da Il Manifesto del 21/05/2026
Israele, la deriva morale è un macabro spettacolo
di Widad Tamimi
Non c’è limite al ribaltamento della realtà nell’era della narrazione social della destra messianica israeliana. L’ultimo capitolo di questa strategia della provocazione permanente vede il ministro della sicurezza nazionale, figura di punta dell’oltranzismo colono, protagonista di un video in cui schernisce i prigionieri della Flotilla.
Trasformando la detenzione illegale e la privazione dei diritti in uno spot elettorale. «Siamo noi i padroni di casa qui», urla Ben Gvir alla telecamera, mentre passeggia tra i corpi degli attivisti costretti a terra, legati e impossibilitati a muoversi. «Erano venuti pieni di arroganza, guardateli ora. Non sono eroi, ma complici del terrorismo».
Nessuna traccia, in lui, della solennità che ci si aspetterebbe da un uomo dello Stato. Nessuna eleganza politica, nessun rispetto per la gravità del ruolo istituzionale che ricopre. Avanza con una postura sformata, quasi animalesca, le mani piantate sui fianchi o agitate nell’aria come quelle di un imbonitore da fiera. Ben Gvir non porta l’autorità della legge, ma la volgarità del bullo di periferia che ha finalmente ottenuto le chiavi della stanza dei bottoni. Si pianta davanti alle telecamere a gambe divaricate, lo sguardo ridotto a due fessure cariche di un disprezzo viscerale, un ghigno asimmetrico stampato sul volto che trasuda una spietata compiacenza.
«Chi sono i padroni di casa qui?» non è una domanda, piuttosto uno sputo in faccia al mondo che lo guarda. In quella frase c’è l’essenza della sua ascesa: la rozzezza di un linguaggio ridotto a slogan da stadio, l’assoluta incapacità di concepire la legittimità umanitaria o politica minima. Per lui, quegli uomini non sono prigionieri da gestire secondo il diritto, ma carne da calpestare per riaffermare un dominio.
Non è una novità; è lo stesso identico stile appreso nei suoi anni da agitatore di strada, quando cercava la rissa e il flash dei fotografi sui marciapiedi di Gerusalemme. Solo che adesso quel fare provocatorio e quella stessa violenza verbale sono stati elevati a politica ufficiale, istituzionalizzati dietro la targa tirata a lucido di ministro della sicurezza nazionale.
Ogni sua visita ispettiva nei penitenziari in cui vengono detenuti i palestinesi si trasforma in un macabro pezzo di teatro a favore di telecamera. Entra nei bracci di massima sicurezza non per controllare, ma per infierire, pretendendo con petulante ferocia l’irrigidimento di ogni restrizione, il taglio di ogni diritto elementare. Ogni suo gesto, ogni parola sprezzante lanciata oltre le sbarre, non cerca la giustizia, ma il boato del suo elettorato, nutrito quotidianamente con lo spettacolo della degradazione altrui.
L’effetto reale è la messa in scena di una deumanizzazione sistematica, dove i corpi di civili – medici e cooperanti internazionali, invece che i palestinesi contro cui si accanisce di solito – diventano trofei da esibire. Un’esibizione pornografica che certifica il collasso del diritto: nelle carceri di Ben Gvir la violazione delle convenzioni internazionali non è più una colpa da nascondere, ma un vanto. Non si tratta di un caso isolato, ma di un modus operandi volto a cannibalizzare il consenso a destra del Likud, blindando il proprio potere attraverso la spettacolarizzazione della crudeltà.
Le immagini arrivano nel momento più teso dell’operazione di pirateria condotta dalle forze israeliane: il sequestro della Lina al-Nabulsi – l’ultima imbarcazione della Global Sumud Flotilla partita dalla Turchia – e l’assalto alla motonave Girolama, che batte bandiera italiana. L’operazione, condotta in acque internazionali con l’uso di proiettili di gomma contro volontari disarmati, si è conclusa con la deportazione ad Ashdod di oltre 400 attivisti umanitari di 44 diverse nazionalità. Per tutta risposta, almeno 87 dei fermati hanno annunciato uno sciopero della fame a oltranza contro l’isolamento e l’arbitrarietà del loro rapimento.
Tra questi, i ventinove italiani detenuti formano un gruppo eterogeneo che unisce l’impegno civile alla solidarietà. È una vicenda che sposta l’asse dell’emergenza: la richiesta di liberazione immediata dei sequestrati è un dovere politico inderogabile per la Farnesina e i governi europei.
Al di là della retorica securitaria, emerge lo smantellamento progressivo dello Stato di diritto all’interno delle stesse istituzioni israeliane. La pubblicazione di immagini di detenuti in stato di costrizione viola apertamente la Convenzione di Ginevra, ma nella Knesset di oggi, e ancor di più nel gabinetto di Benjamin Netanyahu, le norme internazionali sono vissute come lacci burocratici da recidere.
Una deriva che ha riacceso il durissimo scontro interno alla società israeliana. Se i media mainstream tendono a normalizzare la linea del governo, la stampa progressista ha denunciato il video come l’ennesima macchia indelebile sulla coscienza morale del Paese. Sulle colonne di Haaretz, gli editorialisti più accorti sottolineano come questa violenza esibita distrugga quel poco che resta della legittimità internazionale di Israele.
Il video di Ben Gvir funge tuttalpiù da conferma esplicita delle accuse di violazione sistematica mosse dagli organi Onu. Questo manifesto visivo è l’ennesimo segnale di un Paese che, nel silenzio complice di gran parte dell’Occidente, sta smarrendo i confini della propria umanità, spingendo l’esibizione della forza fino alla definitiva legittimazione dell’inciviltà giuridica.