lunedì 21 settembre 2026

Gruppo biblico del martedì, domani 22 settembre


Cari amiche e amici del gruppo biblico del martedì,

Domani sera ci incontreremo alle ore 18:00 per introdurre la lettura del Libro di Giobbe.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.

Questo è il LINK per il collegamento:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A domani sera.

Sergio

Gli studenti di Gaza sbarcano a Roma. Strada verso il futuro

Sara Awad- Il Manifesto 18/9

«Qui le persone vivono normalmente. Noi non viviamo a Gaza». Adnan Al Faraa era appena arrivato a Roma quando ha pronunciato queste parole. Dopo mesi di attesa a Gaza, lo studente palestinese è finalmente riuscito a raggiungere l’Italia, dove potrà proseguire gli studi lontano dalla distruzione e dall’incertezza che ha vissuto a casa sua. Per lui e per altri 23 studenti palestinesi, l’arrivo all’aeroporto di Roma ha segnato l’inizio di un nuovo capitolo. Ad attenderli c’erano alcuni professori delle università italiane, pronti ad accoglierli mentre arrivavano per iniziare i loro studi a Sassari, Pisa, Palermo, in Basilicata, alla Sapienza e a Ferrara.

GLI STUDENTI aspettavano di essere evacuati dal novembre 2025. Il loro viaggio verso l’Italia è arrivato dopo mesi di incertezza e dopo un lungo percorso per uscire da Gaza, che ha incluso anche il passaggio attraverso la Giordania prima di raggiungere Roma. Sono andata all’aeroporto di Roma per accoglierli perché seguivo la loro vicenda fin dall’inizio. Dopo mesi trascorsi a seguire i loro tentativi di lasciare Gaza, incontrarli di persona è stato un momento molto emozionante, soprattutto perché anch’io ero una di loro a Gaza: sento sulla mia pelle il dolore che stanno vivendo. 

«SALAM, SARA. Finalmente siamo qui», ha detto una delle studentesse dopo essere arrivata. Aveva ricevuto una borsa di studio per frequentare un corso di laurea all’Università di Sassari. «Non riesco a credere ai miei occhi. Dove siamo?», ha detto un altro studente mentre si guardava intorno. Sono arrivati esausti. Alcuni sembravano sopraffatti da ciò che li circondava e cercavano qualcosa di familiare, qualcosa che ricordasse loro casa: qualcuno che parlasse arabo, una bandiera palestinese o qualsiasi altra cosa potesse restituire loro un senso di appartenenza. Sono cinque ragazze e 19 ragazzi. Hanno lasciato genitori, fratelli, sorelle e persone care che continuano a vivere in condizioni straordinariamente difficili. Hanno scelto una strada verso la sicurezza e o la possibilità di proseguire gli studi, pur sapendo che molte delle persone che amano sono rimaste indietro. All’aeroporto di Roma li aspettavano i loro professori, pronti ad accogliere le ragazze e i ragazzi che, durante i mesi trascorsi tra bombe, fame e distruzione, continuavano a inviare email. 

SETTEMBRE segna l’anniversario della prima evacuazione di studenti palestinesi da Gaza verso l’Italia. Il primo gruppo arrivò il 30 settembre 2025 e oggi l’Ambasciata italiana ha riaperto le porte a un altro gruppo di ragazze e ragazzi, offrendo loro la possibilità di proseguire la propria formazione. È la decima evacuazione di studenti palestinesi dalla Striscia verso l’Italia. Quella precedente si era svolta a maggio, rendendo l’arrivo di oggi un altro passo importante nella costruzione di un percorso accademico per studenti la cui istruzione è stata interrotta dal genocidio.

EPPURE, questo arrivo ha messo in luce anche l’incertezza che continua a pesare su un altro gruppo di studenti palestinesi. Stando alle dichiarazioni relative al programma di evacuazione, un numero limitato di studenti dell’anno accademico 2025-26 è ancora in attesa di essere evacuato prima che i propri studi giungano al termine. Allo stesso tempo, gli studenti che hanno ottenuto una borsa di studio per l’anno accademico 2026-27 si trovano ora ad affrontare un nuovo periodo di incertezza: sono stati ammessi a studiare in Italia, ma non sanno quando – o se – potranno lasciare Gaza e raggiungere le università che hanno offerto loro un posto. Per questi studenti, alla gioia per chi è arrivato a Roma si accompagna la paura. Hanno guardato le fotografie e i video dei loro compagni che sbarcavano in Italia, incontravano i professori e iniziavano una nuova vita. Per alcuni, quelle immagini raffigurano un futuro ancora possibile. In altri, hanno suscitato una domanda dolorosa: «Sarò io il prossimo?». «Datemi qualsiasi soluzione. Ci posso provare», mi ha scritto una studentessa del gruppo 2026-27 dopo aver visto i volti felici dei colleghi a Roma. Il suo messaggio racchiude tutta l’incertezza di coloro che hanno ottenuto una borsa di studio ma rimangono intrappolati a Gaza. La borsa di studio ha aperto loro una portasul futuro, ma raggiungere quel futuro dipende ancora da una via di evacuazione su cui non hanno alcun controllo.

IL NUMERO complessivo degli studenti provenienti da Gaza che oggi vivono in Italia è di 254. Ognuno di loro conduce qui una vita diversa dopo il genocidio. Ma tutti condividono lo stesso dolore: la separazione dalle proprie famiglie in un’età così giovane. Ieri, all’aeroporto, dagli studenti in arrivo emanava una forma di dolore bellissima – una sorta di commedia nera. Due fratelli, Tarek e Fares Al Faraa, si trovavano già in Italia dalla terza tornata di evacuazioni, avvenuta a dicembre, e ieri hanno potuto ricongiungersi alla sorella Hala, per condividere insieme questa difficile esperienza. «Facciamo una videochiamata ai nostri genitori, cerchiamo di tranquillizzarli», ha detto Fares, collegandosi in video con la sua famiglia a Gaza non appena Hala è arrivata. Questa famiglia ha mandato tutti i propri figli in Italia, in un luogo sicuro, perché potessero studiare – e per sentirne la mancanza ogni giorno, senza avere la possibilità di incontrarli. Una storia fra decine di altre. È per questo che le ragazze e i ragazzi arrivati in Italia spesso dicono: «Sopravvivere è soltanto un’altra guerra, una guerra silenziosa».




CPR: nessuna persona è idonea (a essere torturata). La cura non è un reato

19.09.26 - Mai più lager - NO ai CPR - Redazione Milano- Presenza

Lunedì 21 settembre 2026 ore 18

Piazza San Babila, Milano

Che le sempre più frequenti intimidazioni subite dal personale medico chiamato a certificare l’idoneità al trattenimento nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio potessero un giorno cedere il passo a iniziative giudiziarie volte a coinvolgere chi fosse “colpevole” di rilasciare “troppi” certificati con esito negativo, era qualcosa che fino a qualche tempo fa sembrava poter essere relegato a un romanzo distopico. Allora, credevamo nell’autonomia di giudizio del* medic*, quando questo giudizio rimane ancorato ad evidenze oggettive e ai principi fondamentali della materia, oltre che a quelli della deontologia medica. E’ arrivato poi però il caso “Ravenna” della scorsa primavera, a riportarci bruscamente con i piedi per terra, una terra in cui lo Stato pretende di condizionare questi giudizi e di criminalizzarne gli autori quando questi si allontanano dal risultato auspicato: quello di dare un senso ai CPR riempiendoli il più possibile, per giustificarne l’esistenza, l’esigenza e i costi, per così alimentare la propaganda securitaria fondata sulla paura di una perenne emergenza dell’invasione “aliena”. Ma i fatti delle ultime ore, con perquisizioni domiciliari mattutine in tutta Italia, degne dei peggiori criminali e l’imputazione del reato di associazione a delinquere a danno di chi, come il dr. Nicola Cocco, più si è speso ed esposto per denunciare e raccogliere documentazione della patogenicità dei CPR, ha davvero superato il limite dell’immaginazione, oltre che quello della democrazia. E questi fatti richiedono ora una ferma reazione, che in tante e tanti si sentono di condividere con noi. La pretesa di piegare un atto di cura a un atto di polizia non può infatti più essere tollerata. Specie ora che la pressione, con il Patto UE Migrazione e Asilo dello scorso giugno, si è fatta più forte e chiede che con un altro simile atto medico (quello di “screening”) si dia l’avallo formale alla detenzione amministrativa e alla deportazione – anche in Paesi terzi – di chiunque bussi alla fortezza Europa: uomini, donne e bambini. Teniamo però a sottolinearlo: questa pretesa deve essere contestata e arginata non tanto e non solo nell’interesse della categoria medica, nel nome della sua indipendenza, ma nell’interesse di chiunque si auguri di trovarsi ancora in un Paese in cui vengano garantiti i diritti e le libertà fondamentali di ciascun*. E in particolare, e ancor di più, una ferma presa di posizione collettiva deve essere assunta nell’interesse delle migliaia di persone che ogni anno, da quasi 30 anni, grazie a superficiali e frettolose certificazioni della loro pretesa “idoneità” al trattenimento, passano dal tritacarne della detenzione amministrativa e dalla deportazione, nell’indifferenza quasi generale, costrette – solo per il fatto di non essere in possesso di un pezzo di carta che la legge ha reso impossibile acquisire – a immolare tempo della propria vita e la propria salute sull’altare della propaganda securitaria di Stato. Perché quello che questi giorni insegnano è soprattutto questo: che è evidentemente deflagrata l’esigenza, ora più che mai, per chi ci governa, di nascondere quello che sta diventando invece sempre più evidente e noto: i CPR – proprio i “gioielli” di famiglia, fiero paradigma ostentato ed esportato – sono luoghi di sistematica oppressione e violenza psicofisica, nei quali gli abusi strutturali e le violazioni dei diritti fondamentali e della stessa dignità umana si combinano con condizioni di trattenimento disumane e con il sinistro utilizzo di queste strutture quale discarica sociale per le persone più fragili ed emarginate. Utilizzo che ha fatto registrare una vera e propria deriva manicomiale a ogni effetto, se non fosse che non si tratta di luoghi di cura, ma di abbandono e di violenza. Il logorio psicofisico del dubbio, nei detenuti, circa la propria sorte e la durata (e il senso!) di questa prigionia senza reato fanno poi il resto, accendendo fatalmente la miccia della spirale dell’autolesionismo, dei pestaggi e della somministrazione indiscriminata di sedativi, in questi luoghi che possono essere legittimamente definiti patogeni per chiunque vi entri. E che siano patogeni è ormai sostenuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dalla letteratura scientifica, oltre che comprovato da vagonate di cartelle cliniche e testimonianze video e fotografiche. Peraltro, che non vi sia garantito il diritto alla salute l’hanno detto chiaramente, in questi ultimi mesi, persino il Consiglio di Stato e la Corte Costituzionale, restando inascoltati. Il Comitato europeo di Prevenzione della Tortura ha evidenziato nel 2024 gravi criticità, tra cui “la pratica della diffusa somministrazione di psicofarmaci non prescritti alla popolazione trattenuta” e “casi di maltrattamenti fisici e di uso eccessivo della forza da parte del personale di polizia nei confronti di persone trattenute.” In tale contesto, non può meravigliare quindi se un* medic*, anzi tant* di loro, valutando in scienza e coscienza, e in conformità con l’art. 32 della Costituzione e del Codice di Deontologia Medica, possano considerare una o più persone inidonee al trattenimento in CPR. Semplicemente perché la verità (scientifica) è che NESSUNA PERSONA E’ IDONEA (A ESSERE TORTURATA) Sennonché, questa grande scontata ma nascosta verità – che nei CPR si pratichi ormai strutturalmente (da quasi 30 anni e oltre 40 morti) la tortura di Stato e che l’unica soluzione è che vadano chiusi – è quanto di più “pericoloso” possa esserci per chi ha fatto dei CPR il proprio cavallo di battaglia politica. E allora va colpito chi dice, certifica e documenta questa verità. E quale miglior espediente che quello di sbattere il dottore in prima pagina e accusarlo di dire il falso o di organizzarne altri perché altri lo facciano? Ma ormai il re – e soprattutto la regina – sono nudi e chi li ha additati è dalla parte del giusto e non ha nulla da temere. E tutt* noi siamo con loro.

Queste le nostre conclusioni, che soprattutto dopo questi giorni, sono sempre più condivise e vanno difese e rivendicate:

– Il vero crimine è la violenza di Stato sulle persone migranti: nei CPR, nei cosiddetti “luoghi idonei”, alla frontiera, con le deportazioni, con la clandestinità forzata e con la criminalizzazione. E noi andremo avanti a denunciarlo.

– Solidarietà all* medich* coinvolt* dalle perquisizioni e dalle indagini di questi giorni, criminalizzat* per aver detto il vero, sulla base di evidenze scientifiche e principi deontologici e non certo ideologici.

– I CPR sono strutturalmente fondati sulla violenza, luoghi irrimediabilmente patogeni e vanno quindi chiusi.

Per adesioni (entro le 13 di lunedì): presidio21settembre@gmail.com


 CDB Piemonte                                                                                       20 settembre 2026


soppesate nel vostro cuore i veri vantaggi del

perdono e del risentimento. Poi scegliete. 



EUCARESTIA CITTADINA


ACCOGLIENZA

CANTO

PER RIFLETTERE

la generosità dei gesti anonimi appartiene a un tessuto prezioso di cui con difficoltà ci è dato avere percezione e coscienza. Questa storia non verrà mai scritta da nessuno, proprio perché chi l’ha vissuta non ha voluto lasciarne traccia ma ha, per così dire, versato un po' della propria vita nella vita di un altro; di questo si è poi nutrita la fede di tanti nella vita e la loro capacità di resistere alla violenza. 

Ciò che ha fatto e fa la storia è la crudezza degli interessi particolari, il cinismo degli individui e di gruppi e quella forma raffinata di egoismo che è la beneficenza…

Giovanni Franzoni (la solitudine del samaritano)


PREGHIERA

Litania interreligiosa per la pace

Remy Nahimana, Commissione Giustizia e Pace del Burundi, Bujumbura

Che la fede nasca e cresca in ogni uomo e donna di questa terra:
Dio della giustizia e della pace, riconcilia le nostre vite.

Che il pregiudizio e il sospetto che separano gli individui e le comunità umane siano rimossi:
Dio della giustizia e della pace, riconcilia le nostre vite.

Che le nostre differenze psicologiche e culturali servano a costruire positivamente la nostra personalità e il nostro paese:
Dio della giustizia e della pace, riconcilia le nostre vite.

Che i nostri cuori siano sensibili al dolore e alla sofferenza di coloro che sono indifesi ed emarginati nelle nostre società:
Dio della giustizia e della pace, riconcilia le nostre vite.

Che ogni uomo e ogni donna intorno a noi sperimenti la gioia di vivere liberamente e indipendentemente:
Dio della giustizia e della pace, riconcilia le nostre vite.

Che il baratro tra ricchi e poveri, oppressori e oppressi, leader politici, vincitori e vinti, scompaia:
Dio della giustizia e della pace, riconcilia le nostre vite.

Che le nostre divisioni etniche e sociali siano rimpiazzate dall'ascolto empatico e dall'accettazione degli altri:
Dio della giustizia e della pace, riconcilia le nostre vite.

Che tutte le nostre relazioni siano caratterizzate da verità, umiltà, onestà e apertura:
Dio della giustizia e della pace, riconcilia le nostre vite.

Che i nostri buoni rapporti con i paesi vicini siano rafforzati aiutandosi a vicenda e diventando un sigillo della nostra reciproca fiducia e sicurezza:
Dio della giustizia e della pace, riconcilia le nostre vite.

Che l'unione di giustizia, verità, perdono e riconciliazione diventi realtà nelle nostre vite:
Dio della giustizia e della pace, riconcilia le nostre vite.

Che le nostre famiglie, le nostre colline e i nostri villaggi siano spazi di gioia e condivisione tra indigeni e coloni e tutti coloro che condividono la terra:
Dio della speranza, dacci la tua pace.


SILENZIO

LETTURA DELLA PAROLA

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 9,36 – 10,8 
In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

RIFLESSIONI COMUNITARIE

PREGHIERA EUCARISTICA 

Facci riconoscere o Padre, in questo pane e questo vino, il segno di amore che deve trasformarci in una fraternità che si costruisce nella condivisione. Spezziamo dunque il pane ricordando le parole di Gesù, disse: “prendete e mangiate questo è il mio corpo, offerto per voi, in segno della nuova e eterna alleanza. Prendete e bevete, questo è il calice del mio sangue. Ogni volta che farete questo, fatelo in memoria di me.”

1 donaci, anche in questi tempi, tanta gioia di vivere e una fantasia capace di progettare cose nuove. Rendici impegnati ma liberi dall’affanno capaci di serietà e di sorrisi

2 insegnaci a frequentare la scuola dei poveri, che sono maestri di amicizia e di semplicità, le ore amare non soffochino la speranza che ci hai donato.

1 fa che sappiamo accogliere ogni giorno come un dono nuovo, ci sia dato di ricominciare sempre perché ogni giorno ci porta una nuova chiamata.

2 più che i nostri peccati conti la Tua alleanza di amore. Sulla nostra fragilità prevalga la Tua forza, la tua parola prenda possesso della nostra vita, nella lotta, nella preghiera, nel silenzio.

COMUNIONE 

CANTO

PADRE NOSTRO

PREGHIERA COMUNITARIA

PREGHIERA FINALE 

Io so questa vita è piena di gioie e dolori, di risa e di pianto.

Io non so perché tutto questo; quali saranno i frutti

del susseguirsi laborioso di tutto l’universo.

Io non so che avverrà poi in questo mondo tanto oscuro …

se avrà o non avrà fine

il dolore dell’universo,

se le stesse speranze

dell’assetato di giustizia

saranno o meno appagate.

Io non domando

ai dotti di conoscere

il mistero della vita,

né pretendo di sciogliere da solo

i nodi che legano l’universo.

Io credo d’essere

legato ad un solo destino

assieme a miriadi di vite;

mi consegno perdutamente all’amore

che conduce il mondo.


(Rabindranath Tagore)


BENEDIZIONE 


Che il sole ti porti nuova energia ogni giorno,

che possa la luna ristorarti dolcemente la notte,

possa la pioggia lavare le tue preoccupazioni,

e la brezza portare una ventata di aria fresca nel tuo essere,

e che tu possa camminare dolcemente attraverso il mondo

e conoscere la sua bellezza tutti i giorni della tua vita


CANTO

C'è solo la strada 
su cui puoi contare 
la strada è l'unica salvezza
c'è solo la voglia e il bisogno di uscire 
di esporsi nella strada e nella piazza.

Perché il giudizio universale
non passa per le case 
le case dove noi ci nascondiamo 
bisogna ritornare nella strada 
nella strada per conoscere chi siamo.

C'è solo la strada su cui puoi contare 
la strada è l'unica salvezza
c'è solo la voglia e il bisogno di uscire 
di esporsi nella strada e nella piazza.

Perché il giudizio universale
non passa per le case 
e gli angeli non danno appuntamenti 
e anche nelle case più spaziose
non c’è spazio per verifiche e confronti.


domenica 20 settembre 2026

 Midterm, Trump spinge sulla strategia del caos

Luca Celada Il Manifesto 29/08/2026

STATI UNITI La rodata strategia del "voter suppression" prende storicamente di mira le minoranze propense a votare democratico come gli afroamericani e molti stati del sud, come la Louisiana e il Tennessee, hanno riattivato strategie in uso durante gli anni della segregazione.

Con il conto alla rovescia ormai avviato per finalizzare i preparativi, il contenzioso legale attorno al voto per posta negli Stati Uniti continua a produrre un groviglio di indicazioni contraddittorie. L’ultima in ordine di tempo è stata l’ingiunzione di una giudice federale di Boston. La honorable Indira Talwaniha bloccato ieri l’ordine esecutivo che Trump sta cercando di imporre a poche settimane dalle parlamentari del 3 novembre. La “riforma” consiste in un decreto con cui a marzo il presidente ha vietato agli stati di usare schede per posta se non avessero prima consegnato a Washington le proprie liste elettorali. Nel 2024 oltre 48 milioni di americani (il 31% del totale) hanno usato le poste per spedire la propria scheda. In alcuni stati come Washington si svolgono interamente per posta, altrove come in California vi fanno ricorso l’80% degli elettori. Vi sono inoltre cittadini all’estero e militari. Per posta vota anche lo stesso Donald Trump la cui scheda viene imbucata dalla Florida. NEL LABIRINTICO e complesso sistema americano, inoltre, l’organizzazione modalità delle elezioni competono a ciascuno dei 50 singoli stati, regola su cui la costituzione è ineccepibile. Questo non ha impedito a Trump di tentare in ogni modo di influire sul loro svolgimento, prima ordinando agli “stati amici” (come Texas e Florida) di riconfigurare la mappa dei propri collegi elettorali per favorire vittorie repubblicane. La rodata strategia del “voter suppression” prende storicamente di mira le minoranze propense a votare democratico come gli afroamericani e molti stati del sud, come la Louisiana e il Tennessee, hanno riattivato strategie in uso durante gli anni della segregazione.

SECONDO OBIETTIVO del presidentissimo è stata il voto per corrispondenza a cui statisticamente ricorrono più elettori democratici che repubblicani. Il pretesto per abrogarlo o limitarne l’uso è stato la solita teoria complottistica dei “vasti brogli” messa in campo nei prodromi del tentato golpe del 6 gennaio 2021, una tesi cui lo stesso Trump non sembra davvero credere. A marzo ha dichiarato a parlamentari del suo partito che la riforma fosse passata, la vittoria nei midterm «sarebbe stata garantita».

A QUESTO SCOPO ha chiesto agli stati di fornire alle autorità federali le liste degli iscritti al voto per un “vaglio”. Quando i tribunali hanno respinto l’ordine come palesemente contrario alla costituzione che non assegna all’esecutivo alcun ruolo di controllo, Trump si è rivolto direttamente alla direzione delle poste, ordinando all’agenzia federale di non consegnare le schede per posta ad elettori che non compaiano su una lista preparata (in base ad ignoti criteri) dal dipartimento per la sicurezza nazionale.

OGNI MANOVRA è stata accolta da numerosi ricorsi da parte di autorità elettorali di 24 stati democratici, cittadini ed associazioni civiche. Virtualmente bloccate ad ogni ripresa, le misure sono giunte al vaglio della Corte suprema che la scorsa settimana ha prodotto una (non) sentenza. Con fine acrobazia giuridica, il massimo tribunale ha scritto che i tempi «non erano ancora maturi» per una sentenza definitiva dato che il progetto (sulla cui costituzionalità ha evitato di pronunciarsi direttamente) «non aveva ancora prodotto danni». La strategia già spesso impiegata dalla Corte alleata Maga consiste nel permettere all’esecutivo plenipotenziario di completare l’opera (esempio la demolizione di mezza Casa bianca, lo stanziamento di militari nelle città o altre palesi trasgressioni della legge) prima di intervenire, assicurando in pratica che il danno diventi irreparabile. Nel caso in cui alcuni stati si preparano spedire le schede già dalla prossima settimana, la decisione è non solo un invito a delinquere, ma un assist palese alla strategia del caos messa in campo dalla Casa bianca.

NEL MOTIVARE l’ultima ingiunzione, la giudice federale Indira Talwani ha notato che l’amministrazione non aveva fornito «alcuna prova relativa a frode comprovata dovuta a votazioni per corrispondenza». L’interesse del governo a «correggere un problema infondato attraverso mezzi probabilmente incostituzionali», ha aggiunto, «è sopravanzato dal rischio preponderante di una privazione generale del suffragio». Talwani ha affermato che gli stati «non hanno a questo punto né il tempo né i fondi» per soddisfare i requisiti necessari, tra cui «l’aggiornamento dei sistemi di gestione elettorale e la formazione del personale». Il confronto, il rinvio di un verdetto definitivo da parte del Corte suprema, insinua l’idea che vi sia qualche cosa di vagamente sospetto nel processo, incrementando la possibilità di astensione e preparando il terreno per eventuali ricorsi contro risultati non graditi al presidente.

IL PROGETTO SEMBRA dunque ricalcare il copione seguito dall’estate 2020 al gennaio 2021 quando le ripetute infondate accuse di brogli, indussero migliaia di trumpisti a prendere d’assalto il Parlamento. È ancora possibile che una sentenza possa definitivamente cassare la riforma ma la paradossale confusione così prossima agli scrutini potrebbe essere già bastata per propagare dubbi sufficienti per il possibile rinvio della certificazione di vittorie “contese”. Non si tratterebbe a questo punto di fantapolitica ma della replica di una collaudata strategia di destabilizzazione potenzialmente definitiva.


 «La nuova legge elettorale altera l'assetto istituzionale del Paese». Storiche e storici contro la proposta in discussione in Parlamento

Redazione 19/09/2026, 12:40


ROMA-ADISTA. Appello dI numerosi storici e storiche  contro la proposta di legge elettorale all’esame del Parlamento (l'elenco dei firmatari aggiornato al 18 settembre è pubblicato in calce al testo). «Il disegno di legge elettorale in via di approvazione in queste settimane costituisce per noi studiosi e docenti di Storia contemporanea e di altre discipline storiche motivo di grande preoccupazione, perché la sua approvazione altererebbe in modo rilevante gli assetti istituzionali del nostro paese - si legge nel testo -. La storia contemporanea mostra l’importanza della rappresentanza e del Parlamento quali espressioni fondamentali della sovranità popolare. Nel secolo scorso l’affermazione di regimi autoritari e totalitari è quasi sempre passata attraverso lo svuotamento o l’eliminazione di entrambi. In diversi Paesi occidentali, negli ultimi decenni il loro ruolo si è fortemente ridotto e si rischia di smarrire il senso stesso della loro rilevanza. Una delle espressioni più gravi dell’attuale crisi della democrazia, non solo in Italia, è la crescente polarizzazione delle nostre società, cui sono legati anche crisi dei partiti, crescita del radicalismo antisistemico, concentrazione di potere nelle mani del leader, astensionismo elettorale, frammentazione e volatilità del voto, ecc. Queste tendenze sono state aggravate in Italia da ripetuti mutamenti della legge elettorale, che per la sua rilevanza costituzionale non è una legge ordinaria come le altre. Riguardando le comuni “regole del gioco”, è opportuno che tali leggi non siano presentate dal governo, che siano oggetto di approfondita discussione, che siano il più possibile condivise con l’opposizione, che non siano approvate con voti di fiducia e che siano adottate a distanza dalle elezioni, principi più volte violati dalle ultime leggi elettorali e da quella in discussione. Sono oggi in atto forti spinte per uno spostamento del potere verso l’esecutivo che mettono in discussione la divisione e l’equilibrio dei poteri, essenziali in qualsiasi Stato liberale e democratico, a scapito delle istituzioni di rappresentanza e del potere giudiziario, configurando talvolta esplicite trasformazioni in senso autoritario. Come con altre leggi elettorali degli ultimi anni, anche con la riforma elettorale in discussione si trasformano di fatto le elezioni da momento di designazione dei rappresentanti a mezzo per stabilire chi detiene il potere esecutivo sottraendo questa scelta al Parlamento. Attraverso un sistema proporzionale con premio di maggioranza quasi unico al mondo, la riforma punta ad affidare per un’intera legislatura un grande potere ad una coalizione rappresentativa di una netta minoranza di elettori. Tale trasformazione – accompagnata dall’obbligo di indicare il candidato Presidente del Consiglio, interferendo con le prerogative del Presidente della Repubblica – introduce un premierato di fatto, in contrasto con la Costituzione e aggirando le garanzie richieste dalle procedure di riforma costituzionale. Invece di promuovere una maggiore partecipazione degli elettori, il nuovo meccanismo elettorale induce un’ulteriore polarizzazione degli schieramenti, incentiva la competizione tra coalizioni forzate ad essere tali dalla stessa legge elettorale e impone artificiosamente sulle altre una coalizione politica minoritaria, peraltro eterogenea e condizionata dalle sue componenti interne. Tutto ciò vanifica di fatto i presunti benefici della stabilità. La nuova legge penalizza ulteriormente la mediazione politica e inibisce il processo deliberativo attraverso cui istanze diverse – comprese quelle delle minoranze – vengono comunque considerate, entrambi modi tra i più efficaci per contrastare la polarizzazione. Inoltre, il premio di maggioranza porta la coalizione vincente vicino alle “maggioranze di garanzia” permettendole l’elezione in autonomia del Presidente della repubblica, dei giudici costituzionali, dei membri di nomina parlamentare del Consiglio superiore della magistratura e di quelli delle commissioni parlamentari e delle Autorità amministrative indipendenti, senza un concorso dell’opposizione essenziale per evitare forme di “dittatura della maggioranza”. Non è questo il futuro che vogliamo per la nostra democrazia repubblicana, non è questo l’esito cui indirizzare la storia del nostro Paese e per questo, nel richiamo ai principi della Carta costituzionale, esprimiamo la nostra netta contrarietà al disegno di legge elettorale in discussione».

Seguono le firme


sabato 19 settembre 2026

chiesa cattolica, settembre 2026

Preti latini uxorati, la sfida arriva dal Belgio 

LUIGI SANDRI Redazione Confronti

 

Le aperture dell’arcivescovo di Bruxelles riaccendono il confronto sui preti sposati nella Chiesa romana. Ma il nodo, più ancora del celibato, riguarda il modello di Chiesa e la necessità di una riforma più profonda.

E così, grazie all’arcivescovo di Malines-Bruxelles, il dibattito sulla possibilità di ordinare preti uxorati anche nella Chiesa latina è tornato d’attualità. Si riaffaccia, insomma, una questione antica, ma di norma tacitata e smorzata dai papi, dalle strutture vaticane, e anche dagli incontri sinodali di vario tipo; e, tuttavia, sempre più emergente nell’Europa dove qualche vescovo, ogni tanto, osa proporre prospettive che i confratelli del Sud del mondo per lo più dipendenti economicamente da Roma, raramente osano delineare.

VOCI DAL BELGIO, PATRIA DI UN VESCOVO PEDOFILO

In un'intervista del 15 luglio 2026 al quotidiano olandese Nederlands Dagblad, infatti Luc Terlinden - classe 1968, laureato in cconomia prima di entrare in seminario, prete dal 1999, arcivescovo belga dal 2023 - ha dichiarato: «Per me, i preti sposati sarebbero un arricchimento per la Chiesa...

Un vescovo greco cattolico mi ha detto che il 90% dei suoi preti è sposato. In Occidente non sempre mostriamo sufficiente rispetto per questa tradizione».

In effetti, se il 95% dei preti del mondo appartiene alla Chiesa latina, e dunque è ufficialmente celibe, il 5% appartiene alle Ghiese cattoliche orientali (ex bizantine, albanesi, sire, melkite, maronite, caldee, copte, malabaresi e malankaresi) e per lo più è sposato. Constatando tale realtà, in Centro e Nord Europa, qualche prelato - come il nuovo arcivescovo di Vienna Joseph Grünwidl - aveva espresso, già mesi fa, una posizione analoga a quella di Terlinden. Però, tutti i papi post-Vaticano II, da Paolo VI a Leone XIV, hanno sempre respinto quella suggestione. Per smuovere tale status quo, nel marzo del 2026 Johan Bonny, vescovo belga di Anversa aveva annunciato che entro il 2028 ordinerà prete un uomo sposato.

Ma, in merito, l’arcivescovo di Bruxelles ha precisato che quell'ipotesi è un’opinione personale del confratello che, comunque, «non potrebbe essere attuata senza autorizzazione papale». Terlinden, infine, ha ricordato che l’episcopato del suo Paese già nel 2023, in occasione del Sinodo sulla Sinodalità, aveva proposto a Roma un documento nel quale la Conferenza episcopale belga si diceva disposta a discutere della possibilità dei preti latini uxorati. Ma perché proprio adesso il prelato interviene sul tema? Un dato fa riflettere: pochi giorni addietro, il 1° luglio, era deceduto Roger Joseph Wangheluwe, classe 1936, dal 1985 al 2010 vescovo di Bruges.

Questo nome non dice magari nulla, oggi, qui in Italia, ma non in Belgio. Là, fu infine accusato di aver avuto, da vescovo, rapporti sessuali con un giovanissimo nipote; la questione andò per le lunghe, ed ebbe grandissimo rilievo sui media, che attaccarono la "tolleranza” della Chiesa romana nei confronti dei preti pedofili; lui in parte ammise, in parte minimizzò. Infine il 23 aprile del 2010 Benedetto XV lo obbligò a dimettersi. Ma la vicenda non finì: i media insistettero nelle loro indagini, emersero decine di preti pedofili “tollerati” dai vescovi. La stessa vicenda del prelato si arricchì di nuovi scabrosi dettagli. Infine, sentito il parere del Dicastero per la dottrina della fede, nel marzo del 2024 Francesco lo ridusse allo stato laicale (Vangheluwe da tempo viveva ritirato in un monastero).

Il 27 settembre successivo Francesco, in Belgio, di fronte alla famiglia reale e al governo, afferma: «Nella perenne coesistenza fra santità e peccato, di luce e ombra vive la Chiesa, con esiti spesso di grande generosità e splendida dedizione, e a volte purtroppo con l'emergere di dolorose controtestimonianze. Penso alle drammatiche vicende degli abusi sui minori - alle quali si sono riferiti il Primo ministro -, una piaga che la Chiesa sta affrontando con decisione e fermezza, ascoltando e accompagnando le persone ferite e attuando in tutto il mondo un capillare programma di prevenzione».

«Fratelli e sorelle, questa è la vergogna! La vergogna che oggi tutti noi dobbiamo prendere in mano e chiedere perdono e risolvere il problema: la vergogna degli abusi, degli abusi sui minori. Noi pensiamo al tempo dei santi Innocenti e diciamo: “Oh che tragedia, cosa ha fatto il re Erode!”, ma oggi nella Chiesa c’è questo crimine; la Chiesa deve vergognarsi e chiedere perdono e cercare di risolvere questa situazione con l'umiltà cristiana. E mettere tutte le condizioni perché questo non succeda più».

Si noti che il papa parla degli abusi su minori, in generale, senza precisare “del clero”; reticenza che, là, dove tutti pensarono all'ex vescovo di Bruges, fu assai criticata dai media e dal Governo. Nemmeno Terlinden, adesso, accenna all'inquietante caso. Tuttavia si può ritenere che egli, proponendo il clero uxorato, indichi una via per diradare, per quanto possibile, i casi di pedofilia del clero.

QUALI PRETI UXORATI? 

Sarebbe fuori della realtà chi pensasse che l'introduzione, su larga scala, dei preti uxorati nella Chiesa latina fosse di per sé, automaticamente, la salvezza di questa enorme comunità diffusa in tutto il pianeta e, in diversi Paesi, maggioranza tra le Religioni presenti, o forte minoranza. Esisterà sempre, infatti, la possibilità di violenze sessuali su minori da parte del clero, pur coniugato (non succede così pure nelle famiglie?). Questo lo si è visto anche nelle Chiese ortodosse, dalla Russia alla Grecia, dove anche tra i monaci ogni tanto emergono casi di pedofilia. E, in Occidente, uno studio indipendente commissionato dalla Evangelische Kirche in Deutschland (Ekd), e riportato dalla stampa italiana il 25 gennaio 2024, documenta che, in Germania, dal 1946 ai nostri anni, vi sono stati probabilmente più di 9mila casi di violenze sessuali su minori compiute da pastori protestanti, quasi tutti coniugati, o da “normali” persone strutturalmente dedite al servizio nella Ekd.

Ciò premesso, da più parti, e non solo in patria, si è ritenuto che la proposta dell’arcivescovo belga sia preziosa e coraggiosa, all'interno dell’attuale Chiesa cattolica romana, oggi guidata da Leone XIV. È però significativo un dato: nessuno degli oltre trecento vescovi italiani, molti dei quali custodi di diocesi caratterizzate da una crescente, e inarrestabile, scarsità di clero, ha condiviso - pubblicamente - l'ipotesi del prelato belga. Silenti, salvo rarissime cccezioni, anche teologhe e teologi nostrani. Ha invece parlato il teologo spagnolo José Carlos Enriquez Diaz, in un commento apparso su Religion Digital del 19 luglio, e intitolato Dalla riforma superficiale alla conversione evangelica.

Qualche suo flash: «Le parole di monsignor Terlinden, a favore dell'ordinazione di uomini sposati, sono senza dubbio un gesto coraggioso e necessario. Riconoscere che la tradizione cattolica comprende modelli diversi - come quello delle Chiese orientali - è un passo verso una Chiesa più aperta e meno uniforme. Ma la questione cruciale non è solo disciplinare. La domanda di fondo rimane: basta cambiare norme o dobbiamo trasformare il modello di Chiesa?».

E spiegava: «Esiste, infatti, un rischio evidente: l’introduzione di preti sposati nello stesso sistema clericale potrebbe lasciare inalterato ciò che è essenziale. Se il ministero continua a essere inteso come uno spazio di potere, di differenziazione o di prestigio, il cambiamento sarà più cosmetico che reale. Un prete sposato potrà continuare a svolgere le stesse funzioni di un prete celibe se non viene messa in discussione la logica che sostiene il sistema (...).