venerdì 10 luglio 2026

da ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale del 09/07/2026

ONU: in Sudan è genocidio

di ISPI Daily Focus


La Corte Penale Internazionale e le Nazioni Unite dicono di essere in possesso di prove che collegano i capi di una delle fazioni in guerra a crimini contro l’umanità e genocidio.

Le Nazioni unite e la Corte Penale Internazionale (ICC) nello stesso giorno hanno fatto sapere di aver raccolto informazioni in grado di provare che i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF) si sono macchiati di crimini contro l’umanità e di genocidio nel conflitto civile che sta insanguinando il paese da più di tre anni. Il 15 aprile 2023 il Sudan è stato infatti sconvolto da una lotta di potere tra il generale Abdel-Fattah al-Burhan, capo delle Forze Armate Sudanesi (SAF) e il potente capo del gruppo paramilitare delle RSF – nonché suo vice nel consiglio di transizione che guidava al tempo il paese – il generale Mohamed Hamdam Dagalo, detto Hemedti. L’ICC sta ora investigando gli attacchi avvenuti nella regione del Darfur contro le città di al-Genina nel 2023 e di el-Fasher nel 2025. In un’intervista all’emittente britannica BBC, la viceprocuratrice capo dell’CC Nazhat Shameem Khan ha dichiarato di essere in possesso di “prove evidenti” di crimini di guerra perpetrati dalle RSF. Ma non solo: nelle sue mani avrebbe la certezza che “collega quello che è accaduto sul campo a specifiche persone nella loro leadership.” Lo stesso giorno, la Missione investigativa dell’ONU sull’assedio di el-Fasher ha ribadito che le RSF hanno portato avanti uccisioni e stupri di massa, rapimenti di donne e bambine, e abbiano usato la fame come strumento di guerra. Tutti azioni che rientrano in un piano generale che può essere considerato genocidio.

Darfur: un nuovo genocidio?

La conquista di el-Fasher ha segnato uno degli episodi più drammatici della guerra, con oltre 6.000 persone uccise secondo l’ONU. Dopo avere perso il controllo della capitale Khartoum a marzo del 2025, le RSF avevano infatti scelto di consolidare il loro controllo nella regione del Darfur, intensificando gli sforzi per conquistare la città, ultimo significativo avamposto delle SAF nell’area. El-Fasher è caduta a ottobre 2025. Nei mesi successivi, la missione delle Nazioni Unite ha raccolto le testimonianze dei civili sopravvissuti, scoprendo che le RSF e i loro alleati hanno impedito l’arrivo dei rifornimenti e bombardato qualsiasi sistema di produzione alimentare. I sopravvissuti hanno poi raccontato di aver subito violenze sessuali in stanze dove ancora giacevano i cadaveri di altri civili, inclusi i membri della loro stessa famiglia. Le prove raccolte, e in generale una serie di testimonianze di attacchi sistematici avvicendatasi nei mesi di guerra, indicano dunque che i timori di un nuovo genocidio nella regione sono fondati. Nel 2008, la Corte Penale internazionale aveva infatti già accusato l’allora presidente Bashir di essere il responsabile di orchestrare una campagna contro le popolazioni africane non arabe dal 2003 al 2006. Braccio armato di Bashir fu la formazione dei Janjaweed. Hemedti e molti dei suoi uomini provengono proprio dalle fila di quelle milizie, composte perlopiù da esponenti delle tribù arabe beduine.

Una svolta nella giustizia internazionale?

Fino a oggi, il gruppo ha ripetutamente negato le accuse relative all’assedio di el-Fasher, dicendo che sono il prodotto di una campagna elaborata dai propri nemici. Ma, secondo Khan, la Corte penale internazionale è vicina a una svolta nell’inchiesta. Dopo aver visitato un campo di rifugiati nel Chad occidentale, la viceprocuratrice ha parlato con i giornalisti internazionali, sottolineando che “quello che hanno visto è uno schema di offese che in effetti è lo stesso di 20 anni fa”. In quanto tribunale penale internazionale, l’ICC era infatti già stata incaricata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU di investigare quanto accaduto nella regione all’inizio degli anni 2000. Alla fine dell’inchiesta, imputò l’allora presidente Omar al Bashir del crimine di genocidio e arrestò altre sette persone. Dopo essere stato estromesso dal potere da un colpo di stato dell’esercito nel 2019, Bashir risulta latitante. Secondo la BBC, potrebbe trovarsi in una struttura medica segreta nel paese. In un’udienza con il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Khan aveva anche evidenziato come le RSF non stessero collaborando con gli investigatori. Il governo militare si è invece dimostrato più dialogante sugli attacchi recenti, ma – secondo ReutersReuters –  ha fino ad ora rifiutato di consegnare diversi dei dirigenti accusati di crimini del conflitto precedente. La notizia delle nuove prove a carico delle RSF arriva poi in un momento in cui la legittimità della corte da venendo fortemente messa in discussione: Khan e il suo staff sono infatti soggette alle sanzioni degli Stati Uniti per aver emesso un mandato di arresto contro il primo ministro Benjamin Netanyahu e altre autorità israeliane per sospetti crimini di guerra a Gaza.

Comunità internazionale impotente?

Al momento, il Sudan risulta diviso sostanzialmente a metà, con l’esercito regolare (SAF) in controllo dell’est del paese e della capitale Khartoum e le RSF della parte occidentale, mentre alcune aree rimangono aspramente contese. Secondo un’analisi dell’International Crisis Group, nessuna delle due fazioni è sul punto di prevalere. Ora il conflitto si è spostato nella regione meridionale del Kordofan, che è diventato l’epicentro della guerra. Solo pochi giorni fa, il Commissionario per i diritti umani dell’ONU Volker Turk ha avvertito che una “catastrofe” simile a quella di al-Fasher si sta ripetendo ad al-Obeid, il capoluogo del Kordofan settentrionale, circondata dalle RSF. Secondo Turk, i civili nella città sono sotto assedio da 18 mesi, con mancanza di acqua pulita e attacchi continui da parte dei droni. Mezzo milione di persone vive nel centro urbano, e più di 83.000 sfollati vi hanno trovato rifugio. Il Commissario ha poi documentato esecuzioni sommarie, rapimenti, torture e violenza sessuale lungo le strade della regione percorse dagli sfollati, secondo riporta l’agenzia stampa Reuters. Il ministro degli esteri del governo guidato dalle SAF ha più volte denunciato poi il sostegno ricevuto dagli avversari dall’estero. Esperti dell’ONU sostengono infatti da tempo che siano in particolare gli Emirati Arabi Uniti a rifornire il gruppo di armi e droni. Fino a oggi, però, gli Emirati hanno negato ogni collegamento con la guerra in corso. D’altro canto, le stesse SAF stanno ricevendo il sostegno politico e militare di vari attori, tra cui Egitto e l’Arabia Saudita. Quella che era cominciata come una lotta di potere interna ha acquisito insomma anche le caratteristiche di una guerra per procura. E, mentre si delineano le circostanze che fanno temere un nuovo massacro, i drammatici numeri del conflitto continuano a salire: nel suo ultimo aggiornamento, il Programma Alimentare Mondiale stimava che ci sono 8,8 milioni di sfollati nel paese, mentre 4,6 milioni hanno cercato rifugio all’estero. 19,5 milioni (più di un terzo della popolazione) sono invece le persone che soffrono di insicurezza alimentare acuta. Solo pochi giorni fa, l’organizzazione non governativa Emergency raccontava che a Nyala, in Darfur, dove gestisce un centro pediatrico, circa il 60 per cento dei suoi pazienti soffriva di malnutrizione. In pratica, oltre 1 bambino ricoverato su 2. È impossibile dire quante siano le vittime. Ad aprile, il Progetto per la Localizzazione e i dati dei conflitti armati (ACLED) aveva tracciato più di 58.000 morti, ma il numero è certamente più alto. Secondo lo statunitense Centro per gli studi strategici e internazionali (CSIS), le stime si aggirano fra 150.000 e 400.000.

da Il Fatto Quotidiano dell’08/07/2026

“Dietro c’è chi vuole affossare Report e la mia reputazione”

di Thomas Mackinson

 

“Non so più cosa pensare. Sto di merda, non dormo”. Sigfrido Ranucci non usa perifrasi per raccontare lo stato in cui l’ha lasciato la notizia che il mandante dell’attentato dinamitardo sotto casa sua, il 16 ottobre scorso, avrebbe un nome: Valter Lavitola. Non un nemico, ma un amico vero, dice lui. Uno con cui ha mangiato coi figli, che è stato ospite a casa sua. “Mi sento anche tradito”, aggiunge parlando al Fatto, “al di là di tutto”. Fa uno strano effetto rileggere gli scambi fra i due. Il 30 giugno, quando arriva la notizia dell’arresto dei quattro esecutori materiali, è Ranucci stesso a girare il lancio d'agenzia a Lavitola, quasi esultante – “li hanno beccati”, con tanto di emoji. Lavitola risponde con una sola parola: “Chi”. Nessun sospetto, in quel momento, che l’inchiesta potesse risalire fino a lui.

Una settimana dopo lo scenario cambia. Perquisito, Lavitola scrive a Ranucci che gli investigatori lo indicano come mandante, ma che l’obiettivo non era fargli del male, casomai aiutarlo, ma senza chiarire in cosa. Aggiunge che se Ranucci fosse stato consapevole verrebbe indagato pure lui – ipotesi che liquida come assurda – e chiude con parole d’affetto quasi da addio.

Ranucci si pone da ore la stessa domanda con malcelato fastidio: quale vantaggio avrebbe ottenuto dalla bomba? “Io avrei bisogno di visibilità? Ho fatto 500 eventi, basta andare sui social”, dice ricordando che dieci giorni prima aveva invitato lo stesso Lavitola a un evento pubblico con 1300 persone. I contratti editoriali erano già firmati, le puntate di Report già tagliate. L’amicizia, quella vera, Ranucci non la mette in discussione. Racconta che il rapporto nasce professionale – “sui Canadair, sulla famiglia Berlusconi” – poi diventa personale nel 2019, quando Lavitola riceve consigli anche dalla figlia di Ranucci, che segue casi di persone fragili. Da lì un rapporto “quotidiano, settimanale”: “È venuto a casa mia, ha mangiato coi miei figli due volte”. Per questo è convinto che Lavitola non avrebbe mai voluto fargli male.

LA SUA IPOTESI è che Lavitola sia stato lo strumento, non la testa: un’operazione per “far detonare la reputazione” di un nemico, trovando in un personaggio malleabile – amico vero, ma da sempre disposto a imprese corsare – l’esecutore ideale. Ma per conto di chi? La Procura ha ricostruito una filiera precisa: Lavitola avrebbe incaricato Gomes Celesio Tavares, dipendente del suo ristorante Cefalù di Monteverde, di reperire esplosivo ed esecutori, i quattro già arrestati per strage aggravata dal metodo mafioso.

Ma Ranucci, al telefono, passa e ripassa collegamenti, ipotesi, indizi come le pieghe di un ventaglio, senza scartarne nessuno. Se tre anni fa, quando il Riformista aveva pubblicato una sua foto a cena con Lavitola e un monsignore se l’era presa con l’ex premier Matteo Renzi inviandogli un sms di fuoco, oggi si fa domande su Marco Mancini ex numero 2 del Sismi, che con Renzi si incontrava all’autogrill e con il quale i rapporti sono ai minimi storici dopo la puntata di Report col famoso video che ha costretto Mancini al pensionamento. Una soffiata sull’ira di Mancini nei suoi confronti, sostiene Ranucci, se l’era annotata pure il suo capo scorta. I dettagli temporali alimentano suggestioni senza prove: la bomba è del 16 ottobre 2025, sei giorni dopo si ‘‘ Quale vantaggio avrei ottenuto dalla bomba? Visibilità? Ma se ho fatto più di 500 eventi

tiene l’udienza che chiuderà con l’archiviazione l’indagine nata dall’esposto di Mancini contro Report per rivelazione di segreto di Stato sull’incontro con Renzi.

Il giallo torna in un nome forse in codice. Nell’ordinanza contro i quattro esecutori compare una frase dell’intermediario di Lavitola: “Non bisogna far arrivare a Corrado”. Corrado, sostiene Ranucci, era uno dei nomi con cui il Sismi identificava Mancini. Ranucci non punta il dito, ma rimarca la pista del traffico d’armi verso la Libia e di un cantiere navale legato ai clan Moccia e Contini, quella che a Report interessa da tempo.

Il ventaglio è così largo che un minuto dopo Ranucci cerca risposta a un’altra domanda: come faceva chi ha organizzato l’attentato a sapere che proprio quella sera sarebbe rientrato a casa? O lo pedinavano da giorni, o qualcuno gliel'ha “soffiato”. La sensazione, più che la prova, è quella di un pozzo avvelenato apposta. Le carte non dicono ancora nulla. Oggi Lavitola, accusato di concorso in strage aggravata dal metodo mafioso, potrebbe dire di più.

giovedì 9 luglio 2026

da Il Manifesto del 01/07/2026

Lefebvriani, appello del papa per evitare l’onta dello scisma

di Paolo Rodari


«Lacerare la tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità». Rivelano la drammaticità del momento, le parole che Leone ha inviato a don Davide Pagliarani, superiore dei lefebvriani, affinché rinunci alle ordinazioni episcopali illecite che quest’oggi avranno come immediata conseguenza la scomunica dell’intera comunità residente ad Écône, nel Canton Vallese. Nemmeno i soldati romani, è il sottinteso di Leone, osarono dividere la tunica di Gesù dopo la sua morte, non fatelo voi: «Vi prego con il cuore – scrive Prevost – tornate indietro». «Prenda tempo per riflettere», è la lapidaria risposta di Pagliarani che non cambia lo status quo.

NESSUN VESCOVO di Roma può accettare che uno scisma si consumi in seno al proprio pontificato. Così Leone, che vede nell’ostinazione degli ultratradizionalisti che già nel 1988 Marcel Lefebvre portò fuori dalla comunione, una macchia indelebile. Ratzinger provò a ricucire, nel 2009, revocando le scomuniche di Wojtyla, a dimostrazione di quanto la fuoriuscita pesi. Tuttavia, oggi ogni cosa ritorna al punto di partenza, dopo che per un intero pontificato anche Francesco aveva rinunciato a spingere sulle riforme e sulle aperture dottrinali per evitare la possibilità, che sentiva incombente, di uno scisma “da destra”.

Écône è una fortezza di pietra e severità, una piccola città autosufficiente dove circa un centinaio di seminaristi vive in isolamento dal rumore della modernità. La quotidianità dentro il seminario – in tutto i membri sono più di mille fra religiosi e laici, con un seguito di fedeli stimato in mezzo milione di persone – segue ritmi ferrei, scanditi dal suono delle campane e da una disciplina di stampo monastico. I candidati al sacerdozio si svegliano all’alba e indossano la veste talare nera, che non abbandonano mai. Quattro volte al giorno si riuniscono nella Chiesa dell’Immacolato Cuore di Maria, consacrata per ospitare le grandi liturgie. Lì, tra fumi di incenso e canti gregoriani, si celebra esclusivamente il rito latino antico, baricentro identitario di tutto il movimento.

ROMA OSSERVA questa vita da lontano, consapevole tuttavia di correre un duplice pericolo. Se resta non digeribile che una comunità cristiana che segue la dottrina della Chiesa così come si è sviluppata fino all’assise di metà Novecento, il Concilio Vaticano II, esca dalla comunione, la seconda e forse più grave minaccia risiede nel rischio di una implosione interna. E cioè che quei settori conservatori del cattolicesimo e del cristianesimo, più attigui a Lefebvre che al Papa, seguano l’onda cavalcando il dissenso e allontanandosi anch’essi dall’obbedienza. Se per anni, nei pontificati di Wojtyla e Ratzinger, la dissidenza era “da sinistra”, e cioè in teologi aperti alle novità che Roma non si sentiva pronta ad abbracciare, oggi la situazione è ribaltata. Chi si distanzia lo fa sul terreno opposto, contestando la Santa Sede perché troppo lasciva sulla dottrina. E nel solco di questa contestazione in diversi sembrano potenzialmente pronti ad abbandonare il carro della Chiesa ufficiale.

I lefebvriani denunciano da tempo un’«apostasia spirituale» interna alla Chiesa, provocata da riforme conciliari su cui Roma non mostra alcuna intenzione di arretrare. Nel loro mirino ci sono, anzitutto, il riconoscimento di «semi di verità» nelle altre religioni, la demitizzazione del rito attraverso la messa in lingua volgare, accusata di aver protestantizzato la liturgia, il governo assembleare che democraticizza la struttura ecclesiale e, infine, l’accettazione della libertà religiosa nello Stato laico, che espunge il cattolicesimo come unica verità e fede di Stato.

LA NOVITÀ DEL MOMENTO risiede anche nel modo in cui questa galassia strizza l’occhio alla società e alla politica più conservatrici. Il sostegno palese a figure come Donald Trump e JD Vance apre una faglia inedita, capace di trasmutare la disputa teologica in uno scontro di civiltà. Non è un caso che il portale ufficiale dei lefebvriani abbia tradotto e rilanciato l’intervista sulla conversione al cattolicesimo di Vance, né che in un editoriale dello scorso febbraio lo abbia descritto come il simbolo di una nuova classe dirigente a Washington, pronta a usare il cattolicesimo come codice identitario per rifondare la cultura americana. Mentre Trump attacca Leone per non averlo appoggiato nel conflitto in Iran, l’appoggio dei lefebvriani suona come un aperto atto contro il Papa. In sostanza Écône sembra offrire a Washington una sponda dottrinale per delegittimare il magistero romano. Ecco allora che si profila sia uno scisma teologico sia un asse politico-religioso.

Da un lato una Casa Bianca che pretende di ridefinire i confini della civiltà occidentale; dall’altro, una minoranza cattolica radicale che si propone come l’unica custode dell’anima di quell’Occidente, contro una Roma accusata di aver tradito la sua stessa missione storica.

E a dimostrazione di questa saldatura è di queste ore la notizia che oggi, alle ordinazioni di Ecône, saranno presenti esponenti del movimento neofascista italiano Forza Nuova, guidati dal segretario Roberto Fiore.


da Il Manifesto del 01/07/2026

Salvate Prosfyghika’

di Elena Kaniadakis - Atene


Nel mezzo di leofòros Alexàndras, una delle principali arterie della capitale greca, l’esploratore poco esperto di quel labirinto di palazzi dismessi che è Atene potrebbe rimanere, incuriosito, con il naso all’insù. Incastonata tra lo stadio della squadra di calcio del Panathinaikòs, pitturato di verde, la facciata austera della corte di appello di Atene, e il quartier generale della polizia ellenica, fa capolino una schiera di edifici fatiscenti color ocra, ricoperti di striscioni mossi dal vento. Sono i palazzi occupati di Prosfyghikà, in greco «le case dei profughi». In questo quadrante della capitale, dove il traffico sembra perenne, una comunità di quattrocento persone sta lottando con tutte le sue forze per impedire lo sgombero voluto dal governo e il riconoscimento di «un esperimento unico di edilizia sociale», come non si stancano di ripetere gli abitanti, in un Paese in cui, di fatto, non esiste alcun programma di aiuto per la casa.

Per opporsi allo sfratto, uno dei residenti, Aristotelis Chantzis, ha portato avanti per quasi cinque mesi uno sciopero della fame, interrotto solo lo scorso mercoledì, dopo l’intervento del sindaco socialista di Atene, Haris Doukas, che si è impegnato a mediare tra i residenti e il governo. Arrivato a pesare appena trentacinque chili, Chantzis si trova ora in terapia intensiva. Anche un’altra residente, la belga Suzon Doppagne, ha posto fine al suo sciopero della fame, intrapreso lo scorso primo maggio.

«La comunità dei Prosfyghikà difende una società alternativa al mondo dell’individualismo, dell’insicurezza, dei senzatetto, di chi non riceve un’assistenza medica adeguata, grazie ai rapporti basati sulla fiducia e solidarietà», ha rivendicato Chantzis in un messaggio.

GLI OTTO EDIFICI del complesso residenziale furono costruiti, in stile Bauhaus, nel 1933 per ospitare i profughi greci affluiti nella capitale dopo la loro cacciata dall’Asia minore, l’attuale Turchia, per mano dell’esercito guidato da Atatürk. Le loro mura, attraversate dai graffiti, sono state testimoni di alcuni degli eventi più drammatici del novecento greco. I segni ancora visibili dei proiettili e delle granate documentano i primi scontri della guerra civile, tra comunisti e monarchici, scoppiati nel dicembre del 1944. Più tardi, negli anni terribili della crisi del debito, quegli stessi palazzi di proprietà dello stato sono diventati il rifugio di anarchici, curdi in esilio, cittadini indebitati senza più una casa.

Negli ultimi sedici anni, una comunità composta da persone di 27 nazionalità diverse, tra cui molte che versavano in condizioni di vulnerabilità – migranti, anziani, malati cronici, donne con bambini, ex tossicodipendenti – ha ridato vita agli edifici, abbandonati a loro stessi. Con le sue mura scrostate e i balconi fatiscenti il complesso non si presenta come un luogo invitante in cui vivere, ma gli interni sono stati preservati dai residenti, per i quali i prosfyghikà sono diventati casa.

TRA I VIALI INTERNI che corrono da un edificio all’altro, alcuni bambini con lo zainetto trottano verso l’«asilo nido», lo spazio adibito all’assistenza delle madri lavoratrici, una delle venti strutture di servizio sociale aperte per i bisognosi all’interno della comunità, tra cui si conta un ambulatorio per chi non riesce a ottenere una visita negli ospedali pubblici, un rifugio per le donne in cerca di aiuto, una biblioteca.

I residenti, le cui decisioni vengono approvate nel corso di assemblee generali, hanno dedicato anche alcuni appartamenti ai familiari dei pazienti oncologici ricoverati in un ospedale vicino, che hanno difficoltà a sostenere le spese della trasferta.

UN LABORATORIO SOCIALE al quale la Regione dell’Attica, governata dal partito di governo Nea Dimokratia, vuole mettere la parola fine: il progetto di «riqualificazione» della struttura, approvato l’anno scorso e finanziato con fondi europei, prevede lo sgombero della comunità, senza che sia stato presentato un piano per il suo ricollocamento, così da permettere il restauro degli edifici e, secondo la versione ufficiale, una nuova destinazione d’uso dedicata proprio ai familiari dei pazienti oncologici ricoverati negli ospedali della zona.

«Pensiamo che sia solo un pretesto per avviare la speculazione edilizia alla quale il nostro paese è abituato: la destra al governo vede in noi un nemico, perché abbiamo costruito dal basso un esempio di mutua assistenza e convivenza tra culture», sostiene N. un residente affacciato al davanzale della sua finestra, su cui spicca un vaso di gerani in fiore. Nel palazzo accanto, uno striscione promette: «La nostra lingua comune è la solidarietà».

DA QUANDO IL GOVERNO Mitsotakis è salito al potere, nel 2019, ha intrapreso una lotta senza quartiere contro gli alloggi occupati durante la crisi del debito e quella migratoria: gli edifici di Prosfyghikà sono tra i pochi a non essere stati ancora svuotati a colpi di manganelli. Per il portavoce del governo, Pavlos Marinakis, quei palazzi scrostati sono «l’esempio di una delle più grandi patologie che affliggono la Grecia: lo Stato, purtroppo, ha permesso che venissero occupati da specifici gruppi politici».

Il governo, indifferente fino agli ultimi giorni allo sciopero della fame intrapreso dai cittadini, ha chiarito: «Se ci sono soggetti vulnerabili, è stato disposto un piano per non farli finire in strada, ma ogni spazio occupato va liberato immediatamente».

L’UNICA MANO TESA dall’amministrazione è arrivata dal sindaco di Atene, Doukas, che ha esortato la Regione «a evitare qualsiasi intervento violento, e a intraprendere un dialogo con la comunità per una soluzione che tenga conto sia del restauro degli edifici, che della necessità di assicurare un alloggio a chi vi risiede». Il primo cittadino, eletto con il Pasok, ha promesso di farsi carico delle richieste degli abitanti ma le sue armi sono spuntate: Nea Dimokratia, indispettita dall’aver perso il feudo di Atene, ostacola da anni la sua amministrazione. In attesa di nuovi sviluppi, la comunità autogestita rimane in allerta.

Anche Amnesty International in Grecia ha espresso, in un comunicato, la propria preoccupazione, ribadendo che «ai sensi del diritto internazionale, gli sfratti possono essere effettuati solo come ultima risorsa», e che tra «le persone che verrebbero colpite, molte sono rischio di discriminazione ed emarginazione».

«La Regione insiste nel voler smantellare la struttura esistente per far posto a un’altra, con un costo finanziario elevato, senza che gli attuali abitanti siano coinvolti nel progetto», dice Nikos, militante anarchico di ritorno da una manifestazione a piazza Syntagma in sostegno della comunità. Dal forno autogestito dei prosfyghikà alle sue spalle, dedicato a Berkin Elvan, il ragazzo curdo ucciso dalla polizia turca nelle proteste del 2013, si spande il profumo di pane. «Per questo governo sono solo gli edifici ad avere un valore, noi invece difendiamo la vita di chi li popola».

QUATTRO LIBRI CHE HO LETTO RECENTEMENTE


Caro lettore, lettrice del blog, ti esorto a leggere queste pagine perché parlano al cuore, al cervello, alla conoscenza del mondo in cui viviamo.

                                             Franco Barbero - 10 luglio 2026


1) Valentina Pazè - Le parole della guerra -

     Boringhieri 2026 - pag. 179 Euro 16,00

2)  Anna Foa - Il suicidio di Israele - 

     Laterza 2024 - Euro 15,00

3)  Byung-Chul Han - Parlare di Dio. Un dialogo 

     con Simone Weil

     Nottetempo 2026 - pag. 114 Euro 16,00

4)  Ilan Pappé - La fine di Israele -

     Fazi Editore 2025 - Euro 18,50



da Confronti del 03/06/2026

Donne, pace e sicurezza: un’agenda incompiuta

di Michele Lipori. Redazione Confronti.


A venticinque anni dalla Risoluzione 1325 dell’Onu, i dati mostrano un mondo segnato da crescita di conflitti e violenze di genere, con le donne tra le principali vittime delle guerre contemporanee.

A venticinque anni dall’approvazione della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza Onu su Women, Peace and Security, i dati mostrano una contraddizione sempre più evidente: mentre cresce il riconoscimento del ruolo delle donne nei processi di pace, aumentano guerre, militarizzazione e violenze di genere. Secondo il Rapporto 2025 del Segretario generale delle Nazioni Unite e i dati raccolti da UN Women – l’ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile –, il mondo sta attraversando una fase di escalation dei conflitti senza precedenti nella storia recente.

L’Armed Conflict Location & Event Data Project (Acled), un’organizzazione non governativa e no-profit statunitense specializzata nell’analisi di conflitti geopolitici e violenza politica a livello globale – nel suo Conflict Index 2025 (pubblicato nel 2026) – segnala oltre 204mila eventi di violenza politica registrati nell’ultimo anno. Circa 831 milioni di persone vivono oggi in prossimità di aree di conflitto; tra loro, circa il 16% della popolazione femminile mondiale.

La guerra non appare più, dunque, come un’emergenza temporanea, ma come una condizione strutturale che attraversa intere regioni del pianeta. Le conseguenze sulle donne sono dirette: i dati Onu indicano che tra il 2023 e il 2025 i casi verificati di violenza sessuale legata ai conflitti sono aumentati dell’87%; in oltre venti Paesi la violenza di genere viene classificata come “grave” o “estrema” e stupro, sfruttamento sessuale e matrimoni forzati continuano a essere usati come strumenti di intimidazione e controllo.

Nonostante questo scenario, le donne continuano a restare ai margini dei negoziati di pace. Secondo l’Onu, basandosi sui dati del Women in Peace Processes Monitor – un sistema di tracciamento globale progettato per misurare, analizzare e documentare l’inclusione delle donne all’interno dei negoziati di pace formali e informali –, nel 2024 le donne rappresentavano appena il 7% dei negoziatori e il 14% dei mediatori nei principali processi di pace internazionali.

Quasi il 90% dei negoziati si è svolto senza una presenza significativa di donne. Eppure gli stessi dati mostrano che gli accordi che coinvolgono le donne hanno maggiori probabilità di essere implementati e durare nel tempo. Accanto alla crisi dei conflitti emerge anche quella dei finanziamenti. Mentre la spesa militare globale ha superato i 2,7 trilioni di dollari nel 2024, i fondi destinati alle organizzazioni femminili restano minimi. Secondo UN Women, solo lo 0,4% dell’assistenza bilaterale è destinato alle organizzazioni che operano per i diritti delle donne nei contesti di crisi. Un sondaggio globale del 2025 mostra che il 90% delle organizzazioni femminili locali è stato colpito dai tagli agli aiuti internazionali; quasi la metà teme di dover chiudere entro sei mesi.

Il Rapporto Onu insiste infine sulla necessità di una “rivoluzione dei dati di genere”. La raccolta sistematica di dati disaggregati – su violenze, partecipazione politica, accesso ai servizi e impatto climatico – viene considerata uno strumento essenziale per rendere visibili bisogni spesso ignorati e costruire politiche di prevenzione più efficaci. Venticinque anni dopo, quindi, l’agenda Women, Peace and Security appare ancora incompiuta: le donne continuano a essere tra le principali vittime delle guerre contemporanee, pur avendo (potenzialmente) un ruolo importante nella costruzione della pace.


mercoledì 8 luglio 2026

Incontri

Ecco la tabella aggiornata con gli incontri di luglio, agosto e settembre:

- Mar 7 luglio ore 18: eucarestia (Manuela ripropone un canone preparato da Franco e Fiore)

- Mar 14 luglio ore 18: gruppo biblico (prepara Anna Campora)

- Mar 21 luglio ore 18: eucarestia (prepara Walter Primo)

- Mar 28 luglio ore 18: gruppo biblico (prepara....)

- Mar 4 agosto ore 18: eucarestia (prepara Manuela)

- Mar 11 agosto ore 18: gruppo biblico (prepara...)

- Mar 18 agosto ore 18: eucarestia (prepara...)

- Mar 25 agosto ore 18: gruppo biblico (prepara...)

- Domenica 6 settembre ore 10: eucarestia (prepara... )

- Martedì 15 settembre ore 18: gruppo biblico in presenza a casa di Luca Prola per l'introduzione alla lettura di Giobbe. Sarà attivato anche il collegamento on line (solito link).

- Domenica 20 settembre ore 10: eucarestia (prepara... )

- Martedì 22 settembre ore 18: inizia il gruppo biblico on line

- Venerdì 25 settembre ore 17: inizia il gruppo biblico in presenza.

Francesco

da Pressenza del 04/07/2026

Da Lampedusa la pastorale dei migranti di papa Leone

di Aldo Bonaiuto


Qui, nel Canale di Sicilia si consumano terribili tragedie del mare con migranti morti e dispersi. Persone che disperatamente cercano una vita migliore, fuggendo da guerre, persecuzioni, miseria. Fratelli e sorelle finiti nelle mani di organizzazioni criminali che poi crudelmente li abbandonano nel pericolo. Molte vittime sono destinate a restare senza nome. “È la nostra civiltà a impedirci di voltare le spalle, di restare indifferenti, di smarrire quel sentimento di umanità che è radice dei nostri valori”, ha recentemente ricordato il presidente della Repubblica Sergio Matterella rinnovando l’apprezzamento per l’opera di soccorso da parte delle navi italiane che riescono in condizioni estreme, a salvare vite. Le più alte istanze civili e religiose rimarcano quanto i movimenti migratori vadano governati.

Le organizzazioni internazionali e per prima l’Unione Europea, infatti, devono esprimere il massimo impegno per fronteggiare l’immane sofferenza nel “mare nostrum”.  Per questo il Pontefice e il Capo dello Stato concordano sul fatto che il necessario contrasto all’illegalità e la lotta alla criminalità si nutrono della predisposizione di canali e modalità di immigrazione legali. Così da esprimere con coerenza pieno rispetto nei confronti della vita umana. La chiave di lettura, quindi, è racchiusa nel termine “integrazione”. Una parola che caratterizza in modo particolare il Magistero sociale della Chiesa nell’era della globalizzazione. Non si tratta di un’assimilazione che induce a sopprimere o a dimenticare la propria identità culturale, bensì, come testimonia il Pontefice pellegrino a Lampedusa, di un contatto con l’altro che porta ad aprirsi per una fruttuosa conoscenza reciproca. Ciascuno di noi, come individuo e come parte di una collettività, è chiamato a far fronte alle numerose sfide poste dalle migrazioni contemporanee con generosità e lungimiranza. Ognuno secondo le proprie possibilità: per accogliere, proteggere, promuovere e integrare.

Papa Leone sottolinea spesso quanto il lavoro umano per sua natura sia destinato ad unire i popoli, incoraggiando le istituzioni a prodigarsi affinché venga promosso l’inserimento socio-lavorativo dei migranti e rifugiati. L’obiettivo è garantire a tutti, compresi i richiedenti asilo, di poter lavorare attraverso percorsi formativi linguistici, al riparo da sfruttamento e abusi. Anche l’Onu ha chiaramente espresso la loro volontà di prodigarsi a favore dei migranti e dei rifugiati per salvare le loro vite e proteggere i loro diritti. Una responsabilità da far propria a livello globale. Il Vangelo ci insegna ad amare l’altro, lo straniero, come noi stessi senza distinzione di nazionalità e religione nel soccorrere gli esclusi perché “Dio è padre di tutti”. Lampedusa, dunque, è periferia dal punto di vista geografico ma è cuore dell’Europa sotto il profilo spirituale.


da Pressenza del 04/07/2026

Basta ghetti: occupata la basilica di San Nicola a Bari

di Unione Sindacale di Base Braccianti


In questo momento un centinaio di braccianti del ghetto di Torretta Antonacci hanno occupato la basilica di San Nicola a Bari. I 30 milioni per Torretta Antonacci li avete persi voi: ora fondi contro le baracche e documenti per tutti.

Da questa mattina siamo dentro la basilica di San Nicola a Bari. Siamo un centinaio di braccianti e ci siamo rinchiusi qui, nel cuore di questa città, perché fuori nessuno ci ascolta. Veniamo dalle baracche di Torretta Antonacci, arriviamo dai campi dove alle sei del mattino stiamo già curvi sui filari. E da qui non ce ne andiamo finché il presidente della Regione Puglia Decaro e il governo Meloni non daranno un segnale chiaro e concreto: soluzioni vere contro le baracche, subito, e documenti per tutti. Non parole, non tavoli, non promesse. Atti.

Perché occupiamo una chiesa? Perché è l’unico luogo di questa città dove la nostra vita vale ancora qualcosa. Per lo Stato non esistiamo: esistono le nostre braccia quando c’è da raccogliere il pomodoro e spariscono i nostri corpi quando c’è da darci un tetto, un documento, un nome.

Il 30 giugno è scaduto il PNRR e con esso sono morti per sempre i 30 milioni di euro stanziati per il superamento di Torretta Antonacci, il più grande ghetto agricolo della Capitanata. Trenta milioni persi, bruciati. E non è stata la sfortuna, non è stata la burocrazia: siete stati voi. Torretta Antonacci non è arrivata “in ritardo” alla scadenza: l’avete esclusa voi, mentre il vostro commissario straordinario ammetteva davanti alla Corte dei Conti che i tempi non c’erano più. La Corte dei Conti aveva segnalato San Severo tra i casi critici d’Italia: cronoprogrammi impossibili, convenzioni mai firmate, cantieri mai aperti. Quattro anni di riunioni in Prefettura, tavoli tecnici, commissari, passerelle e fotografie. Risultato: zero alloggi, zero dignità, 30 milioni in fumo. Governo, Regione, Prefettura e Comune hanno scelto, ciascuno per la propria parte, di lasciarci nel ghetto. Perché un bracciante senza documenti e senza casa è un bracciante in ginocchio e un bracciante in ginocchio costa poco.

Noi ci spezziamo la schiena a 40 gradi. Moriamo letteralmente di caldo e di fatica sotto il sole, ora dopo ora, cassone dopo cassone, per raccogliere i pomodori, gli ortaggi e la frutta che finiscono sulle vostre tavole. Il cibo che mangiate passa dalle nostre mani. Il made in Italy di cui vi riempite la bocca nei convegni sta in piedi sulle nostre schiene. E noi moriamo come foglie, uno a uno, nei campi e nelle baracche. Ad aprile è morto Alagie, a gennaio Mamadou e tanti altri fratelli d’estate muoiono per il caldo e d’inverno per il freddo.

E lo diciamo forte: viviamo nelle baracche non perché siamo clandestini, ma perché ci avete resi ostaggi della vostra burocrazia. Abbiamo in tasca i permessi C3, i rinnovi e le richieste di asilo ferme da anni nelle questure e nelle commissioni. Lavoriamo, produciamo, mandiamo avanti l’agricoltura di questo Paese, e ci negate perfino un pezzo di carta. Ora basta: documenti per tutti, perché chi lavora questa terra ha il diritto di viverci da persona libera, non da fantasma ricattabile nelle mani dei caporali.

E non provate a raccontarci che i fondi “torneranno in altra forma”. Senza uno stanziamento nazionale immediato, vincolato e verificabile, quei 30 milioni sono spariti per sempre e lo sapete. Noi la nostra proposta l’avevamo già messa sul tavolo: un villaggio progettato insieme agli abitanti, con percorsi di urbanistica partecipata, case vere, spazi comuni, dignità. L’avete ignorata, come avete ignorato noi. Ora ve la riportiamo dentro una cattedrale occupata.

La pazienza è finita. L’occupazione della Cattedrale è solo l’inizio. Davanti a noi c’è la stagione della raccolta del pomodoro e noi siamo pronti a fermarla: scioperi nel pieno della raccolta, presidi permanenti sotto i palazzi del potere, blocchi e manifestazioni in tutta la Capitanata. Il cibo arriva sulle vostre tavole grazie alle nostre braccia: ricordatevi che quelle braccia possono fermarsi.

Non usciremo da qui a mani vuote. Pretendiamo:

  • lo stanziamento immediato, con fondi nazionali, di risorse pari a quelle perse, vincolate al superamento reale di Torretta Antonacci e decise con noi, non sopra le nostre teste;
  • acqua, luce, servizi igienici e infrastrutture di base da subito nell’insediamento, perché nessuno può sopravvivere un’altra estate così;
  • documenti per tutti: sblocco immediato dei permessi, dei rinnovi e delle richieste di asilo ferme da anni, rilascio di un permesso biennale per ricerca occupazione;

Non chiediamo carità: pretendiamo giustizia. Il tempo delle vostre promesse è scaduto il 30 giugno, insieme ai vostri fondi. Il tempo della nostra lotta comincia adesso.