domenica 23 agosto 2026

 da Pressenza del 20/08/2026

Gaza, MSF su archiviazione inchieste: “Questa non è giustizia”

di Medecins sans Frontieres



Medici Senza Frontiere (MSF) condanna con fermezza la decisione dell’Avvocatura Generale Militare israeliana (MAG) di archiviare, senza aprire alcuna indagine penale, i casi presentati da MSF per una revisione: i numerosi attacchi contro un convoglio di MSF avvenuti a Gaza City nel novembre 2023, che hanno causato la morte di 2 persone e l’attacco del febbraio 2024 contro un alloggio di MSF a Khan Younis, che ha ucciso 2 persone e ne ha ferite altre 6.

Purtroppo, questa decisione non sorprende. Le risposte delle autorità arrivano quasi due anni dopo la richiesta di revisione presentata da MSF, a cui è seguito un ricorso presso l’Alta Corte di Giustizia israeliana per contestare la mancata risposta alle richieste formali dell’organizzazione.

Questa non è giustizia. Due anni di silenzio, seguiti da archiviazioni che sollevano più interrogativi di quanti ne risolvano, sono inaccettabili. Tuttavia, rappresentano l’esito prevedibile di un apparato militare che indaga su sé stesso: un sistema che ha dimostrato di non essere disposto a rispondere alla portata delle violazioni che potrebbero configurare crimini di guerra commessi a Gaza.

Membri dello staff di MSF e loro familiari hanno perso la vita. I loro nomi sono noti. Le loro posizioni erano state condivise. I loro veicoli erano chiaramente identificabili. MSF ha sempre sostenuto che tutti gli elementi indicano una chiara responsabilità dell’esercito israeliano negli attacchi che li hanno uccisi. Eppure, coloro che sono responsabili della loro morte hanno deciso di non avviare alcuna indagine penale.

Con questa decisione, l’Avvocatura Generale Militare israeliana ha chiarito che non vi è alcuna prospettiva di assunzione di responsabilità all’interno del sistema giuridico israeliano per l’uccisione del personale di MSF, proprio come non vi è stata alcuna assunzione di responsabilità per il genocidio in corso perpetrato da Israele contro i palestinesi.

Da ottobre 2023, un totale di 15 membri del personale di MSF sono stati uccisi a Gaza dalle forze israeliane. Si tratta solo di una parte dei 1.700 operatori sanitari che sono stati uccisi in quel periodo. Le forze israeliane continuano a uccidere civili impunemente, come dimostrano chiaramente queste decisioni della MAG.

La decisione di “archiviare” questi episodi deve essere compresa nel giusto contesto: a Gaza sono state uccise decine di migliaia di palestinesi. Le strutture sanitarie sono state distrutte. I convogli umanitari sono stati colpiti. Giornalisti, personale medico, personale delle Nazioni Unite e operatori umanitari sono stati uccisi in numero senza precedenti in qualsiasi conflitto recente.

MSF ribadisce quanto affermato sin dall’inizio di questa violenza: non esiste alcun obiettivo militare che giustifichi il sacrificio indiscriminato di civili. E non esiste alcuna indagine militare interna che possa sostituirsi a un’autentica, indipendente e imparziale assunzione di responsabilità.

Chiediamo che i casi che coinvolgono i nostri colleghi siano esaminati da un organo investigativo imparziale.

Ai colleghi che abbiamo perso e agli innumerevoli civili e operatori e operatrici umanitari che hanno perso la vita a Gaza: non permetteremo che le vostre morti vengano archiviate come incidenti procedurali inevitabili. Meritavate protezione. Meritate giustizia.

 da Pressenza del 20/08/2026

Armi e affari. Cosa succede in Italia ?



La rivista ‘Settimananews’ ha pubblicato pochi giorni fa sul tema della produzione di armi una intervista di grande interesse con Gianni Alioti, uno dei maggiori esperti del tema in Italia, dell’associazione Weapon Watch. Ve ne proponiamo alcuni passi. Nell’intervista vengono sfatati molti luoghi comuni sul tema.

A livello “macro” non esiste alcuna ricerca o studio che ricostruisca il quadro d’insieme della trasformazione dell’industria manifatturiera in Europa o nei singoli paesi.

Al contrario, troviamo un’ampia pubblicistica, perlopiù parziale, che fa discendere – da pochi casi aziendali – un generalizzato processo di riconversione dal civile al militare grazie al “boom” del riarmo.

Come, ad esempio, il recente articolo “Dall’auto al cannone” scritto da Fabrizio Maronta e apparso nell’ultimo numero di Limes 6/2026. Un testo impeccabile fintanto che descrive e analizza «l’entità dello tsunami che ha investito il pilastro dell’industria tedesca» e le sue cause, molto meno quando cerca di documentare il passaggio in Germania «dal produrre auto al produrre armi» quale soluzione al declino industriale.

Trasformare una fabbrica di auto in una di carri armati o di missili, si sta dimostrando ovunque (con poche eccezioni) una scelta industriale non conveniente, pertanto irrealizzabile.

In Italia non c’è stata ad oggi, né si intravvede all’orizzonte, alcuna trasformazione di fabbriche di auto in fabbriche di armi.

Gli unici tre casi di riconversione produttiva, dal 2022 al 2026, dal civile al militare nel nostro paese non riguardano il settore automotive.

Il primo caso è relativo al sito Faber di Castelfranco Veneto, tornato nel 2025 alla produzione di bossoli e ogive della preesistente ex Simmel Difesa (chiusa nel 1998), dopo 27 anni di produzione nel civile di bombole e sistemi per gas ad alta pressione.

Il secondo è la conversione in atto del sito Fincantieri di Castellamare di Stabia: dalla costruzione di navi commerciali e traghetti veloci a quella di fregate, che sono navi di supporto logistico e di pattugliamento in campo militare.

Il terzo riguarda la trasformazione del sito di Anagni (ex Simmel Difesa), ora proprietà di Knds Ammo Italy, azienda controllata dal gruppo franco-tedesco KNDS, principale produttore di carri armati e artiglieria pesante in Europa. Finora impiegato in attività di demilitarizzazione, con disinnesco di materiali esplosivi, recupero e trattamento di ordigni, il sito di Anagni produrrà nitrogelatina, materia prima per la realizzazione di propellenti usati per munizionamento (quello prodotto da KNDS a Colleferro) e per sistemi missilistici.

Senza timore di essere smentito, posso tranquillamente affermare che i casi reali di riconversione dal civile al militare, specie nel settore automotive sono pochi in Germania, pochissimi in Francia, inesistenti in Italia. Pertanto, non costituiscono affatto un paradigma per l’intera industria manifatturiera europea.

Ci sono però molte cose di cui inquietarci. L’importante è leggere correttamente la realtà, per non prendere “abbagli”.
Ci sono sempre più narrazioni ingannevoli che cercano di farci credere che la montagna di denaro pubblico investito nel riarmo sia, non solo una necessità sul piano strategico-militare, ma anche un’opportunità unica sul piano economico-industriale.

Lo è, indubbiamente, per i fabbricanti d’armi che moltiplicano ricavi, portafoglio ordini, utili e dividendi, mentre i loro titoli in borsa volano grazie al capitalismo finanziario, che investe nelle guerre e nel riarmo degli Stati. È altrettanto fisiologica la crescita della produzione di beni e di servizi militari e, con impatti più modesti, del numero di occupati nel settore.

Ma ciò a cui assistiamo, non è – tranne pochissimi casi – una riconversione al militare di aziende civili, bensì la concentrazione delle attività dei principali player del settore aerospaziale e difesa – come Leonardo e Rheinmetall – nel business militare, la costruzione di nuovi stabilimenti (specie per droni, missili, munizioni ed esplosivi) e l’ampliamento di quelli già esistenti. È quanto stanno facendo Leonardo e MBDA alla Spezia, Fincantieri al Muggiano e Riva Trigoso, RWM Italia a Domusnovas, KNDS a Colleferro ecc.).

Nel contempo, cresce un’enorme pressione da parte di Leonardo e Confindustria – quindi del Governo e delle amministrazioni regionali – ad integrare il maggior numero di piccole e medie imprese che operano in settori civili – automotive, ma non solo – nella catena di sub-fornitura militare.

Si tratta, in prevalenza, di aziende di componentistica che diversificano parzialmente il loro portafoglio clienti, integrandosi alle catene di sub-fornitura dei principali prime contractor dell’industria militare in Italia: aziende, ad esempio, che producono sensori, cavi speciali, software o valvole idrauliche e iniziano a vendere una parte della loro produzione (spesso meno del 10%) ai big della Difesa operanti nel nostro paese (Leonardo, Fincantieri, Rheinmetall, MBDA, Avio Aero, Thales Alenia Space, ELT, Avio Space ecc.).

Le tecnologie e i lavoratori, così come i prodotti e i processi produttivi di queste aziende di componentistica non sono oggetto di alcuna riconversione, ma solo di una riallocazione delle risorse.

Allo stesso modo, piccole imprese di meccanica di precisione e di elettronica nei distretti industriali di Brescia, Bergamo, Torino, sperano di compensare la contrazione del mercato automotive iniziando a vendere lo stesso tipo di ingranaggi, pistoni o schede elettroniche ai prime contractor di veicoli militari, come la Iveco Defence Vehicles e la Leonardo-Rheinmetall. Finiscono, però, per accorgersi presto che, oltre alle specifiche tecniche, cambiano soprattutto i volumi di produzione per anno: milioni per le auto, migliaia per i veicoli corazzati da combattimento e trasporto.

Ci sono poi distretti regionali emergenti nell’aerospazio, come quello umbro, inseriti in rapporti di partnership e nelle catene di subfornitura di prime contractor internazionali, come Airbus, Boeing e Embraer, che operano sia in campo civile, sia militare.

Analizziamo le 75 nuove aziende iscritte nel registro nazionale delle imprese esportatrici di materiale d’armamento nel 2025. Ad esclusione della nuova joint venture Leonardo Rheinmetall Military Vehicles Srl e della nuova azienda Baykar Piaggio Aerospace Spa, le nuove aziende iscritte non producono sistemi d’arma completi, ma si inseriscono nella fornitura di componenti critiche, principalmente in tre categorie:

1. Elettronica, Sensori e Laser: aziende nate civili che ora adattano le proprie tecnologie per scopi duali o militari. Un esempio consolidato è Gem Elettronica (sistemi radar e di navigazione), affiancata da decine di piccole-medie imprese specializzate in ottica di precisione e circuiti stampati avanzati.

2. Software, Cyber-Intelligence e IA: ad esempio, Cy4Gate (specializzata in cyber intelligence e sicurezza) e altre aziende del gruppo Tinexta, insieme a numerose startup di intelligenza artificiale: stanno firmando contratti crescenti con le forze armate per la protezione delle reti strategiche e l’analisi dati.

3. Meccanica di precisione, Fluidodinamica e Materiali Compositi: molte piccole-medie imprese del Nord Italia, in particolare nei distretti manifatturieri di Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna, che storicamente rifornivano l’automotive o l’oleodinamica civile, hanno iniziato a produrre valvole speciali, guarnizioni ad alta resistenza, cavi schermati e scocche in carbonio e altro: materiali destinati ai veicoli ed elicotteri militari o ai droni.

Gli unici (e ingenti) investimenti pubblici da parte di Stati e UE sono destinati al rafforzamento della base industriale della Difesa e all’acquisto di nuovi armamenti.
La stessa scelta della UE che mantiene vincoli rigidi, in base al Patto di Stabilità e Crescita, per qualsiasi tipologia di spesa pubblica tranne che per le spese militari, è ascrivibile a questa logica spuria che, mentre abiura l’intervento dello Stato nell’economia, affida le politiche di investimento pubblico al complesso militare-industriale.’ (Gianni Alioti)


 da Pressenza del 22/08/2026

Israele e America Latina: le relazioni pericolose

di Marco Consolo – Redazione Italia



La strategia militare ed il controllo degli algoritmi

Da tempo è in corso un’operazione internazionale di controllo e ridefinizione geopolitica promossa da Stati Uniti e Israele su diversi paesi dell’America Latina e dei Caraibi. Una strategia politica, economica, militare e digitale di natura sistematica, che continua a svilupparsi e si intensifica progressivamente nella regione.

In questa riconfigurazione geopolitica del continente, la “sicurezza” è uno dei principali strumenti degli Stati Uniti e di Israele per il controllo dell’energia, della biodiversità, dell’acqua, dei minerali critici, dei corridoi logistici e delle catene di approvvigionamento globali. Questo obiettivo ha accelerato l’esternalizzazione delle funzioni statali alle imprese di sorveglianza private, sicurezza ed intelligence. Attraverso la “modernizzazione tecnologica” si consolida il dominio, mentre la guerra, lo spionaggio e il controllo sociale diventano mercanzia da offrire.

Da tempo, la presenza israeliana non si limita più alla vendita di armi. Negli ultimi anni si è ampliata all’uso del Big Data per manipolazioni elettorali o colpi di Stato digitali, allo sviluppo e alla commercializzazione di software spia, sistemi ed operazioni di intelligence, strumenti di sorveglianza digitale di massa e piattaforme di analisi algoritmica utilizzate sia dai governi, che da attori privati.

Le intercettazioni audio rilasciate dalla piattaforma Hondurasgate.ch e pubblicate da Canal Red Latin America hanno evidenziato il ruolo crescente delle aziende israeliane specializzate nell’intelligence privata, nella sicurezza informatica e nella sorveglianza tecnologica. Un elemento relativamente recente nell’offensiva imperialista contro i governi progressisti e di sinistra dell’America Latina e dei Caraibi. Un’offensiva che si è intensificata, e che non si limita più all’aspetto militare, ma è caratterizzata dalla “Guerra di Quarta Generazione” (G4G). Una guerra ibrida che oltre ai tradizionali ricatti economici, le operazioni finanziarie ed il più recente uso del lawfare (guerra giudiziaria), entra a gamba tesa nei processi politici ed elettorali della regione con “golpe blandi”, grazie all’uso spregiudicato del Big Data, con massicce operazioni mediatiche e culturali.

In questa guerra, Israele è in prima fila nei servizi di intelligence statali e privati al servizio degli Stati Uniti, svolgendo operazioni di manipolazione digitale, campagne di disinformazione coordinate, spionaggio informatico e alterazione dei risultati elettorali.

I colpi di Stato digitali

Il fronte della guerra digitale è particolarmente decisivo, sia per quanto riguarda la manipolazione delle coscienze, sia per la falsificazione dei dati elettorali e porta allo scoperto il nuovo paradigma della guerra ibrida di interferenza politica.

Ma andiamo con ordine.

Nel primo caso, uno degli strumenti principali della G4G è la dissociazione cognitiva per annullare la nozione di identità a sostegno della sovranità nazionale e popolare. Già nel 2015, in Argentina, c’era stato il precedente di Steve Bannon e la sua Cambridge Analytica contrattato dalla destra locale per la vittoriosa campagna elettorale di Mauricio Macri.

Come scrive Jorge Elbaum, “Tre strumenti concentrano oggi il potere di interferenza elettorale: i deepfake, la microsegmentazione e i pregiudizi algoritmici standardizzati. I primi consentono di creare immagini, video o audio verosimili, sebbene generati artificialmente. La microsegmentazione identifica le predisposizioni, le paure e le debolezze di specifici gruppi di elettori per indirizzare loro messaggi su misura: ad esempio, convincere i proprietari di animali domestici che i progressisti intendono imporre tasse su cani e gatti. I pregiudizi algoritmici, a loro volta, consentono alle grandi multinazionali di orientare raccomandazioni e contenuti in base ai propri interessi economici e neocoloniali”.

La controffensiva imperiale

C’è una chiara sequenza degli ultimi passi della strategia imperiale per annullare totalmente o parzialmente la sovranità altrui e sottomettere nemici, concorrenti, oppositori, ma anche alleati, trasformati in obiettivi per la loro sottomissione e tutela.

A marzo c’era stato il lancio dello “Scudo delle Americhe” fortemente voluto dal falco Marco Rubio, Segretario di Stato e proconsole di Trump per la regione.

Dal 7 al 10 luglio, si era tenuta a Cusco (Perù), la XVII riunione dei Ministri della Difesa di tutto l’emisfero occidentale, convocata come sempre dal Dipartimento di Stato e dal Comando Sud degli Stati Uniti, e non dai governi latinoamericani. La Dichiarazione di Cusco riporta i principali accordi su “lotta contro la droga, la migrazione e la criminalità”.

Come ha detto il segretario di Stato aggiunto, Albridge Colby, dal primo incontro nel 1995 molte cose sono cambiate. “Siamo arrivati ad assumere il ruolo di garanti della Dottrina Monroe. … che consiste nel proteggere la nostra sicurezza e i nostri interessi potenziando e abilitando le nazioni latinoamericane”.

Come sostiene l’analista peruviano Ricardo Soberón “Oggi siamo di fronte alla “Guerra alla droga 2.0” che non fa che ripetere gli errori della precedente (più bastone e meno carota, fumigazione con glifosato, interdizione ed estradizione)”. Una guerra sbagliata e che non ha portato a nessun risultato.

Continua Soberón, “Il vertice è stato segnato dalla linea dettata da Marco Rubio, a partire dalla sua nuova Dottrina per la Sicurezza Nazionale (2025) e dalla Dottrina della Difesa Nazionale (2026). Colby ha sostenuto un realismo flessibile che dà priorità agli interessi nazionali degli Stati Uniti. Nella fattispecie, la lotta contro la “criminalità organizzata transnazionale” sarà fatta in America Latina, non certo nel territorio statunitense. Non a caso, il concetto di criminalità organizzata transnazionale, secondo Marco Rubio e lo stesso Donald Trump è associato direttamente ai governi progressisti o di sinistra, non in linea con la politica imperiale statunitense. Negli ultimi mesi sono fioccati gli attacchi contro Nicolàs Maduro, Evo Morales, Rafael Correa, Gustavo Petro e persino la Presidente del Messico, Claudia Schembaun”.

Oggi, sulla falsa riga degli attacchi forsennati della Casabianca contro qualsiasi organizzazione progressista negli USA (antifa, organizzazioni dei migranti, chiese progressiste, femministe, etc.) ricompare nel sud del continente l’ambiguo concetto di terrorismo narco”. Una definizione che mette insieme soggetti sociali molto diversi compresi quelli che svolgono una legittima protesta (sindacati, movimenti ambientalisti, organizzazioni di coltivatori di coca, popolazioni originarie, etc.).

Come si ricorderà, negli anni ’70, fu proprio nella famigerata Scuola delle Americhe delle FF.AA. degli Stati Uniti che fu coniata ed inculcata la Dottrina della Sicurezza Nazionale ai militari latinoamericani. Una dottrina che creò il fantasma e la figura del “nemico interno”, allora attribuito a “comunisti e rivoluzionari” ed ora, alla “criminalità organizzata transnazionale”.

Il 10 luglio si è svolta una riunione a Miami (con più di 60 governi). Una chiamata alle armi degli alleati, come rappresentazione plastica del dominio imperiale.

L’obiettivo è appunto quello di costruire “nemici interni” che giustifichino interventi contro i governi progressisti e consolidare un’architettura di dominio permanente sull’America Latina, instaurando un’associazione automatica tra i governi di sinistra e la criminalità. Un corollario della “Dottrina Donroe” enunciata da Donald Trump alla fine del 2025.

Da ultimo in ordine di tempo, l’11 agosto a Panama è seguito l’annuncio della creazione di una “forza operativa contro la criminalità organizzata” sotto l’ombrello dello “Scudo delle Americhe”, con l’adesione di 18 paesi che ne fanno parte.

Il “braccio operativo del Comando Sud” sarà guidato dal generale di divisione dei Marines degli Stati Uniti, Kevin Jarard. Ufficialmente si dovrà occupare dello scambio di informazioni di intelligence, di rafforzare l’addestramento congiunto e l’interoperabilità delle forze militari partecipanti e, al contempo, sostenere le operazioni di intercettazione marittima.

Come prima misura, il Segretario della Guerra USA, Pete Hegseth, ha annunciato operazioni militari congiunte con le FFAA colombiane contro “i narcos”, che il neopresidente colombiano aveva autorizzato in spregio alla costituzione colombiana (Art. 173) che assegna al Senato l’autorizzazione esclusiva.

Ma sarebbe un errore pensare che gli Stati Uniti agiscano da soli. Al contrario, Israele ha un ruolo chiave in questa contro-offensiva.

La “coalizione Epstein”, l’”Hondurasgate” e l’ingerenza annunciata

Facciamo un passo indietro. È utile ricordare che il 29 dicembre 2025, il Presidente Trump si è riunito con il primo ministro israeliano Netanyahu a Palm Beach, in Florida. Il vertice della “coalizione Epstein” è stato il quinto dello scorso anno negli Stati Uniti.

Pochi mesi dopo, grazie alle intercettazioni di conversazioni tra esponenti della destra honduregna, è scoppiato il cosiddetto Hondurasgate, uno dei più grandi scandali documentati di interferenza politica statunitense e israeliana in America Latina del XXI secolo.

Il suo primo bersaglio è stato “l’anello debole” dell’Honduras, prima con la manipolazione di importanti segmenti elettorali, poi direttamente con la falsificazione dei risultati elettorali. Il tutto per spianare la strada alla vittoria delle destre, al servizio degli interessi statunitensi ed israeliani.

Come si ricorderà, pochi giorni prima delle elezioni in Honduras, Donald Trump aveva gentilmente graziato l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández dalla condanna a 45 anni di carcere per narcotraffico, per aver introdotto 450 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti. Nelle intercettazioni Hernández rivelava le pressioni a suo favore della lobby sionista degli Stati Uniti, nonché l’intervento dello stesso Netanyahu per ottenere la sua scarcerazione, a cambio del suo ruolo di operatore al servizio degli Stati Uniti e di Israele. Come parte dell’accordo per ottenere la grazia, oltre alla costruzione di nuove basi militari statunitensi nella regione, si dà anche il via libera all’arrivo di aziende specializzate in intelligenza artificiale e “tecnologie di sorveglianza” legate ai servizi segreti israeliani.

In una di queste conversazioni, Hernández chiede fondi per dar vita a un’«unità di giornalismo digitale» con sede negli Stati Uniti, con la diffusione di notizie false contro i governi di sinistra in America Latina (in particolare Colombia, Messico e Brasile) e contro gli ex presidenti honduregni Manuel Zelaya e Xiomara Castro. Hernández sostiene anche che il Presidente argentino Javier Milei avrebbe già contribuito con 350.000 dollari. Quella struttura “giornalistica” dedicata alla guerra cognitiva amplificata dall’infrastruttura dell’IA, dalle “reti sociali” e dalla propaganda mediatica tradizionale, dalle parole è passata velocemente ai fatti per la “vittoria” delle destre più reazionarie, grazie alla manipolazione delle coscienze e alla frode elettorale.

In meno di tre mesi, Honduras, Colombia e Messico hanno affrontato campagne di attacco sui media tradizionali, operazioni di disinformazione, hackeraggio sulle “reti sociali” e attacchi informatici che hanno preso di mira anche i sistemi di conteggio e trasmissione dei dati elettorali.

venerdì 21 agosto 2026

 Solidarietà delle Comunità Cristiane di Base Italiane a don Massimo Biancalani e alla comunità di accoglienza di Vicofaro e Ramini dopo la decisione del Vaticano e l'attacco politico.

L'Evangelo della strada contro le ragioni del potere e della gerarchia.


La storia di Vicofaro (Pistoia) negli ultimi dieci anni ha rappresentato una delle esperienze più luminose, scomode ed esigenti della Chiesa italiana contemporanea. Di fronte alla progressiva distruzione del sistema pubblico di accoglienza, all'inasprimento delle norme sull'immigrazione e all'abbandono di centinaia di giovani migranti per strada, don Massimo Biancalani ha scelto di applicare senza mediazioni la parola dell'Evangelo: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35).
La parrocchia di Santa Maria Maggiore a Vicofaro ha spalancato la chiesa, la canonica e i locali parrocchiali per trasformarli in una casa comune. Un’esperienza di accoglienza radicale che ha ridato dignità a centinaia di ragazzi invisibili, ma che ha simultaneamente scatenato un feroce assedio mediatico, politico e istituzionale, culminato a luglio 2025 con lo sgombero della struttura da parte delle forze dell'ordine e nella decisione definitiva del Dicastero per il Clero della Santa Sede di respingere il ricorso canonico di don Massimo, confermando la sua rimozione dalle parrocchie di Vicofaro e Ramini.

Dal punto di vista politico, Vicofaro è stata per anni il bersaglio prediletto della propaganda xenofoba e del "decoro urbano". L'accoglienza di don Massimo è stata criminalizzata, derubricata a "degrado" nonostante ci sia a Pistoia da quest’anno un nuovo sindaco di centrosinistra.

Le recenti dichiarazioni di esponenti di governo e della maggioranza — che hanno salutato la decisione del Vaticano esultando («Il prete dei clandestini lascia Vicofaro. Il tempo è galantuomo») — mostrano tutta la miseria morale di una politica che costruisce il proprio consenso elettorale sulla discriminazione degli ultimi. Chi oggi festeggia per la punizione di un prete accogliente festeggia l'abbandono dei poveri sul marciapiede e la sconfitta dei principi fondamentali della Costituzione e dei diritti umani.

Ancora più doloroso è l'atteggiamento espresso dalle istituzioni ecclesiastiche, dall'ex vescovo diocesano Mons. Fausto Tardelli, dal nuovo vescovo Augusto Mascagna sino alla Curia Romana. La gerarchia ha scelto di dare ascolto alla logica del sospetto, al malcontento dei "parrocchiani tranquilli" preoccupati dal "calo dei sacramenti" o dalla presenza di giovani stranieri, e all'ossessione per il decoro burocratico-canonico.

Mentre a parole si invoca la "Chiesa sinodale", la "Chiesa in uscita" e l'attenzione alle "periferie umane", nei fatti la gerarchia censura e rimuove chi quelle periferie le ha portate nel cuore stesso della comunità ecclesiale. Quando la carità diventa profezia che disturba il potere costituito, il diritto canonico viene trasformato in uno strumento di normalizzazione e di disciplinamento clericale

Questa vicenda dimostra che quando la Parola di Dio viene calata nella vita degli ultimi, il luogo sacro cambia natura: a Vicofaro la liturgia si è fatta condivisione del pane e del giaciglio con i migranti. L'istituzione ecclesiastica punisce don Massimo perché ha preferito stare con gli ultimi alla sacralità burocratica dei paramenti, delle norme igienico-sanitarie strumentalizzate e dei registri parrocchiali.

La cacciata di don Massimo rivela la natura strutturalmente autoritaria del potere clericale. Quando una comunità locale non si limita ad obbedire alle direttive episcopali, ma decide autonomamente di farsi casa degli ultimi, la gerarchia percepisce questa autonomia come una minaccia da reprimere. La condanna di Vicofaro è la condanna della sovranità del Popolo di Dio a favore del centralismo romano e diocesano.

Vicofaro mette a nudo lo storico compromesso tra il potere ecclesiastico e il potere politico: di fronte a leggi disumane e xenofobe, don Massimo ha praticato la "disobbedienza evangelica", ricordandoci che la fedeltà al Vangelo richiede spesso di “andare contro” il Codice di Diritto Canonico e i decreti di governo.

Come Comunità Cristiane di Base Italiane abbracciamo don Massimo, le volontarie e i volontari e la comunità dei migranti di Vicofaro e di Ramini, riconoscendo in loro la parte migliore della chiesa e della società civile, capace di resistere all'odio istituzionalizzato e alla solitudine del rifiuto.

Nessun atto amministrativo della Curia o blitz di polizia potrà cancellare la verità storica e teologica di ciò che è stato realizzato: l'esperienza di Vicofaro vive nella coscienza di chi vi ha partecipato e continua ovunque ci si opponga all'oppressione dei migranti.

Rivolgiamo un appello a tutta la rete del laicato critico, ai movimenti di base, al mondo dell'associazionismo e alla società civile affinché non si consumi nell'indifferenza l'ennesimo atto di normalizzazione clericale e politica. Invitiamo tutte le comunità e i gruppi di base a moltiplicare i luoghi di accoglienza e di resistenza, continuando a denunciare l'alleanza la “cattiva politica” e silenzi ecclesiastici.

 da Pressenza del 20/08/2026 

Nazionalismo e riammissioni di richiedenti asilo, misure di solidarietà tra Stati o verso le persone?

di Fulvio Vassallo Paleologo


Dopo l'Austria che chiede di riammettere richiedenti asilo transitati dall’Italia, sulla stessa linea anche la Finlandia. Nei rapporti con questi paesi, come con la Svizzera, non sarà facile chiedere “compensazioni” dagli sbarchi di naufraghi soccorsi dalle Ong, tentativo già fallito con la Germania. L’effetto domino non finirà qui e potrebbe presto estendersi ad altri paesi europei, dopo l’ennesima sospensione della libera circolazione Schengen da parte dell’Italia, da ultimo nei confronti della Spagna. 

Il problema non deriva soltanto dall’entrata in vigore del nuovo Regolamento gestione frontiere (UE) 2024/1351 "ex Dublino", frutto del Patto UE sulla migrazione e l’asilo, ma esplode oggi a causa delle pregresse inadempienze del governo Meloni, che dal suo insediamento nel 2022 ha “sospeso” le “riammissioni” dagli altri Stati membri, sulla base di una “emergenza” inesistente, e lo confermano i dati sugli sbarchi in questi ultimi anni forniti dal Viminale, “chiudendo la porta” di fronte a persone comunque in cerca di protezione, in nome di un sovranismo che adesso si ritorce contro di noi.

In realtà nella comunicazione pubblica, anche sulla vicenda dei “dublinanti” come questi richiedenti asilo “rifiutati” vengono impropriamente definiti, piuttosto che “dublinati”, perché vittime di scelte politiche prese sulla loro testa, dietro questa logora bandiera della “difesa dei confini”, si stanno rafforzando posizioni apertamente nazionaliste e suprematiste che, ad ogni scadenza elettorale, con un evidente supporto e coordinamento internazionale, rischiano di travolgere la già traballante democrazia europea.

Le trattative bilaterali tra singoli Stati membri per concordare un regime particolare di gestione delle frontiere interne sono già un fallimento evidente dei principi di “solidarietà flessibile” e di gestione condivisa al centro del Patto europeo sulla migrazione e l'asilo del 2024, e dei Regolamenti che ne sono derivati. Sembra che sia in corso una trattativa con la Germania del cancelliere Merz, alla vigilia di importanti elezioni regionali. Emerge però una base negoziale totalmente sbagliata ad evidente scopo di propaganda, da entrambe le parti.

Il contributo di solidarietà, come supporto finanziario, o altre misure compensative, non può essere stabilito sulla base di accordi bilaterali, ma è frutto di una decisione adottata dalla Commissione europea e dal Consiglio sulla base di una analisi approfondita su molteplici indicatori, che non può tenere in conto soltanto il numero dei naufraghi soccorsi dalle Ong, peraltro una modesta percentuale (20%) degli arrivi via mare. Il Regolamento (UE) 2024/1351 sulla gestione delle frontiere, che abroga il vecchio Regolamento Dublino III del 2013, indica altri criteri, che non possono essere oggetto di trattativa bilaterale tra Stati membri.

In ogni caso stiamo assistendo alla solita bolla mediatica contro gli operatori umanitari delle ONG, contro i “dublinati”, e più in generale contro i richiedenti asilo. Il loro numero effettivo è molto più esiguo di quanto “sparato” da certi giornali, perché il nuovo Regolamento gestione non riguarda casi registrati in data anteriore al 30 giugno 2026, che rimangono regolati dalla vecchia normativa, che richiedeva il consenso dello Stato membro ricevente per la esecuzione effettiva della riammissione nel paese di primo ingresso.

Nel caso dell’Italia, a fronte della riduzione degli arrivi via mare vantata dal governo, frutto di accordi con paesi che hanno intercettato naufraghi in acque internazionali ed internato in campi lager decine di migliaia di persone, con migliaia di morti in mare, non si può sostenere la ricorrenza di una pressione migratoria o di una situazione migratoria significativa. Se di emergenza si deve parlare, e se ne deve parlare, si dovrebbe affrontare la questione delle vittime degli accordi di esternalizzazione, e delle politiche di cooperazione con paesi terzi che non rispettano i diritti umani, con le limitazioni alle attività di soccorso delle navi umanitarie delle ONG, frutto degli accordi con i libici (da Berlusconi a Gentiloni, e Minniti) e di leggi nazionali come il Decreto Piantedosi del 2023 (legge 15/2023). Non si possono neppure ignorare i respingimenti immediati che già da tempo si verificano dalla Francia e dall’Austria, soprattutto a Gorizia, frutto di una crisi ormai generalizzata del sistema Schengen, ed anche in questo caso, di precise scelte politiche.

Nessuna norma dei nove Regolamenti attuativi del Patto europeo sulla migrazioine e l'asilo del 2024  cita espressamente le ONG, ed i soccorsi operati dalle navi umanitarie con riferimento alla mobilità secondaria ai confini interni ed alle azioni di compensazione richieste agli Stati membri quando si tratta di concretizzare il principio di “solidarietà flessibile” che è alla base del Regolamento sulla gestione delle frontiere interne (UE) 2024/1351.