ci rattristano profondamente. Episodi di grave violenza, agita e subita, che riguardano giovanissimi, sono indicatori di un disagio e malessere che, da questione che vorremmo ridurre a mero fatto individuale, si fa invece irrimediabilmente collettiva. È una chiamata in causa del diritto delle e dei più giovani allo sviluppo della dimensione relazionale, a cui ci chiama la tutela dei diritti fondamentali e l’adempimento del dovere di solidarietà sociale costituzionalmente sancito. La scuola, pubblica, laica, inclusiva, è la formazione sociale dove si svolge – e si forma – la personalità delle giovani generazioni e dove si esercita – e si impara – il significato dell’uguaglianza, senza le troppe e ingiuste distinzioni che discriminano. Al profondo disagio causato dall’aggressione, a Roma, di un’insegnante da parte di un giovane studente è seguita la constatazione della gravità della dimensione in cui l’evento si inserisce. Da una parte il sospetto del contatto, mediante reclutamento via web, con gruppi d’ideologia suprematista; dall’altra l’intervento determinante del giovane studente con background migratorio, ben presto confluito nel dibattito sulle dichiarazioni dell’insegnante soccorsa, apertamente in favore delle politiche di remigrazione. Pochi giorni dopo, in altra parte d’Italia, il tema delle classi di scuola primaria quasi interamente composte da bambini di origine bangladese fa notizia per la fuga dei pochi studenti italiani al di fuori dei quartieri a forte impatto multietnico. Il terreno per un posizionamento politico di rincorsa su posizioni marcatamente nazionaliste e identitarie non si è fatto attendere e le prime pagine dei quotidiani hanno aperto con la notizia di un imminente decreto del Governo destinato a far discutere ben oltre questa settimana. Il tetto del 30% di studenti di origine straniera, già previsto da una circolare del 2010, si vorrebbe diventasse legge con riferimento agli alunni con cittadinanza extra UE e con scarsa conoscenza della lingua italiana. Una norma da applicarsi entro un bacino di circa un milione di bambini e bambine che frequentano la scuola anche con lo scopo di ricevere una piena e corretta alfabetizzazione. Il problema delle classi a due velocità esiste, mancano risposte concrete: mediatori linguistici e culturali, piano di assunzioni straordinarie, nuove strategie di formazione in grado di affrontare realtà in molti casi immodificabili mediante norme inapplicabili. La norma sul tetto alle cosiddette classi miste è accompagnata dall’annuncio di una disposizione “anti burqua”. Inutile ricordare che il divieto di coprire totalmente il volto nei luoghi pubblici è già legge in Italia almeno dal 1975 e che la norma-manifesto rischia di colpire i pochissimi casi in cui la questione della copertura integrale delle bambine è un tema anche di diritto allo studio. In questo ambito parlare di “ora di religione” può sembrare riduttivo. Le questioni del nostro tempo vanno ben oltre le sole scelte religiosamente orientate e i problemi della scuola superano di gran lunga lo spazio del solo insegnamento confessionale. Eppure anche questo spazio, oggi più che mai, necessita di una ridefinizione che manifesti la capacità e la volontà di costruire una scuola più uguale e più inclusiva. Se la spinta per politiche cui l’attuale governo ci ha ormai abituato si manifestano in programmi ministeriali marcatamente identitari, anche l’ora di religione torna a essere un tema di posizionamento. Il richiamo all’italianità rischia di manifestarsi anche attraverso la riaffermazione delle radici confessionali e per la doverosità di un insegnamento disciplinare che ne rimarchi l’essenzialità per la preservazione della cultura nazionale. In questo paradigma da guerra culturale, la scuola non può essere l’ennesimo campo di battaglia. Il tema della riforma dell’insegnamento del fenomeno religioso nelle scuole italiano si proietta così in una dimensione globale, che riguarda il nostro vivere insieme. Con questo spirito e forte di decenni di dibattito entro il protestantesimo italiano, la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) ha aderito alla proposta di un convegno che intende esplorare le ragioni di un cambiamento dell’insegnamento della religione nella scuola pubblica. Nato nel contesto di riflessione proprio dell’Istituto per gli Studi ecumenici “S. Bernardino” di Venezia, il convegno vuole discutere i risultati di un documento che affronta i nodi tematici di una nuova proposta formativa per il nuovo pluralismo culturale e religioso. Senza esulare dalle differenze di approccio e accogliendo l’invito al confronto sulla base degli ineludibili principi di laicità e libertà religiosa, l’occasione consentirà di riflettere sull’urgenza e sulla necessità di un ripensamento dell’insegnamento che vuole essere pubblico, aconfessionale e pluralista, “per una convivialità delle differenze”. 

L’appuntamento è pertanto il prossimo 6 ottobre, presso l’Università Sapienza di Roma, per un necessario confronto come antidoto alle politiche d’odio che siamo chiamate e chiamate a contrastare.

 

Sodalizio Trump e estrema destra latina: lo Scudo delle Americhe entra in azione

Claudia Fanti IL Manifesto 29/9

COLPIRNE ONU A margine dell'Assemblea generale, Washington annuncia un'azione militare contro 24 organizzazioni di narcotraffico in America latina: il presidente Usa le definisce «lo Stato Islamico dell'Occidente» L’onda nera che avanza in America Latina porta con sé – e non poteva essere altrimenti – anche il rischio di una militarizzazione senza freni. Non a caso, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni unite, l’amministrazione Trump ha annunciato martedì, insieme a 14 paesi latinoamericani – Argentina, Bolivia, Cile, Colombia, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Ecuador, El Salvador, Guyana, Honduras, Panama, Paraguay, Perù e Trinidad e Tobago –, un’azione congiunta contro 24 organizzazioni criminali designate dagli Usa come narcoterroristiche. Le stesse che poco prima, nel suo discorso all’Onu, Trump era tornato a definire come «lo Stato Islamico dell’emisfero occidentale», sottolineando la necessità che i loro membri vengano «giustiziati, esiliati o detenuti come combattenti nemici». In quello che è stato definito come il primo atto del cosiddetto Scudo delle Americhe o Shield of the Americas – l’iniziativa lanciata da Trump a marzo di quest’anno allo scopo di rafforzare la cooperazione regionale in materia di sicurezza e di lotta al narcotraffico e al crimine organizzato – i 14 paesi firmatari, tutti governati dall’estrema destra, hanno adottato senza fiatare la designazione di tali gruppi criminali come organizzazioni terroristiche, imponendo loro «il congelamento dei beni, restrizioni all’immigrazione e ai visti per i loro membri, affiliati e sostenitori e il perseguimento penale degli individui che consapevolmente forniscono loro supporto materiale e logistico». E si sono pure impegnati a chiedere all’Organizzazione degli Stati Americani una risoluzione che «promuova e faciliti l’azione collettiva contro le organizzazioni narcoterroristiche nel quadro del Trattato di Rio» firmato nel 1947, in base a cui un attacco armato contro qualsiasi paese americano va considerato un attacco contro tutti. Che, da Nixon in poi, la guerra alla droga sia sempre servita come strumento di pressione diplomatica sull’America Latina è fin troppo noto. Ma l’amministrazione Trump ha fatto un passo in più, puntando a militarizzare completamente la lotta al narcotraffico sotto la guida degli Stati Uniti in direzione di una sorta di Nato latinoamericana. Non per niente, dopo la creazione dello Scudo delle Americhe, è arrivata ad agosto quella della Task Force congiunta dell’Emisfero occidentale, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la sicurezza regionale e quello reale di organizzare le forze militari di 19 paesi della regione (l’ultima ad aderire è stata la Colombia) in difesa dei propri interessi. Poco importa, di conseguenza, che la militarizzazione della guerra alla droga in passato abbia funzionato pessimamente, come indicato alla perfezione dal tristemente celebre Plan Colombia, il quale, costato oltre 16 miliardi di dollari, non solo ha esposto l’intera società colombiana a un aumento di violenza senza pari, ma ha anche avuto come esito una crescita incontrollata della produzione di cocaina. Tra le 24 organizzazioni «narcoterroristiche», una forse neppure esiste: è il Cartel de Los Soles, che molti analisti considerano semplicemente un termine gergale usato dai venezuelani per riferirsi alla corruzione dei militari, ma che, designato dal Dipartimento di Stato come organizzazione terroristica straniera nel 2025, è servito a conferire una parvenza di legalità all’invasione militare del Venezuela (benché nell’atto d’accusa definitivo contro Maduro sia stato piuttosto descritto come un «sistema clientelare gestito dai vertici» venezuelani, e non più come un’organizzazione di narcotrafficanti). E se nella lista compaiono, tra le altre, la Mara Salvatrucha, il Tren de Aragua, il Cartel de Sinaloa, il Cartel de Jalisco Nueva Generación, il Clan del Golfo, l’Eln (Ejército de Liberación Nacional) e Sendero Luminoso, a catturare la massima attenzione sono le due organizzazioni brasiliane presenti, il Comando Vermelho e il Primeiro Comando da Capital, già definite dagli Usa come terroristi globali lo scorso maggio. Una designazione contro cui il governo Lula si era opposto fin da subito, sostenendo di disporre di tutti gli strumenti giuridici necessari per combattere il crimine organizzato e denunciando il rischio di interferenze da parte degli Usa. Un rischio più che reale: come hanno indicato le sanzioni imposte a luglio a individui e aziende brasiliane per i loro legami con i due gruppi criminali, gli Stati Uniti mirano – lo ha recentemente denunciato anche l’Abin, l’Agenzia di intelligence brasiliana – a colpire banche, società fintech, aziende, fornitori di servizi e filiere produttive del paese. E tutto ciò in attesa dell’esito delle presidenziali brasiliane, giacché Flávio Bolsonaro ha già fatto sapere che, in caso di vittoria, anche il Brasile entrerebbe a far parte dello Scudo delle Americhe.

lunedì 28 settembre 2026

Gruppo biblico del martedì, domani 29 settembre


Cari amiche e amici del gruppo biblico del martedì,

Domani sera ci incontreremo alle ore 18:00 per continuare la lettura del Libro di Giobbe.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.

Questo è il LINK per il collegamento:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A domani sera.

Sergio

domenica 27 settembre 2026

 

Per il verso giusto. Decalogo per una parola che non si arrende

Marco Campedelli, Adista 23.09.2026

 

Dietro al monastero, vicino alla strada,

esiste un cimitero di cose consumate 

dove giacciono il ferro arrugginito, pezzi di stoviglie,

tubi spezzati, fili di ferro attorcigliati,

scatole di sigarette vuote, segatura e zinco,

plastica vecchia, copertoni rotti

che aspettano come noi la resurrezione.

Ernesto Cardenal

PICCOLA SCUOLA DI RESISTENZA POETICA

1. PICCOLA Non significa debole. Significa scegliere una misura diversa da quella del potere. Piccola è una scuola che non fa accordi segreti con il potere, non dipende da sovvenzioni e riconoscimenti. Sta dalla parte delle cose fragili, delle bocche scucite, delle parole smarrite.

2. SCUOLA Viene da scholé: tempo liberato, sottratto alla necessità e messo a disposizione dell’apprendimento, dell’ascolto, della ricerca. La Piccola Scuola è uno spazio nel quale si impara insieme. Anche la resistenza poetica si può imparare. Non è una scuola per scrivere  poesie, ma per imparare a vivere poeticamente. Si impara meravigliandosi, ascoltando, leggendo, raccontando, sbagliando, mettendosi in discussione. Scuola è dire “I care”, mi sta a cuore.

3. RESISTENZA Significa opporsi alla banalità, alla stupidità del male, all’ingiustizia, alla guerra, alla violenza sulle persone e sulle parole. Non abituarsi. Comincia quando qualcosa dentro di noi rifiuta di dire: «Signorsì». È conservare la capacità di indignarsi, ma anche di immaginare. Resistere poeticamente è immaginare quello che ancora non c’è. 

4. POETICA Viene da poiesis: fare, creare, generare.  Poesia non è evasione dal mondo, ma un modo diverso di abitarlo. Il poeta, la poeta, sanno avvertire il buio che scende sulla terra; ma proprio per questo possono cercare, nel buio, sentieri di luce. La  poesia è un dono e un compito. Viene sparsa sulla terra per far germogliare foreste di pensiero.

5. LINGUA MADRE Non è grammatica morta, ma la lingua che ci ha generato: lingua che insegna la cura, la relazione, il pensiero divergente, la visione ospitale e il modo per «disfare senza distruggere» (L. Muraro). È anche ricerca di un’autorità diversa da quella del dominio patriarcale: è la lingua che ci fa crescere in profondità e libertà. 

6. CONTRO-NARRAZIONE Raccontare diversamente è cambiare il punto da cui si guarda il mondo. La storia non appartiene soltanto ai vincitori, ai potenti, alle istituzioni, agli uomini che hanno avuto l’arroganza di parlare per tutti. È decolonizzare la parola e lasciare che risuoni la parola delle donne, degli esclusi, dei migranti, dei bambini, di chi ha custodito i sogni anche per noi. Non inventa un’altra realtà, ma trasforma la realtà in cui viviamo. 

7. UMORISMO È una forma di resistenza alla violenza dispotica e moralista. Ci aiuta a ridimensionare il potere, rompere la retorica, la presunzione di avere l’ultima parola. Ridere non è non considerare il dolore, ma non dare il potere assoluto alla morte e alla distruzione. L’umorismo è una forma di libertà: l’imprevista fessura che sgretola il muro.

8. POLITICA La parola non è mai solo privata. È parola pubblica che smaschera l’ipocrisia e tutela il bene comune. È parola politica perché ridisegna i colori delle città. La parola politica diventa anche azione politica, presa di posizione, rischio, fino a diventare disobbedienza civile. È un bene necessario, insopprimibile di una comunità. La parola poetica diventa politica quando non si limita a dire il mondo, ma si espone perché il mondo possa cambiare. È impegno a salvare la poesia della nostra Costituzione.

9. CORPO Non esistono parole senza corpi. Ognuna viene da una bocca, attraversa un corpo, incontra un altro corpo. Per questo la resistenza poetica non può essere soltanto intellettuale: mette in gioco presenza, vulnerabilità, fatica, gioia, relazione, festa. Porta sulla propria pelle i segni della violenza, ma anche l’energia segreta dell’amore. La parola è il corpo che si mette di traverso e arresta la stupidità. È parola pubblica che progetta e che protesta.

10. MEMORIA La Piccola Scuola non dimentica i morti, gli assenti, gli eterni, quelli soppressi da abusi, guerre e violenze. Non è commemorazione: è memoria sovversiva. I morti camminano con i vivi in una forma di inedita compresenza. È la consegna di chi prima di noi ha creduto, lottato, sperato. Camminare con i morti non è andare all’indietro, ma immaginare il futuro. Non è solo ricordare, ma essere ricordati, non solo attendere, ma essere attesi.  

sabato 26 settembre 2026

Il terremoto in Colombia, MSF: “L’emergenza ha aggravato le difficoltà già esistenti”

Medici senza frontiere

MSF è attiva in Colombia con cliniche mobili nelle aree con maggiori difficoltà di accesso alle cure.

I bisogni di salute mentale tra le principali conseguenze

3 settimane dopo il terremoto di magnitudo 7,4 che ha colpito la Colombia occidentale il 10 agosto, la fase iniziale dell’emergenza si è conclusa, ma migliaia di persone continuano ad avere difficoltà ad accedere alle cure mediche, al supporto psicologico, al cibo e ai materiali necessari per ricostruire le proprie case.

Le nostre équipe hanno identificato i bisogni di salute mentale tra le principali conseguenze del disastro. Tra le reazioni più frequenti ci sono: ansia-stress acuto- ipervigilanza- insonnia- paura persistente di nuove scosse.

Blanca Lucila, una donna emberá originaria di Medio Baudó, nel Chocó, ha dichiarato di essere rimasta profondamente sconvolta: Nella mia comunità 3 case sono crollate completamente e le altre sono rimaste pericolanti. La mia testa è fuori controllo: mi alzo e mi sembra di cadere. La gente dice che succederà qualcosa e restiamo tutti dentro per paura, aspettando di vedere cosa accadrà”.

Sebbene il terremoto abbia colpito duramente anche città come Cali e Pereira, le principali criticità persistono nelle aree che già prima del sisma affrontavano ostacoli nell’accesso alle cure, povertà e presenza di gruppi armati. In alcune zone di Quibdó e del Medio Baudó, nel Chocó, nonché a Buenaventura, nella Valle del Cauca, dove le condizioni erano già precarie prima del disastro, il terremoto ha ulteriormente aggravato le difficoltà già esistenti.

La risposta MSF

Abbiamo inviato équipe di valutazione e intervento nella Valle del Cauca, nel Chocó e nella Risaralda, dando priorità alle aree in cui i bisogni rimangono più urgenti e dove l’intervento è stato più limitato. Dopo aver effettuato valutazioni in circa 10 comuni, abbiamo attivato cliniche mobili a Buenaventura, Quibdó e Medio Baudó, dove sono stati rilevati maggiori ostacoli nell’accesso alle cure e una copertura più limitata della risposta. A Medio Baudó, alcune comunità indigene sono state inoltre colpite da inondazioni causate dall’improvviso innalzamento del fiume Baudó appena 2 giorni dopo il terremoto. A differenza di altre emergenze, gli effetti del terremoto in Colombia non si sono concentrati in un solo luogo. L’impatto si è fatto sentire in territori che potrebbero sembrare vicini fra loro, ma separati da fiumi e montagne, rendendo la risposta più difficile. Abbiamo inoltre osservato differenze significative tra le aree con una presenza istituzionale più forte e quelle storicamente trascurate, comprese comunità indigene e afrocolombiane”.


Da Gaza all’Ucraina, i veleni della guerra che restano per decenni

Elisa Manacorda

24/09/2026 Galileo

“La guerra si deve combattere con le armi, non coi veleni“, dicevano i Romani, che consideravano la guerra chimica un atto vile, subdolo e contrario alla fides (la lealtà e la parola data). Un paio di millenni dopo, sarà il premio Nobel per la Chimica Roald Hoffmann a dover sottolineare che “non ci sono molecole cattive, ci sono solo uomini cattivi”. Eccoli allora, gli uomini cattivi del XX e XXI secolo: in tutti i conflitti, a cominciare dalla Grande Guerra, le armi chimiche sono ormai diventate protagoniste indiscusse. Non solo: è la guerra stessa a generare veleni che presenteranno un conto salatissimo alle popolazioni e all’ambiente, per lunghi anni a venire. Così, alle infinite vittime dei bombardamenti si aggiunge la catastrofe ecologica.

Gaza: 61 milioni di tonnellate di detriti

Prendiamo per esempio il conflitto mediorientale. La guerra a Gaza, dicono i pochi numeri a disposizione, ha generato 61 milioni di tonnellate di detriti, pari al volume di 25 torri Eiffel. Il 15% di queste rovine è contaminato da amianto, rifiuti industriali, metalli pesanti. E poi ci sono ovunque ordigni inesplosi, materiali infiammabili. In una regione dove il sistema di gestione dei rifiuti solidi e liquidi risulta completamente sconvolto (secondo le stime dell’UNEP, ogni giorno almeno 100mila metri cubi di liquami finiscono dispersi nel terreno o nel Mediterraneo), tornare a una parvenza di normalità richiederà più di una decina di anni dopo la fine del conflitto.

L’amianto, l’eredità peggiore

L’amianto, in particolare, è quello che lascerà l’eredità peggiore. Dalle macerie e durante i crolli e incendi in seguito ai bombardamenti, le fibre di questo minerale vengono rilasciate in atmosfera, dove sono respirate dalla popolazione. I danni non sono quantificabili nel breve termine, perché la latenza fra l’esposizione all’asbesto e lo sviluppo dei tumori correlati è di oltre 40 anni. Ma per decenni la popolazione della Striscia resterà esposta al rischio di sviluppare tumori, come il mesotelioma pleurico, il carcinoma del polmone, della laringe e dell’ovaio, cioè le principali neoplasie legate all’esposizione alle fibre di amianto.

Ucraina: la guerra dopo la guerra

Anche in Ucraina l’amianto è stato utilizzato in maniera estensiva in edilizia fino a tempi recenti. Lo United Nations Office for Disaster Risk Reduction ritiene che circa il 60% dei tetti del paese sia rinforzato con questo materiale. Così la massiccia distruzione degli edifici a causa dei bombardamenti russi sta creando milioni di tonnellate di detriti pericolosi. È “la guerra dopo la guerra”, commenta Matteo Guidotti, primo ricercatore dell’Istituto di Scienze e Tecnologie Chimiche “Giulio Natta” del Cnr di Milano (Cnr-Scitec), nel corso delle Giornate dell’etica organizzate nei giorni scorsi da AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e Fondazione AIOM, e dedicate a “Guerra, salute globale e oncologia”. Perché le armi, oltre che mortali, sono anche inquinanti. “Parliamo innanzitutto di metalli pesanti e di inquinanti come piombo, rame, zinco, arsenico, antimonio, tungsteno e uranio, rilasciati da proiettili, granate, missili e munizioni perforanti. A questi si aggiungono gli inquinanti azotati persistenti degli esplosivi nitroaromatici e nitroalifatici, e i composti a rischio multiplo — al tempo stesso esplosivi e tossici, o interferenti endocrini — come il fulminato di mercurio, gli azoturi, l’idrazina e i perclorati, presenti in detonatori, inneschi, propellenti e combustibili per razzi”. Ci sono poi le sostanze estremamente tossiche, come il fosforo bianco, in grado di uccidere in poco più di un minuto. E i cosiddetti forever chemicals — PFAS, amianto, composti clororganici — sostanze, spiega Guidotti, “destinate a rimanere nell’ambiente per decenni e decenni“. Infine i componenti “tossici by design”, pensati cioè per essere velenosi fin dall’origine: organofosforici, ipriti allo zolfo e all’azoto, lewisite, rilasciati da armi chimiche persistenti, abbandonate, inesplose o smaltite in modo scorretto.

Il salto di qualità: da 32 a 77 elementi nelle armi

La storia dice che il “salto di qualità”, se così si può dire, avviene nell’ultimo secolo. Per capirlo basta mettere a confronto la tavola periodica del 1914 con quella attuale: il numero di elementi chimici con impieghi documentati nei sistemi d’arma sale da 32 a 77, un aumento che segnala quanto la minaccia chimica si sia moltiplicata e diffusa. Ad innescare questo salto, secondo Guidotti, è stata la Prima guerra mondiale. La carneficina del 14-18 affonda infatti le radici nell’ingresso massiccio della tecnologia sui campi di battaglia: automezzi, aerei, dirigibili, sottomarini, esplosivi, nuove leghe metalliche. E armi chimiche. È infatti il 1915 che ne segna l’esordio su larga scala: cloro, fosgene, cloropicrina, iprite. Le conseguenze ambientali restano visibili a distanza di oltre un secolo: nelle “zone rosse” attorno a Lille, in Francia, e in Belgio, il terreno è ancora carico di metalli pesanti provenienti dal munizionamento sparato e da quello inesploso. Sul fronte francese della Grande Guerra ci sono piombo e mercurio, le falde acquifere sono contaminate, la pastorizia è impossibile. Si cammina su ordigni inesplosi (fino a 300 per ettaro) e concentrazioni di arsenico fino a 170 grammi per chilometro di suolo.

Bari 1943: il carico segreto della John Harvey

Anche la Seconda guerra mondiale ha lasciato la sua eredità tossica. Il 2 dicembre 1943, poche settimane dopo l’armistizio dell’8 settembre, la Luftwaffe attaccò le navi alleate ormeggiate nel porto di Bari affondandone 17 e danneggiandone gravemente altre 8. Tra queste, la John Harvey trasportava un carico segreto di munizioni all’iprite. Nei 48 giorni successivi, la popolazione di Bari registrò un’incidenza di linfomi particolari molto superiore alla media delle altre zone italiane.

Vietnam: l’agente arancio e la diossina

In Vietnam del Sud, tra il 1961 e il 1971, le massicce irrorazioni di agente arancio ebbero un effetto analogo: il 2,4-D che lo componeva ha una struttura chimica affine a quella della 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), la più tossica e studiata delle diossine, tristemente nota in Italia come “diossina di Seveso”. A distanza di oltre 50 anni, la contaminazione del suolo da diossina in quell’area resta superiore ai valori di sicurezza, non solo in Vietnam ma anche in Laos e Cambogia, e lungo tutto il sentiero Ho Chi Minh.

Uranio impoverito e tungsteno

Un discorso a parte meritano uranio e tungsteno. Il munizionamento all’uranio impoverito, usato dagli Stati Uniti dalla fine degli anni Settanta nella prima guerra del Golfo (1991) e nei conflitti balcanici in Bosnia e Kosovo non è classificato come arma chimica, perché non viene impiegato per il suo effetto tossico diretto. E tuttavia si tratta di una sostanza radioattiva, con un tempo di dimezzamento di 4,5 miliardi di anni, e una tossicità paragonabile a quella di piombo e mercurio.

Nei conflitti attuali, come quello in Ucraina o nel Golfo persico, si sommano oggi diversi fronti di contaminazione: i bombardamenti ai depositi di carburante liberano polveri sottili e ultrafini (PM10, PM2,5); gli impianti industriali colpiti rilasciano ammoniaca e acido solforico; si utilizzano munizioni al piombo, arsenico, mercurio, tungsteno e ordigni al fosforo bianco.

I danni dell’ecocidio

L’entità reale di questi danni ambientali, sottolinea Guidotti, si potrà misurare soltanto a conflitto concluso, per evidenti ragioni di sicurezza. Ma le popolazioni che tornano ad abitare i territori colpiti spesso si trovano di fronte ad ambienti compromessi in modo permanente. È anche per questo che si parla sempre più spesso di ecocidio, le cui stime economiche, per quanto ancora provvisorie, raggiungono cifre paragonabili ai bilanci di interi Stati.

A queste minacce “storiche” si aggiungono oggi le nuove tecnologie. È il caso dei droni a guida di fibra ottica, in silice o in materiale polimerico, con cavi lunghi fino a 20-25 chilometri ciascuno: in Ucraina i campi ne sono letteralmente ricoperti, al punto che gli uccelli hanno iniziato a costruirci i nidi. Un altro segnale di come anche le nuove armi condizionino l’ecosistema in modo permanente.

Alla tragedia umana delle persone che nei conflitti armati hanno perso la casa, gli affetti, la vita, si sommano insomma conseguenze ambientali a breve termine — degradazione del territorio, inquinamento, deforestazione, perdita di biodiversità e di risorse idriche — e a lungo termine: spostamenti forzati e dislocazioni delle popolazioni, cambiamenti climatici legati alle emissioni di gas climalteranti, nuove tensioni e potenziali conflitti per il controllo delle risorse residue.


venerdì 25 settembre 2026

 Tre milioni di donne subiscono violenza prima dei 16 anni

Shendi Veli- Il Manifesto 17/9

IL RAPPORTO ISTAT Gli stupri commessi nel 43% da parenti o amici. Il 58% delle vittime minori non ne parla.

Il femminicidio è la precipitazione estrema. La violenza è un fenomeno strutturale e molteplice, che investe la vita delle donne in tutte le sue fasi. Lo conferma il rapporto «Violenza contro le donne dall’infanzia all’età adulta – Anno 2025», pubblicato ieri dall’Istat.

AD ALLARMARE maggiormente sono proprio i dati che riguardano la minore età. Il 15,3% delle donne italiane e l’11,4% delle straniere dichiarano di aver subìto violenza fisica o sessuale prima del compimento dei sedici anni. Il numero assoluto colpisce ancora di più: sono oltre tre milioni di italiane e 244mila straniere residenti in Italia. Isolando il dato relativo alla violenza sessuale, si apprende che poco meno di un milione e 650mila donne italiane (l’8,3% del totale) hanno subìto abusi prima dei sedici anni. Ai danni psicofisici delle violenze si aggiunge la solitudine che circonda le sopravvissute. Il 58% di loro dichiara di non averne parlato con nessuno. «Sono ferite che non si cancellano. Non si parla per paura di far soffrire i familiari, perché non si hanno gli strumenti. Subentra il timore di essere colpevoli dell’accaduto», racconta Antonella Restelli, che sul tema dell’infanzia violata ha scritto «Americhea» (Edizioni Corsare), un romanzo autobiografico con le illustrazioni di Sara Cimarosti.

I DATI DEL RAPPORTO restituiscono l’immagine di una violenza precoce, commessa soprattutto da persone vicine e familiari. Nel caso dello stupro, ad esempio, una delle quattro forme di violenza considerate, nel 29,1% dei casi a perpetrarlo sono conoscenti, nel 24,9% amici o compagni di scuola e nel 18,4% parenti maschi, mentre gli sconosciuti rappresentano il 9%. L’indagine considera per la prima volta anche la costrizione a posare nude, di persona oppure per foto, video e webcam: riguarda lo 0,3% delle italiane, ma sale allo 0,5% tra le 16-24enni. Una quota contenuta, che segnala però l’emersione di forme di abuso legate agli strumenti digitali e particolarmente rilevanti per le nuove generazioni. «Sotto i sedici anni c’è una difficoltà dovuta alla mancanza di reti di supporto e alla scarsa capacità di nominare la violenza. È un’area grigia, nella quale è ancora più difficile percepire i comportamenti abusanti», spiega Lella Palladino, sociologa e attivista dei centri antiviolenza. «Fino a qualche anno fa era più facile per i Cav entrare nelle scuole, anche di primo grado, con programmi appositi per aiutare le bambine e i bambini a distinguere, ad esempio, le effusioni che generano benessere da quelle che provocano disagio, a saper dire di sì e di no. Oggi tutto questo è diventato difficilissimo: siamo costrette a usare parole generiche e a non poter nominare le cose, pur di portare programmi nelle scuole, perché i dirigenti scolastici hanno paura di esporsi», racconta ancora Palladino.

LA QUOTA DI DONNE che hanno subìto violenze fisiche o sessuali da adulte, pari al 31,9% tra le italiane e al 27,4% tra le straniere, quasi raddoppia tra quante le hanno subite anche da piccole e aumenta considerevolmente anche tra chi è stata testimone di abusi e aggressioni in famiglia. Tra le italiane che avevano visto il padre usare violenza fisica contro la madre, il 53,7% ha poi subìto violenza fisica o sessuale da adulta, rispetto al 31,9% del totale. Questo dato spinge a prestare maggiore attenzione a un fenomeno spesso sottovalutato e con il quale i centri antiviolenza si misurano ogni giorno: la violenza assistita. Il 62% delle donne italiane che hanno subìto violenze da mariti o compagni dichiara che i figli hanno assistito agli episodi.

AI NUMERI SONO SEGUITE, prevedibilmente, le dichiarazioni della politica. Dalle esponenti dell’opposizione è emersa l’insistenza sull’educazione sessuale e affettiva nelle scuole. Su questa linea la dem Valeria Valente e le parlamentari del M5s. Più vaghe le posizioni della destra. «Dobbiamo aiutare chi vive accanto ai minori a riconoscere prima i segnali di un abuso. Servono formazione, procedure chiare per le segnalazioni e percorsi di ascolto protetto affidati a personale specializzato» ha dichiarato la deputata di Fratelli d’Italia, Cristina Almici. Il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato (FdI) ha dirottato l’attenzione sui Percorsi rosa attivati nel 77% dei pronto soccorso censiti. Un imbarazzo prevedibile, data la legge del 2026, promossa dal ministro Valditara, che esclude l’educazione alla sessualità nelle scuole dell’infanzia e primarie e, nelle secondarie, le subordina al consenso delle famiglie. Proprio quelle famiglie che spesso sono all’origine del problema.