sabato 19 settembre 2026

 L’estate dei femminicidi: 8 donne uccise nelle ultime settimane mentre entra in vigore nuova legge

Una concentrazione di casi che riporta al centro il tema della prevenzione e della protezione delle donne già esposte alla violenza

 20/08/2026  Cristiana Raffa Rai news 24

L’estate italiana è arrivata a metà agosto con una successione di delitti contro le donne che, per frequenza e caratteristiche, ha riportato il femminicidio al centro della cronaca nazionale. Tra luglio e il 19 agosto sono emerse almeno otto vicende mortali nelle quali gli inquirenti hanno contestato, riconosciuto o stanno valutando l’ipotesi di femminicidio: Luigia Fortunato nelle Marche, Tania Sperindio nel Riminese, Dafne Rebaudo a Roma, Daniela Florea a Torino, Tania Terrin nel Veneziano, Ornella Forastefano nel Cosentino, Joanna Rouissi a Colleferro e Carmela Bifano, ancora oggetto di accertamenti. Il quadro si completa con diversi tentati femminicidi, tra cui quelli registrati in Sardegna, Calabria, Catania e nel Bresciano. Sebbene non esista ancora un conteggio ufficiale nazionale dell’estate 2026 e alcuni procedimenti siano ancora nella fase delle indagini e in almeno un caso, quello di Carmela Bifano, l’ipotesi del delitto di genere debba ancora essere accertata, la sequenza di casi emersa nelle ultime settimane è reale e documentata, e merita di essere letta insieme ai dati strutturali sulla violenza contro le donne.  Nelle ultime ore nuove aggressioni e arresti: in Brianza un uomo ha preso la moglie e la figlia a martellate e a Cattolica un uomo si è gettato con la moglie nel canale del porto. 

La sequenza è cominciata a luglio con Luigia Fortunato, 33 anni, uccisa con 50 coltellate dal marito a Loreto, nelle Marche, al culmine di una lite. L’uomo ha confessato il delitto ed è stato sottoposto a fermo per omicidio volontario aggravato. La Procura non ha inizialmente contestato il nuovo reato di femminicidio, proprio a conferma di quanto sia necessario distinguere la definizione giornalistica dalla qualificazione giuridica del fatto. Il Coordinamento regionale dei Centri antiviolenza delle Marche ha invece definito l'uccisione di Luigia un femminicidio, mostrando proprio la distanza che può esistere tra la lettura sociale e quella strettamente penale del caso. Pochi giorni dopo, nel Riminese, Tania Sperindio è stata uccisa dall’ex marito, dal quale era separata da anni. L’uomo avrebbe chiamato i soccorsi confessando l’omicidio. La vicenda è stata indicata dagli inquirenti e dalle autorità locali come femminicidio. A Roma, la morte di Dafne Rebaudo, 31 anni, è precipitata da una terrazza a Tor Bella Monaca nella notte del 13 luglio. Gli investigatori hanno ricostruito la presenza del compagno nell’edificio e ipotizzato che la donna fosse stata spinta. Il compagno è stato fermato: per lui si procede sulla base dell’ipotesi investigativa di femminicidio. Il 20 luglio è stata trovata morta a Torino Daniela Florea, 36 anni, di origine romena. Il corpo era stato occultato nell’appartamento nel quale la donna viveva dopo la fine della relazione con il compagno. L’ex è stato arrestato ad agosto e il fascicolo comprende le accuse di femminicidio, maltrattamenti in famiglia e occultamento di cadavere. La custodia cautelare è stata successivamente disposta dal gip, pur senza convalida del fermo. Poi è arrivata la settimana di Ferragosto, con una concentrazione particolarmente drammatica. A Camponogara, nel Veneziano, Tania Terrin, 39 anni, è stata uccisa dall’ex compagno Dino Keber, che poi si è suicidato. La vicenda presenta uno degli elementi più inquietanti dell’estate: Tania aveva già denunciato l’uomo e nei suoi confronti era stato emesso solo un ammonimento del Questore. La madre ha raccontato inoltre di essersi rivolta più volte alle forze dell’ordine. L’uomo era stato denunciato anche da precedenti compagne. Quasi contemporaneamente, in Calabria, Ornella Forastefano, 46 anni, è stata trovata agonizzante davanti al pronto soccorso dell’ospedale di Trebisacce dopo una gravissima aggressione. È morta per le lesioni riportate. Il compagno è stato fermato nel porto di Bari mentre, secondo gli investigatori, tentava di raggiungere l’Albania; il gip ha poi convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere. L’autopsia è stata disposta per precisare le cause e le modalità della morte. Il 18 agosto, a Colleferro, una donna di 50 anni di origine polacca, identificata dalle cronache come Joanna Rouissi, è stata uccisa a coltellate nella propria abitazione. Il marito, 69 anni, è stato fermato e la Procura di Velletri procede per femminicidio. L’aggressione sarebbe avvenuta davanti a uno dei figli della coppia. Nello stesso giorno, a Corigliano-Rossano, è stato trovato il corpo di Carmela Bifano, 72 anni. La donna presentava lesioni alla testa e gli investigatori ipotizzano che possa essere stata colpita con pietre. Fermato come indiziato il marito, l’autopsia dovrà chiarire causa e modalità della morte, dunque il caso non può ancora essere contabilizzato come femminicidio accertato.

Secondo i dati del Viminale il fenomeno diminuisce, ma resta drammatico

Nel Dossier Viminale pubblicato a Ferragosto è scritto che nel primo semestre del 2026 gli omicidi volontari sono stati 138, contro i 163 dello stesso periodo del 2025. Tra le vittime, le donne sono state complessivamente 34: 26 vittime di omicidio volontario e 8 vittime del nuovo delitto di femminicidio previsto dall’articolo 577-bis del codice penale. Nel confronto con il primo semestre 2025, il numero complessivo delle vittime femminili di omicidio e femminicidio è sceso da 54 a 34, con una diminuzione del 37%. Il confronto è costruito su una categoria statistica che dal dicembre 2025 convive con una nuova categoria giuridica, quella del femminicidio codificato. Il nuovo articolo 577-bis è infatti entrato in vigore il 17 dicembre 2025: per il 2026 il Viminale può quindi distinguere tra omicidio volontario e femminicidio in senso strettamente giuridico. Il dato strutturale più importante arriva dal consuntivo 2025 del Ministero dell’Interno: furono 97 le donne assassinate, contro 118 nel 2024, 120 nel 2023 e 130 nel 2022. Di queste, 85 furono uccise da una persona riconducibile all’ambito familiare-affettivo. La riduzione numerica, dunque, non cancella la caratteristica fondamentale del fenomeno: nella maggioranza dei casi l’autore dell’uccisione di una donna appartiene alla sua sfera relazionale o familiare. Anche la serie storica ISTAT restituisce la stessa evidenza. Per il 2024 l’Istituto ha stimato 106 femminicidi su 116 donne vittime di omicidio, pari al 91,4%. Di questi, 62 sono avvenuti nell’ambito della coppia e 37 per mano di altri familiari.  l fenomeno non coincide semplicemente con il numero delle donne assassinate: la sua specificità sta nelle motivazioni di genere e nelle dinamiche di dominio, controllo, possesso e violenza all’interno delle relazioni. Nel primo semestre 2026 gli ammonimenti del Questore per violenza domestica sono aumentati del 24,1%, arrivando a 3.247; complessivamente gli ammonimenti per violenza domestica e stalking sono stati 4.582. È un segnale di maggiore emersione e intervento, ma anche della persistente dimensione del rischio prima che la violenza raggiunga l'esito più grave. 

La nuova legge: il femminicidio entra nel codice penale. Quando si configura il reato

La legge 2 dicembre 2025, n. 181, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 2 dicembre ed entrata in vigore il 17 dicembre, ha introdotto nel codice penale l’articolo 577-bis. La nuova norma configura come femminicidio l’uccisione di una donna quando il fatto è commesso come atto di odio, discriminazione o prevaricazione, oppure attraverso controllo, possesso o dominio esercitati nei suoi confronti in quanto donna. La fattispecie comprende anche l’uccisione legata al rifiuto della donna di instaurare o mantenere una relazione affettiva o finalizzata a limitarne le libertà individuali. La pena prevista è l’ergastolo; fuori dalle ipotesi specificamente previste dal nuovo articolo resta applicabile l’omicidio volontario disciplinato dall’articolo 575. La novità non è soltanto simbolica. La legge obbliga il sistema giudiziario a individuare, nei casi concreti, la motivazione di genere dell’omicidio. Non ogni donna uccisa è automaticamente vittima di femminicidio dunque: occorre accertare che l’omicidio rientri nelle condizioni previste dalla norma. 

In un'audizione alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul femminicidio, l'Istat indica come presupposto per la prevenzione il fatto che la violenza contro le donne sia un fenomeno basato su “una cultura di genere distorta e stereotipata” e sull’asimmetria delle relazioni di potere tra uomini e donne.


 

Ricordo di Massimo Recalcati

La morte di Enzo Bianchi lascia una grande tristezza innanzitutto in chi lo ha conosciuto e amato. La scomparsa di un amico assomiglia sempre alla scomparsa di un mondo intero. Il mio primo ricordo della sua persona riguarda la sua forza, la vitalità, l’energia dell’uomo. È quello che i Vangeli descrivono come potenza (dynamis): la sua vita era una vita capace di essere davvero viva. C’era una specie di fuoco che animava tutto quello che faceva: studiare, scrivere, predicare, curare l’orto e la cucina del suo monastero, viaggiare, incontrare i fratelli, le sorelle e gli amici, dialogare, avere rapporti affettuosi con i suoi cani, scegliere i vini giusti per la sua tavola, amare l’arte. Insomma, in tutto questo e in molte altre delle sue innumerevoli attività era la vita viva a salire in primo piano. Non l’ascesi sacrificale, la mortificazione della carne, la penitenza patibolare. È stata questa, se si vuole, la cifra più radicale del suo cristianesimo: accogliere con gioia la vita in tutte le sue svariate forme.

Quando con le proprie mani il giovane Enzo pose la prima pietra del Monastero di Bose — nel lontano inverno del 1965 — era solo. Nessuno attorno a sé, nessuna garanzia, nessuna istituzione, nessuna protezione, nessuna raccomandazione, nessun mandato. Restaura una cascina abbandonata nella zona della Serra di Ivrea vivendo da solo e poi con i primi compagni per tredici anni senza luce elettrica.
Aveva paura di morire? Credo di sì. E anche molta, come del resto accade solitamente a tutti coloro che hanno amato profondamente la vita. Del resto, ne aveva anche Gesù Cristo, che nel Getsemani supplica il padre di lasciarlo vivere ancora, di allontanare dalle sue labbra il calice amaro della morte. Quel mistero — il mistero della morte –, Enzo lo sapeva bene, non può essere addomesticato nemmeno dalla fede.
Mi ha detto una volta, quand’era già molto anziano, che di mattina amava abbracciare gli alberi e le grandi pietre. Immagino fosse anche quello un suo modo di pregare. Non alzando gli occhi al cielo ma trovando il cielo in terra.

 DILEMMA IA: CORSA O FRENO?

ISPI 17/9

Tra catastrofisti e tecno-ottimisti, l’allarme sull'IA svela un vuoto più profondo: nessuna difesa regge se non è condivisa, ma l’ordine multilaterale che dovrebbe garantirla è in frantumi.

Nelle ultime settimane il clima di entusiasmo nei confronti dell’intelligenza artificiale ha lasciato il posto a una serie di timori catastrofisti. L’8 settembre Jacob Coxon ha lasciato Anthropic dopo tre anni di ricerca sui modelli linguistici, prima in OpenAI e poi nella società fondata dai fratelli Amodei. E lo ha fatto con un lungo post che in poche ore ha raccolto decine di milioni di visualizzazioni, seguito nella stessa giornata da un’intervista al Wall Street Journal: le due aziende, sostiene il ricercatore, non stanno agendo responsabilmente e stanno correndo dritte verso una catastrofe, “giocando d’azzardo con le nostre vite”. Poche ore dopo, un ricercatore ancora attivo in Anthropic, Evan Hubinger, gli ha dato pubblicamente ragione, stimando in oltre il 10% la probabilità che l’intelligenza artificiale porti all’estinzione dell’umanità entro un decennio. Quattro giorni dopo, Dario Amodei ha pubblicato un saggio di circa quattromila parole, “We Must Pace the Frontier”, in cui chiede all’intero settore di rallentare volontariamente il ritmo con cui i modelli aumentano le proprie capacità; e nel giro di poche ore Sam Altman ed Elon Musk hanno dichiarato di condividerne l’impostazione. Anche la politica ha preso posizione. “Chi vince l’IA, vince tutto”, ripete da mesi Donald Trump, che respinge gli allarmi come esagerazioni di “forze molto negative”. Pechino, dal canto suo, accusa i catastrofisti di fare strategia: il Global Times, quotidiano vicino l partito comunista  cinese, ha definito gli appelli al rallentamento “un espediente da guerra fredda”, pensato per contenere l’ascesa tecnologica cinese. Resta sospesa la domanda di fondo: di cosa si parla davvero, quando si parla di “rischio esistenziale” dell’IA, e a chi conviene, oggi, agitarlo?

I due volti del rischio

I timori sono principalmente di due tipi: sistemi che sfuggono al controllo umano attraverso l’auto-miglioramento ricorsivo e la tecnologia usata come arma, dagli attacchi informatici su scala industriale alla progettazione assistita di armi biologiche. Nel primo caso, un precedente c’è già: a luglio agenti sviluppati da OpenAI hanno attaccato in autonomia i sistemi di Hugging Face, la principale piattaforma open source, senza che un operatore umano ne avesse impartito l’ordine diretto. I danni sono stati limitati, ma l’episodio ha svelato i contorni di un problema concreto, cioè che capacità, autonomia e affidabilità nello sviluppo dell’IA non avanzano insieme. La seconda categoria riguarda invece l’uso della tecnologia come arma, anche in questo caso un rischio già misurabile: il 10 settembre, due giorni dopo le dimissioni di Coxon, Anthropic ha pubblicato il quarto rapporto sulle minacce, “Detecting and Countering Misuse of AI”, documentando casi di abuso dei propri modelli tra dicembre 2025 e agosto 2026 in sette aree distinte, dal cyberspionaggio alle armi convenzionali. Il caso più citato riguarda un gruppo legato alla Russia, che ha utilizzato Claude per costruire uno sciame di droni autonomi capace di selezionare bersagli umani e impartire l’ordine di detonazione, senza alcun controllo umano nel processo. Nello stesso rapporto, Anthropic ammette per la prima volta di non potere più escludere che i propri modelli più recenti forniscano un’assistenza rilevante nella progettazione di armi biologiche.

 Due blocchi, due alleanze

La questione si inserisce in un più ampio agone geopolitico, già strutturato in due blocchi contrapposti. Da un lato le iniziative degli Stati Uniti: la Pax Silica, lanciata nel dicembre 2025 per coordinare tra alleati l’accesso a chip avanzati, minerali critici e infrastrutture per l’intelligenza artificiale — a cui l’Unione europea ha aderito nel giugno 2026 insieme ad altri paesi partner — e in parallelo l’accordo di cooperazione AI opportunity statement. Dall’altro la World artificial intelligence cooperation organization (Waico), fondata da Pechino il 16 luglio, con sede a Shanghai: arrivata a 37 Paesi firmatari, in gran parte del Sud globale, dal Brasile al Pakistan, dal Sudafrica all’Indonesia, e nessuna grande democrazia occidentale tra i 29 membri fondatori. Se la Pax Silica punta a blindare le catene di fornitura più sensibili attorno a un nucleo di alleati fidati, Waico si propone come alternativa aperta e priva di condizionalità politiche, offrendo assistenza tecnica e formazione ai paesi in via di sviluppo. Il risultato è una frattura che ben rispecchia quella già emersa nei vertici multilaterali: due architetture di governance parallele, entrambe capaci di attrarre adesioni, nessuna delle due davvero globale.

Chi scrive le regole?

Il nodo irrisolto, in questo scenario, è la frammentazione dell’ordine internazionale. Un monitoraggio davvero efficace dell’IA richiede un coordinamento che nessuna singola azienda o paese può imporre da sé, ma i riferimenti restano incompatibili: l’Unione europea, con l’AI Act, adotta un approccio basato sui diritti dei cittadini; gli Stati Uniti oscillano tra spinta all’innovazione e sicurezza nazionale; i regimi autoritari trattano i sistemi di IA soprattutto come strumenti di sorveglianza e controllo sociale. Senza standard condivisi, ognuno applica all’intelligenza artificiale i propri valori o il proprio approccio non esportabile. Eppure i segnali non possono essere sottovalutati: è necessario, se non urgente, costruire architetture di controllo multilaterali e dotarsi di poteri d’emergenza reali sui sistemi più rischiosi, pensare ad accordi internazionali che fissino soglie condivise oltre le quali i modelli più potenti vengano sottoposti a controlli obbligatori, sulla falsariga dei trattati di non proliferazione applicati ad altre tecnologie sensibili, e una regolamentazione capace di aggiornarsi alla stessa velocità dei sistemi che dovrebbe sorvegliare. Le questioni relative alla sicurezza dell’IA saranno all’ordine del giorno della visita del presidente cinese Xi Jinping a Washington questo mese. Certo nessuna di queste misure, presa singolarmente, risolverebbe il problema, ma continuare a invocarle separatamente, mentre la tecnologia corre, è la scelta più rischiosa di tutte.

venerdì 18 settembre 2026

UCRAINA

Programmi di studio russi nei territori occupati

Human Rights Watch lo scorso luglio ha dichiarato che le autorità russe nel territori ucraini occupati stanno costringendo bambini e ragazzi a frequentare una scuola che «viola il loro diritto all'istruzione e sembra progettata per distruggere la loro identità nazionale».

Ad oggi sono circa 1,6 milioni i bambini, di cui 600mila in età scolare, che vivono nei territori ucraini occupati dalla Russia e che non solo sono esclusi dall'insegnamento della lingua ucraina, ma anche puniti dalle autorità se scoperti a studiare attraverso scuole ucraine online.

Alcuni dei ragazzi intervistati hanno raccontato di uomini armati che hanno fatto irruzione nelle loro case, sequestrando computer e telefoni in cerca di materiale scolastico ucraino, e hanno minacciato di mandarli in residenze statali se non si fossero iscritti a scuole gestite dai russi.

Anche gli insegnanti rimasti nei territori occupati sono costantemente sottoposti a ricatti emotivi, gravi minacce, perquisizioni e persino violenze fisiche, se si rifiutano di seguire il programma di insegnamento russo.

Oltre alla violazione del diritto dei minori a preservare la propria identità e nazionalità, garantito dal diritto internazionale, gli studenti sono obbligati a ottenere un passaporto russo per  diplomarsi, indottrinati con propaganda anti-ucraina, indirizzati verso programmi giovanili militarizzati e obbligati illegalmente a registrarsi per la leva.

«La Russia sta usando le scuole per insegnare ai bambini ucraini la lealtà al Cremlino, glorificare l’invasione russa e prepararli ad andare in guerra contro il proprio popolo», ha dichiarato Bill Van Esveld, direttore associato per i diritti dei bambini presso Human Rights Watch. [VB] 

da confronti, settembre '26 

TURCHIA

Stretta sui diritti e le opposizioni

Il vertice Nato di Ankara, svoltosi lo scorso luglio, ha riportato l’attenzione internazionale sulla situazione interna della Turchia, ma le tensioni emerse in quei giorni non rappresentano un episodio isolato. Secondo un'inchiesta pubblicata dal quotidiano britannico The Guardian, nelle settimane precedenti al summit le autorità turche hanno intensificato arresti, divieti e procedimenti giudiziari contro oppositori, giornalisti e attivistl: oltre 200 persone sono state fermate durante operazioni di polizia nella capirale, vietate manifestazioni mentre erano pubbliche fino al 10 luglio.

Tra i casi più discussi quello del comico Deniz Göktas, poste in custodia cautelare con le accuse di “insulto al presidente” e “offesa ai valori religlosi” per uno spettacolo satirico su Recep Tayyip Erdogan. Nello stesso periodo sono state arrestate anche due giornaliste: Buse Sögütlü di T24 e Ceren Erdogdu di Oda?'V, con accuse legate al terrorismo.

Secondo Human Rights Watch, (Hrw) che nel rapporto Turkiye: Crackdown Ahead of NATO Summit ha denunciato una «spietata intolleranza verso la libertà di parola e di associazione», le autorità non hanno fornito elementi pubblici sufficienti a dimostrare i reati contestati. Gli episodi legati al vertice Nato hanno reso visibile una dinamica più ampia: da anni il governo di Ankara utilizza strumenti giudiziari e amministrativi per limitare lo spazio dell'opposizione politica, dei media indipendenti e della società civile.

Hrw segnala in particolare le pressioni sul principale partito d'opposizione: il Chp, e il progressivo ridimensionamento della figura di Ekrem Ímamoglu, sindaco di Istanbul e principale sfidante politico di Erdogan. [ML]

 da confronti, settembre '26

EL SALVADOR 

Carcere e sicurezza senza diritti

Come dichiara il rapporto di Amnesty International “Security" without rights, da quando Nayib Bukele ha dichiarato lo stato di emergenza nel 2022, in El Salvador si sono verificati oltre 90mila arresti arbitrari, facendone il Paese con il tasso di incarcerazione più alto al mondo, con 1.700 persone private della libertà ogni 100mila abitanti.

L’organizzazione ha inoltre denunciato che sono almeno 470 i decessi avvenuti durante la detenzione e migliaia le famiglie ancora in attesa di notizie sulle condizioni di salute o sullo status legale dei propri cari. «In diversi casi, sono state riscontrate lesioni incompatibili con le cause ufficiali di morte o segni di violenza fisica e negligenza medica», si legge nel rapporto.

Come riporta Le Monde, Ana Piquer, direttrice per le Americhe di Amnesty International, ha affermato durante la presentazione della ricerca che «la maggior parte delle persone decedute non era nemmeno stata condannata». Gli arresti di massa, le accuse di tortura e i decessi avvenuti sotto custodia dello Stato «non possono essere considerati episodi isolati, ma piuttosto parte di un modello di abuso che, per portata e organizzazione, potrebbe configurarli come crimini contro l’umanità».

Il rapporto denuncia inoltre come l’erosione dell'indipendeneza della magistratura, la militarizzazione della sicurezza pubblica e l'approvazione di riforme incompatibili con gli standard internazionali in materia di diritti umani abbiano facilitato la commissione di queste violazioni, molte delle quali a danno di individui senza comprovati legami con attività criminali e di comunità storicamente impoverite. [VB]

da Confronti, settembre 2026 

 da La Repubblica del 14 settembre 2026


L’INTERVISTA di Maurizio Crosetti


 

Frandino “I ragazzi primi esploratori di un nuovo mondo”

 

Il primo giorno di scuola è anche una riemersione, una dichiarazione di esistenza. È qualcosa che vale per loro, i ragazzi, ma dice qualcosa di importante soprattutto a noi, gli adulti. Ma di cosa parliamo, quando parliamo di un giorno così? Lo abbiamo chiesto a Barbara Frandino che è stata ed è giornalista, scrittrice (per ragazzi e per adulti: ultimo romanzo, "Tremi chi è innocente", Einaudi), sceneggiatrice, autrice, documentarista. E mamma.


Qual è il senso del ritorno in aula?

«Per prima cosa, i ragazzi rientrando a scuola ci dicono che ci sono. Però, gli tocca muoversi in una società fondata sulla competizione, dove se non sei performativo non vali niente. Nessuno può dire non ce la faccio, non mi interessa, non è cosa per me. Forse, dovremmo aiutarli a difendersi».


Da cosa, in particolare?

«Sono immersi in mondi lontanissimi da quello della scuola. Loro così veloci, e lei così lenta. L'ultima riforma l'ha riportata nel Medioevo. La scuola è vecchia, noi siamo vecchi. Ma potremmo insegnare ai ragazzi a porre le domande giuste anche all'intelligenza artificiale, e a saper riconoscere le risposte sbagliate che sono moltissime. Mi chiedo come possano, gli insegnanti, mantenere viva l'attenzione degli allievi per più di mezzo minuto. Tra loro, però ci sono ancora professori che possono cambiarti la vita».


Perché lei scrive così tanto dei ragazzi?

«Quando i miei figli Sebastiano e Samuele erano piccoli, riuscivo a scrivere solo libri per bambini, mi mettevo nei loro sguardi, nelle loro orecchie. Quando sono diventati adolescenti, allora mi pareva di poter scrivere solo di quell'età. Scrivere significa, io credo, stare a guardare e a sentire, e poi mettersi al computer. L'adolescenza è un universo pieno di bellezza, però è sempre più faticosa. I social hanno amplificato ogni cosa, anche le aspettative.

È come se tutti ripetessimo ai ragazzi: puoi farlo. Ma è una bugia, c'è chi non può. Nessuno ha l'obbligo di essere felice e vincente. Credo che il nostro tempo sia ammalato di individualismo ipertrofico, tutto corre troppo».


Dove porta, secondo lei, la strada che si comincia a percorrere il primo giorno di scuola?

«Le nostre generazioni hanno camminato su sentieri tracciati da altri, noi sapevamo dove mettere i piedi anche se magari non ci piaceva. I ragazzi di oggi, al contrario, sono i primi esploratori di un mondo che non abbiamo mai visto. Per fortuna sono creature meravigliose, e sembrano meno in difficoltà di noi pur essendo molto soli e molto fragili. Si muovono con estrema grazia e sapranno mettere a posto quello che noi non siamo riusciti a sistemare, anzi abbiamo reso il disastro che è: il clima, l'ipercapitalismo, un tipo di intelligenza artificiale che ci sta scappando di mano. Eppure, avere a che fare con le tecnologie è una competenza umanistica: oggi, chi si occupa di A.I. cerca soprattutto laureati in filosofia».


Par di capire che lei abbia molta fiducia nei ragazzi.

«Se non l'abbiamo in loro, in cosa dovremmo mai averla? La politica, lei sì purtroppo sembra non averne affatto, di fiducia, visto che vorrebbe dare ai giovani solo paghette e divieti. Ma io non credo si possa far crescere qualcuno con i bonus studenti o con l'obbligo di imparare, di nuovo, le poesie a memoria: chissà poi se serve davvero. Lo so che Calvino sosteneva di sì, m'inchino davanti a lui, però quello era proprio un altro mondo».

 


 Non sanno più l‘italiano

I nostri giovani non leggono

 

 «Le prime chiamate arrivano a ottobre.

Quando cadono le foglie iniziano a cadere anche le medie».

Maurizio Rebaudengo, 64 anni, lo racconta con una battuta che

fotografa bene la stagione delle ripetizioni. Ex insegnante di

lettere nelle scuole torinesi, tra Galfer e Cavour, dal 2020 fa

lezione online attraverso il sito "Le Tue Lezioni". E ogni anno, con il

ritorno sui banchi, vede aumentare le richieste. Torino è il terzo mercato italiano per volume di offerta di lezioni private, dopo

Roma e Milano. Nel 2025, tra agosto e settembre, le richieste di

ripetizioni sono raddoppiate, con un aumento del 100%, per poi

crescere di un ulteriore 37,5% a ottobre. Il costo medio è di 15 euro l'ora.

 

Professore, cosa cambia rispetto alle lezioni in presenza

che faceva in classe?

«Ho raggiunto studenti in tutta Italia. È una modalità molto

gradita dalle famiglie, per due motivi. Da una parte si può

scegliere l'insegnante che si preferisce, dall'altra c'è anche un

aspetto di sicurezza: il figlio è a casa e fa lezione. Spesso l'online

viene demonizzato, ma secondo me funziona bene».

 

Quando arriva il momento di maggiore richiesta?

«Il periodo di picco arriva quando gli studenti prendono i primi

votacci, quando cominciano i compiti in classe. E proprio in quel

periodo che, come dico io, "cadono le foglie e cadono le

medie". Le richieste aumentano soprattutto da ottobre in poi. A

quel punto intervenire quando il fenomeno è già in corso è molto

complicato, anche perché un ragazzo deve stare dietro a nove o

dieci materie».

 

Quali sono le materie per cui la contattano più spesso?

«Il latino, che rappresenta un problema soprattutto al liceo

scientifico. Mi capita anche di essere contattato da studenti

universitari: magari hanno un esame dopo dieci giorni e hanno

bisogno di prepararlo rapidamente. In quel caso mi rifiuto, serve più tempo per il latino».

 

Che tipo di studenti incontra?

«L'identikit medio dello studente è quello di un ragazzo con

un'agenda che neanche un Ceo di una multinazionale. Hanno troppi

impegni, come fanno a vivere così? Ci sono famiglie

ossessionate dal fatto che i figli non abbiano spazi vuoti. Gli studenti sono generalmente gentili ed educati, ma non

leggono. Non hanno il tempo per farlo e, soprattutto, il loro

rapporto con i libri è quasi esclusivamente legato allo studio».

 

Quali sono le difficoltà che riscontra più spesso?

«Come dicevo: non leggono e quindi hanno carenze di italiano

enormi. Alcuni fanno fatica a coniugare il passato remoto:

neanche Totò arrivava a tanto. E non parliamo necessariamente di

ragazzi provenienti da famiglie svantaggiate, anzi, spesso sono

figli della borghesia».

 

Va sempre così male?

«No, c'è chi, dopo un po', riesce a proseguire da solo. A quel punto

sono io a farmi da parte».

 

Mattia Aimola, Repubblica, 14 settembre 2026

 


 Caro ingenuo e illuso Zelensky,

vorrei dirti che il cercare tante trattative con l'America o con “i volenterosi per armarsi” sono illusioni.

Fai un patto, discusso con il tuo popolo, solo fra te e Putin. Questo finanziamento di armi come tuo aiuto è per tenerti in guerra. Ti aiutano con le armi per tenerti in guerre che permettono di sostenere le tue illusioni e di crescere e far continuamente la loro illusione che vincerai.

Credo invece che tu debba e possa patteggiare solo con Putin e che con lui sia possibile trovare un sentiero, che ben discusso dalle due parti, senza affatto dover obbedire a tutte le sue richieste . Gli altri sarebbero giocolieri per continuare la guerra, cioè un includente orizzonte. 

Nella trattativa, forse, dovrà cedere su qualche questione pesante, ma è meglio cedere qualche cosa per non venderti a quelli che ti assicurano armi e denaro .ma al di là delle apparenze lo fanno per guadagnare ancora di più nel mercato delle armi. I nostri Tiranni o Presidenti vari sono la disumanità totale. Compresa l'Italia serva degli USA e dei suoi due Tiranni. Con Putin non dovrai fare una resa, ma un compromesso dignitoso.

Franco Barbero 13 settembre 2026


giovedì 17 settembre 2026

LE PAROLE PER DIRLO

SENZA TORNARE INDIETRO

di Derio Olivero, Vescovo di Pinerolo

 

Oggi sono a Bra per la festa della “Madonna dei fiori”. Mi hanno invitato per la processione e per presiedere la messa. Mi ha stupito l'enorme quantità di persome presenti. Non me l'aspertavo. E mi ha colpito la lunghezza della processiore: 5 chilometri! Non sono abituato a processioni così. Abbiamo percorso varie strade della città. Per un'ora e mezza.

In genere, le processioni escono dalle chiese, percorrono qualche centinaio di metri e rientrano. Oggi siamo “veramente usciti” in mezzo alla città. Ci sto ancora pensando adesso, seduto alla mia scrivania. Noi tutti assomigliamo molto alle “solite processioni”: usciamo, ma solo "per finta” e poi rientriamo subito. Ci spaventa “uscire davvero”. La tentazione è quella di “stare al sicuro”, tornare sui “propri passi”, tornare al sicuro. Abbiamo paura di uscire verso il futuro, paura di cambiare. Facciamo qualche passo e ritorniamo subito alle solite abitudini, allo stile di sempre. Cambiare spaventa tutti. Anche se vediamo che le cose non vanno bene continuiamo sulla medesima strada. La Chiesa é in crisi e continuiamo con lo stesso stile e gli stessi riti! Il cambio del clima genera disastri... e continuiamo con gli stessi consumi e medesimi inquinamenti. La democrazia vacilla, la politica ci disaffeziona... e continuiamo nell’indifferenza a non curarci della "cosa pubblica”, della partecipazione. Qualcuno dice: “Non riesco più a crederci al cambiamento”. Molti si sentono disillusi e subiscono rassegnati.

Imbrigliati nel “regno delle necessità”, non osano più credere al “regno della possibilità”. Ripetono, come schiavi di un ingranaggio ormai inarrestabile. Mugugnano e ripetano. Alzano gli occhi, intravedono a volte dei percorsi, si illuminano per un istante e... ritornano al sicuro. Si aggrappano al "già noto” come ad una scialuppa in un mare in tempesta. Tengono stretto il “già noto” come unica selvezza. Aggrappati ed impauriti. Senza speranza. Rispetto a questa situazione uno scrittore francese (Olivier Guez) dice: "Abbiamo bisogno di catastrofi enormi per cambiare radicalmente”. Robe da matti! Abbiamo hisogno di andare ancora peggio per essere capaci di sognare un mondo diverso. Per essere capaci di osare qualcosa di nuovo. Si torna a parlare di guerra con “tranquillità", senza provare, con forza e passione, a cercare altre strade. Si parla con “tranquillità” di crisi della Chiesa senza cercare testardamente nuove strade. Vediamo il Monviso crollare e continuiamo a pensare che la questione climatica sia una favola inventata. In realtà qualcuno, con passione e tenacia, ci sta provando. Dice: “E’ sufficiente tornare indietro”. Nella Chiesa e in palitica molti vedono nella chiusura e nel ritorno al passato la chiave risolutiva. Ma c'è un problema: il passato non torna. Nessuno può andare verso ieri, si può solo andare verso domani. Certo si va avanti aiutati e illuminati dal passato. Ma domani non sarà mai più ieri. Dunque, non si può ripetere. Si può solo “creare”. Con pazienza, discernimento, passione. E un briciolo di follia. Possibilmnte insieme. Da buoni seminatori. Senza pretendere risultati immediati. Anzi, disposti a regalare “risultati” a chi verrà dopo. Convinti che “c'è più gioia nel donare che nel ricevere”. Proviamaci!

L’Eco del Chisone,

16 settembre 2026

ACCADE NELLE CHIESE

Tempo del Creato e Festa della Creazione

Il tradizionale appuntamento liturgico ecumenico prende il via il 1° settembre

1° settembre – 4 ottobre, al via il Tempo del Creato, il tradizionale tempo liturgico legato a riflessioni sulla nostra Terra e sulla necessità di salvaguardarla. Dedicato alla preghiera e alla cura della Terra, viene accompagnato da un dossier di materiali curato ogni anno dalla GLAM (Commissione globalizzazione e ambiente della Fcei). Quest’anno per la prima volta viene aperto da una nuova celebrazione liturgica perché la Consultazione sui testi comuni (Cct) ha adottato ufficialmente la Festa della Creazione, nota anche come “Festa della Creazione in Cristo”, inserendola nel Lezionario Comune Riveduto (Rcl) per un periodo di prova di tre anni.

Considerando che il lezionario definisce il calendario di molte chiese protestanti, si tratta di una svolta storica nell’ecumenismo cristiano, frutto di un processo di anni.

La versione ampliata di questa festa, che inizierà a essere celebrata dunque il 1° settembre 2026, è frutto di un processo teologico che ha coinvolto diversi organismi cristiani a livello globale negli ultimi anni. Ampliando il simbolismo teologico della festa con un ricco insieme di letture bibliche, questa proposta eleva la dottrina della Creazione in una posizione di maggiore rilievo nel culto cristiano, colmando una lacuna nel calendario liturgico delle Chiese che in precedenza non celebravano il ruolo di Cristo nella creazione del mondo. L’annuncio segna la prima aggiunta di una nuova festa al lezionario comune dalla sua pubblicazione nel 1983, quando furono adottate due nuove celebrazioni — le feste del Battesimo del Signore e di Cristo Re, ispirate alla pratica cattolica romana.

L’aggiunta di una nuova festività al lezionario rappresenta una pietra miliare storica per il movimento ecumenico. È il risultato di un processo teologico durato decenni, che ha visto la partecipazione di molti leader religiosi e di diverse organizzazioni cristiane a livello globale, tra cui una serie di recenti conferenze ecumeniche ad Assisi. Si ispira alla tradizione ortodossa orientale di iniziare il nuovo anno liturgico il 1° settembre – una tradizione che risale al V secolo – e più recentemente alla proclamazione, da parte del Patriarca ecumenico Dimitrios, di tale data come Giornata di preghiera per il creato.

«Si tratta di un evento raro, poiché non è facile né rapido aggiungere nuove festività al lezionario», ha osservato il vicesegretario generale della Lutheran World Federation per le relazioni ecumeniche, il professor Dirk Lange. «La Lwf sostiene e promuove da molto tempo la celebrazione. Ci auguriamo che diventi una celebrazione ampiamente condivisa in tutte le chiese cristiane, rafforzando la nostra vita spirituale e la nostra risposta comune alle urgenti sfide che il nostro mondo si trova ad affrontare oggi». 

INDIA

Minoranze religiose sotto pressione

Un documento segnala un aumento di violenze contro musulmani, cristiani e dalit.

 

Secondo un recente rapporto presentato dall'Indian American Muslim Council alla Commissione statunitense sulla libertà religiosa internazionale (Uscirf), nei primi mesi del 2026, le condizioni delle minoranze religiose in India hanno registrato un ulteriore peggioramento. Il dacumento segnala un aumento di violenze contro musulmani, cristiani e dalit, insieme a demolizioni di luoghi di culto, restrizioni legislative e campagne di incitamento all'odio.

Nel suo rapporto la Uscirf ha raccomandato per il settimo anno consecutivo di inserire l'India tra i Countries of Particular Concern per gravi violazioni della libertà religiosa, propenendo inoltre per la prima volta sanzioni mirate contro il Rashtrya Swayamsevak Sangh (Rss), organizzazione nazionalista induista vicina al governo guidato dal Bharatiya Janata Party (Bjp), e contro l'agenzia di intelligence Research and Analysis Wing (Raw).

Il rapporto documenta numerosi episodi di violenza di massa, tra cui il linciaggio di tre uomini musulmani nelle Stato dell’Assam e l'uccisione di una donna a Calcutta. Parallelamente, la cosiddetta politica della “giustizia del bulldozer” avrebbe portato alla demolizione di abitazioni musulmane, moschee e scuole coraniche in diversi Stati, in particolare Assam e Uttar Pradesh. Un gruppo internazionale di esperti ha definito alcuni di questi interventi una forma di “persecuzione sistematica”.

Un altro fronte riguarda la partecipazione politica. Secondo il rapporto, in West Bengal oltre 9 milioni di nomi sono stati rimossi dalle liste elettorali nell’ambito di una revisione straordinaria degli iscritti, con una forte incidenza sui cittadini musulmani. [ML]

da Confronti, settembre 2026 

A Beirut Incidente per il medico Luciano Griso

La scorsa settimana, a Beirut, il pinerolese Luciano Griso medico volontario in Libano per Mediterranean Hope e responsabile medico dei corridoi umanitari in Libano, è stato investito da un'auto mentre stava attraversando una strada. Nell'impatto il dottor Luciano Griso, persona molto conosciuta e stimata nel Pinerolese per il suo generoso impegno umanitario, ha riportato diverse fratture per cui è stato necessario un delicato intervento chirurgio al bacino. Ora ha già iniziato la fisioterapia riabilitativa e si ipotizza un possibile rientro in Italia tra una decina di giorni.

Luciano Griso, che ha cercato sempre di coniugare il lavoro istituzionale all'ospedale di Pinerolo con l'attività sociale, da anni si occupa di migrazioni e della salute dei migranti: con Medici senza Frontiere e Croce Rossa Italiana è stato volontario al molo di Lampedusa per l'accoglienza dei Migranti. Dal 2016 è componente dell'équipe e responsabile medico dei Corridoi umanitari, progetto gestito dalla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, dalla Comunità di Sant’Egidio di Roma e dalla Tavola valdese e basato su un protocollo d'intesa col Governo italiano, il cui scopo è quello di condurre in Italia in maniera sicura e legale rifugiati siriani ed iracheni presenti in Libano. Nelle settimane scorse Luciano Griso era stato in missione nella valle della Bekaa e nel grande campo profughi Shatila, che accoglie migliaia di profughi, per un programma di visite sanitarie.

S. D'A.

da L’Eco del Chisone, 16 settembre

Io abito a Pinerolo in via Porro 16, ho tanti ricordi di infanzia, sono ricordi lontanissimi ma tuttora bellissimi: Santo Stefano Belbo e i due fiumi che si incrociano, il cascinale dove ogni mattina per un mese (avevo 8, 9 anni) mia nonna mi preparava l'uovo sbattuto con tanta tenerezza: Caterina e Luigi stanno nei miei ricordi e nel mio cuore. Mio papà si chiamava Pietro, alcune volte mi portò a Santo Stefano Belbo e alla casa dove le suore facevano le ostie per la messa giù nel paese. Cinquant'anni fa ritornai in un cascinale che ora non ricordo ma è ancora vivo, per dono di Dio, il ricordo di quei pochi giorni e di chi si prese cure di me. So che in quella zona sono ancora presenti dei miei parenti. Mio papà una volta mi portò a vedere la tomba di un poeta illustre di cui ora mi sfugge il nome. Sono trascorsi almeno 79 anni, oggi sono vicino agli 88 anni sto ancora abbastanza bene e continuo a fare il gruppo, molta lettura biblica e scrivo molti pezzi sul blog della comunità. Soprattutto il mio lavoro è ancora dedito all'ascolto. 

Se mi scrivete o mi telefonate, sarò lietissimo di incontrarvi. Orari degli appuntamenti ore 9,45-12 e ore 16,00 -18,30 di ogni giorno.

don Franco Barbero

GRAZIE GRAZIE GRAZIE

di DERIO OLIVERO Vescovo di Pinerolo
Al termine di questa calda estate sento in cuore la voglia di dire grazie. Grazie alle tante persone che hanno partecipato alle messe in valle o in cima alle vette. Hanno fatto chilometri, a volte anche su strade impervie (vedi il Lauzon). Molti sono arrivati a piedi, dopo lunghe camminate. A volte rischiando anche la pioggia. Grazie alle tante persone che ho incontrato nelle feste patronali. Grazie per il lavoro, per il servizio. Il vostro tempo speso per altri, la vostra passione, sono ossigeno per me e per molti. Grazie alle tante persone che hanno partecipato, alle cinque del mattino, alla messa d’inizio estate. Non ho parole, a quell’ora, presenti per pregare, ringraziare, invocare, fare silenzio, lodare. Pregare per chi ancora sta dormendo, per chi non crede, per chi lotta per un po’ di giustizia, per la pace. E grazie alle tante persone che ho incontrato nei posti più strani (bar, piazze, feste, montagna, rifugi, ospedale, stazione di posta, vie di Pinerolo), alle persone che mi hanno fermato per un saluto, una domanda, una richiesta di preghiera. Grazie alle tantissime persone che sono venute nel mio giardino a cantare le canzoni di Guccini. Tante davvero. Un momento bello di festa, di festa vera. Semplice, senza etichette. Fatta di umanità che condivide due patatine e un bicchiere di vino. Una fetta di torta o una fetta di salame. Un vero momento di comunità. Condividendo la gioia di cantare insieme. Come facevano i nostri padri e i nostri nonni. Come facevamo noi da giovani su una panchina, in oratorio o ad un campo scuola. Coloro che “si fanno paladini delle tradizioni” forse non ricordano che anche queste sono “buone tradizioni”. Io ho cantato Guccini (e De Andrè, Bertoli e Vecchioni) in oratorio, in Seminario. Soffiava un’aria libera, c’era uno sguardo aperto a cambiamenti, a grandi orizzonti. Ora l’orizzonte si sta chiudendo. Stiamo alzando muri e steccati. In nome della paura (che qualcuno chiama fede) stiamo difendendo l’identità, cioè noi stessi. Facciamo passare per identità un’arroccata difesa di noi stessi. Mentre l’identità è una ricerca, una strada percorsa, un esodo, una decisione. Il nostro Maestro, pur essendo di “natura divina” non considerò un tesoro la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso assumendo un’identità umana. Potremmo dire che “cambiò identità” per poter incontrare gli uomini e le donne di questa terra. Mi fa impazzire questo brano (lo trovi in Filippesi al capitolo 2: (Gesù Cristo), pur essendo nella condizione di Dio, / non ritenne un privilegio / l'essere come Dio,/ ma svuotò se stesso / assumendo una / condizione di servo, / diventando simile agli uomini. / Dall'aspetto riconosciuto come uomo, / umiliò se stesso/ facendosi obbediente fino alla morte / (e a una morte di croce). Questo è il nostro Maestro. Con Lui possiamo, senza paura, smettere di difendere la nostra identità per arricchirla offrendo relazione con tutti. Incontrare l’altro non significa rinnegare se stessi, ma arricchire se stessi. La preghiera centrale dei cristiani dice “Padre nostro”. Nel testo originale “nostro” non significa “di qualcuno”, “dei cristiani”, “dei più pii”. No! Nostro significa “di tutti”. Tutti. Può piacere o non piacere, ma questo sguardo ampio è lo sguardo del nostro Maestro e Signore. Uno sguardo difficile. Eppure il solo che può generare pace.
Le Parole per dirlo, Derio Vescovo
L'Eco del Chisone, 26 agosto 2026

 

I protestanti e i dogmi 


Il pastore Luca Baratto nella rubrica «Parliamone insieme» della trasmissione Rai Culto Evangelico risponde a una domanda ricorrente posta dal pubblico

Ci sono delle domande, delle curiosità sul protestantesimo che periodicamente ritornano nelle conversazioni, nelle mail che riceviamo in redazione, nelle telefonate. Una di queste domande ricorrenti è la seguente: “Caro pastore, anche i protestanti hanno i dogmi, riconoscono i dogmi?”

Sono sicuro che molte persone risponderebbero di no: i protestanti non hanno dogmi. Questo probabilmente perché esiste ancora il preconcetto – che, purtroppo, alcuni protestanti stessi alimentano – che il protestantesimo sia una religione individuale, in cui ognuno può mettere in questione ogni cosa e interpretare arbitrariamente la fede. Non è così. I protestanti i dogmi li hanno e li riconoscono.

 

Bisogna però mettersi prima d’accordo su che cosa s’intenda per dogma. Dogmi sono tutte quelle verità di fede che rappresentano l’essenza del cristianesimo e che sono patrimonio comune a tutti i cristiani. La Trinità – lo scorso anno abbiamo ricordato i 1700 anni del Concilio di Nicea che sulla Trinità si espresse –, ma anche l’incarnazione, l’opera di Cristo, il Dio creatore, la salvezza dell’umanità, il giudizio, sono articoli di fede comuni a tutte le chiese cristiane. Non sono protestantesimo, cattolicesimo od ortodossia: sono cristianesimo. Quando si dice che le cose che uniscono i cristiani sono maggiori di quelle che li dividono si dice qualcosa di vero. Il nostro patrimonio comune, definito nei primi secoli del cristianesimo, è immenso e ci permette di recitare insieme il credo con assoluta sincerità. 

Di questo erano ben coscienti i Riformatori del XVI secolo. Quando nel 1530 i protestanti tedeschi consegnarono all’imperatore Carlo V una loro confessione di fede – la Confessione di Augusta – presentarono un testo che iniziava enumerando tutte le principali verità cristiane; solo nella seconda parte passava a spiegare le specificità protestanti. 

Detto questo, si può aggiungere che i protestanti non hanno dogmi propri. Non è un’affermazione banale, perché altre chiese nel corso della storia hanno deciso di proclamare dei dogmi che non sono riconosciuti da tutti i cristiani. La Chiesa cattolica, per esempio, lo ha fatto nel corso del papato di Pio IX con la definizione dell’infallibilità del papa e l’immacolata concezione di Maria. Due affermazioni di fede coerenti con la dottrina cattolica ma indigeste – anzi, inaccettabili – per il resto del cristianesimo, o per una sua cospicua e non trascurabile parte. Il fatto che queste siano affermazioni di fede non condivise da tutti fa dubitare che in effetti si possano chiamare dogmi. In più, imporre qualcosa che è particolare a una confessione come elemento essenziale dell’intera fede cristiana è un ostacolo serio al cammino ecumenico e all’unità della chiesa.

 

La rubrica «Parliamone insieme» a cura di Luca Baratto è andata in onda domenica 19 luglio durante il «Culto evangelico», trasmissione (e rubrica del Giornale Radio) di Rai Radio1 a cura della Federazione delle chiese evangeliche in Italia. Per il podcast e il riascolto online ci si può collegare al sito www.raiplayradio.it

 

 

 Sentenza sull’Ilva: «Diritto alla salute prima del profitto»

Luciana Cimino Il Manifesto 12/9

DISMISSIONE COMPIUTA La Corte d’Appello di Milano dispone lo spegnimento dell’altoforno di Taranto

Ancora in funzione ma già archeologia industriale. L’Ex Ilva è il monumento della deindustrializzazione italiana. Ieri la Corte d’Appello di Milano ha confermato il blocco dell’area a caldo, respingendo la richiesta di sospensiva dei commissari del polo siderurgico. IL 28 OTTOBRE con lo spegnimento degli impianti di fusione e cokefazione si spegnerà anche l’illusione di tornare a produrre l’acciaio che serve alle nostre industrie. E già dalla prossima settimana inizieranno le manovre per ridurre gradualmente la temperatura dei forni. Chi, alla fine, comprerà la fabbrica avrà una mini Ilva che lavora la materia prima acquistata all’estero e un gigantesco simulacro industriale. «È rimessa all’autonomia di gestori e proprietari degli impianti l’iniziativa di ripresa dell’attività quando essi avranno rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti e adottato le misure necessarie per ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di sei milioni di tonnellate all’anno», avevano già chiarito i giudici nel luglio scorso. Ma il costo dell’adeguamento dell’area a caldo è proprio quello che nessun gruppo interessato a rilevare l’impianto vuole sborsare. Anche perché gli errori, di gestione e manutenzione, sono stati fatti da altri. L’agonia dura da 14 anni ma la Corte d’Appello di Milano richiama responsabilità recentissime. La richiesta di sospensiva del decreto di fermata dell’area a caldo avanzata da Adi in amministrazione straordinaria va rigettata, secondo la Corte «in primo luogo» perché «il percorso argomentativo seguito dalle ricorrenti si basa su una riproposizione della tesi della bontà delle misure già in essere» ma queste motivazioni «sono già state ritenute infondate o irrilevanti», hanno ribadito ieri i giudici. IL RICORSO «PUR SUGGESTIVO, non è accompagnato da alcun elemento concreto» dato che i commissari non hanno fornito alcuna «quantificazione, neppure approssimativa, dei costi comparativi di un eventuale adeguamento degli impianti alle prescrizioni imposte» dalla Corte di Giustizia europea «rispetto al rifacimento integrale». La sentenza è chiara: il diritto alla salute prevale su quello al profitto. «Nel conflitto fra il diritto all’esercizio dell’attività di impresa e quello dei cittadini al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni a cui sono assoggettati, non può che prevalere quest’ultimo». Ma se le associazioni ambientaliste e quella dei genitori tarantini, che nel 2021 ha avviato l’azione giudiziaria sulle emissioni, gioiscono, cala la disperazione nell’altra parte della città che con l’acciaio ci lavora e che passerà dalla cassa integrazione al licenziamento. Una bomba sociale innescata in questi 4 anni di inerzia del ministro delle Imprese Adolfo Urso, che Adi ha provato a volgere a suo favore. Ed è su questo punto che la Corte è più dura: «La sospensione dell’area a caldo ordinata con il decreto non pare che possa essere considerata come un evento improvviso ma, piuttosto, come un evento prevedibile su cui non può non essersi misurata, nel corso degli anni, la responsabilità imprenditoriale dei soggetti coinvolti». Si poteva agire diversamente ma nessuno lo ha fatto, non i commissari e neanche il governo. L’Aigi, l’associazione delle imprese dell’indotto dell’ex Ilva, ha subito comunicato che le procedure di licenziamento per 2500 lavoratori, sospese in una apertura di credito durante il tavolo a Palazzo Chigi di 5 giorni fa, sono riprese. E i sindacati chiedono al governo di «mettere in salvaguardia i lavoratori, prime vittime delle scelte di chi ha avuto ed ha responsabilità decisionali», e di essere convocati dalla premier, che fino a ora aveva evitato di metterci la faccia anche se di fatto ha commissariato Urso trasferendo il dossier al sottosegretario Mantovano. «I LAVORATORI PRETENDONO risposte sul futuro dell’ex Ilva ed il sistema manifatturiero attende di conoscere il destino della produzione di acciaio nel nostro paese, non accetteremo passivamente un piano che risolva con anni di cassa integrazione e licenziamenti già annunciati – scrivono in una nota congiunta Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm – Bisogna evitare l’esplosione della bomba sociale con interventi ordinari e straordinari». Con gli stessi toni si esprime Confindustria: «Si impongono decisioni urgenti del governo: in primis, l’adozione di un decreto che governi la transizione». Per l’Usb, dopo la sentenza «Meloni non può dire che “non dipende da noi”». Ma dal governo l’intenzione sembra opposta. «Sicuramente continuiamo a fare del nostro meglio, è uno dei file sui quali stiamo spendendo il maggior numero di ore», ha detto Giorgia Meloni