lunedì 2 novembre 2026

da Pressenza del 29/10/2026

Appello dei docenti universitari solidali con le mobilitazioni studentesche e giovanili

di Redazione Italia


A fianco delle nostre studentesse e studenti, dei e delle giovani che hanno manifestato e continuano a farlo per un presente e un futuro radicalmente migliore per tutti e tutte.

Da settimane nelle strade e piazze d’Europa e non solo, giovani donne e uomini, studenti e studentesse, protestano contro la precarietà, la privatizzazione, i tagli allo stato sociale e l’abbandono e desolazione in cui versano le scuole, le paghe da fame, le università sempre più deprivate di fondi, la gentrificazione, l’angoscia per un futuro che per la prima volta da decenni appare più buio di quello della generazione dei genitori e dei nonni. Sotto accusa la corruzione morale e politica delle classi di governo, la complicità con la politica genocidaria israeliana, la militarizzazione del sapere e i massicci investimenti in armamenti e nella “difesa”. A colorare le proteste come di consueto, ormai da almeno tre anni, bandiere palestinesi e keffyah, simboli della centralità della Palestina come paradigma sia simbolico che materiale della brutalità estrema del presente.

Da Parigi ad Atene, da Tirana a Madrid, da Roma a Belgrado, fino al movimento degli “scarafaggi” in India, le nuove generazioni stanno dando una lezione di coraggio, civiltà e speranza, superando le divisioni e gli steccati delle generazioni precedenti attraverso mobilitazioni profondamente trasversali. In India le proteste hanno ironicamente fatto proprio l’insulto classista del governo Modi, che aveva liquidato i manifestanti come “scarafaggi”. Scenario simile in Francia, dove lo slogan del movimento è diventato “Bismillah, c’est les ténèbres”, frase originariamente coniata da un poliziotto che tentava di infiltrarsi nei canali social dei collettivi fingendosi un giovane di origine araba.

La forza di questi movimenti di giovani donne e uomini risiede proprio nella loro trasversalità e conseguente capacità di produzione di una ironia radicale verso l’apparato repressivo e il suo tentativo di criminalizzare il dissenso. Sempre in Francia, lo stereotipo razzista e islamofobo del “giovane arabo-musulmano pericoloso” è stato ribaltato e ridicolizzato: emerge, rovesciata, una soggettività che pone al centro della propria prassi l’intersezionalità e mira ad abbattere le barriere di razza, casta e classe.

Su questo sfondo, risultano non solo gravissime ma anche anacronistiche le dichiarazioni del Ministro della Difesa Crosetto, che il 24 ottobre 2026 per complimentarsi con il collega Piantedosi scriveva sui social: “[Youssef Siher] non è un emarginato ma una persona molto introdotta e che aveva avuto molte più occasioni di lavoro e collaborazioni di gran parte dei suoi coetanei. Da quotidiani ad enti pubblici, ha frequentato il gotha dell’intellighentia [sic!] italiana. E si sono visti i risultati”.

Il profilo a cui il ministro fa riferimento è quello di Youssef Siher – studioso, attivista e giornalista freelance – arrestato con gravissime accuse, tra cui istigazione a delinquere e terrorismo. Dietro la presunta condotta “criminale”, il messaggio di Crosetto appare chiaro: le “seconde generazioni” sono ospiti e devono mostrare gratitudine, non dissenso. Siamo quindi di fronte al tentativo di silenziare un movimento di protesta attraverso una doppia strategia: la criminalizzazione e il razzismo, dove il razzismo come è sempre stato storicamente, produce le sue proprie categorie di “criminali”. Non dimentichiamoci infatti che la macchina di razzializzazione ha sempre prodotto devianti e folli, classificando nelle categorie del malato di mente e/o del reo tutti gli oppressi ed esclusi che intendeva silenziare. In Italia questo processo viene portato avanti con gli innumerevoli decreti sicurezza, il più recente estende le maglie dell’articolo 270-bis c.p. equiparando il dissenso e la protesta, anche radicale, ad atti di terrorismo – una deriva già duramente stigmatizzata da Gina Romero (Relatrice Speciale ONU sui diritti alla libertà di riunione pacifica e di associazione) ed altri giuristi internazionali, che hanno evidenziato come sia il decreto stesso a porsi in contrasto con il diritto internazionale dei diritti umani, e a minare libertà fondamentali di manifestazione ed espressione, con alto rischio per alcune categorie di cittadini e “di minoranze razziali ed etniche, migranti e rifugiati.”

D’altro canto, la repressione assume una connotazione marcatamente razziale nelle parole della leadership politica. La direzione è chiara: una sorta di divide et impera in cui gli studenti considerati “nativi” sono violentemente infantilizzati, manganellati e redarguiti, nel tentativo di sminuire e distogliere l’attenzione dal valore e dalla portata globale dei movimenti di protesta. I giovani e le giovani razzializzate diventano l’oggetto di una vera e propria caccia alle streghe. Sbattuti in prima pagina, indagati e incarcerati.

Di fronte a questo scenario, anziché denunciare l’illiberale torsione della norma, i media mainstream si sono accodati, finendo per normalizzare la retorica criminalizzante e razzializzante del governo. I titoli dei principali organi di stampa hanno cavalcato immediatamente la narrazione inquirente: «La mente del movimento del 17 che inneggia al 7 ottobre», titolava La Repubblica, mentre la RAI batteva: «Chi è Youssef Siher, il ricercatore ritenuto mente del “Movimento 17 ottobre” fermato per terrorismo. Il 30enne è un italiano di seconda generazione, residente a Brescia, di origini marocchine», arrivando a sbattere in prima pagina pure la moglie di Siher, con il crimine di essere “appassionata di Palestina” e “di gestire le pagine instagram e telegram” del “movimento 17 Ottobre”.

Come accademici e accademiche, siamo allarmati e allarmate da questa deriva che echeggia e amplifica il populismo delle destre estreme, distorcendo la vitalità e la legittimità di un movimento intersezionale che rivendica con forza il proprio diritto ad un futuro a partire dalla critica del presente: armi, genocidi, sfratti, salari da fame, precarietà, repressione, distruzione del pianeta.

Siamo allarmate e allarmati di fronte al razzismo non più nascosto ma ostentato del governo e dei media che tentano di isolare i giovani di cosiddetta seconda generazione, rappresentandoli in modo sinistro, come violenti, ignoranti e abbandonati a loro stessi. Lo stesso appellativo dispregiativo di “maranza”, ormai assunto acriticamente come categoria sociologica associata alla presunta criminalità dei movimenti e delle proteste ha, tra le sue possibili genealogie, una origine di stampo razzista. Negli anni ’80 denotava i giovani delle periferie milanesi, spesso del Sud Italia, etichettati come rozzi ed emarginati: ora viene associato ai giovani italiani di origine araba.

Siamo profondamente allarmati e allarmate anche di fronte alla estensione del crimine di terrorismo ad associazioni e forme di protesta che chiedono la fine della violenza coloniale, il rispetto del diritto internazionale, la fine di forme di estrattivismo estreme e dei profitti stellari delle società legate ai complessi militari -razziali- industriali.

Siamo a fianco delle nostre studentesse e studenti, dei e delle giovani che hanno manifestato e continuano a farlo per un presente e un futuro radicalmente migliore per tutti e tutte.


da Il Manifesto del 16/10/2026

Non vogliamo investire in armi. E soprattutto non vogliamo usarle 

di Fabrizio Coticchia


Il dibattito sul riarmo si concentra sull’aumento delle spese militari. Raramente la discussione riguarda gli scopi politici per i quali, in Italia e in Europa, sarebbe necessario incrementare i bilanci. Tale aspetto si intreccia poi a una dimensione altrettanto centrale, quanto sottovalutata, la legittimità delle scelte in materia di difesa e sicurezza all’interno della società. Come viene visto, allora, il processo di riarmo dagli italiani? Quali sono le attitudini dei cittadini verso temi quali spese per la difesa, minacce, missioni militari, ritorno della leva o disponibilità a combattere?

Un sondaggio realizzato da YouGov per l’Università di Genova su oltre 1.500 cittadini italiani maggiorenni, alla fine del 2025, consente di rispondere a queste domande. L’indagine (di prossima uscita) affronta molti argomenti. Possiamo qui anticiparne quattro, data la rilevanza per il dibattito politico.

IL PRIMO riguarda la percezione delle minacce. Dovendo individuare le minacce principali alla sicurezza, gli italiani – particolarmente tra i giovani e a sinistra – collocano al primo posto il cambiamento climatico (37,5%), seguito – specie tra gli anziani e a destra – dall’immigrazione irregolare (32,5%). Solo il 19,8% indica l’aggressività russa. Non è vero, però, che gli italiani ignorino la pericolosità della Russia. Metà del campione, infatti, ritiene «possibile» un attacco di Mosca contro un paese alleato. Tuttavia, altre eventuali minacce, come i disastri ambientali, vengono ritenute più pressanti.

IL SECONDO elemento è la contrarietà dei cittadini all’aumento delle spese militari. Solo il 28,2% vorrebbe incrementarle, il 33,9% desidera ridurle e il 25,7% mantenerle invariate. Addirittura, la scelta di spendere di più è vista favorevolmente solo dalla metà degli elettori di Fratelli d’Italia e Forza Italia, e dal 32% di quelli della Lega. Ma come poter finanziare tali aumenti? Solo un’esigua minoranza sceglierebbe i tagli alla spesa o l’incremento delle tasse (rispettivamente l’8,4% e il 5,7%). Anche il piano europeo Readiness 2030, nonostante il sostegno al processo di integrazione europeo (visto positivamente da un’ampia fetta del campione), incontra una forte opposizione: il 44,6% è contrario, mentre solo il 28% appare favorevole.

IL TERZO aspetto, forse il più significativo, è la volontà di combattere. Se l’Italia venisse attaccata da un paese terzo, il 52,5% non sarebbe disponibile a combattere, contro il 31% che abbraccerebbe le armi. Particolarmente interessante è il dato della Lega: solo il 22,5% (una percentuale inferiore a quella di Pd e M5S, che si attesta al 28%) dichiara che combatterebbe per difendere l’Italia nello scenario ipotetico di un’invasione. Persino tra Forza Italia e FdI il dato non supera il 53%.

IL QUARTO e ultimo elemento attiene a organizzazione e missioni delle forze armate (che raccolgono un alto consenso, come istituzione, attorno al 67,5%). Gli italiani appaiono divisi su un possibile ritorno della leva, tra un 45,2% favorevole e un 46,8% contrario. Emerge una frattura generazionale: tra i 18-24enni i favorevoli sono appena il 22,1%, contro il 56,9% tra i 45-54enni, una fascia di età che difficilmente subirebbe i costi di tale scelta. Non abbiamo indagato i motivi di tali posizioni. Per inciso, ho sempre pensato che chi si dichiara favorevole alla leva per «motivi educativi» non avesse grande contezza, non tanto della difesa, ma del concetto di educazione. Certamente il tema – che ha assunto una grande rilevanza in Europa, con riforme avviate in numerosi paesi dopo il 2022 – merita grande attenzione. Altrettanto si può dire di quello che gli italiani pensano delle missioni militari, viste con favore nelle funzioni domestiche – dal contrasto a calamità naturali al supporto alle forze di polizia (approvate rispettivamente all’82,2% e al 67%) – ma assai meno per operazioni di peacekeeping (sostenute solo dal 45,8%). Se il terrorismo è la circostanza che raccoglie il supporto più ampio rispetto all’impiego delle forze armate, quasi il 23% ritiene invece che la forza militare non sia mai giustificata. Gli italiani si dividono, infine, anche sul contesto che garantirebbe al meglio la sicurezza nazionale: un 27,8% preferirebbe che l’Italia perseguisse autonomamente i propri interessi, mentre un 24,3% sceglierebbe il rafforzamento della difesa europea.

Il quadro che emerge dal sondaggio è quello di un paese spesso diviso (in primis a livello generazionale e di appartenenza politica) ma complessivamente riluttante a spendere di più, a inviare militari all’estero, e soprattutto a combattere.


Non ascoltare una generazione elimina le fondamenta della democrazia

31.10.26 - Marco Bizzozero -Pressenza

Più di mille docenti e ricercatori di pedagogia hanno firmato l’appello «Dissentire, partecipare, educare». Tra i promotori, a Bologna, Alessandro Tolomelli, professore ordinario di Pedagogia generale e sociale. Gli autori condannano devastazione e saccheggio, ma osservano che le misure repressive, come l’estensione ai minorenni del fermo preventivo, «intervengono unicamente sulle conseguenze, senza interrogarsi sulle cause profonde», e chiedono che l’università si faccia «sede pubblica di confronto». Perché «una generazione deve poter essere ascoltata prima che il suo disagio diventi emergenza». Condivido ogni pensiero, e vorrei contribuire su ciò che l’ascolto davvero è: la condizione della democrazia e, in profondità, della pace.

Attorno all’empowerment ruota tanta buona pedagogia di oggi, compreso il lavoro di Tolomelli: una crescita che rende l’individuo capace di stare di fronte al mondo e di intervenire su di esso. Se questo è il compito della società verso i suoi giovani, il primo atto è lasciarli esprimere, capire che cosa dicono e riconoscere un valore a ciò che dicono. Riconoscere è la prima pratica di inclusione del giovane nel dialogo politico. Le piazze hanno molte motivazioni, ma una è chiara e non violenta: i ragazzi non vogliono la guerra, il riarmo, la leva. A Bologna il 16 ottobre più di mille studenti sono scesi in corteo contro i tagli all’educazione, il riarmo e il carovita; il 30 ottobre, nello sciopero generale, hanno sfilato accanto ai lavoratori. Dicono che società e che università vogliono: un’altra università, un’altra educazione. Sotto la precarietà e il costo della vita c’è un’angoscia esistenziale che nessun indicatore economico misura. Chi ha diciotto anni è cresciuto con la guerra alle porte dell’Europa, e la sua maggiore età si apre nella prospettiva del riarmo e della leva. Il suo futuro è sotto una spada di Damocle.

Di una protesta ampia, per lo più pacifica, si guarda soltanto l’episodio peggiore. Il gesto di pochi diventa la cifra di tutti, e la risposta diventa penale anziché educativa. Il dibattito si sposta su vandalismo e ordine pubblico, e la domanda dei giovani, la pace, il futuro, la leva, scompare dalla scena. Il danno non è solo la distrazione. Parola che nel suo doppio senso non è la sbadataggine di chi non capisce, è la distrazione della medicina, quella di un legamento che viene stirato. «Trahere», tirare: l’attenzione pubblica con forza, è tirata via dalla domanda dei giovani, e dove si strappa resta il vuoto. L’etichetta di «violento» viene poi spalmata anche su chi non lo è affatto, su chi scende in piazza proprio contro la violenza. Alla richiesta si risponde con un giudizio: siete violenti, dunque ciò che chiedete non ha valore. In psicologia si chiama proiezione: la violenza viene proiettata su chi chiede, e chi chiede non viene più ascoltato. È la struttura antica del capro espiatorio descritta da René Girard. Non è un rito di sangue, e la differenza è enorme, ma in forma attenuata il meccanismo è lo stesso.

Il Sé non nasce da solo. Nasce dall’intersoggettività, cioè dall’essere ascoltati e riconosciuti da un altro e dal riconoscersi in lui. È il primo elemento di strutturazione del Sé, in modo decisivo per una gioventù che sta definendo la propria identità e il proprio senso della vita. Da un Sé strutturato nasce la capacità di scegliere, di dire sì e di dire no, di non lasciarsi manipolare: di dire no, per esempio, alla guerra. Togliere l’ascolto significa dunque colpire i giovani dove sono più fragili. Questa è una violenza innanzitutto esistenziale: colpisce il Sé nel cuore della sua formazione. È anche un importante atto politico. All’origine della democrazia c’è la possibilità, per tutti, di partecipare a un colloquio sociale. Se la parola di una generazione viene trasformata in violenza, il colloquio si interrompe, e con esso la cooperazione. L’ascolto è la preziosa condizione della democrazia, e il non ascolto ne elimina le sue fondamenta.

La guerra uccide i corpi, e questa differenza resta incolmabile. Ma ha la stessa radice di ogni non ascolto: negare l’altro come soggetto, vederlo soltanto come minaccia o come nemico. Si chiama deumanizzazione, ed è la preparazione con cui una società viene portata alla guerra, una manipolazione potentissima, che comincia molto prima delle armi. Occorre smettere di riconoscere nell’altro una persona: se ne prende una sola parte, quella che può offenderci o servirci, e a quel punto colpirlo non pesa più. La vittima viene deumanizzata. È la stessa operazione di ogni discriminazione, una piccola costante guerra quotidiana: si prende una parte e si toglie il tutto. Il razzismo prende in considerazione solo il colore della pelle: siamo all’estremo dell’intelligenza. In una donna violentata l’unica parte presa in considerazione è il suo sesso, la parte che si sta violentando, e la persona, quella che soffre non esiste più. L’omofobia e la transfobia riducono una persona al suo orientamento o alla sua identità, e la costringono alla vergogna; l’abilismo la espone soltanto nella sua disabilità, la xenofobia si ferma alla provenienza, l’ageismo all’età. È ciò che nella mistificazione della protesta accade ai giovani quando vengono dichiarati violenti. l non ascolto dei giovani può essere letto come una possibile preparazione alla guerra, non perché qualcuno voglia necessariamente dichiararla, ma perché l’etichetta di violento toglie credibilità e tutele a chi dice no: rende più facile reprimere domani chi rifiuterà di combattere. Far tacere i giovani, che sarebbero i primi a dover combattere, toglie all’opposizione alla guerra la sua voce più credibile, e il consenso alla guerra si prepara meglio senza resistenze.

Dissentire e partecipare sono diritti. Il terzo verbo, educare, chiede luoghi dove i giovani siano davvero ascoltati e riconosciuti. Propongo un rito sociale scelto, in alternativa alla leva: un percorso di alcuni mesi con educatori messi a disposizione da università e associazioni, fino a un momento pubblico in piazza con le famiglie. È l’empowerment in pratica, e l’opposto del fermo preventivo: là un luogo di costrizione, qui un luogo di scelta e di crescita identitaria integrata nel sociale. L’appello chiede alle università di farsi sedi pubbliche di confronto. Lo raccogliamo: con Essere Utopia e con l’associazione di promozione sociale che stiamo costituendo intendiamo promuovere a Bologna eventi e conferenze-performance su pace e nonviolenza, e ci mettiamo a disposizione dei firmatari per un progetto pilota con una ricerca che coinvolga i ragazzi come soggetti attivi.


 Dobbiamo difendere la sanità pubblica

 

Bisogna prendere dei provvedimenti per difendere la sanità pubblica.

Innanzitutto va applicato l'articolo 32 della nostra bella costituzione

italiana, dove dice che il diritto alla salute sia garantito a tutti i cittadini e ineguale misura. Bisogna applicare la legge 833/78, quella che ha istituito il Servizio sanitario italiano, che stabilisce dei principi e obiettivi per la salute dei cittadini, di prevenzione cura e riabilitazione, su tutto il territorio italiano.

Le Regioni devono mettere in atto meccanismi operativi per attuare i principi e gli obiettivi fissati dalla legge.

Con i soldi che arrivano dall'Europa per la sanità, vanno programmati dei progetti di miglioramento e sviluppo della sanità pubblica per ospedali più efficienti. In queste strutture ci vuole personale a sufficienza e preparato professionalmente, medici e infermieri per fare una buona prevenzione e cura ai cittadini più fragili ebisognosi, potenziando anche l'assistenza domiciliare. Questi servizi servono anche come filtro, per non andare ad intasa-

re i ricoveri in ospedale. È di estrema urgenza mettere mano alla carenza dipersonale nelle strutture ospedaliere e sul territorio italiano, mancano circa 50mila medici, mancano circa 100mila infermieri e anche altro personale bisogna fare subito un piano di potenziamento delle università per preparare un numero sufficiente di medici e infermieri. Poi vanno pagati meglio in base alla loro professionalità, tanti infermieri vanno all'estero perché li prendono più del doppio di quello che prendono qui in Italia. Nella nostra sanità pubblica va investito di più e meglio.

Domani 24 ottobre 2026, Francesco Lena

 

domenica 1 novembre 2026

TU BUSSI ALLA PORTA DEI NOSTRI CUORI

 

Tu bussi alla porta dei nostri cuori

come chi s'avvicina in punta di piedi:

sei il soffio invitante che fa vivere,

la compagnia che non verrà mai meno.

Noi ci rivolgiamo a Te, proprio a Te, o Dio.

Tu sei più grande di ogni nostra parola,

sei la roccia su cui costruire la nostra casa,

sei la stella da seguire nelle nostre notti.

Con la forza che viene da Te

è possibile cambiare la nostra vita,

rompere anche le più radicate abitudini

e aprire finestre nuove per il futuro.

Crea in ciascuna e ciascuno di noi un io ospitale,

capace di far posto al volto dell'altra e dell'altro,

imparando da Gesù, il testimone del Tuo amore,

a guardare oltre tutte le frontiere.

Tu, aquila amorosa e pastore sollecito,

sollevaci sulle Tue ali oltre i luoghi comuni.

Franco Barbero

da Franco Barbero, “PREGHIERE D'OGNI GIORNO, Pregare e lottare: una sintesi vitale”,

pag. 99, anno 2021


venerdì 30 ottobre 2026

 il Manifesto  24/10/2026

IL GRUPPO INFORMALE «2 GENERAZIONE»

Torino, i ragazzi di Barriera in corteo col tricolore contro chi non li vuole

Rita Rapisardi

Torino

Manifestazione contro il caro vita a Torino sabato 17 ottobre 2026 – Foto di Daniele

Davanti alla scuola elementare Aristide Gabelli, nel cuore di Barriera di Milano, all’ora di uscita almeno cinque lingue si intrecciano, l’italiano non si sente. Sul muro dell’edificio c’è appeso un lenzuolo colorato: «Qui nessuno è straniero».

Dal quartiere partono in decine, manifestano contro la guerra e il riarmo, per un futuro migliore. A Torino oltre il 16% dei cittadini è straniero. Prima, seconda generazione, molti sono italiani anche per i documenti, altri attendono di diventarlo, agli occhi di qualcuno non lo saranno mai. Finiscono sui giornali quando tirano giù lo scaffale di una libreria. I marciapiedi vengono puliti ogni settimana dal gruppo informale “2 generazione”: il problema è nato quando i ragazzini si sono trovati le siringhe, questo è un angolo di spaccio, soprattutto crack. L’intenzione è di riappropriarsi del proprio quartiere, così come della narrazione su chi lo abita. Maranza, criminali, delinquenti.

A Barriera si può incontrare Ginevra, si sente in colpa per la sua situazione di privilegio: di origine etiope, è stata adottata da neonata da genitori italiani, senza problemi economici. Ha 16 anni, è arrivata a Torino da due mesi, ha vissuto la sua vita a Roma e ha un accento marcato. Da quando è qui sente il giudizio più forte, come il trattamento da parte della polizia, nonostante frequenti le piazze dalla seconda media: «Alla manifestazione del 16 ottobre degli studenti ci hanno caricati senza motivo, non avevo neanche mai visto un idrante in vita mia. A Roma invece la situazione è molto più tranquilla». Torino è una piazza complicata e forse proprio per questo la si attacca con così tanta violenza.

Le ragazze alle manifestazioni sono la maggioranza, conferma Nour, 19 anni, italiana di origine marocchina: «Nell’organizzazione le ragazze sono la presenza maggiore, hanno metodo, però non vengono spinte ad avere una voce». Giovani maschi in prima fila nelle immagini di questi giorni ad attaccare le vetrine delle multinazionali: «Non dico ad altri cosa fare e non condanno i loro gesti, ma serve fare politica su questo». Insomma politicizzare, ancor di più, la vetrina rotta. «Mio padre nel 2006, quando sono nato, prendeva lo stesso stipendio di oggi» racconta Fouad, italiano d’origine marocchina. Il padre è in Italia da quarant’anni, ne ha 65, ha raggiunto i contributi necessari ma non va in pensione: non basterebbe per sopravvivere. Fouad è attivo politicamente, la madre teme per lui, ma è stata in corteo in prima fila, spalla a spalla. «Non posso fermarmi, lo devo fare per noi, perché possiamo avere un futuro migliore», racconta il giovane che fa le scuole serali e lavora per dare una mano in casa, prendendo sei euro lordi l’ora.

Nel parchetto di fronte a quella che dovrebbe diventare la nuova moschea di Torino, al centro della battaglia politica di Fratelli d’Italia, sorgono le case popolari dove vive Fouad. Su due balconi sono spuntate le bandiere italiane, diventate simbolo dei contrari al centro religioso. «Sono andato in manifestazione con la bandiera italiana, il punto è il pregiudizio razzista – spiega – la mia vicina preferita, che conosco da 15 anni, ha rilasciato un’intervista in cui ha detto che colonizziamo la città. Con lei abbiamo condiviso il cibo del nostro paese, come scambio culturale. Le ho chiesto il motivo di quelle parole, non ha saputo rispondermi, ora non la saluto più». È calato il sole su quelle bandiere e oggi c’è una nuova manifestazione.

 

da ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale del 28/10/2026

ISRAELE, IL VOTO CHE NON DECIDE

di ISPI Daily Focus


Il Likud resta il primo partito, ma nessun blocco raggiunge la maggioranza. L’affluenza alta e l’exploit dei partiti arabi mettono in discussione i rapporti di forza.

All’indomani di un voto cruciale per il futuro di Israele, lo spoglio ancora in corso non consegna un vincitore. Il blocco del primo ministro Benjamin Netanyahu si attesta a 53 seggi su 120, quello guidato dall’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot a 48, con poco più dell’85% dei voti conteggiati. I partiti arabi ne totalizzano 19. Nessuno dei due schieramenti raggiunge la maggioranza di 61 seggi necessaria per governare, ma entrambi rivendicano la vittoria. “La vecchia era è finita e Israele sta iniziando una nuova era”, ha detto Eisenkot ai sostenitori riuniti nella sede del suo partito, Yashar!. Netanyahu ha replicato che il Likud è il primo partito, che “nessuno può competere con noi” e che il blocco di destra ha “una maggioranza decisiva”. La posta in gioco non potrebbe essere più alta. Si tratta infatti delle prime elezioni dopo il 7 ottobre 2023, il più grave fallimento di sicurezza nella storia del Paese, e dopo le guerre a Gaza, in Libano e contro l’Iran. E il voto era considerato un referendum sull’operato del premier: Netanyahu è sotto processo per corruzione, frode e abuso di fiducia e ha chiesto la grazia senza ottenerla, ha respinto la richiesta di una commissione d’inchiesta indipendente sul 7 ottobre e la sua coalizione si è divisa più volte sulla leva degli ultraortodossi. Gli israeliani hanno risposto presentandosi alle urne in massa: secondo la Commissione elettorale centrale ha votato il 77,7% degli aventi diritto, l’affluenza più alta dal 1999. È, per ora, l’unico dato certo.

Cosa succede ora

La maggior parte delle schede sarà scrutinata entro oggi ma il conteggio finale potrebbe protrarsi fino a venerdì. Restano infatti da contare circa 600.000 voti in “doppia busta”, l’equivalente di circa 15 seggi, espressi da elettori che non potevano recarsi al proprio seggio: in gran parte soldati e riservisti, ma anche detenuti e ricoverati. Storicamente questi voti premiano poco i partiti arabi e ultraortodossi, e in passato hanno favorito il primo ministro in carica. Una volta completato il conteggio e assegnata a ciascun partito la propria quota dei 120 seggi, il presidente Isaac Herzog terrà delle consultazioni con i funzionari dei partiti per stabilire chi “raccomandano” di incaricare per la formazione del governo: non si tratta necessariamente del leader della fazione più numerosa, ma di chiunque sia ritenuto avere le migliori possibilità di formare una coalizione di governo. Una volta affidato il mandato, il premier in pectore ha 28 giorni di tempo, con la possibilità di una proroga di 14 giorni, per negoziare i termini di un’eventuale coalizione. In caso di insuccesso, il presidente invita una seconda persona a tentare l’impresa entro 28 giorni, senza possibilità di proroga. Qualora anche questo tentativo fallisca, il presidente può concedere alla Knesset 21 giorni per trovare una maggioranza assoluta di parlamentari disposti a sostenere un terzo candidato, il quale avrà poi 14 giorni per formare un governo. In caso contrario, il parlamento viene sciolto e si indicono nuove elezioni.


Partiti arabi l’ago della bilancia?

La novità vera del voto sta fuori dai due blocchi principali. I partiti a guida araba, infatti, hanno registrato un record di preferenze – totalizzate grazie a un’affluenza senza precedenti – che gli varrà almeno 19 seggi alla Knesset, confermandosi potenziali arbitri della futura legislatura. Durante la giornata del voto Netanyahu e i suoi alleati avevano richiamato i propri elettori alle urne agitando lo spauracchio della crescita del voto dei palestinesi con cittadinanza israeliana. A spoglio avviato, Ra’am, la Lista araba unita, ha rivendicato di aver “mandato il governo fascista di destra nella pattumiera della storia”. Sommati con i seggi del blocco di Eisenkot, si potrebbe arrivare a una maggioranza. Ma il capofila dell’opposizione ha posto ai potenziali alleati condizioni come il riconoscimento di Israele come Stato ebraico e di Hamas come organizzazione terroristica – condizioni che la maggior parte dei deputati palestinesi d’Israele difficilmente potrà accettare. Tra Yashar! e gli altri partiti di opposizione ebraici, finora solo Yair Golan, leader dei Democratici, ha aperto uno spiraglio: “Non dobbiamo più accettare la divisione razzista di Netanyahu tra voti ebraici e voti arabi – ha scritto su X – Abbiamo l’opportunità di formare un governo di cambiamento in collaborazione con i cittadini arabi di Israele. Un governo che sarà al servizio di tutti i cittadini israeliani”. Ma le altre formazioni di opposizione, guidate da Avigdor Lieberman e Naftali Bennett, hanno escluso a priori un governo che intraprenda questa strada.