da Il Manifesto del 05/05/2026
Tutto bene, anzi male.
Trump oscilla e la benzina aumenta
di Marina Catucci
In 48 ore Donald Trump ha dichiarato «terminata» la guerra in Iran, lanciato una nuova operazione militare nello Stretto di Hormuz, detto di non essere soddisfatto delle proposte di pace iraniane e descritto gli stessi negoziati come «molto positivi». Non è un riassunto parziale: è la cronologia precisa di domenica 3 e lunedì 4 maggio, che ha segnato un nuovo livello di caos e confusione in un’amministrazione che si contraddistingue per i messaggi contraddittori che manda all’esterno.
SE LA COMUNITÀ INTERNAZIONALE non riesce a decodificare il programma di Trump per la guerra in Iran, non va meglio a chi cerca di analizzarlo dall’interno degli Stati Uniti. Domenica sera il presidente ha annunciato su Truth Social il “Project Freedom”: cacciatorpedinieri missilistici, oltre cento aerei, quindicimila militari per riaprire lo Stretto alle navi commerciali bloccate dall’inizio della guerra, definendolo un «gesto umanitario».
Il Comando centrale Usa ha confermato l’operazione precisando che si tratta di un «ombrello difensivo». Un funzionario ha però subito specificato che non si tratta di una missione di scorta. Ma cosa sia, esattamente, non lo ha spiegato nessuno. Poche ore dopo, sullo stesso Truth Social, Trump ha scritto di essere «pienamente consapevole» che i suoi rappresentanti stanno avendo «discussioni molto positive» con l’Iran, e che queste potrebbero portare a «qualcosa di molto positivo per tutti». Solo il giorno prima si era detto insoddisfatto dell’ultima proposta iraniana.
IERI MATTINA “Project Freedom” è diventata operativa: due navi mercantili americane hanno completato il transito. Nello stesso giorno gli Emirati Arabi hanno segnalato un drone iraniano che ha provocato un incendio in un impianto petrolifero, il Regno Unito ha riferito di una nave cargo in fiamme al largo delle coste emiratine, e l’Iran ha dichiarato di aver colpito una nave della marina americana. Gli Usa hanno smentito.
La lettura più generosa di questa sequenza caotica è che si tratti di improvvisazione; quella più realistica è che Trump stia cercando disperatamente una via d’uscita da una guerra che non ha prodotto nessuno dei risultati annunciati, che pesa sempre di più sull’economia interna e sta erodendo il suo consenso a una velocità senza precedenti.
Dichiarare la guerra finita mentre si lancia una nuova operazione militare, negoziare e minacciare nello stesso post, sono le mosse di chi cerca di uscire da una rete che si è costruito da sé e in cui continua a impigliarsi.
I SONDAGGI raccontano la traiettoria con precisione. Secondo il Washington Post -ABC News-Ipsos pubblicato domenica, il 66% degli americani disapprova la gestione della guerra, il 76% disapprova la gestione di Trump del costo della vita, e l’approvazione complessiva è al 34%: il livello più basso dall’inizio del secondo mandato. Inoltre il 61% ritiene che l’uso della forza contro l’Iran sia stato un errore: una percentuale paragonabile all’apice della guerra in Iraq nel 2006, e alla guerra in Vietnam all’inizio degli anni Settanta.
Ci sono voluti tre anni e la morte di 2.400 soldati americani per portare la guerra in Iraq a quel livello di impopolarità. In Iran ci sono voluti due mesi e sono morti finora 13 soldati statunitensi.
IL CONTO ARRIVA direttamente alla pompa di benzina: il greggio Brent è arrivato a 115 dollari al barile, circa 55 dollari in più rispetto a un anno fa. I prezzi oscillano di diversi dollari ogni giorno, reagendo a ogni dichiarazione che filtra dalla Casa Bianca o da Teheran, un mercato che si è abituato a muoversi al ritmo dei post su Truth Social. La chiusura dello Stretto ha interrotto circa un quinto dei flussi globali di petrolio e gas, quello che l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha definito uno shock dell’offerta senza precedenti. La benzina alla pompa ha raggiunto i 4,45 dollari al gallone, quasi il 50% in più da quando la guerra è iniziata a febbraio.
Ma Donald Trump continua a rivendicare il record delle esportazioni di greggio americano come prova del suo successo, portando avanti la stessa logica con cui ha annunciato finita una guerra che, nel momento in cui lo scriveva, stava ancora combattendo.