martedì 19 maggio 2026

da Giorni Nonviolenti 2026

Danzare la Vita è…


Sciogliere le mani, uscire verso l’altro, custodirlo nella sua alterità;

muovere i piedi, camminare verso un bene più profondo:

diventare sentinelle della notte, custodire il mistero da cui nascono

sempre nuove giornate di sole, di fiori, di sorrisi;

sentire una profonda nostalgia del Cielo;

seguire la musica  della vita di Gesù;

contemplare e custodire la Croce;

non rinunciare a lottare, e danzare senza fine la danza del perdono.


da Il Manifesto del 08/05/2026

Schlein a Toronto con Obama: «Meloni cadrà come Orbán»

di Andrea Carugati


Dopo Barcellona, l’abbraccio sul palco con Pedro Sanchez e Lula, Elly Schlein torna a un meeting progressista fuori dall’Italia. Stavolta è toccato a Toronto, al Global progress action summit, dove ha incontrato Barack Obama e il presidente canadese Mark Carney.

CON OBAMA È STATA una prima volta. Schlein gli ha raccontato della sua partecipazione come volontaria alla campagna per la rielezione nel 2012, lei era in prima fila a Chicago per il discorso della vittoria. L’ex presidente è rimasto stupito, l’ha incoraggiata come «giovane leader», e del resto lui stesso è approdato alla Casa Bianca a 47 anni. Un incontro importante per Schlein, per il suo progetto di darsi un profilo internazionale, ben inserito nella nouvelle vague progressista, che non esclude anche rapporti atlantici con i leader schierati contro Trump. «È la seconda volta che partecipo al Global summit, l’anno scorso a Londra. Al centro, come ricostruire un ordine internazionale che i sovranisti stanno cercando di smantellare per sostituire il diritto internazionale con la legge del più forte e del più ricco», ha spiegato la leader Pd. «È una preoccupazione condivisa con tante altre personalità e forze politiche progressiste di tutto il mondo. Ho ringraziato il premier Carney per le parole che ha detto in Armenia la settimana scorsa, quando ha affermato che l’ordine internazionale sarà ricostruito a partire dall’Europa. Qui si discute di come rimettere al centro la pace, il dialogo e la cooperazione».

NEL SUO INTERVENTO, ieri pomeriggio, Schlein ha ricordato la recente vittoria del no al referendum in Italia. «Per un periodo queste destre sono sembrate impossibili da battere, e invece si può fare con la nostra agenda e i nostri temi che riguardano la vita reale delle presone, i salari. C’è una buona notizia che arriva dall’Europa: Orban ha perso, non governa più. E io penso che come lui cadranno Trump e Meloni». «In Ungheria giovani e donne hanno fatto la differenza, e così è successo al referendum in Italia. Le cose stanno cambiando, le destre stanno fallendo sulle politiche economiche e sociali. Il tempo delle destre nazionaliste è finito. Non risolvono i problemi delle persone. Se guardo all’Italia la produzione è a zero, la crescita è a zero e i costi dell’energia sono i più alti. La propaganda del governo in Italia ha sbattuto contro la realtà della condizione di vita delle persone».

SCHLEIN ASSICURA CHE, nonostante Trump, «sarà possibile ricostruire un ordine internazionale, che non sarà quello di prima che non è riuscito a soddisfare le esigenze di tutti, ma uno nuovo, fondato su pace, solidarietà, cooperazione e giustizia sociale». «Non rinunceremo al rapporto e all’amicizia con il Canada o gli Stati Uniti solo perché c’è un presidente che sta ostacolando ogni giorno questo rapporto, le relazioni atlantiche resisteranno». E se si è commesso l’errore di dare per scontate democrazia e pace, «ora che i nazionalisti di destra le stanno mettendo a rischio abbiamo l’opportunità di dimostrare che la pace, la democrazia e la cooperazione funzionano meglio per tutti i cittadini perché possono offrire risultati migliori per tutti».

PER LA SEGRETARIA DEM è fondatale il ruolo dell’Ue. «Ci siamo per fare la nostra parte, che significa un salto nell’integrazione europea, con le cooperazioni rafforzate e gli investimenti comuni. Se Trump costruisce muri, l’Europa può costruire ponti, portare pace e costruire dialogo. Lo faremo con i tanti partner traditi dai dazi del presidente Usa come Canada, Australia e Giappone». In Canada Schlein ribadisce la ricetta già illustrata a Barcellona: «Le destre portano caos, guerre, muri, recessione: sta a noi progressisti ricostruire pace e tranquillità per le persone». Parole d’ordine che sono ormai diventate il cardine del discorso della leader Pd, sempre più proiettata (primarie permettendo) verso la sfida a Meloni del 2027.

da Il Fatto Quotidiano del 14/05/2026

Flotilla, oggi si salpa: le 54 barche subito a rischio abbordaggio

di Alessandro Mantovani


“No, non posso, il governo norvegese non è quello spagnolo, sono palestinese e rischierei troppo” allarga le braccia Susan Abdullah, insegnante e traduttrice, riparata in Norvegia da Gaza e oggi membro dello Steering Committee della Flotilla. È appena finita la conferenza stampa, oggi si parte. L’ha coordinata un’altra giovane donna del direttivo mondiale, Sümeyra Akdeniz Ordu, anche lei insegnante ma turca e con passaporto tedesco, che in questi giorni a Marmaris, Turchia, ha gestito con grande abilità i rapporti fra la Flotilla, le autorità locali e l’assai composita, potente e ingombrante delegazione nazionale. Lei sale a bordo: “Sarò sulla barca dei medici, la Family”, che poi è una barca reduce dalla missione del settembre scorso, quando ospitava il direttivo. Colpita dal primo attacco dei droni incendiari in Tunisia, si era fermata a Creta e ora i turchi della Flotilla l’hanno riparata.

ERANO SOPRATTUTTO donne a parlare ai giornalisti, nemmeno un bianco europeo. Imane al-makhloufi, pediatra marocchina, rappresentava i doctors for Gaza: “Il 90% degli ospedali della Striscia è distrutto o danneggiato, nessuno funziona a pieno regime, solo tre dei 200 centri di cure primarie sono pienamente operativi”, ha spiegato. Quasi 20mila gazawi hanno bisogno di cure all’estero e li fanno uscire con il contagocce. Ad ascoltarla, nelle prime file, le sue colleghe e i suoi colleghi, con il camice addosso. Sono tanti, da tutto il mondo, anche dall’Italia. E poi ha parlato Saif Abukeshek, altro palestinese, ma con il passaporto spagnolo che l’ha aiutato a uscire dal centro di detenzione di Shikma (Ashkelon), dove l’avevano portato gli israeliani dopo gli abbordaggi a ovest di Creta della notte tra 29 e 30 aprile. È stato lui, che ovviamente non si imbarcherà di nuovo, ad annunciare la partenza al Beluga Beach & Restaurant di Marmaris. Questa spiaggia privata è stata affittata dal comitato turco per evitare gli spazi pubblici, che avrebbero urtato il governo di Recep Tayyip Erdogan: va bene sfidare gli Usa che chiedevano di non accogliere la Flotilla, ma fino a un certo punto. Qui si è tenuta anche l’assemblea generale dei volontari che martedì ha deciso di proseguire la missione dopo aver discusso i rischi, le preoccupazioni di ciascuno, l’analisi costi-benefici, l’impatto politico e mediatico e le differenti opzioni per la navigazione verso Gaza. È tornato per qualche istante, almeno in video, anche l’altro leader deportato in Israele sulla “nave prigione”. Thiago Avila è intervenuto dal Brasile sul grande schermo dal Beluga Beach per dire che “non dobbiamo temere Trump, Netanyahu o Smotrich, siamo una generazione che sfida l’imperialismo e colonialismo”. Ha parlato anche Ko Tinmaung, che si imbarca in rappresentanza della comunità Rohingya, musulmani perseguitati in Myanmar: all’Aja c’è un procedimento per genocidio per i fatti del 2017, la giunta militare birmana era armata anche da Israele. Fra il pubblico c’era invece Mahmut Arslan, capo del sindacato turco Hak di orientamento islamico-conservatore come Erdogan: parte per Gaza anche lui, non tutti nella Flotilla fanno i salti di gioia, ma il peso della Turchia è fin troppo evidente. Dall’Europa intanto arriva un parlamentare, l’unico: Dario Carotenuto del M5S dovrebbe imbarcarsi oggi. L’anno scorso ce n’erano 4 solo dall’Italia, altri da mezza Europa. Le forze israeliane potrebbero intercettare la Flotilla lontano dalle loro coste, fin dalla seconda notte di navigazione quando le barche non saranno più in acque turche né cipriote, ammesso che si passi da lì. I militari israeliani sono arrivati a ovest di Creta da veri padroni del Mediterraneo, con l’acquiescenza di Atene e timide reazioni europee (eccetto la Spagna); non si faranno scrupoli a venire fuori di qualche centinaio di miglia, tanto più che Israele ha grande presa su Cipro. Le barche sono 54 più le quattro della Freedom Flotilla Coalition, mai così tante (l’anno scorso ne furono abbordate 42) ma meno delle 70/80 che si stima avrebbero qualche chance di superare il blocco israeliano se fosse davanti a Gaza. Infatti ne hanno tolte di mezzo 22 a Creta. A bordo, dicono, 600 volontari di 45 Paesi.


- 5 -

Avanti senza bussare

Ma perché le nostre strade diventino comunicanti occorre, a mio avviso, evitare una trappola. Occorre evitare di chiedere permesso, di chiedere l'autorizzazione e la benedizione alla “chiesa del bussate e vi sarà chiuso".

Finché gay e lesbiche, divorziati/e, separati/e, conviventi, oppure preti che incontrano un amore continueranno a chiedere il permesso di vivere le proprie esperienze alla chiesa-gerarchia, forse non nascerà molto di nuovo. Continuare a bussare alla porta della chiesa-gerarchia per chiedere di entrare e per ottenere almeno un posticino all'ombra ad occhi bassi e tenendo il fiato per non disturbare nessuno, significa bussare alla porta sbagliata e compiere un’operazione da schiavi/e.

In tal caso, continuando a chiedere il patentino alle gerarchie, siamo noi che non abbiamo liberato la nostra coscienza e, anziché praticare un dignitoso confronto, ricadiamo nella grave malattia dell’obbedienza ecclesiastica a qualunque prezzo.

La porta della chiesa cristiana è aperta da Dio, come ci ha insegnato Gesù: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto” (Matteo 7,7-8).

Se vogliamo usare questa metafora della porta, dobbiamo ricordarci che l'unica porta alla quale i credenti devono bussare è la porta di Dio.

Vorrei citare un passo della rivista Qôl (3): ”Grazie Ratzinger, grazie Biffi, grazie Sodano, grazie vescovi... ci avete confermato l’appartenenza della gerarchia cattolica italiana e vaticana odierna, nella sua stragrande maggioranza almeno, a quella chiesa del ”bussate e vi sarà chiuso", alla quale siamo attualmente, e con l’aiuto di Dio speriamo anche di essere in futuro, totalmente irriducibili”. Oggi abbiamo da "fare cose più serie che non il perdere tempo rincorrendo un insegnamento sconfortante nella sua forma, odioso nella sua sostanza, ridicolo nei suoi riferimenti teologici e culturali, tragicamente perdente sul piano storico” (idem).

Ecco perché ha sempre più senso il nostro “esserci” nelle chiese cristiane senza ridurci al pensiero dominante. Ecco perché una presenza dialogica, disobbediente in nome dell'obbedienza al Vangelo,... è sempre più feconda e non cede alla tentazione di mettersi da parte.

Forse, ripensando alle varie teologie femministe e alle varie teologie della liberazione, ci accorgiamo che i frutti migliori sono cresciuti là dove ci si è presi il permesso (la gioia ed il coraggio) di non chiedere più il permesso, ma di riflettere e agire dentro le chiese in vera libertà.

Credo che umiltà ed audacia possano accompagnarsi: possiamo tenere i cuori vicini anche se le nostre idee sono lontane. Anche questo è un modo ”amoroso" di stare nella società e nelle nostre chiese.

 

Proprio in  questi giorni, mentre noi partecipiamo a questo incontro, a Roma viene diffuso e presentato il volume che abbiamo scritto a più mani “Il posto dell’altro. Le persone omosessuali nelle chiese cristiane” (Ed. La Meridiana). Come  movimento “Noi siamo chiesa” e come comunità cristiane di base porteremo questo stesso dibattito in molte realtà locali e ovunque cercheremo il confronto perché crescano amore e libertà nel mondo e nelle chiese.

don Franco Barbero

(fine)

 

lunedì 18 maggio 2026

da Mosaico di Pace di marzo 2026

Kairos Palestine

Un nuovo appello delle Chiese cristiane di Palestina, per rinnovare la speranza anche in tempo di genocidio

di Norberto Julini

(Coordinatore Campagna “Ponti e non Muri per la Palestina”)


Nel ventesimo anniversario della Campagna “Ponti e non Muri per la Palestina”, abbiamo potuto accogliere in Italia un autorevole delegazione di Kairos Palestine, in rappresentanza delle diverse confessioni cristiane presenti in Terrasanta, per presenziare con loro a incontri in diverse città italiane, con i rispettivi vescovi, amministrazioni comunali, università. Era febbraio 2025 e infuriava la rappresaglia genocidaria su Gaza e la violenta pulizia etnica in Cisgiordania. Eppure, si andava annunciando un "kairos", cioè un tempo, un “momento opportuno”, supremo o cruciale. Tutti capivamo quanto fosse dolorosa e immancabile una denuncia dell'efferata violenza contro ogni diritto umanitario e, allo stesso tempo, necessario un annuncio di speranza nell'anno giubilare dedicato a quella virtù, che è tutt'altro che rassegnazione. E quanto fosse importante la rinuncia alla violenza di pensiero, di parola e di azione.

Portavamo con noi il primo documento di Kairos del 2009. “Un momento di verità. Una parola di fede, di speranza e di amore dal cuore delle sofferenze dei palestinesi", e il più recente appello del luglio 2020, “Per un’azione decisiva Un grido per continuare a sperare. Non possiamo servire Dio e tacere l’oppressione dei palestinesi”.

Ci fu annunciato un successivo documento che avrebbe interpretato il “kairos” al tempo del genocidio. Ed è quanto è avvenuto nel corso dell’Assemblea mondiale della Coalizione Globale Kairos per la Giustizia, riunita a Betlemme il 14 novembre 2025, quando fu reso pubblico il nuovo appello: “Un momento di verità: la Fede in un tempo di genocidio”, accompagnato da queste parole: “Viviamo oggi in un’epoca di genocidio, pulizia etnica e sfollamenti forzati che si consumano sotto gli occhi del mondo intero. Questo momento - un momento di verità - ci impone di assumere una posizione nuova, diversa da tutte quelle precedenti. E’ un momento decisivo. Oggi rinnoviamo la nostra posizione a favore della verità e il nostro impegno nei confronti dei principi fondamentali religiosi, teologici e morali. Guardiamo alla nostra realtà e assumiamo una posizione rinnovata, rispondendo alla voce dello Spirito nel profondo del nostro cuore, ascoltando la chiamata della fede in questo tempo di genocidio.”.

Quel testo è ora affidato alle nostre mani e sentiamo la responsabilità di non farlo cadere nel vuoto di risposte da parte della Chiesa cattolica italiana. Per questo abbiamo costituito la sezione italiana di Kairos Palestine. Il documento sarà pubblicato da La Meridiana con autorevoli commentatori.

Come Pax Christi Italia, invitiamo singoli e realtà che si riconoscono in questo cammino di solidarietà con i cristiani palestinesi, a far parte di questa Rete per:

  • Restare in comunione di fede, speranza e amore con i cristiani di Terra Santa;
  • Prendere sul serio le tre richieste che ci sono state rivolte fin dal 2009: 

  1. “Stare accanto agli oppressi”;

  2. “Preservare la parola di Dio come buona novella per tutti...";

  3. “Non offrire una copertura teologica per l'ingiustizia subita".

  • Restare in collegamento con il movimento internazionale, pubblicare gli Appelli di “Kairos Palestina”.

E’ fin d’ora possibile aderire alla rete di relazioni che andiamo tessendo, compilando un modulo (bocchescucite.org/kairos/).

Gruppo biblico del martedì, domani 19 maggio


Cari amici e amiche del gruppo biblico del martedì,

Domani sera ci incontreremo alle ore 18:00 per completare la lettura del capitolo 14 del Vangelo di Marco.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.

Questo è il LINK per il collegamento:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A domani.

Sergio

da Il Manifesto del 18/04/2026

Lula e Sánchez, l’alleanza di sinistra per la pace

di Andrea Carugati 


«Alzare la voce contro una guerra illegale non sempre è comodo, ma è la cosa corretta. La neutralità davanti all’ingiustizia non è prudenza, è rinuncia. E non rinunceremo a ciò che siamo». Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha incontrato il presidente brasiliano Lula ieri a Barcellona: un summit di governo, proprio nelle ore in cui alla fiera della città catalana inizia il Global Progressive Mobilisation, il summit di tutte le forze progressiste mondiali, fortemente voluto dallo stesso Sánzhez che chiuderà oggi i lavori proprio con Lula.

TRUMP E LE SUE GUERRE, l’internazionale reazionaria guidata dal presidente americano sono il vero bersaglio della due giorni dei progressisti. E anche della conferenza stampa con Lula al palacio real de Petralbes. «Con il Brasile condividiamo la stessa visione del mondo: difesa della democrazia, del diritto internazionale, del multilateralismo e della pace. Mentre altri aprono ferite, noi vogliamo chiuderle e curarle, ridurre le disuguaglianze». E Lula: «Siamo un esempio che è possibile costruire soluzioni ai problemi che abbiamo senza cedere alle false promesse degli estremismi». Il presidente brasiliano ha evidenziato il lavoro «straordinario» fatto da Sánchez riunendo a Barcellona tanti leader, dalla «presidente del Messico al presidente del Sudafrica». «Significa che il nostro gregge sta crescendo», ha aggiunto. «Bisogna dare speranza al mondo, trovare una soluzione per rafforzare la democrazia e non consentire un ritorno al passato», ai tempi bui di fascismo e nazismo. «Capisco perfettamente quando dici “no alla guerra”», ha detto Lula rivolto allo spagnolo.

IL PD È ARRIVATO A BARCELLONA con un’ampia delegazione guidata da Elly Schlein: ci sono la capogruppo alla camera Chiara Braga, Peppe Provenzano, Nicola Zingaretti, il tesoriere Michele Fina, Brando Benifei, il sindaco di Roma Gualtieri, Piero De Luca, Alfredo D’Attorre. Prima di unirsi alla cena con i leader al museo d’arte della Catalogna (presenti anche Antonio Costa e Teresa Ribera), Schlein passa tutto il pomeriggio alla fiera, incontrando molti esponenti progressisti: dal presidente del Pse Stefan Lofven all’economista francese Gabriel Zucman (esperto di paradisi fiscali e tasse ai super ricchi), i leader dell’opposizione turca e giapponese e l’ex primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh.

«Questa è una bellissima occasione, condividiamo la stessa agenda con gli altri leader di sinistra, basata su solidarietà, pace e giustizia sociale. Il tempo della destra nazionalista è finito», spiega Schlein ai cronisti. «Tra i leader stranieri, anche fuori dall’Europa, c’è un grandissimo interesse per la situazione italiana, una grande speranza dopo la vittoria del No al referendum. In Italia è iniziato il declino dell’estrema destra, noi con gli altri progressisti rappresentiamo un ’alternativa, possiamo costruire insieme un mondo diverso da quello che loro hanno incendiato». La leader Pd domani mattina avrà un panel con la vicepresidente della commissione Ue Teresa Ribera e il francese Raphael Glucksmann sui temi dell’energia: «Liberarsi delle fonti fossili è anche una grande questione democratica, non possiamo dipendere da paesi che violano il diritto internazionale». Schlein glissa quando le si fa notare che è la sola leader a rappresentare l’Italia: lei e non Conte. «C’è attesa per quello che succederà da noi alle prossime politiche».

LA FIERA DI BARCELLONA è un formicaio: centinaia di delegati da tutto il mondo, i panel si accavallano nelle varie sale, i colori dominanti sono rosso e verde, si discute di giustizia sociale, multilateralismo, transizione verde, migranti. Sopratutto di come ribaltare la «narrazione tossica delle destre», spiega Laura Boldrini. «Una narrazione che alimenta paure e odio e che nasconde la totale incapacità dei sovranisti di risolvere i problemi reali delle persone. Sono loro che creano insicurezza, noi progressisti dobbiamo capovolgere il paradigma». Spiega Provenzano: «In Ungheria l’internazionale nera ha perso, ma la battaglia non è finita. L’Europa fin qui non ha reagito con la forza necessaria a Trump, con l’eccezione di Sanchez: unire le forze è una necessità».

«Qui dimostriamo che quella di Trump non è l’unica opzione possibile, la sua è una destra contro la democrazia, che spaventa anche il mondo capitalista: il tema ora è come fare redistribuzione nel mondo del tecnocapitalismo digitale: non sarà facile». Alfredo D’Attorre ragiona: «Qui c’è il tentativo di andare oltre l’Internazionale socialista, e di spostare a sinistra l’asse del Pse, su temi come il riarmo: serve una Ue più autonoma, non il porcospino d’acciaio evocato da von der Leyen». Gualtieri non ha dubbi: «Sta cambiando il vento, la spinta propulsiva dell’estrema destra si è esaurita».

da Domani del 22/04/2026

La profanazione di Gesù 

e il declino di Israele

di Davide Assael


L’immagine del soldato dell’Idf che prende a martellate un crocefisso suscita ribrezzo. Si inserisce in un declino morale del paese, dove l’estremismo si sente legittimato dalla presenza di una componente suprematista nel governo di Tel Aviv.

È davvero difficile trovare le parole che esprimano il disgusto, proprio fisico, provato nel vedere la foto del soldato dell’Idf che sfonda a martellate il volto di Gesù crocifisso. Forse solo Gesù stesso, con la sua inclinazione verso lo chesed, la compassione che nella Torah è una della manifestazioni della Trascendenza, lo potrà perdonare e giustificare, noi no di certo. Qualunque sia lo stress di guerra a cui questi soldati in conflitto permanente da quasi tre anni siano sottoposti, qualunque sia la provocazione subita, qualunque sia il livello di ignoranza di questo figuro che magari identifica il cristianesimo tutto con quell’Occidente che ha effettivamente voltato le spalle agli ebrei riproponendo, per puro lucro politico, i peggiori stereotipi antiebraici. E avanzo questa ipotesi solo perché ho visto che qualcuno si è pure azzardato in queste letture pseudo-culturali, non perché mi sia venuta in mente spontaneamente.

Come ovvio, sono arrivate le parole di condanna del ministro degli Esteri Sa’ar e dello stesso premier Netanyahu, che hanno assicurato un’inchiesta senza sconti. Va detto chiaro: non ci basta nel modo più assoluto. Anzitutto perché lo storico di queste inchieste che riguardano i soldati, come avviene per tutti gli eserciti, si tratti degli aviatori americani della tragedia del Cernis o dei marò italiani che hanno aperto il fuoco su innocenti pescatori indiani, non è affatto rassicurante. L’arresto del soldato che ha compiuto il gesto, annunciato ieri dall’Id, è sicuramente un punto di partenza importante, ma, solitamente, quando queste vicende escono dagli occhi dei riflettori, prevale l’estrema indulgenza. Secondo perché, senza lanciarsi in induzioni un tanto al chilo che, come insegna Aristotele, servono solo a confermare i nostri pregiudizi (ne abbiamo avuto un recente esempio con l’affaire Pizzaballa), l’episodio non può certo considerarsi isolato.

Casi molto peggio che deplorevoli, come sputi e intimidazioni nei confronti dei fedeli non ebrei si susseguono a ritmo sostenuto nella Città Vecchia di Gerusalemme, così come fuori dalle sue mura, e sono iniziati ben prima della guerra. Non parliamo, poi, delle sistematiche violenze mafiose e terroriste in Cisgiordania, arrivate ad un livello tale da spingere persino il famigerato ministro delle Finanze con competenze del tutto sui generis in Cisgiordania, Bezalel Smotrich a deplorare <<marginali fenomeni di violenza che danneggiano l’intera impresa degli insediamenti>>.

La ragione del perché di questi vergognosi atti è nota a tutti: la presenza di una componente razzista, suprematista e anti-araba all’interno del governo, non solo nei due ultranoti ministri Ben Gvir e, appunto, Smotrich. Una presenza che ha ringalluzzito gruppi estremisti, che possono anche contare su un Ben Gvir a capo della polizia. Con ciò non bisogna pensare ad un cambiamento antropologico degli israeliani, numeri alla mano il consenso verso quest'area non è incrementato negli ultimi anni. Anzi, il partito del sionismo religioso di Smotrich lotta per l'ingresso nella prossima Knesset, nonostante una soglia di sbarramento bassissima, fissata al 3,5%. L'incremento del potere di questi movimenti e partiti ha un solo responsabile: Bibi Netanyahu, che per perpetuare la sua lotta contro tutti i poteri dello Stato e sfuggire ai processi cielo attanagliano ha improvvisato un governo con questi loschi figuri, già ospiti delle patrie galere israeliane. Motivo? Erano gli unici alleati che gli erano rimasti, avendo, secondo lo schema di queste leadership paranoiche e populiste, fatto politicamente fuori ogni possibile erede designato, interno o esterno al Likud. Fossero Sa’ar stesso, Lieberman o Bennet, oggi il maggior candidato a sostituirlo alla carica di primo ministro. Perché in queso sfacelo le uniche buone notizie arrivano dai sondaggi, che dal post 7 ottobre a questa parte, seggio più o seggio meno, offrono lo stesso risultato: 50 seggi per la sua coalizione, 70 per l’opposizione. Ora, visto il fiasco totale di una strategia di guerra mai accompagnata da sforzi diplomatici capaci di incassare i successi militari, si fa sempre più sensibile il calo nei confronti della sua persona. Nell’ultimo sondaggio di Canale 12, alla domanda, <<Netanyahu o qualcun altro come prossimo primo ministro?>>, il 36% ha detto Bibi il 56% qualcun altro. Vogliamo che Israele resti l’unico paese del Medio Oriente in cui la presenza cristiana non legata a permessi di lavoro cresce da anni? Sosteniamo l’Israele democratico.


da Domani del 22/04/2026

La legge anti Lgbt di Orban bocciata da Bruxelles. 

Il primo esame di Magyar


La norma che limitava i contenuti omosessuali e transgender, viola il diritto Ue. Il nuovo premier dovrà dimostrare di voler smontare i lasciti del predecessore.



- 4 -

Il giorno s'avvicina

Lasciatemi prendere la libertà di parafrasare midrashicamente (e un po' troppo liberamente) questo suggestivo e meraviglioso testo biblico:

"In quel giorno ormai all'aurora

ci sarà una strada aperta, spaziosa:

in essa cammineranno,

ora cantando ed abbracciandosi,

ora stringendosi le mani,

guardandosi limpidamente negli occhi

eterosessuali, gay, lesbiche, transessuali.

Gli uni andranno verso le altre

chiamandosi per nome.

Nessuno fuggirà a nascondersi.

In quel giorno ormai vicino

- ma forse anche un po' lontano -

omosessuali, lesbiche ed eterosessuali

saranno insieme una benedizione

per tutto il mondo.

In quel giorno si dirà:

ma perché non abbiamo capito prima

che gli omosessuali sono popolo di Dio,

le lesbiche opera delle Sue mani e

gli eterosessuali Sua eredità?”.

Questo linguaggio della fede, che non esclude per nulla altri linguaggi, è un pressante invito, storico e non ingenuo, a superare le barriere del pregiudizio, dell'arroganza, della gerarchizzazione e della discriminazione.

 

(cont.)