sabato 18 luglio 2026

 

da Il Manifesto del 03/06/2026

Tra criminalità, tratta e silenzi i migranti diventano schiavi

di Silvio Messinetti



«Già nel 2020 ai tempi del Covid avevamo capito che la miccia era pronta ad esplodere ed avevamo presentato una denuncia in Procura. La strage di Amendolara ha dimostrato plasticamente la pericolosità della situazione. Purtroppo avevamo ragione». Silvano Lanciano è un sindacalista della vecchia scuola. Batte i campi di raccolta palmo a palmo. Coadiuvato dalla Flai Cgil della Sibaritide e del Pollino conosce alla perfezione i meccanismi di intermediazione illecita che infestano da decenni le campagne agrumicole a nord della Calabria.

È QUI, NELLE LANDE tra Corigliano, Villapiana, Sibari, Roseto Capo Spulico, che si è insediata la «mafia pakistana», come l’unico sopravvissuto all’eccidio dell’area di servizio ha definito i caporali che qui la fanno da padrone in combutta con le famiglie della criminalità organizzata.

Il litorale ionico cosentino è caratterizzato storicamente da una precarietà degli equilibri criminali ‘ndranghetisti sia per la mancanza di autorevoli leadership sia per il succedersi di numerose attività repressive. Anche grazie a questo tessuto criminale poroso che i pachistani hanno potuto insinuarsi nei meandri della criminalità. «Sono piccoli nuclei, parlano prevalentemente il punjabi e presumibilmente organizzano la tratta dei migranti. Si tratta di soggetti diffidenti e di comunità chiuse», continua Lanciano.

Pochi anni fa la Flai e la Comunità progetto sud di Lamezia Terme, fondata da don Giacomo Panizza, avevano prodotto un esposto, grazie anche all’ausilio di alcune fonti confidenziali all’interno delle comunità bracciantili. La denuncia venne presentata alla procura di Castrovillari guidata allora da Eugenio Facciolla. «Ma dopo il suo trasferimento ad altra sede l’indagine si è impantanata e persino il commissariato di Castrovillari che aveva un nucleo di indagine sull’intermediazione illecita nella campagne è stato poi via via depotenziato. A Diamante e a Paola, sul Tirreno cosentino, hanno aperto presidi di legalità, qui nel Pollino e nell’Alto Ionio invece hanno ridotto i ranghi e gli operativi. La strage di sabato è anche frutto di questa assenza palpabile dello Stato».

NELLA LORO ATTIVITÀ di reclutamento i pachistani si avvalgono di manodopera afghana arrivata in riva allo Ionio dopo il ritorno dei talebani in Afghanistan nel 2022. Ad esser sottomessi ci sono poi gli indiani del Punjab che dopo l’agro pontino hanno cominciato ad arrivare in massa anche in Calabria. La paura, la soggezione e le minacce (ma anche la violenza fisica in misura minore) sono i fattori che rendono questi lavoratori stranieri docili e servili. «Gli africani, che con la loro collaborazione ci hanno aiutato a produrre l’esposto in procura, abbiamo dovuto trasferirli in forma anonima e in sedi segrete dopo che erano stati minacciati», rivela Lanciano.

In effetti, la necessità di qualsivoglia occupazione li rende del tutto disponibili e resilienti alle angherie che queste organizzazioni criminali mettono in campo per il proprio arricchimento. Consegnano i propri documenti ai caporali e si sottomettono alle loro prevaricazioni. Secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto sulle Agromafie, queste organizzazioni hanno una doppia configurazione organizzativa che affonda le proprie radici nelle rispettive comunità di connazionali, basata sulla centralizzazione degli organi di comando.

Assume la forma piramidale con la base suddivisa in due parti: una è operativa nel nostro paese (con figure apicali, intermedie e di basso rango) e l’altra, specularmente, è operativa nel paese di origine con i leader/boss di alto rango attorniati dai sodali, strutturati in corone discendenti per peso e caratura delinquenziale e nei paesi intermedi di transito, con strutture più leggere e flessibili. Anche per questo, come sostiene Lanciano, è presumibile che pure i braccianti delle lande calabresi siano vittime di tratta di migranti.

LA STRAGE DI AMENDOLARA ha avuto come effetto collaterale quello di aver aperto i riflettori su una piaga troppo spesso messa nel dimenticatoio dalla politica regionale e nazionale. «L’Italia è una Repubblica democratica fondata, in alcune regioni, sullo sfruttamento del lavoro bracciantile – spiega Francesco Saccomanno Responsabile Migranti Prc Calabria -. Tutti vedono e si indignano, a partire dal presidente della Calabria Occhiuto, ma nessuna istituzione interviene per evitare preventivamente tali tragedie. Un sistema schizofrenico in cui l’assessore all’Agricoltura Gianluca Gallo (Fi) distribuisce lauti finanziamenti e fa passerelle da una sagra all’altra raccogliendo consenso elettorale, senza però accorgersi che è tutta la filiera ad essere imperniata sullo sfruttamento sistematico di esseri umani». Fino alla prossima tragedia sui campi, fino alla prossima strage.

 

da Il Manifesto

Lorefice nuovo presidente di Migrantes


L’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice è stato eletto nuovo presidente della fondazione Migrantes, organizzazione della Conferenza episcopale dedicata ai migranti. Lorefice è stato eletto presidente della commissione episcopale per le migrazioni della Cei, e dunque in virtù dello statuto di Migrantes ne è stato nominato presidente. Manterrà l’incarico per i prossimi 5 anni. La fondazione ha accolto l’elezione <<con gioia e fiducia>> in virtù del lavoro svolto in questi anni in Sicilia, regione <<generosa e perseverante nell’accoglienza, accompagnamento e nella cura pastorale delle persone migranti>>. Nel suo primo messaggio da presidente Lorefice ha ricordato la prima enciclica di Leone XIV Magnifica Humanitas. Mattia Ferrari, cappellano della Ong Mediterranea, ha descritto la nomina come un <<segno forte>> ricordando l’impegno di Lorefice in materia di migranti.

Questo è il canone per la celebrazione eucaristica di domani preparato da Walter Primo e Francesco Giusti.

La celebrazione inizierà alle ore 10:00.

Ci si potrà collegare già a partire dalle 9:45.

Il link per collegarsi è:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

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NELLA RICERCA DI DIO STA LA NOSTRA FELICITÀ


P. Saluto all’assemblea e invito al silenzio


G.Signore, Dio del mondo e dei cuori, siamo qui, insieme, davanti a Te, perché stiamo imparando che, senza di Te, il mondo non troverà pace, senza di Te le cose diventano idoli, senza di Te il divertimento diventa sballo, senza di Te il potere diventa dominio, senza di Te la povertà diventa degrado, senza di Te un oceano diventa una palude.
Gesù, il maestro e profeta di Nazareth, davvero alimentava il suo cuore e si rivolgeva a Te, Sua sorgente di vita.
Per questo, o Padre buono, da lui usciva una corrente di speranza e di gioia che diffondeva vita, salute, fiducia, amore.
Madre dolce, vogliamo succhiare dalle Tue mammelle il latte della vita, per crescere, amare e spargere semi d’amore.

G. Preghiamo a cori alterni

Donne:Io sono un ciottolo e sulla riva del mare onde dolci, onde violente, risacca e pioggia... tutto mi ha bagnato e il tempo ha levigato l’anima mia e il mio corpo.

Uomini:Io sono un granello, minuscolo granello delle sabbie del mondo, bagnato dalle lacrime... dolori e poi sorrisi, tutto in me è passato sull’anima mia e sul corpo.br/>

Donne:Io sono una donna e sulla riva del mare incontro le altre donne, intrise di profondo dolore, d’amore e ribellione per lo scempio del Creato.br/>

Uomini:Io sono un uomo e sui sentieri del mondo, insieme agli altri uomini, m’impegno a ricreare buon uso del Creato per noi e figlie e figli.

Donne:Io sono una donna e sulla riva del mare, insieme alle altre donne, m’impegno a ricreare buon uso del Creato per noi e figlie e figli.

T. Ascoltaci, o Signore!

1. Beato l’uomo e beata la donna di integra condotta, che camminano nella legge del Signore. Beata e beato chi è fedele ai Suoi insegnamenti e Lo cerca con tutto il cuore (Salmo 119, 1-2).

2. Quando un re o un capo di stato decide se il nemico può vivere o deve morire, non può pensare di camminare sulla strada di JHWH: è solo prigioniero del potere.

1. Nel seguire i Tuoi ordini è la mia gioia più che in ogni altro bene. Voglio meditare i Tuoi comandamenti, considerare le Tue vie. Nella Tua volontà è la mia gioia; mai dimenticherò la Tua Parola (Salmo 119, 14-16).

2. Quando un popolo è oppresso e schiavo non può sperare che, obbedendo in silenzio, possa riottenere la libertà. JHWH vuole la gioia per le Sue creature.

1. Aprimi gli occhi perché io veda le meraviglie della Tua legge. Io sono straniero/a sulla terra, non nascondermi i Tuoi comandi (Salmo 119, 18-19).

2. Accogli, o Dio, le nostre debolezze. Perdona la nostra incostanza verso il Tuo volere. Aiutaci a capire che solo nel rispetto reciproco e nell’ascolto della Tua voce, a volte silenziosa, è possibile trovare il cammino sulla strada che a Te conduce.

1. Ho aderito ai Tuoi insegnamenti, Signore; che io non resti confusa/o. Corro per la via dei Tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore (Salmo 119, 31-32).

T. Ora il nostro cuore si apra alla Tua Parola, nella preghiera e nella lettura biblica. Siedi fra noi, o Madre, e benedici questo nostro stare insieme; noi Ti benediciamo per il dono di questa celebrazione comunitaria.


LETTURA BIBLICA (dal vangelo di Luca 15,8-10)
“O quale donna ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta. Così, vi dico, c'è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte.”

PREDICAZIONE
In questi due versetti Gesù cita l’atteggiamento di una povera vedova che di fronte ad una disavventura, la perdita della “moneta”, non si limita a rammaricarsi per l’evento, ma riparte dalla constatazione del suo potenziale drammatico per mettere in atto una ricerca capillare che infine risulterà fruttuosa.

Ancora una volta Gesù si serve nei suoi racconti del ruolo di gente povera, marginale, per presentarli ai suoi discepoli e a chi lo segue forse solo incuriosito.

Questa donna non si rassegna alle sue sventure: anzi le affronta e con meticolosa costanza riesce a ritrovare ciò che aveva smarrito. Questa figura deve spingerci a riflettere sul dato che non è necessario essere in possesso di grandi cose per giustificare una valorizzazione delle nostre capacità.

Potremo anche intravedere, in filigrana, la condizione della nostra comunità che ha perso molte delle sue risorse eppure non per questo viene meno alle sue scelte.

Certo il ricordo del passato ci deve stimolare a generare nuove scelte nel presente. Le testimonianze di chi ci ha accompagnato, illuminato la via, per così dire, devono essere nostra linfa per proseguire nelle nostre ricerche e tentativi di ridare slancio alla nostra ricerca di fede.

Come la vedova del brano evangelico noi dobbiamo ripartire dal nostro esser in ricerca. Questa ricerca ha uno sbocco comunitario: la felicità per il ritrovamento viene condivisa.

La ricerca di fede deve essere un atto comunitario; pertanto la comunità anziché raccogliersi nel suo piccolo, nelle sue dimensioni conosciute, con i suoi riti, con le sue scadenze, deve aprirsi al confronto con altre realtà simili, o affini, o fors’anche distinte, pur che conservino la passione per la ricerca a partire dalla parola biblica.

Quando poi questa realtà si realizza, un piccolo ritrovamento, un’occasione di incontro, di condivisione… bisogna far festa… bisogna accogliere al meglio il risultato ottenuto.

Quante volte nella letteratura biblica si fa festa per un elemento minimo.

La Bibbia è infarcita di elementi che segnalano l’importanza della fede dei piccoli, dei minimi, che con le loro scelte rendono possibile il configurarsi dell’intero tessuto biblico.

Questa figura, apparentemente minima, ha invece molto da dire al nostro sentirci stanchi, disillusi, bisognosi di vacanza. Questo periodo, appunto, può diventare occasione, spazio di elaborazione per la ripresa di nuove vie.


INTERVENTI LIBERI


1. Dammi intelligenza, perché io osservi la Tua legge e la custodisca con tutto il cuore. Dirigimi sul sentiero dei Tuoi comandi, perché in esso è la mia gioia. Distogli i miei occhi dalle cose vane, fammi vivere sulla Tua via (Salmo 119, 34-35; 37).

2. La mia sorte, ho detto, Signore, è custodire le Tue parole. Del Tuo amore, Signore, è piena la terra; insegnami il Tuo volere (Salmo 119, 57; 64).

1. T’invoco con tutto il cuore, Signore, rispondimi; custodirò i Tuoi precetti. Ascolta la mia voce, secondo la Tua grazia; Signore, fammi vivere secondo il Tuo giudizio. Le Tue misericordie sono grandi, Signore, secondo i Tuoi giudizi fammi vivere (Salmo 119, 145; 149; 156).

2. Ma la Tua fiamma non si spegne. La Tua fiamma è lì, calda e semplice, vicina ai nostri cuori, se solo noi vogliamo vederla. Grazie perché non Ti spegni né Ti fai spegnere.

1. Lampada per i miei passi è la Tua Parola, luce sul mio cammino. Mia eredità per sempre sono i Tuoi insegnamenti, sono essi la gioia del mio cuore. La Tua Parola nel rivelarsi illumina, dona saggezza ai semplici (Salmo 119, 105; 111; 130).

2. Insegnaci ad essere specchi del Tuo volto, echi della Tua Parola. Grazie per la Tua presenza nella nostra vita.


MEMORIA DELLA CENA

T. Eccoci, o Padre e Madre, alla memoria dell’ultima cena di Gesù, come suoi discepoli e sue discepole. Egli, sapendo ormai vicina l’ora in cui la congiura del potere avrebbe prevalso, concentrò nel semplice segno del pane spezzato e del vino condiviso tutto il suo insegnamento e disse: “Prendete e mangiate: la mia vita è data per voi e per l’umanità. Quando mangerete questo pasto, lo farete per non dimenticarvi di me”. Poi prese la coppa del vino e, porgendone da bere a tutti e tutte, disse: “Prendete e bevete: la mia vita ha pagato fino allo spargimento del sangue la dedizione alla causa di Dio e dei fratelli e delle sorelle. Dio vi garantisce una alleanza eterna, perfetta: Egli non ritirerà mai il Suo amore dall’umanità. Mangiate questo pasto, ve lo raccomando, per non dimenticarvi di me, di tutto quello che vi ho detto e di tutto quello che ho fatto”.


P.SEGNO DI CONDIVISIONE DEL PANE


PREGHIERE SPONTANEE


BENEDIZIONE FINALE


G. Gesù è stato così coerente nel predicare e nel testimoniare, fino alla morte, la rottura con tutto ciò che non ha anima, spirito vitale, soffio di vita e di libertà... che non possiamo certo pensarci sul suo stesso piano. Ma ci è di conforto e di pungolo, o Sorgente della vita e dell’amore, sapere che anche noi, ogni giorno, possiamo rinascere: ogni volta che facciamo un passo, come Gesù, sugli impervi sentieri della libertà.

T. Tu sei sempre qui, faro che ci illumina e meta che ci attrae: per questo Ti ringraziamo e Ti benediciamo.

Comunità di base di Pinerolo via Città
Walter Primo e Francesco Giusti, 19 luglio 2026
(canone tratto da “Preghiere eucaristiche”, vol.2 p.52-55)

venerdì 17 luglio 2026

 

da L’Eco del Chisone del 27/06/2026

Osasio/Virle. Don Fassino trasferito



La notizia è giunta nel fine settimana, da settembre, come previsto dal progetto di riorganizzazione territoriale promosso dall’arcivescovo di Torino, il cardinale Roberto Repole, il titolare della parrocchia di Carignano don Mario Fassino, 60 anni, ordinato sacerdote nel 1999 e parroco anche di Osasio dall’autunno 2024, Virle (2023), e Casalgrasso (2021), oltre che moderatore dell’Unità pastorale 48, è stato trasferito nella vicina Carmagnola, dove seguirà tutte le parrocchie congiuntamente a don Stefano Carena.

Le comunità parrocchiali di Osasio e Virle, che attualmente si avvalgono dei collaboratori di don Fassino ovvero don Giuseppe Gobbo e don Dino Mulassano per le molteplici funzioni, e che secondo quanto emerso non subiscono trasferimenti, attendono la nomina del successore nelle prossime settimane.

 

da L’Eco del Chisone del 03/06/2026

Stazione di Posta – Una “casa” che parla di rispetto, speranza e futuro

di Sofia D’Agostino



Con l’inaugurazione del dormitorio femminile al secondo piano della Stazione di Posta, si è completata la realizzazione di quella che molti degli intervenuti hanno definito la “Casa” della Solidarietà.

Particolarmente condivisa la riflessione del vescovo Derio Olivero, che ha sottolineato come la Stazione di Posta non sia soltanto un luogo dove trovare un letto o un pasto, <<ma un segno tangibile di rispetto e speranza, dove ogni donna e ogni uomo – al primo piano c’è il dormitorio maschile – possa ritrovare serenità e guardare al futuro>>.

Un traguardo reso possibile dall’impegno di tante realtà pubbliche e private: enti, fondazioni, volontari, club di servizio e singoli cittadini. Un intero territorio ha contribuito a costruire e oggi sostiene la Stazione di Posta che, come ha ricordato Rocco Nastasi, direttore della Caritas e anima di questo progetto, è stata la prima in Italia e attira l’interesse di realtà provenienti da diverse parti del Paese, desiderose di replicarne il modello.

<<Questa Casa è una bella testimonianza di cosa significhi restare umani e della civiltà di questo territorio>>, ha aggiunto ancora il vescovo Olivero.

Una felice sorpresa il dormitorio: luminoso, spazioso, con pareti decorate e ambienti che restituiscono davvero il senso di una casa. Le camere che ospitano le otto donne, tutte dotate di servizi e docce, sono ampie e incorniciate da tende dai colori delicati; i pavimenti, pur realizzati in altro materiale, trasmettono il calore del legno. I letti, donati dalle suore Giuseppine di Pinerolo, contribuiscono a superare l’idea tradizionale di dormitorio, rendendo gli spazi accoglienti e familiari. Un buon luogo da cui ripartire, per tornare a guardare il futuro senza paura.

 da Il Manifesto del 13/06/2026

Migranti, il papa: basta indifferenza verso naufragi e assenza di soccorso

di Luca Tancredi Barone



Non c’erano dubbi che la scelta di Robert Prevost di chiudere ieri i suoi cinque giorni di viaggio in Spagna alle isole Canarie sia stata tutta politica e simbolica. Le tappe del pontefice sono state curate in tutti i dettagli. A Madrid ha coniugato visite ai senzatetto con un inedito intervento in Parlamento, dove ha lanciato dardi a tutti: a sinistra, con un attacco all’aborto e all’eutanasia, leggi approvate proprio in quell’emiciclo; a destra, difendendo il multilateralismo, contro la scalata bellicista, e a favore dell’accoglimento delle persone migranti. A Barcellona, dove oltre alla spettacolare inaugurazione della torre più alta della Sagrada Família il giorno del centenario della morte del suo architetto Antoni Gaudí, ha chiesto e ottenuto di visitare un carcere e incontrarne i detenuti.

Infine proprio alle Canarie, la prima volta di un papa, con l’obiettivo puntato esclusivamente sul tema migrazione, mentre Vox e le destre europee lanciano sempre più forte il loro proclama «priorità nazionale» cioè prima gli spagnoli. Le isole Canarie sono considerate la porta d’entrata in Europa più pericolosa. Dalla Mauritania sono quasi mille chilometri di navigazione, dal Senegal 1.500 in mezzo a forti correnti e su imbarcazioni precarie. Delle 64 mila persone arrivate in Spagna nel 2024, 47 mila sono arrivate alle Canarie. Tra gennaio e maggio 2026, invece, gli arrivi sono molto diminuiti: circa 3mila persone, 70% in meno dell’anno scorso (senza contare i morti, che l’ong Caminando Fronteras stima in circa 1.300).
Proprio fra il 2024 e il 2025, la gestione delle persone arrivate in massa alle Canarie aveva scatenato uno scontro politico tra il governo centrale e la maggioranza delle comunità autonome (regioni), governate dal Pp in coalizione con Vox, che non volevano accettare il riparto dei minori non accompagnati. Ieri il papa ha ascoltato il racconto commovente di alcuni di questi migranti, arrivati giovanissimi e sopravvissuti a situazioni difficilissime.

«Siamo tutti migranti in un certo senso», ha detto il papa, che ha anche lanciato in mare un mazzo di fiori dal molo “della vergogna”, quello di Arguineguín, in Gran Canaria, dove nel 2020 si erano accumulate migliaia di persone in condizioni terribili perché l’isola non era preparata ad accoglierle. «L’Europa non può abituarsi a considerare il Mediterraneo e l’Atlantico come cimiteri senza lapidi», ha esclamato. E ancora: «Cari migranti, voglio inchinarmi di fronte alla vostra dignità. Ogni imbarcazione che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito se tanti nostri fratelli e sorelle devono rischiare la morte per cercare la vita?».

In molti dei discorsi di questi due intensi giorni di incontri con le comunità dei migranti, in maggioranza musulmane, il pontefice ha espresso chiaramente la posizione della Chiesa, in aperta polemica con l’Europa e paesi come l’Italia. I migranti, ha detto, «non sono numeri o pratiche. Sono persone con famiglie e case lasciate indietro». Pedro Sánchez, che ha promosso una sanatoria che si sta chiudendo in questi giorni per far uscire dalla clandestinità centinaia di migliaia di persone, ha voluto stare accanto al pontefice anche a Santa Cruz per evidenziare l’allineamento del suo governo con Prevost su questo tema.

«Ci sono occhi che vedono, eppure non riconoscono. Trasformano un volto in un numero; una storia in un fascicolo; e una differenza in distanza», ha detto il papa in un altro momento della visita davanti a centinaia di migranti. L’Europa che vorrebbe il pontefice dovrebbe essere proprio quella che colma questa distanza e sa ascoltare queste storie.

giovedì 16 luglio 2026

 

da Il Manifesto del 03/06/2026

A Marsala è caccia ai lavoratori stranieri: cinque raid in pochi giorni



Cinque raid in pochi giorni. Vittime delle aggressione: i migranti impiegati nelle campagne attorno a Marsala, in provincia di Trapani. L’ultimo episodio si è verificato sabato scorso, quando un bracciante proveniente dal Bangladesh, è stato aggredito a bastonate mentre si recava nei campi.

«Siamo di fronte a violenze inaudite e intollerabili. Colpire braccianti indifesi che si recano nei campi all’alba, è un atto di assoluta viltà che ferisce l’intera comunità e la dignità del mondo del lavoro», dicono in una nota congiunta Cgil, Cisl e Uil, condannando «fermamente i gravi episodi di cronaca. Una banda di malviventi avrebbe preso di mira e aggredito diversi braccianti agricoli nelle strade rurali delle contrade».

Secondo i sindacati, «la ripetitività dei cinque raid registrati nelle zone di Santo Padre delle Perriere, Strasatti, Terrenove e Digerbato fa emergere un quadro preoccupante che non può essere sottovalutato o derubricato a semplice microcriminalità».

E in settimana si riunirà il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica per fare il punto sulla sicurezza a Marsala e sulla natura, ancora tutta da chiarire dei raid contro i migranti.

 da Rocca del 01/05/2026

Ascende solo chi discende

di Giuseppe Grampa


Forse è facile sorridere ascoltando il racconto della Ascensione di Gesù al cielo… come un palloncino sfuggito alla mano di un bambino e che si perde tra le nuvole. Lasciamoci istruire da questo simbolo dell’ascensione. Quell’uomo che ha vissuto fino in fondo la nostra condizione umana, quell’uomo che ha lavorato con mani di uomo, amato con un cuore d’uomo, quell’uomo che ha sofferto ed è stato messo a morte è ora l’innalzato, quell’uomo è portato in alto, alla destra del Padre perché tutti riconoscano in lui il vertice dell’intera umanità. Questa immagine spaziale, salire al cielo, andare in alto, è solo la traccia visibile di un mistero che ci supera: l’esaltazione del Signore Gesù. L’ascensione è come il compimento, la verità della vita di Gesù, della sua passione e morte in croce. E infatti l’evangelista Giovanni per indicare la crocifissione usa il verbo ‘elevare, innalzare’. Gesù stesso annuncia così la sua imminente morte sulla croce: “Quando sarò innalzato-elevato da terra, attirerò tutti a me” (12,32). L’elevazione da terra sul patibolo della croce è innalzamento, glorificazione. Il patibolo anzi è cantato dalla Chiesa “albero bello e splendente”. E sempre alludendo alla sua morte Gesù aveva detto: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo, se muore nel solco porta molto frutto” (Gv 12,24). L’ascensione esprime visibilmente questa certezza: solo chi dà la sua vita, solo chi la perde per gli altri la ritroverà in pienezza; solo chi si abbassa nell’umile servizio ai fratelli, questi solo sarà esaltato, solo chi discende condividendo la condizione umana nella sua sofferenza e nel morire, questi sarà l’innalzato. Quante volte Gesù ha descritto la sua esperienza umana come un discendere. Anche noi lo affermiamo nel Credo: ”Discese dal cielo…”. Chi discende, nella logica del condividere, chi non teme di mettersi accanto a chi è più basso e sceglie per sé la condizione di colui che serve, questi è l’innalzato. Paolo ha mirabilmente espresso questo movimento di discesa e di ascesa: “Cristo svuotò se stesso assumendo una condizione di servo… umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte in croce. Per questo Dio lo esaltò… perché ogni lingua proclami che Gesù è il Signore” (Fil 2,5ss.). L’ascensione è la risposta al discendere di Gesù, il suo abbassarsi è vera esaltazione. La sua Ascensione lo mostra a noi come l’innalzato perché si è abbassato. Tutti noi cerchiamo di salire nella scala sociale, nella considerazione della gente, cerchiamo in modi diversi di realizzare la nostra ascensione. Ma l’evangelo dell’Ascensione ci avverte: solo chi discende, mettendosi accanto ai piccoli, ai poveri solo questi davvero ascende.

Ma questo mistero dell’Ascensione di Gesù, il suo esser portato in alto, verso il cielo, il suo ritorno al Padre racchiude un secondo messaggio, non facile. Ripetutamente Paolo ci invita a volgerci verso il cielo: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo. Pensate alle cose di lassù” (Col 3,1). E ancora più chiaramente: “La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù” (Fil 3,20). Il cielo, non la terra è l’ultimo approdo della vita di Gesù e quindi il nostro definitivo approdo. Eppure noi amiamo appassionatamente la terra, la abitiamo mettendo in essa giorno dopo giorno radici sempre più profonde e tenaci. Ma non è questa la nostra casa definitiva. Questa certezza è per molti sorgente di tristezza e anche di disperazione. Possiamo coltivare e custodire la terra sapendo che non è la nostra ultima, definitiva dimora? Ai credenti è stato mosso il rimprovero d’avere occhi così rivolti al cielo da non saper guardare con dedizione la terra. Ma noi sappiamo che il Regno di Dio è già misteriosamente presente nel tempo e che di questo Regno siamo già qui e ora artefici, costruttori. Per questo l’attesa di cieli nuovi e terre nuove non deve indebolire l’impegno generoso perché la novità del Regno cominci a prendere forma nei solchi della terra.

 

 da Rocca del 01/05/2026

Come i manicomi, realtà da abolire

di Sabrina Magnani


A chi, nella campagna referendaria per la riforma della giustizia, ha strumentalizzato i fatti di cronaca che riguardano i migranti per giustificare la bontà della stessa in virtù di una presunta collateralità dei magistrati con chi “aiuta i migranti”, la notizia della recente accusa di falso ideologico della gip del Tribunale di Ravenna dovrebbe far capire che così non è. Il caso del gip del Tribunale di Ravenna Federica Lipovscek che, proprio nella settimana prima del discusso referendum, ha avviato un’indagine contro otto medici dell’ospedale di Santa Maria delle Croci della città romagnola accusati di falso ideologico continuato in concorso in atti pubblici con il fine di aver perseguito “un’aperta contestazione del sistema di gestione dell’immigrazione clandestina” mostra, se ce ne fosse bisogno, che i magistrati agiscono secondo indagini raccolte. Secondo le ipotesi del procuratore generale Daniele Barberini e della pm Angela Scorza, gli otto sanitari avrebbero firmato certificati di inidoneità falsi per almeno 64 cittadini extracomunitari destinati ai Cpr, i centri per la permanenza e il rimpatrio così denominati dalla legge Minniti-Orlando del 2017 ma già presenti dal 1998 anche se con definizioni e utilizzo in parte nel tempo modificati.

Gli otto sanitari, che hanno collaborato con la giustizia fin dall’inizio, hanno tutti testimoniato la bontà del loro operato dettato di principi deontologici della professione medica a seguito di riscontro di malattie infettive come la scabbia tra i pazienti visitati, tutti migranti senza documenti, e che quindi se portati in ambienti ristretti come i Cpr avrebbero potuto contagiare anche altri, trattandosi i Cpr di strutture con spazi ristretti e sovraffollati (secondo il gip i medici avrebbero dovuto adottare protocolli di cura che a suo avviso non sono stati sufficientemente attivati anche se i medici sostengono il contrario) questo fatto di cronaca evidenzia l’inadeguatezza di queste strutture nate quasi 30 anni fa, con la legge Turco, come Cpt (Centri di permanenza temporanea) e poi riformati con la legge Bossi-Fini del 2002 che li aveva trasformati in centri per la identificazione ed espulsione (Cie) e deputati alla gestione amministrativa delle persone immigrate in maniera clandestina, quindi al di fuori dei flussi regolari, giunti in Italia con i tragici “barconi” e secondo le disumane condizioni imposte dai trafficanti umani.

Condizioni di vita degradanti e violati i più elementari diritti umani

E’ di fine gennaio il Rapporto di Medici senza frontiere sullo stato dei Cpr in Italia, 10 finora ma che il Viminale con l’attuale Governo vorrebbe ampliare e costruirne uno per ogni regione. La situazione che i ricercatori di MSF hanno riscontrato è di una gravità tale da aver valso all’Italia anche richiami dall’Unione Europea per la presenza di condizioni lesive della dignità umana. Nel corso del 2025 le delegazioni del Tavolo asilo e immigrazione hanno effettuato visite in dieci Cpr sul territorio nazionale, effettuando un secondo ciclo di monitoraggi prosegue un percorso già avviato nel 2024 a cui Msf ha contribuito con l’analisi delle condizioni mediche e di salute.

Il Rapporto segnala che nei Cpr il diritto alla salute è sistematicamente compromesso a causa di ritardi nell’accesso alle cure, di difficoltà nella continuità terapeutica e di carenze nel coordinamento con i servizi territoriali. Viene, inoltre, documentato l’uso improprio di psicofarmaci, autolesionismi e tentativi di suicidio. I Cpr non si limitano ad accogliere fragilità preesistenti, ma sono, di fatto, un sistema patogeno che genera deterioramento psicofisico.

Analizzando i dati, si evince già un primo aspetto che evidenzia il degrado di queste strutture, e cioè l’effettiva capienza: mentre quella ufficiale è di 1.238 posti, sono poco meno della metà i posti effettivamente utilizzabili, solo 672, con oltre il 45% di posti inagibili per degrado e danni. Gli “ospiti” sono per lo più uomini e giovani adulti provenienti dal Nord Africa e dal Subsahara, mentre residuali sono le presenze di donne e minori concentrati solo in alcuni centri, senza nessun tipo di servizio a loro dedicato.

mercoledì 15 luglio 2026

Aggiornamento incontri


Ecco la tabella aggiornata con gli incontri di luglio, agosto e settembre:

● Domenica 19 luglio ore 10: eucarestia (prepara Walter)

● Domenica 2 agosto ore 10: eucarestia (prepara Manuela)

● Domenica 16 agosto ore 10: eucarestia (prepara Maria Grazia B.)

● Domenica 6 settembre ore 10: eucarestia (prepara Ines)

● Martedì 15 settembre ore 18: gruppo biblico in presenza a casa di Luca Prola per l'introduzione alla lettura di Giobbe. Sarà attivato anche il collegamento on line (solito link).

● Domenica 20 settembre ore 10/17: incontro cdb Piemonte in presenza (presso sede Opportunanda a Torino) e on line 

● Martedì 22 settembre ore 18: inizia il gruppo biblico on line.

● Venerdì 25 settembre ore 17: inizia il gruppo biblico in presenza.

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I martedì alle ore 18 rimangono un'opportunità... qualora ci fosse  qualcuno che vuole proporre un incontro in modo estemporaneo, senza calendarizzare.

martedì 14 luglio 2026

Incontro comunitario oggi, 14 luglio


Care amiche e amici, stasera ci incontreremo alle ore 18:00.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.
Questo è il LINK per il collegamento:
meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A più tardi.

Sergio

da L’Eco del Chisone del 03/06/2026

Una magnifica umanità

di Derio Olivero, vescovo di Pinerolo


Nel viaggio da Roma ho letto l'ultima enciclica del papa. Si intitola "Magnifica Humanitas”. Una lettera dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale. In questi giorni mi ritorna nei pensieri. In particolare alcuni passaggi. Il primo: "La qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire”.  Sempre più misuriamo la qualità della nostra civiltà dalla sua potenza, dalla sua efficienza, dal Prodotto Interno Lordo, dal mercato. Perdiamo il valore della cura. Eppure il valore di un uomo e di una donna sta innanzitutto nella sua capacità di cura, nella sua capacità di relazione. Scrive il papa: "Curiamo le relazioni! In un'epoca che tende a velocizzare e frammentare, la carne umana continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone.  La cultura digitale moltiplica le connessioni e offre nuove possibilità di incontro; tuttavia, il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità. Invito a custodire luoghi e tempi in cui la presenza fisica rimane decisiva: la tavola condivisa, la comunità cristiana che si raduna, la visita a chi è solo, il servizio ai poveri”. Curare l’umano significa innanzitutto curare le relazioni. Non basta funzionare, non basta possedere. Occorre incontrare. L’incapacità di relazione genera la supremazia della competizione, porta a vedere l’altro come nemico e non come compagno, produce sospetto, spinge ad innalzare muri. La cura quotidiana delle relazioni allena la capacità di mediare, accogliere, ascoltare, incontrare, capire, perdonare, ripartire. Non siamo robot. E la verità dell'umano non si salverà con il cyborg, cioè un essere vivente dotato sia di parti biologiche che di impianti tecnologici. Mezzo umano e mezzo macchina. Funzionerà meglio, ma non sarà automaticamente umano. Anzi, probabilmente correremo il rischio di aumentare la disuguaglianza sociale, l’ingiustizia, l’emarginazione. E correremo il rischio di credere che l’umano sia l’eliminazione del limite. Mentre l’umano sta nella condivisione, nel cammino comune, nella cura. Occorre "far crescere la tecnica senza far regredire il cuore. Per questo l’umanità - magnifica e ferita - non deve essere sostituita né superata: può accogliere i progressi della tecnica per alleviare le sofferenze e aprire possibilità nuove, purché non rinneghi ciò che la rende se stessa, cioè la capacità di relazione e di amore. Scrive ancora il papa: "Ciò che salva l’umano non è l’autosufficienza potenziata, ma una relazione che libera, una comunione che trasforma”. “Il vero progresso nasce sempre da un cuore aperto all'altro, da un'intelligenza disponibile all'ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciò che separa”. Ecco dove sta l'umano che desideriamo custodire: è umano chi è aperto alla relazione con l'altro, chi sa ascoltare, chi, con testarda tenacia, cerca ciò che unisce più che ciò che separa. Questi pensieri mi hanno accompagnato questa sera durante l'inaugurazione del Dormitorio Femminile, ultima parte della Stazione di Posta. Un luogo destinato ad offrire un letto e un tetto a donne in situazione di fragilità. Un luogo dove prendersi cura dell’altro. Dove tante persone offrono tempo e passione per custodire l’umano.

da Il Fatto Quotidiano del 23/06/2026

La Terrasanta è centro del mondo

di Franco Cardini


Oggi, la più diffusa accezione tende a distinguerlo dal “Vicino Oriente”, ch’è quel che un tempo si usava definire “Levante”, i paesi della fascia costiera mediterraneo-orientale dai Balcani sino al Golfo della Sirte. Il Vicino Oriente, le coste del quale sono propriamente quelle “levantine” greco-balcaniche, turche e siro-libanesi con le immediate pertinenze israeliana e giordana, comprende a est dell’Egitto la penisola arabica e più ancora verso est e verso nord la Siria; già “mediorientali” possono esser definiti Iraq, vale a dire la storica Mesopotamia, e Iran, a nord-est del quale si estende l’immensa Asia centrale. I confini sono sempre incerti e variabili, culturali più che storici: e di Medio Oriente come prodotto di un immaginario geopolitico ha potuto parlare Hamit Bozarslan, mentre in quanto espressione usata per indicare un’area geografica essa resta mal definibile. Nel mondo arabo si indica con Ash-sham l’area della “Grande Siria”, inclusa la Palestina, e con Mashriq la zona compresa fra il Mediterraneo e la Persia.

Gli americani considerano tendenzialmente Near East o Middle East tutta la fascia afroasiatica prevalentemente musulmana dal Maghreb all’Afghanistan, mentre in Europa si tende a utilizzare talvolta ancora la cara, vecchia lezione di “Levante” per l’area compresa fra Turchia, Siria-libano, Emirati Arabi, Israele ed Egitto: non senza tuttavia molte incertezze.

Quella regione è stata oggetto di popolamento e di diffusione di grandi civiltà da almeno tre millenni circa prima del Cristo; ed è la culla dei tre monoteismi abramitici – ebraismo, cristianesimo, Islam – che sia pure in misura diversa si sono poi diffusi e radicati in tutto il mondo. Ciò costituisce la ragione principale per cui tale area è da considerarsi sotto molti aspetti un vero e proprio “centro del mondo”, sede di alcune fra le più note Città Sante e i più venerati santuari del genere umano.

La storia del Vicino-medio Oriente è pertanto unitaria nei suoi tratti di fondo e caratterizzata da una sua forte continuità, nonostante la mobilità di molte genti che l’hanno popolata e attraversata e altresì le fratture epocali che l’hanno caratterizzata. Fucina di cultura di popoli diversi eppure affini, di stirpe soprattutto ora semitica ora indoeuropea, centro di elaborazione di poteri che si sono immaginati e pretesi universali e luogo di permanenza di culture fieramente gelose della loro specificità, laboratorio d’irradiazione di proposte universalistiche, l’area ha in gran parte determinato per secoli l’assetto delle dinamiche culturali dei tre continenti che su di essa convergono. In effetti, le piste tracciate sulla sabbia e sulla roccia che coprono gran parte di quest’immenso territorio (...) si ordinano da millenni in due linee direttrici, in rispettiva direzione nord-sud dalla costa meridionale del mar Nero e ovest-est dalla costa turco-siro-palestinese e dall’area nilotica fino allo Shatt el-arab e al Golfo Persico, incontrandosi nell’emporio mercantile damasceno. (...)

Questo libro non è stato affatto pensato per proporsi come un ennesimo titolo sull’attuale crisi di Gaza, che ormai offre un mercato del tutto saturo. Si tratta invece, nelle mie intenzioni, di una riflessione globale sulla centralità della Palestina-terra santa-eretz Israel nella nostra storia, mediterranea e universale.

Quanto al sionismo in sé, accanto al riconoscimento del suo successo e del suo diritto alla pacifica vita d’ Israele dopo la tragedia della Shoah, è opportuno insistere sui suoi caratteri nazionalistici e colonialistici, in rapporto anche con le ultime tendenze della più aggiornata critica storica israeliana (sebbene ormai esule in Inghilterra: da Ilan Pappé ad Avi Shlaim), tutt’altro che simpatizzante con la linea perseguita da Netanyahu, nonché con la grande opera dell’americano d’origine palestinese Rashid Khalidi (Columbia University), che nell’ultimo quarto di secolo ha contribuito in modo determinante a un chiarimento – che sarà forse considerato in prospettiva definitivo – sui rapporti israelo-palestinesi tra la prima guerra mondiale e l’età odierna.

Ma il parlare di “Vicino” e/o “Medio Oriente”, il ridiscutere il concetto di “Levante”, il confrontare quel che gli antichi romani conobbero come Palaestina e che oggi continua a poter essere definito “Palestina” con quel che ormai da quasi un secolo anche i non ebrei conoscono come Eretz Israel, mentre nel mondo cristiano più o meno la stessa regione viene definita “Terrasanta” (la Terra Sancta della Bibbia latina), implica per forza di cose la necessità di prendere sia pur sinteticamente atto che anche le dinamiche interessanti le aree finitime – anatolica da una parte, iranico-afghano-pakistana dall’altra e arabo-nubiana da un’altra ancora – non sono estranee a questo mondo: il che richiede talvolta, nella nostra specifica sede, una certa elasticità concettuale a detrimento forse di un discorso che si mantenga entro confini geostorici e geoantropologici precisi. La nozione stessa di “confine”, d’altronde, è di per sé in ogni senso ambigua. E ci troviamo quindi, magari implicitamente, a dover fare i conti con le più ampie (correlative e complementari, ma sovente vissute e sentite come concorrenti, se non avversarie) categorie di “Oriente” e di “Occidente”.

Attenendoci alla prima di esse, la stessa complessità del concetto di “Vicino” e/o “Medio Oriente” è tale in una pluralità di sensi (…). Questa terra è madre di gran parte delle culture e delle contraddizioni delle quali vive il genere umano: e del resto, a modo loro e in tempi diversi, anche quelle propriamente originarie dell’india, della Cina, e almeno a partire dal XVI secolo delle Americhe e dell’ Oceania, si sono collegate a essa e vivono nella sua scia. (…) Oggi, la partita si gioca tra le potenze regionali emergenti – Turchia, Egitto, Iran: tutti avversari tra loro, sia pur a un diverso grado d’intensità – cui si aggiungono Arabia Saudita ed Emirati Arabi del Golfo, e tutti, nel loro complesso, si vedono impegnati a cercare in qualche modo un’intesa e una convivenza (o a rifiutarle: con le conseguenze del caso) con un paese che per limitata estensione geografica e massa di abitanti è “piccolo”, mentre per potenza nucleare, tecnologica e militare è enorme, ben più che semplicemente regionale, e per giunta titolare di un’arma etico-storico-culturale formidabile, la memoria della Shoah con l’obiettivo ascendente che gliene deriva.

Un gran bel puzzle. E, come si prega Dio di tenerci lontani da tempi storici “troppo interessanti” (i nostri sono tali…), così dovremmo scongiurarlo di non abbandonarci alla tentazione d’impegnarci in giochi “troppo belli”: i giochi sono tanto più belli quanto più sono complicati. Ma la complessità richiede tempo: mentre, com’è noto, “ogni bel gioco dura poco”.


da Il Manifesto del 23/06/2026

La condanna di Almasri è l’ennesimo bluff di Tripoli

di Mario Di Vito


Una condanna per evitare un processo. I sette anni e quattro mesi di reclusione sentenziati domenica dal tribunale di Tripoli verso il generale Osama Almasri non sono il simbolo di una Libia che prova ad allinearsi agli standard minimi dello stato di diritto. Sono il contrario: il giudizio di colpevolezza per le torture sui detenuti della prigione di Mitiga, infatti, è un argomento che il boia potrà usare per opporsi al mandato di cattura della Corte penale internazionale. Che, per il principio di complementarità, non può mai superare la giustizia domestica, quando c’è.

I MEDIA VICINI al governo di Tripoli parlano della condanna di Almasri come di «un esercizio di giurisdizione nazionale» ed è bene ricordare che, l’anno scorso, il premier Abdulhamid Dbeibah aveva rilasciato dichiarazioni piuttosto eloquenti alla televisione di stato: «Siamo rimasti sorpresi dal rapporto della Cpi su Almasri. Come possiamo fidarci di qualcuno che ha violentato una ragazza di 14 anni?». Una presa di distanza, almeno all’apparenza, anche se appare inverosimile che lui, capo dell’esecutivo, non avesse idea di quello che accadesse sotto il suo naso. Ad ogni modo, nel novembre del 2025 Almasri venne arrestato, destituito dal suo incarico di capo della polizia giudiziaria e messo ai domiciliari. A un giorno e mezzo dalla sua condanna, peraltro, nessuno ha idea se lui sia effettivamente detenuto.

MISTERI di un paese che sta cercando di accreditarsi presso le principali cancellerie europee e che però al suo interno continua ad essere una polveriera: fazioni in lotta, governi diversi che si disconoscono tra loro, milizie che hanno conquistato e controllano ampie fette di territorio e non vogliono mollarlo. In questo contesto, il rapporto tra l’esecutivo di unità nazionale di Dbeibah e la Rada – il gruppo militare di cui fa parte Almasri – è molto complesso da leggere. Certamente c’è della tensione, ma allo stesso tempo resta sempre aperta la strada della trattativa. Sono le regole della guerra civile.

VISTE COME si sono messe le cose su Almasri dopo l’assurda vicenda del suo soggiorno in Italia del gennaio 2025 – quando venne arrestato su mandato della Cpi e poi rilasciato in meno di 72 ore – e dopo che i giudici dell’Aia hanno fatto uscire le accuse contro di lui (torture, violenze, omicidi, stupri e altre atrocità), le cose tra Dbeibah e la Rada hanno cominciato a farsi particolarmente tese. Troppo indigeribili le condotte della milizia, troppo forte la pressione dell’opinione pubblica europea. Quando, nel luglio del 2025, è stato arrestato in Germania l’altro capo di Mitiga, Mohamed Ali El Hishri (Al Buti) – pure lui come Almasri accusato di crimini di guerra e contro l’umanità – la situazione si è complicata ancora di più. E Dbeibah ha deciso di riconoscere ufficialmente la giurisdizione della Cpi per i fatti accaduti in Libia dopo la deposizione di Gheddafi.

UNA MOSSA tattica: la giustizia dell’Aia deve necessariamente fermarsi quando si muove un’autorità giudiziaria nazionale e, dunque, l’aver processato e condannato Almasri, in teoria, annullerebbe gli effetti della richiesta di consegna nei suoi confronti. Dalla Cpi, però, fanno presente che c’è un elemento ancora da valutare: l’adeguatezza del procedimento. I magistrati dell’Aia studieranno le carte di Tripoli e dovranno decidere se le ritengono o no congrue, a partire dalla completezza delle accuse e dall’effettività della pena comminata.

LE RICADUTE italiane di questo nuovo capitolo della saga di Almasri, intanto, tornano a coinvolgere il governo. Se la partita giudiziaria si è chiusa con il diniego della Camera all’autorizzazione a procedere contro il sottosegretario Alfredo Mantovano e i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, da ieri le opposizioni sono tornate a rumoreggiare ricordando «la brutta figura» del gennaio 2025. «La Libia ha fatto una figura migliore della nostra. Lo hanno arrestato, fatto processare e ieri (domenica, ndr) è stato condannato», ha scritto sui suoi social il leader del M5s Giuseppe Conte riferendosi ad Almasri. Da qui l’accusa al governo di aver «coperto di disonore l’Italia». Da qui la canonica richiesta, condivisa anche da Pd e Avs, di «riferire in aula».

IN REALTÀ, però, c’è poco da rallegrarsi per l’ultima mossa libica. La volontà di mantenere tutto all’interno della giurisdizione domestica è un tentativo di allontanare gli occhi del mondo dagli orrori dell’ultimo quindicennio. Orrori sopra i quali sono stati fatti accordi come il memorandum sull’immigrazione stipulato con l’Italia del 2017. E affari, tra sfruttamento delle risorse energetiche, costruzione di infrastrutture e cooperazione nell’ambito della sicurezza. Discorsi da miliardi di euro che valgono un bluff sulla «condanna» del boia.

Una settimana fa al Parco…


Si svolgeva l’incontro dell’Associazione dei sofferenti a livelli fisici e psicologici. L’Associazione ha preparato egregiamente le diverse possibilità e necessità soprattutto per le persone sofferenti, famigliari e volontari in questo PARCO della città che è un gioiello e offre possibilità di partecipare all’incontro con una grande varietà di verde e panchine.

Domenica era l’incontro dove respiravo Amore, condivisione, scambio di esperienze, il tutto in un clima sereno di amore e di condivisione. Ormai l’Associazione ha un suo calendario e un gruppo di volontari ben collaudati, donne e uomini, in un clima di confidenza reciproca che si respira girando nel Parco dove molti volontari e rappresentanti hanno portato un loro saluto. Il tutto in un clima di grande condivisione.

Con gioia ho partecipato ai vari momenti sempre fatti con parole che invitavano all’impegno. A me hanno chiesto un intervento e mi chiedevano una benedizione. Dissi “Voi siete per me e per tanti la benedizione di cui il mondo ha bisogno”. Sentivo il profumo del Vangelo vissuto.

Dissi che io preferivo dire chiaramente: “La vostra associazione è essa stessa una benedizione per questa città. Va bene una preghiera, ma io sento che la vera benedizione per me e per questa città siete voi”.

Voi con il volontari, i vari incontri, le attività che promuovete, le persone che siete, siete la benedizione di Dio nelle vostre vite e nel vostro impegno. Ho lasciato nella sede dell’Associazione l’omaggio di qualche libro, ma il libro più fecondo è la vostra vita, la vostra dedizione e la vostra fede vissuta da cui non posso che imparare e ringraziare Dio ogni giorno perché esistono realtà come la vostra, che prima di tutto, è amore per i deboli. Di questa benedizione vissuta il mondo e anche la vostra associazione e la nostra città hanno ancora bisogno.

La benedizione è amore e non fare mille chiacchiere senza passare all’azione, è pace, e poi ancora pace.

Grazie dell’invito a questo meraviglioso incontro. Mi porto nel cuore il vostro esempio. Voi oggi mi avete dato la benedizione e vi assicuro che ogni giorno c’é da imparare da persone e associazioni come questa.


         don Franco Barbero

lunedì 13 luglio 2026

da L’Eco delle Valli Valdesi del 05/06/2026

Arrivano i primi temporali: 

i colori delle nuvole


Questo mese abbiamo deciso di mantenere un filo conduttore con l'articolo della scorsa rubrica, concentrandoci sempre sui fenomeni temporaleschi. In questo caso però tratteremo una curiosità, che siamo sicuri più volte avrà scatenato questa domanda in molti di voi: perché le nuvole dei temporali sono bianche sulla loro sommità e scure in basso? Ecco la spiegazione! 

Le nuvole sono costituite da minuscole goccioline d'acqua e, talvolta, da cristalli di ghiaccio. Le nubi “bianche” che osserviamo nelle giornate serene riflettono e diffondono la luce solare in tutte le direzioni: la luce, composta da diverse lunghezze d'onda, viene sparsa in modo uniforme e i nostri occhi percepiscono il bianco. 

Nel caso delle nuvole temporalesche, la situazione cambia radicalmente. Queste nubi sono molto più spesse e dense: possono estendersi per diversi chilometri sia in verticale sia in orizzontale. La grande quantità di acqua contenuta al loro interno assorbe e disperde una parte significativa della luce solare.

In pratica, meno luce riesce ad attraversare la nube e a raggiungere la sua base. Inoltre, le goccioline più grandi e numerose favoriscono una diffusione della luce meno efficiente rispetto alle nubi sottili. Il risultato è che la parte inferiore della nube appare scura agli osservatori a terra. Un altro fattore importante è la posizione del sole. Quando il temporale è vicino o il cielo circostante è già coperto, la luce diretta diminuisce ulteriormente. La nube viene quindi illuminata principalmente dall’alto o lateralmente, accentuando il contrasto tra la sua sommità luminosa e la base in ombra.

Infine, la percezione del colore scuro è amplificata dal confronto con l'ambiente circostante: se il paesaggio è ancora illuminato, la nube appare ancora più cupa. Questo contrasto visivo è uno dei segnali più chiari dell'arrivo di precipitazioni intense.

In sintesi, le nuvole temporalesche appaiono scure perché la loro struttura densa e spessa impedisce alla luce solare di attraversarle completamente. E’ un perfetto esempio di come fenomeni complessi possono essere spiegati attraverso principi fisici semplice, rendendo il cielo un laboratorio naturale sempre affascinante da osservare.

da Internazionale del 05/06/2026

Inferocita

di Giovanni De Mauro


Ha fatto bene Francesco De Gregori a dire che non ha niente da dire su Gaza e che non capisce chi invece vuole dire la sua? I social media hanno l’enorme potere di amplificare ogni presa di posizione, in particolare quelle più estreme. Sono anche gratificanti, con i loro like, e trasformano quello che potrebbe somigliare a un dibattito pubblico in un disordinato incontro di wrestling, con la folla inferocita che tifa per l’uno o per l’altro e che preme per salire a sua volta sul ring. Le discussioni diventano una forma di intrattenimento. Ma non è una novità.

Prima ancora dei social media, dove gli spettatori hanno un ruolo attivo con i like e i commenti, ci sono stati i talk show televisivi con il loro pubblico di tifosi. E si potrebbe risalire indietro nel tempo, passando (solo per citare alcuni precedenti illustri) dai dibattiti tra Abraham Lincoln e Stephen Douglas sulla schiavitù (sette incontri ognuno di tre ore e davanti a grandi folle che interrompevano e urlavano) o le dispute quodlibetali di epoca medievale nelle università di Parigi, Bologna o Oxford.

E prima ancora: nel quinto secolo avanti Cristo i sofisti non insegnavano forse l’arte di argomentare e persuadere? E quando in una seduta del senato romano, siamo nel 63 avanti Cristo, Cicerone si alza e chiede a Catilina fino a quando abuserà della sua pazienza, non sta forse drammatizzando il dibattito e cercando di coinvolgere il pubblico?

Ma tornando a De Gregori, qual è il ruolo degli intellettuali oggi? Quale dovrebbe essere la loro funzione nel dibattito pubblico? Finora le parole più condivisibili sembra averle dette Zerocalcare: “Se c’è una persona che ha una voce pubblica e la usa per dire cose importanti sono contento, ma obbligare a intervenire chi non se la sente o lo fa solo per avere il plauso dei like non è una cosa che fa bene neppure alla causa stessa”.