Riflessioni e commenti di don Franco Barbero
giovedì 9 aprile 2026
da Domani del 07/04/2026
L'ENNESIMO ULTIMATUM DEL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI
«Distruggeremo l’Iran» Trump tra farsa e minacce va a picco nei sondaggi
di Francesca De Benedetti
Per Teheran il cessate il fuoco non è accettabile, serve mettere fine al conflitto.
Il tycoon invece infiamma la sua opinione pubblica e sostiene di «aver vinto».
ISTAT: ancora circa 13 milioni e 265mila persone a rischio povertà o esclusione sociale
di Giovanni Caprio
Nel 2025 resta stabile la quota di individui a rischio di povertà (18,6% rispetto a 18,9% del 2024), diminuisce quella di individui che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro (8,2% e 9,2%), ma aumenta leggermente la quota di coloro che si trovano in condizione di grave deprivazione materiale e sociale (5,2% e 4,6%). Nel 2024 l’ammontare di reddito percepito dal 20% delle famiglie con i redditi più elevati è 5,1 volte quello percepito dal 20% delle famiglie con i redditi più bassi (era 5,5 del 2023).
In leggero aumento (5,2% dal 4,6% del 2024) la quota di popolazione in condizione di grave deprivazione materiale e sociale, cioè di coloro che presentano almeno sette segnali di deprivazione dei 13 individuati dal nuovo indicatore Europa 2030; si tratta di segnali relativi alla presenza di difficoltà economiche tali da non poter affrontare, ad esempio, spese impreviste, il pagamento dell’affitto, un pasto adeguato, piuttosto che una settimana di ferie all’anno o regolari attività di svago fuori casa.
Sono alcuni dei dati del recente dossier Istat su “Condizioni di vita e reddito delle famiglie | Anni 2024-2025”. Il Nord-est si conferma la ripartizione con la minore incidenza di rischio di povertà o esclusione sociale (11,3%, era 11,2% nel 2024), mentre il Mezzogiorno quella con la più alta (38,4%, era 39,2% nel 2024). Anche nel 2025, l’incidenza del rischio di povertà o esclusione sociale è più bassa per chi vive in coppia senza figli, in particolare per le coppie giovani con persona di riferimento con meno di 65 anni (16%), e più alta per i monogenitori (31,6%), le coppie con tre o più figli (30,6%) e le persone sole (28,6% se di età inferiore ai 65 anni, 29,6% se ultrasessantaquattrenni). Per le coppie con un figlio, il rischio di povertà o esclusione sociale rimane contenuto (17,4%) e al di sotto della media nazionale (22,6%), mentre per le coppie con due figli sale al 20,6%.
Nonostante la crescita che si è avuta nell’ultimo anno, i redditi familiari in termini reali sono ancora inferiori, in media, del 4,9% rispetto al 2007, ossia al periodo precedente la crisi finanziaria globale (secondo il recente Rapporto presentato dall’Organizzazione internazionale del lavoro – Ilo – i salari reali in Italia restano inferiori di 8,7 punti percentuali rispetto al livello del 2008). La contrazione risulta più marcata nel Centro (-9,3% rispetto al 2007) e nel Mezzogiorno ( -6,9%) e solo relativamente più contenuta nel Nord-est (-2,5%) e nel Nord-ovest (-1,8%).
Inoltre, la flessione dei redditi è stata particolarmente intensa per le famiglie la cui fonte di reddito principale è il lavoro autonomo (-13,4%) o dipendente (-6,3%), mentre per le famiglie il cui reddito è costituito principalmente da pensioni e trasferimenti pubblici si registra un incremento pari al 6,6%. Poiché la distribuzione dei redditi è asimmetrica, la maggioranza delle famiglie ha percepito un reddito inferiore all’importo medio: il valore mediano, ovvero il livello di reddito al di sotto del quale si colloca il 50% delle famiglie residenti, è pari a 31.704 euro (2.642 euro al mese), valore in crescita del 5,5% in termini nominali rispetto al 2023.
Una parte del dossier dell’ISTAT si occupa di lavoro a basso reddito e di povertà lavorativa, sottolineando come non sempre il reddito proveniente dall’attività lavorativa è sufficiente a eliminare il rischio di povertà per il lavoratore e la sua famiglia. “Il reddito individuale da lavoro, si legge nel focus, può risultare insufficiente a causa di una bassa retribuzione o di una ridotta intensità lavorativa nel corso dell’anno. Tuttavia, il rischio di povertà dipende anche dalla composizione della famiglia e dal numero di percettori al suo interno. Per valutare le condizioni di vulnerabilità associate al lavoro occorre dunque considerare in mondo congiunto tanto le determinanti dei redditi individuali da lavoro quanto le caratteristiche delle famiglie con lavoratori”.
I lavoratori a basso reddito sono un quinto del totale: nel 2024, i lavoratori a basso reddito (che hanno lavorato almeno un mese nell’anno e hanno percepito un reddito netto da lavoro inferiore al 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito netto da lavoro relativa al 2024) sono pari al 20,4% del totale, in riduzione rispetto al 21% dell’anno precedente. Il rischio di essere un lavoratore a basso reddito è decisamente più alto per le donne rispetto agli uomini (25,2% contro 16,7%), per gli occupati appartenenti alle classi di età più giovani (28,3% per i lavoratori con meno di 35 anni contro un valore minimo pari al 17,9% per quelli nella classe 55-64), per gli stranieri rispetto agli italiani (38,2% contro 18,2%). La condizione di basso reddito è associata anche a bassi livelli di istruzione, passando dal 42,2% per gli occupati con istruzione primaria al 13,4% per quelli con istruzione terziaria.
Si tratta di dati che mettono in evidenza come ben un quarto della popolazione di questo Paese viva una condizione di disagio non solo economico, ma anche abitativo, sociale, sanitario, educativo e assistenziale. Colpisce la recente denuncia del Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, secondo il quale il 44% degli studenti italiani rinuncia alla partecipazione alle gite scolastiche, in larga parte per motivi economici. “Un indicatore – sottolinea il CNDDU – che, letto in chiave sistemica, segnala una progressiva erosione del principio di uguaglianza sostanziale sancito dall’articolo 3 della Costituzione e del diritto all’istruzione di cui all’articolo 34”.
Il Coordinamento evidenzia come l’incremento significativo dei costi medi dei viaggi di istruzione, imputabile all’aumento generalizzato dei prezzi nel settore dei trasporti, dell’ospitalità e dei servizi turistici, si sia innestato in un contesto di contrazione del potere d’acquisto delle famiglie, determinando una compressione della spesa per attività educative non obbligatorie. Il risultato è una selezione implicita basata sul reddito, che contraddice la funzione pubblica della scuola.
da Pressenza del 06/04/2026
Qui il Report dell’ISTAT: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/03/REPORT-REDDITO-CONDIZIONI-DI-VITA.pdf.
Anche se la distanza ci impedisce di partecipare all’iniziativa palermitana, è bello sapere che è vivo il ricordo di Danilo Dolci e che si continua a coltivare la sua conoscenza
da Pressenza del 06/04/2026
Omaggio al pensiero di Danilo Dolci: “L’ascesa alla felicità”, una storia affascinante
di Redazione di Palermo
Venerdì 10 aprile 2026 dalle 17:30 alle 19:30
Spazio Cultura Libreria Macaione
Via Marchese di Villabianca 102, Palermo
La prima opera pubblicata dal grande sociologo, educatore, poeta e attivista italiano.
Grazie all’impegno e al contributo generoso di alcuni amici, questo prezioso libro, il tassello per comprendere chi era “Danilo prima di Danilo”, è stato riportato alla luce, curato e ristampato in questa nuova edizione da Spazio Cultura Edizioni e presentato al pubblico come omaggio al pensiero di Danilo Dolci, in continuità con le sue azioni e suoi progetti, per fornire strumenti d’azione agli attuali e futuri coltivatori di speranze.
Il volume sarà presentato da:
Giuseppe Barone – Saggista, Coordinatore Comitato Scientifico “Borgo Danilo Dolci”
Daniela Dolci – Presidente della “Società Borgo Danilo Dolci”, dell’Associazione “Danilo Dolci – Nuovo Futuro” e della “Danilo Dolci – Gesellschaft (CH)”
Amico Dolci – Musicista, “Centro Sviluppo Creativo Danilo Dolci ETS”
Giorgio Schultze – Curatore della nuova edizione de L’ascesa alla felicità
Nicola Macaione – Editore “Spazio Cultura Edizioni”.
da Il Manifesto del 07/04/2026
VOLI CANCELLATI E PRENOTAZIONI FERME, STAGIONE A RISCHIO
TURISMO, SCATTA L’ALLARME ROSSO NEL SETTORE SU CUI PUNTAVA LA DESTRA
di Alex Giuzio
L’Italia potrebbe rimanere non solo senza gas ma anche senza turisti. La scarsità di carburante dovuta al conflitto in Iran ha provocato tagli ai rifornimenti negli aeroporti, ai voli internazionali e ai tour crocieristici, allarmando l’industria delle vacanze. La stagione prende il via proprio quando esplode la crisi.
Gli aerei vengono alimentati col cherosene e le grandi navi con olio combustibile pesante (un residuo del petrolio) o metano liquido. Carburanti che arrivano in grande quantità dai paesi del Golfo perciò nelle 5 settimane dall’inizio del conflitto il loro prezzo è più che raddoppiato e le forniture si sono bloccate per la chiusura dello stretto di Hormuz. In Europa, che importa il 30% del carburante per i voli secondo l’Associazione internazionale del trasporto aereo, le compagnie hanno aumentato i prezzi dei biglietti e cancellato le tratte diventate troppo costose. Air France ha introdotto un supplemento di 50 euro a biglietto, Volotea ha annullato alcuni voli in programma per aprile. Ieri l’aeroporto di Brindisi è rimasto senza carburante per i vettori privati e fino a giovedì Air Bp, uno dei principali operatori di carburante per l’aviazione, contingenterà i rifornimenti negli scali di Bologna, Linate, Treviso e Venezia per i voli inferiori alle tre ore. Anche a Reggio Calabria e Pescara il cherosene sta finendo. Ryanair ha affermato che gli approvvigionamenti sono garantiti solo fino a maggio.
Per ora il commissario Ue per l’energia Jørgensen si è limitato a invitare i cittadini a usare il meno possibile l’auto e l’aereo ma, se il conflitto dovesse protrarsi, non vanno escluse misure restrittive per ridurre gli spostamenti non necessari, analoghe a quelle anti-covid del 2020 che colpirono soprattutto il turismo. In questo caso il momento critico è alle porte dell’estate, la priorità non è limitare i contagi bensì i consumi di un’industria molto energivora. Per esempio, una grande nave da crociera brucia tra le 180 e le 250 tonnellate di metano liquefatto al giorno, quanto una piccola città.
Enit stima che il turismo in Italia valga 237 miliardi di euro, il 10% del Pil. La spesa turistica è generata per 124,6 miliardi dagli italiani e per 60,4 miliardi dagli stranieri, che lo scorso anno hanno superato i 104 milioni. Di questi, 18,9 milioni sono arrivati in aereo e rappresentano il bacino che potrebbe venire a mancare per le conseguenze della guerra in Medio Oriente. Il 15% proviene dal Regno Unito, l’11% dagli Usa e il 9% dalla Germania. Ma le ripercussioni potrebbero riguardare anche il turismo interno: già lo scorso anno il caro vita ha portato molti italiani a rinunciare alle vacanze al mare e oggi lo scenario è ancora più critico.
Le prime avvisaglie si sono già viste a Pasqua, col diesel oltre i 2 euro al litro. Un’indagine del Centro studi turistici di Firenze, condotta per Assoturismo-Confesercenti, ha registrato un calo di presenze dell’1,3% rispetto all’anno precedente, pari a 200mila pernottamenti in meno. «Il conflitto in Medio Oriente inizia a far sentire i propri effetti sul turismo italiano», ammette il presidente di Assoturismo, Vittorio Messina.
«Cancellazioni di voli intercontinentali, aumenti delle tariffe aeree, revoca delle prenotazioni e percezione di insicurezza scoraggiano le partenze». Nemmeno le polizze bastano perché molto care (fino all’8% del costo dell’intera vacanza secondo il Codacons) e non coprono tutti i rischi legati alla mancanza di carburante.
Il governo sembra impreparato a fronteggiare i guai di un settore su cui ha puntato per far salire il Pil, nonostante si tratti di un’economia precaria. Nel turismo come per il gas e il petrolio, l’Italia dipende da una fonte esterna che può venire a mancare da un giorno all’altro per motivi imprevedibili e incontrollabili come le guerre. Per raccattare nuove forniture di gas Meloni ha improvvisato un viaggio nel Golfo. Per far arrivare più vacanzieri non basteranno le campagne promozionali e i tagli alle accise sui carburanti. L’ex ministra Santanchè era in prima linea a negare le conseguenze negative dell’overtourism, ora il governo potrebbe trovarsi a gestire il problema contrario.
da Domani del 07/04/2026
L'AEROPORTO DI BRINDISI HA FINITO IL CARBURANTE. ALTRI DUE IN "RISERVA"
Energia, governo allo sbando
La Lega invoca il gas russo
di Marco Colombo
Le scorte calano: lo scalo pugliese senza più gasolio, altri due hub lo stanno finendo.
Il ministro oggi in aula, la premier giovedì. La destra terrorizzata dai sondaggi in calo Fdl.
mercoledì 8 aprile 2026
da Riforma del 16/03/2026
A proposito del Salmo 144
di Celi
Stati Uniti, la teologia della crociata e i suoi pericoli, dopo le parole del Segretario alla Difesa (oggi alla guerra).
L’antefatto
Il 10 marzo 2026, il Segretario alla Difesa (oggi alla guerra) degli Stati Uniti Pete Hegseth ha concluso il suo briefing sull’aggressione militare all’Iran citando il Salmo 144: «Benedetto il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra, le mie dita alla battaglia».
Lo ha fatto dopo aver annunciato «il giorno più intenso di attacchi» contro l’Iran.
Al rientro dalla base di Dover, dove aveva accolto la salma di un altro soldato americano caduto nel conflitto.
Non è la prima volta: già a gennaio, durante un servizio religioso al Pentagono, Hegseth aveva condiviso lo stesso salmo, rivelando di averlo pregato durante la pianificazione dell’operazione militare in Venezuela.
Quel passo biblico, nella lettura di Hegseth, assume il significato di una benedizione divina sulla potenza militare americana.
Così la guerra diventa missione sacra, il conflitto armato si trasfigura in liturgia.
Tuttavia come Chiesa possiamo affermare che questa lettura regge davanti a una seria esegesi biblica?
La risposta, dal punto di vista della teologia luterana e di una lettura rigorosa delle Scritture, è no.
Il Salmo 144: cosa dice davvero il testo
Il Salmo 144 è un salmo regale, attribuito a Davide, di natura composita.
Gli esegeti lo collocano nel periodo post-esilico: non è dunque il canto di un conquistatore trionfante, ma la preghiera di un popolo che ha conosciuto la sconfitta.
Non solo: anche l’esilio, la fragilità radicale della condizione umana.
Davide per primo aveva conosciuto la fuga dalla caccia che Saul compiva contro di lui.
E infatti, subito dopo i versetti iniziali sulla guerra, il salmo cambia tono in modo decisivo.
Al versetto 3 il salmista chiede: «Signore, che cos’è un uomo perché te ne curi? Un figlio d’uomo perché te ne dia pensiero?». E al versetto 4: «L’uomo è come un soffio, i suoi giorni come ombra che passa».
Questo non è il linguaggio della potenza imperiale. È il linguaggio dell’umiltà radicale davanti a Dio, della consapevolezza che ogni pretesa umana di forza è vanità.
La seconda parte del salmo — quella che Hegseth non ha letto — si apre con il «canto nuovo» (v. 9).
Fino alla visione di un popolo benedetto non dalla guerra, ma dalla prosperità, dalla pace, dalla fecondità: «I nostri figli siano come piante cresciute nella loro giovinezza; le nostre figlie come colonne scolpite per ornare un palazzo» (v. 12).
Il salmo termina con un quadro di shalom — pace integrale — dove i granai sono pieni, le greggi si moltiplicano e «non c’è breccia né fuga, né grido nelle nostre piazze» (v. 14).
Il Dio che il salmista benedice non è il Dio della crociata: è il Dio che conduce il suo popolo attraverso la guerra verso la pace.
La teologia della crociata e i suoi pericoli
Ciò che l’interesse politico propone non è quindi teologia biblica.
È nazionalismo cristiano: l’identificazione cioè di una nazione con il popolo eletto di Dio, che quindi interpreta la sua politica estera con il piano divino, la sua forza militare come l’estensione in terra del braccio dell’Onnipotente.
Questa operazione ha una lunga e tragica storia — dalle crociate medievali alla conversione forzata dei popoli latinoamericani, ad esempio — e produce sempre lo stesso risultato: la sacralizzazione della violenza e la demonizzazione del nemico.
Quando un politico usa la Bibbia per parlare ad un briefing militare e per annunciare l’intensificazione dei bombardamenti, non sta praticando la fede cristiana.
Sta semmai usando Dio come strumento di propaganda bellica trasformando la grazia nel breviario del cappellano di un impero.
La retorica cui si assiste non ha perciò nulla di teologico ma sembra funzionale a trasfigurare la guerra politica in guerra religiosa.
È perciò terribile che la politica, tra le molte parole di Gesù sugli afflitti, gli ultimi o, per rimanere ai Salmi, sul “Signore è il mio pastore”, decida di scegliere versi sulla guerra e ignorando il significato del testo nel suo insieme.
Terribile ma non nuovo. Infatti poco prima di assumere la guida del Dipartimento della Guerra, Pete Hegseth, insieme a David Goodwin, ha scritto un libro intitolato ” Battle for the American Mind” .
Un testo interamente dedicato alla definizione di un programma di politica educativa in cui si sostiene la necessità di prendere di mira il sistema scolastico pubblico a vantaggio delle scuole private cristiane che garantirebbero una certa “ortodossia” religiosa.
La parola profetica contro l’uso bellico della Scrittura
La Riforma protestante ha posto la Scrittura al centro della vita di fede.
A partire da un principio fondamentale: la Bibbia si interpreta con la Bibbia, e il suo centro ermeneutico è Cristo.
Perciò prendere un testo fuori dal contesto in cui è inserito per farne infine un pretesto è quanto di più lontano possa esistere dalla Riforma e da ciò che può vagamente sembrare evangelico.
Usarlo quindi per benedire un’operazione militare non è fedeltà alla Scrittura: è la sua negazione.
I profeti di Israele conoscevano bene questa tentazione.
Geremia denunciava chi diceva «Pace, pace!» quando non c’era pace (Geremia 6,14). Isaia annunciava un tempo in cui «le spade saranno trasformate in aratri» (Isaia 2,4).
Michea immaginava un mondo dove «ognuno siederà sotto la propria vite e sotto il proprio fico, e nessuno li spaventerà» (Michea 4,4) — una visione straordinariamente simile alla seconda parte del Salmo 144, quella parte è stata ignorata da Hegseth.
La vocazione profetica della fede cristiana consiste proprio nel rifiutare la strumentalizzazione di Dio a fini di potere.
Se la Bibbia diventa una maschera
Quando la religione diventa il linguaggio della guerra, tradisce la sua stessa ragion d’essere.
Quando la Bibbia viene letta dal podio di un Parlamento o di uno scranno di governo per annunciare bombardamenti, non è la Parola di Dio che parla: è il potere che la usa come maschera.
Il Dio della Bibbia non è il Dio di una nazione contro un’altra. È il Dio che nella grazia ha superato la logica della violenza, che nel Cristo crocifisso ha scelto la debolezza anziché la forza, che nel «canto nuovo» del Salmo 144 chiama il suo popolo non alla guerra perpetua, ma alla pace che fiorisce quando la giustizia è di casa.
È questo il canto che andrebbe intonato. Ed è per questo che le Chiese oggi non possono tacere davanti all’uso del nome di Dio contro altri popoli, all’uso del Vangelo come grido di battaglia e non già, come dovrebbe essere, come parola di riconciliazione.
da Riforma del 20/02/2026
Parola d’ordine: pensare al futuro
di Gian Mario Gillio
L’intervista a Massimo Cirri, conduttore di Caterpillar di Radio2 e ideatore dell’iniziativa “Mi illumino di meno”.
“Mi illumino di meno 2026, mi illumino di scienza”. Ne parliamo con Massimo Cirri, conduttore di Caterpillar di Radio2 e ideatore dell’iniziativa.
Quest’anno è la 22a edizione: perché puntare sulla scienza?
«Perché è uno dei mezzi che noi esseri umani abbiamo a disposizione, uno dei tanti, forse uno dei più fondati che possediamo per capire il mondo, per interagire con il mondo, e credo che sia l’ultimo metodo rimasto a disposizione per provare a salvarlo. Il capitalismo, perdonatemi la sintesi brutale, lo ha messo a rischio, e la visione scientifica è la migliore oggi a disposizione dell’umanità. Da ventidue anni facciamo questa piccola cosa, banale, chiamare le persone a un gesto di sensibilità».
Com’è nata l’iniziativa?
«Promossa da Caterpillar di Radio2, era una iniziativa all’epoca un po’ disallineata rispetto al palinsesto. E dunque, si decise di chiedere agli ascoltatori di provare a riflettere su che cosa fosse per loro l’energia, quale ruolo avesse nella nostra vita. Qualche mese prima, era il settembre del 2004, un blackout aveva lasciato al buio mezza Italia, a causa di un albero e di una linea ad alta tensione che si erano sfiorati in Svizzera. Quella notte l’Italia stava importando energia elettrica dalle centrali francesi, quelle nucleari. Come redazione avevamo pensato: perché non proviamo a chiedere alle donne e agli uomini di buona volontà di fare un gesto simbolico… Ossia quello di spegnere la luce e risparmiare energia in alcuni momenti della giornata».
Quindi è partita la Campagna radiofonica…
«Abbiamo cominciato a esortare le persone a spegnere le luci e a riflettere sull’uso razionale dell’energia. Poi, abbiamo pensato che avremmo potuto proporre un’iniziativa nazionale: ora milioni di italiani sono più attenti e tornando a casa si comportano in modo diverso, più parsimonioso. Tante famiglie, poi nel tempo, hanno deciso di installare i pannelli solari fotovoltaici nelle loro abitazioni, una buona pratica».
E la politica?
«Quest’anno proviamo a mettere in comunicazione la politica e la scienza. La lentezza dei decisori su questo tema è evidente a tutti, le paure, i timori, soprattutto gli interessi sono persistenti, e questi nodi messi insieme non hanno fatto progredire l’idea di uno sviluppo energetico responsabile. Per questo, martedì 16 concluderemo la Campagna andando in onda dalla Camera dei Deputati, dove abbiamo invitato un po’ di scienziati, come il Nobel Parisi, esperti del Cnr e dell’Enea, politici, per capire se sia possibile rimettere in dialogo questa comunicazione. Ossia, tra il dire degli scienziati e ciò che, invece, dovrebbero fare i decisori politici».
Le guerre sono state messe al centro dell’iniziativa.
«Sì, le guerre sono sempre questioni di energia, le grandi potenze arretrano sugli investimenti per la transizione ecologica. La crisi energetica spaventa. L’abbiamo ormai capito. Siamo al centro di una campagna che promuove la guerra, e guarda un po’, di nuovo per il petrolio. Gli esseri umani si trovano così in mezzo a tante guerre non dichiarate, a “simil-guerre”, a colpi di Stato, strumentali per tornare ad avere il dominio sulle fonti fossili, quelle che stanno uccidendo il nostro futuro».
La Campagna ha preso avvio il 16 gennaio con una puntata speciale di Caterpillar dal Cern di Ginevra…
«Il Cern è un luogo dove gli scienziati giunti da tutti i paesi del mondo fanno cose innervate di futuro; che costano, certo, ma che sono un investimento. Ci sembrava fosse un posto simbolicamente rappresentativo».
Nel lungo vostro peregrinare nel tempo e nello spazio nell’Fm e nel digitale, le adesioni alla Campagna sono state innumerevoli. Anche la Federazione delle chiese evangeliche in Italia vi aderisce da anni…
«Queste adesioni sono l’attestato e la testimonianza che un mondo diverso c’è ed è possibile, per usare una frase abusata, ma vera. Abbiamo raccontato l’adesione della Federazione delle chiese evangeliche giovedì scorso, e al contempo l’adesione di una grande e nota catena di vendita. Due mondi diversi ma con lo stesso obiettivo. Abbiamo illuminato l’adesione di un circolo di judo in Romagna, che nel periodo della campagna fa le sue lezioni a luci spente e in solidarietà con il compagno di corso ipovedente. Per cui è molto bello questo variegato mondo, pieno di tante iniziative diverse, fatto di tante scuole, di associazioni, di Comuni che organizzano e spengono per due ore le luci nelle loro piazze, nelle loro vie, nei loro stabili; questo mosaico di adesioni ci dice quanto le persone, le aziende, le associazioni sentano il bisogno di essere presenti e di sentirsi parte di una grande comunità».
Il 16 febbraio è la Giornata nazionale del risparmio energetico, degli stili di vita sostenibili. I valdesi la sera stessa accendono i fuochi per ricordare i diritti civili concessi da Carlo Alberto con le Lettere Patenti nel 1848. Ma in concomitanza con il vostro evento e quello dei valdesi, ci sono le Olimpiadi invernali…
«È una questione. Immagino che si sia discusso molto sul tipo di investimento; se si potesse o meno fare qualcosa di più sostenibile, se si potessero usare diversamente i fondi stanziati. La questione dirimente è un’altra: tra ventidue anni – per usare il tempo di vita della nostra Campagna – ci saranno ancora degli sport invernali? Ci sarà ancora un inverno? Ventidue anni sono un respiro dell’umanità. Quindi, Olimpiadi e polemiche a parte, sarebbe bene pensare al futuro. Oggi la parola d’ordine è e dev’essere solo una: responsabilità. Essere responsabili può anche essere molto piacevole, molto divertente e se poi lo si fa insieme, la responsabilità diventa un cambiamento, un salto di paradigma. Dunque, una bellezza».
da Il Fatto Quotidiano del 30/03/2026
Meloni e gli altri “sdegnati”: finora tutti zitti sul genocidio
di Tomaso Montanari
Il governo di Israele che impedisce di celebrare la messa della domenica della Passione del Signore al Santo sepolcro, e ferma per strada il patriarca latino di Gerusalemme e il custode di Terrasanta, compie l’ennesimo atto di arbitraria violenza. Ma si rimane senza fiato a leggere le parole di Giorgia Meloni, che si scaglia come mai aveva fatto finora contro il governo di Netanyahu, accusandolo di “un’offesa non solo per i credenti, ma per ogni comunità che riconosca la libertà religiosa”. E mentre Tajani convoca l’ambasciatore di Israele alla Farnesina, ed esprime lo “sdegno” (poi cambiato in “protesta”…) del governo italiano, l’altro vicepremier Salvini giudica “inaccettabile e offensivo” l’operato del governo di Tel Aviv.
Ora, chi prova a seguire le parole di vita del Vangelo sa bene che Dio “non abita in templi costruiti da mani d’uomo” (Atti, 17, 24), e che ogni persona umana è “il tempio del Dio vivente” (2 Corinzi, 6, 16). Ebbene, quanti templi di Dio il governo di Israele ha deliberatamente distrutto, macellato, smembrato a Gaza, e in Cisgiordania e ora in Libano, Iran, e in tutta la regione? Da pochi giorni è uscito (presso le Edizioni della Meridiana) il documento su Gaza del movimento cristiano interconfessionale palestinese Kairos, dal titolo Un momento di verità. La fede in tempo di Genocidio. Nella lingua del Vangelo – quella del sì, sì, no, no – i cristiani di Terrasanta si rivolgono a noi: “Coloro che negano il genocidio commesso contro il popolo palestinese a Gaza – nonostante le prove schiaccianti, le testimonianze e persino le dichiarazioni degli stessi sionisti – negano l’umanità stessa del popolo palestinese. Abbiamo quindi il diritto di chiedere: come si può parlare di fratellanza o comunione cristiana mentre si nega, si sostiene, si giustifica o si tace di fronte al genocidio, specialmente quando tali atti sono commessi in nome di Dio e delle Scritture?” Sono parole che pesano come pietre sulla condotta dei politici che si proclamano cristiani quando si tratta di usare il presepe come simbolo identitario, e si avvolgono nei rosari per accendere il fuoco dell’odio contro i migranti. Se lo ‘sdegno’ contro Israele è la reazione ad un odioso divieto a pratiche di culto, cosa avrebbero dovuto dire quegli stessi governanti contro il genocidio? Ma di quel genocidio sono stati, e sono, complici: e le mani sporche di sangue non si lavano difendendo le pietre delle chiese. I cristiani di Palestina chiedono, con un filo di voce, “ai governi del mondo di esercitare pressioni affinché i criminali di guerra, chiunque essi siano, siano perseguiti dalla Corte Internazionale di Giustizia e dalla Corte Penale Internazionale; e di adoperarsi per il ritorno immediato degli sfollati attraverso la ricostruzione di Gaza e il rafforzamento della tenacia del suo popolo”. Come tutta risposta, Giorgia Meloni consente a Netanyahu di sorvolare impunemente l’Italia per tutta la sua lunghezza ogni volta che vuole, e appoggia il coloniale Board of Peace. E questa – perpetrata da chi si dice ‘cristiana’ – è un’offesa incomparabilmente maggiore di quella oggi platealmente rimproverata a Israele. E così, in questa Settimana Santa affondata nel sangue, sentiamo ancora una volta risuonare queste parole: “Anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità”. Le ha dette, ai farisei del suo tempo, Colui nella cui memoria si dovrebbero celebrare le liturgie della Passione. Ascoltarlo, invece di usarlo, sarebbe cosa buona e giusta.