domenica 10 maggio 2026

da Il Manifesto del 05/05/2026

Tutto bene, anzi male. 

Trump oscilla e la benzina aumenta

di Marina Catucci


In 48 ore Donald Trump ha dichiarato «terminata» la guerra in Iran, lanciato una nuova operazione militare nello Stretto di Hormuz, detto di non essere soddisfatto delle proposte di pace iraniane e descritto gli stessi negoziati come «molto positivi». Non è un riassunto parziale: è la cronologia precisa di domenica 3 e lunedì 4 maggio, che ha segnato un nuovo livello di caos e confusione in un’amministrazione che si contraddistingue per i messaggi contraddittori che manda all’esterno.

SE LA COMUNITÀ INTERNAZIONALE non riesce a decodificare il programma di Trump per la guerra in Iran, non va meglio a chi cerca di analizzarlo dall’interno degli Stati Uniti. Domenica sera il presidente ha annunciato su Truth Social il “Project Freedom”: cacciatorpedinieri missilistici, oltre cento aerei, quindicimila militari per riaprire lo Stretto alle navi commerciali bloccate dall’inizio della guerra, definendolo un «gesto umanitario».

Il Comando centrale Usa ha confermato l’operazione precisando che si tratta di un «ombrello difensivo». Un funzionario ha però subito specificato che non si tratta di una missione di scorta. Ma cosa sia, esattamente, non lo ha spiegato nessuno. Poche ore dopo, sullo stesso Truth Social, Trump ha scritto di essere «pienamente consapevole» che i suoi rappresentanti stanno avendo «discussioni molto positive» con l’Iran, e che queste potrebbero portare a «qualcosa di molto positivo per tutti». Solo il giorno prima si era detto insoddisfatto dell’ultima proposta iraniana.

IERI MATTINA “Project Freedom” è diventata operativa: due navi mercantili americane hanno completato il transito. Nello stesso giorno gli Emirati Arabi hanno segnalato un drone iraniano che ha provocato un incendio in un impianto petrolifero, il Regno Unito ha riferito di una nave cargo in fiamme al largo delle coste emiratine, e l’Iran ha dichiarato di aver colpito una nave della marina americana. Gli Usa hanno smentito.

La lettura più generosa di questa sequenza caotica è che si tratti di improvvisazione; quella più realistica è che Trump stia cercando disperatamente una via d’uscita da una guerra che non ha prodotto nessuno dei risultati annunciati, che pesa sempre di più sull’economia interna e sta erodendo il suo consenso a una velocità senza precedenti.

Dichiarare la guerra finita mentre si lancia una nuova operazione militare, negoziare e minacciare nello stesso post, sono le mosse di chi cerca di uscire da una rete che si è costruito da sé e in cui continua a impigliarsi.

I SONDAGGI raccontano la traiettoria con precisione. Secondo il Washington Post -ABC News-Ipsos pubblicato domenica, il 66% degli americani disapprova la gestione della guerra, il 76% disapprova la gestione di Trump del costo della vita, e l’approvazione complessiva è al 34%: il livello più basso dall’inizio del secondo mandato. Inoltre il 61% ritiene che l’uso della forza contro l’Iran sia stato un errore: una percentuale paragonabile all’apice della guerra in Iraq nel 2006, e alla guerra in Vietnam all’inizio degli anni Settanta.

Ci sono voluti tre anni e la morte di 2.400 soldati americani per portare la guerra in Iraq a quel livello di impopolarità. In Iran ci sono voluti due mesi e sono morti finora 13 soldati statunitensi.

IL CONTO ARRIVA direttamente alla pompa di benzina: il greggio Brent è arrivato a 115 dollari al barile, circa 55 dollari in più rispetto a un anno fa. I prezzi oscillano di diversi dollari ogni giorno, reagendo a ogni dichiarazione che filtra dalla Casa Bianca o da Teheran, un mercato che si è abituato a muoversi al ritmo dei post su Truth Social. La chiusura dello Stretto ha interrotto circa un quinto dei flussi globali di petrolio e gas, quello che l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha definito uno shock dell’offerta senza precedenti. La benzina alla pompa ha raggiunto i 4,45 dollari al gallone, quasi il 50% in più da quando la guerra è iniziata a febbraio.

Ma Donald Trump continua a rivendicare il record delle esportazioni di greggio americano come prova del suo successo, portando avanti la stessa logica con cui ha annunciato finita una guerra che, nel momento in cui lo scriveva, stava ancora combattendo.


da Il Manifesto del 05/05/2026

Buchi nell’acqua


Scorta armata per uscire da Hormuz, scatta l’operazione Project Freedom e nel Golfo è subito clima di battaglia navale. Duemila imbarcazioni intrappolate ma nessun armatore osa muoversi e l’Iran lancia missili di avvertimento. Trump non sa più come uscire dalla sua stessa rete…


da Adista del 04/04/2026

Nessuna giustizia nella chiesa. Prima italiana per il documentario sulle vittime di Rupnik


La storia di una devastante manipolazione mentale sfociata in abusi sessuali, le cui cicatrici trovano la forza di diventare parola liberata, trasformata, che cerca la giustizia anche per le tante, troppe religiose vittime di violenza clericale. La triste constatazione della totale indifferenza della gerarchia per 30anni, della protezione dell’istituzione da parte delle figure ecclesiastiche in posizione di responsabilità, di copertura dei crimini perpetrati da un religioso che la Chiesa si ostina a considerare, nella migliore delle ipotesi, peccati. L’aura di intoccabilità e la totale costante impunità di un abusatore che ha potuto contare sulla sua fama, sull’adorazione dei più alti gradi delle istanze vaticane e sul molto denaro derivante dai proventi della sua attività artistica. Un’arte che, nelle sue immagini umane e divine inquietanti, frutto delle immagini e delle circostanze degli abusi sessuali, rappresenta quella mistificazione teologica utilizzata come strumento di controllo e manipolazione. Tutto questo e molto altro è presente nel film documentario “Nuns  vs. The Vatican” (Religiose contro il Vaticano), frutto della collaborazione tra la regista Lorena Luciano e il produttore e direttore della fotografia Filippo Piscopo, proiettato per la prima volta in Italia, durante il Bifest-Bari International Film&Tv Festival, il 26 marzo.

Il documentario racconta la storia degli abusi sessuali compiuti dall'ex gesuita (ma tuttora prete) Marko Rupnik, osannato teologo e mosaicista sloveno le cui opere luccicano in centinaia di chiese e basiliche del mondo, e lo fa dando la parola alle protagoniste della vicenda, Gloria Branciani e Mirjam Kovac, vittima la prima, per lunghi anni, testimone degli abusi la seconda. Presentato in prima mondiale in Canada, al Toronto International Film Festival (settembre 2025), poi a New York al NY DOC NYC e all’Hampton Doc Fest dove ha ricevuto il Premio per i Diritti Umani (dicembre 2025), è approdato in Europa a marzo al Thessaloniki Doc Film Festival e ha ricevuto una standing ovattino al Ljubljana Doc Film Festival (13 marzo 2026) in Slovenia, ottenendo premi, distribuzione internazionale e ampio apprezzamento da parte della critica.

I due realizzatori del film non sono nuovi alle tematiche sociali e hanno cofondato la casa di produzione Film2 Productions. Lorena Luciano, regista e montatrice, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Milano, un’idea di cinema che cerca verità fondendo osservazione cinematica, interviste in prima persona e materiale d’archivio. Filippo Piscopo, analoga formazione giuridica, è filmmaker, produttore e direttore della fotografia: immagini con sensibilità narrativa e rigore visivo.


da Internazionale del 30/04/2026

Un manifesto delirante

di Nbc News, Cnn


La sera del 25 aprile 2026 Cole Tomas Allen, un uomo di 31 anni originario della California, ha sparato fuori dalla sala dell’hotel di Washington che ospitava la cena annuale dei giornalisti accreditati alla Casa Bianca, a cui partecipavano anche il presidente Donald Trump, il vicepresidente ID Vance e il presidente della camera Mike Johnson. Trump è stato allontanato, mentre dentro i giornalisti si rifugiavano sotto i tavoli. Allen era arrivato in treno nella capitale e aveva preso una stanza nell’hotel. Non è riuscito a raggiungere la sala ed è stato fermato mentre cercava di superare un controllo di sicurezza. Ha sparato almeno un colpo, ferendo un agente del secret service, l'agenzia che si occupa della sicurezza del presidente, ed è stato subito immobilizzato. Nel manifesto inviato poco prima dell'attacco a familiari e amici, si definiva un "assassino federale gentile" e scriveva di voler colpire il governo secondo un ordine gerarchico, per ragioni politiche, facendo riferimento a questioni migratorie, operazioni militari e altre decisioni dell’amministrazione Trump. Il 27 aprile Allen è stato incriminato per tentato omicidio del presidente.

Non è la prima volta che Trump viene preso di mira. Il 13 luglio 2024, durante la campagna elettorale per le presidenziali, Thomas Matthew Crooks gli aveva sparato in occasione di un comizio a Butler, in Pennsylvania, ferendolo a un orecchio. L'attentatore era stato ucciso dagli agenti del secret service. A settembre dello stesso anno era stato arrestato un uomo armato, sospettato di voler sparare a Trump mentre giocava a golf in Florida. I politici del Partito democratico hanno condannato il gesto di Allen, mentre esponenti di spicco della destra accusano la sinistra di essere responsabile dei tentativi di uccidere il presidente.

Trump ha anche detto che la sparatoria dimostra la necessità di costruire una nuova sala ricevimenti alla Casa Bianca, un progetto da 400milioni di dollari che è al vaglio dei tribunali.


sabato 9 maggio 2026

Pubblichiamo la seconda parte delle riflessioni di Tony Robinson (la prima è stata pubblicata ieri...), attivista del Movimento Umanista...

Tutta la riflessione è troppo lunga per essere pubblicata in una sola volta...


da Pressenza del 13/04/2026

Tra eredità e rinnovamento in un mondo segnato da violenza, frammentazione ed esaurimento spirituale

di Tony Robinson

Ciò che è già stato messo in moto

La domanda, dunque, non è se ci sia qualcosa da cui partire. La domanda è se ciò che già esiste possa tornare a essere storicamente fecondo.

Questo dipende, prima di tutto, dal rifiuto di confondere eredità e rinnovamento. Preservare un insegnamento, un metodo, una disciplina o un luogo sacro è già qualcosa di importante. Ma la sola conservazione non genera un movimento. Il rinnovamento inizia quando ciò che è stato ricevuto diventa trasmissibile alle nuove generazioni in un linguaggio che possano comprendere, attraverso pratiche a cui possano accedere, e in relazione alle crisi concrete del loro tempo.

Il vero problema è la trasmissione

Questo significa porsi alcune domande scomode ma necessarie. Un giovane senza alcun legame precedente con il movimento può incontrarlo e capire, rapidamente e chiaramente, a cosa serve? Le discipline possono essere presentate come metodi vivi piuttosto che come conquiste esoteriche? I Parchi possono diventare centri generativi di pratica, dialogo, servizio e riconciliazione invece che principalmente luoghi di pellegrinaggio per chi è già convinto? Il nucleo formato può agire non come custode di un passato concluso, ma come servitore di un futuro possibile?

Queste domande sono decisive perché il problema centrale non è l’assenza di ispirazione. È il problema della trasmissione.

Le società moderne sono profondamente diverse da quelle in cui molti movimenti del passato hanno preso forma. L’attenzione è frammentata. La fiducia nelle istituzioni è spezzata. La vita economica esaurisce le persone. Il sentimento politico è spesso ridotto a spettacolo. Molti sono affamati spiritualmente, ma diffidenti verso l’autorità; moralmente sensibili, ma incapaci di sostenere un’azione collettiva; connessi digitalmente, ma socialmente isolati. Un Movimento Umanista rinnovato non può semplicemente ripetere vecchie forme sperando che il presente le accolga. Deve imparare a diventare leggibile in un mondo segnato da distrazione, stanchezza, solitudine, ansia ecologica e normalizzazione della violenza.

Questo non significa abbandonare la profondità. Al contrario, la profondità è proprio ciò che manca nel presente. Ma la profondità deve essere unita all’accessibilità, e l’ispirazione alla forma.




da Adista del 04/04/2026

Cambio al vertice dello IOR:

Il papa ridimensiona la banca vaticana


Se per le nuove nomine in Curia, Leone XIV si è mostrato fin ad ora piuttosto prudente, preferendo lasciar passare un periodo di decantazione che gli sta permettendo per altro di conoscere da vicino problematiche e personalità con le quali dovrà fare i conti, questa strategia conosce una significativa eccezione, quella che riguarda le finanze della Santa Sede. Nelle ultime settimane, infatti, ha nominato i nuovi vertici dello IOR, la banca vaticana; si dirà che si trattava di incarichi in scadenza, eppure il papa in questo caso non ha frapposto alcun indugio. Anche perché il nuovo presidente del board laico, così come il nuovo cardinale che guida la commissione cardinalizia (che svolge essenzialmente una funzione di vigilanza) arrivano dopo che già, nell’ottobre scorso, erano stati presi importanti provvedimenti per cambiare le funzioni attribuite all’istituto per le opere di religione stabilite in precedenza da papa Francesco. Cominciamo dalle nomine.

Successioni ben orchestrate

Lo scorso 2 febbraio è stata annunciata la nomina del card. Giuseppe Petrocchi, ex arcivescovo de L’Aquila e già membro della commissione cardinalizia dal 2020, come nuovo presidente. Il card. Petrocchi era inoltre già membro del Consiglio per l’Economia e del Dicastero per il Clero. <<La Commissione - recitava il comunicato ufficiale diffuso dall’istituto - ha ringraziato il card. Christoph Schonborn, che cessa la carica di membro e Presidente della Commissione cardinalizia per sopraggiunti limiti di età, per la sua preziosa guida e l’impegno con cui ha sostenuto e accompagnato l'istituto in fasi decisive del suo processo di riforma, durante i 12 anni di mandato. La sua esperienza nel servizio alla Chiesa ha contribuito ai lavori della Commissione, assicurando una guida solida e coerente con la missione dell’istituto>>. In effetti, Schoenborn, ha lasciato la guida della diocesi di Vienna dopo lunghi anni; esce così di scena.


da Il Manifesto del 06/05/2026

Boy Scout e Lotta Continua:

fare da soli per sopravvivere

di Marinella Salvi


C’era la Latteria sociale dove tutti portavano il latte delle loro mucche e c’era chi teneva i conti e chi faceva il formaggio e poi si lavorava alla sagra di San Valentino quando veniva gente anche dai borghi vicini perché servivano soldi per far funzionare l’asilo. Nel borgo gemonese di Godo quel giovedì 6 maggio all’osteria Là dal Meste, come ogni sera, si giocava a briscola ma quel giorno, un minuto passate le ventuno, arrivò l’Orcolat, improvviso, spietato e dell’osteria rimasero solo mucchi di pietre fumanti a seppellire tutti quelli che c’erano. E crollò anche tutto intorno, paese dopo paese: per 60 km a nord di Udine mucchi di rovine, decimo grado della scala Mercalli, il finimondo.

Nacque proprio a Godo, intorno all’unico fuoco che qualcuno accese nel buio assoluto di quella notte, l’embrione di quella che sarà, nei mesi successivi, una straordinaria esperienza collettiva: l’autogestione dei terremotati. Per più di quattro mesi, a Godo e via via dappertutto, la int (la gente) non delegò a nessuno la propria sorte. Raggruppò le tende vicino alle case e ne fece rifugio ma anche mensa collettiva, scuola, dispensario, comunità. Con il terremoto saltò l’ordine precedente e assieme alle strade, alla luce, all’acqua, collassarono le istituzioni. Si formarono i Comitati delle tendopoli, riconosciuti non per elezione ma perché «capaci di fare» e organizzarono il necessario, evitarono accaparramenti, distribuirono prima a chi ne aveva più bisogno. Erano i figli di un Friuli poverissimo, da oltre un secolo terra di emigranti, la regione più povera dell’Italia del nord che aveva da poco cominciato a rialzarsi con le piccole industrie messe su dagli artigiani e le giornate scandite dal lavoro in campagna, nella stalla e poi magari anche in fabbrica.

Fu come il terremoto avesse fatto riemergere con tutta la sua forza una storia millenaria: la tribù celtica che decideva di sé sotto il grande tiglio, l’assemblea dei capifamiglia che nel medioevo costituiva le vicinie e quel modo di essere comunità dell’asilo e della Latteria sociale che continuava a vivere tutte le volte che qualcuno si costruiva la casa con l’aiuto dei vicini e ci si dava una mano in cambio di un po’ di pane e salame e un bicchiere di vino.

Arrivarono volontari da ogni dove e fu accoglienza per chi seppe diventare parte della tendopoli: gli scout cattolici assieme ai compagni di Lotta Continua, gli alpini e i soldati di leva, gli operai e i tecnici delle Regioni (di sinistra) e ancora e ancora. Presto si organizzò il Coordinamento dei Comitati delle tendopoli mentre il rapporto con le istituzioni, ma anche con partiti e sindacati, continuò accidentato. Assemblee, volantini, comunicati, poi la decisione di andare tutti a Trieste, il capoluogo lontano, la controparte, la città che con il Friuli, per storia e cultura, aveva poco da spartire ma là stava la Regione, per la int là stava quel potere intriso di interessi ambigui e nascosti che non ascoltava e restava immobile pur pretendendo di decidere. Da soli, il 16 luglio, mentre partiti e sindacati e sindaci e politici vari si riunivano a Udine, migliaia di terremotati scesero a Trieste e sfilarono per le vie del centro a chiedere rispetto, attenzione, aiuto. «Prima le fabbriche poi le case e poi le chiese», «Non servitù militari ma aree fabbricabili», le rivendicazioni erano chiare, la nuova legge regionale doveva essere condivisa. Un clima pacifico ma di dura fermezza, un’unica sassata il 4 settembre contro la macchina di Andreotti costretto allo slalom tra i picchetti e il vescovo che resta in strada tra la sua gente senza incontrare il presidente del Consiglio.

Si scrisse, così piaceva alla narrazione mainstream, che i terremotati erano subornati dall’estrema sinistra ma poi si raccontò dell’atavico fasìn di bessoi (facciamo da soli) per spiegare quel rifiuto dell’«ordine costituito». Ma non fu proprio così.

Pa sopravivence, no pa l’anarchie c’era scritto in un documento dei Comitati che era un programma e una dichiarazione di valori. Sopravvivenza che non era solo quella materiale individuale ma voleva, doveva, essere quella di una comunità e della sua cultura. Pa sopravivence, no pa l’anarchie è anche il titolo del libro, fresco di ristampa, che Igor Londero ha dedicato a quei mesi cercando i testimoni e analizzando la mole di documenti raccolti nella piccola Biblioteca comunale di Gemona tra comunicati, volantini, verbali battuti a macchina o scritti a mano. Per comprendere cosa, come, perché, dentro i fatti e fuori dagli stereotipi, mettendo in fila tutti i protagonisti, ricostruendo il contesto. Il clero del rinnovamento, così presente nella realtà friulana, che chiedeva giustizia per i vivi; il dibattito dentro la politica tra chi voleva riappropriarsi dell’organizzazione e del controllo e chi cercava di dare voce e ruolo all’autonomia popolare; poi le forze dell’ordine con i loro automatismi securitari, fogli di via e perquisizioni e i militari quando prendevano parola anche i «proletari in divisa» e gli obiettori.

Il Friuli oggi è fatto di borghi con grandi ville e fabbriche e vive un benessere prima sconosciuto, inquinato da «ognuno per sé» e dalle vecchie logiche dei sotàns (sottomessi). Resta la storia emblematica di quattro mesi di resistenza mentre la terra continuava a tremare, parentesi speciale che si interruppe tra l’11 e il 15 settembre quando tre scosse in tre giorni del decimo grado fecero crollare davvero tutto, anche quello che si stava ricostruendo, anche le comunità che si erano tenute coese: la int perse il morale e andò via, in 80mila sui camion militari verso gli alberghi della costa.

Questo è il canone per la celebrazione eucaristica di domani preparato da Anna Campora e Ines Rosso.

La celebrazione inizierà alle ore 10:00.

Ci si potrà collegare già a partire dalle 9:45.

Il link per collegarsi è:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

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Credere fuori dal tempio


P. Saluto all’assemblea


G. Assaporiamo insieme la gioia di essere donne e uomini che cercano amore e solidarietà.

T. O Dio di Gesù, Tu hai deposto e acceso
nei nostri cuori e nelle nostre menti
il fuoco della vita e la torcia dell’amore.
Ci hai regalato le ali dei sentimenti
perché possiamo volare audaci verso la libertà.
Tieni vivi in noi la consapevolezza dei Tuoi doni
e il desiderio di una vita semplice e solidale.

G. Ricorda sorella, ricorda fratello: il giorno in cui non sei più in cammino... la tua vita è finita.

T. O Dio, Tu che cammini nelle vie del mondo
e cerchi ospitalità nei nostri cuori,
bussa a casa nostra e fai udire la Tua parola.


LETTURE BIBLICHE

Geremia 7: 1-11


1Questa è la parola che fu rivolta dal Signore a Geremia: 2“Fermati alla porta del tempio del Signore e là pronunzia questo discorso dicendo: Ascoltate la parola del Signore, voi tutti di Giuda che attraversate queste porte per prostrarvi al Signore. 3Così dice il Signore Dio di Israele: Migliorate la vostra condotta e le varie azioni e io vi farò abitare in questo luogo. 4Pertanto non confidate nelle parole menzognere di coloro che dicono: Tempio del Signore, tempio del Signore, Tempio del Signore è questo!
[...] 8ma voi confidate in parole false e ciò non vi gioverà: rubare, uccidere, commettere adulterio[…] 10Poi venite e vi presentate alla mia presenza in questo tempio che prende il nome da me e dite: Siamo salvi! Per poi compiere ogni abominio. 11forse è una spelonca di ladri ai vostri occhi questo tempio che prende il nome da me?

Marco 11: 15-17

15Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe 16e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. 17Ed insegnava loro dicendo: Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!”

Riflessioni
Le due letture rimandano l‘una all’altra. Il riferimento è al culto e al Tempio. La cacciata dei mercanti dal Tempio è un brano riportato dai quattro evangelisti con poche differenze, viene ricordato che il tempio è luogo di preghiera e è stato trasformato in “spelonca di ladri” e “covo di briganti”. Gesù ebreo, come spesso viene presentato nei Vangeli, ha come riferimento la tradizione profetica. Geremia come il Gesù dei Vangeli non pensano di eliminare il Tempio o il culto, ma ne denunciano l’uso improprio.

Uso improprio è quello non religioso di luoghi definiti religiosi, santuari, pellegrinaggi, sagre in concomitanza con feste di madonne e santi patroni etc., una considerazione scontata ma si tratta di una lunga tradizione purtroppo ancora assai viva sicuramente nella chiesa cattolica. Siamo usciti da poco dall’ anno giubilare e basta questo riferimento a completare l’analisi.

Uso improprio è anche la trasformazione dei templi in luoghi a scopi puramente strumentali che alimentano e sostengono abitudini consolidate spesso prive di aderenza ad una scelta di fede. Una scissione tra culto e fede vissuta oggi sempre più accentuata.

Dio è altro dal Tempio, dai vari templi delle tante religioni che si contendono “il possesso del vero Dio”. I templi di pietra sono spesso luoghi di separazione, alimentano conflitti, sono la metafora della diversità come esclusione, quando non di sopraffazione. Se il tempio è luogo di preghiera, Gesù che ha sempre pregato il Padre in luoghi appartati e in solitudine ci dice anche attraverso gli evangelisti, che si prega perché non venga meno la nostra fiducia in Dio, per poi riprendere il cammino tra la gente e far loro conoscere chi è veramente il Dio che è accanto, che guarisce, solleva e perdona. Questa è la fede, è il vangelo, la buona notizia, non offerte, non culto menzognero verso un Dio di cui i potenti ritengono di essere gli esclusivi interpreti e in nome del quale caricano di pesi insopportabili la povera gente.

Noi che, chi prima chi poi, abbiamo rivendicato uno spazio diverso per trovare alimento alla nostra fede, sappiamo che è fuori dal tempio che siamo chiamati a fare la nostra parte. Siamo convinti che il Dio di tutti che sinceramente invochiamo con lingue diverse non è il Dio che interviene, e non offre sicurezze se ci rifugiamo nei templi e in un culto esibito che si esaurisce alla porta del tempio stesso.

Credere fuori del Tempio può essere difficile, spesso ci si può sentire soli o una piccola minoranza, sappiamo che si può essere anche in buona compagnia nel tentare con i non credenti e i credenti di altre religioni, di costruire piccoli pezzi di Regno in cui l’umano venga salvaguardato, convinti anche se fragili, che il nostro credere non può che coincidere con la fiducia in un Dio che solo tramite noi, rinnova le sue promesse, giorno dopo giorno.

Questa riflessione sul tempio non può non tenere conto della conclusione di quel dialogo serrato con la samaritana al pozzo, la donna sorpresa e confusa per l’incontro con un giudeo dal quale si sente attratta ma nello stesso tempo diversa perché come samaritana adorava Dio non a Gerusalemme. Proprio a lei Gesù , da grande profeta quale è dice parole di libertà e coraggio: “Credimi: viene il momento in cui l’adorazione di Dio non sarà più legata a questo monte o a Gerusalemme; viene un’ora, anzi è già venuta in cui gli uomini adoreranno il padre guidati dallo Spirito e dalla verità di Dio” (Giovanni 4,21-24).

E quando gli uomini non questo o quel popolo, non imprigionati in dottrine o culti lontani dalla vita adoreranno guidati dallo Spirito, allora forse, impareremo a capirci a rispettarci ad accettarci e lavorare insieme per un mondo più giusto. Gesù per noi è il profeta che ci ha rivelato Dio con la sua vita, le sue scelte che lo hanno portato alla condanna e alla morte, con le parole che ci sono state trasmesse nella testimonianza e noi è questo che cerchiamo di realizzare consapevoli che la libertà ha un costo e la responsabilità è grande.

Tutto questo che cosa potrà suggerire ai cristiani di domani? C’ è un domani per la fede nel Dio di Gesù? Nel Dio oltre le religioni e fuori dai templi?


INTERVENTI LIBERI


1. O Dio di Gesù, profeta degli oppressi e delle oppresse,
Dio di tutti e di tutte, oltre i confini e i muri
accogli le nostre lacrime e i nostri sorrisi
e accompagnaci nei sentieri della condivisione.

2. Accompagnaci, accompagnaci ancora e sempre:
Tu conosci i deserti del mondo e dei cuori,
Tu trasformi la steppa in terra feconda
e fai in modo che la sabbia diventi una roccia.

1. Accompagnaci ancora e sempre
nel nostro cammino di liberazione
dai pesi delle dottrine e delle leggi.
Nel nostro rifiuto di culti sterili,
nella nostra ricerca di autenticità.

2. O Dio di Gesù, di’ ancora ogni giorno al nostro orecchio:
“Abramo, parti e va’... mettiti in cammino”.
Mettici tra le mani la chitarra e le canzoni di Miriam,
perché la nostra vita sia cammino tra la gente.


MEMORIA DELLA CENA

G.Facciamo insieme memoria del pasto che Gesù celebrò con le sue amiche e i suoi amici.

T. O Dio di Gesù, oggi ricordiamo insieme quel pane spezzato. Gesù alzò tempesta. Da Te sperava l’aiuto per affrontare l’ultima tappa del suo cammino di profeta fedele e appassionato. Spezzando ora questo pane, noi ricordiamo che Tu hai accompagnato Gesù e accompagni ciascuno e ciascuna di noi sui sentieri della condivisione. Aiutaci a “spezzare”, a condividere ogni giorno qualcosa di noi e di nostro. “Io infatti ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: ‘Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me’. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: ‘Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me. Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga’” (1Corinzi 11, 23-26).


P. Preghiera di condivisione


COMUNIONE


PREGHIERE SPONTANEE


PADRE NOSTRO


Preghiera finale



Mai e poi mai (da "Preghiere di ogni giorno" di Franco Barbero)
Mai e poi mai
tu ci risolvi i problemi
come un giocoliere.
Non ti preghiamo perché
perché tu magicamente
intervenga
a cambiare le cose
che dobbiamo cambiare noi.
La tua presenza è vera,
ma segue un’altra strada.
Tu ci dai la luce e la forza
perché noi uomini e donne
assumiamo fino in fondo
le nostre responsabilità
e facciamo la nostra parte.

Domenica 10 Maggio 2026
Per la comunità di Pinerolo - Anna Campora e Ines Rosso

venerdì 8 maggio 2026

ERNESTO BUONAIUTI

UN ERETICO DA RIASCOLTARE

 

siamo nani sotto i piedi dei giganti

Pietro Urciuoli

Per tutti gli appassionati di Ernesto Buonaiuti il sesto anno di ogni decade è sempre un po' speciale perché ricorre sia l'anniversario della sua scomunica (Decreto del sant'Uffizio del 25 gennaio 1926) sia quello della sua morte (Roma, 20 aprile 1946, Sabato santo). Quest anno si contano i cento anni della prima e gli ottanta della seconda e sicuramente, come già accaduto in passato, non mancheranno le iniziative per ricordare la sua figura e la sua opera. Per questo numero speciale di Rocca ho scelto un particolare punto di vista: la Pascendi dominici gregis, l'enciclica con la quale Pio X nel 1907 condannava il modernismo come la «sintesi di tutte le eresie». L'enciclica adottava un approcccio alquanto singolare: dapprima stabiliva che ogni modernista compendia in sé sette "personaggi" (il filosofo, il credente, il teologo, lo storico, il critico, l’apologista, il riformatore) e poi tracciava di ciascuno di essi un profilo astratto, stilizzato, mettendone in evidenza i ritenuti motivi di contrasto con la tradizionale dottrina cattolica: ad esempio, secondo l'enciclica il modernista-tipo in quanto filosofo è agnostico, immanentista, evoluzionista e tendente all'ateismo; in quanto credente basa la sua fede solo sull'esperienza personale; in quanto teologo sostiene che il Magistero debba evolversi con la coscienza collettiva del popolo credente, in quanto critico esclude l'intervento  del soprannaturale nella storia, ecc. Un approccio che rendeva una caricatura, non un ritratto, del modernismo e del modernista-tipo (che peraltro non esiste); Comunque sia, consapevole di fare cosa sgradita a Pio X, vorrei applicare, a mo' di esercizio, le categorie  astratte della Pascendi a un caso concreto di modernista: Ernesto Buonaiuti, appunto.

Buonaiuti fu filosofo?

Fin da seminarista Buonaiuti mostrò un grande interesse per la filosofia. Insofferente  alla ristrettezza culturale dell’insegnamento impartito - egli leggeva avidamente i libri di filosofi più moderni che  riusciva a procurarsi di nascosto, in particolare Blondel e James. Anche se non coltivò la materia in senso sistematico, nel corso della sua attività si interessò sempre alle novità in campo filosofico, da Rudolf Otto fino a Bergson, utilizzandone i risultati per i suoi studi religiosi.

Buonaiuti fu credente?

Buonaiuti è stato un cercatore del Regno di Dio. Su questo punto conviene affidarsi al giudizio della sua fedele allieva Marcella Ravà: «Non si insisterà mai abbastanza su questa che è la caratteristica saliente di tutto l’essere suo. In ogni parola e in ogni atteggiamento, anche là dove egli erra, egli è sempre un cercatore del Regno  di Dio; e studiare la storia del cristianesimo è il suo modo particolare di cercarlo. È stato l’amore per il Regno, e non la sola passione scientifica, a spingerlo verso questo studio; e questo studio a sua volta ha accresciuto, approfondito e arricchito questo amore».

Buonaiuti fu teologo?

La teologia è stato certamente uno dei principali campi di interesse di Buonaiuti anche se non è possibile inquadrare la sua opera secondo i parametri propri delle consuete discipline teologiche (dogmatica, cristologia, sacramentaria, morale,  ecc.). Buonaiuti, così come tutto il modernismo, ha sostenuto un principio teologico di carattere generale e cioè la necessità di un  superamento dell’impianto tomistico-aristotelico, specie nella sua versione post-tridentina, o quantomeno di un suo aggiornamento.  Ciò non toglie che non abbia anche approfondito alcuni temi teologici specifici – la rivelazione, l’ispirazione, la divinità di Gesù,  la paternità di Dio – svolgendo considerazioni tuttora di grande attualità ed interesse. 

Buonaiuti fu storico?

Certamente, e con grande competenza. La storia del cristianesimo, specialmente quello delle origini, è un filo rosso che attraversa tutta la sua produzione. Ma Buonaiuti affronta con grande competenza anche altre epoche storiche, vedi i suoi studi su Gioacchino da Fiore e sulla riforma luterana. Non è un caso se per Luigi Salvatorelli Buonaiuti è il fondatore in Italia degli studi di storia del cristianesimo secondo i  metodi e le esigenze della scienza moderna.

Buonaiuti fu critico?

Per Buonaiuti il criticismo fu il punto d’inizio della sua attività, sia dal punto di vista cronologico che contenutistico, tanto che negli anni giovanili arrivò a identificarlo con il modernismo stesso. In seguito, la sua posizione si fece meno radicale – il modernismo divenne per lui una tendenza, un atteggiamento dello spirito – ma il supporto scientifico offerto dal metodo storico-critico rimase un elemento imprescindibile e costante nella sua riflessione.

Buonaiuti fu apologista? 

Buonaiuti non ha mai smesso di ritenere che la Chiesa, nonostante tutto, avesse in se stessa tutte le possibilità per ritornare ad essere la guida dei popoli; fu quindi certamente un apologista, solo che riteneva ormai privi di ogni efficacia gli strumenti apologetici tradizionali. Le sue ultime parole: «Mi sono costantemente sforzato di non dimenticare mai che la Chiesa romana è la mia madre» rivelano il suo amore per la Chiesa, nonostante le condanne subite.

Buonaiuti fu riformatore? 

Buonaiuti, come tutti i modernisti, ha avvertito con largo anticipo rispetto ai suoi tempi che ancora per poco le masse avrebbero dato credito a una istituzione che propone verità astratte e immutabili esigendo una obbedienza cieca e incondizionata. Sono molti i temi su cui il Magistero, dopo il Concilio Vaticano II, ha segnato una netta inversione di tendenza, assumendo posizioni prossime, laddove non coincidenti, con quelle manifestate a suo tempo dai modernisti. Eppure, nonostante le aperture conciliari – in alcuni casi effettivamente epocali, in altri troppo timide – l’occasione storica rappresentata dal modernismo per l’avvio di un serio percorso di rinnovamento ecclesiale è stata sostanzialmente persa ed è un peccato; è sotto gli occhi di tutti che oggi il cattolicesimo attraversa una crisi le cui proporzioni neanche i modernisti avrebbero immaginato.

Buonaiuti, quindi, fu filosofo, credente, teologo, storico, critico, apologista, riformatore. Fu tutte queste cose ma soprattutto fu un  prete. Un prete che seppe esprimere la sua vocazione non solo in termini culturali ma anche pastorali: basti pensare al suo profondo rispetto per le forme di devozione popolare (partecipava ogni anno a un pellegrinaggio al santuario della S.s. Trinità sul monte Autore) e alla sua attenzione per il laicato specie giovanile (è d’obbligo in tal senso un richiamo all’esperienza della koinonia). E come non ricordare il suo impegno sociale e il suo antifascismo? Il suo storico articolo del giugno 1924 all’indomani del delitto Matteotti, il rifiuto del giuramento di fedeltà al regime nel dicembre del 1931 e l’ospitalità offerta a un ragazzo ebreo nella sua abitazione di Montesacro negli ultimi mesi del 1943 sono una chiara testimonianza della sua partecipazione attiva alle vicende del Paese. Un autentico gigante, insomma, verso il quale ho un debito di riconoscenza per tutto ciò che mi ha insegnato in termini di formazione e di spiritualità. Ma la nota metafora medievale non mi si addice: più che sulle sue spalle, sulle quali in qualche modo dovrei pur salire, mi piace pensarmi sotto i suoi piedi e fare del mio meglio affinché possa camminare anche per le nostre strade, attraversare anche i nostri tempi con le sue idee e le sue visioni. È questo il senso del mio impegno di questi ultimi anni, concretizzatosi in tre volumi pubblicati dagli editori Gabrielli (la riedizione di due opere della maturità e un profilo (biografico/antologico). L’auspicio è che le due ricorrenze del 2026 siano l’occasione perché presso il grande pubblico si rinnovi l’interesse per una figura di grande rilievo che attende ancora il giusto riconoscimento.

Pietro Urciuoli, Ernesto Buonaiuti, PIETRO  URCIUOLI

Rocca, 8-15 aprile