domenica 16 dicembre 2018

CONCILIO

Concilio
gli Ebrei e Agostino Bea

Un cambiamento dirompente introdotto dal Concilio Vaticano II è stato certamente l’insegnamento della Chiesa sul popolo ebraico. A cinquant’anni dalla morte del cardinale Agostino Bea si è sentito da più parti il dovere di ricordare questa straordinaria personalità che per la sua tenace apertura operò una svolta decisiva nelle discussioni del Concilio Vaticano II, proprio sui rapporti con gli Ebrei. Nel documento conciliare “Nostra aetate” ispirato da Bea, ratificato da Giovanni XXIII. “si esclude la responsabilità collettiva di Israele nella morte di Gesù: cioè non sono colpevoli della morte di Gesù tutti gli ebrei di allora e nessun ebreo di oggi”. Chi scrive ebbe modo di intervistare il cardinale al tempo in cui i nostri Padri parlavano ancora di “perfidi giudei”. Bea con il suo Segretariato si impegnò anche perché in san Pietro tra gli “osservatori” del Concilio ci fossero i fratelli separati protestanti e ortodossi.
Rocca 1/12/2018
Il grido da ascoltare

O Dio di Gesù, aiutaci ad ascoltare la Tua voce che chiama attraverso le mille voci degli uomini, delle donne, dei bambini/e e di tutte le Tue creature. Sono voci che chiedono ascolto, gridano la loro sofferenza o la loro presenza, e riflettono la eco della Tua voce.
F.B.

LA BUONA NOVELLA – 5

 

La presentazione integrale dei testi de "La Buona Novella" di Fabrizio De Andrè  prosegue col lato b della raccolta. Lasciata Maria, madre o che sta per diventarlo, la ritroviamo anni dopo quando Gesù, appena condannato, è ormai prossimo alla crocifissione. In questa cesura temporale, con "Maria nella bottega del falegname", De Andrè abbandona le atmosfere beate e soavi della prima parte e ci scuote con una musica di alta drammaticità nella quale è facile individuare il rumore della pialla e del martello di colui che sta costruendo le croci di Gesù e dei due ladroni. Nel brano si alternano le voci di Maria, del falegname e della gente di Palestina.

 

MARIA NELLA BOTTEGA D'UN FALEGNAME

[Maria]
"Falegname col martello
perché fai den den?
Con la pialla su quel legno
perché fai fren fren?
Costruisci le stampelle
per chi in guerra andò?
Dalla Nubia sulle mani
a casa ritornò?"

[Il falegname]
"Mio martello non colpisce,
pialla mia non taglia
per foggiare gambe nuove
a chi le offrì in battaglia,
ma tre croci, due per chi
disertò per rubare,
la più grande per chi guerra
insegnò a disertare".

[Il popolo]
"Alle tempie addormentate
di questa città
pulsa il cuore di un martello,
quando smetterà?
Falegname, su quel legno,
quanti colpi ormai,
quanto ancora con la pialla
lo assottiglierai?"

[Maria]
"Alle piaghe, alle ferite
che sul legno fai,
falegname su quei tagli
manca il sangue, ormai,
perché spieghino da soli,
con le loro voci,
quali volti sbiancheranno
sopra le tue croci".

[Il falegname]
"Questi ceppi che han portato
perché il mio sudore
li trasformi nell'immagine
di tre dolori,
vedran lacrime di Dimaco
e di Tito al ciglio
il più grande che tu guardi
abbraccerà tuo figlio".

[Il popolo]
"Dalla strada alla montagna
sale il tuo den den
ogni valle di Giordania
impara il tuo fren fren;
qualche gruppo di dolore
muove il passo inquieto,
altri aspettan di far bere
a quelle seti aceto".

 

Il commento

Maria chiede al falegname a cosa porta il lavoro che sta compiendo - Costruisci le stampelle per chi in guerra andò?- La risposta del falegname rivela a Maria che sta costruendo le croci per i condannati. La più grande è per il figlio suo, Gesù - la più grande per chi guerra insegnò a disertare". Nell'appello del popolo al falegname perché smetta col proprio lavoro -  pulsa il cuore di un martello, quando smetterà? -, c'è la sensazione che il falegname stesso cerchi di protrarre il lavoro, come se volesse allontanare il tempo dell'esecuzione - Falegname, su quel legno, quanti colpi ormai, quanto ancora con la pialla lo assottiglierai?". Maria, affranta dal dolore, prefigura il dolore e la sofferenza dei condannati - falegname su quei tagli manca il sangue, ormai -. Il falegname sembra essere cosciente della tragedia alla quale contribuisce - Questi ceppi che han portato perché il mio sudore li trasformi nell'immagine di tre dolori – e accomuna nel dolore Cristo e i due ladroni, Dimaco e Tito - vedran lacrime di Dimaco e di Tito al ciglio -. Il lavoro del falegname trascende i confini della bottega del falegname, la Giordania intera assiste impotente al susseguirsi degli eventi fino alla morte di Cristo, le cui labbra sono raggiunte da una spugna imbevuta di aceto - altri aspettan di far bere a quelle seti aceto -.

(da Insonnia, mensile Racconigi, pag. 6, dicembre 2018-contatti@insonniaracconigi.it )

[Il Manifesto 2 dicembre]

Approvata la legge che apre le porte all'immigrazione

TOKYO, GIAPPONE. È stata approvata alla Camera dei rappresentanti (manca solo il voto al secondo ramo della Dieta) la controversa legge sull'immigrazione che se applicata rivoluzionerà il mercato del lavoro mettendo una toppa alla mancanza di manodopera. La legge aprirebbe le porte del Paese a moltissimi lavoratori stranieri, ed è per questo ancora molto contrastata dalle opposizioni. In particolare sono previsti due tipi di visti, uno per i lavori semplici e uno per quelli specializzati. Nel primo caso il visto può essere rinnovabile cosa che fino ad oggi non avveniva, ma soprattutto si tratta di un visto di lavoro regolare. Nel secondo caso, la nuova legge aprirebbe alla possibilità per i lavoratori specializzati di effettuare il ricongiungimento familiare.
Cristian Martini Grimaldi

(la Repubblica 29 novembre)

sabato 15 dicembre 2018

DOMANI DOMENICA16 DICEMBRE A PINEROLO

Domani 16 dicembre alle ore 10 a Pinerolo in via città di Gap,13 celebriamo l'eucarestia.
Il servizio della predicazione ci sarà offerto da Ines Rosso.

IL PELLEROSSA NEL PRESEPE

Il pellerossa con le piume in testa
e con l’ascia di guerra in pugno stretta,
come è finito tra le statuine
del presepe, pastori e pecorine,
e l’asinello, e i maghi sul cammello,
e le stelle ben disposte,
e la vecchina delle caldarroste?
Non è il tuo posto, via Toro seduto:
torna presto di dove sei venuto.
Ma l’indiano non sente. O fa l’indiano.
Ce lo lasciamo, dite, fa lo stesso?
O darà noia agli angeli di gesso?
Forse è venuto fin qua,
ha fatto tanto viaggio,
perché ha sentito il messaggio:
pace agli uomini di buona volontà.

(Gianni Rodari)

AUGURI DA CONDIVIDERE

AUGURI DI NATALE 2018: DIVENTIAMO AUGURIO PER CHI CI INCONTRA : RESTIAMO UMANI !

Nel 70°anniversario dei diritti umani(1948)

Articolo 13 Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.

Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

UNA ESPERIENZA DA CONOSCERE

CHIESA DI SAN ROCCO: PRETE DA 50 ANNI



care tutte e tutti

Utilizzo IN PARTE una riflessione che mi è stata richiesta dai giovani studenti di teologia perché non ho intenzione di parlare di me e della mia esperienza dopo 50 anni di prete se non con gli mici/che o con chi potrebbe cambiare i rapporti umani nella chiesa al livello di scelte pastorali

“Parlarne è interessante solo se viene detto francamente sia quanto si pensa sia quanto si è vissuto. Questa è una riflessione sintetica che ritengo di avvio con questa

comunità di san Rocco che sento mia ,non come proprietà ma come stile .

Credo che in 50 anni dalla chiesa locale sia la seconda o la terza volta – dicevo ai giovani - che vengo invitato ad un confronto in Seminario ;in passato fui invitato sempre solo sul mio lavoro coi migranti una volta su richiesta del servizio migranti e una su richiesta del seminario teologico.



È vero: sono un prete extradiocesano da 50 anni a Torino per scelta (forse per questo da tempo mi occupo di extracomunitari) e per consiglio di un vescovo di questa chiesa, Michele Pellegrino, mio compaesano che conoscevo bene che anche lui fece questa scelta prima di essere vescovo di questa diocesi e le ragioni sono molte. ” Ho sempre voluto conservare la libertà evangelica dei figli di Dio fin dal primo giorno e questa difficilmente si mantiene se non sei autonomo, oltre che nella testa, anche nella vita economica. Per questo, dopo 5 anni di “tempo pieno” pastorale in 3 parrocchie , sono vissuto di lavoro dipendente con un rapporto contrattuale (doposcuolista a Collegno, dipendente comunale come bibliotecario a Nichelino, poi a Torino come responsabile dell’Ufficio Stranieri e Nomadi del Comune a giunta comunista sindaco Novelli, assistente religioso in ospedale, direttore dell’Ufficio Migranti della diocesi senza stipendio…). Fui obbligato a licenziarmi dal comune ,dal servizio pubblico da un altro vescovo che mi voleva all’ufficio migranti perché nessuno lo accettava.



Essere “suddito” nella chiesa è un atteggiamento che nessuno evangelicamente può imporre ad un credente nel Dio di Gesù Cristo, neanche ad un prete. Siamo fratelli, collaboratori, uomini liberi di mantenere la dignità. E la chiesa cattolica non rispetta questo diritto umano: parla di dialogo, di sinodalità .. ma in realtà pensa a una sudditanza con la rinuncia ai tuoi diritti umani . Così l’ho vissuta la relazione con la Chiesa che l’autonomia lavorativa ed economica mi ha permesso di tollerare. E questa è la chiesa cattolica in cui dovrete lavorare .

La mia formazione non è in questa diocesi: dopo il liceo classico a Fossano da privatista (e l’esame di stato, sempre per poter scegliere più liberamente ), ho avuto una formazione “fidei donum” per 5 anni a Verona (Studentato della CEI) al Seminario per l’America Latina, che mi ha fatto conoscere attraverso i vescovi e i formatori (durante il Concilio Vaticano 2°) una chiesa diversa, povera, con grandi contraddizioni, ma profondamente umana. In questa scelta ho trovato molti giovani teologi intenzionati a rispondere ad un richiamo di papa Giovanni XXIII ad uscire e collaborare con altre chiese sorelle. Poi l’incontro col vescovo Pellegrino mi ha convinto a restare e provare nella diocesi di Torino in una chiesa di legno (corso Taranto) per un po’ di anni che sono diventati 50.

Gli anni di lavoro presso il sindacato (formatore, internazionale, stranieri) dal 1975 al 1982 mi hanno permesso di incontrare il mondo del lavoro soprattutto manuale (avevo già fatto il contadino fin da piccolo per 5 anni con tanto di libretto). L’incarico internazionale mi ha aperto la vita ad incontri diversi fuori Italia, tutti interessanti: Palestina e Siria, Polonia di Solidarnosc, Brasile di Lula , Nicaragua e Centro America, Argentina, utili ora nel servizio ai migranti. È in Argentina che ho incontrato Papa Bergoglio a maggio del 2008 prendendo il “mate “a casa sua dopo il seminario sugli immigrati italiani in Argentina che me lo ha fatto scoprire.

Stimolare la nascita di movimenti di solidarietà dal basso è stata la mia caratteristica (ancora oggi seguo progetti in America Latina e Africa, Egitto, Senegal) ed anche movimenti pacifisti (Ghandi è il mio riferimento). Sono anti-concordatario (anche se non lo divulgo troppo).



Non voglio dare consigli, ma mettere insieme delle riflessioni che guidano ancora oggi la mia vita.

1.       La chiesa in cui credo è quella cattolica cioè universale “Nella Chiesa nessuno è straniero e la Chiesa non è straniera a nessuno”. Da oltre 35 anni guida nel mio lavoro pastorale con i migranti, rifugiati, Rom.

2.       Siamo alla chiusura, per fortuna, di una chiesa clericale: così penso e vedo. Fra 10 anni gran parte della parrocchie cattoliche della Diocesi di Torino saranno chiuse se non si sceglie di promuovere i laici al livello di primi responsabili delle comunità (come è avvenuto in America Latina): “viri probati”, uomini o donne, su cui Paolo VI ebbe paura di aprire al sacerdozio ed oggi ci troviamo con questa chiesa senza laici responsabilizzati e senza giovani.

3.       Quale sarà il vostro ruolo di futuri improbabili preti: quello evangelico del servizio alla Parola, alle persone. Quindi ascolto dei bisogni, formazione, responsabilità ai laici fino all’autonomia… Chi fa il prete per fuggire dal mondo che non riesce a affrontare, a vivere positivamente, scelga altre vie.

4.       L’assenza di giovani e giovani adulti nella Chiesa pesa molto: sono assenti dalla chiesa-parrocchia 2 generazioni perciò è difficile costruire una chiesa del futuro prossimo.

5.       Vi propongo quello che è il mio sogno concreto di oggi: la formazione di “missionari ecumenici” nelle chiese cristiane.

I “seminari” svuotati e le università teologiche diventino luoghi di convivenza e formazione al dialogo perché siamo “una cosa sola” anche se le Chiese resteranno divise per un po’: strade diverse che mirano all’unità..

Le strade diverse sono tutte buone: quello che conta è la fede non le religioni. E le fedi sono in un unico Dio a cui tutti facciamo riferimento.


6.       Dialogo interreligioso (esperienza” Insieme”, in atto ) di dialogo interreligioso con ebrei, musulmani,  altri cristiani siamo al 6^ incontro comune. Vi garantisco che è possibile anche oggi ,anche in questo clima

7.       Nuova chiesa con gli immigrati: sulla pastorale la diocesi dorme. Li fa riunire, pregare, ma non è capace di farli entrare nelle parrocchie ed accoglierli nella pastorale normale.

8.   la Comunità di san Rocco è quello che fin da giovane ho cercato di costruire: un punto di riferimento dove le persone che cercano Dio si incontrano in libertà e cercano di vivere i valori che credono . Il posto è per tutti, a qualsiasi fede e religione si appartenga . Ringrazio quanti ci credono in questo progetto.



Fredo Olivero 2017.6.25

MERAVIGLIARSI

"I racconti di miracolo"
Meravigliarsi.
Può darsi che il lettore, condotto a prendere visione di tanti sentieri di ricerca biblica e teologica, si sia un po' smarrito nel piccolo labirinto di queste pagine aperte a molti significati e a molte interpretazioni. Non abbiamo  la pretesa di fornire, al termine di queste pagine, un punto di osservazione che unifichi il tutto o un obiettivo che sia assolutamente prioritario nell'annuncio di fede ai bimbi. Probabilmente ogni tentativo di una sintesi, per quanto riguarda il messaggio che i racconti di miracolo ci trasmettono, e destinato a fallire. Ci sembra però di poter dire che una delle finalità essenziali che tali pagine bibliche si prefiggono consiste nell'educarci e nel risvegliarci alla "meraviglia" per le opere di Dio. Che cos'è questo stupore che il credente e sperimenta ogni giorno, se il suo occhio cuore sa vedere, gustare e penetrare attraverso la trasparenza delle cose, nel suo vivere quotidiano? Che cos'è questa meraviglia che ci esplode dentro come diretta percezione dei "miracoli" che sono quotidianamente con noi? 
La fede ebraica fa della "meraviglia-stupore" un modo di pensare è un modo di essere e di comunicare. Il rapporto con Dio, che si invera nei rapporti con gli uomini e con tutto il creato, è  sostanziato di stupore adorante e di meraviglia che diventa lode e narrazione. 
Il miracolo per il quale ci si meraviglia sovente non ha nulla di straordinario come realtà fattuale e. Ogni giorno per quanto banale sia la sua quotidianità, "Con suo grande stupore, l'uomo biblico si trova di fronte a cose grandi e imperscrutabili, meraviglie senza numero"(Giob.5,9) Le incontra nello spazio e nel tempo, nella natura e nella storia… Non soltanto nei fenomeni naturali e insoliti, ma anche in quelli comuni.  Ne suscitano il suo stupore soltanto le cose fuori di lui…(A. Heschel). La meraviglia fa in modo che tutte le opere di Dio diventino, per l'ebreo credente, delle meraviglie cioè dei miracoli.
Abraham Heschel (Dio alla ricerca dell'uomo, Borla, Roma 1983) documenta come tutta l'esistenza del credente e un miracolo: dal sole che giunge ogni mattino alla oscurità della notte, dal Pagni che si trova sulla mensa ai gesti più ricorrenti dell'esistenza quotidiana: "quello di guadagnarsi il pane è un  miracolo ancora più grande della divisione del mar Rosso" (rabbi Joshua ben Levi).
"La nostra facoltà di percepire il miracolo deve essere tenuta costantemente viva. Poiché è necessario che noi ci sentiamo questa meraviglia quotidianamente, anche il culto deve essere quotidiano. La percezione dei miracoli che sono quotidianamente con noi, la sensazione delle continue meraviglie e la sorgente della preghiera"(pag.68)
Una delle e-mail che verso le quali tendere il vivere ebraico consiste nel "sentire gli atti più banali come avventure spirituali e nel percepire l'amore e la saggezza che si celano in tutte le cose" (ivi, pagina 69). Siccome la routine può soffocare lo stupore e l'abitudine può smorzare il senso  di sorpresa, l'ebreo tenta tutte le strade per esercitarsi a conservare il senso di meraviglia. "La percezione della gloria del Signore e un avvenimento raro nelle nostre vite. Noi non riusciamo a meravigliarci, non riusciamo ad essere sensibili alla presenza (di Dio). Questa è la tragedia di ogni uomo, di offuscare ogni prodigio con l'indifferenza. La vita spesso è routine e la routine e il rifiuto della meraviglia. Il mondo è pieno di splendore spirituale, pieno di segreti sublimi e meravigliosi. Ma una piccola mano tenuta davanti agli occhi nasconde tutto" disse il Baal Shem."Come una monetina tenuta sopra la faccia può impedire la visione di una montagna, così le vanità dell'esistenza possono impedire la visione della luce infinita". I prodigi sono quotidianamente con noi e pure chi e sperimenta il miracolo non se ne accorge. La comprensione del miracolo non è questione di percezione fisica. "Di che utilità e un occhio aperto se il cuore e cieco?" (Pag. 103 -  104). Se i racconti di miracolo non accendono in noi questa fiammata di meraviglia e se non ci educano allo stupore, mancano ad uno degli obiettivi essenziali. Un utilizzo del metodo storico critico che razionalizzasse tutto, senza mettersi al servizio della meraviglia, non aiuterebbe a vedere, nel nostro oggi, le meraviglie che Dio continua ad operare. 
Queste pagine sono in aperta polemica con chiunque voglia soffocare la meraviglia, o stupore, la contemplazione. I racconti di miracoli, in tutte le risonanze alle quali abbiamo appena accennato, sono come finestre aperte su tutte le meraviglie, cioè i prodigi, che Dio continua a seminare nella storia. Leggiamo la parola di Dio E preghiamo per alimentare questo stupore che costituisce una dimensione fondamentale della vita di Gesù e dei suoi discepoli di tutti tempi. Claus Westermann(Teologia dell'Antico Testamento, Paideia, Brescia 1983, pag.75- 78) sottolinea a più riprese che il miracolo è un avvenimento che ha luogo tra Dio e l'uomo, che ha la sua realtà soltanto in questo confronto (pag. 77) ed incontro. Il racconto di miracolo ci spinge a scavare nel presente per scoprire i miracoli nascosti, sollecita la nostra attenzione perché non ci capiti di passeggiare tra I miracoli senza vederli e ci fa ritrovare il candido stupore dell'uomo di fede che loda Dio per le meraviglie che egli opera oggi. Tutto il nostro impegno di interpretazione e di annuncio non può prescindere da questo obiettivo. Colui che anima e coordina un gruppo di catechesi sa che per parlare delle opere di Dio è necessario parlare a Dio. La preghiera che loda e adora il "Dio dei miracoli" è fondamentale per poter narrare le meraviglie del suo amore. E' fondamentale adorare il Dio dei miracoli per poter vedere i miracoli di Dio. 

Franco Barbero  da Lazzaro, vieni fuori, Bra 1986

L'OCCASIONE DEL MESSICO

Il discorso di insediamento di Andrés Manuel Lopez Obrador ha lanciato messaggi e promesse di ogni tipo ai settori più vari della società messicana. Evidentemente il presidente di sinistra non poteva lasciarsi sfuggire questa occasione, in cui i riflettori nazionali e internazionali erano puntati su di lui. Il messaggio rivolto ai mercati e che il governo non spenderà più delle risorse disponibili e che si impegna a non aumentare il debito pubblico. A chi lo considera un potenziale dittatore, Lopez Obrador ha promesso  che non si ricandiderà in nessuna circostanza. A chi ha espresso preoccupazione per la sua scarsa tolleranza alle critiche ha garantito che rispetterà le libertà fondamentali, a cominciare da quella di espressione e che si concentrerà sulla riconciliazione. Lopez Obrador ha toccato diversi temi: cancellazione della riforma dell'istruzione, austerità repubblicana, riduzione della disuguaglianza, punizione degli abusi di potere. Il suo piano: realizzare una trasformazione in un contesto pacifico e organizzato. L'impegno più importante annunciato nel suo discorso davanti al parlamento è quello di mettere fine alla corruzione e all'impunità che ostacolano il rinnovamento del Messico. La promessa di eliminare la corruzione non sarà facile da mantenere. Per farcela non basteranno le buone intenzioni e il presidente dovrà essere un esempio di onestà. Negli ultimi anni diverse iniziative per combattere le cause della corruzione sono rimaste a metà. Il nuovo presidente messicano ha dipinto un quadro molto diverso da quello dei discorsi ufficiali degli ultimi due governi: una difficile situazione di povertà, corruzione e impunità. Le sue parole hanno confermato quella che è sempre stata la sua bandiera politica. Non ci sono state molte differenze rispetto a quello che ha detto negli ultimi anni e ha ribadito nei libri che ha pubblicato. Ora ha l'occasione di realizzare il suo progetto per il paese: inclusivo, senza disuguaglianze, senza corruzioni ne impunità. Dopo decenni in cui il Messico ha lottato senza successo contro questi problemi è importante che Lopez Obrador possa contare sull'appoggio di tutti i settori. Più di 120 milioni di messicani sperano che il suo discorso non si riveli solo una lista di promesse. 

Internazionale 1285/ 7 dicembre 2018

MACRON SI ARRENDE MA NON BASTA

Laurent Joffrin, Libération,France
Il governo francese ha ceduto su tutto, ma non è detto che questo tutto sia sufficiente. Rispetto alle posizioni iniziali siamo alla resa totale. Le tasse sul carburante sono tutte sospese. La strategia basata sul rincaro dei trasporti inquinanti e rinviata di almeno sei mesi, se non cancellata. Il governo che annunciava di voler fare le riforme a passo di cavalleria, domando il popolo recalcitrante, a preso una bella botta in testa. Il presidente verticale si ritrova orizzontale, steso al tappeto. Se si guarda ai fallimenti dei suoi predecessori, Emanuel Macron diventa stranamente normale, perfino debole rispetto alla tradizione della Quinta Repubblica. Giove, come viene chiamato, si rivela nient'altro che un mortale tra i mortali. Il fulmine che teneva in mano ha prodotto solo qualche scintilla. Se fossero arrivati 10 giorni fa, i provvedimenti appena annunciati sarebbero bastati a fermare le proteste. Ma i movimenti di massa trasformano le persone che vi partecipano. Fino a ieri isolati nella loro è difficile esistenza quotidiana, affretti dal senso di abbandono e umiliazione, i gilet gialli hanno assaporato l'ebbrezza dell'azione collettiva, il conforto della solidarietà e del riconoscimento reciproco, il piacere è raro dell'esposizione mediatica, l'orgoglio di avere finalmente un ruolo politico nazionale. Leo solitario e malinconico si è trasformato in un noi unito e combattivo. Difficile mettere fine a questa esperienza che comunque vada resterà uno dei ricordi più importanti della loro vita. Tanto più che le concessioni ottenute ne tirano altre: il potere d'acquisto resterà immutato nei prossimi mesi. Le concessioni del governo non hanno migliorato la situazione. E gli odiati simboli continuano a infiammare la collera popolare: la patrimoniale cancellata solo a metà. Ma Crohn tramortito ma ancora al potere. Rafforzati da un primo successo i manifestanti sono tentati di andare avanti. L'incoscienza presuntuosa dei governanti ha scoperchiato il vaso di Pandora. Ancora una volta la Francia ribelle rischia di cedere alla vertigine dell'insurrezione. 

Internazionale 7 dicembre

Altro che lingua morta o inutile
con Repubblica l'elogio del latino



Si può raccontare l'antichità in modo gioioso, vitale. È in edicola con Repubblica un  libro che riuscirebbe a convertire allo studio della lingua latina anche lo studente più riluttante: Viva il latino di Nicola Gardini è un viaggio alternativo nel latino letterario che si rivolge ai ragazzi delle scuole ma anche agli ex liceali che vogliano rinverdire uno studio lontano nel tempo e, perché no, a chi lo voglia scoprire ex novo. Il libro di Gardini è per tutti, visto che fa a meno degli schematismi storiografici e delle litanie scolastiche spesso scoraggianti (in edicola a 9,90 euro più il prezzo del giornale). L'autore, che oggi insegna letteratura del Rinascimento a Oxford, è tra i più accalorati sostenitori della vitalità del latino.
Che non sia una lingua morta, d'altra parte, lo dimostra il successo editoriale dei libri dedicati alla cultura dei greci e dei romani. Ma perché, cosa cerchiamo nelle parole degli antichi? Qual è il segreto del loro potere attrattivo? «Sbagliamo a pensare che la lingua degli antichi romani sia un reperto di archeologia - osserva Gardini -. La verità è che siamo ancora sulla scia di un viaggio linguistico e filosofico mai interrotto».
Il libro di Gardini toglie al latino le ragnatele e ci fa scoprire quanto ci appartenga, quanto racchiuda le radici di quello che siamo, della nostra umanità. È un modo per ripartire guardando alle conquiste di questa lingua, riconnettendola alla vita, alle emozioni: «Il latino puo diventare un compagno di vita, una guida. L'antichità è in fondo una grande metafora del nostro inconscio. Ci attira perché è misteriosa, nascosta, e quel mistero si offre a noi e si lascia interpretare», dice l'autore.
Di capitolo in capitolo appaiono Cicerone, Sallustio, Lucrezio, Catullo, Virgilio, Tito Livio, Ovidio, Orazio, Properzio, Seneca e tanti altri, mai citati per mostrare regole linguistiche astratte, ma nel ruolo di traghettatori dentro le meraviglie di un percorso che è insieme culturale, linguistico ed esistenziale. «Il latino è come il genoma delle nostre psicologie», dice Gardini, spiegando perché abbiamo ancora oggi bisogno di quel serbatoio di sapienza.
Nel libro l'autore racconta così il suo personale viaggio emozionale: «Degli autori antichi Seneca è quello che più mi ha aiutato a vivere. Con Virgilio mi commuovo; con Tacito mi appassiono alla crudeltà; con Lucrezio mi allontano e sprofondo e vortico; con Cicerone sogno la perfezione in tutto, pensiero, discorso, comportamento. Seneca mi dà lezioni di felicità». Per Seneca la felicità non andava immaginata o desiderata o invidiata: «Sperare è perdere tempo, il bene più prezioso che abbiamo. Felice è chi sa vedere con chiarezza, oggi, ora, la sua realtà interiore, chi conosce i suoi bisogni, chi distingue l'essenziale dal vano», spiega l'autore nel capitolo sedici del libro. Certo non è facile definire cosa sia la felicità, concetto insidioso tra i più mutevoli nel tempo, continuamente evocato ma dai contorni fuggevoli. «Oggi abbiamo perso i riferimenti comuni, per questo abbiamo un grande bisogno di stare insieme. I libri antichi, tolti dalle impalcature e dai gusci ministeriali, ci restituiscono quel senso di condivisione che ci manca e che non può certo essere dato da un viaggio o da una foto di pastasciutta pubblicata su Instagram», spiega Gardini. Ecco svelato il segreto dalla lezione dei classici del passato: andare a ripescare nell'archivio comune di letture e pensieri dell'antichità non soddisfa solo la voglia di conoscenza, ma ci fa sentire meno soli.
RAFFAELLA DE SANTIS

(la Repubblica 28 novembre)
[la Repubblica 2 dicembre]

[Il Manifesto 6 dicembre]