mercoledì 3 giugno 2026

da Domani del 18/05/2026

La strada della radicalità 

Solo così la sinistra vince 

di Gigi Riva

Nel nuovo millennio la sinistra ha vinto praticamente solo quando ha percorso un’altra strada. E la strada è quella della radicalità. Un progetto chiaro, alternativo, originale, per riprendersi il rapporto con le classi svantaggiate, l’ex bacino di consenso emigrato altrove perché non si era sentito più rappresentato

C’è un equivoco lessicale irrisolto quando si tenta, leninianamente, di rispondere alla domanda “che fare?” Che fare della sinistra italiana, soprattutto del Pd, soprattutto in vista delle elezioni che stanno dietro la curva degli ultimi mesi di legislatura? L’equivoco, di forma e di sostanza, sta nell’accavallarsi di due parole spesso usate come sinonimi ma che hanno significati assai diversi: radicalità ed estremismo. 

“Gloriose sconfitte”

È del tutto evidente, da diversi lustri, che in occidente la sinistra estremista è votata a quelle “gloriose sconfitte” che alimentano l’ego, producono la sindrome dell’orgoglio di minoranza. E relegano nell’ininfluenza. E allora la risposta spesso tentata con riflesso pavloviano è quella di cercare spazio sull’altro versante, verso quel centro che è meta agognata e irraggiungibile come un miraggio. Tanto da far supporre che, in un mondo fattosi settario, il centro non esista più, nonostante il sogno ricorrente di riproporre il modello egemone di un’altra epoca, la Democrazia cristiana.

Un aggettivo accompagna di solito quella caccia spasmodica al supposto cuore della politica: moderato. Il centro moderato. Senza comprendere che quell’elemento rassicurante è stato superato dal suo doppio. Il contrario del moderatismo è la radicalità. Sta tutto qui il dibattito scatenato dal sondaggio Izi, pubblicato su queste pagine il 9 maggio tra gli elettori del Pd. E sul quale sono variamente intervenuti con interpretazioni anche opposte il senatore Filippo Sensi, Mario Lavia, Gianfranco Pasquino e Marco Damilano.

Dopo la caduta del Muro di Berlino, l’affannosa corsa a essere più realista del re della sinistra per essere accettata dal capitalismo trionfante e cercare di emendarsi dalla colpa di essere stata comunista ha prodotto programmi elettorali simili, se non addirittura sovrapponibili a quelli della destra. Oltre agli altri, con un difetto fatale: essere una copia. Tra la copia e l’originale, l’elettorato sceglierà sempre l’originale.

Nel nuovo millennio la sinistra ha vinto praticamente solo quando ha percorso un’altra strada, dopo aver pensato che la Terza via di Tony Blair fosse la panacea di tutti i mali salvo vederla naufragare e quindi affondare con la vergogna della guerra irachena. E la strada è quella della radicalità. Un progetto chiaro, alternativo, originale, per riprendersi il rapporto con le classi svantaggiate, l’ex bacino di consenso emigrato altrove perché non si era sentito più rappresentato.

La strada tracciata

Il caso più emblematico è quello di Alexis Tsipras e del partito Syriza in Grecia, un fulmine a ciel sereno che spalancò un universo del possibile grazie ad alcune parole d’ordine irrinunciabili e che sembravano desuete, coniugandole con un rigore che ha permesso di salvare il paese dalla bancarotta temperando le ricette troppo liberiste.

Antonio Costa, il socialista portoghese, è riuscito a restare al potere per 9 anni anche grazie ad accordi con un partito che osava ancora definirsi comunista. José Louis Zapatero in Spagna è riuscito a far tramontare la stella di José Maria Aznar, punta di diamante di una destra alleata con Bush figlio e Silvio Berlusconi e che sembrava imbattibile. Lo stesso colpo era riuscito in Francia a Francois Hollande, trionfatore su Nicolas Sarkozy. E sarà il caso di sottolineare che il suo precipitare nell’irrilevanza cominciò quando si dichiarò “socialdemocratico” dopo essere stato in precedenza orgogliosamente “socialista”. Si possono infine sommare due esempi che arrivano da oltreoceano, Barack Obama e Joe Biden, entrambi arrivati alla Casa Bianca con un programma radicale.

Questo è, grosso modo, il Pantheon a cui può far riferimento Elly Schlein tra il Mediterraneo e l’Atlantico. E’ diventata segretaria del Pd grazie al consenso tra i non iscritti, dunque con una capacità conclamata di allargare gli argini di un fiume di voti altrimenti troppo stretto per vincere. Essendo il Pd il partito di gran lunga maggiore dell’opposizione può e deve trovare la forza per imporre a chi ci sta alcuni punti chiave non negoziabili per dirsi pienamente di sinistra. Uguaglianza dei punti di partenza, redistribuzione del reddito (sì, anche quella), salario minimo. Scuola e sanità come pilastri del welfare per migliorare le condizioni delle classi disagiate. E per quanto riguarda le guerre, una chiara distinzione tra aggressore e aggredito in nome della scelta della nonviolenta (non significa pacifismo a ogni costo). Differenziarsi insomma. Sfatare il luogo comune qualunquista per cui i politici “sono tutti uguali”. Non lo sono.

Esistono ancora la destra e la sinistra, sono alternative, non si possono consociare. E la seconda difende concetti che dovrebbero piacere a tutti. Come uguaglianza e fraternità (dando per scontata, se possibile, la libertà).

da Il Manifesto del 17/04/2026

ISRAELE - Impunità perpetua: tornano in uniforme i soldati stupratori

di Eliana Riva


Sono stati pienamente reintegrati i cinque soldati israeliani che hanno abusato di un detenuto palestinese all’interno del centro di torture di Sde Teiman. Le telecamere di sicurezza li avevano ripresi mentre afferravano un uomo sdraiato tra gli altri faccia a terra e lo aggredivano circondati dagli scudi dei colleghi affinché non si registrasse l’abuso. Ma la violenza è stata tale da costringere i medici a un intervento d’urgenza per salvare la vita del prigioniero palestinese. Sono stati proprio i sanitari a denunciare l’orrore che si era scatenato su quell’uomo, arrivato in ospedale in fin di vita, con polmone e intestino perforati e una lacerazione rettale da oggetto appuntito.

L’UNICA A PAGARE è stata la procuratrice militare Yifat Tomer-Yerushalmi, arrestata per aver diffuso il video dello stupro. La fuga di notizie è stata poi utilizzata dal procuratore che l’ha sostituita per motivare l’archiviazione delle indagini. La cancellazione del processo non assolve gli imputati né esclude che si siano macchiati di un crimine così orrendo, eppure tale consapevolezza non basta a tenere i cinque soldati torturatori lontani dai prigionieri palestinesi. Torneranno anzi al loro posto, come se nulla fosse accaduto, forti non solo dell’impunità per il crimine commesso ma coperti dell’immunità totale, garantita dal governo, dall’avvocatura dell’esercito e dai vertici militari. A ordinare il reintegro è stato personalmente il capo di stato maggiore Eyal Zamir, prima ancora che si chiudessero ufficialmente le indagini. Dal suo punto di vista, le prove mediche e visive della violenza, la mancanza di un’assoluzione e l’indagine di comando ancora in corso «non impedisce loro di continuare a prestare servizio». È un invito alla brutalità e allo stupro rivolto indirettamente a tutti i soldati israeliani, che hanno visto i colleghi della Force 100 osannati, ammirati, definiti «eroi» e invitati dalle radio e le tv più seguite del Paese.

Proprio in questi giorni, l’organizzazione Euro-Med Human Rights Monitor ha pubblicato un nuovo report dal titolo «Un altro genocidio dietro le mura», che documenta l’uso diffuso della violenza sessuale contro i palestinesi rinchiusi negli istituti di detenzione israeliani. Le testimonianze ottenute da Euro-Med indicano che stupro e violenza praticata sui genitali dei detenuti rientra in una politica sistematica di assalto sessuale e tortura volta all’umiliazione deliberata, l’inflizione di danni fisici e psicologici permanenti e la compromissione della capacità riproduttiva. Molti uomini, ex detenuti, hanno raccontato di essere stati violentati più volte e da molti militari insieme, sotto lo sguardo delle guardie di sicurezza.

CANI, BASTONI DI FERRO, oggetti appuntiti, ugelli di estintori hanno provocato lesioni gravi, a volte permanenti, tra cui la perdita delle funzioni riproduttive o escretorie, la rimozione dei testicoli. Anche se le testimonianze delle donne sono più difficili da raccogliere, non manca chi ha scelto di raccontare. È prassi comune promettere di stuprare figlie e nipoti, umiliare fisicamente le prigioniere, registrare la violenza sessuale con i telefoni e minacciare di rendere pubblici i video.

OGGI, NELLA GIORNATA internazionale di solidarietà con i prigionieri palestinesi, più di 9.600 palestinesi sono imprigionati nelle strutture israeliane. Una massa umana segnata da un’espansione repressiva senza precedenti. Tra essi, 86 donne e circa 350 minori, di cui 180 bambini sottoposti alla detenzione amministrativa. Questa carcerazione senza accuse né processo ha subito un’impennata verticale, raggiungendo i 3.532 casi, che colpiscono ogni strato della società civile: dagli studenti ai giornalisti, dai medici ai parlamentari, fino ai familiari dei detenuti stessi. A questa zona grigia del diritto si aggiungono 1.251 persone classificate come «combattenti illegittimi», cifra che esclude quanti sono stipati nei centri militari e centinaia di palestinesi rapiti a Gaza, di cui non si conosce la sorte.

Nelle celle, le condizioni di salute sono precipitate; le politiche di tortura e l’abuso medico sistematico hanno fatto crescere a dismisura il numero dei detenuti malati e feriti. Il bilancio delle morti in custodia dal 1967 è salito a 326 vittime, di cui 89 solo negli ultimi due anni e mezzo. Rimane poi l’incognita su decine di scomparsi da Gaza e su 97 salme che le autorità continuano a trattenere, negando persino la sepoltura.

ANCHE IERI i militari hanno sequestrato un corpo, quello del 17enne Mohammad Murad Rayan, ucciso in un raid nel villaggio palestinese di Beit Duqqu, a nord-est di Gerusalemme. È il secondo minore palestinese ammazzato in un giorno: Saleh Badawi, di soli nove anni, è stato colpito a morte nel quartiere Zaytoun. Il bilancio di giovedì a Gaza è di quattro vittime.

Ieri, per la prima volta dal cessate il fuoco, il capo-negoziatore di Hamas, Khalil al-Hayya, ha incontrato al Cairo Aryeh Lightstone, consigliere del presidente Usa Trump, membro del cosiddetto Board of Peace. Al-Hayya ha dichiarato che il movimento non intende parlare della seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco, e quindi del disarmo, prima che Israele completi la fase 1 interrompendo i massacri. Tel Aviv, al contrario, ha minacciato il gruppo di riprendere i bombardamenti a tappeto.


da Il Manifesto del 19/04/2026

Germania, sondaggio shock:

Sorpassata la Cdu, Afd prima

di Sebastiano Canetta 


I fascio-populisti di Alternative für Deutschland tornano a essere il primo partito a livello nazionale nei sondaggi mentre il cancelliere Friedrich Merz cola a picco nel consenso fino a diventare il «premier più impopolare del mondo», come rileva Morning Consult, la società di ricerca Usa leader nell’analisi della pubblica opinione.

Due trend politici opposti restituiscono l’immagine della Germania Infelix che vede nero sotto tutti i punti di vista, a cominciare dall’orizzonte politico. Ancora una volta l’estrema destra incarnata da Alice Weidel si conferma capace di convincere la maggioranza dei tedeschi sempre più provati dal caro-energia e dagli esorbitanti costi economici del conflitto in Ucraina di cui Berlino è il primo supporter nell’Ue.

SECONDO L’ISTITUTO WAHLEN nelle intenzioni di voto per il prossimo Bundestag i fascio-populisti ieri hanno superato di nuovo i democristiani facendo registrare il record storico: 26% contro 25% è il gap apparentemente sottile che separa Afd dalla Cdu-Csu, ma in realtà la distanza fra i due sfidanti è assai più pesante. Mentre il partito di Weidel incassa il risultato della presa di distanza dalle guerre di Donald Trump, il cancelliere ne paga la compartecipazione: non solo le due basi dell’Us Air Force in Renania fungono da hub logistico per la guerra contro l’Iran, ma anche il governo Merz ha continuato a rifornire di armi le forze armate israeliane, persino dopo l’invasione del Libano.

Così la fiducia nel leader della Cdu tocca il minimo assoluto. A leggere la rilevazione del «barometro politico» della tv pubblica Zdf appena un terzo dei tedeschi approva in qualche modo le politiche del capo di governo, dal mega-riarmo a debito fino al giro di vite sull’immigrazione. Oggi il 65% giudica invece negativamente il suo lavoro (trenta giorni fa era il 57%) mentre solo il 30% lo giudica positivo (a marzo era il 38%) con la maggior parte del pollice verso registrato proprio fra i sostenitori dell’Union cristiano-democratica.

NON SI SALVA NEMMENO il vice-cancelliere della Spd, Lars Klingbeil, ministro delle Finanze, il cui operato viene percepito negativamente da sei cittadini su dieci. Bocciata pure la ministra dell’Economia, Katherina Reiche (Cdu), «amica delle imprese» e mal considerata dalla maggioranza del paese.

Sono le condizioni perfette per Afd, il terreno ideale per preparare l’assalto finale alla socialdemocrazia che si concretizzerà nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento della Sassonia-Anhalt il prossimo settembre. Di fronte al 40% di Afd nei sondaggi emerge tutta la fragilità dell’azione politica anti-fascista da parte dei partiti democratici. Se Alice Weidel conquisterà la maggioranza assoluta dei voti non basterà più il Brandmauer (il patto di isolamento dell’ultradestra firmato da Cdu-Csu, Spd, Verdi e Linke) e forse sarà anche troppo tardi per la messa al bando del partito.

UN SOGGETTO MAI COSÌ popolare, come dimostra il caso dell’Uckermark, regione del Land del Brandeburgo in cui domani si aprono le urne per il consiglio distrettuale. Qui Afd potrebbe eleggere il secondo borgomastro della sua storia: si chiama Felix Teichner e in queste ore sta concludendo il suo tour elettorale a cavallo del ciclomotore marca Simson, l’icona della Ddr, il simbolo dell’orgoglio della Germania dell’Est irriducibile alla sola esperienza comunista, anzi. Anche il principale candidato dei fascio-populisti in Sassonia-Anhalt, Ulrich Siegmund non a caso ha scelto lo stesso mezzo ormai identitario di un’intera ideologia.

SI GIOCA ANCHE COSÌ la partita a cavallo del Brandmauer locale. Nell’Uckermark domani sarà tutti contro Afd: la democristiana Karina Dörk, che governa da otto anni, è sostenuta dai partiti democratici uniti dopo che nessuno è riuscito a esprimere il proprio candidato. Spetta a lei fermare i fascio-populisti nel Land dove l’Ufficio per la protezione della Costituzione ha classificato Afd come «soggetto politico composto da estremisti di destra». E suona come ultima chiamata di fronte al boom apparentemente inarrestabile di Alice Weidel, fresca del suo ultimo capolavoro politico: molto prima della piroetta di Giorgia Meloni, già con il rapimento di Maduro, la primadonna dell’ultradestra tedesca aveva fatto un passo di lato rispetto a Trump.


martedì 2 giugno 2026

Il Fatto quotidiano, 26 maggio

INTERVISTA Hamid Dabashi Columbia

“La vittoria dell’Iran cambia la regione: gestire Hormuz è più efficace della atomica”

“Il piano di Trump fantasioso si è ritorto contro Bibi sia sul fronte iraniano sia su quello Usa”

Israele ha trascinato in guerra Trump e i membri filoisraeliani del Congresso. Netanyahu pensava di trarre vantaggio da questo piano fantasioso, che però si è ritorto  contro di lui sia sul fronte iraniano sia su quello statunitense dell’Iran.

Titolare della cattedra Hagop Kevorkian di Studi iranici e  letturatura comparata presso la Columbia University, è autore di una ventina di libri, tra cui Theology of Discontent e Iran, the Green Movement and the Usa.

In che situazione si trova oggi l’Iran?

La vittoria iraniana sta cambiando l’intero scenario geopolitico della regione. Non solo la Repubblica islamica non è caduta, ma si è rafforzata e un nazionalismo anticoloniale si è mobilitato per difendere la patria. Ma la leaderships al potere a Teheran si trova anche a dover affrontare le legittime aspirazioni democratiche di una nazione potente.

Lei vive a New York. Qual è la situazione negli Usa dopo la guerra all’Iran?

La stragrande maggioranza degli americani è contraria a questa guerra. Anche negli Stati Uniti si assiste a un risveglio nazionale collettivo e a una rivolta contro il tentativo israeliano di saccheggiare le loro risorse. Gli americani si chiedono perché i miliardi di dollari delle loro tasse debbano essere sprecati in questa guerra inutile per conto di Israele. Per ora Israele e Donald Trump sono, evidentemente, i perdenti.

Chi sono i nuovi uomini al potere a Teheran?

In Iran esiste un apparato statale come altrove, sarebbe meglio chiedersi non chi è al comando ma cosa. In ogni caso è troppo presto per dirlo perché, dopo la decapitazione della leadership, l'apparato statale verrà ricostruito. Con l'assassinio della Guida Suprema Ayatollah Khamenei - un atto terroristico efferato, mirato a colpire un capo di Stato - qualcosa è cambiato per sempre. Suo figlio Mojtaba è una figura di rappresentanza, un simbolo, un guerriero ombra come il Kagemusha di Akira Kurosawa. È stato scelto dai pasdaran che ora detengono il controllo.

Che cosa pensa dell'ipotesi, avanzata dal New York Times secondo cui Israele avrebbe voluto l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad come futuro leader dell'Iran?

È una supposizione assurda, un’ipotesi incredibilmente razzista e ignorante.

L’Iran avrà un vantaggio decisivo nello Stretto di Hormuz?

Sì, ora l’ha e ce l’avra in futuro, in collaborazione con l’Oman. È la risorsa geostrategica più potente dell’Iran, molto più efficace, utile e potente di una bomba atomica. - 

Che cosa pensa dei diversi punti del possibile accordo, in particolare gli asset congelati e del nucleare?

Per l’Iran le questioni cruciali sono lo scongelamento degli asset, la revoca del blocco navale statunitense e la possibilità di realizzare il proprio progetto nucleare a fini civili. Si tratta di interesse nazionale, ma anche di una questione di sicurezza e di orgoglio. Per gli iraniani l’energia nucleare è paragonabile alle risorse petrolifere degli anni Cinquanta quando gli Stati Uniti e Gran Bretagna cercarono di accaparrarsele organizzando un colpo di stato contro il premier Mossadegh.

A differenza di Israele, l'Iran è firmatario del Trattato di non proliferazione nucleare e, in base agli impegni assunti, ha diritto al nucleare a fini pacifici.

Israele potrebbe mandare a monte l’accordo?

Sì, certo, con operazioni segrete, assassinii di scienziati iraniani, attacchi informatici. Il solito copione! E non rispetteranno la parte dell’accordo che riguarda il Libano.

da Il Manifesto del 17/04/2026

Il papa insiste: guai a chi usa dio per la guerra

di Paolo Rodari 


È stato lo scontro a portarlo al centro della scena. E ora Leone non sembra avere alcuna intenzione di uscirne. Paradossale, ma difficilmente contestabile: senza gli attacchi del presidente americano, il suo pontificato avrebbe rischiato di restare in ombra, schiacciato dal confronto con il carisma del predecessore. Invece, una volta conquistata l’attenzione globale, Prevost non si è sottratto. Non si è difeso. Ha preso quel faro di luce puntato su di lui e l’ha trasformata in un megafono.

Ieri, a Bamenda, nel nord-ovest del Camerun, nel cuore della regione anglofona segnata da anni di violenza, questa postura è diventata evidente. Qui, in una «martoriata regione» travolta da un conflitto che in circa un decennio ha provocato migliaia di morti e centinaia di migliaia di sfollati, Leone ha parlato da messaggero di pace. Ma con parole tutt’altro che accomodanti. Di fronte a quello che lui stesso ha definito un «mondo a rovescio» – dove si investe in armi, si depredano le risorse e si alimenta «una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine» – il papa ha ribaltato la prospettiva: sono i poveri, ha detto, «la luce del mondo».

Nella cattedrale di San Giuseppe, davanti a una comunità segnata da sofferenza e paura ma attraversata, per l’occasione, da una tregua dei gruppi separatisti, non si è limitato a invocare la pace. Ha indicato responsabilità precise. E soprattutto ha colpito uno dei nervi più scoperti della politica globale: l’uso della religione. «Guai a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso». Parole nette, pronunciate con tono pacato, difficili da neutralizzare.

Può anche non scrivere materialmente i suoi discorsi. Ma è lui a sceglierli, a validarli, a pronunciarli. Ed è lui, soprattutto, a decidere di non arretrare mentre da Washington continuano ad arrivare attacchi. Non è un dettaglio: il presidente americano è stato eletto anche grazie al voto di molti cristiani, inclusi cattolici. Nonostante già in passato si fosse reso protagonista di uscite discutibili contro il vescovo di Roma. Nel 2016 Francesco parlò dei «muri» contrapponendoli ai «ponti», provocando la reazione furiosa dell’allora candidato Trump. Ma quello che sta accadendo oggi ha un’intensità diversa. Più strutturale.

E da Bamenda Leone ha scelto di stare dentro questo livello dello scontro. Lo ha fatto parlando dei «signori della guerra», che «fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire». E denunciando l’economia della violenza: miliardi spesi per «uccidere e devastare», mentre non si trovano risorse «per guarire, educare, risollevare». Poi un’altra accusa, altrettanto esplicita. Chi depreda le risorse di un Paese finisce spesso per reinvestire quei profitti nelle armi, alimentando un ciclo senza fine. Una «spirale», appunto. Il quadro che ne esce è coerente e durissimo: un mondo squilibrato, rovesciato, in cui pochi dominano e molti pagano il prezzo. Non a caso, il papa parla di umanità «distrutta da un manipolo di tiranni (l’Osservatore romano traduce pochi dominatori, ndr)» ma tenuta in piedi «da una miriade di fratelli e sorelle solidali».

Fuori dalla cattedrale, la realtà conferma le parole. Bamenda vive da anni in una tensione permanente: violenze, povertà, paura diffusa. Eppure, nel giorno della visita, la città mostra anche altro: fedeli arrivati da lontano, comunità diverse – cristiani, musulmani, rappresentanti di varie confessioni – riunite nello stesso spazio, in un clima di fraternità reso possibile anche da una tregua fragile ma significativa. È in questo contesto che Leone inserisce il suo appello più concreto: cambiare rotta. Una «inversione a U», la definisce, chiedendo a «ogni coscienza onesta» di denunciare e ripudiare un sistema che produce morte, per imboccare la strada della sostenibilità e della fraternità.

Non è solo un discorso. È una linea. E qui si definisce anche la cifra del pontificato. Non alza la voce, non cerca lo scontro. Resta mite, misurato, quasi appartato nei modi. Ma nelle parole – sempre più spesso – non arretra. Nelle ultime settimane questo tratto è diventato visibile. La pressione internazionale non lo ha ridimensionato. Al contrario, lo ha costretto a esporsi. E ha scelto di farlo fino in fondo, proprio sui temi che più irritano i centri di potere: guerra, risorse, religione, disuguaglianze.

Doveva essere un viaggio pastorale. Un gesto di vicinanza a una popolazione ferita. Si sta trasformando in qualcosa di più. Il banco di prova di un pontificato che prende forma sotto pressione. E forse anche nel suo punto di svolta. Perché Leone, ormai, sembra aver fatto una scelta precisa: non evitare il conflitto, ma attraversarlo. Senza rinunciare alla mitezza. E usando proprio quella mitezza – inattesa, ostinata – come la sua forma più efficace di forza.


da Il Manifesto del 16/04/2026

Crisi energetica, l’altra faccia del Pianeta che nessuno vede

di Tonino Perna


I mass media di tutti i paesi industrializzati sono pieni di notizie allarmanti sugli effetti della crisi di petrolio e gas, causata dalla sciagurata guerra condotta da Israele e Usa contro l’Iran. I cittadini del G20, ovvero dei venti paesi più ricchi della terra, sono preoccupati per gli effetti sull’inflazione, a partire dai beni alimentari e dalla bolletta energetica. Questa crisi vista dall’altra parte del pianeta, dagli L20 – ovvero dai venti paesi più impoveriti della terra – è una vera e propria tragedia, ignorata dai grandi organi d’informazione.

IN OCCIDENTE LA CHIUSURA dello Stretto di Hormuz porterà probabilmente, se continua la guerra Israele-Usa contro l’Iran, ad una stagflazione, soprattutto nei paesi come il nostro più dipendenti dai combustibili fossili. Nei Paesi L20, che contano quasi 500 milioni di abitanti, è già una tragedia, in particolare nei paesi africani che ne costituiscono la stragrande maggioranza (17 su 20). Infatti, i paesi africani più poveri dipendono fortemente dall’import di combustibili fossili. Innanzitutto, in quanto la rete elettrica copre mediamente solo il 30% dei bisogni della popolazione, per il resto si usano vecchi gruppi elettrogeni, energivori e inquinanti.

Inoltre, il trasporto interno dei beni (materie prime, beni alimentari, manufatti, ecc.) avviene quasi esclusivamente su camion obsoleti che divorano il diesel, fanno lievitare i prezzi al consumo mentre tengono sotto scacco i contadini ed i piccoli produttori al momento dell’acquisto. Se si bloccano i trasporti nei paesi africani è la fame, la miseria, la disperazione.

L’INFLAZIONE GALOPPANTE sta provocando proteste in diversi paesi. Il governo dello Zimbawe ha cercato di dare una risposta ai lavoratori che chiedevano un aumento del salario cercando di compensare l’aumento del prezzo del petrolio con una miscela che porta l’etanolo dal 5 al 20% del combustibile. Risultato: i motori vengono in breve tempo danneggiati in quanto l’etanolo corrode metalli e gomme. Il caso più paradossale è quello della Nigeria, il gigante africano, primo produttore di petrolio in Africa: il prezzo della benzina è aumentato del 35% in meno di un mese.

Il motivo è semplice: la Nigeria esporta petrolio grezzo ed importa quasi la totalità del petrolio raffinato (benzina in primis). Dalle esportazioni di petrolio grezzo dal Delta del Niger ricava l’80% dell’export, la cui estrazione è gestita dalle multinazionali degli idrocarburi che non hanno avuto alcun interesse a costruire delle raffinerie ed hanno invece provocato il più grande disastro ecologico di tutto il Continente (con una stima di oltre 8.000 perdite di petrolio negli ultimi 15 anni),

INOLTRE, VA CONSIDERATO IL FATTO che il blocco dello Stretto di Hormuz sta impedendo alle navi che trasportano fertilizzanti di arrivare ai porti africani. E mentre in Europa abbiamo ampie scorte di fertilizzanti e anche la possibilità di approvvigionarci da altre aree del mondo, per l’Africa e in particolare per i paesi L20 questo blocco si traduce in un crollo della produzione agricola.

QUESTA CRISI GEOPOLITICA ed economica globale sta facendo esplodere le contraddizioni tra i G20 e gli L20. Bastino pochi dati per rendersi conto dell’abisso che si è creato tra i paesi più ricchi e quelli più poveri: reddito pro capite, a parità di potere d’acquisto, gli L20 fanno registrare 1.749 dollari contro i 40.239 $ dei G20 (un rapporto di 1 a 23); la speranza di vita è di 61,4 anni contro i 76,1 dei G20, l’alfabetizzazione è di 55,6% contro il 92% dei G20, 48,9% della popolazione ha meno di 18 anni contro il 23% nei G20 e il 18% nella Ue, ecc.

MA QUELLO CHE È PIÙ SCANDALOSO e inaccettabile è l’ingiustizia climatica. Gli L20 introducono nell’atmosfera per abitante (2022) 0,21 tn di CO2 mentre i G20 ben 6,71 tn con un rapporto di 1 a 33. Paradossalmente gli eventi estremi fanno in proporzione molti più danni negli L20: l’impatto sull’economia degli L20, negli ultimi cinque anni, è pari a circa 1,5 % del Pil contro lo 0,1% del Pil per i paesi G20!

E GLI EVENTI ESTREMI OLTRE ai danni materiali provocano, insieme ai conflitti, grandi spostamenti di popolazione: dal 2005 ad oggi negli L20 la popolazione déplacés è aumentata del 368% arrivando a superare i 40 milioni, e complessivamente gli L20 accolgono circa la metà dei rifugiati rispetto alla media dei G20.

SE CONSIDERIAMO CHE L’ATTUALE GUERRA in Medio Oriente, che si va ad aggiungere ad altri sessanta conflitti in tutto il mondo, sta distruggendo grandi impianti petroliferi, bruciando milioni di tonnellate di combustibili, provocando grandi incendi e distruzioni di infrastrutture, non potrà che fare aumentare la CO2 nell’atmosfera con effetti sul cambiamento climatico che non riusciamo a quantificare, ma che vedremo nei prossimi anni. E questo feedback avrà pesanti ripercussioni sui paesi più impoveriti della Terra.


da Il Manifesto del 21/05/2026

Rapporti <<autosufficienti>> con la Cina. 

A Putin basta Xi

di Francesco Brusa


Di certo, grazie alla missione diplomatica in Cina terminata ieri con una dichiarazione congiunta, Vladimir Putin un risultato lo ha raggiunto: far scivolare ai margini delle scene le difficoltà interne, con i droni ucraini che minacciano addirittura i cieli di Mosca, e far dimenticare la parata della vittoria sotto tono di inizio mese. Il presidente russo è stato accolto a Pechino dal suo omologo Xi Jinping con tutti i crismi del caso, a pochi giorni dalla visita – anch’essa importante e anzi sotto molti aspetti storica – del leader della Casa Bianca Donald Trump. L’occasione d’altra parte richiedeva di per sé una certa solennità, trattandosi del 25esimo anniversario del trattato di amicizia fra i due paesi (che è stato infatti contestualmente esteso). Insomma Cina e Russia mostrano di voler ribadire la solidità del proprio legame, a maggior ragione in un momento di caos e incertezza internazionali (con il conflitto in Iran che evidentemente complica il contesto, ma non per forza in modo negativo per tutti gli attori) e sullo sfondo dell’ambivalenza statunitense, che alterna bombe, minacce e aperture senza soluzione di continuità.

ECCO ALLORA che per Putin le relazioni fra Mosca e Pechino «hanno raggiunto livelli davvero mai visti prima, e non cessano di progredire», come ha detto commentando le undici ore di colloqui bilaterali. A sua detta i rapporti fra le due sono «autosufficienti» e non dipendono «dall’attuale situazione globale», ma anzi potrebbero essere un esempio di come portare avanti «interazioni strategiche e comprensive» fra due nazioni diverse. Per quanto venga smorzato sotto una coltre retorica che parla il linguaggio della stabilità e della normale condotta fra stati, è evidente che il quadro globale sia al tempo stesso presupposto e obiettivo polemico della missione: da un lato, per via della già citata guerra in Iran e del conseguente blocco dello stretto di Hormuz, la Russia ha potuto di recente beneficiare di maggiori entrate grazie all’impennata dei prezzi del greggio e dunque di una rinnovata centralità come esportatore di risorse fossili; dall’altro, la nuova “dottrina” trumpiana in politica estera – tutta improntata sul paradosso di ambire al Nobel per la pace mentre accende focolai bellici in diverse parti del mondo – non può che impensierire le altre potenze, spingendole a serrare maggiormente i ranghi.

COSÌ, NELLE LORO dichiarazioni congiunte, i leader russo e cinese hanno lanciato non poche accuse nei confronti dell’interventismo a stelle e strisce. Dal loro punto di vista, azioni come quelle contro il Venezuela (con l’estradizione forzata dell’ex-capo di stato Nicolas Maduro) o contro Teheran, «causano un danno irreparabile ai fondamenti del diritto internazionale post-seconda guerra mondiale». Con una metafora per nulla condiscendente, anzi, Xi ha parlato del pericolo di un «ritorno alla legge della giungla» per ciò che riguarda la situazione mondiale. In generale, Mosca e Pechino rilanciano l’idea di sviluppare un «ordine multipolare» per garantire più sicurezza ed equilibro nei rapporti fra stati. Ma, dietro all’attenzione per la pace globale, si celano ovviamente interessi regionali: da qui, anche, la condanna della crescente cooperazione fra Giappone e Nato e di una possibile «espansione» dell’alleanza nord-atlantica nel Pacifico. Sul filo della logica da “sfere d’influenza”, allora, Putin ha buon gioco a ribadire che la Russia sostiene il principio «di una sola Cina» (chiudendo ogni concessione su Taiwan) e a incassare il silenzio-assenso sulla propria «avventura militare» in Ucraina.

SE PERÒ L’ARMONIA sui concetti di fondo era in qualche modo scontata, il piano più concreto degli accordi commerciali e di cooperazione risulta forse maggiormente friabile. Rispetto al gasdotto Power of Siberia-2, gli incontri si concludono solo con una «intesa di massima» – a fronte del fatto che la squadra russa approdata in terra cinese era di peso considerevole (con diversi vertici delle aziende energetiche, oltre a quelli politici). Attualmente, gli scambi economici fra Russia e Cina ammontano a circa 200 miliardi di euro – con Pechino che, date le sanzioni occidentali contro Mosca, beneficia di ingenti sconti e si trova senza ombra di dubbio in una posizione di forza rispetto al suo “alleato”. In questo senso, i venti contratti siglati durante la visita (cui si aggiungono altri venti che si annunciano nel futuro) appaiono più come una certificazione dello status-quo che come una vera svolta. Nel frattempo la guerra in Ucraina continua e i droni arrivano a minacciare anche i paesi baltici. Il leader di Kiev, Volodymyr Zelensky, vede il presidente serbo Vucic, atteso settimana prossima proprio in Cina. Anche il “multipolarismo” è quasi un dato di fatto.


da Domani del 09/03/2026

Liberare il maschile dagli stereotipi

<<La parità s’insegna fin dall’infanzia>>

di Marika Ikonomu


Già dal buongiorno in classe si può escludere e diseducare alla parità. <<Dire “buongiorno bambini”, solo ai maschi, è un mondo di inconsapevolezza, significa non porsi il problema che il maschile sovraesteso occulti le bambine, che in aula ci sono e devono essere nominate>>. Un gesto che può sembrare minimo, ma che contribuisce in modo potente alla costruzione di un immaginario. Irene Biemmi è docente di Pedagogia di genere all’università di Firenze, componente del comitato scientifico della Fondazione Giulia Cecchettin e responsabile del corso “Educare all’uguaglianza di genere, fin dall’infanzia”, rivolto a chi insegna alla primaria e alla scuola dell’infanzia. La fondazione è nata dalla volontà di Gino, Elena e Davide Cecchettin, rispettivamente padre, sorella e fratello di Giulia Cecchettin, studentessa di 22 anni uccisa dall’ex partner nel 2023, e si pone come obiettivi inclusione, lotta alla violenza di genere, attraverso programmi educativi. Il corso finanziato dalla fondazione, che ha già raggiunto il numero massimo di iscrizioni, è rivolto ai maestri e alle maestre di Veneto, Toscana e Puglia. Saranno anche il campione di indagine di una ricerca biennale sulla consapevolezza di genere del corpo docente, sui bisogni formativi e le competenze sviluppate. Perché in Italia mancano i dati: <<C’è poca ricerca scientifica, non si sa nemmeno se i docenti siano o meno favorevoli all'introduzione dell’educazione di genere a scuola>>, spiega Biemmi.

Le quote blu

E’ il maschile a dover cambiare e assumere la responsabilità degli stereotipi e della violenza di genere. Questo è un punto fermo per la fondazione, sottolinea la docente, <<i bambini hanno urgenza di ricevere una formazione che smitizzi quel dover essere del maschile, che è una gabbia, a volte anche dolorosissima. Un'idea di forza e sopraffazione lontana dai bisogni individuali di quel bambino e dal suo voler stare al mondo>>. E l’azione di cambiamento può avvenire attraverso i e le docenti, con un modello alternativo di scuola che educhi alla parità. Ma anche per loro non c’è formazione: all’università non è previsto l’insegnamento di Pedagogia di genere, la disciplina che forma a stare in classe con uno sguardo attento alla dimensione dell'uguaglianza e alla valorizzazione delle diversità. Il 4% del corpo docente delle scuole dell'infanzia e primaria è costituito da uomini. <<Questi ordini scolastici anche in Europa sono femminilizzati, ma con percentuali assolutamente diverse>>, precisa Biemmi. Per questo, la fondazione ha previsto le “quote blu”, per permettere ai maestri interessati di prendere parte alla formazione.

Educare dall’infanzia

Non solo non è presente in modo strutturale l'educazione sessuoaffettiva nelle scuole (l'Italia è uno degli otto stati membri in cui è facoltativa), ma il disegno di legge approvato in prima lettura, che porta il nome del ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, la condiziona alla volontà degli istituti, ai fondi e al consenso informato delle famiglie. Secondo Biemmi è però fondamentale intervenire sui bambini e le bambine dai 3 ai 10 anni, <<un lavoro di prevenzione culturale radicale>> perché significa <<arrivare prima che gli stereotipi possano sedimentarsi>>. Dai 12 anni in poi è già stata incamerata una serie di rappresentazioni di immaginari, sul maschile e sul femminile, sulle relazioni tra i generi, frutto di una cultura patriarcale, spiega la docente. E’ complicato decostruire qualcosa che si è depositato in modo granitico, come gli stereotipi, che sono - li definisce la docente - <<una forma mentis che mira alla semplificazione e al risparmio cognitivo>>. A chi condanna l'educazione alle relazioni a partire da tre anni, sostenendo che non si può parlare di violenza ai bambini, risponde Biemmi: <<Non ha senso parlare di violenza a quell'età, non potrebbe essere compreso. Ha senso, invece, parlare di rispetto, pari opportunità, uguaglianza>>. Se non ci si fa carico di questo tipo di educazione, quel vuoto verrà riempito dagli algoritmi.

La cassetta degli attrezzi

Questo corso è in linea con il protocollo firmato da Gino Cecchettin con il Mim, precisa, e vuole fornire una “cassetta degli attrezzi” agli insegnanti. Dal linguaggio, <<che è una spia sull’attenzione o meno rispetto a certe categorie umane>>, alla pedagogia ed educazione di genere, a strumenti concreti per riconoscere come gli stereotipi, le discriminazioni e la disuguaglianza vengono veicolati non solo da cartoni e pubblicità, ma anche dai libri di testo. Sui manuali, il monitoraggio di Biemmi pubblicato nel 2010 dal titolo “Educazione sessista” aveva dato risultati <<catastrofici>>: <<Una spartizione binaria e rigida, che ricalca i ruoli sociali tradizionali. L’uomo mantiene economicamente la famiglia e la donna si occupa della cura>>. Anche su questo possono incidere i maestri e le maestre, scegliendo libri più paritari e attenti alla dimensione di genere, verso nuovi immaginari. Costruendo le premesse culturali perché la violenza non si generi.

lunedì 1 giugno 2026

Due anni interi Saria ha vissuto con me con la tenerezza di un angelo e laboriosità quotidiana intensa: mercati, pulizie, farmacia, giornalaio di buon mattino. Che bello andare a prendere i giornali ogni giorno con lei che mi stringeva una mano! Ogni giorno si apriva con un bacio angelico e così ogni sera.

RASA, che sostituisce Saria, continua il lavoro di Saria con tanto impegno e tanta cura nei miei riguardi, per cui sono contento di tutto il suo lavoro e di tutto l’affetto che mi riserva. Proprio sulla strada di Saria!

Franco

 

Il 26 maggio Saria mi ha fatto una telefonata e io la cercherò fra due giorni.

Oggi dedico il giorno a Piera Cat. Vado in ospedale a vederla e baciarla con gioia immensa. Grazie del viaggio che Grazia Bondesan e Giorgio mettono in atto, come fanno tante volte.

Grazie Amery e Romeo, sempre disponibili, come Nico, Angelina, Cesare.

I dolori della lontananza e le gioie

Ci sono molti dolori nella vita.

Qui voglio soffermarmi su un dolore particolare, quello che si prova rispetto ad un fratello amatissimo che la lontananza rende difficilmente raggiungibile e soprattutto col quale è quasi impossibile comunicare con un abbraccio o una conversazione fatta di ricordi, progetti, scambi di opinioni e momenti in cui si possano confidare e ascoltare le parole, come è invece permesso a chi è esperto dei nuovi mezzi della comunicazione.

In questo periodo è la lontananza da Dante che mi pesa e la lontananza da SARIA che per due anni, dopo la morte di mia moglie mi ha, insieme al suo marito, accompagnato nella vita quotidiana, nei giorni di malattia come in quelli di gioia.

Come la lontananza di Piera Cat con cui ho lavorato una vita sarà forse diminuita dalla visita ospedaliera che avrò con Giorgio e Grazia. Un momentaneo ravvicinamento con la Piera in ospedale è un vero praticare il Vangelo.

Grazie Giorgio e Grazia, Cesare, Nico, Angelina.

Al Dio di Amore, a Te grazie.

Franco Barbero, 26 maggio 2026