mercoledì 8 luglio 2026

Incontri

Ecco la tabella aggiornata con gli incontri di luglio, agosto e settembre:

- Mar 7 luglio ore 18: eucarestia (Manuela ripropone un canone preparato da Franco e Fiore)

- Mar 14 luglio ore 18: gruppo biblico (prepara Anna Campora)

- Mar 21 luglio ore 18: eucarestia (prepara Walter Primo)

- Mar 28 luglio ore 18: gruppo biblico (prepara....)

- Mar 4 agosto ore 18: eucarestia (prepara Manuela)

- Mar 11 agosto ore 18: gruppo biblico (prepara...)

- Mar 18 agosto ore 18: eucarestia (prepara...)

- Mar 25 agosto ore 18: gruppo biblico (prepara...)

- Domenica 6 settembre ore 10: eucarestia (prepara... )

- Martedì 15 settembre ore 18: gruppo biblico in presenza a casa di Luca Prola per l'introduzione alla lettura di Giobbe. Sarà attivato anche il collegamento on line (solito link).

- Domenica 20 settembre ore 10: eucarestia (prepara... )

- Martedì 22 settembre ore 18: inizia il gruppo biblico on line

- Venerdì 25 settembre ore 17: inizia il gruppo biblico in presenza.

Francesco

da Pressenza del 04/07/2026

Da Lampedusa la pastorale dei migranti di papa Leone

di Aldo Bonaiuto


Qui, nel Canale di Sicilia si consumano terribili tragedie del mare con migranti morti e dispersi. Persone che disperatamente cercano una vita migliore, fuggendo da guerre, persecuzioni, miseria. Fratelli e sorelle finiti nelle mani di organizzazioni criminali che poi crudelmente li abbandonano nel pericolo. Molte vittime sono destinate a restare senza nome. “È la nostra civiltà a impedirci di voltare le spalle, di restare indifferenti, di smarrire quel sentimento di umanità che è radice dei nostri valori”, ha recentemente ricordato il presidente della Repubblica Sergio Matterella rinnovando l’apprezzamento per l’opera di soccorso da parte delle navi italiane che riescono in condizioni estreme, a salvare vite. Le più alte istanze civili e religiose rimarcano quanto i movimenti migratori vadano governati.

Le organizzazioni internazionali e per prima l’Unione Europea, infatti, devono esprimere il massimo impegno per fronteggiare l’immane sofferenza nel “mare nostrum”.  Per questo il Pontefice e il Capo dello Stato concordano sul fatto che il necessario contrasto all’illegalità e la lotta alla criminalità si nutrono della predisposizione di canali e modalità di immigrazione legali. Così da esprimere con coerenza pieno rispetto nei confronti della vita umana. La chiave di lettura, quindi, è racchiusa nel termine “integrazione”. Una parola che caratterizza in modo particolare il Magistero sociale della Chiesa nell’era della globalizzazione. Non si tratta di un’assimilazione che induce a sopprimere o a dimenticare la propria identità culturale, bensì, come testimonia il Pontefice pellegrino a Lampedusa, di un contatto con l’altro che porta ad aprirsi per una fruttuosa conoscenza reciproca. Ciascuno di noi, come individuo e come parte di una collettività, è chiamato a far fronte alle numerose sfide poste dalle migrazioni contemporanee con generosità e lungimiranza. Ognuno secondo le proprie possibilità: per accogliere, proteggere, promuovere e integrare.

Papa Leone sottolinea spesso quanto il lavoro umano per sua natura sia destinato ad unire i popoli, incoraggiando le istituzioni a prodigarsi affinché venga promosso l’inserimento socio-lavorativo dei migranti e rifugiati. L’obiettivo è garantire a tutti, compresi i richiedenti asilo, di poter lavorare attraverso percorsi formativi linguistici, al riparo da sfruttamento e abusi. Anche l’Onu ha chiaramente espresso la loro volontà di prodigarsi a favore dei migranti e dei rifugiati per salvare le loro vite e proteggere i loro diritti. Una responsabilità da far propria a livello globale. Il Vangelo ci insegna ad amare l’altro, lo straniero, come noi stessi senza distinzione di nazionalità e religione nel soccorrere gli esclusi perché “Dio è padre di tutti”. Lampedusa, dunque, è periferia dal punto di vista geografico ma è cuore dell’Europa sotto il profilo spirituale.


da Pressenza del 04/07/2026

Basta ghetti: occupata la basilica di San Nicola a Bari

di Unione Sindacale di Base Braccianti


In questo momento un centinaio di braccianti del ghetto di Torretta Antonacci hanno occupato la basilica di San Nicola a Bari. I 30 milioni per Torretta Antonacci li avete persi voi: ora fondi contro le baracche e documenti per tutti.

Da questa mattina siamo dentro la basilica di San Nicola a Bari. Siamo un centinaio di braccianti e ci siamo rinchiusi qui, nel cuore di questa città, perché fuori nessuno ci ascolta. Veniamo dalle baracche di Torretta Antonacci, arriviamo dai campi dove alle sei del mattino stiamo già curvi sui filari. E da qui non ce ne andiamo finché il presidente della Regione Puglia Decaro e il governo Meloni non daranno un segnale chiaro e concreto: soluzioni vere contro le baracche, subito, e documenti per tutti. Non parole, non tavoli, non promesse. Atti.

Perché occupiamo una chiesa? Perché è l’unico luogo di questa città dove la nostra vita vale ancora qualcosa. Per lo Stato non esistiamo: esistono le nostre braccia quando c’è da raccogliere il pomodoro e spariscono i nostri corpi quando c’è da darci un tetto, un documento, un nome.

Il 30 giugno è scaduto il PNRR e con esso sono morti per sempre i 30 milioni di euro stanziati per il superamento di Torretta Antonacci, il più grande ghetto agricolo della Capitanata. Trenta milioni persi, bruciati. E non è stata la sfortuna, non è stata la burocrazia: siete stati voi. Torretta Antonacci non è arrivata “in ritardo” alla scadenza: l’avete esclusa voi, mentre il vostro commissario straordinario ammetteva davanti alla Corte dei Conti che i tempi non c’erano più. La Corte dei Conti aveva segnalato San Severo tra i casi critici d’Italia: cronoprogrammi impossibili, convenzioni mai firmate, cantieri mai aperti. Quattro anni di riunioni in Prefettura, tavoli tecnici, commissari, passerelle e fotografie. Risultato: zero alloggi, zero dignità, 30 milioni in fumo. Governo, Regione, Prefettura e Comune hanno scelto, ciascuno per la propria parte, di lasciarci nel ghetto. Perché un bracciante senza documenti e senza casa è un bracciante in ginocchio e un bracciante in ginocchio costa poco.

Noi ci spezziamo la schiena a 40 gradi. Moriamo letteralmente di caldo e di fatica sotto il sole, ora dopo ora, cassone dopo cassone, per raccogliere i pomodori, gli ortaggi e la frutta che finiscono sulle vostre tavole. Il cibo che mangiate passa dalle nostre mani. Il made in Italy di cui vi riempite la bocca nei convegni sta in piedi sulle nostre schiene. E noi moriamo come foglie, uno a uno, nei campi e nelle baracche. Ad aprile è morto Alagie, a gennaio Mamadou e tanti altri fratelli d’estate muoiono per il caldo e d’inverno per il freddo.

E lo diciamo forte: viviamo nelle baracche non perché siamo clandestini, ma perché ci avete resi ostaggi della vostra burocrazia. Abbiamo in tasca i permessi C3, i rinnovi e le richieste di asilo ferme da anni nelle questure e nelle commissioni. Lavoriamo, produciamo, mandiamo avanti l’agricoltura di questo Paese, e ci negate perfino un pezzo di carta. Ora basta: documenti per tutti, perché chi lavora questa terra ha il diritto di viverci da persona libera, non da fantasma ricattabile nelle mani dei caporali.

E non provate a raccontarci che i fondi “torneranno in altra forma”. Senza uno stanziamento nazionale immediato, vincolato e verificabile, quei 30 milioni sono spariti per sempre e lo sapete. Noi la nostra proposta l’avevamo già messa sul tavolo: un villaggio progettato insieme agli abitanti, con percorsi di urbanistica partecipata, case vere, spazi comuni, dignità. L’avete ignorata, come avete ignorato noi. Ora ve la riportiamo dentro una cattedrale occupata.

La pazienza è finita. L’occupazione della Cattedrale è solo l’inizio. Davanti a noi c’è la stagione della raccolta del pomodoro e noi siamo pronti a fermarla: scioperi nel pieno della raccolta, presidi permanenti sotto i palazzi del potere, blocchi e manifestazioni in tutta la Capitanata. Il cibo arriva sulle vostre tavole grazie alle nostre braccia: ricordatevi che quelle braccia possono fermarsi.

Non usciremo da qui a mani vuote. Pretendiamo:

  • lo stanziamento immediato, con fondi nazionali, di risorse pari a quelle perse, vincolate al superamento reale di Torretta Antonacci e decise con noi, non sopra le nostre teste;
  • acqua, luce, servizi igienici e infrastrutture di base da subito nell’insediamento, perché nessuno può sopravvivere un’altra estate così;
  • documenti per tutti: sblocco immediato dei permessi, dei rinnovi e delle richieste di asilo ferme da anni, rilascio di un permesso biennale per ricerca occupazione;

Non chiediamo carità: pretendiamo giustizia. Il tempo delle vostre promesse è scaduto il 30 giugno, insieme ai vostri fondi. Il tempo della nostra lotta comincia adesso.



da Il Manifesto del 02/07/2026

IO SONO LA GUERRA


Netanyahu lancia la sua campagna elettorale: linee guida ai membri del Likud per affossare i rivali e presentazione del programma. Nessun ritiro da Siria, Palestina e Libano e nuove offensive all’orizzonte. Israele deve «vivere di spada», per sempre.


da Internazionale del 03/07/2026

Se la Volkswagen licenzia

di El Pais, Spagna

 

Le aziende delle dimensioni della Volkswagen sono un termometro per un intero paese, e questo spiega l'inquietudine suscitata dalla notizia che l'azienda automobilistica con sede a Wolfsburg taglierà 100mila posti di lavoro su un organico di più di 650mila dipendenti in tutto il mondo. I tagli sono il risultato di una trasformazione industriale a cui la Germania è arrivata in ritardo. Non è solo il fatto che la Volkswagen ha perso terreno in Cina, ma anche che i giganti cinesi stanno entrando con forza nel mercato tedesco, dove marchi come Mercedes e Bmw devono affrontare tagli e piani di ristrutturazione.

Per un paese esportatore come la Germania, l'ondata protezionista che ha travolto il mondo è micidiale. I dazi imposti da Donald Trump non hanno aiutato, ma non sono gli unici responsabili della crisi. Nel caso della Volkswagen si tratta di una serie di errori che vanno dalla frode sul diesel al disinteresse per l’auto elettrica e che sfociano in annunci di riduzione del personale. Nel 2024 il sindacato Ig-Metall e i vertici dell'azienda si erano accordati su 35mila licenziamenti entro il 2030 solo per la Germania. Nel 2025 la cifra è salita a 50mila; ora sono il doppio a livello mondiale.

I rischi si concentrano in Germania, in quattro stabilimenti minacciati dalla chiusura, uno dei quali si trova nel territorio della ex Germania Est, feudo dell'estrema destra, Non sorprende che Alternative für Deutschland (Afd), il partito estremista che è sempre più forte tra i lavoratori, cerchi di sfruttare la crisi a fini elettorali.

Le difficoltà della Volkswagen sono un campanello d'allarme per tutta l'Europa: un'industria solida e innovatrice è una condizione indispensabile per la sovranità e la stabilità del continente.

da Internazionale del 03/07/2026

Il Venezuela dopo il terremoto

di The Guardian, Regno Unito

 

I due terremoti che il 24 giugno hanno colpito il Venezuela nell'arco di pochi istanti sono stati i più forti dal 1900. Si è trattato di scosse superficiali, più distruttive rispetto a quelle più profonde di pari intensità. Quasi duemila persone hanno perso la vita, ma oltre ai circa tremila feriti ci sono anche decine di migliaia di dispersi. Secondo le Nazioni Unite i danni ammontano a 6,7 miliardi di dollari, equivalenti al 6 per cento del Pil venezuelano. Diverse infrastrutture cruciali sono state devastate e 38 ospedali risultano danneggiati. Il bilancio di questo disastro riflette le condizioni del paese prima del sisma, oltre che l'incapacità dello stato di rispondere all'emergenza.

Quando la presidente ad interim Delcy Rodríguez ha visitato le aree più colpite di Caracas, è stata sommersa dai fischi. La rabbia è soprattutto per la risposta inadeguata delle autorità, paragonata all'impegno dei volontari e dei soccorritori. Il terremoto ha dimostrato che le risorse sono state spese soprattutto per le forze di sicurezza, a cominciare dall'esercito. Oggi il regime ha i mezzi per ostacolare e reprimere i cittadini, ma non per aiutarli. Anni di cattiva gestione e sanzioni statunitensi hanno lasciato l'80 per cento dei venezuelani in povertà, spingendo un quarto di loro a emigrare. Il tasso d'inflazione annuale supera il 600 per cento e il sistema sanitario è in ginocchio. Dopo che a gennaio gli Stati Uniti hanno catturato il presidente venezuelano Nicolis Maduro, il governo è rimasto in piedi ma il paese è nel caos politico.

Per Trump la priorità è aprire il paese sudamericano agli investimenti privati e gestire la vendita del petrolio. Dopo aver sequestrato Maduro, ha dichiarato di avere il controllo del Venezuela. Allora dovrebbe fare qualcosa. Lo smantellamento dell'Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (Usaid) e i licenziamenti nel settore degli aiuti umanitari sollevano dubbi sul suo margine di manovra e sulle sue intenzioni. Gli Stati Uniti hanno promesso 300 milioni di dollari in sostegno al Venezuela, e gli statunitensi fanno parte dei 2.400 professionisti del soccorso arrivati da tutto il mondo. È un buon inizio, ma i venezuelani meritano un appoggio coordinato e prolungato. Sarà il vero banco di prova sia per il governo di Rodriguez sia per Washington e la sua presunta leadership nell'emisfero occidentale.


martedì 7 luglio 2026

da Confronti di 06/2026

Somalia

Oltre mezzo milione di sfollati a causa della siccità


C’è chi arriva nei campi profughi della Somalia dopo giorni di cammino sotto il sole, con pochi vestiti addosso e senza sapere se riuscirà a trovare acqua o cibo. Nelle immagini di un reportage pubblicato da Al Jazeera si vedono bambini denutriti, tende improvvisate e famiglie costrette ad abbandonare villaggi ormai svuotati dalla siccità. Secondo l’emittente qatariota, oltre 500mila persone hanno lasciato le proprie case a causa del fallimento delle piogge stagionali, che ha compromesso raccolti, allevamenti e riserve idriche soprattutto nel sud del paese.

Le aree più colpite sono quelle rurali, dove molte comunità vivono di agricoltura e  pastorizia. Con la morte del bestiame e i terreni diventati aridi, migliaia di persone si stanno spostando verso città come Baidoa e Dollow, dove però i campi per sfollati sono già sovraffollati e le risorse scarseggiano.

Le organizzazioni umanitarie parlano di una crescita dei casi di malnutrizione infantile e di un sistema sanitario incapace di reggere l’emergenza.

La crisi somala, però, non dipende soltanto dal clima, ma in larga parte dall'instabilità politica e interessi contrapposti, la presenza del gruppo  jihadista al-Shabaab in diverse zone del paese e la riduzione dei finanziamenti internazionali stanno complicando gli interventi di assistenza.

Diverse Ong negli scorsi mesi hanno denunciato i tagli agli aiuti destinati all’Africa orientale proprio mentre la situazione alimentare peggiora.

da Internazionale del 26/06/2026

Emissioni indirette


Circa il 15% dell’aumento delle temperature globali dall’inizio dell’era industriale non è dovuto ai gas serra come l’anidride carbonica e il metano, ma ad altre sostanze legate alle attività umane, in particolare il monossido di carbonio e i composti organici volatili (Cov),  conclude uno studio pubblicato su Science.

Queste sostanze, chiamate “gas serra indiretti”, reagiscono con altri composti presenti nell'atmosfera producendo ozono, che quando si trova nella parte bassa dell'atmosfera intrappola il calore impedendogli di disperdersi nello spazio. I gas serra indiretti reagiscono anche con i radicali ossidrili, composti normalmente responsabili della degradazione del metano e di altri inquinanti. L'aumento della loro concentrazione quindi riduce la disponibilità di radicali ossidrili per l'eliminazione di queste sostanze. Il monossido di carbonio è prodotto dalla combustione incompleta degli idrocarburi, soprattutto nelle caldaie, nelle stufe e nei motori più vecchi, mentre i Cov evaporano dai combustibili fossili, dalle vernici e dai  solventi. Mentre l’anidride carbonica può rimanere nell’atmosfera per secoli e il metano per decenni, queste sostanze si degradano molto più rapidamente, resistendo al massimo qualche anno. Questo significa che intervenire sui gas serra indiretti potrebbe avere rapidamente un impatto significativo sull’aumento delle temperature. I governi dovrebbero quindi includerli nei loro piani d’azione contro il cambiamento climatico.


da Adista del 18/04/2026

Il riarmo allontana pace e benessere: al via le giornate globali contro la spesa militare


Il 10 aprile scorso ha preso il via la XV edizione delle “Giornate Globali di Azione contro le Spese Militari” (GDAMS, acronimo di Global Days of Action on Military Spending), iniziativa che ogni anno, attraverso un mese di eventi promossi in tutto il globo, sensibilizza l'opinione pubblica mondiale sulla spesa militare e chiede alle istituzioni un riorientamento dei bilanci statali verso i bisogni reali delle comunità e del pianeta.

Le GDAMS sono promosse nell'ambito della Global Campaign on Military Spending (GCOMS, demilitarize.org), iniziativa internazionale permanente lanciata nel 2014 dell’International Peace Bureau (IPB, ipb.org) per arginare l’incremento continuo della spesa militare globale, per ridurre la spesa pubblica degli Stati destinata agli armamenti e riallocare ogni anno almeno il 10% della spesa militare verso esigenze sociali e climatiche.

In una nota dell’8 aprile, la Rete italiana Pace Disarmo (RiPD), che aderisce alle GDAMS, invita gruppi e organizzazioni della società civile italiana <<a organizzare iniziative pubbliche>> <<in occasione dell’Earth Day del 22 aprile>>. Denuncia l’insicurezza in cui è precipitato il pianeta negli ultimi anni, con un tasso di conflittualità e violenza mai visto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, frutto dell’<<imperialismo>>, della <<militarizzazione>> e dell’imposizione della forza bruta militare nelle relazioni internazionali. In questo scenario, sottolinea la RiPD, si registra una nuova corsa al riarmo - anche nucleare - sospinta dallo sviluppo di tecnologie innovative e letali (si pensi ai droni e all’IA applicata al comparto bellico) che ancora non incontrano un argine nei trattati e negli accordi internazionali.

Ogni anno la spesa militare globale tocca cifre da capogiro e, insieme, cresce l'instabilità e la conflittualità in numerosi scenari di guerra. Nel contempo, però, questi massicci investimenti non migliorano le condizioni di vita delle comunità a ogni latitudine e ignorano sfide epocali, come quella climatica, che rischiano di ipotecare il futuro dell'umanità e che richiederebbero maggiore attenzione da parte dei governi. Anche il Belpaese non è esente dalle accuse dei pacifisti: secondo la RiPD <<in Italia, le pressioni per portare la spesa per la difesa al 5% del PIL si sono già tradotte e si tradurranno in decine di miliardi aggiuntivi ogni anno per le armi. Fondi preziosi che vengono sottratti a sanità, scuola, welfare, transizione ecologica e cooperazione internazionale>>.

da Adista del 28/04/2026

Per i diocesani, l’unico antidoto al disordine USA è il diritto internazionale e (forse) l’UE


La crisi internazionale, resa ancora più eclatante dal conflitto che ormai da settimane divampa in Medio Oriente, è commentata sulla stampa diocesana con toni di aspra critica alla linea seguita da Usa e Israele. Non solo per le ovvie ragioni umanitarie che sempre dovrebbero accompagnare la valutazione di una guerra, tanto più da un osservatorio cristiano. Ma anche sotto un profilo geopolitico. E’ ormai chiaro a molte delle testate diocesane (contrariamente a un certo filo atlantismo riscontrabile fino a pochi anni fa, seppure corredato da elementi critici assenti in molta della stampa “laica”), che gli Stati Uniti sono un elemento di destabilizzazione degli equilibri mondiali; che non hanno più nessuna volontà di supportare i tradizionali alleati europei; che l’Europa deve riscoprire uno spirito unitario, unico antidoto alla frammentazione e al caos internazionale; che il diritto internazionale resta l’unico istituto all’interno del quale comporre i conflitti e percorrere sentieri di pace.


lunedì 6 luglio 2026

Questo è il canone per la celebrazione eucaristica di domani pomeriggio.

Il canone è stato realizzato tempo fa, in collaborazione con Fernanda e Anna, dal nostro caro amico Sergio Serafini che ci ha lasciati pochi giorni fa.
Domani sarà anche l'occasione per ricordarlo insieme.

La celebrazione inizierà alle ore 18:00.

Ci si potrà collegare già a partire dalle 17:45.

Il link per collegarsi è:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

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Trasformare la vita quotidiana


Ciao Sergio!
Tutta la Comunità cristiana di base di Pinerolo ti manda un forte abbraccio.

Da tanti anni con don Franco Barbero abbiamo camminato insieme alla scoperta del Dio della Vita, di cui ci ha parlato Gesù di Nazareth, che accompagna ogni nostro giorno e ogni nostra notte. Ora ti pensiamo sorridente fra le sue braccia.

Ti preghiamo o Dio, affinché tutti e tutte noi portiamo avanti ciò che tu Sergio per tutta la vita hai fatto: l’attenzione concreta a tutte le persone che faticano di più a vivere e la continua ricerca e fiducia in Te, o Dio.

Sappiamo, Sergio che tu continuerai ad amare e a sostenere Fernanda e Anna e anche noi, nel nostro piccolo, staremo loro vicini. Grazie per i tuoi sorrisi e le tue domande che andavano sempre al cuore delle questioni.
Maria Grazia Bondesan


P. Saluto all’assemblea


G. Oggi assaporiamo la gioia di essere donne e uomini che cercano e diffondono amore e solidarietà, come ci dice Matteo che ci fornisce la chiave per interpretare la nostra vita quotidiana e trasformarla.


1. O Dio, Padre e Madre,
anche oggi ci hai chiamati qui per incontrarTi.
Non è la prima volta che ci inviti alla preghiera,
per molte e molti di noi il dono dura da tanti anni.
Eppure ogni volta diventa una riscoperta di Te,
del Tuo amore, della Tua sollecitudine.
Tu hai accompagnato nel cammino di ogni giorno
donne e uomini prima di noi,
li hai liberati dalla paura e dalla insicurezza,
hai protetto i loro cammini.

2.O Dio, Tu hai deposto e acceso
nei nostri cuori e nelle nostre menti
il fuoco della vita e la torcia dell’amore.
Ci hai regalato le ali dei sentimenti
perché possiamo volare audaci verso la libertà.
Tieni vivi in noi la consapevolezza dei Tuoi doni
e il desiderio di una vita semplice e solidale.


LETTURE BIBLICHE

Matteo 17, 1-9


1Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. 3Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 4Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». 5Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». 6All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. 7Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». 8Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
9Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».

PREDICAZIONE
Lungo il cammino verso Gerusalemme dove Gesù sa che ci sarà “movimento” e sarà costretto ad esporsi oltre il già fatto fino ad allora, pensa di avere bisogno di estraniarsi con tre dei suoi discepoli forse quelli che gli hanno dato più a pensare. Pietro è stato richiamato a non essere satana e stare indietro a Gesù senza volere imporsi, probabilmente Gesù pensa che Pietro sia persona di grande cuore e di grande impegno, ma troppo “focoso” nelle sue azioni e lo vedremo a Gerusalemme, sarà lui ad impugnare la spada nel Getsemani e sarà lui a rinnegare il maestro. Giacomo e Giovanni proprio qualche giorno prima, tramite la loro madre, gli avevano chiesto di avere posti privilegiati di comando appena arrivati a Gerusalemme.

Insomma prende con sé i più problematici e li porta con sé in ritiro su un monte dove parla loro apertamente con il cuore in mano e il suo linguaggio è così toccante, pregnante, convincente e chiaro che appare loro come il vero profeta che essi aspettavano tanto da sembrare trasfigurato e brillare di luce propria. Insomma anche noi, nella nostra piccola esperienza di vita, abbiamo incontrato qualcuno/a che ci ha ammaliato con le proprie parole ed azioni tanto da sembrarci la “persona più bella del mondo” che ci proiettava la sua luce personale. Sicuramente è successo con la persona con cui abbiamo deciso di condividere la vita, ma anche con un compagno/a “spirituale” oltre che con una guida che ci ha aiutato a intraprendere un cammino di fede, di coscientizzazione, di pratiche quotidiane. Insomma la trasfigurazione di Gesù è la stessa che è capitata a noi in alcuni incontri di vita.

L’evangelista a questo punto ci fa riflettere su un secondo punto menzionando la costruzione di due capanne per i due profeti fondamentali per la fede ebraica Mosè ed Elia, profeti che sicuramente Gesù conosceva e di cui aveva ripreso alcuni passi biblici, ma non in maniera esattamente uguale, Gesù più volte ha troncato le citazioni conosciute o le ha adattate al suo linguaggio. Ecco che la nube che interviene al momento opportuno diventa un fattore teologico dell’evangelista per sollecitare la propria comunità sì a basarsi sui primi scritti, ma a ratificare che le parole e i comportamenti di Gesù sono di un altro tono, più attuale, più innovativo come già detto più volte da Gesù stesso : “non sono venuto a cambiare la legge, ma a portarla a compimento”, personalmente leggo questa frase come una nuova interpretazione teologica di Dio raffigurato “prima” come re amorevole ma anche vendicativo, buono ma anche guerriero mentre l’interpretazione data da Gesù è solamente come quella di un papà amorevole, perdonatore, accogliente, non giudicante. Una sostanziale differenza dall’immagine data dai vecchi profeti, questa nuova immagine ci può apparire in parte “nebulosa” e non facilmente interpretabile, ma è e sarà necessario percorrere un nuovo sentiero a malapena tracciato e a malapena visibile.

Questa nuova sensazione viene ben descritta dall’evangelista invitando la propria comunità a non rimanere chiusi in una tenda in un luogo appartato, al sicuro insomma tutto quello che ci insegna la tradizione è sicurezza del già visto e già fatto, mentre l’invito è di ritornare in mezzo agli altri/e, accettare di vivere un messaggio insicuro (per il momento attuale) ma che porterà frutti. C’è anche un invito a lasciar sedimentare l’inizio del percorso appena appreso, senza parlarne troppo apertamente ma viverlo prima nell’intimità della propria coscienza, ragionarci sopra e fortificarsi, insomma non comportiamoci come un falò luminosissimo e caldissimo che potrebbe durare poco, ma cerchiamo di essere brace sempre pronta ad incendiare un ramoscello in arrivo.
Sergio


LIBERI INTERVENTI


1. E’ bello sapere o Dio che Tu sei con gli uomini e le donne:
li spingi avanti come la generazione dell’esodo
a guadagnare, lottando, qualche palmo di libertà.
Tu sei lì, in questo felice ed ostinato desiderio
di andare avanti, sempre e ancora, o Signore.

2. Il cammino della liberazione, ora felice ora faticoso,
è il cantiere in cui si costruisce la fraternità:
Lì incontriamo la Tua presenza e il Tuo amore,
o Signore, roveto ardente che non Ti consumi.

1. Tu ci chiami a sperare, a non fermarci, a far festa,
ad accendere fuochi e a intonare canzoni di vita!
Ci inviti a darci la mano, a non misurare ciò che si dà,
a diventare poeti e fanciulli, come figli della risurrezione.

2. Questa mensa non sopporta la presenza degli idoli,
ci aiuta a svestirci delle nostre frasi fatte,
per amare questo oggi con il cuore dei profeti,
guardando lontano, nel futuro del regno che viene.


MEMORIA DELLA CENA DI GESÙ

G. Questo nostro spezzare il pane e bere il vino in memoria di Gesù, lasci tracce profonde nella nostra vita e ci dia la gioia di sentire la Tua presenza nella vita del mondo. Gesù era a mensa e Ti pregò, o Padre. Poi prese il pane, lo spezzò, lo divise dicendo: “Prendete e mangiate. Questo pane condiviso sia per voi il segno della mia vita. Quando farete questo, lo farete in memoria di me, di ciò che ho fatto e detto”. Poi prese la coppa del vino e disse: “Questo calice sia per voi il segno di un’amicizia che Dio continuamente rinnova con tutta l’umanità, con tutto il creato”.


P. PREGHIERA DI CONDIVISIONE


COMUNIONE


PREGHIERE SPONTANEE


BENEDIZIONE FINALE


Mare nostro che non sei nei cieli
e abbracci i confini dell'isola
e del mondo, sia benedetto il tuo sale,
sia benedetto il tuo fondale,
accogli le gremite imbarcazioni
senza una strada sopra le tue onde
i pescatori usciti nella notte,
le loro reti tra le tue creature,
che tornano al mattino con la pesca
dei naufraghi salvati.

Mare nostro che non sei nei cieli,
all'alba sei colore del frumento
al tramonto dell'uva e di vendemmia.
ti abbiamo seminato di annegati più di
qualunque età delle tempeste.

Mare Nostro che non sei nei cieli,
tu sei più giusto della terraferma
pure quando sollevi onde a muraglia
poi le abbassi a tappeto.
Custodisci le vite, le visite cadute
come foglie sul viale,
fai da autunno per loro,
da carezza, abbraccio, bacio in fronte,
madre, padre prima di partire.
(Mare nostro – Erri De Luca)

Anna, Fernanda e Sergio di Alessandria
per la Comunità Cristiana di Base di Pinerolo via Città di Gap




ADDIO SERGIO

Arriva inaspettata, nostra sorella morte,
quando silenziosa,
ti impedisce di avere ancora tempo
per pensare, soffrire, congedarti da chi ti vuole bene
e ti vorrebbe trattenere.

Arriva silenziosa
E impedisce che il distacco sia troppo penoso
E noi restiamo lì, senza parole, attoniti
perché per noi il tempo è il dilatarsi dell'attesa
È il bisogno che il legame non si spezzi.

Arriva inesorabile,
perché tra il prima e il poi
ci sia continuità, non frattura
Tu vedi subito la luce
non devi trovare dei perché
mentre noi ci facciamo le domande
e il Mistero è ancora lì e ci inquieta.

Tu hai superato il confine
tu che ti facevi sempre domande
sei il solo che ora hai le risposte.

A noi resta il bagaglio della tua presenza generosa
della ricchezza tormentata
del cammino compiuto
e che ciascuno di noi,
con più o meno intensità e in momenti diversi,
ha condiviso con te
e del quale si è anche nutrito

Sapremo vivere la mancanza,
continuando a farci domande,
a cercare insieme qualche risposta,
continuando il cammino…

Grazie Sergio
Anna Campora

da Domani del 24/06/2026

L’intelligenza artificiale non “libererà” il nostro tempo. Come non l’ha fatto la lavatrice

di Francesco M.S. Fiore Melacrinis


Nel 1983 la storica americana Ruth Schwartz Cowan pubblicò un libro che avrebbe dovuto cambiare il modo in cui raccontiamo il Novecento e la storia del lavoro, e in gran parte non l’ha fatto. Si intitolava More Work for Mother. La tesi, sostenuta da dati statistici, era semplice e spiazzante: fra il 1900 e il 1960 l’arrivo della lavatrice, dell’aspirapolvere e di tutti gli elettrodomestici che avrebbero dovuto liberare la donna dal lavoro domestico, aveva prodotto l’effetto opposto: le ore settimanali dedicate al lavoro in casa erano aumentate.


da Il Manifesto del 25/06/2026

<<Un mese senza sapere se fuori è giorno o è notte>>

di Enrica Muraglie


Il terminal tre degli arrivi a Fiumicino ha trattenuto il respiro fino alle tredici, quando sono comparsi i volti di Leonarda (Dina) Alberizia, Domenico Centrone e Matias Alvarez Rodriguez, tre dei dieci attivisti della Global sumud convoy detenuti a Bengasi per un mese e rimessi in libertà martedì. Gli altri sette, alla stessa ora, atterravano a Istanbul.

«FISICAMENTE un po’ acciaccati, soprattutto mentalmente stanchi: quello che abbiamo subito in questi giorni è inaccettabile», le prime parole di Centrone. Un trattamento riservato, ha sottolineato, a chi viaggia con «passaporti privilegiati».

Per Alberizia l’attenzione deve restare sulle ragioni della missione e della detenzione: «Siamo persone comuni che non riescono a tollerare di non fare qualcosa per modificare la situazione a Gaza». E subito la richiesta al governo di «adottare tutte le misure possibili per far rispettare il diritto internazionale e per applicare sanzioni verso chi sta portando avanti un genocidio».

AD ACCOGLIERLI, i volti amici: attivisti che hanno preso parte ad altre missioni della Flotilla, alcuni dell’ultimo convoglio di terra, quello degli oltre duecento. Centrone soffia le candeline del suo trentaquattresimo compleanno, per fortuna non dietro le sbarre.

La nebbia che ha avvolto i trenta giorni di detenzione comincia a diradarsi. Centrone racconta al Manifesto che il 24 maggio, al terzo tentativo di mediazione con i libici dell’est, il convoglio fatto di ambulanze, decine di case mobili e camion carichi di beni di prima necessità, medicinali e protesi si è avvicinato al checkpoint che segna l’inizio della zona cuscinetto tra le due Libia. La strategia prevedeva di mandare avanti due ambulanze per trattare il passaggio – anche soltanto degli aiuti – con la Mezzaluna rossa.

Ad attendere il convoglio, all’orizzonte, una ventina di mezzi blindati e una quarantina di militari. Ma a quello schieramento il gruppo degli undici non arriverà mai: un suv bianco taglia loro la strada, obbligandoli a scendere. Gli attivisti non erano ancora entrati nel territorio della Cirenaica e per questo «l’accusa di immigrazione illegale ci sembra assurda». Sono stati portati dentro la Libia dell’est con la forza e poi rapiti.

LA PRIMA perquisizione è brusca, a Centrone strappano la maglietta. Medicinali riversati fuori dall’ambulanza, oggetti personali spariti. Uomini e donne separati, le donne sul suv bianco, gli uomini in un blindato senza finestre. L’attivista tunisino Achraf Khoja, poi rilasciato, viene portato via da solo. Il terrore per una persona del Maghreb che «in quella situazione rischia molto di più».

Poi l’arrivo in un centro di smistamento per migranti a Sirte e la prima notte è quella degli interrogatori. Le guardie carcerarie tentano di estorcere i nomi dei libici dell’ovest che partecipavano al convoglio, e di scovare connessioni con i Fratelli musulmani o con Hamas. I toni sono duri, urla e minacce. Centrone viene interrogato dalle due alle cinque e mezza del mattino, la conclusione della nottata è surreale: i militari gli mostrano foto di attrazioni turistiche libiche. Il suggerimento è di tornare in vacanza anziché in missione umanitaria.

LA SERA del 25 maggio la falsa speranza del rilascio: l’aeroporto di Sirte è deserto, gli attivisti vengono fatti salire su un charter diretto a Tripoli con tanto di scuse ufficiali da parte dei rapitori e l’augurio che fosse stata un’esperienza «non troppo difficile». Poi l’annuncio in arabo della vera destinazione, Bengasi: «Ci hanno detto che avremmo fatto scalo lì e poi saremmo partiti per l’Italia». L’epilogo è un po’ diverso. A bordo di un suv, gli attivisti attraversano il centro vivissimo della città e si allontanano verso la periferia: «Abbiamo capito che le cose stavano andando male». L’approdo è infatti una caserma senza nome e senza insegne. Via i lacci delle scarpe, quelli dei pantaloni, uomini e donne in celle diverse ma ugualmente brutali: «Pareti con impronte di mani, scritte in arabo, disegni. Un materasso di spugna di tre centimetri. Eravamo pronti per tornare a casa, e invece siamo finiti in carcere».

Il tempo comincia a sfumare perché «non capisci se è giorno o notte, non sai che ora è», e la situazione peggiora con i due giorni di isolamento. Per sentirsi vicini agli altri si picchietta sulle sbarre, si intona «Bella ciao», «El pueblo unido», «Free Palestine». Il dentifricio come inchiostro per segnare sulle pareti i propri nomi e il calendario. Uno spazio di due metri e mezzo per due e mezzo, blatte, zanzare e una piccola fessura in alto da cui filtrava luce artificiale.

MA IL PROCESSO intero «è stato sfiancante mentalmente per la lunghezza e per il carattere di segregazione», sottolinea Centrone, e ha reso chiaro che a un certo punto gli attivisti sono diventati «una moneta di scambio». Le accuse di immigrazione illegale prima, e di assembramento in zona di sicurezza poi, non hanno retto: per ammissione dello stesso console italiano a Bengasi nel corso delle uniche due visite, e dei consoli degli altri paesi la partita – come la definisce l’attivista – «si è giocata non solo su un piano giudiziario, era un caso politico che ha toccato anche le viscere della politica interna libica».


da Il Fatto Quotidiano del 25/06/2026

“Ma quale nuova Sigonella, Meloni ha violato la Carta: l’italia ha partecipato in via indiretta a guerra illegale”

di Luca De Carolis


Giuseppe Conte non manifesta dubbi: “Non esistono trattati o protocolli con Paesi alleati che consentano al governo di violare i principi costituzionali, a cominciare dall’articolo 11 della Carta, secondo cui ‘L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali’”. Le dichiarazioni del Segretario generale della Nato, Mark Rutte, sui 500 aerei partiti dalla basi americane in Italia per sostenere gli attacchi all’Iran hanno aperto l’ennesimo fronte per il governo Meloni. E viene da chiedersi perché Rutte le abbia rilasciate: magari, per dare un segnale alla premier che è in aperto scontro con Donald Trump? Conte ha un’altra lettura: “Il Segretario dell’Onu ha voluto sottolineare il ruolo strategico avuto dall’Italia nella guerra all’Iran, così da creare un clima più sereno tra Washington e Roma. Ma così ha sollevato il velo dell’ipocrisia su questa vicenda, e soprattutto ha scoperto Meloni sul piano interno. Le sue parole hanno spazzato via le favolette con cui il governo aveva alimentato la narrazione della premier come nuova Craxi, paragonandola all’ex premier socialista che negò l’uso della base di Sigonella agli Stati Uniti. Una sciocca invenzione a cui l’esecutivo si era aggrappato, per cercare di coprire i suoi problemi sulla politica estera”.

Ora, secondo l’avvocato, quell’impostura sta venendo meno. Però c’è anche un piano normativo in questa storia. Per esempio, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha replicato: “Quelli che fanno polemica dovrebbero sapere che parliamo della gestione tecnica di accordi di cui si occupano le strutture tecniche della Difesa e non di scelte politiche che variano”. Ha così torto? L’ex premier scuote la testa: “Glielo ripeto, nessun trattato può consentire a un governo di contribuire a guerre o attacchi al di fuori del diritto internazionale, come quello contro l’Iran”.

Lei quando era a Palazzo Chigi li avrà letti, questi trattati... “Io posso dirle che quando ero al governo abbiamo interrotto le forniture di armi agli Emirati e all’Arabia Saudita quando abbiamo avuto la certezza che nella guerra in Yemen violavano il diritto internazionale, e che le basi in Italia sono state concesse solo per interventi dentro il perimetro del diritto internazionale, come gli attacchi contro i capi dell’Isis e di al Qaeda, o il ponte aereo per evacuare Kabul”. Va bene. Ma dall’esecutivo parlano di voli per “il solo supporto logistico o tecnico”. Non c’è una differenza anche di sostanza con gli aerei che vanno a bombardare? Conte ridice di no: “Sappiamo bene di cosa stiamo parlando, e lo abbiamo denunciato più volte: ossia di aerei spia, droni di ricognizione e di aerei cargo partiti da Sigonella verso l’Iran. Altro che supporto meramente logistico”. Sta dicendo che l’Italia ha partecipato alla guerra contro l’Iran? L’ex premier scandisce: “Questo governo ha partecipato quantomeno in modo indiretto a una guerra illegale. Questo è un fatto. Ma d’altronde stiamo pagando la nostra ambiguità con Washington, e quella frase di Meloni, “non condanno e condivido”, sull’operazione Epic Fury. Oltre al fatto di aver dato sostegno al genocidio a Gaza”.

Crosetto ha assicurato che può far fornire dalle strutture militari dettagli su ogni aereo partito dall’Italia. Non le sembra comunque un segnale di trasparenza? “Qui il punto non è rispondere con migliaia di dati tecnici. Qui la questione è tutta politica, e per questo la presidente del Consiglio deve venire a riferire in Parlamento sulla politica estera. È tempo che faccia un esame di coscienza di fronte al Paese, per aver assunto impegni insostenibili sulle spese militari mentre tagliava i fondi per il sociale”. State discutendo con gli altri leader delle opposizioni su cosa fare ora? Conte risponde che non c’è stato il tempo. “In ogni caso, ora Meloni deve venire in aula, dove proverà a rivendicare il suo orgoglio personale. Quello nazionale non lo ha difeso quando doveva. Ma il suo sta scolorendo nella tracotanza”.