lunedì 24 agosto 2026

Franco Barbero, 1981

PER PROSEGUIRE LA RICERCA

 

In questa ultima parte, vorrei semplicemente mettere davanti agli occhi del lettore l’elenco dei passi in cui nel vocabolario greco del Nuovo Testamento si parla di upomené, cioé di perseveranza e costanza. Chi vorrà potrà prolungare una riflessione che queste pagine hanno appena avviato. Ecco i passi:

«Chi avrà tenuto duro fino alla fine, questi sarà salvato» (Mt 10, 22)

« Chi avrà tenuto duro fino alla fine, questi sarà salvato» (ML 24, 13)

«Chi avrà tenuto duro fino alla fine, questi sarà salvato» (Mc. 13, 13)

«.. i semi caduti nella terra buona indicano quelle persone che ascoltano la parola di Dio con cuore sincero, la custodiscono e portano frutto con la loro perseveranza» (Lc. 8, 15).

« Se saprete resistere fino alla fine, salverete voi stessi» (Lc., 21, 19).

«… Dio pagherà ciascuno per quello che avrà fatto. Darà vita eterna a coloro che cercano gloria, onore e immortalità operando il bene con perseveranza» (Rm. 2, 7).

« Siamo addirittura orgogliosi delle nostre sofferenze, perché sappiamo che la sofferenza produce perseveranza, la perseveranza ci rende forti nella prova, e questa forza ci apre alla speranza» (Rm. 5. 3-4).

« Sperare quel che non vediamo significa attenderlo con perseveranza» (Rm. 8, 25).

« Siate perseveranti nella tribolazione e assidui nella preghiera » (Rm. 12, 12).

« Tutto cio che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché teniamo viva la nostra speranza con la perseveranza e la consolazione che ci vengono dalle Scritture. E quel Dio che solo può darvi perseveranza o corvaggio, vi dia la capacità di vivere d'accordo tra voi, come vuole Gesù Cristo» (Rm. 15, 4-5).

« Chi ama, tutto scusa, di tutti ha fiducia, tiene duro di fronte a qualunque evenienza, non perde mai la speranza » (I Cor 13, 7).

«Se siamo comsolati, è perché voi riceviate quella consolazione che vi farà sopportare con perseveranza quelle sofferenze che anche noi sopportiamo» (2 Cor 1, 6).

« In ogni caso ci presentiamo come ministri di Do, con molta costanza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce...» (2 Cor 6, 4).

« Io sono un vero apostolo; lo provano le azioni che ho compiuto in mezzo a voi con grande perseveranza» (2 Cor 12, 12).


Sta di fatto che questo profeta del Regno incontra molta opposizione nei capi, nei detentori del potere sacerdotale, nei seguaci delle varie scuole teologiche. Gli stessi zeloti, partigiani nazionalisti, non possono che osteggiarlo per il suo rifiuto di lasciarsi coinvolgere in un progetto di « rivoluzione nazionalistica ».

La gente ora lo segue, ora lo abbandona.

I dodici passano dall’euforia alla totale diserzione.

Questo profeta che desacralizza il potere e le istitozioni, che non dispensa mai dal cambiamento del cuore, non incontra fortuna, ma resistenza.

Il Gesù resistente, se perdonate questo giochetto di parole, nasce dall'impatto con questa resistenza-opposizione crescente che lo attornia, che diventerà congiura o abbandono. Colui che mette al primo posto l'adempimento della volontà del Padre, accetterà di fare i conti con il contrasto, la «tentazione», la lotta. In questa luce leggeremo tutta la vicenda di quest’uomo che Dio ci ha donato come suo «inviato»: egli è innamorato della vita, della felicità, del piacere, della poesia, ma deve spesso fare i conti con tutto ciò che non è vita e non vuole la vita.

Il vangelo di Matteo, che ci descrive al cap. 4 l’episodio delle «tentazioni» (concentrate in un episodio la lotta, che invece, occupò tutto l’arco della vita di Gesù), proietta già sulle origini di questo novello Mosé-liberatore, l’ombra densissima della persecuzione, dell'ostilità, del sangue.

Anche se la congiura gli cresce attorno, egli sale a Gerusalemme, e i vangeli sinottici ritmano questo suo viaggio con i tre annunci della passione. Nel vangelo di Marco Gesù apre la strada verso Gerusalemme:

egli «tira», fa la strada da solo al gruppo dei dodici che è preso dalla paura: «... Gesù camminava davanti a loro...; coloro che venivano dietro erano pieni di paura» (Mc. 10,32). Il Gesù che deve fare i conti con l'abbandono della gente (Gv. 6), con la cecità dei discepoli, con la fuga dei dodici, non è forse il Gesù resistente? Se nel Getsemani Gesù deve registrare il sonno dei dodici, sulla croce lo abbandona anche il Padre.

Il Gesù di Nazareth, che fonda la nostra fede in Dio, non è il banditore triste di un messaggio ascetico e mortificante, un profeta dolorista. Tutt'altro. A lui preme la vita: vivere e mettersi a servizio della vita.

Semplicemente, nella fedeltà a questa consegna, accetta di fare i conti con l'ostilità, la sofferenza, la condanna: ecco la sua resistenza.

Il discepolo che abbraccia la volontà del Padre nella sequela di Gesù, dovrà spesso misurarsi con questa esperienza del Maestro. Al centro però non c’è la resistenza, ma la volontà di far posto al Regno di Dio e alla sua chiamata. Essa, semmai, può esserne la conseguenza. Colui che ha aperto la strada, rende possibile la resistenza.

Vorrei dire che, in qualche modo, tutto il messaggio biblico sulla resistenza-perseveranza va letto alla luce della vicenda di Gesù di Nazareth, che ha posto mano all’aratro e non si è più voltato indietro.

 

Franco Barbero, 1981

 

RIFLESSIONE finale da "Proseguendo nella vita quotidiana”

 Parola e silenzio

Ho tanto bisogno della Tua parola, 0 Dio.

Eppure nella mia vita Tu, o Dio, mi hai fatto un dono che ho vissuto ogni giorno.

Ogni giorno sono riuscito a dare spazio al silenzio.

Lo vivo come un appuntamento con Te, Dio che parli sempre ai nostri cuori.

Ho sempre, notte e giorno, cercato e vissuto lo spazio del silenzio, come parole dell’altro, come spazio tutto per Te, tra gioia e pianto.

Nel silenzio ho imparato a dare spazio all’altro, a Te che proprio lì fai brillare la Tua misteriosa presenza.

Grazie delle Tue parole che negli spazi del silenzio sono diventate lampade accese e la gioia di saperti presente.

Ancora oggi Tu mi hai fatto sentire la Tua presenza: è la gioia che mi mette in cammino per la giornata che si apre.

Grazie, o Dio, nel silenzio sento parole di vita e ridico al mio cuore che ci sei, e sei tanto vicino, sei entrato in esso anche oggi.

Fratello, sorella non mancare a questo incontro con Dio, spesso senza trovare una parola.

Caro fratello, cara sorella non mi sento di offenderti se ti dico: “cerca un abbondante silenzio”.

Non è tempo perso. Dio è pronto ad aprire la porta dei nostri cuori.

                         don Franco Barbero – agosto 2026

 da Adista del 06/2026

AGESCI e persone LGBT+

Quando la normalità arriva prima dei documenti

di Andrea Rubera (portavoce di Cammini di Speranza, associazione nazionale persone LGBT+ cristiane)


Quando il Consiglio Generale di AGESCI ha approvato il documento “Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo: le coordinate del cammino associativo”, gran parte dei titoli si è concentrata su un aspetto: l’orientamento affettivo e l’identità di genere non possono costituire motivo automatico di esclusione nel discernimento relativo al servizio educativo.

E’ una formulazione importante. Ma per comprenderne davvero la portata bisogna evitare due letture opposte e ugualmente riduttive. La prima è quella dello scandalo: AGESCI che rompe improvvisamente con la propria tradizione. La seconda è quella della rivoluzione: AGESCI che inaugura una stagione completamente nuova.

In realtà il documento sembra raccontare qualcosa di diverso. Non introduce una realtà inesistente. Riconosce una realtà che, in molte comunità scout, esiste già.

Una storia che nasce dal cambiamento

Per capire questo passaggio vale la pena ricordare che AGESCI nasce nel 1974 dalla fusione tra ASCI e AGI, le storiche associazioni scout cattoliche maschile e femminile. Anche allora non si trattò semplicemente di un riassetto organizzativo. La scelta della coeducazione rappresentò una trasformazione culturale importante. Chiese di ripensare il modo di vivere la proposta educativa, il rapporto tra ragazzi e ragazze, il ruolo degli adulti e delle comunità.

Fin dall’inizio, uno degli elementi caratterizzanti dell’associazione è stato il ruolo della Comunità Capi: non un organismo burocratico, ma il luogo in cui l’esperienza educativa viene letta, verificata e tradotta in scelte concrete. Per questo, il termine del documento approvato nel 2026 è probabilmente proprio “discernimento”. AGESCI non rinuncia a valutare le persone chiamate al servizio educativo. Afferma però che orientamento affettivo e identità di genere non possono sostituire quel discernimento né trasformarsi in una condanna preventiva.

Quando essere scout e essere gay sembrava incompatibile

Per chi appartiene alla mia generazione, questo passaggio assume un significato particolare. Io e mio marito Dario siamo cresciuti nello scoutismo cattolico. Abbiamo vissuto anni intensi di formazione, amicizie, servizio e ricerca spirituale. Lo scoutismo è stato uno dei luoghi che più hanno contribuito alla costruzione della nostra identità adulta. Eppure, quando la nostra relazione è diventata una storia concreta, ci è sembrato naturale allontanarci. Nessuno ci ha espulsi. Nessuno ci ha detto apertamente che non c’era posto per noi. Semplicemente non riuscivamo a immaginare che una coppia omosessuale potesse essere riconosciuta dentro l’orizzonte educativo e comunitario che avevamo conosciuto.

Guardando oggi quella stagione, mi colpisce soprattutto questo: il problema non era tanto una norma quanto un immaginario. L’idea che amore omosessuale e appartenenza ecclesiale fossero destinati a restare su binari separati.

L’imbarazzo del 2010

Molti anni dopo, nel 2010, con alcuni amici di Nuova Proposta, il gruppo romano di persone LGBT cristiane, provammo a aprire un dialogo. Incontrammo alcuni referenti nazionali di AGESCI per proporre percorsi di formazione dedicati ai temi dell’accoglienza delle persone LGBT+. L’obiettivo era molto concreto: aiutare i capi ad accompagnare adolescenti LGBT che spesso vivevano la scoperta di sé come una frattura tra fede, affetti e appartenenza comunitaria. L’incontro fu cordiale. Non trovammo ostilità. Trovammo però qualcosa che allora era molto diffuso nel cattolicesimo italiano: l’imbarazzo. La sensazione che il tema fosse percepito come importante ma che mancassero ancora linguaggi, strumenti e riferimenti condivisi per affrontarlo. La proposta non ebbe seguito.

Eppure, a distanza di quindici anni, quell’episodio appare quasi come una fotografia di un paesaggio storico: la consapevolezza che una questione esisteva già, senza che esistesse ancora una grammatica capace di raccontarla.

La realtà incontrata con i nostri figli

La sorpresa più grande è arrivata negli anni successivi. E’ arrivata quando abbiamo iscritto i nostri figli agli scout. Portavo con me il ricordo di una stagione in cui la nostra relazione sembrava incompatibile con l’appartenenza scout. Mi aspettavo almeno qualche forma di disagio.

Abbiamo trovato altro. Dal primo colloquio fino alla vita ordinaria del gruppo, la nostra famiglia è stata accolta come una famiglia. Nelle riunioni dei genitori, nelle attività, nei campi e nelle occasioni comunitarie, la nostra presenza non è mai stata un problema.

NEL SEGNO DI RUT

 

Compagna non di un giorno ma della speranza

compagna che vivi la parola che dà libertà

Sulla tua bocca, nelle tue mani,

spunta un sorriso che il vento disseminerà.

Per tutti gli angoli d’America Latina

la voce della giustizia viene riscattata

la rete della tenerezza e già lanciata.

Donna, esci dalla paura e corri verso la solidaretà

il tempo del silenzio è stato fecondo

hai conservato le tue parole nel

fondo del tuo essere… e oggi

germogliano spontanee... non soffocano più.

In un canto alla vita dici: "ADESSO BASTA!”.

 

Ana Mercedes Pereira

 

“Ma Rut rispose; ‘Non insistere con me perché ti abbandoni e

torni inedietro senza di te; perché dove andrai tu andrò anch'io;

dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e

il tuo Dio sarà il mio Dio; dove morirai tu morirò anch'io e vi

sarò sepolta. Il Signore mi punisca come vuole, se altra cosa

che la morte mi separerà da te’ “ (Rut 1,16-17).

 

“E le donne dicevano a Noemi: "Benedetto il Signore, il quale

oggi non ti ha fatto mancare un riscattatore perché il nome del

defunto si perpetuasse in Israele! Egli sarà il tuo consolatore e

il sostegno delle tua vecchiaia; perche lo ha partorito tua nuora che ti ama e che per te vale più di sette figli” (Rut 4, 14-15).

 

Luisa BRUNO, Carla GALETTO,Doranna LUPI

Quaderno di VIOTTOLI

domenica 23 agosto 2026

 da Pressenza del 20/08/2026

Gaza, MSF su archiviazione inchieste: “Questa non è giustizia”

di Medecins sans Frontieres



Medici Senza Frontiere (MSF) condanna con fermezza la decisione dell’Avvocatura Generale Militare israeliana (MAG) di archiviare, senza aprire alcuna indagine penale, i casi presentati da MSF per una revisione: i numerosi attacchi contro un convoglio di MSF avvenuti a Gaza City nel novembre 2023, che hanno causato la morte di 2 persone e l’attacco del febbraio 2024 contro un alloggio di MSF a Khan Younis, che ha ucciso 2 persone e ne ha ferite altre 6.

Purtroppo, questa decisione non sorprende. Le risposte delle autorità arrivano quasi due anni dopo la richiesta di revisione presentata da MSF, a cui è seguito un ricorso presso l’Alta Corte di Giustizia israeliana per contestare la mancata risposta alle richieste formali dell’organizzazione.

Questa non è giustizia. Due anni di silenzio, seguiti da archiviazioni che sollevano più interrogativi di quanti ne risolvano, sono inaccettabili. Tuttavia, rappresentano l’esito prevedibile di un apparato militare che indaga su sé stesso: un sistema che ha dimostrato di non essere disposto a rispondere alla portata delle violazioni che potrebbero configurare crimini di guerra commessi a Gaza.

Membri dello staff di MSF e loro familiari hanno perso la vita. I loro nomi sono noti. Le loro posizioni erano state condivise. I loro veicoli erano chiaramente identificabili. MSF ha sempre sostenuto che tutti gli elementi indicano una chiara responsabilità dell’esercito israeliano negli attacchi che li hanno uccisi. Eppure, coloro che sono responsabili della loro morte hanno deciso di non avviare alcuna indagine penale.

Con questa decisione, l’Avvocatura Generale Militare israeliana ha chiarito che non vi è alcuna prospettiva di assunzione di responsabilità all’interno del sistema giuridico israeliano per l’uccisione del personale di MSF, proprio come non vi è stata alcuna assunzione di responsabilità per il genocidio in corso perpetrato da Israele contro i palestinesi.

Da ottobre 2023, un totale di 15 membri del personale di MSF sono stati uccisi a Gaza dalle forze israeliane. Si tratta solo di una parte dei 1.700 operatori sanitari che sono stati uccisi in quel periodo. Le forze israeliane continuano a uccidere civili impunemente, come dimostrano chiaramente queste decisioni della MAG.

La decisione di “archiviare” questi episodi deve essere compresa nel giusto contesto: a Gaza sono state uccise decine di migliaia di palestinesi. Le strutture sanitarie sono state distrutte. I convogli umanitari sono stati colpiti. Giornalisti, personale medico, personale delle Nazioni Unite e operatori umanitari sono stati uccisi in numero senza precedenti in qualsiasi conflitto recente.

MSF ribadisce quanto affermato sin dall’inizio di questa violenza: non esiste alcun obiettivo militare che giustifichi il sacrificio indiscriminato di civili. E non esiste alcuna indagine militare interna che possa sostituirsi a un’autentica, indipendente e imparziale assunzione di responsabilità.

Chiediamo che i casi che coinvolgono i nostri colleghi siano esaminati da un organo investigativo imparziale.

Ai colleghi che abbiamo perso e agli innumerevoli civili e operatori e operatrici umanitari che hanno perso la vita a Gaza: non permetteremo che le vostre morti vengano archiviate come incidenti procedurali inevitabili. Meritavate protezione. Meritate giustizia.

 da Pressenza del 20/08/2026

Armi e affari. Cosa succede in Italia ?



La rivista ‘Settimananews’ ha pubblicato pochi giorni fa sul tema della produzione di armi una intervista di grande interesse con Gianni Alioti, uno dei maggiori esperti del tema in Italia, dell’associazione Weapon Watch. Ve ne proponiamo alcuni passi. Nell’intervista vengono sfatati molti luoghi comuni sul tema.

A livello “macro” non esiste alcuna ricerca o studio che ricostruisca il quadro d’insieme della trasformazione dell’industria manifatturiera in Europa o nei singoli paesi.

Al contrario, troviamo un’ampia pubblicistica, perlopiù parziale, che fa discendere – da pochi casi aziendali – un generalizzato processo di riconversione dal civile al militare grazie al “boom” del riarmo.

Come, ad esempio, il recente articolo “Dall’auto al cannone” scritto da Fabrizio Maronta e apparso nell’ultimo numero di Limes 6/2026. Un testo impeccabile fintanto che descrive e analizza «l’entità dello tsunami che ha investito il pilastro dell’industria tedesca» e le sue cause, molto meno quando cerca di documentare il passaggio in Germania «dal produrre auto al produrre armi» quale soluzione al declino industriale.

Trasformare una fabbrica di auto in una di carri armati o di missili, si sta dimostrando ovunque (con poche eccezioni) una scelta industriale non conveniente, pertanto irrealizzabile.

In Italia non c’è stata ad oggi, né si intravvede all’orizzonte, alcuna trasformazione di fabbriche di auto in fabbriche di armi.

Gli unici tre casi di riconversione produttiva, dal 2022 al 2026, dal civile al militare nel nostro paese non riguardano il settore automotive.

Il primo caso è relativo al sito Faber di Castelfranco Veneto, tornato nel 2025 alla produzione di bossoli e ogive della preesistente ex Simmel Difesa (chiusa nel 1998), dopo 27 anni di produzione nel civile di bombole e sistemi per gas ad alta pressione.

Il secondo è la conversione in atto del sito Fincantieri di Castellamare di Stabia: dalla costruzione di navi commerciali e traghetti veloci a quella di fregate, che sono navi di supporto logistico e di pattugliamento in campo militare.

Il terzo riguarda la trasformazione del sito di Anagni (ex Simmel Difesa), ora proprietà di Knds Ammo Italy, azienda controllata dal gruppo franco-tedesco KNDS, principale produttore di carri armati e artiglieria pesante in Europa. Finora impiegato in attività di demilitarizzazione, con disinnesco di materiali esplosivi, recupero e trattamento di ordigni, il sito di Anagni produrrà nitrogelatina, materia prima per la realizzazione di propellenti usati per munizionamento (quello prodotto da KNDS a Colleferro) e per sistemi missilistici.

Senza timore di essere smentito, posso tranquillamente affermare che i casi reali di riconversione dal civile al militare, specie nel settore automotive sono pochi in Germania, pochissimi in Francia, inesistenti in Italia. Pertanto, non costituiscono affatto un paradigma per l’intera industria manifatturiera europea.

Ci sono però molte cose di cui inquietarci. L’importante è leggere correttamente la realtà, per non prendere “abbagli”.
Ci sono sempre più narrazioni ingannevoli che cercano di farci credere che la montagna di denaro pubblico investito nel riarmo sia, non solo una necessità sul piano strategico-militare, ma anche un’opportunità unica sul piano economico-industriale.

Lo è, indubbiamente, per i fabbricanti d’armi che moltiplicano ricavi, portafoglio ordini, utili e dividendi, mentre i loro titoli in borsa volano grazie al capitalismo finanziario, che investe nelle guerre e nel riarmo degli Stati. È altrettanto fisiologica la crescita della produzione di beni e di servizi militari e, con impatti più modesti, del numero di occupati nel settore.

Ma ciò a cui assistiamo, non è – tranne pochissimi casi – una riconversione al militare di aziende civili, bensì la concentrazione delle attività dei principali player del settore aerospaziale e difesa – come Leonardo e Rheinmetall – nel business militare, la costruzione di nuovi stabilimenti (specie per droni, missili, munizioni ed esplosivi) e l’ampliamento di quelli già esistenti. È quanto stanno facendo Leonardo e MBDA alla Spezia, Fincantieri al Muggiano e Riva Trigoso, RWM Italia a Domusnovas, KNDS a Colleferro ecc.).

Nel contempo, cresce un’enorme pressione da parte di Leonardo e Confindustria – quindi del Governo e delle amministrazioni regionali – ad integrare il maggior numero di piccole e medie imprese che operano in settori civili – automotive, ma non solo – nella catena di sub-fornitura militare.

Si tratta, in prevalenza, di aziende di componentistica che diversificano parzialmente il loro portafoglio clienti, integrandosi alle catene di sub-fornitura dei principali prime contractor dell’industria militare in Italia: aziende, ad esempio, che producono sensori, cavi speciali, software o valvole idrauliche e iniziano a vendere una parte della loro produzione (spesso meno del 10%) ai big della Difesa operanti nel nostro paese (Leonardo, Fincantieri, Rheinmetall, MBDA, Avio Aero, Thales Alenia Space, ELT, Avio Space ecc.).

Le tecnologie e i lavoratori, così come i prodotti e i processi produttivi di queste aziende di componentistica non sono oggetto di alcuna riconversione, ma solo di una riallocazione delle risorse.

Allo stesso modo, piccole imprese di meccanica di precisione e di elettronica nei distretti industriali di Brescia, Bergamo, Torino, sperano di compensare la contrazione del mercato automotive iniziando a vendere lo stesso tipo di ingranaggi, pistoni o schede elettroniche ai prime contractor di veicoli militari, come la Iveco Defence Vehicles e la Leonardo-Rheinmetall. Finiscono, però, per accorgersi presto che, oltre alle specifiche tecniche, cambiano soprattutto i volumi di produzione per anno: milioni per le auto, migliaia per i veicoli corazzati da combattimento e trasporto.

Ci sono poi distretti regionali emergenti nell’aerospazio, come quello umbro, inseriti in rapporti di partnership e nelle catene di subfornitura di prime contractor internazionali, come Airbus, Boeing e Embraer, che operano sia in campo civile, sia militare.

Analizziamo le 75 nuove aziende iscritte nel registro nazionale delle imprese esportatrici di materiale d’armamento nel 2025. Ad esclusione della nuova joint venture Leonardo Rheinmetall Military Vehicles Srl e della nuova azienda Baykar Piaggio Aerospace Spa, le nuove aziende iscritte non producono sistemi d’arma completi, ma si inseriscono nella fornitura di componenti critiche, principalmente in tre categorie:

1. Elettronica, Sensori e Laser: aziende nate civili che ora adattano le proprie tecnologie per scopi duali o militari. Un esempio consolidato è Gem Elettronica (sistemi radar e di navigazione), affiancata da decine di piccole-medie imprese specializzate in ottica di precisione e circuiti stampati avanzati.

2. Software, Cyber-Intelligence e IA: ad esempio, Cy4Gate (specializzata in cyber intelligence e sicurezza) e altre aziende del gruppo Tinexta, insieme a numerose startup di intelligenza artificiale: stanno firmando contratti crescenti con le forze armate per la protezione delle reti strategiche e l’analisi dati.

3. Meccanica di precisione, Fluidodinamica e Materiali Compositi: molte piccole-medie imprese del Nord Italia, in particolare nei distretti manifatturieri di Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna, che storicamente rifornivano l’automotive o l’oleodinamica civile, hanno iniziato a produrre valvole speciali, guarnizioni ad alta resistenza, cavi schermati e scocche in carbonio e altro: materiali destinati ai veicoli ed elicotteri militari o ai droni.

Gli unici (e ingenti) investimenti pubblici da parte di Stati e UE sono destinati al rafforzamento della base industriale della Difesa e all’acquisto di nuovi armamenti.
La stessa scelta della UE che mantiene vincoli rigidi, in base al Patto di Stabilità e Crescita, per qualsiasi tipologia di spesa pubblica tranne che per le spese militari, è ascrivibile a questa logica spuria che, mentre abiura l’intervento dello Stato nell’economia, affida le politiche di investimento pubblico al complesso militare-industriale.’ (Gianni Alioti)


 da Pressenza del 22/08/2026

Israele e America Latina: le relazioni pericolose

di Marco Consolo – Redazione Italia



La strategia militare ed il controllo degli algoritmi

Da tempo è in corso un’operazione internazionale di controllo e ridefinizione geopolitica promossa da Stati Uniti e Israele su diversi paesi dell’America Latina e dei Caraibi. Una strategia politica, economica, militare e digitale di natura sistematica, che continua a svilupparsi e si intensifica progressivamente nella regione.

In questa riconfigurazione geopolitica del continente, la “sicurezza” è uno dei principali strumenti degli Stati Uniti e di Israele per il controllo dell’energia, della biodiversità, dell’acqua, dei minerali critici, dei corridoi logistici e delle catene di approvvigionamento globali. Questo obiettivo ha accelerato l’esternalizzazione delle funzioni statali alle imprese di sorveglianza private, sicurezza ed intelligence. Attraverso la “modernizzazione tecnologica” si consolida il dominio, mentre la guerra, lo spionaggio e il controllo sociale diventano mercanzia da offrire.

Da tempo, la presenza israeliana non si limita più alla vendita di armi. Negli ultimi anni si è ampliata all’uso del Big Data per manipolazioni elettorali o colpi di Stato digitali, allo sviluppo e alla commercializzazione di software spia, sistemi ed operazioni di intelligence, strumenti di sorveglianza digitale di massa e piattaforme di analisi algoritmica utilizzate sia dai governi, che da attori privati.

Le intercettazioni audio rilasciate dalla piattaforma Hondurasgate.ch e pubblicate da Canal Red Latin America hanno evidenziato il ruolo crescente delle aziende israeliane specializzate nell’intelligence privata, nella sicurezza informatica e nella sorveglianza tecnologica. Un elemento relativamente recente nell’offensiva imperialista contro i governi progressisti e di sinistra dell’America Latina e dei Caraibi. Un’offensiva che si è intensificata, e che non si limita più all’aspetto militare, ma è caratterizzata dalla “Guerra di Quarta Generazione” (G4G). Una guerra ibrida che oltre ai tradizionali ricatti economici, le operazioni finanziarie ed il più recente uso del lawfare (guerra giudiziaria), entra a gamba tesa nei processi politici ed elettorali della regione con “golpe blandi”, grazie all’uso spregiudicato del Big Data, con massicce operazioni mediatiche e culturali.

In questa guerra, Israele è in prima fila nei servizi di intelligence statali e privati al servizio degli Stati Uniti, svolgendo operazioni di manipolazione digitale, campagne di disinformazione coordinate, spionaggio informatico e alterazione dei risultati elettorali.

I colpi di Stato digitali

Il fronte della guerra digitale è particolarmente decisivo, sia per quanto riguarda la manipolazione delle coscienze, sia per la falsificazione dei dati elettorali e porta allo scoperto il nuovo paradigma della guerra ibrida di interferenza politica.

Ma andiamo con ordine.

Nel primo caso, uno degli strumenti principali della G4G è la dissociazione cognitiva per annullare la nozione di identità a sostegno della sovranità nazionale e popolare. Già nel 2015, in Argentina, c’era stato il precedente di Steve Bannon e la sua Cambridge Analytica contrattato dalla destra locale per la vittoriosa campagna elettorale di Mauricio Macri.

Come scrive Jorge Elbaum, “Tre strumenti concentrano oggi il potere di interferenza elettorale: i deepfake, la microsegmentazione e i pregiudizi algoritmici standardizzati. I primi consentono di creare immagini, video o audio verosimili, sebbene generati artificialmente. La microsegmentazione identifica le predisposizioni, le paure e le debolezze di specifici gruppi di elettori per indirizzare loro messaggi su misura: ad esempio, convincere i proprietari di animali domestici che i progressisti intendono imporre tasse su cani e gatti. I pregiudizi algoritmici, a loro volta, consentono alle grandi multinazionali di orientare raccomandazioni e contenuti in base ai propri interessi economici e neocoloniali”.

La controffensiva imperiale

C’è una chiara sequenza degli ultimi passi della strategia imperiale per annullare totalmente o parzialmente la sovranità altrui e sottomettere nemici, concorrenti, oppositori, ma anche alleati, trasformati in obiettivi per la loro sottomissione e tutela.

A marzo c’era stato il lancio dello “Scudo delle Americhe” fortemente voluto dal falco Marco Rubio, Segretario di Stato e proconsole di Trump per la regione.

Dal 7 al 10 luglio, si era tenuta a Cusco (Perù), la XVII riunione dei Ministri della Difesa di tutto l’emisfero occidentale, convocata come sempre dal Dipartimento di Stato e dal Comando Sud degli Stati Uniti, e non dai governi latinoamericani. La Dichiarazione di Cusco riporta i principali accordi su “lotta contro la droga, la migrazione e la criminalità”.

Come ha detto il segretario di Stato aggiunto, Albridge Colby, dal primo incontro nel 1995 molte cose sono cambiate. “Siamo arrivati ad assumere il ruolo di garanti della Dottrina Monroe. … che consiste nel proteggere la nostra sicurezza e i nostri interessi potenziando e abilitando le nazioni latinoamericane”.

Come sostiene l’analista peruviano Ricardo Soberón “Oggi siamo di fronte alla “Guerra alla droga 2.0” che non fa che ripetere gli errori della precedente (più bastone e meno carota, fumigazione con glifosato, interdizione ed estradizione)”. Una guerra sbagliata e che non ha portato a nessun risultato.

Continua Soberón, “Il vertice è stato segnato dalla linea dettata da Marco Rubio, a partire dalla sua nuova Dottrina per la Sicurezza Nazionale (2025) e dalla Dottrina della Difesa Nazionale (2026). Colby ha sostenuto un realismo flessibile che dà priorità agli interessi nazionali degli Stati Uniti. Nella fattispecie, la lotta contro la “criminalità organizzata transnazionale” sarà fatta in America Latina, non certo nel territorio statunitense. Non a caso, il concetto di criminalità organizzata transnazionale, secondo Marco Rubio e lo stesso Donald Trump è associato direttamente ai governi progressisti o di sinistra, non in linea con la politica imperiale statunitense. Negli ultimi mesi sono fioccati gli attacchi contro Nicolàs Maduro, Evo Morales, Rafael Correa, Gustavo Petro e persino la Presidente del Messico, Claudia Schembaun”.

Oggi, sulla falsa riga degli attacchi forsennati della Casabianca contro qualsiasi organizzazione progressista negli USA (antifa, organizzazioni dei migranti, chiese progressiste, femministe, etc.) ricompare nel sud del continente l’ambiguo concetto di terrorismo narco”. Una definizione che mette insieme soggetti sociali molto diversi compresi quelli che svolgono una legittima protesta (sindacati, movimenti ambientalisti, organizzazioni di coltivatori di coca, popolazioni originarie, etc.).

Come si ricorderà, negli anni ’70, fu proprio nella famigerata Scuola delle Americhe delle FF.AA. degli Stati Uniti che fu coniata ed inculcata la Dottrina della Sicurezza Nazionale ai militari latinoamericani. Una dottrina che creò il fantasma e la figura del “nemico interno”, allora attribuito a “comunisti e rivoluzionari” ed ora, alla “criminalità organizzata transnazionale”.

Il 10 luglio si è svolta una riunione a Miami (con più di 60 governi). Una chiamata alle armi degli alleati, come rappresentazione plastica del dominio imperiale.

L’obiettivo è appunto quello di costruire “nemici interni” che giustifichino interventi contro i governi progressisti e consolidare un’architettura di dominio permanente sull’America Latina, instaurando un’associazione automatica tra i governi di sinistra e la criminalità. Un corollario della “Dottrina Donroe” enunciata da Donald Trump alla fine del 2025.

Da ultimo in ordine di tempo, l’11 agosto a Panama è seguito l’annuncio della creazione di una “forza operativa contro la criminalità organizzata” sotto l’ombrello dello “Scudo delle Americhe”, con l’adesione di 18 paesi che ne fanno parte.

Il “braccio operativo del Comando Sud” sarà guidato dal generale di divisione dei Marines degli Stati Uniti, Kevin Jarard. Ufficialmente si dovrà occupare dello scambio di informazioni di intelligence, di rafforzare l’addestramento congiunto e l’interoperabilità delle forze militari partecipanti e, al contempo, sostenere le operazioni di intercettazione marittima.

Come prima misura, il Segretario della Guerra USA, Pete Hegseth, ha annunciato operazioni militari congiunte con le FFAA colombiane contro “i narcos”, che il neopresidente colombiano aveva autorizzato in spregio alla costituzione colombiana (Art. 173) che assegna al Senato l’autorizzazione esclusiva.

Ma sarebbe un errore pensare che gli Stati Uniti agiscano da soli. Al contrario, Israele ha un ruolo chiave in questa contro-offensiva.

La “coalizione Epstein”, l’”Hondurasgate” e l’ingerenza annunciata

Facciamo un passo indietro. È utile ricordare che il 29 dicembre 2025, il Presidente Trump si è riunito con il primo ministro israeliano Netanyahu a Palm Beach, in Florida. Il vertice della “coalizione Epstein” è stato il quinto dello scorso anno negli Stati Uniti.

Pochi mesi dopo, grazie alle intercettazioni di conversazioni tra esponenti della destra honduregna, è scoppiato il cosiddetto Hondurasgate, uno dei più grandi scandali documentati di interferenza politica statunitense e israeliana in America Latina del XXI secolo.

Il suo primo bersaglio è stato “l’anello debole” dell’Honduras, prima con la manipolazione di importanti segmenti elettorali, poi direttamente con la falsificazione dei risultati elettorali. Il tutto per spianare la strada alla vittoria delle destre, al servizio degli interessi statunitensi ed israeliani.

Come si ricorderà, pochi giorni prima delle elezioni in Honduras, Donald Trump aveva gentilmente graziato l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández dalla condanna a 45 anni di carcere per narcotraffico, per aver introdotto 450 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti. Nelle intercettazioni Hernández rivelava le pressioni a suo favore della lobby sionista degli Stati Uniti, nonché l’intervento dello stesso Netanyahu per ottenere la sua scarcerazione, a cambio del suo ruolo di operatore al servizio degli Stati Uniti e di Israele. Come parte dell’accordo per ottenere la grazia, oltre alla costruzione di nuove basi militari statunitensi nella regione, si dà anche il via libera all’arrivo di aziende specializzate in intelligenza artificiale e “tecnologie di sorveglianza” legate ai servizi segreti israeliani.

In una di queste conversazioni, Hernández chiede fondi per dar vita a un’«unità di giornalismo digitale» con sede negli Stati Uniti, con la diffusione di notizie false contro i governi di sinistra in America Latina (in particolare Colombia, Messico e Brasile) e contro gli ex presidenti honduregni Manuel Zelaya e Xiomara Castro. Hernández sostiene anche che il Presidente argentino Javier Milei avrebbe già contribuito con 350.000 dollari. Quella struttura “giornalistica” dedicata alla guerra cognitiva amplificata dall’infrastruttura dell’IA, dalle “reti sociali” e dalla propaganda mediatica tradizionale, dalle parole è passata velocemente ai fatti per la “vittoria” delle destre più reazionarie, grazie alla manipolazione delle coscienze e alla frode elettorale.

In meno di tre mesi, Honduras, Colombia e Messico hanno affrontato campagne di attacco sui media tradizionali, operazioni di disinformazione, hackeraggio sulle “reti sociali” e attacchi informatici che hanno preso di mira anche i sistemi di conteggio e trasmissione dei dati elettorali.