lunedì 4 maggio 2026

 

Le operazioni di polizia contro gli scam center in Cambogia e Thailandia hanno spinto le organizzazioni criminali verso lo Sri Lanka. Dove aprono strutture più piccole e mobili.

All'inizio di aprile la polizia dello Sri Lanka ha fatto irruzione in un hotel sul mare a Chilaw, dove ha fermato più di 150 cittadini stranieri che gestivano un'organizzazione di truffe online dall'interno dell'edificio. L'operazione è stata un successo per le forze dell”ordine, ma ha anche confermato quello che molti temevano: l'economia delle truffe, radicata nel sudest asiatico continentale (Cambogia, Birmania e Thailandia), si sta espandendo.

Gli Scam center - estese organizzazioni che sfruttano lavoratori provenienti da decine di Paesi costringendoli a truffare vittime in tutto il mondo, per un importo stimato di 40 miliardi di dollari all'anno - dalla pandemia sono diventati uno dei problemi criminali più rilevanti e difficili da gestire della regione. Ora il fenomeno coinvolge anche lo Sri Lanka. Nei primi tre mesi del 2026 gli arresti nel paese avevano già superato il 50 per cento di quelli effettuati nell'intero 2025. Se la tendenza dovesse confermarsi, il totale annuo potrebbe addirittura raddoppiare.

“Intanto la pressione delle autorità si intensifica in Cambogia. In sole due settimane a febbraio la polizia ha fatto irruzione in 2.709 sospetti scam center, identificando più di 21mila cittadini stranieri che ci lavoravano. Parallelamente è andata avanti l’operazione congiunta tra Phnom Penh e Pechino contro il Prince group, la più grande conglomerata cambogiana (…)  

Internazionale, 24 aprile

Gruppo biblico del martedì, domani 5 maggio


Cari amici e amiche del gruppo biblico del martedì,

Domani sera ci incontreremo alle ore 18:00 per leggere insieme il capitolo 13 del Vangelo di Marco.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.

Questo è il LINK per il collegamento:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A domani.

Sergio

da Domani del 26/04/2026

La Resistenza è dei giovani

Chi teme il popolo in piazza

di Marco Damilano


Le violenze e le intolleranze non possono oscurare una festa di popolo che in tutta Italia coinvolge nel complesso centinaia di migliaia di partecipanti, migliaia di volontari, associazioni, istituti culturali, amministrazioni comunali.

Gli spari di Roma contro il corteo del 25 aprile di Roma, due persone con il fazzoletto dell'Anpi ferite da un uomo in casco integrale e mimetica che ha puntato contro di loro una pistola a pallini, sono arrivati dopo che nei giorni scorsi erano comparse scritte contro i partigiani non troppo lontano dal punto dell'agguato. Fino a quel momento viaggiare in treno da Sud verso Nord ieri mattina per l'Italia immersa nel sole, in una giornata di primavera, aveva significato passare per le città in cui 81 anni fa fu conquistata la libertà, Firenze, Bologna, Reggio Emilia, Modena, Parma, sfiorare Casa Cervi, attraversare l’Appennino tosco-emiliano dei paesi degli eccidi nazifascisti del 1944, Sant’Anna di Stazzema, Monte Sole, Marzabotto, Casaglia, Cerpiano. E’ stato straniante farlo sfogliando i giornali e scoprire che, con l’eccezione di Domani e de La Stampa, nessun giornale aveva dedicato la sua apertura alla festa della Liberazione. Relegata nelle pagine della cultura, come ha scelto di fare il primo quotidiano italiano. Eppure, in tutte quelle tappe, in ognuna di quelle celebrazioni (io ero a Verona), la realtà era completamente diversa. Piazze affollate di giovani, con gli striscioni. Interventi per nulla retorici e tutt'altro che nostalgici, incentrati sull'oggi: la pace nel Golfo, a Gaza e in Cisgiordania, in Ucraina, la necessità di tornare al progetto dell’Europa. Parchi e feste piene di famiglie, di popolo. E, ovunque, ragazze e ragazzi. <<La democrazia non si eredita>>, ha detto efficacemente Irene Lupi, 22 anni, presidente del consiglio studentesco dell’università di Verona, intervenuta in piazza Bra, dopo il sindaco Damiano Tommasi. La Costituzione non si eredita, la Costituzione non si tocca.

Oggi il 25 aprile tornerà sulle prime pagine dei giornali per gli spari di Roma e per le inaccettabili contestazioni di Milano contro la Brigata ebraica e di Roma contro i radicali. Il mondo politico ieri si è diviso, nella condanna del clima d'odio e di violenza che non va certo sottovalutato. Ma che allo stesso tempo non può oscurare una festa di popolo che in tutta Italia coinvolge nel complesso centinaia di migliaia di partecipanti: volontari, associazioni, amministrazioni comunali.

Chi li aveva visti arrivare i ragazzi del 22-23 marzo che hanno votato No al referendum, quelli che secondo i dati post voto sono usciti di casa per difendere la costituzione? Eravamo troppo impegnati a esaltare la festa di Atreju o a intervistare uno ad uno i riformisti del Sì e altri trascinatori di folle. Salvo poi scoprire che <<loro hanno adottato slogan più efficaci e suggestivi, con una diffusione più capillare>>, parola del ministro della Giustizia Carlo Nordio, ieri sul Corriere della Sera. Ben detto, ministro. Ma dopo un’ammissione del genere, il minimo sarebbe fermarsi a riflettere, invece di approvare con l’ennesima fiducia l’ennesimo decreto Sicurezza, con pasticcio incorporato. O cercare di capire cosa si muove in questa Italia che ha votato No, che ieri ha affollato le piazze, che si ritrova nella Costituzione non solo come difesa ma come progetto politico.

<<Nessuna deriva è irreversibile>>, ha scritto ieri su questo giornale il direttore Emiliano  Fittipaldi. C'è qualcosa di misterioso nella determinazione con cui i giovani e giovanissimi abbracciano un documento scritto 80anni fa. E conta poco continuare a misurare con il bilancino le dichiarazioni annuali di Giorgia Meloni, le millimetriche prese di distanza dal passato fascista che non sono posizioni politiche di spessore strategico, ma mosse tattiche per far passare la giornata (il 25 aprile). La questione politica, e perfino elettorale, si sposta da un’altra parte, ovvero come superare il distacco che c’è tra questo nuovo patriottismo della Costituzione, fiero, orgoglioso, per nulla sulla difensiva, e i partiti che dovrebbero rappresentarlo. I leader sembrano esterne consapevoli. Giuseppe Conte, forse per la prima volta, si è detto antifascista. Elly Schlein, a Sant'Anna di Stazzema, in un discorso più volte spezzato dall’emozione di fronte ai superstiti della strage, ha rivendicato i valori della Costituzione da attuare come il vero programma che il centrosinistra dovrebbe mettere in campo. E’ l’inizio. Ma il risveglio della primavera 2026 dimostra che il 25 aprile non è morto e che la Costituzione non è un cimelio da riporre in museo, una fissazione da nostalgici. Non è neppure una teca da difendere. Non si teme la Costituzione storica, ma la Costituzione viva e vitale, ancora in grado di mobilitare. E’ questo che fa paura.


da Internazionale del 30/04/2026 

Gli Stati Uniti paese arrabbiato

di Manuela Honsig-Erlenburg, Der Standard, Austria

 

I toni concilianti non sono durati molto: il giorno dopo aver invitato gli statunitensi a "mettere da parte le differenze", il presidente Donald Trump ha attribuito al pericoloso "clima d'odio alimentato dai democratici" le responsabilità della sparatoria alla cena del 25 aprile a cui partecipavano i giornalisti accreditati alla Casa Bianca.

Soprattutto nei distretti elettorali contesi, i repubblicani in campagna elettorale sono andati a nozze con le affermazioni del presidente, che gli hanno fornito gradite munizioni contro gli avversari democratici, equiparati automaticamente alla "sinistra radicale". Il messaggio è che, rappresentando Trump come una minaccia per la democrazia, i democratici abbiano alimentato per anni un clima di violenza.

Le somiglianze con le strategie attuate dopo l'uccisione di Charlie Kirk e dopo i due falliti attentati contro Trump durante la campagna elettorale del 2024 sono evidenti. I presunti moventi degli attentatori, come anche quelli - non ancora chiariti - dei fatti del 25 aprile, non sembrano di natura partitica.

Ma Trump e i suoi non hanno perso tempo alla ricerca di prove oggettive. Del resto, in campagna elettorale oggi basta e avanza diffondere accuse sui social media: provocare caos e conflitti è la base della strategia trumpiana in politica interna ed estera. E se il caos non c'è, basta affermare che ci sia, come è diventato evidente con gli interventi dell'Ice.

Del fatto che Trump rappresenti un pericolo per la democrazia statunitense, però, ci sono prove in abbondanza. Nel suo ultimo rapporto sulla democrazia, uscito nel 2025, Varieties of democracy, un istituto legato all'università di Göteborg, in Svezia, ha descritto come sotto la presidenza Trump gli Stati Uniti abbiano cessato di essere una "democrazia liberale": i diritti civili, l'uguaglianza davanti alla legge, la libertà d'opinione e la libertà di informazione hanno toccato il punto più basso da sessant'anni a questa parte.

Con Trump gli Stati Uniti si sono trasformati in un paese arrabbiato e attraversato da conflitti irrisolvibili. La situazione non sembra affatto in via di miglioramento, visto l'enorme vantaggio che i potenti traggono dal continuo caos: la confusione, infatti, distrae sistematicamente dagli errori politici e dalle questioni scomode e, soprattutto, dalla mancanza di politiche costruttive. In un quadro simile ogni tentativo di conciliazione è per forza controproducente».


da Il Fatto Quotidiano del 25/04/2026

“Sembrare divisi per compattarsi”: 

è la strategia sciita

di Farian Sabahi


Secondo Iran International sarebbero state le spaccature interne alla leadership iraniana a ritardare la ripresa dei colloqui tra Iran e Usa nella Capitale pakistana Islamabad. Le fonti parlano di tensioni tra alleati del presidente iraniano Masoud Pezeshkian e persone vicine all’ufficio della guida suprema Mojtaba Khamenei, che all’ultimo minuto avrebbero fatto saltare la partenza della delegazione iraniana alla volta della Capitale pakistana. La guida suprema era stata gravemente ferita in un attacco israeliano che aveva ucciso suo padre il 28 febbraio, all’inizio della guerra, ma lui è “pronto e attivo”, riferisce il New York Times. Secondo altre fonti, comunicherebbe attraverso i pizzini.

Che Mojtaba Khamenei sia mutilato e incapace di parlare, poco importa. In decenni nella stanza dei bottoni, ha tenuto le fila del potere senza rilasciare interviste e senza mostrarsi in pubblico. È il figlio di Ali Khamenei, soprannominato l’ali del Suo Tempo (ovvero il primo iman e l’unico legittimo discendente del profeta Maometto). Nell’immaginario sciita, laddove non si mostra al popolo, Mojtaba equivale al-mahdi, il dodicesimo imam andato in occultamento. Per gli sciiti è il Messia atteso, che riapparirà alla fine dei tempi per instaurare giustizia e pace. Nato nel IX secolo, si crede sia entrato in occultamento per volontà divina, rimanendo in vita e guidando la comunità sciita pur non mostrandosi.

Oltre a Mojtaba, chi comanda a Teheran? I riformatori – l’ex presidente Mohammad Khatami, Mehdi Karrubi, Mir Hossein Mussavi – erano stati messi a tacere anni fa. I moderati, l’ex presidente Hassan Rouhani e il suo ministro degli Esteri, Javad Zarif, non hanno ruoli pubblici. Decapitata la vecchia leadership – vecchia anche come età anagrafica – nei bombardamenti del 28 febbraio e nei successivi omicidi mirati, la Repubblica islamica viene ora governata da un’oligarchia di pasdaran della stessa generazione come il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Ghalibaf (classe 1961), il capo dei pasdaran Ahmad Vahidi (1958), il ministro degli Esteri Abbas Araghchi (1962). Oltre che dall’adesione all’ideologia khomeinista, sono accomunati dalle esperienze nella rivoluzione del 1979 e nelle trincee durante la guerra imposta dall’iraq (1980-88), nonché da un profilo accademico.

Questi personaggi hanno lauree, master e dottorati. Il loro percorso intreccia sapere tecnico e visione militare: la guerra non è soltanto scontro militare, ma qualcosa di ben più complesso. Potrebbero sembrare divisi, potrebbero sgomitare per accaparrarsi maggior potere, ma nella situazione attuale fanno di necessità virtù: serrano i ranghi, consapevoli che in ballo non c’è soltanto la sopravvivenza della Repubblica islamica, ma la propria vita e quella dei propri famigliari. Difficilmente, infatti, l’attuale leadership potrebbe trovare scampo in un altro Paese, se non forse in Russia. Detto questo, mettere l’accento sulle presunte divisioni interne è nell’interesse dell’attuale leadership di Teheran. L’obiettivo è prendere tempo. E quindi utilizzare una tattica per contrastare quella del presidente statunitense Donald Trump, improntata alla fretta.

Alla guida del regime c’è l’oligarchia dei pasdaran, unita dalla politica e dall’età anagrafica

Fingere di essere divisi, e quindi mentire, è tipico della dottrina musulmana sciita laddove è a rischio la propria sopravvivenza, come in questo caso. Il termine arabo è taqiyah, con cui si intende la negazione precauzionale del credo religioso di fronte a una potenziale persecuzione. Un concetto enfatizzato proprio dai musulmani sciiti, che da sempre sono soggetti a persecuzioni periodiche da parte della maggioranza sunnita. Il concetto si basa sui versetti del Corano, nonché sugli hadith, sulla letteratura tafsir e sui commentari giuridici. Se è a rischio la propria sopravvivenza, agli sciiti è consentito anche mentire sulla propria fede, rinnegandola. Dopotutto, la sura coranica 16 versetto 106 recita: “Chi rinnega Dio dopo aver creduto, è perso; eccetto coloro che vi sono stati costretti a forza, ma il cuor loro è tranquillo nella fede”.


da Il Manifesto del 26/04/2026

Quei 160 studenti palestinesi ancora intrappolati a Gaza

di Sara Awad


Circa 160 studenti palestinesi di Gaza hanno ottenuto borse di studio per studiare nelle università italiane, un’opportunità semplice, lineare che però si è trasformata in uno dei percorsi più difficili da realizzare in tempo di guerra. Ragazzi e ragazze si sono guadagnati il loro posto qui in Italia, ma quei posti sono vuoti. A lasciarli così sono i confini chiusi. Sono stati selezionati, ma stanno ancora aspettando un’evacuazione che non si sa quando arriverà.

L’Italia ha già condotto diversi studenti palestinesi da Gaza passando per la Giordania, nell’ambito dell’iniziativa dei «corridoi universitari» lanciata dal governo italiano lo scorso maggio. Il programma ha riunito istituzioni come le università di Torino, di Siena, di Milano, insieme a molte altre, in uno sforzo coordinato.

Insieme, hanno offerto più di semplici borse di studio: offrono una via d’uscita, una possibilità di riprendere il proprio percorso di studi e ricostruire le proprie vite al di là dei limiti loro imposti. Io sono una di loro: una studente che una borsa di studio ha condotta in Italia di recente per iniziare a vivere questa nuova realtà.

SONO ARRIVATA attraverso il programma Iupals nel dicembre 2025, dopo mesi di attesa, ansia e incertezza. Vivevo in uno spazio sospeso tra due realtà: un futuro per cui avevo lavorato e una realtà che temevo, tra speranza e disperazione, tra paura e sicurezza. Alla fine, tutto si è ridotto a un unico momento. Una sola telefonata ha deciso la strada: la chiamata dall’ambasciata mi ha portato quel senso di sollievo che aspettavo da troppo tempo. Ma altri 160 studenti sono ancora in attesa, con la vita in sospeso nella speranza che il giorno dopo possa finalmente essere quello in cui raggiungeranno l’Italia.

Sono in contatto con molti di loro. Conosco i loro nomi, i loro volti, le loro storie. Ricevo spesso messaggi da loro, in cui mi chiedono con silenziosa speranza se so qualcosa sull’evacuazione, se è vicina o ancora lontana. «Sono stanca, stanca di aspettare quella misteriosa telefonata – mi ha detto al telefono Saja, una studente borsista – Sto per perdere la speranza di partire». Molti studenti condividono lo stesso senso di sfinimento. Sono logorati dall’attesa della riapertura del corridoio di evacuazione. Da dicembre non ci sono state altre partenze.

L’ambasciata italiana ha già coordinato evacuazioni del corridoio universitario. Ciò dimostra che ulteriori evacuazioni, seppur si tratti di un processo impegnativo, sono possibili: se ne potrebbe organizzare una nuova per i restanti 160 studenti. Non sono solo un numero: sono 160 futuri a rischio, 160 sogni costruiti con cura nel corso degli anni, ora sospesi dopo aver ricevuto borse di studio che un tempo promettevano speranza. La maggior parte di loro ha perso la propria casa. Alcuni hanno perso intere famiglie. Altri le loro università. Le borse di studio che hanno ottenuto in Italia rappresentano la loro ultima via di fuga da una realtà a Gaza che è sempre più insopportabile. È doloroso scrivere queste parole sulla mia terra. Un tempo speravo che Gaza offrisse il miglior ambiente per l’istruzione.

GLI STUDENTI si sono guadagnati queste borse di studio vivendo in condizioni inimmaginabili: alcuni hanno sostenuto i colloqui all’interno di tende, sotto il caldo estivo e in circostanze tutt’altro che stabili o umane. Anch’io ho seguito lo stesso percorso. So come ci si sente. «La mia vita è bloccata. Non riesco ad andare avanti», mi ha detto al telefono Mohammad, un altro studente borsista. Ha ragione. La vita a Gaza, già insopportabile, è ancora più difficile con il peso di una speranza costantemente rimandata: aspettare un futuro che sembra vicino, ma che rimane fuori portata.

Ma per Mohammad e gli altri studenti, la fiducia nel potere delle parole e dell’impegno sociale rimane viva. Il 14 aprile si è tenuta una conferenza al parlamento italiano per discutere della questione. C’ero anche io, con la deputata Gilda Sportiello, l’editrice Anna Giada Altomare, il cooperante Gennaro Giudetti e il professore Matteo Napolitano. Non parlavano solo in qualità di funzionari o personaggi pubblici, ma come persone che esprimono fede nella libertà, nella dignità e nella giustizia. Ho scattato foto e le ho inviate a coloro che sono ancora intrappolati, dicendo: «Non vi dimentichiamo».

LA STORIA di questi 160 studenti non riguarda solo un percorso scolastico interrotto, ma un accesso diseguale alla sopravvivenza. La differenza tra restare e partire può stravolgere un’intera vita. Eppure, posso affermare con certezza che quegli studenti continuano ad aggrapparsi alla speranza. Aspettano, controllano i loro telefoni, custodiscono i documenti e si preparano mentalmente a dire addio alle loro famiglie, non perché siano straordinari o indistruttibili, ma perché non hanno altra scelta. Andarsene o rimanere intrappolati.

Scrivo spinta da un senso di responsabilità dopo essere arrivata in Italia, determinata a non lasciare che coloro che sono rimasti indietro restino inascoltati o dimenticati. Per assicurarmi che non vengano cancellati dal silenzio. Ai 160 studenti che stanno ancora aspettando: spero di vedervi presto in Italia, con un nuovo inizio davanti a voi.


domenica 3 maggio 2026

 

 

Cile

La stretta del presidente contro i migranti

Manoella Smith, Folhade S“.Paulío, Brasile

Il leader cileno di estrema destra José Antonio Kast ha avviato un  programma per espellere gli stranieri senza documenti, che vivono nella paura e sempre più spesso sono vittime di xenofobia

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Tra 133 giorni gli immigrati illegali lasceranno il nostro paese. Se non lo faranno volontariamente , li andremo a prendere”. Lo ha detto Iosé Antonio Kast nel 2025, quando, era solo candidato alla presidenza del Cile. Oggi, a poco  più di un mese dal1'inizi/o del suo mandato, il presidente di estrema destra vuole  mantenere quella promessa. Gli immigrati che vivono nel paese ci hanno' racconta-  to di una quotidianità fatta di paura e incertezza.

È diffusa la sensazione che la xenofobia sia in aumento e che il governo si serva degli stranieri come capri espiatori per i problemi del paese. Il venezuelano Roberto Delgado Gil, 41 anni, vive in Cile dal 2016 e gestisce un'azienda di consulenza per immigrati. Secondo Gil in tanti hanno già deciso di lasciare il paese o stanno  pensando di farlo.

“Negli ultimi anni molti politici cileni hanno associato l'aumento della criminalità alla presenza degli stranieri e la stigmatizzazione nei loro confronti è aumentata. Anche chi vive nel paese da anni, come me, se ne accorge. Per strada abbiamo paura di essere giudicati per l’accento o l’aspetto fisico”, dice.

Secondo Gil la campagna elettorale di Kast e le sue prime decisioni hanno peggiorato un clima già pesante. Da quando  è stato eletto, 2.180 venezuelani hanno lasciato il paese. Il 16 aprile un aereo è  partito da Iquique, nel nord, diretto in Bolivia, Colombia ed Ecuador con quaranta migranti a bordo. Le autorità hanno reso noto che è solo “il primo di molti voli” di questo tipo. Quindici persone sono state espulse perché accusate di furto e  traffico di droga, le altre 25 avevano avuto  procedimenti amministrativi, hanno riferito fonti governative. Appena insediato Kast ha ordinato la costruzione di muri (….)

Per la destra gli immigrati, specialmente i venezuelani, sono colpevoli di  sequestri, omicidi e ogni crimine immaginabile”, accusa Clara.

In base alla legge cilena l'ingresso senza documenti nel paese è un'infrazione amministrativa, non un reato. Quindi molte persone si autodenunciano alle autorità e chiedono di regolarizzare la propria posizione. “Ricevono un visto temporaneo di otto mesi, rinnovabile.  Questo sistema facilita l'accesso all'impiego e ai servizi, ma rispetto al totale delle persone che arrivano in pochi proseguono l’iter della regolarizzazione”,  spiega Gil.

Internazionale, 24 aprile -2026    

da Il Manifesto del 29/04/2026

Il decreto per i lavoratori è solo l’ennesimo bluff

di Luciana Cimino


Se negli anni scorsi le misure per il Primo maggio venivano annunciate da Giorgia Meloni attraverso video sui social, questa volta la premier ha deciso di presentarle in una conferenza stampa a Palazzo Chigi. Con tanto di domande dei giornalisti, modalità che lei di solito non preferisce.

«MISURE CONCRETE, senza propaganda», ha detto la presidente del consiglio. Affermazioni entrambe esagerate. Per la foto di rito ha scelto, infatti, di essere affiancata da due ministre, Elvira Calderone e Eugenia Roccella. Il ruolo della prima, titolare del Lavoro, nel decreto è evidente, poco comprensibile sembra, invece, la vetrina offerta alla ministra della Famiglia e della natalità. Se non per comunicare visivamente che il governo ha a cuore la sorte delle donne (che devono essere in condizioni di avere tempo per procreare) oltre che dei giovani. Abbandonata la tentazione di agevolare le sigle minori che spesso offrono contratti al ribasso (come voleva il sottosegretario leghista Claudio Durigon, già segretario del sindacato di destra Ugl), il decreto prevede esoneri contributivi su Zes, zone economiche speciali, e giovani sotto i 35 anni. Naturalmente sotto forma di bonus, così come le misure per le donne: i datori di lavoro che le assumono avranno sgravi fiscali. Prevista una spesa di 934 milioni di euro per una platea stimata di 4 milioni di lavoratori.

NULLA DI RIVOLUZIONARIO, anche perché la situazione economica è quella che è, con la produzione industriale in caduta libera dall’insediamento del governo, settori industriali in crisi e quasi 150 vertenze aperte che mettono a rischio 138.469 mila lavoratori. Nonostante le letture parziali dei dati Istat sull’occupazione, Meloni ha capito, e il voto al referendum glielo ha confermato, che il tema del lavoro e dei salari mangiati dall’inflazione è urgente. Per questo l’obiettivo del decreto di quest’anno era anche disinnescare la proposta delle opposizioni sul salario minimo. La premier preferisce parlare di «salario giusto» parametrato sui «contratti collettivi nazionali stipulati da sindacati e imprese». «Chi sottopaga i lavoratori non avrà incentivi – ha detto la premier – questo è il modo migliore per ringraziare gli italiani che ogni giorno contribuiscono con il loro lavoro a fare grande la nostra nazione».

E Calderone ha difeso la scelta, che «rappresenta un attento ascolto delle istanze del mondo datoriale e sindacale: non solo le interlocuzioni ci sono ma il governo ascolta», ha aggiunto la ministra per smorzare i toni di Meloni, la cui retorica non ha tradito l’avversione per le organizzazioni dei lavoratori «che a volte hanno posizioni pregiudiziali», ha affermato rispondendo a una domanda sul mancato confronto con i sindacati. Sui rider però l’ascolto deve essere stato meno «attento»: è passata la norma che, se guidato da un algoritmo delle piattaforme di consegna cibo, il rapporto si presume dipendente, salvo prova contraria. Ma per «punire il caporalato», in particolare il traffico di falsi account, viene imposta al lavoratore l’autenticazione tramite Spid o Cie. Misura bocciata dai sindacati: comporta un aumento delle spese per i rider.

SI NOTA DI PIÙ quello che manca nel testo scritto da Calderone e limato fino all’ultimo minuto dal consiglio dei ministri. È stata espunta la norma sulla retroattività degli aumenti di stipendio stabiliti dai rinnovi contrattuali. La misura avrebbe assicurato ai lavoratori il pagamento degli arretrati, incentivando Confindustria a rinnovare rapidamente i contratti perché lo stallo diventerebbe svantaggioso per i datori di lavoro. Previsto l’aumento automatico in busta paga pari al 30% dell’inflazione dopo dodici mesi dalla scadenza del contratto nazionale di ciascuna categoria.

«UN’ALTRA operazione di propaganda, mentre i salari diminuiscono e le pensioni vengono erose dall’inflazione – ha commentato il senatore del Pd Francesco Boccia – La verità è che Meloni e il ministro Giorgetti non hanno un’idea per la crescita del paese e per aiutare famiglie e imprese». Entusiasta invece l’Ugl come anche la Cisl, che dopo anni di luna di miele con il governo si era allontanata, tornando nella triplice, proprio per le indiscrezioni sul decreto lavoro. Tutto dimenticato: «Siamo molto soddisfatti, ci sono elementi da noi richiesti», ha detto la segretaria generale del sindacato di via Po, Daniela Fumarola.


da Domani del 26/04/2026

La violenza rovina la festa della Liberazione. 

Spari contro l’Anpi, lite sulla Brigata ebraica.

di Lisa Di Giuseppe


Due feriti, una festa di popolo e piena di giovani rovinata. È questo il bilancio di un 25 aprile che nasceva in un clima di speranza, con un incoraggiamento potente di Sergio Mattarella. Poi, a macchiare le celebrazioni, il corteo pacifico di parco Schuster, un uomo in mimetica che con un casco integrale prende una pistola ad aria compressa e fa fuoco su una coppia di manifestanti con tanto di fazzolettone dell’Anpi al collo. E, a Milano, un brutto scontro tra i pro Pal nel corteo e la Brigata ebraica, che alla fine ha dovuto lasciare il corteo scortata dalla polizia dopo che lo spezzone è stato a lungo bloccato da centinaia di manifestanti al grido di “assassini”, “fuori” e “Palestina libera”. «Uno ci ha detto: “Siete solo saponette mancate”», ha riferito l'esponente del Pd Emanuele Fiano. «Questo è il corteo in cui si difende la libertà di tutti. Poi ci sono estremisti che assegnano la libertà a chi vogliono loro». Nel frattempo, a Varese, una ventina di militanti dei Do.Ra non hanno rinunciato a omaggiare con il rito del presente i «camerati uccisi dal nemico mentre combattevano per la patria», ossia i repubblichini di Salò. Un riconoscimento nel solco del pensiero ribadito alcuni giorni fa dal presidente del Senato, Ignazio La Russa.

Degli spari a Roma sud si sa ancora ben poco. I due manifestanti colpiti, si sono detti comprensibilmente «scossi» dopo aver lasciato il commissariato di via Colombo. Il primo a intervenire è stato il leader di Avs Nicola Fratoianni, che parla di un «episodio di gravità assoluta». «Si tratta di un ulteriore episodio di una lunga serie di intimidazioni, minacce, atti di violenza di segno fascista che da troppo tempo si stanno verificando nel paese. Nessuna impunità, nessuna sottovalutazione può essere accettata in uno Stato democratico».

«Dovrebbe essere la festa della democrazia. E invece quest’anno è stata segnata da episodi di violenza». Mentre Il sindaco dem di Roma Roberto Gualtieri si augura «che venga fatta piena luce al più presto su quanto accaduto e che i responsabili di questo gesto vile e vigliacco siano assicurati alla giustizia». Anche per il presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, impegnato nelle celebrazioni in Campania, «vanno condannati gli episodi di intolleranza e agli insulti per impedire di manifestare alla Brigata ebraica a Milano e va condannata l’aggressione folle a Roma». Da destra, Matteo Salvini esprime solidarietà alla Brigata ebraica e auspica: «Il Pd rifletta sui propri compagni di piazza». Antonio Tajani condanna la violenza ed esprime solidarietà ai due iscritti Anpi. A sera Giorgia Meloni attacca: «Se questi sono quelli che dicono di difendere libertà e democrazia, direi che abbiamo un problema». Senza citare però gli spari di Roma.

Quel che resta, a posteriori, è l’amarezza dell’ombra di un clima di tensione assoluto su una celebrazione animata dai giovani e fatta propria anche dalle nuove generazioni. Gli stessi, almeno in parte, che sono corsi alle urne il 23 marzo per votare “No” al referendum sulla riforma della giustizia voluta dalla destra. Come in quel caso, non un popolo attribuibile in maniera organica al campo largo, ma di certo un elettorato che si sente vicino alla Costituzione repubblicana ed è pronto a scendere in piazza per  celebrarla e ad andare ai seggi per difenderla.

LA LINEA DEL COLLE

«Ora e sempre resistenza». Sergio Mattarella nel suo discorso di San Severino Marche ha invece messo paletti fermi sul perimetro dei festeggiamenti nel giorno della Liberazione. «È questo che celebriamo il 25 aprile: la festa di tutti gli italiani amanti della libertà» ha detto il capo dello Stato, che ieri mattina ha iniziato le celebrazioni assieme alle altre principali cariche dello Stato. Che, nel caso di Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, hanno iniziato a fare politica raccogliendo l’eredità di coloro che il presidente della Repubblica nel suo discorso marchigiano ha chiamato «zelanti complici fascisti» del «dominio hitleriano».

Le parole arrivano al termine di settimane complicate per il centrodestra, così tanto impegnato a ritrovare un baricentro interno da perdere di vista la strategia parlamentare e incartarsi in un brutto pasticcio sulla conversione del decreto Sicurezza alla Camera. Un impasse talmente grave che ha aumentato anche la tensione con il Quirinale, dove Mattarella alla fine ha contestualmente promulgato la legge Sicurezza ed emanato il decreto correttivo dell’emendamento sull’assistenza legale ai migranti. La firma del Colle è arrivata, anche se qualcuno delle opposizioni – disciplinate nel loro ostruzionismo parlamentare fino a poche ore dalla scadenza del testo – sperava che ci potesse essere un’esitazione maggiore. Ma le parole del capo dello Stato nette e ferme dimostrano che il Colle non ha intenzione di fare sconti a palazzo Chigi. «La Resistenza fu esperienza che ebbe a donare alla Repubblica personalità e classi dirigenti di spessore» ha detto ancora Mattarella, ricordando Carlo Alberto Dalla Chiesa, Enrico Mattei e Sandro Pertini e passando in rassegna episodi che hanno segnato la lotta partigiana nelle zone intorno a San Severino.

«A muoverci non è un sentimento celebrativo di maniera. Tanto meno la pretesa di una storia scritta in obbedienza ad astratte posizioni ideologiche. A muoverci è amor di Patria» ha continuato. Parole di fronte a cui la definizione riduttiva di «fine dell’oppressione fascista» che si ritrova nel comunicato della premier sembra ancora meno incisiva.


da Internazionale del 30/04/2026

Irresponsabilità nucleare

di Stephane Bussard, Le Temps, Svizzera 


I cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Cina, Francia, Federazione Russa, Regno Unito e Stati Uniti), gli unici "autorizzati" dal Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari (Tnp) a possedere l'atomica, lo avevano già affermato in una dichiarazione del gennaio 2022: "Una guerra nucleare non può essere vinta e non dev'essere mai combattuta".

Oggi il Tnp, al centro di una conferenza di revisione che si svolge a New York dal 27 aprile al 2 maggio 2026, è l'ultimo accordo che impedisce una corsa sfrenata a dotarsi di ordigni nucleari. Dalla sua entrata in vigore, nel 1970, il trattato ha permesso di limitare fortemente la proliferazione di un'arma di distruzione di massa di cui purtroppo conosciamo bene gli effetti, grazie all'orrore suscitato dal ricordo di Hiroshima e Nagasaki. Il Tnp regge ancora, ma è pesantemente indebolito.

Il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato che non userà armi atomiche contro l'Iran, ma la nota instabilità dell'inquilino della Casa Bianca non lascia presagire niente di buono.

La Russia, intanto, ha minacciato a più riprese di ricorrere all'arma nucleare in Ucraina, mentre la Cina continua a portare avanti la sua strategia di "rimonta" e ha annunciato che nei prossimi anni raddoppierà le dimensioni del suo arsenale.

La responsabilità ricade prima di tutto sulle potenze nucleari "legittime'", che non mantengono l'impegno verso il disarmo sancito dal trattato. Qualcuno potrebbe sorridere dell'orologio dell'apocalisse, sviluppato nel 1947 da alcuni scienziati dell'università di Chicago, ma in realtà quell'iniziativa ha un merito: ci dimostra che il pericolo che incombe sull’umanità non è mai stato così grave.


da Domani del 01/05/2026 

LE STORIE SOMMERSE DEL PRIMO MAGGIO

di Francesca Fulghesu e Sara Ramzi

I dimenticati: Operai invisibili anche da morti

Le vittime straniere spesso restano fuori dalle statistiche ufficiali.

Sono persone senza contratto, a volte anche senza documenti.

Fantasmi che faticano a ricevere persino una sepoltura dignitosa.


da Domani del 01/05/2026 

DIARIO DALLA SPEDIZIONE VERSO LA PALESTINA

di Chiara Sgreccia


La Flotilla tra paura e diritti calpestati

”Israele ci sta attaccando, è pirateria”

 

Ora le imbarcazioni navigano verso Creta. L'assalto della Marina di Tel Aviv in acque internazionali vicino a quelle greche.

Dopo l'intervento 19 barche alla deriva. Altre sono in salvo in territorio europeo. 

Prossimo obiettivo: nuova rotta verso Gaza


da Domani del 01/05/2026 

Dall’opposizione a Meloni, coro contro Tel Aviv per l’assalto alla Flotilla

di Daniela Preziosi


«Violenza inaudita, ora basta» Tutti in piazza per gli attivisti.

Protesta di Pd, M5s e Avs nelle aule: via l'ambasciatore israeliano e fine della cooperazione.

Scotto: «L'Europa è stata umiliata, Bibi pirata nel Mediterraneo». Cortei in tutte le città.