domenica 21 giugno 2026

Pubblichiamo la prima parte delle riflessioni di Tony Robinson, attivista del Movimento Umanista...

Tutta la riflessione è troppo lunga per essere pubblicata in una sola volta...


da Pressenza del 13/04/2026

Tra eredità e rinnovamento in un mondo segnato da violenza, frammentazione ed esaurimento spirituale

di Tony Robinson


Pubblichiamo queste riflessioni di Tony Robinson, attivista del Movimento Umanista, ex-Direttore dell’Organizzazione del Trattato sul Medio Oriente (METO) e membro del comitato di coordinamento di Abolition 2000, Global Network to Eliminate Nuclear Weapons, autore del libro "Caffè con Silo e la ricerca di un senso nella vita" e produttore del film "L'inizio della fine delle armi nucleari”. E’ uno dei fondatori di Pressenza, coautore del libro Giornalismo Nonviolento e animatore per molti anni della redazione inglese di Pressenza. 


A un certo punto, ogni movimento deve porsi una domanda difficile: esiste ancora come forza viva nella storia, oppure è diventato, poco a poco, la memoria della propria ispirazione?

Il mondo non si è avvicinato al superamento della violenza. Al contrario, la violenza è diventata più normalizzata, più diffusa, più mediata tecnologicamente e più profondamente radicata nelle strutture economiche e politiche che organizzano la vita quotidiana. Continuiamo a generare ricchezza senza significato, informazione senza saggezza e potere senza direzione. Allo stesso tempo, la Terra stessa viene spinta verso l’esaurimento da una civiltà il cui principio organizzativo è l’accumulazione piuttosto che l’umanizzazione.

E tuttavia il bisogno che ha dato origine al Movimento Umanista non è scomparso. Se mai, è diventato più urgente.

 

La doppia esigenza originaria

L’impulso originario non è mai stato semplicemente politico, né semplicemente spirituale. Era un tentativo di unire trasformazione personale e trasformazione sociale in un unico progetto. Comprendeva che nessun cambiamento duraturo può derivare da una ristrutturazione esterna se l’essere umano rimane interiormente diviso, violento, impaurito e alienato. Ma comprendeva anche che un lavoro interiore separato dalla storia, separato dall’ingiustizia e dalla sofferenza degli altri, diventerebbe sterile, autoreferenziale e, in ultima analisi, complice del mondo così com’è.

Questa doppia esigenza rimane decisiva. Potrebbe essere uno dei contributi più preziosi del movimento: l’insistenza sul fatto che l’essere umano deve essere trasformato sia interiormente sia esteriormente, e che nessuna delle due dimensioni può essere abbandonata senza falsificare l’insieme.

Per questo motivo, sarebbe troppo semplice dire che il movimento ha fallito. Forse è più accurato dire che, al momento in cui si scrive, non è riuscito a diventare una risposta storica sufficientemente forte alla crisi della civiltà. Ma questo non significa che le sue verità fossero false, o che i semi che ha gettato nel mondo non abbiano germogliato.

 

Ciò che è già stato messo in moto

Ciò che è già stato avviato può essere più significativo di quanto a volte si riconosca. Il lavoro ispirato da Silo ha portato alla formazione di circa 3.000 Maestri in quattro diverse discipline, tutte orientate ad aprire l’accesso a stati di coscienza profondi e ispirati e alla credenza nell’immortalità e nella certezza della trascendenza. Ha inoltre portato alla creazione di circa 50 Parchi di Studio e Riflessione in tutto il mondo, con Punta de Vacas in Argentina come casa spirituale.

Questo non è un lascito trascurabile. Significa che il movimento non ha lasciato solo libri, ricordi o sentimenti. Ha lasciato pratiche, persone formate e luoghi. Ha lasciato un corpo, per quanto parziale, attraverso il quale potrebbe ancora nascere un nuovo momento storico.

La domanda, dunque, non è se ci sia qualcosa da cui partire. La domanda è se ciò che già esiste possa tornare a essere storicamente fecondo.

Questo dipende, prima di tutto, dal rifiuto di confondere eredità e rinnovamento. Preservare un insegnamento, un metodo, una disciplina o un luogo sacro è già qualcosa di importante. Ma la sola conservazione non genera un movimento. Il rinnovamento inizia quando ciò che è stato ricevuto diventa trasmissibile alle nuove generazioni in un linguaggio che possano comprendere, attraverso pratiche a cui possano accedere, e in relazione alle crisi concrete del loro tempo.

 

Il vero problema è la trasmissione

Questo significa porsi alcune domande scomode ma necessarie. Un giovane senza alcun legame precedente con il movimento può incontrarlo e capire, rapidamente e chiaramente, a cosa serve? Le discipline possono essere presentate come metodi vivi piuttosto che come conquiste esoteriche? I Parchi possono diventare centri generativi di pratica, dialogo, servizio e riconciliazione invece che principalmente luoghi di pellegrinaggio per chi è già convinto? Il nucleo formato può agire non come custode di un passato concluso, ma come servitore di un futuro possibile?

Queste domande sono decisive perché il problema centrale non è l’assenza di ispirazione. È il problema della trasmissione.

Le società moderne sono profondamente diverse da quelle in cui molti movimenti del passato hanno preso forma. L’attenzione è frammentata. La fiducia nelle istituzioni è spezzata. La vita economica esaurisce le persone. Il sentimento politico è spesso ridotto a spettacolo. Molti sono affamati spiritualmente, ma diffidenti verso l’autorità; moralmente sensibili, ma incapaci di sostenere un’azione collettiva; connessi digitalmente, ma socialmente isolati. Un Movimento Umanista rinnovato non può semplicemente ripetere vecchie forme sperando che il presente le accolga. Deve imparare a diventare leggibile in un mondo segnato da distrazione, stanchezza, solitudine, ansia ecologica e normalizzazione della violenza.

Questo non significa abbandonare la profondità. Al contrario, la profondità è proprio ciò che manca nel presente. Ma la profondità deve essere unita all’accessibilità, e l’ispirazione alla forma.

 

Forme piccole, densità reale

Se deve arrivare un rinnovamento, probabilmente non inizierà con grandi dichiarazioni o mobilitazioni pubbliche di massa. Inizierà in forme più piccole e dense: cerchi di pratica, riflessione e sostegno reciproco; spazi in cui il lavoro interiore e l’impegno sociale siano consapevolmente collegati; comunità che formino le persone non solo a comprendere la nonviolenza sul piano intellettuale, ma a incarnarla nelle relazioni, nel lavoro, nei conflitti e nell’azione pubblica.

Questo può sembrare modesto di fronte a una crisi planetaria. Ma quasi tutto ciò che è duraturo inizia in forme che appaiono troppo piccole per l’epoca.

Un movimento rinnovato avrebbe anche bisogno di un centro morale esprimibile in modo semplice e senza gergo: che la vita umana è sacra; che la violenza deve essere superata in tutte le sue forme; che la Terra deve essere umanizzata e non sfruttata; e che la trasformazione personale e sociale sono inseparabili. Se queste verità non possono essere espresse chiaramente, non possono circolare. E se non possono circolare, non possono diventare forza storica.

Ma la chiarezza di intenti non basta. Il movimento deve anche imparare dai fallimenti che accompagnano ogni sforzo spirituale, etico e politico nella storia. Una delle tragedie ricorrenti dell’esperienza umana è che le istituzioni nate attorno alla liberazione vengono ripetutamente catturate da prestigio, ego, gerarchie nascoste, interessi economici e desiderio di controllo. Nessun movimento è immune da questo pericolo.

Un Movimento Umanista rinnovato dovrebbe quindi dotarsi di strutture progettate consapevolmente per resistervi: trasparenza economica, rotazione delle responsabilità, leadership distribuita, protezione dalla dipendenza da individui eccezionali, e un’insistenza culturale sul fatto che qualsiasi profondità di esperienza o realizzazione ha valore solo nella misura in cui è posta al servizio degli altri.

 

La questione dei Maestri

Qui la questione dei Maestri diventa particolarmente importante. Se la maestria viene intesa come compimento, come una sorta di condizione raggiunta, il movimento tenderà alla chiusura. Diventerà un cerchio di coloro che sanno, ricordano o hanno raggiunto qualcosa. Ma se la maestria viene intesa come servizio, come responsabilità di accompagnare, risvegliare, formare e trasmettere, allora i Maestri rimasti potrebbero diventare il nucleo del rinnovamento.

In questo caso, ciò che è stato accumulato non è capitale simbolico, ma una riserva di esperienza vissuta che può essere messa a disposizione di un nuovo momento storico.

Lo stesso vale per i Parchi. In un mondo sradicato, i luoghi contano. Un Parco di Studio e Riflessione non è solo un sito bello o significativo. Può diventare un contro-luogo rispetto alla civiltà dominante: un luogo in cui si realizza un altro ritmo, un’altra scala, un’altra immagine dell’essere umano. Un luogo dove il silenzio non è vuoto, dove la riflessione non è fuga, dove la riconciliazione non è debolezza e dove lo studio non è accumulo di informazioni ma un metodo per approfondire la coscienza.

Se utilizzati bene, i Parchi non sono ritiri dalla storia. Sono laboratori per un altro futuro possibile. Ma proprio per questo non possono restare solo mete di pellegrinaggio per chi è già convinto. Devono diventare luoghi da cui l’azione umanizzante ritorna nel mondo.

 

Le discipline e la crisi di senso

Anche le quattro discipline potrebbero essere tra i più grandi doni del movimento. Se permettono davvero l’accesso a stati di coscienza profondi e ispirati, e se aprono davvero alla certezza della trascendenza, allora rispondono a una delle crisi più profonde dell’epoca presente: il nichilismo.

Viviamo in un tempo in cui molte persone sono intellettualmente sovrastimolate e spiritualmente malnutrite. Hanno informazioni, ma nessun centro di gravità. Hanno stimoli, ma nessun significato. Hanno identità, ma nessun centro interiore. Un movimento capace di offrire non solo analisi ma esperienza, non solo critica ma accesso alla dimensione sacra dell’esistenza, può possedere qualcosa di enorme importanza storica.

E tuttavia anche qui la sfida è decisiva. L’esperienza spirituale da sola non crea un movimento. Molte tradizioni possiedono metodi autentici di profondità e tuttavia restano marginali perché non riescono a collegare tali esperienze a un’etica, a una forma sociale e a una missione storica accessibili alle persone comuni. La questione non è solo se le discipline funzionano. È se i frutti di tali discipline possono diventare cultura: se possono plasmare modi di parlare, agire, organizzarsi, prendersi cura, educare e lottare; se possono nutrire le persone non solo in momenti eccezionali, ma nella vita quotidiana.

Per questo la necessità di unire trasformazione interiore ed esteriore resta così centrale. Se il movimento si riducesse alla ricerca di stati ispirati, tradirebbe metà della sua verità originaria. Se si riducesse ad attivismo o dottrina senza un profondo radicamento interiore, tradirebbe l’altra metà. L’intera scommessa del Movimento Umanista era che queste due dimensioni potessero e dovessero convergere. Questa scommessa resta una delle cose più importanti che ha da offrire.

 

Dobbiamo aspettare un altro mistico?

Dobbiamo allora aspettare un altro mistico ispirato che indichi la via?

È possibile che figure singolari giochino sempre un ruolo nell’apertura di nuovi momenti storici. La storia umana è piena di tali figure, e non si dovrebbe sottovalutare il potere della coscienza ispirata quando si incarna in una persona. Ma un movimento maturo non può dipendere dall’attesa passiva di una salvezza sotto forma di un nuovo fondatore. Se ciò che è già stato ricevuto non può essere incarnato, trasmesso, approfondito e riattivato storicamente da esseri umani ordinari, allora il movimento non ha ancora risolto il problema della propria continuità.

Ciò che serve ora potrebbe non essere un unico nuovo rivelatore, ma un risveglio distribuito: molte persone, in molti luoghi, che portano avanti un centro comune con coerenza, umiltà e perseveranza. Non la scomparsa dell’ispirazione, ma la sua diffusione. Non l’abolizione della leadership, ma la sua trasformazione in servizio. Non la ripetizione di un momento fondativo, ma la scoperta di come una verità fondativa possa generare nuove forme senza cessare di essere se stessa.

Questo potrebbe essere il vero compito davanti a coloro che restano legati, in un modo o nell’altro, al silismo: non conservare le ceneri, ma proteggere e trasmettere il fuoco. Non chiedersi con nostalgia se il passato possa tornare, ma chiedersi se i semi già seminati possano trovare un nuovo terreno nella crisi attuale dell’umanità.

 

Un residuo o un inizio?

Il mondo non soffre per mancanza di informazioni. Soffre per mancanza di direzione, di significato e di forme capaci di resistere alla violenza senza diventare violente a loro volta. In un mondo simile, anche un piccolo ma reale nucleo di pratica umanizzante può avere un’enorme importanza.

Forse, dunque, la domanda che dovremmo porci ora non è se il Movimento Umanista abbia fallito, ma se i semi che ha piantato — le discipline, i Parchi, i Maestri, la memoria viva di una trasformazione simultaneamente personale e sociale — possano diventare il punto di partenza di un nuovo ciclo.

Se possono, allora ciò che oggi appare a molti come un residuo potrebbe ancora rivelarsi un inizio.

E se non possono, non sarà perché il bisogno è scomparso, né perché l’essere umano non desidera più riconciliazione, significato, trascendenza e un mondo veramente umano.

Sarà perché coloro che hanno ereditato un fuoco non hanno trovato il modo di metterlo, ancora una volta, al servizio dell’essere umano.


Questo è il canone per la celebrazione eucaristica di oggi.

La celebrazione inizierà alle ore 10:00.

Ci si potrà collegare già a partire dalle 9:45.

Il link per collegarsi è:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

Dopo la celebrazione si terrà l'assemblea della Comunità

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Eucarestia di domenica 21 giugno 2026


P. Saluto all’assemblea


G. Come sei bello, o Padre. Tu sai sempre stupirci anche nelle piccole cose. Come sei dolce, o Madre. Tu non perdi la speranza che tutti e tutte noi, un giorno o l’altro, impariamo a volerci bene.

T. Tu speri sempre che le nostre mani divengano "piccole colonne" per poter sostenere anche le pene altrui. Grazie per la fiducia che riponi in noi.


LETTURE BIBLICHE

Atti 1, 3-11


Dopo che ebbe sofferto, Gesù si presentò ai discepoli vivente con molte prove, facendosi vedere da loro per quaranta giorni, parlando delle cose relative al regno di Dio. Trovandosi con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l'attuazione della promessa del Padre, ‘la quale’, egli disse, ‘avete udita da me. Perché Giovanni battezzò, sì con acqua, ma voi sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni’. Quelli dunque che erano riuniti gli domandarono: ‘Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno a Israele?’ Egli rispose loro: ‘Non spetta a voi sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato alla propria autorità. Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme in tutta la Giudea e Samaria, e fino all'estremità della terra’. Dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo sottrasse ai loro sguardi. E come essi avevano gli occhi fissi al cielo, mentre egli se ne andava, due uomini in vesti bianche si presentarono a loro e dissero: ‘Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù, che vi è stato tolto ed è stato elevato in cielo, ritornerà nella medesima maniera in cui lo avete visto andare in cielo’.

PREDICAZIONE: a cura della pastora Ilenya Goss
Quaranta. Un numero carico di significato nella tradizione biblica. Quaranta gli anni di cammino attraverso il deserto per un popolo liberato che impara a conoscere il suo Signore e diventa poco a poco maturo, nell’arco dell’avvicendarsi delle generazioni. Quaranta i giorni trascorsi da Gesù di Nazareth all’inizio della sua vita pubblica, a ripetere un cammino di maturazione e chiarificazione della sua identità, delle sue scelte, della traiettoria di vita che si disegnava davanti a lui. Quaranta i giorni tra la mattina del primo giorno dopo la Shabbat, quando le discepole andate a cercare il corpo senza vita di Gesù, diventano le prime messaggere che il Rabbi non è più steso nel sepolcro, ma è accaduto l’inaudito. Quaranta è il numero della maturazione piena, quel tempo scandito che termina esattamente dove inizia la novità. E dopo questo tempo in cui il Risorto ha completato la formazione dei propri discepoli avviene un distacco che la tradizione ha chiamato “ascensione”. In realtà la forma del verbo che descrive quell’evento è al passivo: così come per la risurrezione, gli autori dei Vangeli cercano di dire con le parole più adatte l’indescrivibile, così l’assunzione di Gesù al Cielo è raccontata per insegnarci che il Signore che non ha lasciato Gesù nel sepolcro, ma ora lo accoglie nella realtà compiuta e piena della sua dimensione eterna. Ma noi dove siamo? In mezzo alla storia travagliata del nostro mondo ci colpisce la domanda: voi siete forse i discepoli di quel Gesù? Voi siete forse quelli che, generazione dopo generazione, di parola in ascolto, seguite il suo insegnamento e credete in lui? E dov’è ora colui che chiamate Signore? La promessa della presenza fino alla fine del tempo non contrasta con questa parola che dice un distacco? Sul modo della presenza del Cristo complesse idee teologiche hanno segnato il dibattito tra i riformati, ma la Parola di oggi indirizza il nostro sguardo spostandolo da una nuvola a una presenza che parla. Salutando i discepoli Gesù non dà previsioni storiche, ma ribadisce la promessa del regno; portato via dalla vista, allora come oggi, apre lo spazio alle voci degli annunciatori di verità, vestiti di bianco. La scena richiama e fa risuonare altre pagine bibliche, altri eventi: la nube della trasfigurazione, la pietra rotolata davanti al sepolcro. La voce degli angeli e la nuvola in cui Gesù è tolto alla vista dei suoi amici sono segni della nuova realtà della presenza del Signore con i discepoli, con noi. Ci sentiamo soli? Sentiamo la crisi delle chiese che ci rende pochi e poco decisi? Ci chiediamo anche noi dove stiamo andando e perché? La Parola di oggi ci disegna un modo di interpretare la nostra condizione: essere discepoli non è guardare per aria, ma trovare la strada che porta da Gerusalemme alla Samaria, all’estremità della terra. Gesù è sottratto alla vista di ciascuno dei discepoli, ma anche di tutti, mentre sono riuniti: le chiese sono chiamate ancora e di nuovo a uscire dai quaranta giorni, mature per stare nella vita, per respirare dello Spirito che viene, per vivere la promessa nella fedele attesa del giorno del ritorno del loro Signore. La pagina di oggi è lo specchio in cui guardare il nostro volto: il Cielo di Dio in cui vive il Cristo è presente nella profondità del nostro esistere, ogni volta che la Parola di Dio alimenta la nostra fiducia, la nostra speranza, il nostro vivere, amando profondamente. La luce della Risurrezione e la nube dell’assunzione al Cielo sono il modo per raccontare la sostanza del nostro credere, del nostro vivere la relazione con Dio e con gli altri, abitando la Parola che ci è donata. Amen! Di un amore eterno, ci amasti. Decreti e leggi, ci hai insegnato. Per questo, Signore, nostro Dio, nel coricarci e nel levarci, ispira i nostri cuori; ispiraci a ragionare su ciò che ti è gradito e gioiremo e ci rallegreremo nello studio della tua Parola e nelle responsabilità che ci affidi. I tuoi insegnamenti sono la nostra vita e la continuità dei nostri giorni; in essi, mediteremo giorno e notte. E il tuo amore, non ritrarre mai da noi! Tu sei fonte di benedizione, Signore, che ami le tue figlie e i tuoi figli. Amen!


INTERVENTI LIBERI


G. Quanto sono preziosi, o Dio, i Tuoi doni:
sono più numerosi delle stelle del cielo.
Sì, provengono da Te, sorgente inesauribile.

1. O Dio accogliente e perseverante, Padre e Madre di ogni dono, Ti benediciamo con tutto il cuore perché ci rendi oggi, qui, un cuore solo ed un’anima sola.

2. Ti benediciamo perché in questa comunità, anche oggi, la Tua Parola condivisa ed il pane spezzato illuminano il cammino della nostra quotidiana esistenza. Accresci in noi il desiderio della vita comunitaria, la gioia di portare gli uni i pesi degli altri, la fiducia di poter chiedere e ricevere senza calcolo e con semplicità.

T. Benediciamo Dio, Egli è buono; eterno è il Suo amore per noi.

1. O Dio, fedele e solidale, Padre e Madre di ogni dono, Ti benediciamo ad altissima voce perché non Ti stanchi di invitarci ad una vita sobria.

2. Ti confessiamo che, come l’uomo ricco del Vangelo, ogni tanto chiudiamo il portafoglio e la banca del nostro tempo. Com’è bello, invece, realizzare insieme l’invito che Tu ci fai quando parli a Tobia: “E’ meglio compiere opere di misericordia, che mettere da parte oro e tesori” (Tobia 12,8).

1. Ogni giorno, alla nostra porta, si affaccia chi, nel Tuo nome, ci chiede conto della sua povertà e delle sue sofferenze, del perché spezziamo il pane e chiudiamo la borsa, del perché leggiamo la Tua Parola e non abbiamo tempo per lui/lei.

T. Benediciamo Dio, Egli è buono; eterno è il Suo amore per noi.

2. Con cuore fiducioso gridiamo forte a Te, Spirito ardente di Dio: convertici ad una vita sobria, alla piena disponibilità dei beni materiali ed intellettuali per tutti e tutte, al dono prezioso del tempo.

1. Riceveremo in cambio, allora, in questa vita, cento volte di più: “Amore, gioia, pace, comprensione, cordialità, bontà, fedeltà, mansuetudine, dominio di sé” (Galati 5,22).

2. “Un sole e uno scudo Tu sei, mio Dio, mi circondi di bontà e tenerezza, mi colmi di beni nel corso degli anni, mi fai giovane come l’aquila in volo. In Te ho fiducia e non temerò nulla”.

T. Benediciamo Dio, Egli è buono; eterno è il Suo amore per noi.

G. O Dio, rendi contagiosa la gioia che ci hai messo nel cuore: fa’ che si rifletta e risplenda come una luce, in modo da spazzare via le incertezze e le paure. La nostra gioia nasce da Te e perciò non può spegnersi. Ma la gioia nasce anche dal renderci conto che possiamo essere Tue amiche e Tuoi amici e che Tu ci starai vicino quando cercheremo di costruire un mondo più lieto, senza guerre, senza odio, senza ingiustizie, un mondo di sorelle e fratelli. T. Fa’ che sappiamo esser grati/e dell’abbondanza della nostra vita, che ci è stata data prima ancora che potessimo chiederla. Rendici responsabili nei confronti delle donne e degli uomini meno fortunati di noi. Papà e Mamma di tutte le donne e di tutti gli uomini, dacci un cuore semplice e forte, che sappia apprezzare la grandezza delle Tue opere e lottare contro le ingiustizie.


MEMORIA DELLA CENA DI GESÙ (dalla Didaché)

T. Ti ringraziamo, o Padre nostro, per la santa vite di David Tuo servo che ci hai fatto svelare da Gesù Cristo Tuo servo.
A Te sia gloria nei secoli. Amen.
Ti ringraziamo, o Padre nostro, per la vita e per la conoscenza che ci hai fatto svelare da Gesù Cristo Tuo servo.
A Te sia gloria nei secoli. Amen.
Come questo pane spezzato era sparso sui colli e raccolto è diventato una cosa sola, così si raccolga la Tua chiesa dai confini della terra nel Tuo regno: perché Tua è la gloria e la potenza per mezzo di Gesù Cristo nei secoli. Amen.


P. PREGHIERA DI CONDIVISIONE


COMUNIONE


PREGHIERE SPONTANEE


BENEDIZIONE FINALE


1. Ti benedico Padre, quando al mattino apro la finestra e mi lascio avvolgere dai profumi e dai rumori del bosco: guardo le montagne e mi commuovo!

2. Ti benedico Madre, perché dalle Tue viscere feconde sgorgano mille rivoli di acqua che scorrono freschi e allegri.

1. Ti benedico per il saluto ed il sorriso che mi rivolgono tanti sconosciuti, quando ci incontriamo sui sentieri o nei piccoli borghi.

2. Grazie, Signore, per il silenzio di cui, in questi giorni di vacanza, posso godere; ed anche perché, nonostante preoccupazioni per ciò che di incompiuto è rimasto a casa, è uno spazio in cui mi ritrovo e Ti trovo!

P. Fratelli e sorelle, custodiamo nei giorni della settimana la fiamma che Dio ha acceso in noi e alimentiamola con l’olio della Sua Parola.

Comunità Cristiana di Base di Pinerolo via Città di Gap
Walter Primo e Francesco Giusti
(canone tratto da "Preghiere Eucaristiche", vol.2 p. 19-22)

sabato 20 giugno 2026

da Internazionale del 12/06/2026

Un crimine riconosciuto


“La tratta degli schiavi tra le due sponde dell’Atlantico e nell’oceano Indiano, perpetrata dagli europei a partire dal quattrocento ai danni di popolazioni africane, native americane, malgasce e indiane, sono crimini riconosciuti contro l’umanità”, scrive Rfi. Il 25 marzo 2026 l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato ad ampia maggioranza una risoluzione presentata dal Ghana che indica la tratta degli schiavi africani come “il più grave crimine contro l’umanità”. Tra gli 11 e i 16 milioni di africane e africani furono strappati alle loro terre e deportati nelle Americhe. In media l’11% moriva durante il viaggio a bordo delle navi. “Gli africani, considerati più resistenti dei nativi americani, erano venduti per lavorare nelle piantagioni o come domestici. Le famiglie venivano separate, le donne erano costantemente a rischio di stupro da parte dei loro padroni e tutti subivano maltrattamenti, torture e omicidi”, riassume Rfi.

Dall’inizio del cinquecento alla metà dell’ottocento, furono i commercianti portoghesi e brasiliani a trasportare il maggior numero di schiavi. Secondo il database di Slave Voyages, un progetto portato avanti da un gruppo di universitari statunitensi, dei 12,5 milioni di schiavi africani catturati in quel periodo più di 5,8 milioni viaggiarono su navi portoghesi e, successivamente, brasiliane. I commercianti britannici ne imbarcarono quasi 3,3 milioni, mentre quelli francesi 1,4 milioni. Per quattro secoli quel commercio fu legittimato intellettualmente da un’ideologia razzista e dal punto di vista legale da norme come il Code noir (Codice nero) del 1685, rimasto in vigore in Francia anche dopo l’abolizione della schiavitù nel 1848. Il 28 maggio il parlamento francese ha votato all’unanimità per abrogarlo, insieme a tutte le leggi che regolavano la schiavitù nelle colonie. Questi editti reali consideravano gli schiavi “di proprietà mobili” che potevano essere comprate come qualsiasi altro bene, e stabilivano sanzioni in caso di fuga: dal taglio delle orecchie alla marchiatura a fuoco alla pena di morte.

Fratello, sorella,

amico, amica:

è arrivata un'altra domenica.

se Dio bussa

alla porta del tuo cuore,

alla porta della tua casa interiore,

non lasciarlo sull'uscio.

è un Dio debole,

che non si impone,

che non prende possesso,

che non butta giù la porta.

al più

è un Dio che cerca

un po' di ospitalità.

 

Franco Barbero “PREGHIERE D’OGNI GIORNO Pregare e lottare: una sintesi vitale” 2021

venerdì 19 giugno 2026

Ora l’Armenia va aiutata

Peter Giesen, de Volkskrant, Paesi Bassi

 

In vista delle elezioni in Armenia, il presidente russo Vladimir Putin ha usato i suoi collaudati metodi: ha vietato d’importare prodotti agricoli armeni in Russia, privando improvvisamente gli agricoltori del loro mercato di esportazione più importante; ha minacciato di aumentare i prezzi del gas e perfino d’invadere il paese se la popolazione si fosse allontanata dalla Russia.

Stati Uniti

I Mondiali di calcio alla corte di Trump

Simon Kuper, Financial Times, Regno Unito

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Tra propaganda, contestazioni e polemiche sui prezzi dei biglietti, il torneo potrà rafforzare o danneggiare il presidente. E influenzerà il futuro della manifestazione

Le mascotte dei Mondiali di calcio (Maple, Zayu e Clutch) con quella dell’Empire state building. New York, 3 marzo 2026 (Charly Triballeau, Afp/Getty)

Di questi tempi è difficile trovare qualcuno che non veda l’ora di assistere alla Coppa del mondo di calcio maschile. O forse sarebbe meglio chiamarla “Coppa del mondo Maga”, come ha proposto il politologo olandese Cas Mudde. Per Minky Worden, a capo delle iniziative globali di Human rights watch, l’immagine di Gianni Infantino, presidente della Federazione internazionale di calcio (Fifa), mentre consegna a Donald Trump il “premio per la pace Fifa” – poco prima che Washington attaccasse Venezuela e Iran – è “una metafora dei problemi del torneo”. Trump aspira a entrare nel firmamento delle stelle del mondiale, accanto a Pelé, Diego Maradona e Lionel Messi.

Gli Stati Uniti sono il principale paese organizzatore, con 78 gare in programma tra cui quasi tutte quelle più importanti mentre Canada e Messico ne ospiteranno tredici a testa. Io ci sarò per seguire il mio decimo Mondiale. I tifosi sono indignati perché anche per assistere alle partite minori si pagano migliaia di dollari (ma ora i prezzi stanno crollando perché tanti biglietti sono rimasti invenduti e gli alberghi sono mezzi vuoti). Le ong temono che l'Immigration and customs enforsement (Ice) approfitterà della manifestazione per dare la caccia agli immigrati. Todd Lyons, il direttore dell'Ice, ha dichiarato che la sua agenzia avrà un ruolo di primo piano nell'apparato di sicurezza del torneo. Se le persone di origine latinoamericana dovessero presentarsi nei bar e negli stadi indossando le magliette del Messico o della Colombia, potrebbero diventare facili bersagli delle forze dell'ordine.

È vero che questi saranno i “Mondiali di Trump”? Oppure diventeranno un boomerang per lui? La coppa segnerà l'inizio di una nuova era o si inserirà perfettamente nella storia dei rapporti tra calcio e politica?

Il sogno di Rimet

Il torneo è stato fondato da Jules Rimet, figlio di un droghiere parigino che diventò presidente della Fifa nel 1921, appena due anni dopo essere tornato a casa dalla prima guerra mondiale, a cui era sopravvissuto per miracolo. Parlava raramente della guerra, ma era chiaro che quell'esperienza aveva stravolto la sua visione del mondo. Come molti reduci, era ossessionato dalla pace. Per tutto il resto della sua vita si concentrò sul “calcio e la riconciliazione tra i popoli”, per citare il titolo di un libretto che pubblicò a ottant'anni. Rimet era convinto che il calcio potesse eliminare “i sospetti e le rivalità che oggi continuano a spingere i popoli gli uni contro gli altri”.

Nel 1930 la Fifa organizzò la prima Coppa del mondo, ma non aveva i soldi. All’epoca l’organismo che governava il calcio a livello mondiale non aveva neanche un conto in banca. E il suo segretario e tesoriere, Carl Hirschmann, un agente di cambio di Amsterdam, investiva in azioni gli esigui fondi dell’organizzazione, all'insaputa di tutti. La Fifa aveva bisogno di un paese ospitante disposto a pagare per gli stadi, le infrastrutture, la sicurezza e tutto il resto.

Per fortuna si fece avanti l'Uruguay. L’intervento si rivelò provvidenziale quando il crollo della borsa del 1929 mandò in rovina Hirschmann e azzerò quasi tutte le risorse della Fifa. Da allora il principio secondo cui “chi ospita paga” è rimasto alla base del torneo. Negli anni questa dinamica ha spinto la Federazione ad affidarsi a paesi governanti da autocrati in cerca di prestigio e capaci di spendere somme enormi senza dover render conto al parlamento o all’opinione pubblica.

La seconda edizione, nel 1934, si disputò nell’italia di Benito Mussolini. Rimet, che durante la seconda guerra mondiale avrebbe collaborato col regime di Vichy, non aveva problemi con il fatto che il torneo fosse organizzato da un paese fascista. La sua idea di “pace attraverso il calcio” permetteva alla Fifa di fare affari con qualsiasi stato a eccezione delle colonie che non contavano nulla. Rimet cercò di compiacere dittatore italiano (un'impresa non sempre facile) e in seguito scrisse di aver avuto l’impressione che il vero presidente della Federazione internazionale di calcio fosse Mussolini”.

La sera in cui l’Italia vinse la finale, il presidente della Federazione di calcio italiano, il generale Giorgio Vaccaro, portò gli uomini della Fifa a cena in un ristorante lussuoso di Ostia. Nelle memorie scritte dopo la fine della seconda guerra mondiale, Rimet sembra consapevole che alcuni lettori avrebbero potuto non gradire il passato di Vaccaro alla guida delle truppe fasciste sul fronte orientale, ma sottolinea che non era necessario apprezzare la sua attività politica e garantisce che Vaccaro era stato un’ospite impeccabile.

In seguito la Fifa candidò Rimet al premio Nobel, ma nel 1956, mentre veniva preparato il dossier da presentare al comitato norvegese, lui morì, a 82 anni. Nei decenni successivi la Fifa ha continuato a strizzare l’occhio ai regimi più brutali. La giunta militare argentina ospitò il torneo nel 1978, mentre nel 2018 è toccato a Vladimir Putin. Nel 2034 sarà il turno del principe ereditario Saudita Mohammed bin Salman. Sempre nello stesso spirito della pace attraverso il calcio il predecessore di Infantino, Sepp Blatter, raccontava di aver incontrato l’organizzazione che gestisce il Nobel per chiedere che il premio per la pace fosse assegnato “al calcio, non a una persona. È per il movimento, per la Fifa”. Nel 2015 Putin, che di guerra e pace se ne intende, ha dichiarato che Blatter avrebbe assolutamente dovuto ricevere il Nobel.

I Mondiali del 2018 hanno preso il via a Mosca con il “derby del petrolio”, tra Russia e Arabia Saudita. Prima del calcio d'inizio, quando Putin si è alzato per fare un discorso, il pubblico, quasi tutti i russi, ha applaudito, ma solo per pochi secondi. Mentre il presidente parlava del calcio come strumento per diffondere l'amore, l'attenzione dei tifosi è scesa rapidamente e la sua voce è stata coperta da un brusio di chiacchiere.

Il boato più forte è arrivato quando Putin ha concluso il suo discorso, prima di sedersi a mettersi a parlare con Bin Salman e Infantino.

Premio di consolazione

Quel momento ha segnato l'ingresso di Infantino nel club degli autocrati. Sarà stata un'esperienza elettrizzante per un funzionario svizzero anonimo e senza carisma ritrovatosi improvvisamente a capo della Federazione nel 2016. Nel corso degli anni è diventato sempre più simile ai compagni del club: è ricco (l'anno scorso ha guadagnato più di sei milioni di dollari) e non si deve preoccupare né del consenso (è stato rieletto due volte senza avversari) né delle critiche dei mezzi di informazione. La sua ultima conferenza stampa risale al 2023. Infantino amministra la Fifa da solo, al punto che il modo migliore per seguire l'attività dell'organizzazione è controllare il suo profilo Instagram.

Di sicuro ama frequentare i potenti. Con l’avvicinarsi di questi Mondiali, ha lavorato soprattutto dalla sede della Fifa a Miami, poco lontano dalla tenuta di Trump. L'anno scorso il Presidente degli Stati Uniti ha passato più tempo con lui che con qualsiasi capo di stato. Infantino, tra le altre cose, ha partecipato al Vertice per la Pace organizzato da Trump e Sharm El Sheikh, in Egitto, dove ha festeggiato il presunto cessate il fuoco tra Israele e Hamas.

“Senza Trump non ci sarebbe la pace”, ha dichiarato in quell'occasione promettendo che la Fifa avrebbe “sostenuto e assistito” il “processo di pace”. Era anche al primo vertice del Consiglio della Pace di Trump e alla prima del documentario su Melania Trump.

Da capo della Fifa ha capito la frustrazione di Trump per non aver ricevuto il Nobel e ha pensato di consolarlo con il “premio della pace Fifa”. Questa deferenza probabilmente non fa bene alla reputazione della Coppa del Mondo. A questo punto è evidente che la Federazione ha rinunciato a quella capacità di pressione e negoziazione che normalmente esercita sui paesi ospitanti. Ma l'obiettivo di Infantino sembra essere più personale.

Trump vede i Mondiali di calcio in modo diverso rispetto a tutti i presidenti autoritari che li hanno organizzati prima. Mussolini, i generali argentini, Putin e la famiglia reale del Qatar cercavano di fare sportwashing, cioè usare il torneo per proiettare l'immagine di un paese accogliente e con infrastrutture all'avanguardia. Mussolini pagò il viaggio ai tifosi stranieri, mentre la giunta argentina costruì un muro lungo la strada principale che porta a Rosario, facendoci dipingere sopra le facciate di case eleganti, nel goffo tentativo di nascondere le baraccopoli (il “muro della miseria” ebbe vita breve, perché gli abitanti della baraccopoli rubarono il cemento per allargare le loro case). Putin permise ai visitatori di entrare in Russia senza bisogno di un visto.

Protesta in diretta

Trump non è interessato allo sport-washing, anche perché non vuole apparire rassicurante ed è orgoglioso di essere ostile nei confronti degli stranieri. I tifosi di Haiti, Senegal, Costa d'Avorio e Iran non potranno chiedere un visto per assistere alle partite della loro nazionale, un elemento che sembra violare la regola della Fifa contro la discriminazione. Inoltre Trump non cerca minimamente di nascondere le violenze commesse dal suo esercito e dall'Ice, anzi ne vanta. L'obiettivo di questi Mondiali non è cambiare l'immagine degli Stati Uniti di Trump all'estero.

Piuttosto il presidente vuole essere il protagonista principale del più grande spettacolo del mondo. Ha dichiarato che la coppa è “come avere molti Super Bowl di football in pochi giorni. Alcune partite sono più importanti del Super Bowl”. Ha ragione: da tempo le singole partite dei tornei internazionali di calcio attirano un pubblico televisivo più numeroso.

Se altri leader puntavano a patrocinare un evento senza scossoni, Trump ha imparato dalla TV e dai reality show che il conflitto genera intrattenimento. Possiamo aspettarci che parli quotidianamente del torneo, con commenti sui tifosi di Haiti, sulla squadra iraniana, sul Canada, (il “51° stato americano”) e su altro. Sarà tentato di intervenire direttamente nelle vicende del torneo.

Quello che forse non farà è sostenere più di tanto la nazionale statunitense, perché la squadra ha pochissime speranze di vincere e perché alcuni giocatori potrebbero criticarlo (è successo più di una volta che atleti statunitensi snobbassero i suoi inviti alla Casa Bianca.

Ma questi mondiali non saranno solo “lo show di Trump”. Se i leader politici cercano sempre di strumentalizzare il torneo, i loro oppositori usano quel palcoscenico per contestarli. Quando la squadra italiana arrivò a Marsiglia per la Coppa del Mondo del 1938, si scontrò con la Norvegia in campo e con 10.000 esuli politici italiani sugli spalti, scrive Simon Martin, autore di Calcio e fascismo, (Mondadori 2006). In quell'occasione il saluto fascista eseguito dai calciatori prima del calcio d'inizio provocò quella che il commissario tecnico dell'epoca Vittorio Pozzo definì “una raffica di fischi e insulti”. La squadra rispose ripetendo il saluto.

Spesso i Mondiali finiscono per attirare l’attenzione verso i problemi che il paese ospitante vorrebbe nascondere. Le ong straniere hanno approfittato delle elezioni in Argentina e Qatar per sottolineare rispettivamente le torture inflitte dalla giunta militare. Al contrario di quei regimi, Trump deve preoccuparsi delle proteste interne, e sfortunatamente per lui il torneo si svolge quasi per intero in città progressiste. Tutte le undici città che ospiteranno le partite, infatti, hanno scelto un candidato democratico alle elezioni più recenti. All’interno e all’esterno degli stadi, una Coppa del mondo offre un palcoscenico ideale al dissenso. I Mondiali potrebbero trasformarsi in un terreno di scontro nella guerra culturale, come d’altronde quasi ogni evento negli Stati Uniti.

Lo stadio storicamente è un luogo di libertà universale. Anche in paesi guidati da regimi autoritari, è spesso l’unico luogo dove grandi folle si riuniscono per cantare e gridare quello che vogliono. Tradizionalmente la Fifa reprime ogni gesto “politico” negli impianti in cui si disputano le partite, e agli spettatori è vietato diffondere messaggi di natura politica. Nel 1998, in occasione dell’incontro tra Iran e Stati Uniti disputato a Lione in Francia, ho assistito a quella che forse è stata la più eclatante protesta della storia della Coppa del mondo. Appena prima del calcio di inizio, migliaia di iraniani che vivevano in Europa si sono alzati hanno mostrato magliette con la fadissidente mariam Ryan. Ogni volta che il pallone finiva sugli spalti, gli spettatori si alzavano in piedi per far vedere le magliette. Ma chi guardava la partita in tv non se ne accorto, perché la fifa aveva dato ordine di non riprendere quelle persone. Purtroppo per Trump, stavolta la strategia non funzionerà, perché i tifosi si fermeranno da soli con i telefoni. Con la sua popolarità ai minimi storici, probabilmente verrebbe fischiato se la sua faccia dovesse comparire sui maxi schermi. La prospettiva di una simile umiliazione potrebbe tenerlo lontano dagli stadi.

Lacrimogeni sui tifosi

L’America progressista sta sfruttando il torneo per organizzare una mobilitazione coordinata. Il sindaco di New York Zohran Mamdani, appassionato di calcio africano e tifoso dell’Arsenal, ha capito che c’era spazio per un politico di sinistra innamorato del calcio. Oggi guida la protesta contro il costo esorbitante dei biglietti di recente annunciato di averne ottenuti mille che saranno distribuiti a 50 dollari ai newyorkesi. Anche Karen Bass, la sindaca di Los Angeles, ha cavalcato la rabbia per i prezzi dei biglietti, mentre i procuratori generali di New York e del New Jersey stanno indagando sulla gestione italiana da parte della Fifa. Tutto questo riflette la recente attenzione riservata dai democratici all’accessibilità economica in un paese governato da un miliardario. […]

Internazionale, 12 giugno 2026