sabato 8 agosto 2026

Care amiche e amici della Comunità,

ecco il canone preparato da Manuela Brussino per la celebrazione eucaristica di domani.

La celebrazione inizierà alle ore 10, ma ci si potrà collegare già dalle ore 9:45, al solito link:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

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DAVANTI A TE OGNI GIORNO
 

P. Saluto all’assemblea
 

L. Dio dei padri e Signore di misericordia, che tutto hai creato con la Tua parola, che con la Tua sapienza hai formato l’uomo e la donna perché dominino sulle creature fatte da Te e governino il mondo con santità e giustizia e pronunzino giudizi con animo retto, dammi la sapienza che siede in trono accanto a Te e non mi escludere dal numero dei Tuoi figli e delle Tue figlie, perché io sono tuo servo e figlio della Tua ancella, uomo debole e di vita breve, incapace di comprendere la giustizia e le leggi. Se anche uno fosse il più perfetto tra gli uomini, mancandogli la Tua sapienza, sarebbe stimato un nulla. (Sapienza 9,1-6)
 

SILENZIO
 

LETTURE BIBLICHE


Esodo 34,5-7
5 Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. 6 Il Signore passò davanti a lui proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà, 7 che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione.
 

Matteo 13,27-29
27 Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? 28 Ed egli rispose loro: un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? 29 No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano.
30 Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura.
 

Luca 13,6-9
«Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: «Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest'albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?». Ma quello gli rispose: «Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l'anno a venire; se no, lo taglierai»»

RIFLESSIONE

INTERVENTI LIBERI
 

T. O Dio, che conosci il numero dei nostri anni e percepisci anche i palpiti dei nostri cuori, accompagna i nostri giorni con il Tuo amore.
1. Rimettiamo anche oggi tutta la nostra vita davanti a Te, anzi nelle Tue mani. La Tua compagnia non viene mai meno.
2. Tu sei il custode che non s’addormenta, sei il pastore che guida i nostri passi donandoci acqua che disseta e cibo che nutre.
1. Tu hai in serbo per noi l’olio prezioso che tiene accese le nostre piccole lampade e profuma i nostri giorni di speranza.
2. Sii Tu, o Dio, lampada per i nostri passi quando le tenebre, il freddo e le nebbie rischiano di farci smarrire la giusta direzione.

T. Tu, o Dio, che fai nascere i nostri amori, custodisci e accompagna i nostri giorni.
Donaci di gustare la dolcezza dei Tuoi doni e costruire insieme sentieri di solidarietà.
G. Eccoci ora alla memoria di quel pasto che Gesù condivise con i suoi discepoli.
T. Egli, dopo aver alzato gli occhi a Te, Dio dal quale proviene ogni dono, sciolse il suo cuore in parole di lode al Tuo nome e Ti glorificò. Le sue mani divisero il pane tra quegli uomini e quelle donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea. “Prendete - disse - e mangiatene tutti. Questa è tutta la mia vita: dare gloria a Dio e condividere ogni bene che Egli ci ha dato. Se farete questo, allora davvero vi ricorderete di me, porterete la memoria di me nel mondo”. Poi prese la coppa del vino e di nuovo alzò gli occhi e il cuore in un inno di lode a Te, o Dio suo, e disse: “La mia vita è stata messa a disposizione fino al sangue, senza tirarmi indietro.
Fate anche voi così: siate disponibili a condividere. Il ricordo di me vi spinga alla disponibilità”.
 

PREGHIERA DI CONDIVISIONE
 

Preghiere spontanee
 

PADRE NOSTRO
 

1. Benedetto sei Tu, Dio commosso e appassionato, che adorni i nostri occhi con le lacrime per esprimere il dolore e non soffocare la gioia.
2. Benedetto sei Tu, che ami la vita. Tu hai seminato ovunque la nostalgia di Te e hai deposto nel mondo i segni del Tuo amore.
1. Benedetto sei Tu, Dio innamorato, che non Ti stanchi mai delle Tue creature e ci avvolgi, ci attendi, ci perdoni.
 

Preghiera finale
O Dio, roccia dei nostri cuori feriti, parapetto sull’erto sentiero e parete sull’abisso, mano amica nell’intrico dei sentieri fallaci, sii per noi la luce che non si spegne mai. Tu, lontano come le irraggiungibili stelle, sei più vicino del soffio del vento. Da Te riceve forza la nostra debolezza e nel Tuo nome ci rimettiamo in cammino.
Amen
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Manuela Brussino
per la Comunità Cristiana di Base di Via Città di Gap, 13 - Pinerolo
Canone tratto dal libro delle preghiere eucaristiche, pag. 28 - 02.08.2026

 da Domani del 01/08/2026

Ci siamo subito abituati a non leggere di Palestina

di Ahmed Marouani

Da qualche mese la parola Palestina sembra scomparsa dai titoli dei giornali. L'urgenza, l’ostinazione, l’ostentazione con cui tale parola “faceva notizia” fino a qualche tempo fa, hanno lasciato il posto a una distratta routine, o almeno a una sorta di sospensione.

Se a qualche pazzo venisse in mente di fare una ricerca filologica sul numero delle volte in cui la parola Palestina è stata adoperata nella cronaca di questi anni, compilando delle liste sotto le diverse voci: partiti politici, giornali, persone, ecc. si troverebbe davanti a una statistica che a suo modo darebbe perfettamente idea del clima politico e morale in cui siamo vissuti: e peccato che a tale indagine verrebbe a mancare l’apporto dell'uso orale che si è fatto di questa parola. Infatti, la parola Palestina è stata nella maggior parte dei casi usata demagogicamente, per obbligo, per moda, per moralismo, per necessità. Mentre in Europa si combattono false battaglie di avanguardia, laggiù, in Palestina, si combatte una guerra di retroguardia cioè si combatte prima di tutto per quelle cose minime ed elementari che sono la libertà e l’indipendenza. L'Occidente ha educato se stesso a conoscere solo i conflitti che possono essere tradotti nel linguaggio del mercato dell'informazione. Ogni dolore deve avere il ritmo di una stagione, ogni tragedia la durata di un titolo, ogni vittima il tempo di una notifica.

Quando la sofferenza resiste a questo calendario, smette di essere un fatto politico e diventa rumore di fondo. E’ una delle più sofisticate forme di censura che il nostro tempo abbia escogitato: non proibire di vedere ma consumare lo sguardo a renderlo incapace di distinguere. Forse il vero scandalo non è che la Palestina scompaia dalle prime pagine. Il vero scandalo è la rapidità con cui la nostra coscienza accetta questa scomparsa come un evento naturale.


 da Domani del 01/08/2026

Milano

E’ morto don Antonio Mazzi, aveva 96 anni


E’ morto don Antonio Mazzi, sacerdote, educatore e fondatore della Fondazione Exodus. Si è spento all’età di 96 anni, nella sua storica casa all’interno del Parco Lambro a Milano. Con Exodus, il sacerdote ha costruito una rete di comunità dedicate al recupero di giovani con dipendenze e problemi familiari. Il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha proclamato il lutto cittadino per il giorno delle esequie.

 da il Manifesto del 2 agosto 2026

IL MESSAGGIO È CHIARO: NESSUNO IMPEDIRÀ A TEL AVIV DI CONTINUARE AD OCCUPARE LA STRISCIA

di Eliana Riva


La risposta di Israele al «piano di pace»: bombe sui campi sfollati di Gaza


È arrivata direttamente dai cieli di Gaza la risposta israeliana al (ri)annunciato accordo sul cosiddetto «piano di pace». L’hanno sganciata gli aerei di Tel Aviv sui campi affollati di tende, vicino agli ospedali.

Appena Hamas ha accettato i termini del disarmo, facendoli coincidere con quelli del ritiro israeliano dalla Striscia, l’esercito ha annunciato una serie di bombardamenti contro presunti «depositi di armi». Cinque in un giorno, secondo Tel Aviv, come sempre senza fornire alcuna prova. Non ci si spiega perché questi attacchi sarebbero avvenuti solo e proprio ora, un giorno dopo la notizia dell’accordo di disarmo.

Il messaggio politico, invece, è inequivocabile: nessun accordo limiterà la libertà di Israele di bombardare, uccidere e occupare, né consentirà a uno Stato o a una forza internazionale di sostituirsi all’esercito. Un messaggio che doveva raggiungere i destinatari a prescindere dall’esito delle operazioni militari. Tant’è vero che i resoconti di medici e testimoni da Gaza parlano di due depositi di farmaci colpiti.

A DEIR AL-BALAH il segno lasciato dal bombardamento è un enorme cratere che affiora tra un affollatissimo campo di tende, proprio vicino all’ospedale dei martiri di al-Aqsa. Il dottor Khalil al-Daqran, medico della struttura, ha descritto l’attacco come un «crimine atroce». Parlando all’agenzia Reuters ha raccontato che Israele ha bombardato di notte, distruggendo completamente il deposito che conteneva soprattutto medicinali per i pazienti in dialisi, rari a Gaza a causa dell’assedio di Tel Aviv. Secondo il ministero della salute di Gaza, l’attacco ha danneggiato altri due depositi di medicinali e l’ambulatorio dell’ospedale.

I bombardamenti di ieri hanno fatto almeno quattro vittime. Il mese di luglio è stato il più sanguinoso dall’inizio dell’anno, con 152 palestinesi uccisi, di cui 21 bambini. Dall’inizio del cosiddetto «cessate il fuoco», in ottobre, Israele ha ammazzato almeno 1.222 persone nella Striscia. Nello stesso periodo il ministero della salute ha fatto sapere che sono stati recuperati i cadaveri di 804 palestinesi uccisi in precedenza. Eppure, i bombardamenti non sono abbastanza e la fame nemmeno, per buona parte dei rappresentanti del governo israeliano. Anche se il premier Benyamin Netanyahu non ha ancora commentato ufficialmente l’accordo raggiunto da Stati Uniti, Egitto e Qatar con Hamas, alcuni dei suoi ministri hanno respinto la proposta in toto, tornando anzi a rilanciare lo sfollamento forzato.

Immancabile, a tal proposito, il commento social del ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, che tra le minacce ai prigionieri palestinese e la difesa di coloni e soldati violenti, trova il tempo anche di commentare, a suo modo, la politica internazionale.

DOPO I FATTI di Ceuta, il suprematista ebraico si è rivolto, infatti, con un post in spagnolo su X, direttamente al primo ministro Pedro Sánchez, chiedendogli in maniera provocatoria di accogliere «anche» i palestinesi di Gaza.

Pochi minuti dopo è tornato sulla politica interna, dichiarando sempre via social che «la bozza di accordo pubblicata dal Board of Peace non è accettabile». Per Ben Gvir il problema non è tanto la questione del ritiro dei militari dalla Striscia, quanto l’impegno a fermare i bombardamenti: «Le uccisioni mirate a Gaza devono continuare», ha scritto, aggiungendo che è necessario «incoraggiare l’emigrazione, attuarla». Mentre i media israeliani – così come il presidente Trump – attendono una dichiarazione ufficiale di Netanyahu, segnalano in queste ore che «alti funzionari» avrebbero già chiarito la posizione del governo: contrario al piano di disarmo nella sua formulazione attuale e, di conseguenza, al ritiro dell’esercito dalla Striscia.

INTANTO, I POGROM dei coloni diventano sempre più violenti. A Surif, a nord-ovest di Hebron, uomini provenienti dall’insediamento di Bat Ayin hanno attaccato case e abitanti, incendiato un’automobile, danneggiato un’altra e tentato di dare fuoco a un’abitazione. Tre palestinesi sono rimasti feriti. Poco lontano, coloni armati scesi da Adora hanno assaltato Idhna sotto la protezione dei soldati israeliani, colpendo case e veicoli e impedendo alle ambulanze della Mezzaluna rossa di raggiungere la zona.

Nel governatorato di Ramallah, tre giovani palestinesi sono stati picchiati e colpiti al volto con spray urticante. A Beitillu, un uomo e sua moglie sono stati aggrediti mentre lavoravano nella propria fattoria e trasportati in ospedale.

venerdì 7 agosto 2026

 da Il Manifesto del 02/08/2026

2 AGOSTO 1980 – 2026

Vecchie e nuove ferite. Bologna in piazza alla ricerca di unità

di Alex Giuzio

L’anniversario della strage e le tensioni dopo la morte di Fakir.

Lepore: «Non cadiamo nella trappola». Il governo snobba il corteo.

L’anniversario della strage di Bologna quest’anno si intreccia con le tensioni per la morte di Abderrahim Fakir.

Potere al popolo Bologna insiste a chiedere «verità e giustizia» a dieci giorni dalla morte violenta del 42enne marocchino, che il 19 luglio ha smesso di respirare dopo essere stato fermato e tenuto a terra dalla polizia nel quartiere Pilastro. Gli attivisti hanno convocato un corteo autonomo durante le commemorazioni, in programma oggi, per ricordare le 85 vittime dell’attentato neofascista avvenuto il 2 agosto 1980 nella stazione del capoluogo emiliano. L’obiettivo di Pap è tenere alta l’attenzione sulle altre «tante ferite della città» e stragi di Stato, da Ustica alla banda della Uno bianca fino «all’uccisione di Fakir». Potere al popolo ha una posizione critica sia contro i decreti sicurezza del governo Meloni sia contro «l’amministrazione comunale che li ha applicati». Da tempo le forze della sinistra radicale bolognese sono in contrasto con le politiche securitarie del sindaco Matteo Lepore (Pd). Di fianco alla manifestazione pacifica convocata dal primo cittadino il giorno dopo la morte di Fakir un’altra piazza si è scontrata con la polizia, perciò si teme che le violenze possano ripetersi anche oggi.

INTERPELLATO dal manifesto, Lepore dice di confidare «nel senso di responsabilità di tutti. Le persone hanno diritto a manifestare le proprie opinioni, ma nessuno deve mettere in discussione il carattere unitario e solenne della commemorazione o creare tensioni». Più critico Paolo Lambertini, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage, che ha invitato «chi ha idee diverse a comprendere quali sono i valori di questa giornata e tenerle separata da altre cose, tutte legittime ma che hanno bisogno di essere distinte per non far deragliare l’attenzione».

NEI GIORNI precedenti ci sono stati anche i violenti attacchi della destra, che ha strumentalizzato gli scontri di piazza per accusare Lepore di essere contro le forze dell’ordine. Il sindaco è finito sotto scorta dopo avere ricevuto migliaia di insulti e minacce via social. Non si è trattato solo di privati cittadini, bensì di un sistema organizzato di bot e account gestiti da intelligenze artificiali, di cui oltre 6mila riconducibili a server situati negli Stati uniti. Una tecnica molto utilizzata dalla destra per alimentare la sua propaganda politica e le campagne d’odio contro gli avversari. In questo caso i bot non avrebbero commentato solo il profilo di Lepore, ma anche i post della pagina ufficiale di Fratelli d’Italia che ne chiedeva le dimissioni, per diffondere la percezione di un maggiore consenso a favore della destra. Sono inoltre state diffuse notizie false come il rifiuto della scorta al sindaco da parte dei carabinieri.

IN CASO DI SCONTRI durante il corteo di oggi, non è escluso che Meloni&co possano tornare all’attacco. Da sempre Lega e FdI sognano di conquistare il municipio bolognese, considerato una roccaforte del Pd, e l’avvicinarsi delle elezioni comunali previste per la primavera 2027 ha portato il centrodestra ad alzare i toni del dibattito. Lepore, che ha deciso di sporgere denuncia per le minacce e gli insulti, si dice preoccupato per «il clima di odio che abbiamo visto crescere in queste settimane. Bologna non deve cadere in questa trappola. Il 2 agosto deve unire la città nel ricordo delle vittime della strage e nella difesa dei valori democratici che da sempre rappresenta. Chi prova a trasformare questa giornata in un terreno di scontro fa un torto innanzitutto a Bologna e alla sua storia».

Peraltro il governo quest’anno ha deciso di non partecipare alle commemorazioni con la consueta rappresentanza di un ministro, bensì ha optato per il sottosegretario all’interno Molteni. La premier Meloni manderà un messaggio istituzionale. «Vedremo se riuscirà a sbloccare, a livello verbale, il tema della strage fascista», provoca Lambertini. «Non lo diciamo noi, lo dicono tutte le sentenze».

L’ANNIVERSARIO di oggi sarà particolare anche per un altro motivo: si tratta del primo con la sentenza passata in giudicato. Le indagini hanno appurato che i mandanti della strage furono i capi della loggia P2 Licio Gelli e Umberto Ortolani, in quanto finanziarono con ingenti somme gli esecutori e gli organizzatori. Tra questi ci furono il funzionario del ministero dell’Interno Federico Umberto D’Amato, i servizi segreti italiani e altri apparati deviati dello Stato.


 da Il Manifesto del 02/08/2026

Giorgia e l’allarme rosso per riconquistare la scena

di Andrea Colombo

Giorgia Meloni non se ne è accorta o, più precisamente, finge di non essersene accorta. Quando ha preso l’inaudita decisione di chiudere senza motivo i confini per chi arriva dalla Spagna, ma solo se ha la pelle scura, era già evidente l’assenza di pressione sui confini della patria. Quando ieri ha vergato, con la sodale socialdemocratica danese Fredriksen, una missiva rivolta ai vertici Ue per reclamare «risposta europea immediata e coordinata» ai fatti di Ceuta, era palese che di quella tempestiva risposta non c’era più alcun bisogno. Tuttavia 20 governi europei hanno apposto la loro firma in calce alla richiesta, che è stata naturalmente accolta.

Della sceneggiata isterica ed emergenziale seguita alla “invasione” di Ceuta Meloni è stata la principale regista. Ha aperto le danze e poi dato il la, pur non avendo assolutamente nulla da temere. In parte ha agito in conto terzi. Ha dato una mano allo stretto compagno d’arme Santiago Abascal, leader di Vox, ma anche ai Popolari spagnoli che si preparano a tentare la spallata contro Sánchez a braccetto con i franchisti. Facendo il gradito favore alla destra spagnola, la leader di quella italiana lo ha fatto anche a se stessa e ai leader cugini all’offensiva in tutta Europa.

Sánchez è la bestia nera tanto della destra radicale quanto di quella egemone nel Ppe, l’anomalia da eliminare prima che il contagio si diffonda, la ridotta da conquistare per chiudere il conto con la sinistra europea.

Colpire il governo di Madrid significa indebolire i rivali ovunque. La sua testa sarebbe anche un grazioso dono da offrire al capriccioso imperatore di Washington, che lo ha messo in testa alla sua lista nera da un pezzo e che non ha perso tempo nel dare man forte al coro europeo, come sempre con toni ancor più splatter. Probabilmente però la premier italiana si sarebbe mossa allo stesso modo comunque. La virata brusca dell’Europa sulla rotta dei respingimenti e della blindatura dei confini è il solo successo che Meloni possa vantare sul fronte che l’ha vista per quattro anni più impegnata, quello della politica estera.

Ceuta offriva l’occasione per piazzare indebitamente quel dossier, oggi in realtà secondario, al centro della scena europea. Meloni l’ha colta stravolgendo la realtà, inventando di sana pianta un allarme rosso inesistente, cercando e trovando un incidente internazionale assolutamente gratuito. Oggi figura come punta di una sorta di internazionale nera che la riavvicina a Trump ma anche come punto di riferimento delle politiche migratorie della civilissima Europa. Si frega le mani e la si può capire. Molto più difficile è capire la reazione di quei governi e di quell’establishment europeo che, di fronte a un attacco tanto ruvido quanto immotivato e comunque di valenza politica inaudita, hanno di fatto scelto la complicità. Se la decisione italiana di sospendere per un mese il trattato di Schengen non appare ridicola e pretestuosa qual è, se non viene bollata come colpo basso che mina deliberatamente i vincoli di solidarietà e lealtà tra i Paesi dell’Unione, è perché nessuno osa dirlo apertamente. Nessuno si smarca. Nessuno critica. Nessuno punta l’indice. Molti, anzi, si accodano.

Su tutti i leader europei grava il ricatto dell’estrema destra. Ciascuno si sente nei rispettivi Paesi assediato. Ognuno cammina sulle uova nel terrore di facilitare il lavoro agli assedianti scontentando gli umori dell’elettorato sul tema che più di ogni altro gonfia le vele di una destra sempre più radicale. Senza rendersi conto che, in questo modo, la destra radicale ha già vinto comunque. Così persino una messa in scena ai limiti del buffonesco come la sospensione di Schengen finisce per pagare chi l’ha allestita.

PREGHIERE   2  -  Il nome

 

Bellissima l’intuizione tutta ebraica

sull'impossibilità di darTi un nome.

Chiamare qualcuno per nome

significa conoscerlo e, in parte, possederlo.

Dio non si può chiamare,

perché, ogni volta che si cerca di afferrarlo, sfugge.

 

Affascinante la scelta di altri popoli

di darTi invece tanti nomi diversi,

femminili e maschili,

per cogliere manitestazioni di Te

senza la pretesa di includerle tutte.

 

La nostra società è malata:

Ti chiama spesso per abitudine,

ma non ricorda e non Ti ricorda.

Non conserva memoria di ciò che è stato.

Ineffabili saranno i giorni

in cui inventeremo nomi nuovi per noi e per Te,

dove reincontrarci, ritrovarci,

per ricordarci il passato in cui Tu c’eri,

comprendere il presente in cui sei,

meritare il futuro che ci attende,

in cui ancora una volta

Tu sarai.

Carla De Stefani


giovedì 6 agosto 2026

PREGHIERE  1 - Madre creatrice  

 

Madre creatrice, rendici consapevoli della nostra fragilità, di essere legate al supporto degli altri e delle altre, aiutaci a liberarci dalle false sicurezze che limitano la nostra crescita e insegnaci che a volte è bello farci trasportare come l'onda dal vento, farci riscaldare come fa la terra con i raggi del sole, farci rischiarare nei momenti bui da una luce esterna, farci coccolare da un abbraccio, come fa la mamma coi suoi figli e insegnaci anche ad essere attente ai bisogni degli altri e delle altre.

Katia Petrelli

 da Il Fatto Quotidiano del 31/07/2026

Francia e Usa guidano Kiev

Polonia: alert razzi “russi”

di Jo Meg Kennedy

Nella notte tra mercoledì e giovedì, le scale delle 46 metropolitane di Kiev sono state attraversate da 56 mila persone scese sottoterra per cercare riparo tra i binari. Fuggivano da quello che lo stesso ministero della Difesa russo ha definito un “attacco massiccio”, condotto con armamenti impiegati simultaneamente e in direzioni distinte. L’aeronautica ucraina ha contato 284 droni di tipo Shahed, inclusi droni esca, e 74 missili tra cui anche 4 Zircon/onyx, 9 Iskander M/S-400/KN-23, 61 Kh-101 Kalibr.

Due dei 61 missili da crociera Kh-101 hanno però deviato dalla rotta, oltrepassando il confine ucraino-polacco attorno alle 3.40 del mattino, violando lo spazio aereo polacco. Il primo è rapidamente rientrato in Ucraina, dove le esplosioni hanno colpito oltre alla capitale (un uomo ucciso e due feriti), Dnipropetrovsk (sei morti e dieci feriti), Kryvyi Rih (una bambina di 6 anni, due ragazzi di 11 e 17 anni e i loro genitori uccisi, con altri due bambini estratti vivi dalle macerie), Leopoli (34 i feriti tra cui tre bambini di 6, 13 e 15 anni) e Poltava (una persona uccisa). Il secondo missile è invece precipitato in un campo a 2 km dal villaggio di Tarnawa-Kolonia, nella provincia di Lublino, lasciando un cratere di circa dieci metri di diametro. A dirlo è stato l’esercito polacco, che, ha aggiunto di aver rilevato almeno una decina di razzi che sorvolavano l’Ucraina identificandoli come potenzialmente pericolosi per lo spazio aereo polacco.

Siamo solidali con la Polonia e continueremo a rafforzare la nostra prontezza a difenderci da qualsiasi minaccia. Questo incidente è l’ennesimo atto sconsiderato da parte della Russia e una pericolosa conseguenza della sua guerra contro l’Ucraina” ha detto il Segretario generale dalla Nato, Mark Rutte dopo l’attivazione delle difese aeree e terrestri sia polacche che dell’alleanza. A unirsi al messaggio di solidarietà e condanna anche Ursula von der Leyen, Antonio Costa, Emmanuel Macron e Friedrich Merz. Il premier polacco, Donald Tusk, invece si è affrettato a precisare che non c’era motivo di ritenere che il suo Paese fosse stato il bersaglio previsto del missile di Mosca, considerando che una violazione simile avrebbe potuto invece attivare l’art. 5 della Nato per la difesa alleata.

Alla potenziale escalation del conflitto, del lato dell’alleanza, potrebbe contribuire la notizia riportata ieri dal Financial Times sull’aiuto di intelligence Usa e francese a Kiev. Secondo alcuni funzionari ucraini infatti gli Stati Uniti e la Francia avrebbero fornito all’Ucraina l’intelligence che ha contribuito a “mappare i dispiegamenti di difesa aerea russi e a identificare i percorsi che consentono ai droni di eluderli e raggiungere obiettivi in profondità nel territorio russo” all’interno di quella che il nuovo ministro della Difesa, Yevhenii Khmara, definisce una “guerra sistemica”.

L’obiettivo non è più solo provocare incendi alle raffinerie o distruggere i serbatoi di stoccaggio, ma mantenere gli impianti fuori servizio più a lungo rendendo a Mosca ogni attacco più costoso.

da Il Fatto Quotidiano del 02/08/2026

Truppe, affari e armi: Meloni ha reso l’Italia

fedele alleata di Riad

di Lorenzo Giarelli


Accordi bilaterali da miliardi di euro, continue visite nel Golfo e una postura ben diversa dal passato. Dopo gli anni di crisi diplomatica tra l’Italia e l’Arabia Saudita (il governo Conte vietò l’export di armi al regime, responsabile dei bombardamenti in Yemen), Roma è oggi fedele alleata di Riad. Lo dimostrano le truppe italiane appena movimentate in Arabia Saudita nel bel mezzo dell’escalation con l’Iran, ma l’asse di oggi tra Meloni e bin Salman è figlio di un riavvicinamento per tappe.

Si parte da posizioni molto distanti. Ai tempi dell’opposizione, la leader di FDI parla di Riad come di un “regime” indegno persino di ospitare la Supercoppa Italiana: “Noi non abbiamo attraversato secoli di civiltà per poi ritrovarci così. Ma che schifo è?”. Arrivata a Palazzo Chigi, approfittando del riposizionamento già avviato da Draghi, Meloni manda avanti i suoi ministri. I primi a andare in visita in Arabia sono Antonio Tajani e Guido Crosetto. A febbraio del 2023, l’agenzia governativa Riad Spa riferisce di un colloquio telefonico tra il principe saudita e la premier in cui si valutano forme “di nuova cooperazione in diversi settori”. Il governo italiano non dà notizia della chiamata, mentre nelle stesse ore aveva diffuso comunicati per le telefonate con Emmanuel Macron e Pedro Sánchez. Segnali di avvicinamento.

A ottobre 2024 Crosetto riceve a Roma il suo omologo saudita, e gennaio 2025 è lui ad andare a Gedda. Ma soprattutto si muove Meloni. È il famoso vertice in tenda, pittoresca location dell’incontro tra la premier e bin Salman. È lì che si mettono le basi per la firma di una serie di accordi bilaterali che riguardano Difesa, commercio, sicurezza, sport, energia. Un pacchetto che Palazzo Chigi quantifica in oltre 10 miliardi di euro che coinvolge aziende come Leonardo, Fincantieri e Pirelli. Ma ciò che conta di più è l’intesa politica, premessa necessaria per un volume di investimenti ancora maggiore rispetto ai 10 miliardi dichiarati.

Ad aprile Meloni torna in Arabia, questa volta sperando soprattutto di strappare qualche garanzia sull’energia in piena crisi a Hormuz. A giugno sono i sauditi a venire a Roma, nella strana formula di diplomazia privata del think tank FII Institute, di cui fa parte anche Matteo Renzi: Meloni manda un video-messaggio, Crosetto partecipa in persona prima di tornare, pochi giorni fa, in Arabia per un altro summit.

Saltato lo stop all’export di bombe, riprendono quello ed altri commerci. Leonardo fa affari d’oro: nell’estate 2025 l’Arabia ordina due unità aeree dedicate alla lotta anti-incendio e al trasporto medico; a febbraio 2026 Riad ordina quattro C-27J Maritime Patrol Aircraft, pezzo pregiato dell’offerta Leonardo; poche settimane fa un nuovo ordine, stavolta di 11 elicotteri. In futuro l’Arabia punta anche a entrare nel programma Gcap, ovvero la collaborazione Italia-Giappone-Regno Unito per costruire caccia di sesta generazione. Webuild, per dirne un’altra, porta a casa un contratto da 4,7 miliardi per lo sviluppo della città saudita Neom. Sullo stesso progetto trova fortuna pure Sace, con garanzie ai prestiti per oltre 3 miliardi. Ottimi motivi per indurre Meloni a dimenticare le bizze del passato, un lusso da opposizione: il business a nove zeri varrà bene qualche centinaio di militari in aiuto del regime.