venerdì 7 agosto 2026

 da Il Manifesto del 02/08/2026

2 AGOSTO 1980 – 2026

Vecchie e nuove ferite. Bologna in piazza alla ricerca di unità

di Alex Giuzio

L’anniversario della strage e le tensioni dopo la morte di Fakir.

Lepore: «Non cadiamo nella trappola». Il governo snobba il corteo.

L’anniversario della strage di Bologna quest’anno si intreccia con le tensioni per la morte di Abderrahim Fakir.

Potere al popolo Bologna insiste a chiedere «verità e giustizia» a dieci giorni dalla morte violenta del 42enne marocchino, che il 19 luglio ha smesso di respirare dopo essere stato fermato e tenuto a terra dalla polizia nel quartiere Pilastro. Gli attivisti hanno convocato un corteo autonomo durante le commemorazioni, in programma oggi, per ricordare le 85 vittime dell’attentato neofascista avvenuto il 2 agosto 1980 nella stazione del capoluogo emiliano. L’obiettivo di Pap è tenere alta l’attenzione sulle altre «tante ferite della città» e stragi di Stato, da Ustica alla banda della Uno bianca fino «all’uccisione di Fakir». Potere al popolo ha una posizione critica sia contro i decreti sicurezza del governo Meloni sia contro «l’amministrazione comunale che li ha applicati». Da tempo le forze della sinistra radicale bolognese sono in contrasto con le politiche securitarie del sindaco Matteo Lepore (Pd). Di fianco alla manifestazione pacifica convocata dal primo cittadino il giorno dopo la morte di Fakir un’altra piazza si è scontrata con la polizia, perciò si teme che le violenze possano ripetersi anche oggi.

INTERPELLATO dal manifesto, Lepore dice di confidare «nel senso di responsabilità di tutti. Le persone hanno diritto a manifestare le proprie opinioni, ma nessuno deve mettere in discussione il carattere unitario e solenne della commemorazione o creare tensioni». Più critico Paolo Lambertini, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage, che ha invitato «chi ha idee diverse a comprendere quali sono i valori di questa giornata e tenerle separata da altre cose, tutte legittime ma che hanno bisogno di essere distinte per non far deragliare l’attenzione».

NEI GIORNI precedenti ci sono stati anche i violenti attacchi della destra, che ha strumentalizzato gli scontri di piazza per accusare Lepore di essere contro le forze dell’ordine. Il sindaco è finito sotto scorta dopo avere ricevuto migliaia di insulti e minacce via social. Non si è trattato solo di privati cittadini, bensì di un sistema organizzato di bot e account gestiti da intelligenze artificiali, di cui oltre 6mila riconducibili a server situati negli Stati uniti. Una tecnica molto utilizzata dalla destra per alimentare la sua propaganda politica e le campagne d’odio contro gli avversari. In questo caso i bot non avrebbero commentato solo il profilo di Lepore, ma anche i post della pagina ufficiale di Fratelli d’Italia che ne chiedeva le dimissioni, per diffondere la percezione di un maggiore consenso a favore della destra. Sono inoltre state diffuse notizie false come il rifiuto della scorta al sindaco da parte dei carabinieri.

IN CASO DI SCONTRI durante il corteo di oggi, non è escluso che Meloni&co possano tornare all’attacco. Da sempre Lega e FdI sognano di conquistare il municipio bolognese, considerato una roccaforte del Pd, e l’avvicinarsi delle elezioni comunali previste per la primavera 2027 ha portato il centrodestra ad alzare i toni del dibattito. Lepore, che ha deciso di sporgere denuncia per le minacce e gli insulti, si dice preoccupato per «il clima di odio che abbiamo visto crescere in queste settimane. Bologna non deve cadere in questa trappola. Il 2 agosto deve unire la città nel ricordo delle vittime della strage e nella difesa dei valori democratici che da sempre rappresenta. Chi prova a trasformare questa giornata in un terreno di scontro fa un torto innanzitutto a Bologna e alla sua storia».

Peraltro il governo quest’anno ha deciso di non partecipare alle commemorazioni con la consueta rappresentanza di un ministro, bensì ha optato per il sottosegretario all’interno Molteni. La premier Meloni manderà un messaggio istituzionale. «Vedremo se riuscirà a sbloccare, a livello verbale, il tema della strage fascista», provoca Lambertini. «Non lo diciamo noi, lo dicono tutte le sentenze».

L’ANNIVERSARIO di oggi sarà particolare anche per un altro motivo: si tratta del primo con la sentenza passata in giudicato. Le indagini hanno appurato che i mandanti della strage furono i capi della loggia P2 Licio Gelli e Umberto Ortolani, in quanto finanziarono con ingenti somme gli esecutori e gli organizzatori. Tra questi ci furono il funzionario del ministero dell’Interno Federico Umberto D’Amato, i servizi segreti italiani e altri apparati deviati dello Stato.


 da Il Manifesto del 02/08/2026

Giorgia e l’allarme rosso per riconquistare la scena

di Andrea Colombo

Giorgia Meloni non se ne è accorta o, più precisamente, finge di non essersene accorta. Quando ha preso l’inaudita decisione di chiudere senza motivo i confini per chi arriva dalla Spagna, ma solo se ha la pelle scura, era già evidente l’assenza di pressione sui confini della patria. Quando ieri ha vergato, con la sodale socialdemocratica danese Fredriksen, una missiva rivolta ai vertici Ue per reclamare «risposta europea immediata e coordinata» ai fatti di Ceuta, era palese che di quella tempestiva risposta non c’era più alcun bisogno. Tuttavia 20 governi europei hanno apposto la loro firma in calce alla richiesta, che è stata naturalmente accolta.

Della sceneggiata isterica ed emergenziale seguita alla “invasione” di Ceuta Meloni è stata la principale regista. Ha aperto le danze e poi dato il la, pur non avendo assolutamente nulla da temere. In parte ha agito in conto terzi. Ha dato una mano allo stretto compagno d’arme Santiago Abascal, leader di Vox, ma anche ai Popolari spagnoli che si preparano a tentare la spallata contro Sánchez a braccetto con i franchisti. Facendo il gradito favore alla destra spagnola, la leader di quella italiana lo ha fatto anche a se stessa e ai leader cugini all’offensiva in tutta Europa.

Sánchez è la bestia nera tanto della destra radicale quanto di quella egemone nel Ppe, l’anomalia da eliminare prima che il contagio si diffonda, la ridotta da conquistare per chiudere il conto con la sinistra europea.

Colpire il governo di Madrid significa indebolire i rivali ovunque. La sua testa sarebbe anche un grazioso dono da offrire al capriccioso imperatore di Washington, che lo ha messo in testa alla sua lista nera da un pezzo e che non ha perso tempo nel dare man forte al coro europeo, come sempre con toni ancor più splatter. Probabilmente però la premier italiana si sarebbe mossa allo stesso modo comunque. La virata brusca dell’Europa sulla rotta dei respingimenti e della blindatura dei confini è il solo successo che Meloni possa vantare sul fronte che l’ha vista per quattro anni più impegnata, quello della politica estera.

Ceuta offriva l’occasione per piazzare indebitamente quel dossier, oggi in realtà secondario, al centro della scena europea. Meloni l’ha colta stravolgendo la realtà, inventando di sana pianta un allarme rosso inesistente, cercando e trovando un incidente internazionale assolutamente gratuito. Oggi figura come punta di una sorta di internazionale nera che la riavvicina a Trump ma anche come punto di riferimento delle politiche migratorie della civilissima Europa. Si frega le mani e la si può capire. Molto più difficile è capire la reazione di quei governi e di quell’establishment europeo che, di fronte a un attacco tanto ruvido quanto immotivato e comunque di valenza politica inaudita, hanno di fatto scelto la complicità. Se la decisione italiana di sospendere per un mese il trattato di Schengen non appare ridicola e pretestuosa qual è, se non viene bollata come colpo basso che mina deliberatamente i vincoli di solidarietà e lealtà tra i Paesi dell’Unione, è perché nessuno osa dirlo apertamente. Nessuno si smarca. Nessuno critica. Nessuno punta l’indice. Molti, anzi, si accodano.

Su tutti i leader europei grava il ricatto dell’estrema destra. Ciascuno si sente nei rispettivi Paesi assediato. Ognuno cammina sulle uova nel terrore di facilitare il lavoro agli assedianti scontentando gli umori dell’elettorato sul tema che più di ogni altro gonfia le vele di una destra sempre più radicale. Senza rendersi conto che, in questo modo, la destra radicale ha già vinto comunque. Così persino una messa in scena ai limiti del buffonesco come la sospensione di Schengen finisce per pagare chi l’ha allestita.

PREGHIERE   2  -  Il nome

 

Bellissima l’intuizione tutta ebraica

sull'impossibilità di darTi un nome.

Chiamare qualcuno per nome

significa conoscerlo e, in parte, possederlo.

Dio non si può chiamare,

perché, ogni volta che si cerca di afferrarlo, sfugge.

 

Affascinante la scelta di altri popoli

di darTi invece tanti nomi diversi,

femminili e maschili,

per cogliere manitestazioni di Te

senza la pretesa di includerle tutte.

 

La nostra società è malata:

Ti chiama spesso per abitudine,

ma non ricorda e non Ti ricorda.

Non conserva memoria di ciò che è stato.

Ineffabili saranno i giorni

in cui inventeremo nomi nuovi per noi e per Te,

dove reincontrarci, ritrovarci,

per ricordarci il passato in cui Tu c’eri,

comprendere il presente in cui sei,

meritare il futuro che ci attende,

in cui ancora una volta

Tu sarai.

Carla De Stefani


giovedì 6 agosto 2026

PREGHIERE  1 - Madre creatrice  

 

Madre creatrice, rendici consapevoli della nostra fragilità, di essere legate al supporto degli altri e delle altre, aiutaci a liberarci dalle false sicurezze che limitano la nostra crescita e insegnaci che a volte è bello farci trasportare come l'onda dal vento, farci riscaldare come fa la terra con i raggi del sole, farci rischiarare nei momenti bui da una luce esterna, farci coccolare da un abbraccio, come fa la mamma coi suoi figli e insegnaci anche ad essere attente ai bisogni degli altri e delle altre.

Katia Petrelli

 da Il Fatto Quotidiano del 31/07/2026

Francia e Usa guidano Kiev

Polonia: alert razzi “russi”

di Jo Meg Kennedy

Nella notte tra mercoledì e giovedì, le scale delle 46 metropolitane di Kiev sono state attraversate da 56 mila persone scese sottoterra per cercare riparo tra i binari. Fuggivano da quello che lo stesso ministero della Difesa russo ha definito un “attacco massiccio”, condotto con armamenti impiegati simultaneamente e in direzioni distinte. L’aeronautica ucraina ha contato 284 droni di tipo Shahed, inclusi droni esca, e 74 missili tra cui anche 4 Zircon/onyx, 9 Iskander M/S-400/KN-23, 61 Kh-101 Kalibr.

Due dei 61 missili da crociera Kh-101 hanno però deviato dalla rotta, oltrepassando il confine ucraino-polacco attorno alle 3.40 del mattino, violando lo spazio aereo polacco. Il primo è rapidamente rientrato in Ucraina, dove le esplosioni hanno colpito oltre alla capitale (un uomo ucciso e due feriti), Dnipropetrovsk (sei morti e dieci feriti), Kryvyi Rih (una bambina di 6 anni, due ragazzi di 11 e 17 anni e i loro genitori uccisi, con altri due bambini estratti vivi dalle macerie), Leopoli (34 i feriti tra cui tre bambini di 6, 13 e 15 anni) e Poltava (una persona uccisa). Il secondo missile è invece precipitato in un campo a 2 km dal villaggio di Tarnawa-Kolonia, nella provincia di Lublino, lasciando un cratere di circa dieci metri di diametro. A dirlo è stato l’esercito polacco, che, ha aggiunto di aver rilevato almeno una decina di razzi che sorvolavano l’Ucraina identificandoli come potenzialmente pericolosi per lo spazio aereo polacco.

Siamo solidali con la Polonia e continueremo a rafforzare la nostra prontezza a difenderci da qualsiasi minaccia. Questo incidente è l’ennesimo atto sconsiderato da parte della Russia e una pericolosa conseguenza della sua guerra contro l’Ucraina” ha detto il Segretario generale dalla Nato, Mark Rutte dopo l’attivazione delle difese aeree e terrestri sia polacche che dell’alleanza. A unirsi al messaggio di solidarietà e condanna anche Ursula von der Leyen, Antonio Costa, Emmanuel Macron e Friedrich Merz. Il premier polacco, Donald Tusk, invece si è affrettato a precisare che non c’era motivo di ritenere che il suo Paese fosse stato il bersaglio previsto del missile di Mosca, considerando che una violazione simile avrebbe potuto invece attivare l’art. 5 della Nato per la difesa alleata.

Alla potenziale escalation del conflitto, del lato dell’alleanza, potrebbe contribuire la notizia riportata ieri dal Financial Times sull’aiuto di intelligence Usa e francese a Kiev. Secondo alcuni funzionari ucraini infatti gli Stati Uniti e la Francia avrebbero fornito all’Ucraina l’intelligence che ha contribuito a “mappare i dispiegamenti di difesa aerea russi e a identificare i percorsi che consentono ai droni di eluderli e raggiungere obiettivi in profondità nel territorio russo” all’interno di quella che il nuovo ministro della Difesa, Yevhenii Khmara, definisce una “guerra sistemica”.

L’obiettivo non è più solo provocare incendi alle raffinerie o distruggere i serbatoi di stoccaggio, ma mantenere gli impianti fuori servizio più a lungo rendendo a Mosca ogni attacco più costoso.

da Il Fatto Quotidiano del 02/08/2026

Truppe, affari e armi: Meloni ha reso l’Italia

fedele alleata di Riad

di Lorenzo Giarelli


Accordi bilaterali da miliardi di euro, continue visite nel Golfo e una postura ben diversa dal passato. Dopo gli anni di crisi diplomatica tra l’Italia e l’Arabia Saudita (il governo Conte vietò l’export di armi al regime, responsabile dei bombardamenti in Yemen), Roma è oggi fedele alleata di Riad. Lo dimostrano le truppe italiane appena movimentate in Arabia Saudita nel bel mezzo dell’escalation con l’Iran, ma l’asse di oggi tra Meloni e bin Salman è figlio di un riavvicinamento per tappe.

Si parte da posizioni molto distanti. Ai tempi dell’opposizione, la leader di FDI parla di Riad come di un “regime” indegno persino di ospitare la Supercoppa Italiana: “Noi non abbiamo attraversato secoli di civiltà per poi ritrovarci così. Ma che schifo è?”. Arrivata a Palazzo Chigi, approfittando del riposizionamento già avviato da Draghi, Meloni manda avanti i suoi ministri. I primi a andare in visita in Arabia sono Antonio Tajani e Guido Crosetto. A febbraio del 2023, l’agenzia governativa Riad Spa riferisce di un colloquio telefonico tra il principe saudita e la premier in cui si valutano forme “di nuova cooperazione in diversi settori”. Il governo italiano non dà notizia della chiamata, mentre nelle stesse ore aveva diffuso comunicati per le telefonate con Emmanuel Macron e Pedro Sánchez. Segnali di avvicinamento.

A ottobre 2024 Crosetto riceve a Roma il suo omologo saudita, e gennaio 2025 è lui ad andare a Gedda. Ma soprattutto si muove Meloni. È il famoso vertice in tenda, pittoresca location dell’incontro tra la premier e bin Salman. È lì che si mettono le basi per la firma di una serie di accordi bilaterali che riguardano Difesa, commercio, sicurezza, sport, energia. Un pacchetto che Palazzo Chigi quantifica in oltre 10 miliardi di euro che coinvolge aziende come Leonardo, Fincantieri e Pirelli. Ma ciò che conta di più è l’intesa politica, premessa necessaria per un volume di investimenti ancora maggiore rispetto ai 10 miliardi dichiarati.

Ad aprile Meloni torna in Arabia, questa volta sperando soprattutto di strappare qualche garanzia sull’energia in piena crisi a Hormuz. A giugno sono i sauditi a venire a Roma, nella strana formula di diplomazia privata del think tank FII Institute, di cui fa parte anche Matteo Renzi: Meloni manda un video-messaggio, Crosetto partecipa in persona prima di tornare, pochi giorni fa, in Arabia per un altro summit.

Saltato lo stop all’export di bombe, riprendono quello ed altri commerci. Leonardo fa affari d’oro: nell’estate 2025 l’Arabia ordina due unità aeree dedicate alla lotta anti-incendio e al trasporto medico; a febbraio 2026 Riad ordina quattro C-27J Maritime Patrol Aircraft, pezzo pregiato dell’offerta Leonardo; poche settimane fa un nuovo ordine, stavolta di 11 elicotteri. In futuro l’Arabia punta anche a entrare nel programma Gcap, ovvero la collaborazione Italia-Giappone-Regno Unito per costruire caccia di sesta generazione. Webuild, per dirne un’altra, porta a casa un contratto da 4,7 miliardi per lo sviluppo della città saudita Neom. Sullo stesso progetto trova fortuna pure Sace, con garanzie ai prestiti per oltre 3 miliardi. Ottimi motivi per indurre Meloni a dimenticare le bizze del passato, un lusso da opposizione: il business a nove zeri varrà bene qualche centinaio di militari in aiuto del regime.

 


 da Il Fatto Quotidiano del 02/08/2026

Guerra infinita: a Kiev altre armi tra un mese

di Giacomo Salvini




L’Italia nega l’estradizione del dissidente:

 “L’Ucraina non garantirebbe i diritti”


C’è un caso giudiziario che si è trasformato in un caso diplomatico tra Italia e Ucraina. Roma continua a mandare aiuti militari, generatori e finanziamenti all’Ucraina ma non riesce a rispedire in patria un dissidente di Zelensky: l’Italia non collabora, è il senso dei dispacci che negli ultimi mesi sono stati fatti arrivare alla nostra ambasciata.

Ad aprire una frattura tra Italia e Ucraina ci si è messo Vadym Nesterenko. Nome poco noto da noi, ma che a Kiev è conosciuto per essere stato un deputato del partito Bloc dell’ex presidente Petro Poroshenko. Non solo: Nesterenko è un oligarca. Miliardario, imprenditore e presidente di Ristone Holdings, una delle più grandi imprese agricole ucraine con quasi 100 mila ettari coltivati nel Dnipro. Nel 2022, dopo la guerra, si è trasferito con la famiglia a Cipro. Ma il colpo di scena arriva il 21 ottobre scorso: arrestato a Roma all’hotel Hilton e recluso a Rebibbia. Poi trasferito ai domiciliari in una lussuosa villa della Capitale a inizio 2026. L’accusa delle autorità di Kiev è di truffa per il codice penale ucraino (in Italia l’equivalente dell’abuso d’ufficio) perché avrebbe pagato con soldi pubblici una stanza di albergo per un totale di 14 mila euro, già restituiti. Una cifra apparentemente piccola e un reato senza grosse conseguenze penali, ma che ha portato a uno scontro diplomatico tra Italia e Ucraina. Perché coinvolge anche il nostro governo. Subito dopo l’arresto, l’Ucraina ha presentato domanda di estradizione e il ministro della Giustizia Carlo Nordio – a differenza del torturatore libico Almasri – il 28 ottobre ha chiesto che Nesterenko restasse detenuto fino alla decisione sull’estradizione. Poi, il 22 dicembre, il Guardasigilli ha inoltrato la richiesta del governo di Kiev alla procura generale della Corte di Appello di Roma. Il ministro, insomma, fa il “passacarte”, per usare le sue parole sulla vicenda Almasri.

Ma il 16 marzo arriva la doccia fredda per l’esecutivo: la IV Sezione della Corte di Appello di Roma nega la richiesta di estradizione. Nesterenko deve rimanere in Italia e deve essere liberato. I giudici danno ragione ai suoi difensori Edoardo Albertario e Marina Condoleo del foro di Roma secondo cui l’estradizione non poteva essere accolta per tre ragioni: il fatto che in Ucraina ci sia la legge marziale e non siano garantite le “garanzie processuali e la tutela dei diritti fondamentali”, le condizioni (soprattutto sanitarie) del carcere di Leopoli che porterebbe a trattamenti “disumani e degradanti”, ma anche la mancanza di imparzialità con cui sarebbe giudicato dall’ufficio anticorruzione ucraino (che Zelensky avrebbe voluto mettere sotto al governo). Infine, perché le accuse nei suoi confronti rientrerebbero “in un contesto in cui la selezione dell’azione penale nei confronti di esponenti dell’opposizione politica assume un rilievo non neutro”.

I Giudici di Appello di Roma, nella sentenza di 15 pagine del 16 marzo firmata dal presidente Francesco Neri, danno ragione agli avvocati facendo riferimento alla giurisprudenza della Cassazione e spiegando che Nesterenko rischia trattamenti “inumani” o “degradanti” sia per le “criticità sistemiche e attuali del sistema detentivo ucraino” in violazione dell’articolo 3 della Cedu, ma anche per la legge marziale dichiarata dopo l’invasione della Russia. In particolare, dopo le ispezioni del Comitato internazionale contro la tortura, nel carcere di Leopoli sono state segnalate “criticità sistemiche” e si trova in zona di guerra e di attacchi missilistici. Infine, l’Ucraina non ha fornito sufficienti garanzie. Dunque la Corte di Appello non solo ha negato l’estradizione, ma ha anche ordinato la liberazione del detenuto dagli arresti domiciliari.

Il caso è stato sollevato anche dalla maggioranza il 21 luglio scorso quando a Montecitorio si è riunito per la quarta volta il gruppo parlamentare di cooperazione Italia-Ucraina, con esponenti del Parlamento di Kiev e l’ambasciatore ucraino in Italia Ihor Brusylo. A sollevarlo è stata la deputata leghista Simonetta Matone, che ha sottolineato l’importanza di aiutare l’Ucraina dal punto di vista militare e finanziario, aggiungendo però che per il processo di integrazione europea Kiev debba fare ancora molti passi in avanti a partire dalla tutela dei diritti umani, le garanzie per i detenuti e per i dissidenti politici.

 da Il Fatto Quotidiano del 02/08/2026

Guerra infinita: a Kiev altre armi tra un mese

di Giacomo Salvini



TUTTO SEGRETATO

ARSENALI VUOTI E LEGA CONTRARIA, MA MELONI E CROSETTO VOGLIONO INVIARE DIFESE AEREE. KIEV, COLPITA, INVOCA I PATRIOT: NO DI TRUMP


ACCUSE SU 14 MILA EURO GIA’ RESTITUITI

L’Italia nega a Kiev l’estradizione dell’oppositore di Zelensky: “I suoi diritti lì non sarebbero garantiti”.

mercoledì 5 agosto 2026

LETTERE

 

13 giorni fa scrissi ad Amerio Roberto, dopo la sua lettera di alcuni giorni prima, ma non ho ricevuto risposta alcuna.

Nulla di grave.

È sempre molto bello riprendere un dialogo interrotto per tanti motivi.

Nulla di male, ma è spiacevole aver fornito i dati richiesti e poi incontrare il silenzio. In ogni modo il suo silenzio non mi addolora.

Caro Amerio Roberto, la mia disponibilità ad incontrarti è confermata.

In ogno caso voglio aggiungere che il ricordo di Caterina ed Alberto è ancora vivissimo.

Sarò lietissimo di incontrarti a Pinerolo in via Porro 16.

Franco Barbero

Il diario di viaggio è un archivio di vita

Johanna Michaels, Die Zeit, Germania

 

È successa una cosa terribile, mi ha scritto un giorno la mia amica Anna: la sua cantina si era allagata. Tutte le lettere e le cartoline reevute da me e da altri amici nel corso degli anni, gli sms ricopiati meticolosamente su innumerevoli quaderni e i nostri diari di viaggio erano fradici. Se non fossimo intervenute subito rischiavano di ammuffire.

Io sorridevo tra me e me: Anna e la sua fissazione per gli archivi! Ho provato a rassicurarla: le lettere, e sopratrutto gli sms sono pensati per il momento. L’importante è la gioia che si prova aprendo la cassetta della posta o guardando lo schermo; e magari anche il ricordo di quella gioia. Ma non succede mai di riprendere in mano guelle vecchie cose, quindi potevano tranquillamente ammuffire. Un po’ offesa, Anna ha replicato che - allagamento o no - era ben contenta di aver conservato lei i nostri diari, invece di darli a me.

Oggi il journaling, l'abitudine di tenere un diario, va di moda. Su piattatorme come Tik-Tok è pieno di suggerimenti, proposte d'impaginazione e di persone che si vantano delle idee più icreative, Ci sono i consigli per cominciare e le regole per non mollare. Spesso si tratta di prendere coscienza delle cose di cui dobbiamo essere grate, dei nostri successi personali, desideri e buoni propositi. Come esercizio di consapevolezza e cura di sé sembra funzioni mettere ordine nei pensieri tenendo un diario ha effetti positivi sull'umore, sul sonno e sulla salute mentale.

Ma un diario di viaggio non serve solo a sentirsi meglio nel quotidiano; serve a catturare attimi, a viaggiare in modo più intenso e consapevole, e a creare legami tra compagni di avventure. Un diano di viaggio è un archivio di vita in miniatura: conserva la memoria delle sensazioni così come le abbiamo provate in quel prociso momento.

Anna e io abbiamo renuto il nostro primo diario di viaggio a quattro mani nell’estate del 2010, quando non c'erano ancora TikTok e il Jounrnaling. Era la nostra prima vacanza insieme dopo la laurea, con quella sensaziene di una vita che sta finalmente per cominciare ed è tutta da scoprire. E quindi ci era sembrato il caso di dedicare un quadernino al nostro viaggio. Cosa che poi è diventata una tradizione.

Anni dopo, sfogliando quei taccuini, a colpirmi è stato innanzitutto il fatto che quando scrivevamo non avevamo idea di ciò che sarebbe successo dopo. Nei nostri ricordi ognid viaggio è ormai una storia a sé, tutto sembra interconnesso; con il senno di poi ci formiamo un gudizio, rimuoviamo alcuni aspetti e ne abbelliamo altri. Sapendo come va a finire una storia, la raccontiamo in modo completamente diverso. Il diario, invece, è pleno di possibilità: i momenti vissuti, corme se fossero stati intrappolati nell’ambra, sono riportarti in modo più immediato, senza quella patina tipica dei ricordi. Leggo di momenti di gioia, che sarà delusa poche pagine dopo, e di dubbi che poi si riveleranno infondati. E d'improbabili presentimenti. Ogni giorno la nostra pagina di diario si apriva con la stessa frase: “Ancora nessun incidente”. Entrambe avevamo appena preso la patente per girare l'talia con la vecchia Golf di mia madre. Poi è arrivato il giorno in cui uscendo da un parcheggio ho graffiato la fiancata. Ho dovuto scrivere: “Oggi incidente”. Ci eravamo assicurate il nostro personale colpo di scena.

Le cronache degli esploratori

La storia dei diari di viaggio comincia con un colpo di scena ancora più spettacolare, i primi diari di bordo o roteiros de navegação furono scritti dai navigator portoghesi che nel quattrocento cercavano una rottaa verso l’India circumnavigando 'Africa.

Pochi anni dopo fu Cristoforo Colombo a salpare con lo stesso oblettivo: trovare una via per le Indie. Solo che puntò dritto a occidente. Come i suoi predecessori, anche lui teneva un diario. Gli originali di quel diario, resoconto di un viaggio che inaugurò  l’epoca della colonizzazione europea e dello sfruttamento del “nuiovo mondo”, sono andati perduti. Ci sono rimaste solo le trascrizioni di alcuni passaggi dei diarios de a bordo, molto probabilmente i primi diari di viaggio degni di questo nome arrivati fino a noi.

Il formato ebbe successo: ogni grande esplorazione per mare intrapresa dagli enropei in qualche angolo del mondo era seguita da un cronista che annotava eventi e impressioni. Nelle fumose spedizioni di James Cook si univano all’equipaggio studiosi avidi di conoscenze astronomiche, scientifiche e geografiche. (cont.)


Internazionale, 31 luglio 2026