venerdì 27 marzo 2026

da Rocca del 15/03/2026

Il Sabato - Salmo 92

di Lidia Maggi e Angelo Reginato


E’ bello celebrare il 

Signore e cantare 

le tue lodi, o

Altissimo; 

proclamare al 

mattino la tua 

bontà, e la tua 

fedeltà ogni notte,

sulla lira a dieci

corde e sulla cetra, 

con la melodia 

dell’arpa!

Poiché tu mi hai

rallegrato con le 

tue meraviglie, o

Signore; io canto

di gioia per le opere

delle tue mani…


Angelo: la sovrascritta del Salmo offre la chiave musicale del componimento: Salmo. Canto per il giorno del sabato. Quelle che seguono sono le parole del settimo giorno; è lo sguardo che vede compiuta l'opera della creazione. Noi umani siamo opera del sesto giorno, viviamo in una realtà che non ha ancora raggiunto  il riposo. Eppure, possiamo fin da ora pregustarlo, immaginando quanto non compare ancora sotto i nostri occhi.

Lidia: in fondo è questo l'orizzonte dell'intero Libro di Salmi, che in ebraico suona come Libro delle Lodi. E’ la scommessa che si possa giungere a cantare le lodi del Creatore già in questo sesto giorno della storia umana. Passando attraverso le grida e i lamenti di una condizione incerta, senza rimuovere le lacrime della vita umiliata.

Angelo: e in questa sfida si annida quella tensione che attraversa tutte le Scritture e che è costitutiva dell'esperienza credente, ovvero il nostro essere sempre tra il "non ancora" della storia e il "già" del suo esito. Il Libro dei Salmi articoli entrambi i suoni. O, almeno, ci prova. Lo fa nel percorso che propone, che parte dal grido per concludersi con la lode. Lo fa nei singoli componimenti, dove sovente i due registri si sovrappongono.

Lidia: persino qui, dove prevale la lode, possiamo udire la voce inquietante dei malvagi. Ma quest'ultima rimane solo sullo sfondo. Perché l'ordine del giorno delle parole della preghiera lo detta il sabato. Sorprendentemente, anche noi ci troviamo accanto a Dio che guarda alla sua creazione come un'opera compiuta ed esprime la sua gioia riposando. Come si guarda la realtà da questa inedita prospettiva? È possibile pizzicare lo strumento a dieci corde, invece che i soliti strumenti della fatica umana?

Angelo: mentre nei sei giorni precedenti facciamo l'esperienza che non è ancora ora di cantare, ecco che al settimo giorno possiamo sperimentare la bellezza di celebrare il creato. Un'esperienza di riconoscimento che diviene riconoscenza. Riconoscimento di meraviglie che nostri occhi, calamitati dalle preoccupazioni, non sono stati in grado di scorgere precedentemente. Riconoscenza per una bontà, che sta all'origine di tutto e che spiega anche perché ci scandalizza il male, perché in una storia non buona percepiamo il non ancora di una realtà irrisolta.

Lidia: lo sguardo riconoscente mette a fuoco ciò che lo sguardo abituale non sa scorgere. Ed insieme all'intensità, lo sguardo sabbatico si caratterizza per l'ampiezza: va oltre il presente e corre verso un tempo in cui la verità delle vite si manifesterà e si farà giustizia. Allora si potrà sperimentare quanto detto fin dal portale d'ingresso del Salterio: che è destinato a fiorire e a fare frutto solo chi medita la Torah giorno e notte e lascia brillare sul proprio vissuto quella Parola che dice il sogno di Dio. Di quel sabato definitivo fa eco il nostro Salmo.

da Il Manifesto del 19/03/2026

Acqua, il bere comune non è uguale per tutti

di Michela Mazzali


HO «Dove scorre l’acqua, cresce l’uguaglianza»: la Giornata mondiale Onu sulla crisi idrica, il 22 marzo, quest’anno è stata dedicata alla disparità di genere.

«Where Water Flows, Equality Grows», dove scorre l’acqua, cresce l’uguaglianza. Il tema scelto dalle Nazioni Unite per la giornata mondiale dell’acqua 2026 che si celebra il prossimo 22 marzo, ha a che fare con due delle emergenze più urgenti del pianeta: la crisi idrica e la disparità di genere. Perché in molte zone del mondo a sostenere il maggiore peso della mancanza di acqua potabile e servizi igienici adeguati sono soprattutto le ragazze e le donne.

PARTIAMO DAI NUMERI GENERALI perché ci danno intanto la dimensione reale di un problema globale. Oggi nel mondo 2,1 miliardi di persone (1 persona su 4) vivono ancora senza accesso ad acqua potabile sicura. Quasi 1,8 miliardi non hanno acqua corrente in casa. Circa 436 milioni di bambini vivono in aree ad altissima vulnerabilità idrica, con un rischio che aumenterà nei prossimi anni a causa di eventi climatici estremi; circa mille bambini sotto i cinque anni muoiono ogni giorno per cause legate all’acqua non sicura, alla scarsa igiene e ai servizi sanitari inadeguati; l’uso di acqua contaminata provoca gravi infezioni, in particolare la diarrea, che rappresenta una delle principali cause di mortalità infantile.

DATI CHE ARRIVANO da un Rapporto Who e Unicef datato 2025 e che, da soli, dovrebbero bastare a mettere la questione idrica al centro di qualsiasi agenda politica globale. Del resto, basti pensare, come si legge nel libro di Fred Pearce Un pianeta senz’acqua, che Cina e Pakistan per irrigare le loro colture consumano da soli metà dell’acqua della terra; che la Libia, con 3.500 chilometri di tubi grossi come gallerie della metropolitana, sta risucchiando l’acqua della falda fossile sahariana, la più grande della terra; che i pozzi si moltiplicano dappertutto mentre le zone paludose africane, asiatiche o sudamericane vengono bonificate e destinate all’agricoltura senza alcun criterio.

DA SOMMARE A TUTTO QUESTO c’è il problema di genere, fortemente legato all’acqua. In più di 53 paesi con dati disponibili – rilevati da Un Women e Undesa nel 2023 – donne e ragazze trascorrono ogni giorno 250 milioni di ore complessive a raccogliere acqua. Trecentocinquantamila anni di tempo femminile svaniti ogni anno in secchi da riempire e trasportare, spesso per chilometri. Un tempo sottratto alla scuola, al lavoro, alla partecipazione alla vita pubblica. Un tempo che gli uomini, in media, dedicano in misura tre volte inferiore.

SECONDO IL RAPPORTO «PROGRESS on household drinking water, sanitation and hygiene (WASH) 2000-2022: Special focus on gender» – le donne e le ragazze di età pari o superiore a 15 anni sono infatti le principali responsabili della raccolta dell’acqua in 7 famiglie su 10, rispetto alle 3 famiglie su 10 dei loro coetanei maschi. Anche le ragazze sotto i 15 anni (7%) hanno maggiori probabilità rispetto ai ragazzi sotto i 15 anni (4%) di andare a prendere l’acqua.

NELLA MAGGIOR PARTE DEI CASI, le donne e le ragazze compiono viaggi più lunghi per raccoglierla, perdendo tempo per l’istruzione, il lavoro e il tempo libero e mettendosi a rischio di lesioni fisiche e pericoli lungo il percorso.

DAL RAPPORTO EMERGE, inoltre, che oltre mezzo miliardo di persone condivide ancora i servizi igienico-sanitari con altre famiglie. Una difficoltà che mette a rischio la privacy, la sicurezza e la dignità di donne e ragazze e che plasma le possibilità di vita di intere generazioni femminili.

LA SCELTA DEL TEMA DA PARTE DELLE NAZIONI Unite è dunque più che mai opportuna e chiede un cambio di paradigma: non basta portare l’acqua vicino alle case delle donne, occorre portare le donne al centro delle scelte sull’acqua. Un approccio trasformativo basato sui diritti, in cui la leadership femminile non sia un’eccezione ma la norma: nelle commissioni locali, nei ministeri, nelle istituzioni internazionali.

UN SONDAGGIO DELLA BANCA MONDIALE in 28 paesi ha rilevato che solo il 18% dei lavoratori delle utility idriche sono donne e tra ingegneri e manager, solo il 23%. La dichiarazione di Dublino ha riconosciuto il ruolo delle donne nella fornitura di acqua decenni fa ma, nonostante questo, la loro partecipazione alla governance formale dell’acqua rimane fortemente inadeguata.

UN GAP CHE NECESSITA DI ESSERE COLMATO al più presto visto che quando le donne guidano le politiche idriche, i risultati cambiano: più equità distributiva, maggiore efficienza, maggiore attenzione agli usi domestici e comunitari. Una ricerca Undp su 44 progetti idrici in Asia e Africa mostra che quando sia gli uomini che le donne si impegnano a plasmare le politiche e le istituzioni in materia di acqua le comunità utilizzano di più i servizi idrici e li sostengono più a lungo. Inoltre le donne condividono l’acqua in modo più equo rispetto agli uomini, specialmente in tempi di scarsità.

MA AL CENTRO DELLA CRISI IDRICA GLOBALE, non ci sono solo i paesi in via di sviluppo. Anche l’Europa e l’Italia si trovano a fare i conti con una pressione crescente sulle risorse idriche, amplificata dai cambiamenti climatici. Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato in Italia, con una temperatura media superiore di 1,33 gradi centigradi rispetto al trentennio di riferimento 1991-2020. Le precipitazioni hanno mostrato una polarizzazione geografica estrema: surplus del 38% al Nord, grave siccità al Sud e nelle Isole. Un’instabilità che si riflette direttamente sulla disponibilità d’acqua per usi civili, industriali e agricoli.

IN QUESTO CONTESTO, L’ITALIA porta con sé anche un’inefficienza strutturale difficile da ignorare: nel 2022, secondo i dati Istat, la quota di perdite idriche totali nelle reti comunali di distribuzione dell’acqua potabile è stata del 42,4%, circa 3,4 miliardi di metri cubi. Un volume equivalente ai consumi annui di oltre 43 milioni di persone.

ACQUA CHE SPARISCE NELLE TUBATURE ammalorate, nei raccordi vetusti, in un’infrastruttura che attende da decenni gli investimenti necessari per essere ammodernata.

NONOSTANTE NEGLI ULTIMI ANNI MOLTI gestori del servizio idrico abbiano avviato iniziative per garantire una maggiore capacità di misurazione dei consumi e il contenimento delle perdite di rete, la quantità di acqua dispersa continua a rappresentare un volume quantificabile in 157 litri al giorno per abitante.

NELL’AUTUNNO DEL 2026, ROMA ospiterà, infatti, il primo Forum Euromediterraneo dell’Acqua, un appuntamento inedito che per la prima volta riunirà tutti gli stati europei e dei Balcani. Un segnale che la politica comincia a prendere sul serio la questione idrica come priorità globale non solo ambientale ma anche sociale e geopolitica.

INSOMMA, L’ACQUA È UN BENE PRIMARIO in esaurimento, lo sarà sempre di più nei prossimi anni e non è uguale per tutti. Riconoscere ufficialmente e politicamente quest’emergenza e le disuguaglianze che porta con sé è un tema non più procrastinabile e che deve diventare protagonista permanente delle politiche globali.

da Il Manifesto del 19/03/2026

Sulla crisi dell’oro blu irrompe la nuova divoratrice: l’Intelligenza artificiale

di Luca Martinelli


L’acqua è il filo invisibile che tiene insieme salute, ecosistemi, economia, diritti. In Italia questo filo si sta tendendo pericolosamente. La crisi climatica sta alterando il ciclo idrico» scrive Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, nella premessa all’edizione italiana dell’Atlante dell’acqua, un poderoso lavoro di ricerca e di sintesi pubblicato in origine congiuntamente nell’aprile del 2025 da Heinrich-Boll-Stiftung e Bund fur Umweltund Naturschutz Deutschland (Bund) e arricchito da saggi e approfondimenti inerenti la situazione nel nostro Paese.

L’ASSOCIAZIONE AMBIENTALISTA LO LANCIA in occasione della Giornata mondiale dell’acqua 2026, con l’obiettivo di affrontare un fenomeno che gli scienziati definiscono «water blindness» ossia cecità idrica, l’incapacità cioè di capire il legame tra la crisi climatica e l’acqua. «Molte persone non sanno ancora come la crisi climatica alteri la disponibilità e la distribuzione dell’acqua. La ricerca scientifica mostra che comprendiamo meglio i problemi ambientali quando possiamo percepirli direttamente con i nostri sensi. La crisi idrica, con siccità, inondazioni, foreste aride e fiumi pieni di pesci morti, si manifesta direttamente ai nostri occhi, mentre i gas serra come l’anidride carbonica restano invisibili. Ecco perché molti non percepiscono quanto strettamente il clima sia legato alla qualità e alla disponibilità dell’acqua» scrive Imme Scholz della Fondazione Heinrich Böll nella premessa al testo.

I PERICOLI GLOBALI. L’Atlante analizza tutti i problemi che a 360 gradi rischiano di compromettere il nostro accesso all’acqua. Il primo riguarda le temperature medie e gli effetti del riscaldamento globale: l’aria più calda trattiene circa il 7% di umidità in più per ogni grado in più, aumentando la probabilità di precipitazioni estreme. Il 5% degli eventi meteorologici estremi causa il 61% delle perdite economiche globali: alluvioni improvvise e siccità prolungate si susseguono in sequenze sempre più ravvicinate. Medio Oriente, il Nord Africa, l’India, nord della Cina e sud-ovest degli Stati Uniti sono tra le regioni più colpite dalla scarsità idrica e le più assetate.

IN PARTICOLARE, NORD AFRICA E MEDIO ORIENTE rappresentano il 5% della popolazione mondiale, ma dispongono solo dello 0,7% delle risorse idriche, di cui l’80% è utilizzato per l’agricoltura. C’è poi il problema dello stato ecologico dei corpi idrici: in Europa, nonostante una Direttiva di 25 anni fa, ormai meno del 40% delle acque superficiali raggiunge un buono stato.

L’IMPRONTA IDRICA DEL DIGITALE E IA. Intanto, cresce la domanda idrica legata alla digitalizzazione, comprende l’acqua necessaria per produrre dispositivi elettronici, quella impiegata per generare l’energia che li alimenta e quella utilizzata per il raffreddamento dei data center. Un data center medio negli Stati Uniti utilizza oltre un milione di litri al giorno; per il solo raffreddamento può arrivare a richiedere fino a 169 litri al secondo.

Entro il 2030, il consumo idrico dei data center europei potrebbe eguagliare quello di una grande città. L’espansione dell’intelligenza artificiale amplifica il fenomeno: se 20 ricerche online consumano circa 10 millilitri d’acqua, un sistema di AI può arrivare a utilizzare fino a mezzo litro per 20-50 interrogazioni. Per addestrare modelli avanzati sono lasciati evaporare centinaia di migliaia di litri di acqua dolce: secondo uno studio dell’Università della California (Riverside) entro il 2027 l’AI globale potrebbe consumare fino a sei volte l’acqua della Danimarca. Pensateci prima di interrogare di nuovo Chat GPT.

MINIERE E TERRE RARE. Se dal digitale passiamo a parlare di transizione energetica e mobilità elettrica, questi temi incontrano l’acqua legata all’estrazione di rame, litio e terre rare, che è idro-intensiva: circa 97 litri d’acqua per 1 kg di rame e tra 400 e 2.000 litri per 1 kg di litio. La domanda di terre rare potrebbe più che raddoppiare entro il 2040, mentre quella di litio potrebbe aumentare fino a tredici volte. Oltre il 50% della produzione globale di rame e litio si trova in aree soggette a stress idrico e rischi climatici. A livello globale si registrano quasi 900 conflitti ambientali legati alle attività minerarie, l’85% connessi a uso o contaminazione delle acque. La pressione sulle risorse minerarie si traduce quindi in pressione diretta sulle riserve di acqua dolce e sulle comunità locali.

L’ITALIA? LA DEPURAZIONE CHE MANCA. L’Italia è tra i primi Paesi europei per prelievo di acqua potabile: nel 2022 sono stati prelevati 9,1 miliardi di m³, pari a 155 m³ annui per abitante. L’85% proviene da acque sotterranee. Nelle reti di distribuzione si perde il 42,4% dell’acqua immessa, pari a 3,4 miliardi di m³ l’anno, con punte oltre il 60% in alcune regioni del Mezzogiorno. Un problema anche maggiore riguarda le acque reflue, però: solo il 56% è trattato in conformità con la normativa, contro una media Ue del 76%. Gli scarichi non trattati incidono sulla qualità del 25% dei fiumi, del 22% dei laghi e di oltre il 50% delle acque costiere. Preoccupa anche l’intensificarsi degli eventi meteo estremi (grandinate, siccità, alluvioni, esondazioni…): ben 195 quelli registrati negli ultimi 11 anni, secondo l’Osservatorio Città Clima.

LE ALPI SENZA GHIACCIO E NEVE. Infine, c’è l’acqua che manca, quella dei ghiacciai che stanno rapidamente scomparendo da Alpi e Pirenei, luoghi tra i più vulnerabili alla crisi climatica: tra il 2000 e il 2023 hanno perso circa il 39% della loro massa e, se il trend continuerà, entro il 2050 gran parte dei ghiacciai sotto i 3.500 metri in Europa centrale scomparirà. Sulle Alpi italiane, inoltre, i giorni con neve al suolo sono diminuiti in media di 20-30 giorni rispetto ai primi anni 2000, con deficit dell’equivalente idrico della neve fino al 70%.

Ne derivano effetti rilevanti sulla disponibilità di acqua, sulla portata dei fiumi, sulla produzione idroelettrica e sull’equilibrio degli ecosistemi montani. Lo ha ribadito anche dieci giorni fa Fondazione Cima, che misura la disponibilità idrica nivale in Italia: nell’inverno tra il 2025 e il 2026, il deficit è pari in media a un meno 22%, una situazione che diventa drammatica se la sia osserva dagli Appennino, dove manca quasi il 75% delle precipitazioni medie. Significa che nell’Estate 2026 mancherà l’acqua per irrigare ma anche per le famiglie.

ECCO CHE ANCHE NEL NOSTRO PAESE è sempre più vero quanto afferma Imme Scholz: «L’importanza dell’acqua va oltre le questioni ecologiche e tecniche: tocca anche sfere politiche e sociali. La scarsità d’acqua e la crisi climatica accentuano tensioni e disuguaglianze. Le popolazioni che vivono nelle regioni più povere sono le più vulnerabili, subiscono in modo diretto gli effetti della scarsità d’acqua e degli eventi climatici estremi. La carenza idrica minaccia la sicurezza alimentare, provoca migrazioni e aggrava i conflitti esistenti». L’acqua è vita. E ce ne siamo dimenticati.

da ISPI-Istituto per gli Studi di Politica Internazionale del 23/03/2026

Golfo: Guerra sospesa?


Mentre i cieli del Medio Oriente continuano a essere solcati da missili, la guerra nel Golfo entra nella quarta settimana tra ultimatum incrociati e una possibile svolta inattesa: sul suo social network Truth Donald Trump ha annunciato “conversazioni buone e produttive” sulla “risoluzione completa e totale” delle ostilità. Per questo, ha scritto, gli Stati Uniti sospenderanno per cinque giorni eventuali attacchi sulle centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane. Il presidente americano ha aggiunto che, in questo lasso di tempo, i negoziati continueranno. Dalla Florida, il tycoon ha poi confermato che i negoziati si sono tenuti con un “rispettato” leader iraniano e che gli Stati Uniti non hanno avuto contatti con la Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei, e ha aggiunto ancora di non sapere “se è vivo o morto”. Le nuove tempistiche sono in contraddizione con l’ultimatum che lo stesso presidente Usa aveva dato, minacciando un attacco contro le centrali elettriche iraniane se Teheran non avesse riaperto lo Stretto di Hormuz entro la mezzanotte di lunedì. Intanto un raid aereo israeliano ha distrutto un ponte nel sud del Libano: è l’ennesimo collegamento strategico tra Nabatiyeh e le aree oltre il fiume Litani che Israele fa saltare in aria nel giro di pochi giorni: per il presidente libanese Joseph Aoun è chiaramente “il preludio a un’invasione di terra”.

Teheran nega Tutto?

L’annuncio di Trump è giunto alquanto inatteso, soprattutto per gli iraniani: finora vari esponenti del regime avevano detto pubblicamente di non voler negoziare con gli Stati Uniti, ribadendolo anche oggi. In un comunicato, il ministero degli Esteri nega che siano in corso negoziati con Washington e accusa Trump di voler “prendere tempo” e far calare in qualche modo i prezzi dell’energia. “Ci sono state iniziative di paesi della regione per ridurre le tensioni, ma la nostra risposta è stata chiara per tutti: non siamo quelli che hanno iniziato la guerra, e queste richieste devono essere fatte a Washington”, ha fatto sapere il ministero. Fonti iraniane citate dall’agenzia Fars avrebbero inoltre dichiarato che non c’è stato “alcun contatto diretto o indiretto con Trump” e che quest’ultimo ha semplicemente “fatto marcia indietro”. Appena poche ore fa, Teheran aveva posto sei condizioni per la fine della guerra: la garanzia che il conflitto non si ripeta, la chiusura delle basi militari statunitensi nella regione, il pagamento di un risarcimento all’Iran in quanto Paese aggredito, la fine della guerra contro i gruppi regionali affiliati alla Repubblica Islamica, l’attuazione di un nuovo regime giuridico per lo Stretto di Hormuz e il perseguimento penale degli operatori dei media anti-iraniani e la loro estradizione. I sei punti sono stati resi noti dall’agenzia Tasnim, affiliata al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie (IRGC).

Escalation evitata?

Se confermata, la tregua dell’ultimo minuto dovrebbe scongiurare l’ipotesi –circolata nelle ultime ore– di una possibile escalation intorno all’isola di Kharg. Fonti governative americane avevano confermato che Washington stava valutando l’occupazione dell’isola, che gestisce il 90% delle esportazioni di petrolio iraniano e di cui il Pentagono aveva già distrutto le difese militari: un segnale, letto da più parti, come preparatorio a un’operazione di terra. L’ipotesi era stata avvalorata da una serie di segnali militari e politici: nell’ultima settimana Washington ha rafforzato la presenza militare nella regione con l’invio stimato di un totale tra i 5mila e i 7500 marines. Il Consiglio di Difesa dell’Iran aveva reso noto che se gli Stati Uniti avessero tentato di invadere il proprio territorio il regime avrebbe bloccato del tutto lo Stretto di Hormuz facendo schizzare ulteriormente i prezzi del greggio e del gas. L’escalation aveva già provocato un notevole contraccolpo nei listini di mezzo mondo in seguito ai timori per un conflitto prolungato che avrebbe fatto aumentare il costo dell’energia producendo inflazione. Ma in seguito all’annuncio di Trump si è assistito a un testacoda improvviso: le borse, in netto calo, hanno ripreso a crescere mentre le quotazioni degli idrocarburi, ai massimi da anni, sono crollate. Nel pomeriggio, il prezzo del Brent è sceso a circa 100 dollari al barile, registrando un calo giornaliero di oltre il 10%.

Trump fa “TACO”?

Mentre le informazioni sulla possibile svolta negoziale arrivano alla spicciolata, si moltiplicano gli interrogativi sull’apertura diplomatica in corso. Parlando con i giornalisti, Trump ha detto di non voler fare il nome della persona con cui gli Stati Uniti stanno negoziando, “perché non voglio che sia ucciso”. Ma secondo il Jerusalem Post si tratterebbe di Mohammed Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano e figura più nota e autorevole del regime dopo l’uccisione di gran parte dei suoi colleghi. La notizia, riferita da fonte anonima, non è stata confermata. Ghalibaf ha 64 anni, è un veterano dei Guardiani della rivoluzione, e fa parte dell’ala più conservatrice del regime. Intanto diversi osservatori si chiedono se la svolta dell’ultim’ora sia da considerare o meno un esempio di “TACO” – espressione che significa Trump Always Chickens Out (Trump si tira sempre indietro) – suggerendo che il presidente, preoccupato dalle turbolenze dei mercati, abbia deciso di ritirare l’ultimatum emesso sabato cercando di non perdere la faccia. Di certo, la brusca inversione di rotta ha sollevato non pochi interrogativi. Trump sta facendo marcia indietro? O il suo è solo un bluff per calmare le acque e guadagnare tempo in vista di ulteriori azioni militari? E l’Iran sta cercando una via d’uscita o vuole continuare la guerra asimmetrica per mesi? Difficile fare previsioni, mentre le uniche certezze arrivano dagli investitori, contenti che non stiamo entrando in una fase di nuova escalation.





da Il Fatto Quotidiano del 05/03/2026

In Iran Trump svela le ipocrisie e mostra il volto del colonialismo

di Gianluca Ferrara


La giustificazione dell’ultima aggressione da parte di Usa e Israele è che l’Iran vorrebbe costruire la bomba atomica, il che è assolutamente falso. Ma anche se fosse vero, Israele non possiede decine di testate atomiche? Inoltre, cosa sarebbe successo se Russia e Iran avessero bombardato la Francia? O se qualche settimana fa Putin avesse rapito e fatto arrestare il cancelliere tedesco come è accaduto con il Venezuela di Maduro?

Trump, paradossalmente, andrebbe ringraziato perché ha fatto cadere la maschera dell’ipocrisia in quanto il colonialismo non si è mai arrestato. Ora cosa diranno i vari cantori della litania “c’è un Paese aggressore e uno aggredito”? Questa guerra è preoccupante perché rischia di degenerare in maniera imprevedibile. L’Iran combatterà una guerra esistenziale, da anni il regime è consapevole che ci sarebbe stato questo attacco e ha armi in grado di colpire in profondità. Quando Mosca ha invaso Kiev abbiamo assistito a un’abnorme mobilitazione dell’occidente, sanzioni, condanne, richiami all’ordine basato sulle regole, invio di ingenti sistemi d’arma. Oggi quale sarà la reazione di fronte a un’azione militare contro l’Iran? Dinanzi all’ennesima violazione del diritto internazionale? Se la griglia interpretativa cambia a seconda dell’attore coinvolto, allora non siamo più nel campo del diritto internazionale ma in quello della sudditanza. E in Italia abbiamo troppi politici, intellettuali e giornalisti intellettualmente disonesti,

inclini a adottare questa postura. Se analizziamo cosa è successo negli ultimi anni, appare uno schema, la guerra per procura in Ucraina contro la Russia, il rapimento del presidente del Venezuela, ora l’Iran. Tutti Paesi dei Brics. Il punto è che gli Usa non accettano un mondo multipolare e il rischio non è soltanto una guerra in Medio Oriente. Il rischio è un effetto domino. Instabilità energetica globale e pressione crescente in particolare nel Mar cinese meridionale, il tutto in un clima di polarizzazione strutturale.

Siamo di fronte a una competizione per il controllo delle risorse, delle rotte commerciali, dell’architettura finanziaria internazionale e dell’innovazione tecnologica. Ridurre tutto a una contrapposizione tra democrazia e oscurantismo significa semplificare una realtà purtroppo molto più complessa.


giovedì 26 marzo 2026

da Pressenza del 24/03/2026

Il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e la dignità delle vittime

di Maddalena Brunasti


Alla ricorrenza dell’assassinio di Óscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador che il 24 marzo 1980 mentre stava celebrando la messa nella cappella di un ospedale venne ucciso da un sicario degli squadroni della morte agli ordini del governo, le Nazioni Unite celebrano la giornata internazionale dedicata alla salvaguardia del diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e alla tutela della dignità delle vittime.

Il 21 dicembre 2010 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha designato questa data come Giornata internazionale per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e per la dignità delle vittime in ricordo di Romero, martire proprio perché aveva denunciato le violazioni dei diritti umani subite dalle popolazioni più vulnerabili e difeso i principi di tutela della vita, promozione della dignità umana e opposizione a ogni forma di violenza, con l’obiettivo di onorare la memoria delle vittime di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani e promuovere l’importanza del diritto alla verità e alla giustizia.

In uno studio condotto nel 2006, l’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha concluso che il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario è un diritto inalienabile e autonomo, legato al dovere e all’obbligo dello Stato di proteggere e garantire i diritti umani, di condurre indagini efficaci e di garantire rimedi e risarcimenti effettivi. Inoltre ha dimostrato che il diritto alla verità implica la ricerca e la divulgazione della verità completa e integrale sugli eventi accaduti, sulle loro circostanze specifiche e su chi vi è stato coinvolto e sulle circostanze in cui si sono verificate violazioni dei diritti umani e sulle cause che le hanno determinate.

In seguito, nel 2009, con il rapporto sul Diritto alla Verità, ha indicato quali siano le migliori pratiche con cui dare effettiva attuazione di tale diritto, in particolare le prassi per la compilazione di registri e alla raccolta di documentazione sulle gravi violazioni dei diritti umani e i programmi per la protezione dei testimoni e di tutte le persone coinvolte nei processi relativi a tali violazioni.

La verità è una forza che infonde forza e guarisce. La applichiamo per il passato, il presente e il futuro. 

                     António Guterres 

                           Segretario generale della Nazioni Unite


da Il Fatto Quotidiano del 06/03/2026

“È una guerra privata di Trump e Netanyahu. Lasciano a noi i rischi”

di Salvatore Cannavò


Una guerra senza senso, dall’esito imprevedibile, con un attore, Donald Trump, sospetto di essere sotto il ricatto di Israele per il caso Epstein, e con un protagonista assoluto, Benjamin Netanyahu, che è l’unico ad avere chiaro l’obiettivo: una guerra infinita per restare al potere. Lucio Caracciolo, direttore di Limes, offre uno sguardo come sempre analitico della situazione.

Come si colloca questa guerra nell’arco di quelle degli ultimi venti anni?

Nella traiettoria lunga delle guerre al terrorismo a partire dal 2001, dall’attentato alle Torri gemelle. Si tratta di guerre che per definizione sono invincibili, in cui si possono certamente ottenere dei risultati tattici, ma in cui non essendoci obiettivi strategici non si può rivendicare alcuna vittoria.

Le sembra che Trump si possa collocare in una continuità con George W. Bush?

Ci sono molte differenze. Innanzitutto, colui che l’ha dichiarata ha sempre definito questo tipo di guerra come stupida. Inoltre, a differenza di quelle di Bush, la guerra di Trump non ha una componente ideologica: il presidente Usa ha provato a sostenere che si trattasse di un cambio di regime, ma poi ha cambiato idea. E infine si tratta di una guerra privata, che scaturisce dal rapporto intimo, e contrastato, tra Netanyahu e Trump.

Che hanno obiettivi diversi...

L’obiettivo del premier israeliano è la guerra infinita in Medio Oriente, un modo per restare al potere il più a lungo possibile disinteressandosi delle sorti di Israele, mentre dall’altra parte penso non sia un cedimento al complottismo pensare che esistano forme di ricatto da parte di Netanyahu nei confronti di Trump, utilizzando il caso Epstein.

I rapporti di Epstein con Israele quindi offrirebbero a Netanyahu un’arma segreta?

Israele vuole evitare quello che considera il suo principale rischio, che l’America l’abbandoni. Quando Netanyahu ha paragonato Israele a Sparta, cioè a una potenza militare permanente e capace di dotarsi da sola dei mezzi per difendersi, si riferiva proprio a questo scenario. Tel Aviv, che ha come necessità assoluta il coinvolgimento attivo degli Usa, ha invece visto crescere lo scenario di un’America, intesa come élite, governo e opinione pubblica, che ne ha abbastanza del Medio Oriente. I sondaggi Usa vanno in questo senso. 

Questo progetto si pone al prezzo di una destabilizzazione continua del Medio Oriente. Fino a dove può arrivare l’Iran?

Per l’Iran l’obiettivo è sopravvivere. Obiettivo che ritengo possibile, a meno di una guerra civile interna, su cui puntano gli israeliani, e dunque della fine dell’Iran. Che però non è un regime, ma uno Stato che ha un regime. Quindi, se si vuole cambiare il regime occorre cambiare lo Stato, affrontando le incognite conseguenti. Si continua impropriamente a parlare di Khamenei, padre e figlio, come di un dittatore, ma non è così. In Iran la guida suprema è simbolica, ha potere, ma lo condivide con una quantità di persone che fanno capo ai Guardiani della Rivoluzione.

Ma se questo potere dovesse essere destrutturato, che succede?

Ci troveremmo di fronte al sovvertimento dell’ordine che ancora esiste in Medio Oriente e che lo stesso Iran garantisce. Stiamo già vedendo in questi giorni la destabilizzazione di un’area che resta importante per il resto del mondo e soprattutto per noi europei e italiani.

E dove si ferma Trump?

Questo purtroppo non si è ancora capito.

Per quanto riguarda l’Italia, esistono le condizioni per dire che siamo in guerra, non ci siamo oppure potremmo finirci?

Certamente oggi quelle condizioni non ci sono, non siamo in guerra al momento. Ma il rischio di finirci involontariamente c’è. Possiamo finire nel mirino della rappresaglia e gli Usa o Israele o tutti e due possono costringerci a utilizzare asset italiani per la loro guerra e in tal caso quegli asset diventano bersagli.

Esiste ancora un diritto internazionale o ci sarà un nuovo equilibrio tra Stati e potenze?

L’equilibrio geopolitico è possibile ed è sempre auspicabile, ma non c’entra nulla con il diritto internazionale che in realtà non è mai esistito. Oggi è ancora di più così come dimostra il discorso che il premier canadese Mark Carney ha tenuto a Davos poche settimane fa. Gli americani si sono sempre regolati con il proprio standard, e alla fine ognuno ha i suoi valori e i suoi interessi.

Che giudizio dà di Sánchez?

Si deve dare atto a Sánchez di aver assunto una posizione particolarmente coraggiosa e di buon senso nel momento in cui sembra prevalere il non senso. In ambito euroatlantico stiamo assistendo a un riposizionamento, lento, ma anche a un impazzimento delle posizioni semplicemente perché assistiamo a eventi che non controlliamo e che ci limitiamo a subire.

A Meloni non sono mancate la schiena dritta e la testa alta che spesso rivendica?

Meloni, e non solo lei, è ancora sconvolta per quello che sta succedendo: nessuno ci aveva detto quello che stava per accadere e noi non siamo stati in grado di prevederlo.