
Riflessioni e commenti di don Franco Barbero
venerdì 16 ottobre 2026
Domani 11 ottobre 2026
JUSTIN VAUGHN: " SI STA RENDENDO CONTO CHE LE SUE VECCHIE STRATEGIE NON FUNZIONANO PIU' "
Trump balla sempre più solo: partito ed elettori si allontanano

Più i sondaggi si fanno impietosi con il Commander in Chief (fermo al 32 per cento di gradimento) e con i repubblicani, più provoca e intimidisce. Quello che porterà avanti fino a fine mese, più che un tour elettorale per sostenere candidati, sembra una sistematica demolizione dei limiti che la carica presidenziale dovrebbe imporre.
da Il Manifesto del 06/10/2026
Sardegna, nelle esercitazioni Nato le imprese private di armamenti
di Costantino Cossu
È cominciata ieri in Sardegna, nelle basi di Teulada e di Quirra, una mega esercitazione militare. Si chiama Joint Stars 2026 e andrà avanti sino al 31 dicembre, pianificata dalla Difesa con il coinvolgimento di esercito, marina, aeronautica, carabinieri, guardia di finanza, vigili del fuoco, croce rossa e protezione civile. Prevede, dice il decreto firmato dal ministro Crosetto, «manovre reali sul terreno e in mare».
Si spara davvero, insomma, missili e droni compresi. «L’obiettivo – spiega il ministro – è integrare la difesa nazionale e alleata affrontando scenari complessi multi-dominio e minacce ibride (attacchi cibernetici, sabotaggi e gestione della crisi). Viene simulato uno scenario di guerra che prevede l’attivazione dell’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico e la conseguente applicazione del principio di “difesa collettiva” della Nato».
Sull’esercitazione si è acceso un contrasto istituzionale tra ministero della Difesa e regione Sardegna. Crosetto ha autorizzato Joint Stars 2026 nonostante il parere negativo dei componenti civili del Comipa, il comitato regionale (composto da 5 membri nominati dal consiglio regionale e da altrettanti militari scelti dalla Difesa) che sovrintende alle attività delle forze armate nei poligoni sardi.
Il calendario delle esercitazioni a fuoco previste nell’isola è stato bocciato dai componenti civili del Comipa innanzitutto per «la poca chiarezza e trasparenza e la totale assenza di informazioni sull’utilizzo che di uno dei poligoni, quello di Quirra, faranno non meglio identificate imprese private del settore militare e della produzione di armamenti che hanno affittato la base per fare ricerca, testare e presentare a potenziali acquirenti le loro produzioni belliche». Non ci sono quindi soltanto le esercitazioni nel programma delle attività della Difesa nelle basi sarde. C’è anche la sperimentazione e la proposta di vendita di sistemi d’arma da parte di imprese belliche. I componenti civili del Comipa hanno chiesto quali fossero le imprese e che armi venissero a testare in Sardegna. Crosetto non ha risposto. Da qui la bocciatura da parte del Comipa. Dietro la quale però ci sono anche altre motivazioni. Per l’ennesima volta il Comipa ha evidenziato che «in Sardegna la massiccia presenza di demanio militare impatta in modo negativo sulle economie e sulla qualità di vita delle comunità locali», sottolineando l’urgenza di interventi immediati in particolare sui siti inquinati da bonificare.
La Sardegna ospita il 60% delle servitù militari nazionali. «Non possiamo continuare a sostenere – scrivono i rappresentati della regione nel Comipa – un peso così sproporzionato, che ha pesanti conseguenze negative sullo sviluppo e sulle opportunità di crescita di una vastissima porzione di territorio regionale». Il parere del comitato non è però vincolante, solo consultivo. Può essere superato da un decreto del ministero della Difesa, che infatti, puntualmente, è arrivato. Crosetto ha giustificato la sua decisione di dare il via libera con «prevalenti motivi di interesse nazionale». Simulare con le esercitazioni «uno scenario di guerra che prevede l’attivazione dell’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico e la conseguente applicazione della “difesa collettiva” Nato» cancella qualsiasi altro argomento.
da “Archivio Rete Voto Libero e uguale”
ANCORA SULLA LEGGE ELETTORALE
Il professor Roberto Zaccaria e i costituzionalisti della "Rete per un voto libero e uguale" hanno illustrato nel dettaglio la strategia in conferenza stampa.
CONFERENZA STAMPA FINITA: PARTE LA STAFFETTA CIVILE NEI TRIBUNALI. COSÌ SMONTEREMO LA PORCATA ELETTORALE DEL MELONELLUM
Prima di iniziare, un grazie immenso a ciascuno di voi: il post di sabato scorso ha superato gli 800.000 lettori! Vedere oltre 815mila visualizzazioni sulla nostra bacheca dimostra che il popolo della Costituzione è sveglio, vigile e caldissimo. Grazie di cuore per la fiducia. Ieri, lunedì 12 ottobre alle ore 13:00 direttamente da Montecitorio, il professor Roberto Zaccaria e i costituzionalisti della "Rete per un voto libero e uguale" hanno illustrato nel dettaglio la strategia in conferenza stampa.
La firma di Mattarella, come vi dicevo nel weekend, ha aperto ufficialmente i termini: la macchina legale si è messa in moto immediatamente, senza aspettare che si arrivi a ridosso del voto. Molti di voi nei commenti giustamente sollevano un dubbio sacrosanto: "Mimmo, ma se questa maggioranza decide di far cadere il governo a gennaio per correre alle urne anticipate con le regole truccate prima che i giudici si esprimano?”. Il rischio c'è, non dobbiamo nasconderci dietro un dito. Ma il palazzo si scontra con due ostacoli enormi: Il primo è che le Camere le scioglie solo il Quirinale, che davanti a un azzardo simile potrebbe decidere di nominare un governo di garanzia per mettere al sicuro il Paese e dare tempo alla Consulta di fare pulizia. Il secondo motivo è molto più materiale: la prima pensione dei parlamentari scatta il 14 aprile 2027. Ci sono ben 265 deputati e senatori alla prima legislatura che perderebbero tutto se si votasse prima. Questo "scudo delle poltrone" potrebbe congelare i loro piani almeno fino a primavera, regalandoci il tempo per muoverci. Nessun miracolo e nessuna vittoria in tasca, sia chiaro, ma la strategia dei giuristi guidati da Zaccaria ha una tabella di marcia precisa per provarci:
24 OTTOBRE – SCATTA L'ORA X: Lo Stabilicum/Melonellum entra ufficialmente in vigore dopo i 15 giorni dalla pubblicazione. Da quel momento la porcata diventa legge.
26 OTTOBRE – IL BLITZ DELLA RETE: Il primo lunedì utile, 99 avvocati volontari della rete coordinata da Zaccaria depositeranno contemporaneamente 30 ricorsi in tutte le Corti d'Appello d'Italia (più la circoscrizione Estero). Una mobilitazione enorme sostenuta da oltre 500 firmatari del mondo della cultura, del diritto e della società civile, insieme a tutte le opposizioni unite.
L'ARMA PROCEDURALE (Art. 281 decies c.p.c.): Si utilizzerà un ricorso d'urgenza semplificato. Significa che per legge il giudice deve fissare l'udienza in tempi rapidi, azzerando i classici tempi morti dei tribunali civili.
IL TRAGUARDO DELLA CONSULTA: L'obiettivo di Zaccaria e dei legali è incassare le ordinanze di rinvio e portare la legge davanti alla Corte Costituzionale entro metà gennaio 2027. Se la Consulta riconoscerà l'urgenza nazionale e deciderà di dimezzare i tempi di giudizio, la partita decisiva per ripulire la legge si giocherà in primavera. I giuristi della rete (tra cui il professor Enrico Grosso) sono stati chiari: l'obiettivo non è resuscitare il vecchio Rosatellum, ma far cancellare dalla Consulta i punti palesemente incostituzionali della nuova legge, lasciando in piedi un sistema elettorale pulito, applicabile e democratico. I profili di incostituzionalità sotto la lente sono pesantissimi e vanno spiegati in parole povere:
1. Il Premierato surrettizio: Inseriscono il nome del candidato premier direttamente sulla scheda elettorale usando una legge normale. Tradotto: vogliono decidere chi comanda aggirando le regole della Costituzione e svuotando i poteri del Presidente della Repubblica senza fare una vera riforma parlamentare.
2. Il premio di maggioranza truccato: Regalano un pacchetto fisso di 70 deputati e 35 senatori a chi supera la soglia del 42%. Tradotto: chi vince anche di pochissimo si prende quasi tutto il Paese, sballando completamente il principio secondo cui il voto di ogni cittadino deve pesare uguale.
3. L'incertezza del voto e i parlamentari fantasma: I meccanismi di assegnazione dei seggi sono così contorti che l'elettore non può sapere chi verrà eletto davvero. Tradotto: tu voti un candidato convinto di mandare lui a Roma, ma per colpa di un algoritmo matematico assurdo il tuo voto finisce per far eleggere un altro politico in un'altra città.
4. I soliti capilista bloccati: Si usano le preferenze a metà e il trucco delle candidature multiple. Tradotto: ti fanno credere che puoi scegliere il tuo candidato, ma alla fine decidono sempre i segretari dei partiti a Roma chi deve entrare in Parlamento piazzando i loro "fedelissimi" in cima alla lista.
5. Il bavaglio alle nuove liste: L'obbligo di raccogliere ben 6.000 firme per ogni singolo collegio (prima erano solo 1.500) per chi non è già presente in Parlamento. Tradotto: alzano una barriera insormontabile per impedire ai cittadini e alle nuove forze politiche pulite di potersi candidare, blindando le poltrone dei soliti noti.
6. Parità di genere calpestata: Non c'è una reale alternanza uomo-donna nelle liste e mancano tutele serie. Tradotto: tagliano fuori nei fatti una reale e paritaria rappresentanza delle donne in Parlamento.
7. Il voto all'estero nel mega-calderone: Hanno ammassato il voto degli italiani all'estero in un unico gigantesco collegio mondiale al Senato. Tradotto: i giuristi stanno redigendo un profilo specifico su questo perché un unico calderone globale azzera la rappresentanza dei singoli territori e rende impossibile un legame reale tra eletto ed elettore. A tutto questo si unisce il grido d'allarme lanciato dalle associazioni a tutela dei disabili (come l'Osservatorio OSPERDI) proprio nei nostri commenti: questa legge quadruplica le firme ma vieta la firma digitale a chi ha gravi problemi fisici, cancellando di fatto il diritto di voto per milioni di non autosufficienti, caregiver familiari e fuori sede in cura. Una vergogna inaccettabile!
IL SEGNALE DI SPERANZA: I TEMPI DELLA CONTROFFENSIVA Lasciatemi dire che una speranza reale e concreta c'è, ed è scritta nei dettagli tecnici emersi ieri. Gli avvocati della Rete hanno confermato che lo strumento d'urgenza scelto azzera i tempi morti, con l'obiettivo di arrivare alle prime udienze nei tribunali civili già a metà gennaio 2027 per mandare la legge alla Consulta. Come spiegato dai legali, l'orizzonte per l'udienza in Corte Costituzionale è stimato entro la primavera, tra marzo e giugno, e c'è un dato che ci fa ben sperare: il Presidente uscente della Corte Costituzionale, Giovanni Amoroso, ha confermato che in casi urgenti la Consulta può dimezzare i tempi di giudizio. La macchina si è mossa subito proprio per questo. Inoltre, dal mondo dei giuristi è partito un appello chiaro alla società civile: chiedere al Presidente Mattarella di non sciogliere le Camere prima della sentenza della Corte, proprio per evitare che si vada al voto a giochi ormai fatti. I mezzi costituzionali per bloccarli ci sono tutti.Siamo davanti a un percorso lungo, complicato e pieno di insidie. Non c'è nulla di scontato e nessuno ci regalerà la vittoria nei tribunali, ma restare a guardare mentre truccano le regole del gioco non è un'opzione. La staffetta tra l'opposizione nei palazzi e i cittadini è partita. Noi vigiliamo, studiamo le carte e non ci facciamo fregare dai loro paroloni.
Restiamo uniti.
NOTA LEGALE (ART. 21 COST.): Il presente testo costituisce libero ed esclusivo esercizio del diritto di critica politica e analisi costituzionale su temi di urgente interesse pubblico firmato da Mimmo Re, garantito dall'Articolo 21 della Costituzione. Le valutazioni tecniche e procedurali si fondano rigorosamente sugli articoli 74, 134 e 138 della Costituzione, sull'Art. 281 decies c.p.c. e sui dati ufficiali della conferenza stampa svoltasi alla Camera il 12 ottobre 2026.
da Domani del 02/10/2026
BRUXELLES RESPINGE LA RICHIESTA DI FLESSIBILITÀ DELLA PREMIER
di Stefano Tannaccone
Gli italiani non fanno la spesa ma Meloni pensa solo al voto.
Rincari pesanti sugli alimenti, proteste in Calabria. Anche Tamoil mette il tetto alla benzina.
Il viceministro Leo evoca la crisi della Grecia, poi è costretto a correggere: «L’Italia è solida».
da Il Manifesto del 07/10/2026
Casa, l’Italia fa peggio anche della timida Europa
di Simone Tulumello
La Commissione europea ha reso pubblica la proposta di Affordable housing Act (legge per gli alloggi a prezzi accessibili), primo elemento di un piano europeo lanciato a dicembre 2025. Il nome è ambizioso: un Act è una legge dedicata a regolamentare un intero tema, qui però siamo davanti a una misura più modesta che sistematizza gli strumenti legali con i quali i Comuni possono limitare le locazioni turistiche brevi in edifici residenziali e proibire compravendita o uso di terreni o alloggi per fini diversi dalla residenza principale. Una volta dimostrato che esista tensione abitativa, l’amministrazione può creare limiti che devono avere durata transitoria – massimo cinque anni, prorogabili.
L’Act è una norma ragionevole, il cui obiettivo non scritto è permettere alle amministrazioni locali, quelle normalmente più attente al tema casa, di agire per ridurre la tensione abitativa anche in assenza di una normativa nazionale. Nulla di radicale o particolarmente nuovo. Ad esempio, Firenze e Roma hanno già adottato misure simili, nel caso di Firenze vincendo al Tar varie battaglie legali promosse dalle associazioni di settore. Con l’Act in vigore, le battaglie legali sarebbero state più semplici o forse inesistenti.
Il problema dell’Act è proprio che, nella sua ragionevolezza, è parecchio distante da quello che un intervento normativo europeo per la casa dovrebbe fare. È ormai assodato che limitare o proibire gli affitti brevi contribuisca a ridurre i prezzi degli affitti – esiste una vasta letteratura scientifica sul tema, in Italia vi hanno lavorato soprattutto Filippo Celata, Gianluca Bei e Barbara Brollo alla Sapienza di Roma. Ma la questione abitativa è molto più complessa: regolamentare gli usi non residenziali dovrebbe essere un pezzo di un puzzle ben più ampio, che dovrebbe includere la promozione di vasti stock di alloggi fuori dal mercato (edilizia popolare, cooperative a proprietà indivisa, modelli not for profit…) e la regolazione degli affitti, con controllo dei prezzi e promozione di contratti tendenzialmente a tempo indeterminato. L’Unione europea dovrebbe concentrarsi sulle sue politiche che hanno spinto la mercificazione e la finanziarizzazione della casa: il monetarismo e l’austerità, tra le cause principali dei parchi investimenti fatti negli ultimi decenni dagli Stati membri; le iniezioni di liquidità al sistema finanziario e l’integrazione deregolata dei mercati finanziari, che hanno spinto banche a fondi nel mercato residenziale. Nulla di tutto questo è presente nell’Act e nel piano europeo.
Nonostante sia una misura più che moderata – d’altronde, la seconda Commissione von der Leyen è la più a destra della storia dell’Unione -, il governo italiano la ritiene lesiva della sovranità nazionale. Il ministro degli Affari europei Foti ha dichiarato, nel question time alla Camera del 23 settembre, che l’Italia chiederà che i singoli Stati membri possano non applicare la norma. D’altronde, nel 2025 il governo Meloni aveva impugnato davanti alla Corte costituzionale la legge toscana sul turismo, che permette ai comuni di creare limiti alle locazioni turistiche brevi. Per il governo, quella legge regionale sarebbe stata lesiva del diritto alla proprietà e delle competenze statali sul turismo. La Corte ha però respinto senza riserve tutti gli argomenti del governo, sancendo la piena costituzionalità della norma.
Ciononostante, il partito italiano del mattone e della proprietà si è scagliato contro l’Act europeo come se si trattasse di una misura da regime comunista. La parola passa adesso al parlamento europeo, che dovrà approvare la norma o negoziare le modifiche con la Commissione. E, come spesso succede, servirà una forte pressione sociale e politica perché anche il poco che c’è nella norma non venga diluito a Bruxelles. Il conflitto spagnolo è, in questo senso, una buona notizia per tutta l’Europa. Se ne accorgeranno i sindaci italiani, che dovrebbero essere i primi a voler potere regolamentare gli affitti brevi? In Italia il tema casa è riaffiorato nel dibattito nazionale, ma ancora non scalda gli animi come negli altri paesi europei: fino a quando?
da Il Fatto Quotidiano del 15/08/2026
Il “consumismo egocentrico” ci divide da tutti: anche da noi.
di Franco Arminio
Oggi è difficile definire la situazione di un piccolo luogo, figuriamoci di un’intera nazione. Azzardo il nome del male italiano. Lo chiamerei consumismo egocentrico. Sul consumismo aveva detto molto e bene Pier Paolo Pasolini. Lui si è fermato, vittima in un certo senso pure lui del consumo, il consumo sessuale. La dissipazione del mondo portata avanti dal meccanismo produzione-consumo è andata avanti e si è fatta pervasiva. Credo riguardi il mondo intero, ma io conoscono un poco solo l’Italia e dell’Italia voglio parlare.
Mi sembra che sia fuori strada chi mette il peso dei problemi sulla bilancia destra-sinistra. Non mi pare che siano colpevoli o meritevoli di come stia andando la nostra nazione. La società che vediamo non è modellata dalle classi dirigenti, piuttosto le classi dirigenti sembrano modellate da una società medusa in cui ogni individuo si premura di farsi spazio piuttosto che provare a capire cosa c’è in ogni spazio.
Può essere una città o un paese, può essere al Nord o al Sud, sempre si manifesta il sentimento di un luogo inadeguato abitato da esseri umani a disagio. Il consumismo egocentrico è l’incrocio del consumismo con il trasloco dal reale all’irreale, dalla vita della terra alla terra senza vita del mondo digitale.
Ai tempi di Pasolini il consumismo si confrontava comunque con una struttura sociale ancora forte. Esistevano i partiti, le comunità, erano chiari gli interessi e chi li difendeva e chi li osteggiava. Da un certo punto in poi qualcosa si è rotto, ognuno si è ripiegato sulla propria vita e si è ritrovato col proprio fantasma, perché una vita tesa a essere tutto alla fine è niente. Il volere è diventato un non so più cosa voglio, cosa mi serve, con chi devo stare, chi devo evitare. Le relazioni di amore e di amicizia sono entrate in una moltiplicazione dissipante. Io non so dove sei, tu non sai dove sono. Ci si incontra sempre allo stesso bivio: la noia o il rancore. Relazioni che si svuotano riempendosi. Dalla liquidità di Bauman alla società gassosa: ognuno vive in una sua mongolfiera, non abitiamo più la Terra, non siamo allineati negli stessi spazi. Il consumismo egocentrico ci divide da tutti e anche da noi stessi, diventiamo una creatura ambigua, non si capisce se siamo la cosa che diciamo di essere o il suo contrario, se siamo i divulgatori di noi stessi o i roditori del nostro essere che si è assottigliato fino all’inconsistenza: non saranno certo le merci di cui ci addobbiamo a darci realtà. Rischiamo di diventare come un albero di Natale in cui l’albero non c’è più, sono rimasti solo gli addobbi.
Evocare il fascismo in una situazione del genere è come giocare a palle di neve nel deserto. Il male è la mercificazione di tutto, anche delle anime e un processo di questo tipo non è di destra, né di sinistra, è il capitalismo che è allo stesso tempo feroce e abulico. Non c’è il progetto di portare il mondo in un posto piuttosto che in un altro. Anche la deriva autoritaria di Trump sembra più giocata sul farsi notare che su un progetto politico meditato. È un mondo di improvvisatori in ogni campo e la somma di queste improvvisazioni è un mondo senza destino, una palla che rimbalza in modo imprevedibile, può essere il discorso tra gli amanti o le diatribe tra gli Stati.
Non ci si può fermare e svuotarsi di ogni orpello. Il consumismo egocentrico ci trasforma in scintille che non vengono da nessun fuoco. Non diamo calore a nessuno e nessuno prende calore in questo mondo freneticamente immobile. Se c’è una cura è solo vedere il male, dargli il nome giusto. Altro, per ora, non riusciamo a fare. Ma non sarà sempre così. Anche il consumismo egocentrico ha preso la via dell’apparenza e dunque potrebbe dissolversi prima che capiamo come combatterlo.
giovedì 15 ottobre 2026
da Il Manifesto del 09/10/2026
Far pagare di più i ricchi è giusto, ma non basta a rendere il fisco equo
di Giacomo Gabbuti
C’è un grafico che illustra meglio di qualsiasi altra cosa la condizione del nostro fisco. L’ha reso popolare Gabriel Zucman, l’economista francese paladino, non solo nel suo paese, dell’imposta patrimoniale. Mostra una cosa relativamente semplice: la percentuale di tasse pagate dai cittadini – dal dieci per cento più povero, fino ai miliardari – rispetto al proprio reddito totale. Grazie agli economisti Demetrio Guzzardi, Elisa Palagi, Andrea Roventini e Alessandro Santoro, l’Italia è tra i paesi per cui questo dato è disponibile – e con esso, l’interpretazione assai poco allegra. Sommati tutti i prelievi (Irpef, Iva…), i più ricchi pagano meno tasse degli altri, nel nostro paese come in Olanda, Francia e Usa. È vero per l’1% più ricco, e ancor di più per lo 0.1, 0.01, fino ai multimiliardari.
LA PRIMA LEZIONE del grafico dovrebbe essere ovvia: per riequilibrare questa ingiustizia servono nuove tasse sui ricchi. Zucman stesso avanza una imposta «minima», da far pagare ai miliardari che non raggiungono una tassazione in linea con il resto delle contribuenti: in Italia, Oxfam ha raccolto un ampio consenso tra la ricerca e società civile su una proposta «minima», applicata allo 0.1% più ricco (50mila persone, con un patrimonio di almeno 5.4 milioni).
La seconda lezione, invece, è assai meno ovvia a sinistra. Accanto a un 8% di italiani ricchi che paga meno – e di molto: l’aliquota effettiva stimata per i miliardari è appena meno del 20% – c’è una larghissima maggioranza – almeno il 70, 75% delle contribuenti – che sui propri (modesti) redditi paga oltre il 50% di tasse. Valori più alti persino di quelli francesi – dove quantità e qualità dei servizi pubblici è ben diversa.
QUESTO GRAFICO aiuta a leggere la proposta di «Restituzione fiscale», presentata da Avs e di cui ha parlato il manifesto recentemente. Da un lato, si propone l’introduzione di un’imposta patrimoniale – sostanzialmente in linea con quella di Oxfam, nelle soglie e nell’obiettivo di circa 15 miliardi di gettito. Al contempo, il pacchetto fiscale presentato redatto da Alessandro Maffei, dottorando a SciencePo, e Massimo Amato, professore alla Bocconi, prevede una «rivoluzione» dell’Irpef. Ai tre scaglioni attuali si propone di sostituire una funzione continua, sul modello danese, che porta ad aumenti lievemente progressivi all’aumentare dei redditi. Aldilà della passione degli economisti per la misura, un’aliquota continua ha implicazioni importanti in periodi di alta inflazione, dove un aumento salariale, anche minore a questa, può portare a superare uno scaglione, portando a una riduzione del reddito reale. Ma il dato che più ha attirato attenzione e critiche è che la nuova Irpef sarebbe più bassa per chiunque dichiari meno di 90mila euro lordi, molto più bassa per i ceti più poveri, con un taglio di 22 miliardi.
LE CRITICHE si sono concentrate su questa cifra – perché tagliare così tanto? La stessa operazione si potrebbe fare anche a parità di gettito – e sulla modalità di presentarla: «- tasse /+ salario». Indubbiamente, può veicolare l’idea che le tasse vadano abbassate a chiunque e che il salario si alzi tagliandole, non facendo pagare di più le imprese.
Pur condividendo entrambe le critiche, la proposta ha elementi di grande merito. Dopo anni di flat tax, è importante ribadire che c’è chi deve pagare di più, ma anche che ci paga troppo rispetto a redditi già bassi paghi meno; che si sposti il peso del fisco dal salario ai profitti e alle rendite, oltre che dai redditi alla ricchezza. Da questo punto di vista, la proposta si può migliorare proprio riportando dentro l’Irpef quei redditi – profitti, rendite, lavoro autonomo – che oggi non la pagano. Altrimenti, la nuova aliquota continua si applicherà, come ora, ai soli redditi da lavoro e pensione: pagheranno di più i ricchi dirigenti pubblici e privati, ma chi guadagna tanto dalle proprie società, titoli e immobili continuerà a pagare poco (salvo rientrare nella patrimoniale).
Anziché cedere alla retorica del «meno tasse per tutti», la proposta ribadisce che le tasse non sono belle in quanto tali, ma quando sono progressive, colpiscono la rendita e magari finanziano spesa pubblica che migliora la vita delle persone. Per liberarci davvero dell’ideologia neoliberale dobbiamo smettere di illuderci che il fisco da solo possa alzare i salari e migliorare le nostre vite. Oltre a misure che migliorino le retribuzioni e la capacità di contrattarle, come il salario minimo, è necessario parlare della spesa pubblica necessaria a creare di nuovo lavoro di qualità.
Partendo dai servizi pubblici essenziali, e da politiche industriali che orientino con urgenza ciò che resta della capacità manifatturiera italiana verso la decarbonizzazione e la transizione ecologica.
da Domani del 02/10/2026
L'Egitto non è mai stato ”un paese sicuro” «Dopo Regeni la repressione è peggiorata»
di Youssef Hassan Holgado
L'Italia esaminerà la settimana prossima la proroga del memorandum con il Cairo.
Il regime attua «la stessa brutale violenza usata contro Giulio per colpire il dissenso», dice il ricercatore egiziano Nasr Al-isi, e sfrutta la sua centralità geostrategica. Meloni incalza le opposizioni: «Fu Gentiloni a riprendere i rapporti diplomatici».
Per i leader politici l'Egitto è un paese cruciale. Dispone di risorse energetiche, siede a tutti i tavoli internazionali più caldi (a partire da Gaza) ed è terreno fertile per gli investimenti stranieri. Non solo, ha un apparato di difesa in continuo sviluppo che foraggia le industrie militari europee. Soprattutto, è un paese stabile che si trova in mezzo a vicini perennemente in bilico o in conflitto.
Per chi ci vive e fa politica, giornalismo e opera nel campo della difesa dei diritti umani e civili, invece, il paese è sinonimo di repressione. La vicenda di Giulio Regeni è emblematica di come gli apparati della sicurezza nazionale si muovono contro ogni pericolo di minaccia percepita al potere costituito. E chi pensava che negli ultimi anni il volto del regime fosse mutato si trova a fare i conti con una realtà ben diversa. Lo sanno bene i giornalisti della redazione di Matsadaash, tutti arrestati nelle ultime ore dalle autorità poliziesche senza accusa.
da Il Manifesto del 02/10/2026
Armi a Kiev, Conte boccia anche il «lodo Bettini». Allarme Pd
di Andrea Carugati
Il leader 5 stelle: «Il negoziato non si fa inviando materiale bellico». Primarie? «Avevo proposto un terzo nome, ma hanno detto no».
Armi a Kiev e scelta della leadership continuano a dividere il campo progressista. Ieri Giuseppe Conte da un lato ha addossato a Schlein il rifiuto di trovare un «terzo nome» in grado guidare la coalizione; dall’altro ha detto no anche all’ipotesi di mediazione su Kiev avanzata da Goffredo Bettini, ribadendo che per il M5S l’invio di armi si deve fermare. Anche se si apre una fase negoziale.
«Ho dichiarato sin dall’inizio la disponibilità a concordare un nome terzo rispetto a quello dei segretari per la scelta di un leader. Ma non c’è stata disponibilità a valutare questa strada e quindi oggi abbiamo di fronte le primarie», ha detto ieri il leader 5 stelle. In passato aveva citato il «metodo delle regionali» per la scelta del leder nazionale, ma mai così esplicitamente. Ed è chiaro che il rifiuto è arrivato da Schlein, visto che nel Pd in molti non volevano le primarie.
«Ovviamente non un nome qualsiasi, un nome autenticamente progressista, non una figura morbida, non un compromesso al ribasso. E una figura competitiva», il ritratto che ha fatto ieri del possibile federatore. Ma ormai anche Conte sembra convinto, salvo colpi di scena, che quella delle primarie sia la strada inevitabile. Saranno divisive? «Dipende da come le interpretiamo noi leader, i nostri quadri dirigenti, attivisti. Il clima spetta a noi e deve essere di concordia».
da Il Fatto Quotidiano del 06/10/2026
Cresce il mercato di armi in Italia: su l’export in Ue (per l’Ucraina). E boom di importazioni da Israele
di Giacomo Salvini
Nei primi sei mesi del 2026 cresce il mercato delle armi in Italia: le esportazioni sono aumentate del 15% rispetto allo stesso periodo del 2025 e le importazioni addirittura del 31,3% in confronto all’anno precedente. Sulle vendite fuori dai confini, il periodo gennaio-giugno di quest’anno certifica il boom di esportazione verso Paesi europei che si spiega, con ogni probabilità, coi programmi comuni di riarmo in linea con gli impegni assunti con la Nato e per portare avanti il piano Rearm Europe voluto da Ursula von der Leyen. Sul capitolo delle importazioni, invece, le tabelle mostrano un aumento sostanziale degli acquisti di armi e munizioni provenienti da Israele, che crescono del 118% rispetto allo scorso anno.
A certificarlo sono i dati ufficiali forniti dalla Italian Trade Agency che fa parte dell’Ice, l’agenzia controllata dal ministero degli Esteri di Antonio Tajani e delle Imprese di Adolfo Urso che si occupa del commercio estero e che analizza i dati Istat sui flussi commerciali di merci dall’uscita dall’Italia. Le cifre si riferiscono ai primi sei mesi del 2026 – da gennaio a giugno – e riguardano tutti i settori del commercio, in questo caso quello delle armi e delle munizioni. Valori che possono dipendere dalle commesse nei primi 180 giorni dell’anno.
Relative al periodo gennaio-giugno 2026, le esportazioni di armi italiane verso l’estero sono cresciute fino a un miliardo e 166 milioni, rispetto al miliardo e dieci milioni dello stesso periodo dello scorso anno: un aumento del 15,4%. Probabile quindi che, alla fine dell’anno, continuerà il trend di crescita delle esportazioni di armamenti verso l’estero che va avanti dal 2021 (a fine 2025 era arrivato a 2,3 miliardi). Sulla vendita di armi verso l’estero, la crescita maggiore riguarda i Paesi europei: la Germania registra un +187% rispetto allo stesso periodo 2025, il Regno Unito +51% e la Francia +43%. Resta invece più o meno stabile il commercio di armi verso gli Stati Uniti, al primo posto della classifica anche se con una tendenza di calo negli ultimi quattro anni.
Il motivo, spiega una fonte a conoscenza della questione, potrebbe essere riconducibile ai programmi comuni di riarmo europeo che spesso avviene tramite consorzi di più Paesi e tramite le cosiddette “filiere integrate”, ovvero la vendita di componenti e semilavorati per produrre insieme armamenti complessi. Ma l’aumento dell’export intra-europeo potrebbe essere relativo anche al sostegno militare diretto all’ucraina da parte di questi Paesi, rispetto all’Italia soprattutto al capitolo legato alle munizioni. Basti pensare agli aiuti diretti di Paesi come Germania e Polonia che aiutano Kiev direttamente rispetto a Roma.
Non è un caso che – per quanto resti il quinto Paese per esportazioni di armi italiane superata dalla Germania e quasi raggiunta da Slovacchia e Taiwan – la vendita di armi all’ucraina nei primi sei mesi del 2026 sia dimezzata passando da 83 a 42 milioni di euro. Dati in calo dal 2024 quando l’export di armi e munizioni italiane verso l’ucraina era arrivato al picco – 185,3 milioni – per iniziare a scendere negli anni successivi: 161,5 milioni nel 2025 e probabilmente una cifra inferiore anche nel 2026.
il blocco dell’export di armi dopo il 7 ottobre, non si è interrotto l’interscambio da Israele. Anzi: le importazioni di armamenti e munizioni di Tel Aviv verso Roma sono aumentate. Nei primi sei mesi del 2026, secondo i dati dell’Ice, l’acquisto di armi israeliane è più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo del 2025 passando da 22,9 a 49,6 milioni. Una cifra che porterà – alla fine dell’anno – a una crescita di acquisti continua dal 2023 in avanti: quell’anno gli acquisti valevano 16,6 milioni, 50,2 nel 2024 e 72,2 a fine 2025. Quasi triplicando gli ordini in tre anni.
Ora in sei mesi sono stati raggiunti gli acquisti di armamenti di tutto il 2024. Nel 2026, quindi, Tel Aviv diventa il secondo fornitore di armi e munizioni all’Italia, solo dopo la Germania. Seguono Svizzera, Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Nel 2022, Israele era al sesto posto tra i maggiori esportatori di armi verso l’Italia.
da Domani del 07/10/2026
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