lunedì 1 giugno 2026

I dolori della lontananza e le gioie

Ci sono molti dolori nella vita.

Qui voglio soffermarmi su un dolore particolare, quello che si prova rispetto ad un fratello amatissimo che la lontananza rende difficilmente raggiungibile e soprattutto col quale è quasi impossibile comunicare con un abbraccio o una conversazione fatta di ricordi, progetti, scambi di opinioni e momenti in cui si possano confidare e ascoltare le parole, come è invece permesso a chi è esperto dei nuovi mezzi della comunicazione.

In questo periodo è la lontananza da Dante che mi pesa e la lontananza da SARIA che per due anni, dopo la morte di mia moglie mi ha, insieme al suo marito, accompagnato nella vita quotidiana, nei giorni di malattia come in quelli di gioia.

Come la lontananza di Piera Cat con cui ho lavorato una vita sarà forse diminuita dalla visita ospedaliera che avrò con Giorgio e Grazia. Un momentaneo ravvicinamento con la Piera in ospedale è un vero praticare il Vangelo.

Grazie Giorgio e Grazia, Cesare, Nico, Angelina.

Al Dio di Amore, a Te grazie.

Franco Barbero, 26 maggio 2026

DOV’È DIO

Latchou era un uomo molto pio. Ogni giorno, svegliandosi, faceva le abluzioni rituali e, subito dopo, si recava al tempio con il paniere delle sue offerte in mano, per assistere al culto mattutino.

Con fervore pregava: «Signore, vengo a renderti visita a casa tua, senza mancare un solo giorno. Mattino e sera ti porto le offerte; non potresti venire una volta a casa mia?».

Attento a questa preghiera quotidiana, Dio alla fine gli rispose: «Domani io verrò a trovarti».

Quale gioia per Latchou. Lava e rilava tutta la casa. Fa disegnare davanti alla porta di casa con farina e pasta di riso degli ornamenti augurali.

All’alba, appende una ghirlanda di foglie e fiori all’ìngresso. Accende le lampade ad olio a varie luci sul banco che ogni casa indiana possiede. Al centro di ogni disegno splende un bel fiore giallo. Nella sala dei ricevimenti, vassoi di frutta, di biscotti dolci e di fiori sono allineati in abbondanza. Tutto è pronto per ricevere Dio. Latchou, in piedi, è pronto ad accoglierlo.

L’ora del culto mattutino si avvicina. Un ragazzino che passa da quelle parti,vede, attraverso la finestra aperta, i vassoi dei biscotti. Si avvicina: «Nessuno ha tanti biscotti lì dentro, non potresti darmene uno?»

Latchou, furioso per l'audacia del ragazzino, replica: «Vuoi filartene, moccioso, come osi chiedermi ciò che è preparato per Dio?». Ed il ragazzino, spaventato, se ne fugge via.        

La campana del tempio ha suonato; il culto del mattino è finito Latchou pensa: «Dio verrà dopo il culto di mezzogiorno; Aspettiamolo...». Stanco si siede sul banco.

Un mendicante arriva a chiedergli l’elemosina. Latchou lo scaccia con rabbia. Poi lava con cura il posto sporcato dai piedi del mendicante… E passa anche mezzogiorno. Dio non viene all’appuntamento.

Viene la sera, Latchou, molto triste, aspetta sempre la visita promessa... Un pellegrino si presenta all'ora del culto della sera: «Permettimi di riposarmi sul banco e di dormirvi sopra per questa notte».

«Mai al mondo! È il sedile riservato a Dio».

La notte è calata... «Dio non ha mantenutto la sua promessa!», pensa Latchou con delusione.

Il giorno dopo, ritornato al tempio per la preghiera del mattino, il devoto rinnova la sua offerta e scoppia in lacrime: «Signore, non sei venuto da me come avevi promesso. Perche?».

Una voce gli dice allora: «Sono venuto tre volte, ed ogni volta  tu mi hai cacciato» (da Quando è giorno?, pagg. 132-133).

 

Franco Barbero, 1990

Comunità Cristiane di Base di Pinerolo-Via Città di Gap e Piossasco

Celebrazione Eucaristica del 17.05.2026


Dedichiamo questa Eucarestia a Fiorentina Charrier che ci ha lasciati due anni fa. 

Il ricordo che portiamo con noi è quello di di una sorella che ha capito e ha testimoniato lo spirito dell’ Evangelo, con semplicità determinazione e coerenza.


PREGHIAMO INSIEME

O Dio, in Gesù ci indichi le direzioni dell’amore.

Rendici capaci di ascoltare più che di parlare;

di imparare più che di insegnare.

Aiutaci a seminare l’Evangelo senza mai metterci un palmo sopra nessuno.

Aiutaci ad ascoltarTi nel dolore delle persone sole e abbandonate, nella volontà di riscatto degli emarginati, nelle lotte degli esclusi e delle escluse, nelle preghiere dei cuori semplici, nelle lacrime delle persone sconfitte e nei sogni di pace e di giustizia


CANTO


PREGHIAMO INSIEME


Quando senti la tua piccolezza come un ostacolo e ti rendi conto dopo tutto che la vita ti sta lasciando le mani sempre più vuote, 

ricorda che il Signore ha detto: beati i poveri, perché a coloro che non hanno nulla appartiene il regno dei cieli. 

Quando il peso delle tue lacrime ti fa male come una domanda senza risposta o non credi che dopo la notte il nuovo giorno sorgerà anche per te, 

ricorda che il Signore ha detto: beati coloro che piangono, perché saranno consolati.

Quando ripagare il male con il male ti appare come una via possibile o sei più incline all’intransigenza e alla severità che al dialogo, 

ricorda che il Signore ha detto: beati i miti, perché erediteranno la terra. 

Quando sei chiamato a dare (sia i tuoi beni che il tuo perdono) e cadi nell’errore di chiudere il tuo cuore invece di aprirlo, 

ricorda che il Signore ha detto: beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia.

Quando, per non apparire ingenuo, ti lasci contaminare dal calcolo, dal controllo o dal cinismo, ricorda che il Signore ha detto: beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. 

Quando ti sentirai soddisfatto di appartenere a quel numero privilegiato che possiede l’essenziale e ne ha ancora abbastanza, 

ricorda che il Signore ha detto: beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

Quando ti lasci dominare dalla logica del conflitto e per tutto e per niente armi il tuo cuore in fretta, ricorda che il Signore ha detto: beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Quando il prezzo da pagare per la verità dell’amore ti sembra duro e alto, 

ricorda che il Signore ha detto: beati quelli che soffrono persecuzione per amore della giustizia, perché di essi è il Regno dei cieli.

(José Tolentino)


Facciamo un momento di SILENZIO per prepararci all’ascolto della Parola di Dio


LETTURA BIBLICA 

1Re 19,4-14

Egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». Si coricò e si addormentò sotto il ginepro. Allora, ecco un angelo lo toccò e gli disse: «Alzati e mangia!». Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d'acqua. Mangiò e bevve, quindi tornò a coricarsi. 

Venne di nuovo l'angelo del Signore, lo toccò e gli disse: «Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». Si alzò, mangiò e bevve. 

Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb. Ivi entrò in una caverna per passarvi la notte, quand'ecco il Signore gli disse: «Che fai qui, Elia?». Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita». Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all'ingresso della caverna. 


Luca 5,12-16

Un giorno Gesù si trovava in una città e un uomo coperto di lebbra lo vide e gli si gettò ai piedi pregandolo: «Signore, se vuoi, puoi sanarmi». Gesù stese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio, sii risanato!». E subito la lebbra scomparve da lui. Gli ingiunse di non dirlo a nessuno: «Va', mostrati al sacerdote e fa' l'offerta per la tua purificazione, come ha ordinato Mosè, perché serva di testimonianza per essi». La sua fama si diffondeva ancor più; folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro infermità. Ma Gesù si ritirava in luoghi solitari a pregare.


Riflessioni comunitarie


CANTO


MEMORIA DELLA CENA 


1. Eccoci o Dio di Gesù a compiere il gesto di spezzare il pane. 

   Quante volte lo spezziamo in famiglia, con gli amici e le amiche 

2. Oggi lo facciamo in modo particolare per ricordare Gesù,

    spezzando il pane noi rinnoviamo la fiducia in Te, o Dio

    sapendo che  se ci affidiamo a Te, la nostra vita può cambiare.

1. Vogliamo essere nutriti/e dal Tuo amore  per imparare a condividere.

2. Dio di bontà, Tu che ci sorridi sempre, 

   accompagnaci lungo i sentieri della ricerca della libertà.


T. Gesù prese il pane e dopo aver pronunciato la preghiera di benedizione, lo divise tra le persone presenti e disse: “Prendete e mangiatene, questo pane condiviso, sia per voi il segno della mia vita, Dio mi ha aiutato a condividerla con le sorelle e i fratelli che ho incontrato, fate questo in memoria di me”. Poi prese una coppa di vino, lo fece passare tra loro dicendo: “Bevetene, questo calice sia per voi il segno di un’amicizia che Dio continuamente rinnova con tutta l’umanità e con tutto il creato”.


COMUNIONE


PADRE NOSTRO


PREGHIERA COMUNITARIA


PREGHIERA FINALE


Mi sta a cuore – Luigi Verdi


Mi sta a cuore
chi riconsacra la vita
per cancellare la nostra viltà,
chi fa un piccolo passo per volta
senza sapere la distanza,
chi mantiene gli occhi aperti
nella lunga attesa.


Mi sta a cuore
il tuo soffrire per poter cambiare,
il tuo sforzo per riuscirci e guarire,
il tuo smarrirti per arrivare a capire.


Mi sta a cuore
chi rimane mite oltre le lingue maligne,
lo scherno degli egoisti
e le consuetudini di ogni giorno.


Mi sta a cuore
chi è fedele al poco e al mistero,
a qualunque trama di vita
pazientemente tessuta.


CANTO

da Il Manifesto del 10/04/2026

<<Ricordate Avignone>>, il Pentagono preme sul papa

di Luca Kocci


L’appuntamento per la veglia di preghiera per la pace presieduta da papa Leone XIV è domani alle 18 a San Pietro. È stato lo stesso pontefice a convocarla a Pasqua, quando la tensione fra Usa e Iran era già altissima. E a rilanciarla mercoledì, durante l’udienza generale, quando ha comunque accolto «come segno di viva speranza» l’annuncio di una tregua di due settimane fatto nella notte da Trump. Poche ore prima infatti, con toni da Armageddon, il presidente Usa aveva dichiarato che «un’intera civiltà» – quella iraniana – sarebbe stata distrutta, se Teheran non avesse riaperto lo Stretto di Hormuz. Una minaccia subito bollata come «inaccettabile» dal papa, che ha anche invitato i cittadini a fare pressioni sui politici a «lavorare per la pace e rifiutare la guerra».

In questi mesi la dialettica fra i due americani, Trump e Prevost, è stata costante, con il primo (insieme all’israeliano Netanyahu) ad alimentare la retorica bellica – non solo a parole ma con missili e bombe – e il secondo a rintuzzare in modo sempre più esplicito, sebbene senza mai nominare il presidente Usa.

Dai media di Oltreoceano filtra ora un’indiscrezione che conferma la forte tensione fra Città del Vaticano e Washington. Lo scorso 9 gennaio, durante l’udienza agli ambasciatori accreditati presso la Santa sede, Leone afferma che «a una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati», che «la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando». Pochi giorni dopo il sottosegretario Usa alla difesa Elbridge Colby convoca al Pentagono il cardinal Christoper Pierre, allora nunzio apostolico negli Stati Uniti, per far sapere al papa che gli Usa hanno la forza militare per fare «quello che vogliono e che la Chiesa farebbe bene a schierarsi dalla loro parte». E un altro funzionario trumpiano evoca la «cattività avignonese», cioè il trasferimento del papato in Francia dopo il conflitto fra il re Filippo il Bello e Bonifacio VIII all’inizio del 1300. Il Pentagono conferma l’incontro, ridimensionandone la portata, la Santa sede non smentisce: quindi il colloquio c’è stato.

La risposta indiretta della Santa sede arriva il mese dopo: viene rifiutato l’invito rivolto al pontefice a visitare gli Usa in occasione del 250mo anniversario della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti, il 4 luglio 2026. Ma non solo: il 19 febbraio la sala stampa vaticana annuncia che il 4 luglio Prevost sarà a Lampedusa, anche per ricordare il primo viaggio di Bergoglio (8 luglio 2013), che dall’isola siciliana denunciò la «globalizzazione dell’indifferenza». In un luogo, quindi, molto lontano da Washington, non solo geograficamente.

Nelle settimane successive e fino a questi giorni Leone non ha alzato i toni – com’è nel suo stile – ma non ha indietreggiato. Alla Domenica delle Palme ha detto che nessuno può usare il nome di Dio «per giustificare la guerra». Giovedì santo ha parlato di «occupazione imperialistica del mondo» e di «violenza che si fa legge». A Pasqua ha invitato «chi ha il potere di scatenare guerre» a «deporre le armi» e «scegliere il dialogo e la pace». Ieri, poi, ha ricevuto in Vaticano il nuovo nunzio negli Usa, monsignor Caccia, e David Axelrod, stratega delle campagne elettorali di Obama. Chissà se è stato un caso.

da Il Manifesto del 08/04/2026

Quel sogno di un ordine naturale gerarchizzato che nega l’uguaglianza

di Francesco Pallante


La destra italiana – Fratelli d’Italia, in primis: ma anche Lega e, per certi profili, Forza Italia – è una destra di stampo fascista? Che si tratti di una destra animata da smaccate pulsioni autoritarie è difficile negarlo. Specie dopo la brutale – e, per questo, definitivamente rilevatrice – campagna referendaria contro l’indipendenza della magistratura. Ma, sebbene il fascismo sia una forma di autoritarismo, non tutti gli autoritarismi sono di per sé fascisti. Di qui, la domanda: la destra italiana odierna è una destra fascista?

CERTAMENTE, è impossibile che un fenomeno storico si ripeta esattamente uguale a se stesso. Quello che però, altrettanto certamente, può accadere è che idee vecchie si ripresentino in forme nuove: esattamente il fenomeno che meglio coglie l’essenza dell’odierna destra italiana, secondo la tesi argomentata da Tomaso Montanari nel suo ultimo libro, La continuità del male. Perché la destra italiana è ancora fascista (Feltrinelli, pp. 192, euro 18).

Il libro è un attento lavoro di scomposizione e analisi degli elementi che formano l’ideologia della destra odierna: una calata nella mentalità dei suoi attuali dirigenti e militanti, alla ricerca delle idee-guida, dei riferimenti culturali, del significato attribuibile ai concetti maggiormente utilizzati. Ne emerge una visione ossessionata dalla sconfitta del fascismo, che non rimpiange né rinnega il passato, nel tentativo di trarre dall’esperienza storica mussoliniana gli elementi attraverso cui costruire una nuova realtà. Un lavoro sottile, di rivelazione e, nello stesso tempo, di negazione delle proprie intenzioni: «una tecnica allusiva che sorregge l’intera retorica meloniana, e che è perfettamente trasparente per la sua comunità politica ma abbastanza opaca per eludere lo sguardo di chi non sa o non vuole vedere».

LEGGERE IL LAVORO di Montanari significa addentrarsi nell’abisso di quel che, con la Costituzione antifascista, si voleva cancellare: la razza, il nazionalismo, l’identità, l’antisemitismo, il patriarcato, l’autoritarismo, le diseguaglianze, l’indottrinamento. A ciascun tema è dedicato un capitolo, in cui il metodo dell’analisi dei testi di ieri, posti a confronto con quelli di oggi, evidenzia ispirazioni, richiami, rielaborazioni. In ciò, le Tesi di Trieste – il manifesto ideologico di Fratelli d’Italia, risalente al 2017 – sono esplicite, a dispetto dei tanti che, forse, iniziano ad aprire gli occhi solo oggi. Una scriteriata sottovalutazione, in cui è enorme la responsabilità del sistema mediatico mainstream.

MERITO di Montanari è legare in un ragionamento unitario, capace di chiarire ciò che è oggi la destra italiana, i tanti temi che ricorrono nel suo lessico politico. È una concatenazione vertiginosa, che parte dalla denuncia dell’immigrazione come minaccia alla purezza dell’identità italiana ed europea: identità da intendersi in termini etnici (la razza d’un tempo) e cultural-religiosi, sulla scorta di una storia ridotta a epica grottesca e di una religione vissuta in termini conflittuali contro il resto del mondo.

La «sostituzione etnica» è lo spauracchio continuamente agitato, al quale occorre opporsi riaffermando la concezione della famiglia patriarcale, con la donna generatrice di figli al servizio della patria e ogni deviazione dal modello tradizionale (femminismo e omosessualità) severamente contrastata. L’obiettivo è una società coesa, in cui l’interesse nazionale – affermato dal capo scelto direttamente dal popolo, capace di silenziare il frazionismo parlamentare e il dissenso politico anche grazie a una magistratura addomesticata – nega ogni spazio al conflitto tra i contrapposti interessi di cui sono portatrici le diverse classi sociali, oltre che al pensiero critico, grazie al disciplinamento dell’istruzione e della cultura. A chiudere il cerchio è la negazione dell’uguaglianza – che pure sarebbe il cardine della Costituzione -, in nome di una visione dell’umanità che rimanda a un ordine naturale gerarchizzato, in cui i più dotati sono destinati a dominare sugli altri.

IL TUTTO, CON DUE MODELLI di riferimento: Sparta, sul piano storico, e Israele – l’Israele del genocidio, intriso di nazionalismo, razzismo, autoritarismo, confessionalismo, militarismo – su quello politico.

Diceva George Orwell che «per vedere quello che abbiamo sotto il naso, occorre un grande sforzo». Tomaso Montanari ci mostra che quello che abbiamo sotto il naso è una destra intrisa di fascismo.


da Il Fatto Quotidiano del 09/03/2026

Msf: “Libano come Gaza. 500 mila sfollati, senza cibo, acqua e medicine”

di Roberta Zunini


L’equazione proposta da Israele al Libano è questa: disarmate Hezbollah voi stessi o affronterete “misure più severe”. A una settimana dalla ripresa del conflitto in seguito ai missili di Hezbollah su Israele e la contro offensiva israeliana - invasione di terra del sud del Libano e martellanti bombardamenti aerei anche su Beirut e la valle della Bekaa -, la guerra tra lo Stato ebraico e il partito armato sciita libanese continua a intensificarsi. Finora le vittime sono 394, tra le quali 83 bambini, e 1.300 feriti.

Hezbollah, creatura dell’Iran, otto giorni fa si era unito al conflitto regionale al fianco del suo protettore bersagliando di missili e droni il nord di Israele. Consapevole della realtà sul campo, il governo libanese aveva dichiarato “illegali” le attività militari di Hezbollah fin dal primo giorno di guerra, invitando l'esercito ad attuare il piano di monopolio delle armi il più rapidamente possibile e con tutti i mezzi possibili. Il comandante in capo dell’esercito libanese, Rodolphe Haykal, tuttavia sembra bloccare qualsiasi uso della forza. Chi rimane schiacciata in mezzo a questa triade è la popolazione. Due giorni fa un’operazione israeliana nella valle della Bekaa, per cercare i resti di un pilota abbattuto 40 anni fa (ma nella tomba c’era un altro) ha generato scontri pesanti con i miliziani di Hezbollah: 41 vittime tra le quali alcuni civili. Gli abitanti della regione sono in fuga, aggiungendosi a coloro che sono già fuggiti dal sud del paese e dal sud di Beirut, roccaforte di Hezbollah.

La capitale e il resto del paese dei cedri sono nel caos: i posti a disposizione nei rifugi stanno finendo. “Anche le strade sono intasate dalle macchine degli sfollati che non trovano riparo”, sottolinea Maryam Srour, responsabile della comunicazione di Medecin Sans Frontieres in Libano. “I rifugi se non sono ancora esauriti è perché molte persone hanno trovato ospitalità da parenti o affittato case, ma si stanno riempiendo. Finora sono almeno 517.000 gli sfollati tra i quali 112.525 si trovano nei 514 rifugi collettivi”, sottolinea. Msf ha una clinica e presidi mobili in vari punti della capitale e del Libano. “Inoltre distribuiamo kit medici e coperte. Abbiamo distribuito oltre 350.000 litri d'acqua e 7 tonnellate di beni di prima necessità alla popolazione sfollata” spiega Srour.

IL PROBLEMA è che ci sono oltre un milione di libanesi sotto ordine di evacuazione da parte di Israele. Questo rende la situazione catastrofica. “Gli spostamenti continui che si stanno generando creeranno ancora più disorientamento e difficoltà organizzative”, puntualizza la portavoce dell’ong umanitaria.

“Gli ordini di evacuazione – che coinvolgono circa il 25% della popolazione - costringono le persone ad avere bisogno di protezione, acqua, beni di prima necessità e accesso all'assistenza sanitaria”, ha ribadito Jeremy Ristord, capomissione di MSF . Il ritorno degli ordini di evacuazione continui delle Forze di Difesa Israeliane, che gettavano la popolazione di Gaza nel panico sembrano ripetersi di nuovo qui. Del resto il ministro delle Finanze israeliano, l’oltranzista messianico di estrema destra Bezalel Smotrich, ha tuonato: “Volevate scatenare l'inferno su di noi, vi stiamo scatenando l'inferno. Dahiyeh assomiglierà a Khan Younis”. Che è la città della Striscia di Gaza rasa completamente al suolo. Mentre Israele fa sapere che non c’è una data di scadenza della guerra, il Presidente libanese Joseph Aoun ha ribadito la propria condanna a questi attacchi invitando tutti i Paesi e l’onu a intervenire.


da Il Fatto Quotidiano del 09/03/2026

Gli ayatollah sfidano Usa e Bibi: “La Guida suprema è stata scelta”

di Farian Sabahi


Fumata bianca: il conclave degli ayatollah ha portato alla selezione del prossimo leader supremo, colui che succederà ad Ali Khamenei, ucciso nel bombardamento statunitense e israeliano di sabato 28 febbraio. L’obiettivo non è stato scegliere il migliore degli uomini possibili, il più pio oppure il più dotto. Dopotutto, un vecchio adagio sulle elezioni monastiche della Chiesa cattolica recita: si doctus doceat (se dotto che insegni), si pius oret (se è pio che preghi), si prudens regat (se è accorto che governi). Questo proverbio vale anche per gli sciiti: il prossimo leader supremo deve garantire la continuità della Repubblica islamica e traghettare l’Iran fuori dalla guerra.

Il parallelo con la Chiesa di Roma non è del tutto fuori luogo. Il Papa è il successore di San Pietro, e San Pietro era il rappresentante di Cristo in terra. In Iran, il vali-e faqih (giureconsulto) esercita le funzioni del dodicesimo Imam, ovvero del discendente diretto del profeta Maometto andato in occultamento, ed è quindi la guida suprema dell’islam sciita in terra. Se il pontefice è un capo spirituale, il vali-e faqih è un sovrano teocratico, rappresenta la massima autorità politica e religiosa in Iran e ha l'ultima parola su tutte le questioni di Stato, dalla politica estera alla sovranità nucleare. Ieri l’assemblea degli Esperti, ovvero l’organismo religioso incaricato di eleggere il nuovo leader, ha raggiunto una decisione.

Il nome non è stato reso noto, ma uno dei membri dell’Assemblea degli Esperti ha comunicato che il nome di Khamenei “continuerà”. Questo lascia pensare che ad assumere l’incarico potrebbe essere Mojtaba, il secondogenito del defunto Khamenei. Classe 1969, è una delle figure più influenti dietro le quinte. Suo padre era un attivista religioso che partecipò alla rivoluzione contro lo shah Mohammad Reza Pahlavi e diventò poi uno dei principali dirigenti della nuova Repubblica islamica dopo la rivoluzione del 1979 per succedere all’ayatollah Khomeini nel 1989. Dopo la scuola secondaria, Mojtaba entra nei pasdaran, partecipa negli ultimi anni alla guerra contro l'Iraq (1980-1988), per poi intraprendere studi religiosi in un seminario sciita nella città santa di Qom.

Dal 1997 Mojtaba è operativo nell’ufficio del padre con funzioni politiche e di sicurezza. A differenza di molti politici, ha sempre mantenuto un profilo pubblico basso, ma ha avuto un peso rilevante. Ha costruito una rete di relazioni tra i vertici religiosi e i servizi di sicurezza, è ritenuto molto vicino ai pasdaran e ai miliziani basij. Di fatto, ha sempre esercitato il potere senza avere incarichi pubblici. La sua figura è controversa, tant'è che è stato accusato da esponenti dell'opposizione di aver influenzato le elezioni presidenziali del 2009 a favore di Mahmoud Ahmadinejad. Le proteste che seguirono, note come Onda verde, furono represse con durezza e Mojataba è stato indicato come uno dei coordinatori della repressione di regime. Se a diventare leader supremo fosse Mojataba gli iraniani rischierebbero di passare dalla padella alla brace. Il secondogenito di Khamenei è infatti ritenuto ancora più radicale del padre, più militare che militante religioso. Se in una fatwa (editto religioso) il padre aveva dichiarato haram (illecito) il possesso e l’uso dell’atomica dal punto di vista religioso, il figlio non esiterebbe a reinterpretare le scritture: quando la fede e la vita dei credenti sono in grave pericolo, mentire diventa verità.