martedì 9 giugno 2026

CON LA FIONDA IN MANO

 

Il brano biblico è tra i più noti. Chiedo al lettore di prendere in mano la Bibbia e di rileggere per intero il capitolo 17 del primo libro di Samuele. Siamo in presenza di un racconto tipico delle “vicende degli eroi” di cui la Bibbia ci offre molte testimonianze. Il racconto è avvincente e lo si rilegge sempre con partecipazione ed emozione.

Al di là del linguaggio e del “codice” militare, il messaggio è straordinariamente limpido ed evidente: il piccolo Davide, confidando in Dio, riesce a far fronte alla sfida del gigante filisteo. Il testo parla ai nostri cuori a patto che noi non vi cerchiamo semplicemente la rievocazione di un'impresa o la eco di un passato glorioso.

La leggenda edificante del pastorello che vince il gigante ci ricorda che la fiducia in Dio può operare “miracoli". Un messaggio noto che, non per questo, cessa di essere fecondo.

Ma io voglio portare l’attenzione su pochi versetti:

“Saul rivestì Davide della sua armatura, gli mise in capo un elmo di bronzo e gli fece indossare la corazza. Poi Davide cinse la spada di lui sopra l’armatura, ma cercò invano di camminare, perchè non aveva mai provato. Allora Davide disse a Saul: ‘Non posso camminare con tutto questo, perchè non sono abituato'. E Davide se ne liberò. Poi prese in mano il suo bastone, si scelse cinque ciottoli lisci dal torrente e li pose nel suo sacco da pastore che gli serviva da bisaccia, prese ancora in mano la fionda e mosse verso il Filisteo”.

La seduzione

Davide, nell'imminenza della sfida del filisteo, viene incoraggiato da Saul a rivestire la sua imponente armatura regale quasi che, per sfidare un gigante, occorresse vestirsi da gigante. Davide, pur professando la sua fede nel Dio che lo aveva liberato dagli artigli  del leone e dell’orso, si lascia convincere dalla logica di Saul: per affrontare un gigante ci vogliono armature possenti. Per un momento Davide entra nei panni o, meglio, nell’armatura e nella mentalità di un potente. Sarà pari a Golia almeno per quanto riguarda le armi! Ma la seduzione dell’armatura regale o dei panni da gigante dura pochi istanti. Davide “provò a camminare, ma non ci riusciva perchè non era abituato”. Capì  subito che non poteva fare altro che essere se stesso. Depose all’istante tutta l'armatura e tornò ad  “armarsi" dei semplici arnesi del pastore: un bastone,  cinque pietre del torrente ben levigate e una fionda.

Davide vince la tentazione

“Perchè, si sarà detto Davide, dovrei mettermi nei panni di un guerriero se sono un semplice pastore? Devo essere semplicemente me stesso, non travestirmi da guerriero, da gigante, da eroe perché il Signore non salva per mezzo di una spada o di una lancia”.

Davide capì che le sue radici erano altre: la fionda, cioè la sua storia di semplice pastore, e la sua fiducia in Dio. Così vinse la tentazione di farsi grande, di rivestirsi di splendore e di potenza. Preferì fidarsi di Dio e restare fedele alla sua “piccolezza”.

La leggenda contiene una profonda verità. Anche noi, di fronte al gigantesco oceano del male, siamo tentati di prendere la via delle grandi armature, delle grandi opere, delle spade fiammeggianti. La tentazione di rivestirci di grandezza e di potere e di imboccare la via dell’immagine ha rovinato molte “imprese” che, finchè  sono rimaste nel piccolo, hanno compiuto opere egregie. La sciagurata voglia di grandezza, travestita di efficienza, stravolge tante iniziative.

Anche oggi

Davide, proprio riconoscendosi nella sua storia di pastorello, riusci a colpire il gigante. Ancora una volta ci  viene ribadito che per compiere le opere del regno di  Dio e lottare contro le forze della morte ci servono (e ci  bastano!!) la fiducia in Dio e le semplici risorse che  Egli ci ha dato.

Se vogliamo camminare nel senso biblico, ci vogliono  attrezzature leggere... Nostra forza è il Signore, direbbe il salmista. Forse, anche nelle situazioni odierne, in cui tutti i problemi sono macroscopici, non è importante disporre di mezzi giganteschi. Rimane essenziale che le formiche che sfidano i giganti, i figli di Anak (Numeri 13), nutrano il loro cuore di fiducia in  Dio, quella fiducia che estingue in noi la voglia di immagine, il desiderio di “grandeur” e di potenza.

Insomma, se davvero abbiamo fiducia in Dio, le armi di Golia ci diventano superflue. 

1999, Franco Barbero, "Il giubileo di ogni giorno"

da Volere la Luna del 01/06/2026

Per un 2 giugno democratico e anti-militarista

di Valentina Pazé


Eccoci, di nuovo, al 2 giugno. Una ricorrenza che negli ultimi anni – in particolare da quando si è insediata a Palazzo Chigi una Presidente del Consiglio che non nasconde la propria vicinanza ideologica e culturale al MSI – ha assunto una rilevanza nuova. Ricordiamo e celebriamo in questo giorno il referendum costituzionale con il quale, 80 anni fa, i cittadini (e, per la prima volta, anche le cittadine!) hanno mandato a casa una monarchia e un re vergognosamente complici del fascismo e hanno eletto l’assemblea che ci ha regalato una Costituzione antifascista in ogni suo articolo. Una Costituzione che, dopo avere superato (quasi) indenne reiterati tentativi di stravolgerla e di sfigurarne l’impianto, è ancora oggi la nostra bussola.

Il 2 giugno del ’46 i votanti sfiorarono il 90% degli aventi diritto, una percentuale che oggi ha dell’incredibile. Molta acqua è passata sotto i ponti da allora. Con un eufemismo, possiamo dire che viviamo una fase di stanchezza democratica, che si traduce in percentuali di partecipazione al voto sempre più esigue, in tutti i tipi di elezione. L’ultima tornata di amministrative, pochi giorni fa, ha segnato un nuovo record al ribasso, con una perdita di quasi 5 punti percentuali rispetto alle consultazioni precedenti (da 64,9% a 60,1%). Se la china discendente dovesse proseguire e consolidarsi, rischiamo di precipitare in pochi anni al di sotto della soglia del 50%, già oltrepassata alle ultime europee, che certificherebbe matematicamente la morte della democrazia e la sua trasformazione in oligarchia (alla lettera, “governo dei pochi”). Nel commentare simili dati si è soliti deprecare la caduta generalizzata di senso civico, il qualunquismo, l’indifferenza, la protesta che si esprime in forme inconcludenti e rinunciatarie. Eppure questa tornata di amministrative, che sembra avere lasciato fredde in particolare le nuove generazioni, arriva poco tempo dopo una consultazione referendaria a cui i giovani hanno partecipato, eccome, contribuendo in buona misura alla vittoria del “no”.

Il referendum del 22 e 23 marzo si era, nel corso dei mesi, caricato di molteplici significati, ma fondamentalmente riguardava la difesa della Costituzione. Se il risultato fosse stato diverso, non avremmo potuto continuare a celebrare la festa della Repubblica antifascista, nata dalla Resistenza, ma avremmo dovuto prendere atto della nascita di una “terza” repubblica, tenuta a battesimo dagli eredi di una tradizione politica che, non avendo partecipato alla stesura della Carta del ’48, avrebbe così celebrato la sua rivincita. Se il risultato fosse stato diverso – e ringraziamo di nuovo la “generazione Gaza” se non lo è stato – avrebbe molto probabilmente ripreso il suo iter parlamentare una riforma costituzionale ancora più pericolosa di quella appena sventata: il premierato. L’idea dell’elezione diretta del capo dell’esecutivo è da sempre nel dna della destra, in particolare quella erede del fascismo. Giorgio Almirante, commemorato con grande enfasi e partecipazione da Giogia Meloni solo pochi giorni fa, il primo giorno di ogni legislatura depositava una proposta di legge costituzionale per l’introduzione del presidenzialismo. Ma l’elezione diretta del premier prevista dal disegno di legge costituzionale approvato in prima lettura al Senato è ancora più sbilanciata a favore dell’esecutivo di quanto non siano i classici modelli presidenziali. Se negli Stati Uniti è possibile che il Presidente sia privo di una solida maggioranza al Congresso al momento dell’elezione o possa perderla nelle consultazioni di metà mandato, come tutti oggi ci auguriamo che avvenga, nulla di simile potrebbe accadere con il premierato in salsa italica. Congegnata in modo da attribuire automaticamente una maggioranza assoluta di parlamentari al premier eletto, questa riforma avrebbe l’effetto di esautorare definitivamente l’assemblea legislativa, degradandola a camera di registrazione della volontà dell’esecutivo. Con tanti saluti anche alla divisione dei poteri, perché la maggioranza gonfiata dal premio consentirebbe al governo di ottenere facilmente il controllo degli organi di garanzia: Presidente della Repubblica, giudici costituzionali, Csm. Destinati, tutti, a cadere nell’orbita dell’esecutivo.

Scampato il pericolo, dobbiamo essere consapevoli che sono in atto tentativi di ottenere gli stessi risultati in modo più subdolo e obliquo, attraverso la legislazione ordinaria. Si pensi al regionalismo differenziato, smontato, ma non definitivamente fermato, dalla Corte costituzionale. Ma si pensi soprattutto al progetto, per il momento fallito, di trasformare il nostro sistema in un “premierato assoluto” (formula coniata da Leopoldo Elia in altre circostanze, che ben si presta a descrivere la “madre di tutte le riforme” meloniana). L’investitura diretta del capo del governo e l’ulteriore rafforzamento dei suoi poteri rispuntano oggi nella proposta di legge elettorale della destra, i cui punti qualificanti sono il premio di maggioranza alla coalizione più votata e l’indicazione del nome del candidato Presidente del Consiglio sulla scheda elettorale. Un vero e proprio sfregio al modello parlamentare previsto dalla Costituzione, in cui la designazione del Presidente del Consiglio spetta al Capo dello Stato, previa consultazione dei gruppi parlamentari. È troppo pretendere che la sinistra eviti di inseguire la destra (anche) su questo terreno, astenendosi – per parte sua – dal celebrare primarie per individuare il leader “che si candida alla guida del paese”? Se vogliamo che la festa della Repubblica non si riduca a vuota celebrazione di un modello di democrazia da tutti sconfessato e tradito, si spera che l’appello contro le primarie formulato da un nutrito gruppo di intellettuali trovi ascolto (https://www.libertaegiustizia.it/2026/05/05/contro-le-primarie-per-lunita-dellopposizione/).


da Domani del 30/05/2026

Caso Almasri

La Cedu accoglie due ricorsi contro l'Italia

 

Entro i 18 settembre, l’Italia dovrà rispondere ai quesiti chiarificatori della Corte europea dei diritti dell’uomo. La corte ha ricevuto i ricorsi di una donna ivoriana e un uomo sudanese, che ora vivono in Italia. Dicono di essere stati torturati dall’ex capo della polizia giudiziaria libica, Osare Almasri, e accusano Roma della mancata esecuzione del mandato d’arresto a suo carico, il 18 gennaio 2025.


da Domani del 31/05/2026

LA MARCIA IN PIÙ DEL PAPA NELLA CONTESA CON TRUMP

di Franco Monaco

 

Non escludo che tra le chiavi di lettura delle parole e delle opere trumpiane quelle di natura psichiatrica rivestano qualche plausibilità e tuttavia mi chiedo sempre se tale cifra interpretativa non possa configurarsi come troppo sbrigativa o addirittura esorcistica.

Anche nel caso della sua reiterata polemica con papa Leone che più di altri fronti polemici da lui aperti sembra sconfini nell'autolesionismo, mi domando se a guidare Trump non sia, se non un calcolo razionale quantomeno un istinto che fa leva su più elementi:

a)   la consonanza con galassie di chiese (e di sette) evangeliche che fa parte della sua constituency elettorale;

b)  storica diffidenza di settori della stessa Chiesa cattolica americana verso il pontefice romano;

c)   un certo messianismo che confonde politica e religione;

d)    la scommessa, certo venata da presunzione ed egotismo, di potere prevalere, in un confronto/scontro aperto con il papa americano, su una base cattolica da tempo politicamente divisa.

Non sono così sicuro che, a fronte del conflitto che, a fronte del conflitto che si è aperto, la larga maggioranza dell'elettorato cattolico sia schierata con papa Leone. In sintesi, suggerirei cautela nel liquidare la questione come un incidente: una intemperanza. Ancorché essa non risponda a un disegno lucido e consapevole nella testa del suo scomposto artefice, la polemica trumpiana evoca questioni complesse e dalle radici antiche e recenti inscritte nella storia americana e della cristianità.

Vero è che negli Usa vige un dualismo più marcato che non in Europa:  a fronte di una nitida separazione istituzionale tra Stato e chiese, una commistione tra sentimento religioso (plurale) ed ethos collettivo. Si pensi solo alla preghiera pubblica comune (ciascuno al proprio Dio), all'annuale National Day of Preyer o al canto God Bless thee Usa.

Sia chiaro: il processo di secolarizzazione della mentalità e del costume ha investito entrambi. Europa e Stati uniti con la privatizzazione degli orientamenti e delle appartenenze politiche. E tuttavia, complice il bipartitismo e la radicale polarizzazione politica negli Usa, oltre alle chiese evangeliche schierate con il fronte Maga anche tra i cattolici si è sviluppato un cristianesimo senza Cristo, una 'religione civile" per la quale l’orientamento politico fa premio sull’adesione ai dettami della fede e al magistero della stessa Chiesa cattolica.

Ciò detto, il punto di forza di Prevost sta in una vistosa differenza: tanto unilaterale e sopra le righe è la carica polemica del presidente Usa, tanto pacata e ferma la risposta del papa che — parola di Parolin –“segue la sua strada“.

Quella di proclamare il vangelo della pace, piaccia o non piaccia. La pacata fermezza di un papa che per le sue origini, non è suscettibile di essere accusato di antiamericanismo ideologico, e ha sortito l'effetto di ricucire, almeno in parte, le profonde divisioni che solcavano la cattolicità e lo stesso episcopato Usa. A quanto

si sa, già riscontrabile tra i cardinali suoi elettori nel Conclave.

Una linea di serena coerenza che fa perno su due elementi. L’uno di contenuto l’altro di metodo e di stile.

Il primo: la determinazione nel rivendicare il diritto-dovere di testimoniare e di predicare la Parola di cui la Chiesa è custode senza fare sconti ai potenti del mondo (‹non ho paura dell'amministrazione Usa).

Il secondo: la fiducia nel dialogo, anche laddove regnano conflitti e dissensi.

A più livelli, non escluso quello della diplomazia vaticana, sempre disponibile alla mediazione tra i contendenti. E il paradosso di questa travagliata congiuntura: il paese un tempo icona di libertà, democrazia e dell'ordine liberale in preda a derive autocratiche e predatorie; la Chiesa cattolica, istituzione verticistica per secoli refrattaria alla democrazia, oggi custode e promotrice di dialogo. pluralismo, multilateralismo orientato alla pace. Persino di laicità.

Fedele al versetto di Matteo che ammonisce di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Un principio che sottende una distanza critica dallo strapotere politico che mal sopporta ogni limite. Una ”cultura del limite“ che rappresenta un antidoto ai totalitarismi e dunque un prezioso, ”laico" servizio reso alla polis e all’umanità.


da Il Manifesto del 03/06/2026

Sud del Libano a ferro e fuoco

La furia di Israele non si placa

di Pasquale Porciello


Il primo dei due giorni di negoziati alla Casa Bianca tra Libano e Israele non ha fermato i bombardamenti israeliani e i combattimenti in Libano. La diplomazia libanese prova a portare a casa almeno una sospensione degli attacchi israeliani o quantomeno il rientro dell’escalation iniziata la settimana scorsa, quando il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato tutta l’area a sud del fiume Zahrani, a una quarantina di chilometri dal confine, «zona di guerra».

«Ripeto che le negoziazioni sono l’opzione meno costosa per il Libano e i libanesi» ha scritto su X il primo ministro libanese Nawaf Salam nel pomeriggio. «Costituiscono il cammino più breve verso la fine dell’occupazione e il ritorno dei nostri abitanti del sud nelle loro città e villaggi, dal momento che tutti gli sforzi sono unificati sotto l’autorità dello Stato».

NEL SUD DEL LIBANO gli attacchi dell’aviazione israeliana sono stati anche ieri violentissimi. A nulla sono valse le rassicurazioni di Trump di lunedì sera, quando su Truth aveva scritto che Israele non avrebbe attaccato Hezbollah e «che loro non avrebbero attaccato Israele». Lunedì mattina – e poi nuovamente alle cinque di pomeriggio – in un comunicato congiunto Netanyahu e il suo ministro della Difesa Israel Katz avevano minacciato di bombardare la Dahieh, la periferia sud di Beirut, creando il panico in città e costringendo migliaia di persone alla fuga. La Dahieh ospita tra i 500mila e i 700mila abitanti.

Katz e Netanyahu insistono sulla possibilità di bombardare Beirut, stabilendo «un’equazione secondo cui la sorte della Dahieh sarà legata a quelle delle località a nord di Israele», ha detto ieri il ministro della Difesa israeliana, parlando di «principio validato dagli Stati uniti». Hezbollah ha subito rilanciato: «Non accetteremo alcun accordo parziale di cessate il fuoco. (…) Ad ogni aggressione contro la Dahieh corrisponderà una risposta più forte» sul nord di Israele, ha assicurato Mahmud Qamati, membro di alto rango del bureau politico del partito armato.

Decine i raid israeliani nella notte tra lunedì e martedì. Mansuri, Seddiqine, Houch, Majdel Selm, Buyut el-Sayyad e Chhour nel distretto di Tiro, Kfar Sir in quello di Nabatieh, Tebnine, Haddatha, Yater a Bint Jbeil, Debbine a Marjayun (dove i l’esercito israeliano demolito con la dinamite alcune abitazioni civili) e Maruanieh a Saida, dove un’intera famiglia di sei persone è stata sterminata. Stessa storia ieri. Bombardamenti a Hanniyeh e Srifa a Tiro. Un drone ha attaccato un’auto a Jibchit e un jet ha bombardato la periferia di Kferremmane a Nabatieh, e una moschea a Jezzine.

NUOVI ORDINI DI EVACUAZIONE nella città di Nabatieh, il centro economico del sud del paese, e poi bombardamenti. Bombe anche a Tiro. In serata l’esercito israeliano ha affermato che decine di combattenti di Hezbollah si sarebbero rifugiati nel quartiere cristiano della città e ha chiesto ai «membri della comunità cristiana di Tiro di esigere l’espulsione degli elementi sabotatori», altrimenti saranno emessi degli ordini di evacuazione forzata anche per i quartieri cristiani, finora risparmiati dalla furia israeliana.

Nel campo palestinese di Burj Shemali sempre a Tiro, un double-tap – il doppio colpo con cui Israele colpisce i soccorritori arrivati sul posto dopo un primo bombardamento – alcuni operatori sanitari sono stati colpiti. Almeno 14 i feriti e due i morti. Sono oltre 130 i soccorritori uccisi dal 2 marzo, data di inizio di questa nuova fase della guerra, a oggi. Tanti i raid anche sui villaggi intorno a Bint jbeil.

Hezbollah ieri non ha lanciato missili sul nord di Israele, ma non ha arrestato i combattimenti sul terreno, come aveva annunciato frettolosamente Trump. Ha invece rivendicato attacchi alla fortezza di Beaufort, conquistata domenica dalle truppe israeliane. A Zawtar el-Charqieh Hezbollah ha detto di aver fatto saltare in aria un carroarmato Merkava e due blindati israeliani grazie agli ormai famosi droni alla fibra ottica, che i servizi di sicurezza israeliani non riescono ad intercettare. A Haddatha (Bint Jbeil) il partito armato ha comunicato di aver respinto l’avanzata di alcune truppe di terra israeliane.

IL MINISTERO DELLA SANITÀ libanese, come ogni giorno, ha reso pubblico il bilancio dei morti, 3.468, e dei feriti, 10.577, dal 2 marzo a ieri.

Oggi va in scena la seconda giornata del quarto ciclo di incontri diretti fra le diplomazie israeliana e libanese. Il Libano, alle prese con un’emergenza umanitaria che coinvolge direttamente un quinto della popolazione, ha urgente bisogno della fine dei combattimenti, dei bombardamenti e dell’occupazione israeliana. Ma al momento nessuna soluzione concreta e duratura è ancora sul tavolo.


IL FATTO QUOTIDIANO, mercoledì 3 Giugno 2026

2 giugno. La parata militare stride con il pacifismo della Repubblica

Caro “Fatto Quotidiano”, a ottant’anni dalla nascita della Repubblica, continuiamo a celebrare questa ricorrenza con una grande parata militare. La contraddizione è evidente. Da una parte, celebriamo una Costituzione che, all’articolo 11, afferma che l’Italia ripudia la guerra e, dall’altra, il momento più importante della festa nazionale è una sfilata di soldati, mezzi militari e armamenti.

Gruppo biblico del martedì, oggi 9 giugno


Cari amici e amiche del gruppo biblico del martedì,
questa sera ci incontriamo alle ore 18:00 per leggere il capitolo 16 del Vangelo di Marco. Con questo incontro completiamo la lettura dell'intero libro.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.
Questo è il LINK per il collegamento:
meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A presto.

Sergio

lunedì 8 giugno 2026

 …AMA IL TUO TEMPO COME TE STESSO…  


La causa di Dio è crocifissa
Tessere l'elogio del nostro tempo per molti aspetti è davvero difficile. Molti, troppi sono i "crocifissi" e le "crocifisse" nella storia di oggi. A tal punto che qualcuno, con linguaggio ardito e non privo di ambiguità, parla di un "Dio crocifisso". Non nel senso che Dio sia stato affisso ad una croce, ma nel senso che molti testimoni di Dio, a partire dai profeti fino a Gesù, fino a tantissime altre persone, sono stati combattuti e "liquidati" dal potere dei "grandi" o sepolti dall'indifferenza dei più.
La "causa di Dio" è troppo spesso crocifissa. Anche per noi cristiani sulla croce non muore un Dio, ma il testimone di Dio per eccellenza. Ma, nonostante questo, non possiamo perderci nella nostalgia e diventare cantori del buon tempo antico.

Costruite le case ed abitatele
Forse, proprio per fare gli occhi alle nuove aurore, alle ventate di novità che, più o meno silenziosamente, emergono nel mondo e nelle chiese, bisogna abituarsi a guardare molti tramonti, senza per questo pensare che scompaia il sole.

Le prigioni dell'io
La sapienza biblica ci mette in guardia da quella idolatria di sé che rompe i ponti con Dio e con la "comunità" umana e cosmica di cui siamo parte o, meglio, partners. La fede ebraico-cristiana lacera questo incurvamento del soggetto su se stesso che, spesso, oggi si esprime anche con suggestive pratiche di "meditazione". Questo dolce ripiegamento "meditativo", quando prescinde dal liberante rapporto con Dio, può condurre a rinchiudersi nella splendida prigione dei propri bisogni, dei propri desideri e di propri progetti.

"C'era una volta un uomo intento a costruirsi la casa. Voleva che fosse la più bella, calda e accogliente del mondo.
Vennero a chiedere il suo aiuto perché il mondo stava andando a fuoco.
Ma a lui interessava soltanto la sua casa, non il mondo.
Quando finalmente ebbe finito di costruire la casa, scoprì che non c'era più il mondo...".

Dio rompe la gabbia dell'io
Per vivere e combattere, per sperare e resistere, per poter ancora piantare alberi e mangiarne i frutti, la fede cristiana apre un orizzonte: "vivi al cospetto di Dio!". Per la Bibbia questo vivere al cospetto di Dio viene chiamato "timor di Dio".
"Nessun moderno è in grado di avvertire, con intensità paragonabile all'uomo antico, il timor di Dio; nessuno ha più la capacità di cogliere con tanta forza prossimità e distanza. 'Il battito del cuore di Abramo, l'amico del Misericordioso, si udiva, allorché si levava la preghiera, alla distanza di un miglio, tanto temeva il suo Signore'. Nulla di più errato che intendere questo detto islamico come espressione di una religione di pura paura di un giudice severo. È ben chiaro infatti che quel timore, che invade il petto di Abramo, fa tutt'uno con il suo essere qualificato 'amico del Misericordioso' e con la capacità di instaurare un intimo, intenso colloquio con 'il suo Signore'. A rendere insolita la frase non è il passaggio da una religione del timore a una dell'amore, ma il fatto che il cuore dell'uomo moderno batte in un modo incomparabilmente meno tumultuoso" (Piero Stefani, Il Regno 15/9/95, pag. 506).
Forse, dice la Bibbia, se vuoi resistere alla musica del nulla, alla seduzione degli idoli, se non puoi cadere nelle illusioni della "meditazione" egocentrica, fa' in modo che "il battito del tuo cuore verso l'Eterno si oda ad u n miglio di distanza quando ti rivolgi a Lui in preghiera". Si può non essere fanatici ed ingenui eppure essere appassionati e pazzi di speranza anche in un tempo che non concede nulla all'utopia. Cercansi donne e uomini di grande passione!

 

Franco Barbero, 1999


 

Una stagione di inverno ecclesiale e teologico


Più caldo di così si muore, ma la nostra chiesa vive un livello di sonnolenza insuperabile, tra libri, convegni, incontri proclamati come novità. La mia personale biblioteca di ben 13.500 libri che ora ho regalato e sono stati collocati in alcune biblioteche dopo averla ricevuta in dono da chi mi ha invitato in questi ultimi 70 anni per un dibattito. Sovente mi capita di incontrarmi piuttosto perplesso nel presentare studi teologici, elaborazioni dogmatiche o versioni pastorali a me molto note da almeno 50 anni: il periodo in cui in Giappone, Olanda, India, Portogallo conobbi dei maestri di vita e di profondità intellettuale che oggi mi stupisce nel leggere autori o editori che presentano le loro opere come novità che io conobbi nel periodo dal 1966 mentre elaboravo qualcosa di significativo ora spesso venduto come novità.

Adesso a volte mi fa soffrire questo vendere per novità ciò che per molti di noi è stato il frutto di un lavoro di studio e ricerca intensissimo durato più di 50 anni, un periodo che fu una vera fioritura teologica e pastorale in atto in parecchie situazioni e ambiti ecclesiali.

Viva le novità costruttive non quelle finzioni di novità che oggi abbondano. Poche sono le novità vere e costruttive.

La nostra chiesa non si è un po’ addormentata?


                        don Franco Barbero - 1 giugno 2026


Domani, Mercoledì 3 giugno

I BRACCIANTI UCCISI. PARLA IL SOPRAVVISSUTO

I caporali delle fragole. «Chiedevamo la paga e ci hanno bruciati vivi»

ENRICA RIERA 

Fermate due persone intermediari di una grande azienda in Basilicata. I pm indagano su possibili legami con i clan locali. Caccia alle imprese dove lavoravano. Vannacci: «Il terzo mondo»

L’Ucraina nell’Ue porta solo guerra e povertà

di Gianfranco Viesti - Ilfattoquotidiano.it - 31/05/2026

L’accelerazione dell’adesione del- l’Ucraina all’Unione europea solleva profondi interrogativi sul presente e sul futuro dell’Europa e di tutti i suoi cittadini.

 

1) L’Ucraina è in guerra, mentre l’Europa è nata proprio per evitare il ripetersi di conflitti armati. Un elemento fondante che purtroppo molti leader sembrano aver dimenticato negli ultimi tempi. Un ingresso nella Ue prima della fine degli eventi bellici creerebbe una situazione originale e pericolosa: la guerra verrebbe “importata” nel nostro comune territorio. Con parte dell’Ucraina occupata dalle forze russe si verrebbe a creare una grande incertezza sui confini orientali comuni, sulla loro sicurezza e controllo, con conseguenze difficilmente prevedibili.

2) La Ue associa solo paesi democratici. Una questione irrinunciabile, specie in questi tempi di crescita degli autoritarismi. Una circostanza fondamentale negli anni Ottanta, che ha favorito la caduta delle sanguinarie dittature fasciste mediterranee, con una transizione indolore. E che è stata messa duramente alla prova negli ultimi anni in Polonia e in Ungheria: bisogna rispettare principi comuni per poter entrare, ma se poi si chiudono le università o si infrange l’indipendenza dei giudici non ci sono strumenti di intervento. Stando a una pregevole analisi dell’Ispi, l’Ucraina presenta un livello molto basso, e inferiore agli altri candidati, tanto nei livelli di democrazia (Freedom House) quanto nel contrasto alla corruzione (Transparency International).

3) L’Unione è da tempo impegnata nel garantire l’ingresso dei paesi balcanici. Il processo di avvicinamento è stato, anche doverosamente, lunghissimo. Pur con vicende differenziate, questa possibilità è però da anni un punto di riferimento per le classi dirigenti e l’opinione pubblica. Un ingresso accelerato dell’Ucraina potrebbe avere delle conseguenze gravi negli assetti politici di questi paesi, a noi vicinissimi. Non dimentichiamo che cosa erano le coste montenegrine negli anni Novanta.

4) Chiunque entri, non può essere rinviata una profonda riforma delle istituzioni europee, già sotto stress per l’aumento degli Stati membri. Accrescere ulteriormente il numero dei partner conservando gli attuali assetti ne accrescerebbe le difficoltà, specie decisionali. Al di là delle forme, il tema è assai spinoso nella sostanza: si pensi al diritto di veto nelle decisioni all’unanimità. Ma ignorarlo significa correre un rischio elevato di implosione.

5) L’Ucraina è un paese grande e povero, che necessita e necessiterà di prolungati e doverosi interventi. Questo pare incompatibile tanto con l’attuale dimensione del bilancio comunitario quanto con l’atteggiamento prevalente dei paesi cosiddetti frugali, a partire dalla Svezia, che puntano a una sua ulteriore riduzione dal 2028. Diversi partner europei vogliono l’allargamento senza assumersi la responsabilità di assicurare un’adeguata capacità di intervento comunitario: una posizione gretta, miope.

6) Nuove adesioni a bilancio costante sarebbero devastanti per gli europei più deboli. Alle necessità degli ucraini e degli altri “nuovi europei” si farebbe fronte riducendo le politiche, specie per la coesione sociale e territoriale, che sono indispensabili per far sì che tutti i cittadini beneficino dell’Unione. È già avvenuto con il grande allargamento del 2004-2006, con pesanti conseguenze. Avviene oggi con il Commissario Fitto che destina alle più disparate esigenze le risorse della coesione. Una posizione suicida, dato che in molte regioni dell’attuale Europa, le difficoltà economico-sociali e la percezione di distanza e di disinteresse di Bruxelles già si traduce in voti per formazioni sovraniste, antieuropee, sovente di destra estrema. Un vero assist ai nazionalismi.

7) L’ingresso dell’Ucraina – anche se controbilanciato dai molto più piccoli Balcanici – sposterebbe ancora più a Est il baricentro politico ed economico dell’Unione. Questo conta, e molto. È, ancora, ciò che è accaduto con il grande allargamento del 2004-2006; che ha determinato, molto più di quanto fosse prevedibile, una profonda riorganizzazione dell’economia europea, anche per il modello sociale assai diverso dal nostro che si è realizzato in quei paesi. La nascita di un ampio “cuore manifatturiero” a cavallo della vecchia cortina di ferro; di cui ha fatto le spese l’Europa del Sud-Ovest: in modo particolare l’Italia, ma anche la Francia e gli iberici. Si pensi all’industria dell’auto o a quella degli elettrodomestici. Questo implica la necessità di politiche (per la tecnologia, le infrastrutture, l’industria, la coesione sociale) ben più intense di quelle di oggi nelle parti deboli o a rischio della vecchia Europa. Tutto ciò configura rilevanti interessi italiani, che vanno difesi e contemperati con quelli dell’intera Europa. La questione è serissima; merita una discussione attenta; le decisioni possono avere profonde implicazioni a lungo termine.