Sentire, Ascoltare…
…dalle riflessioni emerse durante un incontro del Centro di Ascolto di Piossasco
Sentire è un atto naturale.
E’ uno dei nostri sensi: le orecchie colgono suoni, parole, rumori. Sentire può avvenire anche distrattamente, mentre la mente è altrove. Possiamo sentire una voce senza davvero accoglierla, percepire parole senza lasciarci toccare dal loro significato profondo.
Ascoltare, invece, è una scelta.
E’ un atto intenzionale che coinvolge tutta la nostra umanità. Quando ascoltiamo, non usiamo solo le orecchie, ma il cuore, la mente, la sensibilità. Ascoltare significa fare spazio all'altro, sospendere il giudizio, rallentare per entrare nel suo tempo.
Nel sentire passano le parole. Nell’ascoltare passano le persone.
Nel vero ascolto c’è empatia:
la capacità di sentire con l’altro, non al posto dell’altro. C’è rispetto per la sua storia, anche quando è confusa, dolorosa o diversa dalla nostra. C’è silenzio, un silenzio pieno, che non è vuoto ma accoglienza.
In un “centro di ascolto”, l'ascoltare diventa un gesto profondamente umano e trasformativo. In un centro di ascolto non siamo chiamati solo a sentire dei racconti, ma ad ascoltare delle vite. Ascoltare vuol dire accogliere anche ciò che non viene detto: i silenzi, le esitazioni, le emozioni nascoste dietro una frase semplice. Vuol dire comunicare all'altro, senza parole: "Ti vedo, ti riconosco, la tua storia conta”. Ed è proprio lì, in quell’ascolto autentico e rispettoso, che può nascere sollievo, fiducia e, a volte, un primo piccolo passo verso la speranza.
Non sempre possiamo dare risposte o soluzioni, ma possiamo offrire presenza. E spesso, per chi si sente solo o invisibile, essere davvero ascoltato è già l'inizio di una guarigione.
Sentire è automatico.
Ascoltare è un dono. Un dono che diciamo all'altro: “Tu conti. La tua voce ha valore. Io sono qui per te”.
Nei Vangeli Gesù appare come un uomo profondamente attento all'altro, capace di fermarsi, di ascoltare e di lasciarsi toccare dalle ferite umane. La sua vicinanza non è mai generica: è personale, concreta, carica di compassione. In mezzo alle folle o negli incontri più intimi, Gesù vede la persona, non il problema; ascolta il cuore prima ancora delle parole.
Un segno potente di questo atteggiamento è l'episodio della donna affetta da emorragia (Mc 5,25-34). In mezzo alla calca, mentre tutti lo toccano, Gesù avverte un contatto diverso, carico di dolore e di speranza: <<Gesù, subito, essendosi accorto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: “Chi mi ha toccato il mantello?”>> (Mc 5,30).
Gesù si ferma. Non ha fretta, non lascia che la sua vicinanza resti anonima. Vuole incontrare quella donna, darle voce, restituirle dignità. Quando lei, tremante, racconta tutta la verità, Gesù l’ascolta e la accoglie con parole che curano quanto il gesto:
<<Figlia mia, la tua fede ti ha salvata. Và in pace>> (Mc 5,34).
Qui emerge un Gesù che non si limita a guarire il corpo, ma si prende cura della persona intera. La sua attenzione trasforma una donna invisibile e marginalizzata in una “figlia”, riconosciuta e amata.
La stessa capacità di vicinanza si manifesta nell’incontro con Zaccheo (Lc 19,1-10). Zaccheo è disprezzato, isolato, e osserva Gesù da lontano, nascosto su un sicomoro. Ma è Gesù a notarlo per primo:
<<Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”>> (Lc 19,5).
Gesù non attende che Zaccheo cambi o si giustifichi. Lo chiama per nome, entra nella sua casa, nella sua vita. Questo sguardo che precede il giudizio apre la strada alla conversione. Zaccheo, sentendosi accolto, ritrova se stesso e la capacità di cambiare:
<<Oggi per questa casa è venuta la salvezza>> (Lc 19,9).
In entrambi gli episodi, Gesù mostra uno stile che parla ancora oggi: uno sguardo che vede, un ascolto che libera, una vicinanza che guarisce. Egli non passa oltre il dolore, non ignora chi è ai margini, non riduce le persone ai loro errori o alle loro malattie.
Gesù è anche colui che ascolta il grido silenzioso: come davanti al cieco Bartimeo, che grida lungo la strada, o ai discepoli di Emmaus, ai quali Gesù si accosta camminando e li lascia parlare prima di spiegare. In ogni caso, Gesù si fa prossimo, entra nel tempo dell'altro, accoglie la sua storia.
Questo stile evangelico diventa una chiamata per ogni credente: imparare da Gesù l’arte dell’ascolto, della presenza e dell’attenzione. Fermarsi, alzare lo sguardo, chiamare per nome, lasciarsi toccare. E’ così che anche oggi passa la salvezza.