IL 4 NOVEMBRE NON E’
LA NOSTRA FESTA
SCUOLA E UNIVERSITA’
NON SI ARRUOLANO.
DISERTIAMO!
NO A GENOCIDIO, RIARMO
ED ECONOMIA DI GUERRA
da Il Fatto Quotidiano del 29/07/2026
Il Paese dei mediocri non può ricordare i moniti di Berlinguer
di Paolo Ercolani
È piuttosto eloquente il fatto che la nostra epoca, in cui ci si inventa una giornata mondiale per ogni stupidaggine à la carte e si celebrano anniversari su episodi di un’idiozia sesquipedale, ha dimenticato la celebre intervista di Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari nell’estate di 45 anni fa (1981). Lì il segretario del PCI denunciava l’emergere della “questione morale”, riferendosi tanto al degrado della cultura individuale, quanto a quello della prassi sociale, in special modo a opera dei partiti, accusati di “occupare lo Stato” e piegare le istituzioni a interessi di corrente e di potere, invece che orientarle al bene comune. Se il politico pensa alle prossime elezioni, mentre lo statista si preoccupa delle prossime generazioni, non v’è dubbio che ci si trovasse di fronte alla lungimiranza di uno degli ultimi (e rari) statisti del nostro sciagurato Belpaese.
Oggi una esponente della galassia che discende da quella tradizione di sinistra – l’europarlamentare Ilaria Salis – è stata prima sottratta politicamente a un processo all’estero in cui era accusata di gravi violenze fisiche e poi condannata a risarcire con 30 mila euro due collaboratori licenziati ingiustamente. Spetta alla magistratura fare chiarezza. Ma il dubbio di trovarsi di fronte all’ennesimo caso di un’esponente della sinistra radicale (si veda alla voce Soumahoro) molto efficace nella difesa formale dei diritti civili, pressoché latitante in quella dei diritti sociali ma, in compenso, velocissima nella tutela dei propri interessi personali, è decisamente forte. In questi giorni abbiamo letto anche della condanna definitiva subita da Roberto Saviano per aver letteralmente copiato alcuni articoli in capitoli del celebre libro Gomorra. Un’altra figura di primo piano, nella presunzione di superiorità morale, nella difesa di categorie discriminate o sfruttate, che però non si è fatta scrupolo alcuno nel venire meno al primo comandamento deontologico della sua professione: l’originalità di quanto si scrive. “Chi non può razzolare male, predica bene”, scriveva Nietzsche per criticare l’ipocrisia di certi moralisti. Ma nel nostro tempo sciagurato non ci facciamo mancare nulla e le figure che predicano meglio sono anche quelle che razzolano male, con la medesima superbia.
Stendo un velo penoso sugli esponenti dell’attuale governo che quotidianamente ci regalano perle di ministri della Repubblica (sottolineo: ministri) pronti a mostrare tutta la propria ignoranza crassa rispetto alle norme basilari della giurisprudenza, dell’economia e dio solo sa di che altro (pensiamo a Salvini che vuole candidare l’interdetto Roggero, o a Tajani convinto di “prenotare” i fondi europei Safe). Questo fa parte di un altro degrado etico del nostro Paese, ormai in voga da anni e di cui i nodi sono arrivati al pettine: la mortificazione del merito a fronte della promozione della mediocrità. A ogni livello, a cominciare da quello accademico (di cui mi intendo maggiormente), i posti sono riservati a raccomandati, cooptati, amanti e portaborse di varia natura, il cui unico e comune denominatore è la mediocrità: la dote con cui stiamo sfasciando un intero Paese (si veda il bel libro di Alain Deneault, La mediocrazia, scritto ormai più di dieci anni fa e subito dimenticato da una classe intellettuale largamente colpevole). Se ripenso ai grandi libri di etica dei filosofi rivolti ai propri figli e discepoli (da Aristotele a Fernando Savater), il dubbio mi sale forte e atroce. Oggi chi insegnasse ai giovani il Bene comune, la Giustizia, il rispetto delle regole e degli altri li condannerebbe a essere sbranati, perché viviamo in un mondo “schiacciato dagli abusi di potere”, come declamava il maestro Battiato.
“Gli italiani vanno in guerra come se fosse una partita di calcio e alla partita di calcio come se fosse una guerra”, pare abbia affermato Winston Churchill con ironia tipicamente britannica. Perfino nel calcio stiamo dando il peggio, richiamando alla guida della Nazionale un signore che se n’era andato con disprezzo della maglia ed esclusivo interesse per la pecunia. Al di là di tutto, quella partita di calcio (o di qualunque altra cosa) di cui parlava il primo ministro inglese la stiamo perdendo. E con sommo disonore.
da Il Manifesto del 23/09/2026
La Linke fa paura, tra espropri e accuse di antisemitismo
di Sebastiano Canetta
Appena due giorni dopo aver conquistato il Municipio Rosso la Linke è già nel mirino di tutti gli altri partiti. Il primo a sparare ad alzo zero è il cancelliere Friedrich Merz, deciso a smontare con un’apposita legge anti-esproprio il piano della Sinistra di «socializzazione» degli alloggi di proprietà dei colossi grandi immobiliari annunciato dalla sindaca in pectore di Berlino, Elif Eralp.
I SECONDI SONO I VERDI seguiti a stretto giro dalla Spd; entrambi pronti ad accodarsi alle infamanti accuse di «antisemitismo» rivolte al partito della sinistra per la sua presunta vicinanza all’ala ultra-radicale della galassia pro-pal, spiccate dalla Cdu, dal Consiglio centrale degli Ebrei e dall’ambasciatore israeliano in Germania.
E tutti insieme all’unisono battono il chiodo della criminalità organizzata dopo che – oltre alla foto di un membro del clan maafioso Rummo presente alla festa post-voto della Linke a Neukölln – è spuntata anche aa chat tra il deputato della Linke Ferat Kocak e Firas Remmo, figlio del boss dell’omonima famiglia.
Così Elif Eralp ma anche i co-leader nazionali della Sinistra, Luigi Pantisano e Ines Schwerdtner, sono costretti a trincerarsi in difesa. Viene affidata al capogruppo parlamentare, Sören Pellmann, la replica sul tema più preoccupante per l’aspirante sindaca di Berlino che ha incentrato la campagna elettorale sullo slogan «parlare con tutti» ma con tutt’altre intenzioni.
«Kocak ha temporaneamente sospeso le sue funzioni parlamentari. Si ritirerà dalla commissione Interni del Bundestag in attesa che venga fatta piena luce sul suo caso» fa sapere il capogruppo della Linke, Sören Pellmann, senza la minima idea di come potrà andrà a finire: «Aspettiamo, vedremo». Sempre per tutelare il partito nelle prossime settimane «Kocak eviterà qualunque apparizione pubblica».
DI CONTRO IL DEPUTATO si difende sottolineando di non conoscere Firas Remmo e di aver risposto al suo messaggio «soltanto per cortesia», tuttavia deve ammettere come «qualunque contatto con persone associate alla criminalità organizzata è ingiustificabile».
E ANCORA KOCAK è il protagonista dell’altro fronte aperto contro la Linke. L’immagine con lui a fianco di un sostenitore del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) diffusa dai media alimenta l’altra grande imputazione alla Sinistra: l’antisemitismo.
Per i Verdi il link è conclamato e il Fplp in Germania è un’organizzazione classificata come gruppo terroristico. A sentire la capogruppo dei Grünen al Bundestag, Katharina Dröge, «il deputato della Linke ha ripetutamente attirato l’attenzione per la sua vicinanza a gente che glorifica il terrorismo, mette in discussione lo Stato di Israele ed è coinvolto in episodi di antisemitismo»; mentre il governatore del Baden-Württemberg, Cem Özdemir, il vicepresidente del Parlamento, Omid Nouripour e l’eurodeputato Sergey Lagodinsky, sempre dei Verdi, lanciano un monito al loro stesso partito: «Nessuna alleanza a Berlino con chi non prende le distanze in modo inequivocabile dall’antisemitismo».
Sullo stesso spartito suonano le note dell’ex segretario Spd e ministro degli Esteri, Sigmar Gabriel, intervenuto ieri in diretta tv per mettere in guardia i socialdemocratici da costruire una coalizione con un partito che tollera la retorica islamica al loro interno». Per Gabriel la visita di Firas Remmo all’evento della Linke «non può essere una coincidenza».
Eralp, si dissocia tagliando corto: «Per antisemitismo e violenza non c’è posto nel mio partito». Ma non basta all’ambasciatore israeliano a Berlino, Ron Prosor, secondo cui la sua vittoria elettorale «rappresenta una minaccia immediata all’esistenza della comunità ebraica nella capitale tedesca. Nella Linke c’è un antisemitismo sfrenato». Tocca a Kerstin Wolter, leader della Sinistra di Berlino, ribattere al diplomatico. «Il diritto di Israele a esistere e la protezione della vita ebraica sono le nostre posizioni ufficiali. Critichiamo apertamente le politiche del governo israeliano, ma questo fa parte delle regole della democrazia».
TUTTO MENTRE contro la Linke spinge anche il cancelliere Merz. Ieri ha annunciato il rapido varo di varare una norma contro l’esproprio delle grandi società immobiliari. Le prime bozze di legge sono già allo studio ai ministeri della Giustizia dell’Interno.
da Il Fatto Quotidiano del 19/09/2026
Le guerre: “La minaccia non è la Russia, ma l’ottusità dell’intellighenzia europea”
Lettera dell’Avv. Stefano De Bosio alla Redazione del Fatto Quotidiano
Caro Direttore, cerco di astrarre dalle passioni del momento. La Russia sovietica (che includeva l’Ucraina, già Rutenia; quest’ultima, guarda caso, non comprendeva i territori, Crimea e Donbass, oggi “occupati”), con Yalta, si era incamerata parte dell’occidente, incluse le più importanti città, fino al 1918, dell’austria-ungheria (Praga e Budapest) e della Prussia (Lipsia, Berlino). Nel 1956 e 1968, rispettivamente, i cittadini ungheresi e boemi si ribellarono al giogo e l’esercito sovietico occupò il cuore dell’Europa centrale. Nessuna reazione da parte dell’occidente. Nessuna minaccia di guerra. Nel 2022 l’esercito della Russia (ormai non più sovietica ma capitalistica), a parte un diversivo iniziale volto a far spostare a nord l’esercito ucraino, occupa una parte dell’ucraina che era stata anche formalmente russa fino agli anni Cinquanta (Crimea), storicamente russa e “sovietica” fino al 1991, salvo alcuni lontani periodi di feroce occupazione turca. L’occidente, e l’Unione europea, dunque, non si sono sollevati quando la Russia ha invaso militarmente il cuore dell’occidente, ma si sollevano quando la Russia cerca di riprendersi con la forza un territorio sostanzialmente russo (dal punto di vista culturale, economico e storico) e semmai, guardando alle minoranze, più turco che ucraino.
Si tratta di schizofrenia? La spiegazione secondo
me è la seguente: esiste un pensiero regressivo (costitutivo della cosiddetta “Intellighenzia” occidentale, che i nostri “giornaloni” e oggi la Commissione europea impersonano, sia pure con le dovute eccezioni), che più o meno consapevolmente, favorisce ciò che distrugge la nostra civiltà (relativamente) aperta. Lo Stato sovietico (rimasto stalinista) era distruttivo per la nostra civiltà. Dunque il pensiero regressivo ha accettato se non favorito l’espansione militare di esso, nel cuore dell’occidente. Lo stesso pensiero regressivo favorisce l’assetto statuale ucraino, che è riuscito, dal 1991 al 2022, a rendere l’Ucraina lo Stato più povero (PIL pro capite) dell’Europa, persino più della Moldavia: trionfo degli oligarchi, Stato debolissimo in balia di bande, distruzione della capacità industriali, nazionalismo, minoranza calpestate, iper-regolamentazione. Non che la Russia sia un paradiso, ma sicuramente, nello stesso periodo, è migliorata – e di molto – rispetto ai tempi sovietici e, sia pure sotto una dittatura, è comparativamente “aperta” e prospera. Dunque, il pensiero regressivo mira a “ucrainizzare” la Russia, allo stesso modo in cui, negli anni 50-60-70 avrebbe “sovietizzato” tutta l’Europa, se avesse potuto. Se poi riesce a scatenare una guerra con la Russia, fa ancora prima.
A me pare che, purtroppo, il comportamento dell’”intellighenzia” europea sia, dunque, dal 1956 (ma sarebbe meglio dire del 1914) a oggi, coerente nella pervicace ricerca della distruzione del mondo.
Come salvarsi? Fare il contrario esatto di quanto raccomandano i “giornaloni” e/o Von der Leyen & C.
Gruppo biblico del martedì, domani 3 novembre
Cari amici e amiche del gruppo biblico del martedì,
domani sera ci incontreremo alle ore 18:00 per continuare la nostra riflessione sui primi quattordici capitoli del Libro di Giobbe.
Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.
Questo è il LINK per il collegamento:
meet.google.com/ehv-oyaj-iue
A domani sera.
Sergio
da Pressenza del 29/10/2026
Appello dei docenti universitari solidali con le mobilitazioni studentesche e giovanili
di Redazione Italia
A fianco delle nostre studentesse e studenti, dei e delle giovani che hanno manifestato e continuano a farlo per un presente e un futuro radicalmente migliore per tutti e tutte.
Da settimane nelle strade e piazze d’Europa e non solo, giovani donne e uomini, studenti e studentesse, protestano contro la precarietà, la privatizzazione, i tagli allo stato sociale e l’abbandono e desolazione in cui versano le scuole, le paghe da fame, le università sempre più deprivate di fondi, la gentrificazione, l’angoscia per un futuro che per la prima volta da decenni appare più buio di quello della generazione dei genitori e dei nonni. Sotto accusa la corruzione morale e politica delle classi di governo, la complicità con la politica genocidaria israeliana, la militarizzazione del sapere e i massicci investimenti in armamenti e nella “difesa”. A colorare le proteste come di consueto, ormai da almeno tre anni, bandiere palestinesi e keffyah, simboli della centralità della Palestina come paradigma sia simbolico che materiale della brutalità estrema del presente.
Da Parigi ad Atene, da Tirana a Madrid, da Roma a Belgrado, fino al movimento degli “scarafaggi” in India, le nuove generazioni stanno dando una lezione di coraggio, civiltà e speranza, superando le divisioni e gli steccati delle generazioni precedenti attraverso mobilitazioni profondamente trasversali. In India le proteste hanno ironicamente fatto proprio l’insulto classista del governo Modi, che aveva liquidato i manifestanti come “scarafaggi”. Scenario simile in Francia, dove lo slogan del movimento è diventato “Bismillah, c’est les ténèbres”, frase originariamente coniata da un poliziotto che tentava di infiltrarsi nei canali social dei collettivi fingendosi un giovane di origine araba.
La forza di questi movimenti di giovani donne e uomini risiede proprio nella loro trasversalità e conseguente capacità di produzione di una ironia radicale verso l’apparato repressivo e il suo tentativo di criminalizzare il dissenso. Sempre in Francia, lo stereotipo razzista e islamofobo del “giovane arabo-musulmano pericoloso” è stato ribaltato e ridicolizzato: emerge, rovesciata, una soggettività che pone al centro della propria prassi l’intersezionalità e mira ad abbattere le barriere di razza, casta e classe.
Su questo sfondo, risultano non solo gravissime ma anche anacronistiche le dichiarazioni del Ministro della Difesa Crosetto, che il 24 ottobre 2026 per complimentarsi con il collega Piantedosi scriveva sui social: “[Youssef Siher] non è un emarginato ma una persona molto introdotta e che aveva avuto molte più occasioni di lavoro e collaborazioni di gran parte dei suoi coetanei. Da quotidiani ad enti pubblici, ha frequentato il gotha dell’intellighentia [sic!] italiana. E si sono visti i risultati”.
Il profilo a cui il ministro fa riferimento è quello di Youssef Siher – studioso, attivista e giornalista freelance – arrestato con gravissime accuse, tra cui istigazione a delinquere e terrorismo. Dietro la presunta condotta “criminale”, il messaggio di Crosetto appare chiaro: le “seconde generazioni” sono ospiti e devono mostrare gratitudine, non dissenso. Siamo quindi di fronte al tentativo di silenziare un movimento di protesta attraverso una doppia strategia: la criminalizzazione e il razzismo, dove il razzismo come è sempre stato storicamente, produce le sue proprie categorie di “criminali”. Non dimentichiamoci infatti che la macchina di razzializzazione ha sempre prodotto devianti e folli, classificando nelle categorie del malato di mente e/o del reo tutti gli oppressi ed esclusi che intendeva silenziare. In Italia questo processo viene portato avanti con gli innumerevoli decreti sicurezza, il più recente estende le maglie dell’articolo 270-bis c.p. equiparando il dissenso e la protesta, anche radicale, ad atti di terrorismo – una deriva già duramente stigmatizzata da Gina Romero (Relatrice Speciale ONU sui diritti alla libertà di riunione pacifica e di associazione) ed altri giuristi internazionali, che hanno evidenziato come sia il decreto stesso a porsi in contrasto con il diritto internazionale dei diritti umani, e a minare libertà fondamentali di manifestazione ed espressione, con alto rischio per alcune categorie di cittadini e “di minoranze razziali ed etniche, migranti e rifugiati.”
D’altro canto, la repressione assume una connotazione marcatamente razziale nelle parole della leadership politica. La direzione è chiara: una sorta di divide et impera in cui gli studenti considerati “nativi” sono violentemente infantilizzati, manganellati e redarguiti, nel tentativo di sminuire e distogliere l’attenzione dal valore e dalla portata globale dei movimenti di protesta. I giovani e le giovani razzializzate diventano l’oggetto di una vera e propria caccia alle streghe. Sbattuti in prima pagina, indagati e incarcerati.
Di fronte a questo scenario, anziché denunciare l’illiberale torsione della norma, i media mainstream si sono accodati, finendo per normalizzare la retorica criminalizzante e razzializzante del governo. I titoli dei principali organi di stampa hanno cavalcato immediatamente la narrazione inquirente: «La mente del movimento del 17 che inneggia al 7 ottobre», titolava La Repubblica, mentre la RAI batteva: «Chi è Youssef Siher, il ricercatore ritenuto mente del “Movimento 17 ottobre” fermato per terrorismo. Il 30enne è un italiano di seconda generazione, residente a Brescia, di origini marocchine», arrivando a sbattere in prima pagina pure la moglie di Siher, con il crimine di essere “appassionata di Palestina” e “di gestire le pagine instagram e telegram” del “movimento 17 Ottobre”.
Come accademici e accademiche, siamo allarmati e allarmate da questa deriva che echeggia e amplifica il populismo delle destre estreme, distorcendo la vitalità e la legittimità di un movimento intersezionale che rivendica con forza il proprio diritto ad un futuro a partire dalla critica del presente: armi, genocidi, sfratti, salari da fame, precarietà, repressione, distruzione del pianeta.
Siamo allarmate e allarmati di fronte al razzismo non più nascosto ma ostentato del governo e dei media che tentano di isolare i giovani di cosiddetta seconda generazione, rappresentandoli in modo sinistro, come violenti, ignoranti e abbandonati a loro stessi. Lo stesso appellativo dispregiativo di “maranza”, ormai assunto acriticamente come categoria sociologica associata alla presunta criminalità dei movimenti e delle proteste ha, tra le sue possibili genealogie, una origine di stampo razzista. Negli anni ’80 denotava i giovani delle periferie milanesi, spesso del Sud Italia, etichettati come rozzi ed emarginati: ora viene associato ai giovani italiani di origine araba.
Siamo profondamente allarmati e allarmate anche di fronte alla estensione del crimine di terrorismo ad associazioni e forme di protesta che chiedono la fine della violenza coloniale, il rispetto del diritto internazionale, la fine di forme di estrattivismo estreme e dei profitti stellari delle società legate ai complessi militari -razziali- industriali.
Siamo a fianco delle nostre studentesse e studenti, dei e delle giovani che hanno manifestato e continuano a farlo per un presente e un futuro radicalmente migliore per tutti e tutte.
da Il Manifesto del 16/10/2026
Non vogliamo investire in armi. E soprattutto non vogliamo usarle
di Fabrizio Coticchia
Il dibattito sul riarmo si concentra sull’aumento delle spese militari. Raramente la discussione riguarda gli scopi politici per i quali, in Italia e in Europa, sarebbe necessario incrementare i bilanci. Tale aspetto si intreccia poi a una dimensione altrettanto centrale, quanto sottovalutata, la legittimità delle scelte in materia di difesa e sicurezza all’interno della società. Come viene visto, allora, il processo di riarmo dagli italiani? Quali sono le attitudini dei cittadini verso temi quali spese per la difesa, minacce, missioni militari, ritorno della leva o disponibilità a combattere?
Un sondaggio realizzato da YouGov per l’Università di Genova su oltre 1.500 cittadini italiani maggiorenni, alla fine del 2025, consente di rispondere a queste domande. L’indagine (di prossima uscita) affronta molti argomenti. Possiamo qui anticiparne quattro, data la rilevanza per il dibattito politico.
IL PRIMO riguarda la percezione delle minacce. Dovendo individuare le minacce principali alla sicurezza, gli italiani – particolarmente tra i giovani e a sinistra – collocano al primo posto il cambiamento climatico (37,5%), seguito – specie tra gli anziani e a destra – dall’immigrazione irregolare (32,5%). Solo il 19,8% indica l’aggressività russa. Non è vero, però, che gli italiani ignorino la pericolosità della Russia. Metà del campione, infatti, ritiene «possibile» un attacco di Mosca contro un paese alleato. Tuttavia, altre eventuali minacce, come i disastri ambientali, vengono ritenute più pressanti.
IL SECONDO elemento è la contrarietà dei cittadini all’aumento delle spese militari. Solo il 28,2% vorrebbe incrementarle, il 33,9% desidera ridurle e il 25,7% mantenerle invariate. Addirittura, la scelta di spendere di più è vista favorevolmente solo dalla metà degli elettori di Fratelli d’Italia e Forza Italia, e dal 32% di quelli della Lega. Ma come poter finanziare tali aumenti? Solo un’esigua minoranza sceglierebbe i tagli alla spesa o l’incremento delle tasse (rispettivamente l’8,4% e il 5,7%). Anche il piano europeo Readiness 2030, nonostante il sostegno al processo di integrazione europeo (visto positivamente da un’ampia fetta del campione), incontra una forte opposizione: il 44,6% è contrario, mentre solo il 28% appare favorevole.
IL TERZO aspetto, forse il più significativo, è la volontà di combattere. Se l’Italia venisse attaccata da un paese terzo, il 52,5% non sarebbe disponibile a combattere, contro il 31% che abbraccerebbe le armi. Particolarmente interessante è il dato della Lega: solo il 22,5% (una percentuale inferiore a quella di Pd e M5S, che si attesta al 28%) dichiara che combatterebbe per difendere l’Italia nello scenario ipotetico di un’invasione. Persino tra Forza Italia e FdI il dato non supera il 53%.
IL QUARTO e ultimo elemento attiene a organizzazione e missioni delle forze armate (che raccolgono un alto consenso, come istituzione, attorno al 67,5%). Gli italiani appaiono divisi su un possibile ritorno della leva, tra un 45,2% favorevole e un 46,8% contrario. Emerge una frattura generazionale: tra i 18-24enni i favorevoli sono appena il 22,1%, contro il 56,9% tra i 45-54enni, una fascia di età che difficilmente subirebbe i costi di tale scelta. Non abbiamo indagato i motivi di tali posizioni. Per inciso, ho sempre pensato che chi si dichiara favorevole alla leva per «motivi educativi» non avesse grande contezza, non tanto della difesa, ma del concetto di educazione. Certamente il tema – che ha assunto una grande rilevanza in Europa, con riforme avviate in numerosi paesi dopo il 2022 – merita grande attenzione. Altrettanto si può dire di quello che gli italiani pensano delle missioni militari, viste con favore nelle funzioni domestiche – dal contrasto a calamità naturali al supporto alle forze di polizia (approvate rispettivamente all’82,2% e al 67%) – ma assai meno per operazioni di peacekeeping (sostenute solo dal 45,8%). Se il terrorismo è la circostanza che raccoglie il supporto più ampio rispetto all’impiego delle forze armate, quasi il 23% ritiene invece che la forza militare non sia mai giustificata. Gli italiani si dividono, infine, anche sul contesto che garantirebbe al meglio la sicurezza nazionale: un 27,8% preferirebbe che l’Italia perseguisse autonomamente i propri interessi, mentre un 24,3% sceglierebbe il rafforzamento della difesa europea.
Il quadro che emerge dal sondaggio è quello di un paese spesso diviso (in primis a livello generazionale e di appartenenza politica) ma complessivamente riluttante a spendere di più, a inviare militari all’estero, e soprattutto a combattere.
Non ascoltare una generazione elimina le fondamenta della democrazia
31.10.26 - Marco Bizzozero -Pressenza
Più di mille docenti e ricercatori di pedagogia hanno firmato l’appello «Dissentire, partecipare, educare». Tra i promotori, a Bologna, Alessandro Tolomelli, professore ordinario di Pedagogia generale e sociale. Gli autori condannano devastazione e saccheggio, ma osservano che le misure repressive, come l’estensione ai minorenni del fermo preventivo, «intervengono unicamente sulle conseguenze, senza interrogarsi sulle cause profonde», e chiedono che l’università si faccia «sede pubblica di confronto». Perché «una generazione deve poter essere ascoltata prima che il suo disagio diventi emergenza». Condivido ogni pensiero, e vorrei contribuire su ciò che l’ascolto davvero è: la condizione della democrazia e, in profondità, della pace.
Attorno all’empowerment ruota tanta buona pedagogia di oggi, compreso il lavoro di Tolomelli: una crescita che rende l’individuo capace di stare di fronte al mondo e di intervenire su di esso. Se questo è il compito della società verso i suoi giovani, il primo atto è lasciarli esprimere, capire che cosa dicono e riconoscere un valore a ciò che dicono. Riconoscere è la prima pratica di inclusione del giovane nel dialogo politico. Le piazze hanno molte motivazioni, ma una è chiara e non violenta: i ragazzi non vogliono la guerra, il riarmo, la leva. A Bologna il 16 ottobre più di mille studenti sono scesi in corteo contro i tagli all’educazione, il riarmo e il carovita; il 30 ottobre, nello sciopero generale, hanno sfilato accanto ai lavoratori. Dicono che società e che università vogliono: un’altra università, un’altra educazione. Sotto la precarietà e il costo della vita c’è un’angoscia esistenziale che nessun indicatore economico misura. Chi ha diciotto anni è cresciuto con la guerra alle porte dell’Europa, e la sua maggiore età si apre nella prospettiva del riarmo e della leva. Il suo futuro è sotto una spada di Damocle.
Di una protesta ampia, per lo più pacifica, si guarda soltanto l’episodio peggiore. Il gesto di pochi diventa la cifra di tutti, e la risposta diventa penale anziché educativa. Il dibattito si sposta su vandalismo e ordine pubblico, e la domanda dei giovani, la pace, il futuro, la leva, scompare dalla scena. Il danno non è solo la distrazione. Parola che nel suo doppio senso non è la sbadataggine di chi non capisce, è la distrazione della medicina, quella di un legamento che viene stirato. «Trahere», tirare: l’attenzione pubblica con forza, è tirata via dalla domanda dei giovani, e dove si strappa resta il vuoto. L’etichetta di «violento» viene poi spalmata anche su chi non lo è affatto, su chi scende in piazza proprio contro la violenza. Alla richiesta si risponde con un giudizio: siete violenti, dunque ciò che chiedete non ha valore. In psicologia si chiama proiezione: la violenza viene proiettata su chi chiede, e chi chiede non viene più ascoltato. È la struttura antica del capro espiatorio descritta da René Girard. Non è un rito di sangue, e la differenza è enorme, ma in forma attenuata il meccanismo è lo stesso.
Il Sé non nasce da solo. Nasce dall’intersoggettività, cioè dall’essere ascoltati e riconosciuti da un altro e dal riconoscersi in lui. È il primo elemento di strutturazione del Sé, in modo decisivo per una gioventù che sta definendo la propria identità e il proprio senso della vita. Da un Sé strutturato nasce la capacità di scegliere, di dire sì e di dire no, di non lasciarsi manipolare: di dire no, per esempio, alla guerra. Togliere l’ascolto significa dunque colpire i giovani dove sono più fragili. Questa è una violenza innanzitutto esistenziale: colpisce il Sé nel cuore della sua formazione. È anche un importante atto politico. All’origine della democrazia c’è la possibilità, per tutti, di partecipare a un colloquio sociale. Se la parola di una generazione viene trasformata in violenza, il colloquio si interrompe, e con esso la cooperazione. L’ascolto è la preziosa condizione della democrazia, e il non ascolto ne elimina le sue fondamenta.
La guerra uccide i corpi, e questa differenza resta incolmabile. Ma ha la stessa radice di ogni non ascolto: negare l’altro come soggetto, vederlo soltanto come minaccia o come nemico. Si chiama deumanizzazione, ed è la preparazione con cui una società viene portata alla guerra, una manipolazione potentissima, che comincia molto prima delle armi. Occorre smettere di riconoscere nell’altro una persona: se ne prende una sola parte, quella che può offenderci o servirci, e a quel punto colpirlo non pesa più. La vittima viene deumanizzata. È la stessa operazione di ogni discriminazione, una piccola costante guerra quotidiana: si prende una parte e si toglie il tutto. Il razzismo prende in considerazione solo il colore della pelle: siamo all’estremo dell’intelligenza. In una donna violentata l’unica parte presa in considerazione è il suo sesso, la parte che si sta violentando, e la persona, quella che soffre non esiste più. L’omofobia e la transfobia riducono una persona al suo orientamento o alla sua identità, e la costringono alla vergogna; l’abilismo la espone soltanto nella sua disabilità, la xenofobia si ferma alla provenienza, l’ageismo all’età. È ciò che nella mistificazione della protesta accade ai giovani quando vengono dichiarati violenti. l non ascolto dei giovani può essere letto come una possibile preparazione alla guerra, non perché qualcuno voglia necessariamente dichiararla, ma perché l’etichetta di violento toglie credibilità e tutele a chi dice no: rende più facile reprimere domani chi rifiuterà di combattere. Far tacere i giovani, che sarebbero i primi a dover combattere, toglie all’opposizione alla guerra la sua voce più credibile, e il consenso alla guerra si prepara meglio senza resistenze.
Dissentire e partecipare sono diritti. Il terzo verbo, educare, chiede luoghi dove i giovani siano davvero ascoltati e riconosciuti. Propongo un rito sociale scelto, in alternativa alla leva: un percorso di alcuni mesi con educatori messi a disposizione da università e associazioni, fino a un momento pubblico in piazza con le famiglie. È l’empowerment in pratica, e l’opposto del fermo preventivo: là un luogo di costrizione, qui un luogo di scelta e di crescita identitaria integrata nel sociale. L’appello chiede alle università di farsi sedi pubbliche di confronto. Lo raccogliamo: con Essere Utopia e con l’associazione di promozione sociale che stiamo costituendo intendiamo promuovere a Bologna eventi e conferenze-performance su pace e nonviolenza, e ci mettiamo a disposizione dei firmatari per un progetto pilota con una ricerca che coinvolga i ragazzi come soggetti attivi.
Dobbiamo difendere la sanità pubblica
Bisogna prendere dei provvedimenti per difendere la sanità pubblica.
Innanzitutto va applicato l'articolo 32 della nostra bella costituzione
italiana, dove dice che il diritto alla salute sia garantito a tutti i cittadini e ineguale misura. Bisogna applicare la legge 833/78, quella che ha istituito il Servizio sanitario italiano, che stabilisce dei principi e obiettivi per la salute dei cittadini, di prevenzione cura e riabilitazione, su tutto il territorio italiano.
Le Regioni devono mettere in atto meccanismi operativi per attuare i principi e gli obiettivi fissati dalla legge.
Con i soldi che arrivano dall'Europa per la sanità, vanno programmati dei progetti di miglioramento e sviluppo della sanità pubblica per ospedali più efficienti. In queste strutture ci vuole personale a sufficienza e preparato professionalmente, medici e infermieri per fare una buona prevenzione e cura ai cittadini più fragili ebisognosi, potenziando anche l'assistenza domiciliare. Questi servizi servono anche come filtro, per non andare ad intasa-
re i ricoveri in ospedale. È di estrema urgenza mettere mano alla carenza dipersonale nelle strutture ospedaliere e sul territorio italiano, mancano circa 50mila medici, mancano circa 100mila infermieri e anche altro personale bisogna fare subito un piano di potenziamento delle università per preparare un numero sufficiente di medici e infermieri. Poi vanno pagati meglio in base alla loro professionalità, tanti infermieri vanno all'estero perché li prendono più del doppio di quello che prendono qui in Italia. Nella nostra sanità pubblica va investito di più e meglio.
Domani 24 ottobre 2026, Francesco Lena
TU BUSSI ALLA PORTA DEI NOSTRI CUORI
Tu bussi alla porta dei nostri cuori
come chi s'avvicina in punta di piedi:
sei il soffio invitante che fa vivere,
la compagnia che non verrà mai meno.
Noi ci rivolgiamo a Te, proprio a Te, o Dio.
Tu sei più grande di ogni nostra parola,
sei la roccia su cui costruire la nostra casa,
sei la stella da seguire nelle nostre notti.
Con la forza che viene da Te
è possibile cambiare la nostra vita,
rompere anche le più radicate abitudini
e aprire finestre nuove per il futuro.
Crea in ciascuna e ciascuno di noi un io ospitale,
capace di far posto al volto dell'altra e dell'altro,
imparando da Gesù, il testimone del Tuo amore,
a guardare oltre tutte le frontiere.
Tu, aquila amorosa e pastore sollecito,
sollevaci sulle Tue ali oltre i luoghi comuni.
Franco Barbero
da Franco Barbero, “PREGHIERE D'OGNI GIORNO, Pregare e lottare: una sintesi vitale”,
pag. 99, anno 2021