mercoledì 23 settembre 2026

 Trump contrario a qualsiasi limite: 

“Tanto basto io”

 

“Non uccidete la gallina dalle uova d’oro!”. È categorico Donald Trump nel rifiutare critiche e allarmi vari sull’intelligenza artificiale. Usa il sarcasmo nei confronti di Dario Amodei di Anthropic, definito “angioletto perfetto” per la sua richiesta di controllare i progressi dell’Ia. Spiega che basta un “presidente forte e intelligente (con un Qi elevato!)” – quindi, presumibilmente, lui – per evitare che le macchine prendano il sopravvento sull’uomo. Conclude parlando di “disgustosa cospirazione” che punta a colpire gli Stati Uniti, che in materia di Ia, “sono in netto vantaggio rispetto a qualsiasi altro Paese”.

Le dichiarazioni delle ultime ore, che Trump affida ancora al social Truth, concludono un fine settimana in cui il presidente ha difeso a oltranza l’industria dell’Ia. Le ragioni sono diverse. Alcuni leader del settore hanno contribuito con sostanziosi investimenti ai suoi progetti e iniziative, dalla cerimonia di insediamento alla ballroom della Casa

Bianca. La crescita dell’ia ha inoltre prodotto forti guadagni in

Borsa e la costruzione dei data center ha sostenuto il settore manifatturiero. Si tratta, per Trump, della dimostrazione della bontà dei suoi piani economici. Va anche ricordato l’utilizzo che l’intelligence Usa – in particolare Nsa, Fbi, Cia, Cisa – fanno dell’intelligenza artificiale per classificare enormi quantità di dati e monitorare minacce alla sicurezza interna e internazionale. Ai fini di un potenziamento delle infrastrutture, la Casa Bianca lo scorso maggio ha approvato lo stazionamento di 9 miliardi di dollari in chip informatici avanzati.

C’è poi la questione della sfida con la Cina. Gli Stati Uniti hanno a lungo goduto di un innegabile primato nel settore, grazie anche alle restrizioni imposte alle aziende cinesi in tema di accesso ai processori avanzati di nuova generazione. Nell’ultimo anno le cose sono cambiate. Le cinesi Deepseek, Alibaba, Minimax e Moonshot hanno messo a punto modelli che si avvicinano alle prestazioni dei sistemi americani, alimentando l’accusa di violazione della proprietà intellettuale. Durante l’incontro dello scorso maggio a Pechino, Trump e Xi Jinping hanno discusso di Ia senza concludere molto. Il tema sarà al centro del vertice tra i due in programma il 24 settembre a Washington, ma ci sono pochi dubbi sul fatto che l’amministrazione Usa lo ritenga un asset strategico da utilizzare per limitare le ambizioni di Pechino.

Le dichiarazioni di Trump appaiono in netto contrasto con le posizioni che diversi Paesi e istituzioni hanno assunto dopo l’intervento di Amodei. Proprio da Pechino arriva la dichiarazione del ministro per la Sicurezza dello Stato Chen Yixin, secondo cui l’ia – con i rischi di disinformazione e utilizzo per fini militari – mina il controllo del potere da parte del Partito comunista. E mentre il Canada invoca la nascita di un organismo regolatore sovranazionale, l’alto commissario Onu per i diritti umani, Volker Türk, chiede una regolamentazione dell’Ia per tutelare libertà e privacy. Le prese di posizione di Trump hanno suscitato preoccupazione tra alcuni degli stessi Repubblicani, che temono che l’ideologia di radicale laissez-faire capitalistico del presidente possa allontanare elettori al midterm

 

Roberto Festa, Il Fatto Quotidiano, 15/09/2026


 Il film che spaventa Israele e le domande sul 7 ottobre

Anna Foa La Stampa 23/9

Sul clima già teso della campagna elettorale in Israele è piombato come un macigno il documentario Naza (acronimo di "effetti collaterali"), dei due registi Yuval Abraham e Rachel Szor, coautori dello straordinario No other land, sulle aggressioni di coloni ed esercito in Cisgiordania, vincitore dell'Oscar nel 2025. Alla mostra di Venezia ha vinto il premio speciale della giuria e gli hanno tributato 24 minuti di standing ovation.
Non l'ho ancora visto, ma non è del film che voglio parlare, bensì della vera e propria isteria che, senza nemmeno essere stato visto, ha suscitato in Israele e in una parte almeno del mondo ebraico della diaspora. In sintesi, è un documentario girato di notte sui tetti di Tel Aviv, un'intervista a 24 membri dell'esercito e dell'intelligence, accuratamente celati per non rivelarne l'identità. Le interviste descrivono ciò che in generale si sapeva e che era in parte uscito su giornali e media come gli israeliani +972Maga e Local call, o il Guardian (che è fra i suoi produttori): cioè i sistemi con cui, con l'aiuto dell'Ai, l'esercito pianificò, fin da prima del 7 ottobre, gli attacchi aerei sulla striscia di Gaza, sorvegliando a tappeto l'attività dei suoi abitanti e le loro abitazioni. Vittime collaterali o vittime mirate che siano, sono state come minimo 70.000.
Questo in sintesi, come riportato dai comunicati, dai media e dalle interviste, il contenuto del documentario. Questo è ciò che vedremo quando Naza uscirà, a giorni, nelle nostre sale. Chi difficilmente lo vedrà saranno invece gli israeliani.
La reazione del governo e dei partiti della destra è stata da subito una reazione di assoluto panico. L'esercito ha definito il contenuto del film menzognero, pur aprendo un'inchiesta sulla divulgazione di "materiale non classificato". Quanto all'altra accusa rivolta al film, di essere basato su fonti anonime, come dimenticare che anche lo scandalo del Watergarte, che portò nel 1974 alle dimissioni del presidente americano Nixon, era basato su rivelazioni anonime, protette dal segreto. Con il passar dei giorni la reazione è diventata sempre più dura e aggressiva. Netanyahu ha dichiarato di voler togliere la cittadinanza israeliana ai due registi, definiti "traditori". I partiti e i media della destra radicale si sono scatenati, accusando il film di menzogna e antisemitismo, minacciando di morte i registi e manifestando sotto le abitazioni dei loro famigliari al grido di "Impiccateli!". Difficilmente i due registi potranno tornare in patria, anche se le minacce di privarli della cittadinanza non saranno messe ad effetto. Saranno i primi esuli politici di Israele, dunque?
Intanto Netanyahu minaccia sanzioni e la revoca della cittadinanza nei confronti di chi diffama le forze di difesa israeliane. Nelle sue dichiarazioni, una simile legge potrebbe colpire anche il capo del partito democratico, Yair Golan, per delle dichiarazioni rese l'anno scorso sull'uccisione dei bambini palestinesi da parte dell'esercito. Insomma, Nertanyahu avrebbe l'intenzione di approfittare della questione per intervenire sui partiti di opposizione nelle prossime elezioni, una tattica da lui consolidata. Ma è difficile che una simile manovra gli riesca, nel clima attuale della campagna elettorale.
Le minacce di morte che gli estremisti di destra stanno rivolgendo ai due registi non sono, secondo il giornale di opposizione Haaretz, da prendere sottogamba: è possibile che scorra il sangue. Del resto, come dimenticarsi dell'assassinio di Rabin nel 1995 da parte di Ygal Amir, un estremista i cui complici di allora sono oggi ministri dell'attuale governo?
E la sinistra? Finora, l'attacco all'Idf non viene condiviso nemmeno da gran parte dell'opposizione. Mille registi hanno espresso in un documento solidarietà al film. Ma la domanda che emerge con forza, e che riguarda non i palestinesi ma gli israeliani, è come abbiano fatto le forze armate a non vedere i preparativi del 7 ottobre, se erano in grado di veder volare una mosca in tutte le abitazioni di Gaza. Forse da questa domanda si potrà arrivare anche a domandarsi perché, se l'obiettivo era quello di distruggere Hamas, si sono uccisi tanti civili, facendo di ogni palestinese di qualsiasi età un sostenitore di Hamas. In ogni caso, come ha scritto Gideon Lévy su Haaretz, «Szor, Abraham e questi coraggiosi militari hanno rotto il silenzio. Meritano la massima stima degli israeliani e la avranno, ma solo nelle pagine dei libri di storia». —

martedì 22 settembre 2026

VITE DI PALESTINA


PRESENTAZIONE DEL LIBRO: ”UMM SAAD”

di Paolo Babini(disegni) e di Ghassan Kanafani (parole), ed. Rapporti Sociali 2026, 18.00euro


La resistenza dei campi profughi


Di questa coinvolgente interpretazione visiva del capolavoro di Ghassan Kanafani, considerato tra i più importanti autori palestinesi contemporanei, si deve per prima cosa dire quello che Sciascia disse de L’aquila e il serpente di Martin Luis Guzman: è uno di quei libri che insegnano a scrivere cose feroci senza indossare la maschera della ferocia. Il prodigio è possibile soprattutto grazie all'assenza di rassegnazione, che rende le vittime – Umm Saad, la protagonista, è una rifugiata palestinese che vive la miseria e lo squallore dei campi profughi ed è orgogliosa del figlio che ha scelto la lotta - fiere, piene di dignità, e dà loro quell’espressione, rappresentata da Paolo Babini con pochi inequivocabili tratti, che è insieme serena e indomabile, amorevole e selvaggia. Umm Saad non è soltanto una madre, ci ricorda nell'introduzione Suaad Gemen, è l'incarnazione stessa del concetto di "samud", che vuol dire fermezza, perseveranza e resistenza di fronte all'occupazione. È anche il simbolo del materno, del femminile che non si lascia distruggere ma rinasce anche nelle condizioni peggiori (emblematica la scena in cui la donna pianta davanti alla casa del narratore un ramoscello di vite secco che ha trovato per la strada, dicendogli, con incrollabile sicurezza, «tra pochi anni avrai l’uva… basta poca acqua»).

L'esistenza nei campi è più di quanto potremmo credere di riuscire a sopportare, descritta qui nei dettagli, neppure una stanza ma mezza stanza separata da una parete di latta, lavoro duro e mortificante, e poi il risvolto peggiore, il protrarsi nel tempo di quelle condizioni assurde, che si fatica a definire umane. E però, se la mortificazione c'è, e non può essere ignorata né raccontata diversamente, l'umiliazione no, perché implica l'assenso dell’umiliato strappato con la forza, anche accordato per disperazione. Il punto è che qui la disperazione non è di casa. Non è quella miserabile fetida mezza stanzetta. Al contrario Umm Saad, suo figlio Suaad, gli altri figli, sono ricchi di fiducia, quella fiducia che, ancor più della speranza, dà forza agli oppressi e ne toglie agli oppressori.

Un libro, intanto, semplicemente bello, questo, Umm Saad, ma anche importante incisivo, e leggendo le biografie dei suoi autori si capisce da dove vengano tanta energia, tanta efficacia.

Babini, laureato in filosofia, ha lavorato per trentatré anni con i disabili psichici nell'istituto fiorentino dell'Anffas, insegna da sempre e ha collaborato a molte riviste, puntualmente congedato (o andato via) per motivi di censura.

È nel partito del Carc dalla sua costituzione, nel 2004, e per questo è stato oggetto di perquisizioni e sequestro di materiale (l’ultima volta è recente, aprile 2026). Ci tiene a precisare che ”questa storia grafica è opera del Partito e nasce come idea dai compagni che nella casa editrice operano, e in particolare la compagna Sara, autrice quanto me”.

Kanafani ha patito l'esilio prima in Libano e poi in Siria, è stato una figura di riferimento del Movimento nazionalista arabo, ha fondato il giornale politico al-Hodaf, organo del Fronte popolare di liberazione della Palestina, ed è morto a trentasei anni, nel 1972, ucciso per decisione del Mossad che ha fatto esplodere la macchina in cui Kanafani si trovava con la nipotina sedicenne.

Susanna Schimperna,

Le Monde diplomatique,

15 settembre 2026

 ALL’ERTA SULL’AGRICOLTURA MONDIALE

 

La fame è in arrivo

 

Sia il Tamigi che il Po hanno registrato la portata più bassa «per il mese di luglio in trentaquattro anni di rilevazioni», secondo l'osservatorio europeo del cambiamento climatico Copernicus. In Francia, una Senna «sotto flebo» deve ormai «la metà della propria

portata ai laghi artificiali realizzati a monte del fiume e dei suoi affluenti, in Champagne e in Borgogna. Nel 40% dei piccoli corsi d'acqua monitorati si riscontrano interruzioni del flusso e 92 dipartimenti hanno imposto restrizioni all'uso dell'«oro blu». Il suo ciclo è perturbato dall'artificializzazione dei suoli e da pratiche agricole che favoriscono il ruscellamento e ostacolano la ricarica delle falde acquifere.

 

   L'impatto sulle colture è già drammatico. Il servizio statistico del ministero dell'agricoltura francese stima per il 2026 un calo del raccolto di mais del 35%, il livello più basso registrato dal 1980. «Si rischia di veder scarseggiare alcune specie sugli scaffali», spiega

Cyril Pogu, copresidente della federazione Légumes de France. «Abbiamo perdite molto ingenti, che per lattughe, porri, cavoli e ravanelli raggiungono il 100%...» In Belgio «si può stimare un calo delle rese dal 10 al 30%» per i cereali, stima Guillaume Van Binst, segretario generale della Federazione dei giovani agricoltori. Stessa situazione tra i coltivatori britannici.

 

  In materia di approvvigionamento alimentare mondiale, questo quadro aggrava uno scenario già difficile per via del conflitto russo-ucraino e dalla guerra israelo-statunitense contro l’Iran. Come sottolineava un rapporto del Parlamento europeo del 2022, prima della guerra l'Ucraina forniva quasi la metà dei cereali e un quarto del pollame importati in Europa. Insieme, Russia e Ucraina rappresentavano il 30% delle esportazioni di grano e una percentuale analoga di quelle di orzo. Ora, Mosca colpisce le navi ucraine e impone un blocco dei porti sul Mar Nero, dai quali transitava il 90% delle esportazioni agricole del paese. Kiev a suavolta attacca i porti russi e i loro silos di grano. I flussi di cereali ne risultano gravemente perturbati.

 

   Lo stesso vale, nel Golfo Persico, per la circolazione delle materie prime essenziali alla produzione di fertilizzanti. In seguito ai bombardamenti statunitensi contro l'Iran e alla chiusura dello stretto di Hormuz, il danneggiamento o l'arresto di diversi impianti ha provocato carenze di input essenziali, facendo salire i prezzi e rallentando la produzione su scala mondiale. Già nel marzo del 2026, prima ancora che l'emisfero settentrionale cominciasse a surriscaldarsi, il capo economista dell'Organizzazione delle Nazioni unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), Máximo Torero, avvertiva che la guerra in Iran stava «provocando uno dei più gravi shock ai flussi globali di merci degli ultimi anni, con implicazioni preoccupanti per la sicurezza alimentare, la produzione agricola e i mercati mondiali».

 

   Oltre all'urea, fertilizzante azotato di cui Iran, Arabia saudita, Qatar, Emirati arabi uniti e Bahrein forniscono collettivamente più di un terzo delle esportazioni mondiali, la regione del Golfo copre quasi la metà del commercio internazionale di zolfo. The Mosaic Company, colosso agricolo statunitense, ha recentemente indicato nell'impennata dei costi di quest'ultima risorsa la principale ragione della sua decisione di ridurre la produzione di fertilizzanti fosfatici nei propri stabilimenti negli Stati uniti e in Brasile. Il fosfato naturale estratto dalle miniere del Marocco, per esempio, diventa superfosfato - un fertilizzante pregiato - solo dopo essere stato trattato con acido solforico. Per Torero, la chiusura dello stretto di Hormuz noncostituisce «soltanto uno shock energetico, ma anche uno shock sistemico che colpisce l'intero tessuto agricolo mondiale».

 

   L'insieme di queste disfunzioni economiche non mancherà di ripercuotersi sulle rese agricole, in particolare per quei cereali che richiedono grandi quantità di fertilizzanti. A risentirne saranno il grano in Egitto, il riso in India e in generale i paesi agricoli esportatori, quali il Brasile o gli Stati subsahariani - Somalia, Tanzania, Mozambico, Kenya… fortemente dipendenti dalle importazioni per i fertilizzanti. La Fao considera l'Asia meridionale una regione esposta a un «rischio estremo». Gli agricoltori di paesi come il Pakistan e il Bangladesh - incapaci di competere sul prezzo con le nazioni sono stati costretti a seminare in terreni impoveriti. I piccoli agricoltori africani, che producono il 70% degli alimenti consumati nell'Africa subsahariana, sono anch'essi in pericolo, secondo la Banca africana di sviluppo (AfDB). A riprova della gravità della crisi dei fertilizzanti, la Cina ne ha limitato le proprie esportazioni e i cerealicoltori australiani hanno ridotto le superfici coltivate. I coltivatori statunitensi di mais e di soia, da parte loro, hanno chiesto aiuto al presidente Donald Trump. Questa pressione ha spinto l'amministrazione statunitense a revocare le sanzioni che colpivano i fertilizzanti bielorussi e venezuelani. Gli agricoltori però vogliono di più e chiedono anche l'abolizione dei dazi sul superfosfato marocchino.

 

   Ma il peggio deve ancora arrivare. Non si tratta né di una guerra né di una nuova ondata di calore, ma dall'intensificarsi di un fenomeno meteorologico ciclico che quest'anno si annuncia estremamente potente: El Niño, un meccanismo oceanografico caratterizzato dall'aumento della temperatura delle acque del Pacifico che provoca al tempo stesso piogge torrenziali sul continente americano, siccità (e persino incendi) in Australia e nel Sud-est asiatico e tifoni in tutto l'Estremo Oriente.

 

Dal pesce al caffè robusta

 

   Più di un secolo fa, nel 1876-1878, il mondo conobbe l'episodio di El Niño più forte di sempre. In quell'occasione il fenomeno causò siccità catastrofiche in Cina, nell'Africa meridionale, in Brasile, in Egitto e in India. Sottoposto a un dominio coloniale particolarmente violento, in quest’ultima si registrarono più di sei milioni di morti legate alla carestia. L'episodio in arrivo, che inizierà tra ottobre e dicembre e durerà fino alla primavera del 2027, potrebbe rivelarsi ancora più forte.

 

   In Perù si è già fatto sentire: la temperatura eccezionalmente elevata delle acque del Pacifico ha indotto le autorità a vietare la pesca delle acciughe, un alimento di base della popolazione. Questa misura, volta a proteggere la specie, ha fatto raddoppiare il prezzo della farina di pesce e triplicare quello dell'olio di pesce. L'India e l'Indonesia, grandi produttori di caffè robusta, soffrirannoparticolarmente il caldo; in Vietnam, il fenomeno minaccia gli invasi tradizionalmente utilizzati per irrigare le piantagioni di caffè, compromettendo così il raccolto del 2027-2028.

 

   L'effetto di El Niño sui generi alimentari di base sarà amplificato da quello delle guerre e della siccità. Secondo la Fao, nel 2026 diverse centinaia di milioni di persone potrebbero trovarsi in una situazione di grave insicurezza alimentare. Molte morirebbero allora di fame; altre per gli effetti di un inquinamento proteiforme (gas particolati fini, composti policiclici aromatici cancerogeni dovuti agli incendi, maree nere...) provocato da bombardamenti statunitensi e israeliani sulle raffinerie di petrolio iraniane e dai mega-incendi...

   

Questo quadro sarebbe tuttavia incompleto se non si menzionasse un ultimo flagello, altrettanto devastante la speculazione. «Gli attori che dominano i mercati finanziari delle materie prime agricole aggravano gli effetti delle crisi speculando sulla fame e traggono profitto da queste situazioni, osserva un rapporto dell'ong Ccfd-Terr

Solidaire del 2023. Questa tendenza allarmante e fin troppo familiare è favorita dalla progressiva deregolamentazione dei mercati, che ha aperto la strada alla finanziarizzazione della nostra alimentazione e alle sue conseguenze nefaste».Improbabile che questi affaristi rinuncino ai propri profitti, anche se questo implica di lasciare i più indigenti in preda ai morsi della fame, quella sofferenza che, come scriveva Louis Calaferte, «diventa un'ossessione» e a causa della quale si perdono «dignità, onore e orgoglio».

 

   Lo scenario qui delineato non è una fatalità. È la conseguenza logica e prevedibile di un modello di organizzazione sociale e di decisioni politiche prese con cognizione di causa. Fino a quando?

 

MOHAMED LARBI BOUGUERRA, Le monde diplomatique, 15/09/2026

 

lunedì 21 settembre 2026

Gruppo biblico del martedì, domani 22 settembre


Cari amiche e amici del gruppo biblico del martedì,

Domani sera ci incontreremo alle ore 18:00 per introdurre la lettura del Libro di Giobbe.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.

Questo è il LINK per il collegamento:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A domani sera.

Sergio

Gli studenti di Gaza sbarcano a Roma. Strada verso il futuro

Sara Awad- Il Manifesto 18/9

«Qui le persone vivono normalmente. Noi non viviamo a Gaza». Adnan Al Faraa era appena arrivato a Roma quando ha pronunciato queste parole. Dopo mesi di attesa a Gaza, lo studente palestinese è finalmente riuscito a raggiungere l’Italia, dove potrà proseguire gli studi lontano dalla distruzione e dall’incertezza che ha vissuto a casa sua. Per lui e per altri 23 studenti palestinesi, l’arrivo all’aeroporto di Roma ha segnato l’inizio di un nuovo capitolo. Ad attenderli c’erano alcuni professori delle università italiane, pronti ad accoglierli mentre arrivavano per iniziare i loro studi a Sassari, Pisa, Palermo, in Basilicata, alla Sapienza e a Ferrara.

GLI STUDENTI aspettavano di essere evacuati dal novembre 2025. Il loro viaggio verso l’Italia è arrivato dopo mesi di incertezza e dopo un lungo percorso per uscire da Gaza, che ha incluso anche il passaggio attraverso la Giordania prima di raggiungere Roma. Sono andata all’aeroporto di Roma per accoglierli perché seguivo la loro vicenda fin dall’inizio. Dopo mesi trascorsi a seguire i loro tentativi di lasciare Gaza, incontrarli di persona è stato un momento molto emozionante, soprattutto perché anch’io ero una di loro a Gaza: sento sulla mia pelle il dolore che stanno vivendo. 

«SALAM, SARA. Finalmente siamo qui», ha detto una delle studentesse dopo essere arrivata. Aveva ricevuto una borsa di studio per frequentare un corso di laurea all’Università di Sassari. «Non riesco a credere ai miei occhi. Dove siamo?», ha detto un altro studente mentre si guardava intorno. Sono arrivati esausti. Alcuni sembravano sopraffatti da ciò che li circondava e cercavano qualcosa di familiare, qualcosa che ricordasse loro casa: qualcuno che parlasse arabo, una bandiera palestinese o qualsiasi altra cosa potesse restituire loro un senso di appartenenza. Sono cinque ragazze e 19 ragazzi. Hanno lasciato genitori, fratelli, sorelle e persone care che continuano a vivere in condizioni straordinariamente difficili. Hanno scelto una strada verso la sicurezza e o la possibilità di proseguire gli studi, pur sapendo che molte delle persone che amano sono rimaste indietro. All’aeroporto di Roma li aspettavano i loro professori, pronti ad accogliere le ragazze e i ragazzi che, durante i mesi trascorsi tra bombe, fame e distruzione, continuavano a inviare email. 

SETTEMBRE segna l’anniversario della prima evacuazione di studenti palestinesi da Gaza verso l’Italia. Il primo gruppo arrivò il 30 settembre 2025 e oggi l’Ambasciata italiana ha riaperto le porte a un altro gruppo di ragazze e ragazzi, offrendo loro la possibilità di proseguire la propria formazione. È la decima evacuazione di studenti palestinesi dalla Striscia verso l’Italia. Quella precedente si era svolta a maggio, rendendo l’arrivo di oggi un altro passo importante nella costruzione di un percorso accademico per studenti la cui istruzione è stata interrotta dal genocidio.

EPPURE, questo arrivo ha messo in luce anche l’incertezza che continua a pesare su un altro gruppo di studenti palestinesi. Stando alle dichiarazioni relative al programma di evacuazione, un numero limitato di studenti dell’anno accademico 2025-26 è ancora in attesa di essere evacuato prima che i propri studi giungano al termine. Allo stesso tempo, gli studenti che hanno ottenuto una borsa di studio per l’anno accademico 2026-27 si trovano ora ad affrontare un nuovo periodo di incertezza: sono stati ammessi a studiare in Italia, ma non sanno quando – o se – potranno lasciare Gaza e raggiungere le università che hanno offerto loro un posto. Per questi studenti, alla gioia per chi è arrivato a Roma si accompagna la paura. Hanno guardato le fotografie e i video dei loro compagni che sbarcavano in Italia, incontravano i professori e iniziavano una nuova vita. Per alcuni, quelle immagini raffigurano un futuro ancora possibile. In altri, hanno suscitato una domanda dolorosa: «Sarò io il prossimo?». «Datemi qualsiasi soluzione. Ci posso provare», mi ha scritto una studentessa del gruppo 2026-27 dopo aver visto i volti felici dei colleghi a Roma. Il suo messaggio racchiude tutta l’incertezza di coloro che hanno ottenuto una borsa di studio ma rimangono intrappolati a Gaza. La borsa di studio ha aperto loro una portasul futuro, ma raggiungere quel futuro dipende ancora da una via di evacuazione su cui non hanno alcun controllo.

IL NUMERO complessivo degli studenti provenienti da Gaza che oggi vivono in Italia è di 254. Ognuno di loro conduce qui una vita diversa dopo il genocidio. Ma tutti condividono lo stesso dolore: la separazione dalle proprie famiglie in un’età così giovane. Ieri, all’aeroporto, dagli studenti in arrivo emanava una forma di dolore bellissima – una sorta di commedia nera. Due fratelli, Tarek e Fares Al Faraa, si trovavano già in Italia dalla terza tornata di evacuazioni, avvenuta a dicembre, e ieri hanno potuto ricongiungersi alla sorella Hala, per condividere insieme questa difficile esperienza. «Facciamo una videochiamata ai nostri genitori, cerchiamo di tranquillizzarli», ha detto Fares, collegandosi in video con la sua famiglia a Gaza non appena Hala è arrivata. Questa famiglia ha mandato tutti i propri figli in Italia, in un luogo sicuro, perché potessero studiare – e per sentirne la mancanza ogni giorno, senza avere la possibilità di incontrarli. Una storia fra decine di altre. È per questo che le ragazze e i ragazzi arrivati in Italia spesso dicono: «Sopravvivere è soltanto un’altra guerra, una guerra silenziosa».




CPR: nessuna persona è idonea (a essere torturata). La cura non è un reato

19.09.26 - Mai più lager - NO ai CPR - Redazione Milano- Presenza

Lunedì 21 settembre 2026 ore 18

Piazza San Babila, Milano

Che le sempre più frequenti intimidazioni subite dal personale medico chiamato a certificare l’idoneità al trattenimento nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio potessero un giorno cedere il passo a iniziative giudiziarie volte a coinvolgere chi fosse “colpevole” di rilasciare “troppi” certificati con esito negativo, era qualcosa che fino a qualche tempo fa sembrava poter essere relegato a un romanzo distopico. Allora, credevamo nell’autonomia di giudizio del* medic*, quando questo giudizio rimane ancorato ad evidenze oggettive e ai principi fondamentali della materia, oltre che a quelli della deontologia medica. E’ arrivato poi però il caso “Ravenna” della scorsa primavera, a riportarci bruscamente con i piedi per terra, una terra in cui lo Stato pretende di condizionare questi giudizi e di criminalizzarne gli autori quando questi si allontanano dal risultato auspicato: quello di dare un senso ai CPR riempiendoli il più possibile, per giustificarne l’esistenza, l’esigenza e i costi, per così alimentare la propaganda securitaria fondata sulla paura di una perenne emergenza dell’invasione “aliena”. Ma i fatti delle ultime ore, con perquisizioni domiciliari mattutine in tutta Italia, degne dei peggiori criminali e l’imputazione del reato di associazione a delinquere a danno di chi, come il dr. Nicola Cocco, più si è speso ed esposto per denunciare e raccogliere documentazione della patogenicità dei CPR, ha davvero superato il limite dell’immaginazione, oltre che quello della democrazia. E questi fatti richiedono ora una ferma reazione, che in tante e tanti si sentono di condividere con noi. La pretesa di piegare un atto di cura a un atto di polizia non può infatti più essere tollerata. Specie ora che la pressione, con il Patto UE Migrazione e Asilo dello scorso giugno, si è fatta più forte e chiede che con un altro simile atto medico (quello di “screening”) si dia l’avallo formale alla detenzione amministrativa e alla deportazione – anche in Paesi terzi – di chiunque bussi alla fortezza Europa: uomini, donne e bambini. Teniamo però a sottolinearlo: questa pretesa deve essere contestata e arginata non tanto e non solo nell’interesse della categoria medica, nel nome della sua indipendenza, ma nell’interesse di chiunque si auguri di trovarsi ancora in un Paese in cui vengano garantiti i diritti e le libertà fondamentali di ciascun*. E in particolare, e ancor di più, una ferma presa di posizione collettiva deve essere assunta nell’interesse delle migliaia di persone che ogni anno, da quasi 30 anni, grazie a superficiali e frettolose certificazioni della loro pretesa “idoneità” al trattenimento, passano dal tritacarne della detenzione amministrativa e dalla deportazione, nell’indifferenza quasi generale, costrette – solo per il fatto di non essere in possesso di un pezzo di carta che la legge ha reso impossibile acquisire – a immolare tempo della propria vita e la propria salute sull’altare della propaganda securitaria di Stato. Perché quello che questi giorni insegnano è soprattutto questo: che è evidentemente deflagrata l’esigenza, ora più che mai, per chi ci governa, di nascondere quello che sta diventando invece sempre più evidente e noto: i CPR – proprio i “gioielli” di famiglia, fiero paradigma ostentato ed esportato – sono luoghi di sistematica oppressione e violenza psicofisica, nei quali gli abusi strutturali e le violazioni dei diritti fondamentali e della stessa dignità umana si combinano con condizioni di trattenimento disumane e con il sinistro utilizzo di queste strutture quale discarica sociale per le persone più fragili ed emarginate. Utilizzo che ha fatto registrare una vera e propria deriva manicomiale a ogni effetto, se non fosse che non si tratta di luoghi di cura, ma di abbandono e di violenza. Il logorio psicofisico del dubbio, nei detenuti, circa la propria sorte e la durata (e il senso!) di questa prigionia senza reato fanno poi il resto, accendendo fatalmente la miccia della spirale dell’autolesionismo, dei pestaggi e della somministrazione indiscriminata di sedativi, in questi luoghi che possono essere legittimamente definiti patogeni per chiunque vi entri. E che siano patogeni è ormai sostenuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dalla letteratura scientifica, oltre che comprovato da vagonate di cartelle cliniche e testimonianze video e fotografiche. Peraltro, che non vi sia garantito il diritto alla salute l’hanno detto chiaramente, in questi ultimi mesi, persino il Consiglio di Stato e la Corte Costituzionale, restando inascoltati. Il Comitato europeo di Prevenzione della Tortura ha evidenziato nel 2024 gravi criticità, tra cui “la pratica della diffusa somministrazione di psicofarmaci non prescritti alla popolazione trattenuta” e “casi di maltrattamenti fisici e di uso eccessivo della forza da parte del personale di polizia nei confronti di persone trattenute.” In tale contesto, non può meravigliare quindi se un* medic*, anzi tant* di loro, valutando in scienza e coscienza, e in conformità con l’art. 32 della Costituzione e del Codice di Deontologia Medica, possano considerare una o più persone inidonee al trattenimento in CPR. Semplicemente perché la verità (scientifica) è che NESSUNA PERSONA E’ IDONEA (A ESSERE TORTURATA) Sennonché, questa grande scontata ma nascosta verità – che nei CPR si pratichi ormai strutturalmente (da quasi 30 anni e oltre 40 morti) la tortura di Stato e che l’unica soluzione è che vadano chiusi – è quanto di più “pericoloso” possa esserci per chi ha fatto dei CPR il proprio cavallo di battaglia politica. E allora va colpito chi dice, certifica e documenta questa verità. E quale miglior espediente che quello di sbattere il dottore in prima pagina e accusarlo di dire il falso o di organizzarne altri perché altri lo facciano? Ma ormai il re – e soprattutto la regina – sono nudi e chi li ha additati è dalla parte del giusto e non ha nulla da temere. E tutt* noi siamo con loro.

Queste le nostre conclusioni, che soprattutto dopo questi giorni, sono sempre più condivise e vanno difese e rivendicate:

– Il vero crimine è la violenza di Stato sulle persone migranti: nei CPR, nei cosiddetti “luoghi idonei”, alla frontiera, con le deportazioni, con la clandestinità forzata e con la criminalizzazione. E noi andremo avanti a denunciarlo.

– Solidarietà all* medich* coinvolt* dalle perquisizioni e dalle indagini di questi giorni, criminalizzat* per aver detto il vero, sulla base di evidenze scientifiche e principi deontologici e non certo ideologici.

– I CPR sono strutturalmente fondati sulla violenza, luoghi irrimediabilmente patogeni e vanno quindi chiusi.

Per adesioni (entro le 13 di lunedì): presidio21settembre@gmail.com


 CDB Piemonte                                                                                       20 settembre 2026


soppesate nel vostro cuore i veri vantaggi del

perdono e del risentimento. Poi scegliete. 



EUCARESTIA CITTADINA


ACCOGLIENZA

CANTO

PER RIFLETTERE

la generosità dei gesti anonimi appartiene a un tessuto prezioso di cui con difficoltà ci è dato avere percezione e coscienza. Questa storia non verrà mai scritta da nessuno, proprio perché chi l’ha vissuta non ha voluto lasciarne traccia ma ha, per così dire, versato un po' della propria vita nella vita di un altro; di questo si è poi nutrita la fede di tanti nella vita e la loro capacità di resistere alla violenza. 

Ciò che ha fatto e fa la storia è la crudezza degli interessi particolari, il cinismo degli individui e di gruppi e quella forma raffinata di egoismo che è la beneficenza…

Giovanni Franzoni (la solitudine del samaritano)


PREGHIERA

Litania interreligiosa per la pace

Remy Nahimana, Commissione Giustizia e Pace del Burundi, Bujumbura

Che la fede nasca e cresca in ogni uomo e donna di questa terra:
Dio della giustizia e della pace, riconcilia le nostre vite.

Che il pregiudizio e il sospetto che separano gli individui e le comunità umane siano rimossi:
Dio della giustizia e della pace, riconcilia le nostre vite.

Che le nostre differenze psicologiche e culturali servano a costruire positivamente la nostra personalità e il nostro paese:
Dio della giustizia e della pace, riconcilia le nostre vite.

Che i nostri cuori siano sensibili al dolore e alla sofferenza di coloro che sono indifesi ed emarginati nelle nostre società:
Dio della giustizia e della pace, riconcilia le nostre vite.

Che ogni uomo e ogni donna intorno a noi sperimenti la gioia di vivere liberamente e indipendentemente:
Dio della giustizia e della pace, riconcilia le nostre vite.

Che il baratro tra ricchi e poveri, oppressori e oppressi, leader politici, vincitori e vinti, scompaia:
Dio della giustizia e della pace, riconcilia le nostre vite.

Che le nostre divisioni etniche e sociali siano rimpiazzate dall'ascolto empatico e dall'accettazione degli altri:
Dio della giustizia e della pace, riconcilia le nostre vite.

Che tutte le nostre relazioni siano caratterizzate da verità, umiltà, onestà e apertura:
Dio della giustizia e della pace, riconcilia le nostre vite.

Che i nostri buoni rapporti con i paesi vicini siano rafforzati aiutandosi a vicenda e diventando un sigillo della nostra reciproca fiducia e sicurezza:
Dio della giustizia e della pace, riconcilia le nostre vite.

Che l'unione di giustizia, verità, perdono e riconciliazione diventi realtà nelle nostre vite:
Dio della giustizia e della pace, riconcilia le nostre vite.

Che le nostre famiglie, le nostre colline e i nostri villaggi siano spazi di gioia e condivisione tra indigeni e coloni e tutti coloro che condividono la terra:
Dio della speranza, dacci la tua pace.


SILENZIO

LETTURA DELLA PAROLA

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 9,36 – 10,8 
In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

RIFLESSIONI COMUNITARIE

PREGHIERA EUCARISTICA 

Facci riconoscere o Padre, in questo pane e questo vino, il segno di amore che deve trasformarci in una fraternità che si costruisce nella condivisione. Spezziamo dunque il pane ricordando le parole di Gesù, disse: “prendete e mangiate questo è il mio corpo, offerto per voi, in segno della nuova e eterna alleanza. Prendete e bevete, questo è il calice del mio sangue. Ogni volta che farete questo, fatelo in memoria di me.”

1 donaci, anche in questi tempi, tanta gioia di vivere e una fantasia capace di progettare cose nuove. Rendici impegnati ma liberi dall’affanno capaci di serietà e di sorrisi

2 insegnaci a frequentare la scuola dei poveri, che sono maestri di amicizia e di semplicità, le ore amare non soffochino la speranza che ci hai donato.

1 fa che sappiamo accogliere ogni giorno come un dono nuovo, ci sia dato di ricominciare sempre perché ogni giorno ci porta una nuova chiamata.

2 più che i nostri peccati conti la Tua alleanza di amore. Sulla nostra fragilità prevalga la Tua forza, la tua parola prenda possesso della nostra vita, nella lotta, nella preghiera, nel silenzio.

COMUNIONE 

CANTO

PADRE NOSTRO

PREGHIERA COMUNITARIA

PREGHIERA FINALE 

Io so questa vita è piena di gioie e dolori, di risa e di pianto.

Io non so perché tutto questo; quali saranno i frutti

del susseguirsi laborioso di tutto l’universo.

Io non so che avverrà poi in questo mondo tanto oscuro …

se avrà o non avrà fine

il dolore dell’universo,

se le stesse speranze

dell’assetato di giustizia

saranno o meno appagate.

Io non domando

ai dotti di conoscere

il mistero della vita,

né pretendo di sciogliere da solo

i nodi che legano l’universo.

Io credo d’essere

legato ad un solo destino

assieme a miriadi di vite;

mi consegno perdutamente all’amore

che conduce il mondo.


(Rabindranath Tagore)


BENEDIZIONE 


Che il sole ti porti nuova energia ogni giorno,

che possa la luna ristorarti dolcemente la notte,

possa la pioggia lavare le tue preoccupazioni,

e la brezza portare una ventata di aria fresca nel tuo essere,

e che tu possa camminare dolcemente attraverso il mondo

e conoscere la sua bellezza tutti i giorni della tua vita


CANTO

C'è solo la strada 
su cui puoi contare 
la strada è l'unica salvezza
c'è solo la voglia e il bisogno di uscire 
di esporsi nella strada e nella piazza.

Perché il giudizio universale
non passa per le case 
le case dove noi ci nascondiamo 
bisogna ritornare nella strada 
nella strada per conoscere chi siamo.

C'è solo la strada su cui puoi contare 
la strada è l'unica salvezza
c'è solo la voglia e il bisogno di uscire 
di esporsi nella strada e nella piazza.

Perché il giudizio universale
non passa per le case 
e gli angeli non danno appuntamenti 
e anche nelle case più spaziose
non c’è spazio per verifiche e confronti.