domenica 8 febbraio 2026

L’ESSENZIALE  CONTRO LA BARBARIE

Gustavo ZAGREBELSKY*

Lo spirito del nostro tempo é orientato alla dignità, come un tempo lo fu alla libertà, all'uguaglianza davanti alla legge, alla giustizia sociale. Tutti s'ispirano, o dicono d'ispirarsi, alla dignità degli esseri umani, soprattutto dopo lo scempio che ne hanno fatto i regimi totalitari del secolo scorso.

Tutto bene, allora? Finalmente un concetto e una concezione dell'essere umano - un'antropologia - in cui si esprime un valore sul quale tutti non possiamo che concordare? Un pilastro sul quale un mondo nuovo può essere costruito? Cerchiamo di darci una risposta, lasciando da parte le buone intenzioni, le illusioni.

La legge fondamentale tedesca inizia proclamando la dignità umana «intoccabile». La nostra Costituzione la nomina a diversi propositi. La Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del dicembre 1948 si apre con lo “considerazione” che «il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e delle pace nel mondo. Sulla scia di questa convinzione, non c'è Costituzione successiva che non renda omaggio anch’essa alla dignità umana. E non c'é trattazione di temi etici e giuridici in cui la dignità non assuma il significato onnicomprensivo della “dimensione dell'umano”, della sua ricchezza, della sua libertà morale e fisica, della inviolabilità del corpo e della mente, dell'autodeterminazione, dell'uguaglionza, della socialità, della “relazionalità”, fino al vertice kantiano dell’essere umano sempre come fine e mai (soltanto) come mezzo. L’appello alla dignità sembra, dunque, l’argomento finale, decisivo, in tutte le questioni controverse in cui è in questione l'immagine che l'essere umano ha di se stesso, cioé la sua autocomprensione.

Ma il fatto che d'un concetto si possa fare un uso tanto largo e, soprattutto, incontestato è un segno di forza o di debolezza del concetto stesso? Purtroppo, di debolezza: tanto più il concetto é generale e astratto, tanto meno è determinato in particolare e in concreto. A seconda dei punti di vista culturali, ideologici, morali gli si possono assegnare contenuti diversi. Questo vale per la libertà: libertà di e da che cosa? Per l'uguaglianza: rispetto a che e in che cosa? Per la giustizia: con riguardo ai bisogni o ai meriti? Per la dignità è lo stesso: degno di che cosa? Di questo genere di principi, tanto più se ne celebra la generale validità, tanto più li si svuota. I criteri assoluti (di libertà, di uguaglianza, di giustizia) sono tutti privi di contenuto. Si prenda la libertà (ma lo stesso esercizio si potrebbe fare per la giustizia o l'uguaglianza). Già Montesquieu, realista e nemico dei voli pindarici, aveva osservato (Lo spirito delle leggi ,libro XI, cap. ll): «Non c'é parola che abbia ricevuto tanti significati e che abbia colpito l'immaginazione in modi tanto diversi, quanto la libertà.

Gli uni l'hanno presa come facilità di liberarsi di coloro ai quali avessero attribuito poteri tirannici; altri, come facoltà di eleggere coloro ai quali dovessero obbedire; altri, come diritto di portare le armi e di esercitare la violenza; alcuni, come privilegio di non essere governati che da uomini della propria nazione o dalle proprie leggi; una certa popolazione come l’abitudine di portare lunghe barbe» (allusione ironica ai Moscoviti, che non perdonarono la decisione di Pietro il Grande, presa nel 1698, di farli rasare).

Se avessimo voglia di leggere il Mein Kampf di Hitler, troveremmo che per lui la libertà, anzi la ”sete di libertà” aveva a che fare con l'intolleranza fanatica, il militarismo, la purezza della razza, il giovanilismo, la liberazione dal peso della cultura, la fedeltà, l’abnegazione, la fede apodittica, il disprezzo del pacifismo e dello spirito ugualitario, l'espansionismo, la sopraffazione del più debole da parte del più forte. In una parola: l'uomo libero come “super-uomo”, "belva bionda”, “signore della terra”. Che cosa ha a che vedere questo modo d'intendere la libertà con, ad esempio, il primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948: «Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti», o con «la verità vi farà liberi» (Gv 8,32)? Nulla. Non serve a superare le ambiguità e i dilemmi e a contenere i dissidi insistere quindi sull'elevatezza della dignità come principio della convivenza, innalzarlo o “trascendentale umano”, a “concezione antropologica’. Sottolineo questo punto, perché troppo facilmente ci facciamo accecare dalle belle parole, le quali spesso, tanto più sono belle, tanto più facilmente contengono concetti molto “disponibili”. Quello che ci deve mettere in allarme è la reversibilità dei valori, nel loro uso pratico. A questo proposito, lo sguardo sulle pratiche del nostro mondo nuovo ci lascia interdetti, anzi inorriditi. Così accade davanti alle sconvolgenti immagini dei due reporter di guerra, James Foley e Steven Sotloff legati, inginocchiati, tenuti diritti dal boia ricoperto dalla tunica nera da cui appaiono solo occhi senza volto e mano armata del coltello, pronta alle sgozzamento. Sul terreno propriamente militare, l'assassinio di questi due uomini non ha evidentemente alcun significato. Ne ha uno grande e tremendo sul terreno psicologico. La guerra psicologica, un tempo, si faceva con altri mezzi: volantini, trasmissioni radio, disfattismo... Oggi si fa col coltello che taglia le gole messo in rete.

La guerra psicologica si avvale della violazione della dignità come arma, e tanto più cresce nelle nostre coscienze il valore dell'essere umano, tanto più la crudeltà si presenta nuda, priva di giustificazioni rispetto a presunte colpe della vittima e tanto più la vittima è scelta a caso, ignara e inerme, quanto più l'orrore è grande ed efficace. Ora siamo ai reporter, di cui si ha un bel dire ch’erano lì per ragioni non di colloborazione col nemico e che erano, in questo senso, “innocenti”.

L'innocenza non interessa affatto ai carnefici. La vittima è un anonimo esemplare; non è una persona cui si accolli qualche sua colpa. Lo sgozzamento non è l'esecuzione d'una sentenza di condanna. Anzi, si potrebbe aggiungere che tanto più grande é l'innocenza, quanto maggiore è l'efficacia. Arriveremo a donne e, chissà, a bambini mostrati col coltello al collo?

Queste viltime sono tutte «sotto un dominio pieno e incontrollato», per usare le parole di Aldo Moro dal carcere delle Br, il 27 marzo 1978. Ma Moro apparteneva al fronte nemico. Qui ciò che conta è l'orrore come tale, l'orrore che, come lo sguardo di Medusa, paralizza i destinatari del messoggio. L’assassino si presenta come super-eroe, copace dell'ultra-umano, cioé di farsi beffe dell'ultima frontiera dell'umano, di un suo anche minimo contenuto di valore. Nell'umiliazione della vittima resa impotente, l'aguzzino trova l’esaltazione del suo ego: tra le montagne dell'lraq, come nel carcere di Abu Ghraib e in tante alire situazioni d'illimitata sopraffazione. Solo che qui c'é l'esibizione dell'inumanità avente, come fine, la ripugnanza, lo sconvolgimento, la paralisi morale. Adriana Cavarero, qualche anno fa, ha analizzato con profondità questa mutazione genetica del terrorismo in “orrorismo” (Orrorismo, ovvero della violenza, Feltrinell, 2007). Le considerazioni di quesio libro sono, per una parte, constatazioni, per un’altra, spaventose profezie. Nelle immagini che abbiamo davanti agli occhi é espresso quello che potremmo chiamare il paradosso della dignità: più alto è il valore violato, più alta è la capacità aggressiva della violazione. Paradossalmente, se la vita non valesse nulla, non ci sarebbe ragione di violarla. Non ci si scandalizzerebbe delle immagini che abbiamo negli occhi se la dignità non rappresentasse per noi uno dei sommi valori ai quali non siamo disposti a rinunciare. Forse, gli assassini non penserebbero che la scena che quelle immagini trasmettono possa avere un qualche significato nella guerra psicologica ch’essi intraprendono. La dignità dà forza al suo opposto. Il delitto vi trova il suo alimento. E il nutrimento è dato proprio dal valore che attribuiamo alla vittima. Siamo di fronte alla fragilità del bene, alla fragilità della dignità come bene sommo dell'essere umano. Un libro famoso che tratta della virtù porta, per l'appunto, come titolo La fragilità del bene (il Mulino, 1996). L'autrice, Martha Nussbaum, discute di fortuna, di vulnerabilità, d'incertezza dell'esistenza. La virtù, come il fragile germoglio della vite, è esposta a ogni genere d'intemperie e d'imprevisti. Ma, qui siamo di fronte a qualcosa in più, alla ricattabilità: il bene è ricattabile proprio perché è bene e c’è chi gli si sente obbligato. Se non te ne importasse nulla, potresti passare davanti all'ignominia senza muovere un ciglio. I virtuosi sono più fragili dei cattivi, perché il bene è ricattabile dai suoi nemici, mentre il male non lo é.

L'orrore, se non cadiamo nell’indifferena dell’assuefazione, induce a ripagare con la stessa moneta, cioé con altro orrore. Ciò dimostra quale fragile barriera sia il valore della dignità che ci protegge dalla barbarie. C'é una via che non sia né l'indifferenza, né la ritorsione? C'è la possibilità che non ci si abbandoni, a propria volta, alla violenza indiscriminata e dimostrativa che accomuna nella stessa sorte innocenti e colpevoli, cioé alla guerra che travolge gli uni con gli altri? Sì, c’è, ed è la responsubilità che si fa valere nelle sedi della giustizia. Dignità, responsabilità e giustizia si tendono la mano.

* in “la Repubblica” del 12 settembre 2014

da Il Manifesto del 01/02/2026

La finta tregua riporta Gaza sotto le bombe. 

Decine di morti e feriti

di Michele Giorgio


Per la Striscia sembrava un giorno di speranza, con la riapertura parziale del valico di Rafah, Ma la finta tregua di Israele non dà scampo: decine di morti palestinesi sotto le bombe, tra cui diversi bambini. Il messaggio è chiaro: riavuta la salma dell’ultimo ostaggio.

Netanyahu ora vuole finire il lavoro.

Le bombe hanno ucciso, ferito, distrutto, riportando Gaza ai giorni più bui dei due anni di offensiva militare israeliana dopo il 7 ottobre 2023. Almeno 32 palestinesi, tra cui bambini, sono stati fatti a pezzi dalle esplosioni o sono morti sotto le macerie degli edifici colpiti. La Protezione civile ha riferito anche di decine di feriti: alcuni sono in condizioni gravissime. I video giunti da Gaza hanno mostrato esplosioni, fumo, macerie ed esseri umani che si aggiravano come fantasmi nelle nuvole di polvere, con abiti strappati e in stato confusionale. 

Doveva essere una giornata con aspetti positivi per la popolazione della Striscia. Riapre dopo un anno e mezzo, oggi in modo parziale e domani a pieno regime, il valico di Rafah con l’Egitto, fondamentale per i movimenti dei civili: i tanti che vogliono tornare a Gaza e gli ammalati e feriti in attesa di cure all’estero. Al contrario, è stata una delle giornate più insanguinate di questi tre mesi di finta «tregua», in cui attacchi e spari israeliani hanno ucciso circa 530 palestinesi, in buona parte civili, sottolineano i gazawi.

All’alba gli attacchi aerei hanno colpito almeno due case a Gaza City e un accampamento di tende che ospitava sfollati palestinesi a Khan Younis, a sud. «Abbiamo trovato le mie tre nipotine per strada. Cosa hanno fatto quelle bambine? Cosa abbiamo fatto noi?», urlava a chi provava a rincuorarlo Samer al-Atbash, zio di tre bambine morte in uno dei raid. Ancora nel capoluogo, un bombardamento ha polverizzato la casa dei Rizq, già colpita in precedenza con diverse vittime. Famiglie intere sono state decimate mentre dormivano. 

A Khan Younis, nel sud della Striscia, sette membri della famiglia Hadaideh sono passati dalla vita alla morte in un attimo: un anziano, una donna e cinque bambini. Vivevano ad Asdaa, a nord-ovest della città. Il massacro più grave si è consumato nel quartiere di Sheikh Radwan, a nord-ovest di Gaza City, dove l’aviazione israeliana ha colpito una stazione di polizia. Il bilancio fino a ieri sera era di almeno 16 morti, tra cui quattro poliziotte, oltre a civili che si trovavano all’interno dell’edificio per presentare richieste di aiuto. Apocalittiche le immagini postate sui social: corpi mutilati, civili insanguinati attorno a un edificio sventrato, urla e richieste di aiuto. Cinque palestinesi sono stati uccisi in un bombardamento contro un condominio vicino all’incrocio di Abbas, mentre un’altra persona è stata colpita a morte in Old Gaza. 

A Jabaliya, nel nord, sono entrati in azione i cecchini che hanno ucciso una persona. Circa la metà delle vittime erano minori e donne, ha comunicato in serata la Protezione civile. L’esercito israeliano, senza fare riferimenti a vittime civili, si è limitato a comunicare di aver preso di mira i comandanti di Hamas assieme a depositi di armi. Ha aggiunto che gli attacchi sono stati effettuati in risposta a un incidente avvenuto venerdì, quando otto uomini armati di Hamas sono usciti da un tunnel a Rafah, nella zona cuscinetto creata da Israele e delimitata dalla linea gialla dell’accordo di cessate il fuoco.

Bombe, missili e droni ieri hanno consegnato un messaggio inequivocabile ai palestinesi e anche all’Amministrazione Usa. A Benyamin Netanyahu non interessano il Board of Peace di Donald Trump né la Forza di stabilizzazione internazionale o il comitato tecnico palestinese che dovrebbe gestire Gaza al posto di Hamas. 

Il premier del governo più a destra della storia di Israele vuole il disarmo totale di Hamas, nulla di meno, e non accetterà che i 10 mila poliziotti legati al movimento islamico, al momento dispiegati a Gaza, diventino, con il via libera degli Stati uniti, la forza di sicurezza nella Striscia prevista dall’accordo di cessate il fuoco. E per ottenerlo Netanyahu è pronto a dare il via a una nuova offensiva contro Gaza. A maggior ragione ora che, con il rientro in Israele della salma dell’ultimo ostaggio a Gaza, non ha più contro la sua opinione pubblica che, per oltre due anni, gli ha rimproverato di non aver fatto i passi giusti per riportare a casa gli israeliani presi da Hamas.

Nella seconda metà dell’anno ci saranno le elezioni e Netanyahu, con il pugno di ferro a Gaza e una nuova guerra all’Iran, ha tempo sufficiente per ricostruirsi l’immagine di Mr. Sicurezza e di nemico implacabile delle rivendicazioni palestinesi che lo ha tenuto in sella dal 2009. I sondaggi cominciano a premiarlo. Venerdì il commentatore militare del giornale Haaretz, Amos Harel, affermava che il governo israeliano accetterà la consegna di armi pesanti da parte di Hamas ma pretenderà anche quella delle armi leggere, sebbene siano destinate alla futura polizia palestinese. Netanyahu, ha aggiunto, resta in attesa del fallimento del piano americano. 

Anche per il quotidiano Yediot Ahronot il primo ministro spera che Hamas si astenga dal consegnare le armi, poiché ciò garantirebbe «legittimità» all’uso massiccio della forza contro Gaza.


da Rocca del 15/12/2025

Un impatto da cui proteggersi

di Francesco Aquilar


Come tutti sappiamo, a febbraio 2022 è scoppiata la guerra russo-ucraina, che già aveva preso le mosse nel 2014 con l’annessione forzata della Crimea alla Federazione Russa. A ottobre 2024 di fatto è scoppiata la guerra fra Hamas e lo Stato di Israele, con grandi sofferenze per il popolo palestinese. Ci sono, e ci sono sempre state, altre guerre nel mondo, ma questi conflitti, per la loro vicinanza geografica, emotiva e culturale, hanno influenzato e influenzano di più gli italiani, che ogni mattina e ogni sera si svegliano e si addormentano con le notizie di guerra sui telefonini, per radio, in televisione, sui social media.

Le reazioni psicologiche a queste notizie, passata l'impressione della prima volta, appaiono di diversa natura e di diversa influenza sulla vita quotidiana. Da un lato, si osserva una totale solidarietà con gli aggrediti o con gli aggressori (considerati come legittimati ad aggredire per autodifesa), con una enorme partecipazione emotiva e talvolta pratica alle situazioni di guerra: indignazione, rabbia, ribellione, manifestazioni di solidarietà pubbliche e private.  Dall’altro estremo, si può notare in alcune persone un totale disinteresse verso le tragedie e le evoluzioni quotidiane degli scenari bellici, con una punta di fastidio:  “Le guerre sono lontane, mi dispiace per chi soffre ma non ci posso fare nulla, poiché può capitare anche a me di essere bombardato, meglio godersi la vita appieno, finché è possibile”.

Tra i due estremi di intensa partecipazione, con il desiderio concreto di intervenire in qualche modo e di sostanziale indifferenza, con il forte desiderio di non pensare alle guerre, si osservano mille posizioni diverse, con molte sfumature. La maggioranza delle persone, tuttavia, sembra fortemente preoccupata di un possibile coinvolgimento nella propria vita delle conseguenze delle guerre apparentemente lontane. La Terza guerra mondiale a pezzi, di cui parlava papa Francesco, potrebbe coinvolgere l'intero pianeta e quindi anche noi e i nostri cari: di conseguenza scatta non solo la solidarietà con chi soffre, ma anche una legittima preoccupazione personale e familiare.

Il punto della sofferenza individuale è quello sul quale potrebbe essere utile dedicare attenzione.

In primo luogo il rischio di depressione collegata alle notizie di guerra; ci sono poi le fobie collegate a tali notizie e i disturbi alimentari. Ma anche ossessioni e compulsioni.

Siamo esseri umani e come tali siamo vulnerabili agli avvenimenti sui quali abbiamo poco o nessun controllo.


da Il Fatto Quotidiano del 30/01/2026

La Spezia. La violenza nelle scuole è anche il segno di un abbandono

di I colleghi dell’I.I.S. “Capellini-Sauro”


CARI COLLEGHI DELL’ISTITUTO Einaudi-Chiodo, vi scriviamo con il cuore pesante, colpiti nel profondo dall’immane tragedia che ha sconvolto la vostra comunità scolastica. In momenti come questo, le parole sembrano svuotate di senso, eppure sentiamo il dovere etico e professionale di non lasciarvi soli nel silenzio e nel dolore. Siamo al vostro fianco perché conosciamo bene la fatica di chi opera ogni giorno in prima linea.

Le nostre classi sono diventate laboratori di estrema complessità, dove si incrociano fragilità eterogenee, problemi comportamentali e disagi emotivi ogni anno più profondi e diffusi. In questo contesto, spesso incontriamo famiglie che come noi sono in difficoltà nell’affrontare la complessità del ruolo educativo, lasciando i docenti tragicamente soli a gestire dinamiche che vanno ben oltre l’istruzione e la didattica. I nostri ragazzi vivono immersi in un contesto reale e virtuale pervaso dalla violenza, dove l’aggressività fisica e verbale è diventata quotidianità e il rispetto di se stessi e degli altri sembra dimenticato. In questo scenario, l’educazione all’affettività e all’empatia verso il prossimo deve tornare ad avere un ruolo centrale. Tuttavia, il lavoro in classe non può bastare se la comunità non fa sistema: senza una collaborazione reale tra servizi territoriali, istituzioni e famiglie, l’impegno del docente resta un gesto isolato, che non trova appoggio al di fuori delle mura scolastiche. È troppo facile scaricare la colpa sulla scuola anziché affrontare in modo collegiale la complessità di questa emergenza educativa e del crescente disagio sociale. Abbiamo bisogno di risposte concrete: dalla presenza di uno psicologo in pianta stabile che faccia da raccordo con le strutture sanitarie, a risorse reali per l’integrazione degli alunni. La gestione di tale complessità continua a gravare solo sulla nostra buona volontà.

È necessario che la scuola smetta di essere considerata un costo da tagliare e torni a essere un investimento vitale; ogni taglio al personale, in piena emergenza educativa, non fa che lasciare i docenti ancora più soli: la società intera deve invece avere il coraggio di farsi carico del problema e affrontare concretamente l’emergenza. Vi abbracciamo con forza, condividendo la vostra ferita che è la ferita di tutta la scuola italiana. Restiamo uniti nella difesa della dignità del nostro lavoro. Con profonda stima e vicinanza.

                                       I COLLEGHI DELL’I.I.S. “CAPELLINI-SAURO”


da Il Fatto Quotidiano del 01/02/2026

“Un nuovo abisso”. Oltre mille vittime contro la giustizia.

di Sabrina Provenzani


“Ancora una volta, le sopravvissute vedono i loro nomi e le informazioni identificative sotto i riflettori, mentre gli uomini che ci hanno abusato rimangono nascosti e protetti. È oltraggioso. Come sopravvissute, non dovremmo mai essere noi a essere nominate, scrutinate e ritraumatizzate, mentre i complici di Epstein continuano a beneficiare del segreto. Questo è un tradimento proprio delle persone che questo processo dovrebbe servire”.

Sono 18 le firmatarie di questo atto d’accusa al Dipartimento di Giustizia che, nel pubblicare i nuovi file Epstein, le rende riconoscibili, malgrado ripetute rassicurazioni che non sarebbero state identificabili.

I FUNZIONARI del ministero avevano garantito alle vittime che l’unica donna riconoscibile sarebbe stata Ghislaine Maxwell, l’ereditiera inglese compagna e complice di Epstein, oggi in cella per il suo ruolo nel loro adescamento e sfruttamento. E di aver escluso dai file rilasciati immagini di “morte, abusi fisici e ferite”.

La prima affermazione non è vera. Ora, tardivamente, si scusano, promettono di rimediare rimuovendo ogni riferimento. Troppo tardi, in un’epoca di misoginia feroce, fomentata e amplificata dalla viralità senza controlli dei social media. Un errore, se di errore si tratta, imperdonabile, che brutalizza ulteriormente donne abusate quando erano solo delle ragazzine.

Brad Edwards, avvocato che rappresenta centinaia di vittime delle oltre 1.000 vittime, ha dichiarato ad Abc News che il suo ufficio ha ricevuto chiamate continue da donne mai esposte prima e i cui nomi appaiono non omissati nei documenti. La collega Gloria Allred ha descritto la pubblicazione come un “assoluto disastro” e un “nuovo abisso” per il Dipartimento: nella tranche compaiono nomi e foto di vittime che non avevano mai parlato pubblicamente.

Marina Lacerda, una delle sopravvissute, ha definito il 30 gennaio 2026 “il giorno più triste, sconvolgente e straziante” vissuto dalle vittime e ha chiesto ad alta voce perché il Dipartimento le abbia deluse ancora una volta. Una vittima anonima ha raccontato alla Cnn di sentirsi mortificata nel vedere il proprio nome ripetutamente non oscurato, nonostante avesse segnalato il problema in anticipo, e ha detto di aver perso ogni fiducia nella capacità del Dipartimento di proteggere le vittime future.

Ma le firmatarie di quell’atto d’accusa, come ha fatto prima di loro Virginia Giuffrè, che ha pagato quella battaglia con il suicidio, puntano il dito sui troppi responsabili tuttora impuniti: “Il Dipartimento di Giustizia non può affermare di aver concluso la pubblicazione dei file finché ogni documento legalmente richiesto non sarà rilasciato e ogni abusatore e facilitatore non sarà pienamente esposto” continua il loro comunicato.

“ABBIAMO bisogno di sentire direttamente dall’attorney General Pam Bondi quando comparirà davanti al Comitato Giudiziario della Camera l’11 febbraio. Le sopravvissute meritano risposte, e il pubblico merita la verità”. Corto circuito politico-giudiziario: Pam Bondi è una fedelissima di Donald Trump, che appare in migliaia di quei file. Come Todd Blanche, il viceministro della Giustizia incaricato di seguire l’unico dossier che il Presidente sembra davvero temere. Proprio Blanche, nella conferenza stampa di ieri, ha confermato che questa tranche di documenti sarà l’ultima per una serie di ragioni: metterebbero a rischio indagini federali e, ha rivelato, contengono foto di abusi su bambini o dettagli delle vittime.

Il tema è, indubbiamente, politico: le migliaia di immagini, secondo quanto è trapelato finora, raccontano un sistema di sfruttamento di minori anche solo di 13 anni, abusate da alcuni degli uomini più potenti del mondo occidentale. Non è un caso che finora gli unici condannati siano stati Jeffrey Epstein, poi morto in carcere in quello che le autorità hanno classificato come suicidio, e la Maxwell. La tenacia di queste donne e dei loro avvocati va a toccare fili delicatissimi. “Non è finita” promettono. “Non ci fermeremo finché la verità non sarà pienamente rivelata e ogni responsabile sarà finalmente chiamato a rispondere. Come abbiamo sempre detto, non si tratta di politica. Speriamo che Democratici e Repubblicani si schierino con le sopravvissute nel continuare a chiedere la pubblicazione completa dei file di Epstein”.


da Il Fatto Quotidiano del 01/02/2026

Dizionario degli orrori

di Roberto Festa - New York Post


Presidenti. Reali. Mogli di presidenti. Mogli di reali. Ministri. Miliardari. L’ultima tranche degli “Epstein Files” – tre milioni di pagine di documenti, inclusi 2000 video e 180 mila immagini – conferma che Jeffrey Epstein, suicidatosi in carcere il 10 agosto 2019 travolto dalle accuse di pedofilia e traffico di minori, fu omaggiato fino alla fine dei suoi giorni da schiere di ricchi e potenti. Oggi tutti negano.

I file raccontano una storia diversa e consentono di stilare una lista di nomi eccellenti.

Donald Trump

I documenti appena pubblicati contengono almeno 4.500 riferimenti al presidente. È presente un rapporto in cui l’Fbi riassume tutte le accuse di presunte violenze sessuali mosse al presidente. C’è un documento in cui si afferma che Trump organizzava feste private e a carattere esplicitamente erotico a Mar-a-lago, chiamate “Calendar Girls”, in riferimento al presunto coinvolgimento di minorenni fornite da Epstein. Secondo il documento, Trump avrebbe “messo all’asta” le ragazze. In un altro file, si riporta la testimonianza di un medico, secondo cui una minorenne fu costretta a praticare sesso orale al presidente 35 anni fa in New Jersey. Il presidente ha negato ogni addebito e le accuse non sono al momento verificate.

Melania Trump

In un tribunale di Manhattan è aperta una causa tra la First Lady e il giornalista e biografo di Trump Michael Wolff, che ha scritto che Melania era “molto coinvolta” nella cerchia degli amici di Epstein, dove avrebbe incontrato il futuro marito, Donald, facendo sesso con lui per la prima volta sul jet del finanziere. In effetti, in un’email del 23 ottobre 2002, Melania Knauss – il cognome da ragazza – scriveva a Ghislaine Maxwell, collaboratrice e amante di Epstein: “Cara G, come stai? Bel pezzo su Je su Ny Mag. Sei splendida nella foto…? Chiamami quando torni a New York. Buon divertimento! Con affetto, Melania”. Maxwell, affettuosa, le rispondeva chiamandola “pisellino”.

Bill Gates

Una serie di email rimaste in bozza chiamano in causa il co-fondatore di Microsoft. In uno dei testi, Epstein scrive di aver aiutato Gates a procurarsi droga “per affrontare le conseguenze dei rapporti sessuali con ragazze russe” e di aver facilitato suoi incontri amorosi con donne sposate. In un’altra email, Epstein attacca Gates per averlo tradito, dopo un’amicizia durata sei anni, “per preservare la sua reputazione”.

Steve Tisch

Il presidente e co-proprietario dei New York Giants compare almeno 440 volte negli ultimi “Epstein Files”. La maggior parte della corrispondenza risale al 2013. Una mail dell’aprile di quell’anno ha come oggetto “Ragazza ucraina”. Tisch chiedeva informazioni su una ragazza appena incontrata con l’assistente di Epstein, quest’ultimo gli risponde che la donna ha “un culo da 10… È seria… dice raramente la verità, ma è divertente”.

Mounbatten-windsor

L’ex principe Andrea è da sempre un protagonista degli “Epstein Files”. Anche l’ultimo set di documenti conferma il rapporto. Uno scambio del settembre 2010 rivela che Epstein chiese a Mounbatten-windsor del “tempo privato” durante una sua visita a Londra del settembre 2010. Il “Duca”, come viene definito nelle mail, accoglie la richiesta di Epstein e gli scrive: “Potremmo cenare a Buckingham Palace e godere di molta privacy”. I files rivelano anche che nel dicembre 2010 Epstein si offrì di organizzare una cena per Mountbatten-windsor con una donna russa di 26 anni, “intelligente, bella e affidabile”. Mountbatten-windsor rispose che sarebbe stato “lieto” di vedere la donna. In una delle migliaia di immagini contenute nei files, si vede poi l’ex principe visibilmente alterato mentre si piega su una donna.

Sarah Ferguson

C’è anche l’ex moglie dell’ex principe Andrea negli ultimi “Epstein Files. In uno scambio di mail del 2009, Sarah Ferguson ringrazia Epstein per essere stato “il fratello che ha sempre desiderato”. La donna scrive anche, a proposito di un pranzo consumato insieme: “Non sono mai stata così toccata dalla gentilezza di un amico come dal tuo complimento nei miei confronti davanti alle mie figlie”. Le principesse Eugenia e Beatrice, figlie di Ferguson e Mounbatten-windsor, dovettero quindi essere presenti all’incontro, che si tenne nell’agosto del 2009, quindi quando il finanziere era agli arresti domiciliari.

Elon Musk

Il fondatore di Tesla ha sempre negato, ma le mail di Musk a Epstein mostrano che l’uomo più ricco al mondo ha attivamente cercato di visitare l’isola caraibica di proprietà del finanziere tra il 2012 e il 2013, quindi anni dopo la condanna di Epstein per favoreggiamento della prostituzione minorile. In uno scambio di battute del 2012, Musk scrive: “Quale giorno/notte sarà la festa più sfrenata sulla tua isola?”. In un altro messaggio di fine dicembre 2013, scrive: “Sarò nella zona delle Isole Vergini Britanniche/saint Barthélemy durante le vacanze. C’è un buon momento per una visita?”. Epstein gli risponde: “C’è sempre spazio per te”.

Howard Lutnick

Il segretario al commercio di Trump ha definito Epstein “uno schifoso”. I documenti appena pubblicati mostrano che Lutnick venne invitato insieme alla moglie Allison sull’isola privata di Epstein nel dicembre 2012. La coppia accettò con entusiasmo l’invito, sbarcando da uno yacht privato insieme ai figli.

Steve Bannon

I documenti contengono centinaia di messaggi tra Epstein e l’attivista conservatore. Il 29 marzo 2019 Bannon chiedeva a Epstein: “È possibile che il tuo aereo venga a prendermi” a Roma? Epstein rispondeva che il suo pilota e l’equipaggio “stanno facendo del loro meglio”, ma che se Bannon avesse trovato un volo charter, “sarei felice di pagare”. Il 28 giugno 2019, poco prima del suicidio, Epstein inviava un messaggio a Bannon: “Ora puoi capire perché Trump si sveglia sudato nel cuore della notte quando sente che io e te siamo amici”. Non è chiaro di cosa parlasse, ma Bannon rispondeva: “Pericoloso”.

Mira Nair

Anche la madre dell’attuale sindaco di New York Zohran Mamdani, è citata nei documenti di Epstein. In una email dell’ottobre 2009 dell’addetta alle relazioni con la stampa Peggy Siegal si faceva infatti riferimento a una festa a casa di Ghislaine Maxwell per la proiezione di Amelia, diretto da Nair. All’evento erano presenti anche Bill Clinton e Jeff Bezos.


sabato 7 febbraio 2026



Il 1700esimo anniversario del Concilio di Nicea sta passando senza aver promosso una seria riflessione all’interno della Chiesa e delle nostre comunità. Questo è strano poiché tutta la struttura dogmatica della Chiesa Cattolica si fonda proprio sulle verità stabilite soprattutto nei primi 4 concilii che hanno affrontato e definito le “questioni cristologiche” che ancora oggi fanno parte delle verità indiscutibili a cui viene chiesto di credere. Il “Credo” è il risultato della sedimentazione di queste presunte verità.

E’ già molto tempo che non recito più il Credo e questo perché non mi dice più nulla per la mia fede e la mia vita di credente.

Riportiamo di seguito le due versioni del “Credo” così come furono definite a Nicea e successivamente a Costantinopoli. Sono ancora sempre disponibile a parlarne….

                don Franco Barbero

Simbolo di Nicea

Crediamo in un solo Dio, padre onnipotente, creatore di tutte le cose visibili e invisibili;

E in un solo Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, generato dal Padre, unigenito, della sostanza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato e non creato, della stessa sostanza del Padre, per mezzo del quale tutte le cose vennero alla vita, le cose del cielo e le cose della terra, che per noi uomini e per la nostra salvezza discese e si incarnò, e divenne uomo, e patì e il terzo giorno risuscitò, ascese ai cieli, e verrà di nuovo a giudicare i vivi e morti; 

E nello spirito Santo.

Ma come per coloro che dicono: c'era quando non era, e prima di essere nato Egli non era, e che Egli venne alla vita dal nulla, o che asseriscono che il Figlio di Dio è di una diversa ipostasi o sostanza, o è soggetto ad alterazione o a cambiamento - a questo la chiesa cattolica e apostolica lancia anatema.


Simbolo di Costantinopoli

Crediamo in un solo Dio, onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili;

E in un solo Signore Gesù Cristo, il Figlio unigenito di Dio, generato dal Padre, prima di tutti i secoli, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre; per mezzo del quale tutte le cose sono state create. Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e si incarnò per opera dello Spirito Santo e della Vergine Maria e si fece uomo, fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, patì e fu sepolto, e risuscitò il terzo giorno secondo le Scritture, e salì al cielo, siede alla destra del Padre, e di nuovo verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine.

E nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e che procede dal Padre, che con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti; in una sola chiesa, santa cattolica e apostolica. Professiamo un solo battesimo per il perdono dei peccati, aspettiamo la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Amen.


I. NELL’EPOCA DELLE CHIESE VUOTE

LA FILOSOFIA AL DI LÀ DI SENTIMENTALISMI E CEREBRALISMI

Almeno nel mondo occidentale le religioni versano in crisi forse irreversibile. Titoli come L'implosione di una religione”35 o Oltre le religions36 o Oltre Dio37" si moltiplicano in molte lingue. E non si tratta di testi avveniristici: sono le statistiche che registrano di anno in anno un abbassamento impressionante del numero di persone che frequentano abitualmente le celebrazioni liturgiche.38

A queste maggioranze sempre più consistenti di popolazione non c'é nessuna alternativa da proporre? O la tradizione sapienziale occidentale (testimoniata da tanti filosofi, ma anche letterati ed artisti; scienziati e politici, compositori musicali e registi cinematografici...) può offrire tesori preziosi per illuminare le giornate festive, ad evitare che le cerimonie religiose vengano sostituite con i riti del consumismo ai grandi magazzini, con l'esaltazione idolatrica dei campioni sportivi o con il pellegrinaggio (non proprio economico) verso i luoghi che ospitano i concerti rock?39 E, soprattutto, ad evitare che, pur di vibrare per qualche ideale, gli animi si predispongano ad accettare le liturgie indottrinanti di sistemi politici totalitari, come tuttora avviene in molti Paesi?

Come richiamato efficacemente da Orlando Franceschelli nelle pagine introduttive, da anni mi sono dedicato alla ricerca di una spiritualità ‘laica’ che possa servire da base comune, e fondante, sia per chi crede ancora di credere sia per chi crede di non credere più:40 una spiritualità intesa come “ciò che vi è di più profondo in noi stessi, quello che ci fa essere ciò che siamo, quello che ci rende umani, la stessa specificità umana” e che, dunque, rientra “in una visione non confessionale, nettamente umana, al di sopra delle scuole (non negando con ciò la legittimità delle affermazioni di ogni scuola, ma integrandole in un insieme più ampio, inclusivo ed essenzialmente antropologico)”.41

Si è trattato, e si tratta tuttora, di una ricerca non solo intelletttale, ma anche esperienziale che non potrei portare avanti senza la compagnia di persone meravigliose - a cominciare da mia moglie Adriana Saieva - interessate almeno quanto me a esplorare nuove modalità per coltivare, insieme, le migliori potenzialitd e per lasciar appassire e cascare i residui negativi accumulati nel corso della vita.

Poiché quando mi capita di accennare a questi esperimenti constato spesso uina sincera curiosità, in questo volumetto proverò a raccontarne alcuni, ovviamente senza la minima pretesa di esemplarità: non abbiamo intenzione di atteggiarci a modello per nessuno. Desideriamo - uso il plurale perché so di interpretare "animo dei miei amici e delle mie amiche - limitarci a offrire una testimonianza da cui qualcuno/a potrebbe trarre inspirazione per inventarsi, nel proprio contesto sociale, qualcosa di più o meno simile.

Anche se la maggior parte della nostra cerchia non ha mai studiato storla della flosofia a scuola - o l'ha studiata così male da non ricordare più nulla - nel nostro vocabolario la spiritualità ‘laica’ è quasi sinonimo di spiritualità ‘filosofica’ dal momento che intendiamo per filosofia, più che un patrimonio di dottrine (comunque sempre istruttive), un atteggianiento esistenziale di fordo nei confronti della vita, della storia, della natura: una postura di curiosità, di apertura, di accoglienza, di condivisione... che si ritrova in molti non-filosofi (di professione) e che, purtroppo, non si ritrova in molti filosofi (di professione).

AUGUSTO CAVADI – CHE FARE?

 

Le opinioni

Nessuno é al sicuro nel regno del terrore di Donald Trump

M. Gessen

Non si può piò affermare che Trump voglia semplicemente governare gli Stati Uniti.  Il suo obiettivo è ridurci tutti a uno stato di costante paura. Questa è la nuova realtà del paese

Dopo le ultime tre settimane di brutalità a Minneapolis non si può più  affermare che l'amministrazione Trump voglia semplicemente governare gli Stati Uniti. Il suo obiettivo è ridurci tutti a uno stato di costante paura. Paura di una violenza che in un certo momento potrebbe risparmiare alcuni, ma che non  terrà mai nessuno veramente al sicuro. Questa è la nuova realtà del nostro paese. Il terrore di stato è arrivato.

Per favore, esaminate con me questa lista. Dall'inizio di gennaio, quando l'Immigration and customs enforcement (Ice, agenzia federale per il controllo dell'immigrazione e delle dogane) ha ampliato le sue operazioni a Minneapolis e a Saint Paulin Minnesota, gli agenti federali hanno: ucciso Renee Goad, madre bianca di classe media; minacciato un’avvocata esperta di immigrazione incinta nel parcheggiobdel suobstudio legale; arrestato numerosi cittadini statunitensi, tra cui uno trascinato fuori di casa in mutande; distrutto i finestrini di diverse auto e arrestato i loro passeggeri, compresa una cittadina statunitense che stava andando a una visita medica in un centro per lesioni cerebrali; fatto esplodere granate stordenti e lacrimogeni accanto a un’auto con sei bambini a bordo, tra cui uno di sei mesi; rastrellato un aeroporto, chiedendo i documenti e arrestando più di una decina di persone che lavoravano lì; arrestato un bambino di cinque anni. E nei giorni successivi hanno ucciso un altro cittadino statanitense, Alex Jeffrey Prett, un infermiere di terapia intensiva bianco senza precedenti penali. Gli agenti lo avevno buttato a terra, immobilizzato e a quanto sembra gli hanno sparato almeno dieci colpi a bruciapelo.

Di fronte a una lista come questa, un diluvio come questo, cerchiamo dettagli che possano spiegarci perché queste persone siano state trattate così, dettagli che possano rassicurarci del fatto che noi invece non siamo in pericolo.

Good aveva una relazione con una donna, e la sua partner, che è una lesbica un po’ mascolina, stava parlando in modo impertinente con un agente dell’lce quindi, a pensarci bene, Good non era la tipica madre blanca. ChongLy Thao, l'uomo che è stato trascinato fuori di casa in mutande, è un immigrato dal Laos, non è bianco e presumibilmente parla con un accento straniero. La donna che stava andando alla visita medica e la farniglia con sei bambini stavano attraversando delle zone dov'erano in corso proteste contro l'lce. La famiglia del bambino di cinque anni arrestato non ha un permesso di soggiorno permanente. Nel momento in cui scrivo si sa ancora poco di Pretti, ma suo padre ha dichiarato che partecipava regolarmente alle proteste a Minneapolis.

Concentrarsi su questi dettagli non significa giustificare le azioni degli agenti federali, palesemente brutali e ingustificabili; serve per dare un senso al mondo e calmare i nostri nervi. Se non controbatto, se cambio strada per evitare le proteste, se sono abbastanza fortunato da essere bianco, etero, siatunitense di nascita - oppure se non lo sono, ma evito di dare nell'occhio, resto in silenzio - sarò al sicuro.  Al contrario, posso decidere di far sentire la mia voce, andare alle manifestazioni, rischiare. In entrambi i casi, ci diciamo che se possiamo prevedere le conseguenze, abbiamo il controllo della situazione……

 

Internazionale, 30 gennaio 2026