giovedì 16 aprile 2026

Olio per la lampada

 

Che casa vedi Geremia? 


O Dio

che sei primavera eterna

e sole sempre giovane,

io vedo il ramo di mandorlo,

un mandorlo in fiore…

e vedo anche la caldaia bollente,

un pentolone di sciagure

che mette a rischio la vita

delle Tue creature.

Ecco, o Dio, la nostra vita

davanti a Te

in quest'ora difficile

in cui sembra, come ai tempi di Geremia,

prevalere l’arroganza dei potenti

ricchi di denaro, di parole e di bombe.

Ma io conto

su di Te, Dio della vita.

No: non c’è solo l’oppressione

che uccide o illude:

quanti mandorli Tu fai fiorire

nelle vie del mondo...

Come il profeta Geremia,

i miei occhi vedono il mandorlo in fiore,

e ne sentono il profumo.

O Dio, Ti ringrazio

per tutti i rami di mandorlo

che mi hai fatto incontrare,

per tutti i ramoscelli fioriti

che mi hai fatto vedere.

Quanti segni, quanti incontri,

quanti “miracoli” sul mio cammino,

quante persone, profumate del Tuo amore,

mi hanno regalato il loro affetto,

mi hanno dato la loro mano amica,

mi hanno sostenuto nella stanchezza,

mi hanno parlato di Te con calore,

hanno fatto strada con me,

hanno pregato, sofferto

lottato e gioito con me.

Signore,

quanti mandorli fioriti

non ho saputo vedere nel corso degli anni...

Aiutami ad accorgermi

di ogni fiore che sboccia,

di ogni primavera che rispunta,

di ogni passo che va verso la vita

perché gli spettacoli dei potenti

non spengano la gioia del mio cuore

e non soffochino la speranza.

 

O Dio,

voglio seguire Gesù anche in questo.

Egli ha camminato molto concretamente su questa terra,

ma ha sempre guardato il Cielo.

Egli ha mantenuto il cuore aperto a Te,

ha costruito la sua vita su di Te,

come si costruisce una casa sulle fondamenta.

Sei Tu, o Dio,

il Cielo della mia vita:

il Cielo che illumina i miei passi

e riscalda il mio cuore.

Se io chiudo, Ti prego,

riapri come sai fare Tu.

Se Ti metto alla porta,

bussa, o Dio della mia vita.

 Il seminatore pazzo

Un seminatore uscì a seminare. Vide una terra ben irrigata e passò oltre; vide una terra feconda e passò oltre; vide una terra  dolcemente esposta al sole e passò oltre; vide una terra ridente e amena e ancora passò oltre.

Vide finalmente una terra secca, pietrosa e sconnessa. Amò quella terra, le sorrise, le parlò, la baciò, aprì la mano e lasciò cadere il seme con abbondanza, con larghezza, senza misura.

Tutti ridevano di quel folle che seminava sulle pietre, ma egli quella notte sognò: sognò acqua che zampillava nel deserto e spighe che  brillavano, tra le pietre. Trascorse molto tempo. La terra era sempre una desolata pietraia che succhiava ruscelli d'acqua faticosamente immessi tra i sassi. Il seminatore continuò ad amare quella terra.

Un mattino, un mattino come mille altri, il seminatore fu meravigliato: quella terra arida e pietrosa biondeggiava di messi e in essa scorrevano torrentelli di latte e miele.

F. Barbero 

da Pressenza del 13/04/2026

L’economia di guerra e i suoi impatti sull’ambiente e il clima

di Giovanni Caprio

L’economia di guerra e la crisi climatica non sono fenomeni separati, ma parti dello stesso sistema: mentre il pianeta si surriscalda e gli ecosistemi collassano, governi e istituzioni continuano a investire risorse crescenti nel riarmo, rafforzando un modello che accelera la devastazione ambientale e sociale.

È l’evidenza che emerge da “Guerra al Pianeta! L’economia di guerra e i suoi impatti sull’ambiente e il clima”, la monografia a cura di A Sud e Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali in collaborazione con Associazione Culturale 46° Parallelo, che analizza il legame strutturale tra industria bellica, crisi ecologica e disuguaglianze globali, mettendo in luce come la militarizzazione non sia una risposta alla crisi, ma uno dei suoi principali motori. La pubblicazione racconta come il comparto militare sia tra i più energivori e opachi dell’economia globale, con un impatto climatico enorme e spesso non contabilizzato, e come l’aumento della spesa militare si concentri proprio nei paesi maggiori responsabili delle emissioni climalteranti.

Negli ultimi due decenni la spesa militare mondiale è cresciuta in modo significativo e si concentra soprattutto nei Paesi che contribuiscono maggiormente alla crisi climatica. Solo dal 2000 al 2023 la spesa globale per gli armamenti è aumentata dell’85%, con i primi 15 Paesi per investimenti nella difesa che concentrano oltre l’80% delle spese mondiali e corrispondono esattamente agli stessi 15 che generano quasi due terzi delle emissioni climalteranti. Dove aumentano le spese militari, si concentrano maggiori emissioni.

La sovrapposizione tra i principali investitori nel riarmo e i maggiori emettitori di gas serra non è casuale: un’economia militarizzata consuma energia e materie prime con la stessa rapidità con cui produce disuguaglianze e instabilità. La guerra, inoltre, produce effetti ambientali che si estendono ben oltre la durata dei conflitti.

“Le operazioni militari, si legge nella monografia, devastano territori, contaminano suoli e acque, distruggono infrastrutture e sistemi agricoli e sociali. A ciò si aggiungono le emissioni legate alla ricostruzione delle città rase al suolo, alle operazioni di bonifica e alla riattivazione delle economie locali. I conflitti contemporanei non rappresentano soltanto tragedie umanitarie ma sono anche disastri ecologici di enorme portata”.

Nei primi 36 mesi dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina si stima siano state rilasciate in atmosfera circa 237 milioni di tonnellate di CO e, nei primi 60 giorni appena dell’assalto israeliano su Gaza ne sono state prodotte altre 281.000. La relazione tra guerra e crisi climatica non riguarda però soltanto le aree di conflitto.

Anche in tempo di “pace” l’apparato militare globale consuma quantità enormi di energia e risorse. Basi militari, flotte navali, aviazione, sistemi logistici e produzione di armamenti di pendono in larga misura dai combustibili fossili. Questa dipendenza energetica non è un dettaglio tecnico: è parte integrante dell’organizzazione del potere globale contemporaneo.

Quando parliamo di “sicurezza energetica” (come succede di questi tempi), entriamo nel campo delle strategie per il mantenimento del potere politico-militare: una dottrina che orienta scelte, alleanze e interventi. Serve a giustificare l’uso della forza per garantire la continuità di un modello energetico fondato sui combustibili fossili.

“Nel discorso dominante, si sottolinea nel report, l’energia non è pensata come un bene comune da trasformare, ma come un interesse strategico da difendere. Non è una lettura forzata: storicamente, la sicurezza energetica nasce come questione militare. Dal secondo dopoguerra in poi, l’accesso stabile a petrolio e gas diventa un elemento centrale delle strategie di difesa degli Stati industrializzati. La protezione delle rotte marittime, dei punti di strozzatura e delle infrastrutture estrattive entra progressivamente nelle dottrine militari, soprattutto nelle politiche di sicurezza delle potenze occidentali. La cosiddetta Carter Doctrine lo dice in modo esplicito: l’accesso al petrolio del Golfo Persico è un interesse vitale, da difendere con ogni mezzo, forza militare compresa”.

Gli eserciti sono quindi strumenti di difesa armata degli interessi fossili e allo stesso tempo figurano tra i maggiori consumatori istituzionali di combustibili fossili al mondo. Aerei militari, flotte navali, mezzi corazzati, basi permanenti, esercitazioni, catene logistiche globali: tutto questo funziona grazie a petrolio, gas e derivati. Senza questi flussi energetici, l’apparato militare contemporaneo semplicemente non esiste. Questo consumo produce emissioni sistematiche, paragonabili a quelle di interi Stati. Eppure resta in gran parte invisibile. La monografia è divisa in due parti: la prima approfondisce il legame tra sistema fossile, industria bellica e politiche di riarmo; la seconda propone focus geografici che mostrano come questi processi si manifestano concretamente nei territori, tra conflitti, estrazione di risorse e devastazione ambientale.

Un articolo della monografia dal titolo “Capannoni che diventano arsenali”, a cura di Alessandro Coltré, si occupa nello specifico del caso italiano, passando in rassegna il caso di Anagni, in provincia di Frosinone, a pochi metri di distanza da un’area di servizio dell’autostrada del Sole, ove la demilitarizzazione sta lasciando il passo alla produzione di polveri di artiglieria e munizioni di medio e grosso calibro, quello di Castelfranco Veneto, ove le cisterne stanno cedendo il passo ai proiettili e quello del Sulcis Iglesiente, ove la RWM, l’azienda italiana controllata dal gruppo tedesco Rheinmetall, ha ricevuto la Valutazione d’Impatto Ambientale che consentirà il raddoppio degli impianti per aumentare la produzione di bombe, droni e munizioni.


da Riforma del 10/04/2026

Cuba nel cuore

Al via la raccolta fondi dell’Unione cristiana evangelica battista d’Italia a sostegno delle chiese battiste cubane


L’Unione cristiana evangelica battista d’Italia lancia la raccolta fondi “Cuba nel cuore - chiese in comunione”, un’iniziativa di solidarietà concreta a sostegno delle comunità battiste di Cuba, oggi messe a dura prova da una crisi economica e sociale sempre più grave.

Dal 2022 si è progressivamente rafforzata e approfondita la relazione tra l’Ucebi e la Fraternità delle Chiese battiste di Cuba (Fibac),  un cammino di comunione e collaborazione che oggi si traduce in un impegno condiviso per rispondere ai bisogni urgenti delle chiese e delle comunità locali.

Una crisi che colpisce la vita quotidiana. In questo momento, a Cuba, intere comunità vivono senza elettricità per gran parte della giornata. I blackout sono frequenti e prolungati, rendendo estremamente difficile conservare il cibo, accedere all’acqua, curarsi e mantenere condizioni di vita dignitose. A ciò si aggiunge la carenza diffusa di medicinali e beni essenziali.

In questo contesto, le chiese battiste cubane continuano a rappresentare un punto di riferimento fondamentale: accolgono, sostengono, condividono ciò che hanno e restano accanto alle persone più fragili. Tuttavia, oggi anche queste comunità hanno bisogno di essere sostenute per poter continuare il loro servizio.

Un progetto concreto di comunione. Il progetto “Cuba nel cuore - chiese in comunione” nasce dalla collaborazione tra Ucebi, Fibac e l’associazione Semi di Pace, da oltre 28 anni attiva a Cuba con progetti di cooperazione culturale e aiuto umanitario.

L’iniziativa prevede azioni concrete e immediate. L’acquisto e l’invio di pannelli solari portatili, per garantire energia alle chiese e alle comunità durante i blackout; la distribuzione di medicinali e materiali sanitari, per rispondere a bisogni urgenti e diffusi.

Le valutazioni tecniche condivise con la Fibac e i partner coinvolti hanno individuato un sistema energetico affidabile: un kit composto da power station portatile e pannello solare, del costo di 1.230 euro ciascuno.

Attualmente sono 34 le chiese che necessitano di questo supporto, per un fabbisogno complessivo di circa 41.820 euro.

Un primo invio pilota è previsto già nel mese di maggio: saranno acquistati 10 kit energetici, insieme alla copertura dei costi di spedizione del container, per un totale iniziale di circa 14.300 euro.

Un appello alla solidarietà. Per rendere possibile questo primo passo è necessario il contributo di tutte e tutti.

Ogni donazione può fare la differenza: permette a una chiesa di restare aperta anche senza corrente; consente di offrire aiuti concreti alle famiglie; sostiene una rete di solidarietà che raggiunge le persone più vulnerabili. Non si tratta soltanto di inviare materiali, ma di vivere concretamente la comunione tra chiese, accorciando le distanze e rendendo tangibile una presenza fraterna in un tempo di grande difficoltà.


Come contribuire

E’ possibile partecipare con una donazione individuale tramite bonifico:

IBAN: IT31S0100503215000000000008

Intestatario: Ente Patrimoniale U.C.E.B.I.

Causale: Aiuto Chiese cubane


Essere riconoscenti

 

Gratitudine nel senso più

profondo del termine significa

vivere la vita come un dono

che va ricevuto con riconoscenza. E

la vera riconoscenza accetta tutti gli

aspetti della vita: il bene e il male,

la gioia e il dolore, ciò che è santo e

ciò che è profano. Agiamo così perché

diveniamo consapevoli della vita di

Dio, della presenza di Dio in tutto ciò

che accade.

(...) Se soffrire e danzare sono parte

dello stesso "movimento" di gra-

zia, possiamo essere grati per ogni

attimo che abbiamo vissuto. Possia-

mo rivendicare il nostro itinerario

esistenziale, irripetibile nella sua uni-

cità, come il modo in cui Dio plasma i

nostri cuori per conformarli maggior-

mente a Cristo. La croce, simbolo fon-

damentale della nostra fede, ci invita

a vedere la grazia là dove c'è il dolore,

la resurrezione là dove c'è la morte.

La chiamata a essere riconoscenti è

una chiamata a confidare che ogni

attimo della nostra esistenza possa

essere rivendicato come la via della

croce che conduce alla nuova vita.

Henri Nouwen, Muta il mio dolore in danza,

ed. San Paolo, 2002, pp. 28-29

 

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Riforma, 27 marzo 2026

 

Dio ti doni…

 

Dio ti doni

per ogni tempesta: un arcobaleno,

per ogni lacrima un sorriso,

per ogni preoccupazione una visione

e un aiuto in ogni diffìcoltà.

Per ogni preblema, che la vita ti manda,

un amico/a per condividerla,  

per ogni sospiro un bel canto

ed una risposta ad ogni preghiera.

 

Antica benedizione irlandese,

in Un sentiero nella foresta, Cevaa, 2006, p. 167

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Riforma, 27 marzo 2026

Ultime notizie

Trump cerca una via d'uscita

La chiusura dello stretto di Hormuz, l'instabilità dei mercati energetici e il rischio di perdere  consensi in patria hanno spinto il presidente statunitense Donald Trump a cercare una via d'uscita dalla guerra con  l'Iran. “Ma lo sta facendo in modo ambiguo e contraddittorio, confermando di non avere idea di come gestire questa crisi”, scrive l'Atlantic. Dopo che il 22 marzo aveva dato al governo iraniano un ultimatum di 48 ore per riaprire lo stretto, minacciando di bombardare le centrali elettriche, il giorno dopo Trump ha cambiato idea, rinviando gli attacchi e riferendo di “conversazioni .produttive” con Teheran. Ha continuato a parlare di negoziati avanzati per fermare il conflitto, anche se gli iraniani smentivano. Inoltre Teheran ha continuato a lanciare missili e droni contro Israele e vari stati del golfo Persico, e gli israeliani a bombardare il territorio iraniano.

Secondo le ricostruzioni del Wall Street Journal, alcuni paesi della regione starebbero tentando di fare da mediatori tra Washington e Teheran. Il Pakistan ha detto di aver ricevuto una proposta statunitense in 15 punti per mettere fine alla guerra, che è stata inviata  agli iraniani. Il piano prevederebbe l'alleggerimento delle sanzioni nei confronti dell'Iran in cambio dello smantellamento del suo programma nucleare, di limiti a quello missilistico e della fine del sostegno ai gruppi di miliziani nella regione. Secondo Al Jazeera, il regime  ha definito il piano “massimalista e irragionevole”. Washington subisce anche le pressioni dagli alleati per continuare il conflitto. Non solo di Israele: secondo il New York Times, Mohammed bin Salman, principe ereditario dell'Arabia Saudita, sta insistendo con Trump perché continui la guerra fino a ottenere la  caduta del regime.

Nel frattempo gli Stati Uniti hanno  spostato nella regione altri duemila paracadutisti: in tutto, dall”inizio della guerra, sono settemila i soldati inviati di rinforzo per possibili operazioni di terra.

Internazionale, 27 marzo 2026       

mercoledì 15 aprile 2026

Ingiusto

 

Per la prima volta la galassia conservatrice mondiale è al potere, con Donald Trump: conservatori e fondamentalisti, religiosi e post religiosi, apocalittici tecnologici, anti-vaccinisti, creazionisti dell’ultima ora e post-umanisti; fino a ieri i nostri convegni servivano a comprendere un fenomeno che cresceva ma che rimaneva fuori dalla stanza dei bottoni. Oggi sono proprio loro a poter pigiare quei bottoni.

La parola democrazia, per questa galassia, è un ”accidente di percorso” della storia, da superare, se possibile. E nella nostra Europa andiamo meglio? Forse sì, per un po', e speriamo che duri. Anche se, Giancarla Codrígnani nel suo editoriale dice: «Abbiamo tutti a cuore la giustizia, speriamo perfino, che l'Europa torni a imporre la religione dei diritti, contestiamo l'equivoca partecipazione al Board of Peace, la repressione spacciata come ordine pubblico, la lotta contro la magistratura del ministro della Giustizia». Un monito saggio, guardando anche  all'editoriale di Maurizio Ambrosini che ci mostra cosa succede col nuovo Decreto sicurezza.

Anche da noi dunque la guerra verso il nemico interno, l'opacità di una riforma della giustizia – auspicata, si badi bene, da più parti: si parla quindi di un bisogno reale, da affrontare, ma non nel modo non chiaro a cui siamo chiamati a votare al prossimo referendum - ci proietta nel grande quadro “post-democratico”.

Se questo futuro è fatto di autoritarismo, calpestamento dei diritti umani e violenza verso il nemico interno, beh, non è il futuro che vogliamo: diventa urgente resistere, impegnarsi e organizzarsi; per “tenere viva la speranza” come diceva Jackson, dobbiamo, come diceva Martin Luther King «costruire dighe di coraggio per trattenere l'inondazione della paura». 

Claudio Paravati, Confronti, marzo 2026

Da “Olio per la lampada” di Franco Barbero 

12 aprile 2026


Tu, o Dio


O Dio, che hai guidato la vita di Gesù

sui sentieri della semplicità e del “servizio”,

solo con il Tuo sostegno

possiamo rimanere in questo stile di vita 

che è esattamente l'opposto 

di ciò che ci insinua 

il pensiero dominante.

Ti ringraziamo perché nel mondo, 

in tutte le chiese, 

in tutte le religioni 

e sotto tutti i cieli 

Tu fai vivere tante donne e tanti uomini

che cercano di camminare 

nell'amore solidale

silenziosamente e quotidianamente.

Signore, fammi vivere

con il desiderio appassionato

di cercare e di compiere

la Tua volontà.

Vorrei che mi accompagnassi a partire sempre da te, 

dalla lampada ardente della Tua Parola 

e, come ha fatto Gesù, proprio sulle sue tracce,

legare sempre di più la mia vita all'orfano, 

alla vedova, allo straniero.

E’ ancora lì, dentro queste vite "comuni" fragili e minacciate, 

esposte al gelo della miseria e dell’abbandono,

che Tu parli ai cuori e compi le Tue silenziose meraviglie.


 Don Franco Barbero racconta

Storie, storiacce, storielle

8. L’esperienza della benedizione delle coppie omosessuali (dal 1978 in poi)

La prima benedizione di una coppia omosessuale risale al 4 febbraio 1978. Questa prima benedizione è stata preceduta da più di 10 anni di colloqui individuali con omosessuali e lesbiche (dal 1972 anche con persone transessuali), che, gradualmente, mi hanno permesso di andare oltre dogmi e pregiudizi e conoscere in profondità il mondo LGBT+

Ho incontrato il primo omosessuale il 7 dicembre 1967 nel duomo di Pinerolo, mentre stavo pregando per prepararmi alla messa principale della domenica che in quel periodo mi era stata affidata dai canonici.

Da allora, esercitando il ministero della confessione in chiesa e in numerosi colloqui nella mia abitazione in seminario, in parrocchia e nella sede della comunità, ho avuto la fortuna di ascoltare molte persone omosessuali.

Questi colloqui mi hanno spinto ben presto a fondare ed animare gruppi di persone omosessuali che inizialmente, per rispettare la privacy, non erano né aperti alla partecipazione di esterni né pubblicizzati.

A partire dal 1978 sono diverse centinaia le coppie di lesbiche e gay a cui ho avuto la gioia di annunciare la benedizione di Dio all’interno di celebrazioni eucaristiche. Ai parenti e agli amici che partecipavano a queste eucarestie si diceva che si trattava un matrimonio vero… era un momento molto bello anche per i bambini presenti. Alcune di queste persone hanno mantenuto un rapporto di fede con me e con la comunità.

Nel libro “Benedizione delle coppie omosessuali”, uscito nel 2013 per l’editrice “L’Harmattan Italia”, ho raccolto i testi di alcune celebrazioni.

Come i matrimoni eterosessuali anche quelli omosessuali sono preceduti da un percorso di preparazione. Dopo un momento di conoscenza iniziale, la coppia partecipa a una decina di colloqui, per un periodo di quattro o cinque mesi, ogni 15-20 giorni. Si parla del loro amore, delle difficoltà che si incontrano, della non comprensione della Chiesa.

Nel mio operare è stata importantissima una parrocchia di Palermo. Lì c'era un prete, che accoglieva le coppie per parlare di omosessualità e lì è nato un gruppo con cui ho ancora frequenti contatti.

Da non dimenticare l’esperienza dei convegni – campi su “fede cristiana e omosessualità”, ospitati con cadenza annuale, a partire dal 1979, dal Centro Ecumenico di Agape, messoci profeticamente a disposizione dalla Chiesa valdese.

martedì 14 aprile 2026

 

  

 da Riforma del 27 marzo

da Il Manifesto del 11/04/2026

La colonizzazione della Luna

di Andrea Capocci


SPAZIO L’esplorazione modello Trump non è un’alternativa alla guerra ma la sua prosecuzione con altri mezzi. Dalla quale Italia ed Europa dovrebbero tirarsi fuori.


Dopo un viaggio verso la Luna durato dieci giorni è finita in trionfo la missione spaziale Artemis 2. Il contrasto tra le immagini inviate dagli astronauti e quelle dell’attualità che raccontano i conflitti sul pianeta non poteva essere più netto.

Il successo e la suggestione però non fanno dimenticare il contesto in cui essa è avvenuta e il suo significato ultimo, che va ben al di là del contributo scientifico della missione. Certo, la Nasa ha confermato le sue grandi capacità ingegneristiche in un’impresa spaziale senza imprevisti al lancio né all’avventuroso rientro di ieri notte. Dai sistemi di pilotaggio alla toilette, la navicella si è dimostrata efficiente e in grado di ospitare quattro esseri umani per dieci giorni in nove metri cubi di spazio.

Anche lo scudo termico della navicella ha fatto il suo dovere nei minuti finali della missione e ha protetto gli astronauti dalla palla di fuoco che ha avvolto la Orion tuffata in atmosfera a quasi quarantamila chilometri orari. Grazie a questa performance tecnica, gli astronauti hanno potuto condurre coi loro occhi un’osservazione dettagliata del lato lontano della Luna e dimostrare che la robotica non può ancora sostituire del tutto l’essere umano.

Ma l’apporto di nuove conoscenze è poca cosa rispetto all’impegno finanziario profuso nel programma Artemis, stimato in circa cento di miliardi di dollari finora. Una montagna di soldi del genere non si giustifica con il monitoraggio dei crateri: l’obiettivo reale di questa e delle successive missioni è battere sul tempo i taikonauti cinesi per arrivare primi sulla Luna e vincere la nuova Guerra Fredda contro Pechino, scopo esplicitamente affermato dall’amministrazione Usa. Possibilmente entro il 2028, in tempo per le prossime elezioni presidenziali statunitensi.

A differenza della prima Guerra Fredda il traguardo non è solo simbolico. Trump, con la collaborazione del neo-direttore Nasa Jared Isaacman, ha infatti trasformato la missione in un programma di colonizzazione simile a quello sventato per ora in Groenlandia. Invece di collocare una stazione spaziale orbitante intorno al satellite come prevedeva il piano originale, ora si punta direttamente a costruire una base sul suolo lunare. Nelle prossime missioni del programma Artemis versione Maga gli astronauti dovranno occupare il satellite boots on the ground e appropriarsi delle sue risorse, dalle terre rare indispensabili per i chip all’elio utile alla fusione nucleare, se mai un giorno sarà realtà.

L’ordine esecutivo della Casa bianca in cui tutto ciò è stato deciso si intitola «Garantire la supremazia statunitense nello spazio». Più chiaro di così.

L’esplorazione spaziale dunque non rappresenta un’alternativa alla guerra ma la sua prosecuzione con altri mezzi. Anche sullo sfondo del braccio di ferro per Hormuz c’è la competizione con la Cina e la sua sfida alla sovranità tecnologica occidentale. E pure sulla Luna Trump dimostra che il diritto internazionale è carta straccia: il trattato internazionale sullo spazio firmato nel lontano 1967 vieta di trasformare il nostro satellite in una miniera ad uso privato.

L’Italia e l’Europa non sono spettatrici neutrali di questa gara. Aziende private e controllate statali hanno fornito diversi componenti decisivi alla missione Artemis e in questi giorni se ne sono vantate. La solita Leonardo S.p.A., descrivendo il proprio ruolo, si è detta «in prima linea» caso mai non si fosse capito che di guerra si tratta. L’Agenzia spaziale europea ha realizzato il modulo che ha fornito ossigeno, propulsione e climatizzazione alla Orion in partnership con Airbus, tredici governi e oltre cento imprese subappaltatrici del continente. Gli astronauti europei sono candidati a lasciare la loro impronta sul suolo lunare e i nostri Luca Parmitano e Samantha Cristoforetti sono in pole position per la selezione.

Ma la partecipazione a una missione che insegue obiettivi sempre meno scientifici è davvero un vanto? Il cambio di rotta imposto dall’amministrazione Trump in maniera così esplicita rende oggi legittimo ridiscutere la nostra collaborazione alle missioni Artemis e condizionarla alla natura pacifica, cooperativa e sovranazionale dei futuri progetti di esplorazione spaziale. Come ha scritto la rivista Nature in un bell’editoriale «la Luna non appartiene ai Paesi che possono permettersi di arrivarci». L’Italia e l’Europa hanno l’occasione per far rispettare il diritto internazionale almeno nello spazio, visto che sulla Terra non ci hanno nemmeno provato.