venerdì 27 maggio 2022

L'INSUCESSO

 Ero prete da meno di un anno . 

Ricordo che, compiute alcune scelte nette, alcuni amici  mi dissero: "Su questa strada non avrai mai successo e non farai carriera, devi cambiare il passo..."

Credo che fossero assai lungimiranti.

Mi è proprio capitato così.

Ma non aver successo, non fare carriera sono due tratti  della mia vita  che hanno segnato le mie scelte e le mie esperienze.

Forse questo "insuccesso" è stata per me una grande benedizione e spero di mantenermi nel più totale insuccesso fino all'ultimo dei miei giorni.

Sono debole: ho avuto nella mia lunga vita tante volte bisogno del "vento di Dio" per restare su questo sentiero dell'insuccesso.

Franco Barbero

DETTO SAPIENZIALE

 Il preferito

"Un giorno, venne chiesto ad un uomo , ritenuto molto saggio: "Hai molti figli, quale di essi  è il tuo preferito?"

Ed il saggio rispose: "Il figlio che preferisco, 

è il più piccolo, finché non è cresciuto;

è quello che è assente finché non ritorna;

è quello che è malato, finché non guarisce;

è quello che è in prigione, finché non è liberato;

è quello afflitto, finché non è consolato".


Persia da "Reveil".

AFRICA

 Da Rabat a Città del Capo, chi fa finta di niente e chi si arruola tra i tifosi di Mosca

Nel Nordafrica l'unico quotidiano che si occupa della guerra in maniera esaustiva e l'egiziano Al Ahram. Marocco e Algeria gliassano: il Marocco per non interferenza (stessa linea dei giornali nigeriani, anche se Lagos all'Onu ha condannato la Russia), l'Algeria per via dei rapporti stretti con Mosca e Pechino. In Mali, altro Stato astenuto, fanno notizia i mercenari russi del gruppo Wagner che combattono la guerriglia islamista. Vicine a Mosca anche la stampa etiope e quella sudafricana: il Cape Times parla di fallimento delle sanzioni economiche dell'Occidente.


 Millennium maggio 2022 




SHIREEN, LA GIORNALISTA PALESTINESE UCCISA DELIBERATAMENTE

 Cosa sappiamo dell’uccisione di Shireen Abu Akleh, nota giornalista di Al Jazeera


Ansa 12/5
 
Mercoledì mattina Shireen Abu Akleh, nota giornalista palestinese-americana di Al Jazeera, è stata uccisa mentre stava seguendo per lavoro un’operazione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin, nella Cisgiordania settentrionale. Abu Akleh è stata colpita da un proiettile alla testa ed è morta poco dopo in ospedale. Insieme a lei c’era un altro giornalista palestinese di Al Jazeera, Ali al Samoudi, che è stato ferito da un proiettile alla schiena e ora è in condizioni stabili. Entrambi erano riconoscibili come giornalisti perché indossavano giacche blu con la scritta Press, cioè “stampa”, ed elmetti di protezione.
Il ministero della Salute palestinese e Al Jazeera hanno detto che Abu Akleh è stata uccisa deliberatamente dalle forze di occupazione israeliane. L’esercito israeliano ha fatto sapere di avere aperto un’indagine, ma nelle prime ore dopo la morte di Abu Akleh ha avanzato l’ipotesi, senza fornire molti dettagli, che sia stata uccisa da alcuni militanti palestinesi.
Abu Akleh aveva 51 anni ed era un volto molto noto del giornalismo televisivo in Medio Oriente: lavorava come corrispondente per Al Jazeera dalla Palestina da 25 anni e si era sempre occupata di raccontare l’occupazione israeliana e le rivolte palestinesi fin dalla seconda intifada, iniziata nel 2000. Era nata a Gerusalemme e viveva tra Gerusalemme e Ramallah, in Cisgiordania, dove era nota per i suoi reportage televisivi. Aveva vissuto negli Stati Uniti dove aveva ottenuto la cittadinanza americana per via di una parte della famiglia materna residente in New Jersey.
Husam Zomlot, ambasciatore dell’Autorità palestinese nel Regno Unito ha definito Abu Akleh «la più importante giornalista palestinese» e la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki ha detto di lei che era una «leggenda del giornalismo». Il New York Times ha scritto che era diventata un nome familiare tra palestinesi e arabi in tutto il Medio Oriente, ispirando molti e molte a seguire il suo percorso professionale.
L’intervento nel campo profughi di Jenin in cui è morta Abu Akleh era stato annunciato dall’esercito e dalle forze di sicurezza israeliane per arrestare «sospetti terroristi» accusati di aver preso parte ad alcuni recenti attacchi contro Israele. Al Samoudi, il giornalista che accompagnava Abu Akleh e che è stato colpito insieme a lei, ha raccontato: «stavamo andando a riprendere l’operazione militare israeliana quando improvvisamente siamo stati colpiti senza che ci venisse chiesto di smettere di riprendere. Il primo proiettile ha preso me, il secondo Shireen» e ha aggiunto che «in quella situazione non c’era resistenza militare palestinese». Online circola un video che mostra il momento successivo allo sparo contro Abu Akleh, con il suo corpo a terra e alcune persone che provano ad avvicinarsi mentre gli spari continuano.
CNN ha scritto che la ricostruzione dell’accaduto è ancora incerta, ma che tre testimoni hanno raccontato che i due giornalisti sono stati colpiti dalle truppe israeliane e che non c’erano militanti palestinesi vicino a loro in quel momento.
Il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas ha detto che ritiene il governo israeliano pienamente responsabile e che «prendere di mira i giornalisti per oscurare la verità e commettere crimini di nascosto» fa parte della politica di occupazione israeliana. Un altro giornalista presente ha detto a CNN che era evidente che l’obiettivo fosse Abu Akleh e in generale la squadra di giornalisti arrivata sul luogo.
La versione del governo israeliano è che non sia al momento possibile accertare come siano andati i fatti ma che, al contrario dei soldati israeliani, i palestinesi abbiano sparato in modo incontrollato e che quindi sia probabile che i due giornalisti siano stati colpiti da loro. L’esercito ha pubblicato su Twitter un video che mostra un uomo palestinese sparare in un vicolo nel campo di Jenin, ma una dettagliata indagine dell’ong israeliana per i diritti dei palestinesi B’Tselem ha verificato che il luogo dove questo è avvenuto è diverso e piuttosto lontano dal punto in cui è stata colpita Abu Akleh.
Il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha detto di aver chiesto all’Autorità palestinese, l’entità parastatale palestinese che governa la Cisgiordania, di condurre un’inchiesta condivisa per accertare quanto sia successo, ma secondo BBC non è chiaro se l’abbia effettivamente fatto, dato che un ministro palestinese ha smentito che sia arrivata un’offerta del genere dal governo israeliano.
Giovedì mattina a Ramallah è iniziata la cerimonia funebre di stato per Abu Akleh, che si concluderà con la sepoltura a Gerusalemme venerdì. Il corpo è stato trasportato al palazzo presidenziale circondato da una folla di centinaia persone e il presidente Mahmoud Abbas ha fatto un discorso in suo onore.

MEDICI IN AFFITTO

 Affittasi medico, la Sardegna insiste

Andrea Sparaciari

Allargare l’utilizzo dei “medici in affitto” a tutti i Pronto soccorso della Sardegna. È il disegno dell’Ares, l’azienda regionale della Salute, creatura partorita dalla maxi-riforma della sanità del governatore Christian Solinas per ordine della Lega (non a caso a dirigerla è la manager veneta Annamaria Tomasella). Per tamponare la grave carenza di medici, Ares sta infatti per indire una gara d’appalto da 6 milioni per cooptare medici temporanei. Di fatto, si tratta di un allargamento dell’esperimento iniziato un anno fa all’ospedale Delogu di Ghilarza (Oristano), dove erano planati medici affittati dalla Mst Group di Vicenza. Un presidio gestito totalmente da medici esternalizzati.

L’appalto (che doveva essere temporaneo) è stato esteso infatti al pronto soccorso dell’ospedale San Martino di Oristano (ottobre 2021) e recentemente anche quello di Bosa. Già allora il ricorso ai medici temporanei della Mst aveva fatto discutere, anche perché l’ospedale di Oristano (170 mila persone il bacino d’utenza) lanciò un’offerta di lavoro (su Facebook) nella quale specificava di cercare medici che non fossero specialisti di primo soccorso né di emergenza. Bastava, come raccontò il Fatto, essere “operatori in possesso della Specializzazione equipollente o in subordine affine alla Medicina e Chirurgia d’accettazione e d’urgenza”, cioè a chiunque avesse una laurea in medicina. Del resto, spiegava ancora l’annuncio, non erano “richiesti specialisti o figure particolari, si tratta di effettuare un triage avanzato e chiamare lo specialista appropriato che si farà carico del paziente. Esempio: se arriva il dolore toracico, chiamate il cardiologo. Compenso: 700 euro a turno di 12 ore”.

Un format che Ares intende moltiplicare su tutta l’isola, con costi, per le casse pubbliche, che rischiano di esplodere. Per i soli tre ospedali della Asl di Oristano, Regione Sardegna per i medici in affitto fino a oggi ha già speso oltre 1,5 milioni, rispetto a una previsione iniziale di spesa di 690 mila. Per coprire un turno di 12 ore il sistema sanitario regionale riconosce alla Mts 945 euro. Non solo, siccome i medici in affitto possono curare solo codici bianchi e verdi, i casi gravi vengono dirottati sugli specialisti interni degli ospedali. Ma questi sono in numero insufficiente, quindi da mesi oltre ai loro turni, negli ospedali esternalizzati, gli interni fanno prestazioni extra, pagate a gettone. Gli straordinari, insomma. Andando così a far aumentare i costi. “È un vero paradosso – commenta il dottore Fabio De Iaco, presidente della Società Italiana della medicina di emergenza-urgenza (Simeu) – si pagano costi altissimi per triage avanzati (che non sono pronto soccorsi) che rimarranno vuoti, perché i casi gravi saranno curati altrove. Ma queste strutture ci sono già, si chiamano guardie mediche e costano un decimo...”.

Il Fatto Quotidiano, 20 maggio


NON ABBANDONIAMO LE DONNE AFGANE

 

Non abbandoniamo le afgane

The Guardian, Regno Unito

Vent'anni fa, quando i diritti delle donne erano usati per giustificare l'invasione dell'Afghanistan, le fotografie dei burqa blu erano l'immagine simbolo della vita sotto il regime dei taliban. Ora i taliban hanno nuovamente ordinato alle donne di coprire il volto in pubblico. Le afgane hanno protestato, ma stavolta non c'è stata nessuna reazione internazionale. È vero che l'Ucraina sta monopolizzando l'attenzione di tutti, ma questa indifferenza è dovuta anche al fatto che gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali vogliono lasciarsi alle spalle il fallimento in Afghanistan, e che al di là della retorica i diritti delle donne hanno scarsa priorità.

Anche se i taliban sostengono che l'uso del burqa sia una questione di tradizioni, solo nelle aree rurali più conservatrici è così. Per il resto delle afgane si tratta di un'imposizione estranea e sgradita. In ogni caso per loro il vero problema non è tanto l'obbligo di coprire il volto, ma il fatto che questo è solo l'ultimo tentativo di impedirgli di lavorare e partecipare alla vita pubblica, e di affidare agli uomini il controllo sul loro corpo. Le autorità hanno anche suggerito che dovrebbero restare in casa il più possibile. Le donne non possono nemmeno decidere autonomamente quali rischi correre, perché sono i loro guardiani maschi a rischiare di essere multati, arrestati o licenziati.

La repressione crescente ha spazzato via la pretesa secondo cui i taliban sarebbero cambiati rispetto all'ultima volta in cui governarono l'Afghanistan. Il fatto che i taliban non abbiano rispettato l’impegno di permettere alle ragazze più grandi di studiare in tutto il paese ha evidenziato una spaccatura interna. Alcuni religiosi hanno chiesto che le adolescenti potessero tornare a scuola, e in alcune aree del paese questo è successo. Ma altri segnali lasciano pensare che il potere della fazione più rigida si stia rafforzando.

In gioco non c'è solo la libertà delle donne, ma anche la sopravvivenza delle famiglie nel collasso economico del paese. A marzo la Banca mondiale ha bloccato dei progetti di sviluppo da 600 milioni di dollari a causa della violazione dei diritti delle donne. Secondo le Nazioni Unite le restrizioni sul lavoro femminile sono costate all'Afghanistan un miliardo di dollari.

Gli altri paesi hanno poco margine di manovra, ma devono ribadire con decisione il loro sostegno alle afgane. Dovrebbero smettere di inviare a Kabul delegazioni composte da soli uomini, e usare gli aiuti come leva: finanziare l'istruzione nelle aree dove anche alle ragazze è concesso di studiare potrebbe mettere pressione sulle comunità vicine. Le donne afgane non saranno "'salvate", come dicevano di voler fare un tempo gli occidentali, ma non devono neanche essere abbandonate. Devono essere ascoltate e ricevere tutto il sostegno che gli può essere offerto. as

Internazionale, 13 maggio

POPOLO CURDO ANCORA PERSEGUITATO

 Turchia. I curdi rischiano di essere traditi ancora una volta dall’occidente

di Futura d’Aprile

Il Domani, 21 maggio 2022

Il presidente Erdogan ha chiesto a Finlandia e Svezia di mettere fine ai legami con il Partito dei lavoratori e con l’Amministrazione autonoma del Rojava in cambio dell’adesione alla Nato. Per il capo di stato turco Pkk, Amministrazione autonoma del Rojava e semplici cittadini scandinavi appartenenti all’etnia curda e presenti anche nel Parlamento svedese rappresentano indiscriminatamente una minaccia alla sicurezza. Erdogan usa ancora una volta le debolezze dell’Occidente a suo vantaggio, con l’obiettivo di colpire anche in Europa una minoranza che perseguita da anni tanto in patria quanto all’estero nell’indifferenza generale
Il veto turco all’entrata di Svezia e Finlandia nella Nato ripresenta l’irrisolta questione curda, riaccendendo i riflettori sul destino di un popolo più volte usato come moneta di scambio tra grandi potenze. Per avere un’idea del trattamento generalmente riservato ai curdi basta osservare quanto accaduto in Siria. I combattenti delle Unità di protezione del popolo, le Ypg e le Ypj, sono stati fondamentali per la sconfitta dello Stato islamico, tanto da essere stati descritti per anni come degli eroi. Il mito dei combattenti curdi però è tramontato non appena l’Isis è stato sconfitto.
Il tradimento in Siria - Con la caduta del Califfato, l’attenzione mediatica è rapidamente calata fin quasi a scomparire, mentre i governi occidentali che grazie ai curdi hanno potuto contribuire alla guerra contro l’Isis con il solo supporto aereo si sono presto disinteressati dei loro alleati. Pochi mesi dopo la conquista dell’ultima roccaforte dello Stato islamico, l’allora presidente americano Donald Trump ha persino permesso alla Turchia di attaccare il nordest della Siria, spostando le truppe a presidio dei soli giacimenti petroliferi presenti più a est. Grazie a questa manovra americana, ad ottobre del 2019 Ankara ha potuto lanciato una nuova operazione, Sorgente di pace, conclusasi con la creazione di una zona cuscinetto tra il Kurdistan siriano e la Turchia. A discapito dei curdi, che hanno dovuto abbandonare quei territori faticosamente liberati dalla presenza dello Stato islamico.
Una volta terminata la guerra contro l’Isis, l’Amministrazione autonoma del Rojava è stata lasciata sola anche nella gestione dei prigionieri e delle loro famiglie, foreign fighters compresi. Molti paesi occidentali infatti si sono rifiutati di riprendersi i loro cittadini detenuti nelle carceri curde perché non possiedono gli strumenti normativi adatti per processarli né programmi per il loro reinserimento in società.
Questo compito è stato così affidato ai curdi, privi per ovvie ragioni dei mezzi adeguati per gestire una situazione così esplosiva. A causa delle precarie condizioni di vita, i campi profughi e le carceri allestite dall’Amministrazione autonoma sono diventati terreno fertile per la radicalizzazione, il che rappresenta un rischio per la sicurezza tanto dei curdi quanto della comunità internazionale, che avrebbe ben poco da guadagnare dalla rinascita dell’Isis o di altre forme di estremismo. Il disinteresse occidentale verso il Rojava ha anche permesso e permette tutt’oggi alla Turchia di attaccare i curdi siriani, ampliando la fascia di territorio sotto il proprio controllo anche grazie all’impiego di combattenti provenienti dalle fila di al Qaida e di altre organizzazione islamiste.
L’Iraq e il gas - Ma le mire di Erdogan non si limitano al solo Kurdistan siriano. Ad aprile il presidente turco ha lanciato una nuova operazione contro il Pkk, il Partito dei lavoratori considerato dalla Turchia un’organizzazione terroristica, attaccando il nord dell’Iraq. Le vittime di questa nuova azione militare, però, sono anche civili curdi e yazidi, appartenenti questi ultimi a quella minoranza brutalmente perseguitata dall’Isis e ugualmente dimenticata dall’occidente una volta caduto il Califfato. In passato, le campagne militari lanciate dalla Turchia in Iraq del nord erano state fortemente condannate da Usa e Unione europea a causa del numero di vittime civili, ma questa volta le critiche sono state molto più contenute. Per Washington e Bruxelles, il ruolo di mediatore ricoperto da Erdogan nella guerra in Ucraina è troppo importante per entrare in rotta di collisione con il presidente turco.
Finlandia e Svezia - Con il veto imposto da Ankara alla richiesta di ingresso nella Nato di Finlandia e Svezia, i curdi rischiano di essere nuovamente traditi dall’occidente. Erdogan vuole che Helsinki e Stoccolma mettano fine al loro rapporto con l’Amministrazione del Rojava e che accettino le richieste di estradizione dei membri del Pkk, trattati dai paesi scandinavi come rifugiati politici a causa della persecuzione a cui curdi sono sottoposti in Turchia.
Tra le richieste del presidente turco rientra anche la fine dell’embargo alla vendita di armi imposto da Svezia e Finlandia nel 2019 proprio in risposta agli attacchi contro i curdi in Siria del nord. In un’ottica più generale, stando alle parole di Erdogan, i paesi scandinavi dovrebbero tenere finalmente conto delle preoccupazioni turche relative al terrorismo, legate anche alla presenza di un’importante diaspora curda in Finlandia e Svezia e all’elezione di alcuni politici di origine curda nel parlamento di Stoccolma.
Nella narrazione imposta dal presidente turco, dunque, Pkk, Amministrazione autonoma del Rojava e semplici cittadini scandinavi appartenenti all’etnia curda rappresentano una minaccia alla sicurezza, in un’ottica di generale discredito di una minoranza che Erdogan continua a perseguire tanto in patria quanto all’estero. Adesso sta a Finlandia e Svezia scegliere se abbracciare le politiche repressive del presidente turco o se continuare a seguire la strada della democrazia e dell’integrazione.

Corno d'Africa

Catastrofe umanitaria annunciata

Il perdurare della siccità e l'impatto del conflitto in Ucraina hanno effetti disastrosi nei Paesi del Corno d'Africa. In Etiopia, Kenya e Somalia milioni di persone rischiano di morire di fame. L'allarme viene lanciato dal Programma alimentare mondiale (Pam). Michael Dunford, Direttore regionale del Pam per l'Africa orientale ha denunciato la limitatezza dei fondi necessari per dare una risposta alla richiesta di aiuti. In Etiopia e in Somalia, Paesi che dipendono dal grano dei Paesi del bacino del Mar Nero, il costo del cibo è aumentato in modo rilevante; le spese di spedizione su alcune rotte sono raddoppiate. Tra febbraio e aprile – avverte l'Unicef – il numero di bambini che affrontano l'impatto della siccità, tra cui fame acuta, malnutrizione e sete, è aumentato da 7,25 milioni ad almeno 10 milioni. Il numero di persone con insicurezza alimentare è aumentato da 9 milioni a 16 milioni.

Franca Cicoria – ROCCA – 15 maggio 2022.

È morto Antonio Cicero

Volontario pieno di idee e di passione

Lunedì 2 maggio ha terminato la sua esistenza terrena nella sua Palermo Antonio Cicero, un volontario appassionato e attivissimo della Pro Civitate Christiana. Uomo di grande impegno e rigore, ha dato alla Pcc il sostegno della sua competenza, in particolare nel delicato settore economico-finanziario, legato, in primo luogo, al lavoro di ospitalità. Lo ha svolto con grande determinazione e professionalità. Di Antonio Cicero nessuno può non ricordare l'entusiasmo che metteva nella vita fraterna, l'estro e l'umorismo che lo rendevano uomo di comunità, pur con un temperamento forte e pronto a difendere con grinta le sue idee. Nei decenni di vita comunitaria, spesi in Assisi con numerosi incarichi e in Sicilia accanto alla nutrita pattuglia di volontari che hanno annunciato il Vangelo «ai crocicchi delle strade», secondo l'insegnamento di don Giovanni, e l'appassionato apostolato di Nino Trentacoste, ha messo le sue migliori energie al servizio della comunità nella quale, con Mariasara, aveva scelto di seguire il Signore.

Franca Cicoria – ROCCA – 15 maggio 2022

La Russa o l'Ucraina?

In fondo a destra

La destra berlusconiana e quella postfascista (sopra Ignazio La Russa, oggi in FdI, quando era ministro della Difesa) non ha mai avuto problemi a fare le guerre. Semmai a muovere l'ex Cavaliere erano le amicizie. Disse sì a quelle di Bush junior (Afghanistan e Iraq) ma vacillò sulla Libia di Gheddafi. E poi è stato putiniano a tutto tondo.

Millennium maggio 2022

giovedì 26 maggio 2022

DETTI ISLAMICI DI GESU'

 "Cristo ha detto: "Il mondo è un ponte: oltrepassatelo senza costruivi sopra". Gli dissero: "Profeta di Dio, se ci ordinassi di costruire un edificio dove rendere culto a Dio.."

Rispose: "Andate a costruire un edificio sull'acqua". Replicarono: "Come può reggersi una costruzione sull'acqua?". Rispose: " Come può reggersi il culto in presenza dell'amore per il mondo?".

Da "I detti islamici di Gesù", Sabino Chialà, pag,108. 

Nota: 

E' buona cosa costruire un luogo di culto a Dio, ma prima di tutto bisogna vivere rapporti d'amore.

SOSPESI I VOLI PER TEMPESTA DI SABBIA IN IRAQ

 Iraq: nuova tempesta di sabbia, sospesi voli negli aeroporti

E' la nona tempesta di sabbia in poche settimane

Redazione ANSA
23 maggio 2022


Una nuova tempesta di sabbia abbattutasi in diverse regioni dell'Iraq hanno costretto le autorità a decretare la sospensione delle attività negli aeroporti e degli uffici pubblici. Lo riferisce la tv irachena al Iraqiya, secondo cui il premier Mustafa Kazemi ha ordinato la misura d'emergenza, già presa più volte nelle ultime settimane. Si tratta della nona tempesta di sabbia che investe l'Iraq nell'arco di un mese a causa, tra l'altro, degli effetti del cambiamento climatico e della desertificazione. Come riferisce la tv, a causa della visibilità non superiore ai 400 metri, gli aeroporti di Baghdad e di Erbil hanno sospeso il traffico aereo stamani e lo hanno poi ripristinato alcune ore più tardi. Ad aprile una persona è morta soffocata a seguito della tempesta di sabbia e circa 10mila persone sono state ricoverate con sintomi legati a insufficienza respiratoria. 


DIBATTITO

 LA LEZIONE DELLO STORICO ALESSANDRO BARBERO CHE TRA PUTIN E ZELENSKY NON SI SCHIERA - 

DA DOMANI, DI SELVAGGIA LUCARELLI

 Selvaggia Lucarelli - Domani

 20 Maggio 2022

Dall’inizio della guerra in Ucraina lo storico Alessandro Barbero ha sempre rifiutato richieste di interviste e interventi televisivi. Lo hanno cercato tutti, ha sempre risposto che preferisce evitare di infilarsi nell’aspro dibattito sul tema.

Poi però succede che qualche giorno fa decida di concedere un’intervista a un liceo, il Torricelli di Somma Vesuviana. Che quel video, un po’ nascosto, venga caricato su youtube, passando pressoché inosservato. Ed è un peccato, perché ci sono inciampata per caso e racconta il suo punto di vista, come sempre lucido e per nulla scontato.

Lo storico Alessandro Barbero non si era finora mai esposto pubblicamente sul tema della guerra in Ucraina, ma la sua opinione strettamente neutrale è emersa nel corso di un dibattito condotto insieme agli studenti di un liceo di Somma Vesuviana. “Chi vuole comprendere la realtà a mente aperta deve essere consapevole che siamo di fronte a una realtà e a due modi di raccontarla in modo propagandistico”, ha premesso.
Da un lato c’è la memoria selettiva dell’Ucraina. “Un passato di oppressione da parte dai russi e su una faticosa conquista della libertà” che esclude come “in certi momenti della lotta per l’indipendenza gli ucraini abbiano sterminato gli ebrei, siano stati anti-russi e antisemiti”. Dall’altro lato quella della Russia, che ritiene che “Il filone minoritario neo-nazista con reparti ucraini che si ispirano alla tradizione nazista e eroi nazionali che hanno collaborato con i nazisti sia un tema centrale, la caratteristica di fondo del Paese”.
Chi ha dunque ragione tra Ucraina e Russia secondo Alessandro Barbero? Nessuna delle due. “Entrambe le narrazioni sono false perché c’è un passato filo-nazista presente, con cui l’Ucraina dovrebbe fare i conti, ma anche la pura propaganda russa per cui l’Ucraina è tutta nazista”, ha spiegato. Allo stesso modo lo storico ritene errata la visione secondo cui ci sia un invasore e una vittima di invasione. “Questa osservazione tradisce l’odierno clima collettivo: noi oggi siamo trascinati da questa necessità di decidere chi ha ragione e torto e per deciderlo ci sembra che ci sia un unico elemento, ovvero quello di ricordare che un paese ha invaso l’altro”.
Sulle ragioni per cui Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina il professore parla dunque di numerosi motivi. “Uno dei problemi dell’Europa orientale post sovietica è che ci vivono minoranze russe. I russi sono stati la nazione imperiale che ha dominato tanti piccoli paesi. Quando quei paesi sono diventati indipendenti, i russi rimasti lì sono diventati minoranza guardata con antipatia e discriminata”. E conclude sul tema dell’espansione della Nato: “Poi c’è la paranoia russa. Nella cultura politica russa l’ossessione di essere aggrediti è costante, risale ai tempi delle invasioni mongole. L’Occidente aveva promesso a Gorbaciov di non allargarsi ad est e invece ha progressivamente fatto entrare nella Nato tutti i paesi dell’Europa orientale”. 



CORSO BIBLICO DI TORINO: VENERDI' 27 MAGGIO

 Venerdì 27 maggio dalle ore 16,45 alle ore 18,15 si svolge il gruppo-corso biblico a Torino presso la Libreria Claudiana in via Principe Tommaso 1.

Leggeremo e mediteremo insieme i 114 detti del Vangelo Apocrifo di Tommaso.

L'intesa è che, letti a casa questi detti, nel gruppo possa avvenire un confronto e una riflessione per la nostra fede di oggi.

Libera striglia il Piemonte: "Non usa le ville delle mafie"

 

Beni sequestrati, confiscati, a volte persino assegnati ma rimasti inutilizzati. È una situazione che il Piemonte conosce bene perché la regione, secondo la fotografia fatta da Libera Piemonte con il progetto Beni in Rete, è fanalino di coda d'Italia nel dare nuova vita ai beni confiscati alle mafie. Il 77 per cento degli immobili sequestrati oggi sono rimasti senza una destinazione.

L'associazione fondata da don Luigi Ciotti, con la collaborazione della Regione, della compagnia di San Paolo e del Dipartimento Culture, Politiche e Società dell'Università degli Studi di Torino ha contato 1034 particelle immobiliari sequestrate o confiscate in Piemonte, 793 non sono state destinate a un altro uso nonostante sia già arrivata la confisca passa in giudicato, 95 sono state assegnate ma sono rimaste comunque vuote, 146 hanno trovato nuova vita come è successo alla villa di Nicola Assisi, a San Giusto Canavese, o all'edificio di via Chambery 91, a Torino, confiscato e diventato un centro dell'Asl per le cure palliative.

Le storie a lieto fine di questo tipo sono ancora troppo poche. Peggio del Piemonte fa soltanto l'Emilia Romagna che negli ultimi 7 anni, però, si è ritrovata a gestire un numero importante di sequestri con il processo "Aemilia" arrivato in cassazione soltanto in questi giorni.

Settima regione d'Italia per numero di sequestri, seconda nel Nord Italia dopo la Lombardia, il Piemonte ha una percentuale di riutilizzo del 23 per cento, quasi la metà del resto del Paese., «Le ragioni sono diverse - spiega Maria Josè Fava, referente di Libera Piemonte - Ci sono certamente lungaggini burocratiche, i tempi per la verifica dei crediti, le attese per i ricorsi, le occupazioni di alcuni beni, e poi c'è la questione dei fondi. La maggior parte di questi beni tornano in capo a piccoli comuni, o associazioni del terzo settore che non hanno le risorse per ristrutturarle». II Pnrr ha messo a disposizione 300 milioni di euro per il recupero dei beni confiscati ma quei fondi sono destinati soltanto alle 8 regioni del Sud: «È un controsenso se si pensa che la Lombardia ha un numero di beni di gran lunga superiore al Molise».

Così succede che la villa di Salvatore De Masi, condannato con Minotauro e considerato il capo della locale della 'ndrangheta di Rivoli, confiscata nel 2019, sia ancora senza destinazione. Sono 275 metri quadri inutilizzati, un immobile che vale 600mila euro e che oggi cade a pezzi. A Miasino, in provincia di Novara, un castello, frutto dell'attività illecita di un camorrista è tornata ad essere patrimonio pubblico nel 2007, ma per diversi anni è stata gestita da una società riconducibile al boss. Sgomberata nel 2015 è stata assegnata alla Regione per fini sociali. Il bando per ristrutturarlo è stato pubblicato soltanto l'anno scorso. «Al momento non è ancora stato restituito alla collettività», denuncia Libera.

«C'è un altro fattore ed è il radicamento delle mafie nel Nord – spiega ancora Fava - É dovuto a sottovalutazioni, omissioni, inconsapevolezza e in alcuni casi anche omertà, paura e collusioni, questi elementi che riguardano la lotta alle mafie in Piemonte, riguardano anche i percorsi di riutilizzo sociale dei beni». C'è chi teme il potere dei boss, - c.roc.

La Repubblica, 14 maggio