domenica 20 settembre 2026

 Midterm, Trump spinge sulla strategia del caos

Luca Celada Il Manifesto 29/08/2026

STATI UNITI La rodata strategia del "voter suppression" prende storicamente di mira le minoranze propense a votare democratico come gli afroamericani e molti stati del sud, come la Louisiana e il Tennessee, hanno riattivato strategie in uso durante gli anni della segregazione.

Con il conto alla rovescia ormai avviato per finalizzare i preparativi, il contenzioso legale attorno al voto per posta negli Stati Uniti continua a produrre un groviglio di indicazioni contraddittorie. L’ultima in ordine di tempo è stata l’ingiunzione di una giudice federale di Boston. La honorable Indira Talwaniha bloccato ieri l’ordine esecutivo che Trump sta cercando di imporre a poche settimane dalle parlamentari del 3 novembre. La “riforma” consiste in un decreto con cui a marzo il presidente ha vietato agli stati di usare schede per posta se non avessero prima consegnato a Washington le proprie liste elettorali. Nel 2024 oltre 48 milioni di americani (il 31% del totale) hanno usato le poste per spedire la propria scheda. In alcuni stati come Washington si svolgono interamente per posta, altrove come in California vi fanno ricorso l’80% degli elettori. Vi sono inoltre cittadini all’estero e militari. Per posta vota anche lo stesso Donald Trump la cui scheda viene imbucata dalla Florida. NEL LABIRINTICO e complesso sistema americano, inoltre, l’organizzazione modalità delle elezioni competono a ciascuno dei 50 singoli stati, regola su cui la costituzione è ineccepibile. Questo non ha impedito a Trump di tentare in ogni modo di influire sul loro svolgimento, prima ordinando agli “stati amici” (come Texas e Florida) di riconfigurare la mappa dei propri collegi elettorali per favorire vittorie repubblicane. La rodata strategia del “voter suppression” prende storicamente di mira le minoranze propense a votare democratico come gli afroamericani e molti stati del sud, come la Louisiana e il Tennessee, hanno riattivato strategie in uso durante gli anni della segregazione.

SECONDO OBIETTIVO del presidentissimo è stata il voto per corrispondenza a cui statisticamente ricorrono più elettori democratici che repubblicani. Il pretesto per abrogarlo o limitarne l’uso è stato la solita teoria complottistica dei “vasti brogli” messa in campo nei prodromi del tentato golpe del 6 gennaio 2021, una tesi cui lo stesso Trump non sembra davvero credere. A marzo ha dichiarato a parlamentari del suo partito che la riforma fosse passata, la vittoria nei midterm «sarebbe stata garantita».

A QUESTO SCOPO ha chiesto agli stati di fornire alle autorità federali le liste degli iscritti al voto per un “vaglio”. Quando i tribunali hanno respinto l’ordine come palesemente contrario alla costituzione che non assegna all’esecutivo alcun ruolo di controllo, Trump si è rivolto direttamente alla direzione delle poste, ordinando all’agenzia federale di non consegnare le schede per posta ad elettori che non compaiano su una lista preparata (in base ad ignoti criteri) dal dipartimento per la sicurezza nazionale.

OGNI MANOVRA è stata accolta da numerosi ricorsi da parte di autorità elettorali di 24 stati democratici, cittadini ed associazioni civiche. Virtualmente bloccate ad ogni ripresa, le misure sono giunte al vaglio della Corte suprema che la scorsa settimana ha prodotto una (non) sentenza. Con fine acrobazia giuridica, il massimo tribunale ha scritto che i tempi «non erano ancora maturi» per una sentenza definitiva dato che il progetto (sulla cui costituzionalità ha evitato di pronunciarsi direttamente) «non aveva ancora prodotto danni». La strategia già spesso impiegata dalla Corte alleata Maga consiste nel permettere all’esecutivo plenipotenziario di completare l’opera (esempio la demolizione di mezza Casa bianca, lo stanziamento di militari nelle città o altre palesi trasgressioni della legge) prima di intervenire, assicurando in pratica che il danno diventi irreparabile. Nel caso in cui alcuni stati si preparano spedire le schede già dalla prossima settimana, la decisione è non solo un invito a delinquere, ma un assist palese alla strategia del caos messa in campo dalla Casa bianca.

NEL MOTIVARE l’ultima ingiunzione, la giudice federale Indira Talwani ha notato che l’amministrazione non aveva fornito «alcuna prova relativa a frode comprovata dovuta a votazioni per corrispondenza». L’interesse del governo a «correggere un problema infondato attraverso mezzi probabilmente incostituzionali», ha aggiunto, «è sopravanzato dal rischio preponderante di una privazione generale del suffragio». Talwani ha affermato che gli stati «non hanno a questo punto né il tempo né i fondi» per soddisfare i requisiti necessari, tra cui «l’aggiornamento dei sistemi di gestione elettorale e la formazione del personale». Il confronto, il rinvio di un verdetto definitivo da parte del Corte suprema, insinua l’idea che vi sia qualche cosa di vagamente sospetto nel processo, incrementando la possibilità di astensione e preparando il terreno per eventuali ricorsi contro risultati non graditi al presidente.

IL PROGETTO SEMBRA dunque ricalcare il copione seguito dall’estate 2020 al gennaio 2021 quando le ripetute infondate accuse di brogli, indussero migliaia di trumpisti a prendere d’assalto il Parlamento. È ancora possibile che una sentenza possa definitivamente cassare la riforma ma la paradossale confusione così prossima agli scrutini potrebbe essere già bastata per propagare dubbi sufficienti per il possibile rinvio della certificazione di vittorie “contese”. Non si tratterebbe a questo punto di fantapolitica ma della replica di una collaudata strategia di destabilizzazione potenzialmente definitiva.


 «La nuova legge elettorale altera l'assetto istituzionale del Paese». Storiche e storici contro la proposta in discussione in Parlamento

Redazione 19/09/2026, 12:40


ROMA-ADISTA. Appello dI numerosi storici e storiche  contro la proposta di legge elettorale all’esame del Parlamento (l'elenco dei firmatari aggiornato al 18 settembre è pubblicato in calce al testo). «Il disegno di legge elettorale in via di approvazione in queste settimane costituisce per noi studiosi e docenti di Storia contemporanea e di altre discipline storiche motivo di grande preoccupazione, perché la sua approvazione altererebbe in modo rilevante gli assetti istituzionali del nostro paese - si legge nel testo -. La storia contemporanea mostra l’importanza della rappresentanza e del Parlamento quali espressioni fondamentali della sovranità popolare. Nel secolo scorso l’affermazione di regimi autoritari e totalitari è quasi sempre passata attraverso lo svuotamento o l’eliminazione di entrambi. In diversi Paesi occidentali, negli ultimi decenni il loro ruolo si è fortemente ridotto e si rischia di smarrire il senso stesso della loro rilevanza. Una delle espressioni più gravi dell’attuale crisi della democrazia, non solo in Italia, è la crescente polarizzazione delle nostre società, cui sono legati anche crisi dei partiti, crescita del radicalismo antisistemico, concentrazione di potere nelle mani del leader, astensionismo elettorale, frammentazione e volatilità del voto, ecc. Queste tendenze sono state aggravate in Italia da ripetuti mutamenti della legge elettorale, che per la sua rilevanza costituzionale non è una legge ordinaria come le altre. Riguardando le comuni “regole del gioco”, è opportuno che tali leggi non siano presentate dal governo, che siano oggetto di approfondita discussione, che siano il più possibile condivise con l’opposizione, che non siano approvate con voti di fiducia e che siano adottate a distanza dalle elezioni, principi più volte violati dalle ultime leggi elettorali e da quella in discussione. Sono oggi in atto forti spinte per uno spostamento del potere verso l’esecutivo che mettono in discussione la divisione e l’equilibrio dei poteri, essenziali in qualsiasi Stato liberale e democratico, a scapito delle istituzioni di rappresentanza e del potere giudiziario, configurando talvolta esplicite trasformazioni in senso autoritario. Come con altre leggi elettorali degli ultimi anni, anche con la riforma elettorale in discussione si trasformano di fatto le elezioni da momento di designazione dei rappresentanti a mezzo per stabilire chi detiene il potere esecutivo sottraendo questa scelta al Parlamento. Attraverso un sistema proporzionale con premio di maggioranza quasi unico al mondo, la riforma punta ad affidare per un’intera legislatura un grande potere ad una coalizione rappresentativa di una netta minoranza di elettori. Tale trasformazione – accompagnata dall’obbligo di indicare il candidato Presidente del Consiglio, interferendo con le prerogative del Presidente della Repubblica – introduce un premierato di fatto, in contrasto con la Costituzione e aggirando le garanzie richieste dalle procedure di riforma costituzionale. Invece di promuovere una maggiore partecipazione degli elettori, il nuovo meccanismo elettorale induce un’ulteriore polarizzazione degli schieramenti, incentiva la competizione tra coalizioni forzate ad essere tali dalla stessa legge elettorale e impone artificiosamente sulle altre una coalizione politica minoritaria, peraltro eterogenea e condizionata dalle sue componenti interne. Tutto ciò vanifica di fatto i presunti benefici della stabilità. La nuova legge penalizza ulteriormente la mediazione politica e inibisce il processo deliberativo attraverso cui istanze diverse – comprese quelle delle minoranze – vengono comunque considerate, entrambi modi tra i più efficaci per contrastare la polarizzazione. Inoltre, il premio di maggioranza porta la coalizione vincente vicino alle “maggioranze di garanzia” permettendole l’elezione in autonomia del Presidente della repubblica, dei giudici costituzionali, dei membri di nomina parlamentare del Consiglio superiore della magistratura e di quelli delle commissioni parlamentari e delle Autorità amministrative indipendenti, senza un concorso dell’opposizione essenziale per evitare forme di “dittatura della maggioranza”. Non è questo il futuro che vogliamo per la nostra democrazia repubblicana, non è questo l’esito cui indirizzare la storia del nostro Paese e per questo, nel richiamo ai principi della Carta costituzionale, esprimiamo la nostra netta contrarietà al disegno di legge elettorale in discussione».

Seguono le firme


sabato 19 settembre 2026

chiesa cattolica, settembre 2026

Preti latini uxorati, la sfida arriva dal Belgio 

LUIGI SANDRI Redazione Confronti

 

Le aperture dell’arcivescovo di Bruxelles riaccendono il confronto sui preti sposati nella Chiesa romana. Ma il nodo, più ancora del celibato, riguarda il modello di Chiesa e la necessità di una riforma più profonda.

E così, grazie all’arcivescovo di Malines-Bruxelles, il dibattito sulla possibilità di ordinare preti uxorati anche nella Chiesa latina è tornato d’attualità. Si riaffaccia, insomma, una questione antica, ma di norma tacitata e smorzata dai papi, dalle strutture vaticane, e anche dagli incontri sinodali di vario tipo; e, tuttavia, sempre più emergente nell’Europa dove qualche vescovo, ogni tanto, osa proporre prospettive che i confratelli del Sud del mondo per lo più dipendenti economicamente da Roma, raramente osano delineare.

VOCI DAL BELGIO, PATRIA DI UN VESCOVO PEDOFILO

In un'intervista del 15 luglio 2026 al quotidiano olandese Nederlands Dagblad, infatti Luc Terlinden - classe 1968, laureato in cconomia prima di entrare in seminario, prete dal 1999, arcivescovo belga dal 2023 - ha dichiarato: «Per me, i preti sposati sarebbero un arricchimento per la Chiesa...

Un vescovo greco cattolico mi ha detto che il 90% dei suoi preti è sposato. In Occidente non sempre mostriamo sufficiente rispetto per questa tradizione».

In effetti, se il 95% dei preti del mondo appartiene alla Chiesa latina, e dunque è ufficialmente celibe, il 5% appartiene alle Ghiese cattoliche orientali (ex bizantine, albanesi, sire, melkite, maronite, caldee, copte, malabaresi e malankaresi) e per lo più è sposato. Constatando tale realtà, in Centro e Nord Europa, qualche prelato - come il nuovo arcivescovo di Vienna Joseph Grünwidl - aveva espresso, già mesi fa, una posizione analoga a quella di Terlinden. Però, tutti i papi post-Vaticano II, da Paolo VI a Leone XIV, hanno sempre respinto quella suggestione. Per smuovere tale status quo, nel marzo del 2026 Johan Bonny, vescovo belga di Anversa aveva annunciato che entro il 2028 ordinerà prete un uomo sposato.

Ma, in merito, l’arcivescovo di Bruxelles ha precisato che quell'ipotesi è un’opinione personale del confratello che, comunque, «non potrebbe essere attuata senza autorizzazione papale». Terlinden, infine, ha ricordato che l’episcopato del suo Paese già nel 2023, in occasione del Sinodo sulla Sinodalità, aveva proposto a Roma un documento nel quale la Conferenza episcopale belga si diceva disposta a discutere della possibilità dei preti latini uxorati. Ma perché proprio adesso il prelato interviene sul tema? Un dato fa riflettere: pochi giorni addietro, il 1° luglio, era deceduto Roger Joseph Wangheluwe, classe 1936, dal 1985 al 2010 vescovo di Bruges.

Questo nome non dice magari nulla, oggi, qui in Italia, ma non in Belgio. Là, fu infine accusato di aver avuto, da vescovo, rapporti sessuali con un giovanissimo nipote; la questione andò per le lunghe, ed ebbe grandissimo rilievo sui media, che attaccarono la "tolleranza” della Chiesa romana nei confronti dei preti pedofili; lui in parte ammise, in parte minimizzò. Infine il 23 aprile del 2010 Benedetto XV lo obbligò a dimettersi. Ma la vicenda non finì: i media insistettero nelle loro indagini, emersero decine di preti pedofili “tollerati” dai vescovi. La stessa vicenda del prelato si arricchì di nuovi scabrosi dettagli. Infine, sentito il parere del Dicastero per la dottrina della fede, nel marzo del 2024 Francesco lo ridusse allo stato laicale (Vangheluwe da tempo viveva ritirato in un monastero).

Il 27 settembre successivo Francesco, in Belgio, di fronte alla famiglia reale e al governo, afferma: «Nella perenne coesistenza fra santità e peccato, di luce e ombra vive la Chiesa, con esiti spesso di grande generosità e splendida dedizione, e a volte purtroppo con l'emergere di dolorose controtestimonianze. Penso alle drammatiche vicende degli abusi sui minori - alle quali si sono riferiti il Primo ministro -, una piaga che la Chiesa sta affrontando con decisione e fermezza, ascoltando e accompagnando le persone ferite e attuando in tutto il mondo un capillare programma di prevenzione».

«Fratelli e sorelle, questa è la vergogna! La vergogna che oggi tutti noi dobbiamo prendere in mano e chiedere perdono e risolvere il problema: la vergogna degli abusi, degli abusi sui minori. Noi pensiamo al tempo dei santi Innocenti e diciamo: “Oh che tragedia, cosa ha fatto il re Erode!”, ma oggi nella Chiesa c’è questo crimine; la Chiesa deve vergognarsi e chiedere perdono e cercare di risolvere questa situazione con l'umiltà cristiana. E mettere tutte le condizioni perché questo non succeda più».

Si noti che il papa parla degli abusi su minori, in generale, senza precisare “del clero”; reticenza che, là, dove tutti pensarono all'ex vescovo di Bruges, fu assai criticata dai media e dal Governo. Nemmeno Terlinden, adesso, accenna all'inquietante caso. Tuttavia si può ritenere che egli, proponendo il clero uxorato, indichi una via per diradare, per quanto possibile, i casi di pedofilia del clero.

QUALI PRETI UXORATI? 

Sarebbe fuori della realtà chi pensasse che l'introduzione, su larga scala, dei preti uxorati nella Chiesa latina fosse di per sé, automaticamente, la salvezza di questa enorme comunità diffusa in tutto il pianeta e, in diversi Paesi, maggioranza tra le Religioni presenti, o forte minoranza. Esisterà sempre, infatti, la possibilità di violenze sessuali su minori da parte del clero, pur coniugato (non succede così pure nelle famiglie?). Questo lo si è visto anche nelle Chiese ortodosse, dalla Russia alla Grecia, dove anche tra i monaci ogni tanto emergono casi di pedofilia. E, in Occidente, uno studio indipendente commissionato dalla Evangelische Kirche in Deutschland (Ekd), e riportato dalla stampa italiana il 25 gennaio 2024, documenta che, in Germania, dal 1946 ai nostri anni, vi sono stati probabilmente più di 9mila casi di violenze sessuali su minori compiute da pastori protestanti, quasi tutti coniugati, o da “normali” persone strutturalmente dedite al servizio nella Ekd.

Ciò premesso, da più parti, e non solo in patria, si è ritenuto che la proposta dell’arcivescovo belga sia preziosa e coraggiosa, all'interno dell’attuale Chiesa cattolica romana, oggi guidata da Leone XIV. È però significativo un dato: nessuno degli oltre trecento vescovi italiani, molti dei quali custodi di diocesi caratterizzate da una crescente, e inarrestabile, scarsità di clero, ha condiviso - pubblicamente - l'ipotesi del prelato belga. Silenti, salvo rarissime cccezioni, anche teologhe e teologi nostrani. Ha invece parlato il teologo spagnolo José Carlos Enriquez Diaz, in un commento apparso su Religion Digital del 19 luglio, e intitolato Dalla riforma superficiale alla conversione evangelica.

Qualche suo flash: «Le parole di monsignor Terlinden, a favore dell'ordinazione di uomini sposati, sono senza dubbio un gesto coraggioso e necessario. Riconoscere che la tradizione cattolica comprende modelli diversi - come quello delle Chiese orientali - è un passo verso una Chiesa più aperta e meno uniforme. Ma la questione cruciale non è solo disciplinare. La domanda di fondo rimane: basta cambiare norme o dobbiamo trasformare il modello di Chiesa?».

E spiegava: «Esiste, infatti, un rischio evidente: l’introduzione di preti sposati nello stesso sistema clericale potrebbe lasciare inalterato ciò che è essenziale. Se il ministero continua a essere inteso come uno spazio di potere, di differenziazione o di prestigio, il cambiamento sarà più cosmetico che reale. Un prete sposato potrà continuare a svolgere le stesse funzioni di un prete celibe se non viene messa in discussione la logica che sostiene il sistema (...).

 L’estate dei femminicidi: 8 donne uccise nelle ultime settimane mentre entra in vigore nuova legge

Una concentrazione di casi che riporta al centro il tema della prevenzione e della protezione delle donne già esposte alla violenza

 20/08/2026  Cristiana Raffa Rai news 24

L’estate italiana è arrivata a metà agosto con una successione di delitti contro le donne che, per frequenza e caratteristiche, ha riportato il femminicidio al centro della cronaca nazionale. Tra luglio e il 19 agosto sono emerse almeno otto vicende mortali nelle quali gli inquirenti hanno contestato, riconosciuto o stanno valutando l’ipotesi di femminicidio: Luigia Fortunato nelle Marche, Tania Sperindio nel Riminese, Dafne Rebaudo a Roma, Daniela Florea a Torino, Tania Terrin nel Veneziano, Ornella Forastefano nel Cosentino, Joanna Rouissi a Colleferro e Carmela Bifano, ancora oggetto di accertamenti. Il quadro si completa con diversi tentati femminicidi, tra cui quelli registrati in Sardegna, Calabria, Catania e nel Bresciano. Sebbene non esista ancora un conteggio ufficiale nazionale dell’estate 2026 e alcuni procedimenti siano ancora nella fase delle indagini e in almeno un caso, quello di Carmela Bifano, l’ipotesi del delitto di genere debba ancora essere accertata, la sequenza di casi emersa nelle ultime settimane è reale e documentata, e merita di essere letta insieme ai dati strutturali sulla violenza contro le donne.  Nelle ultime ore nuove aggressioni e arresti: in Brianza un uomo ha preso la moglie e la figlia a martellate e a Cattolica un uomo si è gettato con la moglie nel canale del porto. 

La sequenza è cominciata a luglio con Luigia Fortunato, 33 anni, uccisa con 50 coltellate dal marito a Loreto, nelle Marche, al culmine di una lite. L’uomo ha confessato il delitto ed è stato sottoposto a fermo per omicidio volontario aggravato. La Procura non ha inizialmente contestato il nuovo reato di femminicidio, proprio a conferma di quanto sia necessario distinguere la definizione giornalistica dalla qualificazione giuridica del fatto. Il Coordinamento regionale dei Centri antiviolenza delle Marche ha invece definito l'uccisione di Luigia un femminicidio, mostrando proprio la distanza che può esistere tra la lettura sociale e quella strettamente penale del caso. Pochi giorni dopo, nel Riminese, Tania Sperindio è stata uccisa dall’ex marito, dal quale era separata da anni. L’uomo avrebbe chiamato i soccorsi confessando l’omicidio. La vicenda è stata indicata dagli inquirenti e dalle autorità locali come femminicidio. A Roma, la morte di Dafne Rebaudo, 31 anni, è precipitata da una terrazza a Tor Bella Monaca nella notte del 13 luglio. Gli investigatori hanno ricostruito la presenza del compagno nell’edificio e ipotizzato che la donna fosse stata spinta. Il compagno è stato fermato: per lui si procede sulla base dell’ipotesi investigativa di femminicidio. Il 20 luglio è stata trovata morta a Torino Daniela Florea, 36 anni, di origine romena. Il corpo era stato occultato nell’appartamento nel quale la donna viveva dopo la fine della relazione con il compagno. L’ex è stato arrestato ad agosto e il fascicolo comprende le accuse di femminicidio, maltrattamenti in famiglia e occultamento di cadavere. La custodia cautelare è stata successivamente disposta dal gip, pur senza convalida del fermo. Poi è arrivata la settimana di Ferragosto, con una concentrazione particolarmente drammatica. A Camponogara, nel Veneziano, Tania Terrin, 39 anni, è stata uccisa dall’ex compagno Dino Keber, che poi si è suicidato. La vicenda presenta uno degli elementi più inquietanti dell’estate: Tania aveva già denunciato l’uomo e nei suoi confronti era stato emesso solo un ammonimento del Questore. La madre ha raccontato inoltre di essersi rivolta più volte alle forze dell’ordine. L’uomo era stato denunciato anche da precedenti compagne. Quasi contemporaneamente, in Calabria, Ornella Forastefano, 46 anni, è stata trovata agonizzante davanti al pronto soccorso dell’ospedale di Trebisacce dopo una gravissima aggressione. È morta per le lesioni riportate. Il compagno è stato fermato nel porto di Bari mentre, secondo gli investigatori, tentava di raggiungere l’Albania; il gip ha poi convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere. L’autopsia è stata disposta per precisare le cause e le modalità della morte. Il 18 agosto, a Colleferro, una donna di 50 anni di origine polacca, identificata dalle cronache come Joanna Rouissi, è stata uccisa a coltellate nella propria abitazione. Il marito, 69 anni, è stato fermato e la Procura di Velletri procede per femminicidio. L’aggressione sarebbe avvenuta davanti a uno dei figli della coppia. Nello stesso giorno, a Corigliano-Rossano, è stato trovato il corpo di Carmela Bifano, 72 anni. La donna presentava lesioni alla testa e gli investigatori ipotizzano che possa essere stata colpita con pietre. Fermato come indiziato il marito, l’autopsia dovrà chiarire causa e modalità della morte, dunque il caso non può ancora essere contabilizzato come femminicidio accertato.

Secondo i dati del Viminale il fenomeno diminuisce, ma resta drammatico

Nel Dossier Viminale pubblicato a Ferragosto è scritto che nel primo semestre del 2026 gli omicidi volontari sono stati 138, contro i 163 dello stesso periodo del 2025. Tra le vittime, le donne sono state complessivamente 34: 26 vittime di omicidio volontario e 8 vittime del nuovo delitto di femminicidio previsto dall’articolo 577-bis del codice penale. Nel confronto con il primo semestre 2025, il numero complessivo delle vittime femminili di omicidio e femminicidio è sceso da 54 a 34, con una diminuzione del 37%. Il confronto è costruito su una categoria statistica che dal dicembre 2025 convive con una nuova categoria giuridica, quella del femminicidio codificato. Il nuovo articolo 577-bis è infatti entrato in vigore il 17 dicembre 2025: per il 2026 il Viminale può quindi distinguere tra omicidio volontario e femminicidio in senso strettamente giuridico. Il dato strutturale più importante arriva dal consuntivo 2025 del Ministero dell’Interno: furono 97 le donne assassinate, contro 118 nel 2024, 120 nel 2023 e 130 nel 2022. Di queste, 85 furono uccise da una persona riconducibile all’ambito familiare-affettivo. La riduzione numerica, dunque, non cancella la caratteristica fondamentale del fenomeno: nella maggioranza dei casi l’autore dell’uccisione di una donna appartiene alla sua sfera relazionale o familiare. Anche la serie storica ISTAT restituisce la stessa evidenza. Per il 2024 l’Istituto ha stimato 106 femminicidi su 116 donne vittime di omicidio, pari al 91,4%. Di questi, 62 sono avvenuti nell’ambito della coppia e 37 per mano di altri familiari.  l fenomeno non coincide semplicemente con il numero delle donne assassinate: la sua specificità sta nelle motivazioni di genere e nelle dinamiche di dominio, controllo, possesso e violenza all’interno delle relazioni. Nel primo semestre 2026 gli ammonimenti del Questore per violenza domestica sono aumentati del 24,1%, arrivando a 3.247; complessivamente gli ammonimenti per violenza domestica e stalking sono stati 4.582. È un segnale di maggiore emersione e intervento, ma anche della persistente dimensione del rischio prima che la violenza raggiunga l'esito più grave. 

La nuova legge: il femminicidio entra nel codice penale. Quando si configura il reato

La legge 2 dicembre 2025, n. 181, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 2 dicembre ed entrata in vigore il 17 dicembre, ha introdotto nel codice penale l’articolo 577-bis. La nuova norma configura come femminicidio l’uccisione di una donna quando il fatto è commesso come atto di odio, discriminazione o prevaricazione, oppure attraverso controllo, possesso o dominio esercitati nei suoi confronti in quanto donna. La fattispecie comprende anche l’uccisione legata al rifiuto della donna di instaurare o mantenere una relazione affettiva o finalizzata a limitarne le libertà individuali. La pena prevista è l’ergastolo; fuori dalle ipotesi specificamente previste dal nuovo articolo resta applicabile l’omicidio volontario disciplinato dall’articolo 575. La novità non è soltanto simbolica. La legge obbliga il sistema giudiziario a individuare, nei casi concreti, la motivazione di genere dell’omicidio. Non ogni donna uccisa è automaticamente vittima di femminicidio dunque: occorre accertare che l’omicidio rientri nelle condizioni previste dalla norma. 

In un'audizione alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul femminicidio, l'Istat indica come presupposto per la prevenzione il fatto che la violenza contro le donne sia un fenomeno basato su “una cultura di genere distorta e stereotipata” e sull’asimmetria delle relazioni di potere tra uomini e donne.


 

Ricordo di Massimo Recalcati

La morte di Enzo Bianchi lascia una grande tristezza innanzitutto in chi lo ha conosciuto e amato. La scomparsa di un amico assomiglia sempre alla scomparsa di un mondo intero. Il mio primo ricordo della sua persona riguarda la sua forza, la vitalità, l’energia dell’uomo. È quello che i Vangeli descrivono come potenza (dynamis): la sua vita era una vita capace di essere davvero viva. C’era una specie di fuoco che animava tutto quello che faceva: studiare, scrivere, predicare, curare l’orto e la cucina del suo monastero, viaggiare, incontrare i fratelli, le sorelle e gli amici, dialogare, avere rapporti affettuosi con i suoi cani, scegliere i vini giusti per la sua tavola, amare l’arte. Insomma, in tutto questo e in molte altre delle sue innumerevoli attività era la vita viva a salire in primo piano. Non l’ascesi sacrificale, la mortificazione della carne, la penitenza patibolare. È stata questa, se si vuole, la cifra più radicale del suo cristianesimo: accogliere con gioia la vita in tutte le sue svariate forme.

Quando con le proprie mani il giovane Enzo pose la prima pietra del Monastero di Bose — nel lontano inverno del 1965 — era solo. Nessuno attorno a sé, nessuna garanzia, nessuna istituzione, nessuna protezione, nessuna raccomandazione, nessun mandato. Restaura una cascina abbandonata nella zona della Serra di Ivrea vivendo da solo e poi con i primi compagni per tredici anni senza luce elettrica.
Aveva paura di morire? Credo di sì. E anche molta, come del resto accade solitamente a tutti coloro che hanno amato profondamente la vita. Del resto, ne aveva anche Gesù Cristo, che nel Getsemani supplica il padre di lasciarlo vivere ancora, di allontanare dalle sue labbra il calice amaro della morte. Quel mistero — il mistero della morte –, Enzo lo sapeva bene, non può essere addomesticato nemmeno dalla fede.
Mi ha detto una volta, quand’era già molto anziano, che di mattina amava abbracciare gli alberi e le grandi pietre. Immagino fosse anche quello un suo modo di pregare. Non alzando gli occhi al cielo ma trovando il cielo in terra.

 DILEMMA IA: CORSA O FRENO?

ISPI 17/9

Tra catastrofisti e tecno-ottimisti, l’allarme sull'IA svela un vuoto più profondo: nessuna difesa regge se non è condivisa, ma l’ordine multilaterale che dovrebbe garantirla è in frantumi.

Nelle ultime settimane il clima di entusiasmo nei confronti dell’intelligenza artificiale ha lasciato il posto a una serie di timori catastrofisti. L’8 settembre Jacob Coxon ha lasciato Anthropic dopo tre anni di ricerca sui modelli linguistici, prima in OpenAI e poi nella società fondata dai fratelli Amodei. E lo ha fatto con un lungo post che in poche ore ha raccolto decine di milioni di visualizzazioni, seguito nella stessa giornata da un’intervista al Wall Street Journal: le due aziende, sostiene il ricercatore, non stanno agendo responsabilmente e stanno correndo dritte verso una catastrofe, “giocando d’azzardo con le nostre vite”. Poche ore dopo, un ricercatore ancora attivo in Anthropic, Evan Hubinger, gli ha dato pubblicamente ragione, stimando in oltre il 10% la probabilità che l’intelligenza artificiale porti all’estinzione dell’umanità entro un decennio. Quattro giorni dopo, Dario Amodei ha pubblicato un saggio di circa quattromila parole, “We Must Pace the Frontier”, in cui chiede all’intero settore di rallentare volontariamente il ritmo con cui i modelli aumentano le proprie capacità; e nel giro di poche ore Sam Altman ed Elon Musk hanno dichiarato di condividerne l’impostazione. Anche la politica ha preso posizione. “Chi vince l’IA, vince tutto”, ripete da mesi Donald Trump, che respinge gli allarmi come esagerazioni di “forze molto negative”. Pechino, dal canto suo, accusa i catastrofisti di fare strategia: il Global Times, quotidiano vicino l partito comunista  cinese, ha definito gli appelli al rallentamento “un espediente da guerra fredda”, pensato per contenere l’ascesa tecnologica cinese. Resta sospesa la domanda di fondo: di cosa si parla davvero, quando si parla di “rischio esistenziale” dell’IA, e a chi conviene, oggi, agitarlo?

I due volti del rischio

I timori sono principalmente di due tipi: sistemi che sfuggono al controllo umano attraverso l’auto-miglioramento ricorsivo e la tecnologia usata come arma, dagli attacchi informatici su scala industriale alla progettazione assistita di armi biologiche. Nel primo caso, un precedente c’è già: a luglio agenti sviluppati da OpenAI hanno attaccato in autonomia i sistemi di Hugging Face, la principale piattaforma open source, senza che un operatore umano ne avesse impartito l’ordine diretto. I danni sono stati limitati, ma l’episodio ha svelato i contorni di un problema concreto, cioè che capacità, autonomia e affidabilità nello sviluppo dell’IA non avanzano insieme. La seconda categoria riguarda invece l’uso della tecnologia come arma, anche in questo caso un rischio già misurabile: il 10 settembre, due giorni dopo le dimissioni di Coxon, Anthropic ha pubblicato il quarto rapporto sulle minacce, “Detecting and Countering Misuse of AI”, documentando casi di abuso dei propri modelli tra dicembre 2025 e agosto 2026 in sette aree distinte, dal cyberspionaggio alle armi convenzionali. Il caso più citato riguarda un gruppo legato alla Russia, che ha utilizzato Claude per costruire uno sciame di droni autonomi capace di selezionare bersagli umani e impartire l’ordine di detonazione, senza alcun controllo umano nel processo. Nello stesso rapporto, Anthropic ammette per la prima volta di non potere più escludere che i propri modelli più recenti forniscano un’assistenza rilevante nella progettazione di armi biologiche.

 Due blocchi, due alleanze

La questione si inserisce in un più ampio agone geopolitico, già strutturato in due blocchi contrapposti. Da un lato le iniziative degli Stati Uniti: la Pax Silica, lanciata nel dicembre 2025 per coordinare tra alleati l’accesso a chip avanzati, minerali critici e infrastrutture per l’intelligenza artificiale — a cui l’Unione europea ha aderito nel giugno 2026 insieme ad altri paesi partner — e in parallelo l’accordo di cooperazione AI opportunity statement. Dall’altro la World artificial intelligence cooperation organization (Waico), fondata da Pechino il 16 luglio, con sede a Shanghai: arrivata a 37 Paesi firmatari, in gran parte del Sud globale, dal Brasile al Pakistan, dal Sudafrica all’Indonesia, e nessuna grande democrazia occidentale tra i 29 membri fondatori. Se la Pax Silica punta a blindare le catene di fornitura più sensibili attorno a un nucleo di alleati fidati, Waico si propone come alternativa aperta e priva di condizionalità politiche, offrendo assistenza tecnica e formazione ai paesi in via di sviluppo. Il risultato è una frattura che ben rispecchia quella già emersa nei vertici multilaterali: due architetture di governance parallele, entrambe capaci di attrarre adesioni, nessuna delle due davvero globale.

Chi scrive le regole?

Il nodo irrisolto, in questo scenario, è la frammentazione dell’ordine internazionale. Un monitoraggio davvero efficace dell’IA richiede un coordinamento che nessuna singola azienda o paese può imporre da sé, ma i riferimenti restano incompatibili: l’Unione europea, con l’AI Act, adotta un approccio basato sui diritti dei cittadini; gli Stati Uniti oscillano tra spinta all’innovazione e sicurezza nazionale; i regimi autoritari trattano i sistemi di IA soprattutto come strumenti di sorveglianza e controllo sociale. Senza standard condivisi, ognuno applica all’intelligenza artificiale i propri valori o il proprio approccio non esportabile. Eppure i segnali non possono essere sottovalutati: è necessario, se non urgente, costruire architetture di controllo multilaterali e dotarsi di poteri d’emergenza reali sui sistemi più rischiosi, pensare ad accordi internazionali che fissino soglie condivise oltre le quali i modelli più potenti vengano sottoposti a controlli obbligatori, sulla falsariga dei trattati di non proliferazione applicati ad altre tecnologie sensibili, e una regolamentazione capace di aggiornarsi alla stessa velocità dei sistemi che dovrebbe sorvegliare. Le questioni relative alla sicurezza dell’IA saranno all’ordine del giorno della visita del presidente cinese Xi Jinping a Washington questo mese. Certo nessuna di queste misure, presa singolarmente, risolverebbe il problema, ma continuare a invocarle separatamente, mentre la tecnologia corre, è la scelta più rischiosa di tutte.

venerdì 18 settembre 2026

UCRAINA

Programmi di studio russi nei territori occupati

Human Rights Watch lo scorso luglio ha dichiarato che le autorità russe nel territori ucraini occupati stanno costringendo bambini e ragazzi a frequentare una scuola che «viola il loro diritto all'istruzione e sembra progettata per distruggere la loro identità nazionale».

Ad oggi sono circa 1,6 milioni i bambini, di cui 600mila in età scolare, che vivono nei territori ucraini occupati dalla Russia e che non solo sono esclusi dall'insegnamento della lingua ucraina, ma anche puniti dalle autorità se scoperti a studiare attraverso scuole ucraine online.

Alcuni dei ragazzi intervistati hanno raccontato di uomini armati che hanno fatto irruzione nelle loro case, sequestrando computer e telefoni in cerca di materiale scolastico ucraino, e hanno minacciato di mandarli in residenze statali se non si fossero iscritti a scuole gestite dai russi.

Anche gli insegnanti rimasti nei territori occupati sono costantemente sottoposti a ricatti emotivi, gravi minacce, perquisizioni e persino violenze fisiche, se si rifiutano di seguire il programma di insegnamento russo.

Oltre alla violazione del diritto dei minori a preservare la propria identità e nazionalità, garantito dal diritto internazionale, gli studenti sono obbligati a ottenere un passaporto russo per  diplomarsi, indottrinati con propaganda anti-ucraina, indirizzati verso programmi giovanili militarizzati e obbligati illegalmente a registrarsi per la leva.

«La Russia sta usando le scuole per insegnare ai bambini ucraini la lealtà al Cremlino, glorificare l’invasione russa e prepararli ad andare in guerra contro il proprio popolo», ha dichiarato Bill Van Esveld, direttore associato per i diritti dei bambini presso Human Rights Watch. [VB] 

da confronti, settembre '26 

TURCHIA

Stretta sui diritti e le opposizioni

Il vertice Nato di Ankara, svoltosi lo scorso luglio, ha riportato l’attenzione internazionale sulla situazione interna della Turchia, ma le tensioni emerse in quei giorni non rappresentano un episodio isolato. Secondo un'inchiesta pubblicata dal quotidiano britannico The Guardian, nelle settimane precedenti al summit le autorità turche hanno intensificato arresti, divieti e procedimenti giudiziari contro oppositori, giornalisti e attivistl: oltre 200 persone sono state fermate durante operazioni di polizia nella capirale, vietate manifestazioni mentre erano pubbliche fino al 10 luglio.

Tra i casi più discussi quello del comico Deniz Göktas, poste in custodia cautelare con le accuse di “insulto al presidente” e “offesa ai valori religlosi” per uno spettacolo satirico su Recep Tayyip Erdogan. Nello stesso periodo sono state arrestate anche due giornaliste: Buse Sögütlü di T24 e Ceren Erdogdu di Oda?'V, con accuse legate al terrorismo.

Secondo Human Rights Watch, (Hrw) che nel rapporto Turkiye: Crackdown Ahead of NATO Summit ha denunciato una «spietata intolleranza verso la libertà di parola e di associazione», le autorità non hanno fornito elementi pubblici sufficienti a dimostrare i reati contestati. Gli episodi legati al vertice Nato hanno reso visibile una dinamica più ampia: da anni il governo di Ankara utilizza strumenti giudiziari e amministrativi per limitare lo spazio dell'opposizione politica, dei media indipendenti e della società civile.

Hrw segnala in particolare le pressioni sul principale partito d'opposizione: il Chp, e il progressivo ridimensionamento della figura di Ekrem Ímamoglu, sindaco di Istanbul e principale sfidante politico di Erdogan. [ML]

 da confronti, settembre '26

EL SALVADOR 

Carcere e sicurezza senza diritti

Come dichiara il rapporto di Amnesty International “Security" without rights, da quando Nayib Bukele ha dichiarato lo stato di emergenza nel 2022, in El Salvador si sono verificati oltre 90mila arresti arbitrari, facendone il Paese con il tasso di incarcerazione più alto al mondo, con 1.700 persone private della libertà ogni 100mila abitanti.

L’organizzazione ha inoltre denunciato che sono almeno 470 i decessi avvenuti durante la detenzione e migliaia le famiglie ancora in attesa di notizie sulle condizioni di salute o sullo status legale dei propri cari. «In diversi casi, sono state riscontrate lesioni incompatibili con le cause ufficiali di morte o segni di violenza fisica e negligenza medica», si legge nel rapporto.

Come riporta Le Monde, Ana Piquer, direttrice per le Americhe di Amnesty International, ha affermato durante la presentazione della ricerca che «la maggior parte delle persone decedute non era nemmeno stata condannata». Gli arresti di massa, le accuse di tortura e i decessi avvenuti sotto custodia dello Stato «non possono essere considerati episodi isolati, ma piuttosto parte di un modello di abuso che, per portata e organizzazione, potrebbe configurarli come crimini contro l’umanità».

Il rapporto denuncia inoltre come l’erosione dell'indipendeneza della magistratura, la militarizzazione della sicurezza pubblica e l'approvazione di riforme incompatibili con gli standard internazionali in materia di diritti umani abbiano facilitato la commissione di queste violazioni, molte delle quali a danno di individui senza comprovati legami con attività criminali e di comunità storicamente impoverite. [VB]

da Confronti, settembre 2026 

 da La Repubblica del 14 settembre 2026


L’INTERVISTA di Maurizio Crosetti


 

Frandino “I ragazzi primi esploratori di un nuovo mondo”

 

Il primo giorno di scuola è anche una riemersione, una dichiarazione di esistenza. È qualcosa che vale per loro, i ragazzi, ma dice qualcosa di importante soprattutto a noi, gli adulti. Ma di cosa parliamo, quando parliamo di un giorno così? Lo abbiamo chiesto a Barbara Frandino che è stata ed è giornalista, scrittrice (per ragazzi e per adulti: ultimo romanzo, "Tremi chi è innocente", Einaudi), sceneggiatrice, autrice, documentarista. E mamma.


Qual è il senso del ritorno in aula?

«Per prima cosa, i ragazzi rientrando a scuola ci dicono che ci sono. Però, gli tocca muoversi in una società fondata sulla competizione, dove se non sei performativo non vali niente. Nessuno può dire non ce la faccio, non mi interessa, non è cosa per me. Forse, dovremmo aiutarli a difendersi».


Da cosa, in particolare?

«Sono immersi in mondi lontanissimi da quello della scuola. Loro così veloci, e lei così lenta. L'ultima riforma l'ha riportata nel Medioevo. La scuola è vecchia, noi siamo vecchi. Ma potremmo insegnare ai ragazzi a porre le domande giuste anche all'intelligenza artificiale, e a saper riconoscere le risposte sbagliate che sono moltissime. Mi chiedo come possano, gli insegnanti, mantenere viva l'attenzione degli allievi per più di mezzo minuto. Tra loro, però ci sono ancora professori che possono cambiarti la vita».


Perché lei scrive così tanto dei ragazzi?

«Quando i miei figli Sebastiano e Samuele erano piccoli, riuscivo a scrivere solo libri per bambini, mi mettevo nei loro sguardi, nelle loro orecchie. Quando sono diventati adolescenti, allora mi pareva di poter scrivere solo di quell'età. Scrivere significa, io credo, stare a guardare e a sentire, e poi mettersi al computer. L'adolescenza è un universo pieno di bellezza, però è sempre più faticosa. I social hanno amplificato ogni cosa, anche le aspettative.

È come se tutti ripetessimo ai ragazzi: puoi farlo. Ma è una bugia, c'è chi non può. Nessuno ha l'obbligo di essere felice e vincente. Credo che il nostro tempo sia ammalato di individualismo ipertrofico, tutto corre troppo».


Dove porta, secondo lei, la strada che si comincia a percorrere il primo giorno di scuola?

«Le nostre generazioni hanno camminato su sentieri tracciati da altri, noi sapevamo dove mettere i piedi anche se magari non ci piaceva. I ragazzi di oggi, al contrario, sono i primi esploratori di un mondo che non abbiamo mai visto. Per fortuna sono creature meravigliose, e sembrano meno in difficoltà di noi pur essendo molto soli e molto fragili. Si muovono con estrema grazia e sapranno mettere a posto quello che noi non siamo riusciti a sistemare, anzi abbiamo reso il disastro che è: il clima, l'ipercapitalismo, un tipo di intelligenza artificiale che ci sta scappando di mano. Eppure, avere a che fare con le tecnologie è una competenza umanistica: oggi, chi si occupa di A.I. cerca soprattutto laureati in filosofia».


Par di capire che lei abbia molta fiducia nei ragazzi.

«Se non l'abbiamo in loro, in cosa dovremmo mai averla? La politica, lei sì purtroppo sembra non averne affatto, di fiducia, visto che vorrebbe dare ai giovani solo paghette e divieti. Ma io non credo si possa far crescere qualcuno con i bonus studenti o con l'obbligo di imparare, di nuovo, le poesie a memoria: chissà poi se serve davvero. Lo so che Calvino sosteneva di sì, m'inchino davanti a lui, però quello era proprio un altro mondo».

 


 Non sanno più l‘italiano

I nostri giovani non leggono

 

 «Le prime chiamate arrivano a ottobre.

Quando cadono le foglie iniziano a cadere anche le medie».

Maurizio Rebaudengo, 64 anni, lo racconta con una battuta che

fotografa bene la stagione delle ripetizioni. Ex insegnante di

lettere nelle scuole torinesi, tra Galfer e Cavour, dal 2020 fa

lezione online attraverso il sito "Le Tue Lezioni". E ogni anno, con il

ritorno sui banchi, vede aumentare le richieste. Torino è il terzo mercato italiano per volume di offerta di lezioni private, dopo

Roma e Milano. Nel 2025, tra agosto e settembre, le richieste di

ripetizioni sono raddoppiate, con un aumento del 100%, per poi

crescere di un ulteriore 37,5% a ottobre. Il costo medio è di 15 euro l'ora.

 

Professore, cosa cambia rispetto alle lezioni in presenza

che faceva in classe?

«Ho raggiunto studenti in tutta Italia. È una modalità molto

gradita dalle famiglie, per due motivi. Da una parte si può

scegliere l'insegnante che si preferisce, dall'altra c'è anche un

aspetto di sicurezza: il figlio è a casa e fa lezione. Spesso l'online

viene demonizzato, ma secondo me funziona bene».

 

Quando arriva il momento di maggiore richiesta?

«Il periodo di picco arriva quando gli studenti prendono i primi

votacci, quando cominciano i compiti in classe. E proprio in quel

periodo che, come dico io, "cadono le foglie e cadono le

medie". Le richieste aumentano soprattutto da ottobre in poi. A

quel punto intervenire quando il fenomeno è già in corso è molto

complicato, anche perché un ragazzo deve stare dietro a nove o

dieci materie».

 

Quali sono le materie per cui la contattano più spesso?

«Il latino, che rappresenta un problema soprattutto al liceo

scientifico. Mi capita anche di essere contattato da studenti

universitari: magari hanno un esame dopo dieci giorni e hanno

bisogno di prepararlo rapidamente. In quel caso mi rifiuto, serve più tempo per il latino».

 

Che tipo di studenti incontra?

«L'identikit medio dello studente è quello di un ragazzo con

un'agenda che neanche un Ceo di una multinazionale. Hanno troppi

impegni, come fanno a vivere così? Ci sono famiglie

ossessionate dal fatto che i figli non abbiano spazi vuoti. Gli studenti sono generalmente gentili ed educati, ma non

leggono. Non hanno il tempo per farlo e, soprattutto, il loro

rapporto con i libri è quasi esclusivamente legato allo studio».

 

Quali sono le difficoltà che riscontra più spesso?

«Come dicevo: non leggono e quindi hanno carenze di italiano

enormi. Alcuni fanno fatica a coniugare il passato remoto:

neanche Totò arrivava a tanto. E non parliamo necessariamente di

ragazzi provenienti da famiglie svantaggiate, anzi, spesso sono

figli della borghesia».

 

Va sempre così male?

«No, c'è chi, dopo un po', riesce a proseguire da solo. A quel punto

sono io a farmi da parte».

 

Mattia Aimola, Repubblica, 14 settembre 2026

 


 Caro ingenuo e illuso Zelensky,

vorrei dirti che il cercare tante trattative con l'America o con “i volenterosi per armarsi” sono illusioni.

Fai un patto, discusso con il tuo popolo, solo fra te e Putin. Questo finanziamento di armi come tuo aiuto è per tenerti in guerra. Ti aiutano con le armi per tenerti in guerre che permettono di sostenere le tue illusioni e di crescere e far continuamente la loro illusione che vincerai.

Credo invece che tu debba e possa patteggiare solo con Putin e che con lui sia possibile trovare un sentiero, che ben discusso dalle due parti, senza affatto dover obbedire a tutte le sue richieste . Gli altri sarebbero giocolieri per continuare la guerra, cioè un includente orizzonte. 

Nella trattativa, forse, dovrà cedere su qualche questione pesante, ma è meglio cedere qualche cosa per non venderti a quelli che ti assicurano armi e denaro .ma al di là delle apparenze lo fanno per guadagnare ancora di più nel mercato delle armi. I nostri Tiranni o Presidenti vari sono la disumanità totale. Compresa l'Italia serva degli USA e dei suoi due Tiranni. Con Putin non dovrai fare una resa, ma un compromesso dignitoso.

Franco Barbero 13 settembre 2026


giovedì 17 settembre 2026

LE PAROLE PER DIRLO

SENZA TORNARE INDIETRO

di Derio Olivero, Vescovo di Pinerolo

 

Oggi sono a Bra per la festa della “Madonna dei fiori”. Mi hanno invitato per la processione e per presiedere la messa. Mi ha stupito l'enorme quantità di persome presenti. Non me l'aspertavo. E mi ha colpito la lunghezza della processiore: 5 chilometri! Non sono abituato a processioni così. Abbiamo percorso varie strade della città. Per un'ora e mezza.

In genere, le processioni escono dalle chiese, percorrono qualche centinaio di metri e rientrano. Oggi siamo “veramente usciti” in mezzo alla città. Ci sto ancora pensando adesso, seduto alla mia scrivania. Noi tutti assomigliamo molto alle “solite processioni”: usciamo, ma solo "per finta” e poi rientriamo subito. Ci spaventa “uscire davvero”. La tentazione è quella di “stare al sicuro”, tornare sui “propri passi”, tornare al sicuro. Abbiamo paura di uscire verso il futuro, paura di cambiare. Facciamo qualche passo e ritorniamo subito alle solite abitudini, allo stile di sempre. Cambiare spaventa tutti. Anche se vediamo che le cose non vanno bene continuiamo sulla medesima strada. La Chiesa é in crisi e continuiamo con lo stesso stile e gli stessi riti! Il cambio del clima genera disastri... e continuiamo con gli stessi consumi e medesimi inquinamenti. La democrazia vacilla, la politica ci disaffeziona... e continuiamo nell’indifferenza a non curarci della "cosa pubblica”, della partecipazione. Qualcuno dice: “Non riesco più a crederci al cambiamento”. Molti si sentono disillusi e subiscono rassegnati.

Imbrigliati nel “regno delle necessità”, non osano più credere al “regno della possibilità”. Ripetono, come schiavi di un ingranaggio ormai inarrestabile. Mugugnano e ripetano. Alzano gli occhi, intravedono a volte dei percorsi, si illuminano per un istante e... ritornano al sicuro. Si aggrappano al "già noto” come ad una scialuppa in un mare in tempesta. Tengono stretto il “già noto” come unica selvezza. Aggrappati ed impauriti. Senza speranza. Rispetto a questa situazione uno scrittore francese (Olivier Guez) dice: "Abbiamo bisogno di catastrofi enormi per cambiare radicalmente”. Robe da matti! Abbiamo hisogno di andare ancora peggio per essere capaci di sognare un mondo diverso. Per essere capaci di osare qualcosa di nuovo. Si torna a parlare di guerra con “tranquillità", senza provare, con forza e passione, a cercare altre strade. Si parla con “tranquillità” di crisi della Chiesa senza cercare testardamente nuove strade. Vediamo il Monviso crollare e continuiamo a pensare che la questione climatica sia una favola inventata. In realtà qualcuno, con passione e tenacia, ci sta provando. Dice: “E’ sufficiente tornare indietro”. Nella Chiesa e in palitica molti vedono nella chiusura e nel ritorno al passato la chiave risolutiva. Ma c'è un problema: il passato non torna. Nessuno può andare verso ieri, si può solo andare verso domani. Certo si va avanti aiutati e illuminati dal passato. Ma domani non sarà mai più ieri. Dunque, non si può ripetere. Si può solo “creare”. Con pazienza, discernimento, passione. E un briciolo di follia. Possibilmnte insieme. Da buoni seminatori. Senza pretendere risultati immediati. Anzi, disposti a regalare “risultati” a chi verrà dopo. Convinti che “c'è più gioia nel donare che nel ricevere”. Proviamaci!

L’Eco del Chisone,

16 settembre 2026