martedì 17 febbraio 2026

Gruppo biblico del martedì, oggi 10 febbraio


Cari amici e amiche del gruppo biblico del martedì,

Stasera il gruppo si incontrerà alle ore 18:00 per leggere la seconda metà del capitolo 6 del Vangelo di Marco.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.

Questo è il LINK per il collegamento:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A più tardi.

Sergio

da Rocca di febbraio 2026

Il cortile della Rocca

Roberto Fumagalli (1982) è docente di Filosofia, Politica ed Economia al King’s College London e collabora con centri di ricerca presso la London School of Economics e la University of Pennsylvania. Ha pubblicato molte raccolte di poesie…

da Comunione dei Santi, una raccolta di poesie che canta la fede cristiana nella resurrezione della carne e la speranza umana nella vita ultraterrena.


Abbiamo noi bisogno, amici,

In questo nostro Mondo

Di anime che ardono di sete

Di angeli che scrutano la notte;

Perché si sta sciogliendo questa fede

Come indifesa neve al sole,

Un fiore solitario nel deserto

Un sapere che ha perso le parole

(O forse, nel silenzio, sta evolvendo

In noi suoi temporanei testimoni

Cercando nuove forme, incarnazioni

Resurrezioni ancora senza nome?).

Per questo, vi preghiamo, custodite

Il seme di speranze che ci unisce

Al nostro universale compimento

Al vostro infinito amore…


da Il Manifesto del 08/02/2026

La sola rivoluzione davvero nostra, non possiamo restare a guardare

di Luciana Castellina


La grande corazzata americana, una floating power plant, come scrivono orgogliosi i giornali trumpisti, è ancorata nella baia dell’Avana già da parecchi giorni prima dell’arresto del presidente venezuelano Maduro.

È lì per bloccare tutti i convogli diretti a Cuba, innanzitutto quelli che portano petrolio. Quello che proveniva da Caracas ma poi anche da altri Stati. Arrivava regolarmente anche dal Messico, fino a che la presidente di quel paese – appena Trump ha dichiarato che chi insisterà nel fornire a Cuba il prezioso combustibile verrà punito con un consistente aumento dei dazi – ha fatto retromarcia. Il Messico, ha detto Claudia Sheinbaum, non può permettersi di affrontare questo rischio.

Quanto all’Unione europea, la signora Kallas, alto rappresentante per la politica estera, rimangiandosi rapidamente qualche debole apertura concessa qualche mese fa in occasione di una interrogazione parlamentare, si è pienamente allineata. Il problema di Cuba, si è azzardata a dichiarare in relazione al drammatico strozzamento dell’isola, «sono i diritti umani». (63 anni di strangolamento economico imposto all’isola con l’embargo, sarebbe invece un diritto umano?)

L’OCCIDENTE, come si vede, in barba ai suoi “valori” accetta disciplinato il diktat di Trump. Il quale, nel frattempo, soddisfatto per non aver trovato ostacoli al suo programma, ha mandato a dire all’Avana che lui è pronto ad un accordo e che, anzi, lui «sarà molto gentile» e farà quanto necessario per rendere finalmente Cuba libera. Come nel Venezuela che ha accettato, per salvarsi, di ammazzare definitivamente la Rivoluzione bolivariana, aprendo alla totale privatizzazione del suo petrolio.

CE N’È ABBASTANZA, credo, per farci capire che Trump sarebbe pronto anche a un altro attacco militare, o meglio piratesco, che è però qualche cosa di ben più grave di ogni altro sopruso in atto. Perché Cuba non è un paese qualsiasi, è un pezzo di storia che dalla metà del secolo scorso ha segnato le nuove generazioni di tutto il mondo – anche quelli che sono poi stati critici su come talune delle sue scelte interne si sono evolute – perché è stata una rivoluzione assolutamente speciale.

Innanzitutto molto “nostra”: perché la sola del nostro tempo, perché veniva da un paese che era un pezzo del “terzo mondo” che aveva sempre patito l’oppressione, perché è stata leggendaria nelle modalità in cui si è realizzata e per le impensabili conquiste ottenute dal suo popolo.

E poi perché – diciamolo pure – è stata la prima rivoluzione allegra. Io l’ho incontrata, fisicamente, nel 1961, a una grande conferenza mondiale della gioventù a Mosca, e tutti rimanemmo incantati perché i delegati cubani cantavano e ballavano, come i nostri comunisti musoni non avevano mai fatto! Perché rappresentavano Davide contro Golia.

LA PRIMA VOLTA che ne ho sentito parlare erano gli anni Cinquanta, ero in tipografia e stavamo finendo di impaginare per stampare la copia di Nuova Generazione, il settimanale della Fgci, e mi venne fra le mani un numero di Newsweek in cui si parlava di uno strano gruppo di giovani che si era insediato nella Sierra Maestra, la più grande foresta cubana, isolato e senza aiuti, nutrendosi di animali selvaggi e vivendo sugli alberi. Erano – scriveva il settimanale americano – un nuovo gruppo guerrigliero, guidato da un giovane avvocato chiamato Fidel Castro. Decisi, sebbene stessimo per andare in macchina, di togliere un articolo già impaginato per lasciar posto a questa storia che per la prima volta veniva raccontata.

SOLO UN PAIO d’anni dopo, nel 1959, quei ragazzi fecero fuori il dittatore Fulgencio Batista e la sua cricca e nacque la nuova icona della nostre gioventù, quella che nemmeno con la fantasia ci eravamo azzardati a immaginare.

Fu allora che milioni di giovani cominciarono ad indossare le magliette con l’immagine degli eroi di quella rivoluzione: Fidel, naturalmente, ma anche il più azzardato militante in nome del mondo intero trucidato in Bolivia, Ernesto Che Guevara, che diventa l’idolo di un’epoca. La sua foto, quella famosa scattata nel 1960 dal grandissimo Alberto Korda, fu indicata dal Maryland Institute for Art come ««la più famosa del XX secolo».

E ADESSO, che succederà? La corazzata americana è ancora lì e Washington ha già ottenuto il silenzio/assenso per procedere. La mia grande paura, in questo momento, più che per Trump in sé, è che questa storia possa essere liquidata senza una nostra grande, adeguata, controffensiva ideale.

Che un fatto storico restato importante anche per le nuove generazioni – che non l’hanno vissuta ma che hanno continuato a considerarla mitica – possa esser liquidato senza una nostra generale reazione. Con rassegnazione. Disinganno, e perciò sfiducia in ogni possibilità di cambiare il mondo.

NOI ITALIANI abbiamo una colpa specifica in questa vicenda. Perché italiano immigrato era tal Roberto Torricelli, parlamentare degli Stati uniti, autore di uno dei peggiori atti contro Cuba: nel 1992, nel momento in cui il crollo dell’Urss aveva fatto venir meno gli indispensabili aiuti sovietici all’isola soffocata dall’embargo, fece approvare quello che ignominiosamente fu chiamato Cuban Democracy Act, in cui le sanzioni che bloccavano ogni commercio con Cuba si aggravavano in quanto venivano perseguite tutte le aziende non americane che lo avessero violato.

IO HO CONOSCIUTO Roberto Torricelli, e mi sono vendicata almeno con una beffa. Ero allora – lo sono stata per parecchi anni – vicepresidente della Delegazione permanente per l’America centrale e del Sud del parlamento europeo, e perciò impegnata in continui incontri politici in quell’area. Anche uno con il Dipartimento di stato degli Stati Uniti per informarci reciprocamente delle rispettive scelte. Quando Torricelli vide approvato il suo Act avemmo a Washington, al Congresso, una lunga riunione con la commissione da lui presieduta.

ALLA FINE, uscendo, io mi ritrovai casualmente l’ultima e mi venne la improvvisa tentazione di tornare indietro e rubare sul tavolo della sua postazione presidenziale la targhetta metallica con la scritta “onorevole Torricelli”. La misi furtivamente nella borsa ma quando tornammo alla sede del Dipartimento di stato mi resi conto che la nostra delegazione doveva passare per il metal detector e che la mia targhetta avrebbe suonato esponendomi a chissà che crisi diplomatica (un’autorità europea che ruba al parlamento americano, figuratevi!).

Tentai di tornare indietro e gettarla prima dell’entrata ma proprio quel giorno il palazzo era circondato dalla polizia perché c’era in visita una delle prime delegazioni palestinesi. Se avessi gettato un oggetto metallico mi avrebbero forse sparato. Disperata e senza via di fuga chiusi gli occhi e passai. La targhetta non fece suonare il metal detector: era di latta.

E COSÌ, UN MESE DOPO, in visita all’Avana, ne feci dono a Fidel. Che la attaccò dietro la sua scrivania, dicendomi: ho ricevuto tanti regali, ma nessuno è come questo.


da Il Manifesto del 06/02/2026

Portuali di tutto il mondo uniti contro le guerre e il trasporto di armi

di Alex Giuzio


Per la prima volta i lavoratori portuali scioperano nello stesso giorno sulle banchine di tutto il Mediterraneo e del Mare del Nord, con adesioni anche in Colombia, Venezuela, Brasile e Stati uniti. La manifestazione è stata indetta per oggi dai sindacati Enedep (Grecia), Lab (Paesi Baschi), Liman-Is (Turchia), Odt (Marocco) e Usb (Italia) per opporsi alle guerre nel mondo e denunciare il peggioramento delle condizioni di lavoro e dei salari. Cortei e iniziative sono in programma in tutti i principali porti d’Europa, Nord Africa e Medio Oriente, dal Pireo a Bilbao, da Tangeri ad Amburgo. In Italia si sciopera a Genova, Livorno, Trieste, Ravenna, Ancona, Civitavecchia, Salerno, Bari, Crotone, Palermo e Cagliari.

I portuali hanno una lunga storia di scioperi, ma una mobilitazione così ampia non si vedeva dalle proteste dei primi anni 2000 contro le liberalizzazioni della direttiva Bolkestein. Questa volta l’iniziativa è ancora più trasversale e globale. Lo sciopero è l’apice di una serie di agitazioni contro i traffici bellici partite a Genova nel 2019, quando i camalli hanno bloccato il porto per chiedere il rispetto della legge 185/1990 che vieta l’invio di armi ai paesi in guerra. Allora il destinatario era l’Arabia Saudita che bombardava lo Yemen, poi sono scoppiati i conflitti in Ucraina e Palestina che hanno fatto crescere gli ordini di armi.

Le mobilitazioni sono aumentate di conseguenza, estendendosi a Livorno, Napoli e via via agli altri scali, fino a culminare con lo sciopero generale dello scorso settembre per la Global Sumud Flotilla. Nonostante il divieto, varie inchieste giornalistiche hanno dimostrato il transito di armamenti dai porti italiani. Il 4 febbraio 2025 a Ravenna è stato sequestrato un carico di componenti per cannoni destinato a Israele. Analoghe proteste sono avvenute in Grecia, dove lo scorso luglio i lavoratori del Pireo hanno bloccato un carico di acciaio militare per Tel Aviv.

«Non vogliamo dedicare il nostro lavoro all’industria bellica», dice Markos Bekris, presidente di Enedep. «I porti europei non possono diventare la base logistica di Israele per il massacro dei palestinesi. La mobilitazione internazionale serve a unire le voci in una protesta congiunta contro tutte le guerre, le disuguaglianze e lo sfruttamento». I portuali in Ue sono circa 250.000 secondo la European transport workers’ federation, di cui 16mila in Italia in base a una ricerca di Randstad. Ma la loro iniziativa punta a coinvolgere la società civile, confermando lo storico ruolo d’avanguardia di questi lavoratori nel conflitto sociale. «Il transito di armi è un problema sia legale che etico», dice José Nivoi, coordinatore nazionale Usb per i portuali e portavoce del Calp di Genova. «Non vogliamo essere complici di un traffico che serve a uccidere adulti e bambini innocenti».

Gli organizzatori hanno intrecciato la protesta con un altro tema universale, quello dei salari: «Lo stipendio di un portuale va dai 1700 ai 2500 euro al mese, a seconda dei turni», spiega Nivoi. «Fino a pochi anni fa era una cifra dignitosa, ma dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina sono aumentati l’inflazione, l’energia, il cibo, i tassi sui mutui. Il rinnovo dei contratti ha previsto un aumento di 120 euro netti al mese dal 2027, che non basta a coprire il maggiore costo della vita». Tutto ciò, conclude, «mentre gli armatori hanno aumentato enormemente i loro profitti e i governi investono sul riarmo anziché sulle pensioni e i sostegni ai poveri».

I portuali sono preoccupati di perdere il lavoro anche a causa dell’automazione sempre maggiore nelle operazioni di carico e scarico. Randstad conferma che tra il 1980 e il 2020 i portuali sono diminuiti del 28%, a fronte di un aumento del traffico merci del 21%. Di questo hanno beneficiato le grandi compagnie di navigazione come l’italo-svizzera Msc, leader col 20% della logistica marittima globale e una flotta di 963 portacontainer. Oltre cento navi sono state acquistate o noleggiate solo nell’ultimo anno grazie ai fatturati record. Nel 2022 (ultimo bilancio pubblicato) ha raggiunto gli 86,4 miliardi di euro con un utile netto di 36,2 miliardi. Disparità che riguardano non solo i portuali, ma tutti i cittadini.


da Adista del 24 gennaio 2026

Le scelte sconsiderate dell’Unione Europea e dell’Italia

di Claudia Fanti


Sono passati poco più di 10 anni dallo <<storico>> Accordo di Parigi, salutato con tutta la retorica di rito da governi e mezzi di comunicazione come un passo decisivo nella lotta al riscaldamento globale, ma il suo proposito di fissare <<ben al di sotto dei 2°C, puntando all'obiettivo di 1,5°C>>, il limite all'aumento della temperatura globale è rimasto carta straccia: se, stando ai dati del Copernicus Climate Change Service, il 2025 è stato il secondo anno più caldo mai registrato, a pari merito con il 2023 e dietro solo al 2024, sembra dimostrato che la temperatura media globale per il periodo 2023-2025 abbia superato la soglia dell’1,5°C, la prima media triennale a registrare il superamento di quel limite invalicabile.

Da allora, non solo si è fatto poco o nulla, come ha ultimamente rivelato anche la COP30 di Belém, ma anche chi era l'avanguardia nella lotta al cambiamento climatico, come l'Unione Europea, ha registrato significativi passi indietro.

Dopo mesi di progressivo smantellamento del Green Deal, è ormai evidente, infatti, che la sostenibilità non rappresenti più una priorità per la Ue: come ha evidenziato il Wwf Italia nel suo bilancio di fine anno, <<il 2025 è stato l'anno della retromarcia dell'Unione europea sui temi ambientali e climatici. Le istituzioni europee, sotto la pressione degli Stati membri (a partire dal governo Meloni), di grandi gruppi industriali e di ingerenze esterne all’Unione (a partire dall’amministrazione Trump), stanno smantellando il Green Deal per inaugurare un Black and War Deal. Questo in nome di una “semplificazione” che in realtà nasconde una sistematica distruzione delle tutele dell’ambiente e della salute dei cittadini conquistate negli ultimi decenni. Gli investimenti si sono spostati sull’acquisto e sulla produzione di nuove armi e non sui reali bisogni degli europei>>.

Ce n’è per tutti i gusti: si va dal rinvio del regolamento per fermare la deforestazione al ridimensionamento degli obiettivi climatici, con il target -90% al 2040 sceso sotto l’85%; dall’Omnibus Ambiente di dicembre 2025 con cui la Commissione europea ha messo in discussione pilastri fondamentali della protezione ambientale dell’Unione alla piena realizzazione della controriforma della Politica agricola europea 2023-2027 avviata dopo le proteste dei trattori nel 2024; dall’indebolimento delle regole su trasparenza e responsabilità delle imprese al via libera senza limiti ai pesticidi.

E, all’interno della Ue, a distinguersi come uno dei Paesi più impegnati a sotterrare la lotta al cambiamento climatico è stata sicuramente l’Italia, benché, secondo il bilancio di fine anno tracciato dall’Osservatorio Città Clima di Legambiente, il 2025 sia stato il secondo anno con più eventi meteo registrati in Italia negli ultimi 11 anni, con 376 fenomeni estremi nella Penisola, per un aumento del 5,9% rispetto al 2024.

<<Ancora una volta l’Italia - ha commentato il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani - si è fatta trovare impreparata di fronte a una crisi climatica che è una dura realtà sul territorio nazionale da molti anni. Le immagini di quanto accaduto in diverse regioni, dalle alluvioni alla grande siccità, parlano da sole. E a pagarne lo scotto sono come sempre i cittadini, i territori, le imprese e più in generale l’economia del Paese>>.

E se restavano ancora dei dubbi su quanto poco contino le politiche ambientali per il governo Meloni, ci ha pensato la Legge di bilancio a dissolverli, con una serie illimitata di tagli: per le politiche per il miglioramento della qualità dell'aria, di 79 milioni di euro per il 2026 e 94 milioni rispettivamente per il 2027 e il 2028; per il Soccorso civile di 0,9 miliardi; per Energia e diversificazione delle fonti energetiche, di 133, 129 e 102 milioni di euro rispettivamente per gli anni 2026, 2027 e 2028; per il Diritto alla mobilità e sviluppo dei sistemi di trasporto, di 2,8 miliardi; per Sviluppo sostenibile e tutela del territorio e dell’ambiente, di 241 milioni nel 2026, 147 nel 2027 e 127 nel 2028, con buona pace del dissesto idrogeologico. E a ciò si aggiungono i dati sempre più sconfortanti del consumo di suolo diffuso dall’Ispra, con altri 84 km quadrati cancellati nel 2024, il 16% in più rispetto all’anno precedente e il dato più negativo da quando è iniziata la misurazione nel 2012.


da Il Manifesto e Domani del 10/02/2026

Ladri e biciclette…

Il caporalato dei rider. 

<<Glovo regolarizzi tutti i 40mila sfruttati>>


Sfruttati approfittando del bisogno 40mila rider, quasi tutti stranieri. E’ l’accusa della Procura di Milano che ha messo in amministrazione giudiziaria la società che gestisce le consegne per Glovo. <<12 ore di lavoro al giorno per 7 giorni e una paga sotto la soglia di povertà>>.


Glovo, marchio spagnolo di consegne a domicilio, avrebbe messo in piedi un sistema di sfruttamento approfittando delle condizioni di bisogno dei migranti in cerca di lavoro. Sono le conclusioni a cui è giunta la procura di Milano, a seguito dell’inchiesta condotta dal pm Paolo Storari sulla scorta di quelle contro il caporalato nelle filiere produttive dell’alta moda.

I RIDER, ASCOLTATI per mesi dagli inquirenti, hanno fornito testimonianze univoche sul sistema di caporalato causato da un algoritmo che collega la retribuzione alla performance. Lo stesso algoritmo, peraltro, permette anche di controllare i lavoratori: «Se fai ritardo o ti fermi ti contattano per chiedere spiegazioni», ha dichiarato un fattorino alla procura. Il risultato è che, nonostante sulla carta i riders impiegati da Glovo risultino lavoratori autonomi con partita Iva in regime forfettario, in realtà sarebbero in tutto e per tutto lavoratori subordinati.

«L’etero-organizzazione algoritmica della prestazione lavorativa è compatibile con l’applicazione della disciplina del lavoro subordinato», si legge nel decreto di controllo giudiziario in via d’urgenza disposto dai magistrati. Per di più con stipendi da fame: le remunerazioni, tra 700 e 1.100 euro lordi per 12 ore di lavoro (2,50 euro a consegna), 7 giorni su 7, in qualsiasi condizione meteorologica, risultano molto inferiori al contratto nazionale di riferimento. E anche sotto la soglia delle povertà. Quindi per Storari, che cita nel provvedimento le sei sentenze con cui la Cassazione è intervenuta per precisare il concetto di «salario minimo costituzionale», si tratta di condizioni contrarie a un’esistenza «libera e dignitosa» come sancita dall’art 36 della Costituzione

PER QUESTO LA PROCURA ha messo sotto amministrazione giudiziaria Foodinho srl, la società italiana che gestisce il servizio di consegne a domicilio di Glovo. L’amministratore giudiziario Andrea Adriano Romanò affiancherà il management della società per correggere le storture e regolarizzare i 40 mila lavoratori impiegati in Italia da Foodinho srl, di cui 2mila a Milano, dove ha sede la società. Indagato come persona fisica l’amministratore unico spagnolo Oscar Pierre Miquel per sfruttamento del lavoro. Secondo la procura l’ad avrebbe gestito l’azienda, un colosso delle consegne a domicilio che fattura 255 milioni di euro, con «una politica di impresa che rinnega esplicitamente le esigenze di rispetto della legalità».

LE PESANTI CONDIZIONI di sfruttamento denunciate dai ciclofattorini risultavano quindi dovute a «situazioni deliberatamente ricercate e attuate» attraverso un «modello organizzativo» tutto incentrato sull’app. «Non esiste alcun contatto umano» in Glovo, si legge nei 41 verbali dei rider (quasi tutti provenienti da Pakistan, Bangladesh, Nigeria) raccolti dai carabinieri del Nucleo ispettorato lavoro di Milano. Tutto il ciclo è regolato da un software che assegna l’incarico, traccia la sua esecuzione, «governa l’allocazione del lavoro e incide sulla continuità delle occasioni di guadagno tramite parametri di performance (accettazione, puntualità, disponibilità)», ha spiegato la procura.


lunedì 16 febbraio 2026

Un invito a pensare…


Quante guerre, liti, sofferenze, quanto odio nel mondo!

Noi con la nostra nonviolenza sembriamo degli sconfitti,

ma non è così. In tanti cresce la coscienza, la voglia 

di opporsi a queste violenze.

        Hedi Vaccaro

 

 

Il segno della mia pochezza e del mio niente mi ha sempre fatto buona compagnia, tenendomi umile e quieto.

           Papa Giovanni XXIII 

da Pressenza del 10/02/2026

Foibe sì, foibe no. Come si arriva storicamente a quegli avvenimenti tragici

di Enrico Vigna


II parte

Con il fascismo furono distrutti e aboliti tutti gli enti e associazioni culturali, sociali e sportivi della popolazione slovena e croata; sparì ogni traccia pubblica dell’esistenza della popolazione croata e slovena. Furono abolite le loro scuole di ogni grado, cessarono di uscire i loro giornali, i libri scritti non in italiano divennero materiale sovversivo; con un decreto del 1927 furono forzosamente italianizzati i cognomi slavi, furono italianizzati anche i toponimi. Decine di migliaia di civili croati e sloveni furono deportati nei 200 campi di concentramento disseminati dall’Albania all’isola di Rab (Arbe), nell’Italia meridionale, centrale e settentrionale. Nel solo lager di Arbe/Rab (Jugoslavia) ne morirono 4.000 circa, fra cui 1500 donne e bambini, moltissimi vecchi, per denutrizione, stenti, maltrattamenti e malattie.

In un documento del 15 dicembre 1942, l’Alto Commissariato per la Provincia di Lubiana, Emilio Grazioli, trasmise al Comando dell’XI Corpo d’Armata il rapporto di un medico in visita al

Campo di Arbe, dove gli internati “presentavano nell’assoluta totalità i segni più

gravi dell’inanizione da fame“. La risposta a quel rapporto, scritta di suo pugno dal generale

Gastone Gambara sanciva: “Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d’ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo“.

Come non ricordare qui la nota ai Comandi locali in Slovenia del generale Mario Robotti: “Chiarire bene il trattamento dei sospetti, cosa dicono le norme 4C e quelle successive? Conclusione: si ammazza troppo poco!”. Queste parole si rifacevano all’ordine del generale Mario Roatta, comandante della II Armata italiana in Slovenia e Croazia, il quale nel marzo del 1942 aveva diramato una Circolare 4C nella quale si sanciva: “…Il trattamento da fare ai ribelli, non deve essere sintetizzato dalla formula dente per dente ma bensì da quella testa per dente“.

Una disposizione che troverà una feroce e criminale applicazione nell’eccidio di Gramozna Jama in Slovenia, dove al termine della guerra furono riesumati resti di centinaia corpi di civili massacrati durante l’occupazione, per ordine dei comandi militari italiani; furono migliaia i civili falciati dai plotoni di esecuzione italiani, dalla Slovenia alla “Provincia del Carnaro“, alla Dalmazia fino alle Bocche di Cattaro e in Montenegro senza aver mai subito alcun processo.

Nel migliore dei casi, se dipendenti statali e ritenuti non ostili, furono trasferiti in regioni distanti dell‘Italia. Persino nelle chiese le messe potevano essere celebrate soltanto in italiano, le lingue croata e slovena dovettero sparire perfino dalle lapidi sepolcrali, queste stesse lingue furono bandite dai tribunali e da tutti gli uffici, negate nella vita quotidiana.

Migliaia di democratici italiani, socialisti, comunisti e cattolici che lottarono per la difesa dei più elementari diritti delle minoranze subirono attentati, arresti, processi e lunghi anni di carcere inflitti dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato.

Lo storico triestino Teodoro Sala su L’Espresso del 19/09/1996 ha documentato una prolungata serie di crimini di guerra compiuti da speciali reparti di occupazione, fra i quali si contraddistinsero per ferocia le Camicie Nere: “…rapine, uccisioni, ogni sorta di violenza perpetrata a danno delle popolazioni…”.

 

Prima di arrivare alla questione foibe, gli italiani “brava gente” in giro per il mondo, in meno di sessant’anni avevano già aggredito, invaso, occupato, decine di paesi e popoli. Come documentato ormai storicamente, massacrando, sterminando intere popolazioni, saccheggiando e devastando terre e paesi.

Questo il curriculum di aggressioni (non certo gloriose o onorabili) che l’Italia ha nella sua breve storia. Chiediamo ai “fondamentalisti” italioti (termine coniato da G. Bocca), cosa hanno da dire. Poi in Italia si potrà affrontare la questione foibe.

 

5/02/1885: occupazione di Massaua, Eritrea.

3/08/1889: occupazione di Asmara, Somalia.

16/07/1894: occupazione di Cassala, Sudan.

1/12/1895: inizio Guerra Abissinia contro l‘Etiopia.

1902: dopo la soppressione della Rivolta dei Boxer in Cina, l’Italia occupa Tientsin.

28/09/1911: inizia la guerra contro la Turchia per occupare la Libia.

5/10/1911: comincia l’occupazione della Libia.

26/04/1912: comincia l’occupazione delle isole greche del Dodecaneso.

23/05/1915: guerra all’Austria-Ungheria e assalto alle coste adriatiche jugoslave.

21/08/1915: dichiarazione di guerra all’Impero ottomano.

19/10/1915: guerra al Regno di Bulgaria

27/08/1916: dichiarazione di guerra all’Impero tedesco.

29/08/1923: occupazione dell’isola di Corfù.

7/04/ 1939: occupazione dell’Albania.

28/10/1940: aggressione alla Grecia.

6/04/: aggressione della Jugoslavia.

22/06/1941: aggressione all’Unione Sovietica.

 …Sappiamo come si sono concluse tutte…

 

Per non dilungarmi non affronto qui tutti gli altri coinvolgimenti militari del dopoguerra fino ai giorni nostri.

Quando una giornata del “ricordo” dei crimini italiani e della richiesta di perdono agli altri popoli, in questo caso a quello jugoslavo, per tutte queste vittime innocenti? Questo, sì rappresenterebbe storicamente un coraggioso atto di pace e riconciliazione definitiva.

Perché dover accettare che i carnefici diventino eroi oltre ad essere vergognoso, è anche oltraggioso verso la memoria storica di quella generazione di “ragazzi” che invece di andare a Salò o stare a guardare, è salita in montagna a combattere il nazifascismo pagando con la tortura e con la morte la scelta della lotta per la libertà.

Certi signori, di destra o sinistra, ormai c’è poca differenza elettorale, dimenticano che la riconciliazione c’è già stata: è avvenuta il 25 aprile 1945, con la sconfitta del fascismo, la cacciata dell’invasore nazista e la vittoria della lotta di liberazione nazionale, un paese lasciatoci in eredità da quegli italiani che con il loro sangue avevano ridato libertà e dignità all’Italia.

Per questo sottoscrivo e faccio mie le parole e il patrimonio morale di un italiano, giornalista, partigiano e antifascista, che ha combattuto per la nostra Italia: quella della giustizia e della dignità.

…La storiografia revisionista si è così riempita di pidocchi revisionisti che pretendono di cambiare gli accaduti, la memoria, la toponomastica, i libri di testo… Quelli che combattevano al fianco dei nazisti…volevano la fine delle libertà. Furono invece i Partiti della Resistenza, a recuperare le libertà…” I morti ” diceva Pavese “sono tutti eguali, partigiani e repubblichini”… Ma non erano uguali le loro storie, le loro idee. La pietà è una cosa che fa parte del sentimento umano solidale, ma la pietà per le idee non ha senso, non si può avere pietà per le idee barbare, assassine, non si può revisionare l’orrore, si può al massimo dimenticarlo… per pietà.  (G. Bocca)