martedì 13 ottobre 2026

da un vecchio scritto di don Franco Barbero…

I poveri nostro belletto


Lungo la strada della costruzione di una fede liberante non possiamo evitare alcune verifiche indilazionabili. Ne cito una sola.

Si tratta di verificare se il nostro costante riferirci ai poveri e alle loro lotte di liberazione a livello verbale trova corrispondenza nei fatti, cioè nella pratica quotidiana o sé, invece, compensiamo la nostra sostanziale estraneità con una proiezione puramente parolaia. E’ dal di dentro di una lotta realmente combattuta (non solo contemplata o descritta o nostalgicamente ricordata secondo la diffusa pressi degli ex-combattenti!) che si rigenera una fede nuova e nasce una teologia nuova. Questa è regola inderogabile per ogni comunità, per ogni singolo credente, per ogni operatore pastorale, per il teologo. Altrimenti i poveri e le loro lotte sono la vernice con cui noi nascondiamo la nostra pratica reale e un pericoloso ed imbellettato cianciare dei poveri con l’illusione che basti parlarne per essere collocati sul fronte della lotta. Ma di fatto questo risulterà un battere l'aria perché siamo spiazzati, fuori cioè della loro realtà.

L’atto secondo, cioè la nostra riflessione teologica, diventa malsana e idealistica senza l'atto primo che è l'inserzione nella prassi storica di liberazione e la riscoperta della Parola in relazione ad essa. Quando invece sul piano dell'esistenza e della operatività si è pressoché estranei ai sentieri che gli oppressi praticano per costruire liberazione, come si potrà penetrare quell'evangelo e il Padre tiene nascosto ai sapienti e rende manifesto ai piccoli (Mt. 11:25)?

Si tratta davvero di una fede e di una riflessione teologica che nasce dai sotterranei della storia, dal rovescio della storia? <<Ciò che deve essere distrutto è l’intelligenza dell’intellettuale svincolato dalla vita e dalla lotta dei poveri>>, dice il teologo Gutierrez. In tale contesto il teologo sarà un <<intellettuale organico>>, organicamente collegato al progetto popolare di liberazione, inserito egli stesso in tale lavoro e collegato alle comunità che camminano in tale pratica.

Ricordo tutto questo perché, all'interno delle nostre esperienze ecclesiali, la tentazione dell'imbellettatura é seducente e diffusa ai vertici ed alla base. 

Proprio dalle comunità di base dell'America Latina ci giunge un segnale che ci aiuta a snidare le diverse pratiche <<imbellettanti>> che s’infiltrano tra noi.

<<Una riflessione teologica in contesto di liberazione parte dalla percezione che questo contesto ci obbliga a ripensare radicalmente il nostro essere cristiani e il nostro modo di essere chiesa… Ciò indica la sua divergenza da ogni tentativo di imbellettare con preoccupazione sociale o con terminologia di “liberazione” vecchi atteggiamenti pastorali e teologici. Atteggiamenti facili e una certa moda hanno portato di fatto alcuni a parlare delle cose di sempre aggiungendo ad esse l'aggettivo "liberatore" e a vendere in tal modo una mercanzia che cominciava a riempire i magazzini>>.

<<C’è in questo momento un grande sforzo inteso ad addomesticare la Teologia della Liberazione adottando, per esempio, i termini che essa usa, ma svuotandoli del loro significato… In questo modo le si toglie tutto il suo spessore umano e storico, rendendola accettabile al sistema politico ed ecclesiastico nella stessa misura in cui non mette più nulla in questione…>>.

Da noi il rischio è quello di una chiesa che si modernizza, che si lava la bocca parlando continuamente dei poveri e degli emarginati o che impianta una grossa industria assistenzialistica per gestire in proprio l'area del bisogno con grande efficienza. Ma convertirsi è un'altra cosa. Le stesse comunità cristiane di base su questo punto debbono ancora compiere molti passi per essere un realtà popolare. Quando si è realmente inseriti nei processi di liberazione (e non se ne ragiona soltanto ideologicamente) cambiano le stesse priorità teologiche, le questioni centrali diventano altre e la stessa vita comunitaria riceve un’impostazione profondamente diversa.

Invece certi gruppi di lettura biblica mi sembrano piuttosto cacio biblico su maccheroni borghesi, per dirla con il proverbio. Quando non si è realmente inseriti in un processo di liberazione la lettura della bibbia diventa ozioso passatempo religioso, malsano circolotto di amici, che si illudono di leggere la Parola di Dio mentre si divertono dopo cena con alcuni giochetti di interpretazione biblica.


da L’Eco del Chisone

Cappuccini, Addio a Pinerolo.

La crisi delle presenze religiose

di Paola Molino


Dopo oltre settant’anni, i frati Cappuccini lasciano Pinerolo. La decisione rientra nella riorganizzazione della nuova Provincia cappuccina di San Francesco, nata il 4 marzo dall'unione delle Province del Piemonte, della Liguria, della Lombardia, del Canton Ticino e della Valle d’Aosta.

La nuova Provincia conta circa 330 frati in 40 fraternità, ma l’invecchiamento delle comunità e il calo delle vocazioni hanno imposto una revisione delle presenze. Tra le prime chiusure decise c'è quella di Pinerolo, dove il convento ospitava anche lo studio filosofico, il postulato e l’infermeria della Provincia piemontese. La comunicazione è arrivata attraverso una lettera che i frati pinerolesi hanno scritto alla città. 

La partenza dell'ordine cade in un momento particolarmente significativo, nell'anno degli 800 anni dalla morte di San Francesco che in città prevede un calendario di iniziative ed eventi che mette insieme diverse realtà religiose, culturali e sociali.

I Cappuccini resteranno in città fino alla solennità del santo: sabato 3 ottobre, nella basilica di San Maurizio, parteciperanno con il vescovo Derio Olivero a una veglia di preghiera. Martedì 13 ottobre alle 18 sarà celebrata la messa di saluto. Dal giorno successivo inizieranno i trasferimenti: fra’ Donato e fra’ Domenico andranno a Genova, fra’ Pasquale e fra’ Luca a Vigevano, mentre fra’ Luciano è già destinato a Bergamo. Nel messaggio alla città, i frati ricordano che la loro presenza a Pinerolo è iniziata due volte: nel 1575 e nel 1952.

Una città che perde presenze religiose

La partenza dei Cappuccini arriva dopo quella, ad aprile, delle monache della Visitazione, che hanno lasciato Pinerolo trasferendosi a Solbiate con Cagno, nel Comasco. Dopo 392 anni di presenza in città, il monastero fondato nel 1634 sulla collina è stato affidato alla diocesi.

E prima ancora, nel 2018-2019, si era conclusa la presenza dei Salesiani a Monte Uliveto: nel settembre 2018 il noviziato era stato trasferito al Colle Don bosco e nell’agosto 2019 era terminata anche la presenza nella parrocchia dello Spirito Santo. 

Cosa ci dice questa ennesima partenza? <<Ci fa toccare con mano quello che a livello globale ci dicono le statistiche: ovvero della crisi religiosa della vita attiva e di quella contemplativa - commenta il vescovo di Pinerolo, Derio Olivero -. Le forme classiche di presenza sul territorio (i Salesiani, le Visitandine, il Cottolengo, ora anche i Cappuccini) non si rinnovano nelle presenze, a livello centrale si applica una riorganizzazione necessaria>>.

C’è ancora spazio nella nostra società per la vita religiosa contemplativa?

<<La clausura maschile è in ripresa in Francia in particolare, ma anche in Italia. Anche qui a Bagnolo c’è il giovane monastero di Pra ‘d Mill aperto nel 1955, che ora ha trent’anni ed è vivace. I Cappuccini a Pinerolo sono stati un riferimento importante che ha generato un movimento di laici che manterrà una continuità della spiritualità francescana>>.

Edifici

Accanto al tema religioso e sociale quello urbanistico: monasteri e istituti religiosi sono storicamente collocati in luoghi centrali in città, sulla collina. 

La struttura salesiana di Monte Uliveto fu venduta alla Cooperativa Quadrifoglio; la Casa della Divina Provvidenza del Cottolengo è stata venduta a un impresario nel 2025 e abbattuto. Al suo posto si stanno realizzando degli alloggi. Si definisce in questi giorni il destino dell'ampio spazio del monastero delle Visitandine, fitto il dialogo della Diocesi con le suore.

da Pressenza dell’11/10/2026

Le tre grandi trasformazioni dell’Italia contemporanea

di Giovanni Caprio


L’Italia contemporanea vive tre grandi trasformazioni strettamente intrecciate: lo squilibrio demografico tra giovani e anziani; la crescente dimensione multiculturale della popolazione; la mobilità, interna e internazionale, che modifica territori, famiglie e relazioni. È questa, in sintesi, la fotografia del Paese proposta dal volume “Stare nel mondo. Giovani e anziani dell’Italia longeva e multiculturale”, a cura di Fabio Introini, Delfina Licata e Cristina Pasqualini (ed. il Mulino), realizzato da Fondazione Migrantes e Istituto Toniolo, in collaborazione con l’ISTAT.

La pubblicazione, in uscita il 30 ottobre 2026, ma presentata lo scorso 9 ottobre al Senato, è il risultato di una ricerca che integra analisi statistiche e interviste biografiche (200 interviste: 100 giovani di 18-34 anni e i rispettivi nonni o nonne con cui i giovani hanno una relazione significativa). La prima parte ricostruisce quantitativamente il cambiamento demografico e sociale. La seconda dà voce a giovani e anziani, mettendo a confronto esperienze, bisogni, rappresentazioni dell’età e modi di vivere la fede.

Dalle biografie dei nonni e dei loro nipoti è emerso un quadro che Cristina Pasqualini, professoressa associata di Sociologia all’Università Cattolica di Milano e co-curatrice del volume, ha riassunto così: “Giovani e anziani riconoscono più libertà e possibilità rispetto al passato, ma ci ricordano anche quanto contino la stabilità e le relazioni. Nessuna generazione è migliore delle altre: ciascuna va compresa nel proprio tempo, ascoltando ciò che ha guadagnato e le difficoltà che incontra”.

Dal volume emergono “molte Italie demografiche”. L’Italia non è semplicemente un Paese che invecchia: è un Paese nel quale il peso numerico delle generazioni si è rovesciato e nel quale immigrazione, genere e territorio producono molte “Italie demografiche” differenti, in cui le opportunità sono sempre più diseguali.

Il divario generazionale non è solo numerico. I giovani sono meno numerosi, più poveri, più precari e più dipendenti dalla famiglia; gli anziani sono più protetti economicamente, ma maggiormente esposti alla solitudine, alla fragilità fisica e al bisogno di assistenza.

La Generazione Z non ha meno possibilità dei nonni: ne ha molte di più, ma fatica maggiormente a trasformarle in un progetto di vita stabile. La libertà è cresciuta; la prevedibilità del futuro è diminuita.

Ma emerge anche un Paese in movimento, all’interno e verso l’esterno. La mobilità interna non è più soltanto la tradizionale migrazione degli italiani dal Sud verso il Nord. È un sistema complesso nel quale stranieri, italiani e nuovi italiani si spostano, si stabilizzano, invecchiano e ridisegnano la geografia sociale del Paese.

L’Italia è, poi, contemporaneamente Paese di immigrazione, di emigrazione e di transito. La mobilità verso l’estero non segue più un unico modello: può essere fuga dei giovani, circolazione professionale, ritorno al Paese d’origine, riunificazione familiare o scelta residenziale nella pensione.

Un altro dato che colpisce attiene alla fede, che cambia, ma non scompare. La fede non scompare: semplicemente, passando dagli anziani ai giovani, cambia forma. I nonni trasmettono meno attraverso regole e insegnamenti e più attraverso la testimonianza, la memoria, i gesti e la relazione affettiva.

Questi alcuni dei dati più interessanti del volume: in quarant’anni il rapporto è passato da 52 anziani ogni 100 giovani a circa 140 anziani ogni 100 giovani; gli over 65 rappresentano il 24,3% della popolazione italiana; i giovani di 18-34 anni sono diminuiti del 22,9% rispetto al 2002; il 67,4% dei giovani di 18-34 anni vive ancora con i genitori.

La povertà assoluta riguarda il 14% dei minori, contro il 5,4% dei 65-74enni; è povero il 43,7% dei minori stranieri, contro il 9,7% dei minori italiani; nelle zone rurali del Mezzogiorno la popolazione giovanile è diminuita di oltre il 32%.

Gli utenti regolari di Internet sono passati dal 24,9% all’84,5% in vent’anni; i giovani che si riconoscono nella religione cattolica sono scesi dal 56% al 33,7%; prega ogni giorno il 44,4% degli anziani, contro il 14,4% dei giovani.

Interessante, infine, l’identikit dei cittadini italiani con background migratorio (persone che hanno acquisito la cittadinanza italiana o che appartengono a famiglie con una storia migratoria) e dei cosiddetti “expat”, i giovani italiani nati in Italia e poi emigrati, oppure giovani di origine italiana nati all’estero. Le due categorie non coincidono: i primi raccontano soprattutto l’integrazione e la doppia appartenenza; i secondi la mobilità internazionale e il mantenimento delle radici italiane.

“La collaborazione di queste tre organizzazioni, ha sottolineato il direttore generale della Fondazione Migrantes, mons. Pierpaolo Felicolo, può e deve portare certamente ad analizzare la realtà, ma anche dare poi il proprio contributo nell’affrontare le criticità di oggi: le necessità che emergono nella vita delle persone, le forme di fragilità e le carenze di un sistema pubblico e privato a volte troppo distante da singoli e famiglie”.

E Anna Maria Tarantola, vicepresidente Fondazione Cecchettin e consigliere Fondazione EDUCatt, a conclusione dell’evento di presentazione del libro, ha aggiunto: “Solo con un cambiamento culturale profondo, che guidi le decisioni politiche e i comportamenti di istituzioni, aziende, comunità, si può realizzare un nuovo patto sociale tra generazioni ed etnie in grado di restituire equilibrio tra chi dà e chi riceve, tra chi lavora e chi ha lavorato, tra chi nasce e chi arriva in un contesto di turbolenta innovazione tecnologica”.


lunedì 12 ottobre 2026

Gruppo biblico del martedì, domani 13 ottobre


Cari amiche e amici del gruppo biblico del martedì,

Domani sera ci incontreremo alle ore 18:00 per continuare la lettura del Libro di Giobbe. Riprenderemo la lettura dal capitolo 6.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.

Questo è il LINK per il collegamento:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A domani.

Sergio

Mamme in piazza per la libertà di dissenso

Piazze e diritti costituzionali negati

11/10/2026 - Torino


“Mamme in piazza per la libertà di dissenso” è un comitato di mamme delle ragazze e dei ragazzi di Torino sottoposti a pesanti misure cautelari e processi per aver partecipato a manifestazioni e iniziative antirazziste, antifasciste e in difesa del territorio. Si sono riunite in gruppo per sostenere tutti e tutte i/le giovani attivisti e per denunciare la situazione di ingiustizia e di repressione che nega il diritto al dissenso e alla protesta.


50 piazze italiane hanno manifestato ieri contro il genocidio ancora in corso, la guerra e l’occupazione sionista della Palestina.

A Torino la manifestazione più partecipata con almeno 20.000 persone, provenienti da tutta la regione, che hanno attraversato la città con slogan, cori e interventi di spessore.

Sono 65 le realtà che hanno aderito tra associazioni, comitati, partiti e movimenti piemontesi.

“Tensioni con la polizia all’inizio della manifestazione” registrano tutti i Tg della sera.

Nessuno si stupisce, Torino è una piazza “calda”, nessuno sembra interessato alle motivazioni di quei momenti di tensione che invece affondano in un attacco sempre più pervasivo al diritto di manifestare sancito dall’art. 17 della Costituzione.

E’ infatti con l’ultima delle scellerate Leggi Sicurezza, quella emanata con decreto a febbraio e trasformata in legge il 24 aprile di quest’anno, che si innesta un attacco senza precedenti al diritto di manifestare: da una parte abbiamo la Costituzione che sancisce il diritto alla manifestazione e ne regola le modalità tramite l’obbligo del PREAVVISO alla questura, dall’altra l’inasprimento delle pene pecuniarie, le multe amministrative, sancite dalla Legge Sicurezza, per tutti coloro che non si attengono alle PRESCRIZIONI della questura che possono (possono!) indicare limitazioni rispetto agli itinerari indicati, sempre e solo per motivi di sicurezza pubblica.

Quello che gli articoli di legge non raccontano sono le recenti indicazioni ministeriali che in pochi mesi si sono evidenziate a chiunque organizzi una manifestazione, un corteo o un presidio: le questure prescrivono sempre pesanti limitazioni agli eventi comunicati, non va bene il giorno, non va bene l’orario, non va bene l’itinerario …  quella via è troppo stretta, l’altra è trafficata. Gli organizzatori, o chi è pensato come tale, vengono richiamati più e più volte a discutere allo sfinimento di vie, piazze e angoli di città.

Il risultato è la limitazione stessa dell’impatto che una manifestazione vuole significare per una città: essere visibile, comunicativa, portare al centro dell’agorà i temi politici e sociali del momento.

Se limiti l’agorà limiti la democrazia.

E’ questo quello che sta succedendo nella realtà: un’agorà preclusa per soffocare ogni espressione di dissenso e denuncia.

E laddove le organizzazioni non si attengono alle pesanti limitazioni delle questure fioccano le multe per chi è stato individuato come organizzatore, multe pesanti che prima o poi verranno riscosse con gravi conseguenze sulle vite reali delle persone. In pochissimi mesi sono stati già multate una quarantina di persone a Torino e altrettanto a Bologna, Pisa, Firenze …

Nella giornata di ieri le deboli motivazioni della questura: “E’ sabato pomeriggio, c’è lo shopping, c’è il rischio di scritte sui muri …” volevano impedire l’agorà a 20.000 persone che protestano contro un genocidio.

Le 20.000 persone non ci sono state e quella piazza se la sono ripresa per portare nel cuore della città l’enorme questione politica di questa epoca storica: “No alla guerra, alle armi, al genocidio, all’impoverimento di tutti per il profitto di pochi”.

Riprendere la piazza è stato un atto politico. Loro risponderanno con multe e denunce.


da Centro Studi Sereno Regis di Torino

R-esistenze migranti: 

soggetti, non pedine

di Andrea Dosio


Fragili, disperati, senza risorse. O, al contrario, un pericolo per la sicurezza e l’ordine sociale. Quando si parla di migranti, il racconto si riduce quasi sempre a questo: miseria o minaccia. Le due visioni si intrecciano di continuo, creando un’immagine stereotipata che cancella l’individuo. Davanti alla complessità della tematica, è necessario superare la narrazione binaria per comprendere chi sia il migrante che lascia la sua terra.

Sabato 3 ottobre 2026, si è tenuto al Centro Studi Sereno Regis l’incontro R-esistenze migranti all’interno dell’ottava edizione del Festival della Nonviolenza /Eirene Fest Torino. Obiettivo era presentare due libri legati al tema della migrazione in Italia: Umanità in esilio. Cronache dalla frontiera alpina di Fassin e Defossez e L’immigrazione meridionale a Torino di Fofi. Per contestualizzare e spiegare i testi, ma soprattutto per farli dialogare, sono intervenuti quattro esperti: William Bonapace (storico, fondatore dell’associazione On Borders), Maria Perino (sociologa, autrice su On Borders, socia di Adl a Zavidovici), Gianfranco Crua (attivista, fondatore di Carovane Migranti) e Michael Eve (sociologo, promotore di Porta delle Culture).


Umanità in esilio, come hanno spiegato bene Bonapace e Perino, è un testo che parla del confine alpino italo-francese (Oulx-Briançon), ma in realtà pone una riflessione generale sulle frontiere come espressione di una differenza: quella tra chi può passare e chi no. La frontiera non è solo una linea geografica, ma un mezzo di separazione tra gli individui. Questa separazione è anche visibile nel divario tra le forze dell’ordine e i cosiddetti “solidali”. Le prime applicano le direttive statali di chiusura; i secondi sono i gruppi o gli individui che resistono alle direttive e che seguono una logica di accoglienza nei confronti dei migranti.

Il tema della violenza, più o meno radicale, esercitata dalle forze dell’ordine ai confini, è un punto fondamentale: secondo gli autori del libro, non rappresenta un’anomalia locale, ma è sintomo di un indebolimento dei valori democratici globali. In breve, capire le frontiere significa comprendere un po’ le nostre società.


Eve e Crua riflettono sul secondo saggio, L’immigrazione meridionale a Torino. Il contesto è molto diverso: si tratta di un libro che analizza l’ondata migratoria italiana durante il boom economico. Goffredo Fofi denuncia l’impreparazione delle istituzioni nel gestire l’arrivo dei migranti dal Meridione, ma non solo: racconta un cambiamento; la migrazione, infatti, è sinonimo di passaggi come quelli dalla vita contadina al lavoro operaio e di mutamento nelle relazioni tra gli abitanti della città che si interfacciano con una “comunità” del sud molto diversa dalla propria.

Quando si analizza il fenomeno migratorio, ci si dimentica spesso della centralità della trasformazione. Bonapace ricorda, tra le tante cose, che l’arrivo dei migranti dal sud Italia ha portato il sindacato e il Partito Comunista Italiano a un ripensamento di se stessi. Il tema è semplice: la migrazione porta in avanti le società, le fa evolvere.

Arrivati a questo punto, si può dire che i due libri, legati a contesti molto specifici, riescono a parlare in modo universale. Che si tratti del migrante sul fronte alpino o di quello proveniente dal Sud Italia, emergono due punti interessanti.

Innanzitutto, la migrazione è un fenomeno normale: Eve ci tiene a sottolinearlo. Una cosa è normale quando “segue la norma, è conforme alla norma, è quindi consueta, ordinaria, regolare” (Treccani). Sì, l’immigrazione è conforme alla norma perché è parte integrante della storia dell’umanità, nei suoi svariati contesti.

Oggi ci aiuterebbe studiare la storia da un punto di vista migratorio: non solo per comprendere la frequenza del fenomeno, ma soprattutto l’importanza che questo riveste nella trasformazione e nell’equilibrio delle società. Nell’intervento viene riportato un esempio: in Italia stanno aumentando i giovani che proseguono con studi lunghi e sono sempre meno disposti a svolgere lavori a qualificazione bassa. Il migrante, che arriva nel nostro paese ed è disoccupato, accetta invece di ricoprire quei ruoli che i giovani universitari quasi disdegniamo di esercitare.

Non soffermandosi ulteriormente su questo primo punto, diventa interessante, invece, mettere in evidenza una questione che è emersa e che già si anticipava all’inizio: l’immagine che si ha del migrante. I due libri sembrano quasi mettere in discussione la raffigurazione diffusa del migrante come miserevole o minaccioso.

Si provi a immaginare un migrante: si vede una persona che è obbligata a lasciare la propria terra per intraprendere un viaggio lunghissimo, rischiando la vita, in modo da arrivare in un paese “sicuro” dove poter trovare delle condizioni di vita migliori.

Ma il problema di quest’immagine sta nel concetto di obbligatorietà a cui è associata. Per molti persone, il migrante è un poveretto che merita compassione a causa del viaggio che ha compiuto e dell’obbligo che l’ha portato ad abbandonare terra e famiglia. Un’interpretazione simile generalizza il vissuto di ogni singolo migrante, ponendolo in una dimensione di universalità: “Tutti i migranti sono uguali perché il loro percorso è bene o male lo stesso”. Questa concezione dimentica l’individuo singolo che si “nasconde” dietro al termine che  lo definisce. In secondo luogo, mettere la compassione in primo piano rende il migrante un oggetto dell’emotività: si prova pena e si semplifica la complessità dell’individuo che si ha di fronte.

Il singolo migrante, però, non è una pedina: ha un valore e una profondità in quanto essere umano. Sicuramente si ritrova nell’urgenza di agire quando lascia il proprio paese; tuttavia, quest’urgenza non è frutto solo di obbligatorietà, ma anche di una scelta.

Talvolta chi sostiene l’arrivo di migranti irregolari, nel rispondere a chi vorrebbe “remigrarli”, tende a celare questa soggettività per fare leva sul piano della tenerezza: “Sono persone che non hanno nulla, in balìa degli eventi, senza possibilità di scegliere”. Questa verità è parziale: la scelta c’è. Una persona, prima di decidere di imbarcarsi e mettere in pericolo la propria vita, pondera bene in che luogo spostarsi: per esempio nei giovani, come viene evidenziato nell’intervento, influisce spesso il sogno di un’Europa vista sui social.

Il dibattito sull’immigrazione potrebbe spostarsi dal “sono obbligati a venire qui” allo “scelgono di venire qui, anche contro la loro volontà perché in condizioni sicure e stabili forse rimarrebbero sulla propria terra”. La dimensione della volontarietà non va nascosta perché scomoda, va anzi evidenziata: proprio in virtù di una scelta sono esseri umani e in quanto tali meritano di essere accolti nel paese che scelgono.



da Pressenza del 09/10/2026

Servizio Sanitario Nazionale: in quattro anni circa 19 miliardi di “tagli invisibili”

di Giovanni Caprio



Negli ultimi quattro anni il SSN ha subito € 18,8 miliardi di “tagli invisibili”, mentre nel triennio 2027-2029 si profila un divario cumulativo di € 32,3 miliardi tra finanziamento e previsioni di spesa. 

Nel 2025 le famiglie hanno sostenuto direttamente € 42,4 miliardi di spesa sanitaria; persistono profonde diseguaglianze territoriali nell’accesso ai LEA e alla mobilità sanitaria e la crisi del personale continua a indebolire la capacità del servizio pubblico di garantire cure tempestive ed eque. Un medico su quattro e un infermiere su cinque censiti dall’OCSE non lavorano nel SSN, mentre per il personale sanitario si stima una minore spesa cumulativa di € 36,8 miliardi rispetto a uno scenario con quota di spesa invariata ai livelli del 2012.

E’ quanto evidenzia il 9° Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN) della Fondazione GIMBE, documentando come il diritto alla tutela della salute sia sempre più condizionato dal luogo di residenza e dalle disponibilità economiche dei cittadini. Il confronto internazionale per quanto riguarda la sanità è poi particolarmente impietoso: l’Italia è ultima nel G7 per spesa sanitaria pubblica pro-capite. Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana si attesta al 6,2% del PIL, contro il 7,1% della media OCSE. La spesa pubblica pro-capite è pari a $ 3.952 a parità di potere d’acquisto: $ 909 in meno della media OCSE e $ 1.013 in meno della media europea. “Un divario che, rapportato ai quasi 59 milioni di residenti supera, i € 36 miliardi. Una voragine scavata negli ultimi 15 anni da governi di ogni colore, che anno dopo anno ha allontanato l’Italia dal resto d’Europa” sottolinea il presidente di GIMBE,  Nino  Cartabellotta. Tra i Paesi del G7, l’Italia è fanalino di coda per spesa sanitaria pubblica pro-capite. La spesa diretta pro-capite delle famiglie supera invece la media OCSE del 12,3%, mentre quella intermediata è inferiore del 43,7%: al minore investimento pubblico corrisponde una minore protezione finanziaria delle famiglie, più esposte al pagamento diretto delle cure.

“Nel 2025” si legge nel Rapporto “la spesa sanitaria totale è di € 190,1 miliardi: € 140,8 miliardi di spesa pubblica, € 42,4 miliardi a carico delle famiglie e quasi € 7 miliardi intermediati da fondi sanitari, assicurazioni e altri soggetti. Rispetto al 2024, la spesa out-of-pocket diminuisce dell’1% (- € 434 milioni), mentre quella intermediata cresce del 10,1% (+ € 642 milioni). In particolare, quella per assicurazioni sanitarie volontarie aumenta del 12,7%, passando da € 4,69 a € 5,29 miliardi”.

Intanto, Il DPFP 2026, approvato il 2 ottobre, prevede una spesa sanitaria in aumento in termini nominali, ma in calo dal 6,4% del PIL nel 2026 al 6,3% nel 2027-2029. Le stime confermano che non c’è alcuna inversione di tendenza: al contrario, la quota di ricchezza del Paese destinata alla sanità si riduce. Inoltre, nel triennio 2027-2029 si amplia ulteriormente la forbice tra previsioni di spesa ed entità del Fondo Sanitario Nazionale, lo strumento finanziario statale destinato a garantire i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale: € 7,6 miliardi nel 2027, € 10,7 miliardi nel 2028 e € 14 miliardi nel 2029, per un divario cumulativo di € 32,3 miliardi.

Tutto ciò spinge sempre più persone a rinunciare a visite ed esami: nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone, pari al 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di aver rinunciato a una o più visite o esami, rispetto al 7,6% del 2023: circa 4 milioni hanno rinunciato per i lunghi tempi d’attesa e 3,1 milioni per motivi economici, potendo indicare entrambe le cause. “Quando tempi d’attesa, disponibilità economiche e luogo di residenza condizionano l’accesso alle prestazioni sanitarie”, commenta amaramente Cartabellotta, “è in gioco la tenuta del patto sociale. Una prestazione garantita sulla carta, ma inaccessibile nella realtà, lascia il cittadino da solo di fronte al proprio bisogno di salute”.

E se sui LEA le Regioni “promosse” sono aumentate, restano però i divari. Nel 2024 18 Regioni e Province autonome su 21 risultano adempienti ai LEA, contro le 13 del 2023. Tuttavia, 6 delle 18 Regioni “promosse” presentano almeno una macro-area con un punteggio compreso tra 60 e 69  e, nello stesso anno, aumenta la quota di popolazione che rinuncia a visite o esami. “Finalmente,” sottolinea Cartabellotta, “dal 30 ottobre 2026 saranno in vigore i LEA aggiornati, dopo un’attesa di quasi 10 anni. Tuttavia, inserire una nuova prestazione nei LEA non equivale a renderla accessibile a tutti: bisogna garantire che le Regioni siano effettivamente in grado di erogarla in modo tempestivo e uniforme”.

Il quadro che emerge dal Rapporto conferma che il problema non è soltanto aumentare nominalmente le risorse, ma garantire che siano adeguate ai bisogni di salute e accompagnate da riforme capaci di rafforzare il servizio pubblico. Senza un’inversione di rotta, il rischio è che il SSN continui progressivamente a perdere la capacità di assicurare universalità, uguaglianza ed equità, ampliando il divario tra chi può pagare e chi è costretto ad attendere o rinunciare alle cure.


da Pressenza del 09/10/2026

Sollèvati, la coscienza non si arruola

di Andrea Maccari, Mosaico di Pace



Lettera dei diciassettenni ai sindaci: difendo senza armi e scelgo la nonviolenza. La nuova campagna promossa da Pax Christi Italia.

Dalle parole si passa ai fatti: dopo mesi di contatti, elaborazione di documenti e costruzione di una solida rete di associazioni e movimenti, in autunno sarà presentata la campagna promossa da Pax Christi e Comunità dell’Arca. Rivolta ai diciassettenni, ma non solo, l’iniziativa ha ancora un titolo provvisorio ma già molto significativo: “SOLLEVATI. Difendo senza armi. Lettera dei diciassettenni ai sindaci: la coscienza non si arruola e scelgo la nonviolenza”.

La campagna parte il 24 ottobre alla Casa per la Pace di Pax Christi, a Impruneta, Firenze. Sarà presente anche Pietro Puccio, sindaco di Capaci, primo cittadino ad aver fatto propria l’iniziativa e ad aver sensibilizzato i giovani del suo comune su questa nuova forma di obiezione di coscienza. In un mondo vicino al baratro e di nuovo orientato a investire in armi, resta una domanda decisiva: siamo disposti a pagare il prezzo non solo per dire “no” alla guerra, ma anche per organizzare, finanziare e costruire la pace?

A rispondere subito sì sono state le associazioni e i movimenti che hanno già aderito – Pax Christi, Movimento dei Focolari Italia, Comunità dell’Arca, Mir, Missionari Comboniani – Gpic Italia, Agesci, Movimento Nonviolento Palermo – insieme ad altre realtà interessate, in attesa di formalizzare l’adesione dopo l’estate attraverso i rispettivi vertici nazionali: Acli, Cnesc, Cesc Project, Libera, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole, Emergency, Azione Cattolica, Caritas e Corpi Civili di Pace. Anche altre reti e associazioni sono state informate della campagna e ne condividono pienamente i valori. E alcune di queste potrebbero aderire in futuro.

Dall’idea iniziale di Enzo Sanfilippo (MdP, luglio 2026, pag. 34) ed Ermete Ferraro (Mir), il percorso si è allargato ad altre realtà sensibili al tema dell’obiezione di coscienza. A cominciare dall’area di lavoro “Giovani e obiezione di coscienza” di Pax Christi. Ne è nata, così, una riflessione comune sulle azioni da avviare subito per ampliare la proposta ad altri attori e prepararci alla gestione dei conflitti internazionali in cui siamo già, a vario titolo, coinvolti.

Di fronte all’ipotesi della guerra, la domanda più radicale è interiore: saremmo disposti a uccidere i nostri avversari? Dopo la sospensione della leva obbligatoria, i giovani non hanno più un’occasione specifica per confrontarsi con questo interrogativo, pur essendo iscritti d’ufficio nelle liste di leva e potenzialmente tra i primi chiamati alle armi in caso di reintroduzione dell’obbligo.

Quale contributo possiamo offrire, allora, alla soluzione dei conflitti in alternativa alla forza militare e a tutela della vita di tutti? È tempo di riprendere sul serio l’obiezione di coscienza alla guerra, indebolita negli anni dalla sospensione della leva. L’obiettivo principale è raggiungere i giovani con una proposta di “smilitarizzazione delle menti”, da contrapporre all’idea sempre più diffusa che la difesa coincida solo con le armi e con un riarmo senza fine.

Per raggiungere questo obiettivo, servono percorsi formativi essenziali: educazione alla pace e alla nonviolenza, memoria storica e narrazione culturale dei processi di pace, recupero della storia dell’obiezione di coscienza in Italia e nel mondo, attività nelle scuole e nelle parrocchie, formazione di giovani operatori di pace, strumenti didattici. Inoltre, sviluppare quanto esposto sopra anche attraverso dei laboratori permanenti di formazione diffusa di “operatori di pace” nei territori, a iniziare dalla disponibilità della Casa per la Pace di Pax Christi a Impruneta (Fi). L’offerta formativa si vuole rendere ancora più completa proponendo anche dei corsi di formazione on line.

L’obiettivo ambizioso della campagna ha imposto alla neo-rete la creazione di una struttura organizzativa di base: comitato organizzativo, segreteria, ufficio stampa/portavoce. Inoltre, si sta pensando, visto l’alto numero di adesioni e interessamenti, di utilizzare un processo di finanziamento della campagna come il crowdfunding.

Il 24 ottobre: un lancio per dare forza alla campagna. La presentazione del 24 ottobre vorrà essere il trampolino di lancio di una campagna ambiziosa, capace di riportare al centro il ruolo della società civile e di sostenere l’attivismo “dal basso”. Il coinvolgimento dei giovani sarà decisivo: a loro va ricordato che la leva militare oggi è sospesa, ma potrebbe essere reintrodotta. Per questo la campagna intende informarli, coinvolgerli e offrire loro strumenti concreti per scegliere la nonviolenza e la difesa senza armi. E con questa campagna viene introdotto un modo ufficiale per dire “non voglio fare la guerra”, voglio prepararmi alla Pace: scrivere una lettera al proprio Sindaco.

Una rete comune per dare voce ai giovani. L’intero percorso nasce dall’esigenza di offrire ai giovani strumenti per informarsi, riflettere e prendere parola. In un momento storico così tragico e pericoloso, segnato dal rischio di un allargamento dei conflitti, impedire una guerra globale richiede di unire le forze, valorizzare ciò che accomuna persone e organizzazioni diverse e riconoscersi in obiettivi condivisi. Sono già molte le realtà che, da anni e ogni giorno, lavorano per l’obiezione di coscienza, la nonviolenza attiva e l’educazione a una pace disarmata e disarmante. La nascente campagna vuole proprio andare in questa direzione.

Ripartire dai giovani e da un gesto concreto. Forse i nostri movimenti hanno perso il contatto proprio con questa generazione. E se molti giovani fossero stanchi di proclami pacifisti generici e aspettassero invece proposte concrete per dare voce al desiderio di pace che portano dentro? Ripartire da loro significa costruire un movimento etico intergenerazionale di opposizione alla guerra: senza questo passaggio, all’orizzonte sembrano restare solo il disastro e la catastrofe.

Il sostegno e la sollecitazione a entrare nel mondo giovanile con le loro visioni e proposte di un mondo migliore ci viene offerta anche dal Santo Padre, Leone XIV, che, in questo caldo agostano, ha sostenuto che «il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarsi nell’intera realtà». Insieme si può!

Quali obiettivi della campagna?
• informare i cittadini diciassettenni, e non solo, della possibilità di esprimere un’obiezione di coscienza a tutti gli eserciti;
• proporre forme non armate e nonviolente di difesa;
• sostenere percorsi di resistenza nonviolenta, formazione, educazione e contro-informazione;
• contrastare l’idea che violenza, guerra e riarmo siano l’unica risposta possibile ai conflitti.