domenica 30 agosto 2026

L'immigrazione irregolare riduce la criminalità 

Miriam Nadaff

Internazionale 22 agosto 


Secondo uno studio condotto su 11.500 quartieri di più di cento città statunitensi, dove gli immigrati senza permesso di soggiorno sono aumentati i reati contro la proprietà e i crimini violenti sono diminuiti.

In un articolo pubblicato sul Journal of Urban Affairs, i ricercatori hanno incrociato le stime dei residenti senza documenti con i dati statistici sulla criminalità tra il 2010 e il 2018.

“Il nostro è il primo studio che analizza questi numeri nei vari quartieri con un campione così variegato a livello nazionale”, spiega la coautrice Charis Kubrin, criminologa dell’università della California a Irvine. “È importante perché i quartieri sono gli spazi più vicini alle persone ed è lì che si costruiscono le percezioni”.

Gli studi precedenti “usavano campioni di una certa giurisdizione”, dice Alexis Piquero, criminologo dell’università di Miami, mentre questo ha “un raggio d’azione molto più ampio”.

I risultati confermano le precedenti ricerche che non avevano trovato alcun collegamento fra immigrazione e criminalità, negli Stati Uniti e altrove. “Un quadro in linea con quello che emerge dagli studi britannici”, dice Ben Brindle, ricercatore dell’Osservatorio sulle migrazioni di Oxford.

Fra gli immigrati irregolari c’è chi è entrato illegalmente e chi è rimasto dopo la scadenza del visto. La percezione pubblica è spesso alimentata dalla convinzione che queste persone tendano a commettere reati più degli immigrati con i documenti in regola o a chi ha la cittadinanza.

Secondo Piquero, però, “è molto difficile contare gli immigrati non in regola, e i ricercatori hanno dovuto fare delle stime”. Kubrin e i colleghi hanno avuto accesso ai dati demografici di 46 milioni di persone attraverso un centro federale di ricerca statistica.

Per fare le loro stime hanno escluso tutti i cittadini statunitensi e le persone nate nel paese, oltre a quelle che avevano un’assicurazione sanitaria pubblica, erano iscritte alle scuole superiori o erano sposate con cittadini statunitensi, perché è probabile che abbiano il visto o siano residenti permanenti. Dall’analisi è emerso che nel 2010 in media il 5,6 per cento dei residenti di un quartiere non aveva i documenti in regola, e che il dato era sceso al 4,8 per cento nel 2018.

I ricercatori hanno poi mappato questa percentuale nei quartieri, confrontandola con i dati sulla criminalità forniti dal National incident crime study. Si sono concentrati sui reati violenti – che comprendono omicidi, rapine e aggressioni aggravate – e su quelli contro la proprietà, come le effrazioni e il furto di veicoli.

Vulnerabili alle rapine

Lo studio ha rivelato che l’aumento degli immigrati senza documenti era associato a un numero inferiore di reati contro la proprietà e di aggressioni aggravate. Le rapine, invece, sono aumentate. “Può darsi che in certi quartieri il tasso di criminalità sia maggiore perché gli immigrati sono le vittime piuttosto che i responsabili”, commenta Kubrin. È più probabile che chi è sprovvisto di documenti venga pagato in contanti e non abbia un conto in banca come gli altri residenti, il che lo espone a un maggior rischio di essere rapinato, per esempio.

Durante il periodo preso in esame la criminalità e l’immigrazione sono entrambe calate negli Stati Uniti. “Se ne potrebbe dedurre che gli immigrati portano criminalità, ma il nostro studio può smentire questa conclusione”, dice Kubrin.

I ricercatori sperano che i risultati possano contribuire a influenzare il dibattito pubblico. “La percezione dell’immigrazione e della criminalità non corrisponde alle conclusioni dello studio”, osserva Brindle. “Può essere molto difficile fare breccia nell’opinione pubblica attraverso la ricerca, perché ci sono tantissimi fattori che influiscono sull’atteggiamento e sulle convinzioni delle persone”, aggiunge.

Secondo Kubrin dato che questo è uno “studio a livello locale potrebbe avere un peso” nelle politiche locali.

“La questione dell’immigrazione non sparirà presto”, dice Piquero, la cui speranza è che la ricerca “possa spostare l’ago della bilancia un po’ alla volta”. ◆ sdf

 Ecco gli incontri di settembre:

- Domenica 6 settembre ore 10: eucarestia (prepara Ines)

- Martedì 15 settembre ore 18: gruppo biblico in presenza a casa di Luca Prola per l'introduzione alla lettura di Giobbe. Sarà attivato anche il collegamento on line (solito link).

- Domenica 20 settembre ore 10/17: incontro cdb Piemonte in presenza (presso sede Opportunanda a Torino) e on line 

- Martedì 22 settembre ore 18: inizia il gruppo biblico on line.

- Venerdì 25 settembre ore 17: inizia il gruppo biblico in presenza.

 Licenziati gli altri  dal suo studio, il dottor Mathieu, direttore del Sanatorio Agnelli di Pracatinat, si dedicò interamente a me.

"Non ha capito che si trova ad un passo dalla morte, con la tubercolosi che ha spaccato in due il polmone?" Tutta la sera mi spiegò cosa in realtà era la mia tubercolosi, lo fece con una cura e un affetto, per due ore con parole chiare. Volle che io non andassi in seminario o a casa , ma predispose, per me, un materasso su cui potessi distendermi dopo le cure, mentre lui si appartò in uno stanzino e così passai la notte, con un po' di fiducia dopo le sue parole, potendo riposare con la consapevolezza che sarei andato in sanatorio. E alle 9 del giorno seguente (6 giugno 1968), la caposala, un infermiere e il Direttore erano alle porte del sanatorio. Ero piuttosto triste, ma il Direttore si avvicinò e, ormai in una camera del terzo piano, vicino al letto nel quale mi stavano collocando, mi disse " Ce la faremo, ma qui non possiamo non prendere sul serio le regole".Così dal caldo giugno dell'inizio la mia cura durò ben tre anni. Molti giovani, in quel tempo, mi riconobbero come pretino e vennero a farmi visita per parlare, a volte perchè scrivessi una lettera alla fidanzata...conobbi un certo Bruno che, animato da una fede profonda, interpellò alcuni altri e mi chiesero di parlare, una sera ogni tanto, di Gesù, Dio della fede. Incredibile, Bruno mi telefona ancora oggi dalla Sicilia, è rimasto l'amico con cui  mi sento spesso e ricordiamo la vita del sanatorio, ci scambiamo il "Come stai" senza che una volta lui dimentichi il mio compleanno il 24 febbraio. Dal sanatorio è giunto tanto affetto, sono uscito tre anni dopo e ho potuto tornare ad una vita normale grazie al Direttore e agli altri sanitari.

 Grazie o Dio, mi hai ancora dato tanti anni di vita, io ho imparato molto dal silenzio del sanatorio, dai sanitari che mi hanno curato, dalle persone che ho incontrato. Grazie o Dio, mi hai dato tanta fede e tante relazioni di affetto, a partire da Bruno, grazie. Devo ancora ricordare, che non essendo ancora prete, ancor prima di sposare due omosessuali, feci con loro una preghiera sponsale a Dio. Lo feci disobbedendo alla legge, ma il Vangelo sembrava spingermi in questa trasgressione per amore. Non me ne pento.  Altre trasgressioni feci prime di essere consacrato, ma la mia vita, a volte, detestava la legge della chiesa e mi sembrava che il tempo di fare un passo oltre, fosse un'esigenza evangelica.

Don Franco Barbero

18 agosto 2026

sabato 29 agosto 2026

 I giovani marocchini che scappano in Europa

Internazionale 21 agosto

Malaika K. Tapper


Safi, la città portuale marocchina in cui è nata, Salma (nome di fantasia per proteggere la sua identità) impacchettava lattine di sardine in piccole scatole di cartone. Le lattine uscivano dal forno ancora roventi in una cassa di metallo.

Nei giorni in cui il mare dava più frutti, lavorava anche diciotto ore al giorno finché l’intero carico non era stato inscatolato. Si ritrovava le punte delle dita annerite dal contatto con il metallo caldo.

Dopo la laurea Salma, 24 anni, ha cominciato a lavorare nella capitale Rabat in un grande palazzo di vetro con l’aria condizionata, uno dei simboli del recente sviluppo economico del Marocco. Le sue ciabattine schioccano sul pavimento di marmo. Ma, nonostante il prestigio del suo nuovo impiego, vive ancora in ristrettezze. Come molti marocchini della sua età, deve fare i conti con salari bassi e la sensazione che le opportunità si trovino altrove. Come tanti, non vorrebbe solo limitarsi a sopravvivere.

Negli ultimi decenni, da quando il Marocco si è impegnato a tenere in ordine i conti e a investire nelle infrastrutture, l’economia è cresciuta e la povertà è diminuita. Secondo gli economisti, però, questa crescita, che si concretizza negli stadi dalle forme sinuose e nelle torri scintillanti lungo la costa nordoccidentale, non si è tradotta in posti di lavoro sufficientemente buoni o salari migliori per la maggioranza delle persone.

Questo fallimento è finito sotto i riflettori alla fine di luglio, quando più di 72mila persone, in gran parte giovani marocchini in cerca di un futuro migliore, si sono riversate nella exclave spagnola di Ceuta. Secondo le autorità spagnole sono morte almeno 82 persone, ma un’ong marocchina stima un numero più alto, almeno 141. Eppure molti dicono di volerci riprovare.

Mehdi Lahlou, che insegna economia all’Istituto nazionale di statistica ed economia applicata di Rabat, ed è esperto di migrazione, sostiene che la spinta a partire deriva dalla riduzione del potere di acquisto, dalla marginalizzazione delle aree rurali e dall’assenza di servizi pubblici. “I frutti della crescita economica non arrivano alla maggioranza”, spiega.

I successi del Marocco sono tanti: negli ultimi anni ha costruito una solida produzione automobilistica e aeronautica, diventando uno dei pochi paesi della regione ad attirare questo tipo di manifattura. Un nuovo grande porto industriale ha migliorato la capacità nel campo delle esportazioni e della logistica, mentre l’azienda statale che produce fosfato ha reso il Marocco un fornitore chiave di fertilizzanti a livello mondiale.

Tuttavia i grandi investimenti pubblici, tra cui quelli nello sport (il paese ospiterà i Mondiali di calcio del 2030 insieme a Spagna e Portogallo) e nei treni ad alta velocità, “sono ad alta intensità di capitale, e non creano abbastanza opportunità di lavoro”, spiega Lahlou. Il tasso di disoccupazione è del 13 per cento, ma per i giovani la percentuale è il triplo, tanto che anche chi ha un lavoro desidera lasciare il paese.

Torri svettanti

L’ambizione del regno è visibile alla periferia della capitale, dove un grattacielo a forma di missile svetta su un’area coperta da alberi che crescono fiacchi sotto il sole. “Benvenuti nella torre Mohammed VI”, si legge su uno schermo interattivo all’interno dell’edificio intitolato al re, completato solo l’anno scorso.

I ceramisti che avevano i loro laboratori in quest’area prima dell’apertura del cantiere sono stati trasferiti nel centro della città. Lì vicino una guardia tiene i pedoni lontani dal prato del nuovo teatro reale, progettato dallo studio Zaha Hadid Architects, alla cui apertura quest’anno ha partecipato Brigitte Macron e la famiglia reale marocchina. Sul lungomare è stato recentemente inaugurato un enorme stadio di hockey sul ghiaccio, nonostante lo sport sia relativamente sconosciuto.

Quando Salma esce dal lavoro torna in un appartamento al piano terra che condivide con un'amica nella vicina città di Salè. 

Dopo l’università avrebbe voluto rimanere a Safi, città dominata dalle industrie delle sardine e del fosfato. Sua madre lavora ancora in uno stabilimento ittico, dove taglia le teste dei pesci. “Sono andata a chiedere in molti posti, ma non sono riuscita a trovare lavoro… Lì c’è più offerta che domanda. Sono così tanti i giovani che vogliono lavorare”, dice.

Secondo l’economista Najib Akesbi, i grandi investimenti hanno creato una facciata di successo agli occhi degli osservatori esterni. Lo sviluppo di ferrovie ad alta velocità e stadi costosi, concentrato soprattutto nel litorale di nordovest, è avvenuto a spese del resto del Marocco e di servizi come la sanità pubblica.

Questi contrasti, che Akesbi definisce il “Marocco dimenticato”, hanno determinato nel 2025 un’ondata di proteste della generazione Z, innescate dalla morte di otto donne incinte in un ospedale pubblico di Agadir. Il governo marocchino ha riconosciuto le disuguaglianze e ha dichiarato di voler ampliare la rete di protezione sociale e sanitaria.

All’inizio di agosto Medhi, fabbro e calciatore professionista di vent’anni, ha lasciato la sua casa a Salé per cercare di varcare il confine a Ceuta. Era il quinto tentativo per lui: sapeva cosa serviva e quale sarebbe stato l’itinerario. Ha portato con sé pinne e buste di plastica in cui avvolgere cellulare, soldi, cibo e acqua.

Ha nuotato per sette ore finché non è arrivato a Ceuta. È rimasto nell’exclave spagnola per una settimana. Dopo di che ha deciso di rientrare a nuoto in Marocco per paura delle forze armate spagnole.

Mehdi non riesce a trovare un lavoro fisso: passa dal fare il falegname, l’imbianchino o l’elettricista ad altri lavoretti nell’edilizia. Quando faceva il calciatore professionista era pagato circa mille dollari al mese, ma ha raccontato che gli servivano per ripagare i microprestiti che la sua famiglia aveva contratto per comprare beni di prima necessità.

“Prima di diplomarmi pensavo che avrei avuto delle opportunità di lavoro. In Marocco, però, diciamo che la vita vera comincia quando finisci gli studi”, dice. “La maggior parte dei marocchini vive così”.

I privati non investono

“La debolezza strutturale più significativa” dell’economia marocchina è la “sua incapacità di creare posti di lavoro in numero adeguato a una popolazione in età lavorativa in crescita”, si legge nell’ultimo rapporto della Banca mondiale. Si stima che fino a due terzi degli investimenti in Marocco provengano dal settore pubblico.

Secondo Akesbi, il settore privato teme di fare investimenti a lungo termine (che creerebbero posti di lavoro e una crescita più solida) a causa dello stretto controllo governativo sull’economia, dell’assenza di concorrenza e del vantaggio di alcune imprese che detenevano posizioni oligopolistiche in settori chiave come quello dei carburanti. “Sono interessati solo ai profitti di breve termine”, spiega.

Mentre Mehdi tornava indietro a nuoto di notte, molto dopo che i suoi compagni di viaggio erano già rientrati, ha visto un cadavere galleggiare in acqua.

Ha raggiunto le coste della città di confine di Fnideq la mattina presto, ha camminato per decine di chilometri e poi ha preso un autobus che l’ha riportato a Salé. Si è fermato a casa e ha visto sua nonna e sua madre. Sopraffatte dalla gioia per il suo ritorno improvviso, lo hanno perdonato per essere ripartito.

Alle sette del mattino è andato alla spiaggia pubblica di Salé giusto in tempo per cominciare a noleggiare ombrelloni. Guadagna circa 13 euro al giorno, a seconda di quante persone vanno in spiaggia. Dice che aspetterà ancora due settimane e poi farà un altro tentativo a Ceuta.

CHI ALIMENTA LA FIAMMA DELLA VIOLENZA

Il Manifesto 22 agosto

Alessandra Pigliaru

 Il femminicidio è una parola che indica la morte di una donna in quanto donna. Viene uccisa per questo: in quanto donna. Si potrà obiettare, come da anni accade nella parte culturalmente e politicamente più reazionaria del Paese, che si può chiamare omicidio, che le violenze non hanno genere e che Tania Terrin, Daniela Florea, Tania Sperindio siano morte per ragioni diverse e lontane da un istinto proprietario o dalla volontà di sopprimere la loro libertà. Si può obiettare quasi tutto, anche contro l’evidenza: sostenere, ad esempio, che l’educazione affettiva sia inefficace, che sia questione di nazionalità, eccetera.

Ci sono i dati, gli osservatori, per quanto parziali, i convegni, gli studi. C’è soprattutto un’elaborazione teorica e delle pratiche condivise da decenni dal femminismo, dai movimenti e dai centri antiviolenza. Dal dicembre scorso c’è persino una legge dello Stato che, utile o meno, ha introdotto nel codice penale il reato di femminicidio e lo definisce attraverso parole piuttosto difficili da equivocare: odio, discriminazione, prevaricazione, controllo, possesso, dominio; il rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo; la volontà di limitarne le libertà individuali.

Eppure ci sarà sempre chi continuerà a discutere strumentalmente se la violenza maschile contro le donne costituisca o meno un fenomeno sistemico, là dove “sistemico” non vuol dire che ogni uomo sia violento né che ogni donna uccisa sia vittima di femminicidio.

Lo ripetiamo, magari serve: il punto comune di queste storie, diverse e prossime, è l’annientamento della libertà femminile. Non è accettabile la possibilità che una donna interrompa una relazione, cambi casa, ami qualcun altro oppure nessuno, denunci, sottragga il proprio corpo e il proprio tempo, stabilisca da sé la forma della propria esistenza. Il punto terminale e irreversibile di questa pretesa è il femminicidio. Poi viene il lavacro pubblico in cui ogni volta ci si domanda cosa non abbia funzionato nella rete istituzionale che avrebbe dovuto impedire la morte di una donna.

Nel frattempo, nelle sacche più retrive di quella che si autodefinisce destra (e che talvolta riesce persino a creare imbarazzo a chi a destra siede in Parlamento) il problema sembra essere invece la collocazione geografica del patriarcato, cioè se fosse «mediterraneo» allora potrebbe perfino diventare sostenibile, desiderabile. L’operazione linguistica non è innocua, si pretende di contrastare la violenza restaurando almeno simbolicamente alcuni di quei rapporti dentro i quali quella stessa sopraffazione ha attecchito e, per secoli, ha trovato legittimazione.

In questa nostalgia dell’ordine, ciò che viene taciuto è che le donne continuano a morire in quanto donne. Si potrebbe aggiungere che il patriarcato ha danneggiato anche gli uomini imponendo una maschilità obbligata alla forza, all’autosufficienza, al controllo, incapace di nominare dipendenza, fragilità e perdita. Perché il suo nucleo, a qualunque latitudine, è che la libertà di una donna possa costituire una sottrazione a un uomo. È un’idea tossica della relazione tra i sessi: pericolosa, antistorica e antisociale. E nonostante il femminismo l’abbia già decostruita, il suo ripresentarsi offre il terreno su cui si vorrebbero far crescere generazioni educate alla regressione. Questo è il clima intorno ai corpi morti delle donne e a chi piange la propria orfanità. Di fronte a loro non può più bastare l’elenco di “cosa non abbia funzionato”, perché non ha funzionato niente e tutto questo è intollerabile.

giovedì 27 agosto 2026

 

 da Pressenza del 25/08/2026

UNICEF: A Gaza il 12.2% dei bambini soffre di malnutrizione cronica o ritardo della crescita

di UNICEF




La nuova indagine Gaza SMART Survey 2026 fornisce una valutazione aggiornata sulle condizioni dei bambini e delle madri nelle zone accessibili di Gaza:

  • dei bambini di età compresa tra i 6 e i 23 mesi il 73,0% aveva consumato cibi non salutari il giorno precedente e solo il 22,4% aveva una dieta minima accettabile;

  • dei bambini di età inferiore ai cinque anni circa il 37,1% aveva sofferto di diarrea nelle due settimane precedenti l’indagine;

  • la malnutrizione cronica o il ritardo della crescita ha colpito il 12,2% dei bambini sotto i cinque anni; il sovrappeso interessava il 4,0%.

Una nuova indagine nutrizionale su base demografica condotta nelle aree accessibili della Striscia di Gaza mostra un quadro nutrizionale complesso: livelli relativamente bassi di malnutrizione acuta tra i bambini nella popolazione accessibile, tassi preoccupanti di malnutrizione cronica (arresto della crescita), malnutrizione materna, qualità dell’alimentazione molto scarsa, abitudini alimentari inadeguate per neonati e bambini piccoli e un notevole impatto delle malattie infantili.

La malnutrizione acuta tra i bambini sotto i cinque anni è risultata bassa.

La malnutrizione cronica, o ritardo della crescita – un indicatore di crescita lineare compromessa che riflette le condizioni nutrizionali e di salute accumulate nel tempo – ha colpito il 12,2% dei bambini sotto i cinque anni. Il sovrappeso interessava il 4,0%.

La coesistenza di ritardo della crescita, deperimento e sovrappeso nella stessa popolazione indica una scarsa qualità della dieta piuttosto che una semplice questione di quantità di cibo:il 73,0% dei bambini di età compresa tra i 6 e i 23 mesi aveva consumato cibi non salutari il giorno precedente e solo il 22,4% aveva una dieta minima accettabile.

Circa il 37,1% dei bambini di età inferiore ai cinque anni aveva sofferto di diarrea nelle due settimane precedenti l’indagine.

È stata inoltre documentata la malnutrizione materna tra le ragazze e le donne di età compresa tra i 15 e i 49 anni.

L’indagine è stata condotta tra il 31 maggio e il 15 giugno 2026, a seguito di un sostanziale potenziamento degli aiuti umanitari dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025.

Nei mesi precedenti il cessate il fuoco, compreso agosto 2025, quando la Classificazione integrata delle fasi di sicurezza alimentare (IPC) ha confermato lo stato di carestia a Gaza, gravi limitazioni di accesso e interruzioni delle forniture hanno fatto sì che l’alimentazione supplementare generale – uno dei principali mezzi per prevenire la malnutrizione acuta – fosse stata in gran parte sospesa in tutta Gaza. Alcuni programmi volti a individuare e curare la malnutrizione hanno continuato a funzionare, ma le scorte e l’accesso necessari per impedire che i bambini diventassero malnutriti fin dall’inizio non li raggiungevano.

A seguito del cessate il fuoco, la ripresa degli aiuti e del traffico commerciale ha fatto sì che, mentre i ricoveri per il trattamento della malnutrizione acuta avevano raggiunto il picco di quasi 17.000 bambini nell’agosto 2025, a marzo 2026 erano scesi a meno di 3.000.

«La situazione nutrizionale dei bambini migliora quando gli aiuti e le forniture commerciali li raggiungono – e peggiora altrettanto rapidamente quando ciò non avviene. I miglioramenti a cui stiamo assistendo sono fragili e dipendono da un accesso umanitario sostenuto, da finanziamenti adeguati e da mercati commerciali funzionanti. Senza di essi, i progressi potrebbero essere vanificati nel giro di pochi mesi, e saranno ancora una volta i bambini a pagare il prezzo più alto», ha affermato Edouard Beigbeder, direttore regionale dell’UNICEF per il Medio Oriente e il Nord Africa.

Indicatori nutrizionali diversi colgono dimensioni diverse del benessere nutrizionale e riflettono le condizioni in periodi e archi temporali differenti.

La malnutrizione acuta riflette lo stato nutrizionale più recente, mentre il ritardo nella crescita riflette le condizioni nutrizionali e sanitarie cumulative su un periodo più lungo.

I risultati dell’indagine dovrebbero quindi essere considerati nel loro insieme, anziché utilizzare un singolo indicatore per caratterizzare la situazione nutrizionale complessiva.

«La malnutrizione acuta può migliorare nel giro di poche settimane. I danni più ampi, invece, no – ha precisato Beigbeder – I bambini hanno bisogno di acqua potabile, assistenza sanitaria e cibo vario e nutriente, non solo di calorie sufficienti per sopravvivere».

L’indagine è rappresentativa delle aree accessibili. A causa di limitazioni legate all’accessibilità e alla sicurezza, circa il 17% della popolazione di Gaza, pari a circa 358.000 persone, è stato escluso dal campione prima della selezione dei cluster.

L’UNICEF chiede:

  • un accesso umanitario costante e senza ostacoli, anche per il carburante;

  • finanziamenti continui per i servizi di nutrizione, salute, acqua e servizi igienico-sanitari;

  • mercati commerciali aperti, per proteggere i bambini da un nuovo peggioramento della situazione.

 da Pressenza del 24/08/2026

Ricchiuti (Pax Christi Italia) a Schlein (PD): «La politica agisca per la pace»

di Pax Christi Italia



Giovanni Ricchiuti, vescovo di Bisceglie, dal novembre 2023 presidente di Pax Christi Italia.

Nella lettera aperta pubblicata il 22 agosto scorso il presidente del movimento pacifista cattolico esorta la segretaria del partito e i politici italiani: «Una coalizione progressista
 dovrebbe prendere le distanze dal riarmo».

Pax Christi Italia venne fondata nel 1954 “per desiderio di Mons. Montini della Segreteria di Stato Vaticana”, il futuro papa Paolo VI.

Al suo primo presidente, Mons. Rossi, sono succeduti dal 1959 Mons. Castellano e dal 1968 Mons. Bettazzi“, che nel 1976 scrisse al segretario del PCI (Partito Comunista Italiano), Enrico Berlinguer.

PREPARARE LA PACE, NON LA GUERRA”

A cinquant’anni dalla storica Lettera aperta di monsignor Luigi Bettazzi a Enrico Berlinguer, monsignor Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia, si rivolge alla segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, con una nuovaLettera aperta, pubblicata da Avvenire.

Lettera che per la verità si rivolge anche a quanti, segretari di partito e parlamentari, nelle diverse forze politiche vogliano contribuire a riflessioni e decisioni che costruiscano concretamente percorsi di pace.

Il punto di partenza è l’articolo 11 della Costituzione: se l’Italia «ripudia la guerra», quali conseguenze concrete deve avere oggi questo principio nelle politiche di difesa e sicurezza dell’Italia e dell’Europa?

Monsignor Ricchiuti pone alla leader del PD alcune domande precise: una coalizione democratica e progressista

  • può prendere le distanze dalle politiche di riarmo?

  • può investire con maggiore decisione nella diplomazia, nella prevenzione dei conflitti, nei corpi civili di pace e nella difesa non armata e nonviolenta?

  • è disposta a sostenere la proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione del Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta?

La lettera richiama anche una delle emergenze più nuove e inquietanti: l’impiego dell’intelligenza artificiale nei sistemi d’arma.

Da qui la richiesta di una legislazione europea e internazionale vincolante che impedisca di delegare alle macchine decisioni sulla vita e sulla morte.

Non una polemica di parte, dunque, ma l’invito ad aprire un confronto politico: è possibile sottrarsi alla falsa alternativa tra riarmo e resa?

Cinquant’anni dopo Bettazzi, la domanda torna alla politica con parole nuove, ma con la stessa radicalità: «Se vogliamo la pace, dobbiamo preparare la pace: con la politica, la diplomazia, il diritto, la giustizia e la nonviolenza».