mercoledì 4 febbraio 2026

il manifesto, sabato 31 gennaio 2026

LE MANI SULLA CITTÀ 

Torino, movimenti in piazza per Askatasuna

Rita Rapisardi

Torino

Sono oltre 200 le realtà che hanno aderito da tutta Italia e dall’estero. Nasce una piattaforma per la prossima primavera di proteste

Torino, manifestazione “Aska non si chiude” – (Foto Matteo Secci/LaPresse)

Le camionette si aggirano numerose in centro e nel quartiere di Vanchiglia, quello di Askatasuna, nel nome del quale oggi ci sarà una manifestazione nazionale per le vie della città: «Torino partigiana. Contro governo, guerra e attacco agli spazi sociali». Rimossi i cassonetti, vietata la vendita delle bevande in vetro e alluminio, impedito alle auto di parcheggiare in numerose vie, Torino è pronta ad accogliere almeno 20mila manifestanti da tutta Italia e dall’estero.

TRE CORTEI partiranno quasi in contemporanea da Porta Nuova, Porta Susa e Palazzo Nuovo (sede delle facoltà umanistiche) per poi convogliare in piazza Vittorio Veneto, di fianco...

 

SPUNTI PER MEDITARE E RIFLETTERE - 2 

Una scala tra cielo e terra (Genesi 28,10-22)

 

Che si tratti di una scala o di una scalinata poco importa. Sta di fatto che questo sogno simboleggia una realtà fondante per la nostra vita di credenti: tra cielo e terra, tra Dio e noi esiste una comunicazione. Il cielo è aperto e la terra, cioé tutta la nostra realtà, non è destinata a rimanere chiusa in se stessa. Gesù, che nei vangeli vede i cieli aperti, come la felice metafora recita, esprime la stessa realtà. I cieli si aprono sopra di noi.

I patriarchi, le donne e gli uomini che ci hanno preceduto in questo cammino di fede, fino ai profeti e a Gesù, ci attestano questo fatto che non sempre risulta evidente: i cieli sono aperti, lo sguardo buono e perdonante di Dio non si allontana da questa umanità.

Qualche volta noi stessi siamo indotti a credere che i cieli si chiudano e che Dio si sia stancato di noi e dell'umanità. Niente di più falso.

Questa scala resta luogo di "vai e vieni” tra cielo e terra. Noi possiamo fare affidamento su questa comunicazione, anche se ci saranno dei momenti in cui essa ci sembrerà difficile, interrotta  o inesistente.

La metafora degli angeli che salgono e scendono è il segno che Dio comunica con l'umanita e noi con Lui.

"Questa e la porta del cielo!”

Forse la “porta del cielo”, alla quale badiamo troppo poco, è proprio la vita quotidiana. Lì Dio viene, se noi lo lasciamo venire; lì egli ci apre sentieri e spiragli; lì egli ci raggiunge con i suoi raggi di sole. Spesso la vita quotidiana, per la nostra disattenzione, è una porta aperta che non riusciamo nemmeno a vedere, attraverso la quale ci ostiniamo a non entrare. Certo, non si tratta di dipingere la vita quotidiana, in modo illusorio, con i più bei colori dell‘iride. Sovente essa è piena di grigiore e di finestre sbarrate. Sovente ci sono i rovi con la loro abbondante corona di spine. La realtà non  può essere idealizzata. Ma spesso una voce arriva anche dal roveto ardente (Esodo 3).

In un certo senso, possiamo dire che la vita quotidiana è un “luogo terribile”, non solo per ciò che di tragico essa comporta assai di frequente, ma anche perché noi ci carichiamo della responsabilità di chi non sa vedere, prestare attenzione, ascoltare, capire.

Noi sovente siamo davanti alla "porta del cielo” e non vediamo che angosce e chiusure. Gli  ebrei antichi dicevano che camminiamo tra i miracoli e non sappiamo vederli. Ecco il vero miracolo: la nostra piccola vita quotidiana, irrorata dalla rugiada della Parola di Dio, concentrata sul “pregare e fare la giustizia”. Una vita sempre aperta al dialogo, attenta a costruire ponti, desiderosa di vivere il proprio “essere chiesa” nella responsabilità e nella libertà, senza chiedere autorizzazioni e permessi a gerarchi di nessun genere.

O Dio di Gesù, Tu che ci accompagni nella “ferialità” dei nostri giorni regala anche a noi il sogno di Giacobbe perché possiamo amare appassionatamente questa vita di tutti i giorni, fatta di silenzio e di parola, di preghiera e di azione, di fatica e di gioia.

“Ti è stato annunziato, o uoma, o donna, ciò che è bene e ciò che Dio cerca da te: nient’altro che compiere la giustizia, amare con tenerezza, camminare umilmente con il tuo Dio” (Michea 6, 8).    Forse questi brani trovano in me una eco profonda perché nella mia vita non ho mai fatto nulla di grande, non ho mai desiderato cose grandiose, non ho mai creduto nei “grandi gesti” e nelle “grandi costruzioni”.

Ho, invece, incontrato le tracce di Dio nei piccoli sentieri del quotidiano, nei viottoli che sono appena visibili e credo che valga la pena ogni giorno di più scommettere dalla parte e in compagnia di chi è piccolo/a, marginale, escluso/a.

Franco Barbero   

da: Augusto Cavadi, Ciascuno nella sua lingua - 

Tracce per un’altra preghiera 

Preghiera contro l’idolatria

…la poesia originale, edita in lingua tedesca, è di Ernst Eggmann.


Dovunque ci sia odore di dio io non ti cerco 

gli uomini ti hanno teso trappole 

sono scattate 

ora ti trattengono in templi e testi 

ti danno del tu siedono a tavola con te 

toccano i bicchieri bevono vino 

stipulano assicurazioni

tu sottoscrivi

dappertutto ci sono trappole divine

ti adescano con candele frasi e lardo 

dorate trappole divine e abbandonate

antichissimi altari da tempo dispersi dal vento

fossilizzate immagini

fossilizzate parole, fossilizzate

croci cripte e costellazioni

luoghi di pellegrinaggio nel cosmo 

dovunque ci sia odore di dio passo oltre

io so che tu sfuggi ad ogni trappola

anche a mani e a parole di preghiera

io so che tu ci sei

ci tieni prigionieri in te

soltanto questo io so

sei tu la trappola.


da Internazionale del 23/01/2026

Un imperialismo da gangster

di Jayati Ghosh


C’è del metodo dietro l’apparente follia dell’approccio di Donald Trump alla geopolitica e all’economia globale. Al centro della riproposizione della dottrina Monroe voluta da Trump – o “dottrina Donroe”, come l’ha ribattezzata – c’è la convinzione che gli Stati Uniti possano agire con totale impunità all’interno del loro “cortile di casa” e che le altre grandi potenze, a cominciare dalla Cina, possano fare lo stesso nelle proprie zone di influenza. Al contempo Washington si riserva il diritto di imporre la legge dei suoi interessi ovunque ritenga di doverlo fare, compresa la Groenlandia. 

Questo approccio, descritto brillantemente dall'economista indiano Prabhat Patnaik come "imperialismo da gangster", rimanda alle radici coloniali del capitalismo, che affondono in un'epoca in cui rapporti tra i popoli e i governi erano regolati dalla forza. Anche mettendo da parte i gravi problemi morali e legali insiti nella strategia di Trump, resta un interrogativo: tutto questo può davvero funzionare? Se vogliamo affidarci alla storia, la risposta è no. Negli ultimi due secoli il capitalismo ha oscillato tra periodi di intenso conflitto tra stati e fasi in cui una singola superpotenza stabiliva le regole. Nell'ottocento questo ruolo lo ricopriva il Regno Unito. Dalla metà del novecento questa posizione è stata occupata principalmente dagli Stati Uniti.

L’egemonia di un paese non ha mai significato l'assenza di guerre, ma ha comunque limitato i conflitti su vasta scala, che secondo Lenin erano guerre in cui il capitale privato sostenuto dallo stato combatteva per controllare l’economia. Oggi, però, lo slancio imperiale degli Stati Uniti è allo stesso tempo eccessivo e indebolito. La politica estera di Trump nasce dalla convinzione che la globalizzazione guidata da Washington abbia servito gli interessi del capitale statunitense (soprattutto la finanza), ma i suoi benefici si sono ridotti con l'ascesa di potenze emergenti come la Cina. Il rimedio proposto da Trump è assicurarsi un controllo economico e  militare su risorse e mercati in regioni che considera parte della sfera di influenza esclusiva degli Stati Uniti. Ciò significa abbandonare qualsiasi forma di ordine internazionale basato sulle regole, rimuovendo la foglia di fico della promozione della democrazia e dei diritti umani ed esibendo senza vergogna la vecchia dottrina predatoria. Anche questa strategia difficilmente può risultare efficace, poiché alimenta l'instabilità e danneggia gli interessi a lungo termine delle aziende statunitensi. Le risorse economiche infatti non sono ordinatamente contenute da sfere di controllo diverse e i mercati, per loro stessa natura, si sovrappongono. Se una potenza cerca di affermare il proprio dominio su tutti i fronti, le controversie diventano inevitabili.

Certo, alcuni settori economici statunitensi ne trarranno benefici. Il complesso militare industriale, per esempio, ha generato enormi profitti grazie alle guerre in Ucraina e in Medio Oriente. Ma per altri interessi andrà diversamente. Le multinazionali che dipendono da catene di rifornimento verticalmente disintegrate e geograficamente disperse saranno danneggiate, mentre le istituzioni finanziarie abituate a flussi di capitale relativamente liberi subiranno una riduzione delle opportunità. Le aziende tecnologiche, che hanno bisogno di accedere ai dati provenienti da tutto il mondo, si troveranno estromesse da alcuni mercati esteri cruciali. Se l’aggressività di Trump può generare alcuni benefici a breve termine, nel lungo periodo è destinata a essere controproducente. Molti paesi, compresi alcuni alleati di lunga data, stanno già cercando di ridurre la propria dipendenza da Washington formando nuove coalizioni in ambiti specifici. Problemi aggravati dal progetto economico di Trump, che continua ad anteporre i combustibili fossili alla transizione energetica. Le bolle speculative alimentate da modelli di intelligenza artificiale e criptovalute, sovrastimate, non possono essere un sostituto adeguato.

Oltre alle conseguenze sul piano economico, trattare l'America Latina come il "cortile di casa" provocherà una forte resistenza popolare. Gli statunitensi hanno una lunga storia di tentativi di dominare la regione attraverso interventi militari, sostegno alle dittature militari e sanzioni: poiché la disuguaglianza e l'insicurezza stanno crescendo, già oggi esistono le condizioni per una rivolta.

Prima o poi gli effetti negativi di tutto questo si faranno sentire, ma il mondo non può permettersi di aspettare che Trump o suoi successori cambino atteggiamento. La prudenza mostrata dai leader europei non è una risposta accettabile. Per contrastare l'imperialismo da gangster di Trump serve una cooperazione internazionale che non dipenda dal consenso degli Stati Uniti. L'azione collettiva non è più un’opzione, ma l'unica risposta alla minaccia di un paese in preda a una deriva insensata.


da Confronti di dicembre 2025

Francia. Legge storica su stupro e consenso



L’inizio di novembre ha segnato una vittoria storica per la Francia, che ha adottato un disegno di legge che introduce nel codice penale una definizione di stupro fondata sul consenso. Con questa legge il parlamento francese definisce stupro qualsiasi atto sessuale non consensuale, a prescindere dalla presenza o meno dell’uso della forza o di intimidazione. Un cambiamento atteso da tempo, con cui la Francia segue l’esempio di Danimarca, Finlandia, Spagna, Grecia e altri Paesi europei nell’aggiornamento della legge. La senatrice dei Verdi Mélanie Vogel ha sostenuto infatti che, mentre la società aveva «già accettato il fatto che la differenza tra sesso e stupro fosse il consenso», il diritto penale non era al passo con i tempi. 

Come riporta Le Monde, secondo la nuova legge «non c’è consenso se l’atto sessuale è commesso con violenza, coercizione, minaccia o sorpresa, qualunque sia la sua natura», inoltre il consenso dovrà essere valutato in base alle circostanze e non può in alcun modo essere dedotto dal «silenzio o dalla mancanza di reazione». Un chiarimento con cui il parlamento francese fa seguito alle numerose richieste di sancire il consenso nella legge seguite al caso di Gisèle Pelicot, che è stata drogata dal marito e violentata ripetutamente da decine di uomini tra il 2011 e il 2020, che ha portato a 51 condanne e ha stimolato una diffusa mobilitazione femminista.
«L’adozione di questa legge rappresenta un passo avanti storico. È una vittoria attesa da tempo per le persone sopravvissute allo stupro, oltre che il risultato di anni di instancabile impegno da parte di attiviste, organizzazioni femministe e sopravvissute alla violenza sessuale», ha dichiarato Lola Schulmann, responsabile advocacy per la giustizia di genere di Amnesty International Francia, all’Agence France-Presse, e ha aggiunto: «Compiere questo ultimo passo per aggiornare una legge ormai superata e riconoscere che un rapporto sessuale non consensuale è stupro, contribuirà a prevenire e contrastare la violenza sessuale e a migliorare l’accesso alla giustizia per le persone sopravvissute».


da Confronti di dicembre 2025

Gaza. La voce di Fatima: dalle macerie verso la riconciliazione

di Rana Salman (co-direttrice palestinese di Combatants for Peace)


Sopravvissuta alle bombe a Gaza e alla perdita della sua famiglia, Fatima oggi guida a Betlemme la Palestinian Freedom School di Combatants for Peace. Insegna ai giovani la nonviolenza e la resistenza creativa, opponendosi all’odio con il dialogo. La sua voce, nata dal dolore, diventa un richiamo alla dignità e alla giustizia per tutti. 

Nonostante la “tregua” siglata lo scorso ottobre, la guerra continua a pesare sulla vita quotidiana dei palestinesi. In questo contesto di sospensione fragile, la testimonianza di Fatima – sopravvissuta ai bombardamenti di Gaza e oggi attivista per la pace – riporta al centro la voce di chi vive la distruzione e sceglie comunque la riconciliazione. «Ho così tante cose da dire», inizia a bassa voce Fatima, «ma non so da dove cominciare». Madre di due figli, originaria di Gaza e attualmente coordinatrice della Palestinian Freedom School di Combatants for Peace – movimento israelo-palestinese di ex combattenti che promuove pace, uguaglianza e libertà per i due popoli – Fatima porta dentro di sé una perdita insopportabile e una speranza ostinata. Parla senza amarezza, anche se la sua storia avrebbe abbastanza elementi per giustificare sentimenti di rabbia: la casa della propria infanzia bombardata tre volte, il fratello e la cognata incinta uccisi, e lei stessa rimasta sepolta sotto le macerie per otto giorni prima che la Croce Rossa la trovasse viva. «Quegli otto giorni sono stati i più difficili della mia vita. Circondata dai suoni delle esplosioni, la mia famiglia e io abbiamo aspettato disperatamente finché la Croce Rossa non ci ha soccorsi. 

La nostra casa era distrutta, così abbiamo passato 51 giorni rifugiati in una scuola, con cibo e acqua razionati», ricorda.
Fu il 2014, durante l’Operazione Margine di Protezione, la guerra tra Israele e Hamas durata 51 giorni tra l’8 luglio e il 26 agosto. Secondo la Commissione d’Inchiesta delle Nazioni Unite, il conflitto causò 2.251 morti palestinesi (di cui 1.462 civili, un terzo bambini) e 73 vittime israeliane (67 soldati e 6 civili). Hamas lanciò oltre 4.800 razzi verso Israele, mentre l’esercito israeliano rispose con più di 6mila raid aerei e 50mila colpi di artiglieria, distruggendo circa 18mila abitazioni a Gaza. Entrambe le parti, secondo l’Onu, commisero violazioni del diritto internazionale, ma Israele fu criticata per l’uso sproporzionato della forza, mentre i gruppi armati palestinesi per il lancio indiscriminato di razzi su aree civili israeliane. 

DAL “CESSATE IL FUOCO” ALLA GUERRA
DI SOPRAVVIVENZA
Oggi Fatima vive a Betlemme, ma la sua famiglia – quattordici fratelli e sorelle con i rispettivi figli – è ancora a Gaza, dove ogni giorno lotta per sopravvivere. 


da Adista del 27/12/2025

Imam di Torino libero: soddisfatto il vescovo Olivero, irritato il Ministero

di Ludovica Eugenio


<<Sono contento che la Corte d’Appello abbia ritenuto che non sussistano concreti motivi per ritenere Mohamed Shahin una persona pericolosa>>. E’ soddisfatto per il rilascio dal Cpr di Caltanissetta dell’imam di San Salvario, a Torino, mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo, che fin dall’inizio della vicenda si era schierato accanto a Shahin in un video messaggio, definendolo <<un uomo di dialogo>> e puntando il dito contro la condanna di <<una persona solo per quello che ha espresso>>. All’imam è stato consegnando un permesso di soggiorno provvisorio emesso dalla Questura di Caltanissetta. I giudici hanno escluso <<la sussistenza di una concreta e attuale pericolosità>>, rilevando che Shahin, da vent’anni in Italia, è <<completamente incensurato>>.

Non è stata gradita al Viminale la pronuncia della Corte d’Appello che ha <<liberato>> l’imam. E ora, a quanto si apprende, gli uffici del Ministero starebbero valutando di presentare ricorso contro la decisione dei giudici.

Nelle tre settimane di permanenza nel Centro di Caltanissetta, l’imam ha ricevuto grande solidarietà e ha espresso la sua riconoscenza in una lettera: <<La vostra vicinanza non è passata inosservata, mi ha dato la speranza necessaria per affrontare i giorni più bui>>, ha detto, secondo quanto si legge sul Corriere della Sera (17/12/2025).

L’appello pubblico di Olivero ha provocato anche reazioni rabbiose: <<In questi giorni ne ho ricevute migliaia>>, racconta sempre sul Corriere. <<Non mi preoccupano, ma evidenziano quanto non siamo ancora capaci di trattare tutti allo stesso modo: se una persona è di una fede o cultura diversa, in genere è considerata di serie B. Questo mi rattrista, siamo uno Stato in cui il rispetto dei diritti è costato la vita a tante persone prima di noi: è grave calpestarli in questo modo>>.

L’appello del vescovo non riguardava <<l’innocenza o meno di Shahin, non ho questi poteri e non me li arrogo. Io chiedevo solo che potesse avere un regolare processo, come avviene per tutti coloro che si trovano in Italia. Con l’accoglimento del ricorso è stato fatto e ne sono contento. Mi fa piacere la decisione della Corte d’Appello di Torino e della liberazione dal Cpr, perché so quanto Mohamed si è impegnato per unire e integrare. Me lo raccontano anche i miei collaboratori e i cristiani che lavorano al dialogo interreligioso>>.

Olivero contesta a Shahin solo alcune frasi pronunciate dall’imam: <<Quelle frasi sul 7 ottobre sono gravi e non vanno dette. Purtroppo le hanno pronunciate in tanti, compresi tantissimi italiani. Se la legge è uguale per tutti, allora andavano arrestati tutti. Non è stato fatto e allora significa che ci sono due pesi e due misure, uno Stato democratico non se lo può permettere. Il rispetto dei diritti che chiedevo nell’appello è il primo e fondamentale passo per una cultura di pace>>.


da Il Fatto Quotidiano del 22/01/2026

“La Sardegna non è un carcere.

Nordio ha tradito le promesse”.

di Luca De Carolis

intervista alla Presidente della Regione Sardegna Alessandra Todde (5S) 

La voce dall’altra parte del telefono è provata: “Sono appena tornata dal sopralluogo in diversi comuni del sud della Sardegna, dove ho verificato gli ingenti danni assieme ai sindaci. Sono rimasta toccata dal crollo della strada statale 195 e dal sito archeologico di Nora, uno dei luoghi identitari della Sardegna. L’acqua se lo è mangiato”. La presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde, è alle prese con il maltempo che ha flagellato anche la sua isola. “Chiederemo lo stato d’emergenza. Ma la macchina amministrativa sta funzionando: tutti hanno fatto squadra”.

In tutto questo, su di voi pende l’arrivo di decine di detenuti al 41-bis, con il governo che vuole trasformare tre carceri sarde in strutture riservate solo ai condannati per mafia e terrorismo.

Di questa vicenda ci occupiamo da giugno. A settembre incontrai il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e lui mi assicurò che non sarebbero state prese decisioni unilaterali da parte del governo. Poi però c’è stato solo silenzio. Ho cercato più volte altre interlocuzioni con Nordio, e ho anche scritto una lettera a Giorgia Meloni, inutilmente. Ora stanno per trasferire oltri 90 detenuti al 41-bis nel carcere di Uta, a Cagliari, e nel frattempo il 18 dicembre c’è stata la conferenza Stato-regione, in cui il sottosegretario Andrea Delmastro ha confermato che vogliono riservare tre carceri sarde a quella tipologia di reclusi.

Delmastro ha motivato con esigenze di sicurezza le scarse informazioni dal governo. Non gli crede?

Io sono la presidente di una regione a statuto autonomo, e ho pieno diritto a sapere cosa vogliono fare in Sardegna. Non mi interessa la polemica politica, ma se vogliono trasformare la nostra isola nel carcere d’italia, spostando qui i cda di mafia e ’ndrangheta, è mio dovere oppormi.

Perché il governo è andato dritto?

Non lo so. Posso dire che Nordio non è stato affidabile e non ha mantenuto le promesse. Noi abbiamo già il 65 per cento delle colonie penali d’italia. La decisione del governo avrebbe un impatto disastroso sul piano economico e sociale.

Cosa si può fare?

Io chiedo a tutti i parlamentari sardi, di ogni schieramento, di aiutarci e di opporsi. Questa è una punizione che la Sardegna non merita.

Lei si è mossa parecchio sul fronte sanità, varando anche una legge di riforma per commissariare le Asl, che però a fine 2025 è stata bocciata dalla Consulta. E Silvio Lai, segretario regionale del Pd, ossia del vostro principale alleato in Giunta, ha commentato che le leggi andrebbero scritte meglio.

È vero, la Corte costituzionale ha giudicato ancora non sufficiente la nostra riforma, ma il 31 dicembre abbiamo comunque nominato 9 nuovi direttori generali su 12 nelle Asl, sulla base della normativa nazionale e dopo aver consultato un giurista. Stando ai dati del 2023, la Sardegna era penultima per i Lea (livelli essenziali di assistenza) e in una situazione disastrosa sul fronte delle liste d’attesa. Bisognava intervenire, e infatti siamo partiti anche con i recall con cui puntiamo a richiamare 100mila sardi che aspettavano prestazioni sanitarie.


martedì 3 febbraio 2026

SPUNTI PER MEDITARE E RIFLETTERE - 1

Bellezza e splendore: la radice della resistenza

Franco Barbero, 24 dicembre 2024

"Poi il re d’Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Scifra e l’altra Pua: 'Quando assistete al parto delle donne ebree, osservate quando il neonato é ancora tra le due  sponde del sedile per il parto: se é un maschio, lo farete morire; se é una femmina, potra vivere'. Ma le levatrici temettero Dio: non fecero come aveva loro ordinato il re d'Egitto e lasciarono vivere i  bambini. Il re d'Egitto chiamò le levatrici e disse loro: Perché avete fatto questo e avete lasciato vivere i bambini?'. Le levatrici risposero al faraone: ‘Le donne ebree non sono come le egiziane:  sono piene di vitalità: prima che arrivi presso di loro la levatrice, hanno già partorito’. Dio beneficò le levatrici. Il popolo aumentò e divenne molto forte. E poiché le levatrici avevano temuto Dio, egli  diede loro una numerosa famiglia. Allora il faraone diede quest’ordine a tutto il suo popolo: 'Ogni figlio maschio che nascerà agli Ebrei, lo getterete nel Nilo, ma lascerete vivere ogni figlia’” (Fsodo, 1,15-22)...

Scifra e Pua: due nomi che profumano di poesia. Scifra vuol dire “Bellezza” e Pua significa "Splendore”.

In questi anni, dopo secoli di completa dimenticanza, queste due donne balzano all'attenzione di molti interpreti della Bibbia. A dire il vero sono altre donne che le hanno sottratte all’oblio e le hanno “riscoperte”.

Progetti di morte

Il faraone, il "re d'Egitto”, si arroga il diritto di decidere sulla vita e sulla morte di chi abita nei confini del suo impero. Tutti debbono obbedire e stare agli ordini.

Gli israeliti sono ora agli occhi del faraone una minaccia. Il quadro è rovesciato rispetto ai tempi di Giuseppe, come racconta l'ultima parte di Genesi. Chi oserà opporsi ad un ordine preciso e  perentorio, ad un ordine “sovrano”?

Solo due disarmatissime donne, due levatrici ebree sanno resistere, rispondere, interloquire con astuzia e lucidità. A loro non mancano né il coraggio, né l'intelligenza, né l'amore alla vita.

“È singolare che in una società non certo femminista siano proprio due donne a iniziare una forma di resistenza contro il progetto di morte del faraone. Anche altre volte nella Bibbia è una donna che in un momento cruciale e difficile interviene per salvare Israele” (S. Spreafico, Il libro dell’Esodo, Città Nuova). Basti pensare a Debora, Ester, Giuditta, Giaele e alle donne che in Esodo 2,1-10 salvano la vita di Mosè.

Oggi gran parte dell’interpretazione biblica comincia a mettere cuore e occhi per vedere nei testi biblici la presenza attiva delle donne e raccoglierne la testimonianza. Questo è noto.

Tre verbi in fila

Io vorrei soffermarmi su un altro elemento caratteristico del testo. Il versetto 17 è pregnante: “Le levatrici temettero Dio, non fecero come aveva loro ordinato il re d'Egitto e lasciarono vivere i  bambini”.

Prestiamo attenzione alle parole, anzi ai verbi. Che cos'é nella scrittura ebraica il timor di Dio?  Esso connota l'atteggiamento della creatura che è docile alla volontà di Dio, che si pone davanti a Dio nel giusto rapporto, che cerca di accogliere dentro la sua vita il volere di Dio, di obbedire a Lui come chi non ha altro Dio al suo cospetto. Timor di Dio é tutt’altra cosa dalla paura di Dio che certo  terrorismo teologico e pastorale ha diffuso.

Ebbene, donde nasce la forza per rifiutare l'ordine del faraone in queste due donne?

Nasce esattamente dal fatto che "temettero Dio”. Scifra e Pua non hanno in serbo da qualche parte, in uno zainetto interiore, delle risorse eroiche, delle sovrumane energie. Esse possono resistere, opporsi, dire di no, perché stanno nel giusto rapporto con Dio, si fidano di Dio, attingono da Lui.

Queste due donne mi testimoniano, come Pietro e Giovanni nel libro degli Atti degli Apostoli (4,19), che resistere è possibile, che nessun vecchio o nuovo faraone o idolo sono signori della nostra vita, se noi stiamo in un rapporto fiduciale con Dio.

 Franco Barbero (24 dicembre 2024)

Gruppo biblico del martedì, oggi 3 febbraio


Care amiche e amici del gruppo biblico del martedì,

Stasera il gruppo si incontrerà alle ore 18:00 per leggere e riflettere sul quinto capitolo del Vangelo di Marco.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.

Questo è il LINK per il collegamento:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A stasera.

Sergio

dall’agenda Giorni Nonviolenti 2025

La semplicità come ricerca dell’essenziale in Etty Hillesum

di Nadia Neri


Riuscire ad affermare - come ha fatto Etty Hillesum - mentre si subisce una persecuzione sempre più feroce, che sia necessario non proiettare sugli altri, sul nemico, ma guardarsi prima in noi stessi perché "il marciume che c'è negli altri c'è anche in noi stessi…", mi ha sempre molto toccata, soprattutto in un’epoca come la nostra nella quale l'esaltazione della proiezione è diventata costume costante della politica e della vita sociale in generale.

Nell’introduzione del mio libro Un'estrema compassione (Mondadori), dico che Etty Hillesum è portatrice di tre virtù: l'indignazione come alternativa all'odio, la semplicità nel senso dell'essenziale e la compassione. L'altro grande insegnamento che parte proprio dall'invito pressante ad un lavoro introspettivo è il richiamo forte al senso di responsabilità individuale che si fonda all’inizio su una base psicologica e poi su una base spirituale.

Questo è uno dei doni principali che ho ricevuto occupandomi di lei, perché quando Etty fonda anche la sua fede sulla responsabilità individuale e afferma che siamo noi esseri umani responsabili del male di fronte a Dio - e che quindi siamo noi che dobbiamo ‘aiutare Dio’, perché dove c'è il male si fa scomparire Dio e Dio poi ci chiederà conto del nostro operato - raggiunge un vertice spirituale forte, ricordando la situazione estrema nella quale vive. Possiamo vedere tanti richiami a pensatori o a mistici, io ho trovato delle incredibili consonanze con E. Lévinas de Le quattro lezioni talmudiche. La sua posizione è molto vicina, ad esempio, a quella di Hans Jonas ne Il concetto di Dio dopo Auschwitz, ma Jonas ha scritto dopo la guerra, non durante; Etty Hillesum elabora questi suoi atteggiamenti, ma muore a 27 anni e non può continuare a scrivere, come desiderava, non può continuare a maturare le sue posizioni.


da Il Manifesto del 22/01/2026

L’aria ci uccide, la strage che non allarma nessuno

I dati del progetto nazionale <<Cambiamo Aria>> promosso dall’ISDE, nonostante un calo di decessi notevole rispetto al 2005 (-43%), documentano che l’Italia è il paese che registra il numero più alto di decessi causati dall’inquinamento: 43.083.

Numeri che su scala mondiale (dati OMS) superano i 7 milioni di morti premature all’anno. Il progetto ha analizzato i dati di 57 stazioni di monitoraggio in 27 città italiane confrontandoli con i nuovi limiti fissati dalla Direttiva europea che entreranno in vigore nel 2030. 

L'anno scorso, per esempio, il superamento delle polveri sottili a Milano si è verificato per 206 giorni (con il limite fissato a 18) e per quanto riguarda l’NO2 in tutte le città italiane sfora i limiti giornalieri dell’Oms per almeno metà dei giorni in un anno. Gli Standard europei, spiega l’Isde sono il minimo indispensabile per tutelare la salute: <<Senza interventi strutturali sul traffico e il riscaldamento non sono alla nostra portata>>.

da Il Manifesto del 22/01/2026

Il campo dove Aida sogna 

di Gabriele Granato e Andrea Ponticelli

 

Nel cuore della Palestina occupata, a Betlemme, il verde sintetico di un campo da calcio, che a queste latitudini assume il significato di normalità e libertà, sfida il grigio di muri alti otto metri e la polvere delle strade percorse in decenni di occupazione. Strade contraddistinte da checkpoint, incursioni militari e mancanza di spazi pubblici.

È L’AIDA PITCH, il rettangolo di gioco del campo profughi di Aida, meno di un chilometro quadrato di territorio che ospita oltre 6mila rifugiati palestinesi. Uno dei campi profughi più popolati di tutta la Palestina. Uno dei campi profughi istituiti dalle Nazioni unite dopo la Nakba del 1948.

È qui che ogni settimana giocano a calcio circa 250 ragazzi e ragazze tra i sei e i ventidue anni ed è qui che, lo scorso novembre, lo Stato di Israele ha emesso un ordine di demolizione, nonostante Aida sorga nell’Area A, di competenza civile e militare dell’Autorità nazionale palestinese, secondo gli Accordi di Oslo. Sebbene il campo sia già stato anni fa costretto alla chiusura e alla ricollocazione dopo l’occupazione progressiva di terreni da parte delle forze di occupazione israeliane, Tel Aviv continua a imporre ordini amministrativi e militari, dimostrando quanto sia limitata la giurisdizione palestinese nello stato di apartheid e occupazione in cui vivono i palestinesi da oltre 75 anni.

Uno degli aspetti più inquietanti dell’ordine di demolizione è che sia stato chiesto esplicitamente alla comunità locale di occuparsi in prima persona della rimozione del campo: «La richiesta di demolirlo con le nostre mani è profondamente dolorosa e umiliante», dice al manifesto Mohammed Abu Srour, attivista dell’Aida Youth Center.

«È più di un campo da calcio – aggiunge – In un contesto dove tutto è cemento e restrizione, questo è uno dei pochissimi spazi pubblici aperti e sicuri. Per i nostri bambini, è il luogo in cui possono giocare e sognare, sfogare lo stress e sentirsi bambini normali, nonostante vivano sotto una pressione costante, le torrette tutto intorno, i muri di contenimento e la presenza militare».

LE ATTIVITÀ includono allenamenti, partite e tornei di calcio per ragazzi e ragazze, oltre a essere uno spazio per condividere momenti comunitari. Viene utilizzato, infatti, anche per le celebrazioni, i raduni e le attività sociali ed educative organizzate dall’Aida Youth Center. È utilizzato dagli abitanti di Aida, ma anche da squadre giovanili e femminili di altri luoghi della Palestina occupata. Il campo da calcio di Aida rappresenta quello che gli antichi greci avrebbero chiamato Agorà.

Il calcio nel campo di Aida è resistenza, unità e appartenenza, attraverso un linguaggio che i giovanissimi usano quando le parole mancano, perché «permette di sentirsi connessi con il mondo, di non essere un’isola di disperazione ma parte di un linguaggio universale».

È anche per questo che attorno al caso della minaccia di demolizione dell’Aida Pitch ha preso vita un’incredibile mobilitazione internazionale che ha oltrepassato gli stretti confini dello sport. La campagna «Save Aida Pitch, save our dreams», è stata rilanciata anche in Italia grazie al collettivo Calcio e Rivoluzione e alle decine di squadre di calcio popolare da tempo impegnate contro il genocidio: «Chiediamo alla comunità sportiva italiana di non restare a guardare – è l’appello di Abu Srour – Non si tratta solo di amare il calcio, ma di difendere il diritto al gioco senza discriminazioni. Gli sportivi dell’Italia e del mondo devono aiutarci a fermare la demolizione e a difendere il diritto dei bambini e delle bambine palestinesi di vivere e giocare con dignità».

APPELLO che ha spinto, questo lunedì, attivisti ed attiviste a manifestare fuori dalla sede della Figc per chiedere ai massimi vertici del calcio italiano di prendere posizione e spingere Fifa e Uefa a intervenire per scongiurare quello che sarebbe l’ennesimo tentativo delle forze di occupazione israeliane di colpire uno dei simboli attorno a cui il popolo palestinese continua a costruire la propria identità e il proprio concetto di nazione. Tanto più alla luce della strage di atleti e sportivi compiuta in oltre due anni di genocidio a Gaza.

In gioco non c’è solo un campo da calcio, ma il diritto di una comunità intera a esistere, organizzarsi e crescere senza che anche i più basilari diritti vengano sistematicamente calpestati.