venerdì 30 luglio 2021

Vaccini e green pass


Liberi di non vaccinarsi, non di contagiare gli altri.

Ha ragione Liliana Segre a giudicare esecrabile accostare il green pass alla Shoah. Ha ragione Draghi a scagliarsi contro l'appello a non vaccinarsi. Sono ipocriti Meloni e il doppiogiochista Salvini.


Massimo VilloneIl Manifesto 29/07

In vacanza


La vacanza può essere una grazia: un tempo "altro", ma anche una pausa feconda per vivere, sentire, fare altrimenti. Soprattutto se uno sa lottare e resistere alla fretta, al bisogno di sentirsi sempre occupato, può trovare momenti per porsi le grandi domande, quelle che nascono dal silenzio e dalla solitudine. Non sono domande estranee a noi stessi ma domande che ci abitano in profondità, eppure impedite a sorgere nella nostra quotidianità così impegnata e piena di relazioni: "Che cosa significa la mia vita? E la mia morte che mi sta davanti cos'è per me? E altri che amo o che mi amano, come posso continuare a renderli presenza viva e relazione feconda nel passare dei giorni?". Per qualcuno sarà anche possibile porsi le domande sul confine tra il visibile e l'invisibile, il terrestre e lo spirituale, l'oggi e il dopo la morte.


Enzo BianchiRepubblica 26 luglio


Il Signore è il mio pastore

 

Il Signore è il mio pastore:

non manco di nulla;

su pascoli erbosi mi fa riposare,

ad acque tranquille mi conduce.

Se dovessi camminare

in una valle oscura,

non temerei alcun male,

perché tu sei con me, Signore.

Felicità e grazia

mi saranno compagne

tutti i giorni della mia vita.

 

dal salmo 23


Cambiare il mondo, amico Sancho, non è follia né utopia, ma solo giustizia.


Miguel De Cervantes

"Don Chisciotte della Mancia"


giovedì 29 luglio 2021

 

Una particolarità  per me importante


Nel mio libro ”Preghiere d’ ogni giorno“ non c'è alcuna preghiera rivolta alla ”Madonna“, ai santi e nemmeno a Gesù di Nazareth.

 Per me, da monoteista ebraico, esattamente come faceva Gesù, la preghiera è rivolta solo a Dio, al suo mistero d'amore, sorgente della vita.

 La parola ”signore“, con la maiuscola, è esclusivamente rivolta a Dio e mai a Gesù.

 Gesù è molto presente e citato in queste pagine di preghiera come il maestro, il profeta, il testimone, ”il figlio“, ma l'uso della parola ”Signore“ rivolta a Gesù nel contesto attuale comporterebbe, a mio avviso, una ricaduta nel dogma cristologico della divinità di Gesù e ingenerebbe una fatale confusione.

Spero che queste piccole preghiere possano essere compagne di viaggio per qualche persona e, soprattutto, possano sollecitare qualcuno/a a far nascere la ”sua“ preghiera dal profondo del cuore.

Le preghiere in queste pagine hanno due sorgenti.

Da una parte esse sono radicate nella fede biblica, con tutti i suoi sospiri, sussulti, danze, lotte e innovazioni e dall'altra sono la eco delle emozioni, delle esperienze così diverse delle nostre vite messa al cospetto del mistero di un Dio che tutto accoglie. Si tratta di una umile salmodia del quotidiano.

Puoi sempre trovare copia di questo libro presso la comunità di Pinerolo (via Città di Gap 13) o presso la comunità di Piossasco.

 E’ possibile richiederlo a:

 donfrancobarbero24@gmail.com

giorgio.grazia@gmail.com

Franco Barbero


 

Ancora per strada: i regali della strada


Dopo 28 anni incontrarti per strada questo primo pomeriggio mi ha ricondotto a quel giorno lontano.

Stavi partendo per la Spagna, costretta da quell’uomo che ti aveva imprigionata e costretta ad entrare nel suo mondo della prostituzione, come di sfuggita, eri venuta nella sede della comunità a salutarmi… Ti avevo conosciuta bambina. Ricordo M. Anna T., le tue lacrime e la mia impotenza a strapparti. Eri sfuggita alla sorveglianza del tuo “padrone” ed eri corsa fino in Corso Torino 288. “Don Franco, dammi qualche Bibbia, il Vangelo perché così qualche momento potrò pregare….e mi sentirò meno sola”…

L’incontro per strada non ha permesso, tanto più che eri in compagnia della vecchia nonna, di dirci se non poche parole.

Sai, don Franco, quella Bibbia l’ho sempre letta, spesso con le mie compagne di schiavitù… verrò a trovarti presto”.

Attraverso una sua compagna di strada più di una volta mi fu possibile farle giungere il libro dei Salmi.

Davvero, o Dio, Tu sei presente in ogni strada e da ogni luogo è possibile sentire che Tu ci ami e non Ti allontani mai dalle Tue creature.


Franco Barbero 27 luglio 2021

In questo giorno

Anche in questo giorno

segnato da nubifragi e violenze,

dove la fame conduce alla morte

migliaia di uomini, donne, bambini...

alla ricerca d'un pezzo di pane,

di un pezzo di terra e di un po' di amore,

Tu ci dici di non spegnere, o Dio,

la fiamma della fiducia in Te

e di non rinchiuderci nel nostro io.

Non ci resta che la strada del Vangelo:

che può illuminare il nostro cammino.

Possano le nostre mani, le nostre parole,

i nostri piccoli gesti di relazione

dire concretamente che solo l'amore

tiene aperta la porta verso un futuro umano.

E fa' che i nostri occhi sappiano vedere

la tua presenza che ci chiama alla responsabilità.

Franco Barbero 29/07/2021

 

Brevi dal mondo: Venezuela, Cuba, Tibet


24.07.2021

Il Manifesto


Venezuela, Maduro pronto al dialogo con l’opposizione

L’opera di mediazione della Norvegia dà i suoi primi frutti, complice anche la volontà delle opposizioni venezuelane di partecipare stavolta alle prossime elezioni amministrative, previste il 21 novembre. Il presidente Maduro si dice pronto a partecipare a una fase avanzata del dialogo diretto con le opposizioni, da tenersi in Messico, per discutere «una agenda realistica, oggettiva, realmente venezuelana, per cercare di arrivare ad accordi parziali per la pace e la sovranità del Venezuela» e affinché siano «rimosse tutte le sanzioni».

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Cuba, la carica dei «100» contro le sanzioni Usa

Il ministro della Difesa cubano, Alvaro Lopez Miera, e la Brigata speciale del ministero dell’Interno cubano (Snb) sono i bersagli delle nuove sanzioni decise dall’Amministrazione Biden in risposta alla «repressione delle proteste pacifiche iniziate l’11 luglio» sull’isola. Lo precisa Il dipartimento del Tesoro Usa, che «continuerà ad applicare le sue sanzioni relative a Cuba, comprese quelle imposte per sostenere il popolo cubano nella sua ricerca di democrazia e sollievo dal regime».

Quelle decise contro il ministro Lopez Mieira sono tra l’altro le prime sanzioni individuali varate dagli Stati uniti per presunte violazioni dei diritti umani a Cuba. Intanto 100 intellettuali e personalità internazionali si rivolgono direttamente a Biden attraverso un’intera pagina del New York Times, pubblicata ieri a pagamento per chiedere una svolta nelle politiche di Washington nei confronti dell’isola e la fine delle sanzioni economiche che da oltre 50 anni strangolano Cuba. Tra i firmatari Noam Chomsky, Jane Fonda, Oliver Stone, Varoufakis, Jeremy Corbyn e l’ex presidente brasiliano Lula.

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Xi in Tibet, prima visita di un leader cinese in 30 anni

Il presidente cinese Xi Jinping ha concluso ieri la visita ufficiale in Tibet iniziata mercoledì, ma lo ha reso noto solo a missione compiuta. È la prima volta in trent’anni (l’ultimo era stato Jiang Zemin nel 1990) che un presidente cinese arriva ufficialmente nella regione a maggioranza buddista sottoposta alla dura repressione di Pechino e alla sua occupazione politica ed economica, oltre che culturale. La tv di Stato Cctv ha mostrato Xi all’aeroporto, accolto da una folla festante e dalle bandiere cinesi, immagini in contrasto con le denunce dell’International Campaign for Tibet che ha parlato di speciali attività di sorveglianza e controllo sulla popolazione locale. A Lhasa Xi ha visitato il Potala Palace, residenza del leader spirituale tibetano Dalai Lama.

 

LE PAROLE PER DIRLO

L’AMORE È UN’APERTURA DI CREDITO VERSO LA NOSTRA CONTABILITÀ (L. Coco)

di Derio Olivero

Vescovo di Pinerolo

Questa sera ho partecipato ad una bella iniziativa di beneficenza. Rotary, Lions, Zonta di Pinerolo, insieme hanno organizzato un evento da Eataly per aiutare ragazzi in difficoltà, sostenendo un progetto del Consorzio dei Servizi Sociali. Mi ha sorpreso vedere 470 adulti mobilitarsi per aiutare un gruppo di ragazzi bisognosi. Adulti che si sporgono un po’più in là del dovuto perché qualcosa di buono arrivi alle nuove generazioni. Mi sembrava l’immagine vera dell'adulto. Nel nostro immaginario la parola “adulto” è diventata sinonimo di “forte”, resistente, resiliente, responsabile, autonomo. In realtà adulto deriva dal latino (adolescere) e significa "cresciuto". L'adulto è colui che ha passato vari anni a "crescere”; è stato bambino, poi adolescente ("colui che sta crescendo") poi giovane. In tutti questi anni ha ricevuto tantissimo: il latte materno, il cibo guadagnato dai genitori, il linguaggio, le competenze, la vicinanza e la guida dei grandi. Alla fine ha smesso di crescere ed è diventato adulto grazie a ciò che ha ricevuto. A quel punto inizia il tempo della restituzione. L’adulto è colui che mette a disposizione tutto ciò che ha ricevuto. Le responsabilità, il lavoro, l’educazione, l'amministrazione, la politica sono atti di ”restituzione”, sono canali con i quali si mettono a servizio le proprie capacità. Così diventa bello essere adulti. Hai smesso di crescere e puoi dedicarti a condividere ciò che sei e che hai ricevuto. Spesso la parola “adulto” sembra diventata un insulto, un'offesa. Si preferisce essere definiti giovani, giovanili. Perché abbiamo preso a modello l’età giovanile. Così cerchiamo di “nascondere” la nostra adultità, quasi fosse una vergogna. In realtà essere adulti è una conquista, un onore, un compito. Non dobbiamo più passare tutto il tempo a ricevere, possiamo spenderlo per dare. L’adulto è colui che offre competenza, esperienza, tempo, saggezza. Vedere quasi 500 adulti impegnati per un’iniziativa a favore dei ragazzi mi ha commosso perché mi ha mostrato il lato vero degli adulti. Al mattino un responsabile Caritas mi aveva parlato di famiglie in grave difficoltà economica. Questa sera vedo un gesto che mi consola perché mi ricorda l’adultità della nostra società. Non siamo un insieme di individui voraci, ma di adulti responsabili. Abbiamo bisogno di ricordare la vera identità dell’adulto come di “colui che si prende cura". Per riscoprire la forza di queste parole: “L’amore è un'apertura di credito verso la nostra contabilità che diversamente resterebbe fatta di quattro conti con i quali non ti compreresti niente”. Che meraviglia! Amare significa "aumentare il proprio conto". A prima vista amare sembra una perdita: perdi tempo, energie, soldi, fatiche. Invece ci guadagni, ci guadagni sempre. Non in denaro, ma in relazione, in affetto, in senso, in serenità, in giustizia. Questa sera tutti hanno “perso dei soldi”, eppure hanno aperto un credito sul proprio conto. Senza amore, senza generosità, senza dedizione... il tuo conto in banca “sono quattro conti can cui non ti compri nulla di essenziale". Per ripartire abbiamo bisogno di una seria e creativa generosità.

L’Eco del Chisone, 14 luglio


 

Come abbiamo fatto ad abituarci all'indifferenza?

Livia Carlini

Perché non ci si indigna di fronte alla scelta di un partito, che si professa di sinistra, di rifinanziare milizie armate, quando l'operato di quelle milizie è davanti agli occhi di tutti? Sono d'accordo con Notarianni quando dice che «è evidente che il principale partito del centrosinistra, il Pd, abbia barattato in nome della governabilità non solo ogni tipo di presa di posizione, ma anche ogni briciolo di umanità», e aggiungerei di coerenza. Perché non ci si indigna di fronte a un'Europa che si definisce portatrice di pace da più di 70 anni, garante dei diritti umani, quando finanzia altri per evitare che persone in movimento entrino in una fortezza? Ci siamo abituati a immagini di dolore, a morti in mare, a morti sulle spiagge. Ci commuoviamo, proviamo compassione, ma rimane il dolore degli altri. Mi chiedo, prendendo in prestito le parole di Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri: «che significa protestare contro la sofferenza rispetto al semplice prenderne atto?».

Domani, 12 luglio

 

Il ritorno del nazionalismo con la scusa del calcio

PIERO IGNAZl

politologo

Quando si vince una gara, sofferta, tesa fino all'ultimo secondo, la gioia è incontenibile. Erano inevitabili le scorribande notturne per le strade, con cori e abbracci festanti dopo il match Italia-Inghilterra nella finale degli Europei. Lascia invece perplessi la sbornia nazionalista che è tracimata da tanti commenti nei giorni seguenti. La soddisfazione per un risultato prestigioso si è trasfigurata in una visione, sublimata, dell'Italia e addirittura di tutta l’Ue come se si trattasse di una rivincita sulla Brexit. Lo sport non è estraneo alle manipolazioni politiche. Fin dagli albori del Novecento, quando le varie discipline sportive cominciarono a organizzarsi, è stato usato dai governi come veicolo di promozione dell’immagine della nazione. Una immagine di forza e di potenza, ovviamente. Insomma l'Italia è di nuovo in piedi!

Questa esaltazione nazionalista è del tutto fuori luogo. Perché, purtroppo, né la misurata esultanza di Sergio Mattarella, tanto più apprezzata dal pubblico proprio per lo strappo al suo contegno abituale, e nemmeno l'inedita disinvoltura del presidente del Consiglio Mario Draghi nell'incontro con la squadra azzurra, possono ricucire le fratture che attraversano una opinione pubblica tuttora frastornata dalla crisi economico-pandemica.

Lo sport ha soppiantato la religione come oppio dei popoli e i cannoni come fattore di potenza. Ma dal sonno della ragione poi ci si sveglia, e si scopre che una impresa sui campi di calcio o di tennis non ha nulla a che vedere con la vita reale.

Le due grandi vittorie degli ultimi anni nei mondiali nel 1982 e 2006, contrariamente alle elucubrazioni di questi giorni, rimasero confinate su quei prati. E soprattutto, non diedero la stura a esaltazioni proto-sovraniste.

La conquista di Wembley rimane una bella pagina sportiva senza dover cercare significati reconditi e auspicii benigni nelle parate di Gigio Donnarumma.

Domani, 14 luglio

LA CULTURA DEL SOSPETTO COME FENOMENO POP

 


Marco Revelli

Il Manifesto 25.07.2021

A volte i popoli impazziscono. O impazziscono piccole porzioni di popolo, come quelle che si ritrovano in piazza in questi giorni, segno di tempi deragliati. Indecifrabili nella loro composizione scomposta, con i leghisti e i fascisti mescolati ai bene-comunisti, ai dentisti e agli apprendisti o ai giuristi d’assalto, incarnazione di un’eterogeneità sociale accomunata solo dall’assurdità di una pretesa irricevibile: dalla rivolta contro un provvedimento-simbolo come il Green Pass che in tempi di pandemia mortale appare mera proposta di buon senso e senza dubbio male minore, e che invece viene identificato come attentato a una libertà confusa con l’affermazione dell’assoluto diritto al proprio personale capriccio.

Espressione, a sua volta, della rottura di ogni principio di responsabilità verso gli altri, del loro ben più sostanziale (e costituzionalmente sancito) diritto alla salute e alla sopravvivenza, come se l’affermazione che «la mia libertà si arresta dove comincia quella del mio vicino» avesse perso di significato, e ognuno si ergesse nella propria solitudine sovrana al di fuori e al di sopra di ogni legame sociale.

Sono, dobbiamo dircelo, piazze foriere di sciagura, gravide di presagi inquietanti e di ombre nere, con un pesante retrogusto fascistoide. Mi ha colpito il cartello levato in Piazza Castello a Torino, «Meglio morire da liberi che vivere da schiavi», perché ricorda il «Meglio un giorno da leoni che cent’anni da pecore» di mussoliniana memoria.

Così come mi si drizzano i capelli quando sento i fascisti di Meloni o di Forza nuova levare il proprio inno alla libertà, perché so che la loro libertà è la pretesa degli autoproclamati Signori di vessare gli altri ridotti a Servi.

Ma quelle piazze non sono riducibili solo a quell’anima nera, sono molto più eterogenee, trasversali, articolate, coacervo di sentimenti contraddittori, e per questo tanto più preoccupanti, perché parlano di una «crisi della ragione» più vasta. Di un disorientamento più diffuso, se in tanti sentono di doversi mobilitare per danneggiare sé e gli altri, credendo di difendere giustizia e libertà.

Per questo tento disperatamente di seguire l’amletico motto che ci dice che, nonostante tutto, «c’è della logica in questa follia». O quantomeno bisogna cercarla. E il primo pezzo del dispositivo logico che sta dietro questo sconquasso si chiama «cultura del sospetto». O meglio il ribaltamento di essa da raffinato strumento filosofico in «fenomeno Pop». Con quell’espressione Paul Ricoeur aveva indicato il pensiero di «maestri» come Marx, Nietzsche, Freud, oltre a Schopenhauer che avevano insegnato, per vie diverse e divaricate, a non confondere le immagini di superficie con la verità, e a cercare «sotto» e «oltre» le narrazioni ufficiali.

Quell’approccio aveva alimentato il pensiero critico delle minoranze ribelli novecentesche, delle avanguardie culturali e rivoluzionarie, poi invece, nel nuovo passaggio di secolo, era diventato atteggiamento di massa, senso comune popolarizzato e aizzato dal web: diffidenza sistematica e disprezzo delle élites. Non senza ragioni (per spiegarlo): le menzogne del potere, delle sue classi dominanti, dei suoi mezzi di comunicazione sono sotto gli occhi di tutti. Ma senza l’uso della ragione per selezionare il vero e il falso. E per orientare i comportamenti di risposta che sono stati, appunto, quelli che vanno sotto il nome di populismo, orientati a una sorta di rozzo «fai da te» informativo e da una passiva dipendenza operativa dal demagogo di turno.

Le persone che riempivano quelle piazze erano state oggetto, per anni, per decenni, di false narrazioni da parte di detentori del potere che presentavano come progresso il regresso, come paradiso il deserto delle anime, come benessere il loro business. Per anni erano state vittime dei raggiri e delle malversazioni di Big Pharma (lo possiamo negare?). Ma nello stesso tempo, nella struttura materiale delle loro vite (flessibili, destrutturate e sempre più liquide) erano state private degli strumenti (dell’esperienza) per ragionarci sopra, per praticare l’arte difficile della separazione tra gli elementi di un fenomeno, cosicché oggi non ci possiamo stupire se non riescono più a distinguere tra la truffa sugli antidepressivi e la risorsa salvifica di un vaccino.

Tra la farmacologia come business e quella come cura. O, più in generale, tra la vocazione a mentire del potere così come praticata sistematicamente in questi decenni, e la necessità di alcune (rare) decisioni razionali di quello stesso potere, a cui sarebbe autodistruttivo sottrarsi.
Non dissolveremo le nuvole minacciose che salgono da quelle piazze con gli esorcismi o le deprecazioni.

Tantomeno confondendoci con quelle figure istituzionali che hanno enormi responsabilità nell’aver scavato l’abisso che oggi le separa da pezzi consistenti di società sfarinata. Se un luogo c’è, per quelli come noi, per lavorare, è al livello del suolo, dove le vite si compiono o si perdono, e dove solo il ricupero di esperienze autentiche di relazione e di lavoro può frenare la caduta.


NEL CUORE DELLA NOTTE

 

Nel cuore della notte

nel buio più profondo delle nostre notti

ci sono delle luci che sonnecchiano

ci sono dei tizzoni che vegliano

ci sono anche, forse, lo sai tu amico mio,

ci sono degli occhi che si svegliano.

 

Basta così poco perché la cenere si accenda.

Basta così poco nel cuore della notte dell'altro,

perché si infiammino in lui i suoi tizzoni addormentati.

 

Se tu conoscessi la strana forza del tuo sguardo.

Basta così poco: una strizzatina d'occhi,

una pressione delle dita…e tutto diventa possibile.

L'uomo che dormicchiava nella bestia

si ridesta a quello che vi è di meglio in lui.

 

Basta così poco…

E vedrai che alla frontiera dell'altro

Sorgerà "l'Insolito".

Colui che non si aspettava.

Colui che non si aspetta più.

 

Eppure è ben là quell'Altro,

talmente là, talmente presente a me,

a te…a noi, che puoi dire come Giacobbe:

"Era là ed io non lo sapevo".

 

Robert Rider (Fenestres ouvertes) P.P.P 2005

Lo so… Lo so che per voi la mafia sembra un fiume inarrestabile. Ma la mafia si può fermare. 

E insieme la fermeremo!

Pio La Torre

CIBERNETICA


"Vale la pena sottolineare che il termine "cibernetica" precede di molti secoli l'avvento della tecnologia informatica e deriva da un termine greco antico Kybernétés che rimanda a chi con il timone pilota un'imbarcazione. Non è solo incidentale che questo termine greco sia giunto a descrivere il ruolo della tecnologia informatica nella vita umana. Norbert Wiener coniò per primo il termine nel 1948…"

Jay Emerson Johnson 

in Concilium 3/21 pag. 113, 

Editrice Queriniana