sabato 12 settembre 2026

 Le ‘istruzioni per l’uso’ della tecnologia applicata allo sterminio

11.09.26 - Elisabeth Di Luca - Redazione Italia PRESSENZA

IA multitasking: un solo sistema di potere per controllare, uccidere e plasmare la narrazione su ciò che accade in Palestina.

Task 1 – SORVEGLIARE: Red Wolf / Blue Wolf

Il 2 maggio 2023 il report Automated Apartheid di Amnesty International denunciava un’infrastruttura operativa nei Territori Occupati per il controllo della popolazione: un sistema di riconoscimento facciale utilizzato ai checkpoint di Hebron. Collegato a Blue Wolf, un’app che i soldati usano per fotografare palestinesi e arricchire il database Wolf Pack, Red Wolf scansiona il volto di chi si presenta al posto di blocco, lo confronta con quelli inclusi nei database che contengono esclusivamente dati biometrici di palestinesi e in cui, se non trova una corrispondenza, lo registra automaticamente, ovviamente senza il consenso della persona, a cui intanto viene negato il permesso di passaggio. Prima, nel 2020, i soldati di stanza a Hebron raccontavano che l’app Blue Wolf generava classifiche in base al numero di palestinesi registrati e che i comandanti israeliani premiavano il battaglione col punteggio più alto, incentivando così i soldati a tenere i palestinesi sotto sorveglianza costante. Non un caso isolato, Hebron era un ‘laboratorio sperimentale’: il riconoscimento facciale ai suoi checkpoint anticipava tecnologie che ora stanno adottando le forze dell’ordine di tutto il mondo. Nell’aprile 2023 l’Istituto delle Nazioni Unite per la ricerca su crimine e giustizia (UNICRI) ‘annunciava’ l’esistenza di un toolkit destinato a tutti i paesi membri di INTERPOL e ONU per regolamentare l’uso dell’IA da parte della polizia e avvertiva che il fenomeno fosse ormai globale e in gran parte privo di una cornice normativa adeguata: casi come quelli dei dipartimenti di polizia di Cuttack, Chennai e Hyderabad in India mostrano che il riconoscimento facciale si diffonde spesso senza alcuna legge a protezione dei cittadini dalla sorveglianza, tanto meno una normativa sulla protezione dei dati [Medianama, 2023]. Non stupisce che, già allora, Amnesty International chiedesse una messa al bando globale dello sviluppo, della vendita e dell’uso della tecnologia di riconoscimento facciale a fini di sorveglianza. Quello che ancora Amnesty ignorava è che la stessa logica di classificazione biometrica di massa sperimentata a Hebron non si era fermata lì. Era diventata il modello su cui si era costruito qualcosa di ancora più letale.

Task 2 – COLPIRE: Lavender, Where’s Daddy, Gospel e Fire Factory

Pochi mesi dopo l’uscita del report di Amnesty International, nel 2024 le testate israeliane +972 e Local Call rivelarono che l’esercito israeliano aveva sviluppato un programma basato sull’IA, chiamato Lavender, che aveva prodotto una kill list arrivata a includere fino a 37˙000 palestinesi, con una supervisione umana di massimo 20 secondi per decidere se i bersagli erano effettivamente membri di Hamas. Un secondo sistema, Where’s Daddy?, serviva poi a rintracciare tali bersagli quando si trovavano a casa la notte, insieme alle famiglie. Secondo un’indagine della CNN di quell’anno il 40-45% delle munizioni sganciate su Gaza erano bombe non guidate (dumb) che causano danni maggiori ai civili perché distruggono l’intero edificio. E sei ufficiali dell’intelligence israeliana, le fonti citate da +972 e Local Call, avevano spiegato che queste bombe venivano riservate a coloro che, da un punto di vista militare, erano considerati bersagli ‘insignificanti’, cioè obiettivi per i quali non era valutato ‘giustificato’ lo spreco di munizioni più efficienti, ma più costose, con cui colpire soltanto una stanza o un piano di un complesso. Ma l’intero ecosistema comprendeva anche altri due strumenti IA:

– Gospel, che utilizza la sorveglianza aerea, le immagini satellitari e i dati di segnale per segnalare edifici e infrastrutture, l’entità della distruzione a Gaza (nell’ottobre 2025 secondo UNOSAT l’81% degli edifici risultava danneggiato o distrutto) riflette, secondo diversi analisti, criteri di classificazione poco trasparenti e con alta tolleranza agli errori;

– Fire Factory, che si occupa della selezione delle munizioni e della logistica necessaria a proporre un piano d’attacco completo, calibrando le decisioni sul tipo di bersaglio [Artificial Weapons, 2024].

Task 3 – MANIPOLARE: LLM poisoning

Secondo un’inchiesta pubblicata dal Guardian nel 2026, nel tentativo di indurre i chatbot a sostenere tesi filo-israeliane, un finto think tank statunitense – creato e finanziato da Israele – elaborando un totale di oltre 560˙000 parole in nove giorni ha divulgato 124 rapporti. L’Hanover Institute for Public Policy non risulta esistere come entità legale in nessuna giurisdizione, non ha indirizzo fisico, staff o autori, e presso il Dipartimento di Giustizia USA è stato registrato come “materiale distribuito per conto del governo israeliano”, come parte di un’iniziativa più ampia, finanziata con decine di milioni di dollari dal governo israeliano e veicolata tramite terze parti, tra cui anche il gruppo pubblicitario europeo Havas Media. La cosa più significativa è l’obiettivo dichiarato: “deployment of websites and content to deliver GPT framing results on GPT conversations”. Non convincere lettori umani quindi ma essere scoperto, citato e potenzialmente assorbito da sistemi IA come ChatGPT o Claude – quasi ogni titolo ha la forma di una potenziale domanda. I documenti sono presentati in modo accademico, corredati da fonti scrupolose, tra cui la Banca Mondiale, le Nazioni Unite e persino Amnesty International. Questa sorta di avvelenamento dei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) funziona perché essi privilegiano statistiche, dati e fonti – tutti elementi presenti in questi rapporti. Il rischio più grave è l’ingresso di queste informazioni false in archivi web di grandi dimensioni come Common Crawl, usati per addestrare i modelli IA commerciali: quando un modello “rigurgita” narrazioni assorbite in fase di addestramento, spesso non cita nemmeno le fonti, rendendo impossibile il fact-checking. C’è anche un altro fronte, complementare a quello della strategia dell’Hanover Institute: allo stesso tempo in cui si produce un contenuto sintetico per orientare l’IA a favore di Israele, sui social vengono sistematicamente soppressi i contenuti autentici, soprattutto se palestinesi. Tra ottobre e novembre 2023, Human Rights Watch (HRW) ha documentato oltre 1˙050 rimozioni di contenuti pubblicati su sui social Meta sia dai palestinesi che dai loro sostenitori. Uno studio del 2026 dell’Arab Center for the Advancement of Social Media, basato sull’analisi di 3˙520 casi documentati in cinque anni, parla esplicitamente di “platformicide“Inoltre, quasi la metà dei ricorsi presentati tra il 2021 e il 2025 non ha mai ricevuto risposta e laddove Meta ha risposto le sue spiegazioni sono state spesso generiche o incomplete. I numeri poi devono essere interpretati con cautela poiché la portata del problema potrebbe essere maggiore, considerando che Meta fa sempre più ricorso a forme di enforcement invisibili, come lo shadowban, che colpiscono la visibilità dei contenuti senza che gli utenti ne siano informati.

Il filo che unisce task e app.

Affinché Lavender possa generare migliaia di bersagli in pochi secondi o l’Hanover Institute possa produrre mezzo milione di parole in nove giorni, serve la stessa cosa: potenza di calcolo su scala industriale, fornita da aziende private occidentali.     È qui che entra in gioco il Project Nimbus, un contratto da 1,2 miliardi di dollari stipulato dal governo israeliano con Google/Amazon per servizi di cloud computing e intelligenza artificiale – un’infrastruttura che vincola le due aziende a non negare mai il servizio a nessun ente del governo, esercito incluso, e ad avvertire segretamente Israele qualora fossero costrette a consegnare i dati israeliani alle autorità durante un’indagine (+972, 2025). Sorvegliare, colpire, manipolare non sono quindi tre strumenti diversi ma tre funzioni della stessa infrastruttura, costruite sullo stesso principio applicato a due direzioni opposte: ridurre le persone a un bersaglio da eliminare, e ridurre loro testimonianza a un ‘segnale da silenziare’.




L'Europa  suddita dell'America. 

Due voci si fanno sentire fuori dal coro americano: la Spagna e la Russia. Queste ultime settimane lo hanno evidenziato i governi stabili in Cina, in Spagna e in Russia. Se non ci fossero ben visibili e attivi Cina, Russia e Spagna saremo in ginocchio con Europa. Qualche  raggio di luce e di resistenza sono vivi e cercano, con i loro limit, che l'Europa possa continuare a non servire i potenti. 

Franco Barbero 


Tra diritti, Europa, donne e libertà: una vita di battaglie

Eleonora Martini

Il Manifesto 12/9

EMMA BONINO Scompare a 78 anni la storica leader radicale e nonviolenta. Impegnata nelle lotte civili con un profondo rigore istituzionale. Dalla nascita a Bra, nelle campagne cuneesi del dopoguerra a cittadina del mondo nel nuovo millennio, il passo per Emma Bonino è stato breve. La «zia d’Italia», come si definì una volta, laureata in lingue con una tesi su Malcom X, è stata anche uno dei personaggi politici italiani più conosciuti all’estero nell’ultimo quarto di secolo, tra i più citati sui magazine internazionali, più rispettati in Europa e non solo.

NATA NEL MARZO 1948, in Parlamento per la prima volta poco più che trentenne, vice presidente del Senato, due volte ministra, commissaria europea e molto altro ancora, profondamente antifascista e femminista, fin da giovanissima orientò le sue battaglie alla difesa dei diritti, soprattutto delle donne. In patria, prima, da radicale liberale, e nel mondo poi, nell’età matura. Non concesse mai nulla al populismo, per lei era difficile adagiarsi su posizioni comode, perfino nella relazione con il suo compagno di lotta di sempre, Marco Pannella, con cui finì per separarsi in modo amaro. Nonviolenta in anni in cui la violenza era all’ordine del giorno in Italia, era una liberale fino al punto di sconfinare nel liberismo. Brutto neo indelebile per le sinistre che non le perdonano neanche certe posizioni interventiste in Kosovo e nell’ex Jugoslavia, perché Emma Bonino aveva come faro la nonviolenza, concetto molto diverso dal pacifismo. Dopo la campagna per il divorzio e quella per la riforma del diritto di famiglia, la sua attività politica si era focalizzata sulla lotta contro l’aborto clandestino (che aveva subito personalmente, un’esperienza che la segnò), al punto da essere arrestata nel 1975 per aver dato vita al «Centro informazione, sterilizzazione e aborto» ed essere per questo costretta a fuggire in Francia. Rientra nel 1976 quando viene eletta insieme ad Adele Faccio, Marco Pannella e Mauro Mellini in una lista autonoma con il simbolo della Rosa nel Pugno, una delle più giovani deputate della storia della Repubblica. Era la prima volta anche per il Partito radicale rifondato nel 1955 e rimasto fino ad allora un movimento politico extraparlamentare. Ed era l’anno in cui Emma fonda, con altri, Radio Radicale.

NEL 1979 viene eletta per la prima volta – nelle liste del Partito Radicale – al Parlamento europeo, dove tornerà anche nel 1984, nel 1999 e nel 2004. Vent’anni dopo il suo debutto a Strasburgo, alle soglie del nuovo millennio, porta all’Europarlamento la Lista Bonino con uno storico 8,5% dei voti. Fin dagli anni Settanta, Bonino – con Pannella – fu protagonista delle azioni più creative, come i 25 minuti di silenzio davanti alle telecamere di una trasmissione televisiva, imbavagliata per protesta contro la disinformazione sull’aborto. Erano gli anni delle prime autodenunce in seguito ad azioni di disobbedienza civile, dei primi arresti provocati, come in Polonia nel 1987 o a New York agli inizi degli anni Novanta quando, insieme a Marco Taradash si fece arrestare per la distribuzione illegale di siringhe contro la diffusione dell’Hiv. Anche se l’antiproibizionismo, che senz’altro faceva parte della sua formazione, non era proprio la sua cup of tea.

GLI ANNI NOVANTA sono però anche quelli del patto elettorale tra la Lista Pannella – Riformatori e la neonata Forza Italia di Berlusconi, che la porta in parlamento di nuovo nel 1994 e nel ’95 alla Commissione europea. Anche se in un’intervista disse di non sentirsi appartenere a quella parte politica. Nel 1993 fonda Nessuno Tocchi Caino, contro la pena di morte, e l’associazione Non c’è pace senza giustizia con l’obiettivo di sostenere il Tribunale ad hoc sull’ex Jugoslavia e promuovere la creazione della Corte penale internazionale permanente. L’anno dopo, la sua battaglia contro la pena di morte la porta a capo della delegazione governativa italiana all’Assemblea Generale dell’Onu per la moratoria e verso l’abolizione totale delle esecuzioni nel mondo. A 51 anni, nel 1999, forte della sua popolarità bipartisan, fu candidata “civica” a presidente della Repubblica con un ironico battage pubblicitario che la definiva «l’uomo giusto»; ma cedette il passo a Carlo Azeglio Ciampi.

All’inizio degli anni Duemila si schiera contro la seconda guerra del Golfo sferrata da Bush. Lei la segue dal Cairo, dove si era trasferita per studiare l’arabo. E mentre in Afghanistan si registra la sconfitta di Massoud, Bonino inizia una lunga campagna per i diritti delle donne di Kabul e contro le mutilazioni genitali femminili. Nel 2006 diventa ministra del commercio internazionale e degli affari europei del governo Prodi. Affronta la questione immigrazione come «fenomeno strutturale» sempre nell’ottica del rispetto dei diritti dei migranti e dei richiedenti asilo. Un percorso che nel 2013 la porta a ricoprire il ruolo di ministra degli Esteri nel governo Letta. In quella veste riportò l’Italia protagonista nelle relazioni con i paesi arabi e musulmani, viaggiando molto in Medio Oriente e in Africa e più spesso in Giordania (nei più grandi campi profughi siriani) e in Turchia. Qualcuno, tra i radicali della prima ora, ricorda che a differenza di Pannella non diede mai grande importanza alla spiritualità, anche se negli anni Novanta si recò ad incontrare il Dalai Lama e poi divenne perfino grande amica di Papa Francesco, che nel 2024 andò a trovarla dopo un ricovero. Malgrado tutto e malgrado il suo anticlericalismo, Bergoglio si presentò con rose e cioccolatini alla porta della sua casa di Campo de’ Fiori.

PERÒ CON MARCO Pannella divise almeno altre tre battaglie (troppo breve, un articolo, per elencare tutte le tappe della vita di Emma Bonino): la giustizia, le carceri e l’eutanasia. Il suo intervento in Parlamento contro l’oscurantismo delle destre che volevano decidere della vita e della morte di Eluana Englaro divenne una sequenza del film Bella Addormentata di Marco Bellocchio. D’altro canto, in sintonia con le battaglie radicali per una riforma della giustizia che precipitarono nei sei referendum proposti nel 2021 insieme alla Lega, negli ultimi mesi si è schierata a favore della separazione delle carriere targata Carlo Nordio.

EMMA non aderiva ad ogni sciopero della fame e della sete indetto dal suo compagno di lotte di sempre, ma solo nei momenti che lei riteneva più importanti. C’era, ma non quanto avrebbe voluto Pannella; da qui l’inizio della crisi tra i due big radicali. Personalità dominanti entrambe, i loro diversi caratteri perfezionarono la rottura. Dopo la morte di Pannella e dopo la rottura definitiva con il Partito Radicale transnazionale e transpartito, nel 2017 Bonino fonda +Europa con Gianfranco Spadaccia, perché da sempre insegue l’obiettivo degli Stati uniti d’Europa dedicandosi principalmente alle politiche dell’immigrazione e alle riforme dei trattati. Fu da subito vicina alle proposte di Luca Coscioni sulla ricerca scientifica, tanto da averlo capolista nel 2001 nella Lista Bonino, e si è sempre schierata in favore della libertà di scelta nel fine vita e contro l’accanimento terapeutico. Nonostante il patto che stipulò con Umberto Veronesi, al quale promise di non fumare più di dieci sigarette al giorno, e malgrado nel 2023 dichiarò di essere guarita da un tumore ai polmoni, la salute negli ultimi anni era sempre più precaria. Tra le sue ultime frasi che potrebbero rappresentare quasi un epitaffio, spicca quella scritta nel 2024 per esortare gli elettori chiamati alle urne per le amministrative: «Cara Italia resta libera».


 GLI HOUTHI PRENDONO MOCHA

ISPI 12/9

Da Hormuz a Bab al-Mandab?

La posizione geografica di Mocha rende la sua conquista una questione di rilevanza globale. La città si trova a 75 chilometri da Bab al-Mandab, la ‘Porta delle Lacrime’ che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden: attraverso le sue acque transita ogni anno tra il 10 e il 12% del commercio marittimo globale, greggio e carburanti oltre a materie prime asiatiche e petrolio russo. Perim, l’isola vulcanica che divide lo stretto nel suo punto più angusto in due corridoi di navigazione, è da anni un obiettivo militare che le forze saudite avevano lavorato per tenere fuori dalla portata degli Houthi: la sua caduta, secondo gli osservatori segna il completamento della presa del gruppo sull’intero valico. È una tenaglia che ora si chiude su entrambe le sponde della penisola arabica: Hormuz e Bab al-Mandeb insieme veicolano oltre un quarto del commercio mondiale di greggio via mare, e quasi un terzo del traffico globale di container passa dal solo Mar Rosso. La caduta di Mocha, inoltre, taglia le linee di rifornimento delle forze governative, inclusa la strada che dal porto risale verso Taiz. “È un punto di svolta nella guerra” ha dichiarato ad Al Jazeera Wolfgang Pusztai, secondo cui l’evento potrebbe portare al collasso delle forze governative nello Yemen meridionale.

Punto di svolta?

La rottura è arrivata dopo mesi di relativa calma. Il 3 luglio un raid della coalizione a guida saudita aveva colpito la pista dell’aeroporto di Sana’a per impedire l’atterraggio di un volo proveniente da Teheran, riacceso lo scontro diretto con gli Houthi. Il 20 luglio il gruppo ha risposto dichiarando un blocco navale contro i porti sauditi nel Mar Rosso e colpendo impianti di estrazione e ponendo di fatto fine alla tregua del 2022. Il 3 settembre gli Houthi hanno lanciato un’offensiva su tre direttrici – Taiz occidentale, Hodeidah meridionale e Mocha stessa – innescando la reazione di terra e aerea delle forze governative. L’8 settembre Riyadh ha denunciato attacchi Houthi contro obiettivi civili ed economici sul proprio territorio. Nessuna delle due parti sembra orientata a fermarsi: né il governo, che dispone di risorse superiori rispetto a qualsiasi momento successivo alla tregua, e che punta a sfruttare lo slancio per insidiare il controllo degli Houthi su Sana’a, pur senza aver finora ottenuto guadagni territoriali significativi; né gli Houthi che, dal canto loro, stanno consolidando il controllo della costa yemenita del Mar Rosso.

Un altro grattacapo per Trump?

La crisi yemenita rischia di innescare un’ulteriore escalation nella regione. Con Bab al-Mandeb sotto il controllo di forze vicine a Teheran, e lo Stretto di Hormuz sigillato, l’Iran stringe ora una tenaglia sulle due arterie energetiche ai lati opposti della penisola arabica. L’Arabia Saudita, colpita dal blocco navale Houthi dallo scorso luglio, risulta particolarmente esposta: tanto che il ministro della Difesa pachistano Khawaja Asif ha avvertito che un’aggressione non provocata contro il regno renderebbe operativo il Mecca Joint Defence Agreement, il patto di difesa collettiva che unisce da agosto Arabia Saudita, Pakistan e Turchia. Fonti pachistane hanno riferito a Türkiye Today che Islamabad starebbe già valutando “raid aerei contro postazioni Houthi su richiesta saudita”, sebbene la decisione finale non sia stata presa: un’eventualità che introdurrebbe nel conflitto l’unico Stato islamico dotato di arma nucleare. Comprensibile dunque che in poche ore i prezzi del petrolio siano tornati sopra i 100 dollari al barile. Intanto, la svolta yemenita rafforza Teheran proprio mentre il confronto con Washington entra nel suo settimo mese, senza nessuna apparente via d’uscita.

Il commento

Di Eleonora Ardemagni, Senior Associate Research Fellow ISPI

“Senza il controllo delle coste e delle isole del Bab el-Mandeb, gli Houthi erano già in grado di sferrare attacchi alle navi lì in transito. Il vero obiettivo di questa avanzata potrebbe essere, allora, imporre pedaggi replicando le mosse dell’alleato Iran su Hormuz. Oltreché aiutare Teheran e rafforzare il potere di ricatto su Riyadh. La rapidità delle conquiste Houthi pone molti interrogativi sulle forze filo-governative dello Yemen: l’Arabia Saudita ha per anni investito su queste milizie (meno sull’esercito), fornendo armi, addestramento e stipendi, anche alle forze prima leali agli Emirati Arabi. Una disfatta strategica, difficilmente rimediabile, che andrà studiata”. 

venerdì 11 settembre 2026

I preti sposati sono un futuro vicino e felice


Nella Chiesa, come esprime bene Adista n. 28, tale è il consenso che ottiene un po’ in tutto il globo con una numerosa presenza di vescovi che appoggiano questo cammino dei preti sposati, che il problema per il Vaticano è fingere di non sapere. Ma soprattutto, detto in modo palese, non si tratta più di sapere se è in crescita il numero dei preti sposati, ma, come scrive bene Adista, la realtà è che ciò è evidente ed è un dato di realtà innegabile.

La realtà non è più se ciò è possibile, ma certo esistono le chiusure vaticane che sono destinate a creare dei tempi assai lunghi per un pronunciamento, ma la realtà che i preti sposati esistono anche con l’appoggio di molti vescovi.

Allora si tratta di sapere solo quando arriva il fischio vaticano. La realtà è già in atto e questa volta il Vaticano dovrà aprire gli occhi. Il fatto è già in atto con o senza il placet papale.

E’ un dono di Dio per la chiesa cattolica al di là dei mugugni vaticani e superclericali.

Sarà una bella ventata di crescita umana ed evangelica.

Grazie, o Dio per questi amori e ministeri.

Scompariranno tanti abusi e fiorirà tanta gioia.

                        don Franco Barbero - settembre 2026


da ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale del 08/09/2026

L’ULTRADESTRA PESA IN EUROPA

di Ispi Daily Focus


La vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt apre una stagione di incertezza che va oltre la Germania e punta dritta alle elezioni in diversi paesi europei nel 2027.


La vittoria del partito di estrema destra Alternativa per la Germania (Afd) in Sassonia-Anhalt non è rilevante solo per la Germania. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, già profondamente impopolare, e che aveva promesso di arginare la popolarità del partito guidato a livello nazionale da Alice Weidel, ha ammesso “la sconfitta elettorale più pesante per la Cdu da anni, anzi decenni”. I cristiano-democratici hanno perso più della metà dei voti rispetto all'ultima tornata in Sassonia-Anhalt, complice un’affluenza record all'80% che ha visto la mobilitazione in massa degli astensionisti. Ma il voto di domenica pesa su un tavolo più grande di quello di Magdeburgo, capoluogo del Land. Indebolisce Berlino proprio mentre Bruxelles prova a tenere compatto il fronte comune contro l’aggressione russa in Ucraina, i dazi di Donald Trump e la concorrenza cinese. E soprattutto conferma una tendenza che l’Unione europea osserva da tempo con inquietudine: la crescita delle destre radicali non è un fenomeno isolato, ma una costante diffusa sulla scena politica europea, destinata a incidere sui prossimi appuntamenti elettorali, da Francia e Italia fino a Spagna e Polonia.

Il paradosso europeista

Il dato che meglio misura questo spostamento arriva proprio da Strasburgo. I tre gruppi di estrema destra al Parlamento europeo – Patrioti per l'Europa, il Partito dei conservatori e dei riformisti europei, Europa delle nazioni sovrane – rappresentano oggi insieme quasi un quarto dei deputati: una quota mai raggiunta prima da forze apertamente di destra. Raramente votano in blocco, e il “cordone sanitario” in vigore nelle istituzioni Ue li tiene fuori dalle cariche di vertice. Ma la loro capacità di condizionare l’agenda su temi come migrazione, aiuti all'Ucraina e Green deal è già visibile: lo dimostra l'accordo tra popolari e destre sulla stretta sui rimpatri approvata di recente al Parlamento europeo. Non stupisce quindi che il voto tedesco sia stato letto in modi opposti a seconda della sponda politica. Il leader di Vox, partito nazionalista spagnolo, Santiago Abascal, lo ha salutato come “una grande speranza per la Germania e per l'Europa”, mentre il ministro francese per gli Affari europei Benjamin Haddad ha parlato di "un momento critico" per l'Unione. Il paradosso è che i sondaggi raccontano tutt'altro: l’ultima rilevazione di Eurobarometro mostra che il 75% degli europei considera l'Ue un'area di stabilità in un mondo turbolento, e se tre cittadini su quattro sostengono il proseguimento degli aiuti a Kyiv, otto su dieci guardano con favore all'idea di una difesa comune. Eppure una parte di chi condivide questi obiettivi vota anche per l'estrema destra – segno che la frustrazione legata a politiche migratorie e costo della vita pesa alle urne più del consenso verso il progetto europeo. 

2027, cartina di tornasole?

A prescindere dallo slogan – che sia “Prima la Germania” o “La Francia ai francesi” – la preoccupazione è la stessa. L’ascesa dei partiti nazionalisti rischia di logorare la coesione europea proprio nel momento in cui gli eventi esterni la richiedono più che mai. Le forze euroscettiche, per loro natura, tendono a indebolire un'Unione che, per contrastare le pressioni commerciali di Trump o per proteggere le proprie imprese dal dumping cinese, non ha altra scelta se non quella di restare unita. In quest’ottica, le elezioni del 2027 saranno la cartina di tornasole. Se i voti in Spagna, Italia e Polonia saranno seguitissimi, è la Francia il vero fulcro dell'attenzione. Marine Le Pen, candidata dell'ultradestra del Rassemblement national, viaggia da settimane oltre il 33% delle intenzioni di voto per il primo turno e in tutte le simulazioni di ballottaggio risulta vincente. È una posizione più solida di quella con cui si è presentata a ciascuna delle sue precedenti tre candidature all'Eliseo, nonostante la condanna in appello per appropriazione indebita di fondi europei. La sola prospettiva di una sua vittoria basta a far tremare i vertici di Bruxelles. Per diversi analisti, un governo di estrema destra a Parigi, paese fondatore e al centro dell’architrave comunitario, destabilizzerebbe l'Ue come nessun'altra elezione nazionale.

Chi scommette su un’Europa debole

Non è un caso che l'ascesa delle destre estreme sia osservata con interesse ben oltre i confini europei. Già nel febbraio del 2025, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il vicepresidente americano JD Vance aveva rifiutato l'incontro con l'allora cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz per intrattenersi invece con Weidel: un gesto tutt'altro che simbolico, essendo arrivato pochi giorni prima delle elezioni federali tedesche. Diciotto mesi dopo, quella scommessa sembra aver pagato. Domenica Donald Trump ha rilanciato gli exit poll della Sassonia-Anhalt sulla sua piattaforma social Truth poche ore dopo la chiusura dei seggi, mentre Elon Musk è stato tra i primi a congratularsi con l'AfD. Da Mosca i toni sono stati se possibile ancora più espliciti. Kirill Dmitriev, inviato del presidente Putin per la cooperazione economica con la Germania, ha definito il risultato dell'AfD “storico” e ha accostato la posizione di Merz a quella dell'ex premier britannico Keir Starmer, costretto alle dimissioni quest’estate. Non è un parallelo casuale: Berlino e Londra restano tra i principali donatori europei di Kyiv. L'AfD, al contrario, è esplicitamente favorevole a un ripristino delle relazioni con Mosca. Il partito si trova così a un crocevia, tra la sponda trumpista e l'influenza, sempre più visibile, che la Russia esercita su alcune forze politiche interne. Una sfida non banale e che rivela una convergenza di interessi impensata: un'Europa indebolita e divisa fa comodo tanto a Mosca quanto a Washington.


TU CI PRECEDI

  

Dio del cielo e di tutte le terre,

aiutaci a camminare nel vento della vita

con la spensieratezza del passero che fa il nido,

Senza pensare che giungerà l'autunno.

 

Prima che i nostri occhi Ti cercassero,

Tu sei venuto verso di noi in mille modi.

Prima che le nostre labbra Ti invocassero,

Tu hai deposto nei nostri cuori la Tua parola.

 

Apri ogni giorno il nostro cuore

a questo mistero di amore che ci avvolge.

Tu ci hai amato per primo

e ci doni anche oggi la forza d'amare.

 

Tu semini nel cuore della nostra vita

la speranza di una creazione liberata

da ogni violenza e da ogni discriminazione.

 

Sei il Dio che danza le nostre gioie,

che cammina con noi nei nostri "viaggi" della vita.

Donaci il latte nutriente della Tua parola.

 

Franco Barbero

da PREGHIERE D’OGNI GIORNO, Pregare e lottare: una sintesi vitale

2021

giovedì 10 settembre 2026

da Il Fatto Quotidiano del 05/09/2026

In Ucraina gli 007 si sparano: la faida Yermak-Budanov

di Michela A. G. Iaccarino

 

Fuoco gialloblù contro fuoco gialloblù. È stato un fuoco tutt’altro che amico quello che, nel cuore di Kiev, il primo giorno di settembre, è esploso tra gli agenti dell’Sbu, i servizi di sicurezza ucraini, e quelli del Gur, l’intelligence militare del ministero della Difesa. Le tensioni, a cascata, arrivano direttamente dai vertici dell’apparato di sicurezza ucraino. Per Zelensky l’accaduto è “vergognoso”: servono provvedimenti e alcuni li ha già presi. Lo scontro a fuoco è scoppiato mentre l’Sbu tentava di sventare un presunto attentato orchestrato dall’fsb russo ai danni di Stepan Kaplunov, vicecomandante del Corpo dei Volontari russi (Rvc), la formazione paramilitare russa che combatte al fianco delle forze ucraine ed è subordinata all’intelligence militare di Kiev, il Gur. Secondo quanto riferito da Rvc, Kaplunov sarebbe stato rapito da ignoti nel cortile della propria abitazione. Ma a sequestrare il vicecomandante non sarebbero stati i russi, bensì proprio gli agenti dell’Sbu: questa accusa arriva dal comandante dell’unità speciale “Timur” del Gur, contro cui l’intelligence interna avrebbe aperto il fuoco mentre gli agenti erano disarmati. Gli agenti dell’Sbu che hanno perquisito l’abitazione del vicecomandante sarebbero intervenuti senza un mandato e avrebbero impedito al russo di contattare il proprio legale, Taras Borovskyi, che intervenuto in tv, ha riferito anche che alcuni membri del Gur sono rimasti feriti nel corso della sparatoria.

è stato rilasciato, ma si nasconde e nessuno sa dove si trovi. Tutto è accaduto il primo settembre. Ma Kaplunov, senza aver ricevuto alcuna spiegazione sulle accuse a suo carico, era stato arrestato già il 23 agosto. Per il suo legale anche la pista del presunto complotto russo non è altro che un alibi: “Un tentativo di giustificare quella che ho descritto come una detenzione extragiudiziale e un’operazione di pubbliche relazioni”. Lo aveva riferito il consigliere presidenziale Dmytro Lytvyn che Zelensky non avrebbe lasciato correre quanto accaduto; dopo aver convocato i vertici delle due unità coinvolte, ha destituito Oleg Khramov, capo del Dipartimento dell’sbu responsabile della protezione dei segreti di Stato. Anche il capo dell’ufficio del Presidente, Kyrylo Budanov, ha chiesto un’indagine “approfondita e imparziale”, ma lui potrebbe sapere molto di più di quanto dice o è emerso fin qui. Non è la prima volta che le rivalità tra Gur e Sbu – storicamente in competizione – diventano sangue e pallottole.

Un precedente risale al marzo 2022, quando il corpo del banchiere Denys Kireev fu ritrovato nel centro di Kiev con un proiettile ficcato nella tempia. Kireev aveva preso parte ai negoziati di pace tra russi e ucraini, era sospettato di doppiogiochismo, era un collaboratore del Gur – all’epoca guidato da Budanov. Ed è stato proprio lui a difenderne la memoria pubblicamente all’epoca: Kireev non lavorava per Mosca, anzi, aveva il merito di aver fornito informazioni sui piani di Mosca per l’invasione su vasta scala dell’ucraina. Ed è stato ucciso dall’Sbu.

Ieri Roman Chervinsky, colonnello del controspionaggio ucraino ed ex agente speciale, ha concesso un’intervista a Radio Nv pronunciando un nome preciso: quello dell’uomo che, per anni, è stato considerato il più potente del sistema Zelensky. Anzi, forse anche più potente del presidente: Andriy Yermak, costretto poi a lasciare gli incarichi dopo le indagini di Nabu e Sapo. Secondo Chervinsky, la situazione è diventata progressivamente più pericolosa a partire dal 2019-2020, quando Zelensky vince le elezioni e inizia a collocare nelle posizioni chiave dello Stato persone scelte non tanto “per competenze, professionalità e risultati”, quanto per la loro fedeltà e appartenenza alla cerchia più ristretta. L’attuale capo dell’sbu, Oleksandr Poklad ,è “uomo di Yermak”: sa perfettamente chi lo ha messo lì e sa che la politica la gestisce ancora lui. Secondo Chervinsky, infatti, l’ex braccio destro di Zelensky continua a esercitare un’influenza decisiva sui centri di potere di Kiev, ma lontano dai riflettori istituzionali. Ma oggi sulla poltrona che occupava Yermak c’è seduto proprio il capo del dipartimento avversario: l’ex capo del Gur, Budanov.


da Riforma del 04/09/2026

Le chiese e l'estremismo di destra in Germania

 

Timori e inquietudine in vista delle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt

 

Bettina Schlauraff, vescova regionale della Chiesa evangelica della Germania centrale (Ekm), ha chiesto un chiaro impegno da parte delle chiese a favore della democrazia e della dignità umana, alla luce dell'estremismo di destra e delle prossime elezioni regionali in Sassonia-Anhalt.

Interrogata sulle previsioni che vedono l'AfD come possibile partito di maggioranza, sottolinea che l'esito delle elezioni è tutt'altro che scontato. Il ruolo della Chiesa, afferma, è quello di promuovere la

democrazia, la forma di governo «che meglio garantisce la dignità umana». Pertanto, è un preciso dovere per i cristiani lottare per la democrazia. Le elezioni si terranno il 6 settembre.

L’approccio di Schlauraff non si concentra esclusivamente sul prendere le distanze dagli estremisti. La Chiesa deve anche raggiungere coloro che si sentono emarginati e che stanno valutando la possibilità di votare per un partito estremista.

Si tratta di comprendere a fondo le loro motivazioni: quali problemi affrontano e quali alternative democratiche esistono? Queste conversazioni devono essere sincere.

A questo proposito, la vescova regionale attribuisce un ruolo speciale alle comunità ecclesiali. Esse possono creare spazi in cui persone con esperienze e posizioni politiche diverse possano dialogare. Come co-curatrice del libro Chiesa contro l’odio, ha constatato che molte comunità e distretti ecclesiastici stanno già lavorando con format di dialogo. Gli spazi ecclesiali, in particolare, offrono un «ambiente pacificatore». L’esperienza dimostra che i dibattiti che vi si svolgono spesso portano e persone ad ascoltarsi meglio e a reagire in modo meno aggressivo.

da Riforma del 04/09/2026 

Le chiese per i bambini vittime di guerre in Africa

 

«Dobbiamo quindi evitare di considerare i bambini associati a gruppi armati semplicemente come carnefici. Sono, prima di tutto, bambini i cui diritti sono stati violati e che necessitano di protezione, riabilitazione e reintegrazione».

Alcuni dei conflitti più letali si stanno verificando in Sudan, nella Repubblica Democratica del Congo, in Somalia e nel nord della Nigeria. Molti bambini muoiono sui fronti di battaglia, mentre altri sono vittime di rapimenti o sequestri. Milioni di altri sono sfollati

e non possono andare a scuola.

Abdalla Ali Kori, segretario generale del Consiglio delle chiese del Sudan, ha affermato che la guerra ha reso difficile per il Consiglio intervenire, nonostante molti bambini siano tra le principali vittime del conflitto. «Da Khartoum mi giungono notizie di bambini reclutati, anche piccolissimi, e mandati in guerra», ha detto Kori. «E tutto nel caos. La gente è in fuga. Le persone sono disperse, ma è evidente che i bambini sono gravemente colpiti».

Suganya Kimbrough, direttrice per lo sviluppo dei programmi e la garanzia della qualità dell'organizzazione World Vision Somalia, ha affermato che il prolungato conflitto in Somalia sta rubando l'infanzia ai bambini, spingendoli dalle aule scolastiche alla fame e poi dalla fame al conflitto: «E’ una crisi che richiede l'urgente attenzione del mondo. I bambini sono il futuro della Somalia, e quel futuro viene eroso proprio sotto i nostri occhi». Secondo il pastore Uzoaku Williams, vicesegretario generale dell'Associazione cristiana della Nigeria, dopo oltre 15 anni di insurrezione, banditismo e scontri intercomunitari, un gran numero di bambini vive in campi profughi con accesso limitato a cibo, assistenza sanitaria e istruzione. «Continuano a giungere segnalazioni di rapimenti scolastici, reclutamento in gruppi armati e bambini che crescono nei campi profughi senza conoscere altro che il conflitto», ha affermato, spiegando che la situazione rimane critica, in particolare nel nord est, nel nord-ovest e in alcune zone del centro-nord della Nigeria.

Williams ha affermato che le chiese in Nigeria stavano offrendo soccorso e protezione: gestendo centri di supporto per gli sfollati interni; fornendo cibo, alloggio e assistenza medica, e aiutando a reintegrare i bambini che lasciavano i gruppi armati.

«Ci impegniamo anche nel dialogo interreligioso per costruire comunità più sicure. Abbiamo sviluppato congiuntamente un codice di condotta per porre fine alla violenza contro i bambini con il supporto dell'Unicef», ha concluso Williams.

MAI E POI MAI

 

O Dio,

mai e poi mai

tu ci risolvi i problemi

come un giocoliere.

Non ti preghiamo

perché tu magicamente

intervenga

a cambiare le cose

che dobbiamo cambiare noi.

La tua presenza è vera,

ma segue un'altra strada.

Tu ci dai la luce e la forza

perché noi uomini e donne

assumiamo fino in fondo

le nostre responsabilità

e facciamo la nostra parte.

 

Franco Barbero

da PREGHIERE D’OGNI GIORNO, Pregare e lottare: una sintesi vitale

2021