giovedì 10 settembre 2026

MAI E POI MAI

 

O Dio,

mai e poi mai

tu ci risolvi i problemi

come un giocoliere.

Non ti preghiamo

perché tu magicamente

intervenga

a cambiare le cose

che dobbiamo cambiare noi.

La tua presenza è vera,

ma segue un'altra strada.

Tu ci dai la luce e la forza

perché noi uomini e donne

assumiamo fino in fondo

le nostre responsabilità

e facciamo la nostra parte.

 

Franco Barbero

da PREGHIERE D’OGNI GIORNO, Pregare e lottare: una sintesi vitale

2021

mercoledì 9 settembre 2026

da Il Manifesto del 04/09/2026

Canarie, 80 migranti morti dopo un mese alla deriva

di Giansandro Merli


Sono rimasti alla deriva nell’Atlantico per 26 giorni tra onde, sete e fame: oltre 80 migranti hanno perso la vita così, 44 sono sopravvissuti. Erano partiti il 7 agosto dalle coste del Gambia, lontane più di 1.600 chilometri dall’arcipelago delle Canarie, a bordo di un cayuco, un tipo di imbarcazione in legno lunga e stretta utilizzata dai migranti per lasciare le coste dell’Africa occidentale.

MERCOLEDÌ POMERIGGIO un aereo del Salvamento Marítimo, la guardia costiera spagnola, ha avvistato il mezzo 65 miglia nautiche a sud-est di Arguineguín, sulla costa meridionale dell’isola di Gran Canaria. A bordo erano rimasti 44 uomini di origine subsahariana, soccorsi dalla motovedetta Urania intorno alle 23, e cinque cadaveri, che a causa delle forti onde non è stato possibile recuperare.

Tre sopravvissuti sono stati evacuati con la massima urgenza grazie all’intervento di un elicottero. Gli altri hanno toccato terra intorno alle 3 di ieri mattina. Tutti erano esausti, disidratati e in stato di shock. «Erano dei veri e propri cadaveri viventi, come degli zombie. Cadevano a terra e non riuscivano a stare in piedi. La maggior parte di loro aveva allucinazioni e alcuni hanno persino cercato di colpirci», ha affermato un soccorritore in una dichiarazione pubblicata da euronews.

SECONDO QUANTO pubblicato dalla ong Caminando fronteras, che da anni svolge un lavoro di monitoraggio delle traversate verso lo Stato spagnolo e raccoglie informazioni direttamente dai partenti dei migranti, alla partenza sul cayuco c’erano 127 persone. I morti sarebbero quindi 83. Tra loro anche un neonato. Non si conoscono le nazionalità esatte, mentre i superstiti sono maliani e gambiani.

L’ultimo rapporto di Caminando Fronteras sulle rotte marittime dirette verso la Spagna parla di 1.317 vittime nei primi cinque mesi del 2026. Tra loro 142 donne e 129 bambini. In 635 hanno perso la vita tentando di raggiungere le Canarie. «Sono numeri che nessuna democrazia dovrebbe poter accettare come normali», si legge nel documento.

LE TRAVERSATE DELL’ATLANTICO hanno guadagnato consistenza negli ultimi anni, anche a causa dei maggiori controlli e delle chiusure nel Mediterraneo. Nel 2024 fu registrato un record di arrivi: quasi 47mila. Quest’anno è in controtendenza: da gennaio ad agosto gli sbarchi sono stati 5.613, il 57% in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Nonostante questo, la rotta rimane pericolosissima a causa di diversi fattori, come le enormi distanze e le correnti oceaniche. Alcuni barconi alla deriva sono persino ricomparsi dall’altro lato dell’oceano, con il loro carico di morte. A maggio 2025 i resti di 11 persone furono ritrovati su un’imbarcazione abbandonata dalle autorità di Saint Vincent e Grenadine vicino l’isola caraibica di Canouan. Addosso avevano dei passaporti del Mali. Altri 19 cadaveri, con la stessa provenienza, erano stati ritrovati a inizio anno a Saint Kitts e Nevis, non lontano da Porto Rico. Mentre nell’agosto 2024 un pescatore ha individuato 14 scheletri su un barcone al largo della Repubblica Dominicana.

IL MINISTRO DELLA POLITICA territoriale e memoria democratica Ángel Víctor Torres e segretario del Psoe delle Canarie ha parlato di «un dramma umano che interpella tutti e tutte. La Spagna. L’Europa. Il mondo». Il massimo rappresentante della comunità autonoma delle isole Fernando Clavijo, del partito di centro-destra Coalición Canaria, ha dichiarato: «È insopportabile che si continuino a perdere vite. Le Canarie non possono abituarsi, né si può normalizzare il fatto che l’Atlantico continui a essere una rotta di morte. La Spagna ha bisogno di una politica migratoria di Stato e l’Europa deve assumersi la sua responsabilità».

Nonostante quest’ultima strage sia stata tra le più grandi di sempre lungo quella rotta migratoria, l’eco è stata limitata. In Spagna e all’estero. Tutta l’attenzione è concentrata su Ceuta e sugli stranieri da rimandare indietro.

AD ACCENDERE un faro sulla situazione dei migranti nell’Atlantico era stato a giugno il Papa. In una delle tappe del suo viaggio in Spagna ha visitato proprio il molo di Arguineguín. «Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera», aveva detto Leone XIV.


da Pressenza del 05/09/2026

L’esperienza e la prossima iniziativa dei ‘Preti contro il genocidio’

di Maddalena Brunasti


Oltre 2˙500 sacerdoti, vescovi e cardinali di 67 nazioni si preparano a tornare in piazza. I coordinatori della rete formata dai preti cattolici aggregati in solidarietà con il popolo palestinese e mobilitati nella protesta contro il genocidio hanno presentato il programma della manifestazione e un bilancio delle proprie attività.


Il 22 settembre prossimo a Roma, dopo l’incontro mattutino alla chiesa di Santo Spirito con i partecipanti al Pellegrinaggio di giustizia in Palestina organizzato da Pax Christi e Un ponte per…, nel pomeriggio imploreranno la pace, la fine di ogni genocidio e il disarmo marciando in preghiera per via della Conciliazione e davanti ai palazzi sedi delle istituzioni nazionali e si raduneranno insieme a monsignor Giovanni Ricchiuti, arcivescovo emerito di Altamura e presidente di Pax Christi.

Alla conferenza stampa svolta online il 2 settembre scorso hanno anticipato i contenuti dell’appello Genocidio, non guerra che rivolgeranno ai governanti e ai ‘pastori’ della Chiesa.

Il portavoce della rete ‘Preti contro il Genocidio’, Pietro Rossini, ha esordito spiegando:

Un anno fa, il 22 settembre 2025, poco più di duecento sacerdoti si sono ritrovati a Roma perché non riuscivano più a stare zitti. Non avevamo una struttura, non avevamo un ufficio stampa, non avevamo un programma. Avevamo una convinzione sola: davanti a un genocidio non esiste la neutralità.

Oggi siamo oltre 2˙500 fra sacerdoti, vescovi e cardinali, in 67 Paesi e in cinque continenti. E in questo anniversario ci diamo un obiettivo preciso: arrivare a 4˙000 adesioni.

Quattromila non è un numero scelto a caso. È circa l’1 % di tutto il clero cattolico del mondo. Un uno per cento che non pretende di rappresentare la Chiesa intera, ma che chiede alla Chiesa intera di non voltarsi. Nel Vangelo il lievito è sempre poca cosa rispetto alla pasta: eppure è quello che la fa cambiare.

Dobbiamo però dire con chiarezza in che condizioni arriviamo a questo anniversario.

In questi dodici mesi non c’è mai stato un cessate il fuoco. C’è stato l’annuncio di un cessate il fuoco, ci sono stati i comunicati, le fotografie degli incontri ufficiali. Ma le bombe non si sono fermate, la fame non si è fermata, i bambini sono continuati ad essere vittime dell’odio e della violenza.

Una tregua che non ferma le uccisioni non è una tregua: è una parola usata per far girare lo sguardo dell’opinione pubblica da un’altra parte.

Per questo il 22 settembre, a Roma, non porteremo slogan. Porteremo in processione un sudario con i nomi di trecento bambini uccisi da Israele durante quello che avrebbe dovuto essere il tempo del silenzio delle armi. Trecento nomi scritti a mano, uno per uno, dai sacerdoti della rete. Perché un numero si dimentica, un nome no. Perché quei bambini avevano un nome prima di diventare una statistica, e noi vogliamo restituirglielo.

E qui sta il cuore di quello che vogliamo dire oggi: bisogna chiamare le cose con il loro nome.

Una guerra è un conflitto tra due eserciti. Quello che accade a Gaza non è una guerra: è un genocidio. Lo dicono i giuristi, lo dicono gli storici, lo dicono le corti internazionali, lo dice quello che vediamo ogni giorno. Chiamarlo “guerra” non è un errore di vocabolario: è il primo atto di complicità, perché rende accettabile ciò che è inaccettabile.

Per questo ci rivolgiamo alle istituzioni civili e a quelle religiose.

Ai governi: sospendete la vendita di armi, applicate il diritto internazionale, smettete di trattare le risoluzioni ONU come pareri facoltativi.

Ai nostri pastori e alle nostre Conferenze episcopali: una parola più netta, più profetica, più concreta.

Il silenzio prudente non protegge nessuno, se non chi sta commettendo le atrocità.

Il 22 settembre la giornata si apre con una mattinata di riflessione tra i sacerdoti aderenti. Per procedere con una marcia di preghiera verso Via della Conciliazione ed altri luoghi significativi di Roma per chiedere la pace, la fine di ogni genocidio e il disarmo.

Chiediamo al Signore il coraggio per i nostri rappresentanti politici di non cedere ai compromessi, la forza di difendere ogni vita umana, la sapienza di costruire una pace fondata sulla giustizia e sulla verità.

Il francescano Jacek Orzechowski, condirettore del Laudato Si’ Center for Integral Ecology della Siena University di Loudonville, una cittadina al centro dello stato di New York, ha riferito delle attività realizzate dalla rete Priests Against Genocide negli Stati Uniti. Il parroco londinese Pat Browne ha descritto le iniziative svolte nel Regno Unito e in Irlanda, tra cui la lettera inviata il 19 agosto scorso al primo ministro britannico

Pietro Rossini e Jacek Orzechowski hanno testimoniato le esperienze di predicare il genocidio dall’altare.

La rete dei ‘Preti contro il Genocidio’ ha aderito alla manifestazione del 9 settembre scorso contro il DDL che equipara l’antisionismo all’antisemitismo. Focalizzando l’attenzione sulla questione oggi cruciale in dibattiti e polemiche politiche e, di riflesso, nei confronti interreligiosi, Pietro Rossini ha osservato:

Il sionismo è un’ideologia diffusa tra ebrei ma anche tra cristiani, cattolici ed evangelici, e atei, e mentre le posizioni su questo tema si sono polarizzate i social media hanno amplificato l’eco dei discorsi d’odio, però ‘bloccando’ il confronto d’opinioni e così togliendo la parola a chi critica un’ingiustizia e mettendo a tacere le voci che denunciano il genocidio dei palestinesi. Ovunque, soprattutto nelle nazioni più tradizionaliste e conservatrici, i preti che ne parlano vengono tacciati di antisemitismo e un’organizzazione ebraica non-sionista, Voce Ebraica per la Pace, in un report ha documentato gli arresti di 2˙500 ebrei, anche ortodossi, che vi si oppongono.

Sono intervenuti i giornalisti:

  • Valerio Giacoia, che ha interpellato i referenti della rete Preti contro il Genocidio sulle difficoltà che hanno affrontato all’interno della Chiesa;
  •  Luca Kocci, collaboratore de il manifesto e di Adista che ha chiesto informazioni sul pellegrinaggio in Terra Santa e sulle relazioni e interazioni con papa Leone XIV;
  • Alberto Fazzolo, anche un analista geopolitico e un attivista che ha domandato quali governi ascoltano gli appelli;
  • Maria Ilaria de Bonis, redattrice di Popoli e Missione che ha chiesto approfondimenti sui rapporti con Vaticano, CEI e politici; 
  • Flavia Cecchini, redattrice di Città Nuova che ha interpellato i ‘Preti contro il Genocidio’ riguardo alle attività di BDS – boicottaggio, disinvestimento e sanzioni.

Osservando che sacerdoti e redattori di quotidiani, riviste e agenzie stampa hanno in comune la facoltà di diffondere notizie e informazioni che formano le opinioni delle persone e contribuire a far conoscere e capire i motivi della disobbedienza civile, Rito Maresca – il parroco di Mortora che l’anno scorso ha celebrato la messa del Corpus Domini indossando una casula raffigurante la bandiera della Palestina – ha ricordato “ciascuno di noi nella propria sfera d’influenza può fare qualcosa, e fare la differenza” ed esortato i giornalisti a “mettere la penna al servizio della pace, della giustizia e dell’equità”.


da Pressenza del 04/09/2026

L’urgenza di occuparsi dei giovani adulti che non studiano né lavorano

di Giovanni Caprio



I giovani NEET, dall’acronimo inglese Not in employment, education or training, sono l’insieme dei ragazzi e delle ragazze che non studiano, non lavorano e non stanno seguendo corsi di formazione di alcun tipo. Non una generazione apatica, di “sdraiati” come sarebbe fin troppo facile classificarli, ma un insieme di risorse che non sempre la società e il mondo del lavoro sono capaci di valorizzare. Un primato poco edificante che tocca soprattutto l’Italia, a livelli mediamente più elevati rispetto al resto d’Europa. Ai NEET è dedicato “Ripartenze possibili: NEET e transizioni interrotte tra i giovani adulti“, il Terzo Rapporto sull’Agenda FAST1. realizzato da Percorsi di Secondo Welfare e Fondazione Lottomatica, scritto da Alice Sofia Fanelli, Concetta Filace e Franca Maino, con la prefazione di Maurizio Ferrera. Si tratta di  un documento che si concentra in particolare sui cosiddetti giovani adulti, ovvero gli appartenenti alla fascia 25-34 anni. Un segmento spesso trascurato dalla letteratura e dalle statistiche ufficiali, in cui l’inattività rischia di trasformarsi da condizione transitoria in esclusione strutturale. Il Rapporto ricostruisce anzitutto il quadro teorico del fenomeno NEET, mettendo in luce l’estrema eterogeneità: dietro la stessa etichetta statistica convivono giovani disoccupati in cerca attiva di lavoro, persone scoraggiate, chi è assorbito da responsabilità familiari e chi, semplicemente, resta in attesa dell’occasione giusta. Sul piano empirico, i dati Istat 2018-2024 mostrano una riduzione dell’incidenza dei NEET dopo il picco pandemico, un segnale che il Rapporto collega alla ripresa economica e all’effetto di programmi pubblici. Un miglioramento, tuttavia, che non è uniforme: la fascia 25-34 anni resta quella più esposta, con un tasso di inattività femminile nel 2024 che sfiora ancora il 32%, a fronte di un 17% maschile, e un divario territoriale che vede il Mezzogiorno superare il 30% contro il 10-20% del Nord e del Centro. Anche l’istruzione, pur riducendo il rischio di esclusione, non è sufficiente ad azzerare le disuguaglianze di genere e territoriali. 

“I dati Istat 2024, si legge nel Rapporto, evidenziano forti differenze territoriali e di genere nell’incidenza dei NEET nella fascia 25-34 anni. Il Mezzogiorno registra valori nettamente più elevati rispetto al Nord e al Centro, confermando la persistenza di un marcato divario territoriale. In tutte le macroaree le donne risultano più esposte al fenomeno dei NEET rispetto agli uomini, ma il divario di genere è particolarmente accentuato nel Mezzogiorno, dove l’incidenza femminile supera ampiamente il 40%, a fronte di valori significativamente più contenuti tra gli uomini. Anche nel Nord e nel Centro, pur in presenza di livelli complessivamente più bassi, le donne presentano tassi superiori rispetto ai coetanei maschi. L’incidenza totale dei NEET si mantiene su livelli relativamente contenuti nel Nord e nel Centro (tra il 10% e il 20%), mentre supera il 30% nel Mezzogiorno. Nel complesso, emerge con chiarezza come il genere e il contesto territoriale agiscano congiuntamente, amplificando le disuguaglianze nei percorsi di transizione dalla scuola al lavoro, soprattutto per le giovani donne residenti nelle regioni meridionali”.

Il Rapporto passa in rassegna le politiche attive del lavoro e le politiche giovanili adottate in Italia negli ultimi decenni, a partire dalla legge sull’apprendistato del 1955 fino alle riforme più recenti. Vengono analizzate nel dettaglio le principali misure rivolte ai NEET: Garanzia Giovani, avviata nel 2014 e capace di coinvolgere oltre 1,6 milioni di giovani ma con risultati più deboli proprio verso i profili più vulnerabili; Programma Nazionale Giovani, Donne e Lavoro 2021-2027, che ne ha raccolto l’eredità ampliando l’attenzione a donne e persone fragili; Programma GOL – Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori, perno del PNRR, che ha raggiunto oltre 4,2 milioni di beneficiari con un tasso di occupazione stabile pari al 33,8%. Il quadro che emerge è quello di un sistema che ha ampliato la platea dei beneficiari e migliorato il coordinamento tra i servizi, ma che continua a faticare nell’aggancio (outreach) dei giovani più distanti dal mercato del lavoro, penalizzati da una logica di attivazione che presuppone spesso una motivazione e delle risorse che proprio i più vulnerabili non hanno. Una parte interessante del Rapporto è dedicata a quattro esperienze territoriali, allo scopo di comprendere cosa funzioni davvero per affrontare il fenomeno dei NEET. Queste le esperienze indagate: Articolo+1 a Torino, basato su un modello di finanziamento a risultato e su partenariati tra servizi per il lavoro, agenzie formative ed enti del terzo settore; Aperti Orizzonti a Brescia, costruito sulla credibilità relazionale degli operatori per intercettare i giovani “invisibili” attraverso canali informali e formali; Level Up! a Ravenna, che ha puntato su una comunicazione non istituzionale e sulla gamification per superare lo stigma della categoria NEET; Oltre la Pandemia a Catania, incentrato sulla riattivazione motivazionale prima ancora che sull’acquisizione di competenze tecniche. Come scrive Maurizio Ferrera nella prefazione: “La <<questione NEET>> deve uscire dal cono d’ombra in cui è stata sinora relegata. Essa deve imporsi con urgenza nel dibattito e nell’agenda politica nazionale. I  giovani sono <<tutto il futuro che abbiamo>>. Un futuro già presente nell’oggi, che non possiamo permetterci di sprecare”.

FAST è un acronimo delle direttrici di marcia necessarie al nostro welfare per invertire la rotta: F come famiglia, a cui indirizzare trasferimenti e agevolazioni fiscali capaci di ridurre il costo dei figli senza disincentivare il lavoro delle madri;  A come asili, soprattutto nidi; S come servizi che permettano a donne (e uomini) di non dover sacrificare la procreazione per i troppi carichi di cura; T come tempi flessibili da ottenere attraverso lavoro “agile”, riorganizzazione dei “tempi della città” e così via. Ma FAST, sottolineano gli autori, ricorda anche quanto serva fare in fretta (“fast” in inglese significa “veloce”) nello sviluppare interventi che siano in grado di andare oltre la retorica e che permettano di determinare un approccio strategico verso la natalità. Questo Terzo Rapporto sull’Agenda FAST estende lo sguardo che Fondazione Lottomatica e Percorsi di Secondo Welfare hanno rivolto, nei primi due Rapporti, alla famiglia, agli asili e ai servizi per la prima infanzia. 


martedì 8 settembre 2026

da Pressenza del 04/09/2026

La rendita che vince, il lavoro che perde da trent’anni: cosa dicono davvero i numeri del 2025

di Francesco Russo


Mentre i salari reali italiani restano sotto i livelli di trent’anni fa, il settore bancario chiude il 2025 con utili record. I dati raccontano uno squilibrio di lungo periodo nella distribuzione del reddito tra lavoro e capitale.

Continuiamo a dire che il capitalismo italiano ha smesso di essere industriale per diventare finanziario, come se fosse una metafora. Non lo è. È una sequenza di bilanci, ed è una perdita che dura da tre decenni, non un incidente di percorso.

Il punto di partenza è la quota di reddito che il valore prodotto dal Paese destina a chi lavora. Le stime più solide, basate sui dati AMECO e riprese dalla letteratura accademica, indicano che in Italia questa quota è scesa dal 66,9% del 1970 al 50% del 2018: un crollo di quasi diciassette punti che coincide, non a caso, con la fine dell’indicizzazione automatica dei salari nel 1992, con l’apertura ai mercati globali e con la lunga stagione delle riforme di flessibilizzazione del mercato del lavoro. Su questo arco storico la letteratura economica, da Torrini agli studi più recenti di Paternesi Meloni e Stirati, è concorde: i salari reali hanno smesso di seguire la produttività, e quel disallineamento è diventato struttura permanente dell’economia italiana.

C’è però un dato che rende questa erosione ancora più netta, perché non riguarda la quota su un aggregato contabile ma il potere d’acquisto concreto delle buste paga. Secondo l’Ocse, tra il 1990 e il 2020 l’Italia è l’unico grande Paese dell’area a registrare una variazione negativa dei salari reali: mentre in Germania, Francia e nei Paesi baltici gli stipendi a prezzi costanti crescevano, anche in misura sostanziale, in Italia diminuivano. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha di recente quantificato la caduta in un 6,6% in termini reali dal 1990. Lo shock inflazionistico del 2021-2022 ha aggravato una tendenza già strutturale: nel solo 2022 i salari reali italiani sono crollati del 7,3% rispetto all’anno precedente, e a inizio 2025 l’Ocse li registrava ancora inferiori del 7,5% rispetto al 2021, il risultato peggiore tra le grandi economie dell’organizzazione. Un lavoratore italiano oggi, in termini di potere d’acquisto, guadagna meno di un collega di trent’anni fa: non è un’impressione, è la fotografia ufficiale.

È in questo quadro che va letto l’aumento nominale del 4,2% dei redditi da lavoro dipendente registrato dall’Istat nei conti 2025 delle società non finanziarie. Non è un segnale di inversione di tendenza, ma in larga parte l’effetto dei rinnovi dei contratti collettivi arrivati dopo anni di CCNL scaduti e bloccati, che nella contabilità di un singolo esercizio producono un salto nominale senza colmare il divario reale accumulato nel decennio precedente. Allo stesso modo, il fatto che il tasso di profitto delle imprese non finanziarie sia sceso al 43,3% nel 2025, dal 44,1% del 2024, non racconta un’inversione strutturale: è l’oscillazione di un solo anno, misurata su una base che resta comunque quella di un’economia in cui, dal 1970 a oggi, la parte spettante al capitale è cresciuta di quasi venti punti percentuali. Un anno di sottoscrizioni contrattuali non cancella mezzo secolo di moderazione salariale, così come una rondine non fa primavera.

Il contrasto più stridente, in questo senso, resta quello con il settore bancario. Nel 2025 le banche italiane hanno chiuso l’anno con utili netti record: 47,5 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 46,5 miliardi del 2024 e ai 40,6 miliardi del 2023, secondo l’analisi del Centro Studi Unimpresa su dati di Banca d’Italia. Il quinquennio 2021-2025 ha prodotto complessivamente 176,5 miliardi di utili netti aggregati, il periodo più profittevole nella storia recente del settore. Il motore resta il margine di interesse, cioè la differenza tra quanto le banche incassano sui prestiti e quanto pagano sui depositi: per anni le famiglie e le imprese indebitate hanno pagato di più per lo stesso prestito, mentre chi teneva i risparmi in conto corrente ha visto remunerazioni pressoché ferme. E questi utili record procedono insieme a una riduzione dell’occupazione: circa 8mila posti di lavoro in meno nel settore secondo i dati diffusi da First Cisl, mentre i primi cinque gruppi bancari sfioravano i 28 miliardi di utili con una crescita del 10,6%.

La lezione che se ne ricava non è la fine del lavoro come fattore produttivo, ma la conferma che il tempo lungo dell’economia italiana ha una direzione precisa, e quella direzione non si inverte per un rinnovo contrattuale o per un’oscillazione annuale del margine industriale. Trent’anni di salari reali fermi o in calo restano il dato costitutivo, mentre la rendita finanziaria continua a crescere staccandosi sia dalla produzione sia dall’occupazione che dovrebbe generare.

Chi continua a chiedere moderazione salariale in nome della competitività dovrebbe spiegare perché quella stessa moderazione non è mai stata chiesta a chi, nello stesso anno, ha distribuito miliardi di dividendi tagliando migliaia di posti di lavoro.


da ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

La guerra ibrida è già in Europa

di ISPI Daily Focus


Con l'accusa formale di Berlino a Mosca per i droni di Lipsia, l'Europa dichiara che la guerra ibrida è già in corso. Resta aperta la domanda su come rispondervi.

La guerra ibrida è realtà. Il ritrovamento di droni esplosivi all’aeroporto di Lipsia, in Germania, che le autorità tedesche hanno ricondotto direttamente alla Russia, segna uno spartiacque e un inasprimento sul suolo europeo del conflitto con Mosca. La moltiplicazione degli attacchi ibridi “è la nuova normalità (…) e questo significa essere pronti a rispondere al comportamento sconsiderato della Russia in modo più rapido ed efficace”, ha detto la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen in una conferenza stampa congiunta con il segretario della Nato Mark Rutte in cui hanno avvertito che “non rinunceranno a sostenere l’Ucraina nonostante i tentativi di intimidazione russi”. L’alto rappresentante Ue Kaja Kallas si augura che Lipsia e gli altri attacchi ibridi in Europa “siano anche una sveglia per i paesi che non sono stati abbastanza decisi” nel sostegno all’Ucraina. Da Bruxelles a Parigi la risposta dei leader Ue è stata compatta nella retorica ma assai meno negli strumenti a disposizione: perché se l’accusa, di un attacco di stato contro il territorio dell’Unione, non è più in discussione, la reazione resta un terreno scivoloso, a metà tra solidarietà e cautela.

Cosa è successo a Lipsia?

A segnare la svolta è stata, il 1 settembre, la conferenza stampa congiunta dei ministri degli Interni e degli Esteri tedeschi Alexander Dobrindt e Johann Wadephul, d’intesa con il cancelliere Friedrich Merz. Dietro ai tre droni carichi di esplosivi rinvenuti all’aeroporto di Lipsia nei pressi di aerei cargo Antonov diretti in Ucraina tra il 4 e il 14 agosto – hanno dichiarato – c’è la mano della Russia, che sta conducendo una guerra ibrida contro la Germania e l’Europa. Per la prima volta un governo europeo ha attribuito pubblicamente e senza ambiguità un’operazione ibrida di questa portata a Mosca. Di conseguenza, il governo tedesco ha deciso di chiudere il consolato generale russo a Bonn e Russisches Haus (“Casa Russia”), il centro culturale nell’ex Berlino Est da tempo considerato un fulcro di spionaggio da parte di Mosca nel cuore della capitale tedesca. Non è un episodio isolato: già ad agosto l’intelligence statunitense aveva avvertito che Vladimir Putin, pur di non arretrare in Ucraina, potrebbe ricorrere ad azioni ibride contro Paesi Nato per testarne la coesione. Mosca ha respinto le accuse come “infondate e assurde”, promettendo contromisure.

Non solo droni

La ‘cassetta degli attrezzi’ della guerra ibrida è più ampia di quanto l’episodio di Lipsia lasci intendere. Droni, attacchi informatici e incendi in fabbriche e depositi di armi, ma anche interferenze nel dibattito pubblico, spionaggio, corruzione e finanziamenti occulti ai partiti populisti e antieuropei: la lista delle attività è variegata e non si limita strettamente all’ambito militare. Anche gli obiettivi sono molteplici. Da un lato, testare i tempi di reazione e le vulnerabilità difensive di un avversario. Dall’altro, alimentare un clima di allarme diffuso, capace, nel tempo, di erodere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e la coesione politica interna. Il vantaggio, per chi li mette in atto, è che si tratta di strumenti a basso rischio. Raramente innescano una risposta militare, e spesso l’opinione pubblica del paese colpito è essa stessa restia a un’escalation, preferendo la via negoziale. È comunque indubbio che questa improvvisa impennata di tensioni sia chiaramente legata all’intensificazione della campagna militare in Ucraina, in cui Mosca sta approfittando della carenza di missili delle difese aeree ucraine, che gli europei stanno cercando di compensare. Ed è proprio questo supporto che la Russia sta prendendo di mira. Non è da escludere, in questo schema, che gli attacchi ibridi possano moltiplicarsi proprio per esasperare le divisioni interne all’Ue, riportando l’interrogativo a una questione tanto militare quanto politica: dov’è, per l’Alleanza atlantica, la soglia che separa la pressione ibrida da un attacco vero e proprio?

Quando chiamarla “guerra”?

Anche se un attacco ibrido conclamato contro uno stato membro della Nato potrebbe attivare gli Articoli 4 e 5 dell’alleanza, in pratica l’intervento militare non scatta automaticamente. Il caso tedesco è indicativo: Berlino ha attribuito pubblicamente la responsabilità a Mosca, ma non ha chiesto una consultazione formale in sede Nato. Se l’obiettivo fosse stato coinvolgere l’alleanza, sarebbe stato il momento di invocare l’Articolo 4 e solo successivamente, eventualmente, l’Articolo 5. Nel trattato, infatti, è lo stato colpito a dover attivare la procedura, non si tratta di un automatismo collettivo. A complicare ulteriormente il quadro è la natura stessa degli attacchi ibridi: gli stati tendono a tenerli riservati, e anche quando emergono resta la difficoltà di fornire prove schiaccianti per attribuirne la responsabilità. Di certo c’è che, pur in assenza di una ‘pistola fumante’ (il confine tra guerra ibrida e atto di guerra aperta è labile), l’Europa si trova di fronte a un conflitto ambiguo perché non dichiarato.