sabato 4 luglio 2026

PREGHIERA

 

O Dio che ci hai amati per primo,

noi parliamo di Te come se una volta

soltanto, nella storia,

tu ci avessi amato per primo.

Invece lo fai sempre, molte volte;

ogni volta,

durante tutta la vita Tu sei il primo

ad amarci.

La mattina, quando ci svegliamo e

volgiamo l'anima verso di Te,

Tu sei il primo, Tu ci hai amati

per primo.

Se mi alzo all'alba

E nello stesso istante volgo a Te la mia

anima e la mia preghiera.

Tu mi hai già preceduto, Tu mi hai

amato per primo.

Quando abbandono le distrazioni

e mi raccolgo per pensarTi

Tu sei già lì.

E così sempre.

E poi, noi ingrati,

parliamo come se una volta sola Tu ci

avessi amato così,

per primo.

Amen.

                                                                Soeren Kierkegaard

da Il Fatto Quotidiano del 02/07/2026

RIFIUTANO L’ULTIMO CONCILIO,

GLI ALTRI PERÒ LI ACCETTANO

di Enzo Bianchi


Ieri, significativamente nella festa del Preziosissimo Sangue, si è consumato il doloroso scisma tanto temuto: la Fraternità San Pio X, fondata da monsignor Lefebvre, ha consacrato senza mandato del papa 4 nuovi vescovi incorrendo nella scomunica prevista dalla tradizione e dal diritto canonico. Leone XIV alla vigilia di questo evento ha indirizzato una lettera al capo della Fraternità, don Pagliarani, chiedendogli umilmente e fraternamente di “non lacerare la tunica inconsutile di Cristo, peccato di estrema gravità!”. Leone XIV si dichiara “disposto con tutta la Chiesa a un percorso di dialogo e di intesa” riconoscendo ciò che sta a cuore alla fraternità come la liturgia, l'impegno nella formazione sacerdotale e il desiderio di fedeltà alla tradizione. Ma malgrado l’appello, in sintonia con gli atteggiamenti di misericordia tenuti da Benedetto XVI e da papa Francesco, la rete della pesca ecclesiale si è spezzata, la tunica è stata strappata. Il cristianesimo fin dagli inizi ha conosciuto divisioni e contrapposizioni, come testimoniano gli scritti del Nuovo Testamento: dovremmo parlare di “cristianesimi” e non di un cristianesimo. Ma nella Chiesa cattolica questo scisma è una novità. Non è come quello causato e non voluto da Lutero, che cercò di salvare la grazia del Vangelo contro la mercificazione e l’autogiustificazione umane. È un rifiuto dello sviluppo della dottrina cattolica, garantito da un Concilio ecumenico e dai papi Giovanni XXIII e Paolo VI.

Bisogna avere il coraggio di dirlo: i lefebvriani non hanno intrapreso una loro strada fino allo scisma solo a causa della liturgia rinnovata dalla riforma conciliare, ma di fatto dichiarano che la fede cattolica è quella professata, predicata, fatta catechesi per il popolo fino al Concilio. Si abbia il coraggio di dirlo invece di nutrire un orgoglio cattolico romano che pretende che la fede sia sempre la stessa. No, non è vero!

Certo, il Credo è sempre lo stesso, niceno-costantinopolitano. Ma la dottrina consegnata ai fedeli cambia ed è cambiata. Io ne sono testimone: sono giunto con una limpida e sincera fede tridentina a vent’anni nell’ora del Concilio e ho dovuto operare una conversione. La mia fede oggi non è più quella della mia giovinezza. Ecco, i lefebvriani si sono arrestati a quel punto: non accettano paradossalmente l’evoluzione ultima, mentre hanno accettato quelle precedenti che hanno portato a radicali innovazioni dottrinali come l’infallibilità pontificia sancita dal Concilio Vaticano I.

Ora una significativa porzione di Chiesa se n’è andata: è tutta scomunicata o sono scomunicati solo i vescovi? E chi riceve da loro i sacramenti è scomunicato? Non è facile rispondere. Ieri alla consacrazione erano presenti migliaia di fedeli, centinaia di presbiteri, suore, domenicani e cappuccini. La liturgia era un pontificale in concorrenza con quelli romani, i canti gregoriani più belli e più adatti alla liturgia cattolica dei canti postconciliari delle nostre chiese e l’atmosfera certamente un invito alla preghiera.

Leone XIV dovrà anche con questi scomunicati mantenere un atteggiamento di misericordia: sono sempre nostri fratelli anche se scismatici e non vanno demonizzati né disprezzati. Nell’omelia Pagliarani diceva: “Noi amiamo il papa, noi ubbidiamo al papa, ma vogliamo allontanarlo dai falsi pastori, dalle false religioni, dal dialogo con i cristiani fuori dalla chiesa”. Ma proprio questo dall’ecclesiam suam di Paolo VI non è più possibile: il papa non rinnega Cristo dialogando con uomini di altre religioni, né lavorando per la pace con uomini non cristiani o non credenti. Il successore di Pietro ormai può solo dire in obbedienza a Gesù: “Noi siamo tutti, tutti fratelli!”. Purtroppo proprio questo è negato da questa porzione di Chiesa.


da Il Fatto Quotidiano del 02/07/2026

CHIESA Il Papa scomunica i 4 vescovi tradizionalisti

Lo scisma lefebvriano cerca la benedizione dei trumpiani

di Salvatore Cannavò



“Vi esorto a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli, perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti”. Nella lettera inviata da papa Leone XIV alla Fraternità Sacerdotale San Pio X il 30 giugno, era contenuto l’esito di una divisione che ieri, con l’ordinazione di quattro vescovi senza autorizzazione papale, ha raggiunto il culmine.

La Fraternità fondata da Marcel Lefebvre nel 1970, dopo la scomunica del fondatore e la successiva remissione di Benedetto XVI, decide di forzare di nuovo la mano del Vaticano e di porsi fuori dalla Chiesa cattolica. Lo fa con “rammarico”, come spiega in una nota, dopo la solenne cerimonia durata oltre tre ore nel seminario di Écône in Svizzera, il Superiore generale della Fraternità, Davide Pagliarani. Ma senza accogliere l’invito del papa, che pure si era detto disposto “a un percorso di dialogo e di intesa che lo Spirito Santo può rendere possibile e fecondo”. Anzi, “siamo pronti a pagare qualunque prezzo – dicono –, anche essere considerati ribelli ma noi lo facciamo per il bene della Chiesa, per servirla come una madre tradita. Eventuali pene o censure per noi non hanno valore”. Spaccatura totale.

FINO A IERI SERA dalla Santa Sede non sono giunte prese di posizione esplicite. È intervenuto solo il Segretario di Stato, Pietro Parolin, esprimendo “dolore” e definendo quanto avvenuto a Èconé “un atto scismatico che rompe l’unità della Chiesa e che avrà delle sanzioni”. La scomunica della Fraternità avviene latae sententiae, cioè in forma automatica e riguarda solo gli ordinati. Per la scomunica di tutti i fedeli della Fraternità serve una dichiarazione formale. La FSSPX, prima della consacrazione di ieri, contava 2 vescovi, 751 sacerdoti, 264 seminaristi, 145 religiosi, 88 oblati e 250 suore e dichiara circa mezzo milione di fedeli (di difficile contabilità). Alla cerimonia di Èconé, ieri, erano comunque presenti in migliaia leali a una concezione che ha come obiettivo centrale il Concilio Vaticano II. Gli scismatici insistono su una concezione che riporta la Chiesa indietro di secoli, ma che costituisce il nutrimento culturale e teologico di una congregazione che si comporta come una setta chiusa, come ieri ha notato il pur conservatore cardinal Gerhard Ludwig Müller.

Questa visione costituisce la motivazione di fondo che spinge i seguaci di Lefebvre a non dare ascolto all’appello del papa, che nella lettera aveva avvertito che “lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità”. Anzi, nella nota di “rammarico” per non aver avuto l’autorizzazione di Prevost, la congregazione ribadisce che le consacrazioni di ieri generano una “profonda gioia” e “una grande grazia per la Compagnia stessa e per l’intera Chiesa”. Pesa la percezione che ci sia una vasta area tradizionalista e ultra-conservatrice disposta a recepire questo messaggio. E a parte il folklore rappresentato dalla presenza a Écône dell’ex leghista Mario Borghezio o di Forza Nuova, è nell’area della destra cattolica statunitense la partita più importante. L’ex vescovo scomunicato Carlo Maria Viganò non ha mancato di offrire il suo supporto così anche il sito The Remnant. Il recente scontro tra Prevost e Donald Trump non ha cessato di generare caos e movimentazioni nel mondo cattolico, e a un papa che procede nel lavoro di compattamento interno corrispondono frange che pensano di trovare adepti proprio nella vasta area dello scontento Maga. E del resto, il 4 luglio, giorno dell’indipendenza Usa, Leone XIV sarà a Lampedusa a rendere omaggio ai migranti morti in mare.


da Il Fatto Quotidiano del 02/07/2026

L’ANALISI MILEX: “Dipenderemo da loro per decenni”

Italia, le armi dagli amici Donald e Netanyahu: 11 miliardi dagli Stati Uniti e 500 milioni da Israele

di Ferruccio Sansa


Dal 2023, con l’insediamento del governo di Giorgia Meloni, l’acquisto di armi americane da parte italiana ha segnato un’impennata. Stesso discorso per quelle provenienti da Israele. I dati arrivano da Milex, Osservatorio sulle spese militari italiane.

I nuovi impegni di spesa raggiungono 84 miliardi (di cui 36 già definiti). Di questi, 4 riguardano armamenti forniti da Washington e 500 milioni da Israele. Considerando che la parte del leone la fanno le imprese italiane e che ci sono state commesse monstre come quella dei carri armati tedeschi, viene così confermato il ruolo chiave di Stati Uniti e Israele. Spiega Francesco Vignarca, ricercatore di Milex: “A questi numeri presto si dovrebbe aggiungere un ulteriore investimento per altri F-35. Il programma originario per i velivoli Lockheed Martin prevedeva 131 mezzi che, però, sono stati ridotti a 90. Adesso, se verrà approvato il programma, ne verranno aggiunti altri 25 (per un totale di 115). Parliamo di ulteriori 7 miliardi in una decina d’anni che porteranno la spesa totale del programma F-35 a circa 25 miliardi”.

Contando i nuovi aerei, la spesa extra in armi americane voluta da Meloni cresce di 11 miliardi.

Ma torniamo agli ultimi dati rivelati da Milex: “Le voci di spesa per armi del governo riguardano programmi ereditati dal passato e altri avviati dall’attuale esecutivo. Le spese decise ex novo da Meloni dovrebbero arrivare a 84 miliardi. Ben quattro saranno spesi in America e almeno mezzo miliardo in Israele”. Un’ulteriore distinzione va fatta: cioè quella tra le spese, appunto, deliberate e quelle già effettuate durante questo quadriennio. Dei 4 miliardi destinati a Washington, dal 2023 al 2027 saranno spesi 400 milioni. Il resto ricadrà sui futuri esecutivi.

Cosa abbiamo comprato dagli Usa? Si parte da 21 sistemi lanciamissili Himars (Lockheed Martin), cioè camion e razzi ad alto potenziale esplosivo in grado di colpire a oltre 150 km. Poi mezzi aviolanciabili utilizzati da forze speciali e incursori: sono 321 Flyer 72, più 110 mezzi leggeri Polaris. Ci sono poi 15 droni Scaneagle della Boeing per la Marina. Non mancano le bombe e missili proprio per gli F35B. Ancora: arriveranno 6 nuovi droni armati Predator. Sempre le forze speciali riceveranno 1.100 quad, 95 fuoristrada leggeri, 235 motoslitte, 230 moto da cross.

A tutto questo si aggiungono i programmi già operativi con fornitori americani: aerocisterne Boeing per rifornire mezzi in volo, elicotteri da trasporto Boeing e bombe aeree.

Ma quante di queste armi saranno destinate all’Ucraina? Vignarca ha pochi dubbi: “Quasi nessuna, perché a Kiev i governi riservano armi già datate. Al massimo una parte dei nuovi dispositivi potrebbero rimpiazzare quelli obsoleti forniti all’Ucraina”.

Il ricercatore di Milex sottolinea: “I governi europei hanno più volte manifestato l’intenzione di rendersi indipendenti dagli Stati Uniti. Qui andiamo in direzione opposta: comprando oggi armi statunitensi ci si rende dipendenti dall’America per decenni, perché poi le armi vanno aggiornate e manutenute”. Discorso a parte per Israele: “Si discute di fermare la fornitura di armi a Gerusalemme. Ma la vera questione sono i nostri acquisti di dispositivi israeliani”.

Ci sarebbe poi da fare un confronto con gli acquisti americani di dispositivi italiani. Che invece hanno subito un taglio drastico: le fregate di derivazione Fremm prodotte dal gruppo Fincantieri dovevano essere 10. E invece sono state tagliate a 2. Non solo: “Noi compriamo armi americane a tutti gli effetti, mentre le nostre navi sono prodotte in America e quindi sono italiane soltanto sulla carta. Qui arrivano gli spiccioli”.

Dati che si aggiungono a quelli forniti dall’Eda, l’European Defence Agency, da cui si evince che i paesi Ue stanno aumentando la spesa per la difesa a un ritmo superiore alle previsioni, raggiungendo i 418 miliardi nel 2025. Per il 2026 si prevede che si salirà a 454 miliardi (2,4% del Pil). L’Eda aggiunge una considerazione sconcertante: “Tale accelerazione è sempre più limitata dalla capacità delle forze armate di assorbire e destinare i fondi, a causa delle tempistiche industriali, della prontezza amministrativa e delle risorse umane, nonché delle pressioni legate alla sostenibilità a lungo termine”. Insomma, rischiamo di spendere una fortuna per armi che gli eserciti non possono gestire. 

da Domani del 13/06/2026

La radice dell’espiazione. 

Il disonore senza appello di chi non può difendersi

di Mariano Croce


Al cuore della Commedia umana di Honoré de Balzac sta un assunto tanto manifesto quanto crudele: la fama e il successo garantiscono una sorta di salvacondotto morale cui nessuno che viva nell’anonimato potrà mai aspirare. La morte di Stefano Addeo mette plasticamente in scena questo assunto sotto forma di un dramma privato, il cui epilogo rivela la crudele volubilità del giudizio umano. Dopo il dissennato post rivolto alla figlia di Giorgia Meloni, Addeo è stato oggetto di una feroce gogna pubblica che ha probabilmente contribuito ad aggravare il suo disegno suicidario. L'esito tragico della vicenda fa emergere i tratti feroci e iniqui della dinamica psicologica che presiede ai meccanismi pubblici del biasimo e del perdono.

Se così è, sarebbe un errore archiviare la vicenda Addeo come un semplice fatto di cronaca legato all’uso poco accorto dei social. Essa disvela infatti quella sperequata aritmetica del successo che sembra vincolare il nostro giudizio morale al criterio della notorietà: da un lato, giustifichiamo con indulgenza le più oscene intemperanze dei leader politici o le più discutibili condotte dei personaggi dello spettacolo; dall’altro, si ridesta tutto il nostro senso del pudore, ispirato ai più rigorosi canoni del decoro civile e della dignità morale, quando quegli stessi comportamenti vengono messi in atto da un semplice cittadino privato.

Contro Addeo ha dunque operato una logica della condanna che garantisce la possibilità di riscatto in misura inversamente proporzionale alla fragilità del reo. Il professore napoletano è quella vittima sacrificale che, secondo René Girard, viene scelta non già per la gravità degli atti, ma per la propria vulnerabilità. Privo di accesso al circuito del prestigio, egli era altresì privo di quel sostegno che assicura invece a chi gode di notorietà la protezione ringhiosa della propria “fazione”, spesso contro ogni ragione e contro ogni evidenza. E, come ogni vulnerabile esposto al pubblico giudizio, Addeo ha incarnato un dispositivo espiatorio che svela un indicibile segreto su di noi. 

Infatti, dietro questa capricciosa aritmetica del successo si nasconde una forma di condanna di noi stessi: della nostra condizione di individui ordinari, indegni di quel salvacondotto morale che deriva dalla fama e dal successo, e perciò inclini a guardare con una miscela di invidia e  ammirazione ciò che desideriamo senza neppure potercelo confessare. La colpa di Addeo è stata quella di denunciare in modo vistoso e irrimediabile di essere "uno come noi", colpa imperdonabile perché rivela la nostra stessa appartenenza alla schiatta dei condannabili che non godono di appello. 


venerdì 3 luglio 2026

 

 

 

UNA FASE NUOVA PER LA NOSTRA DEMOCRAZIA

Acli, Anpi, Arci, Libera, Pax Christi

 

Come rappresentanti dei movimenti e delle associazioni della società civile organizzata rivolgiamo un appello a tutte le cittadine e i cittadini, alle organizzazioni sociali e, in particolare, a tutte le forze politiche.

Abbiamo partecipato con convinzione, insieme a tante altre realtà, al Comitato della società civile per il NO, che vogliamo qui ringraziare, insieme a tutti i comitati territoriali che si sono impegnati in una campagna referendaria difficile e spesso segnata da toni sopra le righe.

Scriviamo nei giorni successivi a una importante pagina di democrazia, nella quale milioni di persone - tra cui molte e molti ragazze e ragazzi - hanno scelto di partecipare e di esprimersi. Questo è il dato più significativo, che non appartiene a una parte politica ma all'intero Paese: una partecipazione viva, consapevole, che si attiva quando riconosce una posta in gioco reale e che non può essere dispersa.

Ma il voto ha anche espresso con chiarezza un giudizio: il rifiuto di una riforma che interveniva su equilibri fondamentali della nostra Costituzione. Un segnale che chiama tutte e tutti a una riflessione seria e a una assunzione di responsabilità. Non serviva, appare oggi chiaro e netto, la riforma della Magistratura ma occorre ed è urgente, la riforma della giustizia.

Si apre dunque una fase nuova.

Non è il tempo della rimozione né della contrapposizione sterile, ma di un confronto reale e trasparente sul futuro della giustizia nel nostro Paese, che deve partire dai problemi concreti e dai bisogni delle persone.

Ci preoccupano la diffusione della corruzione, la presenza pervasiva delle mafie, lo stato indecente delle nostre carceri dove quatidianamente operiamo, le crescenti diseguaglianze sociali che indeboliscono il tessuto democratico e rendono più fragili intere comunità. La giustizia non può essere ridotta a terreno di scontro politico o a leva emergenziale: è un pilastro della democrazia e della coesione sociale.

Per questo riteniamo necessario un impegno concreto per rendere il sistema giudiziario più efficiente e giusto: più personale, più risorse, tempi certi dei processi, piena digitalizzazione, interventi strutturali sul sistema carcerario.

Allo stesso tempo, riteniamo profondamente shagliata una concezione della sicurezza fondata sull’aumento delle pene e sull'estensione dei reati, che non affranta le cause profonde dell’insicurezza e rischia di comprimere diritti fondamentali, fino a colpire il dissenso e la partecipazione.

Non possiamo separare la questione della giustizia da quella della giustizia sociale.

Le diseguaglianze economiche, territoriali e generazionali che attraversano il Paese sono oggi uno dei principali fattori di ingiustizia e richiedono politiche pubbliche capaci di rimuovere gli ostacoli che limitano libertà ed eguaglianza, come previsto dalla nostra Costituzione.

In un contesto internazionale segnato dal ritarno della guerra e dalla messa in discussione del diritto internazionale, sentiamo ancora più forte la responsabilità di affermare una cultura della pace, della cooperazione e del rispetto dei diritti umani.

Per queste ragioni, la partecipazione che abbiamo visto in queste settimane non può essere considerata un episodio. È una risorsa preziosa che va coltivata e resa permanente. E deve essere un impegno concreto di tutte e tutti.

Come associazioni della società civile continueremo a fare la nostra parte, nei territori e nel Paese, promuovendo partecipazione, solidarietà, legalità e impegno civile. Il tutto mantenendo vive le comunità territoriali, sempre più sole, sempre più abbandonate, sempre più marginalizzate nel dibattito pubblico.

Alle forze politiche chiediamo di aprire un confronto vero, inclusivo e rispettoso, che coinvolga pienamente le forze sociali e la società civile organizzata, a partire dalle regole fondamentali della nostra convivenza democratica.

Perché la democrazia non si esaurisce nel voto, ma vive nella partecipazione quotidiana, nella giustizia sociale, nella difesa e nell'attuazione della Costituzione.

ADISTA 18 aprile

 

 

 

da Internazionale del 26/06/2026

IL FUTURO DELL’AGRICOLTURA NELL’ERA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE


Dopo aver raccontato per vent’ anni le trasformazioni della società cinese attraverso fabbriche, metropoli, centri logistici e mondi virtuali, nel suo nuovo lavoro intitolato Dash, l'artista multimediale Cao Fei sposta lo sguardo verso le campagne.

In mostra alla fondazione Prada di Milano fino al 28 settembre insieme a opere precedenti, questo progetto riflette sul futuro dell'agricoltura nell'era dell'intelligenza artificiale.

Considerata una delle voci più innovative dell'arte contemporanea e inserita da Time tra le donne più influenti del mondo, attraverso video, fotografia e installazioni Fei ha esplorato le ricadute della modernizzazione sulla vita delle persone, concentrandosi soprattutto sulla condizione dei lavoratori e sulla solitudine causata dal progresso tecnologico.

Dash nasce da tre anni di ricerca nelle campagne cinesi e in diverse aree del sudest asiatico. Prendendo come caso di studio una delle principali aziende attive nel settore dell'agritech, l'artista ha documentato la diffusione di droni, algoritmi e altre tecnologie che stanno trasformando il lavoro agricolo.

Mescolando documentazione e immaginazione, Fei ha indagato questa rivoluzione di cui mostra opportunità e contraddizioni: da un lato la tecnologia aumenta l'efficienza, riduce il lavoro fisico e contribuisce alla sicurezza alimentare; dall'altro solleva domande sulla progressiva sostituzione dei saperi tradizionali e sul rapporto tra esseri umani e territorio. "Dash vuole anche ricordare che la natura e le tradizioni di un luogo vanno rispettate.

Come possiamo bilanciare questo aspetto con la tecnologia?", si chiede Fei.


da Internazionale del 26/06/2026

Un piano per cancellare i palestinesi

di Amira Hass


Sappiate che per ogni notizia che leggete su un'azione terroristica dei coloni, l'equivalente ebraico del Ku Klux Klan compie decine di altri atti di aggressione, intimidazione e prepotenza, mentre l'esercito israeliano lo protegge. Sappiate che queste incursioni di uomini con il volto coperto sono parte di un piano articolato, Il loro obiettivo finale è una terra dove fare piazza pulita dei palestinesi.

C'è un filo diretto tra gli eventi di oggi e l'appropriazione violenta delle terre palestinesi compiuta dai coloni negli anni novanta e nei primi anni duemila. Allo stesso modo c'è una connessione tra l’apatia di allora e il fatalismo di oggi, come se questi violenti fossero uno sciame biblico di locuste e noi israeliani fossimo impotenti contro di loro.

Ricordate che dietro ogni uomo mascherato, con armi e tzitzi [le tipiche frange intrecciate indossate dagli ebrei osservanti] c'è una società calorosa e amorevole, fatta di consigli comunali delle colonie, rabbini, assistenti sociali e sinagoghe. Il suo caloroso abbraccio si presenta sotto forma di donazioni in denaro e bestiame, acqua e supporto logistico, che permettono a centina di mele marce di trarre piacere dalle violenze contro anziani, giovani e bambini, per poi occupare abusivamente le loro terre e invadere le case delle persone che hanno espulso.

Non dimenticate che dietro ogni attacco, ogni atto di devastazione o furto di bestiame ci sono poliziotti che non si degnano di rispondere alle richieste di aiuto dei palestinesi e soldati che accorrono sulla scena per arrestare le vittime degli attacchi e partecipare al loro pestaggio o alle uccisioni. E dietro tutto questo c'è un sistema giudiziario fatto di magistrati e pubblici ministeri che non hanno mai saputo, visto né sentito quello che succedeva intorno a loro, e nel frattempo hanno legalizzato gli insediamenti. Se ne stanno seduti a casa a piangere (o forse no) per le sorti della democrazia israeliana, ma si accontentano della sua parte ebraica, soddisfatti dei loro nipotini.

Ogni comunità di pastori palestinesi espulsa da queste oscure forze ha lottato per decenni contro il divieto di vivere dignitosamente messo in atto dai governi israeliani. Ma sono stati i funzionari dell'amministrazione civile israeliana a preparare gli ordini di demolizione per ogni nuova tenda o casa ristrutturata, ogni nuovo allaccio all'acqua o all'elettricità. Sono stati sempre loro a firmare le sanzioni per chi commetteva il reato di trasportare acqua in un’autocisterna o di portare al pascolo il bestiame. Questi ex funzionari se ne stanno seduti nelle loro case a piangere(o forse no) per le sorti della democrazia israeliana, ma poi sono orgogliosi dei figli che prestano servizio nell'esercito che uccide palestinesi e libanesi.

Mentre ogni israeliano beve una birra, lavora alla ricerca che studia l'impatto dei cambiamenti climatici, mentre pianifica un viaggio a Roma, sceglie quale anguria comprare, mentre fa il suo abbonamento ai mezzi pubblici o si arrabbia con il suo capo, intorno a lui sta succedendo proprio quello che non vuole sapere. In ogni istante, anche se i nostri mezzi d'informazione israeliani evitano di raccontarlo e il mondo si preoccupa di altro, il governo di Tel Aviv continua la sua guerra a Gaza. O meglio, in circa un terzo dei 365 chilometri quadrati della Striscia dove lo stato che rappresenta le vittime dell'Olocausto ha ammassato due milioni di morti viventi.

I morti viventi camminano per chilometri tra mucchi d'immondizia e pozzanghere di liquame per portare a casa un po' d'acqua. Avanzano su un paio di stampelle e una gamba mutilata per ritirare un buono del Programma alimentare mondiale e portano le figlie in un ambulatorio improvvisato, sperando che li qualcuno sappia cosa fare contro pulci, zecche e morsi dei ratti. Mentre suonano, scrivono poesie o piantano menta e fagioli tra le tende, i loro cari scomparsi gridano da sottoterra. E nel frattempo i vivi continuano a essere massacrati dalle bombe.

Fingete pure di stupirvi: l'equivalente ebraico del Ku Klux Klan spera in una reazione palestinese alla sua violenza così da poter portare avanti una campagna di uccisioni di massa in Cisgiordania, e infine un'operazione di deportazione dei superstiti in Giordania, Siria o Libano. Il Klan bianco-azzurro sa che i palestinesi sono spaventati e arrabbiati. Entrambe le loro leadership non elette sono interessate solo alla propria sopravvivenza: Ma nessun paese ha dato a Israele l'ultimatum necessario a fermare i pogrom.

Il Ku Klux Klin ebraico aspetta solo che qualche palestinese che non riesce a sopportare l'impotenza di fronte a tanta malvagità riceva armi, soldi e assistenza dall'Iran per vendicarsi contro lo stato ebraico.

A quel punto la maggioranza della popolazione israeliana si unirà agli eroi del Ku Klux Klane all'esercito, che commetterà la maggior parte delle uccisioni e delle deportazioni perché, dopo tutto, siamo stati attaccati. Siamo noi le vittime.


da Internazionale del 26/06/2026

AUSTRALIA

Il successo dirompente di un partito xenofobo

di Liam Gammon, East Asia Forum, Australia

 

Nell'ultimo anno la politica australiana è stata dominata da One nation, una formazione populista che ha quadruplicato i suoi consensi. Cambiando lo schieramento conservatore

 

Quando nel maggio del 2025 il governo di centrosinistra guidato dal Partito laburista è stato rieletto, gli analisti hanno subito attribuito quella vittoria schiacciante al rifiuto da parte degli elettori della decisione della coalizione conservatrice di proporre temi populisti in stile Trump.

Ma nei tredici mesi successivi la politica australiana è stata dominata da un'impennata del partito One nation, la versione australiana del movimento Maga.

Fondato nel 1997 dall'ex candidata dei liberali Pauline Hanson, One nation ha avuto una presenza intermittente nella destra estrema della politica nazionale, con un picco dell'8,4 per cento di voti nel 1998. Dalle elezioni del maggio del 2025, quando ha ottenuto il 6,5 per cento dei voti, la sua crescita è stata straordinaria, fino ad arrivare al 28 per cento nei sondaggi di giugno, raggiungendo il Partito laburista e superando la somma dei voti del Partito liberale e del suo tradizionale alleato di minoranza, il Partito nazionale, radicato nelle aree rurali.

Grazie alla complessità del sistema elettorale australiano, con questi livelli di consenso il Partito laburista potrebbe comunque vincere agevolmente le elezioni e formare un governo. Ma i sondaggi stanno diventando sempre meno affidabili e i governi laburisti, al livello federale e statale, temono che One nation possa conquistare consensi nei segmenti meno ricchi e socialmente più conservatori della loro tradizionale base elettorale.

I sondaggi suggeriscono che l'ascesa di One nation non rappresenta un ampio bacino antisistema, ma è trainata in modo schiacciante da elettori conservatori tradizionali. E sostenitori di One nation non sono più inclini dell'elettore medio a considerare prioritari il costo della vita e la gestione dell'economia, il che sconfessa la narrazione secondo cui il partito attirerebbe in particolare gli australiani in difficoltà economica. Le vere differenze emergono altrove: i sostenitori di One nation sono meno istruiti, ostili ai partiti di sinistra e considerano l'immigrazione una questione politica prioritaria.

Hanson ha senza dubbio beneficiato della crescente diffusione, a destra, di discorsi contro l'immigrazione e il multiculturalismo, in particolare dopo l'attentato antisemita a Sydney nel dicembre 2025. Anche se oggi evita gli espliciti richiami al nazionalismo bianco che sosteneva negli anni novanta, quando avvertiva che l'Australia sarebbe stata invasa dagli “asiatici", Hanson ha continuato a denunciare l'"immigrazione di massa", e i musulmani sono diventati il nuovo bersaglio della sua demagogia.

Punto di riferimento

La questione dell'immigrazione ha un ruolo importante nello spiegare l'ascesa di One nation, ma il quadro è tutt'altro che lineare. Anche se oggi la maggior parte degli australiani è favorevole a una riduzione dei flussi migratori, nel contesto di una grave crisi abitativa di per sé l'immigrazione non è un tema particolarmente spinoso: nel maggio 2026, infatti, solo il 31 per cento degli elettori lo collocava fra i tre temi più importanti. E tra gli

elettori di One nation solo il 28 per cento lo ha indicato al primo posto. Si tratta di una percentuale modesta rispetto a partiti analoghi: il 69 per cento degli elettori di Reform Uk nel Regno Unito e l'82 per cento dei sostenitori di Alternative für Deutschland in Germania indicavano infatti l’immigrazione come la loro priorità.

Anche se il nativismo di One nation mobilita una base ideologica più ristretta rispetto a quanto avviene in Europa nel Regno Unito, il partito è diventato il principale punto di riferimento dello scontento dei conservatori, per i quali la xenofobia è spesso, ma non sempre, un elemento di primo piano.

Tuttavia la consapevolezza di dover competere sul piano ideologico con Hanson ha portato il Partito liberale a fare appello alle ansie dovute all'immigrazione come non accadeva da almeno una generazione. Il leader dei liberali, Angus Taylor, ha avvertito che l'Australia sta imboccando una strada simile a quella del Regno Unito e dell'Europa, caratterizzata da una "erosione della cultura nazionale" dovuta a un eccesso di immigrati con intenti “sovversivi". Taylor ha promesso di controllare i social media di chi chiede un visto, come succede negli Stati Uniti di Donald Trump, e di limitare l'accesso degli stranieri residenti in Australia a importanti programmi di welfare. Altri esponenti di primo piano del Partito liberale hanno evocato con nostalgia l'epoca dell'Australia “bianca" e hanno cercato di ingraziarsi i nazionalisti bianchi.

La fine di un sistema?

Il successo di One nation alle elezioni del 2028 è tutt'altro che scontato: sia nel suo caso sia in quello del Partito liberale, vincere la battaglia conservatrice sul tema dell'immigrazione potrebbe significare perdere contro i laburisti. Con il 32 per cento della popolazione nato all'estero e il multiculturalismo che in linea di principio continua a godere di un ampio sostegno, gli appelli apertamente xenofobi rischiano di trasformarsi in un boomerang nelle circoscrizioni delle aree periferiche, eterogenee e decisive dal punto di vista elettorale.

E se il sostegno a One Nation dovesse rivelarsi temporaneo e scendere a livelli vicini o inferiori a quelli dei partiti Liberale e Nazionale, gli aspetti maggioritari del sistema elettorale potrebbero far sì che nel 2028 le preferenze di One nation siano trasferite ai partiti principali piuttosto che il contrario. Se però One nation dovesse mantenere i livelli di consenso attuali, si assisterebbe probabilmente alla fine del predominio esercitato per decenni dai due partiti conservatori nel ruolo di principale opposizione al Partito laburista.

Ancora più significativo sarebbe il colpo inferto all'ortodossia politica dominante che, in linea generale, ha sostenuto un programma di immigrazione ampio e ben gestito, il libero scambio, l’apertura ai capitali stranieri e una generale deferenza verso i tecnocrati in materia di politica economica. Questo consenso è stato a lungo sostenuto dai partiti conservatori tradizionali perché serviva gli interessi dell’industria; ma è un consenso che Hanson contesta radicalmente. Per questo l'impatto di One nation va oltre il suo eventuale risultato alle elezioni del 2028. La conseguenza più rilevante è il cambiamento già in corso all'interno dello schieramento conservatore.