venerdì 6 febbraio 2026

UN MONDO PIÙ GIUSTO

Oltre la decarbonizzazione

La crisi climatica aumenta ingiustizie e disuguaglianze

Vittorio Cogliati Dezza - Forum disuguaglianze e diversità

31 gennaio 2026 • 07:00

Il ciclone che ha devastato il Sud Italia è solo l’ultimo segnale di come l’emergenza climatica stia marciando più velocemente del previsto. Ed è destinata ad accelerare ulteriormente nei prossimi anni, considerato che la soglia di +1.5°C nella media mondiale delle temperature è avvenuta un decennio in anticipo rispetto a quanto aveva previsto l’Ipcc.

Il fenomeno ha mille sfaccettature, ma le istituzioni, nazionali e regionali, continuano a operare con le stesse modalità di venti anni fa, come se fosse solo un problema di Protezione civile e di risorse per la riparazione. Nulla viene investito sulla prevenzione, tanto che il Piano nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), approvato due anni fa, ancora oggi non ha risorse sufficienti.

Intanto la vita delle persone diventa sempre più insicura. Ma se si vuole prevenire, dobbiamo avere un’idea chiara di cosa sia l’emergenza climatica.

Una crisi sistemica

Il balbettio dell’Europa alla COP30 di Belém e il rinvio dell’entrata in vigore dell’ETS2, provocato dal peso che nel secondo mandato di Ursula von der Leyen stanno assumendo gli stati governati dai conservatori e dalle destre, e, in Italia, il rallentamento delle energie rinnovabili come il rifiuto a disaccoppiare nel prezzo dell’energia il costo del gas da quello delle rinnovabili, strutturalmente più basso, solo per fare alcuni esempi, dimostrano che non si vuole prendere sul serio l’urgenza di politiche di decarbonizzazione efficaci.

Mancanza di prevenzione e rallentamento delle politiche di decarbonizzazione, però, non esauriscono il quadro.

La crisi climatica è anche una crisi sistemica e di giustizia. Colpisce tutti, perché tempeste e siccità non guardano in faccia nessuno, ma non tutti allo stesso modo, penalizzando di più chi ha di meno. Il clima si sta dimostrando un moltiplicatore di disuguaglianze.

Che fare? È la domanda che come Forum disuguaglianze e diversità, insieme ad altre venti organizzazioni sociali, ambientaliste e di solidarietà, ci siamo posti con “La sfida del welfare energetico climatico” (in programma il 30 e il 31 gennaio a Roma), una due giorni nata con l’obiettivo di approfondire la natura e la dimensione dei nuovi rischi sociali generati da crisi climatica e politiche di decarbonizzazione, che interrogano in profondità il sistema di welfare e le politiche pubbliche. A cominciare da ciò che accadrà nel 2026.

Orizzonte 2026

Nei prossimi mesi verranno al pettine due questioni strategiche volute dall’Europa: la direttiva sull’efficientamento energetico degli edifici (Epbd) e il Piano sociale clima. La direttiva Epbd, conosciuta come “case green” e approvata nel 2024, prevede l’invio da parte di ogni stato membro di un Piano nazionale entro fine 2025, mentre il recepimento deve avvenire entro maggio 2026.

Del primo non esistono tracce, del secondo non si parla in nessuna sede pubblica. Eppure l’Italia ha un patrimonio di edilizia residenziale per il 72 per cento con più di 43 anni e per il 68 per cento appartenente alle classi energetiche meno efficienti. Un vulnus non da poco, che richiederebbe fin da subito di dettare regole chiare per evitare che l'efficientamento porti a un aumento dei canoni di affitto.

A sua volta, lo slittamento dell’entrata in vigore dell’ETS2 riduce l’entità del Fondo sociale clima a disposizione degli stati e rinvia di un anno la disponibilità per interventi a vantaggio di famiglie e piccole imprese in condizioni di povertà energetica e nei trasporti. Gli interventi dovevano essere definiti nel Piano sociale clima presentato all’Europa nel giugno 2025. Il ministero dell'Ambiente e della sicurezza energetica (Mase) è stato puntuale, ma da quando il Piano è finito sul tavolo del governo nessuno sa più nulla.

da Domani, 31 gennaio 2026

 

Una mia opinione

di don Franco Barbero


Credo, mentre le armi e i progetti imperialisti, alludo specialmente a Netanyahu e al Presidente degli Stati Uniti, uccidono a migliaia, molti cristiani pregano e sperano in una svolta della Casa Bianca. Tutto ciò in un contesto di fiducia in Dio e nel futuro del mondo. Credo tanto positiva la loro scelta. Io ho un'opinione diversa. Sperare nei dittatori e nei tiranni è un’illusione. Le chiese a riguardo mettono parole, montagne di parole buone che penso corrono il rischio del buonismo e di rassegnarsi al presente, sia pure con preghiere e parole che aprono ad una speranza. Altre volte lasciare tutto a Dio, può diventare rassegnazione alla situazione presente. Penso, invece, che le Chiese dovrebbero vivere un periodo di aperta ribellione dichiarando fuori della fede in Dio e fuori dalle varie forme di cristianesimo, pronunciando una radicale “scomunica” nella comunità popolare ai citati dittatori. La scomunica dei dittatori è il primo passo. Io penso che queste esitazioni delle Chiese cristiane sulla questione della politica guerrafondaia dimostrano quanto sia necessario rileggere il Libro di Giuditta (edizione integrale ebraica) e incoraggiare chi cerchi di destituire i tiranni, con lo spirito del Vangelo, tiranni che uccidono e massacrano milioni di persone. Io appartengo al gruppo delle tantissime persone che lottano e sperano nel coraggio di uomini e donne ispirate dal Vangelo e dalla fede nel Dio dei poveri, persone capaci di tradurre in atti concreti e radicali l’urgenza di impedire ai tiranni di continuare i loro progetti di morte. Anche se la nostra lotta è spesso fallimentare, e i tentativi che facciamo sono poca cosa, ciò ci dimostra come oggi sia necessario affermare concretamente con coraggio e attivamente il nostro NO alla volontà di potenza dei tiranni. Oggi è necessario non confondere la bontà e il Vangelo con buonismo e rassegnazione. 

Tutta l’organizzazione dei nostri tentativi falliti è stata sostenuta anche da credenti ebrei veri e affascinati, come me, da figure bibliche come Giuditta, in piena sintonia di umanità e di fede nel Dio di Abramo e di Gesù.

Anche nella mia comunità di base, a volte, non vengono prese sul serio le iniziative che abbiamo prese per mettere fine alla dittatura dei tiranni oggi presenti. Anche su questo blog non hanno avuto un giusto spazio e riconoscimento. Nulla di grave, le opinioni sono davvero diverse e quelle che non condivido le prendo ancora più sul serio. E non sarà il tiranno, con la sua piena responsabilità delle migliaia e migliaia di morti a dividere le persone che, pur con idee e scelte diverse, restano fratelli e sorelle preziosi e a me  tanto cari.


Mi auguro e spero che le mie parole e iniziative abbiano posto a molti/e credenti un interrogativo che forse vale la pena affrontare. 

La nostra scelta della nonviolenza deve essere sicuramente una cosa molto seria e perseguita fino in fondo, ma il problema che rimane e che si è imposto molte volte nel corso della  storia è: “cosa concretamente fare per impedire realmente al/ai tiranno/i di continuare nella loro opera di morte?”. Come credenti non possiamo eludere questa domanda, mai, perché essa è legata alla nostra responsabilità storica, anche di credenti.

Io sono vicinissimo alla morte e lascio a voi la ricerca, il confronto, su quale sia la strada più coerente da percorrere per la pace ma anche per impedire con ogni mezzo che qualsiasi tiranno assassino continui nella sua opera di morte.

Con affetto e grande fraternità

don Franco Barbero

da Rocca del 01/01/ 2026

Vivere il tempo: stili evangelici

di Giuseppe Grampa


Anche il 2025 si è concluso. Così attesta il calendario civile. Il calendario della Chiesa dal 16 novembre ha iniziato il suo percorso con il tempo di Avvento. Calendari diversi per segnare il tempo. Ma se la Chiesa ci propone un suo modo di segnare il tempo vuol dire che ci offre uno stile evangelico per vivere il tempo.

Viviamo un tempo febbrile. Viviamo con l’occhio all'orologio: quante volte ripetiamo: "Ho poco tempo, non ho tempo, non mi faccia perdere tempo, non ho tempo da perdere”… E siamo persuasi che il tempo sia denaro, una risorsa quanto mai preziosa che deve essere amministrata senza sprechi, cavando da ogni istante un utile. Non meravigliatevi se dico che questo atteggiamento non è del tutto estraneo all’Evangelo. Numerosi e forti gli appelli di Gesù per un uso fruttuoso del tempo. "Ecco sono tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico ma non ne trovo. Taglialo, perché deve sfruttare il terreno?" (Lc 13,7ss). E la parabola dei talenti mentre premia chi ha fatto fruttare al meglio le sue risorse condanna chi, per paura, ha sotterrato le sue risorse e non ha fatto fruttare il talento ricevuto.

Viviamo il tempo da stolti. L’Evangelo squalifica come stolto quell'uomo che ha consumato tutto il suo tempo solo nell'accumulo di beni. Stolto perché non ha saputo arricchire davanti a Dio (Lc 12,21). Potremmo dire: una vita dominata da un uso del tempo esclusivamente assorbito solo dall’avere, avere sempre di più, dall'accumulo, è una vita votata al fallimento. Vivere il tempo solo nella logica frenetica dell’avere vuol dire sprecare e tempo e vita. Il tempo deve essere scandito da una vigile attesa di un incontro.

Impariamo a vivere il tempo ad occhi aperti. Ritorna insistente sulle labbra di Gesù l'appello alla vigilanza, essere desti e non sprofondati nell'inerzia del sonno. A questo tema della vigile attesa il Signore Gesù ha dedicato il più alto numero di testi parabolici, almeno una quindicina, segno che non possiamo sbarazzarci con sufficienza di questo tema arduo eppur vero. Sono di due tipi le immagini che Gesù adopera per descrivere il suo ritorno. Tornerà come il padrone di casa che ha affidato ai suoi servi i suoi beni e chiederà conto; o anche verrà come un ladro che spia il momento per sorprendere nel sonno e scassinare la casa. Immagini piuttosto sgradevoli di un Dio giudice, anzi di un Dio che vuole coglierci in fallo per punirci. Vorrei invece invitarvi a leggere in queste immagini un messaggio positivo non ‘terroristico’: siamo chiamati a vivere ad occhi aperti, vigilanti per sapere riconoscere in ogni giorno della nostra vita i segni della presenza di Dio. Non la paura d’esser sorpresi impreparati deve tenerci desti ma la consapevolezza che ogni istante della nostra giornata è prezioso e racchiude una possibilità di bene per noi. Il nostro uso del tempo non è insignificante, anzi. Su questo ‘buon uso del tempo’ saremo valutati. Ma vi sono altre immagini che Gesù adopera per descrivere la fine del tempo e l’incontro con Lui. Sono immagini di grande dolcezza: verrà come lo Sposo, verrà come l’amico, verrà sì come il padrone ma che farà sedere a tavola i suoi servi vigilanti e servirà loro la cena. Dobbiamo custodire in noi queste diverse e a prima vista contrapposte immagini. Le prime immagini davvero inquietanti, dicono la serietà della vita, l'importanza di vivere con vigile consapevolezza, valorizzando ogni occasione della nostra esistenza. Le altre immagini ci aiutano a vivere il tempo che inesorabile corre verso la fine non nella paura ma nella confidente attesa di un incontro carico di trepidazione e di gioia. La serietà cristiana non deve essere né tetra, né lugubre, né pessimistica; è serietà intrisa di trepidante e gioiosa attesa. E la gioia cristiana non è superficiale, fatua, evasiva: è gioia seria, impegnata, operosa.


da Adista del 06/12/2025

Bilanci vaticani: i conti tornano, ma resta la voragine del fondo pensioni 


La Segreteria per l’Economia ha pubblicato lo scorso 26 novembre, il bilancio consolidato 2024 della Santa sede, che evidenzia un avanzo di 1,6 milioni di euro. <<Questo risultato rappresenta un significativo recupero rispetto al disavanzo di 51,2 milioni di euro registrato l'anno precedente>>, si afferma in un comunicato dello stesso organismo vaticano. <<Il rapporto evidenzia un netto miglioramento e, pur nella prudente consapevolezza che la piena sostenibilità finanziaria è un obiettivo da raggiungere nel lungo termine - prosegue il testo - è osservabile una direzione chiaramente positiva>>. Il deficit è calato in modo sensibile, scendendo di quasi il 50%: è passato infatti da 83 milioni a 44 milioni di euro. <<Ciò è stato reso possibile - afferma la nota della Segreteria per l’Economia - da un aumento di 79 milioni di euro delle entrate (derivanti principalmente da donazioni e gestione ospedaliera) e dagli sforzi di controllo delle spese che hanno parzialmente compensato l'inflazione e l'aumento dei costi del  personale>>.

Si tenga presente che nei bilanci vaticani vanno considerate anche le gestioni finanziarie dell'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma e dell'ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, fondato da San Pio da Pietralcina in Puglia che, fino a tempi recenti, ha avuto importanti problemi di indebitamento. In ogni caso, si sottolinea, <<la performance nella gestione finanziaria è stata particolarmente positiva, generando risultati attivi pari a 46 milioni di euro, superando i livelli del 2023 e svolgendo un  ruolo chiave nella copertura del deficit operativo. Questa performance è soprattutto dovuta alla realizzazione di plusvalenze grazie all'avvio delle attività del Comitato Investimenti>>. Il comitato, guidato dal card. americano Kevin Farrell, è formato da un gruppo di esperti laici di finanza internazionale ed è stato istituito da papa Francesco nell’estate del 2022.

Così, rileva la Segreteria per l'Economia, se si escludono gli enti ospedalieri, <<la Santa Sede ha chiuso con un avanzo di 18,7 milioni di euro>>. Tuttavia <<la Segreteria per l'Economia sottolinea ancora una volta la necessità di prudenza nell'interpretazione di questo dato, poiché questo miglioramento è dovuto principalmente a un aumento delle donazioni e a un impatto contabile una tantum degli investimenti, legati alla vendita di investimenti storici. Questo progresso dovrà dunque essere confermato nei prossimi anni>>. In sostanza, si legge del rapporto del bilancio relativo al 2024, le spese complessive sono state di un miliardo 275 milioni, le entrate di un miliardo e 230 milioni, ai quali bisogna sommare i 46 milioni dovuti alla capacità di investimento sui mercati, il che ha portato a un avanzo di 1,6 milioni. In pratica è stato raggiunto, per l'anno 2024, il mitico pareggio di bilancio. In un’intervista rilasciata ai media vaticani per spiegare l’andamento delle cose, il prefetto della Segreteria per l’Economia, l’economista laico Maximino Caballero Ledo, affermava: <<Il miglioramento registrato nel 2024 - con la riduzione del disavanzo operativo strutturale (vale a dire la differenza fra entrate e uscite ordinarie, ndr) da 83,5 a 44,4 milioni di euro - rappresenta un progresso significativo nel consolidamento della situazione economica della Santa Sede. A questo risultato ha contribuito l'aumento complessivo delle entrate, pari a quasi 79 milioni di euro rispetto all'anno precedente. L'incremento è riconducibile alla crescita delle donazioni, ai risultati positivi dell'attività ospedaliera e al progresso registrato nella gestione immobiliare commerciale.


da Confronti di dicembre 2025

Regno Unito. Il populismo di Farage conquista i sobborghi


Dopo anni ai margini, Nigel Farage – ex protagonista della Brexit e oggi leader del partito Reform Uk – è tornato al centro della scena con un discorso dal tono apertamente populista, promettendo “meno tasse per i ricchi” e una “rottura del sistema malato di Westminster”. Come riporta Bloomberg in un’analisi pubblicata lo scorso novembre, la base elettorale di Farage non si trova tra la medio-alta borghesia, ma nei quartieri più poveri del Paese.
Incrociando sondaggi e nuovi indicatori di deprivazione economica, emerge che 45 delle 50 aree più disagiate del Regno Unito rientrano oggi in circoscrizioni dove Reform Uk sarebbe in vantaggio. Il paradosso per i giornalisti di Bloom- berg è evidente: un ex broker della City e volto del nazionalismo britannico è diventato il riferimento politico delle classi popolari, impoverite da anni di austerità e disuguaglianze. Un copione che richiama da vicino quello di Donald Trump negli Stati Uniti, dove la protesta contro l’establishment ha preso forma proprio nei territori più marginalizzati. Nel frattempo, anche i Verdi britannici avanzano nei quartieri colpiti dalla crisi, minacciando di erodere da Sinistra il consenso del Labour di Keir Starmer. Il tradizionale duopolio tra conservatori e laburisti, che ha dominato la politica britannica per decenni, mostra dunque segni di cedimento. La Gran Bretagna – osserva ancora Bloomberg – sembra così avviata verso un sistema frammentato e instabile, simile a quello olandese. 


NORDIO sconfitto

di don Franco Barbero - 24 gennaio 2026


E’ come il giocatore che gioca le carte che ha.

I danni che provengono al popolo italiano non esistono ancora perché nella giustizia e nell’aula ci sono uomini e donne fedeli alla Costituzione.

Credo che sia importante una motivata resistenza.

Del resto mi sembra uno scolaro al quale viene richiesto di dar voce alla numerazione da 1 a 10 e si ferma al 3. L’insegnante e in questo caso il cittadino/a italiano, s’aspetta che possa arrivare al 4, che il dibattito in aula come le lezioni a scuola lo facciano progredire verso il 4 o 5.

Del resto, lo dico con rispetto, forse il giocatore delle cause perse può sempre ricredersi e cambiare mestiere.

Un rispettoso saluto accompagna il mio dissenso.
Le auguro di sapere e volere ripensare.

              don Franco Barbero


E CERCO DIO1

 

Sempre prona son stata al mormorio del mio cuore,

mai ho veduto il mattino

e mai cercato Dio.

Ma ora cammino intorno ai versi d’oro

tessuti nelle membra di mio figlio,  

e cerco Dio.

 

Stanca del mio sopore,

io so soltanto il volto della notte.

Dell’aurora ho paura - rassomiglia

agli uomini, che pongono domande.

 

Sempre prona son stata al mormorio del mio cuore;

ma ora percorro

a tentoni le membra di mio figlio, tessute

della luce di Dio.

 

1 La poesia, di un’intensa poetessa ebrea di lingua tedesca, è tratta da Meine Wunder (I miei prodigi); la traduzione italiana è in E.

LASKER-SCHUELER, Ballate ebraiche e altre poesie, cit., p. 87.

Giochi invernali contro il territorio

Maryline Baumard, Le Monde, Francia

Cinquecento larici secolari abbattuti a Cortina per far posto alla pista da bob. E il terreno che cede sotto il peso di un pilone della nuova cabinovia

_____________

La terra ha parlato. A pochi passi dalla pista olimpica di Cortina d’Ampezzo si è aperta alla fine dell’agosto 2025 una faglia lunga trenta metri. Ai piedi dell’ultimo pilone della nuova cabinovia (Apollonio-Socrepes, progettata per trasportare fino a 2.400 persone ogni ora), un dislivello di 50 centimetri separa ormai le due estremità della saccatura visibile nonostante il telone messo per nascondere lo smottamento. I lavori sono stati interrotti, ma nella conca ampezzana, nel cuore delle Dolomiti, il gigantesco orologio in corso Italia continua a scandire il conto alla rovescia in vista dei giochi olimpici di Milano Cortina, che partiranno il 6 febbraio 2026.

La vicenda dello smottamento è stata portata in tribunale dagli abitanti di due frazioni che si trovano vicino al cantiere. Il sindaco di Cortina Gianluca Lorenzi, eletto nel 2022, si mostra rassicurante. “La faglia è molto superficiale” spiega, aggiungendo che “sono state prese tutte precauzioni del caso”. Sulla stessa linea è  la risposta della Società infrastrutture Milano Cortina (Simico), l'azienda incaricata di costruire le opere olimpiche: “Questo cedimento non sorprende, considerando la natura ben nota del suolo”. La Simico precisa che “il progetto ha ottenuto tutte le autorizzazioni necessarie”.

Ma in un rapporto svelato dal Corriere delle Alpi, Eros Aiello, del centro di geotecnologia dell’università di Siena, conclude che “lo sbancamento è stato eseguito senza le doverose indagini geotecniche in un ambiente ‘a rischio frana’ e senza le previe ‘opere di presidio’”.

La geografa Carmen De Jong, dell università di Strasburgo, che da anni studia gli effetti dei grandi eventi sulle montagne, si spinge oltre: “Se durante i giochi si verificheranno condizioni meteorologiche insolite, come un improvviso nscaldamento e scioglimento delle nevi o delle piogge intense, la sicurezza degli atleti, del personale di supporto e del pubblico potrebbe essere minacciata”.

A rischio mafia

Nel centro abitato gli anziani trattengono il fiato. Sanno bene che la zona della faglia è ad alto rischio, ma lo dicono a bassa voce, in un luogo dove qualsiasi critica ai giochi è mal vista e dove la polizia sorveglia gli oppositori dell'evento. Lnoltre da queste parti gli assembramenti sono limitati.

Questi rischi, però, non hanno impedito l'apertura di tre grandi cantieri: oltre a quello per la cabinovia, c’è quello per costruire uno chalet di lusso (il cui muro di sostegno si è già spostato, secondo gli avvocati dei residenti) e quello per la ristrutturazione di un’altra cabinovia, appena avviata e che non sarà completata prima dell'ottobre 2026, sette mesi dopo la chiusura dei giochi. “È la prova, se mai ce ne fosse bisagno, che con la scusa dei giochi olimpici si sta finanziando un modello obsoleto di sviluppo degli sport invernali, che ignora la scarsità della neve”, commenta De Jong.  Il sindaco, intanto, sottolinea con soddisfazione l’effetto benefico dei giochi su Cortina… Come se la località definita “la perla delle Dolomiti”, una delle più famose stazioni sciistiche europee, avesse davvero bisogno di nuvi riflettori….

Un dibattito messo a tacere

A settembre i giornali italiani hanno dato la notizia dell'arresto di due fratelli accusati di aver minacciato alcuni politici per ottenere degli appalti a Cortina. Sono in corso le indagini per scoprire in quale misura i due fratelli e altri soggetti abbiano potuto infiltrarsi nel giro degli appalti per le Olimpiadi. La Simico si dice “certa” che la mafia non sia riuscita a mettere le mani sull'attività edile, “grazie al protocollo di legalità firmato con la Struttura per la prevenzione antimafia, che permerte di controllare tutte le persone, le aziende e gli appaltatori che lavorano nei cantieri”.

Il dibattito sull'opportunità di ospitare i giochi nel 2026, in un periodo storico in cui le Alpi sono notoriamente soggetie alle frane (ultimamente ce sono state molte lungo le vie d'accesso a Cortina) e allo 

scioglimento del permafrost, sembra essere stato completamente messo a tacere. L'evento viene presentato come la prima olimpiade di una nuova era, ecologica e sostenibile. Questa retorica però non convince Vanda Bonardo, presidente della sezione italiana della Commissione internazionale per laprotezione delle Alpi. Bonardo ha contato più di cento riferimenti al”concetto di sostenibilità” nel documento per la candidatura di Cortina, ma ritiene che i giochi saanno tutt'altro che ecologici…..

 

Spese miliardarie

• Dai giochi olimpici di Atene del 1896 (i primi dell'era moderna) a oggi, i costi legati all'organizzazione delle Olimpiadi sono aumentati del 200mila per cento, stimava Time nel 2016. Anche il numero degli atleti partecipanti è passato da 251 a circa undicimila. Uno studio del 2024 dell'università di Oxford ha calcolato quali sono state le Olimpiadi più costose (in dollari del 2022), escludendo i costi delle infrastrutture non direttamente legate ai giochi.

1. Soči, Russia, 2014 Per i giochi invernali sono stati spesi 28,9 miliardi di dollari, contro un budget iniziale di 12 miliardi. Secondo altre stime, la spesa reale è stata di 50,7 miliardi di dollari.

2. Rio de Janeiro, Brasile, 2016 Le Olimpiadi sono costate 23,6 miliardi di dollari e hanno cambiato il volto della città.

3. Londra, Regno Unito, 2012 I giochi sono costati 16,8 miliardi di dollari: avrebbero dovuto essere un modello di inclusione, ma la promessa di realizzare progetti di edilizia sociale non é stata pienamente rispettata.

4. Tokyo, Giappone, 2020 Le Olimpiadi estive sono state complicate dalla pandemia di covid-19. Il budget iniziale è quasi raddoppiato, fino a raggiungere i 13,7 miliardi di dollari.

5. Barcellona, Spagna, 1992 La spesa per i giochi estivi è stata di 11,6 miliardi di dollari, ma ha contribuito a far diventare la città un'importante destinazione turistica.

da Internazionale, 30 gennaio 2026 

 

giovedì 5 febbraio 2026

da Adista del 06/12/2025

Il silenzio sui combustibili fossili: 

Il fallimento della COP30 

di Eletta Cucuzza


Sono passi da formica quelli che l’umanità sta conducendo nella lotta al cambiamento climatico. Non perché siano decisioni di poco conto quelle prese alla COP30 (Belém, Brasile, 10-22 novembre), ma perché il surriscaldamento della nostra Terra ha un’accelerazione che richiederebbe scelte più drastiche.

Come si evince dal documento finale “Global Mutirao: Unire l’umanità in una mobilitazione globale contro il cambiamento climatico”, i Paesi presenti hanno sottoscritto un impegno economico consistente in 1,3 trilioni di dollari all’anno entro il 2035 per l’azione per il clima, e nel raddoppio entro il 2025 e triplicazione entro il 2035 dei finanziamenti per l’adattamento agli effetti avversi dei cambiamenti climatici, adottando misure adeguate a prevenire o ridurre al minimo i danni di un rialzo delle temperature che non deve oltrepassare il già raggiunto grado e mezzo, limite massimo tollerabile stabilito dalle Parti all’Accordo di Parigi del 2015.

Nel riassumere i punti fondamentali del “Global Mutirao”, il sito di notizie dell’Onu inizia plaudendo: <<La decisione finale - scrive - pone l’accento sulla solidarietà e sugli investimenti, fissando obiettivi finanziari ambizioni>> per affrontare subito dopo il maggiore fallimento della COP30, quella di aver rimandato il tema della <<transizione energetica a una discussione successiva>>. <<La combustione di combustibili fossili - puntualizza - emette gas serra che sono di gran lunga i maggiori responsabili del riscaldamento globale, rendendo questa omissione motivo di preoccupazione per molte nazioni, compreso i negoziatori del Sud America e dell'UE, nonché per i gruppi della società civile>>. <<C’erano grandi aspettative - seguita il sito - che la decisione finale della COP30 includesse un riferimento esplicito all’eliminazione graduale dei combustibili fossili. Oltre 80 Paesi hanno sostenuto la proposta del Brasile di una “roadmap” formale. Una bozza di testo lo aveva incluso, fino alle ultime ore di colloqui. Il risultato adottato si riferisce solo al “Consenso degli Emirati Arabi Uniti”, la decisione della COP30 che chiedeva “la transizione dai combustibili fossili”>>. Una delusione, questa, ricorrente nelle valutazioni delle associazioni ambientaliste e per lo sviluppo sostenibile e sicuramente vissuta da quanti hanno partecipato al Vertice dei Popoli svoltosi a Belém in contemporanea alla COP30.


da Adista del 06/12/2025

Armi italiane a Israele: i pacifisti denunciano Leonardo e il governo 

di Luca Kocci


“In nome della legge: giù le armi, Leonardo!” è il titolo della campagna promossa da AssoPacePalestina, A Buon Diritto, Attac Italia, Arci, Acli, Pax Christi e Un Ponte Per, insieme ad Hala Abulebdeh, farmacista palestinese (ma residente in Scozia), la cui famiglia è stata uccisa dai bombardamenti israeliani a Khan Younis nel dicembre 2023. La campagna – presentata in una conferenza stampa alla Fondazione Lelio e Lisli Basso di Roma lo scorso 20 novembre – è sostenuta anche da una denuncia al Tribunale civile di Roma contro il governo italiano e Leonardo Spa (la principale azienda armiera italiana, a partecipazione pubblica: l’azionista di maggioranza è il Ministero dell’Economia e della Finanza) per aver autorizzato e venduto armi a Israele, violando così l’articolo 11 della Costituzione italiana e la legge 185 del 1990, che vieta la cessione di armamenti a Paesi impegnati in conflitti o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.

Rispettare la legge. Tutti. Sempre

«Abbiamo ribattezzato la nostra campagna “In nome della legge: Giù le armi, Leonardo!” perché per noi questo ricorso è una richiesta di obbedienza alla Costituzione, alla legge 185/1990 e alla normativa internazionale», ha spiegato Raffaella Bolini, vicepresidente Arci. «Tutti devono rispettare queste norme».

Ma la vendita e la fornitura di armi a Israele da parte di Leonardo Spa sarebbero in contrasto anche con quanto previsto nei Codici etici e negli strumenti di due diligence della stessa Leonardo, ha aggiunto Marco Bersani, di Attac Italia: «Sul sito web di Leonardo è affermato che l’azienda non solo si impegna a rispettare i codici etici, ma anche che è pronta ad assumersi le proprie responsabilità nel caso in cui siano infranti». E cita una infelice dichiarazione del ministro degli Esteri Antonio Tajani: «Se per qualcuno nel nostro governo il diritto internazionale “vale fino a un certo punto”, per noi vale sempre. E questo ricorso è un modo per dire che esistono ancora delle regole».

Ha aggiunto Luisa Morgantini, di AssoPacePalestina: «Se il Tribunale Civile di Roma riconoscerà la nullità dei contratti di fornitura di armi, Leonardo e lo Stato italiano non potranno più garantire sostegno militare a Israele» e vendere armi a Israele, «quelle che oggi vengono utilizzate nelle operazioni di terra e di cielo, contrarie al diritto internazionale, condotte contro la popolazione palestinese».«Questi contratti violano norme fondamentali perché Israele utilizza la guerra come strumento di oppressione e occupazione contro la popolazione palestinese», ha spiegato l’avvocato Luca Saltalamacchia, che assiste Hala Abulebdeh. E Leonardo «fornisce veicoli, aerei, elicotteri, componenti per F‑35, radar, mezzi militari da trasporto, cannoni navali e persino alette per bombe guidate verso obiettivi prestabiliti. Non si tratta solo di addestramento: questi mezzi vengono anche impiegati come strumenti d’attacco», ha proseguito l’avvocato. «Leonardo si difende dicendo “io ho avuto un’autorizzazione quindi lo faccio, se questa cosa non si poteva fare doveva pensarci lo Stato”. Ma nonostante ci siano delle autorizzazioni amministrative, non è detto che quello che viene autorizzato non possa essere annullato da un magistrato nel caso vengano violati i diritti soggettivi di terzi soggetti».

«Crediamo che la società civile abbia il compito di sopperire all’inerzia che fin qui hanno dimostrato tutti rispetto al conflitto», ha spiegato Italo Sandrini, vicepresidente nazionale delle Acli, che ha aggiunto: «Dobbiamo interrompere questo flusso di armi. Non è possibile che, al di là delle dichiarazioni formali, si continui con le forniture di armamenti a Israele, ci sono gli strumenti giuridici per fermarle, dobbiamo percorrere tutte le vie possibili per farlo».

Vangelo e Costituzione

Infine Antonio De Lellis, coordinatore nazionale di Pax Christi: «Non possiamo essere ciechi e silenti perché questo significherebbe essere complici. Per Pax Christi è il momento di rimettere al centro il Vangelo e la Costituzione italiana che all’articolo 11 ripudia la guerra. È il momento di sostituire il presunto diritto alla forza, con forza del diritto. Passando “dai segni del potere al potere dei segni” come diceva mons. Tonino Bello. E questa campagna è un segno che si aggiunge agli altri che si esprimono nelle varie obiezioni militari fino alle oceaniche manifestazioni. “Beati i costruttori di pace”, come diceva Gesù, e “Maledetti gli operatori di guerre”, come diceva papa Francesco il 19 novembre del 2015. Per tutti questi motivi abbiamo aderito convintamente a questo percorso perché dopo l’approvazione del Ddl Sicurezza, che limita fortemente l’espressione del dissenso, non possiamo perdere l’occasione di agire secondo la legge. E invitiamo la Chiesa italiana a vivere nella parresia e nella profezia». 

da Internazionale del 23/01/2026

Sempre più paesi guardano alla Cina

di Ivan Krastev


“Senza la guerra fredda che senso ha essere americani?”, dice Harry “Rabbit” Angstrom, protagonista di quattro romanzi di John Updike, prendendo in giro lo zelo missionario e il senso di superiorità morale del suo paese. Rabbit, un americano medio bianco che Updike ha usato per raccontare i cambiamenti culturali e politici del suo paese, probabilmente avrebbe votato per Donald Trump. Gli statunitensi, e non solo loro, sono stanchi di decenni di doppi standard e ipocrisia liberal. E’ per questo che il tentativo di Joe Biden di resuscitare la contrapposizione da guerra fredda tra democrazie e autocrazie subito dopo l'invasione dell'Ucraina è fallito. Le sanzioni imposte da Washington alla Russia hanno invece avuto l'effetto di spingere l'India (un paese democratico) ad aumentare gli acquisti di petrolio russo, mentre il Sudafrica (altro paese democratico) si è quasi schierato con Mosca in quella che Vladimir Putin ha presentato come una lotta “antimperialista”. Con Trump è arrivata una nuova forma di aggressiva schiettezza nella politica estera statunitense. Niente più abbellimenti di facciata né dichiarazioni calibrate con cura. In assenza di regole, non ci sarebbe più stato bisogno di una "diplomazia ornamentale”.

Prima di Trump, quando attaccava una nazione ricca di petrolio, Washington sosteneva che il motivo fosse il sostegno alla democrazia o la sicurezza, anche se molti sospettavano che il vero obiettivo fosse l’oro nero. Oggi il presidente degli Stati Uniti è il primo a dire di aver attaccato il Venezuela per il petrolio. Niente più pretesti legati alla democrazia. La mancanza di ipocrisia non renderà però gli Stati Uniti più rispettati. Un recente sondaggio commissionato dall'European council on foreign relations (realizzato prima dell’"operazione speciale” in Venezuela e delle proteste in Iran) mostra che, al livello globale, sono sempre di più le persone convinte che l'influenza della Cina sia destinata a crescere, e che questa sia una buona notizia per il proprio paese e per il mondo. In altre parole, Trump può anche aver sconvolto il mondo. Ma il mondo si sta innamorando della Cina.

Molti dei nuovi fan di Pechino hanno un’auto elettrica cinese, hanno pannelli solari cinesi sul tetto di casa, usano DeepSeek e comprano per i figli giocattoli fabbricati in Cina. Se si escludono le minacciose esercitazioni militari intorno a Taiwan e nel mar Cinese meridionale, Pechino non compie operazioni militari offensive al di fuori di quelli che considera i suoi confini. Macchiavelli scrisse che per un sovrano è meglio essere temuto che amato, se non può essere entrambe le cose. Se fosse vero, le persone dovrebbero provare maggiore simpatia per gli Stati Uniti di Trump. Allora perché la dimostrazione di forza statunitense non dà risultati? Forse perché ci si accorge della potenza di uno stato solo quando questa vacilla. 

Il mondo non si è lasciato impressionare più di tanto dalla frenesia trumpiana sui dazi. E’ stato molto più colpito dalla reazione della Cina a  quelle misure. Gli Stati Uniti hanno mostrato un’impressionante efficacia militare in Venezuela, che però era prevedibile. Quello che ha stupito tutti è stato invece il fallimento russo in Ucraina. La gente fa anche attenzione alle invidie reciproche. E non è un segreto che Trump invidi la Cina e che, con suo grande rammarico, quell'invidia non sia corrisposta.

Trump fantastica sulla portata della potenza industriale cinese, tanto da aver adottato una specie di capitalismo di stato in stile cinese. Sembra quasi aver perso fiducia nel sistema politico ed economico del suo paese. Come dice il proverbio, l’imitazione è la forma più alta di adulazione, e oggi è Washington a imitare Pechino. Il potere genera obbedienza e conformismo, ma non lealtà. Quindi i potenti non devono aspettarsi solidarietà quando il loro potere declina. Trump ha convinto molti elettori statunitensi che lo slogan "l'America prima di tutto" volesse dire "l'America da sola”. Ma dal momento che è disposto a difendere solo ciò che possiede, non deve stupirsi se solo il 16% degli europei considera gli Stati Uniti come alleati e il 20% come rivali. La forza delle alleanze ideologiche sta nel promettersi il sostegno quando si appare deboli. Se il presidente degli Stati Uniti mostra di non vedere differenze sostanziali tra democrazia e autocrazia, è difficile biasimare chi preferisce Pechino a Washington.

Gli Stati Uniti hanno prevalso nella guerra fredda perché mostrarono di essere non solo potenti, ma anche diversi. Fecero credere alle persone che la vittoria americana fosse anche la loro vittoria. Gran parte dell'opposizione venezuelana ha mantenuto questa illusione fino a quando ha capito che Trump era interessato solo al petrolio. Molti manifestanti iraniani probabilmente continuano a nutrire la stessa illusione. Come direbbe Rabbit, se gli Stati Uniti non rappresentano la libertà, o non fingono di farlo, che senso ha essere filoamericani?


Olimpiadi insostenibili

Gli abitanti delle località che ospiteranno i giochi di Milano Cortina non sono stati consultati, le spese sono cresciute e si consumeranno molta acqua ed energia per innevare le piste

Petra Dvořáková, Deník Referendum, Repubblica Ceca

 

Una nebbia fitta avvolge le vette dei monti intorno a Cortina. La neve cade pigramente per la prima volta quest’anno da un cielo bianco e ovattato, malgrado sia il 20 novembre e il paese si trovi a 1.200 metri di altitudine.

Il centro di quello che un tempo era un semplice villaggio ora è una scintillante vetrina del turismo invernale. Tra le facciate impeccabili di alberghi e ristoranti, dove il piatto più economico costa diciotto euro, si alternano negozi di orologi svizzeri e di Prada. Una donna e un uomo si affrettano a decorare le finestre di uno dei tanti caffè con ramoscelli di abete e bacche rosse di plastica. La vicinanza del Natale è annunciata anche dall’illuminazione a festa.

Ma l’evento è un altro, e il suo arrivo è scandito dall’enorme orologio digitale nella piazza principale intitolata alla guida alpina Angelo Dibona: 78 giorni, 7 ore, 21 minuti, 50 secondi. Sull’orologio c’è una scultura rossa piuttosto anonima a forma di numero 26. È il logo delle Olimpiadi invernali, che prenderanno il via il 6 febbraio e che si terranno a Milano e a Cortina d’Ampezzo, in Veneto. Una scultura degli anelli olimpici si erge sul belvedere vicino alla piazza, dove i turisti scattano foto.

“Sono contento. Per Cortina significa un nuovo inizio: si stanno costruendo nuove strade e alberghi, e questo significa nuovi posti di lavoro”, dice il cameriere del ristorante dove pranzerò.

 

Le nuove regole

Un nuovo inizio. Questo è esattamente ciò che i giochi olimpici del 1956 significarono per Cortina, come ha scritto sul suo sito la guida alpina cortinese Enrico Maioni. Fino al 1956 solo pochi appassionati di montagna conoscevano Cortina. Settant’anni fa ospitare le Olimpiadi per molti significò realizzare un sogno: nuove infrastrutture, attenzione internazionale e un forte aumento del turismo.

Dopo quei giochi olimpici a Cortina rimase, tra le altre cose, una pista da bob intitolata a uno dei più famosi bobbisti di tutti i tempi, Eugenio Monti. Ma mantenerla in attività costava molto, soprattutto perché per il suo raffreddamento serviva tanta elettricità e perché in Italia il numero dei bobbisti è basso, meno di un centinaio. Così la pista è stata chiusa nel 2009. La stessa sorte è toccata alla pista per il bob di Cesana Pariol nel 2011, costruita per i giochi olimpici di Torino del 2006 e costata 110 milioni di euro. In tutto il mondo queste piste di ghiaccio sono vere e proprie cattedrali nel deserto: troppo costose da mantenere e troppo poco usate una volta finite le Olimpiadi, quando cadono inevitabilmente in rovina.

L’Italia nel 2018 si è candidata per ospitare le Olimpiadi invernali del 2026. Nelle fasi finali dell’assegnazione era rimasta solo la Svezia a contenderle il ruolo di paese ospitante. Gli altri paesi si sono ritirati, spesso per le pressioni dalla società civile: nel 2018 sia la Svizzera sia il Canada hanno detto no alle Olimpiadi invernali del 2026 dopo aver indetto un referendum, e hanno ritirato le rispettive candidature. Invece agli italiani non è stata data la possibilità di scegliere.

Nel 2020, in risposta alle crescenti critiche in merito agli effetti negativi delle Olimpiadi sulla popolazione locale, sull’ambiente e sui fondi pubblici, il Comitato olimpico internazionale (Cio) ha adottato l’agenda olimpica 2020. Si tratta di nuove direttive per rendere le Olimpiadi più ecosostenibili. L’agenda 2020 pone l’accento sull’uso delle infrastrutture esistenti o sulla realizzazione di nuove strutture in linea con la pianificazione urbanistica a lungo termine.

Milano Cortina 2026 è la prima Olimpiade che deve seguire le nuove linee guida. L’Italia ha usato la parola “sostenibilità” più di cento volte nel dossier preparato per la candidatura. Nel 2025 il presidente della regione Lombardia, Attilio Fontana, ha detto che le “Olimpiadi per la prima volta si adeguano al territorio e non, come avvenuto in passato, il contrario”. Questo spiega anche il perché della loro “decentralizzazione”. Oltre a Milano e Cortina, le gare si svolgeranno in altre sei località montane.

pubblicità

 

Proposte rifiutate

La tonalità grigiastra del paesaggio è interrotta dalle gru rosse e bianche spuntate ovunque a Cortina. Per la città si vedono spesso operai in tuta da lavoro e un sacchetto con un panino o una pizza. “Abbiamo l’acqua alla gola, ma faremo le cose all’italiana: con un miracolo dell’ultimo minuto”, mi dice lungo la strada un addetto stampa del comitato organizzatore.

Finalmente arrivo nel luogo al centro dei dibattiti soprattutto riguardo al suo futuro. La rete arancione che delimita il cantiere contrasta con la neve appena caduta, come gli aghi giallastri dei larici centenari. Prima dell’inizio dei lavori c’erano altri ottocento larici.

 

Un cannone per l’innevamento artificiale sul monte Lagazuoi (Belluno), luglio 2025 (Beatrice Citterio)

Sopra una curva della strada si snoda un enorme serpente di cemento armato. Una pista da bob appena costruita. È nello stesso punto di quella precedente, lasciata per anni ad arrugginire: pare che si trovasse in condizioni talmente critiche che costava meno demolirla e costruirne una nuova che ripristinare quella vecchia, come invece era stato promesso nel dossier per la candidatura. Per una parte di abitanti e associazioni la sua costruzione incarna il colossale fallimento del governo italiano e della fondazione Milano Cortina 2026 nell’organizzare le prime Olimpiadi sostenibili.

Il Cio si era opposto all’idea promossa dal governo italiano di realizzare una nuova pista da bob, considerati i costi elevati di costruzione e manutenzione e dato l’impegno a usare le strutture esistenti senza costruirne di nuove unicamente per le Olimpiadi. Il Cio aveva proposto di svolgere le gare di skeleton e di slittino su piste già funzionanti nei paesi vicini: per esempio a Innsbruck o a St. Moritz.

Tuttavia Luca Zaia, presidente della regione Veneto, aveva obiettato che senza le gare di bob, di slittino e di skeleton a Cortina, la partecipazione della regione come ospite delle Olimpiadi sarebbe stata “irrilevante”, perché ci sarebbero state “solo” gare di sci alpino femminile e di curling. Zaia aveva assicurato che la costruzione non avrebbe comportato l’uso di nuovi terreni, ma che avrebbe portato al “ripristino di un’area abbandonata e inutilizzata”. Il progetto è stato sostenuto anche dal sindaco di Cortina, Gianluca Lorenzi, e la presidente del consiglio Giorgia Meloni ha insistito perché tutte le gare si svolgessero sul territorio italiano. I costi di costruzione della pista per il bob sono saliti a circa 120 milioni di euro, più del doppio rispetto alle stime iniziali. Il lavoro sul progetto continua: la pista è pronta e utilizzabile, ma altre strutture saranno pronte solo dopo le Olimpiadi.

A settembre la polizia ha arrestato due fratelli che avrebbero minacciato alcuni appaltatori a Cortina e ora si indaga per stabilire in che misura i due uomini o altre strutture mafiose simili siano riuscite a interferire con la costruzione delle infrastrutture per i giochi olimpici .

Purtroppo l’impatto ambientale delle Olimpiadi di Cortina non si esaurisce con le emissioni dovute alla costruzione degli impianti. Bisogna considerare anche gli elevatissimi consumi energetici e idrici per la manutenzione della pista, o l’abbattimento degli ottocento larici. Il ministro dello sport Andrea Abodi ha promesso di piantare ottomila nuovi alberi a titolo di compensazione. Per facilitare gli spostamenti durante i giochi, a Cortina una nuova cabinovia collegherà lo stadio olimpico Apollonio con la pista da sci Socrepes. La sua costruzione però non è stata preceduta da alcun dibattito pubblico e non sono stati fatti nemmeno i necessari studi geotecnici dell’area, soggetta a frane.

Nell’agosto 2025 il paesaggio ha dimostrato che il progetto è sconsiderato e pericoloso. A pochi metri dalla pista dove tra pochi giorni si svolgeranno le gare, sul terreno si è formata una crepa di trenta metri, ricoperta da un telone di plastica giallo pallido. Un gruppo di residenti nella zona ha fatto causa alla Società infrastrutture Milano Cortina (Simico), responsabile della costruzione delle infrastrutture olimpiche. La stessa cosa hanno fatto alcune persone che vivono vicino alla pista da bob, anche perché temono l’eventualità di frane dovute alla sua costruzione e all’abbattimento degli alberi.

 

Chiedo a Daniel, un uomo sulla trentina che sta fumando una sigaretta davanti alla banca dove lavora, cosa ne pensa dei giochi. “Gli unici a essere contenti delle Olimpiadi sono gli albergatori e i ristoratori, perché guadagnano di più. La gente comune non è contenta. Qui ci sono solo alberghi e ristoranti che cucinano carne di manzo, maiale e pizza che non è pizza, insomma pietanze per turisti. Ogni giorno faccio un’ora di strada in auto all’andata e un’ora al ritorno per venire al lavoro. Non posso permettermi di vivere qui, quindi abito a 42 chilometri di distanza. È un tragitto lungo in montagna”, e aggiunge che spera di essere presto trasferito in un’altra filiale. 

____________

Internazionale, 30 gennaio 2026