sabato 11 luglio 2026

da Adista del 27/06/2026

Il lato oscuro della visita del papa in Spagna: la reticenza sugli abusi


Pace e migrazioni sono stati i temi che hanno contraddistinto il recente viaggio del papa in Spagna: esposti nella loro reale complessità e con indubitabile chiarezza, davanti a folle sempre presenti e plaudenti, sono le imprescindibili sfide indicate da Leone XIV per un futuro dell'umanità che sia sostenibile, degno e vissuto secondo le indicazioni evangeliche.

Parole e temi attesi, quelli del pontefice, nell'attuale tesissima contingenza storica, ma non accompagnati da altri, altrettanto attesi, riguardanti più direttamente la vita ecclesiale in Spagna, in primis gli abusi sessuali commessi su minori da membri della Chiesa, a partire da preti e religiosi. E sono tanti: quando, un paio di anni fa, il “Defensor del Pueblo” Angel Gabilondo ha pubblicato il rapporto commissionatogli sull’argomento dal Parlamento, la Spagna emerse come il Paese con il maggior numero di vittime al mondo: l’1,13% dell’attuale popolazione adulta, 440.000 persone circa.

In particolare, la comunità autonoma di Catalogna - secondo il database che El Pais ha iniziato a costruire nel 2018, il più completo - registra, afferma il quotidiano, <<il maggior numero di casi di pederastia del clero: 236 accusati e almeno 506 vittime. Il più antico è datato 1941 e il più recente nel 2024. Per provincia, 176 di questi casi si sono verificati a Barcellona, 22 a Tarragona, 20 a Lérida e 11 a Girona. Nelle restanti cinque, la provincia è sconosciuta. Per istituzioni, l’arcidiocesi di Barcellona è quella con il maggior numero di abusi, 44. A essa seguono gli ordini dei Maristi (36), dei Gesuiti (31), La Salle (18), dei Piaristi o Scolopi (10) e dei Claretiani (9). Negli Agostiniani, l’ordine a cui appartiene il papa, non ce n’è nessuno. In totale, in almeno 31 di questi casi ci sono accuse o sospetti di insabbiamento>>.

Le parole che non ti dico

Eppure in Catalogna il papa non ha mai pronunciato la parola pedofilia, neanche nell’abbazia di Montserrat, simbolo della Chiesa e identità della Catalogna, ma anche simbolo dello scandalo degli abusi sessuali ecclesiastici. E’ stato in questo luogo che è emerso uno dei casi più gravi di questa comunità autonoma, scoperto da El Pais nel gennaio 2019: gli ultimi tre abati del monastero, <<quelli precedenti a quello attuale>>, ricorda oggi il quotidiano, <<hanno insabbiato abusi per decenni e sono emerse accuse contro tre frati con almeno 15 vittime. Nessuno di loro ha ricevuto un risarcimento, tranne l'ultima conosciuta, a seguito di una condanna giudiziaria nel 2024, secondo i dati di Miguel Hurtado, la prima vittima a venire alla luce. (…) L’abbazia stessa si è scusata pubblicamente e ha ammesso gli abusi in un rapporto del 2019>>. Neanche l’attuale abate, Manuel Gasch i Hurios, in carica dal 2021, <<ha menzionato la questione nel suo discorso>> al papa, precisa l’articolo.

Non che papa Prevost abbia taciuto l’argomento. Durante la permanenza a Madrid, davanti ai vescovi nella sede della Conferenza episcopale, ha parlato di <<coloro che sono stati feriti proprio da coloro che dovevano prendersi cura di loro, anche da membri del clero>>, una <<piaga>>, una <<ferita aperta>>.


da Internazionale del 03/07/2026

Conseguenze per l’economia

di Financial Times, Libération


Il caldo estremo sta diventando un fattore di rischio strutturale per l'economia, e l'Europa è tra le regioni più esposte. Lo sostiene uno studio della compagnia di assicurazioni Allianz, secondo cui l’Europa ha "un tessuto urbano denso, progettato per trattenere il calore" e una diffusione dei sistemi di climatizzazione che arriva al 19%, rispetto al 90% negli Stati Uniti. L'impennata della domanda ha comunque portato alle stelle i prezzi dell’energia elettrica, mentre le alte temperature riducono la produzione delle centrali a gas e solari.

Che costi avrà tutto questo? La produttività del lavoro diminuisce di circa il 3% per ogni grado in più tra i 30 e i 35°. Allo stesso tempo, il consumo energetico aumenta di circa l'1,2% per ogni grado oltre i 30°, facendo lievitare i costi per le aziende. Questo rischia di ridurre la produzione, gli investimenti e il gestito fiscale. Se i cinque anni più caldi tra il 2014 e il 2024 si ripetessero tra il 2026 e il 2030 si avrebbero perdite complessive del Pil tra il 5 e il 7% in Francia, Germania, Italia e Spagna.

Secondo Robert Marks della società di consulenza Oxford Economics, temperature tra i 30 e i 40° possono causare "notevoli perdite di produttività e compromettere le attività nell'edilizia, in agricoltura, nell'industria manifatturiera, nel commercio al dettaglio, nel settore alberghiero e in altri ambiti che rappresentano in media il 35% dell'economia nell'Europa occidentale”.

In Francia il caldo ha fatto aumentare la mortalità negli allevamenti, in particolare in quelli di suini e pollame. Il ritmo dei decessi è tale che il servizio di smaltimento delle carcasse non riesce a tenere il passo. Per questo è stato permesso ai singoli allevatori di seppellire il bestiame morto nei loro terreni. Oltre all'elevata mortalità, anche la produttività degli animali che soffrono il caldo ne risentirà, in particolare si attendono ricadute sulla produzione di uova.


da Internazionale del 03/07/2026

Il clima dell’Europa è già cambiato

di Edward Chen, Nature, Regno Unito


Mentre la seconda ondata di caldo eccezionale del 2026 in Europa infrange i record di temperatura, molti si fanno le stesse domande: è questa la nuova normalità? Il clima europeo è cambiato in modo sostanziale?

Secondo gli scienziati contattati da Nature un'attività un’ondata di caldo che dura 4 o 5 giorni, con Londra che sfiora i 40°, è  un’anomalia. “E' assolutamente fenomenale", dice Sarah Perkins-Kirkpatrick, climatologa dell'Australian national university di Canberra. Ma i ricercatori avvertono anche che gli europei possono aspettarsi di vedere più eventi di questo tipo con l'avanzare del cambiamento climatico.

“Le ondate di caldo sono destinate a continuare, a meno che non chiudiamo il rubinetto delle emissioni di gas serra”, afferma Samantha Burgess, vicedirettrice del servizio sul cambiamento climatico di Copernicus al Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine. “Sono più frequenti, sono più intense e durano più a lungo”.

Quello su cui ricercatori non sono d'accordo è con quanta rapidità Europa sia passata da un clima in cui le estati erano fresche e piacevoli e le persone potevano lasciare aperte le finestre a uno dominato dal caldo estremo e dai dubbi sull'opportunità di comprare un condizionatore.

Un'analisi pubblicata il 26 giugno ha esaminato le temperature in 854 città europee, che ospitano il 30% della popolazione del continente, stabilendo che quasi la metà ha superato i record assoluti di stress termico e lo avrebbe fatto nei giorni successivi. Tutte le città considerate in Repubblica Ceca, Lituania e Lussemburgo hanno toccato valori senza precedenti, ha concluso la ricerca realizzata dal World weather attribution, un'organizzazione internazionale che studia gli eventi meteorologici estremi.


da Confronti di 06/2026

E’ già campagna elettorale

di Giancarla Codrignani


I partiti che la Costituzione fa organi della partecipazione risultano al momento incapaci di farsi motore di interessi comuni che leghino i princìpi alle esigenze pratiche di ciò che si chiama “politica”. Anche il mood del Paese tende alla frammentazione delle tendenze correntizie più che alla conservazione dei rapporti democratici. 

Se le vecchie ideologie chiedevano subalternità, le idee nella libertà non crescono se manca l’informazione sui possibili orientamenti. Oggi solo il Pd si definisce partito, mentre nella prima Repubblica tutti si richiamavano alla forma-partito: comunista, socialista, liberale o democristiano e il nome esprimeva direttamente “che cosa rappresentavano”. Sono diventati in-significanti: M5s, Italia viva, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Azione, a nominarli, non trasmettono più segnali. La gente non sospetta del populismo e giudica i fatti secondo il metodo dei like sullo smartphone, anche se i connotati del mondo stanno cambiando. 

All’inizio del 2027 la campagna elettorale si ridurrà alla presentazione dei/delle candidati/e? O i responsabili politici e sociali sentono la responsabilità di fare di tutto per allertare, prima di Natale, circoli, associazioni, parrocchie, sindacati a fare cultura, rievocare princìpi e magari ragionare su che cosa la pace perpetua significava per Kant o quale difesa dei diritti insegnano ancora Norberto Bobbio e Stefano Rodotà? La previsione per il rientro dalle vacanze (ridotte perché ci possiamo permettere meno lussi), anche con la ripresa della circolazione a Hormuz, non è rosea: l’autunno sarà caldo. Il ministro Giorgetti ha avvertito la presidente che sta arrivando la recessione e Christine Lagarde ha invitato a non contare su aiuti europei perché anche la Bce avrà problemi. Le crisi economiche producono instabilità politica e, accompagnate da elezioni, impongono ai partiti progressisti strategie per le prossime campagne elettorali – così anche in Francia e Germania – se non vogliono perdere: infatti i margini tra gli opposti blocchi è fin d’ora relativamente piccola e comunque preoccupante.

Nel contesto europeo l’Italia è particolarmente inquieta: debito crescente, è ormai ultima nella graduatoria dei bilanci europei e la Meloni, già travagliata dalle discordie interne, vedrà franare le sue strumentali dichiarazioni. Fin qui le ha raccontate bene, ora dovrà reggere non le contestazioni dell’opposizione, ma la critica degli italiani che vedono già crescere la spesa nei carrelli della spesa: la disuguaglianza morde in modo differenziato e c’è chi non va più del dentista o non può pagare la badante del nonno, ma ci sono quelli che fanno la fila alla Caritas. Tema centrale sempre il lavoro: occorre dire che cosa si farà sulla sicurezza (troppi i morti per incidenti), contro il lavoro nero, per le garanzie contrattuali, per i rider, contro il caporalato, per gli immigrati che ormai rendono necessarie regole “giuste”, dato che le guerre mediorientali e la siccità porteranno nuovi esodi. 

Elly Schlein attacca con energia il governo e le Tv portano la segretaria del Pd all’attenzione della gente; ma occorre più chiarezza per unire tutte le forze progressiste: importante rassicurare le piazze, dove Giuseppe Conte gareggia scopertamente contro Schlein per diventare “Conte 3”. È un gran peccato non aver portato il Pd a Congresso per chiarire tendenze e umori. 

I giovani, ritenuti pronti al ritorno, chiedono autonomia: non si fidano dei partiti e vogliono essere ascoltati. Come le donne che sono il 52% dell’elettorato e non una componente sociale come i bambini, gli anziani, i lavoratori, ma la metà di tutte le categorie.

I toni barricaderi per ora si lascino al sindacato, i politici evitino il populismo anche di Sinistra: è necessario annunciare le proprie proposte e, soprattutto, riproporre la cultura della Sinistra, comunque la si chiami a difesa della democrazia. Sullo sfondo fanno danni le guerre e i dazi del mercante pazzo che ha devastato il diritto internazionale. 

Rimedi? Prima di tutto anche per votare bene, valorizziamo l’Europa che, in qualunque situazione, resta l’ancora di salvezza anche per noi italiani, ancora poco affettuosamente europeisti.



venerdì 10 luglio 2026

da ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale del 09/07/2026

ONU: in Sudan è genocidio

di ISPI Daily Focus


La Corte Penale Internazionale e le Nazioni Unite dicono di essere in possesso di prove che collegano i capi di una delle fazioni in guerra a crimini contro l’umanità e genocidio.

Le Nazioni unite e la Corte Penale Internazionale (ICC) nello stesso giorno hanno fatto sapere di aver raccolto informazioni in grado di provare che i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF) si sono macchiati di crimini contro l’umanità e di genocidio nel conflitto civile che sta insanguinando il paese da più di tre anni. Il 15 aprile 2023 il Sudan è stato infatti sconvolto da una lotta di potere tra il generale Abdel-Fattah al-Burhan, capo delle Forze Armate Sudanesi (SAF) e il potente capo del gruppo paramilitare delle RSF – nonché suo vice nel consiglio di transizione che guidava al tempo il paese – il generale Mohamed Hamdam Dagalo, detto Hemedti. L’ICC sta ora investigando gli attacchi avvenuti nella regione del Darfur contro le città di al-Genina nel 2023 e di el-Fasher nel 2025. In un’intervista all’emittente britannica BBC, la viceprocuratrice capo dell’CC Nazhat Shameem Khan ha dichiarato di essere in possesso di “prove evidenti” di crimini di guerra perpetrati dalle RSF. Ma non solo: nelle sue mani avrebbe la certezza che “collega quello che è accaduto sul campo a specifiche persone nella loro leadership.” Lo stesso giorno, la Missione investigativa dell’ONU sull’assedio di el-Fasher ha ribadito che le RSF hanno portato avanti uccisioni e stupri di massa, rapimenti di donne e bambine, e abbiano usato la fame come strumento di guerra. Tutti azioni che rientrano in un piano generale che può essere considerato genocidio.

Darfur: un nuovo genocidio?

La conquista di el-Fasher ha segnato uno degli episodi più drammatici della guerra, con oltre 6.000 persone uccise secondo l’ONU. Dopo avere perso il controllo della capitale Khartoum a marzo del 2025, le RSF avevano infatti scelto di consolidare il loro controllo nella regione del Darfur, intensificando gli sforzi per conquistare la città, ultimo significativo avamposto delle SAF nell’area. El-Fasher è caduta a ottobre 2025. Nei mesi successivi, la missione delle Nazioni Unite ha raccolto le testimonianze dei civili sopravvissuti, scoprendo che le RSF e i loro alleati hanno impedito l’arrivo dei rifornimenti e bombardato qualsiasi sistema di produzione alimentare. I sopravvissuti hanno poi raccontato di aver subito violenze sessuali in stanze dove ancora giacevano i cadaveri di altri civili, inclusi i membri della loro stessa famiglia. Le prove raccolte, e in generale una serie di testimonianze di attacchi sistematici avvicendatasi nei mesi di guerra, indicano dunque che i timori di un nuovo genocidio nella regione sono fondati. Nel 2008, la Corte Penale internazionale aveva infatti già accusato l’allora presidente Bashir di essere il responsabile di orchestrare una campagna contro le popolazioni africane non arabe dal 2003 al 2006. Braccio armato di Bashir fu la formazione dei Janjaweed. Hemedti e molti dei suoi uomini provengono proprio dalle fila di quelle milizie, composte perlopiù da esponenti delle tribù arabe beduine.

Una svolta nella giustizia internazionale?

Fino a oggi, il gruppo ha ripetutamente negato le accuse relative all’assedio di el-Fasher, dicendo che sono il prodotto di una campagna elaborata dai propri nemici. Ma, secondo Khan, la Corte penale internazionale è vicina a una svolta nell’inchiesta. Dopo aver visitato un campo di rifugiati nel Chad occidentale, la viceprocuratrice ha parlato con i giornalisti internazionali, sottolineando che “quello che hanno visto è uno schema di offese che in effetti è lo stesso di 20 anni fa”. In quanto tribunale penale internazionale, l’ICC era infatti già stata incaricata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU di investigare quanto accaduto nella regione all’inizio degli anni 2000. Alla fine dell’inchiesta, imputò l’allora presidente Omar al Bashir del crimine di genocidio e arrestò altre sette persone. Dopo essere stato estromesso dal potere da un colpo di stato dell’esercito nel 2019, Bashir risulta latitante. Secondo la BBC, potrebbe trovarsi in una struttura medica segreta nel paese. In un’udienza con il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Khan aveva anche evidenziato come le RSF non stessero collaborando con gli investigatori. Il governo militare si è invece dimostrato più dialogante sugli attacchi recenti, ma – secondo ReutersReuters –  ha fino ad ora rifiutato di consegnare diversi dei dirigenti accusati di crimini del conflitto precedente. La notizia delle nuove prove a carico delle RSF arriva poi in un momento in cui la legittimità della corte da venendo fortemente messa in discussione: Khan e il suo staff sono infatti soggette alle sanzioni degli Stati Uniti per aver emesso un mandato di arresto contro il primo ministro Benjamin Netanyahu e altre autorità israeliane per sospetti crimini di guerra a Gaza.

Comunità internazionale impotente?

Al momento, il Sudan risulta diviso sostanzialmente a metà, con l’esercito regolare (SAF) in controllo dell’est del paese e della capitale Khartoum e le RSF della parte occidentale, mentre alcune aree rimangono aspramente contese. Secondo un’analisi dell’International Crisis Group, nessuna delle due fazioni è sul punto di prevalere. Ora il conflitto si è spostato nella regione meridionale del Kordofan, che è diventato l’epicentro della guerra. Solo pochi giorni fa, il Commissionario per i diritti umani dell’ONU Volker Turk ha avvertito che una “catastrofe” simile a quella di al-Fasher si sta ripetendo ad al-Obeid, il capoluogo del Kordofan settentrionale, circondata dalle RSF. Secondo Turk, i civili nella città sono sotto assedio da 18 mesi, con mancanza di acqua pulita e attacchi continui da parte dei droni. Mezzo milione di persone vive nel centro urbano, e più di 83.000 sfollati vi hanno trovato rifugio. Il Commissario ha poi documentato esecuzioni sommarie, rapimenti, torture e violenza sessuale lungo le strade della regione percorse dagli sfollati, secondo riporta l’agenzia stampa Reuters. Il ministro degli esteri del governo guidato dalle SAF ha più volte denunciato poi il sostegno ricevuto dagli avversari dall’estero. Esperti dell’ONU sostengono infatti da tempo che siano in particolare gli Emirati Arabi Uniti a rifornire il gruppo di armi e droni. Fino a oggi, però, gli Emirati hanno negato ogni collegamento con la guerra in corso. D’altro canto, le stesse SAF stanno ricevendo il sostegno politico e militare di vari attori, tra cui Egitto e l’Arabia Saudita. Quella che era cominciata come una lotta di potere interna ha acquisito insomma anche le caratteristiche di una guerra per procura. E, mentre si delineano le circostanze che fanno temere un nuovo massacro, i drammatici numeri del conflitto continuano a salire: nel suo ultimo aggiornamento, il Programma Alimentare Mondiale stimava che ci sono 8,8 milioni di sfollati nel paese, mentre 4,6 milioni hanno cercato rifugio all’estero. 19,5 milioni (più di un terzo della popolazione) sono invece le persone che soffrono di insicurezza alimentare acuta. Solo pochi giorni fa, l’organizzazione non governativa Emergency raccontava che a Nyala, in Darfur, dove gestisce un centro pediatrico, circa il 60 per cento dei suoi pazienti soffriva di malnutrizione. In pratica, oltre 1 bambino ricoverato su 2. È impossibile dire quante siano le vittime. Ad aprile, il Progetto per la Localizzazione e i dati dei conflitti armati (ACLED) aveva tracciato più di 58.000 morti, ma il numero è certamente più alto. Secondo lo statunitense Centro per gli studi strategici e internazionali (CSIS), le stime si aggirano fra 150.000 e 400.000.

da Il Fatto Quotidiano dell’08/07/2026

“Dietro c’è chi vuole affossare Report e la mia reputazione”

di Thomas Mackinson

 

“Non so più cosa pensare. Sto di merda, non dormo”. Sigfrido Ranucci non usa perifrasi per raccontare lo stato in cui l’ha lasciato la notizia che il mandante dell’attentato dinamitardo sotto casa sua, il 16 ottobre scorso, avrebbe un nome: Valter Lavitola. Non un nemico, ma un amico vero, dice lui. Uno con cui ha mangiato coi figli, che è stato ospite a casa sua. “Mi sento anche tradito”, aggiunge parlando al Fatto, “al di là di tutto”. Fa uno strano effetto rileggere gli scambi fra i due. Il 30 giugno, quando arriva la notizia dell’arresto dei quattro esecutori materiali, è Ranucci stesso a girare il lancio d'agenzia a Lavitola, quasi esultante – “li hanno beccati”, con tanto di emoji. Lavitola risponde con una sola parola: “Chi”. Nessun sospetto, in quel momento, che l’inchiesta potesse risalire fino a lui.

Una settimana dopo lo scenario cambia. Perquisito, Lavitola scrive a Ranucci che gli investigatori lo indicano come mandante, ma che l’obiettivo non era fargli del male, casomai aiutarlo, ma senza chiarire in cosa. Aggiunge che se Ranucci fosse stato consapevole verrebbe indagato pure lui – ipotesi che liquida come assurda – e chiude con parole d’affetto quasi da addio.

Ranucci si pone da ore la stessa domanda con malcelato fastidio: quale vantaggio avrebbe ottenuto dalla bomba? “Io avrei bisogno di visibilità? Ho fatto 500 eventi, basta andare sui social”, dice ricordando che dieci giorni prima aveva invitato lo stesso Lavitola a un evento pubblico con 1300 persone. I contratti editoriali erano già firmati, le puntate di Report già tagliate. L’amicizia, quella vera, Ranucci non la mette in discussione. Racconta che il rapporto nasce professionale – “sui Canadair, sulla famiglia Berlusconi” – poi diventa personale nel 2019, quando Lavitola riceve consigli anche dalla figlia di Ranucci, che segue casi di persone fragili. Da lì un rapporto “quotidiano, settimanale”: “È venuto a casa mia, ha mangiato coi miei figli due volte”. Per questo è convinto che Lavitola non avrebbe mai voluto fargli male.

LA SUA IPOTESI è che Lavitola sia stato lo strumento, non la testa: un’operazione per “far detonare la reputazione” di un nemico, trovando in un personaggio malleabile – amico vero, ma da sempre disposto a imprese corsare – l’esecutore ideale. Ma per conto di chi? La Procura ha ricostruito una filiera precisa: Lavitola avrebbe incaricato Gomes Celesio Tavares, dipendente del suo ristorante Cefalù di Monteverde, di reperire esplosivo ed esecutori, i quattro già arrestati per strage aggravata dal metodo mafioso.

Ma Ranucci, al telefono, passa e ripassa collegamenti, ipotesi, indizi come le pieghe di un ventaglio, senza scartarne nessuno. Se tre anni fa, quando il Riformista aveva pubblicato una sua foto a cena con Lavitola e un monsignore se l’era presa con l’ex premier Matteo Renzi inviandogli un sms di fuoco, oggi si fa domande su Marco Mancini ex numero 2 del Sismi, che con Renzi si incontrava all’autogrill e con il quale i rapporti sono ai minimi storici dopo la puntata di Report col famoso video che ha costretto Mancini al pensionamento. Una soffiata sull’ira di Mancini nei suoi confronti, sostiene Ranucci, se l’era annotata pure il suo capo scorta. I dettagli temporali alimentano suggestioni senza prove: la bomba è del 16 ottobre 2025, sei giorni dopo si ‘‘ Quale vantaggio avrei ottenuto dalla bomba? Visibilità? Ma se ho fatto più di 500 eventi

tiene l’udienza che chiuderà con l’archiviazione l’indagine nata dall’esposto di Mancini contro Report per rivelazione di segreto di Stato sull’incontro con Renzi.

Il giallo torna in un nome forse in codice. Nell’ordinanza contro i quattro esecutori compare una frase dell’intermediario di Lavitola: “Non bisogna far arrivare a Corrado”. Corrado, sostiene Ranucci, era uno dei nomi con cui il Sismi identificava Mancini. Ranucci non punta il dito, ma rimarca la pista del traffico d’armi verso la Libia e di un cantiere navale legato ai clan Moccia e Contini, quella che a Report interessa da tempo.

Il ventaglio è così largo che un minuto dopo Ranucci cerca risposta a un’altra domanda: come faceva chi ha organizzato l’attentato a sapere che proprio quella sera sarebbe rientrato a casa? O lo pedinavano da giorni, o qualcuno gliel'ha “soffiato”. La sensazione, più che la prova, è quella di un pozzo avvelenato apposta. Le carte non dicono ancora nulla. Oggi Lavitola, accusato di concorso in strage aggravata dal metodo mafioso, potrebbe dire di più.

giovedì 9 luglio 2026

da Il Manifesto del 01/07/2026

Lefebvriani, appello del papa per evitare l’onta dello scisma

di Paolo Rodari


«Lacerare la tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità». Rivelano la drammaticità del momento, le parole che Leone ha inviato a don Davide Pagliarani, superiore dei lefebvriani, affinché rinunci alle ordinazioni episcopali illecite che quest’oggi avranno come immediata conseguenza la scomunica dell’intera comunità residente ad Écône, nel Canton Vallese. Nemmeno i soldati romani, è il sottinteso di Leone, osarono dividere la tunica di Gesù dopo la sua morte, non fatelo voi: «Vi prego con il cuore – scrive Prevost – tornate indietro». «Prenda tempo per riflettere», è la lapidaria risposta di Pagliarani che non cambia lo status quo.

NESSUN VESCOVO di Roma può accettare che uno scisma si consumi in seno al proprio pontificato. Così Leone, che vede nell’ostinazione degli ultratradizionalisti che già nel 1988 Marcel Lefebvre portò fuori dalla comunione, una macchia indelebile. Ratzinger provò a ricucire, nel 2009, revocando le scomuniche di Wojtyla, a dimostrazione di quanto la fuoriuscita pesi. Tuttavia, oggi ogni cosa ritorna al punto di partenza, dopo che per un intero pontificato anche Francesco aveva rinunciato a spingere sulle riforme e sulle aperture dottrinali per evitare la possibilità, che sentiva incombente, di uno scisma “da destra”.

Écône è una fortezza di pietra e severità, una piccola città autosufficiente dove circa un centinaio di seminaristi vive in isolamento dal rumore della modernità. La quotidianità dentro il seminario – in tutto i membri sono più di mille fra religiosi e laici, con un seguito di fedeli stimato in mezzo milione di persone – segue ritmi ferrei, scanditi dal suono delle campane e da una disciplina di stampo monastico. I candidati al sacerdozio si svegliano all’alba e indossano la veste talare nera, che non abbandonano mai. Quattro volte al giorno si riuniscono nella Chiesa dell’Immacolato Cuore di Maria, consacrata per ospitare le grandi liturgie. Lì, tra fumi di incenso e canti gregoriani, si celebra esclusivamente il rito latino antico, baricentro identitario di tutto il movimento.

ROMA OSSERVA questa vita da lontano, consapevole tuttavia di correre un duplice pericolo. Se resta non digeribile che una comunità cristiana che segue la dottrina della Chiesa così come si è sviluppata fino all’assise di metà Novecento, il Concilio Vaticano II, esca dalla comunione, la seconda e forse più grave minaccia risiede nel rischio di una implosione interna. E cioè che quei settori conservatori del cattolicesimo e del cristianesimo, più attigui a Lefebvre che al Papa, seguano l’onda cavalcando il dissenso e allontanandosi anch’essi dall’obbedienza. Se per anni, nei pontificati di Wojtyla e Ratzinger, la dissidenza era “da sinistra”, e cioè in teologi aperti alle novità che Roma non si sentiva pronta ad abbracciare, oggi la situazione è ribaltata. Chi si distanzia lo fa sul terreno opposto, contestando la Santa Sede perché troppo lasciva sulla dottrina. E nel solco di questa contestazione in diversi sembrano potenzialmente pronti ad abbandonare il carro della Chiesa ufficiale.

I lefebvriani denunciano da tempo un’«apostasia spirituale» interna alla Chiesa, provocata da riforme conciliari su cui Roma non mostra alcuna intenzione di arretrare. Nel loro mirino ci sono, anzitutto, il riconoscimento di «semi di verità» nelle altre religioni, la demitizzazione del rito attraverso la messa in lingua volgare, accusata di aver protestantizzato la liturgia, il governo assembleare che democraticizza la struttura ecclesiale e, infine, l’accettazione della libertà religiosa nello Stato laico, che espunge il cattolicesimo come unica verità e fede di Stato.

LA NOVITÀ DEL MOMENTO risiede anche nel modo in cui questa galassia strizza l’occhio alla società e alla politica più conservatrici. Il sostegno palese a figure come Donald Trump e JD Vance apre una faglia inedita, capace di trasmutare la disputa teologica in uno scontro di civiltà. Non è un caso che il portale ufficiale dei lefebvriani abbia tradotto e rilanciato l’intervista sulla conversione al cattolicesimo di Vance, né che in un editoriale dello scorso febbraio lo abbia descritto come il simbolo di una nuova classe dirigente a Washington, pronta a usare il cattolicesimo come codice identitario per rifondare la cultura americana. Mentre Trump attacca Leone per non averlo appoggiato nel conflitto in Iran, l’appoggio dei lefebvriani suona come un aperto atto contro il Papa. In sostanza Écône sembra offrire a Washington una sponda dottrinale per delegittimare il magistero romano. Ecco allora che si profila sia uno scisma teologico sia un asse politico-religioso.

Da un lato una Casa Bianca che pretende di ridefinire i confini della civiltà occidentale; dall’altro, una minoranza cattolica radicale che si propone come l’unica custode dell’anima di quell’Occidente, contro una Roma accusata di aver tradito la sua stessa missione storica.

E a dimostrazione di questa saldatura è di queste ore la notizia che oggi, alle ordinazioni di Ecône, saranno presenti esponenti del movimento neofascista italiano Forza Nuova, guidati dal segretario Roberto Fiore.


da Il Manifesto del 01/07/2026

Salvate Prosfyghika’

di Elena Kaniadakis - Atene


Nel mezzo di leofòros Alexàndras, una delle principali arterie della capitale greca, l’esploratore poco esperto di quel labirinto di palazzi dismessi che è Atene potrebbe rimanere, incuriosito, con il naso all’insù. Incastonata tra lo stadio della squadra di calcio del Panathinaikòs, pitturato di verde, la facciata austera della corte di appello di Atene, e il quartier generale della polizia ellenica, fa capolino una schiera di edifici fatiscenti color ocra, ricoperti di striscioni mossi dal vento. Sono i palazzi occupati di Prosfyghikà, in greco «le case dei profughi». In questo quadrante della capitale, dove il traffico sembra perenne, una comunità di quattrocento persone sta lottando con tutte le sue forze per impedire lo sgombero voluto dal governo e il riconoscimento di «un esperimento unico di edilizia sociale», come non si stancano di ripetere gli abitanti, in un Paese in cui, di fatto, non esiste alcun programma di aiuto per la casa.

Per opporsi allo sfratto, uno dei residenti, Aristotelis Chantzis, ha portato avanti per quasi cinque mesi uno sciopero della fame, interrotto solo lo scorso mercoledì, dopo l’intervento del sindaco socialista di Atene, Haris Doukas, che si è impegnato a mediare tra i residenti e il governo. Arrivato a pesare appena trentacinque chili, Chantzis si trova ora in terapia intensiva. Anche un’altra residente, la belga Suzon Doppagne, ha posto fine al suo sciopero della fame, intrapreso lo scorso primo maggio.

«La comunità dei Prosfyghikà difende una società alternativa al mondo dell’individualismo, dell’insicurezza, dei senzatetto, di chi non riceve un’assistenza medica adeguata, grazie ai rapporti basati sulla fiducia e solidarietà», ha rivendicato Chantzis in un messaggio.

GLI OTTO EDIFICI del complesso residenziale furono costruiti, in stile Bauhaus, nel 1933 per ospitare i profughi greci affluiti nella capitale dopo la loro cacciata dall’Asia minore, l’attuale Turchia, per mano dell’esercito guidato da Atatürk. Le loro mura, attraversate dai graffiti, sono state testimoni di alcuni degli eventi più drammatici del novecento greco. I segni ancora visibili dei proiettili e delle granate documentano i primi scontri della guerra civile, tra comunisti e monarchici, scoppiati nel dicembre del 1944. Più tardi, negli anni terribili della crisi del debito, quegli stessi palazzi di proprietà dello stato sono diventati il rifugio di anarchici, curdi in esilio, cittadini indebitati senza più una casa.

Negli ultimi sedici anni, una comunità composta da persone di 27 nazionalità diverse, tra cui molte che versavano in condizioni di vulnerabilità – migranti, anziani, malati cronici, donne con bambini, ex tossicodipendenti – ha ridato vita agli edifici, abbandonati a loro stessi. Con le sue mura scrostate e i balconi fatiscenti il complesso non si presenta come un luogo invitante in cui vivere, ma gli interni sono stati preservati dai residenti, per i quali i prosfyghikà sono diventati casa.

TRA I VIALI INTERNI che corrono da un edificio all’altro, alcuni bambini con lo zainetto trottano verso l’«asilo nido», lo spazio adibito all’assistenza delle madri lavoratrici, una delle venti strutture di servizio sociale aperte per i bisognosi all’interno della comunità, tra cui si conta un ambulatorio per chi non riesce a ottenere una visita negli ospedali pubblici, un rifugio per le donne in cerca di aiuto, una biblioteca.

I residenti, le cui decisioni vengono approvate nel corso di assemblee generali, hanno dedicato anche alcuni appartamenti ai familiari dei pazienti oncologici ricoverati in un ospedale vicino, che hanno difficoltà a sostenere le spese della trasferta.

UN LABORATORIO SOCIALE al quale la Regione dell’Attica, governata dal partito di governo Nea Dimokratia, vuole mettere la parola fine: il progetto di «riqualificazione» della struttura, approvato l’anno scorso e finanziato con fondi europei, prevede lo sgombero della comunità, senza che sia stato presentato un piano per il suo ricollocamento, così da permettere il restauro degli edifici e, secondo la versione ufficiale, una nuova destinazione d’uso dedicata proprio ai familiari dei pazienti oncologici ricoverati negli ospedali della zona.

«Pensiamo che sia solo un pretesto per avviare la speculazione edilizia alla quale il nostro paese è abituato: la destra al governo vede in noi un nemico, perché abbiamo costruito dal basso un esempio di mutua assistenza e convivenza tra culture», sostiene N. un residente affacciato al davanzale della sua finestra, su cui spicca un vaso di gerani in fiore. Nel palazzo accanto, uno striscione promette: «La nostra lingua comune è la solidarietà».

DA QUANDO IL GOVERNO Mitsotakis è salito al potere, nel 2019, ha intrapreso una lotta senza quartiere contro gli alloggi occupati durante la crisi del debito e quella migratoria: gli edifici di Prosfyghikà sono tra i pochi a non essere stati ancora svuotati a colpi di manganelli. Per il portavoce del governo, Pavlos Marinakis, quei palazzi scrostati sono «l’esempio di una delle più grandi patologie che affliggono la Grecia: lo Stato, purtroppo, ha permesso che venissero occupati da specifici gruppi politici».

Il governo, indifferente fino agli ultimi giorni allo sciopero della fame intrapreso dai cittadini, ha chiarito: «Se ci sono soggetti vulnerabili, è stato disposto un piano per non farli finire in strada, ma ogni spazio occupato va liberato immediatamente».

L’UNICA MANO TESA dall’amministrazione è arrivata dal sindaco di Atene, Doukas, che ha esortato la Regione «a evitare qualsiasi intervento violento, e a intraprendere un dialogo con la comunità per una soluzione che tenga conto sia del restauro degli edifici, che della necessità di assicurare un alloggio a chi vi risiede». Il primo cittadino, eletto con il Pasok, ha promesso di farsi carico delle richieste degli abitanti ma le sue armi sono spuntate: Nea Dimokratia, indispettita dall’aver perso il feudo di Atene, ostacola da anni la sua amministrazione. In attesa di nuovi sviluppi, la comunità autogestita rimane in allerta.

Anche Amnesty International in Grecia ha espresso, in un comunicato, la propria preoccupazione, ribadendo che «ai sensi del diritto internazionale, gli sfratti possono essere effettuati solo come ultima risorsa», e che tra «le persone che verrebbero colpite, molte sono rischio di discriminazione ed emarginazione».

«La Regione insiste nel voler smantellare la struttura esistente per far posto a un’altra, con un costo finanziario elevato, senza che gli attuali abitanti siano coinvolti nel progetto», dice Nikos, militante anarchico di ritorno da una manifestazione a piazza Syntagma in sostegno della comunità. Dal forno autogestito dei prosfyghikà alle sue spalle, dedicato a Berkin Elvan, il ragazzo curdo ucciso dalla polizia turca nelle proteste del 2013, si spande il profumo di pane. «Per questo governo sono solo gli edifici ad avere un valore, noi invece difendiamo la vita di chi li popola».

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                                             Franco Barbero - 10 luglio 2026


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