lunedì 30 marzo 2026

da Internazionale del 20/03/2026

L’evoluzione rapida può salvare dall’estinzione

di Michael Le Page, New Scientist, Regno Unito


Una pianta selvatica ha resistito a una siccità estrema grazie alle mutazioni genetiche, suggerendo che molte specie potrebbero adattarsi in fretta al cambiamento climatico.

Per la prima volta una specie in declino a causa di condizioni meteorologiche estreme è stata osservata riprendersi grazie all’evoluzione rapida. Significa che gli organismi colpiti sempre più duramente dall’aumento della temperatura e da altri estremi climatici possono adattarsi al riscaldamento del pianeta?

L’evoluzione ha già salvato moltissime specie dai cambiamenti climatici. Nell’ultimo mezzo miliardo di anni il clima terrestre è passato da periodi molto più caldi di quello attuale, in cui i coccodrilli vivevano nell'Artico, ad altri molto più freddi. Per sopravvivere, le piante e gli animali hanno dovuto adattarsi e migrare. L'elemento culturale, però, è il tempo. Finora il cambiamento climatico più veloce che si conosca è stato quello del massimo termico del paleocene-eocene, avvenuto 56 milioni di anni fa, quando le temperature aumentarono dai 5 agli 8 gradi nell'arco di circa 20mila anni. Ora però le temperature potrebbero salire di oltre 4 gradi entro la fine del secolo. In un periodo così breve l’evoluzione può davvero fare la differenza?

La risposta è si, almeno per gli organismi con generazioni corte. Le ultime evidenze provengono da una pianta chiamata mimulo (Mimulus cardinalis), che è stata capace di sopravvivere alla tremenda siccità che ha colpito la California tra il 2012 e il 2015. Daniel Anstett della Cornell university e i suoi colleghi hanno cominciato a studiarla nel 2010, valutando ogni anno la salute delle popolazioni in diversi siti e prelevando campioni per sequenziarne il Dna.

Il mimulo ama l’acqua e vive lungo i ruscelli, dice Anstett, per cui è stato colpito duramente dalla siccità. Tre popolazioni locali si sono estinte, ma molte di quelle sopravvissute sembrano aver sviluppato una tolleranza all’aridità in appena tre anni, con diverse mutazioni in segmenti del genoma collegati all’adattamento al clima. Queste popolazioni sono state le più veloci a riprendersi.

E’ quello che i biologi chiamano salvataggio evolutivo, cioè la sopravvivenza di una specie grazie a una rapida evoluzione. E’ stato dimostrato più volte in laboratorio, ma secondo Anstett non era mai stato osservato in natura. “E’ molto difficile provarlo perché servono tre fattori”: dimostrare che una popolazione si riduce a causa di una minaccia, che reagisce con l’adattamento genetico e che le mutazioni le permettono di riprendersi.

Esistono tanti esempi possibili di salvataggio evolutivo, tra cui la mutazione dei fringuelli di Darwin delle Galapagos in risposta alla siccità, quella dei diavoli della Tasmania colpiti da un tumore trasmissibile, la resistenza ai pesticidi e l’adattamento dei pesci killi all’inquinamento dei fiumi statunitensi. In questi casi, però, i biologi non sono riusciti a dimostrare tutti e tre i fattori, dice Anstett: “Non era mai stato possibile provare che la ripresa fosse dovuta alla rapida evoluzione in tutta l’area di distribuzione della specie”.

Meteo e clima

Detto questo, una siccità di tre anni è un fenomeno meteorologico, non climatico. “Per dimostrare l’adattamento al cambiamento climatico ci vuole più tempo”, spiega Andrew Storfer della Washington State University. La capacità del mimulo di evolversi per sopravvivere a una siccità estrema non significa necessariamente che sia in grado di adattarsi a un secolo o più di rapido aumento delle temperature e condizioni ancora più estreme. “In futuro gli estremi potrebbero eclissare la siccità che abbiamo vissuto”, dice Anstett.

Tra l’altro il declino di una popolazione compromette la sua varietà genetica, che è il motore dell’evoluzione. Se una specie è colpita ripetutamente in un breve periodo di tempo la sua capacità di adattarsi si riduce. Quindi, se il riscaldamento globale continua, le minacce diventeranno più grandi e la capacità di affrontarle diminuirà. Senza contare che le specie longeve con ritmi riproduttivi più lenti hanno pochissima capacità di mutare rapidamente. 

In ogni caso, Anstett ritiene che i risultati siano un'ottima notizia. "Molte delle attuali previsioni sul declino delle specie non tengono conto dell'evoluzione", dice. “Questa è una storia di speranza”.


Riportiamo l’elenco di libri di Ortensio da Spinetoli sui quali Adista ha promosso un offerta che prevede l’acquisto di 5 libri a 50 euro al posto dei 75 euro previsti.

Se qualcuna/o è interessato riportiamo gli estremi per ordinarli:


  1. Ortensio da Spinetoli - La prepotenza delle religioni - Ed. Chiarelettere - 2020, pagg. 128, prezzo di copertina 12€;
  2. Ortensio da Spinetoli - Rifondare la Chiesa - Ed. Il Pozzo di Giacobbe - 2021, pagg. 242, prezzo di copertina 17€;
  3. Ortensio da Spinetoli - L’inutile fardello - Ed. Chiarelettere - 2023, pagg. 94, prezzo di copertina 13€;
  4. Ortensio da Spinetoli - La conversione della Chiesa - Ed. Il Pozzo di Giacobbe - 2023, pagg. 176, prezzo di copertina 18€;
  5. Ortensio da Spinetoli - Tra voi non sarà così… - Ed. Servitium - 2023, pagg. 144, prezzo di copertina 15€;


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da Rocca del 15/03/2026

Restare umani nel Mediterraneo

di Tonio Dell’Olio


Un salvagente arancione tra le onde grigie del Tirreno è diventato il volto di questa stagione. Attorno a quel cerchio di plastica "c'era ancora un uomo. O quel che ne restava”. E’ da qui che parte la denuncia tanto di mons. Lorefice quanto dei vescovi calabresi: non una fatalità, ma una responsabilità. "L'ennesima strage - non è una tragedia! - consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche”. Parole che scavano, perché chiamano in causa decisioni "colpevolmente dimentiche dei diritti inalienabili dell'essere umano”. Dopo i naufragi nel Canale di Sicilia durante il ciclone Harry, con "circa 1000 dispersi" secondo le organizzazioni umanitarie, il Mediterraneo torna ad essere un tribunale. I vescovi parlano di "scelte disumane dell'Europa e dell'Italia capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono” e denunciano la propaganda che rivendica il calo degli sbarchi mentre aumentano i morti. I dati dell'Oim sono impietosi: "452 vittime nel solo mese di gennaio… Meno arrivi, più morti”. E’ un atto d'accusa politico e morale. "Abbiamo negato loro il diritto ad una vita dignitosa… Non siamo andati a cercarli". E ancora: “Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore”. La richiesta è concreta: corridoi umanitari sicuri, risorse alle procure per dare un nome ai corpi, sepolture degne. Ma il cuore profetico del messaggio va oltre la contingenza. “E' l’umanità a essere in gioco simbolicamente nel Mediterraneo”, scrive Lorefice, denunciando "derive nazionaliste, competizione spietata, guerra ai poveri e ai migranti”. E rilancia il sogno di “un mondo senza guerra e senza sopraffazione… dove i migranti vengano accolti con calore, come persone umane, come fratelli”. In queste parole non c'è solo indignazione, ma un esame di coscienza collettivo. La questione migratoria viene sottratta alla contabilità elettorale e ricondotta al suo nucleo essenziale: la dignità inviolabile della persona. Quando la politica si limita a chiudere porti, esternalizzare frontiere, firmare accordi che allontanano il problema dagli occhi dell'opinione pubblica, il prezzo viene pagato da corpi concreti. Il Mediterraneo, culla di civiltà, si trasforma così in una frontiera armata e in un enorme cimitero liquido. Per questo la denuncia dei pastori non può restare confinata a un comunicato. Se davvero “il mare ci chiede conto”, allora anche le comunità cristiane sono chiamate a un gesto pubblico e penitenziale. In un Venerdì di Quaresima, in tutte le chiese d’Italia, si potrebbe almeno celebrare una Messa di riparazione per la profanazione della dignità umana che si consuma sulle rotte migratorie. Non un rito consolatorio, ma un atto di conversione ecclesiale e civile, per riconoscere le omissioni, intercedere per le vittime e chiedere il coraggio di scelte diverse. Un segno lo ha già offerto don Mattia Ferrari, celebrando l’eucaristia su un’imbarcazione nel cuore del Mediterraneo, sudario blu del nostro tempo. Lì dove affondano i corpi, la Chiesa ha spezzato il pane. E’ un’immagine potente: l’altare tra le onde, la preghiera accanto ai giubbotti di salvataggio, il Vangelo proclamato nel luogo della morte. Dice che non basta commuoversi; occorre esporsi. “Il mare ci chiede conto”. Non è un’immagine retorica: è una chiamata alla coscienza pubblica. Perché quei corpi restituiti dall’acqua non sono numeri, ma nomi, storie, relazioni. E il silenzio, avvertono i pastori, “diventa complicità”.


da Adista del 14/03/2026

SPAGNA LAICA: fuori la religione dalle scuole, fuori il concordato dal nostro paese

di Elena Cocuzza


Eliminare <<immediatamente>> l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole e abrogare gli accordi concordatari con la Santa Sede sono le due richieste avanzate, in Spagna, da 68 organizzazioni sociali, sindacali e politiche riunite nella piattaforma della Scuola Laica che il 2 marzo hanno rilanciato la campagna unitaria “Per una scuola pubblica e laica. Religione fuori dalla scuola” (fra le 68 firmatarie, Europa Laica, la Confederazione Spagnola delle Associazioni dei Genitori di Studenti, la Confederazione dei Sindacati dei Lavoratori dell’Istruzione, la Federazione di Insegnamento delle Commissioni Operaie, Izquierda Unida e Podemos).

Nel paese iberico il risorgente dibattito sull’ora di religione è più radicale che in Italia, dove peraltro sta infine avanzando a livello gerarchico la consapevolezza della necessità di un qualche cambiamento: in un dossier redatto da un <<Gruppo per un nuovo insegnamento della religione a scuola>> sostenuto dalla Conferenza episcopale, si afferma che la complessità del panorama attuale <<chiede una prospettiva pluralista e non più mono-confessionale>>.

In Spagna, dove l'organizzazione dell'Irc è molto simile a quella italiana, l'immobilismo è più accentuato, anche a livello ipotetico, perché è ancorato a un passato dove Chiesa cattolica e Stato, sicuramente durante la lunga dittatura franchista, sono il più del tempo andati a braccetto. Da qui lo scossone dell'iniziativa di Escuela Laica: in particolare quel chiedere l'abrogazione del Concordato nel momento in cui è stato confermato che papa Leone si recherà in Spagna a giugno (dal 6 al 12), ma anche l’<<appello ai partiti politici, ai poteri esecutivo e legislativo, al Ministero dell’Istruzione, ai Ministeri dell’Istruzione delle Comunità Autonome, alla comunità educativa e alla società in generale, al fine di rendere efficace l’obiettivo democratico di raggiungere la piena attuazione del principio di laicità nel sistema educativo, nonché di preservare la libertà di coscienza degli studenti e la non segregazione per ragioni ideologiche o culturali in ambito scolastico>>.

La laicità, un luogo sicuro

<<Un’educazione laica, pubblica e inclusiva>>, sostengono d’altronde gli estensori del manifesto-appello, <<è più necessaria che mai>> - nell’attuale <<contesto segnato dalla violazione del diritto internazionale e dal genocidio, dal riarmo e dall’ascesa del discorso d’odio>> - <<per costruire una società che abbia tra i suoi principi la convivenza pacifica, la giustizia sociale e la libertà di coscienza>>.

domenica 29 marzo 2026

da Adista del 28/02/2026

Assemblea dei focolari. Le vittime sono ancora lì...

di Cecilia Sgaravatto


Il Movimento dei Focolari ha tenuto la propria Assemblea generale dal 1° al 21 marzo 2026. Un appuntamento decisivo, il più importante per la vita del Movimento - come afferma la presidente Margaret Karram nel suo messaggio di presentazione dell’evento - perché rappresenta il momento in cui confluiranno idee, proposte e mozioni provenienti da tutto il mondo. Durante l'Assemblea verranno inoltre eletti i nuovi dirigenti dell'Opera di Maria, chiamati a guidare il Movimento nel prossimo futuro.

Ma l’Assemblea non è solo un momento organizzativo o istituzionale è o dovrebbe essere un'occasione privilegiata per fare verità sullo stato dell'arte della vita del Movimento, sulla qualità delle relazioni al suo interno e sulla capacità di affrontare le proprie fragilità.

Tra le questioni più delicate e urgenti che interrogano oggi il Movimento dei Focolari vi è quella degli abusi psicologici, sessuali e patrimoniali. E’ una ferita che chiede ancora ascolto, riconoscimento e giustizia. La domanda è inevitabile e non può essere elusa: il Movimento ha davvero fronteggiato questa problematica in modo funzionale alle vittime? Molte vittime, che abbiamo incontrato e di cui abbiamo raccolto l'esperienza, ci raccontano che non è stato proprio così.

E’ stata istituita una struttura di contrasto agli abusi che prevede percorsi di formazione e prevenzione, organismi di gestione e di intervento in caso di segnalazioni da parte delle vittime, modalità di riparazione. Ma questa struttura ha davvero funzionato? Ha avuto gli strumenti, l’autonomia e la credibilità necessarie per rispondere alle attese delle vittime? E soprattutto: il Movimento è stato realmente vicino a chi ha subito abusi, oppure ha privilegiato la tutela dell'istituzione, il silenzio, o risposte parziali e difensive? Sono interrogativi scomodi, ma indispensabili. Ignorarli o minimizzarti significherebbe perdere un'occasione storica di conversione personale comunitaria. L'Assemblea generale del 2026 deve diventare un tempo di verità, in cui il dolore delle vittime non venga ascoltato solo formalmente, ma raccontato a tutti i membri del Movimento e all'opinione pubblica in modo trasparente e onesto. 

Provare a rispondere a queste domande attraverso la voce delle vittime non è un atto di accusa, ma un atto di responsabilità e di amore per il Movimento stesso, un atto di giustizia sociale. Solo partendo dall'ascolto reale di chi ha sofferto sarà possibile ricostruire fiducia, guarire le ferite e riaprire una fase nuova, più evangelica e più umana, nella vita dell'Opera di Maria.

All’Assemblea generale vogliamo far arrivare la prospettiva delle vittime, le storie, le pubblicazioni, le soluzioni possibili. Starà poi ai focolarini scegliere se vogliono limitarsi a gestire il futuro con le logiche e i paradigmi del passato o se abbiano il coraggio di attraversare la verità, anche quando fa male, per permettere al Movimento dei Focolari di rinascere più autentico e più vicino a chi è stato ferito lungo il cammino.

Abusi e responsabilità: una distanza ancora evidente tra dichiarazioni e realtà.

Abbiamo raccolto numerosissime testimonianze che mostrano come il Movimento dei Focolari sia ancora molto lontano dal raggiungere un'autentica capacità di fronteggiare in modo efficace e credibile la problematica degli abusi. Non si tratta di casi isolati o di percezioni soggettive, ma di un quadro ampio e convergente che mette in evidenza gravi criticità strutturali, procedurali e relazionali. 

La Commissione Indipendente incaricata di gestire le segnalazioni di abuso è stata istituita in seguito alle indicazioni prescrittive della società di consulenza GCPS Consulting.

Segnalazioni di abusi di vario tipo erano già state presentate ai dirigenti del Movimento da parte di membri interni da molti anni, ma non avevano mai ricevuto attenzione. Pertanto l'istituzione di strutture di tutela più che una decisione libera e profetica, è apparsa dunque come una scelta obbligata. Nonostante ciò, la Commissione non ha dimostrato di funzionare in modo efficace.

I tempi di gestione delle segnalazioni risultano eccessivamente lunghi, spesso le risposte non arrivano o arrivano in forma generica, e le valutazioni non appaiono fondate su un’analisi obiettiva, poiché non vengono analizzate le norme che potrebbero essere applicabili ai casi di specie presentati, né vengono riconosciuti i fatti accaduti, riconducibili alla descrizione astratta contenuta nelle norme.

Abbiamo raccolto gli atti di una denuncia specifica che dimostrano come il procedimento non sia favorevole alla vittima: manca un vero contraddittorio diretto, e, nonostante la presenza di fatti circostanziati e documentati, la decisione finale non tiene adeguatamente conto di tali elementi. Le situazioni denunciate, portate successivamente all'attenzione del prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, sono state tuttavia riconosciute come abusi secondo i canoni del diritto canonico. Nonostante questo riconoscimento formale, non sono mai giunti messaggi diretti alla persona abusata da parte dei membri interni contro cui era stato aperto il caso, né da parte della Commissione Indipendente che non ha fornito nessun riscontro, nonostante siano stati evidenti gli errori procedurali e giuridici sotto il profilo del diritto canonico.

Benché le dichiarazioni delle vittime presenti in blog, articoli e pubblicazioni siano ampiamente conosciute dai dirigenti del Movimento, è mancato un avvicinamento diretto e un confronto strutturato. In pochi casi, laddove vi è stata una sollecitazione all'intervento, sono arrivate soltanto lettere di circostanza, contenenti scuse generiche.

Le pubblicazioni delle vittime non vengono lette né valorizzate nei contesti formativi e comunitari del Movimento. Chi ha frequentato Mariapoli, Congressi ed eventi focolarini sa bene che la struttura di questi incontri si basa prevalentemente su esperienze positive di aderenti e su testi di Chiara Lubich, presentati per testimoniare la grandezza del Movimento. Se vi fosse una reale volontà di formarsi seriamente sulla problematica degli abusi, le esperienze dolorose delle vittime verrebbero affrontate apertamente, riconosciute come parte della storia reale del Movimento e assunte come occasione di crescita e conversione.

Nel 2024, come Laboratorio Reinsurrezione, OIVD e Adista, abbiamo incontrato la presidente del Movimento Margaret Karram e il copresidente Jesus Moran per chiedere un confronto su questi temi. In quell’occasione abbiamo percepito ascolto e attenzione, ma poca concretezza. Abbiamo segnalato problematiche precinse e documentate, come stipendi non pagati, regolamenti dell’Opera in alcuni punti illeciti rispetto alle norme del diritto e la persistente mancanza di attenzione concreta alle vittime. Ci è stato chiesto tuttavia di non divulgare il contenuto di quella conversazione.

Anche in una recente lettera ricevuta da noi da parte dei presidenti si ribadisce che attualmente è intenso l’impegno per un percorso di revisione e rafforzamento delle proprie procedure, con l’obiettivo di migliorare in modo concreto ed efficace le azioni di prevenzione e contrasto agli abusi. Ci viene però impedito di entrare in possesso dei regolamenti perché considerati riservati agli interni e agli appartenenti al Movimento. In questo percorso di revisione delle strutture tuttavia le vittime, che hanno reso pubblica la loro esperienza negativa, non sono mai state coinvolte né consultate.

Nel suo messaggio di annuncio dell’assemblea generale, la Presidente ha invitato tutti a partecipare e a donare il proprio contributo <<anche chi, per qualche motivo, si è allontanato dal movimento>>.

Chi ha vissuto situazioni problematiche a contatto con i membri del Movimento dovrebbe sentirsi direttamente destinatario di questo invito. Rendere pubbliche queste informazioni non risponde a una logica di contrapposizione, ma al bisogno di trasparenza. Può aiutare l’opinione pubblica, e gli stessi membri del Movimento, a farsi un’idea più completa e realistica dell’operato dei Focolari.

Come informazione libera, intendiamo offrire una prospettiva alternativa rispetto ai fatti così come narrati nelle comunicazioni ufficiali, che appaiono ancora filtrate da esigenze di immagine e di salvaguardia dell’apparenza.

Il Movimento desidera comunicare carità, impegno per l'unità e fraternità universale; tuttavia, alla luce delle testimonianze raccolte, appare ancora evidente uno scollamento profondo tra la realtà dichiarata e il reale stato dei fatti. Colmare questa distanza e oggi una responsabilità non più rimandabile.


A proposito del Movimento dei Focolari e della loro Assemblea generale

Il problema degli abusi interni al Movimento, non trova neanche la più semplice attenzione…

Dal 1° al 21 marzo si è svolta a livello internazionale l’Assemblea generale del Movimento dei Focolari. Dal poco che è possibile leggere e venire a conoscenza, si percepisce che si tratta del più pesante tradizionalismo cattolico senza alcuna vera proposta innovativa, con uno spiritualismo avulso dalla realtà del mondo e della chiesa in cui viviamo.

Questo anche se un tema centrale che interessa la vita del movimento è il problema degli abusi di ogni genere al suo interno.

Come riporta l’articolo di Adista che riportiamo più sopra “Le vittime sono ancora lì” e la decisione finale non tiene sufficientemente conto della loro presenza e realtà e, al di la delle molte parole, il Movimento sembra incapace di gestire una qualche svolta a livello ecclesiale, culturale e teologico. Gli abusi, di vario genere, continuano ad esserci e tutto deve essere tenuto nascosto, il che non favorisce un vero rinnovamento.

Le conclusioni, fanno cenno al desiderio di lavorare per la pace e l’unità. Ma tutto lascia intendere che si tratta di parole tanto sincere quanto prive di riferimento alla realtà.

                                                 don Franco Barbero - 24 marzo 2026




da Domani del 26/03/2026

Teheran irride il tycoon e detta le condizioni <<Hormuz rimane iraniana>>

di Youssef Hassan Holgado


Gli ayatollah: «Il presidente è così disperato da negoziare con sé stesso». Ma i contatti tra i mediatori continuano, gli Usa valutano una tregua di un mese.

Gli schieramenti sono sempre più chiari. Gli  Usa, in difficoltà per il blocco dello Stretto di Hormuz, vogliono sedersi al tavolo delle trattative. La leadership iraniana si perde in dichiarazioni contraddittorie: una parte dell’establishment vuole negoziare, un’altra vuole alimentare la propaganda della vittoria per tenere unito il popolo eppure, alla fine, dà segni di disponibilità a trattare. «I vostri conflitti interni sono arrivati al punto in cui state negoziando con voi stessi?», ha detto uno dei portavoce militari. Israele, invece, teme la fine del conflitto. L’occasione per lo Stato ebraico è irripetibile e se si arriva alla pace lo status quo in Medio Oriente non è poi stato rivoluzionato come ci si aspettava.

La campagna contro Teheran e il Libano «prosegue a ritmo pieno, nonostante quanto riportato dai media», ha detto il premier israeliano Benjamin Netanyahu. I paesi del Golfo, feriti nell’orgoglio e con un danno d’immagine difficilmente riparabile nel lungo periodo, non vogliono una pace frettolosa. Riad e Abu Dhabi vogliono continuare a distruggere l’arsenale iraniano ed evitare di arrivare a un accordo che cambi le carte in tavola nella gestione dello Stretto di Hormuz e li penalizzi in futuro. Solo il Qatar ha espresso soddisfazione per il ruolo di mediatore intrapreso dal Pakistan. In una chiamata tra i leader dei due paesi «le parti hanno sottolineato l’importanza della de-escalation e della cessazione delle operazioni militari nella regione, evidenziando la necessità di dare priorità a soluzioni diplomatiche», si legge nel comunicato rilasciato da Doha.

SMENTITE E RETROSCENA

In questo marasma di dichiarazioni, smentite e retroscena c’è un punto fermo: Pakistan, Egitto e Turchia stanno intavolando un primo round negoziale tra le parti. Da Teheran il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha affermato che Islamabad ha ottime intenzioni, che non ci sono in corso colloqui con gli Stati Uniti ma che «questo tipo di colloqui sono in corso tra l’Iran e i suoi vicini e altri paesi amici». Quindi nei prossimi giorni, come riferisce la Cnn, le parti potrebbero già ritrovarsi in Pakistan. E per favorire le mediazioni la Casa Bianca starebbe anche pensando di arrivare a un mese di tregua.

Anche per questo motivo Israele sta intensificando i bombardamenti nel sud del Libano e in Iran. «Siamo determinati a fare tutto il possibile per cambiare radicalmente la situazione in Libano», ha detto Netanyahu. Secondo il New York Times il premier ha ordinato di compiere ogni sforzo nelle prossime 48 ore per infliggere più danni possibili all’industria bellica iraniana. L’ordine sarebbe arrivato dopo che Netanyahu ha ricevuto una copia del piano in 15 punti proposto dall’amministrazione Usa a Teheran.

Per il momento, quindi, le trattative continuano come confermato in serata dalla Casa Bianca anche se le parti sono distanti. La portavoce Karoline Leavitt ha confermato solo tre punti del piano: lo stop all’arricchimento dell’uranio, lo stop al programma di missili balistici e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Le richieste del regime sono al momento sono considerate irricevibili. Si punta al massimo per arrivare a un compromesso futuro.

Tra le condizioni poste dagli ayatollah ci sono: la chiusura di tutte le basi americane nella regione; il risarcimento per i danni causati dai bombardamenti di Usa e Israele in Iran; il riconoscimento internazionale e garanzie in merito al diritto sovrano dell’Iran di esercitare l’autorità sullo Stretto di Hormuz, dove Teheran potrebbe riscuotere pedaggi dalle navi in transito mettendo in pieni un meccanismo simile a quello vigente in Egitto con il Canale di Suez; garanzie che la guerra non riprenderà, neanche sugli altri fronti come in Libano; la revoca di tutte le sanzioni e il rifiuto di accettare restrizioni al programma missilistico iraniano. Tirare troppo la corda rischia però di scatenare l’effetto contrario. «Dal presidente Trump nessun bluff, è pronto a scatenare l’inferno. L’Iran non deve commettere di nuovo un errore di valutazione», ha ribadito Leavitt.

PAROLA AI DRONI

Con le trattative che prenderanno giorni, se non settimane, i leader europei corrono ai ripari per far fronte alla crisi energetica. Regno Unito e Francia presiederanno in settimana una riunione tecnica fra capi di stato maggiore con una trentina di paesi alleati, europei e non, per definire i piani di una futura missione navale impegnata a garantire la riapertura dello Stretto di Hormuz.

In attesa di sviluppi che potrebbero arrivare nelle prossime 48 ore, nei cieli della regione volano ancora missili e droni. Uno di questi ha causato un incendio nell’aeroporto internazionale di Kuwait City. Un altro ha base militare nell’ovest dell’Iraq, uccidendo sette persone e ferendone altre tredici tra il personale di sicurezza presente. In Iran sono stati presi di mira i siti di produzione missili navali. La diplomazia ha tempi lunghi, la guerra molto più brevi.

Evviva il NO, ma No al trionfalismo…


L’esito delle recenti votazioni tra “Si” e “No” è per molti di noi una bella tappa, una preziosa difesa della Costituzione. Questa vittoria del No ci dice che siamo sulla strada buona, ma ci resta molto cammino per tenere durevole l’unità. Esultiamo dunque con entusiasmo e con gioia. Ma io temo sempre che una vittoria possa diventare e farsi cantare come un trionfo.

Il mio pensiero è che, guardando al futuro, la vittoria si colori e ceda un po' il passo al trionfalismo: sarebbe una brutta illusione.

Guardato l'esito del No con tanta gioia non possiamo dimenticare che esso è una spinta concreta da valorizzare per i molti nodi che ci restano da affrontare.

Usiamo questo bel risultato per una efficace spinta a guardare avanti. L'attuale dirigenza della sinistra e convergenti la merita questa vittoria e non ne farà il centro della sua politica. Le vittorie fanno bene, proprio per questo sono speranzoso che sinistra e convergenti lavorino sul quadro di una politica del lavoro, dell'informazione, della sanità con la stessa intelligenza, convergenza e lungimiranza che ci ha visti all'opera per il no.

Non roviniamo la festa con l’illusione del trionfalismo. Abbiamo ricevuto una spinta ad accendere sempre di più l’intelligenza, la convergenza delle differenze costruttive per lavorare politicamente per la difesa del lavoro, la sanità, la cultura. Così valorizzeremo il No e qualche raggio luminoso per il futuro si aprirà.

                                                           Franco Barbero - 25/03/2026








da Domani del 19/03/2026

Il Libano allo stremo è diviso su Hezbollah. 

<<Soltanto il Partito di Dio può resistere>>

di Agnese Ranaldi


Gli abitanti di Beirut esasperati dalle bombe dell’Idf: «Moltissimi sono contro i miliziani, ma non vedono alternative, l’esercito è troppo debole». Intanto l’Idf annuncia nuovi attacchi contro ponti e valichi sul fiume Litani, nel sud del paese.


«Io sono cristiano e ho combattuto nelle milizie durante la guerra civile. Oggi sostengo Hezbollah perché è l’unica forza armata che resiste contro i sionisti». Hadi prende un caffè su una terrazza di Geitawi, un quartiere a maggioranza cristiana di Beirut. Ha una sessantina d’anni e fa l’imprenditore. «Non siamo felici di essere in guerra, ma siamo libanesi – dice – Siamo abituati alle bombe e anche a suoni come questo», indica il cielo. Il ronzio di un drone israeliano sopra la sua testa non viene coperto nemmeno dalle casse del Kalei Cafè, che mandano musica ininterrottamente.

Il fuoco incrociato tra Hezbollah e le Israeli Defence Forces non ha smesso di mietere vittime e di produrre sfollati. Nelle ultime ore le forze armate israeliane hanno annunciato attacchi imminenti contro ponti e valichi sul fiume Litani, nel sud del Libano, per impedire a  Hezbollah il trasferimento di uomini e armi. Il portavoce Avichay Adraee ha parlato di operazioni <<mirate>> contro attività terroristiche. L'Idf ha invitato i civili a evacuare le aree interessate e a spostarsi a nord del fiume Zahrani, evitando il sud per motivi di sicurezza.

Esodo biblico

Il protrarsi della guerra sta mettendo a dura prova la popolazione libanese, con oltre un milione di persone che hanno dovuto abbandonare la propria casa. <<Nei prossimi giorni devo scendere a casa a Saida - dice Zaynab, che lavora come cooperante in una Ong italiana - vado a controllare in che stato si trova>>. Di fronte allo sguardo preoccupato dei colleghi aggiunge: <<Devo prendere cose, vestiti. Ho lasciato tutto il cibo nel frigo, starà andando a male>>. Visto dall'alto, l’esodo forzato dei residenti libanesi del sud deve avere dimensioni bibliche. Ma per le persone in carne ossa è una pratica da sbrigare con pragmatismo: bisogna pulire il frigo dal cibo scaduto, prendere un cambio in più per le notti che verranno. <<Mio figlio ha bisogno almeno di un altro paio di pantaloni e una maglietta>>, dice Bassam, anche lui di Saida. Fa il driver a Beirut da quando la sua famiglia si è rifugiata in uno shelter del quartiere di Hamra. <<Non c’è più tanto lavoro, la benzina costa tantissimo. Non rientro nemmeno del necessario per pagare il noleggio di quest'auto>>, dice. Auto che, oltre ad essere la sua unica fonte di reddito, è anche, temporaneamente, la sua casa. La stanza in cui sono rifugiati moglie e parenti ospita già altre 21 persone. 

Nonostante la precarietà e lo stato di emergenza in cui vivono, molti sostengono ancora che Hezbollah sia l'unica possibilità che hanno per non soccombere a quella che una donna definisce <<la prepotenza dell’Idf>>. E’ una sciita rifugiata in uno Shelter di Sabra, ma nonostante il desiderio di tornare a casa dice: <<Ora è il momento di sostenere la resistenza e il presidente (Nabih) Berri (il presidente del Parlamento libanese, che per prassi costituzionale appartiene alla comunità sciita, ndr)>>. Non sorprende che a pensarla così sia un membro della comunità sciita, mentre Hadi, nel mosaico etno-confessionale libanese, appartiene a una comunità storicamente ostile a Hezbollah. <<Ho combattuto con il Kataeb Party (il partito-milizia delle famigerate “falangi cristiane”, ndr) sotto la guida di Bashir Gemayel>>, racconta ancora mentre fuma un sigaro al Kalei Cafè. <<Era un’altra guerra, quella contro l’occupazione siriana e i suoi alleati libanesi, drusi e sunniti. Hezbollah non c’era ancora>>.

Oggi guarda con rassegnazione alla debolezza dell’esercito libanese, cui attribuisce la gravità della situazione. <<Il mio popolo è dilaniato da tutte queste guerre. E anche a causa della forte propaganda, a mio parere il 60% della mia comunità, che è cristiana, è ora contro Hezbollah>>. Ma la divisione non è così netta. <<Penso ci sia una buona parte di persone che comunque continua a sostenerli - dice - almeno finché l’esercito nazionale non sarà pronto ad attivarsi per proteggerle>>.

Come resistere

Quel che è certo è che dopo anni di crisi economica e instabilità politica, sostenere un’altra guerra è sfiancante. <<La gente è esausta, non ne può più - spiega Marco Di Donato, professore associato di Storia dei Paesi islamici presso l’Università di Palermo e autore del libro Hezbollah. Storia del Partito di Dio (edito da Mimesis) - Ma le reazioni delle persone non sono univoche>>. Secondo il docente, infatti, non è la prima volta che in Libano vede emergere opinioni diverse all’interno della stessa comunità religiosa. <<Non sorprende che anche chi abbia militato in fazioni politiche ostili, in linea teorica, ad Hezbollah possa oggi ritenere accettabile la via della lotta armata indicata dal Partito di Dio. Come anche storici sostenitori di Hezbollah ne prendono oggi le distanze considerando inaccettabile la linea dei miliziani sciiti>>. 

L'apparente contraddizione si spiega, sottolinea Di Donato, secondo quella che è una caratteristica tipica del variegato universo etno-confessionale del paese: "Deve essere chiaro che in Libano le dinamiche confessionali non sono affatto legate alla religione. Sono soprattutto dinamiche di potere>>. I vari gruppi si riconoscono nella dimensione degli interessi comuni, soprattutto economici, più che nella condivisione di un dogma. <<Questo è il gioco libanese>>, spiega. In un paese che deve affrontare l’ennesima guerra, il sostegno a Hezbollah potrebbe talvolta apparire più come una mancanza di alternative che come una scelta ideologica, soprattutto considerando la debolezza dello Stato libanese. Oggi, però, più che le vecchie linee di frattura, a dominare è un sentimento nuovo: <<Sento che molto più che in passato predomina la paura - conclude il docente - Paura che la situazione sfugga di mano e che diventi impossibile da controllare>>.