
Riflessioni e commenti di don Franco Barbero
giovedì 15 ottobre 2026
da Il Manifesto del 09/10/2026
Far pagare di più i ricchi è giusto, ma non basta a rendere il fisco equo
di Giacomo Gabbuti
C’è un grafico che illustra meglio di qualsiasi altra cosa la condizione del nostro fisco. L’ha reso popolare Gabriel Zucman, l’economista francese paladino, non solo nel suo paese, dell’imposta patrimoniale. Mostra una cosa relativamente semplice: la percentuale di tasse pagate dai cittadini – dal dieci per cento più povero, fino ai miliardari – rispetto al proprio reddito totale. Grazie agli economisti Demetrio Guzzardi, Elisa Palagi, Andrea Roventini e Alessandro Santoro, l’Italia è tra i paesi per cui questo dato è disponibile – e con esso, l’interpretazione assai poco allegra. Sommati tutti i prelievi (Irpef, Iva…), i più ricchi pagano meno tasse degli altri, nel nostro paese come in Olanda, Francia e Usa. È vero per l’1% più ricco, e ancor di più per lo 0.1, 0.01, fino ai multimiliardari.
LA PRIMA LEZIONE del grafico dovrebbe essere ovvia: per riequilibrare questa ingiustizia servono nuove tasse sui ricchi. Zucman stesso avanza una imposta «minima», da far pagare ai miliardari che non raggiungono una tassazione in linea con il resto delle contribuenti: in Italia, Oxfam ha raccolto un ampio consenso tra la ricerca e società civile su una proposta «minima», applicata allo 0.1% più ricco (50mila persone, con un patrimonio di almeno 5.4 milioni).
La seconda lezione, invece, è assai meno ovvia a sinistra. Accanto a un 8% di italiani ricchi che paga meno – e di molto: l’aliquota effettiva stimata per i miliardari è appena meno del 20% – c’è una larghissima maggioranza – almeno il 70, 75% delle contribuenti – che sui propri (modesti) redditi paga oltre il 50% di tasse. Valori più alti persino di quelli francesi – dove quantità e qualità dei servizi pubblici è ben diversa.
QUESTO GRAFICO aiuta a leggere la proposta di «Restituzione fiscale», presentata da Avs e di cui ha parlato il manifesto recentemente. Da un lato, si propone l’introduzione di un’imposta patrimoniale – sostanzialmente in linea con quella di Oxfam, nelle soglie e nell’obiettivo di circa 15 miliardi di gettito. Al contempo, il pacchetto fiscale presentato redatto da Alessandro Maffei, dottorando a SciencePo, e Massimo Amato, professore alla Bocconi, prevede una «rivoluzione» dell’Irpef. Ai tre scaglioni attuali si propone di sostituire una funzione continua, sul modello danese, che porta ad aumenti lievemente progressivi all’aumentare dei redditi. Aldilà della passione degli economisti per la misura, un’aliquota continua ha implicazioni importanti in periodi di alta inflazione, dove un aumento salariale, anche minore a questa, può portare a superare uno scaglione, portando a una riduzione del reddito reale. Ma il dato che più ha attirato attenzione e critiche è che la nuova Irpef sarebbe più bassa per chiunque dichiari meno di 90mila euro lordi, molto più bassa per i ceti più poveri, con un taglio di 22 miliardi.
LE CRITICHE si sono concentrate su questa cifra – perché tagliare così tanto? La stessa operazione si potrebbe fare anche a parità di gettito – e sulla modalità di presentarla: «- tasse /+ salario». Indubbiamente, può veicolare l’idea che le tasse vadano abbassate a chiunque e che il salario si alzi tagliandole, non facendo pagare di più le imprese.
Pur condividendo entrambe le critiche, la proposta ha elementi di grande merito. Dopo anni di flat tax, è importante ribadire che c’è chi deve pagare di più, ma anche che ci paga troppo rispetto a redditi già bassi paghi meno; che si sposti il peso del fisco dal salario ai profitti e alle rendite, oltre che dai redditi alla ricchezza. Da questo punto di vista, la proposta si può migliorare proprio riportando dentro l’Irpef quei redditi – profitti, rendite, lavoro autonomo – che oggi non la pagano. Altrimenti, la nuova aliquota continua si applicherà, come ora, ai soli redditi da lavoro e pensione: pagheranno di più i ricchi dirigenti pubblici e privati, ma chi guadagna tanto dalle proprie società, titoli e immobili continuerà a pagare poco (salvo rientrare nella patrimoniale).
Anziché cedere alla retorica del «meno tasse per tutti», la proposta ribadisce che le tasse non sono belle in quanto tali, ma quando sono progressive, colpiscono la rendita e magari finanziano spesa pubblica che migliora la vita delle persone. Per liberarci davvero dell’ideologia neoliberale dobbiamo smettere di illuderci che il fisco da solo possa alzare i salari e migliorare le nostre vite. Oltre a misure che migliorino le retribuzioni e la capacità di contrattarle, come il salario minimo, è necessario parlare della spesa pubblica necessaria a creare di nuovo lavoro di qualità.
Partendo dai servizi pubblici essenziali, e da politiche industriali che orientino con urgenza ciò che resta della capacità manifatturiera italiana verso la decarbonizzazione e la transizione ecologica.
da Domani del 02/10/2026
L'Egitto non è mai stato ”un paese sicuro” «Dopo Regeni la repressione è peggiorata»
di Youssef Hassan Holgado
L'Italia esaminerà la settimana prossima la proroga del memorandum con il Cairo.
Il regime attua «la stessa brutale violenza usata contro Giulio per colpire il dissenso», dice il ricercatore egiziano Nasr Al-isi, e sfrutta la sua centralità geostrategica. Meloni incalza le opposizioni: «Fu Gentiloni a riprendere i rapporti diplomatici».
Per i leader politici l'Egitto è un paese cruciale. Dispone di risorse energetiche, siede a tutti i tavoli internazionali più caldi (a partire da Gaza) ed è terreno fertile per gli investimenti stranieri. Non solo, ha un apparato di difesa in continuo sviluppo che foraggia le industrie militari europee. Soprattutto, è un paese stabile che si trova in mezzo a vicini perennemente in bilico o in conflitto.
Per chi ci vive e fa politica, giornalismo e opera nel campo della difesa dei diritti umani e civili, invece, il paese è sinonimo di repressione. La vicenda di Giulio Regeni è emblematica di come gli apparati della sicurezza nazionale si muovono contro ogni pericolo di minaccia percepita al potere costituito. E chi pensava che negli ultimi anni il volto del regime fosse mutato si trova a fare i conti con una realtà ben diversa. Lo sanno bene i giornalisti della redazione di Matsadaash, tutti arrestati nelle ultime ore dalle autorità poliziesche senza accusa.
da Il Manifesto del 02/10/2026
Armi a Kiev, Conte boccia anche il «lodo Bettini». Allarme Pd
di Andrea Carugati
Il leader 5 stelle: «Il negoziato non si fa inviando materiale bellico». Primarie? «Avevo proposto un terzo nome, ma hanno detto no».
Armi a Kiev e scelta della leadership continuano a dividere il campo progressista. Ieri Giuseppe Conte da un lato ha addossato a Schlein il rifiuto di trovare un «terzo nome» in grado guidare la coalizione; dall’altro ha detto no anche all’ipotesi di mediazione su Kiev avanzata da Goffredo Bettini, ribadendo che per il M5S l’invio di armi si deve fermare. Anche se si apre una fase negoziale.
«Ho dichiarato sin dall’inizio la disponibilità a concordare un nome terzo rispetto a quello dei segretari per la scelta di un leader. Ma non c’è stata disponibilità a valutare questa strada e quindi oggi abbiamo di fronte le primarie», ha detto ieri il leader 5 stelle. In passato aveva citato il «metodo delle regionali» per la scelta del leder nazionale, ma mai così esplicitamente. Ed è chiaro che il rifiuto è arrivato da Schlein, visto che nel Pd in molti non volevano le primarie.
«Ovviamente non un nome qualsiasi, un nome autenticamente progressista, non una figura morbida, non un compromesso al ribasso. E una figura competitiva», il ritratto che ha fatto ieri del possibile federatore. Ma ormai anche Conte sembra convinto, salvo colpi di scena, che quella delle primarie sia la strada inevitabile. Saranno divisive? «Dipende da come le interpretiamo noi leader, i nostri quadri dirigenti, attivisti. Il clima spetta a noi e deve essere di concordia».
da Il Fatto Quotidiano del 06/10/2026
Cresce il mercato di armi in Italia: su l’export in Ue (per l’Ucraina). E boom di importazioni da Israele
di Giacomo Salvini
Nei primi sei mesi del 2026 cresce il mercato delle armi in Italia: le esportazioni sono aumentate del 15% rispetto allo stesso periodo del 2025 e le importazioni addirittura del 31,3% in confronto all’anno precedente. Sulle vendite fuori dai confini, il periodo gennaio-giugno di quest’anno certifica il boom di esportazione verso Paesi europei che si spiega, con ogni probabilità, coi programmi comuni di riarmo in linea con gli impegni assunti con la Nato e per portare avanti il piano Rearm Europe voluto da Ursula von der Leyen. Sul capitolo delle importazioni, invece, le tabelle mostrano un aumento sostanziale degli acquisti di armi e munizioni provenienti da Israele, che crescono del 118% rispetto allo scorso anno.
A certificarlo sono i dati ufficiali forniti dalla Italian Trade Agency che fa parte dell’Ice, l’agenzia controllata dal ministero degli Esteri di Antonio Tajani e delle Imprese di Adolfo Urso che si occupa del commercio estero e che analizza i dati Istat sui flussi commerciali di merci dall’uscita dall’Italia. Le cifre si riferiscono ai primi sei mesi del 2026 – da gennaio a giugno – e riguardano tutti i settori del commercio, in questo caso quello delle armi e delle munizioni. Valori che possono dipendere dalle commesse nei primi 180 giorni dell’anno.
Relative al periodo gennaio-giugno 2026, le esportazioni di armi italiane verso l’estero sono cresciute fino a un miliardo e 166 milioni, rispetto al miliardo e dieci milioni dello stesso periodo dello scorso anno: un aumento del 15,4%. Probabile quindi che, alla fine dell’anno, continuerà il trend di crescita delle esportazioni di armamenti verso l’estero che va avanti dal 2021 (a fine 2025 era arrivato a 2,3 miliardi). Sulla vendita di armi verso l’estero, la crescita maggiore riguarda i Paesi europei: la Germania registra un +187% rispetto allo stesso periodo 2025, il Regno Unito +51% e la Francia +43%. Resta invece più o meno stabile il commercio di armi verso gli Stati Uniti, al primo posto della classifica anche se con una tendenza di calo negli ultimi quattro anni.
Il motivo, spiega una fonte a conoscenza della questione, potrebbe essere riconducibile ai programmi comuni di riarmo europeo che spesso avviene tramite consorzi di più Paesi e tramite le cosiddette “filiere integrate”, ovvero la vendita di componenti e semilavorati per produrre insieme armamenti complessi. Ma l’aumento dell’export intra-europeo potrebbe essere relativo anche al sostegno militare diretto all’ucraina da parte di questi Paesi, rispetto all’Italia soprattutto al capitolo legato alle munizioni. Basti pensare agli aiuti diretti di Paesi come Germania e Polonia che aiutano Kiev direttamente rispetto a Roma.
Non è un caso che – per quanto resti il quinto Paese per esportazioni di armi italiane superata dalla Germania e quasi raggiunta da Slovacchia e Taiwan – la vendita di armi all’ucraina nei primi sei mesi del 2026 sia dimezzata passando da 83 a 42 milioni di euro. Dati in calo dal 2024 quando l’export di armi e munizioni italiane verso l’ucraina era arrivato al picco – 185,3 milioni – per iniziare a scendere negli anni successivi: 161,5 milioni nel 2025 e probabilmente una cifra inferiore anche nel 2026.
il blocco dell’export di armi dopo il 7 ottobre, non si è interrotto l’interscambio da Israele. Anzi: le importazioni di armamenti e munizioni di Tel Aviv verso Roma sono aumentate. Nei primi sei mesi del 2026, secondo i dati dell’Ice, l’acquisto di armi israeliane è più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo del 2025 passando da 22,9 a 49,6 milioni. Una cifra che porterà – alla fine dell’anno – a una crescita di acquisti continua dal 2023 in avanti: quell’anno gli acquisti valevano 16,6 milioni, 50,2 nel 2024 e 72,2 a fine 2025. Quasi triplicando gli ordini in tre anni.
Ora in sei mesi sono stati raggiunti gli acquisti di armamenti di tutto il 2024. Nel 2026, quindi, Tel Aviv diventa il secondo fornitore di armi e munizioni all’Italia, solo dopo la Germania. Seguono Svizzera, Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Nel 2022, Israele era al sesto posto tra i maggiori esportatori di armi verso l’Italia.
da Domani del 07/10/2026
«Un nuovo 1968»
Studenti in rivolta
la Francia nel caos
Centinaia di feriti
Macron va in crisi
La Lega dei diritti dell'uomo: «Violenze senza pari sui ragazzi»
Trump ne approfitta e delira: «Colpa dell’islam e dell'immigrazione»
Il presidente francese è costretto a convocare i ministri all’Eliseo.
Il Fatto quotidiano, venerdì 9 ottobre 2026
Il ministero arma 6.521 soldati pronti a partire subito in guerra
di Tommaso Rodano
L’Italia si prepara a intervenire militarmente all’estero, anche con pochissimo preavviso. E lo fa mettendo in piedi un dispositivo che in un anno ha più che raddoppiato le sue dimensioni: da 2.867 a 6.521 soldati, con 1.024 mezzi terrestri, 29 aerei e cinque unità navali. Una forza pronta a partire in caso di crisi internazionali, anche nell’ambito delle operazioni Nato.
Il governo Meloni ha già stabilito quanti militari mobilitare, con quali mezzi e risorse. Resta da decidere dove e quando mandarli. L’ultimo tassello è un decreto firmato l’11 settembre da Guido Crosetto e pubblicato mercoledì in Gazzetta Ufficiale. Un documento apparentemente contabile, dedicato al “Fondo per gli assetti ad alta e altissima prontezza operativa.”[…]
mercoledì 14 ottobre 2026
Quando è giorno?
Un vecchio Rabbi chiese un giorno ai suoi discepoli: <<Chi di voi saprebbe dirmi come si può distinguere il momento in cui finisce la notte ed inizia il giorno?>> <<Io direi>>, rispose prontamente un allievo, <<quando, vedendo un animale a distanza, uno sa distinguere se è una pecora o un cane>>. <<No>>, rispose il Rabbi.
<<Potrà essere l’inizio del giorno>>, disse un altro, <<quando, vedendo da lontano un albero, si può dire se è un fico o un pesco>>. <<Neppure>>, insisté il Rabbi.
<<Ma allora>>, chiesero i discepoli, <<quando mai si può capire quando finisce la notte ed inizia il giorno?>>.
<<Quando>>, rispose il Rabbi, <<guardando in volto un uomo qualunque, tu vedi che è tuo fratello: perché, se non riusciamo a fare questo, qualunque sia l’ora del giorno, è sempre notte…>>
(da Quando è giorno?, Torre Pellice, 1988).
da Confronti - 2026
L’Italia dell’emergenza abitativa
di Francesca Lequaglie (giornalista freelance)
Oltre 40mila sfratti nel 2024, 1,5 milioni di famiglie in grave disagio abitativo, quasi un milione di nuclei in povertà assoluta che vivono in affitto. Mentre crescono gli affitti brevi e restano inutilizzati milioni di alloggi, la casa da diritto sociale si trasforma in privilegio, con costi psicologici e sociali sempre più drammatici.
Sono le dieci del mattino e la porta al primo piano del palazzo di via Cavour 101, a Roma, continua ad aprirsi e chiudersi. Il citofono squilla senza sosta. Una dopo l’altra entrano persone che chiedono aiuto. La sede dell’Unione inquilini si è trasformata in un presidio permanente dell’emergenza abitativa. Silvia Paoluzzi, segretaria nazionale dell’associazione, riceve tutti: chi deve fare domanda per una casa popolare, chi ha bisogno di assistenza durante uno sfratto, chi non sa come districarsi tra bandi e graduatorie.
Tra queste persone c’è Fabio, 63 anni, due figli. Vivevano in un appartamento dell’Ater (Azienda territoriale per l’edilizia residenziale) in via Ennio Felice finché, il 2 marzo 2025, la casa è andata a fuoco a causa di un corto circuito. «Erano le 17.20, la Roma giocava alle 18. Un amico mi ha chiamato: “Sta bruciando casa tua!”», racconta. Per fortuna nell’appartamento non c’era nessuno.
Ad oggi, però, è ancora inagibile. Da allora la famiglia vive in una sistemazione di fortuna. L’Ater non ha fornito loro alcuna soluzione alternativa e, soprattutto, non ha provveduto a effettuare i lavori necessari per il rientro nell’abitazione.
«Avremmo necessità di fare domanda per avere una casa perché viviamo in 50 metri quadri, abbiamo tre figli di cui una con gravi disabilità. Lì dentro non ci entriamo più», la richiesta di un’altra famiglia. Poco dopo entra Ester, arrivata a Roma dalla Nigeria, con la figlia piccola. Ha presentato domanda per una casa popolare nel 2024 e vuole sapere a che punto è la pratica. Ha solo 23 punti, che sono ancora pochi per sperare di ricevere a breve un alloggio. Nel frattempo paga 800 euro di affitto a fronte di un reddito familiare di circa 1.000 euro al mese. Oltre l’80% delle sue entrate è assorbito dalla casa. «È una situazione sempre più frequente», commenta Paoluzzi.
da Il Fatto Quotidiano del 07/10/2026
In Francia altri 500 arresti.
E Macron guarda i suoi missili
di Luana De Micco
Abbiamo visto i soliti incappucciati, ieri sera, alla Nation, sul finire del corteo parigino dei liceali, lanciare ogni tipo di oggetto contro i poliziotti bardati nelle tenute antisommossa. Cassonetti incendiati, vetrine infrante come al tempo dei “Gilet gialli”, quando la violenza finì per diventare l’ultimo strumento per ottenere dal governo misure concrete. Stando ai dati ufficiali, erano 300 i casseurs mescolati al corteo parigino. Degli incidenti sono stati segnalati anche in altre città e più di 480 persone sono state fermate. Dall’inizio della protesta sono più di 6.500. Ma ieri abbiamo visto anche migliaia di ragazzi partire da place de la République, alle 14, con striscioni per rivendicare classi meno affollate, insegnanti presenti e istituti decenti. Ragazzi che, un paio d’ore dopo, si dovevano proteggere gli occhi dal fumo dei lacrimogeni, mentre adulti – sindacalisti, genitori, militanti associativi – formavano delle catene per proteggerli dal confronto con la polizia e dai proiettili di gomma che nei giorni scorsi hanno mutilato tre minorenni. Il bilancio della risposta delle forze dell’ordine domina il dibattito politico. I socialisti presenteranno una proposta di legge per vietare l’uso delle “armi mutilanti”, in particolare delle pistole Lbd, durante le manifestazioni in presenza di minorenni. È stato l’atto III della protesta dei liceali, un movimento giovanile nato dalla denuncia delle condizioni degradate della scuola è riuscito a portare in piazza migliaia di persone.