SCUOLA
E MILITARIZZAZIONE Tempi
di fraternità
La guerra entra in classe
Nazionalismo, leva e riarmo parlano ai ragazzi
di Laura Tussi
Maggio
2026
Quanto
è accaduto nelle scuole italiane nei giorni precedenti e successivi al 4 novembre
scorso, con le oltre duecento iniziative organizzate nelle scuole italiane insieme
alle forze armate, non rappresenta un episodio isolato. È piuttosto un sintomo,
uno dei tanti segnali di una pressione culturale e simbolica sempre più
evidente che, in questo tempo di guerra, si esercita sulle giovani generazioni.
Una pressione che parla il linguaggio del patriottismo, della sicurezza,
dell’emergenza permanente. E che rischia di trasformarsi in nazionalismo
educativo.
Lo
segnala da tempo l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università: la presenza dei militari negli istituti scolastici, la
normalizzazione delle divise. L'enfasi sui valori della “difesa” e dell’”orgoglio
nazionale” non avvengono nel vuoto. Avvengono mentre l’Europa discute
apertamente di riarmo, mentre si moltiplicano i programmi di ReArm Europe,
mentre tornano nel dibattito politico proposte di riforma o reintroduzione della
leva - magari “moderna”, “volontaria”, “civico-militare” ma pur sempre
orientata a preparare i giovani a uno scenario di conffitto.
In
questo contesto, portare le forze armate nelle scuole non è una semplice
attività commemorativa. È un messaggio. Dice ai ragazzi che
la guerra è un orizzonte possibile, forse inevitabile. Che la sicurezza passa
dalle armi. Che l'identità nazionale si esprime attraverso l’uniforme. Il 4
novembre diventa così un laboratorio simbolico: non tanto memoria storica,
quanto educazione all’obbedienza e all’appartenenza, più che al pensiero
critico.
Il
problema non è studiare la storia, né conoscere il ruolo delle istituzioni
militari. Il problema è l’asimmetria del racconto. Ai ragazzi si mostrano
mezzi, carriere, rituali, bandiere. Molto meno spazio viene dato alle
conseguenze reali della guerra, alle vittime civili, ai traumi, alle
altermative nonviolente, alla diplomazia, al diritto internazionale,
all’obiezione di coscienza. La guerra entra in classe in forma rassicurante,
ordinata, persino seducente.
E
mentre si chiede alle nuove generazioni di “sentirsi parte” di una comunità nazionale
sotto minaccia, si restringe lo spazio per il dissenso.
Chi solleva dubbi viene facilmente accusato di ingenuità, disfattismo o
irresponsabilità. È una dinamica nota: nei tempi di guerra
il nazionalismo cresce, e con esso la richiesta di allineamento. La scuola,
invece di essere un argine, rischia di diventare uno strumento.
Le
proposte sulla leva - presentate spesso come opportunità educative o di
coesione sociale - si inseriscono in questa stessa logica. Non si parla di
un’educazione alla pace rafforzata, di investimenti equivalenti nella
cooperazione, nella mediazione dei conflitti, nella cultura dei diritti. Si
parla di preparazione, resilienza, prontezza. Parole che appartengono più al
lessico militare che a quello pedagogico.
Il 4
novembre, dunque, non è “solo” una ricorrenza. È uno specchio del clima che
stiamo costruendo. Un clima in cui ai ragazzi viene chiesto di interiorizzare l’idea
che la guerra sia normale, che il riarmo sia necessario, che l’identità passi
per la forza. E tutto questo mentre i conflitti reali - dall’Ucraina a Gaza
all’Iran,
fino ad altri dimenticati – mostrano ogni giorno il fallimento di questa
logica.
L’Osservatorio
contro la militarizzazione delle scuole e delle universitè chiede una cosa semplice
e radicale: che la scuola resti uno spazio libero, capace di offrire strumenti
critici, non narrazioni precostituite. Perché educare in tempo di guerra non
significa preparare alla guerra, ma fornire gli strumenti per non subirla come
destino.
Se
non si apre ora un dibattito serio, il rischio è che una generazione cresca
abituata all’idea che il conflitto sia permanente e che la risposta sia sempre
militare. E allora il 4 novembre non sarà più una data da discutere, ma solo una
tappa di un percorso già tracciato.