venerdì 10 aprile 2026

 


da Il Manifesto del 26/03/2026 

Il No è un primo passo oltre l’esistente

di Alessandra Algostino


Il no è un passo contro l’autoritarismo, per la Costituzione. È un no che racconta di rivolta contro l’arroganza e la violenza del potere; di voglia di principi; di politica come visione del mondo; di desiderio di un altro futuro. Dire Costituzione significa antifascismo, diritti, partecipazione, pace, emancipazione.

È una vittoria della società, di cittadine e cittadini, che hanno organizzato incontri, discusso, distribuito volantini. Sono le forze sociali e politiche vive che attraversano i territori ad aver innervato la campagna referendaria, ad aver contrastato con una informazione consapevole una cappa mediatica asfissiante di falsità, menzogne, strumentalizzazioni.

Ai magistrati il merito di aver compreso l’importanza di essere nella società, di essere un “potere contropotere”; alla società di aver saputo guardare la magistratura oltre il suo essere un potere e le sue distorsioni in chiave repressiva, classista, razzista e patriarcale.

I partiti dell’opposizione si sono attivati tardi, per poi ribaltare subito l’esito referendario sul voto alle prossime elezioni politiche: certo è auspicabile un fronte ampio per battere le destre, ma mobilitazione e partecipazione non sono state per loro (né grazie a loro né in loro favore).

È stato un voto contro la riforma, contro il governo Meloni, contro la costruzione di un regime autoritario, direi anche contro la guerra e contro il genocidio che continua in Palestina: è stato un voto contro l’esistente. Un «ora basta», invertiamo la rotta.

Per le opposizioni, che sono state governo, una semplice domanda: sapranno essere alternativa allo stato di cose o ne veicoleranno, come in passato, solo una versione più soft? L’auspicio è che sappiano cogliere la tensione al cambiamento che c’è nel no, nel no della società civile. E non suoni populista: è il tessuto vivo della società, dell’associazionismo, del mondo del lavoro, dei movimenti che si è mosso; in modo trasversale, con le proprie differenze, ma insieme convergente. Come nelle dirompenti piazze per la Palestina. Gli anticorpi sociali.

L’alta partecipazione, non solo al voto, ma come mobilitazione, è un segnale di vitalità della democrazia, ma non ha un riflesso scontato sulla crisi della rappresentanza. E chi sta cercando di leggere il voto in chiave autoreferenziale, di appropriarsene, dovrebbe rifletterci.

Ci sarà tempo per esaminare i dati disaggregati, per confrontarli con altri esiti, per comprendere la convergenza di motivazioni che hanno spinto in alto la partecipazione e il No. In prima istanza, si può dire che è stata una vittoria della Costituzione, non solo perché è stata impedita una revisione “incostituzionale”, ma perché è stata ancora una volta sentita come argine contro il potere e terreno sul quale costruire diritti, conflitto e alternativa. Un referendum ri-costituente (come nel 2006 e nel 2016).

La Costituzione è un progetto di trasformazione della società: solidarietà, redistribuzione delle risorse, diritti sociali, pace, partecipazione effettiva, riconoscimento del conflitto. In una parola, emancipazione, personale e sociale. È l’antitesi del neoliberismo autoritario, del tecno-fascismo, della plutocrazia, della normalizzazione della guerra e del clima bellico.

Abbiamo difeso le istituzioni, la loro possibilità di essere garanzia, limite al potere. Le istituzioni sono lo strumento, il quadro, per attuare il progetto. Ora passiamo a questo.

Impediamo la conversione dell’ennesimo decreto sicurezza e del disegno di legge di contrasto all’antisemitismo (alias al dissenso), e poi rimuoviamo le norme che criminalizzano dissenso, poveri e migranti, che qualificano come necropolitica la gestione delle frontiere, che demoliscono i diritti dei lavoratori. Sostituiamole con politiche che rendano effettiva la partecipazione, che valorizzino pluralismo e conflitto, che costruiscano la democrazia sociale contro un modello economico predatorio ed estrattivista, che perseguano la pace e tutelino i diritti senza «se e ma», senza ambiguità selettive e coloniali, senza l’inganno di supposte guerre giuste.

È leggere troppo in un No? Non credo.

Il referendum è stata l’occasione per discutere di politica e ha mostrato il desiderio di un’altra politica, quella che è praticata nel basso e che dal basso apre crepe nell’orizzonte autoritario, bellico, dominato dalla logica del profitto, che ci avvolge.

E la Costituzione è – ancora (e lo attestano i primi dati sul voto dei giovani) – spazio di immaginazione e costruzione contro e oltre l’esistente. È un primo passo, continuiamo il cammino.


INTERVISTA AD ALEIDA GUEVARA, FIGLIA DEL "CHE": «MORIREMO PER DIFENDERE LA RIVOLUZIONE


da Domani del 07/04/2026 

In bilico tra escalation e tregua

L'Iran apre, a Trump non basta

di Colombo, De Benedetti, Lerner, Paone 


Al piano Usa, Teheran risponde con 10 punti: sì all'apertura di Hormuz ma la guerra deve finire

Il presidente: «Passi avanti, ma l'ultimatum scade oggi». Gasolio, a Brindisi aerei senza cherosene.

«L'Iran può essere distrutto in una notte», e quella notte potrebbe  essere oggi, insiste Donald Trump in conferenza stampa alla Casa Bianca. Ma m e n t r e parla, si vede bene che i nemici sono due. Uno, dichiarato, è Teheran, col quale si susseguono minacce e tentativi negoziali.

Con quello «abbiamo vinto», azzarda il presidente. Ma l'altro nemico di Trump è Trump, l'impopolarità della guerra e quindi il disastro nei sondaggi. Contro quel nemico li, il presidente non ha da offrire che le dichiarazioni adulatorie del capo del Pentagono e dei fedelissimi, come ha fatto ieri.


da ISPI - Istituito per gli Studi di Politica Internazionale 

LA CRISI ENERGETICA - Peggio che nel 1973

L’impatto della guerra nel Golfo

di ISPI DataLab


Una grave crisi energetica globale sta riducendo l’offerta di petrolio e gas, alimentando inflazione e rallentamento economico, mentre le risposte dei governi restano spesso poco efficaci e focalizzate sul breve termine.


  • Peggio che nel 1973. Da più di un mese il mondo perde tra il 10% e il 17% dell’offerta petrolifera globale, a fronte di un -5% per 5 mesi nel corso della crisi energetica del 1973. Anche considerando rotte alternative e il rilascio delle scorte strategiche occidentali, lo shock resta circa doppio rispetto ad allora. La minore intensità energetica dell’economia globale attenua l'impatto della crisi, ma solo in parte: nei settori più critici (come quelli dei trasporti) la dipendenza da petrolio e gas rimane elevatissima.
  • L’ombra della stagflazione. L'aumento dei costi energetici si scarica lungo tutta la catena del valore e porta con sé un simultaneo aumento di inflazione e rallentamento della crescita. L’OCSE stima un aumento dei prezzi particolarmente marcato in India (+1,7%), Stati Uniti (+1,2%) e Cina (+1%), mentre in Europa le principali economie registrano tutte un rallentamento della crescita di circa 0,2 punti di PIL. È uno scenario che riporta in primo piano il rischio di stagflazione e complica anche le prossime mosse di FED e BCE.
  • Le risposte dei governi. Finora prevalgono interventi sui prezzi: 39 paesi su 53 hanno annunciato tagli fiscali sui carburanti, sussidi e/o voucher, mentre solo 27 su 53 hanno adottato misure per ridurre i consumi. Il problema è che queste misure, pur popolari, tendono a mantenere artificialmente alta la domanda, sostenendo i prezzi e trasferendo risorse verso i paesi esportatori, anziché verso i cittadini.
  • Le strategie divergono. Gli USA, al netto del rilascio delle riserve strategiche, sinora hanno fatto poco. La Corea del Sud è invece il paese più attivo, con interventi su domanda, offerta e prezzi (inclusa la previsione di un ritorno al carbone e al nucleare). La Cina “si chiude” vietando le esportazioni di carburanti, e nel frattempo monitora i prezzi. In Europa, infine, dominano proprio i poco virtuosi tagli fiscali: anche l’Italia ha introdotto uno sconto di 0,25 €/litro su benzina e diesel, misura temporanea ma facilmente prorogabile.
  • Carbone, ultima spiaggia? La chiusura di Hormuz implica la perdita di circa il 20% del GNL globale, con effetti immediati soprattutto in Asia. Qui si osserva un ritorno al carbone (che già conta per circa il 50% del mix energetico regionale), con diversi paesi che stanno rimuovendo limiti alla produzione. Anche in Europa riemerge la tentazione di riattivare o prolungare l’uso delle centrali a carbone, come accaduto (soprattutto in Germania) nel 2022. Nel breve periodo, la sicurezza energetica torna così a prevalere sugli obiettivi climatici.
  • Europa e gas, effetto Qatar. Il prezzo del gas in Europa resta lontano dai picchi raggiunti nel 2022. A fornire un po’ di respiro contribuiscono il surplus pre-crisi e il ritorno asiatico al carbone, ma pesa l'impegno di abbandonare il gas russo entro il 2027. Le fragilità sono molto differenziate: Germania e Paesi Bassi arrivano a fine inverno con maggior bisogno di ricostituire scorte, mentre Italia e Belgio partono da una posizione relativamente più solida. Il problema è che proprio questi ultimi sono tra i più esposti al GNL qatarino: se i flussi restano ridotti, potrebbero trovarsi a fronteggiare un ammanco superiore al 6% dei consumi.

Da oltre un mese, ogni giorno, l’economia mondiale deve fare a meno di una quota tra il 10% e il 17% dei barili di petrolio di cui poteva disporre in precedenza. Per farsi una prima idea delle dimensioni dello shock attuale è sufficiente confrontarlo con la più grave crisi energetica della storia prima di questa, quella del 1973. Allora, a fronte di una rimozione di circa il 5% dell’offerta petrolifera mondiale per 5 mesi da parte dei paesi arabi dell’OPEC, i prezzi del petrolio quadruplicarono. A inizio marzo, rispetto al 1973 l’ammanco di barili è stato più che triplo, con la chiusura di fatto dello stretto di Hormuz dopo gli attacchi iraniani. Con il passare delle settimane si sono attivate tutte le alternative disponibili (come un grande oleodotto saudita che porta il petrolio dal Golfo fino al mar Rosso) così come le misure di emergenza, in particolare il rilascio di una quota significativa delle scorte strategiche occidentali (costituite proprio dopo la crisi del 1973). Anche così, l’entità dello shock resta circa doppia rispetto a mezzo secolo fa. Certo, molto è cambiato dal 1973. Il mix energetico mondiale resta ancora fortemente sbilanciato su petrolio e gas (60% allora contro il 55% di oggi, anche se con pesi diversi tra i due idrocarburi), ma per produrre un punto di PIL oggi il mondo ha bisogno di circa un terzo del petrolio di cui necessitava allora. Tuttavia, il trasporto marittimo e quello aereo restano quasi totalmente dipendenti dal petrolio, e in particolare da quei prodotti (diesel navale e carburante aereo) che derivano da tipologie di greggio in larga parte estratte nei paesi che si affacciano sul Golfo Persico. Insomma, il mondo è ancora profondamente “dipendente” dagli idrocarburi. E questa crisi ce lo sta ricordando con forza.

L’ombra della stagflazione

Per cercare di capire quali effetti potrebbe avere la crisi energetica sull’economia mondiale utilizziamo i dati dell’OCSE, che la settimana scorsa ha pubblicato le stime riviste per crescita e inflazione. Ne emerge un quadro tutt’altro che roseo. Gli input energetici costituiscono uno dei fattori fondamentali della produzione: di conseguenza, un aumento di questi costi si trasmette a tutti i livelli della catena del valore. I prodotti vanno poi trasportati, e in un mondo profondamente integrato come quello di oggi i beni attraversano molte frontiere prima di arrivare al consumatore finale. Risultato: l’OCSE si attende un aumento generalizzato dell’inflazione, più accentuato in paesi come India (+1,7%), Stati Uniti (+1,2%) e Cina (+1%). Tra questi l’unico paese che apparentemente potrebbe beneficiarne è proprio la Cina, da anni vicina al rischio deflazione, ma l’aumento dei costi in realtà non farebbe altro che peggiorare la crisi di domanda interna che sta attraversando il paese. Non se la passano bene neanche le principali economie europee, Francia Germania e Italia, che vedranno salire il loro tasso di inflazione in media dello 0,7%. L’aumento dei costi dei fattori produttivi, energetici o industriali, può poi tradursi anche in una vera e propria crisi dell’economia reale con riduzione della produzione e di conseguenza del PIL. In questa dinamica è immediata una distinzione tra vincitori e vinti: Russia e Stati Uniti, giganti energetici ed esportatori netti, hanno un (limitato) impatto positivo sul PIL che deriva dall’aumento dei prezzi di petrolio e gas (rispettivamente +0,1% e +0,3% rispetto alle stime di dicembre). I paesi europei, al contrario, mostrano tutti la stessa dinamica di rallentamento (-0,2%), avvicinandosi pericolosamente alla stagnazione. Questo ennesimo shock complica i piani delle banche centrali statunitense (FED) ed europea (BCE) che, a passi diversi, avevano intrapreso un percorso di progressiva riduzione dei tassi di interesse per stimolare le proprie economie. Ora questa traiettoria rischia di essere messa in standby, almeno momentaneamente, se non addirittura invertita.

Le risposte dei governi alla crisi

Se è vero che la storia dovrebbe insegnare a non ripetere gli errori del passato, è altrettanto vero che alcune lezioni sono più difficili di altre da imparare. Questo vale soprattutto quando le opzioni a disposizione dei governi contro il caro energia sono le stesse dell’ultima crisi del gas: da un lato misure emergenziali “a tappeto” che, riducendo artificiosamente i prezzi per tutti, offrono sollievo immediato (ma spesso illusorio) ai portafogli dei consumatori; dall’altro politiche che incentivano alla riduzione dei consumi e che, anche se costano sacrifici nel breve periodo, si rivelano più efficaci nel ristabilire gli equilibri sui mercati. Nel 2022, ai tempi della crisi del gas russo, molti governi europei tentarono di risolvere una crisi di offerta agendo sui prezzi. In quel caso si trattò principalmente di iniziative come tagli delle tasse su carburanti e elettricità, o l’introduzione di tetti ai prezzi. Il risultato fu una mitigazione solo temporanea degli effetti dello shock, una maggiore emorragia di capitali verso i paesi esportatori di energia e (nel caso delle tante misure “a pioggia”) un beneficio concentrato nella metà più ricca della popolazione. Oggi, 4 anni e una crisi energetica più tardi, buona parte del mondo sta compiendo scelte simili. Sebbene molti paesi, attraverso la decisione di inizio marzo dell’IEA, abbiano dato il via libera a un rilascio record di riserve (400 milioni di barili svincolati) per fronteggiare l’emergenza dal lato dell’offerta, misure generalizzate come tagli di tasse sui carburanti restano ancora molto diffuse, con 22 paesi su 53 che le hanno annunciate finora (che salgono a 39 se si includono altri interventi sui prezzi per mezzo di sussidi e voucher). Il numero di paesi con almeno un’iniziativa per ridurre i consumi ammonta invece a 27 su 53, segnalando la presenza di ampi margini di miglioramento per promuovere comportamenti virtuosi che possano davvero dare fiato ai mercati energetici.

Popolarità vs efficacia

A livello politico, il dibattito su quali misure adottare (tra cercare di contenere i prezzi, incentivare la riduzione dei consumi o aumentare l’offerta) non si esaurisce solo nelle valutazioni di efficacia, ma prende in considerazione anche altri fattori come il grado di accettabilità da parte dei cittadini. Analizzando le misure di una selezione di Paesi nel dettaglio, la tensione tra popolarità ed efficacia delle misure emerge chiaramente. Per il momento, gli Stati Uniti risultano non aver messo appunto interventi specifici per affrontare la crisi, a parte il rilascio di riserve del petrolio coordinato dall’IEA. Al contrario, la Corea del Sud ha annunciato un numero di misure ad ampio spettro, sui piani di offerta, domanda e prezzi. Le iniziative di Seoul includono la regolamentazione della circolazione dei veicoli per ridurre i consumi, l’introduzione di un tetto ai prezzi del carburante, e un allentamento dei limiti sulla capacità di produzione elettrica dal carbone, oltre che il potenziamento delle centrali nucleari. Anche il Giappone ha agito sul fronte dell’offerta, annunciando una mitigazione delle regole per aumentare l’energia generata da centrali a carbone. La Cina, dal canto suo, si è limitata finora a introdurre un monitoraggio sui prezzi interni del petrolio raffinato, oltre che ad anticipare il rilascio delle riserve di fertilizzanti in vista della stagione di semina. In Europa, invece, gli interventi sui prezzi si stanno rivelando ancora una volta particolarmente popolari. Infatti, per fronteggiare gli aumenti di prezzi causati dalla carenza di forniture di combustibili, molti paesi come la Germania, l’Italia e la Polonia hanno optato per iniziative come tagli sulle accise dei carburanti o l’introduzione di tetti massimi ai prezzi dell’energia. In generale, questi interventi sui prezzi, anche se spesso concepiti per essere temporanei, in caso di crisi prolungate, possono essere estesi. É il caso del taglio italiano sulle accise di diesel e benzina (-0,25 euro a litro) che, adottato lo scorso mese e in vigore temporaneamente fino al 7 aprile, potrebbe essere ulteriormente prolungato. La Spagna rappresenta un’interessante eccezione perché, oltre ad aver annunciato un taglio delle accise, ha anche avviato la promozione di iniziative volte alla riduzione dei consumi di combustibili fossili e sussidi per i settori più esposti.

Carbone ultima spiaggia?

Finché lo stretto di Hormuz resta chiuso, il mondo sta perdendo il 20% dell’offerta di gas naturale liquefatto (GNL) mondiale. La riduzione della disponibilità di gas naturale, diventato un tassello fondamentale nella progressiva sostituzione del carbone, rischia di avere impatti non solo economici ma anche ambientali. Come mostrato sopra, tra le misure annunciate per far fronte alla crisi c’è anche l’aumento della produzione di energia tramite fonti alternative. Questo, soprattutto in Asia, si sta di fatto traducendo in un aumento dell’utilizzo di carbone, che già prima della crisi costituiva circa il 50% del mix energetico regionale. Adesso alcuni come Corea, Indonesia e Giappone hanno iniziato a rimuovere limiti al consumo di carbone per produrre energia. Da monitorare con attenzione saranno inoltre le prossime mosse della Cina, il principale consumatore di carbone al mondo. Non è solo l’Asia a guardare al carbone. Come accaduto già nel 2022, anche in Europa c’è chi sta già valutando di riattivare o aumentare la produzione delle sue centrali a carbone, posticipandone la definitiva dismissione, per limitare i consumi di gas. La scorsa settimana, il cancelliere tedesco Merz ha espresso dubbi riguardo il piano per l’abbandono del carbone entro il 2038, mentre i membri della coalizione di governo valutano se riattivare temporaneamente alcune centrali a carbone. Anche l’Italia (per la quale il carbone era crollato al solo 2% dei consumi nazionali) potrebbe decidere di rinviare la chiusura delle ultime centrali ancora attive e lo stesso ministro dell’energia Fratin ha ventilato l’opzione di riattivarne altre se necessario. Non è tutto nero: se nel breve periodo la scarsità di GNL può scatenare un “ritorno di fiamma” per il carbone, in un’ottica di medio-lungo periodo prezzi alti delle fonti fossili possono stimolare la transizione verso fonti energetiche come le rinnovabili o il nucleare, meno legate a dinamiche geopolitiche o di mercato. È accaduto nel 2022, potrebbe accadere ancora.

Europa e gas, effetto Qatar.

Malgrado il mondo debba fare a meno del 20% dell’offerta di GNL mondiale, i prezzi del gas in Europa (50 €/MWh oggi) sono sì saliti rispetto ai circa 30 €/MWh di febbraio, ma restano molto lontani dai livelli medi del 2022 (140 €/MWh). Perché? A incidere sono essenzialmente due fattori: il ritorno al carbone in Asia (si veda sopra), che costituisce un “buffer” che libera carichi di GNL verso l’Europa e, soprattutto, un mercato che prima della crisi era in surplus (grazie quasi soltanto al GNL americano), mentre nel 2022 era già estremamente tirato prima dell’inizio del “ricatto russo”. Questo, però, non significa che l’impatto nei prossimi mesi sarà contenuto. Il grafico mostra come l’ammanco di gas qatarino insista oggi su una situazione europea già fragile. Innanzitutto, i paesi UE si sono impegnati a uscire dal gas russo entro la fine del 2027, ma oggi questo copre ancora circa il 12% dei consumi (erano il 40% prima dell’invasione dell’Ucraina). In pratica, l’Europa era già chiamata a sostituire circa 45 miliardi di metri cubi (Gmc) di gas russo entro pochi mesi, peraltro in un contesto in cui i consumi europei sono già calati del 18% rispetto al 2022 e dunque non hanno molto spazio per scendere ridotti ulteriormente. Inoltre, Germania e Paesi Bassi, forti consumatori europei di gas, arrivano a fine inverno con stoccaggi molto bassi e che dovranno ricostituire. Il venir meno del GNL qatarino non è uguale per tutti: colpisce di più proprio i paesi che partivano da una posizione relativamente buona, ovvero Belgio, Italia e Polonia. Per simularlo consideriamo due casi: il migliore, in cui il conflitto finisce domani e le esportazioni del Qatar riprendono entro un mese (seppur a volumi ridotti del 20% a causa dei danni summenzionati) e il peggiore, in cui il conflitto finisce solo a fine maggio e le esportazioni del Qatar riprendono da luglio. Fra i tre forti importatori di gas dal Qatar, la Polonia è quella nelle condizioni nettamente migliori, perché parte da stoccaggi più pieni rispetto ai livelli dell’anno scorso. Italia e Belgio restano invece i due paesi nella posizione più critica: pur considerata la situazione non critica degli stoccaggi, da qui a novembre dovranno far fronte a un ammanco di gas che nel caso peggiore supererà il 6% dei consumi. In altre parole, per ora il sistema europeo regge. Ma resta estremamente esposto. E potrebbe bastare un ulteriore, piccolo shock, perché l’equilibrio salti e anche sul gas l’Europa torni in crisi.


da Pressenza del 06/04/2026

Seminare la morte, seminare la vita

di ANBAMED


L’agricoltura a Gaza sta morendo

L’agricoltura nella Striscia di Gaza non è più solo un’attività economica; nel contesto dell’aggressione genocidaria israeliana, è diventata un mezzo di sopravvivenza e di resistenza.

Vaste aree di terreno hanno perso la loro capacità produttiva a causa dell’uso israeliano di insetticidi diserbanti e per le difficoltà degli agricoltori nell’accesso alle risorse di base, come semi e fertilizzanti.

Il settore agricolo è stato preso di mira in modo massiccio e intenzionale dall’esercito israeliano, controllando oltre il 60% dei terreni agricoli all’interno della cosiddetta linea gialla. Israele infatti ha imposto restrizioni all’ingresso di fertilizzanti, sementi e piantine.

Abbiamo sentito un giovane palestinese di Jebalia, che ci ha raccontato che, per lui e per la sua famiglia, l’agricoltura è diventata un’opzione indispensabile: “non ci arrendiamo al genocidio ed all’azione di morte messa in atto da Israele e ci sforziamo di continuare a coltivare la terra, anche in piccoli appezzamenti attorno alle tende, nonostante tutte le circostanze, affinché la vita possa proseguire”. E poi ha concluso: “Il lavoro agricolo mi offre una tregua dalle pressioni quotidiane, oltre a garantire un minimo indispensabile di cibo, in una realtà che si fa ogni giorno più difficile, con l’aumento dei prezzi e il blocco degli aiuti da parte dell’esercito israeliano”.

Il cimitero Mediterraneo

Ieri, domenica, oltre 70 persone sono state considerate disperse e sicuramente morte, dopo il ribaltamento nel Mar Mediterraneo di un’imbarcazione con a bordo 105 migranti. L’ONG Mediterranea Saving Humans ha annunciato il salvataggio di 32 persone. Secondo l’organizzazione, l’imbarcazione era salpata dalla Libia sabato pomeriggio con a bordo donne, uomini e bambini. L’ONG ha affermato che tali tragici incidenti “sono una conseguenza delle politiche dei governi europei che si rifiutano di aprire vie di transito sicure e legali”.

Un video pubblicato dall’organizzazione sui social, filmato dall’aereo di sorveglianza Seabird 2, mostra degli uomini aggrappati allo scafo dell’imbarcazione capovolta mentre questa va alla deriva in mare aperto, e successivamente una nave mercantile che si avvicina. 

E intanto sugli altri fronti di guerra a cadere sono quasi solo civili….


da Il Manifesto del 07/04/2026

32  I sopravvissuti portati a Lampedusa dalla Guardia costiera

 

NAUFRAGIO DI PASQUA, SONO ALMENO 80 LE VITTIME NEL MEDITERRANEO CENTRALE

 

Ottanta dispersi, 2 corpi recuperati, 32 sopravvissuti portati a Lampedusa dalla Guardia costiera italiana. È accaduto alla vigilia di Pasqua.

«L'imbarcazione da Tajoura (Libia), si è ribaltata a causa delle condizioni meteo avverse», è la sintesi dell'ennesima tragedia del Mediterraneo centrale che fa l’Oim, l’Organizzazione mondiale delle migrazioni, «Dopo questa tragedia - aggiunge l'agenzia delle Nazione unite - sono almeno 725 i migranti che hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale quest'anno, nonostante la diminuzione di arrivi». Così ricostruisce il dramma la Sea Watch, intervenuta sul posto con il velivolo Seabird 2:

«Almeno 80 persone sono scomparse in mare quando la loro barca si è capovolta. Solo 32 persone sono sopravvissute aggrappandosi ai rottami della loro barca finché una nave mercantile non li ha finalmente salvati». Le persone a bordo erano provenienti principalmente da Pakistan, Bangladesh ed Egitto. Il mezzo stava pattugliando il Mediterraneo, quando la ong tedesca ha appreso che un aereo della marina francese stava sorvolando una nave in pericolo con persone in acqua: «Quando siamo arrivati, una scena terrificante: 15 persone aggrappate allo scafo di una grande barca di legno, diverse persone in acqua e diversi cadaveri».

Le due navi mercantili vicine, Saavedra Tide e Ievoli Grey, sono intervenute lanciando zattere di salvataggio e poi salvando i superstiti. La mattina di Pasqua quest'ultima ha portato a Lampedusa 32 sopravvissuti e due cadaveri. Sull'isola «i superstiti hanno riferito di essere partiti dalla costa libica come un gruppo di 105 persone: si presume quindi che 80 siano le persone disperse in mare.

Lo Stato italiano, Malta, e l'Unione Europea sapevano delle persone in difficoltà e non sono intervenuti. Cosa dicono quei politici cristiani di fronte a questa strage della vigilia di Pasqua?».

Il barcone, di colore rosso e marrone, era già affondato quando i soccorritori sono arrivati sul posto.


giovedì 9 aprile 2026

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 da Domani del 07/04/2026

L'ENNESIMO ULTIMATUM DEL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI

«Distruggeremo l’Iran» Trump tra farsa e minacce va a picco nei sondaggi

di Francesca De Benedetti

 

Per Teheran il cessate il fuoco non è accettabile, serve mettere fine al conflitto.

Il tycoon invece infiamma la sua opinione pubblica e sostiene di «aver vinto».


 ISTAT: ancora circa 13 milioni e 265mila persone a rischio povertà o esclusione sociale

di Giovanni Caprio


Nel 2025 resta stabile la quota di individui a rischio di povertà (18,6% rispetto a 18,9% del 2024), diminuisce quella di individui che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro (8,2% e 9,2%), ma aumenta leggermente la quota di coloro che si trovano in condizione di grave deprivazione materiale e sociale (5,2% e 4,6%). Nel 2024 l’ammontare di reddito percepito dal 20% delle famiglie con i redditi più elevati è 5,1 volte quello percepito dal 20% delle famiglie con i redditi più bassi (era 5,5 del 2023).

In leggero aumento (5,2% dal 4,6% del 2024) la quota di popolazione in condizione di grave deprivazione materiale e sociale, cioè di coloro che presentano almeno sette segnali di deprivazione dei 13 individuati dal nuovo indicatore Europa 2030; si tratta di segnali relativi alla presenza di difficoltà economiche tali da non poter affrontare, ad esempio, spese impreviste, il pagamento dell’affitto, un pasto adeguato, piuttosto che una settimana di ferie all’anno o regolari attività di svago fuori casa.

Sono alcuni dei dati del recente dossier Istat su “Condizioni di vita e reddito delle famiglie | Anni 2024-2025”. Il Nord-est si conferma la ripartizione con la minore incidenza di rischio di povertà o esclusione sociale (11,3%, era 11,2% nel 2024), mentre il Mezzogiorno quella con la più alta (38,4%, era 39,2% nel 2024). Anche nel 2025, l’incidenza del rischio di povertà o esclusione sociale è più bassa per chi vive in coppia senza figli, in particolare per le coppie giovani con persona di riferimento con meno di 65 anni (16%), e più alta per i monogenitori (31,6%), le coppie con tre o più figli (30,6%) e le persone sole (28,6% se di età inferiore ai 65 anni, 29,6% se ultrasessantaquattrenni). Per le coppie con un figlio, il rischio di povertà o esclusione sociale rimane contenuto (17,4%) e al di sotto della media nazionale (22,6%), mentre per le coppie con due figli sale al 20,6%.

Nonostante la crescita che si è avuta nell’ultimo anno, i redditi familiari in termini reali sono ancora inferiori, in media, del 4,9% rispetto al 2007, ossia al periodo precedente la crisi finanziaria globale (secondo il recente Rapporto presentato dall’Organizzazione internazionale del lavoro – Ilo – i salari reali in Italia restano inferiori di 8,7 punti percentuali rispetto al livello del 2008). La contrazione risulta più marcata nel Centro (-9,3% rispetto al 2007) e nel Mezzogiorno ( -6,9%) e solo relativamente più contenuta nel Nord-est (-2,5%) e nel Nord-ovest (-1,8%).

Inoltre, la flessione dei redditi è stata particolarmente intensa per le famiglie la cui fonte di reddito principale è il lavoro autonomo (-13,4%) o dipendente (-6,3%), mentre per le famiglie il cui reddito è costituito principalmente da pensioni e trasferimenti pubblici si registra un incremento pari al 6,6%. Poiché la distribuzione dei redditi è asimmetrica, la maggioranza delle famiglie ha percepito un reddito inferiore all’importo medio: il valore mediano, ovvero il livello di reddito al di sotto del quale si colloca il 50% delle famiglie residenti, è pari a 31.704 euro (2.642 euro al mese), valore in crescita del 5,5% in termini nominali rispetto al 2023.

Una parte del dossier dell’ISTAT si occupa di lavoro a basso reddito e di povertà lavorativa, sottolineando come non sempre il reddito proveniente dall’attività lavorativa è sufficiente a eliminare il rischio di povertà per il lavoratore e la sua famiglia. “Il reddito individuale da lavoro, si legge nel focus, può risultare insufficiente a causa di una bassa retribuzione o di una ridotta intensità lavorativa nel corso dell’anno. Tuttavia, il rischio di povertà dipende anche dalla composizione della famiglia e dal numero di percettori al suo interno. Per valutare le condizioni di vulnerabilità associate al lavoro occorre dunque considerare in mondo congiunto tanto le determinanti dei redditi individuali da lavoro quanto le caratteristiche delle famiglie con lavoratori”.

I lavoratori a basso reddito sono un quinto del totale: nel 2024, i lavoratori a basso reddito (che hanno lavorato almeno un mese nell’anno e hanno percepito un reddito netto da lavoro inferiore al 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito netto da lavoro relativa al 2024) sono pari al 20,4% del totale, in riduzione rispetto al 21% dell’anno precedente. Il rischio di essere un lavoratore a basso reddito è decisamente più alto per le donne rispetto agli uomini (25,2% contro 16,7%), per gli occupati appartenenti alle classi di età più giovani (28,3% per i lavoratori con meno di 35 anni contro un valore minimo pari al 17,9% per quelli nella classe 55-64), per gli stranieri rispetto agli italiani (38,2% contro 18,2%). La condizione di basso reddito è associata anche a bassi livelli di istruzione, passando dal 42,2% per gli occupati con istruzione primaria al 13,4% per quelli con istruzione terziaria.

Si tratta di dati che mettono in evidenza come ben un quarto della popolazione di questo Paese viva una condizione di disagio non solo economico, ma anche abitativo, sociale, sanitario, educativo e assistenziale. Colpisce la recente denuncia del Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, secondo il quale il 44% degli studenti italiani rinuncia alla partecipazione alle gite scolastiche, in larga parte per motivi economici. “Un indicatore – sottolinea il CNDDU – che, letto in chiave sistemica, segnala una progressiva erosione del principio di uguaglianza sostanziale sancito dall’articolo 3 della Costituzione e del diritto all’istruzione di cui all’articolo 34”.

Il Coordinamento evidenzia come l’incremento significativo dei costi medi dei viaggi di istruzione, imputabile all’aumento generalizzato dei prezzi nel settore dei trasporti, dell’ospitalità e dei servizi turistici, si sia innestato in un contesto di contrazione del potere d’acquisto delle famiglie, determinando una compressione della spesa per attività educative non obbligatorie. Il risultato è una selezione implicita basata sul reddito, che contraddice la funzione pubblica della scuola. 


da Pressenza del 06/04/2026

Qui il Report dell’ISTAT: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/03/REPORT-REDDITO-CONDIZIONI-DI-VITA.pdf.



 Anche se la distanza ci impedisce di partecipare all’iniziativa palermitana, è bello sapere che è vivo il ricordo di Danilo Dolci e che si continua a coltivare la sua conoscenza

da Pressenza del 06/04/2026

Omaggio al pensiero di Danilo Dolci: “L’ascesa alla felicità”, una storia affascinante

di Redazione di Palermo

Venerdì 10 aprile 2026 dalle 17:30 alle 19:30
Spazio Cultura Libreria Macaione
Via Marchese di Villabianca 102, Palermo

La prima opera pubblicata dal grande sociologo, educatore, poeta e attivista italiano.

Grazie all’impegno e al contributo generoso di alcuni amici, questo prezioso libro, il tassello per comprendere chi era “Danilo prima di Danilo”, è stato riportato alla luce, curato e ristampato in questa nuova edizione da Spazio Cultura Edizioni e presentato al pubblico come omaggio al pensiero di Danilo Dolci, in continuità con le sue azioni e suoi progetti, per fornire strumenti d’azione agli attuali e futuri coltivatori di speranze.

Il volume sarà presentato da:
Giuseppe Barone – Saggista, Coordinatore Comitato Scientifico “Borgo Danilo Dolci”
Daniela Dolci – Presidente della “Società Borgo Danilo Dolci”, dell’Associazione “Danilo Dolci – Nuovo Futuro” e della “Danilo Dolci – Gesellschaft (CH)”
Amico Dolci – Musicista, “Centro Sviluppo Creativo Danilo Dolci ETS”
Giorgio Schultze – Curatore della nuova edizione de L’ascesa alla felicità
Nicola Macaione – Editore “Spazio Cultura Edizioni”.