da Tempi di Fraternità di febbraio 2026
Nella vita semplice e dura troverai la strada
di Luigi Giario
Non so se abbia senso invitare alla lettura di un best seller come quello di Javier Cercas "Il folle di Dio alla fine del mondo”. Infatti lo scrittore spagnolo nell'anno appena trascorso è risultato in testa alle classifiche dei libri più venduti nel mondo con un romanzo "verità" in cui racconta il viaggio di Papa Francesco in Mongolia. Tuttavia mi sento di farlo perché mi sembra un buon libro, sotto vari aspetti. Certo non è un capolavoro letterario, anche se l’autore è blasonato, avendo raccolto molti consensi per i suoi scritti e forse questo, dicono, non sia all'altezza degli altri, che peraltro non ho letto.
A me pare un libro molto interessante in quanto vede la chiesa, Papa Francesco e i cristiani, da un punto di vista esterno, senza pregiudizi e senza sconti. Quello dell'autore è lo sguardo dell'ateo anticlericale militante che, facendoci entrare nei meandri del Vaticano, della chiesa e della visita papale in Mongolia, ci offre uno spaccato del cristianesimo osservato, da un lato con disincanto e, dall'altro, con la non celata ammirazione per i tanti cristiani, che ha incontrato e che lo hanno colpito in profondità fino al punto di confidare di essere stato conquistato dall’umanità dei missionari cattolici che operano nella terra di Gengis Khan.
Dopo aver analizzato il pontificato di Francesco (prima della sua morte) con varie interviste ai più stretti collaboratori ed aver interpellato direttamente il papa su di un tema cruciale, quello che assilla la sua amatissima madre, riguardo alla vita eterna, Cercas si concentra sulla fede cristiana vissuta dai suoi interlocutori. Si può dire candidamente che Cercas alla fine del suo straordinario viaggio tra le mura vaticane e in Mongolia è tornato cambiato: “caduti molti pregiudizi sulla Chiesa cattolica, sorpreso da una inattesa "nostalgia di Dio”. Cosa altrettanto sorprendente: dopo aver letto il romanzo nessuno dei più affezionati e laici lettori dello scrittore spagnolo si è sentito di criticare il suo cambio di prospettiva circa la Chiesa cattolica" (così Avvenire).
Al di là dell’enfasi del quotidiano della Cei alla fin fine, per chi crede di credere in Cristo, da queste pagine nasce un insegnamento straordinariamente semplice ed efficace che spesso sfugge agli addetti ai lavori. La forza della fede incarnata fa miracoli e i miracoli sono queste persone eroicamente modeste, (preti, suore e frati, catechisti) che stanno affrontando difficoltà assolutamente straordinarie per dedicare la loro vita agli ultimi della terra in tutti sensi, per provare a rendere un po' migliore questo mondo. E lo fanno in nome della fedeltà al Cristo, senza assolutamente indulgere al proselitismo di alcun genere. In embrione, da questo frammento di chiesa minimale, giunge un insegnamento profetico per gli stanchi fedeli italiani ed europei. Passare dal devozionismo o dall'intellettualismo a, come diceva Turoldo, "farsi pane alla fame degli altri", cercando di mettere, con Balducci "il centro di sé fuori di sé”.
Costoro infatti, molti di origine europea, per alleviare la sorte degli abitanti più sfortunati, affrontano i rigori di un paese climaticamente inospitale (inverni lunghi e gelidi, fino a -40°C ed estati brevi e calde, fino a +30/40°C - con forti escursioni termiche giornaliere), umanamente molto complicato quanto a lingua, cultura, religione; una vita che mette a durissima prova anche le persone più solide e forti.
Un libro ponderoso che tuttavia si legge facilmente e appassiona: cronaca, interviste, osservazioni spicciole, accanto ad altre di notevole spessore, accompagnano la descrizione del paesaggio mongolo e delle sue città, della vita quotidiana vista con gli occhi degli occidentali e degli autoctoni… e una conclusione genuinamente toccante in cui papa Francesco dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, la sua calda, profonda umanità che ancora ci commuove.