venerdì 20 febbraio 2026

da Confronti di Febbraio 2026

RIPARTIRE DALLA DEMOCRAZIA

di Claudio Paravati

 

La situazione internazionale non solo non migliora, ma, se possibile, peggiora di giorno in giorno. Mentre Donald Trump sembra sempre più calato nei panni di un sovrano assolutista, di un despota, a tratti un po' Rambo e un po' Clifhanger :(per chi, come me, è cresciuto con quel cinema statunitense degli anni Novanta), ciò che sta accadendo in Iran contribuisce a peggiorare ulteriormente il quadro globale.

Il regime iraniano, in crisi da molto tempo e sempre più violento - come abbiamo più volte raccontato sulle pagine di Confronti - sembra essere arrivato oggi a un punto di massima tensione, attraversando una fase di repressione brutale. Nulla manca all'elenco delle azioni più atroci: uso sistematico della forza, uccisioni di donne e uomini, studenti e giovani.

Anche in questo caso, siamo dalla parte dei popoli: dalla parte di chi rivendica il diritto fondamentale di decidere democraticamente il proprio governo, di esprimere dissenso, di manifestare e di agire politicamente senza che la violenza dello Stato si abbatta sui corpi e sulle vite.

E la democrazia? Ne scrivono diffusamente i nostri autori sulle pagine di Confronti, ma nel dibattito internazionale questa parola sembra essere scomparsa. In questa fase storica non c’è nemmeno il tentativo di evocarla: della democrazia non vi è traccia. Ed è un segnale profondamente inquietante. Ancora più preoccupante è il fatto che questa assenza sembri non essere percepita come tale.

Lo ricordiamo allora qui, con chiarezza: crediamo in un mondo capace di costruire alleanze democratiche, fondate sul rispetto dei diritti, sul dialogo tra i popoli, sulla cooperazione e non sulla sopraffazione.

La crisi delle istituzioni e delle agenzie internazionali è ormai così grave da sembrare irreversibile. Eppure dobbiamo continuare a credere che non lo sia. Questa stagione del mondo, che urla per le grandi ingiustizie in corso, reclama una parola di giustizia.

Ciascuno può affidarsi alla parola di giustizia che preferisce; nel frattempo, però, dobbiamo pretendere che l'Europa faccia fino in fondo la propria parte. Finora, purtroppo, si sono visti solo timidi tentativi.


da Confronti di febbraio 2026

IL SONNO DELLA DEMOCRAZIA NELLA NOTTE AMERICANA

di Paolo Naso

 

“Unico limite ai miei poteri è la mia moralità“, ha affermato Donald Trump il 9 gennaio scorso, senza che questa frase, degna di Luigi XIV o di qualsiasi altro monarca assoluto, destasse particolare scalpore. Forse ha mosso qualche coscienza la notizia della donna di Minneapolis - Renée Nicole Macklin Good - uccisa da un agente dell'Ice (Immigration and Customs Enforcement) in circostanze che, a giudicare dai video disponibili, appaiono sconcertanti: l'omicidio a freddo di una donna disarmata che protestava e che non era disposta a farsi intimidire da un energumeno in divisa. È la notte americana, un buio fitto che cancella diritti fondamentali come quelli scolpiti nel I emendamento della Costituzione che vieta al Congresso di promulgare leggi che «limitino la libertà di parola, o della stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti».

Negli Usa di Donald Trump chi scende in piazza a protestare o chi soccorre i migranti, lungo la frontiera o anche in Stati interni come il Minnesota dove è stata uccisa Renée Nicole Macklin Good, rischia l'arresto, la violenza della polizia e persino la vita. Al contrario, tutti amnistiati i responsabili dell'insurrezione armata del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill, i bravi padri di famiglia e le premurose madri del "popolo Maga".

È la militarizzazione dello scontro politico, una svolta evidentemente dettata dalla Casa Bianca che non ha paura di schierare le guardie federali contro le polizie locali e i governatori di Stati che il presidente giudica suoi avversari.

È esattamente l'opposto di quanto accadeva negli anni Cinquanta e Sessanta quando i presidenti inviavano le truppe federali a difesa dei giovani afro americani - e non solo - che protestavano per reclamare i loro diritti civili.

Accadde, ad esempio, del 1957 a Little Rock (Arkansas), sotto la presidenza Eisenhower e a Selma (Alabama), ai tempi di Lyndon Tohnson nel 1965. In quelle occasioni il potere centrale ordinò alle forze armate di difendere i diritti civili riconosciuti dai tribunali; oggi, in un mondo capovolto e nello spirito di un potere assoluto e privo di contrappesi, la Casa Bianca interviene a dispetto della legge, per intimorire e reprimere. In questo quadro rientra anche il tardivo proclama della Casa Bianca per il Martin Luther King Day, diffuso solo nella serata del 19 gennaio e dopo aperte critiche delle organizzazioni per i diritti civili: mossa tardiva e risibile nei giorni in cui la popolazione bianca di Minneapolis organizza la spesa per i migranti che, terrorizzati, evitano di uscire per strada per non essere intercettati dagli agenti armati dell'Ice.

C'è chi applaude, perché finalmente qualcuno impone Law and Order, rendendo l'America "più sicura" e "più stabile"; per un'altra parte di americani è l'incubo di un regime autoritario che si va costruendo pezzo dopo pezzo, contestando i giudici, ridicolizzando i giornalisti, irridendo all'ordine internazionale, mentendo all'opinione pubblica e a sé stessi. È questa un'America ancora incredula e stordita, incerta sulle strategie da adottare eppure consapevole del rischio di autoritarismo illiberale che incombe sul proprio Paese.

Sono magistrati, governatori, qualche politico di seconda fila, qualche leader religioso, settori della società civile che si raccolgono sotto gli striscioni “No King" rivendicando il diritto alla protesta e invocando il rispetto delle libertà

costituzionali.

La notte americana si consuma nel sonno di democrazie stanche e ripiegate sulle proprie agende interne. Ciò che accade intorno scorre rapido e senza veri traumi di coscienza: Gaza diventa l'ennesimo capitolo di una guerra senza

fine; dopo tre anni di conflitto tra Russia e Ucraina restano confuse responsabilità e giudizi su oltre 500mila morti; sule proteste iraniane tante anime belle, generalmente pronte a scendere in piazza, problematizzano ogni giudizio nel timore che le manifestazioni e i morti facciano parte del solito disegno geopolitico americano. Solidarietà sì, ma senza esagerare perché, alla fine - questa la vulgata - «il disegno degli Usa è sempre più pericoloso delle fucilazioni di massa dei mullah».

Dobbiamo prenderne atto: anche il mondo occidentale vive una torsione illiberale, in cui la democrazia conta meno del consenso, del populismo, della percezione della sicurezza, della forza militare. Ne è prova che le istituzioni internazionali nate per garantire una governance democratica fondata sui diritti vivono la crisi più profonda da quando sono nate. Nessuno ha la ricetta per correggere questa tendenza, ma almeno due cose possiamo farle: chiamare questo processo per ciò che è, autoritario e antidemocratico. Sarà scomodo e impopolare, ma dirlo – o gridarlo - aiuta a tenerci svegli. E poi riattivare la memoria e il cervello, per ricordare il sogno democratico che animava quelle democrazie in cui molti di noi hanno goduto di diritti altrove negati. Almeno questo.


“Qualche goccia di sapienza”…

 

Una delle cose che mi impressiona di più sono le dichiarazioni di alcuni mafiosi che dicono, quando decidono di uccidere qualcuno: "Deve capire che io sono come Dio: posso dare e togliere la vita a piacimento"

    Augusto Cavadi 

 



Il lavoro dovrebbe essere una grande gioia ed è

ancora per molti un tormento. Tormento di non

averlo, tormento di fare un lavoro che non serva, non giovi ad un nobile scopo.

    Adriano Olivetti 

 

 



Nel cinturone dei soldati di Hitler c'era scritto

"Gott mit uns", Dio è con noi. Il führer Lo aveva

arruolato; per fortuna disertò.

  Enzo Biagi


Un invito a pensare…


Ho sempre più chiara coscienza di non essere altro

che un semplice filo d’erba palustre, cresciuto nel

vento, nel sole, e nella pioggia della vita, colmo di una 

grande fragilità.

          Don Beppe Socci 


Se non sei un campione…

Riflessioni di don Franco Barbero - 13/02/2026


Prendo lo spunto da una notizia e fotografia da Internazionale del 30 gennaio su fatti di una settimana prima (24/01/2026), per una riflessione che la mia vita mi conferma. Non parlo per allergia verso i vincitori, ma per alcune riflessioni che in me sono quasi tumultuose e mi sento di doverle esprimere.

Nella vita non è essenziale o fondamentale fare la comparsa o vivere la realtà del “campione”. Quando ciò che si vive fa centro sul “successo”, non lo dico perché nei miei 87 anni non ho mai trovato un successo, ma perché vedo che in questa società che scivola verso la povertà, il successo dei ricchi e di tanti campioni è uno dei modi con cui si nasconde la verità dei più.

Oggi non conta tanto chi sei ma che spettacolo dai. In una società bisognosa di giustizia e diritti, io temo che il mito dei campioni sia un modo per nascondere la verità che i fascisti vogliono nascondere.

Penso con gioia ai tanti genitori e operatori sociali che con tanto impegno educano i giovani al senso della vita. Non sono maestri che portano al successo, ma sono, credenti o no, persone che lottano per i diritti dei più poveri.

Questo davvero è vivere, e ciò che da senso alla vita.

Se anziché farci spettatori dei riti dei politici o perdere le proprie energie in attività inutili decidessimo, credenti o no, di mettere le nostre risorse e le nostre forze per la giustizia sociale, allora i nostri occhi guarderebbero i volti piangenti e le bombe che i potenti lanciano anziché il pane a chi ne ha bisogno.

Signore e Dio del mondo in cui viviamo, dirigi e spingi i nostri cuori e i nostri portafogli dove vivono, soffrono e muoiono i tuoi figli/e prediletti. Io, tutti e tutte, abbiamo bisogno di questa conversione.

In questi 87 anni della mia esistenza ho visto e constatato una crescita di velocità nei treni, negli aerei e in tutti i mezzi di trasporto. La velocità oggi è considerata un bene, una cosa positiva, il superamento dei dati del passato, nello stesso sport, a partire dal calcio o dal nuoto, è grande chi supera il passato e il vicino. Le stesse immagini e fotografie televisive fanno dell’atleta veloce il modello, il vittorioso. Si trasmette la cultura dell’auto e della moto. Credo che sia necessario recuperare la dimensione dell’equilibrio e anche quella della lentezza, in cui è più facile tenere conto dei nostri e altrui limiti.

Quanto mi manca il silenzio, il dolce incedere, la strada lungo la quale ascolti chi ti è vicino e gli parli…

Sono dimensioni che rispettano il nostro essere umani che non hanno bisogno di superuomini, di politici padroni e dittatori.


da Internazionale del 06/02/2026

Gli iraniani si preparano al peggio

di Middle East Eye, Regno Unito


Il 30 gennaio al calare della sera una nervosa sensazione di angoscia si è impadronita degli iraniani nel paese e all’estero per le voci di un imminente attacco militare statunitense.

“Ho aspettato tutta la notte che colpissero. Non sono riuscito a dormire fino al mattino. Mi svegliavo tendendo l’orecchio per sentire il suono di eventuali esplosioni. Vediamo cosa succederà stasera”, dice Milad, ingegnere di 43 anni che vive a Teheran (i nomi in questo articolo sono stati modificati per ragioni di sicurezza).

Shohreh, 68 anni, ogni mattina va al parco vicino a casa, nella parte orientale della città, per fare ginnastica in gruppo. Quando è rientrata la mattina del 31 gennaio ha osservato: “Oggi tutte le mie amiche dicevano che ci colpiranno stanotte”. Per Shohreh, che si oppone a un intervento straniero in Iran, le persone sembrano impazzite: “Pensano che se gli Stati Uniti colpiranno, tutto andrà per il meglio. Hanno perso ogni speranza a causa dei massacri commessi dalla Repubblica islamica. Non sanno più distinguere cosa è nel loro interesse e cosa è contro”.

Nell’ultima settimana, mentre Washington rilanciava le sue minacce all’Iran, la prospettiva di un conflitto è diventata concreta e attuale per gli iraniani. Le manovre di una vasta flotta militare statunitense in Medio Oriente, oltre ad aver aperto la strada a nuovi contratti multimiliardari per la vendita di armi con l’Arabia Saudita.

giovedì 19 febbraio 2026

 Preghiera in Gennaio FABRIZIO DE ANDRÈ 1967
( Qui Fabrizio si rivolge al Dio di misericordia perchè accolga i suicidi nel suo bel paradiso )

Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
Quando a te la sua anima
E al mondo la sua pelle
Dovrà riconsegnare
Quando verrà al tuo cielo
Là dove in pieno giorno
Risplendono le stelle

Quando attraverserà l'ultimo vecchio ponte
Ai suicidi dirà
Baciandoli alla fronte:
"Venite in Paradiso
Là dove vado anch'io
Perché non c'è l'inferno
Nel mondo del buon Dio"

Fate che giunga a Voi
Con le sue ossa stanche
Seguito da migliaia
Di quelle facce bianche
Fate che a Voi ritorni
Fra i morti per oltraggio
Che al cielo ed alla terra
Mostrarono il coraggio

Signori benpensanti
Spero non vi dispiaccia
Se in cielo, in mezzo ai Santi Dio fra le sue braccia
Soffocherà il singhiozzo
Di quelle labbra smorte
Che all'odio e all'ignoranza
Preferirono la morte

Dio di misericordia
Il tuo bel Paradiso
Lo hai fatto soprattutto
Per chi non ha sorriso
Per quelli che han vissuto
Con la coscienza pura
L'inferno esiste solo
Per chi ne ha paura

Meglio di lui nessuno
Mai ti potrà indicare
Gli errori di noi tutti
Che puoi e vuoi salvare
Ascolta la sua voce
Che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento

“Qualche goccia di sapienza”…

 

Quando le nostre giornate perdono luce e le nostre

notti diventano più oscure, pensiamo con fiducia che

nel mondo esiste una forza immensa e ricca di grazia.

Dove non vediamo soluzione, Dio ci mostra una via.

                                                                    Martin Luther King 

 



Nessun cristiano deve dire "Io non partecipo, io non

mi comprometto”. Ciò significherebbe essere un cattivo cristiano e al tempo stesso un cattivo cittadino.

  Oscar Romero 


Presentiamo il testo, sinora inedito, di A. Cavadi, che è stato utilizzato nel corso della 'liturgia contemplativa' sul tema Uomo-Dio-Cosmo verso un nuovo equilibrio, guidata alla Cittadella Cristiana di Assisi da Raimundo Panikkar la mattina del 17 settembre 1989.


PREGHIERA DEL FUOCO

 

Abbiamo, fra le mani, il fuoco

— un braciere che arde

e lo presentiamo in offerta

a Colui che è al di sopra di ogni nome.

 

Possa Egli accogliere questo fuoco

con tutta la ricchezza - anche implicita - di significati

che neppure noi,

attori del gesto,

riusciamo a comprendere in pieno.

Non perdano i figli dei figli

la memoria del rito,

senza il quale non riusciamo ad esprimere

ciò che eccede consapevolezza e intenzione.

 

Possa Egli accogliere questo fuoco

che vive morendo,

muore vivendo:

ci ricorda

che l'unico modo di celebrare la vita

è effonderla,

che solo chi si spende

— accettando di consumarsi -

vive davvero.


da Rocca del 01/02/2026

L’Italia a rischio declino, è irrimediabile?

di Fiorella Farinelli


È innegabile che culle sempre più vuote siano foriere di forti squilibri. Gli esperti che estrapolano dai dati statistici le previsioni per i prossimi anni, hanno buone ragioni per lanciare l’allarme. La progressiva riduzione delle persone in età di lavoro – 5 milioni in meno nel 2040? – produrrà effetti via via più pesanti sui conti pubblici, quindi sulla sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico e sulla portata universalistica del welfare. Ma c’è un altro risvolto, di cui si parla meno. Già oggi un terzo delle imprese denuncia le difficoltà di ricambio generazionale che rendono problematica l’innovazione organizzativa e tecnologica. I lavoratori giovani, non solo operai specializzati ma anche quadri e tecnici, sono sempre più introvabili, dalle costruzioni alla logistica, dall’industria ai servizi. Perfino nell’impiego pubblico capita che i concorsi vedano meno candidati dei posti messi a bando. Anche nel Mezzogiorno dove la sicurezza del posto pubblico è stata da sempre più ambita. L’orizzonte è striato di recessione e di declino. Nel deserto di politiche di sviluppo e di strategie industriali che domina attualmente a Palazzo Chigi sembra lo si dia per scontato.

I BONUS NON CONVINCONO

Che fare? Prima di tutto evitare di ritenere che il trend sia migliorabile solo con interventi parziali e mirati unicamente a modificare i comportamenti riproduttivi delle generazioni più giovani. I bonus che cambiano da un anno all’altro, gli assegni per i figli dei soli nuclei familiari più poveri, gli sconti in certe regioni sì e in altre no, i “premi” al terzo figlio non convincono nessuno a fare il secondo o il primo figlio. Tanto meno se, come forse piacerebbe a qualcuno, dovessero venire infiocchettati da campagne ideologico-rieducative di tono patriottico o familista. Si può capire che tutto ciò sia nelle corde di una destra nostalgica dei bei tempi antichi in cui le donne si identificavano o fingevano di identificarsi nei ruoli riproduttivi tradizionali, ma non è più il tempo. Troppe cose sono cambiate nei modi di essere e pensare delle famiglie, nell’ambizione delle donne a libere scelte di vita, nell’accesso delle ragazze all’istruzione lunga, nelle aspettative dei genitori di oggi rispetto ai figli. Occorre del resto considerare che anche dove l’impegno in questa direzione è stato più intenso e continuativo che da noi, come in Francia, Germania, Danimarca, i risultati sono stati per lo più modesti. Insufficienti, comunque, a ripristinare l’equilibrio tra decessi e nascite, tra uscite e ingressi nella vita lavorativa di decenni fa. E questo per tanti motivi, tra cui il fatto che in tutti i Paesi ricchi e avanzati lo squilibrio è determinato non solo dal calo demografico, ma dall’allungamento della durata media della vita dovuto ai progressi della medicina e, dove e finché ci sono, da sistemi sanitari efficienti e universalistici. È proprio per questo profilo strutturale, e per l’evidente scarto temporale tra gli effetti a lungo termine di eventuali modifiche dei comportamenti riproduttivi e le urgenze che ci sono già oggi, che sarebbero consigliabili approcci diversi rispetto all’immigrazione straniera, ma si sa che questa non è una fase propizia alle virtù della razionalità e del pragmatismo. E tuttavia, anche al netto di questo non secondario risvolto della questione, è ormai evidente, non solo da noi, che non si possa evitare di modificare modelli previdenziali e assistenziali costruiti sulle caratteristiche di un mondo che non c’è più, e che si debbano inventare nuove politiche in campi diversi. A partire dai tempi e dalle modalità di formazione e di ingresso nel lavoro dei giovani, dai salari iniziali e dai percorsi di carriera fino a nuove politiche abitative. Cambiamenti ben più impegnativi e complessi delle sole politiche per i sempre più numerosi anziani soli non autosufficienti, anch’esse peraltro finora largamente rimosse.

ITALIANI NEL MONDO, LA “FUGA DEI CERVELLI”

Ma bisognerebbe guardare anche ad altro, alle trasformazioni del rapporto tra giovani e lavoro. Se ne dicono tante, nessuna che la racconti giusta. Aiuterebbe, per esempio, analizzare senza pregiudizi o troppo facili generalizzazioni ciò che rivela la cosiddetta “fuga dei cervelli”, un fenomeno che in altre realtà europee ha connotazioni diverse e non allarmanti come invece da noi, e che contribuisce anch’esso alla scarsità di giovani in un mercato del lavoro come il nostro. Dove purtroppo è il 33% della popolazione in età di lavoro ad essere “inattiva” e sono di più rispetto alla media europea anche i giovani fino ai 29 anni che non lavorano non studiano e non cercano lavoro. È facile da fare. Basta scorrere l’ultimo Rapporto annuale “Italiani nel mondo” della Fondazione Migrantes, reso pubblico lo scorso novembre. Nel 2006 gli italiani espatriati (per lo più nel Regno Unito, in Svizzera, in Germania, e poi anche in America del Nord e in Australia) erano 46.308, nel 2024 sono stati 155.732, più che triplicati. Un movimento in uscita, guardando all’ultimo ventennio, di 1 milione e 600.000 tra italiani doc e “nuovi italiani”, cioè seconde e ormai anche terze generazioni di immigrati stranieri, con un saldo negativo di 817.000 stabilizzati all’estero a fronte di 825.000 rientri. Il Rapporto segnala inoltre che il flusso presenta un costante “ringiovanimento”, concentrandosi negli ultimi anni nella fascia 25-34 anni. Una classe anagrafica che per molti coincide con la fase finale della formazione di livello terziario, post laurea, dottorati, formazione professionale di alta specializzazione, e con le prime prove ed esperienze di scelte professionali. Chi sono questi giovani italiani e neo italiani, e che cosa mostra questa emorragia? Le uscite non sono ideate da subito come durature o definitive, molti all’inizio vanno solo ad esplorare le opportunità che ci sono, a vedere da vicino la nostra Europa, ad imparare altre lingue e culture. Affacciarsi alla realtà di altri Paesi è diventata del resto un’esperienza diffusa, apprezzata e ricercata nel mondo globalizzato della mobilità e delle comunicazioni facili, incoraggiata dal programma europeo Erasmus e da una serie di altri piani europei e internazionali. La singolarità negativa del caso italiano è data però dall’alto numero di quelli che poi in Italia non ci tornano, e anche dal fatto, troppo trascurato da una chiacchera mediatica venata di sovranismo, che non c’è un analogo flusso che da altri Paesi venga e resti in Italia.

IL RAPPORTO ITALIANI NEL MONDO DELLA FONDAZIONE MIGRANTES

La locuzione “cervelli in fuga”, intrisa di un qualche provinciale compiacimento quasi si trattasse sempre di genialità italiche che vanno a fertilizzare il resto del mondo, può portare fuori strada. Non sono tutti ricercatori brillanti, né tutti specialisti sperimentati e accreditati, e neppure tutti laureati, la maggioranza è anzi fatta di giovani solo diplomati. Ma certo si tratta di una generazione mobile, energica e curiosa, spesso privilegiata perché supportata a lungo negli studi e nelle esperienze dalle risorse familiari, ma molto simile per cultura e stili di vita ai coetanei che non si muovono e che tuttavia in molti vorrebbero anche loro farlo. Ma perché espatriano? È solo un problema di lavoro? Solo di salari più alti? Tutto questo sicuramente conta. Ma nel Rapporto si parla anche di altro, di sentimenti di agio a fronte di università, enti, aziende più accoglienti e interessate ad apporti esterni e a scambi interculturali, di una maggiore dignità nel lavoro, di riconoscimenti e valorizzazioni professionali più facili e veloci, di politiche di conciliazione efficaci tra lavoro e responsabilità genitoriali, di asili e scuole a tempo pieno, di aree verdi, piste ciclabili, affitti sostenibili. Società meno ingessate, meno burocratiche, meno dominate da chiusure corporative, con un welfare più amichevole. Non è mai, da nessuna parte, un paradiso, e infatti molti rientrano, ma spesso si finisce col convincersi che il Belpaese non è un Buonpaese, che altrove ci sono opportunità più interessanti, che non val la pena tornare e rimettersi in fila in attesa di concorsi e di raccomandazioni, mentre affittare o comprare un’abitazione per essere autonomi è diventato un problema insormontabile. C’è un’aria stantia da noi, un immobilismo che non incoraggia, una fatica dell’innovazione, un insieme di segni di possibile o probabile declino che non danno speranza. Non è un caso che perfino per tanti immigrati stranieri l’Italia sia più una tappa che la destinazione finale. Il nostro Paese, così attrattivo per il turismo internazionale, lo è sempre meno per chi ci vive. Soprattutto per i giovani che sono diventati più esigenti che in passato rispetto al lavoro e al rapporto tra lavoro e vita privata. E che non sono affatto, o non sono tutti, degli “sdraiati” come tante narrazioni di comodo vogliono far credere.

NATALITÀ, DONNE, LAVORO

Tutto ciò ha evidenti connessioni con i temi della natalità. Perché se è vero che per molte giovani donne la maternità non è più un destino e neppure una scelta identitaria (non si tratta di anticoncezionali o di aborti, ma della caduta della disapprovazione sociale per le donne che non sentono il bisogno di avere figli), per altre la desiderabilità di un figlio, e magari anche di più figli, appare difficilmente concretizzabile in assenza di ragionevoli certezze individuali e di coppia in termini economici e professionali. Le ragazze di oggi maturano, nella famiglia, nella scuola e nella società, ambizioni e progetti di vita molto diversi dal passato, non è solo per consumismo, individualismo, paura di dover rinunciare ai loro stili di vita, che rinviano la scelta della maternità, anche a rischio di non poterla poi realizzare. Un figlio oggi significa molto più di ieri casa, stabilità, buone condizioni di vita, lavoro ben retribuito, opportunità di miglioramento. Ma in Italia le donne partecipano al mercato del lavoro assai di meno e meno stabilmente che in altri Paesi, ed è sempre più difficile arrivare alla fine del mese per le coppie in cui non si sia in due a lavorare. Nonostante i progressivi miglioramenti anche nel Mezzogiorno, il tasso di occupazione femminile è ancora solo al 52.5%, inferiore di quasi 18 punti al 70,4% di quella maschile. La prima strategia che si dovrebbe adottare, per un diverso equilibrio generazionale nel mercato del lavoro, riguarda il superamento di questa disparità di genere. I numeri sull’occupazione femminile dicono con assoluta certezza che in Italia essere madri è ancora un enorme svantaggio nel mondo del lavoro. Ci sono 17 punti percentuali di differenza tra il tasso di occupazione delle donne che non sono madri e quelle che lo sono diventate tra i 25 e i 34 anni. Lo scarto di occupazione tra maschi e femmine vede una distanza delle donne pari all’8,9% se non hanno figli, del 29,2 in presenza di un figlio minore. E poi ci sono enormi diversità territoriali, nel Mezzogiorno il tasso di occupazione delle madri con figli piccoli scende al 42 per cento, mentre nel Centro e nel Nord sfiora il 70 per cento. Peggio va se le donne madri sono molto giovani e poco istruite, allora l’occupazione precipita al 30%. Dice molto anche il dato, riportato dal rapporto Cnel-Istat 2025, secondo cui tra le madri occupate quasi 1 milione sono madri sole, un segmento ad altissimo rischio di povertà, con un’incidenza di part time involontario del 19,7%, il 12 per cento costituito da straniere. Come evitare che molte donne debbano rinunciare al lavoro per essere madri (molte lo lasciano al primo o al secondo figlio e poi non riescono più rientrarci) e molte viceversa debbano rinunciare alla maternità o dilazionarla per non volere o potere mettere una pietra sopra al lavoro, agli anni di studio, ai ruoli e alle gratificazioni della vita professionale, all’autonomia economica? È evidente che le politiche sulla natalità non possono limitarsi a supporti economici, più o meno significativi, a chi abbia già uno o più figli e si trovi in condizioni economiche non buone. È socialmente equo, ma non basta a incoraggiare chi dubita, rinvia, teme. È poi certo che, con salari che fossero sempre adeguati, si potrebbe tagliare alla radice il doloroso dubbio se valga la pena di continuare a lavorare per retribuzioni così basse da venire quasi interamente consumate per pagare i costi di assistenze familiari sostitutive, se non sia meglio restare a casa a fare la mamma, dubbi alimentati da sensi di colpa e spesso rovinosi. La parità e la conciliazione tra lavoro e genitorialità (per le mamme e per i padri) passano anche e prima di tutto da qui, oltre che da servizi pubblici accessibili, gratuiti o con tariffe sostenibili. Ma non si può fare, si direbbe, se neppure quando si perdono ogni anno per calo demografico decine di migliaia di studenti, si sanno realizzare i programmi, pur generosamente finanziati dal Pnrr, sugli asili nido (solo in tre regioni, Val d’Aosta, Umbria, Emilia Romagna ci sono 45 posti ogni 100 bambini da 0 a 2 anni) e sul tempo pieno nelle scuole per l’infanzia, non si generalizza il tempo lungo nell’istruzione obbligatoria, si lascia intatto il totem dei tre mesi estivi di chiusura delle scuole che mette nei guai la gran parte delle famiglie con bambini, e così via. Ma questa è solo una parte delle soluzioni. Altre, si sa, stanno in nuove politiche abitative e, più in generale, in politiche di sviluppo e in strategie industriali indispensabili ad allontanare il rischio di recessione, il disastro del lavoro povero, i guai anche per i conti pubblici delle persistenti aree del lavoro nero. Ma sono le donne, si dovrebbe saperlo, il potenziale che oggi si dovrebbe saper sviluppare, aiutandole ad entrare tutte nel lavoro, anche nei comparti che richiedono competenze scientifiche e tecnologiche, ad essere autonome, ad avere condizioni per poter essere libere di scegliere. Non è un caso, ed indica invece la strada, che i tassi più alti di natalità si riscontrino oggi in Trentino-Alto Adige, e il fanalino di coda sia invece in Sardegna.