lunedì 25 maggio 2026

Gruppo biblico del martedì, domani 26 maggio


Care amiche e amici del gruppo biblico del martedì,

domani sera ci incontreremo alle ore 18:00 per leggere il capitolo 15 del Vangelo di Marco.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.

Questo è il LINK per il collegamento:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A domani.

Sergio

È INCONCEPIBILE UNA VITA SENZA SILENZIO


Mi sembra che particolarmente nel silenzio, costretti a guardare Dio negli occhi, cadano i nostri camuffamenti e vengano smascherate le nostre fughe da Lui. Certo, lo so benissimo, il silenzio può essere ambiguo e vuoto. Ma questi pericoli e queste deviazioni, sempre possibili, non devono incoraggiare una facile denigrazione del silenzio. E' indispensabile per un credente ritagliarsi spazi di silenzio per " fecondare" la vita di ogni giorno.

“Il primo servizio di cui siamo debitori agli altri membri della comunità è di ascoltarli. Come l'inizio del nostro amore per Dio consiste nell'ascoltare la Sua parola, cosí l’inizio dell'amore del prossimo consiste nell'imparare ad ascoltarlo. L'amore di Dio per noi si distingue proprio in questo: che non si limita a parlarci, ma vuole anche ascoltarci.

Imparare ad ascoltare il nostro fratello è dunque fare per lui ciò che Dio ha fatto per noi. Certi cristiani ed in particolare i predicatori, si credono sempre obbligati a "dare qualcosa" quando sono con altri uomini. Dimenticano che ascoltare può essere più utile che parlare. Molte persone cercano un orecchio che li voglia ascoltare e non lo trovano fra i cristiani, perchè i cristiani si mettono a parlare proprio quando dovrebbero saper ascoltare. Ma chi non sa più ascoltare suo fratello finisce per non ascoltare neppure più Dio stesso, salvo parlargli in continuazione.

Egli introduce così un germe di morte nella sua vita spirituale e tutto quello che dice finisce per non essere altro che chiacchiera religiosa, condiscendenza clericale, valanga di parole pie. Non sapendo più accordare un'attenzione tesa e paziente agli altri, si parlerà loro sempre fuori bersaglio. E ciò senza più rendersene conto.

Chi stima il suo tempo troppo prezioso per poterlo perdere ad ascoltare gli altri, in effetti non avrà mai tempo per Dio e per il prossimo; non ne avrà che per se stesso, per i suoi discorsi e le sue idee personali "(Dietrich Bonhoeffer)

Sólo le pido a Dios  (León Gieco)

 

Solamente chiedo a Dio

che il dolore non mi sia indifferente

che l'arida morte non mi trovi

vuoto e solo, senza aver fatto abbastanza.

 

Solamente chiedo a Dio,

che l'ingiustizia non mi sia indifferente

che non mi schiaffeggino l’altra guancia

dopo che un artiglio graffiò il mio destino.

 

Solamente chiedo a Dio

che la guerra non mi sia indifferente

è un mostro grande e calpesta ferocemente

tutta la povera innocenza della gente.

 

Solamente chiedo a Dio

che l'inganno non mi sia indifferente

Se un traditore può più che alcuni,

che questi non lo dimentichino facilmente.

 

Solamente chiedo a Dio

che il futuro non mi sia indifferente

Sfortunato è colui che deve andarsene

a vivere una cultura diversa.

 

Solamente chiedo a Dio

che la guerra non mi sia indifferente

è un mostro grande e calpesta ferocemente

tutta la povera innocenza della gente.

 

America Latina


da Il Fatto Quotidiano del 09/05/2026

Giustizia L’allarme di Gianni Melillo, procuratore nazionale Antimafia

di Paolo Frosina


“Un adeguato approfondimento tecnico", basato sui dati, "sul quale costruire un'ipotesi di affinamento della normativa vigente”. Carlo Nordio apre, almeno sulla carta, a rivedere la stretta del governo sulle intercettazioni dopo l'allarme del procuratore nazionale Antimafia Gianni Melillo. Lo scorso 20 aprile, il capo della super-procura aveva scritto al Guardasigilli, al ministro dell'Interno Matteo Piantedosi e alla presidente della Commissione parlamentare Antimafia Chiara Colosimo, segnalando l’effetto “grave e allarmante” della norma, introdotta dalla maggioranza nel 2023, che vieta ai magistrati di usare i nastri come prova in procedimenti diversi da quelli per cui sono stati autorizzati. Una scelta che ha causato un "obiettivo arretramento della linea di efficacia delle investigazioni in materia di criminalità organizzata e terrorismo", ha scritto Melillo, chiedendo una "riflessione urgente sulle criticità riscontrate”.


da Il Fatto Quotidiano del 18/04/2026

Lula e Sánchez battezzano l’Internazionale progressista

di Wanda Marra


“Quando ho conosciuto l’Italia, ho conosciuto il Pci, come il più grande partito comunista dell’occidente. Si presentava alle elezioni e aveva il 33%, ma perdeva sempre contro la Democrazia Cristiana”. Parola di Lula, presidente del Brasile, emblema della sinistra mondiale, che oggi, insieme al premier spagnolo, Pedro Sánchez sarà la vera star della Global Progressive Mobilisation. Insomma, “le forze progressiste devono capire dove stanno sbagliando”. Per dirla con Sánchez nella sua veste di aspirante leader del progressismo europeo: “I nostri governi, come le nostre società, vogliono raddoppiare gli sforzi per lavorare per la pace e un multilateralismo rafforzato. Mentre altri aprono ferite noi vogliamo chiuderle e curarle”. Ieri i due hanno fatto il primo bilaterale a Palacio de Pedralbes tra Spagna e Brasile nel nome dell’anti-trumpismo, nel quale Lula ha ringraziato pubblicamente Sánchez per aver difeso il Mercosur. Nel frattempo a Barcellona si riuniscono le forze progressiste: tremila partecipanti contro “l’internazionale dell’ultradestra”. Una sorta di anti Cpac-maga, sotto la guida del Partito socialista europeo allargato ai leader dell’America Latina. Tra i presenti il presidente della Colombia, Gustavo Petro, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, la vicepresidente della Commissione europea Teresa Ribera, la leader del Partito democratico Elly Schlein, il presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa nonché la presidente del Messico Claudia Sheinbaum. Ma poi ci sono rappresentanti di tutto il mondo. E per l’Italia, prima di tutto Elly Schlein, accompagnata da una delegazione foltissima del Pd, a partire dal responsabile Esteri, Peppe Provenzano e poi il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri.

Arriva nel primo pomeriggio la segretaria del Pd, incontra i leader dell’opposizione turca e giapponese, l’ex premier palestinese e una delegazione di Al Fatah, tra gli altri. È tutto uno stringere mani, un coltivare rapporti. “C’è un fortissimo interesse su quello che sta succedendo in Italia e, in particolare, sul risultato del referendum” che “ha generato una grandissima speranza tra i progressisti”, dice a fine giornata. E lei, unica leader progressista presente, è il volto di quella speranza? “C’è pure Enzo Maraio”, fa notare la segretaria glissando, pure se parla di “grande attesa per quello che succederà alle prossime elezioni”. Conte non c’è (d’altra parte non fa parte dei Socialisti) e ha tutte le intenzioni di sfruttare l’occasione politica, come dimostra il fatto che passa il pomeriggio a stringere rapporti, anche se i i leader più importanti saranno qui solo oggi.

L’IDEA del Forum è anche quella di spostare l’asse del Partito socialista europeo più a sinistra e provare poi a rilanciarne il ruolo: a Strasburgo in questa legislatura l’ S&D è all’angolo, con le destre sovraniste che spesso fanno asse con il Ppe. Senza contare che in generale i socialisti non sfondano a livello elettorale. Ma d’altra parte, il momento è propizio, con Trump che è riuscito ad attaccare persino il papa. Peraltro Sánchez ha schierato subito la Spagna sul no all’uso delle basi per gli Usa. Investire in politica estera come il frontman della pace è la sua scommessa politica, con elezioni tra un anno nient’affatto scontata. Nonostante non abbia avuto dubbi sull’invio di armi a Kiev. E anche Schlein non esita a battere sulla parola pace. Non stupisce che per spostare l’asse, i Socialisti guardino più all’America latina che all’Europa, dove la sinistra-sinistra è palesemente su posizioni diverse. L’Italia è vista come un esperimento interessante, dove il campo progressista è davvero una realtà. Per dirla con Stefan Löfven, il presidente del Pse tra i promotori del Forum “Schlein sta facendo un buon lavoro”. Lei racconta: “Per esempio, i turchi, che vedono le sostituzioni dei giudici poco prima delle sentenze, sono molto interessati al referendum”. Stamattina farà un panel sulla questione energetica (“non possiamo dipendere da chi viola il diritto internazionale”) con Teresa Ribera (la Commissaria europea spagnola) e il francese Raphael Glucksmann. E nella sessione finale, che vedrà le conclusioni di Sánchez e Lula. Studia come leader del futuro più che del presente. “Ora mi vedo con Sánchez e Lula”, saluta andando via. In realtà, va alla cena di gala del Forum al Museo nazionale dell’arte catalana. Dietro di lei le note di The Final countdown salutano l’ex premier Zapatero, nell’entusiasmo generale.

da Domani del 21/05/2026

Umiliare gli inermi.

La bancarotta morale dello Stato ebraico

di Gigi Riva


Il fascismo ha un volto ed è quello di Itamar Ben Gvir, 50anni appena compiuti, ministro della sicurezza nazionale nel governo israeliano. Il fascismo è l'umiliazione dell'avversario inerme. Il fascismo è farsi vanto di questa umiliazione. Come ha fatto Ben Gvir, peraltro recidivo, quando si è accanito su un’attivista della Flotilla che aveva osato gridare <<Free Palestine>> mentre era in ginocchio, ammanettata e bendata al pari di tutti gli altri arrestati. Il fascismo è maramaldeggiare con quel senso di superiorità beffarda e di dominio totale dei corpi di malcapitati attivisti pro-palestinesi.

Davanti a questo ennesimo scempio dei diritti a nulla servono le blande dichiarazione di Benjamin Netanyahu che, bontà sua, ammette che il ministro <<ha sbagliato>>, quando in qualunque paese civile si sarebbero pretese seduta stante le dimissioni o, in alternativa, si sarebbe proceduto a cacciare il responsabile di tanta infamia che disonora se stesso, l'esecutivo di cui fa parte, il paese intero. E ancor meno sono efficaci le prese di posizione del duo Meloni-Tajani che giudicano il gesto <<inaccettabile>>, pretendono le scuse e convocano l’ambasciatore. Un buffetto davanti all’enormità di un atto che calpesta la dignità delle persone e fa strame dei progressi sul cammino della civiltà. Quanto è avvenuto è la conseguenza logica di quel senso di impunità regalato alle frange estreme dell'ebraismo quando si permette ai coloni ogni tipo di nefandezza contro i palestinesi della Cisgiordania, quando non si paga dazio per le empietà commesse a Gaza, quando allo stesso Itamar Ben Gvir è stato concesso di vomitare il suo credito razzista e, insistiamo, fascista senza alcun argine eretto in difesa del decoro istituzionale. Il minimo che si chiede a un paese giudicato <<l’unica democrazia del Medio Oriente>> e che tuttavia si occupa ormai da tempo di mettere in discussione l’assunto con leggi come la più recente fatta su misura per i palestinesi che condanna a morte chiunque attenti alla vita di una ebreo.

E’ proprio attraverso la parabola politica di Ben Gvir che si può misurare la bancarotta morale di Israele. Il ministro è l’erede diretto del rabbino di origini statunitense Meir Kahane e fu coordinatore del movimento giovanile del partito da lui fondato, il Kach. Kahane nel 1984 riuscì ad essere eletto alla Knesset.


da Domani del 21/05/2026

«Ci picchiavano mentre eravamo ammanettati e inginocchiati», il racconto dei primi italiani della Flotilla rientrati a Roma

di Chiara Sgreccia


«A noi è andata anche bene, c’era gente che non si reggeva in piedi»: il giornalista Mantovani e il deputato Carotenuto raccontano la detenzione in mani israeliane. Boldrini (Pd): «Interrompere i rapporti commerciali con Israele e sospeso l’accorso di associazione tra Tel Aviv e l’Ue»

Li picchiavano e gli dicevano: «Welcome to Israel». «Quando arrivavi nel container all’ingresso della nave-prigione ti gonfiavano proprio. Nel senso che ti prendevano a calci e pugni. E a noi è andata anche bene eh, c’era gente che non si reggeva in piedi. Per andare in bagno bisognava accompagnarli in due». Così racconta, dall’aeroporto di Roma Fiumicino, pochi minuti dopo l’atterraggio, Alessandro Mantovani, giornalista del Fatto Quotidiano fermato dalle forze israeliane in acque internazionali il 19 maggio, mentre era a bordo di Kasr Sabadad, una delle 52 barche della Global Sumud Flotilla dirette verso Gaza, poi trattenuto in Israele.

Viaggiava insieme a lui, sempre su Kasr Sabadad, anche il deputato del M5S Dario Carotenuto, uscito dal varco degli arrivi pochi istanti dopo. Sono i primi italiani a tornare a casa dopo l’intercettazione israeliana, avvenuta in acque internazionali al largo di Cipro. 

AMMANETTATI E PICCHIATI SULLA NAVE PRIGIONE ISRAELIANA

«Eravamo più vicini all’Egitto che a Gaza», spiega ancora il giornalista del Fatto prima di raccontare di essere arrivato all’aeroporto di Tel Aviv con le manette ai polsi e le catene ai piedi e di aver trascorso ore chiuso nella cella dell’ufficio di polizia di Ben Gurion: «Dopo l’abbordaggio ci hanno fatto salire su una nave, credo una corvetta, dove ci hanno sbattuto per terra, bendato, messi in ginocchio con le mani legate con le fascette ai polsi e un’altra fascetta che mi teneva attaccato a una struttura di ferro», continua a riferire: «Ma questo non era ancora niente, quando ci hanno trasferito sulla nave-prigione sono state botte dall’inizio».

«WELCOME TO ISRAEL», POI LE BOTTE

A descrivere l’ingresso nella nave-prigione – probabilmente due quelle che hanno navigato indisturbate nel Mediterraneo nelle 35 ore dell’abbordaggio, visto l’alto numero di persone, 428, che sono state trattenute contro la loro volontà – come una «panic room», anche Carotenuto: «Ci hanno fatto tenere le scarpe in mano in modo da limitare la nostra capacità di difesa quando siamo entrati nel container. C’erano tre energumeni che mentre ripetevano “Welcome to Israel” ci picchiavano selvaggiamente. Io ho preso un pugno nell’occhio, per un attimo ho pensato di non vederci più. E calci ovunque».

Carotenuto, visibilmente provato dall’esperienza vissuta, non si limita al racconto delle violenze subite, certificate anche in un primo resoconto dagli avvocati della ong Adalah, che difende gli attivisti della Flotilla: «Almeno tre casi di persone ricoverate in ospedale e successivamente dimesse. Decine di partecipanti con sospette fratture alle costole e conseguenti difficoltà respiratorie. Le testimonianze indicano inoltre un uso frequente di teaser contro i partecipanti, così come ferite provocate dall’uso di proiettili di gomma durante l’intercettazione delle imbarcazioni e sulla nave militare sulla quale sono stati trasferiti».

MITRA SPIANATI

Il deputato M5S sottolinea anche più volte la preoccupazione per tutti gli altri partecipanti alla missione della Global Sumud ancora nelle mani delle autorità israeliane: «A noi hanno chiamato per numero, io ero il 147», dice mostrando un braccialetto arancione al polso, per descrivere il momento in cui lui e Mantovani sono stati separati dagli altri: «Con i mitra spianati contro di noi, ci hanno chiesto di avanzare e poi di girarci di spalle. Quelli sono stati i secondi più lunghi della mia vita. Infine ci hanno preso per il collo e ci hanno allontanati. Da quel momento non ho più visto i miei compagni di viaggio», conclude con il volto segnato dalla commozione: «Sono persone straordinarie. Sono lì, stanno rischiando la loro vita perché i governi non fanno abbastanza».

TUTTI GLI ATTIVISTI FUORI DAL CARCERE DI KTZIOT

Proprio mentre parla con la folla di cronisti che circonda lui e Mantovani all’aeroporto, insieme a familiari e amici, arriva la notizia che Israele procederà a un’espulsione rapida degli attivisti della Global Sumud. Tutti, tranne l’israeliana Zohar Regev, stanno uscendo dal carcere di Ktziot, nel sud di Israele, per essere trasferiti a Eilat. Da lì, tre voli della Turkish Airlines li porteranno a Istanbul e poi nei rispettivi 45 Paesi di provenienza. Gli italiani dovrebbero rientrare a Roma, Napoli e Milano prima di mezzanotte.

BOLDRINI: «INTERROMPERE RAPPORTI COMMERCIALI CON ISRAELE»

«Il governo israeliano va sanzionato senza se e senza ma, vanno interrotti i rapporti commerciali con Israele e sospeso l'accorso di associazione tra Tel Aviv e l'Ue. Altrimenti è solo ipocrisia e complicità», commenta Laura Boldrini: «Il video diffuso dal ministro Ben-Gvir è l’ennesima dimostrazione di quanto il governo israeliano disprezzi i diritti umani e il diritto internazionale». Ma per la deputata Pd e Presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo l'indignazione solo verso il ministro per la sicurezza: «Rischia di essere una foglia di fico dietro cui nascondere l'orrore. L'orribile trattamento riservato agli attivisti e alle attiviste della Flotilla non è che un assaggio di quello che subiscono i prigionieri palestinesi». Della stessa idea anche il deputato Pd Arturo Scotto che aveva partecipato alla missione della Global Sumud del 2025: «Mi sembra di vedere in queste ore un certo livello di ipocrisia da parte dei governi italiano ed europei. Ben-Gvir e Netanyahu sono parenti stretti, fanno parte dello stesso governo. Ben-Gvir è più estremista ma Netanyahu ha sciolto quei cani da tempo contro i palestinesi. Quindi distinguere tra loro due è artificioso», dice a Domani convinto che sia necessario sanzionare individualmente i ministri estremisti d’Israele ma anche che l’Italia tolga il veto che ha posto sul blocco dell’accordo di cooperazione tra Ue e Stato ebraico. 

Accanto a lui, ad accogliere i primi tornati in Italia, anche Tony La Piccirella, membro dello Steering Committee di GSF che commenta: «Il governo Meloni ha chiesto delle scuse a Israele ma a noi sembrano insufficienti. Si cerca di umanizzare un conflitto come se fosse un litigio al liceo, invece quello in corso a Gaza è un genocidio. Abbiamo visto da anni che Israele si sta spingendo oltre ogni linea rossa, del diritto e della dignità umana. Non bastano le scuse, ci serve l’interruzione di ogni accordo con Israele, le sanzioni e che il governo, per una volta, metta gli affari in secondo piano rispetto alla vita dei propri cittadini e del popolo palestinese».


Il Fatto Quotidiano, 18 Maggio 2026

Spen­diamo meno di 1/3 della media Ocse

Due milioni di malati senza giu­sta assi­stenza: il governo taglia i fondi

» Linda Di Bene­detto

La tra­ge­dia di Modena è diven­tata in poche ore l’enne­simo ter­reno di pro­pa­ganda. Prima ancora che il qua­dro fosse chiaro già la Lega chie­deva fer­mezza, tol­le­ranza zero e par­lava di “cri­mi­nali di seconda gene­ra­zione”. Nes­suno, però, ha...

domenica 24 maggio 2026

da Il Manifesto del 21/05/2026

Israele, la deriva morale è un macabro spettacolo

di Widad Tamimi


Non c’è limite al ribaltamento della realtà nell’era della narrazione social della destra messianica israeliana. L’ultimo capitolo di questa strategia della provocazione permanente vede il ministro della sicurezza nazionale, figura di punta dell’oltranzismo colono, protagonista di un video in cui schernisce i prigionieri della Flotilla.

Trasformando la detenzione illegale e la privazione dei diritti in uno spot elettorale. «Siamo noi i padroni di casa qui», urla Ben Gvir alla telecamera, mentre passeggia tra i corpi degli attivisti costretti a terra, legati e impossibilitati a muoversi. «Erano venuti pieni di arroganza, guardateli ora. Non sono eroi, ma complici del terrorismo».

Nessuna traccia, in lui, della solennità che ci si aspetterebbe da un uomo dello Stato. Nessuna eleganza politica, nessun rispetto per la gravità del ruolo istituzionale che ricopre. Avanza con una postura sformata, quasi animalesca, le mani piantate sui fianchi o agitate nell’aria come quelle di un imbonitore da fiera. Ben Gvir non porta l’autorità della legge, ma la volgarità del bullo di periferia che ha finalmente ottenuto le chiavi della stanza dei bottoni. Si pianta davanti alle telecamere a gambe divaricate, lo sguardo ridotto a due fessure cariche di un disprezzo viscerale, un ghigno asimmetrico stampato sul volto che trasuda una spietata compiacenza.

«Chi sono i padroni di casa qui?» non è una domanda, piuttosto uno sputo in faccia al mondo che lo guarda. In quella frase c’è l’essenza della sua ascesa: la rozzezza di un linguaggio ridotto a slogan da stadio, l’assoluta incapacità di concepire la legittimità umanitaria o politica minima. Per lui, quegli uomini non sono prigionieri da gestire secondo il diritto, ma carne da calpestare per riaffermare un dominio.
Non è una novità; è lo stesso identico stile appreso nei suoi anni da agitatore di strada, quando cercava la rissa e il flash dei fotografi sui marciapiedi di Gerusalemme. Solo che adesso quel fare provocatorio e quella stessa violenza verbale sono stati elevati a politica ufficiale, istituzionalizzati dietro la targa tirata a lucido di ministro della sicurezza nazionale.

Ogni sua visita ispettiva nei penitenziari in cui vengono detenuti i palestinesi si trasforma in un macabro pezzo di teatro a favore di telecamera. Entra nei bracci di massima sicurezza non per controllare, ma per infierire, pretendendo con petulante ferocia l’irrigidimento di ogni restrizione, il taglio di ogni diritto elementare. Ogni suo gesto, ogni parola sprezzante lanciata oltre le sbarre, non cerca la giustizia, ma il boato del suo elettorato, nutrito quotidianamente con lo spettacolo della degradazione altrui.

L’effetto reale è la messa in scena di una deumanizzazione sistematica, dove i corpi di civili – medici e cooperanti internazionali, invece che i palestinesi contro cui si accanisce di solito – diventano trofei da esibire. Un’esibizione pornografica che certifica il collasso del diritto: nelle carceri di Ben Gvir la violazione delle convenzioni internazionali non è più una colpa da nascondere, ma un vanto. Non si tratta di un caso isolato, ma di un modus operandi volto a cannibalizzare il consenso a destra del Likud, blindando il proprio potere attraverso la spettacolarizzazione della crudeltà.

Le immagini arrivano nel momento più teso dell’operazione di pirateria condotta dalle forze israeliane: il sequestro della Lina al-Nabulsi – l’ultima imbarcazione della Global Sumud Flotilla partita dalla Turchia – e l’assalto alla motonave Girolama, che batte bandiera italiana. L’operazione, condotta in acque internazionali con l’uso di proiettili di gomma contro volontari disarmati, si è conclusa con la deportazione ad Ashdod di oltre 400 attivisti umanitari di 44 diverse nazionalità. Per tutta risposta, almeno 87 dei fermati hanno annunciato uno sciopero della fame a oltranza contro l’isolamento e l’arbitrarietà del loro rapimento.
Tra questi, i ventinove italiani detenuti formano un gruppo eterogeneo che unisce l’impegno civile alla solidarietà. È una vicenda che sposta l’asse dell’emergenza: la richiesta di liberazione immediata dei sequestrati è un dovere politico inderogabile per la Farnesina e i governi europei.

Al di là della retorica securitaria, emerge lo smantellamento progressivo dello Stato di diritto all’interno delle stesse istituzioni israeliane. La pubblicazione di immagini di detenuti in stato di costrizione viola apertamente la Convenzione di Ginevra, ma nella Knesset di oggi, e ancor di più nel gabinetto di Benjamin Netanyahu, le norme internazionali sono vissute come lacci burocratici da recidere.
Una deriva che ha riacceso il durissimo scontro interno alla società israeliana. Se i media mainstream tendono a normalizzare la linea del governo, la stampa progressista ha denunciato il video come l’ennesima macchia indelebile sulla coscienza morale del Paese. Sulle colonne di Haaretz, gli editorialisti più accorti sottolineano come questa violenza esibita distrugga quel poco che resta della legittimità internazionale di Israele.

Il video di Ben Gvir funge tuttalpiù da conferma esplicita delle accuse di violazione sistematica mosse dagli organi Onu. Questo manifesto visivo è l’ennesimo segnale di un Paese che, nel silenzio complice di gran parte dell’Occidente, sta smarrendo i confini della propria umanità, spingendo l’esibizione della forza fino alla definitiva legittimazione dell’inciviltà giuridica.

da Il Manifesto del 09/05/2026

Cambia l’aria in città. 

A Venezia la destra con l’acqua alla gola

di Andrea Carugati


Alle regionali dello scorso novembre il centrosinistra, ampiamente sconfitto in Veneto, ha vinto a Venezia per 400 voti. E ora si presenta alle elezioni comunali del 24 e 25 maggio nella città più importante al voto con un vantaggio ancora più ampio, stando agli ultimi sondaggi che vedono il candidato progressista Andrea Martella tra il 47 e il 48% e quello di centrodestra Simone Venturini, braccio destro del sindaco uscente Brugnaro, tra il 41 e il 42%.

NUMERI TROPPO TIMIDI per poter considerare la partita chiusa, ma che segnalano una «evidente voglia di cambiamento», per dirla con Gianfranco Bettin, già vicesindaco di Cacciari e ora capolista di Avs. Una voglia di cambiare pagina su cui punta molte delle sue carte Martella, 57 anni, senatore Pd della sinistra interna, già sottosegretario all’Editoria nel governo Conte 2 e segretario del Pd Veneto. Paga un poco i suoi natali a Portogruaro, oltre a modi un po’ algidi, compensati dalla residenza a Mestre e da una riconosciuta autorevolezza. «A Venezia si è consumato un ciclo politico del centrodestra, che si conclude con un bilancio fallimentare», spiega Martella al manifesto. Ed elenca i punti chiave del suo programma: tutela della laguna, regolazione del turismo, politiche della casa per bloccare lo spopolamento e sicurezza.

Tema scivoloso, eppure molto sentito, soprattutto a Mestre, dove il problema dello spaccio è fortissimo. Martella ha chiesto una mano all’ex capo della polizia Franco Gabrielli: una scelta non securitaria, ha spiegato, ma che punta a «tenere insieme il controllo del territorio, la rigenerazione urbana e le politiche sociali». Una scelta, quella di Gabrielli, che è stata accettata anche dall’ala sinistra dell’ampia coalizione di centrosinistra, che va da Rifondazione ai centristi: il prefetto non sarà assessore ma consulente.

«La giunta di destra ha reso la città più insicura», spiega Bettin, «è stata lasciata allo sbando, sono stati cancellati i presidi sociali. In questi anni ci sono state grandi manifestazioni con centri sociali, comitati e associazioni cattoliche per chiedere un’idea diversa di sicurezza, visto che le politiche repressive hanno fallito».

UN CONCETTO CHE SI È fatto strada anche nella Venezia della terraferma, dove la destra era forte, e ora ha perso consensi. E ha tra i pochi argomenti da utilizzare la presenza nelle liste di centrosinistra di alcuni esponenti della comunità bengalese, rei di volere una grande moschea a Mestre e di aver diffuso volantini in bengalese con riferimenti ad Allah.

La Lega si è scatenata, l’europarlamentare ed ex sindaca di Monfalcone Anna Maria Cisint è calata in città con toni da crociata: «Il Pd vuole una teocrazia a Venezia». Ma i big veneti della Lega, da Zaia al governatore Alberto Stefani, finora si sono fatti vedere assai poco, forse consapevoli che il vento è girato. E così quelli di Fdi.

VENTURINI, 38 ANNI, molto forte sui social dove impazzano i suoi video con le «nonne» nei mercati, paga un legame strettissimo con Brugnaro (ha cambiato giusto il colore della campagna dal fucsia al giallo), indagato nell’inchiesta Palude per corruzione e la cui giunta è promossa solo da un veneziano su 3. Il suo delfino sostiene che il centrosinistra delle giunte pre-2015 abbia «prodotto il dissesto dei conti, a noi è toccato risanare».

La replica di Martella: «Ma quale tracollo finanziario, loro hanno scelto di disinvestire su trasporti e servizi sociali, che sono doveri fondamentali». Il candidato Pd si tiene alla larga dagli scontri sulla Biennale e sulla Fenice, compreso lo sciopero di ieri dei lavoratori contro il padiglione di Israele. Non ha neppure partecipato alla manifestazione pro pal. E si limita a promettere che, se sarà eletto, ricostruirà «un rapporto serio e costruttivo tra il Comune e la grandi istituzioni culturali».

SCONTRO ANCHE sul porto. Con Venturini che accusa la sinistra di «volerlo uccidere», mentre i progressisti puntano su una transizione che arrivi allo spostamento fuori dalla laguna, zona Malamocco, evitando nuovi pesanti scavi nei canali «per non danneggiare ulteriormente l’ecosistema lagunare». «Non c’è alternativa», spiega Bettin. «Le sempre più frequenti chiusure del Mose rendono il porto attuale non operativo per molti giorni l’anno, tra gennaio e febbraio 2026 è successo 27 volte. La destra continua a difendere lo status quo, non sa progettare il futuro». E Martella: «Venezia deve diventare un laboratorio dell’adattamento climatico».

NO DEL CANDIDATO DEM anche al ticket per i turisti: «Non ha funzionato, è solo una tassa di soggiorno aggiuntiva che non offre servizi». I candidati sindaco sono 8, con 20 liste a sostegno. Nei sondaggi i 6 minori viaggiano nel complesso attorno al 10%. Difficile, in questa frammentazione, che Martella possa farcela al primo turno. Ma lui ci spera. I big del centrosinistra, da Fratoianni a Schlein, sono in arrivo per dare una mano.

da Pressenza del 23/05/2026

Nelle grandi città un/a minore su dieci vive nelle aree più fragili

di Giovanni Caprio


Nelle 14 città metropolitane italiane circa 142mila bambini, bambine e adolescenti – il 10,3% del totale – vivono nelle 158 Aree di disagio socioeconomico urbano (ADU) individuate dall’ISTAT. Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo concentrano quasi il 73,5% dei minori che vivono in queste aree, mentre solo a Roma risiedono oltre 30mila 0-17enni. In queste periferie il 42,3% delle famiglie vive in povertà relativa e le disuguaglianze educative e sociali risultano molto più marcate rispetto al resto delle città. Le disuguaglianze più marcate emergono soprattutto nel Sud e nelle Isole: a Palermo la povertà riguarda il 63,8% delle famiglie nelle ADU, a Napoli il 60,1%, mentre anche nel Centro-Nord si registrano forti divari, come a Torino e Milano.

Le difficoltà economiche incidono anche sulla quotidianità. Secondo la  ricerca di Save the Children “I luoghi che contano”, presentata in occasione della Biennale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che si è svolta il 21 maggio a Roma: il 12,7% non pratica sport perché troppo costoso; il 19,3% rinuncia a uscire con gli amici e le amiche per difficoltà economiche; il 16,5% non ha fatto vacanze di più giorni. Nelle aree vulnerabili anche il livello di istruzione dei genitori risulta più basso: solo il 19,1% delle madri e il 16,4% dei padri degli studenti e delle studentesse delle aree vulnerabili è laureato/a. Inoltre, solo una madre su due ha un lavoro.

Le disuguaglianze territoriali emergono con forza soprattutto sul piano educativo. Dalla ricerca di Save the Children emerge che il 15,4% di studentesse e studenti delle scuole secondarie ha abbandonato la scuola o ripetuto l’anno scolastico, una percentuale doppia rispetto alla media delle città metropolitane. Inoltre, il 20,8% degli alunni e delle alunne dell’ultimo anno delle medie è a rischio dispersione scolastica implicita. In alcune città i divari risultano ancora più evidenti. A Bologna il rischio di dispersione implicita raggiunge il 23,1% nelle scuole delle aree vulnerabili, mentre a Milano arriva al 21,1% e a Firenze al 22,2%.

A pesare è anche la carenza di servizi educativi. In 37 delle 158 aree fragili il tempo pieno è molto inferiore rispetto alla media cittadina e in 18 aree è completamente assente: 8.813 bambini e bambine che frequentano 50 scuole primarie non hanno accesso a questo servizio fondamentale. Il 16,7% degli studenti e delle studentesse che frequentano scuole nelle aree vulnerabili dichiara di non avere avuto il materiale scolastico necessario all’inizio dell’anno, mentre il 17,3% ha rinunciato a una gita scolastica per motivi economici.

Le differenze emergono anche nelle aspettative per il futuro: solo il 36,5% di ragazze e ragazzi delle scuole delle aree vulnerabili pensa di iscriversi al liceo, contro il 66,9% dei coetanei e delle coetanee che vivono in quartieri meno vulnerabili. Meno di un/a studente/studentessa su quattro si dichiara inoltre pienamente convinto/a di iscriversi all’università, a conferma di quanto le disuguaglianze territoriali influenzino le possibilità future di bambini, bambine e adolescenti, mentre oltre un/a giovane tra i 15 e i 29 anni non studia e non lavora. A Palermo il dato supera il 55%, mentre a Napoli raggiunge il 42,9%.

Gli amici sono una presenza stabile nella vita di ragazzi e ragazze, indipendentemente dal contesto in cui vivono. Più di uno su due (51,2%) dichiara di avere più di 15 amici. Tuttavia, tra gli studenti delle ADU le reti di amicizia risultano un po’ meno ampie: il 44,3% afferma di avere più di 15 amici, contro il 53,9% delle altre aree. Allo stesso tempo, però, queste reti sono più eterogenee: il 41,5% ha amici con famiglie sia di origine italiana sia provenienti da altri Paesi, rispetto al 30,5% di chi vive in altre zone.

Nelle scuole delle aree fragili è anche più alta la presenza di studenti con background migratorio: il 15,8% degli alunni è nato in un Paese extra UE, contro il 5,4% nelle scuole delle aree non fragili. Quasi la metà degli studenti che vive nelle periferie ritiene che il proprio quartiere venga giudicato negativamente dagli altri. Il 49,1% dei ragazzi e delle ragazze percepisce infatti uno stigma sociale legato al luogo in cui vive. Circa un/a ragazzo/a su tre dichiara di aver assistito a prese in giro rivolte a coetanei e coetanee per il quartiere di provenienza.

Nelle aree vulnerabili emerge anche una minore percezione di sicurezza, soprattutto tra le ragazze: solo una su due si sente al sicuro nel proprio quartiere, contro il 75% delle studentesse che vivono in altre zone della città. Nonostante questo, molti adolescenti mantengono un forte legame con il territorio in cui crescono e indicano con chiarezza le priorità per migliorarlo. Tra le richieste più frequenti ci sono: servizi di pulizia e raccolta rifiuti più efficienti; più spazi di aggregazione per ragazzi e ragazze; campetti, palestre e luoghi per fare sport; parchi pubblici più curati e accessibili; maggiore sicurezza e illuminazione pubblica; più trasporti pubblici e collegamenti con altre zone della città; più luoghi culturali e musicali accessibili.