martedì 14 luglio 2026

Incontro comunitario oggi, 14 luglio


Care amiche e amici, stasera ci incontreremo alle ore 18:00.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.
Questo è il LINK per il collegamento:
meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A più tardi.

Sergio

da L’Eco del Chisone del 03/06/2026

Una magnifica umanità

di Derio Olivero, vescovo di Pinerolo


Nel viaggio da Roma ho letto l'ultima enciclica del papa. Si intitola "Magnifica Humanitas”. Una lettera dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale. In questi giorni mi ritorna nei pensieri. In particolare alcuni passaggi. Il primo: "La qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire”.  Sempre più misuriamo la qualità della nostra civiltà dalla sua potenza, dalla sua efficienza, dal Prodotto Interno Lordo, dal mercato. Perdiamo il valore della cura. Eppure il valore di un uomo e di una donna sta innanzitutto nella sua capacità di cura, nella sua capacità di relazione. Scrive il papa: "Curiamo le relazioni! In un'epoca che tende a velocizzare e frammentare, la carne umana continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone.  La cultura digitale moltiplica le connessioni e offre nuove possibilità di incontro; tuttavia, il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità. Invito a custodire luoghi e tempi in cui la presenza fisica rimane decisiva: la tavola condivisa, la comunità cristiana che si raduna, la visita a chi è solo, il servizio ai poveri”. Curare l’umano significa innanzitutto curare le relazioni. Non basta funzionare, non basta possedere. Occorre incontrare. L’incapacità di relazione genera la supremazia della competizione, porta a vedere l’altro come nemico e non come compagno, produce sospetto, spinge ad innalzare muri. La cura quotidiana delle relazioni allena la capacità di mediare, accogliere, ascoltare, incontrare, capire, perdonare, ripartire. Non siamo robot. E la verità dell'umano non si salverà con il cyborg, cioè un essere vivente dotato sia di parti biologiche che di impianti tecnologici. Mezzo umano e mezzo macchina. Funzionerà meglio, ma non sarà automaticamente umano. Anzi, probabilmente correremo il rischio di aumentare la disuguaglianza sociale, l’ingiustizia, l’emarginazione. E correremo il rischio di credere che l’umano sia l’eliminazione del limite. Mentre l’umano sta nella condivisione, nel cammino comune, nella cura. Occorre "far crescere la tecnica senza far regredire il cuore. Per questo l’umanità - magnifica e ferita - non deve essere sostituita né superata: può accogliere i progressi della tecnica per alleviare le sofferenze e aprire possibilità nuove, purché non rinneghi ciò che la rende se stessa, cioè la capacità di relazione e di amore. Scrive ancora il papa: "Ciò che salva l’umano non è l’autosufficienza potenziata, ma una relazione che libera, una comunione che trasforma”. “Il vero progresso nasce sempre da un cuore aperto all'altro, da un'intelligenza disponibile all'ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciò che separa”. Ecco dove sta l'umano che desideriamo custodire: è umano chi è aperto alla relazione con l'altro, chi sa ascoltare, chi, con testarda tenacia, cerca ciò che unisce più che ciò che separa. Questi pensieri mi hanno accompagnato questa sera durante l'inaugurazione del Dormitorio Femminile, ultima parte della Stazione di Posta. Un luogo destinato ad offrire un letto e un tetto a donne in situazione di fragilità. Un luogo dove prendersi cura dell’altro. Dove tante persone offrono tempo e passione per custodire l’umano.

da Il Fatto Quotidiano del 23/06/2026

La Terrasanta è centro del mondo

di Franco Cardini


Oggi, la più diffusa accezione tende a distinguerlo dal “Vicino Oriente”, ch’è quel che un tempo si usava definire “Levante”, i paesi della fascia costiera mediterraneo-orientale dai Balcani sino al Golfo della Sirte. Il Vicino Oriente, le coste del quale sono propriamente quelle “levantine” greco-balcaniche, turche e siro-libanesi con le immediate pertinenze israeliana e giordana, comprende a est dell’Egitto la penisola arabica e più ancora verso est e verso nord la Siria; già “mediorientali” possono esser definiti Iraq, vale a dire la storica Mesopotamia, e Iran, a nord-est del quale si estende l’immensa Asia centrale. I confini sono sempre incerti e variabili, culturali più che storici: e di Medio Oriente come prodotto di un immaginario geopolitico ha potuto parlare Hamit Bozarslan, mentre in quanto espressione usata per indicare un’area geografica essa resta mal definibile. Nel mondo arabo si indica con Ash-sham l’area della “Grande Siria”, inclusa la Palestina, e con Mashriq la zona compresa fra il Mediterraneo e la Persia.

Gli americani considerano tendenzialmente Near East o Middle East tutta la fascia afroasiatica prevalentemente musulmana dal Maghreb all’Afghanistan, mentre in Europa si tende a utilizzare talvolta ancora la cara, vecchia lezione di “Levante” per l’area compresa fra Turchia, Siria-libano, Emirati Arabi, Israele ed Egitto: non senza tuttavia molte incertezze.

Quella regione è stata oggetto di popolamento e di diffusione di grandi civiltà da almeno tre millenni circa prima del Cristo; ed è la culla dei tre monoteismi abramitici – ebraismo, cristianesimo, Islam – che sia pure in misura diversa si sono poi diffusi e radicati in tutto il mondo. Ciò costituisce la ragione principale per cui tale area è da considerarsi sotto molti aspetti un vero e proprio “centro del mondo”, sede di alcune fra le più note Città Sante e i più venerati santuari del genere umano.

La storia del Vicino-medio Oriente è pertanto unitaria nei suoi tratti di fondo e caratterizzata da una sua forte continuità, nonostante la mobilità di molte genti che l’hanno popolata e attraversata e altresì le fratture epocali che l’hanno caratterizzata. Fucina di cultura di popoli diversi eppure affini, di stirpe soprattutto ora semitica ora indoeuropea, centro di elaborazione di poteri che si sono immaginati e pretesi universali e luogo di permanenza di culture fieramente gelose della loro specificità, laboratorio d’irradiazione di proposte universalistiche, l’area ha in gran parte determinato per secoli l’assetto delle dinamiche culturali dei tre continenti che su di essa convergono. In effetti, le piste tracciate sulla sabbia e sulla roccia che coprono gran parte di quest’immenso territorio (...) si ordinano da millenni in due linee direttrici, in rispettiva direzione nord-sud dalla costa meridionale del mar Nero e ovest-est dalla costa turco-siro-palestinese e dall’area nilotica fino allo Shatt el-arab e al Golfo Persico, incontrandosi nell’emporio mercantile damasceno. (...)

Questo libro non è stato affatto pensato per proporsi come un ennesimo titolo sull’attuale crisi di Gaza, che ormai offre un mercato del tutto saturo. Si tratta invece, nelle mie intenzioni, di una riflessione globale sulla centralità della Palestina-terra santa-eretz Israel nella nostra storia, mediterranea e universale.

Quanto al sionismo in sé, accanto al riconoscimento del suo successo e del suo diritto alla pacifica vita d’ Israele dopo la tragedia della Shoah, è opportuno insistere sui suoi caratteri nazionalistici e colonialistici, in rapporto anche con le ultime tendenze della più aggiornata critica storica israeliana (sebbene ormai esule in Inghilterra: da Ilan Pappé ad Avi Shlaim), tutt’altro che simpatizzante con la linea perseguita da Netanyahu, nonché con la grande opera dell’americano d’origine palestinese Rashid Khalidi (Columbia University), che nell’ultimo quarto di secolo ha contribuito in modo determinante a un chiarimento – che sarà forse considerato in prospettiva definitivo – sui rapporti israelo-palestinesi tra la prima guerra mondiale e l’età odierna.

Ma il parlare di “Vicino” e/o “Medio Oriente”, il ridiscutere il concetto di “Levante”, il confrontare quel che gli antichi romani conobbero come Palaestina e che oggi continua a poter essere definito “Palestina” con quel che ormai da quasi un secolo anche i non ebrei conoscono come Eretz Israel, mentre nel mondo cristiano più o meno la stessa regione viene definita “Terrasanta” (la Terra Sancta della Bibbia latina), implica per forza di cose la necessità di prendere sia pur sinteticamente atto che anche le dinamiche interessanti le aree finitime – anatolica da una parte, iranico-afghano-pakistana dall’altra e arabo-nubiana da un’altra ancora – non sono estranee a questo mondo: il che richiede talvolta, nella nostra specifica sede, una certa elasticità concettuale a detrimento forse di un discorso che si mantenga entro confini geostorici e geoantropologici precisi. La nozione stessa di “confine”, d’altronde, è di per sé in ogni senso ambigua. E ci troviamo quindi, magari implicitamente, a dover fare i conti con le più ampie (correlative e complementari, ma sovente vissute e sentite come concorrenti, se non avversarie) categorie di “Oriente” e di “Occidente”.

Attenendoci alla prima di esse, la stessa complessità del concetto di “Vicino” e/o “Medio Oriente” è tale in una pluralità di sensi (…). Questa terra è madre di gran parte delle culture e delle contraddizioni delle quali vive il genere umano: e del resto, a modo loro e in tempi diversi, anche quelle propriamente originarie dell’india, della Cina, e almeno a partire dal XVI secolo delle Americhe e dell’ Oceania, si sono collegate a essa e vivono nella sua scia. (…) Oggi, la partita si gioca tra le potenze regionali emergenti – Turchia, Egitto, Iran: tutti avversari tra loro, sia pur a un diverso grado d’intensità – cui si aggiungono Arabia Saudita ed Emirati Arabi del Golfo, e tutti, nel loro complesso, si vedono impegnati a cercare in qualche modo un’intesa e una convivenza (o a rifiutarle: con le conseguenze del caso) con un paese che per limitata estensione geografica e massa di abitanti è “piccolo”, mentre per potenza nucleare, tecnologica e militare è enorme, ben più che semplicemente regionale, e per giunta titolare di un’arma etico-storico-culturale formidabile, la memoria della Shoah con l’obiettivo ascendente che gliene deriva.

Un gran bel puzzle. E, come si prega Dio di tenerci lontani da tempi storici “troppo interessanti” (i nostri sono tali…), così dovremmo scongiurarlo di non abbandonarci alla tentazione d’impegnarci in giochi “troppo belli”: i giochi sono tanto più belli quanto più sono complicati. Ma la complessità richiede tempo: mentre, com’è noto, “ogni bel gioco dura poco”.


da Il Manifesto del 23/06/2026

La condanna di Almasri è l’ennesimo bluff di Tripoli

di Mario Di Vito


Una condanna per evitare un processo. I sette anni e quattro mesi di reclusione sentenziati domenica dal tribunale di Tripoli verso il generale Osama Almasri non sono il simbolo di una Libia che prova ad allinearsi agli standard minimi dello stato di diritto. Sono il contrario: il giudizio di colpevolezza per le torture sui detenuti della prigione di Mitiga, infatti, è un argomento che il boia potrà usare per opporsi al mandato di cattura della Corte penale internazionale. Che, per il principio di complementarità, non può mai superare la giustizia domestica, quando c’è.

I MEDIA VICINI al governo di Tripoli parlano della condanna di Almasri come di «un esercizio di giurisdizione nazionale» ed è bene ricordare che, l’anno scorso, il premier Abdulhamid Dbeibah aveva rilasciato dichiarazioni piuttosto eloquenti alla televisione di stato: «Siamo rimasti sorpresi dal rapporto della Cpi su Almasri. Come possiamo fidarci di qualcuno che ha violentato una ragazza di 14 anni?». Una presa di distanza, almeno all’apparenza, anche se appare inverosimile che lui, capo dell’esecutivo, non avesse idea di quello che accadesse sotto il suo naso. Ad ogni modo, nel novembre del 2025 Almasri venne arrestato, destituito dal suo incarico di capo della polizia giudiziaria e messo ai domiciliari. A un giorno e mezzo dalla sua condanna, peraltro, nessuno ha idea se lui sia effettivamente detenuto.

MISTERI di un paese che sta cercando di accreditarsi presso le principali cancellerie europee e che però al suo interno continua ad essere una polveriera: fazioni in lotta, governi diversi che si disconoscono tra loro, milizie che hanno conquistato e controllano ampie fette di territorio e non vogliono mollarlo. In questo contesto, il rapporto tra l’esecutivo di unità nazionale di Dbeibah e la Rada – il gruppo militare di cui fa parte Almasri – è molto complesso da leggere. Certamente c’è della tensione, ma allo stesso tempo resta sempre aperta la strada della trattativa. Sono le regole della guerra civile.

VISTE COME si sono messe le cose su Almasri dopo l’assurda vicenda del suo soggiorno in Italia del gennaio 2025 – quando venne arrestato su mandato della Cpi e poi rilasciato in meno di 72 ore – e dopo che i giudici dell’Aia hanno fatto uscire le accuse contro di lui (torture, violenze, omicidi, stupri e altre atrocità), le cose tra Dbeibah e la Rada hanno cominciato a farsi particolarmente tese. Troppo indigeribili le condotte della milizia, troppo forte la pressione dell’opinione pubblica europea. Quando, nel luglio del 2025, è stato arrestato in Germania l’altro capo di Mitiga, Mohamed Ali El Hishri (Al Buti) – pure lui come Almasri accusato di crimini di guerra e contro l’umanità – la situazione si è complicata ancora di più. E Dbeibah ha deciso di riconoscere ufficialmente la giurisdizione della Cpi per i fatti accaduti in Libia dopo la deposizione di Gheddafi.

UNA MOSSA tattica: la giustizia dell’Aia deve necessariamente fermarsi quando si muove un’autorità giudiziaria nazionale e, dunque, l’aver processato e condannato Almasri, in teoria, annullerebbe gli effetti della richiesta di consegna nei suoi confronti. Dalla Cpi, però, fanno presente che c’è un elemento ancora da valutare: l’adeguatezza del procedimento. I magistrati dell’Aia studieranno le carte di Tripoli e dovranno decidere se le ritengono o no congrue, a partire dalla completezza delle accuse e dall’effettività della pena comminata.

LE RICADUTE italiane di questo nuovo capitolo della saga di Almasri, intanto, tornano a coinvolgere il governo. Se la partita giudiziaria si è chiusa con il diniego della Camera all’autorizzazione a procedere contro il sottosegretario Alfredo Mantovano e i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, da ieri le opposizioni sono tornate a rumoreggiare ricordando «la brutta figura» del gennaio 2025. «La Libia ha fatto una figura migliore della nostra. Lo hanno arrestato, fatto processare e ieri (domenica, ndr) è stato condannato», ha scritto sui suoi social il leader del M5s Giuseppe Conte riferendosi ad Almasri. Da qui l’accusa al governo di aver «coperto di disonore l’Italia». Da qui la canonica richiesta, condivisa anche da Pd e Avs, di «riferire in aula».

IN REALTÀ, però, c’è poco da rallegrarsi per l’ultima mossa libica. La volontà di mantenere tutto all’interno della giurisdizione domestica è un tentativo di allontanare gli occhi del mondo dagli orrori dell’ultimo quindicennio. Orrori sopra i quali sono stati fatti accordi come il memorandum sull’immigrazione stipulato con l’Italia del 2017. E affari, tra sfruttamento delle risorse energetiche, costruzione di infrastrutture e cooperazione nell’ambito della sicurezza. Discorsi da miliardi di euro che valgono un bluff sulla «condanna» del boia.

Una settimana fa al Parco…


Si svolgeva l’incontro dell’Associazione dei sofferenti a livelli fisici e psicologici. L’Associazione ha preparato egregiamente le diverse possibilità e necessità soprattutto per le persone sofferenti, famigliari e volontari in questo PARCO della città che è un gioiello e offre possibilità di partecipare all’incontro con una grande varietà di verde e panchine.

Domenica era l’incontro dove respiravo Amore, condivisione, scambio di esperienze, il tutto in un clima sereno di amore e di condivisione. Ormai l’Associazione ha un suo calendario e un gruppo di volontari ben collaudati, donne e uomini, in un clima di confidenza reciproca che si respira girando nel Parco dove molti volontari e rappresentanti hanno portato un loro saluto. Il tutto in un clima di grande condivisione.

Con gioia ho partecipato ai vari momenti sempre fatti con parole che invitavano all’impegno. A me hanno chiesto un intervento e mi chiedevano una benedizione. Dissi “Voi siete per me e per tanti la benedizione di cui il mondo ha bisogno”. Sentivo il profumo del Vangelo vissuto.

Dissi che io preferivo dire chiaramente: “La vostra associazione è essa stessa una benedizione per questa città. Va bene una preghiera, ma io sento che la vera benedizione per me e per questa città siete voi”.

Voi con il volontari, i vari incontri, le attività che promuovete, le persone che siete, siete la benedizione di Dio nelle vostre vite e nel vostro impegno. Ho lasciato nella sede dell’Associazione l’omaggio di qualche libro, ma il libro più fecondo è la vostra vita, la vostra dedizione e la vostra fede vissuta da cui non posso che imparare e ringraziare Dio ogni giorno perché esistono realtà come la vostra, che prima di tutto, è amore per i deboli. Di questa benedizione vissuta il mondo e anche la vostra associazione e la nostra città hanno ancora bisogno.

La benedizione è amore e non fare mille chiacchiere senza passare all’azione, è pace, e poi ancora pace.

Grazie dell’invito a questo meraviglioso incontro. Mi porto nel cuore il vostro esempio. Voi oggi mi avete dato la benedizione e vi assicuro che ogni giorno c’é da imparare da persone e associazioni come questa.


         don Franco Barbero

lunedì 13 luglio 2026

da L’Eco delle Valli Valdesi del 05/06/2026

Arrivano i primi temporali: 

i colori delle nuvole


Questo mese abbiamo deciso di mantenere un filo conduttore con l'articolo della scorsa rubrica, concentrandoci sempre sui fenomeni temporaleschi. In questo caso però tratteremo una curiosità, che siamo sicuri più volte avrà scatenato questa domanda in molti di voi: perché le nuvole dei temporali sono bianche sulla loro sommità e scure in basso? Ecco la spiegazione! 

Le nuvole sono costituite da minuscole goccioline d'acqua e, talvolta, da cristalli di ghiaccio. Le nubi “bianche” che osserviamo nelle giornate serene riflettono e diffondono la luce solare in tutte le direzioni: la luce, composta da diverse lunghezze d'onda, viene sparsa in modo uniforme e i nostri occhi percepiscono il bianco. 

Nel caso delle nuvole temporalesche, la situazione cambia radicalmente. Queste nubi sono molto più spesse e dense: possono estendersi per diversi chilometri sia in verticale sia in orizzontale. La grande quantità di acqua contenuta al loro interno assorbe e disperde una parte significativa della luce solare.

In pratica, meno luce riesce ad attraversare la nube e a raggiungere la sua base. Inoltre, le goccioline più grandi e numerose favoriscono una diffusione della luce meno efficiente rispetto alle nubi sottili. Il risultato è che la parte inferiore della nube appare scura agli osservatori a terra. Un altro fattore importante è la posizione del sole. Quando il temporale è vicino o il cielo circostante è già coperto, la luce diretta diminuisce ulteriormente. La nube viene quindi illuminata principalmente dall’alto o lateralmente, accentuando il contrasto tra la sua sommità luminosa e la base in ombra.

Infine, la percezione del colore scuro è amplificata dal confronto con l'ambiente circostante: se il paesaggio è ancora illuminato, la nube appare ancora più cupa. Questo contrasto visivo è uno dei segnali più chiari dell'arrivo di precipitazioni intense.

In sintesi, le nuvole temporalesche appaiono scure perché la loro struttura densa e spessa impedisce alla luce solare di attraversarle completamente. E’ un perfetto esempio di come fenomeni complessi possono essere spiegati attraverso principi fisici semplice, rendendo il cielo un laboratorio naturale sempre affascinante da osservare.

da Internazionale del 05/06/2026

Inferocita

di Giovanni De Mauro


Ha fatto bene Francesco De Gregori a dire che non ha niente da dire su Gaza e che non capisce chi invece vuole dire la sua? I social media hanno l’enorme potere di amplificare ogni presa di posizione, in particolare quelle più estreme. Sono anche gratificanti, con i loro like, e trasformano quello che potrebbe somigliare a un dibattito pubblico in un disordinato incontro di wrestling, con la folla inferocita che tifa per l’uno o per l’altro e che preme per salire a sua volta sul ring. Le discussioni diventano una forma di intrattenimento. Ma non è una novità.

Prima ancora dei social media, dove gli spettatori hanno un ruolo attivo con i like e i commenti, ci sono stati i talk show televisivi con il loro pubblico di tifosi. E si potrebbe risalire indietro nel tempo, passando (solo per citare alcuni precedenti illustri) dai dibattiti tra Abraham Lincoln e Stephen Douglas sulla schiavitù (sette incontri ognuno di tre ore e davanti a grandi folle che interrompevano e urlavano) o le dispute quodlibetali di epoca medievale nelle università di Parigi, Bologna o Oxford.

E prima ancora: nel quinto secolo avanti Cristo i sofisti non insegnavano forse l’arte di argomentare e persuadere? E quando in una seduta del senato romano, siamo nel 63 avanti Cristo, Cicerone si alza e chiede a Catilina fino a quando abuserà della sua pazienza, non sta forse drammatizzando il dibattito e cercando di coinvolgere il pubblico?

Ma tornando a De Gregori, qual è il ruolo degli intellettuali oggi? Quale dovrebbe essere la loro funzione nel dibattito pubblico? Finora le parole più condivisibili sembra averle dette Zerocalcare: “Se c’è una persona che ha una voce pubblica e la usa per dire cose importanti sono contento, ma obbligare a intervenire chi non se la sente o lo fa solo per avere il plauso dei like non è una cosa che fa bene neppure alla causa stessa”.


da L’Eco del Chisone del 24/06/2026

Crisi automotive. Il vescovo Derio: <<Un quadro che inquieta>>


Il vescovo di Pinerolo interviene sulla vicenda della Hanon System azienda di componenti elettriche per automotive di Campiglione Fenile che ha comunicato la decisione di voler delocalizzare in Cina la più moderna linea di produzione dello stabilimento. Non solo, durante l'ultimo incontro con i sindacati presso l’Unione Industriale a Torino ha mostrato scarsa propensione ad investire ancora in Italia.

Le parole del vescovo non lasciano spazio all'interpretazione: <<Come ha scritto Papa Leone XIV nella sua Enciclica "Magnifica humanitas": l'obiettivo di maggiori profitti non può giustificare scelte che sacrificano sistematicamente l'occupazione, la dignità umana e il bene comune>>.

Il vescovo si dice poi preoccupato per la situazione economica locale: <<Emerge un quadro che inquieta non solo la Val Pellice ma tutto il territorio pinerolese il cui tessuto produttivo sta subendo l'ondata di crisi del settore automotive e non può perdere lavoro, professionalità, investimenti>>.

Da qui l'appello rivolto a tutti i protagonisti economici e istituzionali del Pinerolese: <<Diventa fondamentale che proprio il territorio sappia muoversi insieme non lasciando da soli  i lavoratori e chi cerca soluzioni, ancor di più mentre si prospetta il confronto tra sindacati e rappresentanti della Regione Piemonte con i vertici aziendali. Conclude monsignor Derio: <<In un quadro simile alla richiesta sostenuta qualche anno fa di allargare l'area di crisi industriale complessa al Pinerolese, per aumentare gli strumenti idonei ad affrontare le difficoltà del mondo lavorativo, rimane ancora attuale>>.

Un appello a fare sistema e a discutere della crisi venne già lanciato nelle settimane scorse dalle segreterie pinerolesi di Cgil, Cisl e Uil e dalle Unioni Montane di territorio in cui si chiedeva la convocazione di: <<Un tavolo di lavoro che, partendo dall'analisi dell'impatto sociale della crisi in corso, definisca le strategie per affrontarla>>.


da L’Eco del Chisone del 24/06/2026

Lutto. Pinerolo saluta Elvio Fassone: il rigore della giustizia e la responsabilità come impegno civile


Si sono tenuti mercoledì 24 giugno, nella cattedrale di Pinerolo i funerali di Elvio Fassone, scomparso domenica 21 giugno all’età di 88 anni dopo il progressivo aggravarsi della malattia che lo accompagnava da tempo.

Fassone (magistrato, parlamentare per due mandati, scrittore) ha rappresentato una figura di alto profilo istituzionale e morale, profondamente legata al Pinerolese. 

Nato a Torino il 4 marzo 1938, laureato in Giurisprudenza all'Università di Torino, aveva orientato sin dagli anni della formazione il proprio interesse verso il diritto penale e le grandi questioni sociali connesse alla pena e al carcere. Pretore a Pinerolo, poi presidente della Corte d'Assise di Torino, aveva maturato una competenza giuridica riconosciuta e, insieme, una sensibilità rara verso la dimensione umana della giustizia.

La sua notorietà nazionale si lega in modo indissolubile al maxiprocesso alla mafia catanese celebrato a Torino nel 1985. Proprio in qualità di presidente della Corte d'Assise, Fassone firmò una sentenza di condanna all'ergastolo nei confronti di un giovane capo di cosca. Da quell'atto di giustizia nacque, il giorno successivo, un gesto inatteso: una lettera inviata dal condannato, accompagnata da un libro. Si avviò così un carteggio lungo ventisei anni, rimasto privato fino al 2015, poi confluito nel volume “Fine pena: ora” (Sellerio), diventato anche esperienza teatrale.

Quel dialogo epistolare, costruito dentro la distanza radicale tra chi giudica e chi è giudicato, rappresenta uno dei tratti più originali e profondi della sua riflessione: la domanda sul senso della pena, sui suoi limiti, sulla possibilità di interrompere il tempo dell’ergastolo ostativo, il cosiddetto “fine pena mai”.

Dal Consiglio Superiore della Magistratura, di cui fu componente tra il 1990 e il 1994, al Senato della Repubblica, dove fu eletto nel 1996 nel Collegio che comprendeva Bussoleno, Giaveno e Pinerolo, Fassone ha sempre mantenuto uno stile di presenza istituzionale sobrio e rigoroso. In Parlamento ha ricoperto incarichi di rilievo nella Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari e nel Comitato parlamentare per i processi d’accusa. E’ stato autore di saggi significativi, lavori in cui emerge una stessa tensione: tenere insieme legalità e umanità, senza ridurre la pena a sola retribuzione.

Nella sua biografia si intreccia anche una rete di relazioni culturali e personali significative, tra cui l'amicizia con Roberto Benigni, più volte in dialogo ideale con i suoi scritti e con la riflessione sul valore costituzionale della dignità. In particolare per lo spettacolo "La più bella del mondo" Roberto Benigni si è ispirato profondamente alle riflessioni di Elvio Fassone sulla Costituzione “amica".

Fassone è stato per i Pinerolesi un punto di riferimento morale e civile, riconosciuto per autorevolezza e misura. 

Alla competenza giuridica ha sempre unito una postura di generosità concreta, spesso silenziosa, mai esibita né usata come strumento di consenso. Un modo di intendere il servizio istituzionale distante dalle logiche di marketing politico di oggi, e radicato nella responsabilità personale.


sabato 11 luglio 2026

da Adista del 27/06/2026

Il lato oscuro della visita del papa in Spagna: la reticenza sugli abusi


Pace e migrazioni sono stati i temi che hanno contraddistinto il recente viaggio del papa in Spagna: esposti nella loro reale complessità e con indubitabile chiarezza, davanti a folle sempre presenti e plaudenti, sono le imprescindibili sfide indicate da Leone XIV per un futuro dell'umanità che sia sostenibile, degno e vissuto secondo le indicazioni evangeliche.

Parole e temi attesi, quelli del pontefice, nell'attuale tesissima contingenza storica, ma non accompagnati da altri, altrettanto attesi, riguardanti più direttamente la vita ecclesiale in Spagna, in primis gli abusi sessuali commessi su minori da membri della Chiesa, a partire da preti e religiosi. E sono tanti: quando, un paio di anni fa, il “Defensor del Pueblo” Angel Gabilondo ha pubblicato il rapporto commissionatogli sull’argomento dal Parlamento, la Spagna emerse come il Paese con il maggior numero di vittime al mondo: l’1,13% dell’attuale popolazione adulta, 440.000 persone circa.

In particolare, la comunità autonoma di Catalogna - secondo il database che El Pais ha iniziato a costruire nel 2018, il più completo - registra, afferma il quotidiano, <<il maggior numero di casi di pederastia del clero: 236 accusati e almeno 506 vittime. Il più antico è datato 1941 e il più recente nel 2024. Per provincia, 176 di questi casi si sono verificati a Barcellona, 22 a Tarragona, 20 a Lérida e 11 a Girona. Nelle restanti cinque, la provincia è sconosciuta. Per istituzioni, l’arcidiocesi di Barcellona è quella con il maggior numero di abusi, 44. A essa seguono gli ordini dei Maristi (36), dei Gesuiti (31), La Salle (18), dei Piaristi o Scolopi (10) e dei Claretiani (9). Negli Agostiniani, l’ordine a cui appartiene il papa, non ce n’è nessuno. In totale, in almeno 31 di questi casi ci sono accuse o sospetti di insabbiamento>>.

Le parole che non ti dico

Eppure in Catalogna il papa non ha mai pronunciato la parola pedofilia, neanche nell’abbazia di Montserrat, simbolo della Chiesa e identità della Catalogna, ma anche simbolo dello scandalo degli abusi sessuali ecclesiastici. E’ stato in questo luogo che è emerso uno dei casi più gravi di questa comunità autonoma, scoperto da El Pais nel gennaio 2019: gli ultimi tre abati del monastero, <<quelli precedenti a quello attuale>>, ricorda oggi il quotidiano, <<hanno insabbiato abusi per decenni e sono emerse accuse contro tre frati con almeno 15 vittime. Nessuno di loro ha ricevuto un risarcimento, tranne l'ultima conosciuta, a seguito di una condanna giudiziaria nel 2024, secondo i dati di Miguel Hurtado, la prima vittima a venire alla luce. (…) L’abbazia stessa si è scusata pubblicamente e ha ammesso gli abusi in un rapporto del 2019>>. Neanche l’attuale abate, Manuel Gasch i Hurios, in carica dal 2021, <<ha menzionato la questione nel suo discorso>> al papa, precisa l’articolo.

Non che papa Prevost abbia taciuto l’argomento. Durante la permanenza a Madrid, davanti ai vescovi nella sede della Conferenza episcopale, ha parlato di <<coloro che sono stati feriti proprio da coloro che dovevano prendersi cura di loro, anche da membri del clero>>, una <<piaga>>, una <<ferita aperta>>.


da Internazionale del 03/07/2026

Conseguenze per l’economia

di Financial Times, Libération


Il caldo estremo sta diventando un fattore di rischio strutturale per l'economia, e l'Europa è tra le regioni più esposte. Lo sostiene uno studio della compagnia di assicurazioni Allianz, secondo cui l’Europa ha "un tessuto urbano denso, progettato per trattenere il calore" e una diffusione dei sistemi di climatizzazione che arriva al 19%, rispetto al 90% negli Stati Uniti. L'impennata della domanda ha comunque portato alle stelle i prezzi dell’energia elettrica, mentre le alte temperature riducono la produzione delle centrali a gas e solari.

Che costi avrà tutto questo? La produttività del lavoro diminuisce di circa il 3% per ogni grado in più tra i 30 e i 35°. Allo stesso tempo, il consumo energetico aumenta di circa l'1,2% per ogni grado oltre i 30°, facendo lievitare i costi per le aziende. Questo rischia di ridurre la produzione, gli investimenti e il gestito fiscale. Se i cinque anni più caldi tra il 2014 e il 2024 si ripetessero tra il 2026 e il 2030 si avrebbero perdite complessive del Pil tra il 5 e il 7% in Francia, Germania, Italia e Spagna.

Secondo Robert Marks della società di consulenza Oxford Economics, temperature tra i 30 e i 40° possono causare "notevoli perdite di produttività e compromettere le attività nell'edilizia, in agricoltura, nell'industria manifatturiera, nel commercio al dettaglio, nel settore alberghiero e in altri ambiti che rappresentano in media il 35% dell'economia nell'Europa occidentale”.

In Francia il caldo ha fatto aumentare la mortalità negli allevamenti, in particolare in quelli di suini e pollame. Il ritmo dei decessi è tale che il servizio di smaltimento delle carcasse non riesce a tenere il passo. Per questo è stato permesso ai singoli allevatori di seppellire il bestiame morto nei loro terreni. Oltre all'elevata mortalità, anche la produttività degli animali che soffrono il caldo ne risentirà, in particolare si attendono ricadute sulla produzione di uova.


da Internazionale del 03/07/2026

Il clima dell’Europa è già cambiato

di Edward Chen, Nature, Regno Unito


Mentre la seconda ondata di caldo eccezionale del 2026 in Europa infrange i record di temperatura, molti si fanno le stesse domande: è questa la nuova normalità? Il clima europeo è cambiato in modo sostanziale?

Secondo gli scienziati contattati da Nature un'attività un’ondata di caldo che dura 4 o 5 giorni, con Londra che sfiora i 40°, è  un’anomalia. “E' assolutamente fenomenale", dice Sarah Perkins-Kirkpatrick, climatologa dell'Australian national university di Canberra. Ma i ricercatori avvertono anche che gli europei possono aspettarsi di vedere più eventi di questo tipo con l'avanzare del cambiamento climatico.

“Le ondate di caldo sono destinate a continuare, a meno che non chiudiamo il rubinetto delle emissioni di gas serra”, afferma Samantha Burgess, vicedirettrice del servizio sul cambiamento climatico di Copernicus al Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine. “Sono più frequenti, sono più intense e durano più a lungo”.

Quello su cui ricercatori non sono d'accordo è con quanta rapidità Europa sia passata da un clima in cui le estati erano fresche e piacevoli e le persone potevano lasciare aperte le finestre a uno dominato dal caldo estremo e dai dubbi sull'opportunità di comprare un condizionatore.

Un'analisi pubblicata il 26 giugno ha esaminato le temperature in 854 città europee, che ospitano il 30% della popolazione del continente, stabilendo che quasi la metà ha superato i record assoluti di stress termico e lo avrebbe fatto nei giorni successivi. Tutte le città considerate in Repubblica Ceca, Lituania e Lussemburgo hanno toccato valori senza precedenti, ha concluso la ricerca realizzata dal World weather attribution, un'organizzazione internazionale che studia gli eventi meteorologici estremi.


da Confronti di 06/2026

E’ già campagna elettorale

di Giancarla Codrignani


I partiti che la Costituzione fa organi della partecipazione risultano al momento incapaci di farsi motore di interessi comuni che leghino i princìpi alle esigenze pratiche di ciò che si chiama “politica”. Anche il mood del Paese tende alla frammentazione delle tendenze correntizie più che alla conservazione dei rapporti democratici. 

Se le vecchie ideologie chiedevano subalternità, le idee nella libertà non crescono se manca l’informazione sui possibili orientamenti. Oggi solo il Pd si definisce partito, mentre nella prima Repubblica tutti si richiamavano alla forma-partito: comunista, socialista, liberale o democristiano e il nome esprimeva direttamente “che cosa rappresentavano”. Sono diventati in-significanti: M5s, Italia viva, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Azione, a nominarli, non trasmettono più segnali. La gente non sospetta del populismo e giudica i fatti secondo il metodo dei like sullo smartphone, anche se i connotati del mondo stanno cambiando. 

All’inizio del 2027 la campagna elettorale si ridurrà alla presentazione dei/delle candidati/e? O i responsabili politici e sociali sentono la responsabilità di fare di tutto per allertare, prima di Natale, circoli, associazioni, parrocchie, sindacati a fare cultura, rievocare princìpi e magari ragionare su che cosa la pace perpetua significava per Kant o quale difesa dei diritti insegnano ancora Norberto Bobbio e Stefano Rodotà? La previsione per il rientro dalle vacanze (ridotte perché ci possiamo permettere meno lussi), anche con la ripresa della circolazione a Hormuz, non è rosea: l’autunno sarà caldo. Il ministro Giorgetti ha avvertito la presidente che sta arrivando la recessione e Christine Lagarde ha invitato a non contare su aiuti europei perché anche la Bce avrà problemi. Le crisi economiche producono instabilità politica e, accompagnate da elezioni, impongono ai partiti progressisti strategie per le prossime campagne elettorali – così anche in Francia e Germania – se non vogliono perdere: infatti i margini tra gli opposti blocchi è fin d’ora relativamente piccola e comunque preoccupante.

Nel contesto europeo l’Italia è particolarmente inquieta: debito crescente, è ormai ultima nella graduatoria dei bilanci europei e la Meloni, già travagliata dalle discordie interne, vedrà franare le sue strumentali dichiarazioni. Fin qui le ha raccontate bene, ora dovrà reggere non le contestazioni dell’opposizione, ma la critica degli italiani che vedono già crescere la spesa nei carrelli della spesa: la disuguaglianza morde in modo differenziato e c’è chi non va più del dentista o non può pagare la badante del nonno, ma ci sono quelli che fanno la fila alla Caritas. Tema centrale sempre il lavoro: occorre dire che cosa si farà sulla sicurezza (troppi i morti per incidenti), contro il lavoro nero, per le garanzie contrattuali, per i rider, contro il caporalato, per gli immigrati che ormai rendono necessarie regole “giuste”, dato che le guerre mediorientali e la siccità porteranno nuovi esodi. 

Elly Schlein attacca con energia il governo e le Tv portano la segretaria del Pd all’attenzione della gente; ma occorre più chiarezza per unire tutte le forze progressiste: importante rassicurare le piazze, dove Giuseppe Conte gareggia scopertamente contro Schlein per diventare “Conte 3”. È un gran peccato non aver portato il Pd a Congresso per chiarire tendenze e umori. 

I giovani, ritenuti pronti al ritorno, chiedono autonomia: non si fidano dei partiti e vogliono essere ascoltati. Come le donne che sono il 52% dell’elettorato e non una componente sociale come i bambini, gli anziani, i lavoratori, ma la metà di tutte le categorie.

I toni barricaderi per ora si lascino al sindacato, i politici evitino il populismo anche di Sinistra: è necessario annunciare le proprie proposte e, soprattutto, riproporre la cultura della Sinistra, comunque la si chiami a difesa della democrazia. Sullo sfondo fanno danni le guerre e i dazi del mercante pazzo che ha devastato il diritto internazionale. 

Rimedi? Prima di tutto anche per votare bene, valorizziamo l’Europa che, in qualunque situazione, resta l’ancora di salvezza anche per noi italiani, ancora poco affettuosamente europeisti.