martedì 29 settembre 2026

Scuola, luogo di uguaglianza

22 Settembre 2026   di Ilaria Valenzi RIFORMA

Notizie di violenza e proclami di esclusione giungono all’inizio dell’anno scolastico: eppure, l’istruzione per tutti e tutte è costitutiva di una società umana e moderna. A Roma il convegno sulla “convivialità delle differenze” L’anno scolastico è iniziato con notizie che ci rattristano profondamente. Episodi di grave violenza, agita e subita, che riguardano giovanissimi, sono indicatori di un disagio e malessere che, da questione che vorremmo ridurre a mero fatto individuale, si fa invece irrimediabilmente collettiva. È una chiamata in causa del diritto delle e dei più giovani allo sviluppo della dimensione relazionale, a cui ci chiama la tutela dei diritti fondamentali e l’adempimento del dovere di solidarietà sociale costituzionalmente sancito. La scuola, pubblica, laica, inclusiva, è la formazione sociale dove si svolge – e si forma – la personalità delle giovani generazioni e dove si esercita – e si impara – il significato dell’uguaglianza, senza le troppe e ingiuste distinzioni che discriminano. Al profondo disagio causato dall’aggressione, a Roma, di un’insegnante da parte di un giovane studente è seguita la constatazione della gravità della dimensione in cui l’evento si inserisce. Da una parte il sospetto del contatto, mediante reclutamento via web, con gruppi d’ideologia suprematista; dall’altra l’intervento determinante del giovane studente con background migratorio, ben presto confluito nel dibattito sulle dichiarazioni dell’insegnante soccorsa, apertamente in favore delle politiche di remigrazione. Pochi giorni dopo, in altra parte d’Italia, il tema delle classi di scuola primaria quasi interamente composte da bambini di origine bangladese fa notizia per la fuga dei pochi studenti italiani al di fuori dei quartieri a forte impatto multietnico. Il terreno per un posizionamento politico di rincorsa su posizioni marcatamente nazionaliste e identitarie non si è fatto attendere e le prime pagine dei quotidiani hanno aperto con la notizia di un imminente decreto del Governo destinato a far discutere ben oltre questa settimana. Il tetto del 30% di studenti di origine straniera, già previsto da una circolare del 2010, si vorrebbe diventasse legge con riferimento agli alunni con cittadinanza extra UE e con scarsa conoscenza della lingua italiana. Una norma da applicarsi entro un bacino di circa un milione di bambini e bambine che frequentano la scuola anche con lo scopo di ricevere una piena e corretta alfabetizzazione. Il problema delle classi a due velocità esiste, mancano risposte concrete: mediatori linguistici e culturali, piano di assunzioni straordinarie, nuove strategie di formazione in grado di affrontare realtà in molti casi immodificabili mediante norme inapplicabili. La norma sul tetto alle cosiddette classi miste è accompagnata dall’annuncio di una disposizione “anti burqua”. Inutile ricordare che il divieto di coprire totalmente il volto nei luoghi pubblici è già legge in Italia almeno dal 1975 e che la norma-manifesto rischia di colpire i pochissimi casi in cui la questione della copertura integrale delle bambine è un tema anche di diritto allo studio. In questo ambito parlare di “ora di religione” può sembrare riduttivo. Le questioni del nostro tempo vanno ben oltre le sole scelte religiosamente orientate e i problemi della scuola superano di gran lunga lo spazio del solo insegnamento confessionale. Eppure anche questo spazio, oggi più che mai, necessita di una ridefinizione che manifesti la capacità e la volontà di costruire una scuola più uguale e più inclusiva. Se la spinta per politiche cui l’attuale governo ci ha ormai abituato si manifestano in programmi ministeriali marcatamente identitari, anche l’ora di religione torna a essere un tema di posizionamento. Il richiamo all’italianità rischia di manifestarsi anche attraverso la riaffermazione delle radici confessionali e per la doverosità di un insegnamento disciplinare che ne rimarchi l’essenzialità per la preservazione della cultura nazionale. In questo paradigma da guerra culturale, la scuola non può essere l’ennesimo campo di battaglia. Il tema della riforma dell’insegnamento del fenomeno religioso nelle scuole italiano si proietta così in una dimensione globale, che riguarda il nostro vivere insieme. Con questo spirito e forte di decenni di dibattito entro il protestantesimo italiano, la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) ha aderito alla proposta di un convegno che intende esplorare le ragioni di un cambiamento dell’insegnamento della religione nella scuola pubblica. Nato nel contesto di riflessione proprio dell’Istituto per gli Studi ecumenici “S. Bernardino” di Venezia, il convegno vuole discutere i risultati di un documento che affronta i nodi tematici di una nuova proposta formativa per il nuovo pluralismo culturale e religioso. Senza esulare dalle differenze di approccio e accogliendo l’invito al confronto sulla base degli ineludibili principi di laicità e libertà religiosa, l’occasione consentirà di riflettere sull’urgenza e sulla necessità di un ripensamento dell’insegnamento che vuole essere pubblico, aconfessionale e pluralista, “per una convivialità delle differenze”. 

L’appuntamento è pertanto il prossimo 6 ottobre, presso l’Università Sapienza di Roma, per un necessario confronto come antidoto alle politiche d’odio che siamo chiamate e chiamate a contrastare.

 

Sodalizio Trump e estrema destra latina: lo Scudo delle Americhe entra in azione

Claudia Fanti IL Manifesto 29/9

COLPIRNE ONU A margine dell'Assemblea generale, Washington annuncia un'azione militare contro 24 organizzazioni di narcotraffico in America latina: il presidente Usa le definisce «lo Stato Islamico dell'Occidente» L’onda nera che avanza in America Latina porta con sé – e non poteva essere altrimenti – anche il rischio di una militarizzazione senza freni. Non a caso, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni unite, l’amministrazione Trump ha annunciato martedì, insieme a 14 paesi latinoamericani – Argentina, Bolivia, Cile, Colombia, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Ecuador, El Salvador, Guyana, Honduras, Panama, Paraguay, Perù e Trinidad e Tobago –, un’azione congiunta contro 24 organizzazioni criminali designate dagli Usa come narcoterroristiche. Le stesse che poco prima, nel suo discorso all’Onu, Trump era tornato a definire come «lo Stato Islamico dell’emisfero occidentale», sottolineando la necessità che i loro membri vengano «giustiziati, esiliati o detenuti come combattenti nemici». In quello che è stato definito come il primo atto del cosiddetto Scudo delle Americhe o Shield of the Americas – l’iniziativa lanciata da Trump a marzo di quest’anno allo scopo di rafforzare la cooperazione regionale in materia di sicurezza e di lotta al narcotraffico e al crimine organizzato – i 14 paesi firmatari, tutti governati dall’estrema destra, hanno adottato senza fiatare la designazione di tali gruppi criminali come organizzazioni terroristiche, imponendo loro «il congelamento dei beni, restrizioni all’immigrazione e ai visti per i loro membri, affiliati e sostenitori e il perseguimento penale degli individui che consapevolmente forniscono loro supporto materiale e logistico». E si sono pure impegnati a chiedere all’Organizzazione degli Stati Americani una risoluzione che «promuova e faciliti l’azione collettiva contro le organizzazioni narcoterroristiche nel quadro del Trattato di Rio» firmato nel 1947, in base a cui un attacco armato contro qualsiasi paese americano va considerato un attacco contro tutti. Che, da Nixon in poi, la guerra alla droga sia sempre servita come strumento di pressione diplomatica sull’America Latina è fin troppo noto. Ma l’amministrazione Trump ha fatto un passo in più, puntando a militarizzare completamente la lotta al narcotraffico sotto la guida degli Stati Uniti in direzione di una sorta di Nato latinoamericana. Non per niente, dopo la creazione dello Scudo delle Americhe, è arrivata ad agosto quella della Task Force congiunta dell’Emisfero occidentale, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la sicurezza regionale e quello reale di organizzare le forze militari di 19 paesi della regione (l’ultima ad aderire è stata la Colombia) in difesa dei propri interessi. Poco importa, di conseguenza, che la militarizzazione della guerra alla droga in passato abbia funzionato pessimamente, come indicato alla perfezione dal tristemente celebre Plan Colombia, il quale, costato oltre 16 miliardi di dollari, non solo ha esposto l’intera società colombiana a un aumento di violenza senza pari, ma ha anche avuto come esito una crescita incontrollata della produzione di cocaina. Tra le 24 organizzazioni «narcoterroristiche», una forse neppure esiste: è il Cartel de Los Soles, che molti analisti considerano semplicemente un termine gergale usato dai venezuelani per riferirsi alla corruzione dei militari, ma che, designato dal Dipartimento di Stato come organizzazione terroristica straniera nel 2025, è servito a conferire una parvenza di legalità all’invasione militare del Venezuela (benché nell’atto d’accusa definitivo contro Maduro sia stato piuttosto descritto come un «sistema clientelare gestito dai vertici» venezuelani, e non più come un’organizzazione di narcotrafficanti). E se nella lista compaiono, tra le altre, la Mara Salvatrucha, il Tren de Aragua, il Cartel de Sinaloa, il Cartel de Jalisco Nueva Generación, il Clan del Golfo, l’Eln (Ejército de Liberación Nacional) e Sendero Luminoso, a catturare la massima attenzione sono le due organizzazioni brasiliane presenti, il Comando Vermelho e il Primeiro Comando da Capital, già definite dagli Usa come terroristi globali lo scorso maggio. Una designazione contro cui il governo Lula si era opposto fin da subito, sostenendo di disporre di tutti gli strumenti giuridici necessari per combattere il crimine organizzato e denunciando il rischio di interferenze da parte degli Usa. Un rischio più che reale: come hanno indicato le sanzioni imposte a luglio a individui e aziende brasiliane per i loro legami con i due gruppi criminali, gli Stati Uniti mirano – lo ha recentemente denunciato anche l’Abin, l’Agenzia di intelligence brasiliana – a colpire banche, società fintech, aziende, fornitori di servizi e filiere produttive del paese. E tutto ciò in attesa dell’esito delle presidenziali brasiliane, giacché Flávio Bolsonaro ha già fatto sapere che, in caso di vittoria, anche il Brasile entrerebbe a far parte dello Scudo delle Americhe.

lunedì 28 settembre 2026

Gruppo biblico del martedì, domani 29 settembre


Cari amiche e amici del gruppo biblico del martedì,

Domani sera ci incontreremo alle ore 18:00 per continuare la lettura del Libro di Giobbe.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.

Questo è il LINK per il collegamento:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A domani sera.

Sergio

domenica 27 settembre 2026

 

Per il verso giusto. Decalogo per una parola che non si arrende

Marco Campedelli, Adista 23.09.2026

 

Dietro al monastero, vicino alla strada,

esiste un cimitero di cose consumate 

dove giacciono il ferro arrugginito, pezzi di stoviglie,

tubi spezzati, fili di ferro attorcigliati,

scatole di sigarette vuote, segatura e zinco,

plastica vecchia, copertoni rotti

che aspettano come noi la resurrezione.

Ernesto Cardenal

PICCOLA SCUOLA DI RESISTENZA POETICA

1. PICCOLA Non significa debole. Significa scegliere una misura diversa da quella del potere. Piccola è una scuola che non fa accordi segreti con il potere, non dipende da sovvenzioni e riconoscimenti. Sta dalla parte delle cose fragili, delle bocche scucite, delle parole smarrite.

2. SCUOLA Viene da scholé: tempo liberato, sottratto alla necessità e messo a disposizione dell’apprendimento, dell’ascolto, della ricerca. La Piccola Scuola è uno spazio nel quale si impara insieme. Anche la resistenza poetica si può imparare. Non è una scuola per scrivere  poesie, ma per imparare a vivere poeticamente. Si impara meravigliandosi, ascoltando, leggendo, raccontando, sbagliando, mettendosi in discussione. Scuola è dire “I care”, mi sta a cuore.

3. RESISTENZA Significa opporsi alla banalità, alla stupidità del male, all’ingiustizia, alla guerra, alla violenza sulle persone e sulle parole. Non abituarsi. Comincia quando qualcosa dentro di noi rifiuta di dire: «Signorsì». È conservare la capacità di indignarsi, ma anche di immaginare. Resistere poeticamente è immaginare quello che ancora non c’è. 

4. POETICA Viene da poiesis: fare, creare, generare.  Poesia non è evasione dal mondo, ma un modo diverso di abitarlo. Il poeta, la poeta, sanno avvertire il buio che scende sulla terra; ma proprio per questo possono cercare, nel buio, sentieri di luce. La  poesia è un dono e un compito. Viene sparsa sulla terra per far germogliare foreste di pensiero.

5. LINGUA MADRE Non è grammatica morta, ma la lingua che ci ha generato: lingua che insegna la cura, la relazione, il pensiero divergente, la visione ospitale e il modo per «disfare senza distruggere» (L. Muraro). È anche ricerca di un’autorità diversa da quella del dominio patriarcale: è la lingua che ci fa crescere in profondità e libertà. 

6. CONTRO-NARRAZIONE Raccontare diversamente è cambiare il punto da cui si guarda il mondo. La storia non appartiene soltanto ai vincitori, ai potenti, alle istituzioni, agli uomini che hanno avuto l’arroganza di parlare per tutti. È decolonizzare la parola e lasciare che risuoni la parola delle donne, degli esclusi, dei migranti, dei bambini, di chi ha custodito i sogni anche per noi. Non inventa un’altra realtà, ma trasforma la realtà in cui viviamo. 

7. UMORISMO È una forma di resistenza alla violenza dispotica e moralista. Ci aiuta a ridimensionare il potere, rompere la retorica, la presunzione di avere l’ultima parola. Ridere non è non considerare il dolore, ma non dare il potere assoluto alla morte e alla distruzione. L’umorismo è una forma di libertà: l’imprevista fessura che sgretola il muro.

8. POLITICA La parola non è mai solo privata. È parola pubblica che smaschera l’ipocrisia e tutela il bene comune. È parola politica perché ridisegna i colori delle città. La parola politica diventa anche azione politica, presa di posizione, rischio, fino a diventare disobbedienza civile. È un bene necessario, insopprimibile di una comunità. La parola poetica diventa politica quando non si limita a dire il mondo, ma si espone perché il mondo possa cambiare. È impegno a salvare la poesia della nostra Costituzione.

9. CORPO Non esistono parole senza corpi. Ognuna viene da una bocca, attraversa un corpo, incontra un altro corpo. Per questo la resistenza poetica non può essere soltanto intellettuale: mette in gioco presenza, vulnerabilità, fatica, gioia, relazione, festa. Porta sulla propria pelle i segni della violenza, ma anche l’energia segreta dell’amore. La parola è il corpo che si mette di traverso e arresta la stupidità. È parola pubblica che progetta e che protesta.

10. MEMORIA La Piccola Scuola non dimentica i morti, gli assenti, gli eterni, quelli soppressi da abusi, guerre e violenze. Non è commemorazione: è memoria sovversiva. I morti camminano con i vivi in una forma di inedita compresenza. È la consegna di chi prima di noi ha creduto, lottato, sperato. Camminare con i morti non è andare all’indietro, ma immaginare il futuro. Non è solo ricordare, ma essere ricordati, non solo attendere, ma essere attesi.  

sabato 26 settembre 2026

Il terremoto in Colombia, MSF: “L’emergenza ha aggravato le difficoltà già esistenti”

Medici senza frontiere

MSF è attiva in Colombia con cliniche mobili nelle aree con maggiori difficoltà di accesso alle cure.

I bisogni di salute mentale tra le principali conseguenze

3 settimane dopo il terremoto di magnitudo 7,4 che ha colpito la Colombia occidentale il 10 agosto, la fase iniziale dell’emergenza si è conclusa, ma migliaia di persone continuano ad avere difficoltà ad accedere alle cure mediche, al supporto psicologico, al cibo e ai materiali necessari per ricostruire le proprie case.

Le nostre équipe hanno identificato i bisogni di salute mentale tra le principali conseguenze del disastro. Tra le reazioni più frequenti ci sono: ansia-stress acuto- ipervigilanza- insonnia- paura persistente di nuove scosse.

Blanca Lucila, una donna emberá originaria di Medio Baudó, nel Chocó, ha dichiarato di essere rimasta profondamente sconvolta: Nella mia comunità 3 case sono crollate completamente e le altre sono rimaste pericolanti. La mia testa è fuori controllo: mi alzo e mi sembra di cadere. La gente dice che succederà qualcosa e restiamo tutti dentro per paura, aspettando di vedere cosa accadrà”.

Sebbene il terremoto abbia colpito duramente anche città come Cali e Pereira, le principali criticità persistono nelle aree che già prima del sisma affrontavano ostacoli nell’accesso alle cure, povertà e presenza di gruppi armati. In alcune zone di Quibdó e del Medio Baudó, nel Chocó, nonché a Buenaventura, nella Valle del Cauca, dove le condizioni erano già precarie prima del disastro, il terremoto ha ulteriormente aggravato le difficoltà già esistenti.

La risposta MSF

Abbiamo inviato équipe di valutazione e intervento nella Valle del Cauca, nel Chocó e nella Risaralda, dando priorità alle aree in cui i bisogni rimangono più urgenti e dove l’intervento è stato più limitato. Dopo aver effettuato valutazioni in circa 10 comuni, abbiamo attivato cliniche mobili a Buenaventura, Quibdó e Medio Baudó, dove sono stati rilevati maggiori ostacoli nell’accesso alle cure e una copertura più limitata della risposta. A Medio Baudó, alcune comunità indigene sono state inoltre colpite da inondazioni causate dall’improvviso innalzamento del fiume Baudó appena 2 giorni dopo il terremoto. A differenza di altre emergenze, gli effetti del terremoto in Colombia non si sono concentrati in un solo luogo. L’impatto si è fatto sentire in territori che potrebbero sembrare vicini fra loro, ma separati da fiumi e montagne, rendendo la risposta più difficile. Abbiamo inoltre osservato differenze significative tra le aree con una presenza istituzionale più forte e quelle storicamente trascurate, comprese comunità indigene e afrocolombiane”.


Da Gaza all’Ucraina, i veleni della guerra che restano per decenni

Elisa Manacorda

24/09/2026 Galileo

“La guerra si deve combattere con le armi, non coi veleni“, dicevano i Romani, che consideravano la guerra chimica un atto vile, subdolo e contrario alla fides (la lealtà e la parola data). Un paio di millenni dopo, sarà il premio Nobel per la Chimica Roald Hoffmann a dover sottolineare che “non ci sono molecole cattive, ci sono solo uomini cattivi”. Eccoli allora, gli uomini cattivi del XX e XXI secolo: in tutti i conflitti, a cominciare dalla Grande Guerra, le armi chimiche sono ormai diventate protagoniste indiscusse. Non solo: è la guerra stessa a generare veleni che presenteranno un conto salatissimo alle popolazioni e all’ambiente, per lunghi anni a venire. Così, alle infinite vittime dei bombardamenti si aggiunge la catastrofe ecologica.

Gaza: 61 milioni di tonnellate di detriti

Prendiamo per esempio il conflitto mediorientale. La guerra a Gaza, dicono i pochi numeri a disposizione, ha generato 61 milioni di tonnellate di detriti, pari al volume di 25 torri Eiffel. Il 15% di queste rovine è contaminato da amianto, rifiuti industriali, metalli pesanti. E poi ci sono ovunque ordigni inesplosi, materiali infiammabili. In una regione dove il sistema di gestione dei rifiuti solidi e liquidi risulta completamente sconvolto (secondo le stime dell’UNEP, ogni giorno almeno 100mila metri cubi di liquami finiscono dispersi nel terreno o nel Mediterraneo), tornare a una parvenza di normalità richiederà più di una decina di anni dopo la fine del conflitto.

L’amianto, l’eredità peggiore

L’amianto, in particolare, è quello che lascerà l’eredità peggiore. Dalle macerie e durante i crolli e incendi in seguito ai bombardamenti, le fibre di questo minerale vengono rilasciate in atmosfera, dove sono respirate dalla popolazione. I danni non sono quantificabili nel breve termine, perché la latenza fra l’esposizione all’asbesto e lo sviluppo dei tumori correlati è di oltre 40 anni. Ma per decenni la popolazione della Striscia resterà esposta al rischio di sviluppare tumori, come il mesotelioma pleurico, il carcinoma del polmone, della laringe e dell’ovaio, cioè le principali neoplasie legate all’esposizione alle fibre di amianto.

Ucraina: la guerra dopo la guerra

Anche in Ucraina l’amianto è stato utilizzato in maniera estensiva in edilizia fino a tempi recenti. Lo United Nations Office for Disaster Risk Reduction ritiene che circa il 60% dei tetti del paese sia rinforzato con questo materiale. Così la massiccia distruzione degli edifici a causa dei bombardamenti russi sta creando milioni di tonnellate di detriti pericolosi. È “la guerra dopo la guerra”, commenta Matteo Guidotti, primo ricercatore dell’Istituto di Scienze e Tecnologie Chimiche “Giulio Natta” del Cnr di Milano (Cnr-Scitec), nel corso delle Giornate dell’etica organizzate nei giorni scorsi da AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e Fondazione AIOM, e dedicate a “Guerra, salute globale e oncologia”. Perché le armi, oltre che mortali, sono anche inquinanti. “Parliamo innanzitutto di metalli pesanti e di inquinanti come piombo, rame, zinco, arsenico, antimonio, tungsteno e uranio, rilasciati da proiettili, granate, missili e munizioni perforanti. A questi si aggiungono gli inquinanti azotati persistenti degli esplosivi nitroaromatici e nitroalifatici, e i composti a rischio multiplo — al tempo stesso esplosivi e tossici, o interferenti endocrini — come il fulminato di mercurio, gli azoturi, l’idrazina e i perclorati, presenti in detonatori, inneschi, propellenti e combustibili per razzi”. Ci sono poi le sostanze estremamente tossiche, come il fosforo bianco, in grado di uccidere in poco più di un minuto. E i cosiddetti forever chemicals — PFAS, amianto, composti clororganici — sostanze, spiega Guidotti, “destinate a rimanere nell’ambiente per decenni e decenni“. Infine i componenti “tossici by design”, pensati cioè per essere velenosi fin dall’origine: organofosforici, ipriti allo zolfo e all’azoto, lewisite, rilasciati da armi chimiche persistenti, abbandonate, inesplose o smaltite in modo scorretto.

Il salto di qualità: da 32 a 77 elementi nelle armi

La storia dice che il “salto di qualità”, se così si può dire, avviene nell’ultimo secolo. Per capirlo basta mettere a confronto la tavola periodica del 1914 con quella attuale: il numero di elementi chimici con impieghi documentati nei sistemi d’arma sale da 32 a 77, un aumento che segnala quanto la minaccia chimica si sia moltiplicata e diffusa. Ad innescare questo salto, secondo Guidotti, è stata la Prima guerra mondiale. La carneficina del 14-18 affonda infatti le radici nell’ingresso massiccio della tecnologia sui campi di battaglia: automezzi, aerei, dirigibili, sottomarini, esplosivi, nuove leghe metalliche. E armi chimiche. È infatti il 1915 che ne segna l’esordio su larga scala: cloro, fosgene, cloropicrina, iprite. Le conseguenze ambientali restano visibili a distanza di oltre un secolo: nelle “zone rosse” attorno a Lille, in Francia, e in Belgio, il terreno è ancora carico di metalli pesanti provenienti dal munizionamento sparato e da quello inesploso. Sul fronte francese della Grande Guerra ci sono piombo e mercurio, le falde acquifere sono contaminate, la pastorizia è impossibile. Si cammina su ordigni inesplosi (fino a 300 per ettaro) e concentrazioni di arsenico fino a 170 grammi per chilometro di suolo.

Bari 1943: il carico segreto della John Harvey

Anche la Seconda guerra mondiale ha lasciato la sua eredità tossica. Il 2 dicembre 1943, poche settimane dopo l’armistizio dell’8 settembre, la Luftwaffe attaccò le navi alleate ormeggiate nel porto di Bari affondandone 17 e danneggiandone gravemente altre 8. Tra queste, la John Harvey trasportava un carico segreto di munizioni all’iprite. Nei 48 giorni successivi, la popolazione di Bari registrò un’incidenza di linfomi particolari molto superiore alla media delle altre zone italiane.

Vietnam: l’agente arancio e la diossina

In Vietnam del Sud, tra il 1961 e il 1971, le massicce irrorazioni di agente arancio ebbero un effetto analogo: il 2,4-D che lo componeva ha una struttura chimica affine a quella della 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), la più tossica e studiata delle diossine, tristemente nota in Italia come “diossina di Seveso”. A distanza di oltre 50 anni, la contaminazione del suolo da diossina in quell’area resta superiore ai valori di sicurezza, non solo in Vietnam ma anche in Laos e Cambogia, e lungo tutto il sentiero Ho Chi Minh.

Uranio impoverito e tungsteno

Un discorso a parte meritano uranio e tungsteno. Il munizionamento all’uranio impoverito, usato dagli Stati Uniti dalla fine degli anni Settanta nella prima guerra del Golfo (1991) e nei conflitti balcanici in Bosnia e Kosovo non è classificato come arma chimica, perché non viene impiegato per il suo effetto tossico diretto. E tuttavia si tratta di una sostanza radioattiva, con un tempo di dimezzamento di 4,5 miliardi di anni, e una tossicità paragonabile a quella di piombo e mercurio.

Nei conflitti attuali, come quello in Ucraina o nel Golfo persico, si sommano oggi diversi fronti di contaminazione: i bombardamenti ai depositi di carburante liberano polveri sottili e ultrafini (PM10, PM2,5); gli impianti industriali colpiti rilasciano ammoniaca e acido solforico; si utilizzano munizioni al piombo, arsenico, mercurio, tungsteno e ordigni al fosforo bianco.

I danni dell’ecocidio

L’entità reale di questi danni ambientali, sottolinea Guidotti, si potrà misurare soltanto a conflitto concluso, per evidenti ragioni di sicurezza. Ma le popolazioni che tornano ad abitare i territori colpiti spesso si trovano di fronte ad ambienti compromessi in modo permanente. È anche per questo che si parla sempre più spesso di ecocidio, le cui stime economiche, per quanto ancora provvisorie, raggiungono cifre paragonabili ai bilanci di interi Stati.

A queste minacce “storiche” si aggiungono oggi le nuove tecnologie. È il caso dei droni a guida di fibra ottica, in silice o in materiale polimerico, con cavi lunghi fino a 20-25 chilometri ciascuno: in Ucraina i campi ne sono letteralmente ricoperti, al punto che gli uccelli hanno iniziato a costruirci i nidi. Un altro segnale di come anche le nuove armi condizionino l’ecosistema in modo permanente.

Alla tragedia umana delle persone che nei conflitti armati hanno perso la casa, gli affetti, la vita, si sommano insomma conseguenze ambientali a breve termine — degradazione del territorio, inquinamento, deforestazione, perdita di biodiversità e di risorse idriche — e a lungo termine: spostamenti forzati e dislocazioni delle popolazioni, cambiamenti climatici legati alle emissioni di gas climalteranti, nuove tensioni e potenziali conflitti per il controllo delle risorse residue.


venerdì 25 settembre 2026

 Tre milioni di donne subiscono violenza prima dei 16 anni

Shendi Veli- Il Manifesto 17/9

IL RAPPORTO ISTAT Gli stupri commessi nel 43% da parenti o amici. Il 58% delle vittime minori non ne parla.

Il femminicidio è la precipitazione estrema. La violenza è un fenomeno strutturale e molteplice, che investe la vita delle donne in tutte le sue fasi. Lo conferma il rapporto «Violenza contro le donne dall’infanzia all’età adulta – Anno 2025», pubblicato ieri dall’Istat.

AD ALLARMARE maggiormente sono proprio i dati che riguardano la minore età. Il 15,3% delle donne italiane e l’11,4% delle straniere dichiarano di aver subìto violenza fisica o sessuale prima del compimento dei sedici anni. Il numero assoluto colpisce ancora di più: sono oltre tre milioni di italiane e 244mila straniere residenti in Italia. Isolando il dato relativo alla violenza sessuale, si apprende che poco meno di un milione e 650mila donne italiane (l’8,3% del totale) hanno subìto abusi prima dei sedici anni. Ai danni psicofisici delle violenze si aggiunge la solitudine che circonda le sopravvissute. Il 58% di loro dichiara di non averne parlato con nessuno. «Sono ferite che non si cancellano. Non si parla per paura di far soffrire i familiari, perché non si hanno gli strumenti. Subentra il timore di essere colpevoli dell’accaduto», racconta Antonella Restelli, che sul tema dell’infanzia violata ha scritto «Americhea» (Edizioni Corsare), un romanzo autobiografico con le illustrazioni di Sara Cimarosti.

I DATI DEL RAPPORTO restituiscono l’immagine di una violenza precoce, commessa soprattutto da persone vicine e familiari. Nel caso dello stupro, ad esempio, una delle quattro forme di violenza considerate, nel 29,1% dei casi a perpetrarlo sono conoscenti, nel 24,9% amici o compagni di scuola e nel 18,4% parenti maschi, mentre gli sconosciuti rappresentano il 9%. L’indagine considera per la prima volta anche la costrizione a posare nude, di persona oppure per foto, video e webcam: riguarda lo 0,3% delle italiane, ma sale allo 0,5% tra le 16-24enni. Una quota contenuta, che segnala però l’emersione di forme di abuso legate agli strumenti digitali e particolarmente rilevanti per le nuove generazioni. «Sotto i sedici anni c’è una difficoltà dovuta alla mancanza di reti di supporto e alla scarsa capacità di nominare la violenza. È un’area grigia, nella quale è ancora più difficile percepire i comportamenti abusanti», spiega Lella Palladino, sociologa e attivista dei centri antiviolenza. «Fino a qualche anno fa era più facile per i Cav entrare nelle scuole, anche di primo grado, con programmi appositi per aiutare le bambine e i bambini a distinguere, ad esempio, le effusioni che generano benessere da quelle che provocano disagio, a saper dire di sì e di no. Oggi tutto questo è diventato difficilissimo: siamo costrette a usare parole generiche e a non poter nominare le cose, pur di portare programmi nelle scuole, perché i dirigenti scolastici hanno paura di esporsi», racconta ancora Palladino.

LA QUOTA DI DONNE che hanno subìto violenze fisiche o sessuali da adulte, pari al 31,9% tra le italiane e al 27,4% tra le straniere, quasi raddoppia tra quante le hanno subite anche da piccole e aumenta considerevolmente anche tra chi è stata testimone di abusi e aggressioni in famiglia. Tra le italiane che avevano visto il padre usare violenza fisica contro la madre, il 53,7% ha poi subìto violenza fisica o sessuale da adulta, rispetto al 31,9% del totale. Questo dato spinge a prestare maggiore attenzione a un fenomeno spesso sottovalutato e con il quale i centri antiviolenza si misurano ogni giorno: la violenza assistita. Il 62% delle donne italiane che hanno subìto violenze da mariti o compagni dichiara che i figli hanno assistito agli episodi.

AI NUMERI SONO SEGUITE, prevedibilmente, le dichiarazioni della politica. Dalle esponenti dell’opposizione è emersa l’insistenza sull’educazione sessuale e affettiva nelle scuole. Su questa linea la dem Valeria Valente e le parlamentari del M5s. Più vaghe le posizioni della destra. «Dobbiamo aiutare chi vive accanto ai minori a riconoscere prima i segnali di un abuso. Servono formazione, procedure chiare per le segnalazioni e percorsi di ascolto protetto affidati a personale specializzato» ha dichiarato la deputata di Fratelli d’Italia, Cristina Almici. Il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato (FdI) ha dirottato l’attenzione sui Percorsi rosa attivati nel 77% dei pronto soccorso censiti. Un imbarazzo prevedibile, data la legge del 2026, promossa dal ministro Valditara, che esclude l’educazione alla sessualità nelle scuole dell’infanzia e primarie e, nelle secondarie, le subordina al consenso delle famiglie. Proprio quelle famiglie che spesso sono all’origine del problema.


 L'Argentina vende il suo territorio: in fase di approvazione la legge sulla "inviolabilitа della proprietа privata"

Eletta Cucuzza  15/07/2026 Adista


Domani il Senato argentino potrebbe approvare la legge sull'“Inviolabilità della proprietà privata”, un pacchetto di provvedimenti che elimina le restrizioni all'acquisto illimitato di terreni rurali da parte di imprese straniere, autorizza sfratti accelerati e smantella le tutele per le foreste autoctone e i terreni devastati dagli incendi. Si tratta del progetto di Federico Sturzenegger, che ha già subito più di una dozzina di modifiche. La versione del progetto di parere che circola tra i senatori è la numero 14, a testimonianza del numero di emendamenti apportati al documento. L’opposizione si sta adoperando per bloccare in particolare il capitolo sulla proprietà straniera, ma, come ha dichiarato un senatore al quotidiano Página/12 (15/6), «abbiamo 35 voti, ce ne manca uno», perché ne servono 36.


 Preti sposati: le chiusure del cardinale di Torino e le aperture dell'arcivescovo di Anversa

Redazione  Adista 24/03/2026, 


Tanto il celibato ecclesiastico è disciplina discutibile - e difficilmente sostenibile nel momento in cui le diocesi soffrono per il deciso calo di sacerdoti - da dettare provvedimenti episcopali di segno opposto: se l’arcivescovo di Torino, card. Roberto Repole, risponde con un “no” alla collaborazione dei sacerdoti sposati per salvare le parrocchie in crisi, dal Belgio arriva la notizia che mons. Johan Jozef Bonny, vescovo di Anversa, ha dichiarato in una lettera pastorale (“Attuazione del processo sinodale nella diocesi di Anversa”, in pubblicazione nel n. 13/2026 di Adista Documenti) che farà il possibile per ordinare preti uomini sposati entro il 2028. Secondo l’arcivescovo presule belga, la questione non è "se", ma "quando", definendo il celibato obbligatorio una norma non più sostenibile di fronte al calo delle vocazioni e alle sfide moderne. DonazioniAdista A Torino è successo che il card. Repole, per evitare la chiusura di varie parrocchie per scarsità di sacerdoti, prevede di affidarne la responsabilità pastorale a team di laici e religiosi, incluse persone sposati, lavoratori e pensionati.  Alla notizia, i preti sposati del Movimento Internazionale dei sacerdoti sposati (fondato nel 2003 da don Giuseppe Serrone) hanno reagito manifestando la loro disponibilità: «Offriamo la nostra collaborazione a gestire le chiese chiuse – gli hanno scritto –. Siamo pronti a ritornare a celebrare la S. Messa, collaborare pastoralmente all'animazione delle parrocchie del territorio della diocesi di Torino. Basterebbe solo un decreto del Papa che riammettesse al ministero pastorale attivo i sacerdoti sposati che lo desiderano inviandoli nelle diocesi, come quella di Torino, in crisi». Grazie no, ha risposto Repole. Saputo della lettera pastorale di mons. Bonny, don Giuseppe Serrone ha reagito commentando che «è un paradosso inaccettabile. A Torino si preferisce affidare le parrocchie ai laici pur di non far celebrare la Messa a sacerdoti ordinati ma sposati. In Belgio, invece, un vescovo ha il coraggio di guardare in faccia la realtà e proporre nuove ordinazioni di uomini sposati». E chiede «perché il Popolo di Dio a Torino deve essere punito da una burocrazia che il resto d'Europa sta già superando»? Il Movimento dei Preti Sposati chiede ora un confronto pubblico con la diocesi di Torino: perché ciò che è possibile ad Anversa (o per gli ex-anglicani a Roma, che hanno mantenuto il loro matrimonio nel convertirsi al cattolicesimo) resta un tabù per i sacerdoti cattolici italiani? E anche a mons. Bonny don Serrone ha trovato cosa dire. In una lettera inviata in data di oggi all’arcivescovo di Anversa ha scritto: «Non serve aspettare il 2028. La Chiesa ha già le risorse umane necessarie, basterebbe la volontà politica di riammettere chi è stato ingiustamente allontanato».


giovedì 24 settembre 2026

NEL GROVIGLIO TI CERCO

 

Ti prego, o Dio,

voglio cercare dentro la vita laica di ogni giorno,

nel groviglio della matassa, nel labirinto e nel turbinio delle cose

i segni della Tua presenza e del Tuo amore.

Rendi sapiente il mio cuore e fammi compagnia

nel lungo cammino della sapienza,

come cercatore umile ed appassionato della Tua volontà.

 

Franco Barbero, Preghiere d'ogni giorno, 2021, pag. 14

I ‘Preti contro il genocidio’ in Vaticano e davanti ai palazzi e alla sede di Leonardo

23.09.26 - Maddalena Brunasti Pressenza

Al corteo che martedì 22 settembre ha attraversato il centro di Roma c’era anche don Nandino Capovilla, che nel suo post divulgato sui social media riferisce:

STAVOLTA SE NE SONO ACCORTI tutti i media, anche perché siamo un fiume di gente (e quasi tutti preti!) per le strade di Roma e più di cento tra sacerdoti e vescovi che non capita tutti i giorni di vederli insieme. Soprattutto colpisce l’inequivocabile chiarezza della posizione “contro il genocidio”, e la trasparenza delle motivazioni, dalla preghiera alla denuncia. Lo evidenzia da Gerusalemme Michel Sabbah, il patriarca emerito, scrivendoci un messaggio: «Cari sacerdoti di Cristo, che avete avuto il coraggio di chiamarvi Preti contro il genocidio, pregate per Gaza, dove quel genocidio, che voi non volete dimenticare ogni volta che vi collegate come preti, non si potrà più cancellare dalla storia. E non dimenticate la West Bank, dove la pulizia etnica sta giorno dopo giorno sottraendo tutto a noi palestinesi».

IN UNA SOSTA SOTTO L’AMBASCIATA DELLA PALESTINA presso la Santa sede – il Vaticano ha riconosciuto ufficialmente lo Stato palestinese – viene intonata una canzone dedicata a Taybeh, sottoposto a incursioni da parte dei coloni israeliani. Io faccio un video e lo mando al parroco che due minuti dopo, dalla Cisgiordania, mi risponde con un commosso emoji su WhatsApp!

QUANDO IL CORTEO arriva a piazza Monte Grappa, sotto la sede di Leonardo, principale azienda armiera italiana di solidi rapporti commerciali con Israele, è ormai evidente il coraggio di questi ‘Preti contro il genocidio’. «Siamo qui per chiedere lo stop alla vendita di armi a Israele», spiega don Rito Maresca di Sorrento. «Dentro quel palazzo ci sono intelligenze messe a servizio della guerra», incalza il vescovo Giovanni Ricchiuti. Ancora più esplicito il vescovo di Manfredonia Franco Moscone: «La Corte penale internazionale dovrebbe spiccare mandati di cattura per tutti coloro che siedono nei Consigli di amministrazione di Leonardo e di tutte le aziende che fabbricano e vendono armi per le guerre».

Figlia di rifugiati politici turchi, Elif Eralp vince le elezioni a Berlino ispirandosi a Zohran Mamdani

21.09.26 - Anna Polo- Pressenza

La lezione di Zohran Mamdani arriva anche in Germania: la vittoria della candidata della Linke Elif Eralp, che nelle elezioni di ieri a Berlino ha ottenuto il 25,7%, diventando per la prima volta nella storia della Repubblica Federale Tedesca il primo partito della capitale, si ispira in gran parte alle proposte e allo stile della campagna elettorale che l’anno scorso hanno portato all’elezione del primo sindaco socialista e musulmano di New York. 

 

Figlia di attivisti fuggiti dalla Turchia dopo il colpo di Stato militare del 1980, avvocatessa, 45 anni, Elif Eralp ha messo al centro della sua campagna temi sociali legati alla vita quotidiana dei cittadini, come gli asili gratuiti, una rete di mense nei quartieri berlinesi con pasti caldi a tre euro e soprattutto la questione della casa: a Berlino l’85% delle famiglie vive in appartamenti in affitto, lei compresa, ma i prezzi sono quasi raddoppiati dal 2014. Eralp ha promesso di porre un tetto agli affitti, congelando per un anno quelli delle società immobiliari pubbliche e di dare attuazione al referendum del 2021, quando il 57,6% dei votanti approvò l’esproprio degli immobili dei grandi gruppi privati che possiedono oltre 3mila unità abitative in città. Un esempio è il gruppo Vonovia, che possiede 130.000 abitazioni e vale più di un miliardo di euro. Il principio è semplice: la casa è un diritto, non un investimento e il modello è una città che gli abitanti possono permettersi. Come è successo a Mamdani, la proposta ha suscitato le ire dei conservatori, ma anche della sinistra moderata, con il consueto spauracchio della fuga degli investitori (cosa che peraltro non si è verificata a New York, dove il sindaco ha inoltre mantenuto una delle sue promesse elettorali, bloccando gli affitti per quasi un milione di appartamenti a canone calmierato). E comunque quest’allarmistica levata di scudi non ha impedito la vittoria di Eralp. Anche lo stile della sua campagna elettorale ha ripreso quello di Mamdani e dei tanti candidati socialisti che negli Stati Uniti hanno vinto le primarie democratiche in vista delle elezioni di metà mandato: uso dinamico dei social, porta a porta e presenza quotidiana nei quartieri popolari. Insieme ai volontari e ai compagni della Linke Elif Eralp ha mostrato da subito il senso della proposta delle mense, allestendo bancarelle dove lei stessa distribuiva cibo caldo a tre euro a chiunque si avvicinasse. Un altro tratto in comune con i socialisti statunitensi riguarda la ferma condanna di Israele e del genocidio in atto a Gaza, ma anche dell’antisemitismo, del terrorismo e di slogan e posizioni violente nei confronti degli ebrei. In base alle regole elettorali, il sindaco di Berlino viene eletto dal Parlamento locale e non dai cittadini. Pur avendo conquistato 47 seggi su 158, la Linke non ha però la maggioranza e dovrà dunque fare delle alleanze – probabilmente con i Verdi, che hanno ottenuto il 14,3% e 26 seggi e con i Socialdemocratici (12,1% e 22 seggi). I conservatori della CDU hanno perso 9,4 punti rispetto alle elezioni del 2023, fermandosi al 18,8% e saranno all’opposizione insieme all’estrema destra dell’AFD, che ha ottenuto 29 seggi e il 16,3%.

“Care berlinesi e cari berlinesi, oggi cambiamo la nostra città. Insieme, trasformeremo questo successo in un nuovo percorso per Berlino. Oggi abbiamo scritto la storia: il segnale dell’amore e della giustizia ha vinto contro l’odio” ha dichiarato Eralp festeggiando la vittoria in una sala da ballo del quartiere di Kreuzberg. Insomma, la sinistra vince quando fa proposte concrete e legate ai problemi sociali più sentiti dalla gente. Solo così si possono battere i moderati e arginare l’onda nera di fascisti e neonazisti. Una lezione che i politici italiani dovrebbero imparare al più presto.

ASSEMBLEA ONU, IL VECCHIO E IL NUOVO ORDINE

ISPI 23/9

All’Assemblea generale dell’Onu, Guterres si congeda tra gli applausi: nessuna potenza, dice, è davvero “super”. Poi sale sul podio Trump e minaccia l’Iran. Il vecchio ordine esce di scena, il nuovo subentra.

Accordo o annientamento: dal podio dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Donald Trump ha offerto all’Iran un’alternativa secca. Da una parte un’intesa che consenta a Teheran di ricostruire e diventare un paese “più grande di quanto sia mai stato”; dall’altra la scelta di “annichilire la Repubblica islamica, e in fretta”. Poi la previsione: l’accordo arriverà “subito dopo le elezioni” perché, osserva, a Teheran aspettano di vedere come andranno le midterm. Stretto tra sondaggi a picco e prezzi dei carburanti alle stelle, il presidente Usa si è difeso, come di consueto, attaccando: ha definito Cuba “uno Stato fallito” e promesso che il suo governo sarebbe caduto “in un modo o nell’altro”, provocando l’abbandono dell’aula da parte dei delegati dell’Avana. Ha anche annunciato che d’ora in poi nei documenti del governo federale l’intelligenza artificiale si chiamerà “super intelligenza”, perché “artificiale” la “fa sembrare falsa, e non lo è”. Il resto del discorso – 37 minuti in tutto – ha seguito un copione più o meno noto. Trump ha rivendicato di aver portato la pace a Gaza e in Venezuela, e ha annunciato che presto anche la guerra fra Ucraina e Russia vedrà la fine. Parlando in casa dell’Onu, ha reclamato i tagli all’organismo internazionale e invitato i paesi membri della Corte penale internazionale, che ha definito “un’organizzazione fuori controllo”, a dimettersi. Poco prima, António Guterres aveva pronunciato il suo ultimo discorso da segretario generale – ruolo assunto nel 2017 – dichiarando che il potere delle superpotenze, non è poi così “super”. Solo pochi minuti hanno separato i due interventi, contrassegnati da due idee molto diverse di ordine internazionale: quella delle regole, al congedo, e quella della forza, che le subentra.

Accordo sulla Groenlandia

Il discorso di Trump non è stato però un solo fuoco di fila di critiche. Il presidente Usa ha elogiato il Segretario generale della Nato Mark Rutte, definendolo un “grande leader” e rovesciando in apparenza le sue precedenti denunce dell’Alleanza atlantica come “obsoleta” e una “tigre di carta”. Ha esaltato la Danimarca, chiamandola “un paese incredibile e bellissimo”, pochi giorni dopo aver annunciato un accordo con Copenaghen sulla Groenlandia a seguito di prolungate tensioni incentrate sul territorio autonomo danese, che Trump ha più volte minacciato di annettere. L’intesa, che non ha una data di scadenza, prevede che gli Stati Uniti “rinnovino ed espandano” l’attuale base militare di Pituffik e ne costruiscano altre due, a Narsarsuaq, nel sud dell’isola, e a Mestersvig, sulla costa orientale. Garantisce anche libertà di movimento alle forze armate statunitensi ed esclude la presenza di paesi non Nato sull’isola. Il raggiungimento dell’accordo è stato accolto con sollievo anche in Europa: da oltre un anno la situazione della Groenlandia preoccupava non poco il governo danese, che era arrivato a considerare gli Stati Uniti una possibile minaccia per la sicurezza nazionale. 

L’addio di Guterres

Di tutt’altro tono e contenuti, rispetto a quello di Trump, è stato il discorso di Guterres, che lascerà l’incarico alla guida dell’Onu alla fine di quest’anno senza un successore chiaro all’orizzonte. In un intervento appassionato, in cui ha invocato la salvaguardia delle istituzioni multilaterali di fronte alla “frammentazione”, il segretario generale uscente ha inaugurato l’attuale sessione dell’Onu tracciando un bilancio del suo decennio ai vertici dell’organizzazione: le guerre scoppiate e proseguite con crudeltà, i civili presi di mira, la fame usata come arma, il diritto internazionale rinnegato. Senza nominare alcun paese, Guterres ha avvertito che la forza militare da sola non basta a garantire la pace. Il sistema giusto, ha aggiunto, non va costruito da zero: esiste già, ed è la Carta delle Nazioni Unite. Ha ricevuto applausi quando ha criticato la guerra di Israele e ribadito che la soluzione dei due Stati è l’unica via per la pace in Medio Oriente, e ha rinnovato la richiesta di una rappresentanza permanente per l’Africa nel Consiglio di sicurezza. Ha poi chiesto un quadro internazionale per governare i rischi dell’intelligenza artificiale, cioè esattamente ciò che Trump avrebbe respinto poco dopo.

L’uso della forza come dottrina

Già da tempo Trump aveva chiarito di non tenere in alcuna considerazione le Nazioni Unite, che in più occasioni aveva liquidato come obsolete e inefficaci. Ma il discorso di ieri, osserva il New York Times, “ha sancito, più di ogni altro, il rifiuto del principio cardine della Carta: il divieto di usare la forza contro l’integrità territoriale di un altro Stato, salvo legittima difesa o autorizzazione del Consiglio di sicurezza”. La sua frase “al vincitore spettano le spoglie” in riferimento ai proventi petroliferi del Venezuela completa una visione della politica estera in cui chi è più forte vince e detta le regole. “Forse l’aspetto più triste di questo discorso è stata la totale assenza di quell’idealismo americano che portò alla nascita dell’Onu”, osserva sul Guardian lo storico ed ex speechwriter della Casa Bianca Ted Widmer, sottolineando come il leader della Casa Bianca abbia perso quel potere di persuasione così decisivo al Palazzo di vetro. Oggi la fiducia internazionale negli Stati Uniti è ai minimi storici: secondo il Pew Research Center, in 36 paesi appena il 23% degli intervistati si fida di Trump in ambito di politica estera. Ed è improbabile che questa percentuale aumenti dopo lo spettacolo di ieri di fronte agli altri delegati dell’Assemblea generale.  

Il commento

di Paolo Magri, Presidente Comitato Scientifico, ISPI

“L’Assemblea generale 2026 ci consegna una buona e una cattiva notizia. La buona è che, nonostante il senso di declino e impotenza che accompagnano da tempo l’Onu, quasi 130 leader mondiali partecipano al rito annuale dell’Assemblea generale e, soprattutto, Stati Uniti e Iran – in guerra e senza relazioni diplomatiche dirette – hanno trovato proprio al Palazzo di vetro un luogo dove parlarsi. Un canale aperto, quando tutto il resto sembra chiuso. La cattiva notizia è che Trump ha usato il discorso a New York per ribadire la sua concezione dell’ordine mondiale, il suo dubbio amletico sull’Iran: “accordo oppure spazzerò via il Paese”. È la traduzione della sua “own morality”: la forza e il giudizio del presidente che prevale sulle regole comuni, sulla legittimità e sul diritto internazionale che proprio l’Onu, da 81 anni, sta affermando.

mercoledì 23 settembre 2026

 Trump contrario a qualsiasi limite: “Tanto basto io”

 

“Non uccidete la gallina dalle uova d’oro!”. È categorico Donald Trump nel rifiutare critiche e allarmi vari sull’intelligenza artificiale. Usa il sarcasmo nei confronti di Dario Amodei di Anthropic, definito “angioletto perfetto” per la sua richiesta di controllare i progressi dell’Ia. Spiega che basta un “presidente forte e intelligente (con un Qi elevato!)” – quindi, presumibilmente, lui – per evitare che le macchine prendano il sopravvento sull’uomo. Conclude parlando di “disgustosa cospirazione” che punta a colpire gli Stati Uniti, che in materia di Ia, “sono in netto vantaggio rispetto a qualsiasi altro Paese”.

Le dichiarazioni delle ultime ore, che Trump affida ancora al social Truth, concludono un fine settimana in cui il presidente ha difeso a oltranza l’industria dell’Ia. Le ragioni sono diverse. Alcuni leader del settore hanno contribuito con sostanziosi investimenti ai suoi progetti e iniziative, dalla cerimonia di insediamento alla ballroom della Casa

Bianca. La crescita dell’ia ha inoltre prodotto forti guadagni in

Borsa e la costruzione dei data center ha sostenuto il settore manifatturiero. Si tratta, per Trump, della dimostrazione della bontà dei suoi piani economici. Va anche ricordato l’utilizzo che l’intelligence Usa – in particolare Nsa, Fbi, Cia, Cisa – fanno dell’intelligenza artificiale per classificare enormi quantità di dati e monitorare minacce alla sicurezza interna e internazionale. Ai fini di un potenziamento delle infrastrutture, la Casa Bianca lo scorso maggio ha approvato lo stazionamento di 9 miliardi di dollari in chip informatici avanzati.

C’è poi la questione della sfida con la Cina. Gli Stati Uniti hanno a lungo goduto di un innegabile primato nel settore, grazie anche alle restrizioni imposte alle aziende cinesi in tema di accesso ai processori avanzati di nuova generazione. Nell’ultimo anno le cose sono cambiate. Le cinesi Deepseek, Alibaba, Minimax e Moonshot hanno messo a punto modelli che si avvicinano alle prestazioni dei sistemi americani, alimentando l’accusa di violazione della proprietà intellettuale. Durante l’incontro dello scorso maggio a Pechino, Trump e Xi Jinping hanno discusso di Ia senza concludere molto. Il tema sarà al centro del vertice tra i due in programma il 24 settembre a Washington, ma ci sono pochi dubbi sul fatto che l’amministrazione Usa lo ritenga un asset strategico da utilizzare per limitare le ambizioni di Pechino.

Le dichiarazioni di Trump appaiono in netto contrasto con le posizioni che diversi Paesi e istituzioni hanno assunto dopo l’intervento di Amodei. Proprio da Pechino arriva la dichiarazione del ministro per la Sicurezza dello Stato Chen Yixin, secondo cui l’ia – con i rischi di disinformazione e utilizzo per fini militari – mina il controllo del potere da parte del Partito comunista. E mentre il Canada invoca la nascita di un organismo regolatore sovranazionale, l’alto commissario Onu per i diritti umani, Volker Türk, chiede una regolamentazione dell’Ia per tutelare libertà e privacy. Le prese di posizione di Trump hanno suscitato preoccupazione tra alcuni degli stessi Repubblicani, che temono che l’ideologia di radicale laissez-faire capitalistico del presidente possa allontanare elettori al midterm.

 

Roberto Festa, Il Fatto Quotidiano, 15/09/2026


 Il film che spaventa Israele e le domande sul 7 ottobre

Anna Foa, La Stampa 23/9

Sul clima già teso della campagna elettorale in Israele è piombato come un macigno il documentario Naza (acronimo di "effetti collaterali"), dei due registi Yuval Abraham e Rachel Szor, coautori dello straordinario No other land, sulle aggressioni di coloni ed esercito in Cisgiordania, vincitore dell'Oscar nel 2025. Alla mostra di Venezia ha vinto il premio speciale della giuria e gli hanno tributato 24 minuti di standing ovation.
Non l'ho ancora visto, ma non è del film che voglio parlare, bensì della vera e propria isteria che, senza nemmeno essere stato visto, ha suscitato in Israele e in una parte almeno del mondo ebraico della diaspora. In sintesi, è un documentario girato di notte sui tetti di Tel Aviv, un'intervista a 24 membri dell'esercito e dell'intelligence, accuratamente celati per non rivelarne l'identità. Le interviste descrivono ciò che in generale si sapeva e che era in parte uscito su giornali e media come gli israeliani +972Maga e Local call, o il Guardian (che è fra i suoi produttori): cioè i sistemi con cui, con l'aiuto dell'Ai, l'esercito pianificò, fin da prima del 7 ottobre, gli attacchi aerei sulla striscia di Gaza, sorvegliando a tappeto l'attività dei suoi abitanti e le loro abitazioni. Vittime collaterali o vittime mirate che siano, sono state come minimo 70.000.
Questo in sintesi, come riportato dai comunicati, dai media e dalle interviste, il contenuto del documentario. Questo è ciò che vedremo quando Naza uscirà, a giorni, nelle nostre sale. Chi difficilmente lo vedrà saranno invece gli israeliani.
La reazione del governo e dei partiti della destra è stata da subito una reazione di assoluto panico. L'esercito ha definito il contenuto del film menzognero, pur aprendo un'inchiesta sulla divulgazione di "materiale non classificato". Quanto all'altra accusa rivolta al film, di essere basato su fonti anonime, come dimenticare che anche lo scandalo del Watergarte, che portò nel 1974 alle dimissioni del presidente americano Nixon, era basato su rivelazioni anonime, protette dal segreto. Con il passar dei giorni la reazione è diventata sempre più dura e aggressiva. Netanyahu ha dichiarato di voler togliere la cittadinanza israeliana ai due registi, definiti "traditori". I partiti e i media della destra radicale si sono scatenati, accusando il film di menzogna e antisemitismo, minacciando di morte i registi e manifestando sotto le abitazioni dei loro famigliari al grido di "Impiccateli!". Difficilmente i due registi potranno tornare in patria, anche se le minacce di privarli della cittadinanza non saranno messe ad effetto. Saranno i primi esuli politici di Israele, dunque?
Intanto Netanyahu minaccia sanzioni e la revoca della cittadinanza nei confronti di chi diffama le forze di difesa israeliane. Nelle sue dichiarazioni, una simile legge potrebbe colpire anche il capo del partito democratico, Yair Golan, per delle dichiarazioni rese l'anno scorso sull'uccisione dei bambini palestinesi da parte dell'esercito. Insomma, Nertanyahu avrebbe l'intenzione di approfittare della questione per intervenire sui partiti di opposizione nelle prossime elezioni, una tattica da lui consolidata. Ma è difficile che una simile manovra gli riesca, nel clima attuale della campagna elettorale.
Le minacce di morte che gli estremisti di destra stanno rivolgendo ai due registi non sono, secondo il giornale di opposizione Haaretz, da prendere sottogamba: è possibile che scorra il sangue. Del resto, come dimenticarsi dell'assassinio di Rabin nel 1995 da parte di Ygal Amir, un estremista i cui complici di allora sono oggi ministri dell'attuale governo?
E la sinistra? Finora, l'attacco all'Idf non viene condiviso nemmeno da gran parte dell'opposizione. Mille registi hanno espresso in un documento solidarietà al film. Ma la domanda che emerge con forza, e che riguarda non i palestinesi ma gli israeliani, è come abbiano fatto le forze armate a non vedere i preparativi del 7 ottobre, se erano in grado di veder volare una mosca in tutte le abitazioni di Gaza. Forse da questa domanda si potrà arrivare anche a domandarsi perché, se l'obiettivo era quello di distruggere Hamas, si sono uccisi tanti civili, facendo di ogni palestinese di qualsiasi età un sostenitore di Hamas. In ogni caso, come ha scritto Gideon Lévy su Haaretz, «Szor, Abraham e questi coraggiosi militari hanno rotto il silenzio. Meritano la massima stima degli israeliani e la avranno, ma solo nelle pagine dei libri di storia».