lunedì 13 luglio 2026

da L’Eco delle Valli Valdesi del 05/06/2026

Arrivano i primi temporali: 

i colori delle nuvole


Questo mese abbiamo deciso di mantenere un filo conduttore con l'articolo della scorsa rubrica, concentrandoci sempre sui fenomeni temporaleschi. In questo caso però tratteremo una curiosità, che siamo sicuri più volte avrà scatenato questa domanda in molti di voi: perché le nuvole dei temporali sono bianche sulla loro sommità e scure in basso? Ecco la spiegazione! 

Le nuvole sono costituite da minuscole goccioline d'acqua e, talvolta, da cristalli di ghiaccio. Le nubi “bianche” che osserviamo nelle giornate serene riflettono e diffondono la luce solare in tutte le direzioni: la luce, composta da diverse lunghezze d'onda, viene sparsa in modo uniforme e i nostri occhi percepiscono il bianco. 

Nel caso delle nuvole temporalesche, la situazione cambia radicalmente. Queste nubi sono molto più spesse e dense: possono estendersi per diversi chilometri sia in verticale sia in orizzontale. La grande quantità di acqua contenuta al loro interno assorbe e disperde una parte significativa della luce solare.

In pratica, meno luce riesce ad attraversare la nube e a raggiungere la sua base. Inoltre, le goccioline più grandi e numerose favoriscono una diffusione della luce meno efficiente rispetto alle nubi sottili. Il risultato è che la parte inferiore della nube appare scura agli osservatori a terra. Un altro fattore importante è la posizione del sole. Quando il temporale è vicino o il cielo circostante è già coperto, la luce diretta diminuisce ulteriormente. La nube viene quindi illuminata principalmente dall’alto o lateralmente, accentuando il contrasto tra la sua sommità luminosa e la base in ombra.

Infine, la percezione del colore scuro è amplificata dal confronto con l'ambiente circostante: se il paesaggio è ancora illuminato, la nube appare ancora più cupa. Questo contrasto visivo è uno dei segnali più chiari dell'arrivo di precipitazioni intense.

In sintesi, le nuvole temporalesche appaiono scure perché la loro struttura densa e spessa impedisce alla luce solare di attraversarle completamente. E’ un perfetto esempio di come fenomeni complessi possono essere spiegati attraverso principi fisici semplice, rendendo il cielo un laboratorio naturale sempre affascinante da osservare.

da Internazionale del 05/06/2026

Inferocita

di Giovanni De Mauro


Ha fatto bene Francesco De Gregori a dire che non ha niente da dire su Gaza e che non capisce chi invece vuole dire la sua? I social media hanno l’enorme potere di amplificare ogni presa di posizione, in particolare quelle più estreme. Sono anche gratificanti, con i loro like, e trasformano quello che potrebbe somigliare a un dibattito pubblico in un disordinato incontro di wrestling, con la folla inferocita che tifa per l’uno o per l’altro e che preme per salire a sua volta sul ring. Le discussioni diventano una forma di intrattenimento. Ma non è una novità.

Prima ancora dei social media, dove gli spettatori hanno un ruolo attivo con i like e i commenti, ci sono stati i talk show televisivi con il loro pubblico di tifosi. E si potrebbe risalire indietro nel tempo, passando (solo per citare alcuni precedenti illustri) dai dibattiti tra Abraham Lincoln e Stephen Douglas sulla schiavitù (sette incontri ognuno di tre ore e davanti a grandi folle che interrompevano e urlavano) o le dispute quodlibetali di epoca medievale nelle università di Parigi, Bologna o Oxford.

E prima ancora: nel quinto secolo avanti Cristo i sofisti non insegnavano forse l’arte di argomentare e persuadere? E quando in una seduta del senato romano, siamo nel 63 avanti Cristo, Cicerone si alza e chiede a Catilina fino a quando abuserà della sua pazienza, non sta forse drammatizzando il dibattito e cercando di coinvolgere il pubblico?

Ma tornando a De Gregori, qual è il ruolo degli intellettuali oggi? Quale dovrebbe essere la loro funzione nel dibattito pubblico? Finora le parole più condivisibili sembra averle dette Zerocalcare: “Se c’è una persona che ha una voce pubblica e la usa per dire cose importanti sono contento, ma obbligare a intervenire chi non se la sente o lo fa solo per avere il plauso dei like non è una cosa che fa bene neppure alla causa stessa”.


da L’Eco del Chisone del 24/06/2026

Crisi automotive. Il vescovo Derio: <<Un quadro che inquieta>>


Il vescovo di Pinerolo interviene sulla vicenda della Hanon System azienda di componenti elettriche per automotive di Campiglione Fenile che ha comunicato la decisione di voler delocalizzare in Cina la più moderna linea di produzione dello stabilimento. Non solo, durante l'ultimo incontro con i sindacati presso l’Unione Industriale a Torino ha mostrato scarsa propensione ad investire ancora in Italia.

Le parole del vescovo non lasciano spazio all'interpretazione: <<Come ha scritto Papa Leone XIV nella sua Enciclica "Magnifica humanitas": l'obiettivo di maggiori profitti non può giustificare scelte che sacrificano sistematicamente l'occupazione, la dignità umana e il bene comune>>.

Il vescovo si dice poi preoccupato per la situazione economica locale: <<Emerge un quadro che inquieta non solo la Val Pellice ma tutto il territorio pinerolese il cui tessuto produttivo sta subendo l'ondata di crisi del settore automotive e non può perdere lavoro, professionalità, investimenti>>.

Da qui l'appello rivolto a tutti i protagonisti economici e istituzionali del Pinerolese: <<Diventa fondamentale che proprio il territorio sappia muoversi insieme non lasciando da soli  i lavoratori e chi cerca soluzioni, ancor di più mentre si prospetta il confronto tra sindacati e rappresentanti della Regione Piemonte con i vertici aziendali. Conclude monsignor Derio: <<In un quadro simile alla richiesta sostenuta qualche anno fa di allargare l'area di crisi industriale complessa al Pinerolese, per aumentare gli strumenti idonei ad affrontare le difficoltà del mondo lavorativo, rimane ancora attuale>>.

Un appello a fare sistema e a discutere della crisi venne già lanciato nelle settimane scorse dalle segreterie pinerolesi di Cgil, Cisl e Uil e dalle Unioni Montane di territorio in cui si chiedeva la convocazione di: <<Un tavolo di lavoro che, partendo dall'analisi dell'impatto sociale della crisi in corso, definisca le strategie per affrontarla>>.


da L’Eco del Chisone del 24/06/2026

Lutto. Pinerolo saluta Elvio Fassone: il rigore della giustizia e la responsabilità come impegno civile


Si sono tenuti mercoledì 24 giugno, nella cattedrale di Pinerolo i funerali di Elvio Fassone, scomparso domenica 21 giugno all’età di 88 anni dopo il progressivo aggravarsi della malattia che lo accompagnava da tempo.

Fassone (magistrato, parlamentare per due mandati, scrittore) ha rappresentato una figura di alto profilo istituzionale e morale, profondamente legata al Pinerolese. 

Nato a Torino il 4 marzo 1938, laureato in Giurisprudenza all'Università di Torino, aveva orientato sin dagli anni della formazione il proprio interesse verso il diritto penale e le grandi questioni sociali connesse alla pena e al carcere. Pretore a Pinerolo, poi presidente della Corte d'Assise di Torino, aveva maturato una competenza giuridica riconosciuta e, insieme, una sensibilità rara verso la dimensione umana della giustizia.

La sua notorietà nazionale si lega in modo indissolubile al maxiprocesso alla mafia catanese celebrato a Torino nel 1985. Proprio in qualità di presidente della Corte d'Assise, Fassone firmò una sentenza di condanna all'ergastolo nei confronti di un giovane capo di cosca. Da quell'atto di giustizia nacque, il giorno successivo, un gesto inatteso: una lettera inviata dal condannato, accompagnata da un libro. Si avviò così un carteggio lungo ventisei anni, rimasto privato fino al 2015, poi confluito nel volume “Fine pena: ora” (Sellerio), diventato anche esperienza teatrale.

Quel dialogo epistolare, costruito dentro la distanza radicale tra chi giudica e chi è giudicato, rappresenta uno dei tratti più originali e profondi della sua riflessione: la domanda sul senso della pena, sui suoi limiti, sulla possibilità di interrompere il tempo dell’ergastolo ostativo, il cosiddetto “fine pena mai”.

Dal Consiglio Superiore della Magistratura, di cui fu componente tra il 1990 e il 1994, al Senato della Repubblica, dove fu eletto nel 1996 nel Collegio che comprendeva Bussoleno, Giaveno e Pinerolo, Fassone ha sempre mantenuto uno stile di presenza istituzionale sobrio e rigoroso. In Parlamento ha ricoperto incarichi di rilievo nella Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari e nel Comitato parlamentare per i processi d’accusa. E’ stato autore di saggi significativi, lavori in cui emerge una stessa tensione: tenere insieme legalità e umanità, senza ridurre la pena a sola retribuzione.

Nella sua biografia si intreccia anche una rete di relazioni culturali e personali significative, tra cui l'amicizia con Roberto Benigni, più volte in dialogo ideale con i suoi scritti e con la riflessione sul valore costituzionale della dignità. In particolare per lo spettacolo "La più bella del mondo" Roberto Benigni si è ispirato profondamente alle riflessioni di Elvio Fassone sulla Costituzione “amica".

Fassone è stato per i Pinerolesi un punto di riferimento morale e civile, riconosciuto per autorevolezza e misura. 

Alla competenza giuridica ha sempre unito una postura di generosità concreta, spesso silenziosa, mai esibita né usata come strumento di consenso. Un modo di intendere il servizio istituzionale distante dalle logiche di marketing politico di oggi, e radicato nella responsabilità personale.


sabato 11 luglio 2026

da Adista del 27/06/2026

Il lato oscuro della visita del papa in Spagna: la reticenza sugli abusi


Pace e migrazioni sono stati i temi che hanno contraddistinto il recente viaggio del papa in Spagna: esposti nella loro reale complessità e con indubitabile chiarezza, davanti a folle sempre presenti e plaudenti, sono le imprescindibili sfide indicate da Leone XIV per un futuro dell'umanità che sia sostenibile, degno e vissuto secondo le indicazioni evangeliche.

Parole e temi attesi, quelli del pontefice, nell'attuale tesissima contingenza storica, ma non accompagnati da altri, altrettanto attesi, riguardanti più direttamente la vita ecclesiale in Spagna, in primis gli abusi sessuali commessi su minori da membri della Chiesa, a partire da preti e religiosi. E sono tanti: quando, un paio di anni fa, il “Defensor del Pueblo” Angel Gabilondo ha pubblicato il rapporto commissionatogli sull’argomento dal Parlamento, la Spagna emerse come il Paese con il maggior numero di vittime al mondo: l’1,13% dell’attuale popolazione adulta, 440.000 persone circa.

In particolare, la comunità autonoma di Catalogna - secondo il database che El Pais ha iniziato a costruire nel 2018, il più completo - registra, afferma il quotidiano, <<il maggior numero di casi di pederastia del clero: 236 accusati e almeno 506 vittime. Il più antico è datato 1941 e il più recente nel 2024. Per provincia, 176 di questi casi si sono verificati a Barcellona, 22 a Tarragona, 20 a Lérida e 11 a Girona. Nelle restanti cinque, la provincia è sconosciuta. Per istituzioni, l’arcidiocesi di Barcellona è quella con il maggior numero di abusi, 44. A essa seguono gli ordini dei Maristi (36), dei Gesuiti (31), La Salle (18), dei Piaristi o Scolopi (10) e dei Claretiani (9). Negli Agostiniani, l’ordine a cui appartiene il papa, non ce n’è nessuno. In totale, in almeno 31 di questi casi ci sono accuse o sospetti di insabbiamento>>.

Le parole che non ti dico

Eppure in Catalogna il papa non ha mai pronunciato la parola pedofilia, neanche nell’abbazia di Montserrat, simbolo della Chiesa e identità della Catalogna, ma anche simbolo dello scandalo degli abusi sessuali ecclesiastici. E’ stato in questo luogo che è emerso uno dei casi più gravi di questa comunità autonoma, scoperto da El Pais nel gennaio 2019: gli ultimi tre abati del monastero, <<quelli precedenti a quello attuale>>, ricorda oggi il quotidiano, <<hanno insabbiato abusi per decenni e sono emerse accuse contro tre frati con almeno 15 vittime. Nessuno di loro ha ricevuto un risarcimento, tranne l'ultima conosciuta, a seguito di una condanna giudiziaria nel 2024, secondo i dati di Miguel Hurtado, la prima vittima a venire alla luce. (…) L’abbazia stessa si è scusata pubblicamente e ha ammesso gli abusi in un rapporto del 2019>>. Neanche l’attuale abate, Manuel Gasch i Hurios, in carica dal 2021, <<ha menzionato la questione nel suo discorso>> al papa, precisa l’articolo.

Non che papa Prevost abbia taciuto l’argomento. Durante la permanenza a Madrid, davanti ai vescovi nella sede della Conferenza episcopale, ha parlato di <<coloro che sono stati feriti proprio da coloro che dovevano prendersi cura di loro, anche da membri del clero>>, una <<piaga>>, una <<ferita aperta>>.


da Internazionale del 03/07/2026

Conseguenze per l’economia

di Financial Times, Libération


Il caldo estremo sta diventando un fattore di rischio strutturale per l'economia, e l'Europa è tra le regioni più esposte. Lo sostiene uno studio della compagnia di assicurazioni Allianz, secondo cui l’Europa ha "un tessuto urbano denso, progettato per trattenere il calore" e una diffusione dei sistemi di climatizzazione che arriva al 19%, rispetto al 90% negli Stati Uniti. L'impennata della domanda ha comunque portato alle stelle i prezzi dell’energia elettrica, mentre le alte temperature riducono la produzione delle centrali a gas e solari.

Che costi avrà tutto questo? La produttività del lavoro diminuisce di circa il 3% per ogni grado in più tra i 30 e i 35°. Allo stesso tempo, il consumo energetico aumenta di circa l'1,2% per ogni grado oltre i 30°, facendo lievitare i costi per le aziende. Questo rischia di ridurre la produzione, gli investimenti e il gestito fiscale. Se i cinque anni più caldi tra il 2014 e il 2024 si ripetessero tra il 2026 e il 2030 si avrebbero perdite complessive del Pil tra il 5 e il 7% in Francia, Germania, Italia e Spagna.

Secondo Robert Marks della società di consulenza Oxford Economics, temperature tra i 30 e i 40° possono causare "notevoli perdite di produttività e compromettere le attività nell'edilizia, in agricoltura, nell'industria manifatturiera, nel commercio al dettaglio, nel settore alberghiero e in altri ambiti che rappresentano in media il 35% dell'economia nell'Europa occidentale”.

In Francia il caldo ha fatto aumentare la mortalità negli allevamenti, in particolare in quelli di suini e pollame. Il ritmo dei decessi è tale che il servizio di smaltimento delle carcasse non riesce a tenere il passo. Per questo è stato permesso ai singoli allevatori di seppellire il bestiame morto nei loro terreni. Oltre all'elevata mortalità, anche la produttività degli animali che soffrono il caldo ne risentirà, in particolare si attendono ricadute sulla produzione di uova.


da Internazionale del 03/07/2026

Il clima dell’Europa è già cambiato

di Edward Chen, Nature, Regno Unito


Mentre la seconda ondata di caldo eccezionale del 2026 in Europa infrange i record di temperatura, molti si fanno le stesse domande: è questa la nuova normalità? Il clima europeo è cambiato in modo sostanziale?

Secondo gli scienziati contattati da Nature un'attività un’ondata di caldo che dura 4 o 5 giorni, con Londra che sfiora i 40°, è  un’anomalia. “E' assolutamente fenomenale", dice Sarah Perkins-Kirkpatrick, climatologa dell'Australian national university di Canberra. Ma i ricercatori avvertono anche che gli europei possono aspettarsi di vedere più eventi di questo tipo con l'avanzare del cambiamento climatico.

“Le ondate di caldo sono destinate a continuare, a meno che non chiudiamo il rubinetto delle emissioni di gas serra”, afferma Samantha Burgess, vicedirettrice del servizio sul cambiamento climatico di Copernicus al Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine. “Sono più frequenti, sono più intense e durano più a lungo”.

Quello su cui ricercatori non sono d'accordo è con quanta rapidità Europa sia passata da un clima in cui le estati erano fresche e piacevoli e le persone potevano lasciare aperte le finestre a uno dominato dal caldo estremo e dai dubbi sull'opportunità di comprare un condizionatore.

Un'analisi pubblicata il 26 giugno ha esaminato le temperature in 854 città europee, che ospitano il 30% della popolazione del continente, stabilendo che quasi la metà ha superato i record assoluti di stress termico e lo avrebbe fatto nei giorni successivi. Tutte le città considerate in Repubblica Ceca, Lituania e Lussemburgo hanno toccato valori senza precedenti, ha concluso la ricerca realizzata dal World weather attribution, un'organizzazione internazionale che studia gli eventi meteorologici estremi.


da Confronti di 06/2026

E’ già campagna elettorale

di Giancarla Codrignani


I partiti che la Costituzione fa organi della partecipazione risultano al momento incapaci di farsi motore di interessi comuni che leghino i princìpi alle esigenze pratiche di ciò che si chiama “politica”. Anche il mood del Paese tende alla frammentazione delle tendenze correntizie più che alla conservazione dei rapporti democratici. 

Se le vecchie ideologie chiedevano subalternità, le idee nella libertà non crescono se manca l’informazione sui possibili orientamenti. Oggi solo il Pd si definisce partito, mentre nella prima Repubblica tutti si richiamavano alla forma-partito: comunista, socialista, liberale o democristiano e il nome esprimeva direttamente “che cosa rappresentavano”. Sono diventati in-significanti: M5s, Italia viva, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Azione, a nominarli, non trasmettono più segnali. La gente non sospetta del populismo e giudica i fatti secondo il metodo dei like sullo smartphone, anche se i connotati del mondo stanno cambiando. 

All’inizio del 2027 la campagna elettorale si ridurrà alla presentazione dei/delle candidati/e? O i responsabili politici e sociali sentono la responsabilità di fare di tutto per allertare, prima di Natale, circoli, associazioni, parrocchie, sindacati a fare cultura, rievocare princìpi e magari ragionare su che cosa la pace perpetua significava per Kant o quale difesa dei diritti insegnano ancora Norberto Bobbio e Stefano Rodotà? La previsione per il rientro dalle vacanze (ridotte perché ci possiamo permettere meno lussi), anche con la ripresa della circolazione a Hormuz, non è rosea: l’autunno sarà caldo. Il ministro Giorgetti ha avvertito la presidente che sta arrivando la recessione e Christine Lagarde ha invitato a non contare su aiuti europei perché anche la Bce avrà problemi. Le crisi economiche producono instabilità politica e, accompagnate da elezioni, impongono ai partiti progressisti strategie per le prossime campagne elettorali – così anche in Francia e Germania – se non vogliono perdere: infatti i margini tra gli opposti blocchi è fin d’ora relativamente piccola e comunque preoccupante.

Nel contesto europeo l’Italia è particolarmente inquieta: debito crescente, è ormai ultima nella graduatoria dei bilanci europei e la Meloni, già travagliata dalle discordie interne, vedrà franare le sue strumentali dichiarazioni. Fin qui le ha raccontate bene, ora dovrà reggere non le contestazioni dell’opposizione, ma la critica degli italiani che vedono già crescere la spesa nei carrelli della spesa: la disuguaglianza morde in modo differenziato e c’è chi non va più del dentista o non può pagare la badante del nonno, ma ci sono quelli che fanno la fila alla Caritas. Tema centrale sempre il lavoro: occorre dire che cosa si farà sulla sicurezza (troppi i morti per incidenti), contro il lavoro nero, per le garanzie contrattuali, per i rider, contro il caporalato, per gli immigrati che ormai rendono necessarie regole “giuste”, dato che le guerre mediorientali e la siccità porteranno nuovi esodi. 

Elly Schlein attacca con energia il governo e le Tv portano la segretaria del Pd all’attenzione della gente; ma occorre più chiarezza per unire tutte le forze progressiste: importante rassicurare le piazze, dove Giuseppe Conte gareggia scopertamente contro Schlein per diventare “Conte 3”. È un gran peccato non aver portato il Pd a Congresso per chiarire tendenze e umori. 

I giovani, ritenuti pronti al ritorno, chiedono autonomia: non si fidano dei partiti e vogliono essere ascoltati. Come le donne che sono il 52% dell’elettorato e non una componente sociale come i bambini, gli anziani, i lavoratori, ma la metà di tutte le categorie.

I toni barricaderi per ora si lascino al sindacato, i politici evitino il populismo anche di Sinistra: è necessario annunciare le proprie proposte e, soprattutto, riproporre la cultura della Sinistra, comunque la si chiami a difesa della democrazia. Sullo sfondo fanno danni le guerre e i dazi del mercante pazzo che ha devastato il diritto internazionale. 

Rimedi? Prima di tutto anche per votare bene, valorizziamo l’Europa che, in qualunque situazione, resta l’ancora di salvezza anche per noi italiani, ancora poco affettuosamente europeisti.



venerdì 10 luglio 2026

da ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale del 09/07/2026

ONU: in Sudan è genocidio

di ISPI Daily Focus


La Corte Penale Internazionale e le Nazioni Unite dicono di essere in possesso di prove che collegano i capi di una delle fazioni in guerra a crimini contro l’umanità e genocidio.

Le Nazioni unite e la Corte Penale Internazionale (ICC) nello stesso giorno hanno fatto sapere di aver raccolto informazioni in grado di provare che i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF) si sono macchiati di crimini contro l’umanità e di genocidio nel conflitto civile che sta insanguinando il paese da più di tre anni. Il 15 aprile 2023 il Sudan è stato infatti sconvolto da una lotta di potere tra il generale Abdel-Fattah al-Burhan, capo delle Forze Armate Sudanesi (SAF) e il potente capo del gruppo paramilitare delle RSF – nonché suo vice nel consiglio di transizione che guidava al tempo il paese – il generale Mohamed Hamdam Dagalo, detto Hemedti. L’ICC sta ora investigando gli attacchi avvenuti nella regione del Darfur contro le città di al-Genina nel 2023 e di el-Fasher nel 2025. In un’intervista all’emittente britannica BBC, la viceprocuratrice capo dell’CC Nazhat Shameem Khan ha dichiarato di essere in possesso di “prove evidenti” di crimini di guerra perpetrati dalle RSF. Ma non solo: nelle sue mani avrebbe la certezza che “collega quello che è accaduto sul campo a specifiche persone nella loro leadership.” Lo stesso giorno, la Missione investigativa dell’ONU sull’assedio di el-Fasher ha ribadito che le RSF hanno portato avanti uccisioni e stupri di massa, rapimenti di donne e bambine, e abbiano usato la fame come strumento di guerra. Tutti azioni che rientrano in un piano generale che può essere considerato genocidio.

Darfur: un nuovo genocidio?

La conquista di el-Fasher ha segnato uno degli episodi più drammatici della guerra, con oltre 6.000 persone uccise secondo l’ONU. Dopo avere perso il controllo della capitale Khartoum a marzo del 2025, le RSF avevano infatti scelto di consolidare il loro controllo nella regione del Darfur, intensificando gli sforzi per conquistare la città, ultimo significativo avamposto delle SAF nell’area. El-Fasher è caduta a ottobre 2025. Nei mesi successivi, la missione delle Nazioni Unite ha raccolto le testimonianze dei civili sopravvissuti, scoprendo che le RSF e i loro alleati hanno impedito l’arrivo dei rifornimenti e bombardato qualsiasi sistema di produzione alimentare. I sopravvissuti hanno poi raccontato di aver subito violenze sessuali in stanze dove ancora giacevano i cadaveri di altri civili, inclusi i membri della loro stessa famiglia. Le prove raccolte, e in generale una serie di testimonianze di attacchi sistematici avvicendatasi nei mesi di guerra, indicano dunque che i timori di un nuovo genocidio nella regione sono fondati. Nel 2008, la Corte Penale internazionale aveva infatti già accusato l’allora presidente Bashir di essere il responsabile di orchestrare una campagna contro le popolazioni africane non arabe dal 2003 al 2006. Braccio armato di Bashir fu la formazione dei Janjaweed. Hemedti e molti dei suoi uomini provengono proprio dalle fila di quelle milizie, composte perlopiù da esponenti delle tribù arabe beduine.

Una svolta nella giustizia internazionale?

Fino a oggi, il gruppo ha ripetutamente negato le accuse relative all’assedio di el-Fasher, dicendo che sono il prodotto di una campagna elaborata dai propri nemici. Ma, secondo Khan, la Corte penale internazionale è vicina a una svolta nell’inchiesta. Dopo aver visitato un campo di rifugiati nel Chad occidentale, la viceprocuratrice ha parlato con i giornalisti internazionali, sottolineando che “quello che hanno visto è uno schema di offese che in effetti è lo stesso di 20 anni fa”. In quanto tribunale penale internazionale, l’ICC era infatti già stata incaricata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU di investigare quanto accaduto nella regione all’inizio degli anni 2000. Alla fine dell’inchiesta, imputò l’allora presidente Omar al Bashir del crimine di genocidio e arrestò altre sette persone. Dopo essere stato estromesso dal potere da un colpo di stato dell’esercito nel 2019, Bashir risulta latitante. Secondo la BBC, potrebbe trovarsi in una struttura medica segreta nel paese. In un’udienza con il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Khan aveva anche evidenziato come le RSF non stessero collaborando con gli investigatori. Il governo militare si è invece dimostrato più dialogante sugli attacchi recenti, ma – secondo ReutersReuters –  ha fino ad ora rifiutato di consegnare diversi dei dirigenti accusati di crimini del conflitto precedente. La notizia delle nuove prove a carico delle RSF arriva poi in un momento in cui la legittimità della corte da venendo fortemente messa in discussione: Khan e il suo staff sono infatti soggette alle sanzioni degli Stati Uniti per aver emesso un mandato di arresto contro il primo ministro Benjamin Netanyahu e altre autorità israeliane per sospetti crimini di guerra a Gaza.

Comunità internazionale impotente?

Al momento, il Sudan risulta diviso sostanzialmente a metà, con l’esercito regolare (SAF) in controllo dell’est del paese e della capitale Khartoum e le RSF della parte occidentale, mentre alcune aree rimangono aspramente contese. Secondo un’analisi dell’International Crisis Group, nessuna delle due fazioni è sul punto di prevalere. Ora il conflitto si è spostato nella regione meridionale del Kordofan, che è diventato l’epicentro della guerra. Solo pochi giorni fa, il Commissionario per i diritti umani dell’ONU Volker Turk ha avvertito che una “catastrofe” simile a quella di al-Fasher si sta ripetendo ad al-Obeid, il capoluogo del Kordofan settentrionale, circondata dalle RSF. Secondo Turk, i civili nella città sono sotto assedio da 18 mesi, con mancanza di acqua pulita e attacchi continui da parte dei droni. Mezzo milione di persone vive nel centro urbano, e più di 83.000 sfollati vi hanno trovato rifugio. Il Commissario ha poi documentato esecuzioni sommarie, rapimenti, torture e violenza sessuale lungo le strade della regione percorse dagli sfollati, secondo riporta l’agenzia stampa Reuters. Il ministro degli esteri del governo guidato dalle SAF ha più volte denunciato poi il sostegno ricevuto dagli avversari dall’estero. Esperti dell’ONU sostengono infatti da tempo che siano in particolare gli Emirati Arabi Uniti a rifornire il gruppo di armi e droni. Fino a oggi, però, gli Emirati hanno negato ogni collegamento con la guerra in corso. D’altro canto, le stesse SAF stanno ricevendo il sostegno politico e militare di vari attori, tra cui Egitto e l’Arabia Saudita. Quella che era cominciata come una lotta di potere interna ha acquisito insomma anche le caratteristiche di una guerra per procura. E, mentre si delineano le circostanze che fanno temere un nuovo massacro, i drammatici numeri del conflitto continuano a salire: nel suo ultimo aggiornamento, il Programma Alimentare Mondiale stimava che ci sono 8,8 milioni di sfollati nel paese, mentre 4,6 milioni hanno cercato rifugio all’estero. 19,5 milioni (più di un terzo della popolazione) sono invece le persone che soffrono di insicurezza alimentare acuta. Solo pochi giorni fa, l’organizzazione non governativa Emergency raccontava che a Nyala, in Darfur, dove gestisce un centro pediatrico, circa il 60 per cento dei suoi pazienti soffriva di malnutrizione. In pratica, oltre 1 bambino ricoverato su 2. È impossibile dire quante siano le vittime. Ad aprile, il Progetto per la Localizzazione e i dati dei conflitti armati (ACLED) aveva tracciato più di 58.000 morti, ma il numero è certamente più alto. Secondo lo statunitense Centro per gli studi strategici e internazionali (CSIS), le stime si aggirano fra 150.000 e 400.000.

da Il Fatto Quotidiano dell’08/07/2026

“Dietro c’è chi vuole affossare Report e la mia reputazione”

di Thomas Mackinson

 

“Non so più cosa pensare. Sto di merda, non dormo”. Sigfrido Ranucci non usa perifrasi per raccontare lo stato in cui l’ha lasciato la notizia che il mandante dell’attentato dinamitardo sotto casa sua, il 16 ottobre scorso, avrebbe un nome: Valter Lavitola. Non un nemico, ma un amico vero, dice lui. Uno con cui ha mangiato coi figli, che è stato ospite a casa sua. “Mi sento anche tradito”, aggiunge parlando al Fatto, “al di là di tutto”. Fa uno strano effetto rileggere gli scambi fra i due. Il 30 giugno, quando arriva la notizia dell’arresto dei quattro esecutori materiali, è Ranucci stesso a girare il lancio d'agenzia a Lavitola, quasi esultante – “li hanno beccati”, con tanto di emoji. Lavitola risponde con una sola parola: “Chi”. Nessun sospetto, in quel momento, che l’inchiesta potesse risalire fino a lui.

Una settimana dopo lo scenario cambia. Perquisito, Lavitola scrive a Ranucci che gli investigatori lo indicano come mandante, ma che l’obiettivo non era fargli del male, casomai aiutarlo, ma senza chiarire in cosa. Aggiunge che se Ranucci fosse stato consapevole verrebbe indagato pure lui – ipotesi che liquida come assurda – e chiude con parole d’affetto quasi da addio.

Ranucci si pone da ore la stessa domanda con malcelato fastidio: quale vantaggio avrebbe ottenuto dalla bomba? “Io avrei bisogno di visibilità? Ho fatto 500 eventi, basta andare sui social”, dice ricordando che dieci giorni prima aveva invitato lo stesso Lavitola a un evento pubblico con 1300 persone. I contratti editoriali erano già firmati, le puntate di Report già tagliate. L’amicizia, quella vera, Ranucci non la mette in discussione. Racconta che il rapporto nasce professionale – “sui Canadair, sulla famiglia Berlusconi” – poi diventa personale nel 2019, quando Lavitola riceve consigli anche dalla figlia di Ranucci, che segue casi di persone fragili. Da lì un rapporto “quotidiano, settimanale”: “È venuto a casa mia, ha mangiato coi miei figli due volte”. Per questo è convinto che Lavitola non avrebbe mai voluto fargli male.

LA SUA IPOTESI è che Lavitola sia stato lo strumento, non la testa: un’operazione per “far detonare la reputazione” di un nemico, trovando in un personaggio malleabile – amico vero, ma da sempre disposto a imprese corsare – l’esecutore ideale. Ma per conto di chi? La Procura ha ricostruito una filiera precisa: Lavitola avrebbe incaricato Gomes Celesio Tavares, dipendente del suo ristorante Cefalù di Monteverde, di reperire esplosivo ed esecutori, i quattro già arrestati per strage aggravata dal metodo mafioso.

Ma Ranucci, al telefono, passa e ripassa collegamenti, ipotesi, indizi come le pieghe di un ventaglio, senza scartarne nessuno. Se tre anni fa, quando il Riformista aveva pubblicato una sua foto a cena con Lavitola e un monsignore se l’era presa con l’ex premier Matteo Renzi inviandogli un sms di fuoco, oggi si fa domande su Marco Mancini ex numero 2 del Sismi, che con Renzi si incontrava all’autogrill e con il quale i rapporti sono ai minimi storici dopo la puntata di Report col famoso video che ha costretto Mancini al pensionamento. Una soffiata sull’ira di Mancini nei suoi confronti, sostiene Ranucci, se l’era annotata pure il suo capo scorta. I dettagli temporali alimentano suggestioni senza prove: la bomba è del 16 ottobre 2025, sei giorni dopo si ‘‘ Quale vantaggio avrei ottenuto dalla bomba? Visibilità? Ma se ho fatto più di 500 eventi

tiene l’udienza che chiuderà con l’archiviazione l’indagine nata dall’esposto di Mancini contro Report per rivelazione di segreto di Stato sull’incontro con Renzi.

Il giallo torna in un nome forse in codice. Nell’ordinanza contro i quattro esecutori compare una frase dell’intermediario di Lavitola: “Non bisogna far arrivare a Corrado”. Corrado, sostiene Ranucci, era uno dei nomi con cui il Sismi identificava Mancini. Ranucci non punta il dito, ma rimarca la pista del traffico d’armi verso la Libia e di un cantiere navale legato ai clan Moccia e Contini, quella che a Report interessa da tempo.

Il ventaglio è così largo che un minuto dopo Ranucci cerca risposta a un’altra domanda: come faceva chi ha organizzato l’attentato a sapere che proprio quella sera sarebbe rientrato a casa? O lo pedinavano da giorni, o qualcuno gliel'ha “soffiato”. La sensazione, più che la prova, è quella di un pozzo avvelenato apposta. Le carte non dicono ancora nulla. Oggi Lavitola, accusato di concorso in strage aggravata dal metodo mafioso, potrebbe dire di più.