sabato 14 marzo 2026

da L’Eco del Chisone del 11/03/2026

Pinerolo Venerdì 13 giornata per la pace e messa in basilica

di Pa.Mo.


La presidenza della Conferenza Episcopale Italiana ha promosso venerdì 13/03 una giornata di preghiera e digiuno per la pace di fronte alla crescente escalation di violenza in Medio Oriente. Le comunità ecclesiali sono state invitate a unirsi nella preghiera per le vittime dei conflitti.

La Diocesi di Pinerolo ha organizzato anche un momento di preghiera collettiva, con la celebrazione di una messa alle 18 nella basilica di San Maurizio, celebrata dal vescovo Derio Olivero.

<<Stiamo assistendo all’ampliarsi delle guerre, una situazione che è molto preoccupante - commenta il vescovo Derio -.

Il rischio è che i già fragili equilibri internazionali possano degenerare. Ci stiamo abituando alle guerre>>. 

Prevale un senso di impotenza e di assuefazione, per cui l’indignazione non fa scaturire la voglia di ribellarsi, di manifestare.

<<Globalizzazione dell'impotenza e globalizzazione dell'indifferenza: sono malattie preoccupanti del nostro tempo. Dietro a tutto questo c'è una grande indifferenza verso i problemi che esulano dai problemi personali. La nostra società è ripiegata su se stessa. Basta guardare cosa accade quando ci sono le elezioni: le percentuali di partecipazione al voto sono molto basse, meno del 50%. Questo significa che una persona su due non pensa alle questioni pubbliche, e allora di fronte alle questioni enormi come quelle della guerra si continua a pensare alle proprie faccende>>.

Questo a lungo andare mina la tenuta della società, la sua coesione?

<<La pace non è solo assenza di guerra. Pace significa costruire una società giusta, che rispetta i diritti, che crede nell'uguaglianza e nella democrazia - prosegue il vescovo -. Oggi invece assistiamo a una modalità di fare politica che è pericoloso. Le guerre nascono dai nazionalismi che minano la collaborazione tra le nazioni, e che non riconoscono il diritto internazionale. Dobbiamo recuperare il valore della non violenza. Non solo nei conflitti internazionali, ma a partire dal nostro agire, dalle nostre scelte quotidiane: il valore della non violenza passa attraverso il nostro linguaggio, i giudizi, i modi che adottiamo>>.


da Il Fatto Quotidiano del 08/03/2026

Iran: giù 13 ospedali e 4 scuole

“Italia complice sulle basi Usa”

di Antoniucci, Caridi, Mantovani, Maurizi e Sabahi


L’amministrazione statunitense ha dato il via libera all’invio a Tel Aviv di 12 mila bombe da mezza tonnellata. Lo ha fatto scavalcando il Congresso, per decreto. Gli ordigni servono per la “seconda fase” del conflitto: bombardamenti sistematici dell’Iran, dopo che Teheran ha perso quasi ogni capacità di difesa aerea, si ritiene. Il Congresso Usa è stato esautorato nel momento esatto in cui il rischio di vittime civili è diventato massimo. Le bombe Mk82, non sono armi di precisione. Possono essere dotate di kit di guida, ma il loro raggio letale in area urbana è molto più ampio di quello di un missile guidato. Costano poche migliaia di dollari ciascuna, contro il milione e oltre di un’arma di precisione.

Gli ordigni non raggiungeranno subito i caccia israeliani sopra l’Iran: andranno nelle scorte, a rifornire una campagna pensata per durare. La prima fase aveva un obiettivo preciso: decapitare il regime e distruggere le difese aeree. Teheran, Isfahan, Qom, Karaj, Kermanshah: raid simultanei su tutto il territorio. Il Centcom, il Comando Centrale delle forze armate americane, ha colpito quasi 2 mila obiettivi. L’Idf, esercito israeliano, altri 2500. Tra i bersagli della prima notte, il compound della Guida Suprema a Teheran. Ali Khamenei è stato ucciso. Ma a una settimana di distanza la struttura di comando ha tenuto. Il sistema di potere iraniano, costruito su ridondanze e compartimentazioni, non si è dissolto. L’Iran ha costituito un consiglio di leadership provvisorio. Adesso inizia qualcosa di diverso. Il ministro della difesa israeliano Israel Katz ha descritto la nuova campagna come un “tornado su Teheran”. Non più attacchi su siti specifici.

DATE DAGLI USA A ISRAELE Costano meno dei razzi di precisione e hanno grande potere distruttivo, che aumenta le vittime civili, Centrali elettriche, depositi di carburante, infrastrutture ferroviarie, basi navali dei pasdaran. Il capo di Stato maggiore israeliano, Eyal Zamir, ha dichiarato di aver distrutto l’80% delle difese aeree iraniane e il 60% della capacità missilistica. Donald Trump ha detto che l’Iran è “demolito”, che non ha più aviazione né radar. I cieli sono aperti. La superiorità aerea non è improvvisata. Israele la costruisce da decenni ed è strutturalmente superiore a qualsiasi altra forza nella regione. È pronta a operare su più fronti in simultanea, dall’Iran al Libano all’Iraq, con una proiezione che nessun altro Paese del Medio Oriente può eguagliare. Washington garantisce questo vantaggio con 3,8 miliardi di dollari annui in aiuti militari, di cui 500 milioni destinati ai sistemi di difesa missilistica. Dal 1951 il totale supera i 260 miliardi. La legge americana impone che Israele mantenga un vantaggio qualitativo su tutti gli altri: è l’unico alleato a ricevere i sistemi più avanzati prima di chiunque altro, compresi i cinquanta F-35 in dotazione all’aviazione. Per l’attacco a Teheran, l’obiettivo dichiarato dagli Usa è creare una pressione sociale insostenibile che spinga la popolazione a ribellarsi agli ayatollah. È la stessa logica applicata a Gaza. I risultati nella Striscia sono noti.

Il Washington Post ha reso pubblica ieri un’analisi dell’intelligence americana secondo cui è “improbabile” che la campagna aerea, da sola, riesca a rovesciare il regime. Gli analisti avvertono di un effetto contrario: la popolazione, stremata da anni di sanzioni e repressione, potrebbe serrare i ranghi attorno al regime di fronte ai bombardamenti stranieri. È successo in Serbia nel 1999. In Iraq. In Libia. Un regime non cade perché le sue città vengono bombardate. Cade quando non ha più un apparato repressivo funzionante e quando c’è un’opposizione organizzata.

In Iran non si vedono né l’una né l’altra condizione. Teheran conta sul tempo e sul costo politico. Il Pentagono ha chiesto supporto di intelligence sull’Iran per almeno cento giorni. Gli analisti stimano il costo delle prime 100 ore di operazioni a 3,7 miliardi di dollari. Nelle prime quattro giornate l’Iran ha lanciato 500 missili balistici e 2000 droni verso Israele e basi americane nel Golfo. I sistemi di difesa israeliani, integrati con i Patriot e i Thaad americani, hanno intercettato la grande maggioranza dei vettori, anche se alcune testate sono arrivate a destinazione e hanno provocato la morte di sei soldati statunitensi e di alcuni civili negli altri otto Paesi del Golfo coinvolti nel conflitto.

da Il Fatto Quotidiano del 08/03/2026

Il silenzio (e la strage) delle innocenti

di Antonio Padellaro


Non avevano diritto a un sincero sentimento di pietà i 165 corpi sepolti sotto il cemento armato nella scuola elementare femminile, la Shajaba Tayyiba di Minab nel sud iraniano, colpita il primo giorno di guerra da un raid aereo? Erano quasi tutte bambine tra i cinque e i 12 anni ma neppure le immagini delle aule e dei banchi macchiati di sangue hanno messo un freno alla faziosità cinica e demenziale di coloro che nei giorni successivi si sono esclusivamente preoccupati di scaricare sul nemico di turno la colpa, per meglio potere assolvere l’amico di turno. Ora accusano una bomba americana le informazioni dall'agenzia Reuters raccolte sulla base di fonti anonime del Pentagono e anche se le indagini non hanno ancora raggiunto la conclusione definitiva i dubbi sembrano pochi. Ciò non basterà, sicuramente, a convincere gli amichetti di Trump e Netanyahu che per giorni hanno puntato il dito contro gli stessi iraniani raccontando di un errore di mira o forse ancora peggio (o forse ancora meglio ai loro occhi?) di una strage voluta dagli ayatollah per inchiodare all’esecrazione globale il Grande Satana a stelle e strisce. Se sono stati gli americani la giustificazione addotta dagli alti comandi, quella dei “danni collaterali perché l’esercito Usa non colpisce scuole”, lascia inalterata l’origine di tanto orrore: l’attacco brutale deciso dai due soci Donald& Bibi mentre era in corso un (finto?) negoziato per convincere Teheran a rinunciare alla costruzione dell’arma nucleare. Dinanzi a tanto sangue non sfugge neppure l’uso strumentale che ne fra il regime dei mullah per provare a compattare la nazione. Restano le bare bianche di quelle 165 creature e l'indicibile strazio dei genitori che, tuttavia, per l'artiglieria politica e mediatica sono soprattutto numeri da gettare sulla bilancia di un alterco fine a se stesso, di un mercato della morte dove torto e ragione sono una variabile legata alla convenienza del momento. Ciò finisce per suscitare nel pensiero dominante una crescente indifferenza per l’incessante strage degli innocenti. Finisce per avvelenare le fonti stesse dell’umanità. Per svalutare valori come solidarietà e compassione. Per lasciare campo libero al cieco match della faziosità. In un altro mondo la strage delle bambine iraniane avrebbe meritato, per giorni, le prime pagine dei quotidiani e l'apertura dei Tg. Forse si aveva timore di apparire troppo filo-iraniani o troppo contro la Casa Bianca e Israele, e dunque meglio nascondere quei corpi? Oppure, dopo gli oltre 20.000 bambini uccisi a Gaza dalle bombe dell'Idf, meglio distogliere lo sguardo?


da Domani del 08/03/2026

Tra Corano, Bibbia e Torah

Guerra tra fondamentalisti

di Guido Rampoldi


Con l’Iran che sparacchia su dieci paesi vicini, gli americani che affondano navi da guerra iraniane ovunque le trovino, Israele che ordina l’evacuazione di settecentomila libanesi e adesso Mosca che fornisce agli ayatollah intelligence sui movimenti del nemico, in una settimana il teatro delle operazioni si è allargato a dismisura ben oltre l’Iran. Ormai la guerra spazia dal Mediterraneo all’oceano Indiano, l’area di un Grande Medio Oriente in costruzione intorno a nuovi assi, nuove ambizioni. E nuovi fondamentalismi. Probabilmente il khomeinismo è morto: ma cosa accadrà della sua carcassa, dell’Iran, della regione? E soprattutto, chi e come possono ancora fermare il caos prima che diventi incontenibile?

Washington conferma ogni giorno di non avere una strategia coerente, procede a tentoni, improvvisa. Cerca solo adesso di coinvolgere comunità curde, mentre il candidato degli israeliani a guidare l'Iran liberato, Reza Pahlavi, auspica che l'esercito iraniano liquidi i secessionisti. Trump avanza pretese comiche. Chiede di essere consultato nella successione alla Guida Suprema Khamenei. Intima la <<resa incondizionata>> ad un paese che è stato un impero per gran parte dei suoi ottomila anni, a un totalitarismo che è tuttora il credo di milioni di iraniani.

Ancor più dovrebbe inquietare la disponibilità dei vertici israeliani e americani a richiamare in servizio simboli e esempi tratti dalla Bibbia, fino a offrire credibilità e spazio a una versione "occidentale" della guerra fondamentalista. Non solo i Pasdaran sono convinti di combattere per la Vera Fede contro infedeli che commerciano col maligno. Netanyahu lo dice chiaramente all'inizio del conflitto, quando ripete alle sue truppe quel <<Ricordatevi di Amalek>> col quale le aveva mandate a occupare Gaza senza aver pietà di bambini e inermi (3 marzo, visitando un sobborgo colpito da un missile iraniano: <<E’ scritto nella Torah “Ricordatevi di quel che vi fece Amalek”. Noi lo ricordiamo e agiamo di conseguenza>>). Va da sé che la prospettiva di un pilota israeliano cambia quando il Comandante in capo gli racconta che sta sganciando bombe da quindicimila metri su città abitate dalla Tribù che assaltava a tradimento i suoi avi finché quelli non la sterminarono (<<Anche i lattanti>>, è scritto nella Torah).

Lo schema biblico trova ospitalità anche nei ranghi statunitensi, in pochi giorni l’americana Military Religious Freedom Foundation ha ricevuto oltre 200 segnalazioni di militari a disagio perché un loro comandante li aveva arringati incitandoli a combattere la guerra giudaico-cristiana a suo dire suggerita dalla Bibbia. E’ la tesi di molto (ma non tutto) il cristianesimo evangelical, grande elettore di Trump e confessione ora favorita dal ministro della Guerra Pete Hegseth, l’evangelical che promette a Teheran, 10 milioni di abitanti, <<morte e distruzione dal cielo per tutto il giorno>>. Due giorni fa una ventina di pastori evangelical erano alla Casa Bianca per pregare insieme a Trump (nel filmato trasmesso dalle TV americane si vedono i religiosi tendere i palmi sul capo del presidente per impetrare la protezione).


venerdì 13 marzo 2026

E’ mattino: solo guerre?


La mia preghiera mi fa cercare nei giornali e subito mi da gioia la notizia che la Spagna non si allinea ai tanti chierichetti dell’America, ma fa un netto dissenso. Allora anche in questa Europa schiava, qualcuno dichiara la sua resistenza. Mi aspettano alle 9:30 due mamme che, dopo anni di dolore, hanno visto rifiorire i loro figli ora dediti al volontariato.

O Dio, tutto il male delle guerre non spegne la loro gioia. Bene e male si intrecciano come lettere dell’alfabeto per far parola.

Apro i 3 giornali e li non c’è proprio di che gioire. La mia preghiera mi porta al silenzio a cuore aperto. Ti prego per dirti che in tutte queste alternanze devo saperti presente.

DIO CHE AMI LA VITA E LA FAI FIORIRE,

DIO CHE SEI AMORE, GIUSTIZIA E AMI TUTTI/E,

COME FAI A SOPPORTARE TANTE GUERRE?

LA VITA CHE TU DONI VIENE SPENTA DALLE GUERRE.

TI SEI DISTRATTO ANCHE TU PER PIANGERE?

NO! LE TUE LACRIME SONO LA FONTANA DEL TUO AMORE.

TU IRRORI COSI’ IL MONDO E LE NOSTRE VITE

Affinché fiorisca la pace, quella vera e per tutti.

Ogni giorno faccio questo sogno del Tuo pianto sorgivo per noi, lacrime che ravvivano e nutrono i nostri cuori,

e così alimenti in noi la voglia di vivere e lottare.

La preghiere accende in noi la voglia d’un futuro d’amore. 

E’ la Tua presenza nelle vie del mondo e in ciascuno di noi

a darci il coraggio di cercare nuove vie verso la pace.

Così 7 mesi fa ho incontrato un gruppo di persone dal titolo “La uccisione del tiranno” e da teologo biblista come non pensare al libro biblico di Giuditta. Conobbi due suore che lavorano in Africa, tre studiosi ebrei (il contrario di Netanyahu) e scrivemmo al dittatore una lettera mite, piena di speranza, “Come Paolo da persecutore è diventato apostolo, Tu da assassino puoi diventare amico di quelli della Striscia, i poveri che con Trump e te stanno vivendo un genocidio. Il gruppo ti scrisse una lettera nella speranza che Dio possa vedere in Te un svolta: da fiero del tuo potere assassino a politico che lavora per la pace e la giustizia. Non cessiamo di sperare nella tua conversione ai poveri e di pregare per te mentre il gruppo cerca vie nuove per la pace.

Dio della pace non possiamo fermarci a pregare, cerchiamo insieme vie nuove verso la pace.

Caro Dio non potremmo vivere senza cercare come sognare e lavorare per un mondo senza tiranni.

                                                  don Franco Barbero - 6 marzo 2026

da Tempi di Fraternità di 02/2026

Carceri dove si distruggono vite invece di ricostruirle

a cura della redazione di Ristretti Orizzonti


C’è qualcosa di sadico nel modo in cui gran parte della politica oggi rifiuta di trovare rimedi rapidi ed efficaci al sovraffollamento: sadico perché si finge di credere e far credere che una misura come la liberazione anticipata speciale, qualche manciata di giorni di libertà in più, costituirebbe un cedimento dello stato. Ma qualcuno si chiede se lo stato non stia invece cedendo là dove non garantisce condizioni di detenzione decenti? Là dove tiene le persone accatastate in letti a castello e nel frattempo calcola se ci sono i pochi metri sufficienti per non pagare multe? Là dove parla di rieducazione e poi lascia un sacco di gente ad “ammazzare il tempo” dalla mattina alla sera distruggendo ulteriormente la propria vita invece di ricostruirla? Dice Lucia Castellano, provveditrice alle carceri della Campania “Mi piacerebbe che il carcere fosse quello che Durkheim chiama ‘la pena precisa’, cioè una pena che consiste nella mancanza di libertà e basta, non anche in una afflittività, in una prepotenza, in una burocrazia così invalidante”. E invece quella burocrazia così “invalidante” continua nella sua opera distruttiva. Possibile allora che le istituzioni non possano almeno fare un provvedimento a costo zero come la liberalizzazione delle telefonate e l'ampliamento delle videochiamate? Possibile che, a fronte di questa disumanità delle galere, non si può almeno fare tutto il possibile per garantire da subito più affetti per tutti?

Quella che segue è una testimonianza di un detenuto, che torna a parlare con dolore del deserto affettivo prodotto dal carcere. E’ importante che non si smetta mai di parlarne e non si dimentichi mai che aiutare le persone detenute a salvare i loro affetti è un passo fondamentale per restare umani.

La maschera del distacco che indossano le persone detenute e i loro familiari (di Alessandro I.)

Al colloquio con i propri cari in carcere non c’è alcuna intimità, e c’è invece una serenità apparente. Le domande sono spesso forzate, si fa finta di sentirsi tutti bene: come stanno a casa? Bene, bene! E tu qui come te la passi, tutto a posto? Sì, certo, tutto a posto!

Io sono recluso da 2018, e per più di cinque anni sono stato nelle carceri inglesi, dove per ragioni di "sicurezza" non mi hanno mai autorizzato ad avere colloqui con la mia famiglia. Potevo soltanto telefonare una volta a settimana, per 10 minuti. Durante il Covid si è aggiunta anche una videochiamata a settimana, e questa per me e la mia famiglia è stata una boccata di ossigeno. Oggi mi trovo nella Casa di reclusione di Padova e sono ancora più grato, perché posso chiamare ogni giorno sempre per 10 minuti, grazie soprattutto a Ristretti Orizzonti che sulle telefonate ha fatto tante battaglie, convincendo il direttore a mantenere una chiamata al giorno anche quando è terminata l’epidemia da Covid.

Io sono di origini calabresi e mi trovo in un carcere lontano da casa, ma quando è possibile i miei cari vengono a trovarmi. A volte mia madre arriva a colloquio con un sorriso quasi isterico, mio padre invece pare oramai abituato e "sembra" non faccia più caso a dove mi trovo. Cerca di essere sempre allegro e spensierato, ma come dice sempre mia nonna non è altro che una maschera. Una maschera nulla di meglio.


da Rocca del 15 febbraio 2026

Trump sfida l'Onu

di Maurizio Salvi


Lo scorso anno le Nazioni Unite hanno festeggiato l'80º compleanno e i commentatori tutto il mondo hanno ricordato come la loro creazione fu determinata dalla necessità, dopo la Seconda guerra mondiale, di affidare ad un'entità sovranazionale il delicato compito di prevenire la nascita di nuovi e cruenti conflitti globali. Era chiaro, allora, che l'organismo che si occupava di questo, la Società delle Nazioni, aveva fallito. Per cui serviva qualcosa di più forte, più inclusivo e dotato di strumenti concreti, per mantenere la pace nel pianeta. Così nel 1945 fu fondata l’Onu con gli stessi obiettivi sovranazionali, ma con meccanismi più efficaci sostenuti dall’intervento diretto in essa delle grandi potenze, prima non coinvolte. Per molto tempo la nuova organizzazione è sembrata svolgere adeguatamente il suo ruolo, evitando lo scoppio di un terzo conflitto mondiale a causa della Guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Il suo intervento fu anche molto positivo nel processo di decolonizzazione (1945-1970) e nella produzione di strumenti legislativi a favore dei diritti umani e dei migranti, contro la tortura e la discriminazione. Poi però la strada si fece in salita con lo scoppio di varie crisi e guerre che il Palazzo di Vetro non riuscì a scongiurare: Ungheria (1956), Cecoslovacchia (1968), Vietnam (dal 1955 per 20 anni) e Afghanistan (dal 1979 con l’intervento decennale sovietico, e dal 2001 fino al 2021 con la presenza di una coalizione guidata dagli Usa). Con il passare del tempo la situazione non è migliorata, e l'attuale segretario generale, Antonio Guterres, non ha potuto fare nulla né per l’invasione dell'Ucraina da parte della Russia, né per l'ulteriore deterioramento dei rapporti fra Israele e i  palestinesi, con l'attentato terroristico di Hamas e la risposta durissima di Tel Aviv. C'è stata da parte dell'ONU una latitanza tale da offrire una opportunità unica ad una spettacolare entrata in scena del presidente statunitense Donald Trump. Con metodi molto spicci, mai visti prima nella dinamica delle relazioni internazionali, l’ospite della Casa Bianca ha cercato di dimostrare al mondo una disponibilità degli Stati Uniti a mettere fine a questi e altri conflitti, con il malcelato proposito, fra l’altro, di ottenere vantaggi finanziari personali e, in futuro, anche il Premio Nobel per la pace.

Il board of peace: la mossa di Trump

Così, occupandosi dell’avvenire di una Gaza in gran parte ridotta ad un cumulo di macerie, Trump ha evocato per la prima volta una sua idea: la creazione di un Board of Peace (Direttorio per la pace), da lui presieduto e integrato da Paesi e persone fidate, fra cui il segretario di stato Marco Rubio, l’inviato per la pace della Casa Bianca, Steve Witkoff, il suo consigliere e genero, Jared Kushner, e il molto discusso ex premier britannico Tony Blair, ricordato quasi solo per l’invasione dell’Iraq giustificata con la presenza di inesistenti ‘armi di distruzione di massa’. Ma un organismo limitato solo a dare uno sbocco alla drammatica vicenda mediorientale gli è sembrato un obiettivo troppo modesto. Infatti la ricostruzione di Gaza è stata trasformata in un processo amministrativo e di sicurezza (di Israele) di cui i palestinesi sono un mero oggetto, tanto che nel Board non è stata invitata neppure la moderata Autorità nazionale palestinese (Anp) presieduta dall'ultra ottantenne Mahmoud Abbas (Abu Mazen), in carica dal 2005. Chiarito ciò, il 18 gennaio Trump ha presentato al mondo lo statuto del suo Direttorio per la pace, il cui testo è stato inviato ad una sessantina di capi di Stato e di Governo di tutto il mondo. In esso - oh sorpresa! - non compare alcun riferimento alla crisi Israelo-palestinese, ma si propongono solo concetti generali riguardanti crisi e conflitti da risolvere eventualmente in ogni angolo del pianeta. Ecco cosa si sentenzia nell’art. 1 dello statuto: "Il Board of peace è un'organizzazione internazionale che si propone di promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e basata sulla legge, e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti”. 


da Rocca del 4 febbraio 2026

Il cammino che chiama

di Massimiliano Filippelli


Ho visto il film “Il mio cammino” di Bill Bennet, autore e regista australiano e devo dire che mi sono commosso! Mi ha colpito il suo desiderio di intraprendere questa avventura così lontana dalla terra d'origine (Australia) e nonostante la sua età non più così giovane. 

Il camino lo chiama ma lui non sa perché vuole farlo. Anch'io sono stato sul cammino francese, (quello più frequentato fra i sei percorsi che si possono fare per raggiungere Santiago) e rivedere sullo schermo le varie località, i paesi che precedono l'arrivo e il passaggio iberico,  mi ha messo dentro la nostalgia e un desiderio rinnovato di tornare su quelle strade, insieme ai tanti pellegrini che fra le innumerevoli motivazioni sono spinti da una tensione nascosta che si può chiamare la ricerca di una pienezza e/o della felicità per uscire da quella "tranquilla disperazione" come scriveva il filosofo Thoreau, che opprime le nostre esistenze odierne. Il protagonista è caparbio, volitivo, malgrado una caduta che gli procura un piccolo trauma al  ginocchio e che rischia di compromettere il suo desiderio di proseguire, non si arrende, sorretto moralmente dai vari compagni di viaggio che incontra. Per mia esperienza la tentazione di tornare indietro, di non farcela durante gli 800 km che ci separano da Santiago è molto forte, per questo le “amabili presenze” che camminano con noi, sono come degli angeli che ci aiutano nelle difficoltà.

Nel film il protagonista incontra altri pellegrini che lo aiutano a proseguire chi, aiutandolo con un piccolo asciugamano tecnico che volge il ginocchio dolente, e che diventa quasi la molla che spinge Bill ad arrivare a Santiago per restituirlo al proprietario, chi camminando con lui. Camminando s’apre cammino per citare il bellissimo verso del poeta andaluso, Antonio Machado, così Bill spinto da quella energia che si respira sul tragitto e guidato dalle frecce gialle, arriva nei pressi di "Praza do Obradoiro” la piazza principale del centro di Santiago deCompostela. Durante il percorso Bill incontra una giovane donna oppressa da un senso di colpa per la morte di un suo amante, e nella conversazione che tiene con lei per lenire la sua angoscia le dice che gli 800 km sono come una immensa cattedrale dove ad ogni sosta ci sono dei confessionali in cui ognuno che porta un fardello dalla sua città di provenienza può lasciarlo ad un altro. Mi viene in mente la pietra che il pellegrino abbandona sulla piccola montagnola ai piedi della “Cruz de Ferro”, uno dei luoghi importanti del cammino a pochi chilometri da Foncebadòn e quasi 250 da Santiago de Compostela. Ci sono due film che a mio parere meritano di essere visti per il loro valore e interesse culturale: “La Via Lattea” di Luis Bunuel del 1969, una dissacrante e colta rassegna storica dei vari dogmi di fede, durante il pellegrinaggio che due vagabondi fanno per recarsi al santuario di Santiago de Compostela. Fra incontri, racconti, rievocazioni, apparizioni e altri espedienti narrativi, il loro diventa un viaggio attraverso venti secoli di cristianesimo. Il regista spagnolo da surrealista mai pentito critica il formalismo della religione, la falsa pietà piccolo borghese, ma dentro una genuina ricerca spirituale, una domanda aperta verso il  mistero. 

L'altro film sul cammino è di Emilio Estevez, scrittore-regista che dirige suo padre, l'attore Martin Sheen, nella pellicola emozionante e dalla colonna sonora molto suggestiva: "Il cammino per Santiago”. Il film parla di un padre, Tom, medico americano che si reca in Spagna per recuperare il corpo del figlio, ucciso durante una bufera sui Pirenei, mentre percorreva a piedi il cammino di Santiago de Compostela. Con lo zaino del figlio in spalla, Tom percorre gli 800 km fino a Santiago e cambia il suo modo di guardare la vita: 

"La vita che viviamo e quella che scegliamo di vivere".

Per concludere consiglio la visione di questo film per la sua autenticità, la mancanza di retorica e la bellezza dei luoghi rappresentati senza dimenticare che il cammino di Santiago (la via francese) è stato riconosciuto patrimonio dell'umanità dall’Unesco.


da Rocca del 15/02/2026

Zuppi: dall’età della forza alla pace

di Tonio Dell’Olio


Nei passaggi iniziali della prolusione al Consiglio permanente della Dei del 26 gennaio 2026, il cardinale Matteo Maria Zuppi ha citato Giorgio La Pira dicendo che quella che viviamo è “l’età della forza”. Il mondo è, infatti, segnato da un’incertezza profonda - ha detto -, che suscita un senso di instabilità. Questa non fornisce sicurezze, certezze e ordine, come si potrebbe credere, anzi! La forza, ancora di più se incredibilmente irride il diritto e i processi internazionali così faticosamente conquistati nei decenni passati, crea solo instabilità pericolosa a tutti i livelli e costringe a rinunciare alla via indispensabile del dialogo, del multilateralismo, del pensarsi insieme”. Una lettura lucida e insieme inquieta del tempo presente, che intreccia analisi geopolitica, riflessione sociale e appello etico. Davvero siamo in una fase storica in cui la logica del potere e della violenza tende a prevalere su quella del diritto, del dialogo e della cooperazione. Le guerre in corso e il riarmo globale non sono solo eventi militari, ma il segno di una più profonda crisi culturale, in cui la vita umana appare sempre più fragile e meno tutelata "dal suo inizio alla sua fine”. Zuppi ha parlato di un clima segnato da paura, aggressività e disprezzo dell'altro, che si riflette tanto nelle relazioni internazionali quanto nei rapporti quotidiani tra persone e comunità. E ha citato un passaggio importante del discorso di papa Leone XIV al Corpo diplomatico: “Preoccupa la debolezza del multilateralismo. A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra  è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando… Non si ricerca più la pace in quanto dono e bene desiderabile in sé… ma la si ricerca mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo Stato di diritto, che è alla base che ogni pacifica convivenza civile”. Ma è proprio in questo contesto che la pace non si presenta come un’utopia astratta o come semplice assenza di conflitti, ma piuttosto come un progetto concreto e quotidiano. Ogni comunità, secondo Zuppi, è chiamata a diventare una "casa della pace", luogo di prossimità, accoglienza e riconoscimento reciproco. La pace nasce da relazioni reali, dalla capacità di superare le polarizzazioni costruire legami in una società sempre più frammentata. Poi lo sguardo del presidente della CEI si è spostato sull'Italia, descritta come un paese attraversato da fragilità diffuse: solitudine, disagio giovanile, violenze familiari, crisi demografica. Problemi che non possono essere affrontati solo con strumenti repressivi, ma richiedono risposte educative, culturali e relazionali. Infine, la prolusione ha assunto un rilievo esplicitamente politico quando Zuppi ha invitato i cittadini a non disertare il voto in occasione del referendum costituzionale sulla giustizia e a custodire l'equilibrio dei poteri come bene essenziale della vita democratica. La democrazia, suggerisce, non è un dato acquisito ma un processo fragile, che vive solo se sostenuto da responsabilità, consapevolezza e impegno civico. Nel suo insieme, il discorso propone una diagnosi severa ma non rassegnata: al realismo sull’"età della forza” si accompagna la convinzione che la pace, la democrazia e la fraternità restino possibilità reali, affidate però alla qualità delle relazioni e delle scelte quotidiane di ciascuno.


giovedì 12 marzo 2026

da Rocca del 15/02/2026

Gesù era un Buddha?

di Brunetto Salvarani


Gli specialisti di religioni sostengono che l'originalità del buddhismo consisterebbe sostanzialmente in tre fatti: che è una religione universale in quanto via di salvezza dal dolore aperta a tutti, al di là delle differenze di etnia, di genere, di origine sociale e di livello culturale; che tale via di salvezza si basa su analisi e proposte di tipo razionale, non fideistico; e che queste analisi e proposte vanno costantemente verificate mediante la pratica della meditazione. Tuttavia, c’è bisogno di alcune precisazioni. E’ vero che il buddhismo si è presentato, fin dall'origine, come una via di salvezza dal dolore offerta a tutti, ed è quindi giusto considerarlo - alla pari di islam e cristianesimo - una religione universale. Peraltro, si ricordi che il Buddha non si è presentato al mondo né come Dio, né figlio di Dio e neppure suo profeta, e che, di conseguenza, i cosiddetti testi sacri buddisti (in particolare il Canone) non contengono nessuna Parola di Dio, ma sono trascrizioni di discorsi che un uomo eccezionale - il Buddha, appunto - fece durante i suoi quarantacinque anni di predicazione itinerante. 

da Rocca del 15/02/2026

Preghiera e tempo

Salmo 90

di Lidia Maggi e Angelo Reginato


Signore, tu sei stato

per noi un rifugio

d’età in età.

Prima che i monti

fossero nati e che

tu avessi formato

la terra e l’universo,

anzi, da eternità in

eternità, tu sei Dio.

Tu fai ritornare

i mortali in 

polvere, dicendo:

<<Ritornate, figli

degli uomini>>.

Perché mille anni

sono ai tuoi occhi

come il giorno di

ieri che è passato,

come un turno di

guardia di notte.

Insegnaci dunque

a contare i

nostri giorni, per

acquistare un cuore

saggio.

Ritorna, Signore;

fino a quando?

Muoviti a pietà dei

tuoi servi.

Saziaci al mattino

della tua grazia e

noi esulteremo,

gioiremo tutti i

nostri giorni.

Angelo: Con il Salmo 90 inizia il quarto libro, che per André Chouraqui è il momento della sera e per Alberto Mello rappresenta l’uscita dalla crisi e l’annunzio di un nuovo regno. Non c’è più il re ma è Dio stesso a regnare. Con la comparsa della prima stella, inizia il nuovo giorno. Ed è proprio di questo che parla il nostro Salmo: di un tempo nuovo nel cammino del saggio come del popolo. Lo fa affrontando la questione del tempo: "Insegnaci a contare bene i nostri giorni per acquistare un cuore saggio". Non cambia di colpo la scena storica; come leggiamo, l'orante deve ancora affrontare la fatica, le opposizioni; ma potrà farlo con un cuore sapiente, che è maturato nel tempo.

Lidia: la preghiera osa instaurare un dialogo tra l’eternità e la polvere. Com’è possibile? Non è, per forza di cose, una conversazione destinata a fallire? Dio c’è da sempre, è la sorgente da cui è scaturito tutto ciò che esiste. È una presenza non scalfita dallo scorrere dei giorni. Gli umani, invece, sono creature a tempo, un prodotto a scadenza. E nella manciata di anni in cui transitano per la terra, falliscono il bersaglio di vivere una vita buona. Polvere, erba, sogno, soffio: qualcosa di inconsistente, che non tiene. Sembra di sentire il Qohelet, per il quale, appunto, “Dio è in cielo e tu sulla terra”: una differenza che rende vano ogni tentativo di un dialogo alla pari.

Angelo: eppure questa differenza non toglie la relazione. Anzi, è grazie ad essa che il salmista coglie la possibilità di affrontare la precarietà del tempo umano con una sapienza che viene da altrove. E che accende un altro sguardo e promuove una diversa narrazione. In ebraico, come in italiano, il contare ha a che fare con il raccontare. Come si può giungere ad una narrazione sapiente nel breve tempo della nostra esistenza? Provando a collocarla entro il quadro più ampio dell'opera di Dio. E, una volta recuperato l'orizzonte del sentire in grande, osare discutere con Dio, richiamando la sua attenzione sulla vita fragile e indifesa delle sue creature.

Lidia: mi stupisce l’accostamento tra l’umile supplica di ricevere in dono un cuore saggio e la richiesta coraggiosa, che suona come una sfida, affinché il Signore “ritorni”. Non sta chiedendo semplicemente di tornare ad occuparsi dei viventi: ordina a Dio di convertirsi! - questo è il senso biblico del verbo. Convertiti Dio, torna ad essere un Dio di grazia, che con gesto gratuito consolida l’operato umano, invece di dissolverlo. Agisci anche con noi come in principio, quando la polvere è stata raccolta dalle mani amorevoli del Creatore e, grazie al suo respiro, è diventata un essere vivente. Allora sapremo riconoscere che la terra non è in balia del caos o dell’avversario, ma sotto lo sguardo vigile di un re che lo governa con amorevole giustizia… allora anche le opere delle nostre mani fragili saranno meno precarie e, nel giardino, a noi affidato, potrà rifiorire la vita buona.