sabato 21 marzo 2026

Questo è il canone preparato da Walter Primo con la collaborazione di Manuela Brussino per la celebrazione di domani.

La celebrazione inizierà alle ore 10:00.

Ci si potrà collegare già a partire dalle 9:45.

Il link per collegarsi è:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

Dopo la celebrazione si svolgerà l'assemblea della Comunità. ________________________________________________________________________________

In un mondo dove si parla solo di guerre: è possibile pensare ancora alla pace?


P. Saluto all’assemblea



1. Ti benediciamo, o Dio Creatore della vita, perché concedi alle Tue figlie e ai Tuoi figli di godere momenti di gioia e di pace.

2. Ti benediciamo perché ogni giorno fai crescere nel nostro cuore il desiderio del Tuo Regno e ci doni la forza e la fantasia per collaborare con slancio alla sua costruzione.




LETTURE BIBLICHE

Dal Salmo 23


1Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.

2Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.

Rinfranca l'anima mia,
mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.

Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

[…]

Da Matteo 5, 1-12

Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.

[…]

Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.

[…]

RIFLESSIONE
Forse partendo da un personale desiderio o forse rammentando i vari discorsi ai quali ho assistito, oppure ho partecipato nelle chiese, in ”Comunità” ed in altri contesti a sfondo religioso e venendo investito oggi dal gran parlare di guerre, non posso fare a meno di voler condividere con voi il mio pensiero.

Nella letteratura biblica, profetica per la precisione, è ricorrente l’auspicio di saper promuovere e ritrovare la pace. Nel testo evangelico, poi, le cosiddette Beatitudini esprimono con chiarezza la scelta della pace e del saper essere costruttori di pace. Oggi, al contrario, l’orizzonte dominante è quello di guerra.

Ritengo allora che sia assolutamente necessario da parte di tutti coloro che si rifanno al Dio biblico, al suo testimone, Gesù di Nazareth, pensare a come possa esser possibile per ognuno diventare costruttore di pace. E ciò ancor più di fronte alle mistificazioni di certi politici che riescono addirittura, nel loro delirio di potere guerrafondaio, a dirsi strumenti divini per fondare il loro criminale comportamento. Però, di fatto, la situazione è questa: la volontà di potenza, di prevaricazione è tale che il solo linguaggio possibile sembra essere quello delle armi.

Penso invece che chi voglia seguire le tracce bibliche debba avere il coraggio e la costanza di seguire il ”viottolo” dell’informazione che si oppone alla cultura dominante. Le chiese, le comunità religiose devono diventare occasioni di informazione, di proposta di riflessione, forse occasione di conversione di fronte all’immobilismo di chi ritiene che le scelte politiche siano troppo grandi per poter esser scalfite. Se invece tutte le cellule del multiforme panorama religioso mondiale sapessero unirsi per testimoniare che la vera volontà divina è quella di negare la guerra, questa sarebbe la vera testimonianza di fede.

Quindi, al di là delle storie di ognuno, siamo giunti ad un punto nel quale è inderogabile che le chiese sappiano raccontare dai pulpiti che occorre informazione e opposizione, non soltanto dai cardinali, dal papa o dalla nomenclatura ecclesiastica, ma che è giunto il tempo in cui sia la ”base”, sia il popolo delle parrocchie a richieder testimonianze e inviti di pace che muovano dalla condivisione delle informazioni e che illustrino la pervasività dell’orizzonte bellicista dominante.

Non penso sia giusto, sia utile continuare a proporre documenti illuminati, patrimonio di élite intellettuali, mentre guerre ed eliminazione della natura, dell’ambiente proseguono indisturbati. Altro che fondare una coscienza ecologica e ambientale… L’orizzonte bellicista annienta l’ambiente, l’ecologia in nome del profitto di pochi. Tutto ciò è come l’improvvisa comparsa davanti a noi della “valle oscura” del salmo, in cui sembriamo esserci incamminati.

Come credenti sappiamo però che il Signore mantiene la Sua promessa proprio quando abbiamo paura se riponiamo in lui fiducia. Gesù ci ha insegnato con l’esempio che la fiducia si esprime concretamente. Lo smarrimento è il sentimento che ci travolge come piccoli esseri umani singoli.

Ma come popolo dei credenti molto può essere fatto. Con la denuncia corale che essere cristiani esclude totalmente l’opzione della guerra. La pace trasformata come esperienza di vita è la manifestazione della nostra fiducia nel Dio di Gesù.


INTERVENTI LIBERI


1. Come Abramo il nomade, che lasciò la casa dei suoi padri per mettersi dietro alla Tua parola, credendo alla promessa,

2. come Sara, che accolse il Tuo annuncio, meravigliandosi e ridendo con stupore,

T. rendici capaci di aggiungere tempo ai nostri giorni. Tempo utile, non solo per noi, tempo per sperimentare la condivisione e l’accoglienza.

1. Come alla vedova di Sarepta colmasti di olio l’orcio quasi vuoto, così ricolma le nostre esistenze dell’amore che solo Tu puoi donare.

2. E se perdessimo coraggio, non ci abbandonare; stacci vicino: come hai soccorso Israele nel deserto e Mosé, quando aveva perso fiducia nella sua gente.

T. Insegnaci a trovare l’acqua viva in quei momenti difficili e a fidarci di Te, che rendi sensato ciò che è privo di senso.

G. Dio di tenerezza e di bontà, dal volto severo e dal cuore misericordioso, accompagnaci nel cammino per tutti i giorni della nostra vita.


PADRE NOSTRO



MEMORIA DELLA CENA


T. Mentre mangiavano prese il pane e, pronunciata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Prendete, questo è il mio corpo”. Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel Regno di Dio”.

1. Ricordando Gesù di Nazareth, facciamo memoria di tutti e tutte coloro che, come lui, hanno lottato per conquistare spazi di dignità e di liberazione. Così facendo, si sono scontrati con il volto disumano del potere, che non sopporta gli spiriti liberi e senza padroni.

2. Spezzando questo pane, ci proponiamo di condividere “pezzi” della nostra vita, del nostro tempo, delle nostre energie, nella consapevolezza che non c’è “perdita” in questo “spezzare”, ma gioiosa scoperta di altre mani, altri volti, altri cammini.

1. Assaporando la fragranza di questo cibo, ci ricordiamo che la terra è di Dio e che i suoi frutti ci sono dati gratuitamente, in dono.

2. Chi si affanna a riempire i granai si troverà di fronte all’amara scoperta della manna che marcisce tra le mani di chi non ha saputo accoglierla.

P. Noi ora mangiamo questo pane spezzandolo tra di noi. L’espressione simbolica: “questo è il mio corpo”, “questo è il mio sangue” ha un rimando molto concreto alla nostra vita. Se noi facciamo nostro lo stile di vita di Gesù, se lo facciamo penetrare nella nostra esistenza quotidiana, noi comunichiamo con Gesù stesso in profondità, come se ci nutrissimo di lui. Questo linguaggio ci invita a prendere sul serio le due caratteristiche che hanno contraddistinto il comportamento del maestro di Nazareth: la fiducia in Dio e la prassi di con- divisione.


COMUNIONE


PREGHIERA SPONTANEA


BENEDIZIONE FINALE


G. “Che il vento, soffiando nei vostri capelli, vi porti il palpitare della vita.
Che i vostri piedi lascino nella polvere orme di speranza.
Che nell’oscurità
voi udiate battere il cuore del prossimo.
Che le vostre mani si protendano come porte che si aprono.
Che le vostre bocche trasmettano quanto vi è stato dato di ricevere.
Che le vostre orecchie colgano
quello che le parole dicono solo a metà.
E che l’amore del Signore vi accompagni
anche là dove non vorreste andare”. (Christian Kempf)

Comunità di base di Pinerolo via città di Gap
Walter Primo, 22 marzo 2026
(Canone tratto da ”Preghiere Eucaristiche vol.2 pag. 102)

 don Franco Barbero racconta

Storie, storielle e storiacce

 

2. Il periodo del seminario e degli studi di teologia a Torino (1950-1959)

Finita la scuola elementare ho scelto di andare in seminario a 11 anni, nel 1950. E’ stata proprio una mia scelta, nessuno mi ha spinto, sentivo di doverlo fare, perché ero appassionato. Ho comunque sofferto di non più giocare con i bambini e stare con la mia famiglia.

Sono entrato in seminario già debole di salute, molto gracile (venivo da una famiglia che ha patito la fame) e anche negli anni del liceo mangiavo poco e avevo degli incarichi, anche la notte, non adeguati alle mie forze.

Un sabato, poco dopo il mio ingresso in seminario, mia sorella Lella è venuta a trovarmi e io l’ho abbracciata e baciata, perché ero abituato così con i miei familiari. Sono stato rimproverato perché avevo baciato mia sorella “Tua sorella è una donna e tu con le donne…”. Non riuscivo a capire, sono andato a parlere col vecchissimo rettore e lui mi ha dato ragione “Tu bacia quando vuoi tua sorella”.

Era la mia sorella Lella, quella che è ancora viva. Anche lei allora era molto giovane, aveva solo 3 anni più di me (è nata nel 1936, aveva 14 anni).

Mia mamma e mio papà venivano poche volte a trovarmi perché erano molto presi e mia sorella, dopo essere stato rimproverata, non è più venuta a trovarmi.

Nella scuola del seminario la mia classe era la più numerosa, eravamo in 14, come una classe di scuola media.

Si facevano tutte le materie normali, matematica, scienze, geografia, francese, ecc. e c’erano anche professori che venivano da fuori.

Oltre alle solite materie di studio facevamo tanta meditazione e preghiera.

Il mattino alle 6 suonava la campana e si andava alla messa, poi la sera c’era il rosario, si mangiava poco.

Il seminario era in via Trieste a Pinerolo, dove è ancora adesso.

Noi vivevamo lì tutto l'anno tranne un periodo di pochi giorni d'estate a casa, poco più di una settimana, perché poi dovevamo ritornare in seminario per il mese di meditazione e convivenza estiva: si andava in montagna in una casa chiamata Laval a Pragelato, i camion ci portavano su e si stava un mese insieme tutti i seminaristi, da fine luglio in poi.

Nel periodo in cui sono stato al seminario le mie sorelle erano nel pieno degli innamoramenti perché erano un po' più anziane di me, era un momento bellissimo.

Tutte le mie sorelle cominciarono a sposarsi, ma io non potevo contattare loro e dovevo vestire già l’abito lungo nero. Una vergogna! Assolutamente in quei giorni di luglio non potevo mai mettermi in maglietta o calzoncini e al mattino sempre due messe e poi tutte le funzioni.

Nel periodo del seminario non potevo partecipare ai matrimoni delle mie sorelle e conoscere i fidanzati e fidanzate perché avevano amici e amiche, tutte persone che io da bambino in grandissima parte avevo conosciuto, con cui si sarebbero potuti attivare dei meccanismi di desiderio sessuale che io non potevo vivere in quella fase.

Dopo aver finito la terza liceo, a 17 anni, nel 1957 mi sono traferito a Torino, dove ho studiato teologia per tre anni, fino al 1959. In quel periodo sapevo già di essere tubercolotico, ma volevo assolutamente arrivare al suddiaconato, che ho ricevuto nel 1959. Nei mesi precedenti avevo trascurato la mia sofferenza nel respirare, perché volevo arrivare ad essere ordinato suddiacono, il primo passo che per arrivare al diaconato e poi al presbiterato.

Per questo ero disposto a tutto, trascurando la mia salute.

È a Torino che ho incontrai il dottor Luciano Gatti e, soprattutto il dottor valdese Matieu, che, resosi conto della gravità del mio stato di salute, mi ha imposto un periodo di ricovero nel sanatorio di Pracatinat. Ricordo ancora le sue parole: “ma non si è accorto prima della sua salute, come fa a stare ancora in piedi! Lei ha una tubercolosi mortale”.

 

mercoledì 25 il prossimo appuntamento con le "Storie..."

Una preghiera…

Il dono dell’incontro 

Chi in questi giorni di sofferenza mi ha fatto visita mi ha fatto un grande dono. 

Tu, o Dio, ci fai il dono di tenere accesa la fiamma del mio e nostro cuore senza apparire.

Questa è una stagione storica di grandi solitudini che il volontariato riesce in parte ad alleviare. Ecco il grande dono della comunità cristiana, nei casi in cui si realizza un ascolto reciproco.

Tu, o Dio ci hai donato nel profeta Gesù la testimonianza concreta dell’incontro fraterno, senza distinzione di razze, di lingua, di fede in Te.

La relazione autentica è uno scambio di doni, come la testimonianza del Tuo profeta Gesù dimostra. La fraternità e il volontariato sono la coniugazione del Vangelo. 

Quanto bisogno di aprire il cuore e le mani abbiamo!

Il cuore per accogliere, o Dio, il dolce e forte invito ad agire. Ci insegni che le nostre mani non sono fatte per trattenere, ma condividere.

Ti prego, o Dio dell’amore, affinché ogni giorno sappia cogliere, accogliere e cercare le occasioni per condividere, anche il tempo. Prigionieri di tante cose, non abbiamo più il tempo di pregare e visitare i malati.

La preghiera che Ti rivolgo è per aprire in me la porta.

Sei Tu, o Dio, che nonostante le tante guerre di oggi puoi aprire i nostri occhi e cuori al tanto bene che oggi fiorisce senza cedere alla tentazione di vedere solo l’odio e le guerre.

E’ veramente ciò che sappiamo e facciamo piccola cosa. Ma un granello affidato a Te può far nascere una foresta di fiori per darci gioia e tanta frutta per alimentarci ed alimentare i  milioni di abbandonati ed affamati del mondo.

Dio della pace, siamo sicuri che non ci abbandoni; anzi spingi tanti uomini e donne a rischiare la vita con scelte che li mettono in pericolo, perché le guerre e le tante violenze facciano un passo indietro.

Solo la fiducia in Te ci fa guardare con speranza al futuro.

Preghiera a Dio, scritta dopo l’incontro avuto con il fratello di Saluzzo e la condivisa preghiera, breve ma viva, per dirti che le nostre vite sono nelle tue mani.

Franco Barbero e Beppe - 14 marzo 2026


da Il Manifesto del 14/03/2026

Il costo della guerra e chi ne paga il prezzo

di Francesco Vignarca


Undici miliardi e trecento milioni di dollari. In sei giorni. Non è il Pil annuo di un piccolo Stato, ma quanto hanno già bruciato gli Stati Uniti nella cosiddetta «Operazione Epic Fury» di attacco all’Iran. Si tratta di circa un miliardo di dollari al giorno solo per i costi operativi diretti; una cifra comunque incompleta perché non include i mesi di preparazione che hanno preceduto i primi bombardamenti dello scorso 28 febbraio.

C’è un rituale ineludibile che accompagna ogni guerra statunitense: la minimizzazione iniziale dei costi. Nel 2003 l’amministrazione Bush garantì che la guerra all’Iraq sarebbe costata al massimo cinquanta miliardi. Sarebbe stata una «passeggiata». Vent’anni dopo, la stima complessiva diretta e indiretta supera gli 8mila miliardi di dollari. Ma ciò non impedisce all’amministrazione Usa di replicare lo stesso schema: quella in Iran è un’altra guerra integralmente scelta e non «obbligata» (perché agita senza che ci fosse una minaccia imminente) con una leadership immotivatamente ottimista sui risultati tattici e strategici e una scarsa pianificazione. E addirittura il Congresso Usa, pur sollecitato a stanziare un supplemento di fondi in emergenza, mostra già alcune resistenze bipartisan.

Il Center for Strategic and International Studies ha stimato il costo delle prime cento ore di guerra in 3,7 miliardi di dollari, di cui tre miliardi corrispondono al solo valore di missili, bombe e intercettori consumati. Degli 11,3 miliardi già citato per la prima settimana scarsa, ben 5,6 sarebbero da ascrivere all’aver «bruciato» munizioni. Facile arrivarci con prezzi unitari di questo tipo: un missile Tomahawk di RTX costa 2,2 milioni; un intercettore del sistema THAAD di Lockheed Martin vale 12,7 milioni; uno per il Patriot tre milioni. Riserve ammassate in decenni vengono consumate nel giro di giorni. Sul fronte opposto, un drone d’attacco iraniano costa appena 35mila dollari a unità. Quando un intercettore che costa milioni è necessario per abbatte un drone da poche decine di migliaia, l’equazione «economica» della guerra è sbilanciata in partenza.

Poi c’è il lungo periodo. Nell’area operativa di «Epic Fury» sono coinvolti oltre 50mila militari americani, esposti a contaminanti e tossine. Se questi veterani chiederanno benefici a un tasso simile a quello delle Guerra del Golfo almeno un terzo sarà ammissibile a un qualche sostegno a vita, aggiungendo tra i 600 e i mille miliardi al costo totale di questa guerra nei prossimi decenni. In un paese già soffocato da un debito pubblico di 37mila miliardi di dollari (dieci volte il livello del 2003). E senza contare i costi indotti dalle conseguenze del conflitto: prezzi del petrolio più alti, inflazione, incertezza per le imprese e minor crescita. Un conto salato che potrebbe di gran lunga superare quello delle spese militari dirette. C’è poi la dimensione ambientale: i bombardamenti su impianti nucleari e raffinerie rilasciano sostanze tossiche le cui ricadute si misurano in decenni, mentre il carburante bruciato da portaerei, bombardieri e migliaia di missili contribuisce in modo tutt’altro che trascurabile alle emissioni climalteranti.

A fronte di questi costi, chi guadagna? In Borsa i titoli dei principali produttori d’armi statunitensi sono tutti saliti e i vertici delle maggiori aziende sono già stati convocati alla Casa bianca per un impegno a quadruplicare la produzione militare. Ben prima del conflitto in Iran, Trump aveva richiesto un aumento del 50% del già mostruoso bilancio del Pentagono: da mille a 1.500 miliardi, il maggiore incremento percentuale dal 1951. Nel contesto bellico e «militarizzato» (anche comunicativamente) attuale sarà molto più probabile l’approvazione della richiesta senza dibattito sulle priorità alternative, mettendo un’ipoteca sul futuro: una volta fissato un nuovo livello di spesa si consolida negli anni ed è estremamente difficile da ridurre.

Ma le prospettive di pace (o anche solo di «stabilizzazione» di una regione) non sono questione di quante bombe si hanno in magazzino. Piuttosto dipendono da scelte politiche, da interessi economici, di chi «paga il prezzo» (diretto o indiretto, economico o sociale). La carenza vera di questo periodo storico e politico non è di munizioni: è di saggezza, di rispetto del diritto, di prospettiva diplomatica. E tutte queste cose non si possono comprare da Lockheed Martin.


da “Il Silenzio è cosa viva. L'arte della meditazione”. 

di Chandra Livia Candiani - Einaudi


Un’antica favola africana racconta del giorno in cui scoppiò un grande incendio nella foresta.

Tutti gli animali abbandonarono le loro tane e scapparono spaventati.

Mentre fuggiva veloce come un lampo, il leone vide un colibrì che stava volando nella direzione opposta.

<<Dove credi di andare? - chiese il Re della foresta. - C'è un incendio, dobbiamo scappare!>>.

Il colibrì rispose: <<Vado al lago, per raccogliere acqua nel becco da buttare sull’incendio>>.

Il leone sbottò: <<Sei impazzito? Non crederai di poter spegnere un incendio gigantesco con quattro gocce d’acqua!?>>.

Al che, il colibrì concluse: <<Io faccio la mia parte>>.




da Domani del 18/03/2026

Processo Becciu, tutto da rifare: i giudici di Leone XIV contro il pm (e Francesco)

di Enrica Riera


La corte d’appello chiede un nuovo dibattimento: a pesare i rescritti papali e le chat imbarazzanti (rivelate da Domani) che il promotore di giustizia Diddi depositò omissate.

<<Provvedimenti insanabilmente viziati», hanno sempre sostenuto i legali di coloro che, come il cardinale sardo Giovanni Angelo Becciu, sono stati condannati in primo grado a conclusione del processo del secolo. Quello, cioè sulla compravendita con fondi della Segreteria di Stato del Vaticano dell’immobile di lusso situato a Londra, al numero 60 di Sloane Avenue.

Martedì 17 marzo, con un’apposita ordinanza, la Corte d’appello d’Oltretevere ha dato ragione agli avvocati, accogliendone alcune eccezioni e annullando, sebbene solo in parte, il procedimento di primo grado. Risultato: il processo d’appello, iniziato da pochi mesi, ripartirà ex novo. I giudici hanno ordinato «la rinnovazione del dibattimento». Decisione da cui deriva un solo effetto: le condanne di primo grado potrebbero essere annullate. Con una precisazione: «Nel nuovo dibattimento – scrive il collegio nel suo provvedimento - non potrà essere messa in discussione la responsabilità degli imputati prosciolti, nei cui confronti non fu proposto appello dall’Ufficio del Promotore di giustizia o nei cui confronti l’appello dell’accusa sia stato dichiarato inammissibile».

Adesso solo formalmente in piedi, col nuovo giudizio le condanne nei confronti di Becciu (5 anni e 6 mesi per peculato e truffa) e per una serie di manager e imprenditori – come Raffaele Mincione, Gianluigi Torzi, Fabrizio Tirabassi, Enrico Crasso – potranno pertanto decadere. Tutto è di nuovo in discussione, il processo a rischio. «La credibilità dell’indagine è stata demolita. Al contempo siamo grati alla giustizia vaticana che oggi sta dimostrando di rispettare i valori del diritto internazionale a differenza di quanto accade nel resto del mondo», ha detto a Domani l’avvocato Cataldo Intrieri che con Massimo Bassi difende Tirabassi.


LE RAGIONI

In particolare due sono i motivi alla base della pronuncia della Corte. «Nel corso del giudizio di primo grado – si legge nelle sedici pagine di ordinanza vaticana – non si è proceduto, da parte dell’Ufficio del promotore di giustizia, al deposito integrale del fascicolo istruttorio». Ancora, secondo i giudici, va accolta l’eccezione presentata dai legali riguardante il fatto che l’allora promotore, Alessandro Diddi, avesse «depositato documenti parzialmente coperti da omissis». In questo modo, precisano gli avvocati, è «stato violato il diritto di difesa». Ma non solo.

Sempre secondo la Corte «la mancata pubblicazione di un Rescriptum del papa ha inciso sulla legittimità di alcuni atti istruttori adottati sulla base dello stesso». Da qui «il vizio di nullità da ultimo rilevato implica che la Corte debba disporre la rinnovazione del dibattimento».

Adesso, sempre in base a quanto emerge dal provvedimento dei giudici d’appello, l’«Ufficio del promotore di giustizia» dovrà «depositare in cancelleria entro il 30 aprile 2026 tutti gli atti e documenti del procedimento istruttorio svolto nella loro versione integrale».

Qualora il termine non venisse rispettato, il processo potrebbe saltare. Le parti invece hanno tempo fino al «15 giugno 2026 per esaminare atti e documenti nonché per preparare le prove a difesa». Prima (nuova) udienza in programma il 22 giugno per la calendarizzazione del processo d’appello, che era iniziato a settembre alla presenza dello stesso Diddi nella veste di pubblica accusa. Il promotore in seguito aveva fatto un passo indietro, con una «dichiarazione d’astensione».

Dietro la sua decisione, probabilmente, le famose conversazioni su WhatsApp, pubblicate da questo giornale e intercorse fra Giovanna Ciferri, Francesca Immacolata Chaouqui e il promotore: le chat, secondo le difese, avrebbero avuto lo scopo di condizionare uno dei testimoni chiave del processo, monsignor Albero Perlasca, ex direttore dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di stato, nelle sue accuse contro il cardinale Becciu.

«Quella della Corte d’Appello è una decisione storica perché per la prima volta nella storia vaticana si è ritenuto inefficace e privo di effetti un rescritto del Papa, per mancata pubblicazione. Confidiamo di poter arrivare ad una rapida definizione del processo con una sentenza ampiamente assolutoria», ha concluso l’avvocato Intrieri.

A fargli eco i legali del porporato che, a causa del processo sulla famosa compravendita, era stato licenziato da papa Francesco. «Esprimiamo soddisfazione per l’ordinanza della Corte di Appello che ha accolto le nostre eccezioni. Dimostra che sin dal primo momento avevamo ragione a rilevare la violazione del diritto difesa ed a richiedere il rispetto della legge», hanno sottolineato i difensori Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo.

da Il Manifesto del 18/03/2026

Don Milani, due lettere per demolire la mistica bellicistica

di Luca Kocci


Nel presente di guerra in cui si ipotizza di ripristinare il servizio militare, assumono rinnovata attualità e forza persuasiva due testi di don Lorenzo Milani datati 1965: la lettera ai cappellani militari e la lettera ai giudici, per cui il priore di Barbiana sarebbe stato condannato dal tribunale di Roma per apologia del reato di diserzione se non fosse morto qualche mese prima della sentenza che inflisse 5 mesi e 10 giorni a Luca Pavolini, vicedirettore responsabile del settimanale politico-culturale del Pci Rinascita, colpevole di aver pubblicato i testi incriminati.

Anche per questo, allora, è utile la lettura della nuova edizione critica delle due lettere di Milani curata dallo storico del cristianesimo Sergio Tanzarella, arricchita da inedite fonti di archivio e carte processuali e corredata da un ampio apparato di note che le contestualizzano e ne consentono una piena comprensione anche a chi non è particolarmente addentro al mondo milaniano (Lorenzo Milani, Abbasso tutte le guerre. Lettera ai giudici. Lettera ai cappellani militari, Il pozzo di Giacobbe, pp. 224, euro 18).

TESTI FONDAMENTALI sebbene meno conosciuti della Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana e soprattutto poco letti, se non per qualche frase, come quella che per anni è stata usata come titolo: «L’obbedienza non è più una virtù». La ragione di questa lettura incompleta e selettiva la spiega Tanzarella nel suo saggio introduttivo: le due lettere di Milani hanno ancora oggi «il merito di demolire dalle fondamenta l’artificiale costruzione di una mistica bellicistica e di una retorica della cristianità armata e vittoriosa alla quale hanno dato e continuano a dare un decisivo contributo non solo dei clericali devoti dell’ubbidienza cieca e della bontà delle armi, ma anche non pochi intellettuali a servizio dei detentori del potere e della loro propaganda».

La vicenda è in parte nota. Una ventina di cappellani militari toscani in congedo nel febbraio 1965 sottoscrive un comunicato stampa per esaltare «il sacro ideale della Patria» e attaccare l’obiezione di coscienza come «espressione di viltà», mentre nelle carceri militari italiane sono recluse decine di giovani obiettori che hanno rifiutato la chiamata alla leva.

MILANI, DALL’ESILIO di Barbiana, replica ai cappellani, difende gli obiettori e smonta la retorica di un secolo di guerre patriottiche, in realtà tutte di aggressione e coloniali, tranne un’unica «guerra giusta» («se guerra giusta esiste»), quella partigiana. Denunciato da un gruppo di ex combattenti per incitamento alla diserzione e vilipendio delle forze armate, Milani è rinviato a giudizio. Non va al processo perché gravemente malato di linfoma, ma invia una memoria difensiva (la lettera ai giudici) in cui indica la necessità di disobbedire alle leggi ingiuste e battersi per cambiarle obbedendo solo alla propria coscienza. Assolto in primo grado, il pm ricorre in appello e chiede 4 anni per il prete: nell’ottobre 1967 Pavolini viene condannato, il reato di Milani invece è «estinto per morte del reo», avvenuta a giugno dello stesso anno.

TANZARELLA RICOSTRUISCE il contesto storico-politico, la genesi delle lettere, il loro impatto pubblico e la vicenda processuale, grazie a nuove fonti e a un attento lavoro interpretativo, realizzando così un’operazione di importante valore storiografico ma anche etico per affermare che «la responsabilità è personale e non si può delegare ad alcun capo o struttura di potere».


giovedì 19 marzo 2026

da Pressenza del 16/03/2026

Perché NO

di Pietro Polito


Nei giorni 22 e 23 marzo 2026 saremo chiamati a dire SI o No, ad approvare o respingere una legge costituzionale che interviene sull’assetto della magistratura. Il quesito è il seguente: “Approvate il testo della legge di revisione degli articoli 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare?”.

Dirò No per i seguenti motivi.

  1. Va bene cambiare la Costituzione, ma senza alterarne la natura liberal-democratica e soprattutto senza alterare l’equilibrio dei poteri. Cambiare in una sola volta 7 articoli mi sembra un po’ pericoloso.
  2. La separazione delle carriere garantisce la terzietà del giudice? I giudici sono condizionati dai pubblici ministeri o dal fatto di essere stati pubblici ministeri? Non mi sembra, in genere ai giudici viene rimproverato di prendere decisioni in contrasto con le richieste dei pubblici ministeri.
  3. Lo sdoppiamento del CSM e l’introduzione dell’Alta corte disciplinare mi sembra che anziché semplificare l’autogoverno della magistratura (e quindi la sua indipendenza da altri poteri e la sua subordinazione solo alla legge) aumentino la conflittualità e i costi della macchina giudiziaria.
  4. L’introduzione del sorteggio al posto dell’elezione mi sembra davvero la morte della democrazia (moderna, non antica). C’è bisogno di scegliere sulla base delle competenze (se fosse possibile, i migliori) non affidarsi al caso!

A ciò si aggiunga la disparità della procedura di sorteggio per i membri togati e per i membri laici (elenco sorteggiabili predisposto in base a criteri condivisi dalle forze parlamentari. Vale a dire la maggioranza di governo.  Si potrebbe ridurre forse il peso-influenza delle correnti, ma non si aumenta quello delle forze politiche o della maggioranza di governo?

Condivido quanto scrive l’attrice Monica Guerritore: “La Costituzione è un patto fatto di regole, diritti e doveri a tutela di tutti. È la nostra patria interiore, non si tocca se non con lo spirito costruttivo. In quel patto c’è scritta la separazione dei poteri: giudiziario, legislativo ed esecutivo. Ognuno autonomo e indipendente”. La Costituzione è un argine all’arbitrio e ogni regressione sul terreno costituzionale è un indebolimento della democrazia.

Per tutte queste ragioni dico: NO.


da ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale del 17/03/2026

Libano, la guerra nella guerra


Mentre gli occhi del mondo sono puntati sull’Iran e lo Stretto di Hormuz, in Libano si combatte una guerra nella guerra: lo scorso 12 marzo, l’esercito israeliano ha diffuso un ordine di evacuazione di portata inedita dai tempi del conflitto tra Israele e Hezbollah del 2006. “Rimanere a sud del fiume Zahrani potrebbe mettere in pericolo la vostra vita e quella delle vostre famiglie” ha dichiarato il portavoce arabo dell’esercito israeliano, Avichay Adraee. L’ordine implica lo svuotamento di oltre il 14% dell’intero territorio libanese, in un’area che si estende fino a 40 chilometri dal confine israeliano, includendo i principali centri abitati di Tiro e Nabatieh. Secondo le organizzazioni umanitarie, nelle ultime due settimane quasi una persona su cinque in Libano è stata sfollata, mentre il numero totale ha superato il milione. Il ritmo con cui le persone sono state obbligate a lasciare le proprie case ha abbondantemente superato le capacità di accoglienza. Molte famiglie non trovano un alloggio e trascorrono le notti per strada, in auto o in spazi pubblici, mentre i rifugi collettivi si riempiono. Intanto, Israele ha annunciato un’operazione di terra con cui intende assestare a Hezbollah il colpo finale che non era arrivato durante la guerra del 2024, malgrado la decapitazione dei vertici della milizia sciita e l’uccisione del leader Hassan Nasrallah.  Finora, intanto, i bombardamenti hanno preso di mira obbiettivi legati a Hezbollah, ma anche i civili: secondo le autorità libanesi, si contano già oltre 700 morti, tra cui circa 100 bambini.

Durante un vertice con i comandi militari, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha avvertito che i residenti libanesi sfollati “non torneranno alle loro case a sud della zona di Litani finché non sarà garantita la sicurezza dei residenti nel nord [di Israele]”. Il messaggio politico è chiaro: la sicurezza del nord di Israele viene prima di tutto.

Una tregua senza tregua?

La situazione libanese è diversa da quella degli altri fronti della guerra regionale in corso. L’accordo per il cessate il fuoco raggiunto con Tel Aviv nel novembre 2024 prevedeva il disarmo di Hezbollah, ma le autorità libanesi non hanno potuto applicarlo a causa del rifiuto della milizia sciita. Di conseguenza, le forze israeliane hanno mantenuto il controllo su cinque posizioni nel Libano meridionale. Da allora, quasi ogni giorno si sono registrate operazioni israeliane, nonostante il cessate il fuoco formalmente in atto. Dopo l’attacco israelo-americano all’Iran dello scorso 28 febbraio, Hezbollah ha fornito a Israele un pretesto per riprendere la guerra, lanciando alcuni razzi in risposta all’uccisione della guida suprema iraniana Ali Khamenei. Molti libanesi hanno accusato il gruppo paramilitare di scelta “suicida” e di voler trascinare il Paese in un nuovo conflitto contro Israele. Nel tentativo estremo di scongiurare l’invasione, il Primo Ministro Nawaf Salam ha affermato che l’attacco di Hezbollah dimostra disprezzo per “la volontà della maggioranza dei libanesi” dichiarando che avrebbe vietato tutte le attività militari di gruppi armati “operanti al di fuori dell’autorità dello Stato”. In quelle stesse ore, il Segretario generale dell’Onu Antonio Guterres volava a Beirut per invocare la fine delle ostilità e denunciare che il popolo libanese stava per essere “trascinato” in una guerra che non voleva.

Il Libano come Gaza?

Nell’annunciare l’inizio della tanto temuta offensiva di terra in Libano, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz è stato inequivocabile: ha ordinato all’esercito di distruggere “l’infrastruttura del terrore nei villaggi vicino al confine, proprio come abbiamo fatto con Hamas a Gaza”. Non è il primo membro del governo israeliano a tracciare questo paragone. A differenza degli anni tra il 1982 e il 2000, quando Israele occupava parte del sud del Libano, “stavolta l’esercito ha allontanato la popolazione garantendosi piena libertà d’azione e riducendo il rischio che operazioni di guerriglia emergano dai villaggi” spiega Yagil Levy, direttore dell’Open University Institute for the Study of Civil-Military Relations in Israele. Secondo Levy, lo schema riprende la strategia militare messa a punto a Gaza, dove Israele ha costretto i palestinesi in un’area che copre circa metà del territorio originario della Striscia. Questa strategia, aggiunge Levy, “sta prendendo forma anche in Cisgiordania, come dimostrano le regole di ingaggio più flessibili e l’autorità concessa alle milizie di coloni per allontanare dai loro villaggi e dalle loro case le comunità civili palestinesi”. Ciononostante, la nuova campagna di terra solleva interrogativi sulla capacità di Israele di combattere su più fronti per un lungo periodo, soprattutto con un esercito di riservisti già stremato da due anni e mezzo di guerra.

Ridefinire gli equilibri?

Se il ‘modello’ da seguire è Gaza, non stupisce che l’ordine di evacuazione abbia scatenato il panico nei villaggi del sud del Libano. Il timore di una spirale di violenze è tale che i leader di Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Canada, in una dichiarazione congiunta, hanno avvertito che un’offensiva di terra israeliana di vasta portata avrebbe “conseguenze umanitarie devastanti” e che “deve essere evitata”. Dalla sua, il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che è pronto a ospitare a Parigi una mediazione. Secondo Axios esisterebbe già una bozza di piano dettagliato per un cessate il fuoco e il disarmo di Hezbollah in cambio del riconoscimento formale di Israele da parte di Beirut. Tuttavia, secondo Haaretz, Israele non avrebbe aderito al progetto. Intanto, centomila soldati dell’Idf sono al confine, pronti a invadere, mentre l’aviazione continua il martellamento di Beirut. Il quadro che emerge è quello di una strategia israeliana coerente: sfruttare la finestra aperta dal confronto con l’Iran per ridefinire gli equilibri regionali. Tuttavia, la decisione di lanciare la prima operazione di terra dimostra anche quanto sia difficile sradicare gruppi come Hezbollah. Inoltre, solleva interrogativi su quanto Israele e gli Stati Uniti possano effettivamente ottenere contro l’Iran senza schierare truppe sul terreno. “Né le campagne di terra né quelle aeree sono efficaci per sconfiggere un movimento armato locale” osserva Randa Slim, direttrice del programma per il Medio Oriente dello Stimson Center: “Gli americani ci hanno provato in Afghanistan e hanno fallito. Gli israeliani ci provano in Libano dal 1982 contro Hezbollah e hanno fallito allo stesso modo”.