venerdì 4 settembre 2026

da Volere la Luna del 04/09/2026

Antisemitismo: un disegno di legge contro la democrazia

di Antonello Ciervo


Il prossimo 9 settembre in Commissione Affari costituzionali alla Camera dei Deputati riprenderà l’iter del cosiddetto “ddl antisemitismo”: si tratta del disegno di legge n. 1004 A.S. (ora alla Camera divenuto n. 2830), approvato lo scorso 4 marzo in prima lettura e che, nell’assorbire una serie di proposte legislative provenienti sia dalla maggioranza che da una parte minoritaria del Partito Democratico, introduce nel nostro ordinamento la discutibile definizione di anti-semitismo dell’IHRA (Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto – International Holocaust Remembrance Alliance). Come è possibile leggere nel testo in discussione, per anti-semitismo deve intendersi, ai sensi dell’art. 1, secondo comma del ddl «una determinata percezione degli Ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni, di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree e non ebree, i loro beni, le istituzioni della comunità e i luoghi di culto ebraici».

Questa definizione assumerebbe una portata normativa autonoma, divenendo così il presupposto giuridico di attivazione della “legge Mancino” che già sanziona penalmente gli hate speech a contenuto antisemita: si tratterebbe, ai sensi dell’art. 1, primo comma del ddl, addirittura di una definizione “attuativa” dell’art. 3 della Costituzione, in quanto la Repubblica, secondo l’intento dei proponenti, «ripudia ogni forma di antisemitismo, favorisce azioni volte a contrastarne qualunque espressione e ostacola la diffusione del pregiudizio antisemita in Italia». Fortunatamente, viene da dire, rispetto alla prima versione del testo, il Senato ha approvato alcuni emendamenti che hanno eliminato una serie di palesi storture costituzionali: il testo originario (a prima firma del Senatore Romeo), infatti, introduceva un reato di anti-semitismo ad hoc ed il divieto preventivo di riunioni in luogo pubblico in tutti quei casi in cui l’autorità di pubblica sicurezza, in via astratta e prognostica, avesse ritenuto che i manifestanti avrebbero declamato slogan o esposto striscioni con contenuti antisemiti. A fronte quindi della formulazione originaria del testo del ddl – dai caratteri chiaramente liberticidi, in coerenza e continuità con le norme repressive approvate nel corso di questa legislatura (i vari pacchetti sicurezza governativi degli ultimi due anni, per intenderci) – quello che la Camera si appresta a discutere adotta la definizione di anti-semitismo di cui sopra, prevedendo comunque – bontà loro – una clausola di garanzia che non vada a incidere sull’esercizio delle libertà civili criminalizzandole («ferme restando la libertà di critica politica e di espressione del pensiero e la libertà di riunione e di associazione, nel rispetto dei princìpi costituzionali»: art. 1, comma. 1). Il problema, tuttavia, sia sul piano tecnico-giuridico, sia soprattutto su quello politico-costituzionale, rimane.

L’IHRA è un’organizzazione inter-governativa composta da 35 Stati tra cui l’Italia, con il mandato di rafforzare e promuovere l’educazione, la memoria e la ricerca sull’Olocausto: in una riunione tenutasi a Bucarest nel corso del mese di maggio 2016 (dei cui lavori, peraltro, il Governo italiano non ha disponibilità dei verbali, come risulta dalle risposte della Presidenza del Consiglio, in data 1 ottobre e 14 novembre 2025, a specifiche richieste di accesso agli atti), ha adottato la definizione in analisi stabilendo che non doveva considerarsi avere natura giuridicamente vincolante. Ciononostante, questa definizione di anti-semitismo è stata fatta propria dalle istituzioni dell’UE, a seguito dell’approvazione da parte del Parlamento europeo della Risoluzione n. 2692/2017, che comunque prevedeva esplicitamente la non obbligatorietà per gli Stati membri dell’Unione di assumere iniziative legislative volte appunto a “giuridificare” tale definizione: insomma, non ce lo chiede l’Europa, eppure il nostro Parlamento ha deciso di farlo lo stesso. Nel corso della riunione di Bucarest del maggio 2016, inoltre, l’IHRA ha fornito – a titolo non esaustivo – 11 esempi di “condotte” antisemite (che in realtà si estrinsecano in vere e proprie manifestazioni di pensiero da censurare), qui elencate affinché il lettore possa testare il proprio grado di anti-semitismo e di intolleranza nei confronti del popolo ebraico: «incitare, sostenere o giustificare l’uccisione di ebrei o danni contro gli ebrei in nome di un’ideologia radicale o di una visione religiosa estremista»; «fare insinuazioni mendaci, disumanizzanti, demonizzanti o stereotipate degli ebrei come individui o del loro potere come collettività» (in breve, il complotto plutocratico-giudaico-massonico di fascista memoria); «accusare gli ebrei come popolo responsabile di reali o immaginari crimini commessi da un singolo ebreo o un gruppo di ebrei, o persino da azioni compiute da non ebrei»; «negare il fatto, la portata, i meccanismi (per esempio le camere a gas) o l’intenzione del genocidio del popolo ebraico per mano della Germania nazionalsocialista e dei suoi seguaci e complici durante la seconda guerra mondiale»; «accusare gli ebrei come popolo o Israele come Stato di essersi inventati l’Olocausto o di esagerarne i contenuti»; «accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele o a presunte priorità degli ebrei nel mondo che agli interessi della loro nazione»; «negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo»; «applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro Stato democratico»; «usare simboli e immagini associati all’antisemitismo classico (per esempio l’accusa di deicidio) per caratterizzare Israele o gli israeliani»; «fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti»; «considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele».

Come si legge, assumere come norma la definizione dell’IHRA per criminalizzare le opinioni antisemite diventa una questione giuridica quanto mai problematica, anche perché gli esempi di cui sopra rischiano, in ragione della loro astrattezza e de-contestualizzazione, di provocare una slippery slope rispetto alla critica legittima nei confronti delle politiche criminali poste in essere dall’attuale Governo israeliano. Chi scrive, ad esempio, ritiene che il Governo Netanyahu stia compiendo una serie di crimini sistemici, ormai accertati dalle istituzioni giudiziarie e politiche internazionali, come il genocidio del popolo palestinese nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Chi scrive, inoltre, ritiene che lo Stato di Israele stia occupando, in violazione del diritto internazionale e delle relative Risoluzioni delle Nazioni Unite, non soltanto la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, ma anche il Libano meridionale, tra l’altro compiendo atti di aggressione bellica nei confronti delle forze di interposizione dell’ONU presenti in quell’area, tra cui molti militari italiani (come denunciato dalla stesso ministro della difesa italiano Crosetto in un’intervista al Corriere della Sera del 4 settembre 2025). Chi scrive ritiene che i palestinesi e gli arabo-israeliani siano sottoposti sistematicamente e quotidianamente a un regime di apartheid da parte dello Stato di Israele; che il muro che “divide” il territorio israeliano da quello della Cisgiordania sia stato costruito in violazione del diritto internazionale, come del resto accertato da oltre un decennio dalla Corte Internazionale di Giustizia, e che sia uno strumento di occupazione illegale del territorio sovrano palestinese, al pari delle cosiddette “colonie” israeliane in Cisgiordania. Chi scrive, infine, pensa che Israele sia l’unico Stato mediorientale che si riconosce nei principi del diritto occidentale e che però, al contempo, prevede la pena di morte per appartenenza etnica, in quanto applicabile di fatto soltanto ai palestinesi e agli arabo-israeliani, ma non ai cittadini israeliani stessi. Tutte queste convinzioni, suffragate da una serie di decisioni della Corte Internazionale di Giustizia e di Risoluzioni dell’Assemblea delle Nazioni Unite, mi rendono forse un antisemita ai sensi della definizione adottata dall’IHRA e, quindi, un criminale? Ovviamente da giurista penso proprio di no, se soltanto si resta fedeli alla lettera dell’art. 1, primo comma del ddl anti-semitismo (e per inciso all’art. 21 della nostra Costituzione), essendo, la mia, una semplice critica giuridica e politica nei confronti dell’attuale Governo israeliano, esercizio di una libera espressione del pensiero, tra l’altro non avente portata istigatoria o propagandistica, che registra un mero dato di fatto notorio, se solo si leggono le decisioni della Corte Internazionale di Giustizia, della Corte Penale Internazionale e le Risoluzioni dell’Assemblea delle Nazioni Unite dell’ultimo mezzo secolo sul punto.

Eppure, è chiaro, il problema rimane sul piano giuridico e costituzionale, perché la definizione in questione fa coincidere – parzialmente e in maniera nebulosa – l’anti-semitismo con la critica allo Stato di Israele e, soprattutto, al sionismo, che storicamente è stato declinato in vari modi nel pensiero politico ebraico, ma che senz’altro nel corso degli ultimi anni si è incarnato in maniera nazionalista e a tratti fascista (a questo punto mi assumo la responsabilità penale del paragone) nell’azione politica e militare del Governo Netanyahu. Il rischio concreto insomma – come è stato puntualmente denunciato – è che la “normativizzazione” della definizione di anti-semitismo dell’IHRA determini un vero e proprio chilling effect, che assuma cioè un effetto deterrente per limitare la libertà di manifestazione di pensiero di giornalisti, studiosi, insegnanti, accademici ovvero di semplici cittadini che da domani preferiranno non esprimersi pubblicamente sulla situazione a Gaza o in Cisgiordania, per non rischiare di essere sottoposti a procedimenti penali o sanzionatori da parte delle proprie istituzioni di afferenza. Infatti, il ddl all’art. 3 stabilisce le cosiddette “Linee di azione” per realizzare una “Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo” che, in pratica, si risolvono in questi tre punti programmatici pericolosamente liberticidi: a) l’utilizzazione della banca dati della polizia di Stato per monitorare gli episodi di anti-semitismo, al fine di «acquisire una visione completa del fenomeno in Italia, nonché di promuovere il coordinamento delle attività di monitoraggio tra gli organismi coinvolti nella raccolta dei dati» (si legga “schedature di massa”); b) il controllo da parte delle istituzioni scolastiche degli episodi di anti-semitismo che si verificheranno nelle aule (si legga “controllo delle opinioni espresse dai docenti in classe”, con potenziali conseguenze disciplinari); c) l’adozione da parte delle Università di «misure volte alla prevenzione, al monitoraggio e al contrasto degli atti di antisemitismo», individuando soggetti preposti «alla verifica e al monitoraggio delle azioni per contrastare i fenomeni di anti-semitismo in linea con il codice etico delle stesse università» (si legga, “controllo delle opinioni e della didattica dei docenti”, anche qui con potenziali conseguenze disciplinari e con buona pace dell’art. 33 della Costituzione).

In breve, l’intento del ddl sembra proprio quello di “ghettizzare” legislativamente tutte le voci dissenzienti rispetto ai crimini in corso in Palestina all’interno dell’opinione pubblica, delle istituzioni scolastiche e universitarie, oltre che, soprattutto, dei mass media e più in generale della società civile, introducendo nell’ordinamento una spada di Damocle che potrebbe essere utilizzata dalle procure – magari sollecitate dalla politica al momento giusto – per criminalizzare le voci critiche rispetto ai crimini commessi dal Governo Netanyahu. Insomma, parafrasando Paul Valery, se non si può più attaccare l’argomento – perché il genocidio palestinese è ormai sotto gli occhi di tutti, come sotto gli occhi di tutti è l’inanità e la subordinazione dell’UE alle politiche illegali degli attuali governi israeliano e statunitense –, allora si attacchi l’argomentatore, qualificandolo nel peggiore dei modi possibile – antisemita, per l’appunto –, per poi criminalizzarlo e magari, finalmente, condannarlo a qualche anno di carcere, riducendolo così al silenzio. A dimostrazione del fatto, quand’anche ce ne fosse ancora bisogno, che la qualità della nostra democrazia si sta deteriorando ogni giorno di più.

da Volere la Luna del 31/08/2026

Giornalismo. Non solo Ranucci e Mentana 

di Loris Campetti


Prima considerazione. Bisogna scegliere: stai dalla parte di Ranucci o ti schieri con chi lo attacca? Scrive il vignettista Vauro (Senesi) con un intervento forse impopolare a sinistra ma è difficile dargli torto, che «in questa vicenda tra il grottesco e lo squallido che evidenzia i livelli di mediocrità desolanti nei quali sono sprofondate trasversalmente sia la politica che l’informazione nel nostro paese io non sto con Ranucci perché, al di là di ogni questione giudiziaria, consapevolmente o meno, si è fatto partecipe del teatro delle vanità che ha sostituito il giornalismo da tempo. Non sto con Ranucci, non sto con chi lo attacca per biechi motivi di bassa politica, non sto con chi ne fa un martire (lui stesso per primo) per ottuso schieramento. Allora dove sto? Sto da un’altra parte. Questo è sicuro». Si può aggiungere che l’intera vicenda sembra fatta apposta per scatenare la bramosia di potere delle destre che da tempo sognano di liberarsi della trasmissione Report, così come di tutte le voci dissonanti, ma è persino pleonastico ricordarlo. La colonizzazione dell’informazione da parte della politica non è di oggi, ma oggi che a praticarla è la destra post e neo fascista si attua con inedita arroganza, prepotenza, in una guerra che non fa prigionieri. Con contenuti culturali regressivi, populisti e non popolari. E i giornalisti, troppi giornalisti, come le stelle stanno a guardare e si adeguano a un modello che ha le sue origini nel berlusconismo, al tempo stesso subalterno al potere e aggressivo con i deboli e gli avversari che diventano vittime del giornalismo d’assalto all’italiana. Oggi l’inchiesta è diventata caccia alle streghe, che lo si faccia per piacere alla destra o alla sinistra poco cambia, lo si fa per piacere a sé stessi. Fa impressione vedere giovani giornalisti inseguire le loro vittime in fuga usando il microfono come arma contundente. Quanto poi al diritto dei giornalisti di servirsi in modo spregiudicato di fonti tutt’altro che immacolate, nulla da dire. Certo ci vuole carattere, dignità, autonomia, evitando di cadere nel delirio di onnipotenza e nella pratica dei dossieraggi.

Seconda considerazione. Enrico Mentana, l’uomo immagine della televisione di proprietà dell’editore Urbano Cairo, il mago delle maratone tv a ogni elezione, che sia europea o di quartiere, ha fatto outing. Dice che La 7 è sbilanciata, che chi guida i talk show è troppo schierato con un campo politico negando all’altro campo un adeguato accesso alle disfide. La parte svantaggiata è la destra, sentenzia Mentana e aggiunge che non è più disposto a far parte di tale combriccola settaria. Lo dice ora che il suo contratto con Cairo è in scadenza e si vocifera di un suo futuro in una nascente tv modello Cnn a cui pensa John Elkann dopo aver passato Repubblica e derivati all’armatore greco Theo Kyriakou, padrone di 34 reti televisive operanti in 12 paesi. Ci mancava l’outing di Mentana, in un mondo televisivo schiacciato tra il melonismo delle millanta reti di Mediaset e le altrettante millanta della Rai ormai nota ai più come Telemeloni. Ricordare al maratoneta che il presidente del consiglio, donna per caso, si rifiuta di partecipare alle trasmissioni condotte da giornalisti che osano criticarla, è inutile, lo sa da solo senza bisogno di sollecitarlo, ma ciò non inficia la sua militante dedizione alla par condicio. Una ben strana concezione della par condicio.

Per quanto riguarda la proprietà a cui rispondere, ci si adatta e Mentana che in passato si è adattato a Berlusconi (Mediaset) può benissimo adattarsi al padrone futuro, che si chiami Agnelli o Pinco Pallo. Anche il direttore di Repubblica uscente, cioè quel Mario Orfeo che regnava prima della vendita della testata e dei suoi arredi all’editore-armatore greco socio in affari del principe saudita bin Salman caro a Matteo Renzi, si è adattato e cambiando casacca è passato con un balzo olimpico alla direzione editoriale della piccola corazzata di destra che va sotto il nome di Quotidiano nazionale (Resto del Carlino, Nazione, Giorno, Telegrafo) di proprietà di Leonardo Maria Del Vecchio, ammiratore di Giorgia Meloni e demolitore dell’impero industriale paterno, Luxottica. Anche la Stampa è stata venduta dal gruppo editoriale Gedi di Elkann, l’erede dell’avvocato Agnelli che aveva giurato: mai venderemo il giornale di famiglia. Il nuovo padrone è Alberto Leonardis, l’imprenditore abruzzese che in pochissimi anni ha costruito un network di quotidiani locali sostituendosi a quello del gruppo Caracciolo (Tirreno, Nuova Sardegna, Gazzetta di Modena e Reggio, Nuova Ferrara, Provincia pavese). Così la Stampa, che l’ex direttore Giulio Anselmi aveva in parte sprovincializzato con l’inserimento di firme di qualità tornerà a essere soltanto quel che è stato nei secoli: Juventus, Fiat (Stellantis), beghe di quartieri piemontesi, Specchio dei tempi. Ridotte al minimo le firme dei collaboratori esterni per volontà dichiarata del nuovo editore.

Si può condividere o meno la cultura giornalistica (absit iniura verbis) che sta dietro il talk show, ma non si può negare che se un equilibrio viene a mancare nell’insieme dei palinsesti televisivi, telegiornali in testa, non è certo a svantaggio delle destre al potere. Per non parlare della carta stampata, dove la normalizzazione ha già asfaltato il giornalismo di inchiesta, ridotto la cultura a sagre di paese, aumentato la concentrazione di testate in mani di pochi e non certo simpatizzanti di sinistra. Per fare un altro esempio, almeno tre testate, Giornale, Libero e Tempo sono nelle mani del parlamentare leghista Antonio Angelucci. Te lo do io l’editore puro. Ma tornando ai dibattiti televisivi, non si può non costatare che essi sono dominati da una compagnia di giro. Un nome per tutti? Paolo Mieli, un incubo, un fantasma che ti entra in casa dopo il tramonto insieme a una schiera di cloni che cinguettano tra loro e con il conduttore di turno producendo vagonate di fuffa e luoghi comuni.

Se si pensa ai 300 operatori dell’informazione ammazzati in Palestina dal fuoco dell’esercito israeliano e ai tanti morti nel mondo colpevoli solo di raccontare realtà terribili fatte di guerre, dittature, miseria, non si può non disperare di fronte al declino del giornalismo in Italia e nell’Occidente già democratico dove ai bavagli imposti dal potere si aggiungono, spesso, gli autobavagli indossati per quieto vivere, sennò addio carriera. Non tutti i nostri giornalisti sono al servizio del potere, tanto di cappello a chi si sforza – proprietari permettendo – di scavare nella realtà, nei nuovi soggetti, nelle speranze di tanti e nelle nuove ingiustizie imposte dai pochi, nelle lotte, a costo di rischiare, se non la pelle come a Gaza, il posto di lavoro.

«Ormai vecchio, guardando al mio passato, mi accorgo che il cammino dell’imparare a morire è stato il cammino dell’imparare a vivere, nella convinzione che ciò che si è vissuto nell’amore resterà per sempre. Solo l’amore innesta l’eternità nella nostra vita mortale»
 
Enzo Bianchi, "Cosa c’è di là. Inno alla vita"
Ed. il Mulino, 2022

 SIGNORE, CERCACI

(Supplica comunitaria)

 

1) Signore, cercaci con il Tuo occhio buono,

                       con il Tuo sguardo amico, 

                       con la Tua voce invitante

 

2) Signore, cercaci quando noi non cerchiamo Te, 

                       quando Ti abbiamo allontanato dal cuore,

                       quando fuggiamo la Tua parola,

                       anziché cercarla.

 

1) Signore, bussa alla nostra porta con dolce insistenza

              quando inseguiamo cose vuote e vane,

               quando beviamo a sorgenti di acqua inquinata.

 

2) Signore, cercaci nei giorni della gioia

                 perché la riconosciamo come un dono Tuo

                 e possiamo benedire di cuore il Tuo nome.

 

1) Signore, attendiamo da Te il dono della gioia

per continuare a sorridere alla vita,

per vedere i fiori che nascono sui sentieri

e per scoprire le sorgenti di felicità e di speranza.

 

2) Signore, attendiamo da Te il dono della speranza

per saper camminare anche nelle notti più buie,

per assaporare l'alba che ci riporta il bacio del sole,

per credere che Tu ci vieni incontro dal futuro.

 

T) Signore, attendiamo da Te la mano amica e forte

che ci guidi sui sentieri dell’amore solidale,

che ci spinga a seminare sulla roccia e a spargere nel vento,

che ci dia tanta voglia di costruire pezzi di felicità.

 

T) O Signore, Tu sei l'acqua fresca e dissetante del pozzo,

sei Tu l'acqua profonda che cura le nostre superficialità,

sei l'acqua nutriente che guarisce i nostri vuoti.

 

1. Non sia il nostro cuore un deserto arido e secco,

ma una terra irrigata e seminata a piene mani da Te.

Non sia una casa vuota in cui si insediano gli idoli,

ma un laboratorio di idee, di progetti. di propositi.

 

2. O Dio, che semini nel vento sempre nuovi germi di vita

e spingi l'umanità ad abbattere i muri della divisione,

fa’ che le nostre esistenze si mettano a servizio della pace

coltivando, vicino e lontano, la giustizia e la fraternità.

 

FRANCO BARBERO,

2a Edizione La bestia che seduce, 1990

giovedì 3 settembre 2026

da Pressenza del 01/09/2026

MSF: “Ricerca su cure e prevenzione non lasci indietro i bambini”

di Medici Senza Frontiere


In un commento pubblicato oggi su The Lancet, MSF dimostra che l’attuale epidemia di Ebola causata dal virus Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo sta colpendo i bambini in modo sproporzionato.

MSF inoltre chiede a tutti gli attori coinvolti nella ricerca su trattamenti e strumenti di prevenzione contro il virus Bundibugyo di garantire una reale inclusione dei bambini negli studi previsti sulle contromisure mediche e un accesso tempestivo a formulazioni pediatriche dei farmaci attualmente in studio, in particolare per la profilassi post-esposizione orale (PEP).

Al 4 agosto 2026, tra i casi confermati con malattia di Ebola da virus Bundibugyo per i quali era disponibile l’età, la percentuale di bambini sotto i 5 anni che, dopo la diagnosi, sono morti era significativamente più alta rispetto a quella degli adulti.

Il ritardo nell’inclusione dei bambini negli studi clinici, la mancanza di indicazioni sul dosaggio pediatrico e i dubbi sulla sicurezza sono ostacoli già noti nell’accesso alle contromisure mediche per bambini, donne e ragazze in gravidanza o allattamento.

Attualmente, lo studio EBO-PEP, avviato il 14 luglio 2026, sta valutando l’antivirale orale obeldesivir per prevenire il contagio dopo un’esposizione ad alto rischio al virus Ebola Bundibugyo. Se si dimostrasse efficace, potrebbe rappresentare uno strumento pratico e utilizzabile su larga scala per proteggere le persone che hanno avuto un contatto recente con un caso di Ebola.

“Troppo spesso l’inclusione dei bambini nello sviluppo delle contromisure mediche durante le emergenze di salute pubblica viene relegata alle note a margine. Ma oggi, con i bambini esposti a un rischio sproporzionatamente elevato di morire se contagiati nell’attuale epidemia in RDC, la loro inclusione è fondamentale” afferma il dottor Neal Russell, consulente pediatrico di MSF.

Sebbene i bambini di peso inferiore a 30 kg (di età pari o inferiore a circa 12 anni) siano esclusi dallo studio nella sua progettazione originale, è probabile che venga presto approvata una modifica al protocollo volta a includere i bambini di peso superiore a 20 kg. Rimangono però esclusi i bambini sotto i 20 kg, indicativamente di 6 anni o meno, a causa della mancanza di una formulazione pediatrica disponibile di obeldesivir e dell’assenza di dati pubblicati che supportino la frantumazione o la dissoluzione delle compresse.

Per chi resta escluso, lo studio prevede un sotto-protocollo con remdesivir per via endovenosa. Tuttavia, un trattamento endovenoso quotidiano per 10 giorni è molto difficile da gestire operativamente durante un’epidemia, soprattutto nei bambini più piccoli.

Gilead, l’azienda farmaceutica che produce obeldesivir, ha recentemente espresso la disponibilità a fornire formulazioni pediatriche del farmaco. Resta però da capire quando potranno iniziare gli studi con le formulazioni orali pediatriche.

“Ricercatori, finanziatori e altri attori devono sostenere con urgenza un sotto-studio pediatrico sull’obeldesivir, a partire dalle indicazioni di dosaggio già disponibili, e accelerare la valutazione di altri antivirali orali e anticorpi monoclonali come profilassi post-esposizione. Dobbiamo produrre ora le evidenze necessarie affinché i bambini possano accedere a trattamenti preventivi efficaci insieme a tutti gli altri, non quando l’epidemia sarà finita – conclude Russell di MSF – Gilead si è impegnata a produrre obeldesivir in formulazione pediatrica. Auspichiamo che fornisca una tempistica chiara e accelerata e che gli attori coinvolti possano organizzare al più presto studi pediatrici con questa formulazione, o con compresse per adulti opportunamente adattate, affinché tutti i bambini a rischio possano essere inclusi negli studi che valuteranno quali opzioni di profilassi post-esposizione siano più pratiche, tempestive ed efficaci”.

da Pressenza del 02/09/2026

Ancora violenze dei coloni in Cisgiordania

di ANBAMED


A Nablus, un gruppo di coloni hanno tentato di incendiare nella notte una moschea nella città di Beita. Secondo fonti locali, sentite da Anbamed, i coloni hanno appiccato il fuoco a una stanza vicino alla moschea Nur al-Din Zanki dopo aver fallito nel tentativo di sfondare le porte della moschea, e hanno anche imbrattato il luogo con scritte razziste contro i palestinesi e gli arabi.

Le truppe dell’esercito di occupazione hanno compiuto ieri 36 attacchi e rastrellamenti in tutte le province della Cisgiordania, con l’arresto di 39 attivisti.

Gli ulivi palestinesi minacciano la sicurezza di Israele. E l’esercito li sradica. Ieri, le truppe di occupazione si sono accanite con bulldozer sugli ulivi nella strada che collega Arraba e Yaabud, ad ovest di Jenin.

Qusra

25esimo giorno di assedio delle tre famiglie palestinesi da parte di coloni e esercito. L’occupazione militare israeliana sta utilizzando l’assedio per sfollare le tre famiglie, limitando il loro accesso ad acqua, elettricità, cibo e altri beni di prima necessità.

La storia dell’assedio risale al 21 gennaio 2026, quando i coloni ebrei israeliani hanno stabilito un avamposto a 500 metri dalle tre case. Poi i coloni hanno eretto una tenda a 20 metri dall’abitazione della famiglia Hassan. La tenda, fin dal momento in cui fu montata, divenne un punto di accesso per le visite dei coloni e un punto di partenza per molestie e attacchi alle case dei palestinesi.

La signora Hassan ha dichiarato in un’intervista: “Le nostre case si trovano a Jabal Ras al-Ain e sono isolate dal resto della città, a circa un chilometro di distanza. Ora, l’esercito israeliano ha trasformato le nostre case in una zona militare chiusa, impedendoci di uscire o entrare, di andare al lavoro, di visitare i familiari o di andare in ospedale senza previa autorizzazione. Spesso, i coloni ignorano questa autorizzazione e ci attaccano anche dopo averla ottenuta”. Ha aggiunto: “L’assedio ha avuto un impatto devastante sulle nostre vite. Non possiamo uscire per comprare da mangiare e i coloni ci attaccano quotidianamente. Hanno interrotto la fornitura di elettricità e acqua, e siamo riusciti a ripristinarle solo pochi giorni fa. Quando mia figlia si è sentita male, sono riuscita a portarla fuori grazie a un po’ di coordinamento e ho chiamato un’ambulanza. Tuttavia, il primo tentativo è fallito perché i coloni si sono opposti all’ambulanza. Il giorno dopo, hanno cercato di rovesciare l’ambulanza e ci hanno aggredito mentre stavamo andando via, mettendo a rischio le nostre vite”.

Hassan aveva lasciato temporaneamente la sua casa per far curare la figlia di due anni e mezzo. Al suo ritorno, ha scoperto che l’esercito di occupazione aveva trasformato la sua casa in una caserma. Lei, suo marito e le loro due figlie hanno trascorso un’intera settimana dai vicini. Ha proseguito, con la voce piena di angoscia: “L’esercito di occupazione ha lasciato la nostra casa e, al mio ritorno, ho trovato tutto devastato. Viviamo sotto assedio, sia da parte dell’esercito che dei coloni, che ci lanciano pietre contro”.


 

 

mercoledì 2 settembre 2026

 

Tempo del Creato e Festa della Creazione

Il tradizionale appuntamento liturgico ecumenico prende il via il 1° settembre

1° settembre – 4 ottobre, al via il Tempo del Creato, il tradizionale tempo liturgico legato a riflessioni sulla nostra Terra e sulla necessità di salvaguardarla. Dedicato alla preghiera e alla cura della Terra, viene accompagnato da un dossier di materiali curato ogni anno dalla GLAM (Commissione globalizzazione e ambiente della Fcei). Quest’anno per la prima volta viene aperto da una nuova celebrazione liturgica perché la Consultazione sui testi comuni (Cct) ha adottato ufficialmente la Festa della Creazione, nota anche come “Festa della Creazione in Cristo”, inserendola nel Lezionario Comune Riveduto (Rcl) per un periodo di prova di tre anni.

Considerando che il lezionario definisce il calendario di molte chiese protestanti, si tratta di una svolta storica nell’ecumenismo cristiano, frutto di un processo di anni.

La versione ampliata di questa festa, che inizierà a essere celebrata dunque il 1° settembre 2026, è frutto di un processo teologico che ha coinvolto diversi organismi cristiani a livello globale negli ultimi anni. Ampliando il simbolismo teologico della festa con un ricco insieme di letture bibliche, questa proposta eleva la dottrina della Creazione in una posizione di maggiore rilievo nel culto cristiano, colmando una lacuna nel calendario liturgico delle Chiese che in precedenza non celebravano il ruolo di Cristo nella creazione del mondo. L’annuncio segna la prima aggiunta di una nuova festa al lezionario comune dalla sua pubblicazione nel 1983, quando furono adottate due nuove celebrazioni — le feste del Battesimo del Signore e di Cristo Re, ispirate alla pratica cattolica romana.

L’aggiunta di una nuova festività al lezionario rappresenta una pietra miliare storica per il movimento ecumenico. È il risultato di un processo teologico durato decenni, che ha visto la partecipazione di molti leader religiosi e di diverse organizzazioni cristiane a livello globale, tra cui una serie di recenti conferenze ecumeniche ad Assisi. Si ispira alla tradizione ortodossa orientale di iniziare il nuovo anno liturgico il 1° settembre – una tradizione che risale al V secolo – e più recentemente alla proclamazione, da parte del Patriarca ecumenico Dimitrios, di tale data come Giornata di preghiera per il creato.

«Si tratta di un evento raro, poiché non è facile né rapido aggiungere nuove festività al lezionario», ha osservato il vicesegretario generale della Lutheran World Federation per le relazioni ecumeniche, il professor Dirk Lange. «La Lwf sostiene e promuove da molto tempo la celebrazione. Ci auguriamo che diventi una celebrazione ampiamente condivisa in tutte le chiese cristiane, rafforzando la nostra vita spirituale e la nostra risposta comune alle urgenti sfide che il nostro mondo si trova ad affrontare oggi».

Domani, 28 agosto 2026

Rimozione per questione di opportunità

Ranucci fuori, TeleMeloni centra l’obiettivo. Ma ora è il caos

O Dio, nostra sorpresa

 

O Signore,

mostraci qualche tratto del Tuo volto.

Tu fosti una sorpresa per il Tuo amico Abramo

quando fermasti la mano che colpiva Isacco.

 

Tu fosti una sorpresa per la Tua figlia Sara,

che vide la sua sterilità tramutarsi in fecondità,

quando poté innalzare al cielo il figlio Isacco.

 

Tu fosti una sorpresa per tutta l'arca di Noè

che sembrava votata alla dispersione e alla deriva,

quando regalasti la gioia e la luce dell'arcobaleno.

 

Tu fosti una sorpresa gioiosissima per i Tuoi figli

che gemevano sotto la dominazione del Faraone,

quando apristi una via nel mare e un sentiero nel deserto.

 

Tu fosti una sorpresa per tutti i Tuoi profeti

che sentirono nella propria carne tanta debolezza,

quando rendesti viva nel mondo la loro parola.

 

Signore,

metti dentro di noi uno spirito nuovo,

regalaci un nuovo modo di guardare alla vita,

donaci un cuore nuovo che sappia desiderare e volere

le "novità", le gioie e i valori che Tu ci proponi.

 

Signore,

Tu conosci l'insipienza dei nostri cuori,

la bassezza e la superficialità di molti nostri desideri.

La nostra fede tremula e la nostra volontà fragile

stanno davanti a Te per essere guarite dal Tuo amore.

 

Siamo come Giona, incapaci di aprirci ai Tuoi orizzonti,

e spesso rifiutiamo la gioia di una vera conversione.

Insegnaci a gustare e stimare ciò che vale davvero

dentro il sentiero della nostra vita quotidiana.

 

Dio di Gesù e Dio di tutto il mondo:

noi riponiamo fiducia nell'opera delle Tue mani.

Tu continui ad operare nel mondo e nei cuori.

Per questo il mondo può essere sicuro del Tuo sorriso,

ma il Tuo sorriso non ci basta.

Ci occorre una Tua presenza attiva.

 

F. Barbero, La bestia che seduce, 3a ristampa, 1994