martedì 12 maggio 2026

Preghiera

di Franco Barbero 1972

Supplica comunitaria: O Dio, Signore

1. Cercaci quando noi non cerchiamo Te,

quando Ti abbiamo allontanato dal cuore,

quando fuggiamo la Tua parola,

anziché cercarla.

2. Bussa alla nostra porta con dolce insistenza

quando inseguiamo cose vuote e vane,

quando beviamo a sorgenti di acqua inquinata.

1. Cercaci nei giorni della gioia

perché la riconosciamo come un dono Tuo

e possiamo benedire di cuore il Tuo nome.

2. Signore, attendiamo da Te la mano amica e forte

che ci guidi sui sentieri dell’amore solidale,

che ci spinga a seminare sulla roccia e a spargere nel vento,

che ci dia tanta voglia di costruire pezzi di felicità.

1. O Signore, Tu sei l’acqua fresca e dissetante del pozzo,

sei Tu l’acqua profonda che cura le nostre superficialità,

sei l’acqua nutriente che guarisce i nostri vuoti.

2. Non sia il nostro cuore un deserto arido e secco,

ma una terra irrigata e seminata a piene mani da Te.

Non  sia una casa vuota in cui si insediano gli idoli,

ma un laboratorio di idee, di progetti, di propositi.

  1. O Dio, che semini nel vento sempre nuovi germi di vita              e spingi l’umanità ad abbattere i muri della divisione,                                  fa’ che le nostre esistenze si mettano a servizio della pace            coltivando, vicino e lontano, la giustizia e la fraternità.

da Il Manifesto del 06/05/2026

Provocazioni e avvertimenti. Ma la Flotilla fa rotta su Gaza

di Andrea Sceresini - Heraklion, Creta


Continuano le provocazioni contro la Global Sumud Flotilla. Nella notte tra lunedì e martedì, quattro imbarcazioni della Freedom Flotilla Coalition che da Siracusa stanno veleggiando verso la Grecia per unirsi alla spedizione in corso sono state avvicinate da diversi mezzi militari non identificati. L’azione, secondo le testimonianze dei 29 passeggeri a bordo provenienti da diversi Paesi, compresa l’Italia, sarebbe stata condotta da almeno un elicottero, tre droni e alcune navi con le luci di navigazione volutamente spente.

I DATI di Marine Traffic confermerebbero inoltre che un aereo statunitense Lockheed Martin ha sorvolato direttamente la flotta poco prima dell’arrivo degli altri mezzi, appena oltre il confine tra le acque italiane e quelle internazionali. «I militari, in questo caso, si sono limitati ad avvicinarsi alle nostre imbarcazioni, per poi dileguarsi nel buio della notte – riferisce Michele Borgia, il portavoce di Freedom Flotilla Italia -. Non sappiamo se si sia trattato effettivamente di reparti dell’esercito israeliano, ma non possiamo escluderlo. Se così fosse, significherebbe che l’Idf si è spinta fino ai confini del nostro paese, dimostrando ancora una volta la propria totale spregiudicatezza». Quel che è certo, allo stato attuale delle cose, è che la tensione attorno alla Flotilla resta altissima. A cinque giorni dall’intercettazione da parte delle forze armate di Gerusalemme, le 33 barche scampate all’agguato si trovano ancora all’ancora al largo dell’isola di Creta, da dove domattina all’alba- dopo essere state raggiunte dalle quattro imbarcazioni della Freedom – riprenderanno il mare in direzione della Turchia. Lì si congiungeranno con un’altra dozzina di velieri battenti la bandiera di Ankara, dopodiché, salvo imprevisti o cambi di programma, dovrebbe iniziare l’avvicinamento finale verso le coste della Striscia di Gaza.

«IL TRASFERIMENTO verso le coste della penisola anatolica si svolgerà quasi interamente all’interno delle acque nazionali, e questo dovrebbe essere una sufficiente garanzia di sicurezza», ripetono gli organizzatori. Sarà veramente così? Oppure, come mormora più di qualcuno, l’episodio dell’altra notte potrebbe essere letto come una sorta di macabro avvertimento? E poi, soprattutto, cosa succederà dopo la Turchia? Sono domande alle quali solo Israele potrebbe rispondere. Per ora, tuttavia, le uniche notizie provenienti da Gerusalemme sono quelle che riguardano Thiago Ávila e Saif Abukeshek.

NELLA GIORNATA di ieri, il tribunale di primo grado di Ashkelon ha accolto la richiesta dello Stato di Israele di estendere la detenzione dei due portavoce della Flotilla per altri sei giorni, fino a domenica. Thiago e Saif sono stati sequestrati dai militari di Gerusalemme durante l’intercettazione del 29-30 aprile, ma a differenza degli altri 179 passeggeri catturati essi sono rimasti nelle mani dei loro carcerieri e condotti in un istituto di massima sicurezza in Israele. Entrambi sarebbero stati maltrattati e picchiati, e da giorni portano avanti uno sciopero della fame per protestare contro il trattamento illegale al quale sono stati sottoposti.

«NEI CONFRONTI di Thiago e Saif non è stata ancora formalizzata alcuna accusa – spiegano i loro legali, le avvocate della Ong Adalah Hadeel Abu Salih e Lubna Tuma -. Tuttavia, durante una delle scorse udienze, il pubblico ministero ha presentato un elenco di presunti reati, tra cui assistenza al nemico in tempo di guerra, contatto con un agente straniero, appartenenza e fornitura di servizi a un’organizzazione terroristica, e trasferimento di beni a favore di un’organizzazione terroristica». Si tratterebbe ovviamente di imputazioni di una gravità enorme, che, se confermate, potrebbero costare care soprattutto ad Abukeshek, il quale, essendo nato in Cisgiordania, secondo le nuove leggi israeliane rischierebbe addirittura di essere condannato a morte. «Ciò che sta accadendo si basa su presupposti giuridici del tutto illegittimi – dicono gli avvocati -. Le presunte prove a carico di Thiago e Saif sono state dichiarate segrete, ed è chiaro che queste continue dilazioni dei tempi di carcerazione sono finalizzati unicamente a condurre nuovi interrogatori».

SULLE VICENDE della Global Sumud Flotilla si è espresso anche il presidente del Senato Ignazio Benito La Russa, che ha parlato di «manifestazioni strumentali e propagandistiche a scarso rischio e a molto ritorno mediatico». Con questa chiosa: «Se poi hai la fortuna che ti fermano per tre o quattro ore e puoi gridare che sei stato torturato, è il massimo che puoi aspettarti e a cui aspirare». Proprio nelle scorse ore, uno dei 181 sequestrati da Israele ha confermato di aver subito atti di violenza sessuale per mano dei militari israeliani durante la detenzione sulla nave-prigione. Un «colpo di fortuna», si direbbe.


Pubblichiamo la terza parte delle riflessioni di Tony Robinson, attivista del Movimento Umanista...

Tutta la riflessione è troppo lunga per essere pubblicata in una sola volta...


da Pressenza del 13/04/2026

Tra eredità e rinnovamento in un mondo segnato da violenza, frammentazione ed esaurimento spirituale

di Tony Robinson

Forme piccole, densità reale

Se deve arrivare un rinnovamento, probabilmente non inizierà con grandi dichiarazioni o mobilitazioni pubbliche di massa. Inizierà in forme più piccole e dense: cerchi di pratica, riflessione e sostegno reciproco; spazi in cui il lavoro interiore e l’impegno sociale siano consapevolmente collegati; comunità che formino le persone non solo a comprendere la nonviolenza sul piano intellettuale, ma a incarnarla nelle relazioni, nel lavoro, nei conflitti e nell’azione pubblica.

Questo può sembrare modesto di fronte a una crisi planetaria. Ma quasi tutto ciò che è duraturo inizia in forme che appaiono troppo piccole per l’epoca.

Un movimento rinnovato avrebbe anche bisogno di un centro morale esprimibile in modo semplice e senza gergo: che la vita umana è sacra; che la violenza deve essere superata in tutte le sue forme; che la Terra deve essere umanizzata e non sfruttata; e che la trasformazione personale e sociale sono inseparabili. Se queste verità non possono essere espresse chiaramente, non possono circolare. E se non possono circolare, non possono diventare forza storica.

Ma la chiarezza di intenti non basta. Il movimento deve anche imparare dai fallimenti che accompagnano ogni sforzo spirituale, etico e politico nella storia. Una delle tragedie ricorrenti dell’esperienza umana è che le istituzioni nate attorno alla liberazione vengono ripetutamente catturate da prestigio, ego, gerarchie nascoste, interessi economici e desiderio di controllo. Nessun movimento è immune da questo pericolo.

Un Movimento Umanista rinnovato dovrebbe quindi dotarsi di strutture progettate consapevolmente per resistervi: trasparenza economica, rotazione delle responsabilità, leadership distribuita, protezione dalla dipendenza da individui eccezionali, e un’insistenza culturale sul fatto che qualsiasi profondità di esperienza o realizzazione ha valore solo nella misura in cui è posta al servizio degli altri.

La questione dei Maestri

Qui la questione dei Maestri diventa particolarmente importante. Se la maestria viene intesa come compimento, come una sorta di condizione raggiunta, il movimento tenderà alla chiusura. Diventerà un cerchio di coloro che sanno, ricordano o hanno raggiunto qualcosa. Ma se la maestria viene intesa come servizio, come responsabilità di accompagnare, risvegliare, formare e trasmettere, allora i Maestri rimasti potrebbero diventare il nucleo del rinnovamento.

In questo caso, ciò che è stato accumulato non è capitale simbolico, ma una riserva di esperienza vissuta che può essere messa a disposizione di un nuovo momento storico.

Lo stesso vale per i Parchi. In un mondo sradicato, i luoghi contano. Un Parco di Studio e Riflessione non è solo un sito bello o significativo. Può diventare un contro-luogo rispetto alla civiltà dominante: un luogo in cui si realizza un altro ritmo, un’altra scala, un’altra immagine dell’essere umano. Un luogo dove il silenzio non è vuoto, dove la riflessione non è fuga, dove la riconciliazione non è debolezza e dove lo studio non è accumulo di informazioni ma un metodo per approfondire la coscienza.

Se utilizzati bene, i Parchi non sono ritiri dalla storia. Sono laboratori per un altro futuro possibile. Ma proprio per questo non possono restare solo mete di pellegrinaggio per chi è già convinto. Devono diventare luoghi da cui l’azione umanizzante ritorna nel mondo.


da Il Fatto Quotidiano del 05/05/2026

Pechino sfida Trump alla vigilia del suo arrivo “Ignoriamo le sanzioni”

di Marco Palombi

Donald Trump dovrebbe arrivare in Cina il 14 maggio per una visita di due giorni molte volte annunciata e sempre rinviata: molti sperano che l’incontro tra il presidente Usa e Xi Jinping sia l’occasione per dare una calmata al mondo, dall’ucraina al Medioriente, ma le premesse non paiono delle migliori. Al netto della telenovela dei dazi che dura da un anno, nel 2026 gli Usa hanno attaccato due Paesi amici e fornitori della Cina (Venezuela e Iran), stanno bloccando lo Stretto di Hormuz da cui arriva gran parte degli idrocarburi asiatici e continuano a imporre sanzioni unilaterali anche su aziende cinesi. Finora, proteste diplomatiche a parte, Pechino aveva reagito con moderazione, ma nel weekend ha preso una decisione senza precedenti da quando, più o meno un decennio, gli Stati Uniti hanno imboccato la via del “sanzionismo” e dell’uso politico del commercio internazionale: il governo cinese ha usato per la prima volta una legge del 2021 per “bloccare” le sanzioni Usa contro alcune sue raffinerie, ordinando alle società coinvolte di ignorare le misure decise a Washington.

A fine aprile il Tesoro americano aveva sanzionato, accusandola di comprare petrolio iraniano, una grande raffineria “privata” cinese (Hengli Petrochemical), avvertendo che avrebbe colpito alla stessa maniera chiunque facesse affari con quella società. Nel 2025 altre quattro piccole raffinerie cinesi erano state sanzionate con le stesse accuse: nessuna reazione da parte di Pechino. Stavolta, però, la Cina ha cambiato registro: ha sostenuto che le sanzioni restringono “impropriamente” la possibilità di commercio delle sue aziende “in violazione del diritto internazionale (il riferimento è all’autorizzazione Onu, ndr) e delle più basiche norme delle relazioni internazionali”. Il governo cinese ha quindi emanato un ordine, sulla base della mai utilizzata legge del 2021, che impone a tutte le aziende coinvolte (le cinque raffinerie e le loro controparti) di ignorare le sanzioni Usa, pena la reazione legale dei cinesi.

Il sistema delle piccole raffinerie private – le cosiddette teapot refineries – è fondamentale per un Paese fortemente dipendente dall’import di idrocarburi (anche se meno dell’Europa): da anni funziona come una sorta di stabilizzatore del sistema energetico, tanto che da lì esce ormai circa un terzo della produzione interna di carburanti. Quegli impianti lavorano soprattutto petrolio sotto sanzioni (comprato a sconto da Iran, Russia e, in passato, Venezuela) e con margini assai inferiori, a volte persino negativi, rispetto alle grandi raffinerie statali come quelle di Sinopec: in queste settimane, per dire, le teapot refineries sono state fondamentali per garantire l’approvvigionamento di derivati del petrolio mentre la guerra sottraeva al mondo un quinto del greggio globale.

In genere gli intermediari finanziari di queste raffinerie sono banche cinesi e le operazioni di pagamento avvengono in yuan su sistemi di pagamento non occidentali, ma se venissero applicate sanzioni secondarie a chi lavora con le cinque raffinerie un pezzo del sistema bancario cinese e di quello energetico statale si troverebbe fuori dal sistema del dollaro, cioè di fatto fuori dal mercato. Un inizio di guerra economica dagli esiti incertissimi.

Insomma, è un cambio di rotta deciso: finora aveva scelto di rispettare le sanzioni, lasciando che fossero magari aggirate dalle sue imprese, ma mai sfidate direttamente; ora invece sta testando la capacità di resistenza americana proprio alla vigilia della visita di Trump. Non è, peraltro, il solo segnale di recente conflittualità tra Usa e Cina: pochi giorni fa hanno avuto una virulenta polemica sulle presunte pressioni cinesi sul Canale di Panama, mentre l’amministrazione Trump ha più volte minacciato Pechino per gli aiuti a Cuba (pannelli solari soprattutto) che violano l’embargo Usa. Come detto, non proprio un bel viatico per l’arrivo di Trump in Cina. Sempre che ci vada davvero…

lunedì 11 maggio 2026

Gruppo biblico del martedì, domani 12 maggio


Care amiche e amici del gruppo biblico del martedì,

Domani sera ci incontreremo alle ore 18:00 per iniziare la lettura del capitolo 14 del Vangelo di Marco.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.

Questo è il LINK per il collegamento:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A domani.

Sergio

domenica 10 maggio 2026

da Il Manifesto del 05/05/2026

Tutto bene, anzi male. 

Trump oscilla e la benzina aumenta

di Marina Catucci


In 48 ore Donald Trump ha dichiarato «terminata» la guerra in Iran, lanciato una nuova operazione militare nello Stretto di Hormuz, detto di non essere soddisfatto delle proposte di pace iraniane e descritto gli stessi negoziati come «molto positivi». Non è un riassunto parziale: è la cronologia precisa di domenica 3 e lunedì 4 maggio, che ha segnato un nuovo livello di caos e confusione in un’amministrazione che si contraddistingue per i messaggi contraddittori che manda all’esterno.

SE LA COMUNITÀ INTERNAZIONALE non riesce a decodificare il programma di Trump per la guerra in Iran, non va meglio a chi cerca di analizzarlo dall’interno degli Stati Uniti. Domenica sera il presidente ha annunciato su Truth Social il “Project Freedom”: cacciatorpedinieri missilistici, oltre cento aerei, quindicimila militari per riaprire lo Stretto alle navi commerciali bloccate dall’inizio della guerra, definendolo un «gesto umanitario».

Il Comando centrale Usa ha confermato l’operazione precisando che si tratta di un «ombrello difensivo». Un funzionario ha però subito specificato che non si tratta di una missione di scorta. Ma cosa sia, esattamente, non lo ha spiegato nessuno. Poche ore dopo, sullo stesso Truth Social, Trump ha scritto di essere «pienamente consapevole» che i suoi rappresentanti stanno avendo «discussioni molto positive» con l’Iran, e che queste potrebbero portare a «qualcosa di molto positivo per tutti». Solo il giorno prima si era detto insoddisfatto dell’ultima proposta iraniana.

IERI MATTINA “Project Freedom” è diventata operativa: due navi mercantili americane hanno completato il transito. Nello stesso giorno gli Emirati Arabi hanno segnalato un drone iraniano che ha provocato un incendio in un impianto petrolifero, il Regno Unito ha riferito di una nave cargo in fiamme al largo delle coste emiratine, e l’Iran ha dichiarato di aver colpito una nave della marina americana. Gli Usa hanno smentito.

La lettura più generosa di questa sequenza caotica è che si tratti di improvvisazione; quella più realistica è che Trump stia cercando disperatamente una via d’uscita da una guerra che non ha prodotto nessuno dei risultati annunciati, che pesa sempre di più sull’economia interna e sta erodendo il suo consenso a una velocità senza precedenti.

Dichiarare la guerra finita mentre si lancia una nuova operazione militare, negoziare e minacciare nello stesso post, sono le mosse di chi cerca di uscire da una rete che si è costruito da sé e in cui continua a impigliarsi.

I SONDAGGI raccontano la traiettoria con precisione. Secondo il Washington Post -ABC News-Ipsos pubblicato domenica, il 66% degli americani disapprova la gestione della guerra, il 76% disapprova la gestione di Trump del costo della vita, e l’approvazione complessiva è al 34%: il livello più basso dall’inizio del secondo mandato. Inoltre il 61% ritiene che l’uso della forza contro l’Iran sia stato un errore: una percentuale paragonabile all’apice della guerra in Iraq nel 2006, e alla guerra in Vietnam all’inizio degli anni Settanta.

Ci sono voluti tre anni e la morte di 2.400 soldati americani per portare la guerra in Iraq a quel livello di impopolarità. In Iran ci sono voluti due mesi e sono morti finora 13 soldati statunitensi.

IL CONTO ARRIVA direttamente alla pompa di benzina: il greggio Brent è arrivato a 115 dollari al barile, circa 55 dollari in più rispetto a un anno fa. I prezzi oscillano di diversi dollari ogni giorno, reagendo a ogni dichiarazione che filtra dalla Casa Bianca o da Teheran, un mercato che si è abituato a muoversi al ritmo dei post su Truth Social. La chiusura dello Stretto ha interrotto circa un quinto dei flussi globali di petrolio e gas, quello che l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha definito uno shock dell’offerta senza precedenti. La benzina alla pompa ha raggiunto i 4,45 dollari al gallone, quasi il 50% in più da quando la guerra è iniziata a febbraio.

Ma Donald Trump continua a rivendicare il record delle esportazioni di greggio americano come prova del suo successo, portando avanti la stessa logica con cui ha annunciato finita una guerra che, nel momento in cui lo scriveva, stava ancora combattendo.


da Il Manifesto del 05/05/2026

Buchi nell’acqua


Scorta armata per uscire da Hormuz, scatta l’operazione Project Freedom e nel Golfo è subito clima di battaglia navale. Duemila imbarcazioni intrappolate ma nessun armatore osa muoversi e l’Iran lancia missili di avvertimento. Trump non sa più come uscire dalla sua stessa rete…


da Adista del 04/04/2026

Nessuna giustizia nella chiesa. Prima italiana per il documentario sulle vittime di Rupnik


La storia di una devastante manipolazione mentale sfociata in abusi sessuali, le cui cicatrici trovano la forza di diventare parola liberata, trasformata, che cerca la giustizia anche per le tante, troppe religiose vittime di violenza clericale. La triste constatazione della totale indifferenza della gerarchia per 30anni, della protezione dell’istituzione da parte delle figure ecclesiastiche in posizione di responsabilità, di copertura dei crimini perpetrati da un religioso che la Chiesa si ostina a considerare, nella migliore delle ipotesi, peccati. L’aura di intoccabilità e la totale costante impunità di un abusatore che ha potuto contare sulla sua fama, sull’adorazione dei più alti gradi delle istanze vaticane e sul molto denaro derivante dai proventi della sua attività artistica. Un’arte che, nelle sue immagini umane e divine inquietanti, frutto delle immagini e delle circostanze degli abusi sessuali, rappresenta quella mistificazione teologica utilizzata come strumento di controllo e manipolazione. Tutto questo e molto altro è presente nel film documentario “Nuns  vs. The Vatican” (Religiose contro il Vaticano), frutto della collaborazione tra la regista Lorena Luciano e il produttore e direttore della fotografia Filippo Piscopo, proiettato per la prima volta in Italia, durante il Bifest-Bari International Film&Tv Festival, il 26 marzo.

Il documentario racconta la storia degli abusi sessuali compiuti dall'ex gesuita (ma tuttora prete) Marko Rupnik, osannato teologo e mosaicista sloveno le cui opere luccicano in centinaia di chiese e basiliche del mondo, e lo fa dando la parola alle protagoniste della vicenda, Gloria Branciani e Mirjam Kovac, vittima la prima, per lunghi anni, testimone degli abusi la seconda. Presentato in prima mondiale in Canada, al Toronto International Film Festival (settembre 2025), poi a New York al NY DOC NYC e all’Hampton Doc Fest dove ha ricevuto il Premio per i Diritti Umani (dicembre 2025), è approdato in Europa a marzo al Thessaloniki Doc Film Festival e ha ricevuto una standing ovattino al Ljubljana Doc Film Festival (13 marzo 2026) in Slovenia, ottenendo premi, distribuzione internazionale e ampio apprezzamento da parte della critica.

I due realizzatori del film non sono nuovi alle tematiche sociali e hanno cofondato la casa di produzione Film2 Productions. Lorena Luciano, regista e montatrice, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Milano, un’idea di cinema che cerca verità fondendo osservazione cinematica, interviste in prima persona e materiale d’archivio. Filippo Piscopo, analoga formazione giuridica, è filmmaker, produttore e direttore della fotografia: immagini con sensibilità narrativa e rigore visivo.


da Internazionale del 30/04/2026

Un manifesto delirante

di Nbc News, Cnn


La sera del 25 aprile 2026 Cole Tomas Allen, un uomo di 31 anni originario della California, ha sparato fuori dalla sala dell’hotel di Washington che ospitava la cena annuale dei giornalisti accreditati alla Casa Bianca, a cui partecipavano anche il presidente Donald Trump, il vicepresidente ID Vance e il presidente della camera Mike Johnson. Trump è stato allontanato, mentre dentro i giornalisti si rifugiavano sotto i tavoli. Allen era arrivato in treno nella capitale e aveva preso una stanza nell’hotel. Non è riuscito a raggiungere la sala ed è stato fermato mentre cercava di superare un controllo di sicurezza. Ha sparato almeno un colpo, ferendo un agente del secret service, l'agenzia che si occupa della sicurezza del presidente, ed è stato subito immobilizzato. Nel manifesto inviato poco prima dell'attacco a familiari e amici, si definiva un "assassino federale gentile" e scriveva di voler colpire il governo secondo un ordine gerarchico, per ragioni politiche, facendo riferimento a questioni migratorie, operazioni militari e altre decisioni dell’amministrazione Trump. Il 27 aprile Allen è stato incriminato per tentato omicidio del presidente.

Non è la prima volta che Trump viene preso di mira. Il 13 luglio 2024, durante la campagna elettorale per le presidenziali, Thomas Matthew Crooks gli aveva sparato in occasione di un comizio a Butler, in Pennsylvania, ferendolo a un orecchio. L'attentatore era stato ucciso dagli agenti del secret service. A settembre dello stesso anno era stato arrestato un uomo armato, sospettato di voler sparare a Trump mentre giocava a golf in Florida. I politici del Partito democratico hanno condannato il gesto di Allen, mentre esponenti di spicco della destra accusano la sinistra di essere responsabile dei tentativi di uccidere il presidente.

Trump ha anche detto che la sparatoria dimostra la necessità di costruire una nuova sala ricevimenti alla Casa Bianca, un progetto da 400milioni di dollari che è al vaglio dei tribunali.


sabato 9 maggio 2026

Pubblichiamo la seconda parte delle riflessioni di Tony Robinson (la prima è stata pubblicata ieri...), attivista del Movimento Umanista...

Tutta la riflessione è troppo lunga per essere pubblicata in una sola volta...


da Pressenza del 13/04/2026

Tra eredità e rinnovamento in un mondo segnato da violenza, frammentazione ed esaurimento spirituale

di Tony Robinson

Ciò che è già stato messo in moto

La domanda, dunque, non è se ci sia qualcosa da cui partire. La domanda è se ciò che già esiste possa tornare a essere storicamente fecondo.

Questo dipende, prima di tutto, dal rifiuto di confondere eredità e rinnovamento. Preservare un insegnamento, un metodo, una disciplina o un luogo sacro è già qualcosa di importante. Ma la sola conservazione non genera un movimento. Il rinnovamento inizia quando ciò che è stato ricevuto diventa trasmissibile alle nuove generazioni in un linguaggio che possano comprendere, attraverso pratiche a cui possano accedere, e in relazione alle crisi concrete del loro tempo.

Il vero problema è la trasmissione

Questo significa porsi alcune domande scomode ma necessarie. Un giovane senza alcun legame precedente con il movimento può incontrarlo e capire, rapidamente e chiaramente, a cosa serve? Le discipline possono essere presentate come metodi vivi piuttosto che come conquiste esoteriche? I Parchi possono diventare centri generativi di pratica, dialogo, servizio e riconciliazione invece che principalmente luoghi di pellegrinaggio per chi è già convinto? Il nucleo formato può agire non come custode di un passato concluso, ma come servitore di un futuro possibile?

Queste domande sono decisive perché il problema centrale non è l’assenza di ispirazione. È il problema della trasmissione.

Le società moderne sono profondamente diverse da quelle in cui molti movimenti del passato hanno preso forma. L’attenzione è frammentata. La fiducia nelle istituzioni è spezzata. La vita economica esaurisce le persone. Il sentimento politico è spesso ridotto a spettacolo. Molti sono affamati spiritualmente, ma diffidenti verso l’autorità; moralmente sensibili, ma incapaci di sostenere un’azione collettiva; connessi digitalmente, ma socialmente isolati. Un Movimento Umanista rinnovato non può semplicemente ripetere vecchie forme sperando che il presente le accolga. Deve imparare a diventare leggibile in un mondo segnato da distrazione, stanchezza, solitudine, ansia ecologica e normalizzazione della violenza.

Questo non significa abbandonare la profondità. Al contrario, la profondità è proprio ciò che manca nel presente. Ma la profondità deve essere unita all’accessibilità, e l’ispirazione alla forma.




da Adista del 04/04/2026

Cambio al vertice dello IOR:

Il papa ridimensiona la banca vaticana


Se per le nuove nomine in Curia, Leone XIV si è mostrato fin ad ora piuttosto prudente, preferendo lasciar passare un periodo di decantazione che gli sta permettendo per altro di conoscere da vicino problematiche e personalità con le quali dovrà fare i conti, questa strategia conosce una significativa eccezione, quella che riguarda le finanze della Santa Sede. Nelle ultime settimane, infatti, ha nominato i nuovi vertici dello IOR, la banca vaticana; si dirà che si trattava di incarichi in scadenza, eppure il papa in questo caso non ha frapposto alcun indugio. Anche perché il nuovo presidente del board laico, così come il nuovo cardinale che guida la commissione cardinalizia (che svolge essenzialmente una funzione di vigilanza) arrivano dopo che già, nell’ottobre scorso, erano stati presi importanti provvedimenti per cambiare le funzioni attribuite all’istituto per le opere di religione stabilite in precedenza da papa Francesco. Cominciamo dalle nomine.

Successioni ben orchestrate

Lo scorso 2 febbraio è stata annunciata la nomina del card. Giuseppe Petrocchi, ex arcivescovo de L’Aquila e già membro della commissione cardinalizia dal 2020, come nuovo presidente. Il card. Petrocchi era inoltre già membro del Consiglio per l’Economia e del Dicastero per il Clero. <<La Commissione - recitava il comunicato ufficiale diffuso dall’istituto - ha ringraziato il card. Christoph Schonborn, che cessa la carica di membro e Presidente della Commissione cardinalizia per sopraggiunti limiti di età, per la sua preziosa guida e l’impegno con cui ha sostenuto e accompagnato l'istituto in fasi decisive del suo processo di riforma, durante i 12 anni di mandato. La sua esperienza nel servizio alla Chiesa ha contribuito ai lavori della Commissione, assicurando una guida solida e coerente con la missione dell’istituto>>. In effetti, Schoenborn, ha lasciato la guida della diocesi di Vienna dopo lunghi anni; esce così di scena.


da Il Manifesto del 06/05/2026

Boy Scout e Lotta Continua:

fare da soli per sopravvivere

di Marinella Salvi


C’era la Latteria sociale dove tutti portavano il latte delle loro mucche e c’era chi teneva i conti e chi faceva il formaggio e poi si lavorava alla sagra di San Valentino quando veniva gente anche dai borghi vicini perché servivano soldi per far funzionare l’asilo. Nel borgo gemonese di Godo quel giovedì 6 maggio all’osteria Là dal Meste, come ogni sera, si giocava a briscola ma quel giorno, un minuto passate le ventuno, arrivò l’Orcolat, improvviso, spietato e dell’osteria rimasero solo mucchi di pietre fumanti a seppellire tutti quelli che c’erano. E crollò anche tutto intorno, paese dopo paese: per 60 km a nord di Udine mucchi di rovine, decimo grado della scala Mercalli, il finimondo.

Nacque proprio a Godo, intorno all’unico fuoco che qualcuno accese nel buio assoluto di quella notte, l’embrione di quella che sarà, nei mesi successivi, una straordinaria esperienza collettiva: l’autogestione dei terremotati. Per più di quattro mesi, a Godo e via via dappertutto, la int (la gente) non delegò a nessuno la propria sorte. Raggruppò le tende vicino alle case e ne fece rifugio ma anche mensa collettiva, scuola, dispensario, comunità. Con il terremoto saltò l’ordine precedente e assieme alle strade, alla luce, all’acqua, collassarono le istituzioni. Si formarono i Comitati delle tendopoli, riconosciuti non per elezione ma perché «capaci di fare» e organizzarono il necessario, evitarono accaparramenti, distribuirono prima a chi ne aveva più bisogno. Erano i figli di un Friuli poverissimo, da oltre un secolo terra di emigranti, la regione più povera dell’Italia del nord che aveva da poco cominciato a rialzarsi con le piccole industrie messe su dagli artigiani e le giornate scandite dal lavoro in campagna, nella stalla e poi magari anche in fabbrica.

Fu come il terremoto avesse fatto riemergere con tutta la sua forza una storia millenaria: la tribù celtica che decideva di sé sotto il grande tiglio, l’assemblea dei capifamiglia che nel medioevo costituiva le vicinie e quel modo di essere comunità dell’asilo e della Latteria sociale che continuava a vivere tutte le volte che qualcuno si costruiva la casa con l’aiuto dei vicini e ci si dava una mano in cambio di un po’ di pane e salame e un bicchiere di vino.

Arrivarono volontari da ogni dove e fu accoglienza per chi seppe diventare parte della tendopoli: gli scout cattolici assieme ai compagni di Lotta Continua, gli alpini e i soldati di leva, gli operai e i tecnici delle Regioni (di sinistra) e ancora e ancora. Presto si organizzò il Coordinamento dei Comitati delle tendopoli mentre il rapporto con le istituzioni, ma anche con partiti e sindacati, continuò accidentato. Assemblee, volantini, comunicati, poi la decisione di andare tutti a Trieste, il capoluogo lontano, la controparte, la città che con il Friuli, per storia e cultura, aveva poco da spartire ma là stava la Regione, per la int là stava quel potere intriso di interessi ambigui e nascosti che non ascoltava e restava immobile pur pretendendo di decidere. Da soli, il 16 luglio, mentre partiti e sindacati e sindaci e politici vari si riunivano a Udine, migliaia di terremotati scesero a Trieste e sfilarono per le vie del centro a chiedere rispetto, attenzione, aiuto. «Prima le fabbriche poi le case e poi le chiese», «Non servitù militari ma aree fabbricabili», le rivendicazioni erano chiare, la nuova legge regionale doveva essere condivisa. Un clima pacifico ma di dura fermezza, un’unica sassata il 4 settembre contro la macchina di Andreotti costretto allo slalom tra i picchetti e il vescovo che resta in strada tra la sua gente senza incontrare il presidente del Consiglio.

Si scrisse, così piaceva alla narrazione mainstream, che i terremotati erano subornati dall’estrema sinistra ma poi si raccontò dell’atavico fasìn di bessoi (facciamo da soli) per spiegare quel rifiuto dell’«ordine costituito». Ma non fu proprio così.

Pa sopravivence, no pa l’anarchie c’era scritto in un documento dei Comitati che era un programma e una dichiarazione di valori. Sopravvivenza che non era solo quella materiale individuale ma voleva, doveva, essere quella di una comunità e della sua cultura. Pa sopravivence, no pa l’anarchie è anche il titolo del libro, fresco di ristampa, che Igor Londero ha dedicato a quei mesi cercando i testimoni e analizzando la mole di documenti raccolti nella piccola Biblioteca comunale di Gemona tra comunicati, volantini, verbali battuti a macchina o scritti a mano. Per comprendere cosa, come, perché, dentro i fatti e fuori dagli stereotipi, mettendo in fila tutti i protagonisti, ricostruendo il contesto. Il clero del rinnovamento, così presente nella realtà friulana, che chiedeva giustizia per i vivi; il dibattito dentro la politica tra chi voleva riappropriarsi dell’organizzazione e del controllo e chi cercava di dare voce e ruolo all’autonomia popolare; poi le forze dell’ordine con i loro automatismi securitari, fogli di via e perquisizioni e i militari quando prendevano parola anche i «proletari in divisa» e gli obiettori.

Il Friuli oggi è fatto di borghi con grandi ville e fabbriche e vive un benessere prima sconosciuto, inquinato da «ognuno per sé» e dalle vecchie logiche dei sotàns (sottomessi). Resta la storia emblematica di quattro mesi di resistenza mentre la terra continuava a tremare, parentesi speciale che si interruppe tra l’11 e il 15 settembre quando tre scosse in tre giorni del decimo grado fecero crollare davvero tutto, anche quello che si stava ricostruendo, anche le comunità che si erano tenute coese: la int perse il morale e andò via, in 80mila sui camion militari verso gli alberghi della costa.