giovedì 23 luglio 2026

 

da Il Manifesto del 12/06/2026

La tassa sui super ricchi e le passioni tristi

di Valentina Pazé


La piazza di un piccolo paese. Un personaggio stravagante, in vesti sgargianti, agita una scatoletta piena di polvere esaltandone le prodigiose virtù curative, circondato da una folla rapita. Di fronte a tale fascino a nulla valgono gli avvertimenti del farmacista del luogo. «Un uomo giallo, magro e severo», che invita a guardarsi dall’imbroglione, intento a smerciare semplice zucchero. È un ricordo d’infanzia di Gustave le Bon, richiamato da Francesco Gallino nella sua bella Introduzione alla nuova edizione critica della Psicologia delle folle (Bollati Boringhieri 2025). Da Platone a Le Bon a Reich, si torna sempre lì: da un lato la forza magnetica di un messaggio che punta dritto all’inconscio; dall’altra la razionalità, i numeri, le statistiche, che lasciano freddo chi ha bisogno di credere e di sognare.

Il dibattito sulla patrimoniale è solo l’ultimo esempio del riproporsi di questo dilemma. Nella forma di un’aliquota dell’1% applicata a pochi milionari, converrebbe a tutti, tranne all’esiguo drappello di super-ricchi che dovrebbero pagarla. Eppure, secondo Antonio Floridia, <<parlarne così è un suicidio elettorale>> per via del valore emotivo di una parola <<che allarma (inutilmente) una gran massa di contribuenti, a cominciare da milioni di italiani proprietari della loro casa>> (manifesto, 5 giugno). Come allarmano al di là di ogni ragionevole smentita le notizie di cronaca su rapine e omicidi, nonostante i numeri più che rassicuranti delle statistiche.

Per Gallino <<l’inevitabile sconfitta del farmacista – nonostante le argomentazioni di buon senso – condensa una decisiva evidenza psicologica: ciò che gli esseri umani (soprattutto se in folla) vedono, pensano e scelgono non dipende primariamente dal criterio di verità. La speranza, il mistero, il prestigio, la paura, il contagio mentale: tutte queste forze plasmano il modo in cui percepiamo il mondo più dell’evidenza logica, o del dato di realtà>>. E’ questo, in fondo, ciò che si intende oggi quando si parla di post-verità: il prevalere di opinioni soggettive, per lo più filtrate dalla rete (dove gli <<sciami digitali>> fungono da equivalente funzionale delle folle), sulle leggi della logica e le evidenze fattuali. Ma, a dar retta a Le Bon, che scrive a fine Ottocento, profondamente turbato dai tumulti dei lavoratori in piazza, si tratterebbe di un fenomeno senza tempo, che si radica negli strati profondi della psiche umana. Quelli che, di lì a poco, indagherà Freud, sotto l’influsso decisivo proprio di Le Bon. Qualcosa che i vari Trump, Meloni, Vannacci, e i loro staff di esperti comunicatori, mostrano di conoscere molto bene e di riuscire a capitalizzare.

E la sinistra? Quando prova a scendere su questo terreno non si può dire che non colga qualche successo, come la folgorante ascesa di Renzi ha mostrato. Ma la parabola discendente del rottamatore è istruttiva della trappola insita in questa strategia. Inseguire la destra sulla politica dell’immagine e delle emozioni non paga, alla lunga, per la banale ragione che l’originale è sempre più convincente della copia. E per la, meno banale, ragione che pulsioni primordiali come la paura, il risentimento, la speranza irrazionale, una volta risvegliate non si placano con le mezze misure. Assecondare le narrazioni securitarie (<<perché la sicurezza non è un valore di destra>>) funziona, dal punto di vista elettorale, solo se si è disposti ad andare fino in fondo. Come sta facendo il fior fiore della socialdemocrazia europea, da Starmer alla danese Frederiksen, sempre meno distinguibili da chi promette tolleranza zero e remigrazione.

Un’alternativa consiste nel cambiare decisamente frame e contrapporre alle passioni tristi della destra le passioni gioiose della sinistra: amicizia, solidarietà, fratellanza. Come è riuscita a fare la Flotilla, suscitando un entusiasmo non spiegabile esclusivamente sulla base dei freddi numeri dello sterminio a Gaza. Tra l’altro, anche in questo caso vale la regola dell’originale che brilla più della copia. La sospensione del rinnovo automatico del memorandum di cooperazione sulla difesa con Israele non è servita a Meloni per rifarsi l’immagine. Né le gioverebbe un tardivo via libera alle sanzioni europee contro Israele.

E allora, la patrimoniale? Se la parola <<non funziona>>, perché impropriamente associata alla tassazione della prima casa, si parli più esplicitamente di una tassa destinata ai super-ricchi, che andrebbe a finanziare bisogni di base dei ceti medio-bassi. Non rinunciando a sfruttare l’impatto anche emotivo dei numeri della diseguaglianza (12 individui che possiedono più ricchezza di quattro miliardi di persone, secondo Oxfam). Senza eccessiva prudenza e tentennamenti, che sarebbero solo controproducenti.

 Anche se i fatti di cui parla l’articolo che segue sono ormai passati, ci sembra importante riportarlo sul blog per l’analisi attenta e puntuale che ne è stata fatta dall’autore. 

Si invita tutti/e alla lettura...


da Il Manifesto del 10/06/2026

Inizia il mondiale suprematista

di Luca Pisapia


I campionati mondiali di calcio maschile che cominciano domani allo stadio Azteca di Città del Messico con la sfida tra Messico e Sudafrica sono il culmine di un lungo processo attraverso cui la Fifa certifica la sua trasformazione da apparato burocratico incaricato di organizzare le competizioni calcistiche internazionali a multinazionale protagonista del ciclo reazionario del tardo capitalismo.

La coppa del mondo 2026 sarà infatti la più estesa, la più redditizia, la più inquinante e soprattutto la più escludente di sempre. Un vero e proprio festival del suprematismo trumpiano. Per la prima volta il torneo mondiale si giocherà infatti in tre diversi paesi (Canada, Messico e Stati Uniti); e per la prima volta con 48 squadre, 12 giorni e ben 104 partite (la maggior parte delle quali, 78, negli Stati Uniti). Per i continui spostamenti aerei necessari sono state stimate emissioni per oltre 9 milioni di tonnellate di anidride carbonica, quelle che producono sei milioni di automobili in circolazione ogni giorno per un anno, con un aumento del 92% rispetto alla media storica dei tornei disputati nell’ultimo decennio.

Oltre alle emissioni aumenteranno anche gli introiti della Fifa, che controlla tutto (dalle mega sponsorizzazioni alla vendita dei diritti televisivi, fino a quella al dettaglio dei souvenir) e lo fa in un regime di extraterritorialità fiscale; e per questo a bilancio per il 2023-2026 ha previsto ricavi per 13 miliardi di dollari, il doppio del quadriennio precedente.

Ma non sarà una festa per tutti. La maggior parte dei tifosi non potrà assistere alle partite perché impossibilitata a ottenere il visto per gli Stati Uniti, o perché terrorizzata dalle deportazioni arbitrarie delle milizie parafasciste dell’Ice; o ancora perché il costo dei biglietti ha raggiunto cifre iperboliche: il prezzo medio per una partita è di 2.500 dollari, e un ticket per la finale, il 19 luglio al MetLife Stadium in New Jersey, sul mercato secondario (legale) costa fino a 2 milioni.

Questo processo di esclusione operato dalla Fifa attraverso i campionati mondiali di calcio maschile affonda le sue radici nell’assegnazione dell’edizione 1934 all’Italia fascista, che secondo l’allora presidente Jules Rimet era un esempio nel mantenere dell’ordine pubblico con il pugno di ferro; prosegue nel dopoguerra con le relazioni pericolose tra la Fifa e le dittature argentine, brasiliane, cilene e messicane; e trova la sua messa a terra con le dichiarazioni rilasciate nel 2014 dall’allora segretario generale Jerome Valcke, che riferendosi a Russia e Qatar spiegò come «nei Paesi con meno democrazia è più facile organizzare una Coppa del Mondo».

Ma l’orizzonte degli eventi lo supera l’attuale presidente Gianni Infantino, definito sarcasticamente dal Guardian come «parte dell’entourage diplomatico del presidente degli Stati Uniti» per i suoi continui viaggi nei Paesi del Golfo a fianco di Donald Trump, che porta al suo massimo livello l’opera di riterritorializzazione degli spazi a uso del capitale finanziario. Prima non si cura della tragedia dei lavoratori migranti morti per Qatar 2022; poi assegna direttamente il torneo del 2034 all’Arabia Saudita senza passare dal voto, e per caso arrivano sponsorizzazioni miliardarie dal fondo statale saudita Pif e dalla compagnia petrolifera Saudi Aramco; non contento, esclude la Russia per l’invasione dell’Ucraina e non Israele per il genocidio in Palestina, e prende parte al Board of Peace dove si mette a ridere e ballare sulle macerie di Gaza. E infine, sdraiato sulla politica guerrafondaia trumpiana, dopo aver consegnato al king il ridicolo Premio per la Pace Fifa tagliato su misura, costringe la nazionale iraniana all’esilio in Messico nonostante debba giocare in California. La coppa del mondo si conferma così un dispositivo del capitale che attraverso l’esclusione ha lo scopo di ridisegnare l’architettura degli spazi urbani (costruzione di nuovi stadi, aumento del prezzo dei biglietti, repressione di eserciti e polizie) e riterritorializzare gli spazi globali (diplomazia, guerre e speculazioni finanziarie); un dispositivo di potere che agisce attraverso uno spettacolo, la partita di calcio, ridotta a presenza fantasmatica e sempre più artificiale.

In questo spettacolo osceno e grandioso le partite si giocheranno infatti spalmate in orari improbabili perché, analizzando i dati forniti dalla Fifa, si scopre che, come nelle ultime edizioni, la partita non viene seguita in diretta; e soprattutto mai per intero, ma attraverso immagini frammentate del match (azioni, gol, festeggiamenti) e del contorno (pubblicità, intervalli, celebrità) con cui le piattaforme inondano social network e nuovi media.

Questi frammenti ci racconteranno che a contendersi la vittoria saranno la meravigliosa Francia di Dembélé, Mbappé, Olise, Barcola e Doué (le cui riserve sarebbero in grado di raggiungere la finale); la giovane Spagna di Pedri e Yamal, per la prima volta senza giocatori del Real Madrid; il rinato Brasile di Vinicius Jr, Estevao, e del vecchio Neymar, allenato da Ancelotti; e l’Argentina campione in carica dove Nico Paz è pronto a raccogliere lo scettro di Messi. Un gradino più in basso la Germania di Wirtz e Musiala; il Portogallo di Cristiano Ronaldo e della coppia d’oro di centrocampisti del Psg Vitinha e Neves; e l’Inghilterra di Kane e Gordon che può permettersi di lasciare a casa Foden e Palmer.

Se le sorprese usciranno probabilmente tra Colombia, Marocco, Giappone e Norvegia, l’allargamento ci regalerà per la prima volta la presenza di Capo Verde, Curaçao, Giordania e Uzbekistan e i ritorni di squadre come Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire), Giordania, Haiti e Iraq; mentre con l’Italia, incapace di qualificarsi per la terza volta di fila, mancheranno partecipanti abituali come Camerun, Danimarca, Polonia e Serbia. Ma il vero escluso da questo spettacolo organizzato dal e per l’1% del mondo ricco, suprematista e guerrafondaio, sarà il 99% della popolazione globale; alla faccia dello slogan Fifa «Football Unites the World».

da Pressenza del 19/07/2026

Il fresco profumo della libertà

di Redazione di Palermo


Desideriamo ricordare le più celebri e commoventi parole di Paolo Borsellino nel 34° anniversario del suo assassinio, per mano mafiosa ma non solo, nella strage di via D’Amelio, in cui perirono anche Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina e Claudio Traina.

La lotta alla mafia (primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte, (perché prive o meno appesantite dai condizionamenti e dai ragionamenti utilitaristici che fanno accettare la convivenza col “male”), a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.




lunedì 20 luglio 2026

 

La Parola GRAZIE, o Dio.


E’ quello che mi esce dal cuore ogni giorno.

Ora che il mio cammino è giunto al termine, o Dio, Te lo dico con più fiducia, perché dopo la morte, la mia piccola vita sarà tutta in Te.

Ora che le persone che ho accompagnato non hanno il tempo per il mio telefono, provo un grande dolore, ma capisco bene che non sono occupate per un nulla, ma per mille motivi e comunicazioni familiari.

E proprio giunta l'ora della ”Partenza“.

Ho un numero enorme di telefonate perse. Sono parecchi giovani. Oggi ho telefonato per 45 minuti con Erika di Napoli, altri vogliono parlarmi al telefono. Con tre giovani di 25 - 28 anni, di Roma e Palermo, ho usato il videotelefono.

Ora la voce c'è ancora e parlare al telefono è delizioso e faticoso.

Grazie, o Dio, che mi doni questi incontri dove sono giovani a chiedermi di dialogare sulla loro ricerca di fede e mi mandano tanti baci e mi assicurano che pregheranno anche per me.

Ci lasciamo sempre con un abbraccio telefonico dicendo insieme grazie a Dio, mentre talvolta qualche lacrima scende.

Franco Barbero, 13 luglio 2026

 

da Pressenza del 16/07/2026

Un momento di verità: la fede in tempo di genocidio”: il 20 agosto a Torre Pellice

di Redazione Italia

Il titolo dell’iniziativa che si svolgerà nell’ambito del Sinodo delle chiese metodiste e valdesi – riferisce DallapartediAbele – è tratto dal secondo documento di Kairos Palestine, elaborato dal movimento ecumenico non violento dei cristiani palestinesi, che nell’occasione rinnova l’appello alla giustizia e chiede una urgente risposta cristiana globale interrogando anche le chiese occidentali sulle questioni di fede poste dal presente, che rischia di tradursi nella scomparsa effettiva delle comunità cristiane dalla Palestina”.

L’incontro pubblico è organizzato da DallapartediAbele insieme agli Ambasciatori e Ambasciatrici di Pace (UCEBI), alla Commissione globalizzazione e ambiente (GLAM) della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e al Centro Interconfessionale della Pace (CIPAX), con il patrocinio della locale Chiesa Valdese, del Comune di Torre Pellice e della Fondazione-Centro Culturale Valdese e in collaborazione con Radio Beckwith, che trasmetterà la diretta radiofonica.

I promotori spiegano che al centro dell’incontro saranno “le richieste e l’appello dei cristiani palestinesi che ascolteremo dalla viva voce di Munther Isaac, uno dei principali co-autori del documento Kairos II, pastore luterano, teologo e rettore del Betlehem Institute, che ha accettato con piacere il nostro invito a presiedere la serata come ospite d’onore e che sarà accompagnato dalla moglie”.

A interloquire con lui e a moderare il dibattito che seguirà sarà la giornalista RSI e caporedattrice di Voce Evangelica, Gaëlle Courtens, esperta e profonda conoscitrice del mondo evangelico italiano ed europeo.

La serata fa idealmente seguito ai due incontri online da noi organizzati “Perché non ci ascoltate?” e “Come rispondiamo” – precisa il gruppo DallapartediAbele nel comunicato stampa –. Ci piace inoltre segnalare che nei giorni scorsi diverse importanti organizzazioni protestanti e accademiche hanno preso significative posizioni in merito al documento Kairos II, invitando le proprie chiese a leggerlo e ad ascoltare la voce dei palestinesi”.

In specifico, il gruppo DallapartediAbele riferisce che

Martedì 30 giugno la più grande organizzazione delle chiese presbiteriane, PCUSA, ha votato a stragrande maggioranza a favore del riconoscimento come genocidio della guerra di Israele a Gaza. Inoltre, l’assemblea generale riunita a Milwaukee (Wisconsin) dal 22 giugno al 2 luglio ha invitato i presbiteriani a esercitare pressioni sul Congresso USA affinché imponga un embargo sulle armi destinate a Israele e a boicottare i prodotti israeliani che contribuiscono alla guerra.
La scorsa settimana anche l’American Academy of Religion ha adottato una risoluzione di solidarietà con Gaza che condanna il governo israeliano per il conflitto in corso, definendolo un genocidio. L’associazione di studiosi di scienze religiose, che vanta 6.000 membri in tutto il mondo, ha fatto riferimento alla guerra durante la sua assemblea annuale ad Atlanta, definendola uno “scolasticidio”, ovvero un “tentativo deliberato di distruggere completamente il sistema educativo palestinese”. La mozione è stata approvata dal 98% dei membri, secondo quanto riferisce The New Arab.
Lo scorso 2 luglio la Conferenza della Chiesa Metodista di Gran Bretagna ha ascoltato le voci dei cristiani di Palestina e ha invitato le chiese a riflettere su Kairos II. La mozione chiedeva inoltre al Presidente della Conferenza di scrivere al Primo Ministro e al Ministro degli Esteri del Regno Unito e agli organi di governo delle altre giurisdizioni in cui la Chiesa Metodista di Gran Bretagna è presente, esortandoli a rispettare il diritto internazionale e ad adottare le misure delineate nella dichiarazione Time to Act che recita “Together with others, I hear the call of Palestinian Christians and stand alongside all those living and working for a just peace in Palestine and Israel. I will listen, learn, live, and act in ways that support justice, human dignity, and freedom for all who call the Holy Land home.
Infine, il 12 luglio, dopo un intenso e prolungato dibattito e malgrado le forti pressioni contrarie ricevute, il Sinodo Generale della Chiesa di Inghilterra ha approvato a stragrande maggioranza e in tutti e tre i suoi ordini (laici, clero e vescovi) una mozione che impegna alla solidarietà e all’ascolto dei cristiani palestinesi, a favore della verità, del diritto internazionale e di una revisione delle politiche di investimento della Chiesa.

 da Pressenza del 15/07/2026


L’Italia delle professioni invecchia e i giovani pagano il conto

di Giovanni Caprio



In cinquant’anni l’età mediana della popolazione è salita da 33 a 49 anni, i giovani si sono dimezzati e gli over 65 sono raddoppiati. Questo squilibrio demografico si riflette direttamente sulla libera professione: meno ingressi, più pensionamenti, percorsi più lenti. Le nuove generazioni faticano a entrare, mentre la platea dei professionisti si sposta verso età sempre più mature, ampliando la distanza tra giovani e senior lungo tutto il ciclo di vita.

È quanto emerge dal rapporto Generazioni a confronto tra demografia e redditi”, realizzato dall’Osservatorio di Confprofessioni e curato da Ludovica Zichichi, Camilla Lombardi e Alessia Negrini. La ricerca rivela che nel 2025 i lavoratori dipendenti under 35 rappresentano il 24% del totale, mentre tra i liberi professionisti scendono al 16% e tra gli altri indipendenti al 15%. L’età mediana dei professionisti raggiunge i 50 anni tra gli uomini e 46 tra le donne che, pur essendo mediamente più giovani, stanno rapidamente convergendo verso le fasce più mature. Il lavoro dipendente mantiene una struttura più equilibrata grazie a canali di ingresso più standardizzati, mentre la libera professione richiede tempi di avviamento più lunghi, stabilità economica iniziale e reti consolidate, condizioni che favoriscono le generazioni più mature e rendono più selettivo l’ingresso dei giovani. Il rapporto tra under 35 e over 55 evidenzia un ricambio generazionale già debole nel 2015 e ulteriormente peggiorato nel 2025. Tra gli uomini la presenza dei giovani resta strutturalmente bassa; tra le donne il vantaggio iniziale si riduce fino a scendere, a partire dal 2022, sotto la soglia della parità.

Nel lavoro dipendente, si legge nel Rapporto, si osserva un processo di invecchiamento contenuto e relativamente uniforme, che riflette comunque il più ampio cambiamento della struttura demografica della popolazione. L’età mediana passa da 44 anni nel 2015 a 46 anni nel 2025, con differenze di genere limitate: uomini e donne partono da un livello simile e presentano nel 2025 uno scarto ridotto, con le donne leggermente più mature. Anche il rapporto giovani/maturi diminuisce nel tempo, coerentemente con l’invecchiamento generale, ma resta su livelli prossimi alla parità per entrambi i sessi e mostra differenze di genere contenute. Il comparto mantiene, quindi, una struttura per età relativamente bilanciata. Il quadro muta significativamente nel lavoro indipendente e in particolare tra i liberi professionisti. L’età mediana risulta più elevata e differenziata per sesso: nel 2025 raggiunge i 50 anni tra gli uomini e i 46 tra le donne. Tale divario riflette una diversa stratificazione temporale dell’ingresso nella professione, con una componente femminile mediamente più giovane in quanto più recentemente inserita. Guardando al rapporto tra giovani e maturi, il quadro appare ancora più chiaro. Tra i liberi professionisti il ricambio è già debole nel 2015 e peggiora nel 2025, con un numero di giovani nettamente inferiore a quello dei lavoratori più maturi.

Parallelamente all’invecchiamento degli occupati, cambia la distribuzione dei redditi lungo il ciclo di vita. Se nel 1987 i giovani tra 25 e 34 anni percepivano redditi pari al 97% della media complessiva, nel 2022 scendono al 78%: quasi 20 punti percentuali di reddito persi in 35 anni. La tradizionale curva “a campana” si abbassa nelle età iniziali e si sposta in avanti nelle fasi centrali, segnalando una maturità economica più tardiva e un avvio professionale più ripido. Nel lavoro indipendente le differenze sono ancora più marcate: alla fine degli anni ’80 i giovani autonomi guadagnavano il 20% in più dei senior, mentre nel 2022 guadagnano il 16% in meno. L’analisi evidenzia un divario generazionale persistente: i giovani restano stabilmente sotto la fascia mid-career (35–54 anni), i senior sopra, con una distanza che nel lavoro autonomo continua ad ampliarsi. Le nuove generazioni faticano a entrare nella libera professione, le opportunità di progressione economica sono più lente, i redditi iniziali più bassi e la distanza dai senior tende ad ampliarsi soprattutto dopo la crisi del 2008, che ha colpito in modo asimmetrico le generazioni più giovani, prive di posizioni consolidate. Le differenze di genere si intrecciano con quelle generazionali, con le giovani donne che mostrano divari leggermente inferiori rispetto ai giovani uomini, ma solo perché l’intera distribuzione dei redditi femminili è più compressa. Non è un vantaggio, bensì un segnale di fragilità strutturale.

Le pari opportunità non rappresentano un semplice vessillo da esibire”, ha sottolineato Raffaele Loprete, delegato di Confprofessioni a Giovani, Pari opportunità e Politiche Gender Gap. “Sono un principio di governo, una leva di politica economica, una responsabilità verso la comunità nazionale. Un Paese che valorizza il merito, che offre ai giovani le condizioni per costruire il proprio futuro e che consente alle donne di esprimere pienamente il proprio talento è un Paese che cresce, innova e si rafforza. In definitiva, è un Paese migliore”.











domenica 19 luglio 2026

 Un EBOOK interessante...

Stellantis cadente

di Andrea Tundo – PaperFirst – Euro 3,99


L’eclissi dell’auto italiana combacia con lo smantellamento dei pezzi italiani del proprio impero da parte della famiglia Agnelli, da decenni sostanziale monopolista della costruzione di vetture nel nostro Paese. Se nel 1999 il nostro Paese produceva ancora 1,4 milioni di autoveicoli e la Fiat Punto dominava le vendite in Europa, oggi il settore sta vivendo una crisi senza precedenti, peggiorata ma non creata dallo stravolgimento del mercato sotto la spinta dell’Unione Europea sull’elettrico e l’avanzata dei costruttori cinesi. La repentina accelerazione del declino è legata alla trasformazione della storica Fiat in Fca prima e Stellantis poi: il mutamento ha via via rinsecchito le radici italiane nonostante i vertici, a iniziare da John Elkann, continuino a dipingere Torino come il “cuore” dell’azienda. Intanto però le fabbriche si svuotano e la produzione nel 2025 ha toccato i minimi dal 1954. Il baricentro del gruppo si è spostato così nell’Est Europa per poi puntare al Nord Africa, mentre in altri Stati continentali, come la Spagna, la casa costruttrice assembla oggi molto più che in Italia. Ora un fiume di investimenti sta per prendere la via degli Stati Uniti, lasciando negli stabilimenti che furono della Fiat incertezze e progetti rinnegati come la gigafactory di Termoli. Tra proteste e un titolo declassato dalle principali agenzie di rating, mentre il governo difende la linea aziendale, l’obiettivo di tornare a un milione di auto prodotte entro il 2030 resta l’ultima, incerta e sempre più complessa scommessa per rianimare un settore strategico inesorabilmente in panne.

 da Domani del 22/06/2026

Resistere agli antibiotici

La pandemia silenziosa che spaventa l’Italia

di Francesca Paola Iannaccone


La resistenza antimicrobica avanza come una crisi lenta e silenziosa, destinata – secondo diversi rapporti internazionali – a diventare una delle principali cause di morte entro il 2050. In Italia, dove l’uso degli antibiotici rimane elevato in ambito ospedaliero, nella medicina territoriale e in alcuni comparti zootecnici, l’emergenza è già evidente.

A complicare ulteriormente il quadro contribuisce il crescente disinteresse dell’industria farmaceutica verso lo sviluppo di nuovi antibiotici, un settore considerato poco remunerativo e quindi oggetto, negli ultimi anni, di una riduzione consistente degli investimenti. Al Sacco di Milano, il professor Andrea Gori, direttore dell’Unità di malattie infettive, osserva quotidianamente gli effetti di questa tendenza.

<<In Italia il fenomeno dell’antibiotico-resistenza è ormai un’emergenza sanitaria>>, afferma. <<Stiamo vivendo un aumento esponenziale di infezioni sostenute da patogeni non più sensibili agli antibiotici, con una stima di un tasso compreso tra 12-18mila morti all’anno>>. Secondo Gori, i batteri resistenti non circolano più soltanto nei reparti specialistici: <<I patogeni resistenti non sono più confinati agli ospedali, ma circolano anche nella comunità. Colpiscono soprattutto infezioni urinarie e sepsi. Nei reparti ospedalieri interessano principalmente i pazienti fragili in terapia intensiva e in lungodegenza. Nelle Rsa il fenomeno è sottostimato, ma probabilmente in aumento>>.

Ricerca in difficoltà

L’abuso o l’uso non ottimale degli antibiotici continua a essere un fattore determinante. <<Sì, contribuisce direttamente allo sviluppo della resistenza>>, spiega. La pressione prescrittiva resta significativa soprattutto a livello territoriale. <<Sul territorio il consumo è maggiore, in parte per le limitazioni diagnostiche dei medici di medicina generale>>, osserva.

Anche la ricerca appare in difficoltà. <<Lo sviluppo di nuovi antibiotici è costoso e ad alto rischio: quando un farmaco sarà pronto tra dieci anni, i patogeni potrebbero essere già cambiati. Attualmente non ci sono nuovi antibiotici in pipeline, quindi nei prossimi dieci anni non avremo farmaci nuovi>>.

Per il futuro immagina strategie integrate: <<Oltre agli antibiotici tradizionali, si vanno valutando nuove strategie: terapia fagica, vaccini contro patogeni multiresistenti e anticorpi monoclonali. E’ essenziale promuovere l’uso corretto dei farmaci e una prescrizione responsabile, con gli infettivologi presenti anche sul territorio>>.

12mila decessi l’anno

Il quadro nazionale è delineato anche dai dati dell’Istituto superiore di sanità. <<Le stime più citate indicano circa 12.000 decessi l’anno in Italia per infezioni resistenti, pari a un terzo del totale europeo>>, spiega il dottor Fortunato Paolo D’Ancona, dirigente di Ricerca del dipartimento di Malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità. <<Per i costi si parla di circa 2,4 miliardi di euro l’anno, gran parte legati alle giornate di degenza aggiuntive>>.

Un fenomeno che presenta differenze territoriali significative. <<Le regioni con i tassi più elevati si trovano nel Centro-Sud, in particolare Sicilia, Calabria e Puglia>>, sottolinea D’Ancona.

 Una chiesa che va indietro…

Continua la chiesa dalle fulgide dichiarazioni, ma si torna al rosario mariano in molte situazioni funebri. I funerali sono la grande risorsa pastorale e in essi trionfano le liturgie mariane e il vocabolario dei dogmi dell’espiazione e del purgatorio, del Gesù morto in espiazione dei nostri peccati. Tutto fa brodo e i linguaggi liturgici sono molto efficaci e ritorna il pensiero del purgatorio e di un Dio contabile che dà il paradiso subito ai totalmente in regola con tutti i dogmi. Per gli altri basta il purgatorio e un po di suffragio con messe e rosari. Il crocifisso dice che Gesù ha espiato e tornano in auge rosari e riti simili per rassicurare del perdono dimenticando che siamo figli di un PADRE che tutti e tutte attende tra le sue braccia. E’ questo amore accogliente di tutti, opera di Dio solo, ciò che fa seguito alla morte.

Esiste una chiesa diffusa che va indietro. In queste ultime settimane ho ascoltato tante persone come mai e ho partecipato ai riti funebri in parecchie chiese. Mai come in questo ultimo anno chiesa significa tornare indietro secondo i dogmi e i riti che il potere ecclesiastico ha costruito nei secoli e mediante i concili e correlati. C’è poi un modo nuovo di costruire questa chiesa che guarda e va indietro. Come fa, tra altri mille, il cardinale di Torino appena sessantenne: fa il girotondo dei preti che vengono spostati da una parrocchia all’altra (spesso stranieri e responsabili temporanei anche di tre centri ecclesiastici e la cui storia e cultura spesso è estranea al popolo di cui sarebbe pastore. Venga al Pride vestito da cardinale. Allora potrò constatare con gioia che questo passo è compiuto.

                           don Franco Berbero – luglio 2026

sabato 18 luglio 2026

 

da Il Manifesto del 03/06/2026

Tra criminalità, tratta e silenzi i migranti diventano schiavi

di Silvio Messinetti



«Già nel 2020 ai tempi del Covid avevamo capito che la miccia era pronta ad esplodere ed avevamo presentato una denuncia in Procura. La strage di Amendolara ha dimostrato plasticamente la pericolosità della situazione. Purtroppo avevamo ragione». Silvano Lanciano è un sindacalista della vecchia scuola. Batte i campi di raccolta palmo a palmo. Coadiuvato dalla Flai Cgil della Sibaritide e del Pollino conosce alla perfezione i meccanismi di intermediazione illecita che infestano da decenni le campagne agrumicole a nord della Calabria.

È QUI, NELLE LANDE tra Corigliano, Villapiana, Sibari, Roseto Capo Spulico, che si è insediata la «mafia pakistana», come l’unico sopravvissuto all’eccidio dell’area di servizio ha definito i caporali che qui la fanno da padrone in combutta con le famiglie della criminalità organizzata.

Il litorale ionico cosentino è caratterizzato storicamente da una precarietà degli equilibri criminali ‘ndranghetisti sia per la mancanza di autorevoli leadership sia per il succedersi di numerose attività repressive. Anche grazie a questo tessuto criminale poroso che i pachistani hanno potuto insinuarsi nei meandri della criminalità. «Sono piccoli nuclei, parlano prevalentemente il punjabi e presumibilmente organizzano la tratta dei migranti. Si tratta di soggetti diffidenti e di comunità chiuse», continua Lanciano.

Pochi anni fa la Flai e la Comunità progetto sud di Lamezia Terme, fondata da don Giacomo Panizza, avevano prodotto un esposto, grazie anche all’ausilio di alcune fonti confidenziali all’interno delle comunità bracciantili. La denuncia venne presentata alla procura di Castrovillari guidata allora da Eugenio Facciolla. «Ma dopo il suo trasferimento ad altra sede l’indagine si è impantanata e persino il commissariato di Castrovillari che aveva un nucleo di indagine sull’intermediazione illecita nella campagne è stato poi via via depotenziato. A Diamante e a Paola, sul Tirreno cosentino, hanno aperto presidi di legalità, qui nel Pollino e nell’Alto Ionio invece hanno ridotto i ranghi e gli operativi. La strage di sabato è anche frutto di questa assenza palpabile dello Stato».

NELLA LORO ATTIVITÀ di reclutamento i pachistani si avvalgono di manodopera afghana arrivata in riva allo Ionio dopo il ritorno dei talebani in Afghanistan nel 2022. Ad esser sottomessi ci sono poi gli indiani del Punjab che dopo l’agro pontino hanno cominciato ad arrivare in massa anche in Calabria. La paura, la soggezione e le minacce (ma anche la violenza fisica in misura minore) sono i fattori che rendono questi lavoratori stranieri docili e servili. «Gli africani, che con la loro collaborazione ci hanno aiutato a produrre l’esposto in procura, abbiamo dovuto trasferirli in forma anonima e in sedi segrete dopo che erano stati minacciati», rivela Lanciano.

In effetti, la necessità di qualsivoglia occupazione li rende del tutto disponibili e resilienti alle angherie che queste organizzazioni criminali mettono in campo per il proprio arricchimento. Consegnano i propri documenti ai caporali e si sottomettono alle loro prevaricazioni. Secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto sulle Agromafie, queste organizzazioni hanno una doppia configurazione organizzativa che affonda le proprie radici nelle rispettive comunità di connazionali, basata sulla centralizzazione degli organi di comando.

Assume la forma piramidale con la base suddivisa in due parti: una è operativa nel nostro paese (con figure apicali, intermedie e di basso rango) e l’altra, specularmente, è operativa nel paese di origine con i leader/boss di alto rango attorniati dai sodali, strutturati in corone discendenti per peso e caratura delinquenziale e nei paesi intermedi di transito, con strutture più leggere e flessibili. Anche per questo, come sostiene Lanciano, è presumibile che pure i braccianti delle lande calabresi siano vittime di tratta di migranti.

LA STRAGE DI AMENDOLARA ha avuto come effetto collaterale quello di aver aperto i riflettori su una piaga troppo spesso messa nel dimenticatoio dalla politica regionale e nazionale. «L’Italia è una Repubblica democratica fondata, in alcune regioni, sullo sfruttamento del lavoro bracciantile – spiega Francesco Saccomanno Responsabile Migranti Prc Calabria -. Tutti vedono e si indignano, a partire dal presidente della Calabria Occhiuto, ma nessuna istituzione interviene per evitare preventivamente tali tragedie. Un sistema schizofrenico in cui l’assessore all’Agricoltura Gianluca Gallo (Fi) distribuisce lauti finanziamenti e fa passerelle da una sagra all’altra raccogliendo consenso elettorale, senza però accorgersi che è tutta la filiera ad essere imperniata sullo sfruttamento sistematico di esseri umani». Fino alla prossima tragedia sui campi, fino alla prossima strage.