sabato 13 giugno 2026

da Pressenza del 08/06/2026

Per 30 milioni di italiani la mobilità quotidiana è sistematica e per lo più in auto

di Giovanni Caprio

La mobilità sistematica, ossia l’insieme degli spostamenti quotidiani e ripetitivi che le persone compiono per motivi di studio o lavoro, in Italia coinvolge oggi oltre 30 milioni di persone, pari al 51% della popolazione residente nazionale e oltre il 58% degli spostamenti quotidiani sono sistematici. Il dato delinea un Paese in costante movimento che segna una ripresa della mobilità, rispetto ai 28,8 milioni del 2011, caratterizzata da un marcato utilizzo del mezzo privato. È quanto emerge dall’Osservatorio MOBISCO, promosso da MOST-Centro Nazionale per la Mobilità Sostenibile, un’iniziativa che si pone come una piattaforma avanzata di supporto alle decisioni, capace di integrare fonti informative eterogenee con l’obiettivo di produrre analisi integrate e poter contribuire ad orientare le politiche pubbliche verso modelli di trasporto più efficienti, efficaci e sostenibili.

L’automobile resta la scelta predominante per circa 18 milioni di individui. Tra i lavoratori, il 73,7% utilizza esclusivamente mezzi privati, mentre solo il 7% si affida unicamente al trasporto pubblico. I mezzi pubblici trovano maggiore riscontro nel Nord e nelle grandi città, mentre la bicicletta si conferma una prerogativa quasi esclusiva del Nord-Est. Al Sud e nei centri urbani più densamente popolati si registra, invece, la quota più alta di mobilità a piedi. Le città del Sud di dimensione demografica inferiore, nelle quali verosimilmente è minore l’offerta di trasporto pubblico, sono il tipo di area con i più elevati tassi di uso delle autovetture private per andare a scuola e al lavoro. Sono circa 10 milioni gli studenti e oltre 24 milioni i lavoratori che ogni giorno si spostano dal proprio luogo di residenza. Quanto al tema degli infortuni in itinere, le denunce di infortuni in itinere  certificati da MOBISCO sono in aumento e pari nel 2025 a 99.939 (rispetto a 96.835 del 2024) e a 293 quelli mortali (rispetto ai 280 nel 2024). Aumentano anche le denunce di infortuni degli studenti in itinere, da 2.011 del 2024 a 2.181 del 2025 (+8,45%).

Come sottolinea da tempo la Clean Cities Campaign, la coalizione europea di oltre 100 ONG, associazioni ambientaliste, movimenti di base e organizzazioni della società civile che ha come obiettivo una mobilità urbana a zero emissioni entro il 2030, “ridurre il numero di automobili in circolazione, abbassare le velocità e ripensare lo spazio urbano partendo dalle esigenze delle persone. È questo il cambio di paradigma indicato da numerosi studi internazionali. La sicurezza stradale non può più essere affrontata esclusivamente attraverso interventi puntuali o campagne di sensibilizzazione. Occorre invece una trasformazione strutturale della mobilità urbana, capace di ridurre il traffico privato motorizzato e favorire trasporto pubblico, mobilità attiva e città a misura di pedoni e ciclisti. L’approccio del “Safe System”, sempre più adottato in Europa, parte da un principio chiave: l’errore umano è inevitabile, ma le strade devono essere progettate in modo da evitare che questi errori provochino morti o feriti gravi. In questo quadro assumono un ruolo centrale le “Città 30”, la moderazione del traffico, le infrastrutture ciclabili protette, gli attraversamenti sicuri e la redistribuzione dello spazio pubblico”.

Intanto, continua a crescere il bilancio delle vittime tra i pedoni sulle strade italiane. Secondo l’ultimo aggiornamento dell’Osservatorio Pedoni ASAPS-Sapidata, dall’inizio del 2026 sono già 175 i decessi e 10 solo nell’ultima settimana. Nei primi 5 mesi del 2026 abbiamo avuto un +19% di morti rispetto al 2025, un aumento veramente preoccupante. La regione Lombardia è in testa con 25 decessi. “Gli investimenti mortali avvenuti sulle strisce pedonali, sottolinea l’Osservatorio Pedoni  ASAPS-Sapidata, sono stati complessivamente ben 83 su 175 dal 1° gennaio. Diciassette gli episodi di pirateria stradale da inizio anno, dove il conducente è fuggito lasciando a terra il pedone, senza prestare soccorso (…) dati che non tengono conto dei feriti gravi, che molto spesso perderanno la vita negli ospedali anche a distanza di mesi. Istat infatti conta solo i decessi nei primi trenta giorni dal sinistro. Altri pedoni sono stati investiti addirittura mentre camminavano tranquilli sul marciapiede”.


da Il Manifesto del 09/06/2026

Dal Sudan ai Balcani senza rifugio

di Annaflavia Merluzzi

Dopo tre anni di viaggio, con i piedi stanchi e incalliti, A.D. è arrivato alle porte dell’Europa. Per quattro volte, quando ha provato a entrare in Croazia per chiedere asilo, le ha trovate chiuse. A ventidue anni ha lasciato Nyala, la sua città natale in Sudan, quando il sud del Darfur è caduto nelle mani delle Forze di supporto rapido (Rsf). Il 15 aprile 2023 la milizia ha preso d’assalto le strade, le case, le piazze. Nella sua mente ripercorre i rapimenti, le esecuzioni pubbliche, la scelta di partire. Come lui, tanti sudanesi sono passati attraverso il Ciad e la Libia, alla volta dell’Europa.

COME LUI, TANTI SUDANESI hanno incontrato i confini militarizzati, i manganelli della polizia croata, il rifiuto di registrare la loro richiesta di protezione internazionale nonostante ne avessero pieno diritto, anche e soprattutto quando ne hanno manifestato la volontà. La diaspora sudanese ora è concentrata nelle case abbandonate e nel campo profughi di Bihac,, la cittadina bosniaca da tempo snodo centrale della rotta migratoria che passa per i Balcani, a pochi chilometri dalla Croazia.

«Sono qui da due mesi. La prima volta che abbiamo attraversato il confine eravamo in sette, abbiamo fatto dieci chilometri e poi siamo stati circondati dalle autorità croate. Ci hanno picchiato, spogliato e rubato telefono e soldi», racconta A.D., ripercorrendo i respingimenti collettivi della polizia croata, illegali secondo la Convenzione di Ginevra e la carta dei diritti dell’Unione europea. «Ci hanno percosso talmente forte che uno di noi non riusciva più a camminare, lo abbiamo portato in braccio nella foresta fino alla strada». Una delle pratiche usuali delle forze di frontiera croate è tenere chiusi i migranti in un furgone per ore, con l’aria gelida d’inverno e il calore al massimo l’estate. «Alcuni spesso vomitano per l’assenza di ossigeno», spiega A.D.
«La seconda volta è stata anche peggio, in quattro abbiamo camminato per tre giorni, attraversando due fiumi. Faceva freddo e pioveva, la polizia ci ha tolto scarpe e giacche invernali, scaricandoci al confine con la Bosnia semi nudi».

ACCANTO A LUI, M.Q. ricorda la frase rivoltagli da un poliziotto: «Mi ha chiesto se fossi musulmano, ho risposto di sì. Mi ha detto che l’Europa è solo per i cristiani, di tornarmene nei paesi arabi. Sono rimasto in silenzio». È seduto, insieme a una decina di connazionali, su un muretto fuori dal campo profughi di Lipa. La struttura dista 23 km da Bihac, per andare in città ci vogliono cinque ore a piedi e non esistono mezzi di trasporto. È costituita da container, dove dormono e mangiano i masafer («viaggiatori») e da un caffè dove l’ong Ipsia serve cibo, bevande e organizza attività di svago. Ora, il campo ospita circa 700 persone, quasi tutte costrette in un limbo dopo numerosi fallimenti di ingresso in Croazia.

I sudanesi sono centinaia, molti sono scappati da El Fasher o El Geneina, nel Nord Darfur, a causa delle persecuzioni etniche subite. Sono quasi tutti Fur e Masalit, le tribù più colpite dalle Rsf durante le razzie. Il Sudan continua a essere tradito dalla comunità internazionale, incapace di sanzionare chi profitta dal conflitto e di accogliere chi fugge. Mentre il paese entra nel quarto anno di guerra, i coinvolgimenti degli stati terzi sono conclamati da report Onu e inchieste, l’Europa sa delle armi vendute dagli Emirati Arabi alle Rsf e dell’addestramento militare fornito dall’Etiopia, ma non agisce.

A.D. e M.Q. raccontano storie collettive, di un esilio forzato che non trova sollievo. Raccontano una violenza sistemica nelle foreste croate, dove fare il game – così, chiamano il tentativo di entrare in Europa – implica spesso delle discriminazioni anche di classe. Chi può permetterselo, infatti, ricorre ai trafficanti e fa il «taxi game», pratica che prevede il passaggio in macchina fino all’Italia o la Francia, dove possono finalmente presentare richiesta di protezione internazionale. La comunità sudanese, però, raramente ha i soldi per farlo. «Io – dice A. D. – sono riuscito a pagarne una versione ridotta, dopo tre respingimenti ero disperato, ma al confine hanno perquisito la macchina e mi hanno beccato. Essendo alla frontiera, però, davanti a tanta gente, almeno non mi hanno picchiato, mi hanno solo rubato il telefono», Era al suo quarto tentativo.

A sorprendere ma non troppo, è il fatto che la polizia croata riservi lo stesso trattamento anche ai minori non accompagnati. La notte in cui è stato respinto perseguita ancora i ricordi di N.T., ragazzo gambiano che ha lasciato Serrekunda da rifugiato politico. Suo padre era un attivista per i diritti umani e dissidente, avvelenato durante una cena governativa a cui era stato invitato con l’inganno.

ANCHE N.T. aveva cominciato a seguire le orme del padre, partecipando alle attività studentesche. Quando ha compiuto 15 anni ha riferito in parlamento come rappresentante del movimento giovanile, e sono cominciate le minacce. Sua madre, temendo che venisse ucciso anche lui, è riuscita a farlo fuggire in Serbia insieme a un amico di famiglia, da Belgrado hanno raggiunto Bihac e tentato di passare in Croazia. Anche lui è tornato seminudo nella cittadina bosniaca, raccontando le percosse e i furti delle autorità croate. Anche a lui non è stata concessa l’identificazione nel paese europeo di ingresso, come previsto dal Trattato di Dublino, né lo status di rifugiato politico, previsto dalla Convenzione di Ginevra.

Ora ha chiesto asilo in Bosnia Erzegovina, che ha un tasso di rigetto del 90%. Anche lui aveva creduto al mito dell’Europa terra aperta e del diritto.



Mi scuso per la lunghezza dell'articolo che segue, ma il tema trattato è di attualissima rilevanza. Come da un secolo si parla di Fordismo, come di una modalità di produzione industriale che ha invaso e pervaso totalmente la società industriale, oggi è forse necessario parlare di Muskismo (Elon Musk...), non solamente come un nuovo sistema di produzione, ma, come si dice nell'articolo, un nuovo contratto sociale.

L'articolo rimanda a un recente libro edito da Einaudi 
(Muskismo - Una guida per perplessi - Quinn Slobodian e Ben Tarnoff - 2026 - 19 euro) di cui si invita alla lettura, per comprendere il senso, il motivo, la ragione e l'importanza del  cambiamento sociale che abbiamo di fronte...

                                                                Franco Barbero

da Il Manifesto del 09/06/2026

Nuovo americanismo ma senza più umani

di Francesca Coin


Nel 2023 avete entrambi recensito la biografia di Walter Isaacson su Elon Musk — Quinn Slobodian su The New Statesman, Ben Tarnoff sulla New York Review of Books. Rileggendo quelle recensioni, sembra che quello sia stato il momento in cui avete cominciato a pensare che Musk potesse meritare un ismo. Lo stesso era accaduto un secolo fa: quando Henry Ford pubblicò My Life and Work nel 1923, fu Friedrich von Gottl-Ottlilienfeld a trasformare il suo nome in un “ismo”, intuendo che Ford non stesse creando solo un nuovo sistema di produzione, ma un nuovo contratto sociale. Come siete arrivati a fare lo stesso con Musk?

Ben Tarnoff: Leggendo le nostre recensioni ci siamo resi conto di essere arrivati indipendentemente ad alcune conclusioni simili. La biografia di Isaacson è piuttosto leggera — pettegolezzi, ritratti personali e psicologici. Ma ai margini, ci sono alcuni scorci interessanti di Musk come industriale: qualcuno che riorganizza il processo produttivo, introduce innovazioni, persegue l’integrazione verticale. Prendere Musk sul serio come industriale era il punto di partenza, perché invita un paragone con Ford — non solo in senso individuale, ma nel senso in cui Ford fu usato da vari teorici come simbolo di un sistema sociale più ampio che chiamarono Fordismo. Da lì la domanda: c’è un Muskismo che potremmo dedurre da Musk? Il libro è un tentativo di rispondere.

Quinn Slobodian: Il Fordismo è stato analizzato sia come regime di accumulazione che come modo di regolazione, in particolare dalla scuola francese della Regolazione. Questa distinzione si è rivelata molto fruttuosa. È facile riconoscere che Musk sta costruendo nuovi prodotti e aprendo nuovi mercati. Ma c’è una domanda spesso non posta: quale modo di regolazione accompagna tutto ciò? Come gestisce i conflitti sociali, la disuguaglianza? Il Fordismo li ha gestiti con contrattazione collettiva, salario dignitoso, consumo di massa, stato sociale. Come si propone di farlo Musk? Il libro è una griglia analitica per rispondere a queste domande

Nel libro vi soffermate a lungo sul ruolo del Sudafrica nella formazione di Musk. Ricordate il nonno materno, Joshua Norman Haldeman: sostenitore dell’apartheid e attivista del movimento tecnocratico. In questo capitolo le due influenze sembrano mescolarsi in un progetto politico in cui la tecnologia viene usata, tra l’altro, per mantenere intatte le gerarchie razziali.

Ben Tarnoff: Il tratto distintivo del regime dell’apartheid è che è un capitalismo illiberale: fortemente anticomunista, ma privo dell’uguaglianza formale borghese che associamo al capitalismo liberale. Lo storico Stephen Gelb usa il termine Fordismo razziale per descrivere questo modello: da un lato un sistema di mercato capitalista, dall’altro una classe operaia nera priva anche dei diritti formali che consideriamo normali nei paesi capitalisti liberali. L’idea di una società capitalista senza apparato democratico borghese oggi non è più nuova. Ma per Musk era certamente un modello distintivo. Nel caso di Musk, l’influenza più diretta è l’enfasi sudafricana sull’integrazione verticale. Già nei primi anni 2000, Musk persegue un grado di autosufficienza tecnologica ed economica in SpaceX e Tesla, riducendo la dipendenza dal mercato globale — nel momento in cui i capitalisti si muovevano nella direzione opposta, costruendo catene di approvvigionamento globali. Non ci è sempre riuscito del tutto: Panasonic, per esempio, è uno dei suoi maggiori fornitori. Ma quella è sempre stata la sua direzione di marcia. In altre parole, Musk stava sfruttando le opportunità della deglobalizzazione prima che diventasse un trend internazionale.

In quest’epoca di deglobalizzazione, voi definite la sovranità, per come la intende Musk, come un servizio acquistabile i cui termini rimangono privati. Cosa intendete, e quali sono le vulnerabilità di questo modello?

Ben Tarnoff: Il Muskismo è fondamentalmente un aumento della capacità statale attraverso mezzi privati. C’è un rapporto di simbiosi: i governi godono di capacità espansa attraverso le forniture private — l’accesso a Starlink offre vantaggi per la guerra, la sorveglianza, la ricognizione. Non stiamo presentando Musk come un parassita: c’è un rapporto di beneficio reciproco. Ma questo genera una dinamica di dipendenza che è esattamente ciò che definiamo sovranità come servizio. Negli ultimi due anni, la stretta associazione di Musk con Trump ha indotto i politici europei a fare scelte diverse. Gli europei stanno cercando di identificare i punti di dipendenza da Musk e dalla Silicon Valley e di scioglierli. Eutelsat si sta costruendo come potenziale concorrente di Starlink. Ci sono numerosi sforzi di sovranità digitale anche in Italia. Lo stesso Musk, con la disattivazione dell’accesso a Starlink per le forze armate ucraine, ha dimostrato che questo tipo di servizio rischia di trasformarsi in un Cavallo di Troia che compromette la tua capacità di esercitare la sovranità.

Quinn Slobodian: È significativo che tra i fattori di rischio nominati nel prospetto IPO di SpaceX — che sarà la più grande IPO della storia — ci sia la dipendenza da leggi, regolamenti e licenze da parte di paesi di tutto il mondo. Sono consapevoli che il mondo è pieno di colli di bottiglia: il Brasile che chiude X.com, la Commissione Europea che sanziona X.com, il Sudafrica che non dà licenze a SpaceX. Ma c’è anche un tema meno ovvio. Il modello è la Cina: la Gigafactory di Shanghai nel 2019 ha fornito alla Cina il trampolino per costruire il proprio settore delle batterie agli ioni di litio e dei veicoli elettrici, di cui è oggi il player globale dominante. È possibile cavalcare i progressi che Musk ha fatto — in missilistica, nella produzione di batterie — per sottrarre quelle tecnologie alla sua politica tossica e usarle per scopi genuinamente sovrani.

In Americanismo e Fordismo, Gramsci si concentrava sulle modalità con cui la produzione industriale di massa richiedeva un razionamento delle energie sessuali dell’operaio, da cui l’insistenza sulla monogamia e la promozione della famiglia nucleare con il maschio breadwinner e la donna dedita alla riproduzione della forza-lavoro. Quale tipo di patto sessuale prevede il Muskismo?

Quinn Slobodian: È una parte sconcertante della storia di Musk. Superficialmente, è molto preoccupato per i tassi di natalità. Sembra che la preoccupazione per il calo dei tassi di natalità bianchi faccia parte del tessuto connettivo tra lui e i movimenti di estrema destra. L’Italia è uno dei posti dove ne ha parlato più direttamente, al Festival Atreju di Fratelli d’Italia: ha detto che l’Italia ha diritto di esistere e che non puoi trasformare gli stranieri in italiani — sostenendo che esista una qualità ereditaria nella popolazione che non può essere appresa attraverso l’assimilazione culturale. Una posizione forte nel dibattito sull’immigrazione. Ma sulla sessualità, devi leggere tra le righe: non è un campo in cui si impegna esplicitamente. Non fornisce mai un piano come i conservatori nazionali o i partiti di estrema destra. Sembra interessato ai meme sui tassi di natalità e sull’immigrazione perché fungono da collante con i potenziali partner sull’estrema destra, non è interessato alle politiche reali. Questo scollamento tra meme e politiche ha a che fare con quella che chiamiamo la sua concezione cibernetica della politica: pensa che la vita umana esista prima online e solo dopo offline. Per lui, l’essere umano incarnato è di interesse secondario. È principalmente interessato a noi come portatori di meme che si diffondono viralmente e che possono essere gestiti per sostenere i suoi interessi materiali. Immagina che Neuralink ci permetterà di interfacciarci col mondo attraverso impianti cerebrali, e che le tecnologie di riproduzione assistita consentiranno di scegliere il genere dei nascituri e di supervisionare una famiglia di quattordici figli senza interagire troppo con nessuno di loro. Musk vede il mondo attraverso questa lente cyborg e cerca di capire come servirsi della riproduttività umana nel modo più efficiente possibile, in primo luogo per la riproduzione del suo seme, senza chiedersi come questo sarebbe accettabile per le persone comuni. Dobbiamo anche tenere presente che Ford aveva un dipartimento di Sociologia con cui monitorava gli operai e la loro vita personale: Gramsci sapeva che la casa automobilistica si poneva il problema dell’ordine sociale. Musk non ha nulla di simile in Tesla o SpaceX. Eppure il numero di questioni sociologiche che apre con quello che sta facendo è estremamente ampio.

Ben Tarnoff: C’è poi la sua transfobia, abbastanza pronunciata e vettore importante della svolta a destra. Spesso la si attribuisce alla figlia trans, Vivian — Isaacson nella sua biografia le dà molto peso esplicativo. Noi la comprendiamo diversamente. La transfobia diventa una caratteristica importante della destra americana dopo il 2020, prominente nel backlash alle mobilitazioni seguite all’omicidio di George Floyd. Ma in Musk c’è qualcosa di distintivo: è filtrata attraverso quello che descriviamo come il suo conservatorismo cyborg. Ricollegandosi a Donna Haraway, teorici e attivisti hanno a lungo sostenuto che le tecnologie possono rendere possibili nuove forme di identità, di corporeità e di politica. Musk riconosce questo fatto, ma ne è terrorizzato. La capacità delle persone di ridisegnare i confini di genere e sessualità attraverso la tecnologia è, nella nostra lettura, una forza animatrice della sua transfobia. Il conservatorismo cyborg è uno sforzo di usare le tecnologie per rafforzare le gerarchie sociali tradizionali e i binarismi — non solo per limitare i diritti trans, ma per contenere e reprimere la mobilitazione sociale che ha caratterizzato gli Stati Uniti dal 2011 in poi.

Quinn Slobodian: C’è un meme che ho visto questa settimana, forse il più importante che abbia visto in anni. Viene dall’account Truth Social di Trump. È un’immagine in bianco e nero: in lontananza, un razzo che decolla; in primo piano, di spalle, una coppia bianca in abiti anni Cinquanta, con l’uomo che afferra il sedere della donna. Il tag di Trump dice: “Controlla il tuo 401k.” Il messaggio è facilmente leggibile: l’IPO di SpaceX farà carburare l’economia americana, i fondi pensione andranno sulla luna, letteralmente e figurativamente, e questo rafforzerà il potere dell’uomo nella famiglia eteronormativa, che potrà esprimere attraverso il dominio sessuale. Musk e la Silicon Valley stanno promettendo ai conservatori e al movimento MAGA che i profitti del mercato azionario faranno tornare l’ordine nelle relazioni sociali lacerate dalla crisi finanziaria globale. L’uomo tornerà al potere e la famiglia con il breadwinner — la stessa su cui si basava il Fordismo — sarà magicamente restaurata. C’è un’enorme vaghezza su come intendano passare dalla teoria ai fatti, ma questo sembra essere la loro intenzione.

Leggendovi, mi sono chiesta più volte se mantenere intatte le gerarchie sessuali e razziali non sia il fine ultimo del progetto economico e tecnologico della Silicon Valley.

Quinn Slobodian: È una questione importante, e abbastanza sorprendentemente non è venuta fuori molto nelle nostre interviste. È particolarmente rilevante se la si mette in genealogia con il neoliberismo, che aveva un’idea precisa dell’uguaglianza: il mercato ci premia sulla base del nostro capitale umano: questa è la sua insondabile saggezza. Il mercato è arbitro del valore umano. Musk e la Silicon Valley non pensano all’uguaglianza in quel modo. Lo radicalizzano in due modi. Il primo: l’utilità umana viene misurata come una forma intensificata di capitale umano — quanto puoi contribuire al funzionamento di Tesla, SpaceX, x.com — non attraverso il mercato, ma attraverso il tuo reale contributo. Non c’è incoerenza per Musk nel dire: voglio immigrati indiani se sono buoni ingegneri del software, ma degli altri immigrati voglio liberarmi il prima possibile, sono la rovina dell’America. È la mentalità ingegneristica del capo che decide in anticipo. Il secondo: c’è un binarismo radicale tra umani e non umani. Alcune persone vengono trattate come virus informatici o bot incarnati da espellere dal sistema. Questa è una radicalizzazione persino del razzismo di strada di Trump, che descriveva le comunità somale come subumane. Musk sembra descrivere intere categorie di umanità come non umane — personaggi non giocanti, oscuri intrusi da mettere a tacere e rimuovere.

Per rimanere sul parallelo gramsciano: a pagina 96 scrivete che “nella versione più estrema del Muskismo, l’essere umano non è più il soggetto della storia, ma un’impalcatura scartata” — una infrastruttura autoregolante in cui il mondo, come fabbrica, funziona da solo, senza operatori né intervento umano. Quale idea di essere umano emerge in questa configurazione?

Quinn Slobodian: L’immagine richiama la visione della Technocracy Incorporated, il movimento in cui il nonno di Musk era strettamente coinvolto negli anni Trenta: sbarazzarsi della democrazia e del capitalismo, e sottoporre l’intero continente a un governo centralizzato degli ingegneri, in cui gli umani sarebbero ridotti alla quantità di energia e conoscenza apportabile al processo produttivo. Musk riesuma quell’idea e la rende più plausibile: i progressi nell’intelligenza artificiale rendono una tecnocrazia cyborg non così inverosimile come sembrava nella fantascienza degli anni Trenta e Quaranta. L’idea di robot umanoidi che sostituiscono il lavoro umano è già parte di come il titolo Tesla mantiene il suo valore — come azienda di robot umanoidi e AI, non solo di automobili. Il doppio passo del libro è mostrare come quell’idea di inizio Novecento sia ora avanzata attraverso la digitalizzazione: la visione del mondo come fabbrica non è più solo catene di montaggio e menti, ma una più estrema integrazione degli umani con le macchine attraverso nuove tecnologie di collegamento uomo-macchina e potenziamento biomeccanico.

Ben Tarnoff: La visione di una fabbrica senza lavoratori è molto antica: già Andrew Ure, nei primi anni dell’Ottocento, immaginava una fabbrica che funzionasse senza intervento umano. Quando Musk parla di dark factories — fabbriche dove non occorre tenere le luci accese perché tutto è gestito dai robot — appartiene a una lunga tradizione, anche se i suoi esperimenti di robotizzazione non sempre sono riusciti. Dove è davvero distintivo è nell’idea più radicale dell’eliminazione della categoria dell’umano stesso. Non si tratta solo di espellere gli umani dalle fabbriche — cosa che rientra nella logica dell’accumulazione capitalista sin dalle origini. Si tratta di potenziare gli esseri umani con tecnologie cibernetiche per intrecciarli sempre più profondamente con la macchina, in modo tale che la quota di intelligenza distintamente umana diminuisca nel tempo, mentre quella artificiale aumenta. Questo è un percorso verso una sorta di estinzione: un futuro in cui gli esseri umani sono stati così sintetizzati con le nostre tecnologie che ciò che rimane non può più essere descritto come umano. Musk lo vede come un progresso, come l’unico modo per colonizzare la galassia.

Quinn Slobodian: È possibile essere un genio degli affari e un analfabeta economico. Musk riesce a cogliere le leve di un sistema altamente finanziarizzato concentrato sulle tecnologie di frontiera. Ma come questo dovrebbe funzionare come modello di profitto non è chiaro. Afferma che nessuno dovrà più lavorare — ma questa non è una versione riconoscibile di redditività funzionante, né per il capitalismo né, per quanto ne sappiamo, per il socialismo. Come possa funzionare la redditività in condizioni in cui il 90% delle persone ha solo tempo libero è un mistero. È sorprendente che lo preoccupi così poco — tranne per il fatto che lasciare quella domanda da parte non sembra essere stato un ostacolo alla sua crescita e ricchezza. Forse è semplicemente pragmatico e si rende conto che a nessuno sembra importare che non abbia una risposta.

Musk parla del virus della mente woke. Nel libro sostenete che avete deciso di prendere quest’espressione sul serio. Perché e cosa significa secondo voi?

Quinn Slobodian: Il woke mind virus è la chiave per comprendere cosa è successo a Elon. Un tempo era un liberale eco-consapevole, amico di Obama. Ora è un provocatore di estrema destra allineato con Trump, in cerca di intese con Nigel Farage e l’AfD. Cosa è successo? La frase appare per la prima volta alla fine del 2021, poi Musk inizia a twittare in modo apocalittico: il woke mind virus verrà sconfitto o nient’altro conta. Lo vede come un nemico che potrebbe mettere in pericolo la civiltà umana — non è politica con cui è in disaccordo, è la fine dell’umanità. Il motivo per cui sosteniamo che vada preso sul serio è che, scavando, si trovano tutti gli ingredienti della sua radicalizzazione a destra. Intorno al 2020, un insieme di eventi lo spinge verso destra — e non solo lui: lo vediamo accadere a Marc Andreessen, Ben Horowitz, Mark Zuckerberg e altri. In quel periodo, la fabbrica di Fremont viene chiusa per sette settimane per ordine di salute pubblica. Musk vive la chiusura come un rischio esistenziale. Trump gli twitta solidarietà: è il primo momento di ingaggio sostenuto con gli account di destra. Poi arriva l’insurrezione di George Floyd, la più grande mobilitazione nella storia degli Stati Uniti. Poi Biden: un National Labor Relations Board pro-lavoro, la spinta antitrust di Lina Khan, l’ipotesi di una wealth tax. Musk vede tutto questo come una minaccia alla sua ricchezza, al suo potere, e alle gerarchie sociali da cui dipendono. Tutte queste cose vengono etichettate come wokeness. Dove Musk è distintivo è nella sua lente cyborg: per lui questi pericoli originano su Internet. Gli attivisti di sinistra hanno dirottato Twitter, trasformandolo in un megafono progressista, riprogrammando i cervelli di milioni di persone. La soluzione è prendere il controllo delle reti dove circolano i virus memetici, purificarle, e costruire un anti-woke mind virus. Quando l’AI generativa diventa la storia di investimento della Silicon Valley dopo ChatGPT, Musk vede un nuovo rischio — il woke mind virus può ora infettare i modelli linguistici — ma anche una nuova opportunità: propagare il proprio anti-woke mind virus automaticamente. È questo lo scopo di Grok.

Ben Tarnoff: Il nostro approccio è vedere il Muskismo in interazione dinamica con i cambiamenti nelle tecnologie materiali che sono alla base dell’economia politica del settore. Ha senso che Musk pensi alla diffusione virale di meme nei social media quando i social media sono l’investimento dominante della Silicon Valley. La chiave non è chiedersi solo quali sono le fissazioni dei singoli leader — l’errore peggiore è quello di fare dell’ermeneutica del carattere individuale, come chi dice: Thiel è ossessionato dal libertarismo e dall’Anticristo, quindi capiremo la Silicon Valley. Bisogna guardare la logica strutturale che porta a certe posizioni. Musk non può mai essere davvero definito pazzo: la sua presunta follia si allinea sempre molto bene con gli incentivi materiali del momento. È più utile leggerla come un sintomo del mutare del sentiment degli investitori e delle fondamenta tecnologiche.

Nella conclusione del libro ci sono quattro scenari. Qual è, a qualche mese dalla pubblicazione, il più plausibile? E come leggete il tema dei data center — Milano sta diventando la capitale dell’Europa meridionale per i data center, costruiti a velocità preoccupante e senza che la popolazione ne sia informata?

Quinn Slobodian: È molto difficile saperlo, perché stiamo vivendo in un periodo estremamente imprevedibile. La grande scommessa di Musk in questo momento è sull’AI: il prospetto IPO di SpaceX depositato alla SEC è fondamentalmente un documento sull’AI, con ingenti investimenti in data center orbitali progettati per raccogliere energia solare e usarla per addestrare modelli AI. Allo stesso tempo, la spinta alle rinnovabili — accelerata dallo shock petrolifero seguito alla guerra USA-Israele sull’Iran — ha già risollevato le vendite di Tesla in Europa, e Musk ha fatto dichiarazioni recenti che suggeriscono un possibile ritorno alla decarbonizzazione. Non sarebbe incoerente: data l’intensità energetica dell’AI, le rinnovabili sono il modo ovvio per alimentare i data center. Il paradosso attuale è che l’amministrazione Trump promuove l’AI con entusiasmo ma ha fatto di tutto per affossare le rinnovabili, strozzando la fonte energetica più economica nel momento in cui il settore ne ha più bisogno. In uno scenario con un’amministrazione democratica si potrebbe facilmente immaginare una spinta combinata AI-rinnovabili, con il branding di un’AI pulita e verde, una visione a cui buona parte della Silicon Valley potrebbe aderire.

Ben Tarnoff: La stampa finanziaria ripete che non bisogna mai scommettere contro Elon: riesce sempre a far guadagnare denaro, anche tra caos e danni reputazionali. Se questo è vero, allora quando il sentiment popolare cambia — e sta chiaramente cambiando, sia contro l’avanzata dell’AI che contro la politica economica caotica di Trump — Musk cambierà tono di conseguenza. Il “Musk carbon” che descriviamo nel libro potrebbe diventare recuperabile sotto una futura amministrazione democratica. Ma la domanda più importante non è come liberarsi di Musk: è come costruire un’economia politica che non dipenda interamente da lui e dalle sue aziende. Non basta una versione più moderata di Elon Musk. Il Big Tech così com’è strutturato — affamato di energia e indifferente alle disruption nella vita delle persone — riprodurrà gli stessi problemi anche sotto un’amministrazione democratica. L’obiettivo primario è diversificare l’economia da questa scommessa a senso unico.


venerdì 12 giugno 2026

ANDANDO PER ASINE

“C'era un uomo di Beniamino, chiamato Kis - figlio di Abiél, figlio di Zeròr, figlio di Becoràt, figlio di Afiach, figlio di un Beniaminita -, un prode. Costui aveva un figlio chiamato Saul, alto e bello: non c'era nessuno più bello di lui tra gli Israeliti; superava dalla spalla in su  chiunque altro del popolo. Ora le asine di Kis, padre di Saul, si smarrirono e Kis disse al figlio Saul: ‘Su, prendi con te uno dei servi e parti subito in cerca delle asine'. I due attraversarono le montagne di Efraim, passarono al paese di Salisa, ma non le trovarono." (1 Sam 9,1-4a).

 

Il racconto, di cui ho riportato la prima parte, si legge con vivo interesse. Costruito con arte squisita, esso ci fa gustare una sequela di emozioni, ma soprattutto si conclude in modo assolutamente imprevisto.

Ad un certo punto l'interesse del brano si sposta dalle asine smarrite e si concentra sul “destino” di Saul. L'elemento teologico prende il sopravvento ed emerge con freschezza.

 

Una diligente ricerca

Saul parte per cercare le asine del padre e, invece, durante il viaggio egli riceve l'unzione regale da parte di Samuele. Certo, la Bibbia è piena di racconti sorprendenti, ma qui tutto nasce e si svolge in uno scenario pastorale molto consueto. Dio ci viene incontro nella piccola trama del quotidiano, dentro le vicende più “profane” e più “irrilevanti” che si possano immaginare.

Saul, con il suo servo, pensa di andare per asine e, in quel viaggio, avviene l’incontro che cambierà la sua  vita. Egli sperava semplicemente di poter trovare le asine di suo padre e, invece, trovò chi gli fece “conoscere la volontà di Dio” (1Sam 9,27). Samuele lo  rassicurò: “Quanto alle asine scomparse tre giorni fa, non devi più preoccupartene: sono state ritrovate” (1Sam 9,20).

 

Succede l’imprevedibile

Ora è necessario preoccuparsi di altro, volgere altrove il cuore: “Irromperà su di te lo Spirito del Signore... e  sarai trasformato in un altro uomo(1Sam 10,6). Partito alla ricerca di alcune asine, Saul è letteralmente “sconvolto”, trasportato su altre sponde, collocato in un altro orizzonte. Dio lo ha afferrato e ha cambiato corso ai suoi giorni: “Quando si congedò da Samuele, Dio gli trasformò il cuore” (1Sam 10,9).

Può essere successo e può ancora accadere a ciascuno di noi. Tante volte, proprio mentre andavamo per asine, cioè immersi nelle nostre faccende quotidiane, Dio ci ha fatto incontrare qualche Samuele, ci ha fatto scoprire orizzonti nuovi di vita. Spesso Dio ci viene incontro dentro le trame più banali del nostro esistere. Beati noi se sappiamo andare oltre la preoccupazione delle asine, se sappiamo “leggere” e ascoltare la “voce” che ci chiama, che ci invita. L'importante è camminare, cercare, essere in viaggio...

Dio spesso non sceglie il monte Sinai o il Tabor per manifestarci la Sua volontà, per darci i segni del Suo amore. Se compiamo con impegno i nostri compiti umani, se assumiamo con serietà le nostre responsabilità, lì Dio può venirci incontro. Può succederci, dice l'autore della Lettera agli Ebrei, che, accogliendo un qualunque viandante, noi, senza saperlo, “ospitiamo degli angeli” (Ebrei 13,2). Saul e il suo servo, proprio nella diligente ricerca delle asine, ebbero il grande dono, l'inaspettato regalo di Dio.

Il quotidiano è "terra santa". Noi spesso non ce ne accorgiamo.

 

La necessaria compagnia

Mi colpisce ancora un particolare in questo delizioso racconto. Saul, per giungere al termine del cammino e all'incontro con Samuele, ha avuto bisogno della fantasia, dell’opera e delle “indicazioni” di altre persone.

E' stato il servo a suggerire l'idea e a rendere possibile l'incontro con Samuele (vv. 6-10). Saul si sarebbe presto scoraggiato e, come ci documenta il testo, dice al suo compagno di viaggio: “Torniamo indietro: temo che mio padre non pensi più alle asine, ma cominci a preoccuparsi per noi" (v. 5).

Fu necessaria l’ulteriore e precisa indicazione di “alcune ragazze che andavano ad attingere l'acqua” (v. 11) per incontrare Samuele, l'uomo di Dio. Poi, tramite Samuele, Saul comincerà a capire ciò che Dio vuole da lui. Ancora una volta c'è bisogno della “nube dei testimoni” per entrare nei sentieri di Dio. Non santi/e da venerare, ma uomini e donne con cui camminare.

Certo, Dio sa fare da sè, sa agire senza mediatori, ma molto spesso, come succede in un lungo viaggio, noi abbiamo bisogno di una segnaletica stradale. Non solo e non tanto per dirci dove dobbiamo andare, ma per illuminarci un po' il fondo stradale, per farci compagnia, per scaldare il motore, per rimetterci in viaggio quando ci prende la voglia di tornare indietro. La segnaletica è più che utile quando siamo al “bivio”, quando la nebbia ci avvolge, quando andiamo in confusione, quando i “fari” ci disturbano, quando le vetrine ci distraggono, quando certe “luminarie” distolgono i nostri occhi dalla strada, quando lo schiamazzo esterno o le voci interne ci rapiscono... La segnaletica non sostituisce le nostre gambe, ma aiuta a non perdere la direzione giusta in un tempo in cui è piuttosto facile disorientarsi.

da un libro di Franco Barbero, 1971

 

"Cercate me e vivrete"
 

È nostro compito irrinunciabile "predicare" al nostro cuore e dire apertamente agli uomini e alle donne di oggi ciò che il profeta Amos annunciava ad Israele: "Cercate me e vivrete. Non cercate Bethel, non andate a Ghilgal, non vi recate fino a Beersceba...Cercate Dio e vivrete" (5,4-6).

Possiamo utilmente cercare tante "cose", tante esperienze, tante terapie nella vita. Ma se carichiamo di attese salvifiche queste realtà umane, se facciamo di esse dei, luoghi sacri e idolatrici come Bethel..., sbagliamo bersaglio.
Per fondare la nostra casa sulla roccia o, se vogliamo, per sorreggere le nostre gambe vacillanti, bisogna "cercare l'Eterno".

Le pillole o le botteghe della felicità stanno esaurendo le loro scorte e lasciano intravedere, tra crepe enormi, una montagna di illusioni.

(Franco Barbero, Il giubileo di ogni giorno, Associazione Viottoli 1999)