sabato 23 maggio 2026

da Il Manifesto del 15/05/2026

Pacifismo con i Quanti

di Luca Tancredi Barone


Uno spettro si aggira per i dipartimenti di fisica di tutto il mondo. Uno spettro che, a seconda delle epoche, ha assunto forme diverse. Ma con uno stesso obiettivo: allontanare la fisica dalla tentazione del peccato. Quello più grave, che aveva macchiato la coscienza di tutti i suoi protagonisti, era esploso su Hiroshima e Nagasaki. Una bomba atomica costruita con le conoscenze più avanzate frutto del lavoro dei più grandi fisici e fisiche del ventesimo secolo. E che aveva tolto in pochi secondi la vita a 200 mila persone.

Negli anni successivi, era stato dallo stesso mondo dei fisici che si erano levate delle voci di preoccupazione. Nel 1955 viene presentato il manifesto di Russell – Einstein per chiedere il disarmo. A partire da questo manifesto, il fisico polacco Joseph Rotblat (l’unico che aveva abbandonato nel 1944 il progetto Manhattan per ragioni etiche) aveva fondato la Pugwash Conference che lottava per il disarmo nucleare (sia Rotblat, che la Pugwash ottennero il Premio Nobel per la pace nel 1995).

OGGI PERÒ la branca della fisica che suscita maggiori brame dell’industria bellica non è più quella atomica, bensì la fisica quantistica. E proprio a 100 anni esatti dalla sua nascita: il 2025 è stato per questo chiamato l’anno mondiale della scienza quantistica. È stato nei molti eventi che si sono celebrati l’anno scorso che fisici come Carlo Rovelli (che lavora in Francia), Luca Tagliacozzo e Francesca Vidotto (entrambi in forze al Csic, equivalente del Cnr in Spagna), Flavio del Santo (Università di Ginevra) e Marco Cattaneo (Università di Helsinki) si sono accorti con preoccupazione che le loro conferenze, una volta una nicchia di nerd della fisica, cominciavano a essere finanziate e sponsorizzate agenzie statunitensi militari. Molto interessate alle possibili applicazioni, dal computer quantistico (ancora al di là da venire), alla crittografia quantistica, passando per la progettazione di sensori quantistici. Una tecnologia di alta precisione, quest’ultima, che come spiega Cattaneo in una recente intervista per Altraeconomia, i militari vorrebbero applicare ai droni o per lo sviluppo di radar quantistici per la sorveglianza satellitare.

PER QUESTO, hanno incominciato a parlarne apertamente durante i loro interventi nelle conferenze scientifiche, legando le loro preoccupazioni etiche anche al genocidio palestinese perpetrato con la complicità delle stesse aziende il cui logo era presente nelle loro conferenze: «Riteniamo che la scienza debba essere dedicata alla ricerca della conoscenza e al miglioramento dell’umanità, e non intrecciata con interessi militari e le loro applicazioni distruttive. Soprattutto in questo momento storico, gli scienziati hanno il dovere morale e civico di denunciare la crescente militarizzazione e di rifiutare qualsiasi complicità con essa», scrivono.

E INSIEME ad altri giovani ricercatori, si sono fatti promotori di un manifesto chiamato «Ricercatori quantistici per il disarmo», firmato finora da quasi 400 ricercatori e ricercatrici (che non sono pochi, in un campo come quello della fisica teorica, che riunisce poche migliaia di ricercatori). Il manifesto respinge l’uso della loro ricerca per scopi militari, o di sorveglianza della popolazione; denuncia il sempre maggiore coinvolgimento di imprese militari nel finanziamento in centri di ricerca pubblici, dato che negli Usa già più della metà della ricerca in fisica teorica è finanziato dal ministero della Guerra; e chiama all’appello i ricercatori per aprire un dibattito etico profondo in tutta la comunità scientifica dei fisici su questi temi.

SECONDO quanto spiega Cattaneo, l’obiettivo da una parte è che le università pubbliche non finanzino linee di ricerca orientate ad applicazioni militari; dall’altra, quello di spingere verso una moratoria internazionale sul modello di quanto chiesto per la tecnologia dei killer robot o dell’intelligenza artificiale applicata all’industria bellica.

QUESTO SPARUTO ma combattivo gruppo di fisici ha avuto modo anche in questi ultimi giorni di ottenere delle piccole vittorie in Spagna: l’ambasciata italiana di Madrid ha organizzato pochi giorni fa un incontro scientifico bilaterale, dedicato proprio alla ricerca quantistica, dove inizialmente era previsto anche l’intervento di un esponente dell’industria leader aerospaziale e della difesa Leonardo, che alla fine, per le pressioni ricevute da esponenti della comunità scientifica fra cui il comitato «Csic per la Palestina» (di cui Tagliacozzo è membro) si è ritirato.

ANCHE nella conferenza internazionale in corso in questi giorni a Barcellona, Quantum Matter 2026, la presenza militare prevista era importante. Come spiega Tagliacozzo al manifesto, «ho deciso di alzare la voce sull’esempio dei miei colleghi e della International Union of scientists che lotta per il disarmo, e forte anche delle mobilitazioni pro Palestina di questi mesi legate alla partenza della Flotilla». Tagliacozzo chiedeva di eliminare la presenza di Quantum Machines, un’azienda che sviluppa hardware e software per controllare i computer quantistici, e sviluppare sensori estremamente precisi. A poco a poco, tutti gli organizzatori si sono schierati contro l’accettazione di questo sponsor. «Sembra che almeno in Spagna – commenta Tagliacozzo – ci sia una certa sensibilità sul tema della Palestina, e forse anche sul tema della militarizzazione della ricerca in generale».

Ma perché la ricerca quantistica, un tempo quasi di nicchia, sta vivendo questa militarizzazione? Secondo Cattaneo, ci sono due motivi. «Da un lato, il processo di militarizzazione della società europea a seguito dall’invasione dell’Ucraina. Dall’altro, il ruolo sempre più imprenditoriale che ci si aspetta dai ricercatori capi (i principal investigator): sembra che il bravo ricercatore non debba avere etica, ma debba essere solamente interessato a massimizzare i fondi ottenuti, dietro la massima pecunia non olet. Ecco perché sono così pochi i ricercatori affermati che hanno firmato il nostro manifesto. Ed ecco perché per noi è così importante aprire questo dibattito».

da Pressenza del 22/05/2026

Spese militari al 5%? Anche nella maggioranza sanno che è insostenibile

di Alfio Nicotra della Rete Italiana Pace e Disarmo


Sulle spese militari anche i parlamentari della maggioranza dicono quello che la campagna Sbilanciamoci! sostiene da sempre: il 5 per cento del Pil in spese militari è insostenibile. Qualcuno da Washington, prima ancora che da Palazzo Chigi o dal ministero guidato da Guido Crosetto, deve essere intervenuto per obbligare i senatori ad una clamorosa retromarcia. Cancellato il punto 8 della mozione e anche le premesse sull’insostenibilità dello sforzo militare. Ma ciò che è stato scritto resta, perché non si può mettere per sempre la museruola alla verità.Sbilanciamoci! e Rete Italiana Pace e Disarmo lo denunciano da anni: l’alternativa è tra warfare e welfare. La favola secondo cui l’Italia potrebbe prepararsi alla guerra, secondo i desiderata di oltreoceano o del piano di riarmo di Ursula von der Leyen, senza travolgere lo stato sociale, si sta sgretolando sotto il peso della realtà. Si incrina la narrazione meloniana della crescita e della stabilità, mentre diventano evidenti le incompatibilità tra l’economia di guerra e la tenuta sociale del Paese. In questo vuoto di credibilità, le forze della pace e del disarmo devono essere più incisive: trasformare la propria denuncia in proposta politica per l’Italia e per l’Europa.

La “gaffe” andata in scena al Senato è rivelatrice. In una mozione della maggioranza, depositata dai capigruppo del centrodestra, compariva la richiesta di rivedere l’obiettivo del 5% del Pil per le spese militari entro il 2035, assunto da Giorgia Meloni al vertice Nato dell’Aja. Un testo che riconosceva apertamente l’insostenibilità economica e sociale di quell’impegno. Poi, nel giro di poche ore, le telefonate furiose da Palazzo Chigi e dalla Difesa, il panico per la perdita di credibilità internazionale e la cancellazione del passaggio incriminato. La verità però era già emersa: persino dentro la maggioranza si sa che il 5% del Pil in spese militari significherebbe devastare i conti pubblici.

I numeri sono impressionanti. Secondo l’Osservatorio Mil€x, il 5% del Pil equivarrebbe oggi a oltre 110 miliardi di euro all’anno. Una cifra enorme, incompatibile con il finanziamento della sanità pubblica, della scuola, delle pensioni e delle politiche sociali. È il passaggio definitivo dallo stato sociale allo stato di guerra. E non è un’ipotesi astratta: è la traiettoria concreta imposta dalla Nato di Donald Trump e dal piano europeo di riarmo.

Il governo ha già tentato di mascherare questa realtà con un gigantesco trucco contabile. Palazzo Chigi sostiene di avere raggiunto il 2% del Pil in spese militari, ma il dato è stato ottenuto grazie all’allargamento artificiale delle voci considerate “spesa per la sicurezza”, includendo capitoli opachi e difficilmente verificabili. In realtà, la spesa militare reale resta intorno all’1,5% del Pil, anche se gli stanziamenti diretti per la Difesa continuano a crescere fino a raggiungere livelli record. La manipolazione contabile serve a due obiettivi: compiacere la Nato e disinnescare il dissenso interno, facendo apparire già raggiunti traguardi che avrebbero costi sociali devastanti.

Ma proprio qui emerge la contraddizione strutturale. L’Italia vorrebbe accedere ai 14,9 miliardi del fondo europeo Safe per aumentare ulteriormente le spese militari. Tuttavia, il Paese si trova in procedura d’infrazione europea per deficit eccessivo, con un rapporto superiore al 3% fissato dai parametri di Maastricht. La conseguenza è paradossale: il governo è stretto tra l’obbedienza ai diktat di Trump e von der Leyen e la necessità di evitare il collasso sociale interno.


da Pressenza del 22/05/2026

Dario Salvetti e Antonella Bundu: la Flotilla continua il suo percorso di terra

di Emanuela Bavazzano


Stamattina alla sede della Ex-GKN si è svolta la conferenza stampa di Antonella Bundu  e Dario Salvetti, appena tornati a Firenze dal sequestro subito dall’Esercito Israeliano per essere parte della Global Sumud Flottilla.

Antonella e Dario., due corpi, due menti, un compagno ed una compagna che tornano per incoraggiarci a continuare.

Partono con un ringraziamento: alla popolazione palestinese, perché, anche se lì si continua a morire, “abbiamo ricevuto messaggi di solidarietà dalla popolazione gazawi”: “dall’inizio alla fine in empatia con la Palestina”, dichiara Dario; il secondo ringraziamento: “a chi da terra ci ha sostenuto”, sostiene, al collettivo di fabbrica che resiste.

Continua Dario: “la cosa più grave è stata il sequestro in acque internazionali”, avvenuto per due volte, la seconda a 500 km da Gaza. Descrive cosa avviene: “arrivano forze speciali, ti puntano il mitra senza dirti perché ti sequestrano”; tutte le imbarcazioni battono bandiere internazionali, parecchie sono italiane. A partire dal sequestro, “48 ore di violenza generalizzata e tortura”; “non abbiamo riportato danni permanenti, di tipo fisico, siamo stati fortunati, per quelli di tipo psicologico, vedremo..”

Ci sarà tempo per ricostruire le narrazioni anche quelle dei vissuti interiori, ma Dario ed Antonella tengono soprattutto a restituire una rappresentazione collettiva, un significato collettivo ad una azione che non vuole chiudersi sul trauma privato, anche perché, prosegue Dario, “qualsiasi cosa abbiamo vissuto non è niente rispetto a quello che vivono le palestinesi e i palestinesi.

“Tecnicamente siamo stati in un campo di concentramento, eravamo dentro quattro container”; “sempre ammanettati con le fascette, con la testa in basso, non riuscivi nemmeno a camminare”.

Continua Antonella: “appena rilasciati dalla nave prigione, le immagini che sono girate hanno scandalizzato tutte e tutti, ma non è stato niente rispetto a quello che vivono subiscono le palestinesi e i palestinesi. La barca dove era Dario è sfuggita due volte alle intercettazioni, la prima volta io non ero nella stessa; la seconda volta, dopo il nostro naufragio, c’ero anche io.

“Navi da guerra in acque internazionali, ci hanno intercettato, col taser al collo di una persona, chiedendo chi era il capitano; mettevano le canzoncine, dicevano che ti portavano in Africa”; continua “sul gommone, in fila, a me mi hanno subito tolta dalla fila, mi hanno chiesto di togliermi i pantaloni, sotto avevo i fuseaux”; “ero il numero 263”; “rubate le scarpe, i calzini, i pantaloni tutti bagnati, tipo carro bestiame, rannicchiati l’uno sull’altro”; e poi… “sparavano, sparavano, prendevano la gente”; “un liquido giallo sparato su di noi, filo spinato sopra, venivamo ripresi, loro fieri di questo”; “ci hanno urlato, ci hanno tirato poi via dentro un tunnel mentre ti davano le botte, piegati, sbattuti, circa due ore, con l’inno di Israele, le fascette strette dopo tanto tempo fanno danno grave”.

Continua Antonella, con pathos determinazione com-mozione di chi vuole restituire il senso ed anche il sentimento: “ci hanno chiesto di firmare che siamo entrati illegalmente, non abbiamo firmato”; “sono arrivati gli avvocati, due minuti di tempo ciascuno”. “Oltre le manette, le catene ai piedi, a me mi hanno chiuso in una scatola di ferro un metro per un metro e mezzo con l’aria condizionata, tutta legata, non vedevi fuori, si sentiva un cane graffiare sulla porta di ferro, mentre i soldati urlavano, urlavano sempre”; “ti spingevano, anche quando eri giù giù”; mi chiamano: “Moro” … “chiaramente ero io”, dicendoci: “tutto il mondo vi odia”.

“Il giorno dopo non sapevamo che ci stavano per deportare, non avevamo l’orologio, non si sapeva dove eravamo, si intravedeva uno spiraglio di sole…all’ultimo momento ci hanno tolto le manette, siamo usciti a testa alta, insieme con i passeggeri normali, alcuni ci riprendevano, ci facevano il verso, ma sapevamo che era tutto finito”.

L’appello è a tornare ad indignarsi, a leggere anche la dimensione “grottesca”: “un sistema oliato, un dispiegamento di forze allucinante, grottesco”; “anche l’ultimo banchino di impiegati ti prendeva in giro; continua Dario: “passato l’ultimo pestaggio, parlato già con l’avvocato, pensavo fosse passato il peggio, invece due teste di cuoio hanno iniziato a colpirmi in zone che non si vedono, prendevano in giro”; “navi cargo container nel Mediterraneo non possono non essere viste, sono una prigione a cielo aperto”.

Con un’immagine “iconica” si chiude la conferenza stampa: “durante la seconda intercettazione, all’orizzonte si vede stagliarsi la sagoma di una nave militare e la sagoma di una barca a vela, la barca a vela punta dritto, tagliando la rotta alla nave militare”.

Il saluto è un momento carico di intensità gratitudine responsabilità, che ciascuna persona presente si deve assumere a portare testimonianza, continuare, insistere, resistere, Grazie Dario, Grazie Antonella, con il cuore e la mente con voi, con il popolo palestinese, per i diritti umani, perché la Memoria è anche farsi tramite di questa esperienza collettiva e restituirla, perché possiamo fare la nostra parte.


da Pressenza del 22/05/2026

RAPPORTO ISTAT 2026: 

Meno figli, giovani via e oltre 2 milioni di famiglie in povertà assoluta

di Giovanni Caprio

 

Nel nostro Paese le disuguaglianze economiche rimangono marcate, più di un quinto della popolazione dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà o con grande difficoltà e circa un quarto ha difficoltà ad affrontare spese impreviste con le proprie risorse. Poco meno della metà della popolazione non à stata in grado di risparmiare nell’ultimo anno. Quasi 11 milioni di individui (pari al 18,6% della popolazione) si trovano in una condizione di rischio di povertà, che resta drammaticamente stabile ai massimi storici, mentre oltre 2,2 milioni di famiglie, per un totale di oltre 5,7 milioni di persone, sono in povertà assoluta. E la povertà assoluta continua a interessare soprattutto le famiglie numerose, quelle con i minori, gli stranieri e i residenti nel Mezzogiorno.

E’ quanto certifica uno dei Capitoli (il 2° Capitolo relativo a “Popolazione e società”) del Rapporto annuale 2026 dell’ISTAT, giunto alla sua trentaquattresima edizione, che offre un quadro informativo integrato sulle sfide che l’Italia è chiamata ad affrontare in ambito economico, demografico e sociale. Un Capitolo che delinea un Paese attraversato da profondi cambiamenti demografici, da persistenti disuguaglianze territoriali e sociali e da un mercato del lavoro che fatica a valorizzare appieno il capitale umano, soprattutto quello giovane e femminile. Una situazione che pone sfide rilevanti per la sostenibilità economica e sociale e che richiede politiche integrate in grado di sostenere la natalità, l’occupazione e l’accesso equo ai servizi. L’Istat specifica che si diffondono forme specifiche di disagio, come la povertà energetica, che riflette l’aumento dei costi e la fragilità dei redditi e conferma che un fattore di protezione decisivo sono senz’altro i livelli di istruzione più elevati che si associano a condizioni di vita migliori e a un minore rischio di disagio economico. Il Rapporto, nel considerare la continua diminuzione del numero medio di figli e la costante posticipazione della genitorialità (che determina uno squilibrio demografico, per fortuna attenuato da una dinamica migratoria positiva, con ingressi dall’estero superiori alle uscite, che contribuisce alla tenuta demografica e al ricambio generazionale), si sofferma sulle intenzioni di fecondità, che rappresentano un indicatore cruciale per comprendere i progetti familiari degli individui.

“Più della metà delle persone ritiene, si legge nel Rapporto Istat 2026, che la propria situazione finanziaria peggiorerebbe con l’arrivo di un figlio nei tre anni successivi (52,6 per cento). Le donne manifestano timori riguardo alle proprie opportunità lavorative più spesso degli uomini (49,9 contro 24,0 per cento). In modo speculare, questi ultimi prevedono un peggioramento delle opportunità lavorative della partner in misura doppia rispetto alle donne (34,7 contro 15,0 per cento). Le preoccupazioni legate al lavoro, all’autonomia personale e alla realizzazione di altri obiettivi di vita possono arrivare a scoraggiare i progetti riproduttivi. A conferma di questi timori, infatti, chi non intende avere figli mostra aspettative di peggioramento associate all’avere un figlio più elevate rispetto a chi invece desidera averne, soprattutto per quanto riguarda aspetti come le opportunità di lavoro (42,6 per cento contro il 33,6 per cento tra chi intende averne), la vicinanza con il partner (14,2 per cento contro 4,0 per cento) e la possibilità di realizzare altri obiettivi nella vita (32,8 per cento contro 24,3 per cento)”.

E’ in atto una trasformazione dei valori e delle priorità individuali, associata alla presenza di barriere strutturali: precarietà lavorativa, difficoltà abitative, carenza di servizi per l’infanzia, squilibri nei carichi di cura, incertezza economica e instabilità delle relazioni. Anche l’impegno di cura verso i propri genitori, in un Paese fatto sempre più di anziani, frena le prospettive genitoriali, ben più di quello verso i propri fi gli. Più di una persona su dieci, tra coloro che non intendono avere figli, è così impegnata nel curare i genitori anziani, da rinunciare a un progetto di genitorialità (11,5 per cento: 12,9 tra gli uomini e 10,4 tra le donne). L’impatto della cura dei genitori anziani si manifesta in modo consistente dai 35 anni (12,0 per cento tra i 35 e i 44 anni) e la prospettiva di prendersi cura contemporaneamente della generazione precedente e di quella successiva fa sì che 763 mila persone rinuncino a progetti di fecondità. Comprendere perché molte intenzioni non si traducano in scelte concrete è, dunque, un passaggio chiave per promuovere condizioni più favorevoli alla realizzazione dei desideri riproduttivi e, più in generale, per sostenere la vitalità demografica del Paese. Anche il 3° Capitolo del Rapporto, relativo a “Capitale umano e sociale” conferma che le disuguaglianze sociali limitano il pieno sviluppo del capitale umano, ampliano i divari economici e alimentano forme di esclusione che indeboliscono la coesione e la vitalità del tessuto sociale.

venerdì 22 maggio 2026

da “Il Padre e i fratelli” - Comunità Cristiana di Base di Pinerolo - marzo 1984

Alcune preghiere di bambini


  1. O Signore, Gesù ci ha detto chi tu sei: 
     nostro Dio e nostro Padre.

     Come è bello avere un Dio che ci ha creati e

     poterlo chiamare nostro Padre e nostra Madre!  

     Anche se i miei occhi non ti vedono,

     io credo che Tu vivi accanto a tutti noi

     e ci vuoi bene.


2) Perché, O Padre, ti prego?

    Perché so che Tu ascolti i tuoi figli

    e non ti dimentichi mai di noi.

    Voglio imparare da te e da Gesù, tuo figlio,

    A volerci bene e a perdonare sempre.


3) Grazie, o Signore, per i doni che ci hai fatto.

    Se Tu non ci avessi dato il sole, la terra,

    l’acqua e tante altre cose,

    non potremmo nemmeno vivere.

    I fiori, i torrenti, le montagne e il cielo,

    tutto ci parla di te,

    che sei il creatore di ogni cosa.


4) Tu, o Padre, sei buono e ci perdoni sempre.

    Tu ci insegni a perdonarci tra di noi

    quando ci siamo offesi e abbiamo bisticciato.

    Se Tu sei nostro Padre, 

    allora noi siamo tutti fratelli e sorelle.


5) O Signore anche oggi non mi è mancato

    né il pane né l’amore dei genitori.

    Dona degli amici e dai da mangiare

    a tutti i bambini del mondo.


6) O Signore, nostro Padre:

    com’è bello conoscerti e amarti!

    Ci hai donato l’amore dei genitori e degli amici

    e tante cose belle: il sole, le montagne, i fiori…

    Questo tu lo hai fatto per tutti gli uomini e  le donne.

    Tu ami il bianco e il nero, l’uomo e la donna

    allo stesso modo, perché sono tuoi figli.

    Ma più di tutti ami i poveri, gli zingari, i malati;

    Tu ami specialmente quei bambini e quegli adulti

    che hanno le gambe, ma non possono camminare bene; 

    quelli che hanno gli occhi, ma non vedono bene;

    quelli che non hanno una casa e non hanno amici.

    O Signore, io vorrei amarli tanto questi miei fratelli,

    proprio come faceva Gesù.

    Che cosa potrò fare per renderli un po’ felici?

    Tutto ciò che avrò fatto a uno di loro,

    l’avrò fatto proprio a Te.


7) O Signore, io vorrei fare come Gesù!

    Lui sì che ti voleva bene…,

    Con i suoi amici del paese e della comunità

    era contento quando poteva fare del bene.

    Aiutava il cieco ad attraversare la strada,

    giocava con gli amici più poveri e soli.

    Gesù divideva con gli amici i giochi e la merenda

    ed era felice quando poteva fare felici gli altri.

    O signore, com'è bello volerci bene e ricordarci 

    che siamo tutti fratelli e sorelle. 

    Aiutami a volere ancora più bene, specialmente

    quando avrei voglia di tenere tutto per me.

    Aiutami a ricordarmi di Gesù e farò come lui.



Carlo Cottarelli - “L’economia facile - Risposte semplici per capire il mondo”

Ed. Solferino 2006 - 18,00 euro - 250 pagg.


dalla quarta di copertina…

Qui ad Atene ciascun cittadino, pur occupandosi delle proprie faccende, è anche ben informato sugli affari pubblici: noi riteniamo infatti che chi non se ne occupa non sia un uomo tranquillo che bada ai fatti suoi, ma un incapace, un inutile” (Pericle, 431 a.C.).


Dove vanno a finire i soldi che diamo allo Stato? Perché il lavoro è tassato più delle rendite? Perché i nostri salari sono tra i più bassi d'Europa? Perché la benzina non cala quando scende il prezzo del petrolio? 

Molti di noi nella vita quotidiana si trovano ad affrontare piccole e grandi questioni dell'economia su cui raramente si hanno idee chiare anche perché la materia spesso è presentata in modo oscuro, con frasi fatte e pochi esempi pratici.

Ecco la ragione principale di questo libro in cui Carlo Cottarelli offre finalmente risposte dirette e comprensibili ai molti dubbi che ci assillano. E, anziché basarsi su numeri, tabelle e formule, parte dalle domande che ci poniamo leggendo i giornali, facendo la spesa, pagando le tasse, per sfatare i falsi miti sul debito pubblico, il carrello della spesa, i costi della politica e la disoccupazione e aiutarci a comprendere i meccanismi della moneta, dei mutui o della finanza. Ci spiega così con semplicità, ma mai semplicisticamente, come funziona la pressione fiscale, quali sono le difficoltà di ridurre la spesa pubblica e perché gli economisti non prevedono (sempre) le crisi. E allarga infine lo sguardo allo scenario internazionale analizzando come la Cina è diventata la più grande economia al mondo, perché i rischi di una guerra tra le grandi potenze sono aumentati e come analizzare gli andamenti degli investimenti in oro o in criptovalute.

<<Il Pil misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta>>, diceva Bob Kennedy, ed è in parte vero, ma forse è meglio capire come funziona che demonizzarlo.


Sono 250 pagine da leggere con impegno. L’inizio è scorrevole e pone le questioni e le domande fondamentali per poter vivere una vita vera in questo mondo così complesso.

Io, a libro letto in 13 ore, devo dire e riconoscere apertamente che la mia ignoranza su tasse, tributi e tutto il mondo dell’economia ha reso queste pagine difficili da affrontare. A lettura ultimata, con un po’ di difficoltà, dico un grazie convinto all’autore che mi ha aperto l’accesso ad un mondo in cui vivo con scarsa conoscenza di banche, economie, dissesti bancari, transazioni, in cui molto ho imparato e parecchio non ho compreso. Però ad una più attenta rilettura molte pagine mi sono divenute realissime e proprio necessarie per capire un po’ meglio la complessità tra banche, istituzioni, pensioni, contratti, economia dinamica. Non penso di dover e poter dire che ho capito ogni pagina e di convergere con l’autore, quando, ad esempio, parla di guerre e armi connesse. In ogni caso si è trattato per me di un libro con cui ho faticato volentieri e che mi ha fornito certe conoscenze del mondo economico mondiale e italiano, le sue infinite realtà e discussioni e il suo continuo evolversi.

Sono sicuro che altri faranno meno fatica di me in questa lettura. La rilettura allora è la via migliore che io conosca per andare a raccogliere il significato di pagine preziose e utili come queste.

Buona lettura per valorizzare queste pagine che ci mettono in contatto con un mondo a noi estraneo, quello dell’economia, soppesando le domande essenziali per un mondo migliore e per inoltrarci nei problemi del nostro tempo.