Ad un omosessuale, 1971
Tu abiti
spesso
l’inferno tragico
della clandestinità
per l’arroganza
di chi crede
che esser diverso
da iui
significhi
essere spregevole.
Vince ancora
la squallida normalità
che non sopporta
il mistero.
Perché
Perché la lampada si spense?
La coprii col mantello
per ripararla dal vento,
ecco perché la lampada si spense.
Perché il fiore appassì?
Con ansioso amore
me lo strinsi al petto,
ecco perché il fiore appassì.
Perché il ruscello inaridì?
Lo sbarrai con una diga
per averlo solo per me,
ecco perché il ruscello inaridì.
Perché la corda dell’arpa si spezzò?
Tentai di trarne una nota
al di là delle sue possibilità,
ecco perché la corda si spezzò.
R. Tagore, Poesie, Grandi Tascabili Newton, pag. 218.
Canto di Benedizione
Sii benedetta, sorella mia,
sii benedetta nel tuo cammino…
Va’ dunque tranquilla, sorella mia,
lascia che il coraggio sia il tuo canto.
Tu hai parole da dire,
a modo tuo,
e stelle per illuminare la tua notte.
E se ti senti stanca
e il canto del tuo cuore non ha ritornello,
ricorda che ti staremo aspettando
per risollevarti.
E noi ti benediremo, sorella nostra…”.
(Dal Blessing Song di Marsie Silvestro)
da Il Fatto Quotidiano del 05/04/2026
Fronte Libano - Guerra infinita
“Prima Gaza, adesso noi.
Il mondo si è abituato”
di Alba Nabulsi
Sono stanche, le voci che ricevo dall’altro capo del telefono, ed è forse questo l’unico tratto che le accomuna. Sono voci che provengono dalla regione di Beirut e dal Sud del Libano, accavallandosi a formare una polifonia spesso discordante e dissonante: dall’analisi del presente alle possibili soluzioni, poco le accomuna.
Inizio il mio itinerario nel cuore del Sud, partendo da Nabatieh. Mohamed, laico, cittadino vicino al partito comunista libanese, mi congela con la prima frase: “Sono stato già profugo durante la precedente aggressione israeliana al Libano, sono rimasto senza lavoro per mesi, riparando sulle alture; ho deciso che questa volta, rimarrò qui, assieme ai miei genitori: se questa casa svanirà, svanirò con essa”. Nonostante una forte antipatia politica verso Hezbollah, di cui pure riconosce il diritto a presenziare nell’arena politica nazionale, egli riconosce lo sforzo dei “ragazzi al fronte” nel difendere il territorio libanese e la sua casa, e punta il dito verso Israele che definisce “la nostra maledizione” e che, teme, “ci riporterà a prima del 2000; Israele è la ragione per cui nessuno nella regione trova pace; ieri toccava a Gaza, e oggi tocca a noi”.
Di tutt’altra lettura invece Sam, cristiano, che abita e lavora all’estero ma è di ritorno in Libano per le feste pasquali; filo-americano, proviene da un villaggio cristiano nella periferia della città di Beirut, non lontano da Dahye, pesantemente bombardata nei giorni scorsi, dove dice “ho molti amici, che ancora adesso piango”. Pur criticando la corruzione governativa regnante in Libano, apprezza gli sforzi del recente governo, e punta il dito sul “separatismo politico” di cui incolpa “le comunità sciite e i suoi rappresentanti”. La sua ricetta è quella dell’unità nazionale in salsa filo-trump, di cui applaude il Board of Peace; mi parla di un “inevitabile accordo di pace con Israele”, e della resa delle armi all’esercito nazionale da parte di Hezbollah, che ritiene antagonista all’interesse anche di altre componenti a suo dire, tra cui molti drusi e sunniti.
AL FRONTE invece, un giornalista e reporter, rilascia una testimonianza molto diversa: “Ho intervistato e raccontato il dramma dei civili coinvolti nei vari attacchi israeliani, ricevendo costanti minacce di morte. Sono cresciuto sopra le macerie dei villaggi
dei miei genitori. Da anni costruisco un archivio degli attacchi all’integrità territoriale libanese da parte di Israele, che opera dividendo l’opinione pubblica nazionale e riattivando antichi rancori, proteggendo le comunità cristiane ed accanendosi sul Sud del Libano, l’unica loro battaglia persa”. Aggiunge: “Senza il bilanciamento di potere iraniano nella regione siamo perduti”.
Un operatore italiano presso una importante ong internazionale sita a Beirut ci dà qualche cifra: un milione di sfollati, precarietà delle condizioni educative (le scuole si sono infatti trasformate in rifugi), accanimento sulle comunità sciite, bombardamenti sempre più intensi anche contro i reporter e double tap contro gli operatori sanitari: tecnica che consiste nel colpire una volta target civili e poi i soccorritori accorsi in loro aiuto.
L’ultima testimonianza è quella di Angela, di famiglia sunnita, italo-libanese, cresciuta in Italia in una famiglia mista, che da cinque anni ha deciso di tornare a vivere nella città di suo padre.
Ci racconta della paura di un ritorno alla guerra civile, delle speranze tradite della “rivoluzione” dei sollevamenti popolari del 2019-2020. La chiave, secondo lei, è in una svolta politica: quella di trasformare il Libano in una società non settaria o clientelare, su base identitaria e religiosa, per poter immaginare un futuro “diverso da quello che si prospetta dinanzi a noi, e che vuole condannati o al collasso economico-politico o all’annessione israeliana”.
da Domani del 05/04/2026
Pasqua violenta.
Ma i giovani sognano la pace
di Mario Giro
La Pasqua di quest’anno giunge in un mondo di incertezze e di conflitti senza sbocco. Non accennano a finire le guerre in Ucraina, Gaza e Libano che riprende endemicamente ad ogni sussulto mediorientale. Anche quella in Iran pare destinata a trascinarsi. Nulla di nuovo nel discorso di Donald Trump che si ripete: in due/tre settimane tutto sarà finito ma è passato tempo e gli ayatollah resistono cantando vittoria.
Stati Uniti e Israele possono dire di aver distrutto e colpito ma non è sufficiente per ottenere una vittoria. Israele resta a pentimento mentre l’odio contro lo stato ebraico aumenta, come si evince anche dalle reazioni alla nuova legge sulla pena di morte selettiva (solo per i palestinesi). Sembra che a Benjamin Netanyahu non interessi quanti nemici si sta facendo perché non pensa alle generazioni future ma solo al suo interesse nell’attimo presente, credendo che la forza possa assicurare la pace al suo paese.
È un’illusione, come la storia dimostra, ma è riuscito a convincere israeliani e diaspora che il conflitto può aiutare Israele. Sono guerre contro i giovani perché contro il futuro: non tengono conto di cosa potrà accadere domani e si concentrano soltanto sul guadagno immediato (territoriale, securitario o economico).
Chi non apprezza la guerra
Vladimir Putin pensa ad un passato grandioso; Trump a quando l’America fu grande; gli ayatollah immaginano gli albori dell’islam; i millenaristi israeliani il grande Israele storico e così via. Mai si erano viste classi dirigenti così fanatiche del retrovisore e poco interessate alle generazioni future. Dei giovani anzi si parla male, considerati lassisti e poco patriottici. Allo stesso tempo li si vuole mandare al massacro.
Il ministro della Difesa ucraino ha appena dichiarato che sono circa 200mila i disertori e 350mila i procedimenti per abbandono, di cui la metà solo nel 2025. La guerra sta perdendo senso e i giovani se ne allontanano, malgrado la retorica bellicista e falsamente eroicista degli adulti. Così accade anche in Iran: stretti in una tenaglia tra la feroce repressione degli ayatollah e i bombardamenti israelo-americani, i giovani e le donne sono ridotti al silenzio. È un imbroglio che li si possa aiutare dall’esterno con le bombe: servirà solo a versare altro sangue.
Anche nei paesi occidentali i giovani sentono aria di tradimento e si distaccano dai discorsi enfatici degli adulti: non apprezzano né la guerra, né la politica della forza e nemmeno la versione “pace attraverso la forza”, nuovo mantra di Bruxelles. Se l’Europa ha un senso, è il futuro non il ritorno al passato dei nazionalismi odiatori e sanguinari.
Linea violenta
Attorno al potere dei leader si agglutina una congerie di ideologi che cercano di giustificare la linea brutale della violenza: teorici del sovranismo o del globalismo transumanista; cantori del sangue versato che purifica le nazioni togliendo ogni empatia e favorendo l’aggressività naturale; ideologi a metà tra finanza e tecnologia del controllo che immaginano una nuova società “liberata” da Stati e regole.
È il fallimento del modello liberale, perduto in un gorgo di avidità finanziaria e aggressività competitiva, che ha manipolato la democrazia, svuotandola dall’interno. Il valore storico della tradizione democratica è quello della non appropriazione: nessuno può dirsi proprietario del paese ma solo responsabile “pro tempore”, gestendo per conto delle generazioni future.
La politica attuale è contro i giovani perché guarda solo all’attimo presente del denaro, della violenza, della forza o dell’appropriazione. La continua delegittimazione delle istituzioni (nazionali, europee o multilaterali che siano) dimostra che i leader attuali – ciascuno a modo suo e con il proprio stile – puntano alla disaggregazione e alla frantumazione di ciò che ha tenuto assieme e unito il mondo e le nazioni.
Misteriosamente resiste tuttavia una forza di bene nelle nuove generazioni che può salvare l’umanità dal turbine in cui rischia di sprofondare. Sono giovani e donne che non si arrendono. Li abbiamo visti soffrire in Iran, manifestare nelle nostre piazze, recarsi alle urne, cercare una via unitiva, resistere all’odio razzista, anche in Israele. Grazie a loro la Pasqua diventa parola viva e speranza di futuro per tutti.
da Domani del 01/04/2026
Niet di Putin alla tregua di Pasqua.
Zelensky “grazia” il petrolio russo.
di Davide Maria De Luca
Nel quarto anniversario della liberazione di Bucha, il sobborgo della capitale ucraina in cui sono stati trovati decine di corpi di civili uccisi dagli occupanti russi, i ministri degli Esteri dell’UE si sono dati appuntamento a Kiev per <<commemorare le vittime>> e <<riaffermare il nostro incrollabile impegno a garantire la piena responsabilità della Russia>>. Tra loro anche il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, che ha ricordato <<la vicinanza a Kiev del governo>>. La dimostrazione di solidarietà dei paesi membri arriva proprio mentre l’unità dell’Ue nei confronti dell’Ucraina rischia di andare in frantumi dato il veto di Ungheria e Slovacchia sul pacchetto da 90 miliardi per Kiev.
Fondi di stallo
Concordato dai leader europei nel 2025, il finanziamento è fondamentale per il governo ucraino, che altrimenti rischia di restare senza fondi prima dell’estate. Un tema, lo sblocco del finanziamento, su cui l'alta rappresentante Ue, Kaja Kallas, anche lei a Kiev, ha ammesso che al momento <<non ci sono buone notizie>>. Il premier ungherese ha legato la sua opposizione al pacchetto allo stop dell'oleodotto “Amicizia”, che trasporta il petrolio dalla Russia attraverso l'Ucraina e che è rimasto danneggiato in un bombardamento lo scorso gennaio. Sulla riparazione dell’oleodotto si sviluppano tuttora tensioni tra Budapest e Kiev.
Ma ci sarebbe anche altro: stando a quanto riporta di Kyiv Independent, in una lettera inviata al governo ucraino Bruxelles chiede all'Ucraina di accelerare sulle riforme necessarie all'ingresso nell’Unione e avverte e avverte che ritardarne l'applicazione potrebbe costare fino a 4 miliardi di euro di finanziamenti. Non solo Budapest, insomma. Anche la capitale ucraina, secondo la Commissione europea, non sta facendo il suo dovere fino in fondo. Senza un accordo sui finanziamenti, Kiev sarà costretta a scelte difficili: aumentare le tasse, ridurre il budget e finanziare il deficit stampando nuova moneta e causato ulteriore inflazione.
Scandalo ungherese
Nel clima di scontro sempre più aperto tra Kiev e Budapest, non a caso il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjarto, era l'unico tra i 27 governi dell'Unione a non essere presente a Kiev per la ricorrenza di ieri. Oltre al fatto di essere considerato persona non grata a Kiev, il capo della diplomazia di Budapest deve affrontare altri problemi in questi giorni.
Dopo la rivelazione nei giorni scorsi delle telefonate in cui Szijjarto riferiva al Cremlino le decisioni prese nel corso dei vertici europei, ieri una rete di giornalisti investigativi, tra i quali VSquare e la testata estone Delfi, ha rivelato e pubblicato l'audio di una nuova telefonata, avvenuta nel 2024, in cui il ministro ungherese discute direttamente con la sua controparte russa, Sergei Lavrov, sugli individui e società che l’Ungheria proverà a far togliere dalle liste di sanzioni europee.
Dopo la rivelazione, un funzionario della Commissione europea ha ricordato che i contenuti delle riunioni del Consiglio Ue sono riservate e non dovrebbero essere divulgate a terze parti. Tra meno di due settimane, il 12 aprile, in Ungheria si vota; i sondaggi danno in vantaggio il partito di opposizione Tisza. Una sua vittoria è considerata da molti, a Kiev e Bruxelles, l'unico modo per sbloccare i finanziamenti destinati all’Ucraina.
Nel frattempo, è arrivata la risposta del Cremlino a gelare l'offerta lanciata da Kiev di un cessate il fuoco tra i due paesi in occasione delle festività di Pasqua.
No alla tregua di Pasqua
La proposta è respinta, ha fatto sapere il portavoce del presidente russo Vladimir Putin: <<Zelens'kyj dovrebbe assumersi le sue responsabilità e prendere le decisioni che porteranno alla pace, invece che limitarsi a chiedere un cessate il fuoco>>.
Nella notte il Cremlino aveva già fornito un'altra risposta, più diretta, all’offerta ucraina e ha scatenato un violento bombardamento nella regione di Poltava, dove si trovano i principali giacimenti e depositi di gas dell’Ucraina. Una persona è morta nel bombardamento e altre quattro sono rimaste ferite. L’attacco è considerato una risposta ai recenti bombardamenti effettuati dagli ucraini contro gli impianti petroliferi russi, bersaglio di una nuova e vigorosa campagna di attacchi con droni a lungo raggio iniziata da un paio di settimane che già portato diversi risultati.
Ieri notte, ad esempio, l'importante porto petrolifero di Ust-Luga, sul Mar Baltico, è stato colpito dagli ucraini per la quinta volta in solo 10 giorni, mentre altri attacchi sono avvenuti contro raffinerie e depositi di carburante fino a 1200 km dal confine ucraino. Secondo i calcoli dell'agenzia Reuters, questa nuova ondata di bombardamenti mirati avrebbe già ridotto del 40% la capacità russa di esportare petrolio, un colpo particolarmente doloroso ora che i prezzi dell’energia sono saliti rapidamente a causa del conflitto in Medio Oriente.
Ma questi attacchi starebbero turbando non soltanto Mosca, ma alcuni alleati di Kiev. Zelensky ha detto ieri ai giornalisti che un partner dell'Ucraina ha chiesto di ridurre gli attacchi al settore petrolifero russo per evitare ulteriori spinte al rialzo dei prezzi del greggio.
Come altre volte in passato, la prima nel 2024 durante l'amministrazione Biden, dietro questa richiesta ci sarebbero gli Stati Uniti, che tengono gli effetti sull'opinione pubblica interna di ulteriori rialzi nei pressi di benzina e diesel.
La "Scala di Giacobbe"
Il gruppo la “Scala di Giacobbe” è composto da persone gay, lesbiche, bisex, transgender, queer credenti e non credenti, di età, provenienza e percorsi di vita diversi ma accomunati dal desiderio di ricerca.
Il gruppo è stato fondato nel 2001 da don Franco Barbero in seno alla Comunità Cristiana di Base di Pinerolo, come momento di incontro, amicizia, informazione, riflessione e confronto. Tra gli scopi del gruppo ci sono: l’armonizzazione fra l’orientamento sessuale (oppure l’identità di genere) e la propria fede, il supporto alle politiche e alla cultura GLBTQ.
Gli incontri solitamente si svolgono il pomeriggio del terzo sabato del mese, seguiti dalla cena e dalla proiezione di film a tematica GLBTQ. Il gruppo si attiva altresì nell’organizzazione di eventi pubblici, in collaborazione con enti ed associazioni locali, per sensibilizzare il territorio sui temi dell’omofobia e della transfobia.
Sede degli incontri: Circolo Arci di Pinerolo, in Stradale Baudenasca n. 17 - 10064 Pinerolo
Contatti:
e-mail: lascaladigiacobbe@gmail.com
Cellulare: 320.0353723 (ore serali)
Pagina Facebook: http://www.fecebook.com/lascaladigiacobbe.pinerolo
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Sito web di Franco Barbero: http://donfrancobarbero.blogspot.it/
da Il Fatto Quotidiano del 02/04/2026
Bombe, cambio di regime e conflitto lampo: Usa e Israele hanno già perso e l’iran resiste
di Maurizio Boni
Trentaquattro giorni dopo l’avvio dell’operazione “Epic Fury”, il verdetto sul fronte degli obiettivi strategici è già scritto. Stati Uniti e Israele puntavano al cambio di regime e non ci sono riusciti. Teheran puntava alla sopravvivenza dello Stato nella sua forma attuale e l’obiettivo è stato pienamente conseguito già nella prima settimana di guerra. Non solo la Repubblica islamica ha resistito all’urto iniziale, preservato il suo apparato militare e mantenuto la coesione politica interna ma, aspetto ancora più rilevante, sta mostrando a livello globale l’inefficacia di uno degli strumenti militari più potenti del mondo. Gli Ufuori sa hanno scelto il bombardamento aereo come leva principale della campagna. Ma il potere aereo, per quanto massiccio, non si è rivelato risolutivo (e mai lo è stato nella storia militare contemporanea).
LE DOTAZIONI iraniane di missili balistici, droni aerei e navali e persino gran parte dell’apparato produttivo militare sono al riparo in città sotterranee pressoché impenetrabili, scavate a decine di metri di profondità sotto le montagne dello Zagros e del Khorasan. Colpirle dall’alto equivale, spesso, a colpire roccia viva.
La componente navale americana si è limitata al lancio di missili Tomahawk da posizioni lontane dalle coste, dalla portata dei missili iraniani. Lo Stretto di Hormuz resta una trappola letale, poiché qualunque forza navale che vi si addentrasse sarebbe sistematicamente neutralizzata. L’opzione terrestre, infine, è un’illusione. Poche migliaia di marines e paracadutisti non possono affrontare un apparato militare che, sommando forze regolari, Guardie rivoluzionarie e milizie paramilitari, supera il milione di uomini. L’Iran è strutturalmente pronto a difendersi sfruttando la profondità strategica del proprio territorio e si è preparato per decenni ad affrontare questa prospettiva.
Sul versante israeliano, il quadro è ancora più preoccupante. Impegnate simultaneamente su tre fronti, Iran, Libano meridionale, Yemen houthi, le Idf mostrano i segni di uno sforzo che supera le capacità di un esercito strutturalmente pensato per conflitti brevi e asimmetrici. Il capo di Stato Maggiore ha riconosciuto pubblicamente la prossimità al collasso, secondo le fonti di Al Jazeera. Le infrastrutture energetiche e produttive israeliane sono sotto pressione. Munizioni e intercettori si consumano a un ritmo che né Washington né Tel Aviv riescono a compensare. Nell’elenco dei perdenti occorre iscrivere anche le monarchie del Golfo Persico: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Kuwait avevano scommesso sulla potenza Usa come garanzia ultima della loro sicurezza. Per i regimi del Golfo si apre una prospettiva inedita e angosciante: quella di dover convivere, in modo duraturo, con un Iran che ha dimostrato di saper resistere alla superpotenza americana e di poter proiettare la propria potenza militare, per mezzo delle sue milizie in Iraq, Siria, Yemen e Libano.
L’Iran che sopravvive e si rafforza è per le monarchie sunnite una prospettiva esistenziale destabilizzante. L’Iran dispone di risorse demografiche, economiche, militari e di resilienza istituzionale, per sostenere il conflitto per mesi. La coalizione avversaria, no. Il trentaquattresimo giorno di guerra consegna un verdetto ancora provvisorio, ma già eloquente: chi contava di vincere in fretta ha già perso la partita. Chi si è “limitato” a sopravvivere sta, paradossalmente, vincendo.
da Il Manifesto del 04/04/2026
A precipizio
L’Iran abbatte un F15 Usa, poi colpisce l’elicottero che cercava il pilota disperso. E a Hormuz cade un altro caccia. La strategia di Trump va a picco ma lui continua a mentire (<<solchiamo i cieli indisturbati>>) e pretende una spesa esorbitante per la difesa: 1.500 miliardi.
da Il Manifesto del 04/04/2026
Allarme sanitario nelle tende di Gaza, grazie all’assedio
di Eliana Riva
Con la devastazione ambientale proliferano anche topi e malattie. Fuori controllo la crisi umanitaria indotta dal blocco israeliano.
Più passa il tempo, più Gaza diventa un luogo pericoloso. In mezzo alla distruzione, sotto l’assedio, tutto è potenzialmente mortale: la pioggia, il vento, i rifugi, la notte, gli animali. Le autorità palestinesi lanciano l’allarme sul peggioramento drastico della crisi umanitaria, che sta raggiungendo nuovi, atroci livelli.
IL MINISTRO DELLA SALUTE dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), il dott. Majed Abu Ramadan, ex sindaco di Gaza City, ha denunciato ieri in una dichiarazione il grave deterioramento ambientale causato dall’accumulo dei detriti e dei rifiuti nella Striscia.
Soprattutto all’interno dei campi tendati – rifugi sovraffollati per più di un milione di persone sfollate dagli attacchi israeliani – la spazzatura si accumula e diventa banchetto per i roditori. Ratti e topi bucano e si insinuano fin dentro le tende, soprattutto la notte, quando i campi diventano completamente bui. «Basterebbe anche poca luce, per tenere lontani gli animali», ci spiegano dalla Striscia, «ma le notti qui sono nere». Al punto che se qualcuno sta male prima dell’alba, percorrere la via fino all’ospedale diventa impossibile. È accaduto a una giovane ragazza di 17 anni in uno dei campi tendati sulla costa a nord di Gaza, come testimoniato dai medici di The Sameer project. Ferita dagli spari di una nave israeliana in piena notte, solamente al mattino ha potuto ricevere le cure adeguate ma il ritardo le ha causato una paralisi permanente.
COMPLICE L’OSCURITÀ, i ratti arrivano a mordere neonati e bambini mentre dormono. Cliniche e ospedali registrano un aumento significativo di casi del genere. E oltre alle ferite, i morsi causano malattie, infezioni che si diffondono anche indirettamente attraverso l’urina e gli escrementi dei roditori o a causa di parassiti, come pulci e zecche. Il ministro Abu Ramadan ha chiesto un intervento immediato dell’Organizzazione mondiale della sanità, per supportare l’ingresso a Gaza di materiali per il controllo della diffusione dei roditori, ed evitare focolai di malattie come l’hantavirus, la leptospirosi, la salmonella, la peste.
Il medico ha fatto presente che la situazione dei bambini e dei neonati è particolarmente difficile: a migliaia soffrono di disabilità permanenti, che insieme alla malnutrizione aumentano la vulnerabilità alle malattie e i tassi di mortalità. Anche le latrine improvvisate rappresentano un rischio, e non solo per la diffusione delle infezioni. Diversi bambini, infatti, sono caduti all’interno di quelli che sono poco più che profondi buchi nel terreno.
IN QUESTO SCENARIO, il settore sanitario dovrebbe essere rinforzato, e avrebbe necessità di ingrossare le scorte dei medicinali e di strumenti da laboratorio che individuino le malattie infettive, così da fermarne la diffusione. Al contrario, l’assedio israeliano continua a ostruirne l’ingresso. Gravi carenze di carburante e di pezzi di ricambio necessari per mantenere attivi i generatori, stanno causando una crisi di elettricità all’interno delle strutture. «Se anche gli ultimi generatori in funzione si spengono – ha dichiarato il ministero – gli ospedali potrebbero perdere completamente l’elettricità, mettendo in pericolo immediato la vita di centinaia di pazienti».
LA CARENZA DI CARBURANTE, insieme a quella di farina, sta paralizzando anche i forni della Striscia. L’associazione dei panettieri ha dichiarato di riuscire ormai a soddisfare solamente la metà delle richieste. E intanto, i bombardamenti continuano. Ieri un drone israeliano ha preso di mira l’area di Jabalia, nel nord della Striscia, causando sei feriti, alcuni in condizioni gravi.