mercoledì 28 luglio 2021

 

L’India e la criminalizzazione dei matrimoni


 interreligiosi: tra leggi anti-conversioni e


 islamofobia


In India, negli stati dellUttar Pradesh, Uttarakhand e Madhya Pradesh sono state approvate delle leggi anti-conversioni da parte del BJP, partito della destra nazionalista indù, esacerbando la politica discriminatoria su base religiosa a danno delle minoranze musulmane.

In questi giorni lIndia si trova a far fronte ad una seconda ondata di coronavirus, riportando 1,761 morti solo nelle ultime 24 ore, il più alto numero dallinizio della pandemia, ed eleggendo il paese a nuovo epicentro globale del virus.Per il secondo paese col più fragile sistema sanitario al mondo, la situazione pandemica è aggravata da altre difficoltà che sul fronte interno generano malcontenti e proteste. Si tratta delle recenti leggi anti-conversioni approvate dal Partito Popolare Indiano e presentate come leggi sulla libertà religiosa”.

Le suddette si propongono, realisticamente, di proibire le libere conversioni, danneggiando la già fragile protezione delle minoranze musulmane, a ragion del vero le più vulnerabili del paese. Ed il loro effetto più evidente è quello di alimentare e promuovere quella cultura dellodio per il diversotra le varie comunità del paese: è quella alterizzazione(in inglese otherization) che è imperativo per un governo proiettato sul nazionalismo spietato…

La teoria della love jihadaffonda le sue radici in un passato non troppo lontano, quando a partire dagli anni venti, in particolare nello stato del Kerala, gruppi di nazionalisti estremisti costruirono a tavolino questa strategia camuffata da complotto, dando lavvio ad una campagna contro il rapimentodi donne indù da parte di uomini musulmani e che nel corso degli anni si sarebbe consolidata e diffusa anche altrove nel paese.

Le leggi contro il love jihadsono state messe a punto in virtù di una presunta (senza alcuna evidenza credibile) cospirazione secondo cui i musulmani provino ad adescare le donne indù con lo scopo di sposarle e convertirle allIslam, al fine di conseguire la cosiddetta sostituzione demografica.Secondo il pensiero di molti esponenti della destra, ciò sarebbe parte di un piano più grande finanziato dal vicino Pakistan, paese a maggioranza musulmana.

La legge vieterebbe quindi la conversione anche ai fini del matrimonio, stabilendo che chiunque si voglia sposare fuori dalla propria comunità religiosa lo debba comunicare prima al governo locale due mesi prima, per permettere ai funzionari di verificare che la relazione sia sincera. Se viene stabilito il contrario, luomo rischia fino a cinque anni di carcere. Nel caso, poi, che la donna provenga da un gruppo di casta bassa il massimo della pena aumenta fino a 10 anni di carcere. Il presupposto della legge è che ogni conversione religiosa avvenga senza consenso, e che le donne di casta inferiore siano particolarmente incapaci di decidere per sé”.

E’ evidente lislamofobia che sottende questa scelta legislativa, e che inizia già ad esplicare il suo meccanismo repressivo attraverso larresto di numerosi uomini musulmani considerati un pericolo per le donne del paese. Come se ciò non fosse già abbastanza preoccupante, qualsiasi parente della donna può rivolgersi alla polizia se ritiene ci sia anche il più insignificante sospetto, e per tale motivo gli uomini musulmani spesso si fingono indù.

Anche lo stato centrale del Madhya Pradesh non è esente dai meccanismi di esclusione che sagomano spietatamente la vita delle persone, su tutte le donne e i musulmani. Secondo stato più grande per area e quinto per popolazione, con oltre 72 milioni di residenti, qui il BJP risulta essere il partito di maggioranza, ed il governatore Anandibel Patel ha di recente approvato una delle legge anti-conversioni in linea di continuità con le policy adottate anche da altri stati in materia, avallando quelle pratiche di emarginazione religiosa che lIndia supporta ormai da anni…A conti fatti, con lapprovazione di suddette leggi, lo Stato si sostituisce con prepotenza alla libertà del singolo dettando divieti che minano profondamente il pluralismo religioso sancito costituzionalmente ed esacerbando i problemi del paese sul fronte interno.
Come conseguenza di ciò, molte coppie decidono di lasciare gli stati in cui le leggi sono vigenti per spostarsi in posti considerati più sicuri, come Delhi, ove i matrimoni inter-religiosi riescono ad essere facilitati…Un aspetto da considerare positivo o, almeno in linea teorica rassicurante, è la recentissima decisione adottata dalla Corte Suprema indiana, che ha respinto le leggi contro le conversioni religiose dichiarandole incostituzionali. I cittadini indiani ripongono speranza nella effettiva forza ed autorevolezza della sentenza della Corte, auspicando in un cambio di marcia da parte dei singoli stati che allo stato attuale si pongono di fatto come contravventori di una serie di garanzie costituzionali inviolabili.

                                                            Maria Dalila Di Bartolomeo -

                                                            30 Aprile 2021

 

La speranza si perde nella giungla


È stato definito la giungla di Calais, un nome che dice tutto. Ma a rendere quell'immenso campo profughi un inferno in piena Europa non sono migliaia di rifugiati asiatici e africani accalcati vicino alla città francese, nella speranza di saltare su un treno e, attraverso il tunnel della Manica, raggiungere di nascosto il Regno Unito. 

È piuttosto la nota spietata della sopravvivenza: le tende di plastica rabberciate, l'ex discarica che diventa un pantano quando piove, il freddo che arriva a 10 sottozero. E poi le violenze della polizia, i cani, i fili spinati... I troppi sogni traditi, perché lì c'è chi è rimasto intrappolato per anni, chi è morto, chi è svanito nel nulla.

Ufficialmente oggi la giungla non c'è più, è stata sgomberata a forza nel 2016. Ma chi non si rassegna ricostruisce mini- giungle, che per lo Stato francese non esistono. E il dramma continua, ignorato. 

A ricordarlo è un intenso e poetico docufilm dello spagnolo Jesús Armesto che, dopo varie rassegne europee, ha appena partecipato al Festival della salute mentale lo Spiraglio, vincendo il premio Samifo: si intitola I Borghesi di Calais come la statua di Auguste Rodin, dedicata ai 6 cittadini che nel 1347, durante la Guerra dei cent'anni, si offrirono ostaggi agli inglesi in cambio della liberazione della città. 

Sottotitolo: L'ultima frontiera, simbolo di mille barriere e campi profughi, dove anche in condizioni disperate continua a scorrere la vita.

Perché in quel baratro sono nati una scuola, una chiesa, una moschea; ci si lava con l'acqua piovana raccolta in un bicchiere; si protesta cucendosi la bocca con ago e filo. Ci sono anche bambini non accompagnati. Volontari che si fanno in quattro. 

C'è un cartello: «Impariamo a vivere insieme, se no finiamo per morire soli, come idioti. (Il film è su vimeo.com/ondemand/iborgouesidicalais)


                                    Antonella Barina, Il Venerdì 16 luglio


 

Mons. Debernardi «Il Burkina è la mia casa»


A Pinerolo per qualche settimana, ma a Ouadadogou mi sento a casa. «Qui la malaria uccide più del Covid»
Mons. Pier Giorgio Debernardi è a Pinerolo, ospite dei padri Oblati. Un rientro dal Burkina Faso di poche settimane: «
Per qualche visita di controllo, vista l'età e il desiderio di salutare gli amici. Ho già programmato il ritorno nella prima metà d'agosto. Sento la necessità di tornare perché or-mai quella terra la percepisco come casa mia».

Da tre anni il vescovo emerito vive a Ouadadogou, capitale del Burkina, e qui si trova in famiglia: «Esperienza missionaria tardiva, ma la vita di chiesa che sto facendo qui è entusiasmante. Tantissime le vocazioni. L'ultima ordinazione, nella Diocesi dove risiedo, ha visto ben 22 candidati. Non vocazioni di comodo, ma preti teologicamente preparati, attivi, con grande capacità».


Nonostante gli 81 anni il vescovo emerito è presente su diversi fronti. È animatore spirituale all'Università cattolica Shalom dove risiede: «
Qui metto a frutto anche la mia laurea in Lettere, insegnando lingua e letteratura italiana. Una conoscenza dell'italiano che permetterà di fare, soprattutto agli studenti in Scienze della comunicazione, stage anche in Italia presso testate giornalistiche». Affianca il cardinale arcivescovo di Ouadadogou nelle occasioni ufficiali.


"Acqua nel Sahel" (ovvero i 55 pozzi finora già realizzati, grazie all'aiuto di conoscenti, enti, comunità, per fornire acqua potabile nei villaggi) è l'iniziativa che più lo lega agli amici in Italia. Infine è il referente della
Conferenza Episcopale Italiana per i progetti in Burkina.


Qual è la situazione della pandemia in Burkina? La vaccinazione procede a rilento: «
Il virus qui ha colpito assai poco e per l'età molto giovane della
popolazione e forse anche per il caldo, mai inferiore ai 30°. Io
stesso mi sono vaccinato la scorsa settimana al Cottolengo di Torino e il richiamo a fine mese. Ma a fare strage qui, soprattutto di bambini, è la malaria. L’ho sperimentata sulla mia pelle lo scorso anno. Ti distrugge, annebbia la mente e se non curata adeguatamente conduce alla morte. Devo la mia salvezza all'ospedale dei padri Camilliani, sono quasi tutti burkinabé, eccezionali e preparati: molti hanno studiato medicina in Francia o al Gemelli di Roma
».


Università, ospedali, scuole dimostrano come la Chiesa cattolica sia ben viva in Burkina: «
Nel Sud del paese quasi il 50% della popolazione è cattolica. Meno nel Nord, dove c'è una forte prevalenza di musulmani. È una terra ricca di conversioni, in particolare dalle religioni tradizionali. Nella sola Veglia pasquale di quest'anno si sono avuti 5.896 battesimi
di adulti
». Costante rimane il dialogo interreligioso, in particolare con l'Islam: «A Pinerolo mi era familiare il dialogo ecumenico, in particolare con i valdesi. Qui avviene tra le religioni, in particolare con l'Islam moderato. Non ci percepiamo in antagonismo, ma come variegata famiglia di Dio»,
La tanta violenza che in nome di Allah flagella soprattutto la fascia del Shael nel nord del Paese non fa certamente parte della cultura di questo popolo: «
Anzi, è un vero e proprio martirio dove i più colpiti sono gli
islamici moderati e gli imam che li guidano. Non passa giorno che nei villaggi del nord non avvengano stragi. Tra le più violente quella del 6-7 giugno scorso, quasi sottaciuta dalla stampa occidentale, dove in una sola notte nel villaggio di Solhan sono state uccise 162 persone
».

                                                  ROMANO ARMANDO, L’Eco del Chisone 14 luglio


LA VIOLENZA NASCOSTA NEI CENTRI D'ASILO TICINESI

È sera quando un migrante rientra da una passeggiata nel centro federale d'asilo di Balerna, a tre chilometri dal confine italiano. Gli

agenti di sicurezza lo perquisiscono, usano modi particolarmente aggressivi e umilianti.
Il ragazzo si divincola e si rifiuta di sottoporsi alla pratica. Viene immobilizzato, denudato e lasciato per diverso tempo in questo stato negli ambienti comuni, sotto gli occhi di tutti. Poi viene chiuso
sempre nudo e per almeno un'ora nella "sala di riflessione", un container senza finestre situato in cortile.


Il coprifuoco
È solo una delle tante storie che arrivano dai centri d'asilo ticinesi. I migranti che popolano queste strutture non sono criminali, si tratta di persone arrivate nel paese e in attesa di vedere accolta o rigettata la loro richiesta di permanenza. Possono restare nei
centri fino a un massimo di 120 giorni e la loro condizione non è tanto diversa da quella dei detenuti in stato di semilibertà.

Si può uscire solo alla luce del sole, alle 19 scatta il coprifuoco. Per mangiare e prendere i medicinali ci sono finestre temporali prestabilite, guai a violarle. Altre regole ferree, come il divieto di portare beni di vario tipo all'interno, complicano la quotidianità. Se
qualcosa non va per il verso giusto nella migliore delle ipotesi si vedrà sospeso il
pocket money settimanale e il diritto all'uscita, nella peggiore si dovrà far fronte alla violenza fisica e psicologica.
Un rapporto di Amnesty International uscito a maggio denuncia i maltrattamenti e le violenze subite dai migranti nei centri federali d'asilo della Svizzera tedesca e francese. Umiliazioni, percosse, forme di contenimento fisico tali da limitare la respirazione e causare una crisi epilettica, isolamenti forzati nei container, ricoveri e negazione delle cure sanitarie, per un totale di decine di casi verificatisi tra gennaio 2020 e aprile 2021. Dalle testimonianze che abbiamo raccolto di associazioni locali per i diritti umani, migranti e
di chi in questi centri ci lavora, emerge però che le violenze avvengono in modo sistematico anche nei centri d'asilo di Chiasso e Balerna, situati proprio in prossimità del confine italiano di Como e popolati da una media di 150 ospiti complessivi.

Violenze al confine
C’è il caso di un cane degli addetti alla sicurezza che ha aggredito uno degli ospiti, poi rinchiuso nella "sala di riflessione" per aver colpito l'animale nel tentativo di difendersi.
Ci sono ripetute storie di alterchi tra i controllori e i migranti risolti in calci e pugni contro questi ultimi, con ricoveri in ospedale, prognosi di diversi giorni e dolori che si trascinano per mesi.
Un'altra costante è l'utilizzo di spray al pepe e al peperoncino all’interno delle sale quando si verificano momenti di tensione, con problemi respiratori per le persone che ne subiscono gli effetti. A un ospite con pesanti disturbi psichici è stata negata l'assunzione dei suoi psicofarmaci perché si è presentato troppo tardi allo sportello: per quel giorno niente, ne è conseguita una violenta crisi punita nella solita stanza esterna. Nemmeno le donne e i minori vengono risparmiati da questa violenza e in punizione nel container ci sarebbe finito anche chi ha meno di 18 anni. Un'altra testimonianza racconta di un ragazzo chiuso lì dentro che urlava di dover andare urgentemente in bagno. La sicurezza gli ha intimato di stare zitto e di farsela nei pantaloni, lo hanno liberato dopo sei mesi.

Denunce e silenzi

Alcuni di questi casi sono finiti in tribunale, un'associazione che si occupa di diritti umani ha raccolto negli ultimi due anni una decina di segnalazioni credibili provenienti dai centri ticinesi.
La maggior parte degli episodi rimangono però silenti. I migranti non hanno il tempo di denunciare, i tempi della magistratura sono molto lunghi e la loro permanenza nei centri e più in generale in Svizzera spesso ha i giorni contati.
Oltre a questo, esporsi proprio nel momento in cui si è in attesa della concessione dell'asilo rischia di avere controindicazioni per il proprio status. Gli abusi vanno allora avanti e chi lavora all'interno
ci descrive un sistema dove «niente funziona e non c'è dignità di trattamento nei confronti delle persone».
Il quadro ricorda quello dei terribili centri per il rimpatrio (Cpr) italiani, dove morti sospette e violenze vengono denunciate da anni. Nel caso dei centri federali d'asilo del Ticino il problema avrebbe a
che fare con la società privata che si occupa della sicurezza,
la Securitas SA.
Come si legge sul sito, i suoi dipendenti fanno un po' di tutto, dalla sorveglianza delle case private durante le ferie al presidio di eventi e fiere, passando per il controllo degli autosilo e della circolazione stradale.
In questo pacchetto si inserisce anche l'attività nei centri di accoglienza, svolta dunque da personale con una preparazione generica e poco adatta al contesto particolarmente delicato. Contattata per una replica, la società non ha ri-Sposto.
Come racconta una fonte, quando la cosa è stata fatta presente all'organo che gestisce i centri, la Segreteria di stato della migrazione (Sem), la risposta è stata che gli addetti alla sicurezza svolgono un apposito training di comunicazione interculturale e prevenzione del rischio.
La sua durata è però di una giornata, a riprova di come si stia sottovalutando il tema dell'addestramento.
E se il problema è a monte, anche nella soluzione delle criticità le cose non vanno meglio. Una testimonianza racconta di un addetto di sicurezza particolarmente violento che negli ultimi mesi è stato punito non con il licenziamento ma con trasferimenti continui
da una struttura all'altra.
Un'altra costante sono poi gli insulti razzisti contro i migranti, rivolti in italiano per non farsi capire. In generale, c’è un clima di ostilità degli addetti contro gli ospiti.

Doppia faccia
Ma la situazione è tesa anche tra i lavoratori dei centri d’asilo.
Da una parte chi tra gli operatori della sicurezza porta avanti un sistema fatto di abusi di potere e rapporti verticali, dall'altra chi tra gli educatori e gli assistenti si batte per mettere una pezza a una situazione definita insopportabile e subisce minacce velate e
pressioni.
Anne Cesard, portavoce della Sem, ha negato le accuse di
violazione dei diritti umani:
«Non corrispondono per nulla alla realtà in uno stato di diritto come la Svizzera».,
Un assistente impiegato in un centro ticinese si rammarica invece dell'opposto: «Chi supera il confine penserebbe di trovarsi in un luogo sicuro. I fatti dimostrano che non è così».

Domani 9 luglio



LA PETIZIONE E IL SILENZIO

 Perché Cartabia non riferisce in parlamento sui pestaggi?

Quasi ventimila persone hanno firmato una petizione lanciata da Domani tramite change.org che chiede, tra l'altro, una cosa molto semplice: che il ministro della Giustizia Marta Cartabia venga in parlamento a spiegare com’è stata possibile la violenza di stato nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, quali lezioni ne ha tratto e cosa farà il governo per evitare che si ripeta. Spetta proprio a lei, perché gli agenti che si sono macchiati delle violenze rivelate dal nostro giornalista Nello Trocchia appartengono al corpo della polizia penitenziaria che risponde al ministero della Giustizia.
Ministero che, durante il governo Conte II, ha avallato la versione fornita dai responsabili del pestaggio anche se era già ampiamente noto, grazie agli articoli di Domani e non solo, che era fondata su bugie e parte di un tentativo di depistaggio dell'inchiesta giudiziaria.
In questi giorni la ministra Cartabia ha sospeso gli agenti indagati che, incredibilmente, erano ancora in servizio nelle carceri a oltre un anno dal pestaggio. Poi ha fatto sapere a Repubblica di avere "un nodo alla gola" di fronte alle immagini (che pure noi avevamo cercato di farle vedere in anteprima, senza successo). Da un retroscena sempre di Repubblica apprendiamo poi che la ministra pensa che occorra "una riflessione sull'accaduto" che "bisogna capire come questi fatti siano potuti avvenire" e così via. Sappiamo anche che ha parlato col premier Mario Draghi.
Benissimo, ma la notizia del pestaggio a Santa noi l’abbiamo pubblicata il 28 settembre 2020, i 13 morti dopo la rivolta nel carcere di Modena risalgono a marzo 2020. Di quanto tempo pensa di aver bisogno la ministra Cartabia per farsi un'idea? Come pensa si sentano i 53mila detenuti nelle carceri italiane e i loro parenti a vedere una ministra della Giustizia che ha il tempo di confidare i suoi turbamenti a tutti i giornali ma non di intervenire in parlamento e fare un'analisi chiara e prendere impegni netti e precisi? In questi giorni è molto occupata a negoziare la contro-riforma della prescrizione, lo capiamo, ma se trovasse una mezz'ora per parlare di Santa Maria Capua Vetere in parlamento la credibilità vacillante del sistema giustizia ne trarrebbe un gran beneficio.

STEFANO FELTRI

Domani 9 luglio














IL "NON LO SO" DEL PAPA: ECHI DI UN GRUPPO BIBLICO

di Guido Piovano


4 gennaio 2018, Papa Francesco: «Sai, ci sono "perché?" che non hanno risposta. Per esempio: perché soffrono i bambini? Chi può rispondere a questo? Nessuno. Il tuo "perché?" è uno di quelli che non hanno una risposta umana, ma solo divina. […] Ma è un "perché" per il dopo, all'inizio non si può sapere. Io non so il "perché", non posso neppure pensarlo; so che quei "perché?" non hanno risposta. Ma se voi avete sperimentato l'incontro con il Signore, con Gesù che guarisce, che guarisce con un abbraccio, con le carezze, con l'amore, allora, dopo tutto il male che potete aver vissuto, alla fine avete trovato questo. Ecco "perché"».

 

L'altro giorno un terribile nubifragio su Racconigi: grandine, tanta acqua nelle cantine e nei sottoscala, alla fine un arcobaleno annunciava la riappacificazione della natura con l'uomo. Era di nuovo pace tra cielo e terra.

L'uomo è imperfetto, capace e libero di scegliere tra bene e male, capace e libero di ascoltare la voce di quegli uomini, i profeti, che ci hanno raccontato Dio, quegli uomini che nelle Scritture ci parlano della "volontà di Dio".

Pensate invece ad un uomo-robot, obbligato al bene in un mondo perfetto, mi viene da dire, un mondo dove la solidarietà non avrebbe motivo di essere, dove la cura dei più deboli, l'attenzione agli ultimi non avrebbero senso per assenza dei medesimi così come priva di senso sarebbe ogni forma di cooperazione umana. Cosa sarebbe l'uomo in un mondo simile: un robot, appunto.

Dio per l'uomo ha scelto diverso: ci ha voluti liberi, in evoluzione continua e ben consapevoli di dover tendere al bene. Sappiamo cos'è il bene e sappiamo fare il male, siamo votati al bene, ma torniamo spesso a compiere il male.

Già, ma quando la natura si scatena, non è l'uomo a compiere il male! Vero, ma riuscite ad immaginarlo un uomo capace di compiere il male in una cornice, in un mondo, perfetto? Dunque anche la terra, il vento, le rocce, il sole possono compiere il male, anche la natura può trasgredire, ma l'arcobaleno, ci dice appunto che loro "lo sanno", e tornano al bene.

Allora i bambini possono soffrire, ma l'affetto, la vicinanza, i valori della solidarietà sono tutto per loro. E per noi.

Un cristianesimo triste e senza speranza, oserei dire, con una fede povera, ha sempre pensato di dovere "accettare la volontà di Dio", con questo volendo dire di accettare con fiducia la malattia, la disgrazia, il dolore, come provenienti da un Dio che ci mette alla prova. No, Dio non ci manda le disgrazie; esse appartengono alla nostra condizione. Non dobbiamo "accettare la volontà di Dio", ma "fare la volontà di Dio", cioè aderire con forza al progetto di umanità che è fin dall'inizio nei piani di Dio, ma che Lui non può realizzare senza di noi. Il paradiso terrestre non è la realtà perduta di cui nel mito biblico, ma una realtà da costruire qui sulla terra, fin da ora.


(da Diversamente Chiesa, Insonnia mensile di Racconigi, luglio 2021, pag. 6 - contatti@insonniaracconigi.it)

APRIAMO UNO SPIRAGLIO AL NOSTRO FUTURO

 

"Anche oggi, Signore, io vedo guerra e stragi intorno a me; vedo profughi vaganti e bambini ansimanti. E intanto troppa gente si bea degli agi: disuguaglianza atroce, e ingiusta, che fa la nostra terra così angusta.

Se non a te, a chi dirò la mia disperazione fosca? Non vedo tregua a quei lamenti, non vedo fine a tutti quei tormenti: dal web alla tv, dai social ai giornali, è un diluvio di eventi oscuri e sconvolgenti.

E' questa, Signore, la bestia umana che da sempre siamo? Perché gustiamo il male che facciamo e il dolore che diamo? Perché d'odio in ogni istante s'insozziamo?

Rassegnazione e assuefazione alla ferocia primordiale: l'obiezione è totale, il mio sgomento abissale. Questa la storia molesta, la realtà funesta fin dal primo giorno il disamore l'anima ci appesta.

Si fa fatica perfino a respirare. Le foreste scompaiono bruciate, l'aria ci muore nella gola, la natura è abbandonata alla nostra furia suicida e smisurata.

Il deserto avanza e intona la sua macabra danza; i campi un tempo generosi sono da tempo aridi e fumosi, ne abbiamo fatto dei cimiteri spaventosi.

Ma dove stiamo andando? Misuriamo il nostro vantaggio col prodotto interno lordo: intanto muore il faggio, la pace è sempre più un miraggio e il ricco ingordo pensa all'oggi perché al domani è sordo.

L'acqua avveleniamo e l'aria neghiamo a chi meschino verrà dopo di noi: gli prepariamo un destino angusto rubandogli il futuro. Ci gonfiamo l'intestino e uccidiamo il nostro bambino.

Ormai stranieri a questa terra mentre la morte già ci afferra, con la speranza del domani anche la nostra casa abbiamo rasa.

Ma noi andiamo avanti, col carpentiere sovversivo lavoriamo e combattiamo! Salviamo il salvabile di questo mondo così fragile, di questo tempo così labile e incerto perché il mondo sia domani un nuovo concerto.

Avanti, non cediamo! Uno spiraglio al futuro ancora apriamo. Basta che amiamo e combattiamo: sappiamo quel che facciamo".

 

GILBERTO SQUIZZATO, Sussurri e grida, Salmi laici e cristiani per il nostro tempo, n. 120 pag. 270

ANNA SIMONETTI




Due mani robuste si stringono con forza: è la solidarietà, solidarietà alle donne che subiscono violenza sia fisica che psicologica, devono sentire la solidarietà di tutte/i, non deve mai mancare.
L'orologio segna il tempo: ognuno ha il suo tempo sia per raccontare sia per ascoltare, avere tempo è importante per la volontaria, tempo per interiorizzare la storia e riuscire a dare sostegno, tempo per chi chiede aiuto per riconoscersi nel suo tentativo di apertura verso l'esterno, non nascondersi più agli altri e soprattutto non nascondersi più a se stessa.
I fiori sono il simbolo del tempo e della riflessione: i fiori vanno curati, sono fragili ed hanno un loro tempo di assorbimento della sostanza per poi svilupparsi. Non si può affrettarne la crescita e non devono essere tagliati. La loro vista allieta l'animo e distende lo spirito.
Sotto ci sono le due categorie a rischio: i bambini e la donna. Nell'immagine una giovane, felice donna che si affaccia alla vita.
A fianco, un groviglio di braccia e mani da cui spuntano volti di donne e di uomini, mani che offrono aiuto. Uomini e donne perché devono combattere insieme per cambiare la considerazione sessista della donna e questo deve iniziare ad accadere proprio nell'ambito della famiglia, prima cellula della società, in cui però accade il maggior numero delle violenze contro le donne.
Sono tante le storie, dobbiamo raccontarle ma dobbiamo lavorare per costruirne di nuove, giuste e belle come la treccia che mani antiche ed esperte riescono ad intrecciare.

Sarà un lungo percorso, sole o in compagnia, a volte sembrerà senza svolte, ma bisogna andare avanti, forse lentamente, su una strada che potrà essere anche solitaria. 

Nell'ultima immagine, due donne, alunna e insegnante, si scambiano sapere e conoscenza in un'aula scolastica, lo stesso potrà accadere all'interno di un'associazione, come Mai più sole, dove esperienza, confronto e sostegno saranno di aiuto per trovare la strada giusta.

Questi due incontri che l'associazione ha organizzato per le aspiranti volontarie, hanno ancora una volta sottolineato l'importanza di lottare contro la violenza che si abbatte sulle donne e l'importanza del sostegno alle donne violentate, ma sono sempre più convinta che se il sostegno deve venire senz'altro dalle donne, la lotta va fatta insieme a uomini giusti, compagni, figli… perché finalmente diventi bene comune della società il concetto che l'amore non è possesso, bensì rispetto.

Non so quanto potrà essere il mio apporto all'associazione causa l'età, ma ho voluto e acconsentito a partecipare perché credo che non ci sia limite d'età per lottare contro la violenza che le donne subiscono da uomini con cui hanno creduto di condividere una vita all'insegna di amore e rispetto reciproco.

P.s. La scelta di immagini e la loro successione sul cartellone sono state puramente casuali, ho scelto le immagini per se stesse, mi piacevano e le ho incollate una dietro l'altra così come veniva e… alla fine è venuta fuori la storia.


(da Insonnia mensile di Racconigi, luglio 2021, pag. 8 - contatti@insonniaracconigi.it)


martedì 27 luglio 2021

A BRUXELLES: SANS PAPIERS

"A Bruxelles è rimasta solo la Chiesa a difendere i migranti irregolari. I migranti fanno lo sciopero della fame, ma per il governo belga non esistono. 
E' l'immagine drammaticamente viva di un sistema politico che, tradendo i valori europei, accetta la persistenza di donne e uomini invisibili, spesso per un tornaconto politico",

Marco Grieco, Domani, 27 luglio .

Pubblicherò l'intero articolo su questo blog nei prossimi giorni. Siamo alla barbarie.
F. B. 

A PINEROLO

 

Serve una terza via tra dormitorio e discoteca


L’Eco del Chisone

14/7


Gli europei sono ogni quattro anni, non mi preoccupano. Sono le serate normali che ormai appaiono fuori controllo" abita da parecchi anni nel centro storico il lettore che esasperato ha deciso di scrivere al nostro giornale: "Inviterei i rappresentanti del Comune a trascorrere nei weekend un paio di notti, fino alle due o alle tre del mattino, passeggiando tra piazza Facta, via Savoia, via del Pino così avrebbero modo di vedere con i loro occhi e sentire con le loro orecchie urla, cori da stadio, musica a tutto volume, ragazzi ubriachi che si aggirano litigando, lattine, bottiglie, bicchieri lasciati con disinvoltura per terra davanti agli ingressi delle abitazioni e dei negozi."

L'argomento è caldo. Il Comune per contenere la criticità qualche settimana fa ha introdotto un’ordinanza che vieta la vendita di alcolici e superalcolici oltre l'una di notte, la chiusura dei dehors entro luna e mezza e l'obbligo di body guard per l'angolo tra piazza Facta e via Savoia.

E' possibile che non si riescano immaginare alternative tra la discoteca a cielo aperto e il dormitorio? Mi piacerebbe che dopo i gestori dei locali e la comunità giovanile, venisse organizzato momento pubblico di confronto con i residenti”.

Vorrebbero un confronto con l'Amministrazione anche diversi commercianti attoniti di fronte ai ripetuti atti di vandalismo che ritrovano al mattino alzando la serranda. Uno su tutti, Michele Valocchi, titolare della trattoria Primavera, al centro del ciclone della malamovida in via Savoia: "La situazione non è cambiata, anzi è sempre peggio. Cioè totale anarchia, dobbiamo subirci clienti ubriachi dei locali vicini che vengono nel nostro cortiletto per urinare, schiamazzare o peggio, infastidendo che viene a mangiare da noi". A mali estremi estremi rimedi: "Sto pensando di mettere una transenna, non potrei perché è una via pubblica, ma ormai sono costretto a intervenire. Chiudo il mio locale a mezzanotte nei weekend e devo presidiare fuori fino alle tre del mattino". Eppure la vice sindaca Costarella e il sindaco Salvai sottolineano come la linea adottata dall'amministrazione sia giudicata severa da alcuni gestori dei locali, che dopo le chiusure forzate ora avrebbero bisogno di lavorare: "Abbiamo intensificato i turni della polizia municipale e i Carabinieri garantiscono controlli mirati, ma i comportamenti individuali sono difficili da reprimere".


Daria Capitani

Stefano Nangeroni

GIUSTIZIA DI DESTRA E POLITICA SOTTO ANESTESIA

 

Riforma della giustizia. Che in Italia ci sia una giustizia troppo lenta non c’è dubbio alcuno. Bisogna intervenire. Ma come?


Massimo Villone

Il Manifesto

24.07.2021


Come era nelle previsioni, è stata annunciata la questione di fiducia sulla riforma della giustizia. Quindi sul dibattito parlamentare calerà la mannaia, per porre argine al fiume degli emendamenti. Tenendo conto della disponibilità manifestata per qualche modifica, possiamo aspettarci un emendamento governativo, e i prossimi giorni ci diranno se sarà maxi, midi o mini. In ogni caso, è l’ennesimo schiaffo a un parlamento già esanime.

La ministra Cartabia insiste che la riforma è passata in consiglio senza obiezione alcuna. Ribadisce che la proposta era stata oggetto di ampio confronto e discussione, e concordata con tutti. Ovviamente, le crediamo. Ma vorremmo proprio sapere con chi ha discusso e concordato. Come vorremmo sapere se chi ha votato in consiglio dei ministri aveva letto le carte. Che in Italia ci sia una giustizia troppo lenta non c’è dubbio alcuno. Bisogna intervenire. Ma come? Certo, una pressione viene dallEuropa, che però non chiede questa o quella soluzione tecnica, ma soltanto una giustizia più efficiente e rapida, come vogliamo tutti. Quindi la responsabilità del che fare rimane tutta presso la politica italiana.

E rimangono domande che fin qui non hanno avuto risposte adeguate.

È vero o no che con la formulazione attuale della proposta un gran numero di processi andranno al macero? Quanti, e dove?

È vero o no che il limite per i reati commessi prima del 2020 non regge? È vero o no che potrebbe comunque cadere in Corte costituzionale?

È vero o no che numerose Corti di appello non sono in grado di reggere lurto della riforma? Quali? È vero o no che non ci si può attendere risultati epocali da un ufficio del processo popolato di giovani alle prime armi da formare e per di più assunti a tempo determinato?

È vero o no che, se pure contribuissero a smaltire larretrato, al termine del contratto quellarretrato ricomincerebbe a crescere?

È vero o no che tale infausto esito si eviterebbe solo con progetti pronti e risorse immediatamente disponibili che invece mancano per il rafforzamento degli organici dei magistrati e del personale e per le strutture?

È vero o no che una maggiore rapidità ed efficienza del processo penale richiederebbe un deciso intervento anche sulla capacità investigativa che ne è la premessa, in termini di personale qualificato e di disponibilità di tecnologie avanzate?

Infine, è vero o no che si vuole insistere su norme di sicura incostituzionalità come lindicazione con legge di priorità per lazione penale da parte del pubblico ministero? Per il significato di principio e gli effetti potenziali, è un punto almeno grave quanto il contenuto disomogeneo dei decreti-legge, labuso di emendamenti e maxi-emendamenti e linserimento di norme non urgenti fortemente e giustamente censurati da Mattarella.

La magistratura ha mostrato qualche esitazione, probabilmente per il clima particolarmente sfavorevole determinato dalla vicenda Palamara, e ora confermato dallattacco referendario. Ma da ultimo la sesta commissione del Consiglio superiore della magistratura ha dato sullimprocedibilità un parere fortemente negativo, che peraltro la Cartabia non aveva chiesto. La ministra chiede ora che il Csm si pronunci su tutti gli emendamenti. Il corto circuito con laccelerazione posta dalla questione di fiducia potrebbe rendere impossibile il parere in tempo utile. Che sia o meno una mossa dilatoria della ministra conta poco. Il parere della sesta commissione rimane, e anche lAssociazione nazionale magistrati ha manifestato un fermo dissenso.

E la politica? La tentata riforma epocaledi Berlusconi e Alfano nel 2011 cui questa somiglia non poco – destò opposizioni ben più nette e decise. Così, aspettiamo di sapere quali sono le piccole? modifiche necessarie per il Pd. Come aspettiamo che sia sciolto il mistero M5S. E ci preoccupa molto che Conte sia di mestiere per quel che sappiamo un civilista. Potrà chiarire alla Cartabia che in grandissima parte i processi di mafia non hanno a che fare con lergastolo?

Comunque sia, sulle riforme un segno politico c’è sempre. E per quanto ci riguarda è decisiva la valutazione di Salvini. Si è da ultimo speso per lassessore sceriffo di Voghera. Non dubitiamo che chiederebbe la più dura condanna per il poveraccio che rubasse per fame una mela al supermercato. Da par suo, sulla riforma ha dichiarato che non toccherebbe una parola.

Questa è una riforma di destra nata da una politica sotto anestesia per Covid e governo istituzionale.

LE FUTURE GUERRE PER L'ACQUA

 

Le guerre nel mondo ora si fanno per loro blu Soprattutto in Africa e nellAsia settentrionale

Gli stati si contendono laccesso allacqua che è vitale per la loro sopravvivenza


L’acqua viene chiamata anche oro bluperché in molte zone del pianeta ha un valore altissimo. Più di un miliardo di persone non ha accesso allacqua potabile in modo regolare e sufficiente, specialmente in Africa e in Asia. Per l’oro blusi uccide di più che per quello nero. Tra il 2010 e il 2018 siamo arrivati a 263 conflitti, secondo il rapporto dellUnesco. In futuro, la guerra dellacqua potrebbe essere combattuta da due potenze nucleari: India e Pakistan. Guerra dellacqua è una terminologia usata per descrivere un conflitto tra due paesi stati gruppi per laccesso alle riserve idriche. Gli Stati Uniti dAmerica riconoscono che le controversie per lacqua sono il risultato di opposti interessi di consumatori di acqua pubblica o privata. Nella storia ci sono stati diversi conflitti per lacqua, anche se raramente tali guerre sono state combattute solo per essa.

Le più grandi si sono svolte nei territori dellAfrica meridionale e nellAsia settentrionale. I territori più coinvolti sono Libia, Mali, una piccola parte della Tunisia, Niger, una parte dellEgitto,Sudan e Etiopia. Mentre in Asia le guerre sono state prevalentemente combattute in Iraq, Azerbaijan, una vasta area dellArabia Saudita, Tagikistan, Afganistan, Pakistan, Nepal, Buta, India e Bangladesh.


Da La Nazione 3/2021





La sete di acqua di Wall Street


Ludovico Basili

Confronti 4/2021


Se l’acqua , uno dei beni più preziosi al mondo diventerà una commodity e sarà influenzata dalla speculazione finanziaria, miliardi di persone verranno di fatto private del loro diritto di accedere alle fonti idriche. Il rischio è di andare incontro a un aTerza guerra mondiale la cui posta in gioco sarà l’accaparramento dell’Oro blu.

 

QUANDO SARETE

Quando sarete per le strade,

non lasciate traccia dei vostri sandali:

la speranza ignora la nostalgia.


Quando sarete nei villaggi,

che il vostro volto sia illuminato da un sorriso

la tristezza offusca la buona notizia.


Quando sarete nelle case,

occupate lo sgabello dell’ospite:

la gente che ha fretta

non sa usare il tempo.


Quando sarete nell’angoscia,

gridatela ad alta voce:

Dio ascolta certamente

sia le grida che i mormorii,


Quando sarete nella gioia,

aprite le pareti della capanna:

essa si diffonderà come un torrente,

irrigando le arterie della vita.


Quando dovrete riflettere,

che la vostra testa riposi sulla stuoia:

i veri progetti nascono molto in basso.


Quando verrà il momento delle parole,

non fate rumore con la bocca:

la parola è più vera

quando viene dal cuore,


Quando l’azione vi aspetta,

non guardate né l’orologio né il calendario:

essa allontana più di quanto speriate

i limiti del tempo.


Culto di invio - Strasburgo.

Mission - dicembre 2000



LIBANO


Avere le mestruazioni e il portafogli vuoto


Nagham Charaf, Raseef22, Libano

La prima settimana di ogni mese compro un pacco da dieci assorbenti. Li uso nella prima parte del ciclo, gli ultimi giorni uso pezzi di stoffa vecchia”. Così Roaa, 24 anni, racconta le sue difficoltà a procurarsi prodotti per le mestruazioni in mezzo a un devastante collasso economico. Roaa lavora in un negozio di abbigliamento e con l’attuale tasso di cambio il suo salario mensile di 800mila lire libanesi equivale alla misera somma di 38 euro. Tutti i prodotti per le mestruazioni sono venduti in dollari o al prezzo equivalente in lire libanesi.

Roaa paga 450mila lire per l’affitto e usa il resto per i beni essenziali. Le avanza poco per comprare altro, incluso quello di cui ha bisogno per il ciclo. “Ho dovuto fissare le priorità", spiega. “Dovevo rinunciare al trasporto pubblico o agli assorbenti, al detergente intimo e agli antidolorifici. Ho scelto di sacrificare il mio benessere fisico e psicologico per sei giorni al mese".

Nel 2020, all’inizio della crisi, il ministero dell'economia ha annunciato un’iniziativa per garantire ai cittadini prezzi agevolati su trecento beni giudicati essenziali, tra cui però non rientravano gli assorbenti. I negozi poi hanno aumentato i prezzi. Così il collasso economico del Libano è arrivato fino all’utero delle donne.

Oggi il prezzo di un pacco di assorbenti oscilla tra le 12mila e le 24mila lire libanesi (tra 6,7 e 13,4 euro) a seconda del tipo e della marca, mentre prima della crisi costava cinquemila lire (2,8 euro). I prezzi variano anche da un negozio all'altro: alcuni si sono accaparrati tipologie che non si trovano più in circolazione e le vendono a prezzi ancora più alti, altri esauriscono le scorte basandosi sui vecchi prezzi. Un bene essenziale per le donne è trattato come una fonte di denaro facile o come qualcosa d’irrilevante. Così molte libanesi non possono più permettersi i costi del ciclo. La povertà mestruale consiste nell’impossibilità per le donne di assicurarsi i prodotti sanitari e per l’igiene personale, o anche solo acqua a sufficienza per lavarsi. Un rapporto pubblicato dall'ong Plan international nell'aprile 2020 mostra che, su un gruppo di 1.100 adolescenti siriane e libanesi residenti in comunità vulnerabili, il 66 per cento non riusciva a comprare gli assorbenti. Secondo il gruppo Girl up Lebanon, che fornisce servizi sociali alle libanesi, “avere un utero in Libano costa almeno 200mila lire al mese”.

Nascoste in casa

I ginecologi suggeriscono di sostituire il detergente intimo con lo yogurt, un rimedio naturale in grado di mantenere la vagina sana e curare le infezioni, dato che contiene probiotici e nutrienti. Chi non può permettersi neanche questi prodotti continua a cercare alternative. Soraya, 84 anni, racconta che da giovani lei e le sue amiche lavavano in segreto i pezzi di stoffa che usavano durante il ciclo. “Li mettevamo in una pentola di acqua bollente per pulirli e disinfettarli, poi li stendevamo ad asciugare. In quei giorni restavamo a casa o ci tenevamo a distanza dagli altri".

Oggi, decenni dopo, una grande maggioranza di donne torna a nascondersi in casa durante il ciclo e calcola il prezzo di ogni assorbente. Questo perché il governo libanese è espressione di un sistema profondamente patriarcale che non prende in considerazione i diritti delle donne in tempo di crisi, e perché i commercianti fanno profitti a spese delle donne.

Internazionale 16 luglio


PRESTO IN USCITA


Uscirà entro i primi giorni di settembre DIVERSAMENTE CHIESA, un libro che presenta dieci anni (2012 – 2021) di riflessioni e commenti pubblicati su Insonnia, mensile di confronto e ironia di Racconigi.
 

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