mercoledì 20 maggio 2026

da Il Manifesto del 18/05/2026 

IL SORPASSO

di Lorenzo Lamperti

Accoglienza amichevole e cordiale per Trump in Cina. Ma Xi mette in chiaro che le due potenze, ormai su un piano di parità, «potrebbero entrare in conflitto» sul futuro di Taiwan. «Stabilità strategica costruttiva», è la nuova formula di Pechino. Agli Usa non resta che consolarsi con gli affari conclusi nel viaggio.


da Il Manifesto del 16/05/2026 

<<Fantastici accordi>>

Ma dal G2 emergono solo il nuovo ruolo cinese

di Lorenzo Lamperti


La visita di Trump si conclude con la dichiarazione di XI: «Maga e il grande rinnovamento della Cina possono andare di pari passo».


da Il Manifesto del 15/05/2026 

FINE VITA, IL QUARTO CASO IN TOSCANA

MARIASOLE ACCEDE AL SUICIDIO ASSISTITO DOPO UNA LUNGA BATTAGLIA LEGALE

di Eleonora Martini


«Mi sono sentita defraudata di un diritto inalienabile, spero che nessuno debba più attendere nella sofferenza come me»: sono le ultime parole che «Mariasole» (nome di fantasia), ha voluto lasciare scritte al mondo. La donna, «63enne toscana affetta da una forma severa di parkinsonismo degenerativo, è morta il 4 maggio a casa sua, a seguito dell’auto somministrazione del farmaco letale fornito, insieme alla strumentazione, dal Servizio sanitario regionale». A darne notizia è l’associazione Luca Coscioni che l’ha supportata nel lungo iter «iniziato con la prima richiesta alla Asl nel luglio 2025 e durato nove mesi».

Il quarto suicidio medicalmente assistito in Toscana, e il sedicesimo in Italia dalla famosa sentenza del 2019, conferma che la mancanza di una legge nazionale non può negare il diritto di decidere sulla propria morte che è stato riconosciuto dalla Corte costituzionale. Lo dimostra anche la lunga battaglia legale combattuta per «Mariasole» dal team di avvocati coordinati da Filomena Gallo perché l’Asl, contrariamente al parere espresso dal Comitato etico, aveva ritenuto inizialmente insussistente nel suo caso il requisito del «trattamento di sostegno vitale». Una conferma, spiega la segretaria nazionale dell’associazione Coscioni, di «quanto sia fondamentale l’interpretazione evolutiva del “sostegno vitale”: l’assistenza dei caregiver e il diritto di rifiutare trattamenti come la Peg sono parte integrante della libertà di scelta nel fine vita».

Anche questa storia è una di quelle da tenere a mente quando in Parlamento si discuterà del fine vita. Intanto, in attesa della fatidica data del 3 giugno, deadline fissata dal presidente del Senato La Russa come compromesso tra maggioranza e opposizione per portare all’esame dell’aula un testo utile a riempire il vuoto legislativo attuale, le Regioni non possono fare altro che adeguarsi e normare le modalità di azione del sistema sanitario locale. E la tensione sale ogni giorno di più nel centrodestra, al punto di vedere il presidente leghista della Regione Lombardia Attilio Fontana battibeccare sul tema perfino con gli alleati di Fd’I.

Il governatore lombardo infatti ha predisposto delle linee guida per fissare tempi e modalità di intervento sanitario sul suicidio assistito che hanno scatenato l’ira, in particolare, dei meloniani. «Ognuno può dire e sostenere quello che vuole ma dato che io credo che noi si debba anche tutelare il lavoro serio e sereno dei nostri dirigenti, questo è il modo per farlo», si è difeso Fontana ricordando che nel 2024 il dirigente regionale Carlo Lucchina è stato condannato dalla Corte dei conti a «pagare cifre consistenti per risarcire il danno solo perché non ha seguito la sentenza della Corte Costituzionale». «Ha ragione Fontana», si schiera la capogruppo di FI al Senato Stefania Craxi che ancora spera di trovare un accordo con l’ala destra della sua coalizione per portare in aula il 3 giugno il testo base di maggioranza che è in stallo in commissione da dieci mesi e che ha pure alte probabilità di non reggere al voto segreto dell’assemblea. Se, come è altamente prevedibile, il miracolo non avverrà, in aula si ricomincerà dal testo del senatore dem Alfredo Bazoli.

Anche il Veneto è in fibrillazione: il presidente Alberto Stefani cerca una via di mediazione tra le pressioni locali e le necessità di coalizione: «Quello che possiamo fare come Regione – dice – è esercitare una competenza prevista dalla nostra Costituzione, che è proporre iniziative legislative che partono dal Consiglio regionale» da portare poi in Parlamento, e che non rischino di essere «impugnate davanti alla Corte costituzionale». «Vogliamo rassicurare il presidente Stefani: nel caso della proposta di legge di iniziativa popolare Liberi Subito da noi promossa – ribatte l’associazione Coscioni – questo rischio non esiste>>.


da Il Manifesto del 16/05/2026 

I nuovi sindaci francesi

di Filippo Ortona

Non solo Saint-Denis, nelle ultime municipali la banlieue rouge ha eletto un numero senza precedenti di candidati di sinistra, razzializzati e provenienti dai quartieri popolari

A sinistra della  piazza c’è l’edificio storico del municipio, uno di quei grandi palazzi color crema in stile neorinascimentale che dappertutto, in Francia, ospitano gli uffici dei comuni e le scrivanie dei sindaci. Sul lato destro c’è la seconda chiesa più famosa del paese: la basilica di Saint-Denis, dove per più di mille anni sono stati sepolti i re di Francia. In mezzo, tra i due edifici, negli anni ‘90 è stato costruito un grande fabbricato in vetro e cemento, che oggi ospita gli uffici del comune più grande dell’Île-de-France dopo Parigi, con 150.000 abitanti, nonché uno dei più poveri del paese.

Tra il vecchio palazzo del comune e quello nuovo c’è una passerella di vetro, una specie di parallelepipedo trasparente. Dentro, Bally Bagayoko, alto e slanciato, filma con un telefono la folla assiepata quasi venti metri sotto di lui.

Ex-allenatore di basket e impiegato dei trasporti parigini, militante dei quartieri popolari di Saint-Denis, con un passato nel Partito comunista francese e poi ne La France Insoumise, Bagayoko è stato eletto sindaco di Saint-Denis al primo turno delle municipali il 15 marzo, sbaragliando il sindaco uscente socialista. Da allora ha subito una quantità senza precedenti di attacchi razzisti e, in risposta, ha chiamato una grande manifestazione nella sua città. Passa il telefono al suo assistente, poi scende nella piazza piena di gente e sale sul palco approntato appositamente sul selciato della mairie.

«Siete l’orgoglio di questo paese, siete l’orgoglio delle lotte antifasciste, antirazziste e anti-imperialiste», dice Bagayoko in questo sabato 4 aprile, prima di lasciare il microfono agli interventi successivi di politici e militanti. Quasi tutti sono figli delle seconde, terze, quarte generazioni di immigrati che popolano le classi popolari francesi e la banlieue parigina.

Per la prima volta nella lunga storia delle lotte dei quartieri popolari francesi, tra le persone che si avvicendano sul palco a Saint-Denis alcune di loro indossano una fascia tricolore. Sono sindaci anch’essi eletti nell’ultima tornata elettorale nella periferia parigina, anch’essi razzializzati e originari dei quartieri popolari, spesso formatisi – come Bagayoko – in un lungo percorso associativo e militante di base, arrivati infine a capo delle rispettive mairies dopo anni di screzi con le sezioni locali o nazionali dei partiti della sinistra.

Sul palco ci sono persone come Aly Diouara, 39 anni, cresciuto in uno dei più famigerati palazzoni francesi, la Cité des 4000 a La Courneuve, deputato de La France Insoumise dal 2024 e ora sindaco della sua città. O Bassi Konaté, 38 anni, neo-sindaco di Sarcelles, uno tra i comuni più poveri del paese e ospite della più grande comunità ebraica francese. Nomi che fanno eco alle elezioni di Adama Gaye a Mantes-la-Jolie, Demba Traoré a Le Blanc-Mesnil, Mohamed Gnabaly a l’Île-Saint-Denis, Omar Yaqoob a Creil… Nelle ultime municipali, la banlieue rouge ha eletto un numero senza precedenti di candidati di sinistra, razzializzati e provenienti dai quartieri popolari.

Secondo quanto scritto dalla ricercatrice Violette Arnoulet, co-autrice di un libro sugli eletti nei comuni delle banlieues populaires (Élus des banlieues populaires, Puf, 2026), prima del 2014 «non c’era nessun sindaco razzializzato nel dipartimento» della Seine-Saint-Denis, che ingloba Saint-Denis e che conta quasi due milioni di abitanti e 39 municipalità. Nel 2020 erano appena 7.

La questione non si limita alla provenienza geografica dei genitori, ha scritto Arnoulet qualche settimana prima delle elezioni. Nella Seine-Saint-Denis le classi popolari «rappresentano il 53% della popolazione attiva», ma sono sotto rappresentate nei consigli comunali, dove (prima dell’ultima tornata elettorale) «le professioni superiori» occupano il 42% dei posti nonostante siano il 21% della popolazione attiva.

Tra la folla nella piazza di Saint-Denis, Youcef Brakni è venuto a godersi il momento. Militante dei quartieri popolari di Bagnolet (nel nord-est della banlieue di Parigi) e tra i fondatori del Comité Adama, il collettivo capeggiato da Assa Traoré che lotta contro le violenze della polizia, Brakni parla di Bagayoko chiamandolo per nome: «Con Bally ci conosciamo da anni, abbiamo militato negli stessi spazi per molto tempo», dice. «È una nuova generazione non tanto in termini anagrafici – Bally non è giovane – ma nel senso che incarna una linea politica che per molto tempo è stata marginalizzata», dice Brakni, ovvero quella di «un antirazzismo intransigente» che denuncia «il razzismo come un sistema di oppressione che domina una categoria della popolazione costruita come “pericolosa”, che viene presentata come una minaccia, una quinta colonna, il nemico dell’interno».

Ancora fino a pochissimo tempo fa, militanti come Brakni o Bagayoko erano ai ferri corti con le sinistre locali delle banlieues parigine e, in particolare, con il Partito Comunista francese, allergico ad affrontare temi come l’islamofobia o la violenza della polizia. Alle municipali «nel 2020 a Saint-Denis il Pcf ha perso l’elezione perché ha rifiutato di allearsi con la lista di Bally», ricorda Brakni.

Un errore che non è stato ripetuto, visto che nel 2026 i comunisti hanno sostenuto Bagayoko. La ragione del cambiamento risiede nel fatto che nell’ultimo decennio e mezzo, la “cintura rossa” attorno a Parigi, bastione del Pcf sin dal dopoguerra, ha cominciato prima a creparsi e poi a franare. Tra il 2005 e il 2020, i comunisti hanno perso Saint-Denis, Saint-Ouen, Aubervilliers, Bobigny, Le Blanc-Mesnil, per citare solo alcune delle più importanti città conquistate dalla destra, dai partiti di centro o dai socialisti.

«Il Pcf è stato a lungo il partito delle classi popolari e della classe operaia, ma quando queste si sono incrociate con gli eredi dell’immigrazione, non ha più saputo incarnarle», dice Eric Coquerel, deputato Lfi della Seine-Saint-Denis. Secondo lui, i comunisti hanno «perso il treno» rappresentato dalle «nuove mobilitazioni contro il razzismo», contro la violenza della polizia e dalle «nuove forme di militantismo» espresse in questi anni dai quartieri popolari. «Hanno mancato l’appuntamento con la nouvelle France», afferma Coquerel.

Lfi ha sostenuto numerosi candidati della “nuova Francia” in banlieue, primo tra tutti Bally Bagayoko. Ma in altri casi il movimento di Jean-Luc Mélenchon ha appoggiato liste che erano invece concorrenti a quelle civiche guidate da figure dei quartieri popolari. A Le Blanc-Mesnil, per esempio, così come a Mantes-la-Jolie, i neo-sindaci Demba Traoré e Adama Gaye si sono trovati ad affrontare, ai rispettivi primi turni, delle liste concorrenti appoggiate da Lfi e da altri partiti di sinistra. Solo al ballottaggio queste ultime hanno accettato di appoggiare sia Gaye che Traoré, arrivati in testa al primo turno.

Con le urne oramai chiuse e due dozzine di sindaci razzializzati e di sinistra in piedi sul palco sotto al municipio di Saint-Denis, l’importanza dei calcoli degli apparati di partito appare del tutto relativa. A parlare, ora, è Aly Diouara. «Siamo precursori di qualcosa», dice, «e vorrei ricordare alla sinistra al caviale: ripigliatevi. Perché il treno siamo noi, ci siamo dentro, e stiamo arrivando».


da Il Manifesto del 15/05/2026 

Affari suoi

di Lorenzo Lamperti


Trump riparte da Pechino con la convinzione di aver stretto «fantastici accordi».

Ma non c’è sostanza: niente di fatto su Hormuz mentre Teheran non arretra, via libera alla Cina su Taiwan, poco business.


da Domani del 15/05/2026

TEHERAN DAI BRICS: «UNITI CONTRO GLI USA». E DRAGHI SPINGE L’UE A STACCARSI DA WASHINGTON

«Un grande, onorato dell’amicizia»

Trump in ginocchio da Xi Jinping

di Cocco, De Benedetti, Ferraresi, Maccaferri, Malatesta, Mocchi

 

Il tycoon prostrato ai piedi del leader cinese, al quale chiede aiuto sull’Iran. Poi annuncia grandi affari.

Ma viene umiliato su Taipei; «Se il dossier sarà gestito male si rischia la guerra». Invito alla Casa Bianca.


martedì 19 maggio 2026

da Giorni Nonviolenti 2026

Danzare la Vita è…


Sciogliere le mani, uscire verso l’altro, custodirlo nella sua alterità;

muovere i piedi, camminare verso un bene più profondo:

diventare sentinelle della notte, custodire il mistero da cui nascono

sempre nuove giornate di sole, di fiori, di sorrisi;

sentire una profonda nostalgia del Cielo;

seguire la musica  della vita di Gesù;

contemplare e custodire la Croce;

non rinunciare a lottare, e danzare senza fine la danza del perdono.


da Il Manifesto del 08/05/2026

Schlein a Toronto con Obama: «Meloni cadrà come Orbán»

di Andrea Carugati


Dopo Barcellona, l’abbraccio sul palco con Pedro Sanchez e Lula, Elly Schlein torna a un meeting progressista fuori dall’Italia. Stavolta è toccato a Toronto, al Global progress action summit, dove ha incontrato Barack Obama e il presidente canadese Mark Carney.

CON OBAMA È STATA una prima volta. Schlein gli ha raccontato della sua partecipazione come volontaria alla campagna per la rielezione nel 2012, lei era in prima fila a Chicago per il discorso della vittoria. L’ex presidente è rimasto stupito, l’ha incoraggiata come «giovane leader», e del resto lui stesso è approdato alla Casa Bianca a 47 anni. Un incontro importante per Schlein, per il suo progetto di darsi un profilo internazionale, ben inserito nella nouvelle vague progressista, che non esclude anche rapporti atlantici con i leader schierati contro Trump. «È la seconda volta che partecipo al Global summit, l’anno scorso a Londra. Al centro, come ricostruire un ordine internazionale che i sovranisti stanno cercando di smantellare per sostituire il diritto internazionale con la legge del più forte e del più ricco», ha spiegato la leader Pd. «È una preoccupazione condivisa con tante altre personalità e forze politiche progressiste di tutto il mondo. Ho ringraziato il premier Carney per le parole che ha detto in Armenia la settimana scorsa, quando ha affermato che l’ordine internazionale sarà ricostruito a partire dall’Europa. Qui si discute di come rimettere al centro la pace, il dialogo e la cooperazione».

NEL SUO INTERVENTO, ieri pomeriggio, Schlein ha ricordato la recente vittoria del no al referendum in Italia. «Per un periodo queste destre sono sembrate impossibili da battere, e invece si può fare con la nostra agenda e i nostri temi che riguardano la vita reale delle presone, i salari. C’è una buona notizia che arriva dall’Europa: Orban ha perso, non governa più. E io penso che come lui cadranno Trump e Meloni». «In Ungheria giovani e donne hanno fatto la differenza, e così è successo al referendum in Italia. Le cose stanno cambiando, le destre stanno fallendo sulle politiche economiche e sociali. Il tempo delle destre nazionaliste è finito. Non risolvono i problemi delle persone. Se guardo all’Italia la produzione è a zero, la crescita è a zero e i costi dell’energia sono i più alti. La propaganda del governo in Italia ha sbattuto contro la realtà della condizione di vita delle persone».

SCHLEIN ASSICURA CHE, nonostante Trump, «sarà possibile ricostruire un ordine internazionale, che non sarà quello di prima che non è riuscito a soddisfare le esigenze di tutti, ma uno nuovo, fondato su pace, solidarietà, cooperazione e giustizia sociale». «Non rinunceremo al rapporto e all’amicizia con il Canada o gli Stati Uniti solo perché c’è un presidente che sta ostacolando ogni giorno questo rapporto, le relazioni atlantiche resisteranno». E se si è commesso l’errore di dare per scontate democrazia e pace, «ora che i nazionalisti di destra le stanno mettendo a rischio abbiamo l’opportunità di dimostrare che la pace, la democrazia e la cooperazione funzionano meglio per tutti i cittadini perché possono offrire risultati migliori per tutti».

PER LA SEGRETARIA DEM è fondatale il ruolo dell’Ue. «Ci siamo per fare la nostra parte, che significa un salto nell’integrazione europea, con le cooperazioni rafforzate e gli investimenti comuni. Se Trump costruisce muri, l’Europa può costruire ponti, portare pace e costruire dialogo. Lo faremo con i tanti partner traditi dai dazi del presidente Usa come Canada, Australia e Giappone». In Canada Schlein ribadisce la ricetta già illustrata a Barcellona: «Le destre portano caos, guerre, muri, recessione: sta a noi progressisti ricostruire pace e tranquillità per le persone». Parole d’ordine che sono ormai diventate il cardine del discorso della leader Pd, sempre più proiettata (primarie permettendo) verso la sfida a Meloni del 2027.

da Il Fatto Quotidiano del 14/05/2026

Flotilla, oggi si salpa: le 54 barche subito a rischio abbordaggio

di Alessandro Mantovani


“No, non posso, il governo norvegese non è quello spagnolo, sono palestinese e rischierei troppo” allarga le braccia Susan Abdullah, insegnante e traduttrice, riparata in Norvegia da Gaza e oggi membro dello Steering Committee della Flotilla. È appena finita la conferenza stampa, oggi si parte. L’ha coordinata un’altra giovane donna del direttivo mondiale, Sümeyra Akdeniz Ordu, anche lei insegnante ma turca e con passaporto tedesco, che in questi giorni a Marmaris, Turchia, ha gestito con grande abilità i rapporti fra la Flotilla, le autorità locali e l’assai composita, potente e ingombrante delegazione nazionale. Lei sale a bordo: “Sarò sulla barca dei medici, la Family”, che poi è una barca reduce dalla missione del settembre scorso, quando ospitava il direttivo. Colpita dal primo attacco dei droni incendiari in Tunisia, si era fermata a Creta e ora i turchi della Flotilla l’hanno riparata.

ERANO SOPRATTUTTO donne a parlare ai giornalisti, nemmeno un bianco europeo. Imane al-makhloufi, pediatra marocchina, rappresentava i doctors for Gaza: “Il 90% degli ospedali della Striscia è distrutto o danneggiato, nessuno funziona a pieno regime, solo tre dei 200 centri di cure primarie sono pienamente operativi”, ha spiegato. Quasi 20mila gazawi hanno bisogno di cure all’estero e li fanno uscire con il contagocce. Ad ascoltarla, nelle prime file, le sue colleghe e i suoi colleghi, con il camice addosso. Sono tanti, da tutto il mondo, anche dall’Italia. E poi ha parlato Saif Abukeshek, altro palestinese, ma con il passaporto spagnolo che l’ha aiutato a uscire dal centro di detenzione di Shikma (Ashkelon), dove l’avevano portato gli israeliani dopo gli abbordaggi a ovest di Creta della notte tra 29 e 30 aprile. È stato lui, che ovviamente non si imbarcherà di nuovo, ad annunciare la partenza al Beluga Beach & Restaurant di Marmaris. Questa spiaggia privata è stata affittata dal comitato turco per evitare gli spazi pubblici, che avrebbero urtato il governo di Recep Tayyip Erdogan: va bene sfidare gli Usa che chiedevano di non accogliere la Flotilla, ma fino a un certo punto. Qui si è tenuta anche l’assemblea generale dei volontari che martedì ha deciso di proseguire la missione dopo aver discusso i rischi, le preoccupazioni di ciascuno, l’analisi costi-benefici, l’impatto politico e mediatico e le differenti opzioni per la navigazione verso Gaza. È tornato per qualche istante, almeno in video, anche l’altro leader deportato in Israele sulla “nave prigione”. Thiago Avila è intervenuto dal Brasile sul grande schermo dal Beluga Beach per dire che “non dobbiamo temere Trump, Netanyahu o Smotrich, siamo una generazione che sfida l’imperialismo e colonialismo”. Ha parlato anche Ko Tinmaung, che si imbarca in rappresentanza della comunità Rohingya, musulmani perseguitati in Myanmar: all’Aja c’è un procedimento per genocidio per i fatti del 2017, la giunta militare birmana era armata anche da Israele. Fra il pubblico c’era invece Mahmut Arslan, capo del sindacato turco Hak di orientamento islamico-conservatore come Erdogan: parte per Gaza anche lui, non tutti nella Flotilla fanno i salti di gioia, ma il peso della Turchia è fin troppo evidente. Dall’Europa intanto arriva un parlamentare, l’unico: Dario Carotenuto del M5S dovrebbe imbarcarsi oggi. L’anno scorso ce n’erano 4 solo dall’Italia, altri da mezza Europa. Le forze israeliane potrebbero intercettare la Flotilla lontano dalle loro coste, fin dalla seconda notte di navigazione quando le barche non saranno più in acque turche né cipriote, ammesso che si passi da lì. I militari israeliani sono arrivati a ovest di Creta da veri padroni del Mediterraneo, con l’acquiescenza di Atene e timide reazioni europee (eccetto la Spagna); non si faranno scrupoli a venire fuori di qualche centinaio di miglia, tanto più che Israele ha grande presa su Cipro. Le barche sono 54 più le quattro della Freedom Flotilla Coalition, mai così tante (l’anno scorso ne furono abbordate 42) ma meno delle 70/80 che si stima avrebbero qualche chance di superare il blocco israeliano se fosse davanti a Gaza. Infatti ne hanno tolte di mezzo 22 a Creta. A bordo, dicono, 600 volontari di 45 Paesi.


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Avanti senza bussare

Ma perché le nostre strade diventino comunicanti occorre, a mio avviso, evitare una trappola. Occorre evitare di chiedere permesso, di chiedere l'autorizzazione e la benedizione alla “chiesa del bussate e vi sarà chiuso".

Finché gay e lesbiche, divorziati/e, separati/e, conviventi, oppure preti che incontrano un amore continueranno a chiedere il permesso di vivere le proprie esperienze alla chiesa-gerarchia, forse non nascerà molto di nuovo. Continuare a bussare alla porta della chiesa-gerarchia per chiedere di entrare e per ottenere almeno un posticino all'ombra ad occhi bassi e tenendo il fiato per non disturbare nessuno, significa bussare alla porta sbagliata e compiere un’operazione da schiavi/e.

In tal caso, continuando a chiedere il patentino alle gerarchie, siamo noi che non abbiamo liberato la nostra coscienza e, anziché praticare un dignitoso confronto, ricadiamo nella grave malattia dell’obbedienza ecclesiastica a qualunque prezzo.

La porta della chiesa cristiana è aperta da Dio, come ci ha insegnato Gesù: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto” (Matteo 7,7-8).

Se vogliamo usare questa metafora della porta, dobbiamo ricordarci che l'unica porta alla quale i credenti devono bussare è la porta di Dio.

Vorrei citare un passo della rivista Qôl (3): ”Grazie Ratzinger, grazie Biffi, grazie Sodano, grazie vescovi... ci avete confermato l’appartenenza della gerarchia cattolica italiana e vaticana odierna, nella sua stragrande maggioranza almeno, a quella chiesa del ”bussate e vi sarà chiuso", alla quale siamo attualmente, e con l’aiuto di Dio speriamo anche di essere in futuro, totalmente irriducibili”. Oggi abbiamo da "fare cose più serie che non il perdere tempo rincorrendo un insegnamento sconfortante nella sua forma, odioso nella sua sostanza, ridicolo nei suoi riferimenti teologici e culturali, tragicamente perdente sul piano storico” (idem).

Ecco perché ha sempre più senso il nostro “esserci” nelle chiese cristiane senza ridurci al pensiero dominante. Ecco perché una presenza dialogica, disobbediente in nome dell'obbedienza al Vangelo,... è sempre più feconda e non cede alla tentazione di mettersi da parte.

Forse, ripensando alle varie teologie femministe e alle varie teologie della liberazione, ci accorgiamo che i frutti migliori sono cresciuti là dove ci si è presi il permesso (la gioia ed il coraggio) di non chiedere più il permesso, ma di riflettere e agire dentro le chiese in vera libertà.

Credo che umiltà ed audacia possano accompagnarsi: possiamo tenere i cuori vicini anche se le nostre idee sono lontane. Anche questo è un modo ”amoroso" di stare nella società e nelle nostre chiese.

 

Proprio in  questi giorni, mentre noi partecipiamo a questo incontro, a Roma viene diffuso e presentato il volume che abbiamo scritto a più mani “Il posto dell’altro. Le persone omosessuali nelle chiese cristiane” (Ed. La Meridiana). Come  movimento “Noi siamo chiesa” e come comunità cristiane di base porteremo questo stesso dibattito in molte realtà locali e ovunque cercheremo il confronto perché crescano amore e libertà nel mondo e nelle chiese.

don Franco Barbero

(fine)

 

lunedì 18 maggio 2026

da Mosaico di Pace di marzo 2026

Kairos Palestine

Un nuovo appello delle Chiese cristiane di Palestina, per rinnovare la speranza anche in tempo di genocidio

di Norberto Julini

(Coordinatore Campagna “Ponti e non Muri per la Palestina”)


Nel ventesimo anniversario della Campagna “Ponti e non Muri per la Palestina”, abbiamo potuto accogliere in Italia un autorevole delegazione di Kairos Palestine, in rappresentanza delle diverse confessioni cristiane presenti in Terrasanta, per presenziare con loro a incontri in diverse città italiane, con i rispettivi vescovi, amministrazioni comunali, università. Era febbraio 2025 e infuriava la rappresaglia genocidaria su Gaza e la violenta pulizia etnica in Cisgiordania. Eppure, si andava annunciando un "kairos", cioè un tempo, un “momento opportuno”, supremo o cruciale. Tutti capivamo quanto fosse dolorosa e immancabile una denuncia dell'efferata violenza contro ogni diritto umanitario e, allo stesso tempo, necessario un annuncio di speranza nell'anno giubilare dedicato a quella virtù, che è tutt'altro che rassegnazione. E quanto fosse importante la rinuncia alla violenza di pensiero, di parola e di azione.

Portavamo con noi il primo documento di Kairos del 2009. “Un momento di verità. Una parola di fede, di speranza e di amore dal cuore delle sofferenze dei palestinesi", e il più recente appello del luglio 2020, “Per un’azione decisiva Un grido per continuare a sperare. Non possiamo servire Dio e tacere l’oppressione dei palestinesi”.

Ci fu annunciato un successivo documento che avrebbe interpretato il “kairos” al tempo del genocidio. Ed è quanto è avvenuto nel corso dell’Assemblea mondiale della Coalizione Globale Kairos per la Giustizia, riunita a Betlemme il 14 novembre 2025, quando fu reso pubblico il nuovo appello: “Un momento di verità: la Fede in un tempo di genocidio”, accompagnato da queste parole: “Viviamo oggi in un’epoca di genocidio, pulizia etnica e sfollamenti forzati che si consumano sotto gli occhi del mondo intero. Questo momento - un momento di verità - ci impone di assumere una posizione nuova, diversa da tutte quelle precedenti. E’ un momento decisivo. Oggi rinnoviamo la nostra posizione a favore della verità e il nostro impegno nei confronti dei principi fondamentali religiosi, teologici e morali. Guardiamo alla nostra realtà e assumiamo una posizione rinnovata, rispondendo alla voce dello Spirito nel profondo del nostro cuore, ascoltando la chiamata della fede in questo tempo di genocidio.”.

Quel testo è ora affidato alle nostre mani e sentiamo la responsabilità di non farlo cadere nel vuoto di risposte da parte della Chiesa cattolica italiana. Per questo abbiamo costituito la sezione italiana di Kairos Palestine. Il documento sarà pubblicato da La Meridiana con autorevoli commentatori.

Come Pax Christi Italia, invitiamo singoli e realtà che si riconoscono in questo cammino di solidarietà con i cristiani palestinesi, a far parte di questa Rete per:

  • Restare in comunione di fede, speranza e amore con i cristiani di Terra Santa;
  • Prendere sul serio le tre richieste che ci sono state rivolte fin dal 2009: 

  1. “Stare accanto agli oppressi”;

  2. “Preservare la parola di Dio come buona novella per tutti...";

  3. “Non offrire una copertura teologica per l'ingiustizia subita".

  • Restare in collegamento con il movimento internazionale, pubblicare gli Appelli di “Kairos Palestina”.

E’ fin d’ora possibile aderire alla rete di relazioni che andiamo tessendo, compilando un modulo (bocchescucite.org/kairos/).