lunedì 18 maggio 2026

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Il giorno s'avvicina

Lasciatemi prendere la libertà di parafrasare midrashicamente (e un po' troppo liberamente) questo suggestivo e meraviglioso testo biblico:

"In quel giorno ormai all'aurora

ci sarà una strada aperta, spaziosa:

in essa cammineranno,

ora cantando ed abbracciandosi,

ora stringendosi le mani,

guardandosi limpidamente negli occhi

eterosessuali, gay, lesbiche, transessuali.

Gli uni andranno verso le altre

chiamandosi per nome.

Nessuno fuggirà a nascondersi.

In quel giorno ormai vicino

- ma forse anche un po' lontano -

omosessuali, lesbiche ed eterosessuali

saranno insieme una benedizione

per tutto il mondo.

In quel giorno si dirà:

ma perché non abbiamo capito prima

che gli omosessuali sono popolo di Dio,

le lesbiche opera delle Sue mani e

gli eterosessuali Sua eredità?”.

Questo linguaggio della fede, che non esclude per nulla altri linguaggi, è un pressante invito, storico e non ingenuo, a superare le barriere del pregiudizio, dell'arroganza, della gerarchizzazione e della discriminazione.

 

(cont.)

domenica 17 maggio 2026

da L’Eco del Chisone del 13/05/2026

Le parole per dirlo

NON HO BISOGNO DI DIO

di Derio Olivero (vescovo di Pinerolo)


Ho incontrato un gruppo di studenti delle superiori. Due ore insieme a parlare di fede. Due bellissime ore. Ecco alcune loro espressioni: "La fede ha risposte di cui non ho bisogno"; "Non mi pongo le domande sulla fede. Non serve"; "Non sento il bisogno di credere"; "Non mi interessa la fede. A me interessano le cose che mi fanno star bene”; “Io mi fido solo del mio istinto"; "La fede non cambia nulla"; "Se credo e poi non capita nulla resto solo delusa. Meglio non credere. Eviti tante delusioni"; "Non trovo motivi per credere". Ora, nel mio studio, a tarda sera, ripenso a queste frasi, ripenso a quei volti. Per loro Dio è assolutamente irrilevante. Noi adulti, noi preti non siamo più capaci di mostrare loro un Dio “interessante". Dio non tocca i loro pensieri e, soprattutto, non tocca le loro emozioni. Non tocca ciò che “sentono”. Questi giovani non sentono alcuna mancanza. In un manoscritto di Cristina Raddavero (che spero possa essere presto pubblicato) leggo una  splendida espressione: "Il problema non è che Dio è morto. Il problema è che non sappiamo più nominare l'assenza" (Davide Rondoni). Per questi giovani non c'è alcuna assenza. E, pertanto, non c'è né nostalgia né ricerca. Chi ha perso qualcosa ne ha nostalgia e lo cerca. Questi giovani non hanno perso nulla. Sono già nati senza. Alla loro nascita Dio era già lontano. Per i loro genitori Dio stava già traballando. Forse ne rimaneva un'immagine sbiadita. Era una specie di soprammobile regalato dai nonni. Un soprammobile inutile, ingombrante. Senza fascino, senza utilità. Per i genitori aveva ancora un alone di affetto. Ora resta un simulacro vuoto. Un concetto vuoto. Antico e fuori moda. Fuori tempo. Irrilevante. “Il tempo della notte del mondo è il tempo della povertà perché diviene sempre più povero. E’ già diventato tanto povero da non poter riconoscere la mancanza di Dio come mancanza” (M. Heidegger). Questa importante definizione del filosofo ci inquieta: il massimo della povertà sta nel non saper più riconoscere la mancanza come mancanza. Il povero "normale" sente che gli manca qualcosa (cibo, acqua, casa). Il povero "ridotto male” non si accorge neppure più di ciò che gli manca. L'uomo normale sente la mancanza di aria e la cerca, l’attende, la respira a pieni polmoni. L'uomo "ridotto male" non sente la mancanza d'aria e muore asfissiato. L’uomo “ridotto male” non è l’ateo. E’, piuttosto, l’uomo che “basta a se stesso”. Che crede di bastare a se stesso. Senza domande, senza attesa, senza ricerca. Fermo al proprio istinto. Ridotto ai propri bisogni. Senza desideri. Gli basta sopravvivere. O è condannato a sopravvivere. Non sente l'assenza dei sogni. Non osa il mistero. Seduto su ciò che è ovvio. Ecco il nostro compito: nominare ancora l’assenza.  Sentire meraviglia, vibrare per cose belle, sentire la nostalgia di altro, di oltre. Non rassegnarci all’ovvio. Non accontentarci di oggetti. Come scrive D. Rondoni: “C’è un punto in noi che non si piega/ alla funzione, al calcolo, alla resa./ E’ lì che Dio, se c’è, resiste./ Non nel tempio. Nella ferita”.


L’insegnamento di un Rabbi

Quando è giorno?

da “La bestia che seduce” di Franco Barbero - 1990


Un vecchio Rabbi chiese un giorno ai suoi discepoli: <<Chi di voi saprebbe dirmi come si può distinguere il momento in cui finisce la notte ed inizia il giorno?>> <<Io direi>>, rispose prontamente un allievo, <<quando, vedendo un animale a distanza, uno sa distinguere se è una pecora o un cane>>.<<No>>, rispose il Rabbi. <<Potrà essere l'inizio del giorno>>, disse un altro, << quando, vedendo da lontano un albero, si può dire se è un fico o un pesco>>. <<Neppure>>, insisté il Rabbi.

<<Ma allora>>, chiesero i discepoli, <<quando mai si può capire quando finisce la notte ed inizia il giorno?>>.

<<Quando>>, rispose il Rabbi, <<guardando in volto un uomo qualunque, tu vedi che è tuo fratello: perché, se non riusciamo a fare questo, qualunque sia l’ora del giorno, è sempre notte…>> (da “Quando è giorno?”, Torre Pellice - 1988)


Presentiamo la seconda parte dell’articolo comparso sul numero di aprile di Tempi di Fraternità.

Sempre più connessi… e sempre più soli

a cura della Redazione di TdF


Internet per le persone più fragili può nascondere diversi pericoli

Gli anziani, ad esempio, possono essere più esposti a truffe online e false informazioni. Spesso hanno meno familiarità con i meccanismi della rete e possono avere difficoltà a riconoscere siti non sicuri o messaggi ingannevoli. Questo li rende bersagli frequenti di raggiri economici o di manipolazioni.

I più giovani, invece, rischiano di imbattersi in contenuti inappropriati, cyberbullismo o persone che fingono identità diverse per ottenere fiducia. L’uso eccessivo dei social può inoltre influire sull'autostima e sul benessere emotivo. Per questo è fondamentale promuovere l'educazione digitale, il dialogo in famiglia e l’uso consapevole della tecnologia, affinché Internet rimanga un’opportunità e non diventi un pericolo.

Dipendenza, confronto e frammentazione dell’identità

Le piattaforme digitali sono progettate per essere addictive. Notifiche, scroll infinito, ricompense variabili: meccanismi psicologici che sfruttano circuiti dopaminergici (processi, vie nervose o sostanze che coinvolgono, attivano o mimano l’azione della dopamina, un neurotrasmettitore chiave nel cervello) simili a quelli del gioco d’azzardo.

Nel frattempo, i social network creano un ambiente di confronto permanente. Vediamo vite curate, filtrate, ottimizzate. Ci  confrontiamo con versioni idealizzate degli altri e finiamo per percepire la nostra vita come inadeguata. L’identità diventa una performance continua, misurata in follower, like e visualizzazioni.

Al supermarket dell’affettività

Negli ultimi anni le relazioni sentimentali sono state profondamente trasformate dalle piattaforme digitali. App come Tinder, Bumble, Hinge e OkCupid hanno promesso di semplificare l’amore: niente più imbarazzi, niente rifiuti faccia a faccia, solo un gesto del pollice verso destra e la possibilità di incontrare “la persona giusta”.

Ma dietro la promessa di infinite opportunità si nasconde un dramma silenzioso, psicologico e culturale.

Sono i supermercati dell’affettività. Profili che scorrono uno dopo l’altro, volti, biografie, hobby, desideri compressi in poche righe. L’utente si abitua all’idea che esista sempre qualcuno di “migliore” a un semplice scorrimento del dito sul pc. In questa abbondanza di offerta l’altro non è più una persona da scoprire, ma un’opzione tra molte.

Il meccanismo è simile a quello dei social network: piccole gratificazioni intermittenti che tengono l’utente agganciato. L’obiettivo implicito non è far trovare una relazione stabile, ma mantenere l’utente attivo sulla piattaforma.

Se tutti, paradossalmente, trovassero davvero la persona della vita, il business crollerebbe.

Il paradosso dell’iperinformazione

Internet offre accesso immediato a una quantità di conoscenza senza precedenti. Tuttavia, questa abbondanza genera saturazione. La difficoltà non è più trovare informazioni, ma distinguere il rilevante dal superfluo, il vero dal falso.

In un contesto dominato da velocità e viralità, la riflessione lenta diventa un lusso. La nostra attenzione si frammenta in micro-intervalli. Leggiamo titoli, non articoli; non approfondiamo; reagiamo senza comprendere. L'essere umano si trova immerso in un flusso continuo che sovraccarica il sistema cognitivo.

Sorveglianza e perdita della privacy

Ogni interazione digitale lascia tracce. Queste tracce vengono raccolte, aggregate e analizzate per costruire modelli predittivi del nostro comportamento. Non siamo solo utenti: siamo dataset, un set di dati, ovvero una collezione organizzata e strutturata di informazioni. 

La sorveglianza non è più esplicita come nei regimi autoritari del passato. E’ silenziosa, integrata nei servizi che utilizziamo quotidianamente. Accettiamo termini e condizioni senza leggerli, scambiamo dati personali per comodità immediata.

Il risultato è un’asimmetria di potere enorme tra individui e grandi piattaforme tecnologiche.

Siamo davvero rovinati?

Dire che Internet, algoritmi e Intelligenza Artificiale “rovinano” la nostra vita sarebbe una semplificazione. Questi strumenti hanno portato benefici straordinari: accesso alla comunicazione globale, innovazione scientifica, opportunità economiche.

Il problema non è la tecnologia in sé, ma il modello economico e culturale che la governa.  Quando il profitto è l’obiettivo primario, il benessere umano diventa secondario.

La vera sfida è recuperare consapevolezza. Imparare a: 

  • usare la tecnologia senza esserne usati;
  • coltivare momenti di disconnessione;
  • educare al pensiero critico digitale;
  • pretendere regolamentazioni più eque e trasparenti.

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Ci sarà una strada” (Isaia 19)

Uscire dalla comoda terra di nessuno e investire con coraggio nella speranza e nella lotta, con amore nonviolento, è il cammino in cui non possiamo perdere tempo nel leccarci le ferite o nelle sterili polemiche.

Le strade si aprono e si percorrono solo insieme: credenti, non credenti, gay, lesbiche, eterosessuali, transessuali e quanti altri/e credono nell'amore e nella libertà che è fatta di convivialità delle differenze.

Mi risuona alla mente un passo biblico del profeta Isaia che da molti anni mi scalda il cuore e inumidisce i miei occhi di commozione ogni volta che lo rileggo:

In quel giorno ci sarà una strada dall'Egitto verso l'Assiria;

l'Assiro andrà in Egitto e l'Egiziano in Assiria;

gli Egiziani serviranno il Signore insieme con gli Assiri.

In quel giorno Israele sarà il terzo con l'Egitto e l'Assiria,

una benedizione in mezzo alla terra.

Li benedirà il Signore delle schiere angeliche:

Benedetto sia l’Egiziano, mio popolo,

l’Assiro, opera delle mie mani,

e Israele, mia eredità” (Isaia 19, 23-25).

Pensate: siamo ad alcuni secoli avanti Cristo. Qui vengono citali, dall’appassionato profeta di Israele, tre irriducibili nemici: l'Egitto, l'Assiria e Israele. Ma che cosa esprime questo passo?

Si annuncia un tempo in cui anche questi acerrimi nemici si cercheranno nella pace: uno prenderà la strada che porta all'altro, senza rinunciare ad essere se stesso. In questo modo diventeranno una benedizione sulla terra perché l’Egitto è "mio popolo", l'Assiria “opera delle mie mani", Israele "mia eredità". Mi viene in mente la novella dei tre anelli di Boccaccio.

Il paradosso è davvero provocatorio: se si accordano i più scatenati nemici, come possiamo noi - che siamo tutti e tutte semplicemente uomini e donne e, nel linguaggio della fede, creature - non trovare la strada?

Forse che, nel cammino della vita, gay, lesbiche ed eterosessuali non cerchiamo gli stessi sentieri di amore, di giustizia, di tenerezza, di felicità? Non cerchiamo forse tutti/e un mondo dove ci si accolga gli uni le altre, dove ci sia più ”posto" per ogni persona e meno egoismo?

 

(cont.)

sabato 16 maggio 2026

SIGNORE, sole della vita

(questa preghiera è stata ripresa da don Franco Barbero in un libro - 1974…)


Signore,

forma in noi l'uomo nuovo, 

la donna nuova.

Fa’ che non ci culliamo 

oziosamente 

nel Tuo perdono, 

ma che esso diventi per noi 

un seme di nuove decisioni 

sulla strada del Vangelo.

Signore, sole delle nostre vite! 

Abbiamo bisogno del Tuo calore 

per aprirci alla vita vera.

Abbiamo bisogno dei Tuoi raggi di luce 

per vedere i sentieri da percorrere, 

quelli da scegliere e quelli da evitare.

Abbiamo bisogno di Te, 

o Sole sempre nuovo, eppure antico,

per vedere le bellezze della terra,

lo splendore dei cieli,

la profondità degli oceani.

Signore, abbiamo bisogno del Tuo amore

per diventare capaci di amore,

di coraggio, di pazienza, di perseveranza;

per imparare a cantare e a sorridere alla vita,

per vivere come figlie e figli della risurrezione.


Presentiamo la prima parte di un articolo comparso sul numero di aprile di Tempi di Fraternità. E’ un articolo che tratta di un tema molto attuale e importante per il nostro futuro, per questo lo pubblichiamo, poiché troppo lungo, in due puntate…


Sempre più connessi… e sempre più soli

a cura della Redazione di TdF


Negli ultimi trent’anni Internet è passato dall'essere una straordinaria promessa di libertà e conoscenza condivisa a una forza pervasiva che modella silenziosamente il nostro modo di pensare, di desiderare e perfino di percepire noi stessi. Oggi la nostra esperienza quotidiana è filtrata da algoritmi, piattaforme digitali e sistemi di intelligenza artificiale che non si limitano a organizzare informazioni: le selezionano, le gerarchizzano, le anticipano e, in molti casi, le manipolano.

Internet: da spazio aperto a ecosistema chiuso

Quando nacque il World Wide Web l’idea era quella di creare uno spazio aperto e decentralizzato, dove chiunque potesse condividere conoscenza. I primi anni della rete erano caratterizzati da forum, blog personali, siti indipendenti. Era un territorio ancora grezzo ma autentico. Le regole erano stabilite dagli stessi fruitori e si diceva che era un ambiente democratico. Oggi, invece, l'esperienza online è dominata da poche grandi piattaforme: Google, Meta, TikTok, Amazon. Queste aziende non si limitano a offrire servizi: costruiscono ambienti chiusi in cui ogni azione è tracciata, analizzata e monetizzata. E dove le regole le stabiliscono loro. Non solo ma pretendono che la loro ideologia perversa che li accomuna agli altri grandi gruppi monopolistici dominatori del mondo sia assimilata e fatta propria dal popolo. Come dire non solo dovete comprare quello che vogliamo noi, cose e informazioni, ma dovete pensare come pensiamo noi.

Il problema centrale: chi decide?

Le regole sono scritte da aziende private, non da istituzioni democratiche.

Non esiste un tribunale pubblico universale per contestare le decisioni, se non meccanismi interni alla piattaforma stessa.

Nel caso di Meta, esiste un “Consiglio di sorveglianza” sovranazionale e indipendente creato da Meta stessa che rivede alcuni casi, ma riguarda una minima parte delle controversie.

Il punto non è solo “quali regole esistono”, ma:

  • sono applicate in mondo coerente?
  • l’algoritmo capisce davvero il contesto?
  • è giusto che un sistema automatico possa limitare la libertà di espressione?

Viviamo uno spazio digitale governato da codici privati e sistemi automatici. Non è uno Stato, ma spesso ha più potere sulla nostra visibilità e sulla nostra voce pubblica di molte istituzioni politiche.

Ed è qui che nasce il dibattito: non solo su cosa è vietato, ma su chi ha il diritto di decidere cosa può essere detto nel grande spazio pubblico digitale.

Gli algoritmi: architetti invisibili della realtà

Gli algoritmi sono spesso presentati come strumenti neutrale, semplici formule matematiche che organizzano contenuti. In realtà sono sistemi progettati con obiettivi precisi: massimizzare il tempo di permanenza, aumentare le interazioni, incrementare i profitti pubblicitari.

Quando apriamo un social network, non vediamo il mondo: vediamo una selezione personalizzata costruita su misura per noi. Ogni like, ogni pausa di qualche secondo su un video, ogni ricerca contribuisce a costruire un profilo predittivo. Il risultato è una “bolla informativa”in cui veniamo esposti soprattutto a contenuti che confermano le nostre convinzioni.

Questo meccanismo ha conseguenze profonde:

  • riduce la complessità del dibattito pubblico
  • alimenta polarizzazione e radicalizzazione
  • trasforma le opinioni in identità rigide.

L’algoritmo non ci mostra ciò che è vero o utile, ma ciò che è più coinvolgente. E spesso ciò che è più coinvolgente è ciò che provoca rabbia, paura o indignazione.

L’algoritmo che comanda i rider è il "cervello digitale" delle piattaforme di consegna. E’ un sistema informatico che assegna gli ordini, calcola i percorsi, stabilisce le priorità e valuta le prestazioni dei lavoratori in tempo reale.

L'algoritmo decide quale rider è più adatto per una determinata consegna. In questo modo ottimizza i tempi e riduce i costi per l'azienda, ma allo stesso tempo esercita un forte controllo sull'attività dei lavoratori.

L’intelligenza artificiale: efficienza contro autonomia

L’intelligenza artificiale promette efficienza, personalizzazione, velocità. Suggerisce cosa guardare, cosa comprare, chi seguire, perfino cosa scrivere… e chi amare! I sistemi di raccomandazione anticipano i nostri desideri prima ancora che li formuliamo consapevolmente. La promessa di libertà si è trasformata in un’economia dell’attenzione, dove il nostro tempo e i nostri dati sono la vera merce di scambio. Ma quando ogni scelta è suggerita, quanto resta della nostra autonomia? Se un algoritmo decide quale musica ascolteremo, quale notizia leggeremo e quale percorso professionale è "più adatto" al nostro profilo, il rischio è che la nostra vita diventi una traiettoria ottimizzata secondo criteri statistici, non secondo aspirazioni profonde.

L'Intelligenza Artificiale non impone con la forza: orienta con la comodità. Ci solleva dalla fatica della scelta, ma al prezzo di un progressivo indebolimento della nostra capacità critica.