da
Pressenza del 22/08/2026
Israele
e America Latina: le relazioni pericolose
di
Marco Consolo – Redazione Italia
La
strategia militare ed il controllo degli algoritmi
Da
tempo è in corso un’operazione internazionale di controllo e
ridefinizione geopolitica promossa da Stati Uniti e Israele su
diversi paesi dell’America Latina e dei Caraibi. Una strategia
politica, economica, militare e digitale di natura sistematica, che
continua a svilupparsi e si intensifica progressivamente nella
regione.
In
questa riconfigurazione geopolitica del continente, la “sicurezza”
è uno dei principali strumenti degli Stati Uniti e di Israele per il
controllo dell’energia, della biodiversità, dell’acqua, dei
minerali critici, dei corridoi logistici e delle catene di
approvvigionamento globali. Questo obiettivo ha accelerato
l’esternalizzazione delle funzioni statali alle imprese di
sorveglianza private, sicurezza ed intelligence. Attraverso la
“modernizzazione tecnologica” si consolida il dominio, mentre la
guerra, lo spionaggio e il controllo sociale diventano mercanzia da
offrire.
Da
tempo, la presenza israeliana non si limita più alla vendita di
armi. Negli ultimi anni si è ampliata all’uso del Big
Data per
manipolazioni elettorali o colpi di Stato digitali, allo sviluppo e
alla commercializzazione di software spia, sistemi ed operazioni di
intelligence, strumenti di sorveglianza digitale di massa e
piattaforme di analisi algoritmica utilizzate sia dai governi, che da
attori privati.
Le
intercettazioni audio rilasciate dalla piattaforma Hondurasgate.ch e
pubblicate da Canal Red Latin America hanno evidenziato il ruolo
crescente delle aziende israeliane specializzate nell’intelligence
privata, nella sicurezza informatica e nella sorveglianza
tecnologica. Un elemento relativamente recente nell’offensiva
imperialista contro i governi progressisti e di sinistra dell’America
Latina e dei Caraibi. Un’offensiva che si è intensificata, e che
non si limita più all’aspetto militare, ma è caratterizzata dalla
“Guerra di Quarta Generazione” (G4G).
Una guerra ibrida che oltre ai tradizionali ricatti economici, le
operazioni finanziarie ed il più recente uso del lawfare (guerra
giudiziaria), entra a gamba tesa nei processi politici ed elettorali
della regione con “golpe blandi”, grazie all’uso spregiudicato
del Big Data, con massicce operazioni mediatiche e culturali.
In
questa guerra, Israele è in prima fila nei servizi di intelligence
statali e privati al servizio degli Stati Uniti, svolgendo operazioni
di manipolazione digitale, campagne di disinformazione coordinate,
spionaggio informatico e alterazione dei risultati elettorali.
I
colpi di Stato digitali
Il
fronte della guerra digitale è particolarmente decisivo, sia per
quanto riguarda la manipolazione delle coscienze, sia per la
falsificazione dei dati elettorali e porta allo scoperto il nuovo
paradigma della guerra ibrida di interferenza politica.
Ma
andiamo con ordine.
Nel
primo caso, uno degli strumenti principali della G4G è la
dissociazione cognitiva per annullare la nozione di identità a
sostegno della sovranità nazionale e popolare. Già nel 2015, in
Argentina, c’era stato il precedente di Steve
Bannon e
la sua Cambridge
Analytica contrattato
dalla destra locale per la vittoriosa campagna elettorale di Mauricio
Macri.
Come
scrive Jorge Elbaum, “Tre
strumenti concentrano oggi il potere di interferenza elettorale: i
deepfake, la microsegmentazione e i pregiudizi algoritmici
standardizzati. I primi consentono di creare immagini, video o audio
verosimili, sebbene generati artificialmente. La microsegmentazione
identifica le predisposizioni, le paure e le debolezze di specifici
gruppi di elettori per indirizzare loro messaggi su misura: ad
esempio, convincere i proprietari di animali domestici che i
progressisti intendono imporre tasse su cani e gatti. I pregiudizi
algoritmici, a loro volta, consentono alle grandi multinazionali di
orientare raccomandazioni e contenuti in base ai propri interessi
economici e neocoloniali”.
La
controffensiva imperiale
C’è
una chiara sequenza degli ultimi passi della strategia imperiale per
annullare totalmente o parzialmente la sovranità altrui e
sottomettere nemici, concorrenti, oppositori, ma anche alleati,
trasformati in obiettivi per la loro sottomissione e tutela.
A
marzo c’era stato il lancio dello “Scudo delle Americhe”
fortemente voluto dal falco Marco Rubio, Segretario di Stato e
proconsole di Trump per la regione.
Dal
7 al 10 luglio, si era tenuta a Cusco (Perù), la XVII riunione dei
Ministri della Difesa di tutto l’emisfero occidentale, convocata
come sempre dal Dipartimento di Stato e dal Comando Sud degli Stati
Uniti, e non dai governi latinoamericani. La Dichiarazione
di Cusco riporta
i principali accordi su “lotta contro la droga, la migrazione e la
criminalità”.
Come
ha detto il segretario di Stato aggiunto, Albridge Colby, dal primo
incontro nel 1995 molte cose sono cambiate. “Siamo
arrivati ad assumere il ruolo di garanti della Dottrina Monroe.
… che
consiste nel proteggere la nostra sicurezza e i nostri interessi
potenziando e abilitando le nazioni latinoamericane”.
Come
sostiene l’analista peruviano Ricardo Soberón “Oggi
siamo di fronte alla “Guerra alla droga 2.0” che non fa che
ripetere gli errori della precedente (più bastone e meno carota,
fumigazione con glifosato, interdizione ed estradizione)”. Una
guerra sbagliata e che non ha portato a nessun risultato.
Continua
Soberón, “Il
vertice è stato segnato dalla linea dettata da Marco Rubio, a
partire dalla sua nuova Dottrina per la Sicurezza Nazionale (2025) e
dalla Dottrina della Difesa Nazionale (2026). Colby ha sostenuto un
realismo flessibile che dà priorità agli interessi nazionali degli
Stati Uniti. Nella fattispecie, la lotta contro la “criminalità
organizzata transnazionale”
sarà fatta in America Latina, non certo nel territorio statunitense.
Non a caso, il concetto di criminalità
organizzata transnazionale,
secondo Marco Rubio e lo stesso Donald Trump è associato
direttamente ai governi progressisti o di sinistra, non in linea con
la politica imperiale statunitense. Negli ultimi mesi sono fioccati
gli attacchi contro Nicolàs Maduro, Evo Morales, Rafael Correa,
Gustavo Petro e persino la Presidente del Messico, Claudia
Schembaun”.
Oggi,
sulla falsa riga degli attacchi forsennati della Casabianca contro
qualsiasi organizzazione progressista negli USA (antifa,
organizzazioni dei migranti, chiese progressiste, femministe, etc.)
ricompare nel sud del continente l’ambiguo concetto di “terrorismo
narco”. Una
definizione che mette insieme soggetti sociali molto diversi compresi
quelli che svolgono una legittima protesta (sindacati, movimenti
ambientalisti, organizzazioni di coltivatori di coca, popolazioni
originarie, etc.).
Come
si ricorderà, negli anni ’70, fu proprio nella famigerata Scuola
delle Americhe delle FF.AA. degli Stati Uniti che fu coniata ed
inculcata la Dottrina della Sicurezza Nazionale ai militari
latinoamericani. Una dottrina che creò il fantasma e la figura del
“nemico
interno”,
allora attribuito a “comunisti e rivoluzionari” ed ora, alla
“criminalità
organizzata transnazionale”.
Il
10 luglio si è svolta una riunione a Miami (con più di 60 governi).
Una chiamata alle armi degli alleati, come rappresentazione plastica
del dominio imperiale.
L’obiettivo
è appunto quello di costruire “nemici interni” che giustifichino
interventi contro i governi progressisti e consolidare
un’architettura di dominio permanente sull’America Latina,
instaurando un’associazione automatica tra i governi di sinistra e
la criminalità. Un corollario della “Dottrina Donroe” enunciata
da Donald Trump alla fine del 2025.
Da
ultimo in ordine di tempo, l’11 agosto a Panama è seguito
l’annuncio della creazione di una “forza operativa contro la
criminalità organizzata” sotto l’ombrello dello “Scudo delle
Americhe”, con l’adesione di 18 paesi che ne fanno parte.
Il
“braccio operativo del Comando Sud” sarà guidato dal generale di
divisione dei Marines degli Stati Uniti, Kevin Jarard. Ufficialmente
si dovrà occupare dello scambio di informazioni di intelligence, di
rafforzare l’addestramento congiunto e l’interoperabilità delle
forze militari partecipanti e, al contempo, sostenere le operazioni
di intercettazione marittima.
Come
prima misura, il Segretario della Guerra USA, Pete Hegseth, ha
annunciato operazioni militari congiunte con le FFAA colombiane
contro “i narcos”, che il neopresidente colombiano aveva
autorizzato in spregio alla costituzione colombiana (Art. 173) che
assegna al Senato l’autorizzazione esclusiva.
Ma
sarebbe un errore pensare che gli Stati Uniti agiscano da soli. Al
contrario, Israele ha un ruolo chiave in questa contro-offensiva.
La
“coalizione Epstein”, l’”Hondurasgate” e l’ingerenza
annunciata
Facciamo
un passo indietro. È utile ricordare che il
29 dicembre 2025, il Presidente Trump si è riunito con il primo
ministro israeliano Netanyahu a Palm Beach, in Florida.
Il vertice della “coalizione
Epstein”
è stato il quinto dello scorso anno negli Stati Uniti.
Pochi
mesi dopo, grazie alle intercettazioni di conversazioni tra esponenti
della destra honduregna, è scoppiato il cosiddetto Hondurasgate,
uno
dei più grandi scandali documentati di interferenza politica
statunitense e israeliana in America Latina del XXI secolo.
Il
suo primo bersaglio è stato “l’anello
debole” dell’Honduras,
prima con la manipolazione di importanti segmenti elettorali, poi
direttamente con la falsificazione dei risultati elettorali. Il tutto
per spianare la strada alla vittoria delle destre, al servizio degli
interessi statunitensi ed israeliani.
Come
si ricorderà, pochi giorni prima delle elezioni in Honduras, Donald
Trump aveva gentilmente graziato l’ex presidente honduregno Juan
Orlando Hernández dalla
condanna a 45 anni di carcere per narcotraffico, per aver introdotto
450 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti. Nelle intercettazioni
Hernández rivelava le pressioni a suo favore della lobby sionista
degli Stati Uniti, nonché l’intervento dello stesso Netanyahu per
ottenere la sua scarcerazione, a cambio del suo ruolo di operatore al
servizio degli Stati Uniti e di Israele. Come parte dell’accordo
per ottenere la grazia, oltre alla costruzione di nuove basi militari
statunitensi nella regione, si dà anche il via libera all’arrivo
di aziende specializzate in intelligenza artificiale e “tecnologie
di sorveglianza” legate ai servizi segreti israeliani.
In
una di queste conversazioni, Hernández chiede fondi per dar vita a
un’«unità
di giornalismo digitale»
con sede negli Stati Uniti, con la diffusione di notizie false contro
i governi di sinistra in America Latina (in particolare Colombia,
Messico e Brasile) e contro gli ex presidenti honduregni Manuel
Zelaya e Xiomara Castro. Hernández sostiene anche che il Presidente
argentino Javier Milei avrebbe già contribuito con 350.000 dollari.
Quella struttura “giornalistica” dedicata alla guerra cognitiva
amplificata dall’infrastruttura dell’IA, dalle “reti sociali”
e dalla propaganda mediatica tradizionale, dalle parole è passata
velocemente ai fatti per la “vittoria” delle destre più
reazionarie, grazie alla manipolazione delle coscienze e alla frode
elettorale.
In
meno di tre mesi, Honduras, Colombia e Messico hanno affrontato
campagne di attacco sui
media tradizionali, operazioni di disinformazione, hackeraggio sulle
“reti sociali” e attacchi informatici che hanno preso di mira
anche i sistemi di conteggio e trasmissione dei dati elettorali.