mercoledì 18 marzo 2026

Preghiera per i tempi difficili…

O Dio, che non ci abbandoni in quest’ora.

 

Sento ogni giorno di più che non ci abbandoni in questo tempo in cui il mondo è un campo di battaglia, spesso un cimitero di un intero popolo distrutto con le armi.

Signore, Dio della pace, viviamo in un mondo nel quale trionfano gli assassini che fanno genocidi e la realtà sembra evidenziare il tuo abbandono.

Ma la fede in Te che rese Gesù fedele a Te e ai poveri che incontrava, ci accompagni nelle notti più oscure e fredde.

E’ solo questa fede che ci fa perseverare nel cammino verso la pace e la giustizia, i segni del tuo regno.

Viviamo giorni in cui tutto è in mano a due tiranni e la nostra preghiera spesso è segnata dalla disperazione.

Eppure Tu sei il Dio che non ci illude, ma ci dona speranza.

Nel silenzio di questa sera il mio cuore sa che sei il Dio fedele che non ci abbandona mai e il deserto tornerà a fiorire.

Il cimitero che i tiranni hanno fatto diventerà e sarà un giorno un giardino fiorito.

Il Tuo regno non è illusione, ma tornerà a cantare inni di gioia.

Sento che la mia fede deve ogni giorno attingere alla “fontana”, alla “sorgente di giustizia che sei Tu”.

Ti prego, fa che la mia vita, sia ogni giorno con i poveri, quelli che in questa ora della storia i tiranni opprimono e uccidono.

Fa che la fiducia in Te ci faccia partigiani della pace e ci aiuti a fare di ogni giorno un cammino che condivide i doni che Tu ci hai fatto perché crescano la giustizia e la pace e il mondo torni a cantare i salmi della fiducia in Te.

O Dio fa che nella semplicità delle nostre vite quotidiane, noi si sia sicuri che Tu stai seminando in tutto il mondo tante comunità che saranno giardini fioriti, senza cedere allo scoraggiamento perché Tu sei la nostra speranza, come un seme da spargere giorno dopo giorno.

Tu solo farai fiorire il deserto.

Grazie, o Dio, che hai messo nei nostri cuori i sogni e i profumi di questo mondo di pace che con Te l’umanità costruirà.

O Dio, fammi partigiano della pace.

                                                  don Franco Barbero - 7 marzo 2026


da Il Manifesto del 06/03/2026

Il Senato Usa affossa la risoluzione contro il conflitto

di Marina Catucci


Dopo aver più volte dichiarato che la guerra in Iran non riguarda un cambio di regime, Donald Trump si è ricreduto e ha affermato di dover essere coinvolto nella scelta del prossimo leader iraniano. Lo ha riportato Axios, citando le parole del presidente Usa: «Il figlio di Khamenei è inaccettabile per me. Vogliamo qualcuno che porti armonia e pace in Iran. Devo essere coinvolto nella nomina, come è successo con Delcy (Rodriguez) in Venezuela».

Anche se l’Iran non ha ancora annunciato un nuovo leader, Mojtaba Khamenei, figlio della defunta Guida suprema, è una delle figure più influenti dell’establishment clericale iraniano ed è considerato un possibile successore del padre.

LE RAGIONI dell’attacco all’Iran continuano a essere fumose. La teocrazia islamica al potere, le capacità nucleari dell’Iran, i suoi missili balistici, i suoi alleati, Israele: tutto questo fa parte della narrazione mutevole di Trump riguardo alle ragioni che l’hanno portato a colpire l’Iran e a uccidere il suo leader senza prima ottenere l’approvazione del Congresso.

A Capitol Hill una minoranza ha provato a farsi valere ma, senza sorpresa, la risoluzione sui poteri di guerra proposta al Senato degli Stati uniti per impedire al presidente di ordinare ulteriori attacchi contro l’Iran non è passata. A chiedere il voto era stato il senatore democratico Tim Kaine, affiancato dal repubblicano Rand Paul, unico ad essersi schierato con l’opposizione nonostante la linea contraria del suo partito, che detiene la maggioranza alla Camera alta.

FINO A POCHE ORE prima della votazione, i democratici avevano cercato di convincere altri repubblicani a votare per riaffermare il controllo del Congresso sulla dichiarazione di guerra, partendo da Todd Young, che a gennaio aveva sostenuto una misura per limitare nuove azioni militari in Venezuela, ma ancora prima di entrare in aula Young ha annunciato il suo voto contrario.

Tra i dem c’è stata un’unica defezione, arrivata dal senatore John Fetterman, che ha definito la massiccia operazione militare di Trump contro l’Iran «una cosa positiva» e ha affermato che, dopo la morte di Ali Khamenei, «il mondo è migliore». Sul sì alla guerra, però, iniziano ad arrivare proteste.

Durante l’udienza, Brian McGinnis, un veterano dei marines candidato per il Partito Verde alle elezioni del 3 novembre 2026 per rappresentare la Carolina del Nord al Senato, ha iniziato a urlare: «L’America non vuole mandare i suoi figli e le sue figlie in guerra per Israele». Alcuni agenti della polizia del Campidoglio sono subito intervenuti nel tentativo di portarlo fuori dall’aula. L’uomo si è aggrappato a una porta, mentre ai poliziotti dava man forte il senatore repubblicano Tim Sheehy, che ha cercato di trascinare fuori dalla stanza McGinnis. La mano dell’ex militare si è incastrata tra lo stipite e la porta: in base ha quanto ha affermato in seguito McGinnis, in quel momento gli si è rotta la mano. Gli agenti intervenuti lo hanno accusato di averli «aggrediti violentemente», ma nei filmati si vede l’uomo in divisa opporre resistenza passiva, senza aggredire nessuno, mentre un testimone in aula urla: «Un senatore gli ha rotto la mano!».

SECONDO MARK ELBOURNO, un funzionario del Partito Verde, l’intento di McGinnis era quello di fare pressione sul Senato affinché interrompesse i finanziamenti per la guerra contro l’Iran: «Non ha aggredito nessuno, voleva solo essere ascoltato. È stato aggredito. Gli hanno rotto un braccio».

La polizia del Campidoglio ha fatto sapere che McGinnis deve ora rispondere di tre capi d’imputazione per aggressione a un agente di polizia, tre capi d’imputazione per resistenza all’arresto e un capo d’imputazione per assembramento, ostruzione e disturbo per aver interrotto l’udienza della commissione.


da Pressenza del 15/03/2026

Inchieste per sfruttamento lavorativo:

I dati del VI Rapporto del Laboratorio “L’Altro Diritto”

di Giovanni Caprio


Il VI Rapporto sullo sfruttamento lavorativo e il caporalato, che monitora l’applicazione della Legge 199 del 2016, curato dal Laboratorio “L’Altro Diritto”, dalla Fondazione Placido Rizzotto e dalla Flai Cgil delinea un quadro allarmante ma anche una maggiore capacità di contrasto, con un incremento dei casi intercettati, che aumentano di quasi il 50% rispetto alla precedente rilevazione.

Il VI Rapporto delinea una mappa dell’illegalità che si muove lungo direttrici economiche precise, colpendo indistintamente aree industrializzate e distretti agricoli storici. Non esiste più una “zona franca”: lo sfruttamento si è adattato alle diverse architetture produttive del Paese. Il Rapporto scardina definitivamente il luogo comune che relega lo sfruttamento ai soli campi agricoli. Sebbene l’agricoltura conti ancora 589 casi censiti al dicembre 2024, 157 in più rispetto allo scorso rapporto, l’incidenza dello sfruttamento nel settore agricolo sul totale delle inchieste censite in tutti i settori è scesa drasticamente, dal 67% del 2016 al 38% del 2024.

Il Rapporto sottolinea però che per spezzare il meccanismo dello sfruttamento bisogna affrontare lo stato di bisogno delle vittime: senza strumenti capaci di far uscire dallo stato di bisogno le sue vittime, ogni forma di repressione dello sfruttamento è quasi del tutto ininfluente a livello di impatto sistematico. Si è partiti, come avviene ormai da più di quarant’anni per i problemi sociali, dallo strumento penale ma, per fortuna, ci si è resi rapidamente conto che per combattere lo sfruttamento del lavoro l’intervento penale consente di catturare l’epifenomeno dello sfruttamento, non il suo motore.

“Lo strumento penale, si legge nel Rapporto, ha avuto l’enorme merito di «far vedere» il fenomeno. Una volta «inforcati gli occhiali» per vedere lo sfruttamento lavorativo, ci si è resi conto della necessità di affiancare agli strumenti penali non solo strumenti amministrativi capaci di scoraggiare i datori di lavoro, ma soprattutto strumenti di protezione sociale per le vittime, capaci di offrire al lavoratore una valida e reale alternativa allo sfruttamento stesso, affinché lo sfruttamento non rappresenti la strada più agevole, se non l’unica, per far fronte al suo stato di bisogno”.

Rispetto all’ultimo Rapporto, che aveva raccolto i dati fino alla fine del 2023, il primo dato che occorre sottolineare è il significativo incremento dei casi di sfruttamento intercettati dal Laboratorio. Le 834 vicende di sfruttamento complessivamente individuate nel V Rapporto sono salite a 1.249: ben 415 in più. Va anche sottolineato l’aumento del numero di Procure che hanno fornito comunicazioni sulla loro attività, indice di un incremento dell’attenzione dedicata dalle stesse Procure allo sfruttamento.

Analizzando i dati relativi al solo settore agricolo i casi raccolti complessivamente a dicembre 2024 sono 589, quindi 157 in più rispetto allo scorso Rapporto, dove il dato si assestava a 432 notizie di inchieste. L’incremento registrato è percentualmente del 36,34%, quindi inferiore a quello delle notizie di sfruttamento in tutti i settori.

A livello di distribuzione geografica nelle tre aree di riferimento (Nord, Centro e Sud), agglomerando tra di loro i singoli dati per anno, si ottiene che 367 casi di sfruttamento su 589 si concentrano al Sud Italia, ossia più del 62%, mentre il dato si assesta a 118 al Centro e a 104 casi al Nord. Rispetto allo scorso anno – in cui al Sud si concentrava il 52% delle vicende di sfruttamento in agricoltura – il dato odierno, quindi, è in crescita di 10 punti percentuali.

Le irregolarità riscontrate in agricoltura sono casi di “lavoro nero” molto più spesso che nel complesso di tutti i settori. Basta soffermarsi sul dato aggregato dei 5 anni: in tutti i settori i casi di lavoro nero sono poco meno di un terzo del complesso delle irregolarità riscontrate, in agricoltura sono il 73%, quasi due terzi. Su 1.249 casi di sfruttamento complessivamente rilevati, è stato possibile ricostruire il comparto economico in 983, mentre in 266 non è stato possibile farlo. Concentrandoci sulle 983 notizie di indagine di cui si conosce il settore produttivo, esse si riferiscono in 589 casi al settore primario, in 170 al settore secondario e in 224 al settore terziario. Una volta “depurato” il dato delle notizie di indagine di cui non si può determinare il settore si osserva, rispetto ai dati dello scorso Rapporto, un incremento notevole di casi in agricoltura (da 432 a 589), di oltre il 36% (+157 casi), mentre un modesto aumento nel settore secondario (da 155 a 170), poco meno del 10% (+ 15 casi) e nel settore terziario (da 197 a 224), circa il 14% (+27 casi).

Guardando, poi, alla distribuzione geografica dello sfruttamento nei singoli macro-settori, si registra un mutamento del trend rilevato nel V Rapporto, dove rilevavamo che in alcuni comparti produttivi le inchieste per sfruttamento erano concentrate in determinate zone geografiche. Eccezion fatta per il settore primario, dove lo sfruttamento si concentra prevalentemente al Sud, con 367 su 589 casi rilevati a livello nazionale (oltre il 62%) − mentre al Centro si registrano un totale di 118 casi e al Nord di 104 − la forbice tra le inchieste individuate a Nord e al Centro relativa agli altri due settori tende notevolmente a ridursi.

Per quanto riguarda le vittime, il Rapporto è stato in grado di risalire alla provenienza geografica delle vittime in 840 su 1.249 casi di sfruttamento relativamente a tutti i settori economici (circa il 67% delle vicende complessivamente intercettate). In 633 di questi 840 casi le vittime sono solo cittadini di Paesi terzi, mentre in 95 sono tanto cittadini UE che cittadini di Paesi terzi. Quindi nell’86% dei casi (728 su 840) sono coinvolti cittadini di Paesi terzi come vittime di sfruttamento.

Il dato conferma che le vittime più colpite dallo sfruttamento lavorativo sono i lavoratori provenienti dai Paesi extra-UE, il cui stato di bisogno spesso è aggravato dalla precarietà del loro status giuridico. Interessante però è anche che in 112 casi le vittime sono solo cittadini UE, dato che, sommato ai 95 casi in cui le vittime sono anche cittadini di Paesi terzi, porta a 207 i casi (quasi il 25%) in cui le vittime sono cittadini comunitari. Inoltre, in più della metà di questi casi (105) tra i lavoratori sfruttati ci sono cittadini italiani. I lavoratori italiani sono stati sfruttati nel 12,5% dei casi in cui è stato possibile individuare la provenienza delle vittime: non è un dato di poco conto.

“Viviamo in un mondo segnato da sopraffazioni, conflitti e soprusi, ha sottolineato Giovanni Mininni, segretario generale della Flai, dove lo sfruttamento lavorativo non è un’eccezione, ma il simbolo di un sistema malato. Esiste un filo rosso che lega indissolubilmente il dramma del lavoro sfruttato alle tragedie in Iran, in Palestina e alle guerre che incendiano il pianeta: la logica del più forte che calpesta la dignità umana.

Abbiamo il dovere politico di non volgere lo sguardo altrove. Combattere lo sfruttamento significa, oggi più che mai, difendere la nostra Costituzione e quel patto sociale fondato sulla redistribuzione della ricchezza che ne rappresenta il fulcro. Non possiamo e non vogliamo arrenderci alla rassegnazione del presente. La battaglia quotidiana della FLAI richiede temerarietà e perseveranza. Dobbiamo uscire dai confini tradizionali e costruire una coalizione larga: con i giuristi, con la società civile e con il sindacalismo mondiale. La nostra risposta politica è concreta: potenziare gli strumenti che già possediamo, rendendo la contrattazione un’arma di emancipazione e il sindacato di strada un presidio di legalità ovunque i diritti vengano negati.”


da Il Manifesto del 16/03/2026

L’ondata della paura, la “guerra grande” brucia 6mila miliardi

di Luigi Pandolfi

Un lunedì nero. In Iran le bombe abbattono quartieri, colpiscono scuole e ospedali, riempiono il cielo di nubi tossiche. È qui che l’escalation mostra il suo volto più brutale, mentre tremano i Paesi del Golfo e Israele fa i conti con i razzi che cadono sulle sue città. Ma l’onda d’urto non resta confinata ai territori colpiti. Si estende rapidamente anche al mondo immateriale dei mercati. Ieri anche le borse e le materie prime hanno tremato forte, aprendo una settimana che si annuncia tesissima per l’economia globale.

LA PRIMA FAGLIA si è aperta a Tokyo: il Nikkei ha perso oltre il 5%, trascinando Seul (-7,67%) e il resto dell’Asia. Intanto il petrolio è schizzato fino a 119 dollari al barile, un balzo del 25% in poche ore, il livello più alto da quattro anni. Alle cinque del mattino ora italiana il Brent viaggiava ancora sopra i 107 dollari. I prezzi sono scesi sotto quota 100 solo nel pomeriggio, dopo che i ministri delle finanze del G7 hanno dichiarato che il gruppo «è pronto» a rilasciare petrolio dalle riserve di emergenza: una valvola di sicurezza per frenare la corsa del greggio.

L’Iran, da parte sua, ha comunque già ottenuto un risultato strategico: dimostrare che può colpire l’Occidente non solo con le armi, ma anche con i mercati. «Solo il dolore economico porrà fine alla guerra», ha dichiarato Kamal Kharazi, consigliere di politica estera della Guida Suprema.

È stato un terremoto sincronizzato: rendimenti obbligazionari in salita, azioni in caduta quasi ovunque, volatilità alle stelle. Nel Regno Unito il rendimento dei titoli a due anni è balzato oltre il 4,1%, mentre in Turchia il premio è quasi raddoppiato. Una svendita globale che ha cancellato di colpo 6.000 miliardi di dollari.

IN EUROPA l’onda asiatica è arrivata senza perdere forza. Tutti gli indici hanno poi chiuso in rosso, con Milano che ha limitato i danni nel finale (-0,3%) solo grazie agli energetici e alle armi: Leonardo ha guadagnato il 6,55%, un altro segno (se ce ne fosse bisogno) della corsa verso i settori «a prova di guerra».

Il continente europeo è il più esposto allo choc energetico. Secondo Oxford Economics, l’aumento del petrolio potrebbe aggiungere oltre un punto percentuale all’inflazione italiana nel quarto trimestre. Germania e Regno Unito seguono a ruota. Il gas, intanto, è già salito di due terzi in una settimana (59 euro a mwh).

E IN AMERICA? Trump, fedele al suo stile, ha definito i 100 dollari al barile «un prezzo molto basso da pagare», lasciando intendere che Washington non ha intenzione di frenare l’escalation. Gli Stati Uniti, oggi esportatori netti di petrolio e gas, si sentono protetti. Ma il quadro non è così roseo: l’indice borsistico S&P 500 continua a perdere terreno, mentre sui Treasury pesa il sell America (svendi America).

IN QUESTO SCENARIO torna a riaffacciarsi un fantasma antico: il credito privato. Lloyd Blankfein, ex Goldman Sachs, parla apertamente di «sentore da 2008»: troppa «leva» (investimenti a debito), troppa opacità, troppa esposizione a un rialzo dei tassi proprio mentre la guerra alimenta l’inflazione. I segnali non mancano. BlackRock ha limitato i rimborsi su un fondo da 26 miliardi dopo un’ondata improvvisa di richieste di uscita. Blackstone ha dovuto alzare frattanto il tetto ai riscatti. Blue Owl è intervenuta ricomprando quote dei propri fondi. Il problema è strutturale: questi fondi prestano denaro a imprese che non possono accedere facilmente al credito bancario, ma i loro prestiti non sono liquidabili rapidamente. Se troppi investitori bussano alla porta insieme, il sistema si inceppa.

IL SETTORE VALE oggi 1.800 miliardi di dollari e una parte consistente è concentrata nel software, proprio mentre l’intelligenza artificiale solleva dubbi sulla sua sostenibilità. Alcuni analisti temono che un rallentamento possa innescare una catena di insolvenze, insomma. «Quando i mercati incontrano un cigno nero, tutto potrebbe crollare contemporaneamente», avverte Anna Wu di Van Eck Associates. È ciò che molti temono: che la crisi energetica e geopolitica si intrecci con le fragilità accumulate nel credito privato, amplificando gli choc.

QUESTO SCONQUASSO, d’altra parte, arriva in un sistema che da cinque anni vive in apnea: inflazione ostinata, catene di fornitura fragili, conflitti. La Fed aveva già segnalato che non avrebbe tagliato i tassi presto; ora i mercati vedono uno o due tagli al massimo, e solo da settembre. La Bce potrebbe addirittura alzare. La Bank of England è già su questa strada. Tutto questo mentre la crescita rallenta e il rischio recessione negli Stati Uniti è salito al 38% nelle contrattazioni notturne. Si parla di «stagflazione», evocando la crisi petrolifera degli anni Settanta.

FUORI DA BOLLE e algoritmi, le famiglie a basso reddito, che spendono gran parte del proprio bilancio in carburanti, bollette e cibo, sono le prime a subire le conseguenze. I lavoratori perdono potere d’acquisto, gli Stati più indebitati devono scegliere tra sostenere i cittadini o rispettare i vincoli di bilancio. Al contrario, chi opera nei settori della difesa e dell’energia, o chi specula sui mercati vede aumentare profitti e rendite. Da questo punto di vista, è nient’altro che il «ritorno del sempre uguale».


 don Franco Barbero racconta

Storie, storielle e storiacce

 

1. L’infanzia a Pinerolo prima di entrare in seminario (1939-1950)

Sono nato a Savigliano il 24 febbraio 1939.

Della primissima infanzia ricordo il periodo della guerra. Vivevamo in povertà, nella mia famiglia si mangiava poco.

Un soldato tedesco aveva fatto amicizia con noi bambini e veniva ogni tanto a portarci qualcosa da mangiare, era una brava persona e noi erano contenti di vederlo.

Quando c’erano i bombardamenti, ci portavano tutti sotto terra, nel cosiddetto rifugio. C’era chi piangeva, chi riusciva a dormire, donne incinte. Di quei momenti in attesa che i bombardamenti cessassero ricordo una donna che raccontava il Vangelo in una maniera incredibile. Mi affascinava: non leggeva il vangelo, lo raccontava, raccontava come Gesù si rapportava ai bambini e ai poveri e quei racconti mi sono rimasti nel cuore.

Mia mamma e mio papà erano molto credenti. Avevano poco da mangiare, ma facevano assistenza a una povera donna e mio papà andava di notte a cercare il pane. Entrambi erano molto assidui la domenica alla messa.

Mio papà lavorava alla portineria della Beloit Italia a Pinerolo, era il capo dei guardiani della fabbrica, avendo fatto in precedenza il carabiniere. Noi vivevamo lì, eravamo papà, mamma, due fratelli e sei sorelle.

Mio papà si alzava molto presto per andare a lavorare e a fine giornata, quando rientrava a casa stanco morto, ci radunavamo attorno al tavolo e lui ci diceva “adesso c’è la preghiera”. Padre Nostro, Ave Maria e tutte le preghiere tradizionali, il Credo di speranza. Mio papà, spesso si addormentava durante le preghiere e io e Alberto, mio fratello, ci mettevamo a ridere perché non capivamo. Mamma ci diceva “non si fa così con papà”... papà non riusciva più a riprendersi e doveva andare a dormire.

Anch’io già a otto anni mi alzavo prestissimo, alla stessa ora di mio padre che doveva andare a lavorare, per andare alla prima messa in Parrocchia, quella delle 6 e mezzo. Era una mia scelta, andavo da solo facevo la strada a piedi, via Rochis. Non c’era ancora la attuale chiesa di San Lazzaro, ma la chiesa di legno. Assistevo a due messe e poi tornavo a casa. C’era un parroco burbero e un altro molto dolce. Facevo il chirichetto, ero animato dal desiderio di pregare. Ero colpito dal fatto che Gesù voleva bene ai bambini e a quelli che soffrivano.

Quando con i bambini del borgo uscivamo da scuola il pomeriggio alle quattro e i giorni in cui non c’era scuola ci trovavamo per giocare.

Tra i nostri giochi c’era un gruppo di lettura, di ascolto del Vangelo. Io la mattina presto sentivo ciò che il bravissimo prete narrava in parrocchia nella prima messa e nella seconda messa e poi lo narravo ai miei coetanei. A loro piaceva il mio racconto, mi chiamavano Franco, Franco! Erano molto affezionati. E poi se moriva un uccellino facevamo il funerale. Spesso giocavamo al “gioco della messa” e io facevo il prete che la celebrava.

Di quei bambini è ancora viva Giuliana, ora è molto anziana come me, mia sorella ha il suo indirizzo e me l’ha dato.

Anche se è stata una mia scelta, il mio ingresso in seminario ha determinato la separazione da tutti questi affetti. Con questi bambini mi trovavo bene. Dopo la scuola giocavamo tutto il pomeriggio, anche dopo cena a volte; fino alle nove non si andava a dormire. A casa la vita era molto bella, i miei ci volevano molto bene.

sabato 21 il prossimo appuntamento con le "Storie..."

 

martedì 17 marzo 2026

da Volere la Luna del 06/03/2026

Il terzo escluso: i popoli, privati del diritto all’autodeterminazione 

di Sergio Labate


Avrei dovuto scrivere questo articolo nei giorni scorsi, per celebrare – si fa per dire – i quattro anni di guerra nel cuore dell’Ucraina. Avrei voluto cominciare col dire che quella guerra ha tolto il tappo: è perché c’è stata l’Ucraina che dopo c’è stato tutto il resto. Il problema è che tutto il resto si complica ogni giorno di più e l’immaginazione terrificante di Don&Ben oltrepassa la mia capacità di scrivere, di leggere, di riflettere. Il tappo è saltato e dinanzi a noi non c’è un semplice tubo che perde, ma un mondo che sostituisce consapevolmente la civiltà con la barbarie.

In queste ore ho anche ascoltato un curioso audio di qualche settimana fa, in cui Trump farneticava qualcosa su un arco di trionfo gigantesco da costruire a Washington. Il dottor Stranamore, che bombarda anche l’Iran, mentre a Gaza si sperimenta la nuova forma della pace tardomoderna: non smettere la violenza ma spegnere semplicemente le telecamere. Come se la storia fosse questione di spettacoli, non di genocidi. La storia. In quell’audio, Trump ce l’aveva con la Francia: non si spiegava come sia possibile che Parigi abbia un arco di trionfo così grande, troppo grande. Mentre l’unica capitale del mondo è Washington e allora bisogna costruire un arco di trionfo più grande e più bello di quello di Parigi. Mentre il mondo brucia per mano sua, la sua fissazione è avercelo più lungo di tutti. Fosse solo una dissonanza cognitiva, sarebbe niente. È una dissonanza complessiva, umana. Una completa dissociazione dalle proprie azioni, dal dolore sterminato che in quelle stesse ore ne è conseguenza, dalle conseguenze potenziali e dunque dall’immaginazione di ciò che accadrà. Che cosa ha la Francia in più degli Stati uniti, per giustificare la grandeur del suo arco di trionfo? Eccolo il punto decisivo: «l’unica cosa che hanno è la storia. Sapete, il 1860 è qualcosa che dico sempre essere l’unica cosa con cui non si può competere». Ora – fermo restando che non dormo più la notte cercando di capire a cosa si riferisca quando cita il 1860 – la questione è precisamente questa. Trump vuole disperatamente passare alla storia. Solo che la sua “invidia della storia” (nient’altro che una variazione sul tema dell’“invidia del pene”) comporta un’evidente trasformazione della storia della civilizzazione – con tutte le luci e le ombre che le appartengono – nella storia della barbarie.

Adesso tocca all’Iran, dunque. Dove, certamente, un regime intollerante e violento opprime giovani e donne. Personalmente non ho rimpianti per quel regime che crolla. Il che però, per prima cosa, non vuol dire esser sollevato per la morte del tiranno. Anche questo appartiene alla nuova storia della barbarie. Fino a pochi anni fa si contribuiva a deporre i tiranni – oltretutto legittimi –, non si uccidevano certo alla luce del sole e con orgogliosa ostentazione. La storia della civilizzazione aveva appreso una lezione a proprie spese: che le democrazie che si esportano falliscono. La storia della barbarie ricomincia proprio rovesciando quelle poche certezze acquistate a così caro prezzo. Oggi il nemico si uccide e poco importa che sia Caino o Abele, se sia casa sua e non casa nostra. Lo sceriffo del mondo uccide dove vuole e così riscrive la storia e giustifica il suo desiderio dell’arco di trionfo.

Ora, io rivendico il diritto di dire che la guerra in Ucraina deve finire senza fare sconti o simpatizzare per Putin. Rivendico il diritto di dire che non ho rimpianti per il regime iraniano che crolla senza per questo assolvere o minimizzare la barbarie di Trump. E non lo faccio per non prendere posizione, ma esattamente per il contrario. Perché, se dovessi indicare un tratto fondamentale di questa storia della barbarie che si sta riscrivendo, direi che consiste nel fatto che ormai il nostro giudizio nei confronti degli eventi storici è puramente geopolitico: come se tutto si riducesse a un conflitto tra due potenze contrapposte e non ci fosse niente altro.

Certo, c’è anche questo. Che la guerra all’Iran appartenga al più vasto regolamento di conti con la Cina, non c’è dubbio. Come è indubbio che destabilizzare il Medioriente vuol dire rafforzare Israele e costringere forzatamente l’Europa ad acquistare le proprie risorse energetiche dagli Stati uniti, e a caro prezzo. Tutto vero ed è necessario ricordarlo, anche per sfuggire alla propaganda totalitaria del regime americano. Ma ho come l’impressione che tutto questo non può più bastare. Perché mentre noi discorriamo di una genealogia delle cause facendo riferimento agli Stati, ai potenti, ai flussi finanziari e produttivi, c’è dell’altro. Il terzo escluso.

Io non condanno Trump perché sto con Khamenei, non critico la campagna ucraina perché sto con Putin. Tra la storia della civilizzazione e la storia della barbarie c’è qualcosa in comune, ed è che nessuna delle due coincide con la storia delle vittime. Io sto con le vittime, per questo mi oppongo disperatamente alle guerre e ai suoi coriferi. Eccoli, i terzi esclusi: gli oppressi, le vittime. Come se non sapessimo che in guerra a morire non sono soprattutto i soldati, ma gli innocenti, gli ignari, i poveri, i capitati lì per caso. Sottratti alla vita dalla logica della potenza che celebriamo ogni giorno in televisione e sui social con i nostri raziocinanti argomenti geopolitici. Per bandire la guerra dalla storia dobbiamo forse cominciare a bandire gli esperti geopolitici dalle nostre discussioni. E ricominciare dall’unica cosa che dovrebbe contare. La storia delle vittime che la guerra miete e la storia geopolitica dimentica, rimuove, sceglie di non vedere per celebrare Trump e condannare Putin. O viceversa, non importa.

Ecco quello che avrei voluto dire per l’Ucraina e che vale anche per l’Iran. Chi oppone alla storia della barbarie di Trump la storia dei potenti che a lui si contrappongono continua a guardare verso l’alto. Mentre è in basso che accade la storia che ci interessa. Dove, non visti, i bambini vengono bombardati dalla crudeltà di Trump; i palestinesi vengono sterminati nel silenzio del mondo; le donne ucraine vengono lasciate congelare perché si bombardano le centrali elettriche.

C’è stato un tempo – come sembra distante pur essendo recentissimo – in cui alle vittime davamo non solo uno sguardo, ma la dignità di un nome politico: erano i popoli ed a loro e soltanto a loro toccava decidere della propria sorte. Il postulato dell’autodeterminazione dei popoli. Poco importa che fosse solo un’invenzione: non importava che esistessero davvero ma che potessero miracolosamente decidere da sé, autodeterminarsi. Oggi non ne parla più nessuno. A decidere in nome delle vittime sono coloro che le perseguitano e le condannano alla guerra: Trump, Putin, Netanyahu, Khamenei, si chiami come si chiami. Tutti accumunati dal paternalismo che ha preso il posto dell’autodeterminazione. Non è in fondo proprio questo disprezzo per l’autodeterminazione l’essenza dell’imperialismo? I potenti sono tali perché decidono per coloro che sacrificano. E alle vittime non spetta più la dignità di avere un nome politico, di poter decidere per sé. Espulsi dalla storia sia da coloro che vincono sia da quelli che perdono, sia da quelli che ci stanno simpatici sia da quelli che odiamo.

Sotto i giganteschi archi di trionfo che si stanno costruendo ci sono moltitudini di esseri umani arresi al loro misero destino, costretti a combattere le guerre che gli altri decidono e che loro subiscono. A noi non resta che volgere finalmente lo sguardo verso il basso, non avere occhi che per ciò che non si vede più, cancellato dalla storia della potenza e da quella della barbarie. Non lo so se c’è ancora un modo per scrivere la storia degli oppressi, sperando che prima o poi qualcuno abbia voglia finalmente di leggerla. Una meravigliosa canzone di Ivano Fossati recita: «Solo un grande scrittore fa muovere insieme i vivi e i morti e solo un grande dio può accudire i disperati in un posto così». Io non sono un grande scrittore e non credo in un grande dio. Ma riconosco che questo mondo è diventato un posto così, in cui accudire i disperati è l’unico compito necessario e impossibile che ci è rimasto. Se solo volgiamo lo sguardo in basso, opponiamo la storia delle vittime a quella della potenza e della barbarie.


da Il Manifesto del 16/03/2026

<<Devi amare la guerra. Ce lo gridano sempre, non lo accettiamo>>.

di Michele Giorgio

Parla Ella Keidar, attivista israeliana contro l’uso della forza di Trump e Netanyahu. 

<<Il dissenso è visto come tradimento>>.

I sondaggi sono chiari. La maggior parte degli israeliani, tra il 70 e l’80%, appoggia la guerra di Netanyahu e Trump contro l’Iran. Gli altri nutrono dubbi, a vari livelli e di diversa natura. Solo pochi, anzi pochissimi, hanno la forza e il coraggio di scendere in strada per chiedere la fine della guerra, in un clima sociale che tende a considerarli traditori. Tra questi c’è Ella Keidar, refusenik di 19 anni che un anno fa è stata incarcerata per aver rifiutato la leva militare. Keidar è anche una militante del Maki, il Partito comunista, e ieri, assieme a decine di attivisti di Mesarvot, obiettori di coscienza, per la terza volta dal 28 febbraio ha manifestato a Tel Aviv contro la guerra. «Il nostro movimento crescerà, non resteremo in silenzio e continueremo a lottare contro l’aggressione israelo-americana in Medio Oriente», scandivano i manifestanti riuniti in piazza Rabin. Abbiamo intervistato Ella Keidar a Tel Aviv.


Il premier Netanyahu afferma di aver lanciato, assieme a Trump, una guerra preventiva contro l’Iran per impedire a Teheran di dotarsi di armi nucleari e di minacciare l’esistenza di Israele.

Queste affermazioni fanno parte della narrazione sionista dell’essere costantemente sotto attacco, sempre in lotta per la propria sopravvivenza. In questo modo si vuole giustificare qualunque cosa si ritenga necessario fare per mantenerci al sicuro. Lo abbiamo visto dopo il 7 ottobre 2023, con l’attacco di Hamas nel sud di Israele, e lo vediamo ora con l’Iran presentato come il grande nemico, la testa del serpente. Si vuole spaventare la popolazione per metterla nelle condizioni di giustificare qualunque cosa. Non importa che si tratti di bombardare scuole o ospedali oppure di assassinare capi di Stato stranieri, perché dobbiamo mantenerci al sicuro.

Affermi che sicurezza e nucleare non rappresentano i veri motivi di questa guerra. Che cosa ha spinto dunque Netanyahu e Trump a scatenarla?

Ci sono motivazioni diverse. Prima di tutto il petrolio. Il petrolio entra sempre in gioco quando un conflitto riguarda il Medio Oriente. È fondamentale anche la questione dell’egemonia regionale. Interessa a Israele e anche all’Iran. Ma oltre ai molteplici interessi del capitale globale, in questa guerra pesa una dimensione personale, perché quanto viviamo è anche il risultato della volontà di due uomini. Penso che Trump e Netanyahu abbiano molto da guadagnare dal conflitto in termini di immagine e sul piano elettorale.

Il dissenso, in tali circostanze, viene emarginato e attaccato. Quanto è difficile oggi per un israeliano opporsi pubblicamente alla guerra?

È difficile, ma non è qualcosa di nuovo. C’è sempre stata una repressione politica forte, se guardiamo a tutta la popolazione e non solo alla sua maggioranza ebraica. Non dimentichiamo che fino al 1966 tutti i palestinesi all’interno di Israele vivevano sotto un governo militare. E, dopo tanti anni, i palestinesi, ovunque essi siano, subiscono varie forme di repressione e la negazione di diritti fondamentali, oltre all’occupazione e a tutto il resto. Questa guerra con l’Iran rappresenta un livello successivo all’interno di una tendenza più ampia. C’è un progressivo irrigidimento dei controlli su ciò che è consentito dire e su ciò che non lo è, insieme a un’escalation nella risposta dello Stato a determinate affermazioni considerate inaccettabili.

Cosa pensano di te e degli altri attivisti gli israeliani che invece appoggiano senza esitazioni la guerra?

Il giudizio è molto negativo. I media ci rappresentano come nemici e l’intera popolazione è chiamata a indulgere in questo spettacolo ben apparecchiato contro di noi e contro le nostre posizioni. Non poche persone pensano che dovremmo essere mandati a Gaza, se non addirittura giustiziati, per le nostre idee. Poi ci sono quelli che ci vedono come una specie di sgradita deviazione generata dallo Stato liberale, qualcosa con cui bisogna fare i conti, ma senza darci spazio, senza offrirci una piattaforma e senza ascoltarci. Chi non è in linea con il consenso nazionale deve fare i conti anche con alcuni influencer di estrema destra che istigano le persone a fermarci quando agiamo in pubblico, e dalle parole sempre più spesso si passa a molestie e intimidazioni.

Lo stato di guerra permanente, teorizzato e attuato dal governo Netanyahu, si sta normalizzando nella società israeliana, in particolare tra le generazioni più giovani

Assolutamente sì. Credo che già prima ci fossero una drammatizzazione e un’esaltazione dell’uso della forza militare come unica soluzione. Ora nei media si parla anche di qualcos’altro. Si sta diffondendo una cultura della guerra che potremmo definire grottesca, edonistica e neoliberale: una sorta di «benessere in tempo di guerra». Si discute di come prendersi cura di sé stessi, di come tornare al lavoro mentre cadono i razzi. C’è una specie di feticizzazione dell’idea che bisogna stare bene proprio adesso. Capita di vedere in tv o di ascoltare alla radio uno psicologo scelto a caso che spiega che alcune persone si sentono più rilassate durante la guerra che nella vita quotidiana, perché sono sempre sotto pressione, devono fare mille cose, mentre con la guerra, paradossalmente, si sentono più tranquille. Lo trovo perverso. Il messaggio che arriva da ogni direzione è: devi amare la guerra. Ce lo gridano continuamente.