giovedì 5 febbraio 2026

da Adista del 06/12/2025

Il silenzio sui combustibili fossili: 

Il fallimento della COP30 

di Eletta Cucuzza


Sono passi da formica quelli che l’umanità sta conducendo nella lotta al cambiamento climatico. Non perché siano decisioni di poco conto quelle prese alla COP30 (Belém, Brasile, 10-22 novembre), ma perché il surriscaldamento della nostra Terra ha un’accelerazione che richiederebbe scelte più drastiche.

Come si evince dal documento finale “Global Mutirao: Unire l’umanità in una mobilitazione globale contro il cambiamento climatico”, i Paesi presenti hanno sottoscritto un impegno economico consistente in 1,3 trilioni di dollari all’anno entro il 2035 per l’azione per il clima, e nel raddoppio entro il 2025 e triplicazione entro il 2035 dei finanziamenti per l’adattamento agli effetti avversi dei cambiamenti climatici, adottando misure adeguate a prevenire o ridurre al minimo i danni di un rialzo delle temperature che non deve oltrepassare il già raggiunto grado e mezzo, limite massimo tollerabile stabilito dalle Parti all’Accordo di Parigi del 2015.

Nel riassumere i punti fondamentali del “Global Mutirao”, il sito di notizie dell’Onu inizia plaudendo: <<La decisione finale - scrive - pone l’accento sulla solidarietà e sugli investimenti, fissando obiettivi finanziari ambizioni>> per affrontare subito dopo il maggiore fallimento della COP30, quella di aver rimandato il tema della <<transizione energetica a una discussione successiva>>. <<La combustione di combustibili fossili - puntualizza - emette gas serra che sono di gran lunga i maggiori responsabili del riscaldamento globale, rendendo questa omissione motivo di preoccupazione per molte nazioni, compreso i negoziatori del Sud America e dell'UE, nonché per i gruppi della società civile>>. <<C’erano grandi aspettative - seguita il sito - che la decisione finale della COP30 includesse un riferimento esplicito all’eliminazione graduale dei combustibili fossili. Oltre 80 Paesi hanno sostenuto la proposta del Brasile di una “roadmap” formale. Una bozza di testo lo aveva incluso, fino alle ultime ore di colloqui. Il risultato adottato si riferisce solo al “Consenso degli Emirati Arabi Uniti”, la decisione della COP30 che chiedeva “la transizione dai combustibili fossili”>>. Una delusione, questa, ricorrente nelle valutazioni delle associazioni ambientaliste e per lo sviluppo sostenibile e sicuramente vissuta da quanti hanno partecipato al Vertice dei Popoli svoltosi a Belém in contemporanea alla COP30.


da Adista del 06/12/2025

Armi italiane a Israele: i pacifisti denunciano Leonardo e il governo 

di Luca Kocci


“In nome della legge: giù le armi, Leonardo!” è il titolo della campagna promossa da AssoPacePalestina, A Buon Diritto, Attac Italia, Arci, Acli, Pax Christi e Un Ponte Per, insieme ad Hala Abulebdeh, farmacista palestinese (ma residente in Scozia), la cui famiglia è stata uccisa dai bombardamenti israeliani a Khan Younis nel dicembre 2023. La campagna – presentata in una conferenza stampa alla Fondazione Lelio e Lisli Basso di Roma lo scorso 20 novembre – è sostenuta anche da una denuncia al Tribunale civile di Roma contro il governo italiano e Leonardo Spa (la principale azienda armiera italiana, a partecipazione pubblica: l’azionista di maggioranza è il Ministero dell’Economia e della Finanza) per aver autorizzato e venduto armi a Israele, violando così l’articolo 11 della Costituzione italiana e la legge 185 del 1990, che vieta la cessione di armamenti a Paesi impegnati in conflitti o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.

Rispettare la legge. Tutti. Sempre

«Abbiamo ribattezzato la nostra campagna “In nome della legge: Giù le armi, Leonardo!” perché per noi questo ricorso è una richiesta di obbedienza alla Costituzione, alla legge 185/1990 e alla normativa internazionale», ha spiegato Raffaella Bolini, vicepresidente Arci. «Tutti devono rispettare queste norme».

Ma la vendita e la fornitura di armi a Israele da parte di Leonardo Spa sarebbero in contrasto anche con quanto previsto nei Codici etici e negli strumenti di due diligence della stessa Leonardo, ha aggiunto Marco Bersani, di Attac Italia: «Sul sito web di Leonardo è affermato che l’azienda non solo si impegna a rispettare i codici etici, ma anche che è pronta ad assumersi le proprie responsabilità nel caso in cui siano infranti». E cita una infelice dichiarazione del ministro degli Esteri Antonio Tajani: «Se per qualcuno nel nostro governo il diritto internazionale “vale fino a un certo punto”, per noi vale sempre. E questo ricorso è un modo per dire che esistono ancora delle regole».

Ha aggiunto Luisa Morgantini, di AssoPacePalestina: «Se il Tribunale Civile di Roma riconoscerà la nullità dei contratti di fornitura di armi, Leonardo e lo Stato italiano non potranno più garantire sostegno militare a Israele» e vendere armi a Israele, «quelle che oggi vengono utilizzate nelle operazioni di terra e di cielo, contrarie al diritto internazionale, condotte contro la popolazione palestinese».«Questi contratti violano norme fondamentali perché Israele utilizza la guerra come strumento di oppressione e occupazione contro la popolazione palestinese», ha spiegato l’avvocato Luca Saltalamacchia, che assiste Hala Abulebdeh. E Leonardo «fornisce veicoli, aerei, elicotteri, componenti per F‑35, radar, mezzi militari da trasporto, cannoni navali e persino alette per bombe guidate verso obiettivi prestabiliti. Non si tratta solo di addestramento: questi mezzi vengono anche impiegati come strumenti d’attacco», ha proseguito l’avvocato. «Leonardo si difende dicendo “io ho avuto un’autorizzazione quindi lo faccio, se questa cosa non si poteva fare doveva pensarci lo Stato”. Ma nonostante ci siano delle autorizzazioni amministrative, non è detto che quello che viene autorizzato non possa essere annullato da un magistrato nel caso vengano violati i diritti soggettivi di terzi soggetti».

«Crediamo che la società civile abbia il compito di sopperire all’inerzia che fin qui hanno dimostrato tutti rispetto al conflitto», ha spiegato Italo Sandrini, vicepresidente nazionale delle Acli, che ha aggiunto: «Dobbiamo interrompere questo flusso di armi. Non è possibile che, al di là delle dichiarazioni formali, si continui con le forniture di armamenti a Israele, ci sono gli strumenti giuridici per fermarle, dobbiamo percorrere tutte le vie possibili per farlo».

Vangelo e Costituzione

Infine Antonio De Lellis, coordinatore nazionale di Pax Christi: «Non possiamo essere ciechi e silenti perché questo significherebbe essere complici. Per Pax Christi è il momento di rimettere al centro il Vangelo e la Costituzione italiana che all’articolo 11 ripudia la guerra. È il momento di sostituire il presunto diritto alla forza, con forza del diritto. Passando “dai segni del potere al potere dei segni” come diceva mons. Tonino Bello. E questa campagna è un segno che si aggiunge agli altri che si esprimono nelle varie obiezioni militari fino alle oceaniche manifestazioni. “Beati i costruttori di pace”, come diceva Gesù, e “Maledetti gli operatori di guerre”, come diceva papa Francesco il 19 novembre del 2015. Per tutti questi motivi abbiamo aderito convintamente a questo percorso perché dopo l’approvazione del Ddl Sicurezza, che limita fortemente l’espressione del dissenso, non possiamo perdere l’occasione di agire secondo la legge. E invitiamo la Chiesa italiana a vivere nella parresia e nella profezia». 

da Internazionale del 23/01/2026

Sempre più paesi guardano alla Cina

di Ivan Krastev


“Senza la guerra fredda che senso ha essere americani?”, dice Harry “Rabbit” Angstrom, protagonista di quattro romanzi di John Updike, prendendo in giro lo zelo missionario e il senso di superiorità morale del suo paese. Rabbit, un americano medio bianco che Updike ha usato per raccontare i cambiamenti culturali e politici del suo paese, probabilmente avrebbe votato per Donald Trump. Gli statunitensi, e non solo loro, sono stanchi di decenni di doppi standard e ipocrisia liberal. E’ per questo che il tentativo di Joe Biden di resuscitare la contrapposizione da guerra fredda tra democrazie e autocrazie subito dopo l'invasione dell'Ucraina è fallito. Le sanzioni imposte da Washington alla Russia hanno invece avuto l'effetto di spingere l'India (un paese democratico) ad aumentare gli acquisti di petrolio russo, mentre il Sudafrica (altro paese democratico) si è quasi schierato con Mosca in quella che Vladimir Putin ha presentato come una lotta “antimperialista”. Con Trump è arrivata una nuova forma di aggressiva schiettezza nella politica estera statunitense. Niente più abbellimenti di facciata né dichiarazioni calibrate con cura. In assenza di regole, non ci sarebbe più stato bisogno di una "diplomazia ornamentale”.

Prima di Trump, quando attaccava una nazione ricca di petrolio, Washington sosteneva che il motivo fosse il sostegno alla democrazia o la sicurezza, anche se molti sospettavano che il vero obiettivo fosse l’oro nero. Oggi il presidente degli Stati Uniti è il primo a dire di aver attaccato il Venezuela per il petrolio. Niente più pretesti legati alla democrazia. La mancanza di ipocrisia non renderà però gli Stati Uniti più rispettati. Un recente sondaggio commissionato dall'European council on foreign relations (realizzato prima dell’"operazione speciale” in Venezuela e delle proteste in Iran) mostra che, al livello globale, sono sempre di più le persone convinte che l'influenza della Cina sia destinata a crescere, e che questa sia una buona notizia per il proprio paese e per il mondo. In altre parole, Trump può anche aver sconvolto il mondo. Ma il mondo si sta innamorando della Cina.

Molti dei nuovi fan di Pechino hanno un’auto elettrica cinese, hanno pannelli solari cinesi sul tetto di casa, usano DeepSeek e comprano per i figli giocattoli fabbricati in Cina. Se si escludono le minacciose esercitazioni militari intorno a Taiwan e nel mar Cinese meridionale, Pechino non compie operazioni militari offensive al di fuori di quelli che considera i suoi confini. Macchiavelli scrisse che per un sovrano è meglio essere temuto che amato, se non può essere entrambe le cose. Se fosse vero, le persone dovrebbero provare maggiore simpatia per gli Stati Uniti di Trump. Allora perché la dimostrazione di forza statunitense non dà risultati? Forse perché ci si accorge della potenza di uno stato solo quando questa vacilla. 

Il mondo non si è lasciato impressionare più di tanto dalla frenesia trumpiana sui dazi. E’ stato molto più colpito dalla reazione della Cina a  quelle misure. Gli Stati Uniti hanno mostrato un’impressionante efficacia militare in Venezuela, che però era prevedibile. Quello che ha stupito tutti è stato invece il fallimento russo in Ucraina. La gente fa anche attenzione alle invidie reciproche. E non è un segreto che Trump invidi la Cina e che, con suo grande rammarico, quell'invidia non sia corrisposta.

Trump fantastica sulla portata della potenza industriale cinese, tanto da aver adottato una specie di capitalismo di stato in stile cinese. Sembra quasi aver perso fiducia nel sistema politico ed economico del suo paese. Come dice il proverbio, l’imitazione è la forma più alta di adulazione, e oggi è Washington a imitare Pechino. Il potere genera obbedienza e conformismo, ma non lealtà. Quindi i potenti non devono aspettarsi solidarietà quando il loro potere declina. Trump ha convinto molti elettori statunitensi che lo slogan "l'America prima di tutto" volesse dire "l'America da sola”. Ma dal momento che è disposto a difendere solo ciò che possiede, non deve stupirsi se solo il 16% degli europei considera gli Stati Uniti come alleati e il 20% come rivali. La forza delle alleanze ideologiche sta nel promettersi il sostegno quando si appare deboli. Se il presidente degli Stati Uniti mostra di non vedere differenze sostanziali tra democrazia e autocrazia, è difficile biasimare chi preferisce Pechino a Washington.

Gli Stati Uniti hanno prevalso nella guerra fredda perché mostrarono di essere non solo potenti, ma anche diversi. Fecero credere alle persone che la vittoria americana fosse anche la loro vittoria. Gran parte dell'opposizione venezuelana ha mantenuto questa illusione fino a quando ha capito che Trump era interessato solo al petrolio. Molti manifestanti iraniani probabilmente continuano a nutrire la stessa illusione. Come direbbe Rabbit, se gli Stati Uniti non rappresentano la libertà, o non fingono di farlo, che senso ha essere filoamericani?


Olimpiadi insostenibili

Gli abitanti delle località che ospiteranno i giochi di Milano Cortina non sono stati consultati, le spese sono cresciute e si consumeranno molta acqua ed energia per innevare le piste

Petra Dvořáková, Deník Referendum, Repubblica Ceca

 

Una nebbia fitta avvolge le vette dei monti intorno a Cortina. La neve cade pigramente per la prima volta quest’anno da un cielo bianco e ovattato, malgrado sia il 20 novembre e il paese si trovi a 1.200 metri di altitudine.

Il centro di quello che un tempo era un semplice villaggio ora è una scintillante vetrina del turismo invernale. Tra le facciate impeccabili di alberghi e ristoranti, dove il piatto più economico costa diciotto euro, si alternano negozi di orologi svizzeri e di Prada. Una donna e un uomo si affrettano a decorare le finestre di uno dei tanti caffè con ramoscelli di abete e bacche rosse di plastica. La vicinanza del Natale è annunciata anche dall’illuminazione a festa.

Ma l’evento è un altro, e il suo arrivo è scandito dall’enorme orologio digitale nella piazza principale intitolata alla guida alpina Angelo Dibona: 78 giorni, 7 ore, 21 minuti, 50 secondi. Sull’orologio c’è una scultura rossa piuttosto anonima a forma di numero 26. È il logo delle Olimpiadi invernali, che prenderanno il via il 6 febbraio e che si terranno a Milano e a Cortina d’Ampezzo, in Veneto. Una scultura degli anelli olimpici si erge sul belvedere vicino alla piazza, dove i turisti scattano foto.

“Sono contento. Per Cortina significa un nuovo inizio: si stanno costruendo nuove strade e alberghi, e questo significa nuovi posti di lavoro”, dice il cameriere del ristorante dove pranzerò.

 

Le nuove regole

Un nuovo inizio. Questo è esattamente ciò che i giochi olimpici del 1956 significarono per Cortina, come ha scritto sul suo sito la guida alpina cortinese Enrico Maioni. Fino al 1956 solo pochi appassionati di montagna conoscevano Cortina. Settant’anni fa ospitare le Olimpiadi per molti significò realizzare un sogno: nuove infrastrutture, attenzione internazionale e un forte aumento del turismo.

Dopo quei giochi olimpici a Cortina rimase, tra le altre cose, una pista da bob intitolata a uno dei più famosi bobbisti di tutti i tempi, Eugenio Monti. Ma mantenerla in attività costava molto, soprattutto perché per il suo raffreddamento serviva tanta elettricità e perché in Italia il numero dei bobbisti è basso, meno di un centinaio. Così la pista è stata chiusa nel 2009. La stessa sorte è toccata alla pista per il bob di Cesana Pariol nel 2011, costruita per i giochi olimpici di Torino del 2006 e costata 110 milioni di euro. In tutto il mondo queste piste di ghiaccio sono vere e proprie cattedrali nel deserto: troppo costose da mantenere e troppo poco usate una volta finite le Olimpiadi, quando cadono inevitabilmente in rovina.

L’Italia nel 2018 si è candidata per ospitare le Olimpiadi invernali del 2026. Nelle fasi finali dell’assegnazione era rimasta solo la Svezia a contenderle il ruolo di paese ospitante. Gli altri paesi si sono ritirati, spesso per le pressioni dalla società civile: nel 2018 sia la Svizzera sia il Canada hanno detto no alle Olimpiadi invernali del 2026 dopo aver indetto un referendum, e hanno ritirato le rispettive candidature. Invece agli italiani non è stata data la possibilità di scegliere.

Nel 2020, in risposta alle crescenti critiche in merito agli effetti negativi delle Olimpiadi sulla popolazione locale, sull’ambiente e sui fondi pubblici, il Comitato olimpico internazionale (Cio) ha adottato l’agenda olimpica 2020. Si tratta di nuove direttive per rendere le Olimpiadi più ecosostenibili. L’agenda 2020 pone l’accento sull’uso delle infrastrutture esistenti o sulla realizzazione di nuove strutture in linea con la pianificazione urbanistica a lungo termine.

Milano Cortina 2026 è la prima Olimpiade che deve seguire le nuove linee guida. L’Italia ha usato la parola “sostenibilità” più di cento volte nel dossier preparato per la candidatura. Nel 2025 il presidente della regione Lombardia, Attilio Fontana, ha detto che le “Olimpiadi per la prima volta si adeguano al territorio e non, come avvenuto in passato, il contrario”. Questo spiega anche il perché della loro “decentralizzazione”. Oltre a Milano e Cortina, le gare si svolgeranno in altre sei località montane.

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Proposte rifiutate

La tonalità grigiastra del paesaggio è interrotta dalle gru rosse e bianche spuntate ovunque a Cortina. Per la città si vedono spesso operai in tuta da lavoro e un sacchetto con un panino o una pizza. “Abbiamo l’acqua alla gola, ma faremo le cose all’italiana: con un miracolo dell’ultimo minuto”, mi dice lungo la strada un addetto stampa del comitato organizzatore.

Finalmente arrivo nel luogo al centro dei dibattiti soprattutto riguardo al suo futuro. La rete arancione che delimita il cantiere contrasta con la neve appena caduta, come gli aghi giallastri dei larici centenari. Prima dell’inizio dei lavori c’erano altri ottocento larici.

 

Un cannone per l’innevamento artificiale sul monte Lagazuoi (Belluno), luglio 2025 (Beatrice Citterio)

Sopra una curva della strada si snoda un enorme serpente di cemento armato. Una pista da bob appena costruita. È nello stesso punto di quella precedente, lasciata per anni ad arrugginire: pare che si trovasse in condizioni talmente critiche che costava meno demolirla e costruirne una nuova che ripristinare quella vecchia, come invece era stato promesso nel dossier per la candidatura. Per una parte di abitanti e associazioni la sua costruzione incarna il colossale fallimento del governo italiano e della fondazione Milano Cortina 2026 nell’organizzare le prime Olimpiadi sostenibili.

Il Cio si era opposto all’idea promossa dal governo italiano di realizzare una nuova pista da bob, considerati i costi elevati di costruzione e manutenzione e dato l’impegno a usare le strutture esistenti senza costruirne di nuove unicamente per le Olimpiadi. Il Cio aveva proposto di svolgere le gare di skeleton e di slittino su piste già funzionanti nei paesi vicini: per esempio a Innsbruck o a St. Moritz.

Tuttavia Luca Zaia, presidente della regione Veneto, aveva obiettato che senza le gare di bob, di slittino e di skeleton a Cortina, la partecipazione della regione come ospite delle Olimpiadi sarebbe stata “irrilevante”, perché ci sarebbero state “solo” gare di sci alpino femminile e di curling. Zaia aveva assicurato che la costruzione non avrebbe comportato l’uso di nuovi terreni, ma che avrebbe portato al “ripristino di un’area abbandonata e inutilizzata”. Il progetto è stato sostenuto anche dal sindaco di Cortina, Gianluca Lorenzi, e la presidente del consiglio Giorgia Meloni ha insistito perché tutte le gare si svolgessero sul territorio italiano. I costi di costruzione della pista per il bob sono saliti a circa 120 milioni di euro, più del doppio rispetto alle stime iniziali. Il lavoro sul progetto continua: la pista è pronta e utilizzabile, ma altre strutture saranno pronte solo dopo le Olimpiadi.

A settembre la polizia ha arrestato due fratelli che avrebbero minacciato alcuni appaltatori a Cortina e ora si indaga per stabilire in che misura i due uomini o altre strutture mafiose simili siano riuscite a interferire con la costruzione delle infrastrutture per i giochi olimpici .

Purtroppo l’impatto ambientale delle Olimpiadi di Cortina non si esaurisce con le emissioni dovute alla costruzione degli impianti. Bisogna considerare anche gli elevatissimi consumi energetici e idrici per la manutenzione della pista, o l’abbattimento degli ottocento larici. Il ministro dello sport Andrea Abodi ha promesso di piantare ottomila nuovi alberi a titolo di compensazione. Per facilitare gli spostamenti durante i giochi, a Cortina una nuova cabinovia collegherà lo stadio olimpico Apollonio con la pista da sci Socrepes. La sua costruzione però non è stata preceduta da alcun dibattito pubblico e non sono stati fatti nemmeno i necessari studi geotecnici dell’area, soggetta a frane.

Nell’agosto 2025 il paesaggio ha dimostrato che il progetto è sconsiderato e pericoloso. A pochi metri dalla pista dove tra pochi giorni si svolgeranno le gare, sul terreno si è formata una crepa di trenta metri, ricoperta da un telone di plastica giallo pallido. Un gruppo di residenti nella zona ha fatto causa alla Società infrastrutture Milano Cortina (Simico), responsabile della costruzione delle infrastrutture olimpiche. La stessa cosa hanno fatto alcune persone che vivono vicino alla pista da bob, anche perché temono l’eventualità di frane dovute alla sua costruzione e all’abbattimento degli alberi.

 

Chiedo a Daniel, un uomo sulla trentina che sta fumando una sigaretta davanti alla banca dove lavora, cosa ne pensa dei giochi. “Gli unici a essere contenti delle Olimpiadi sono gli albergatori e i ristoratori, perché guadagnano di più. La gente comune non è contenta. Qui ci sono solo alberghi e ristoranti che cucinano carne di manzo, maiale e pizza che non è pizza, insomma pietanze per turisti. Ogni giorno faccio un’ora di strada in auto all’andata e un’ora al ritorno per venire al lavoro. Non posso permettermi di vivere qui, quindi abito a 42 chilometri di distanza. È un tragitto lungo in montagna”, e aggiunge che spera di essere presto trasferito in un’altra filiale. 

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Internazionale, 30 gennaio 2026 

Medio Oriente - Siria

Cresce il rischio di violenze settarie

Fazel Hawramy, Rudaw, Iraq

Un sito indipendente con sede a Erbil, nel Kurdistan iracheno, ha intervistato curdi e arabi siriani spaventati dall'aumento delle tensioni tra le comunità nel nordest del loro paese. 

La decisione degli Stati Uniti di abbandonare le Forze democratiche siriane (Fds, a guida curda), alleate di lunga data nel nordest della Siria, minaccia di sconvolgere il fragile tessuto sociale di una regione martoriata da anni di guerra e povertà. Inoltre fa crescere i timori di un nuovo conflitto e di violenze settarie tra curdi e arabi. Il 21 gennaio l'inviato speciale degli Stati Uniti per la Siria, Tom Barrack, ha detto che anche se le Fds sono state “il più efficace alleato sul campo” per sconfiggere il gruppo Stato islamico (Is), la loro missione è “giunta al termine”.

Barrack ha aggiunto che Damasco ha offerto ai curdi “una strada verso l'integrazione in uno stato siriano unificato con diritti di cittadinanza, tutele culturali e partecipazione politica”.

Nelle aree a maggioranza curda del nordest della Siria l'ansia per il futuro è palpabile. Tra le decine di curdi e arabi intervistati per questo articolo, la parola più iusata è stata “paura”. Anche se la regione è rimasta relativamente stabile rispetto ad altre parti della Siria, l'appoggio di Washington a favore dell’integrazione dei curdi nello stato centrale ha infranto il senso di sicurezza. “Ho paura di una guerra settaria”, ha detto una curda di Tannuriya, a est di Qamishli. “Siamo l'unico villaggio curdo qui, e siamo circondati da villaggi arabi”.

Le aree curde nel nordest della Siria sono disseminate di comunità arabe, insediate nella seconda metà del novecento grazie alla politica della “cintura araba" attuata dal regime baathista per “diluire” la popolazione curda: le comunità arabe facevano da cuscinetto per arginare le aspirazioni politiche curde. “È pericoloso parlare ora”, dice un anziano arabo in un villaggio vicino a Tannuriya, lasciando trapelare qual è il clima generale.

Con lo scoppio della guerra civile siriana nel 2011, i curdi del nordest crearono un sistema semiautonomo di governo. Nel 2015 gli Stati Uniti cominciarono ad armarli, rendendoli il loro principale alleato contro l’ls, dopo una serie di tentativi falliti per reclutare gruppi arabi moderati da opporre alle formazioni estremiste e al fronte Al Nusra, l'organizzazione di cui all'epoca faceva parte Ahmed Al Sharaa.

 

Serrare i ranghi

Ora, nel mezzo dell'offensiva di Al Sharaa, sostenuta dagli Stati Uniti, i curdi hanno serratoi ranghi organizzando manifestazioni in tutto il mondo in solidarietà con le Fds. La mobilitazione c’è anche intorno a Qamishli, dove uomini e donne armati di Ak-47 si sono diretti a decine verso le linee del fronte, mentre i bambini sventolavano bandiere curde.

Intanto le tensioni latenti hanno cominciato a emergere. “Sono stata aggredita da due arabi”, dice Pela, sedicenne curda di Al Hasaka, che ha trovato rifugio in un albergo di Qamishli. La sorella Ilina interviene: “Non voglio una guerra settaria. Non voglio che curdi e arabi si combattano".

Le sorclle raccontano che ad Al Hasaka molte famiglie curde temono per la loro vita: esponenti arabi sono diventati più  aggressivi dopo i bombardamenti del governo e gli appelli a ribellarsi al controllo curdo. Gli abitanti di Al Hasaka, circa mezzo milione, sono per metà curdi e per metà arabi. Secondo alcuni resoconti, le forze statunitensi stanziate nel nordest della Siria si starebbero preparando al ritiro, cosa che complicherebbe ulteriormente una situazione già instabile.

Sempre ad Al Hasaka circa centocinquanta donne sono state ore in coda per comprare del pane. Poco più in là, quattrocento arabi sfollati hanno trovato rifugio in una scuola elementare. Molti si sono rifiutati di parlare. I cieli sono pattugliati da cacciabombardieri, elicotteni Apache e A-10 Thunderbolt statunitensi, che monitorano il fragile cessate il fuoco, Heval Baran, comandante sul fronte di Shadadi, avverte che uno scontro più ampio potrebbe essere imminente, con gravi conseguenze per le aree curde e per la Siria in generale. “Non so cosa ci succederà", dice Ismail, 25 anni, mentre decine di bambini giocano fuori dalla scucla. “Ho paura per il loro futuro”. Fdl

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Internazionale, 30 gennaio 2026 

Medio Oriente - Siria

L’accordo con i curdi tra timori e speranze

Paul McLoughlin, The New Arab, Regno Unito

Sfollati siriani nella campagna a est di Aleppo, il 16 gennaio 2026 (Ghaith Alsayed, Ap/Lapresse)

Le Forze democratiche siriane sono state sconfitte dal punto di vista militare. Ma il futuro delle zone a maggioranza curda non è segnato e potrebbero esserci dei risvolti positivi

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Internazionale, 30 gennaio 2026 

mercoledì 4 febbraio 2026

il manifesto, sabato 31 gennaio 2026

LE MANI SULLA CITTÀ 

Torino, movimenti in piazza per Askatasuna

Rita Rapisardi

Torino

Sono oltre 200 le realtà che hanno aderito da tutta Italia e dall’estero. Nasce una piattaforma per la prossima primavera di proteste

Torino, manifestazione “Aska non si chiude” – (Foto Matteo Secci/LaPresse)

Le camionette si aggirano numerose in centro e nel quartiere di Vanchiglia, quello di Askatasuna, nel nome del quale oggi ci sarà una manifestazione nazionale per le vie della città: «Torino partigiana. Contro governo, guerra e attacco agli spazi sociali». Rimossi i cassonetti, vietata la vendita delle bevande in vetro e alluminio, impedito alle auto di parcheggiare in numerose vie, Torino è pronta ad accogliere almeno 20mila manifestanti da tutta Italia e dall’estero.

TRE CORTEI partiranno quasi in contemporanea da Porta Nuova, Porta Susa e Palazzo Nuovo (sede delle facoltà umanistiche) per poi convogliare in piazza Vittorio Veneto, di fianco...

 

SPUNTI PER MEDITARE E RIFLETTERE - 2 

Una scala tra cielo e terra (Genesi 28,10-22)

 

Che si tratti di una scala o di una scalinata poco importa. Sta di fatto che questo sogno simboleggia una realtà fondante per la nostra vita di credenti: tra cielo e terra, tra Dio e noi esiste una comunicazione. Il cielo è aperto e la terra, cioé tutta la nostra realtà, non è destinata a rimanere chiusa in se stessa. Gesù, che nei vangeli vede i cieli aperti, come la felice metafora recita, esprime la stessa realtà. I cieli si aprono sopra di noi.

I patriarchi, le donne e gli uomini che ci hanno preceduto in questo cammino di fede, fino ai profeti e a Gesù, ci attestano questo fatto che non sempre risulta evidente: i cieli sono aperti, lo sguardo buono e perdonante di Dio non si allontana da questa umanità.

Qualche volta noi stessi siamo indotti a credere che i cieli si chiudano e che Dio si sia stancato di noi e dell'umanità. Niente di più falso.

Questa scala resta luogo di "vai e vieni” tra cielo e terra. Noi possiamo fare affidamento su questa comunicazione, anche se ci saranno dei momenti in cui essa ci sembrerà difficile, interrotta  o inesistente.

La metafora degli angeli che salgono e scendono è il segno che Dio comunica con l'umanita e noi con Lui.

"Questa e la porta del cielo!”

Forse la “porta del cielo”, alla quale badiamo troppo poco, è proprio la vita quotidiana. Lì Dio viene, se noi lo lasciamo venire; lì egli ci apre sentieri e spiragli; lì egli ci raggiunge con i suoi raggi di sole. Spesso la vita quotidiana, per la nostra disattenzione, è una porta aperta che non riusciamo nemmeno a vedere, attraverso la quale ci ostiniamo a non entrare. Certo, non si tratta di dipingere la vita quotidiana, in modo illusorio, con i più bei colori dell‘iride. Sovente essa è piena di grigiore e di finestre sbarrate. Sovente ci sono i rovi con la loro abbondante corona di spine. La realtà non  può essere idealizzata. Ma spesso una voce arriva anche dal roveto ardente (Esodo 3).

In un certo senso, possiamo dire che la vita quotidiana è un “luogo terribile”, non solo per ciò che di tragico essa comporta assai di frequente, ma anche perché noi ci carichiamo della responsabilità di chi non sa vedere, prestare attenzione, ascoltare, capire.

Noi sovente siamo davanti alla "porta del cielo” e non vediamo che angosce e chiusure. Gli  ebrei antichi dicevano che camminiamo tra i miracoli e non sappiamo vederli. Ecco il vero miracolo: la nostra piccola vita quotidiana, irrorata dalla rugiada della Parola di Dio, concentrata sul “pregare e fare la giustizia”. Una vita sempre aperta al dialogo, attenta a costruire ponti, desiderosa di vivere il proprio “essere chiesa” nella responsabilità e nella libertà, senza chiedere autorizzazioni e permessi a gerarchi di nessun genere.

O Dio di Gesù, Tu che ci accompagni nella “ferialità” dei nostri giorni regala anche a noi il sogno di Giacobbe perché possiamo amare appassionatamente questa vita di tutti i giorni, fatta di silenzio e di parola, di preghiera e di azione, di fatica e di gioia.

“Ti è stato annunziato, o uoma, o donna, ciò che è bene e ciò che Dio cerca da te: nient’altro che compiere la giustizia, amare con tenerezza, camminare umilmente con il tuo Dio” (Michea 6, 8).    Forse questi brani trovano in me una eco profonda perché nella mia vita non ho mai fatto nulla di grande, non ho mai desiderato cose grandiose, non ho mai creduto nei “grandi gesti” e nelle “grandi costruzioni”.

Ho, invece, incontrato le tracce di Dio nei piccoli sentieri del quotidiano, nei viottoli che sono appena visibili e credo che valga la pena ogni giorno di più scommettere dalla parte e in compagnia di chi è piccolo/a, marginale, escluso/a.

Franco Barbero   

da: Augusto Cavadi, Ciascuno nella sua lingua - 

Tracce per un’altra preghiera 

Preghiera contro l’idolatria

…la poesia originale, edita in lingua tedesca, è di Ernst Eggmann.


Dovunque ci sia odore di dio io non ti cerco 

gli uomini ti hanno teso trappole 

sono scattate 

ora ti trattengono in templi e testi 

ti danno del tu siedono a tavola con te 

toccano i bicchieri bevono vino 

stipulano assicurazioni

tu sottoscrivi

dappertutto ci sono trappole divine

ti adescano con candele frasi e lardo 

dorate trappole divine e abbandonate

antichissimi altari da tempo dispersi dal vento

fossilizzate immagini

fossilizzate parole, fossilizzate

croci cripte e costellazioni

luoghi di pellegrinaggio nel cosmo 

dovunque ci sia odore di dio passo oltre

io so che tu sfuggi ad ogni trappola

anche a mani e a parole di preghiera

io so che tu ci sei

ci tieni prigionieri in te

soltanto questo io so

sei tu la trappola.


da Internazionale del 23/01/2026

Un imperialismo da gangster

di Jayati Ghosh


C’è del metodo dietro l’apparente follia dell’approccio di Donald Trump alla geopolitica e all’economia globale. Al centro della riproposizione della dottrina Monroe voluta da Trump – o “dottrina Donroe”, come l’ha ribattezzata – c’è la convinzione che gli Stati Uniti possano agire con totale impunità all’interno del loro “cortile di casa” e che le altre grandi potenze, a cominciare dalla Cina, possano fare lo stesso nelle proprie zone di influenza. Al contempo Washington si riserva il diritto di imporre la legge dei suoi interessi ovunque ritenga di doverlo fare, compresa la Groenlandia. 

Questo approccio, descritto brillantemente dall'economista indiano Prabhat Patnaik come "imperialismo da gangster", rimanda alle radici coloniali del capitalismo, che affondono in un'epoca in cui rapporti tra i popoli e i governi erano regolati dalla forza. Anche mettendo da parte i gravi problemi morali e legali insiti nella strategia di Trump, resta un interrogativo: tutto questo può davvero funzionare? Se vogliamo affidarci alla storia, la risposta è no. Negli ultimi due secoli il capitalismo ha oscillato tra periodi di intenso conflitto tra stati e fasi in cui una singola superpotenza stabiliva le regole. Nell'ottocento questo ruolo lo ricopriva il Regno Unito. Dalla metà del novecento questa posizione è stata occupata principalmente dagli Stati Uniti.

L’egemonia di un paese non ha mai significato l'assenza di guerre, ma ha comunque limitato i conflitti su vasta scala, che secondo Lenin erano guerre in cui il capitale privato sostenuto dallo stato combatteva per controllare l’economia. Oggi, però, lo slancio imperiale degli Stati Uniti è allo stesso tempo eccessivo e indebolito. La politica estera di Trump nasce dalla convinzione che la globalizzazione guidata da Washington abbia servito gli interessi del capitale statunitense (soprattutto la finanza), ma i suoi benefici si sono ridotti con l'ascesa di potenze emergenti come la Cina. Il rimedio proposto da Trump è assicurarsi un controllo economico e  militare su risorse e mercati in regioni che considera parte della sfera di influenza esclusiva degli Stati Uniti. Ciò significa abbandonare qualsiasi forma di ordine internazionale basato sulle regole, rimuovendo la foglia di fico della promozione della democrazia e dei diritti umani ed esibendo senza vergogna la vecchia dottrina predatoria. Anche questa strategia difficilmente può risultare efficace, poiché alimenta l'instabilità e danneggia gli interessi a lungo termine delle aziende statunitensi. Le risorse economiche infatti non sono ordinatamente contenute da sfere di controllo diverse e i mercati, per loro stessa natura, si sovrappongono. Se una potenza cerca di affermare il proprio dominio su tutti i fronti, le controversie diventano inevitabili.

Certo, alcuni settori economici statunitensi ne trarranno benefici. Il complesso militare industriale, per esempio, ha generato enormi profitti grazie alle guerre in Ucraina e in Medio Oriente. Ma per altri interessi andrà diversamente. Le multinazionali che dipendono da catene di rifornimento verticalmente disintegrate e geograficamente disperse saranno danneggiate, mentre le istituzioni finanziarie abituate a flussi di capitale relativamente liberi subiranno una riduzione delle opportunità. Le aziende tecnologiche, che hanno bisogno di accedere ai dati provenienti da tutto il mondo, si troveranno estromesse da alcuni mercati esteri cruciali. Se l’aggressività di Trump può generare alcuni benefici a breve termine, nel lungo periodo è destinata a essere controproducente. Molti paesi, compresi alcuni alleati di lunga data, stanno già cercando di ridurre la propria dipendenza da Washington formando nuove coalizioni in ambiti specifici. Problemi aggravati dal progetto economico di Trump, che continua ad anteporre i combustibili fossili alla transizione energetica. Le bolle speculative alimentate da modelli di intelligenza artificiale e criptovalute, sovrastimate, non possono essere un sostituto adeguato.

Oltre alle conseguenze sul piano economico, trattare l'America Latina come il "cortile di casa" provocherà una forte resistenza popolare. Gli statunitensi hanno una lunga storia di tentativi di dominare la regione attraverso interventi militari, sostegno alle dittature militari e sanzioni: poiché la disuguaglianza e l'insicurezza stanno crescendo, già oggi esistono le condizioni per una rivolta.

Prima o poi gli effetti negativi di tutto questo si faranno sentire, ma il mondo non può permettersi di aspettare che Trump o suoi successori cambino atteggiamento. La prudenza mostrata dai leader europei non è una risposta accettabile. Per contrastare l'imperialismo da gangster di Trump serve una cooperazione internazionale che non dipenda dal consenso degli Stati Uniti. L'azione collettiva non è più un’opzione, ma l'unica risposta alla minaccia di un paese in preda a una deriva insensata.


da Confronti di dicembre 2025

Francia. Legge storica su stupro e consenso



L’inizio di novembre ha segnato una vittoria storica per la Francia, che ha adottato un disegno di legge che introduce nel codice penale una definizione di stupro fondata sul consenso. Con questa legge il parlamento francese definisce stupro qualsiasi atto sessuale non consensuale, a prescindere dalla presenza o meno dell’uso della forza o di intimidazione. Un cambiamento atteso da tempo, con cui la Francia segue l’esempio di Danimarca, Finlandia, Spagna, Grecia e altri Paesi europei nell’aggiornamento della legge. La senatrice dei Verdi Mélanie Vogel ha sostenuto infatti che, mentre la società aveva «già accettato il fatto che la differenza tra sesso e stupro fosse il consenso», il diritto penale non era al passo con i tempi. 

Come riporta Le Monde, secondo la nuova legge «non c’è consenso se l’atto sessuale è commesso con violenza, coercizione, minaccia o sorpresa, qualunque sia la sua natura», inoltre il consenso dovrà essere valutato in base alle circostanze e non può in alcun modo essere dedotto dal «silenzio o dalla mancanza di reazione». Un chiarimento con cui il parlamento francese fa seguito alle numerose richieste di sancire il consenso nella legge seguite al caso di Gisèle Pelicot, che è stata drogata dal marito e violentata ripetutamente da decine di uomini tra il 2011 e il 2020, che ha portato a 51 condanne e ha stimolato una diffusa mobilitazione femminista.
«L’adozione di questa legge rappresenta un passo avanti storico. È una vittoria attesa da tempo per le persone sopravvissute allo stupro, oltre che il risultato di anni di instancabile impegno da parte di attiviste, organizzazioni femministe e sopravvissute alla violenza sessuale», ha dichiarato Lola Schulmann, responsabile advocacy per la giustizia di genere di Amnesty International Francia, all’Agence France-Presse, e ha aggiunto: «Compiere questo ultimo passo per aggiornare una legge ormai superata e riconoscere che un rapporto sessuale non consensuale è stupro, contribuirà a prevenire e contrastare la violenza sessuale e a migliorare l’accesso alla giustizia per le persone sopravvissute».