lunedì 27 luglio 2026

 E’ sera...

E’ sera. Ho sentito con dolore ciò che anche una televisione “americana” come la nostra non può completamente falsificare e nascondere. Ho pregato Dio che trovi due profeti capaci di imitare la Giuditta biblica e aiuti noi cristiani a comprendere che il “buonismo”, ormai dogma cattolico, non consente altro che permettere ai tiranni di continuare nei loro progetti di morte e violenza, che ogni giorno causano nuove migliaia di persone morte e vite spezzate, solo per il capriccio dei tiranni che abitano il nostro tempo e la loro sete di potere.

...Poi è arrivata Sarya, che mi aiuta nei miei bisogni quotidiani e che mi chiama Padre, e il mio cuore ha avuto un balzo di felicità.

Grazie, o Dio d’amore e di giustizia. Solo da Te viene la forza di proseguire questa strada con speranza, con piccole opere, con spirito comunitario, con tanta gioia e con lo sguardo al Sole di giustizia che si fonda in Te.


 "Voi siete testimoni”

da “Come la samaritana" – 2009 

di Franco Barbero


Ecco la consegna di Gesù che la “comunità” di Luca si prefigge di vivere: “Essere testimoni”. Il passaggio è netto per noi oggi: dalla chiesa dei documenti e delle encicliche alla comunità della solidarietà e della giustizia, da una “comunità appartata” ad una comunità coinvolta nei problemi del mondo. Non si tratta di un vago discorso sullo stato delle chiese cristiane. Si tratta di interrogarci e di verificare fino a che punto la prassi di vita di Gesù sta contagiando e cambiando in profondità la mia piccola personale esistenza.

 da Confronti di Maggio 2026

Caregiver familiari: un lavoro invisibile

di Valentina Paiano

I caregiver familiari in Italia, stimati in milioni, reggono gran parte del peso della cura per persone fragili, tra sacrifici personali, carico economico e burocrazia complessa.

<<Il 12 febbraio 1995, alle ore 2.00 la mia vita ha virato verso una direzione a me sconosciuta. Venti terribili giorni in cui la mia compagna, amica, confidente di una vita quasi ventennale, cade in un coma profondo dal quale tu non sai se ne uscirà. Ho provato apprensione, sgomento, frustrazione perché colei che io avevo definito “il bastone della mia vecchiaia”, in un attimo era diventata una bambina bisognosa di amorevoli cure e di tanta attenzione. Non è più stato un rapporto fra moglie e marito>>.

Un cambio di relazione

Luigi (nome di fantasia per tutelarne la privacy) non racconta un “prima” e un “dopo”: mette un chiodo nel tempo, un’ora esatta, e da lì fa scorrere trent’anni di cura. La sua storia contiene già una delle fratture più dure: la persona amata resta viva, ma torna diversa, e la relazione deve reinventarsi.

<<Da quel momento le cose via via sono andate migliorando. Le cure psicologiche, fisioterapiche e logopediche iniziavano a dare i loro frutti, ma il percorso di riabilitazione non lasciava dubbi: non sarebbe più stata la persona volitiva, capace, intelligente, pragmatica e meravigliosa della quale io mi ero innamorato. Paola era diventata l’esatto opposto di quella che avevo sposato. Una persona come me, che non ha avuto figli, ha solo due pozzi dove attingere aiuto: parenti e amici>>.

La malattia non porta via solo funzioni. Cambia le relazioni e i ruoli. Cambia la grammatica dell’intimità. <<Un giorno Paola decise di non andare più al lavoro perché non si sentiva più utile. Da allora, mi sono trovato a doverla gestire 24 ore su 24 da solo. Negli anni la situazione è ulteriormente peggiorata e sono iniziati i nostri “pellegrinaggi” nelle varie Aziende sanitarie alla ricerca di una cura per un tumore ovarico – prosegue Luigi -. Gli spazi che mi ero ricavato dopo il pensionamento sono via via scomparsi. Ho capito che la mia vita avrebbe avuto un andamento che non avevo neanche lontanamente pensato. La mia quotidianità è monotona: sveglia alle 4.00 per la terapia, alle 6.30 colazione e farmaci, poi spesa, pranzo, riassetto, terapie pomeridiane. Mi mancano le passeggiate, mi mancano i progetti che avevo per il mio futuro.

domenica 26 luglio 2026

 Siamo solo operai del regno e testimoni

O Dio,

roveto ardente che non Ti consumi,

aiutami a togliermi le “fasciature” e le sicurezze che rendono insensibile il mio piede alle gioie, alle spine, alle voci, alle speranze che arrivano dalla terra della nostra vita quotidiana: la terra che è santa perché Tu ce la doni e perché Tu hai deciso di abitare per sempre con le Tue creature.

Ma non esiste nessuna “terra santa” all’infuori della nostra vita quotidiana. Lì ci chiami all’incontro, al cammino, all’impegno con l’orfano, la vedova, lo straniero, il sofferente mentale…

Tu che in Gesù ci hai donato il vero maestro di accoglienza, di discernimento e di perseveranza, liberaci dalla tentazione di cercare la bacchetta magica, ma educaci nel costruire, con pazienza e fiducia, giorno dopo giorno, anno dopo anno, i piccoli passi e i piccoli progetti di giustizia e di solidarietà: aiutaci ad aprire i nostri cuori.

Franco Barbero – da “Come la Samaritana” – 2009

 Che dono Dio mi ha fatto

Ho il cuore rotto dalle notizie di guerre e morti. Non c’è giorno che i due principali responsabili di questa situazione, Netanyahu e il Presidente degli Stati Uniti, non contino vittorie e progetti di conquista. Merita ancora vivere in un mondo così? Qualche volta questa inquietante domanda mi crea momenti di desolazione profonda. Ma poi, come mi è successo, il sorriso della cara e vecchissima giornalaia con il suo <<Ciao Franco>>, con il suo saluto ridente e l’incontro in strada, anch’esso mattutino, in compagnia di Najate, di una donna che da un po di tempo mi regala il suo sorriso, e che ogni volta abbraccio con gioia, e così facciamo quattro parole sui dolori, le sofferenze e le gioie della vita, hanno acceso una fiammata di gioia.

Sui giornali che leggo ogni giorno con impegno appassionato, risaltano in modo brutale le nefandezze e le violenze che i tiranni di questo nostro tempo continuano a compiere.

A me che partecipo con convinzione di fede, di impegno politico e sociale, al gruppo che vuole porre fine a questa situazione, mi fa profondo dispiacere constatare che spesso, anche all’interno della mia stessa comunità, non c’è condivisione, ma derisione di questi miei pensieri. Molti miei scritti al riguardo, fatti in questi ultimi mesi, scritti dove non si rimuoveva il tema della pace e la preghiera di cui sono praticante assiduo, perché Dio può convertire da ogni patologia di violenza. Scrissi una lettera a Netanyahu per ricordargli che Dio è sempre disposto a indicare una nuova strada, anche ai dittatori, sperando e pregando per la sua conversione e la continua violenza e morte che semina sulla povera gente del popolo palestinese. In me non una parola o espressione di odio, ma la speranza in Dio. Non sò come questo mio scritto sia sparito, o forse lo so….

La lettera era scritta con amore, senza alcun sentimento di odio e solo per invitare il “potente tiranno” ad aprire il suo cuore al Dio dell’amore.

C’è chi ha fatto sparire questa lettera ed ora è introvabile e forse distrutta.

                                                     Franco Barbero

 da Mosaico di Pace di giugno 2026

...dal Sinodo della Chiesa Evangelica Luterana in Italia...

Il raccolto del Signore

di Gianluca Fiusco (responsabile della comunicazione della Chiesa Evangelica Luterana in Italia)


La terza seduta del 29° Sinodo della Chiesa Evangelica Luterana in Italia, riunito a Roma dal 30 aprile al 3 maggio 2026, è stata la fotografia di una Chiesa che sta cambiando, che sa di dover cambiare, e che ha scelto di farlo senza cedere alla fretta né all’angoscia.

Un Sinodo luterano non è un consiglio di amministrazione, anche se a chi non lo conosce dall’interno potrebbe sembrarlo: si parla di bilanci, di sedi, di quote societarie. Ma la forma sinodale è, in sé, una dichiarazione teologica. Dice che le decisioni non cadono dall’alto, che la comunità è soggetto e non oggetto della propria vita. In un’epoca in cui le istituzioni faticano a giustificare la propria autorità, questo non è un dettaglio. E’ la sostanza. Il motto sinodale – “All’opera per il raccolto del Signore” (Mt 9,37-38) – è stato declinato nel culto d’apertura da Kirsten Thiele, vice decana uscente, con una franchezza raramente udita in un’assemblea ecclesiastica: “Forse abbiamo troppi bagagli. Gesù chiedeva bagagli leggeri”. Un invito non ornamentale: descriveva la condizione reale di una Chiesa che deve scegliere cosa portare nel cammino che viene, e cosa lasciare sul ciglio della strada. (…)

Comprendere la fede luterana non è semplice in Italia. Si tende a confonderla mettendo insieme tutto e tutti: il protestantesimo italiano, l’evangelicalismo americano che benedice le guerre, o il pentecostalismo che fa rumore. Non è così. I luterani hanno una storia teologica secolare, una tensione permanente tra grazia e responsabilità, una tradizione sinodale che è l’opposto del protagonismo. E portano il peso di una storia complessa – che include certo il silenzio delle Chiese tedesche di fronte al nazismo ma anche e soprattutto la resistenza di chi, come Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano, pagò con la vita la scelta di non tacere. Questa storia non viene rimossa: viene portata, come si porta una ferita che ha insegnato qualcosa di fondamentale.

Una Chiesa che non fa mistero dell’importanza che le risorse hanno per l’impegno sociale oltre che ecclesiastico, ma che parte dall’ascolto dei beneficiari dei microprogetti sociali che ha scelto di sostenere, che riduce le sedi perché la realtà lo chiede, che prega insieme alle altre Chiese cristiane – sta dicendo con i fatti cosa significa essere Chiesa oggi. Non un monolite che dispensa certezze. Ma una comunità cristiana che cammina, che prova a portare i bagagli giusti, e lascia sul ciglio della strada quelli che rischiano di appesantirne il viaggio.

al sinodo è stato eletto, tra altri, il nuovo decano pastore della comunità di Torino, Tobias Brendel.

sabato 25 luglio 2026

 da Mosaico di Pace di giugno 2026

Cristianesimo contraffatto

di Sergio Paronetto (già vicepresidente Pax Christi Italia)


Gli interventi di papa Leone tra marzo e aprile 2026 (con il viaggio in Africa) smascherano la nuda ferocia del potere oggi dominante nei vari continenti, in particolare il comportamento disumano e teologicamente blasfemo di autocrati come Trump, Putin, Netanhyau, fondamentalisti islamici, ebraici, cristiani, induisti, diffusi in vari continenti. Senza entrare direttamente in contraddittorio con Trump, Vance e Rubio, Leone ha il merito di svelare la gigantesca verità del potere mondiale operando, contemporaneamente, un salto etico-politico (la guerra è strage di innocenti, un affare economico predatorio, un crimine contro l’umanità), un grido teologico (la guerra è idolatria blasfema, una forma di deicidio), un sussulto civile in nome della libertà responsabile (basta coi tiranni, i prepotenti e i predatori), suscitando un ampio consenso. Leone avverte che la posta in gioco è altissima perché riguarda, contemporaneamente, il dolore del mondo, la speranza di ognuno, il destino dell’umanità e la sostanza della fede cristiana.

Il tentativo di ricucire il rapporto con Trump, operato dal Segretario di Stato Rubio il 7 maggio 2026, appare alquanto strumentale, se non intimidatorio. Prevost non teme il delirio di onnipotenza dell’antipapa Trump, e non ha alcuna intenzione di diventare “il cappellano dell’Occidente armato”. In questo appare simile a Bergoglio che nella sua autobiografia Spera (Mondadori 2025), rifiutando “la logica perversa della guerra”, respinge il tentativo diffuso di “fare del papa il cappellano militare dell’Occidente anziché il pastore della chiesa universale”.

Da tempo si fa scottante la questione del potere mondiale e del suo rapporto con la religione (con tutte le religioni). Su questo intreccio la sfida assume un valore radicale. Molti studiosi (ad es. Zuboff, Aresu, Padella, Mazzarella, Zamagni) analizzano le caratteristiche del potere contemporaneo basato sul ruolo determinante delle big tech californiane (Palantir, Anduril, SpaceX, Starlink, Defence Llama, Neuralink, Helsing e altre), associate all’amministrazione trumpiana. Si sta realizzando il dominio di un neocapitalismo plutocratico e finanziario, tecnocratico ed etnocratico, populista e imperialista, futurista e messianico, orientato a eliminare la democrazia e il diritto e a imporre una teologia suprematista in nome del dio del proprio esercito (e di se stessi). Tra i documenti necessari per capire, occorre citare il Manifesto del Capitalismo Oligarchico scritto da Pieter Thiel nel 2009, in California, sostenuto da una potente pattuglia di miliardari quali Vance, Bezos, Musk, Pichai, Altman, Sacks: il Programma Scientifico del Claremont Institute, uno dei più efficaci centri dell’ultraconservatorismo americano; il Manifesto Tecno-Ottimista di Marc Andreessen Ben Horowitz, dell’ottobre 2023, ammiratore del futurismo italiano (…), per rendersi conto di quanto sta accadendo.

Non si tratta di farneticazioni singole ma di un programma preparato da miliardari convertiti a un cristianesimo contraffatto, in proiezione transumanista o postumanista. Peter Thiel, il più trumpiano dei nuovi oligarchi, afferma che è giunto il tempo di abbandonare ogni forma di liberalismo e di pauperismo, per dedicarsi a una teocrazia plutocratica, a un cristianesimo della prosperità e del dominio. Nemici di tale progetto, discepoli dell’”anticristo”, sono coloro che operano per la pace, il disarmo, la giustizia, la cura della terra, l’accoglienza, il pensiero critico non violento. Tra i nemici più pericolosi c’è papa Leone XIV perché, sulla scia di Bergoglio, si occupa di pace, di giustizia e dei poveri, discute di democrazia e riflette sulla IA. Leone con la sua mitezza interviene in modo radicale sulla degenerazione del potere e della fede. (L’articolo è pubblicato in versione integrale in Mosaiconline)

 da Mosaico di Pace di giugno 2026

Per non dimenticare il popolo saharawi

di Patrizia Minella (Associazione Karama)


Il 20 marzo scorso, a Sesto San Giovanni, all’interno di un corso di Geografia umana organizzato dal Centro Studi Problemi Internazionali, due socie dell’associazione Karama hanno tenuto una partecipata lezione dal titolo “Sahara Occidentale: ultima colonia d’Africa”.

L’incontro, aperto con una breve presentazione della rete di sinergie che lega l’Associazione Karama al Centro Studi Problemi Internazionali, ha visto come prima protagonista Giovanna Andreoni, sulla scorta della sua tesi di laurea in Mediazione Linguistica e Culturale. La Andreoni ha ripercorso l’excursus storico sul Sahara Occidentale, nei suoi tre periodi: precoloniale, coloniale e contemporaneo. Si sono attraversate la storia dell’invasione marocchina, la guerra di Resistenza, la fondazione della RASD (Repubblica Araba Saharawi Democratica), Stato membro dell’Unione Africana, fino alla costruzione del Muro della vergogna, un sistema di sette muri di sabbia lungo 2700 km, attrezzato di campi minati, postazioni militari sempre attive e torrette d’avvistamento. Un muro, vergognoso appunto, che taglia in due il popolo saharawi, lasciandone una parte discriminata e perseguitata sull’Oceano e una parte nei campi profughi dalla RASD.

Tali campi sono stati autorizzati tra il 1975 e il 1976 presso Tindouf, appena oltre il confine algerino, una zona desertica per il suo clima estremo definita “il giardino del diavolo”.

La funzione delle donne nella gestione dei campi è da sempre fondamentale. Basti ricordare che le Wylaia – i campi con il nome delle città che i Saharawi hanno dovuto abbandonare sotto i bombardamenti del Marocco (El Aaiun, Auserd, Smara, Dakhla e Boujdour, infine Rabouni dove hanno sede gli uffici amministrativi) – hanno quasi tutte sindache donne. Sono insegnanti, medici, infermiere, amministratrici. Molte si sono formate gratuitamente a Cuba e negli ex Paesi socialisti.

E’ stato ricordato il coraggio delle donne resistenti nei territori occupati dal Marocco, donne violentate, imprigionate e torturate.

In particolare, merita rilievo, la figura di Aminetou Haidar, chiamata la Gandhi sahrawi. Ad oggi, la situazione dei “profughi dimenticati”, come li definiva nel 2024 la Commissione europea, è ancora, anzi sempre più, tragica. Gli aiuti delle organizzazioni internazionali (PAM, UNHCR, ad esempio) sono diminuiti di più del 30%, a causa dell’aumento del numero di profughi nel mondo; i prezzi dei rari prodotti freschi che arrivavano ai campi sono aumentati enormemente; la situazione sanitaria si aggrava di anno in anno.

Per dieci estati consegutive, fino al 2018, abbiamo accolto nelle scuole della nostra città, dieci bambine/i dei campi profughi, per permettere loro di effettuare controlli sanitari, cibo sano e sfuggire ai 60 gradi del deserto.

Dal 2020 Karama ha adottato 13 famiglie con bambini/e celiaci con un impegno triennale e porta, ogni anno, gli aiuti ai campi (200 euro a famiglia) tramite un socio. Le famiglie individuate dal sistema sanitario della RASD sono per ora 120. Vogliamo tener accesa una luce sulla situazione di un popolo pacifico che, da sempre, si affida al diritto internazionale e alla mediazione ONU, ma che oggi il diritto della forza (non la forza del diritto) riduce a essere una provincia marocchina.

 da Confronti di giugno 2026

Il coraggio del dialogo contro la semplificazione del conflitto

di Claudio Paravati (direttore di Confronti)

In un mondo fatto di insulti, prevaricazioni, accuse e violenza verbale, come un lumino nell’ombra della spontaneità della valanga social sta questo libro, apparso pochi mesi fa, che consiglio a tutti, Ebrei in guerra. Dialogo tra un rabbino e un dissidente, edito da Feltrinelli. Il testo presenta il dialogo tra Riccardi Di Segni, rabbino capo della comunità ebraica di Roma, e Gad Lerner, scrittore e giornalista di fama.

Tema del dialogo: è facile da intuire; come posizionarsi nei confronti di ciò che è successo, ed è ancora in corso, tra Israele, Gaza, Cisgiordania? Quali sono le idee su Ebraismo, ebrei, Israele?

Rav Di Segni il 25 settembre del 2023 disse, nel Tempio a Roma, per la fine del digiuno di kippur: <<Siamo sull’orlo di una guerra civile>>. Si riferiva, allora, alle tensioni politiche in Israele, alla spaccatura nella società israeliana tra sostenitori da una parte e contestatori dall’altra del governo Netanyahu e si riferiva a come questa dialettica riverberasse anche nella diaspora ebraica in Italia. Poco dopo tutto è cambiato, in peggio purtroppo, come sappiamo, dal 7 ottobre 2023, con il più grande pogrom dalla fine della Seconda guerra mondiale e la successiva devastazione di Gaza.

Leggere il dialogo franco, deciso, senza fronzoli, di Lerner e Di Segni è tempo ben speso: ci ricorda che siamo tutti parte in causa. A volte sullo sfondo, a volte nel centro, emerge chiaro per il lettore il tema di fondo: che tipo di società abbiamo in mente qui dalle nostre parti? Aperta, plurale, che sa valorizzare questa pluralità?

Secondo: il tema del rapporto col Cristianesimo. I due interlocutori ci ricordano, nel loro dialogo, quali giudizi e pregiudizi sono ancora latenti sotto la cenere. Terzo: politica e fondamentalismi, di ogni nuovo genere, si tengono insieme e si posizionano sulla questione. In sole due pagine ci dicono, i protagonisti, più di quanto altri sanno dire in interi articoli, in particolare sul “Sionismo cristiano”, o “Sionismo laico”: rammentano entrambi quanto il fenomeno sia complesso, articolato, e non solo evangelical come ai media piace semplificare, aiutati dalle immagini di Donald Trump in mezzo ai predicatori “fedelissimi”. Rav Di Segni ricorda come sia anche un fenomeno cattolico, e a pag. 87 fa riferimento alle tante persone <<di fede evangelica>>, che sono <<attente, rispettose e affettuose nei confronti della comunità ebraica>>.

Come a dire: non semplifichiamo fenomeni complessi! Tutto il libro è all’insegna di questa impostazione, e cioè non semplificare ma ragionare insieme su ciò che semplice e lineare non è, ma che è complesso, storico, articolato, a volte contraddittorio.

Questo libro è una testimonianza. Lo è nella sua forma stessa: dialogare, anche aspramente, ma dialogare. Lo è nel contenuto: si fa capire, è scritto per essere capito, ma non rinuncia a rimanere nella complessità. Le posizioni tra i due interlocutori alla fine rimangono distanti. Eppure quando si è finito di leggere il libro è come se, seppur nella differenza, l’aver attraversato il dialogo ci abbia comunque mossi, avvicinati.

Si fatica a non pensare che se ci fossero più dialoghi di questo livello qualcosa potrebbe muoversi di più. Nel frattempo leggiamo il libro e prepariamoci a dialogare.

venerdì 24 luglio 2026

 da Mosaico di Pace – giugno 2026

Preghiera dei piedi stanchi”

Ho percorso tanta strada con questi piedi stanchi, mio Dio.

E loro portano tutti i segni delle mie fatiche.

Li ho rinchiusi in scarpe scomode proprio come ho rinchiuso

me stessa in ruoli sociali che non mi appartenevano.

I miei piedi hanno la pelle indurita come quella del mio cuore.

Indurita dagli abbandoni e dai tradimenti, ma anche

dai miei sbagli che hanno fatto sanguinare altri cuori.

Ho percorso tanta strada con questi piedi stanchi, mio Dio.

E sono giunta qui davanti a te.

Mentre mi lascio accogliere e l’acqua scorre

su questi piedi vissuti, sento che loro cantano,

grati per questa vita, per il tuo amore e il tuo perdono.

Amen”.





da Internazionale del 19/06/2026

Cosa succede in Albania nei centri per il rimpatrio

di Irene Savio, elPeriodico, Spagna 

Un migrante minaccia di tagliarsi la carotide con un pezzo di vetro. Un altro chiede altri farmaci e si ferisce. Anche un altro fa la stessa cosa e un altro ancora prova a cucirsi le labbra con un fil di ferro. Uno dà fuoco ai suoi vestiti. E poi risse, rivolte e altri episodi di autolesionismo. Così per 48 giorni. E’ la ricostruzione delle sofferenze dei migranti rinchiusi nel Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) voluto dal governo italiano. Il periodo preso in esame va dall’apertura del centro, l’11 aprile 2025, fino al 28 maggio dello stesso anno.

Episodi rivelati ora per la prima volta da un’inchiesta dal giornalista Luca Rondi, della rivista italiana Altreconomia, che ha potuto avere accesso – dopo una lunga battaglia giudiziaria – alle annotazioni contenute nei documenti ufficiali degli operatori di Medihospes, la cooperativa incaricata dal governo Meloni di gestire il centro, che giorno dopo giorno hanno tenuto un registro degli “eventi critici” all’interno della struttura.

La documentazione, circa 40 pagine, è, come ha scritto Rondi, una sorta di scatola nera dell’inferno del “modello albanese”: un resoconto di prima mano della sofferenza quotidiana all’interno del centro che Roma ha presentato come esempio di gestione esternalizzata delle migrazioni. Un percorso lungo il quale si è incamminata l’Unione europea.

Battaglia giudiziaria

I dati sono eloquenti: 54 incidenti nei primi giorni di funzionamento della struttura. Per la maggior parte sono atti di autolesionismo (22), seguiti dai tentativi di suicidio (12) e dalle proteste delle persone detenute (11). “Informazioni che dobbiamo leggere con cautela, perché ciò che emerge da questi documenti è probabilmente una versione edulcorata di quello che è realmente successo: non credo che Medihospes voglia mettersi in cattiva luce”, avverte Rondi, in un’intervista a questo giornale.

I documenti sono stati resi noti solo ora proprio perché le autorità italiane hanno tentato in ogni modo di impedirne la pubblicazione, secondo quanto spiegato da Altreconomia: si è arrivati al punto di “impugnare una sentenza del Tar del Lazio che nel novembre 2025 aveva riconosciuto il diritto di Altreconomia di poterli visionare. Il 23 marzo 2026 il consiglio di stato italiano ha chiuso la partita, confermando la sentenza di primo grado e smontando la linea del viminale che contestava la violazione della privacy dei reclusi”. Rondi ha presentato nuove richieste di accesso alle informazioni più recenti, ma sta ancora lottando per farsele consegnare dalle autorità.


 da Internazionale del 20/06/2026

Sommersi dalle patate

di Geer, Belgio


Il Belgio, il maggiore esportatore mondiale di patatine fritte, è alle prese con una grave crisi dovuta all’enorme quantità di prodotto invenduto. Le cause, spiega il New York Times, stanno nei dazi voluti dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ma anche nella feroce concorrenza asiatica e nella crisi climatica. Per mesi il prezzo di una tonnellata di patate sul mercato belga è rimasto praticamente a zero; tre anni fa era di quasi seicento euro. Il problema è il surplus di patate prodotto nel 2026. Grazie al bel tempo, spiega il quotidiano statunitense, c’è stato il miglior raccolto europeo di patate degli ultimi otto anni, proprio mentre gli agricoltori hanno avuto difficoltà a vendere perché i dazi dell’amministrazione Trump hanno colpito le esportazioni negli Stati Uniti, il secondo mercato dopo il Regno Unito. Allo stesso tempo i nuovi concorrenti dall’Asia hanno acquisito fette di mercato. “Più di recente”, inoltre, “la guerra in Iran ha fatto aumentare i prezzi dell’energia e dei fertilizzanti spingendo le persone a ridurre i consumi”. Di conseguenza i margini di profitto delle aziende, già sottili, si sono annullati. Il blocco dello stretto di Hormuz ha anche reso più difficile esportare le patatine fritte in paesi come Qatar, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, tutti grandi consumatori di questo alimento. Le vendite all’Arabia Saudita, il terzo mercato per le patatine fritte europee, erano diminuite dell’11% già nel 2015 ed è probabile che siano scese ulteriormente dopo l’inizio della guerra contro l’Iran.

giovedì 23 luglio 2026

 

da Il Manifesto del 12/06/2026

La tassa sui super ricchi e le passioni tristi

di Valentina Pazé


La piazza di un piccolo paese. Un personaggio stravagante, in vesti sgargianti, agita una scatoletta piena di polvere esaltandone le prodigiose virtù curative, circondato da una folla rapita. Di fronte a tale fascino a nulla valgono gli avvertimenti del farmacista del luogo. «Un uomo giallo, magro e severo», che invita a guardarsi dall’imbroglione, intento a smerciare semplice zucchero. È un ricordo d’infanzia di Gustave le Bon, richiamato da Francesco Gallino nella sua bella Introduzione alla nuova edizione critica della Psicologia delle folle (Bollati Boringhieri 2025). Da Platone a Le Bon a Reich, si torna sempre lì: da un lato la forza magnetica di un messaggio che punta dritto all’inconscio; dall’altra la razionalità, i numeri, le statistiche, che lasciano freddo chi ha bisogno di credere e di sognare.

Il dibattito sulla patrimoniale è solo l’ultimo esempio del riproporsi di questo dilemma. Nella forma di un’aliquota dell’1% applicata a pochi milionari, converrebbe a tutti, tranne all’esiguo drappello di super-ricchi che dovrebbero pagarla. Eppure, secondo Antonio Floridia, <<parlarne così è un suicidio elettorale>> per via del valore emotivo di una parola <<che allarma (inutilmente) una gran massa di contribuenti, a cominciare da milioni di italiani proprietari della loro casa>> (manifesto, 5 giugno). Come allarmano al di là di ogni ragionevole smentita le notizie di cronaca su rapine e omicidi, nonostante i numeri più che rassicuranti delle statistiche.

Per Gallino <<l’inevitabile sconfitta del farmacista – nonostante le argomentazioni di buon senso – condensa una decisiva evidenza psicologica: ciò che gli esseri umani (soprattutto se in folla) vedono, pensano e scelgono non dipende primariamente dal criterio di verità. La speranza, il mistero, il prestigio, la paura, il contagio mentale: tutte queste forze plasmano il modo in cui percepiamo il mondo più dell’evidenza logica, o del dato di realtà>>. E’ questo, in fondo, ciò che si intende oggi quando si parla di post-verità: il prevalere di opinioni soggettive, per lo più filtrate dalla rete (dove gli <<sciami digitali>> fungono da equivalente funzionale delle folle), sulle leggi della logica e le evidenze fattuali. Ma, a dar retta a Le Bon, che scrive a fine Ottocento, profondamente turbato dai tumulti dei lavoratori in piazza, si tratterebbe di un fenomeno senza tempo, che si radica negli strati profondi della psiche umana. Quelli che, di lì a poco, indagherà Freud, sotto l’influsso decisivo proprio di Le Bon. Qualcosa che i vari Trump, Meloni, Vannacci, e i loro staff di esperti comunicatori, mostrano di conoscere molto bene e di riuscire a capitalizzare.

E la sinistra? Quando prova a scendere su questo terreno non si può dire che non colga qualche successo, come la folgorante ascesa di Renzi ha mostrato. Ma la parabola discendente del rottamatore è istruttiva della trappola insita in questa strategia. Inseguire la destra sulla politica dell’immagine e delle emozioni non paga, alla lunga, per la banale ragione che l’originale è sempre più convincente della copia. E per la, meno banale, ragione che pulsioni primordiali come la paura, il risentimento, la speranza irrazionale, una volta risvegliate non si placano con le mezze misure. Assecondare le narrazioni securitarie (<<perché la sicurezza non è un valore di destra>>) funziona, dal punto di vista elettorale, solo se si è disposti ad andare fino in fondo. Come sta facendo il fior fiore della socialdemocrazia europea, da Starmer alla danese Frederiksen, sempre meno distinguibili da chi promette tolleranza zero e remigrazione.

Un’alternativa consiste nel cambiare decisamente frame e contrapporre alle passioni tristi della destra le passioni gioiose della sinistra: amicizia, solidarietà, fratellanza. Come è riuscita a fare la Flotilla, suscitando un entusiasmo non spiegabile esclusivamente sulla base dei freddi numeri dello sterminio a Gaza. Tra l’altro, anche in questo caso vale la regola dell’originale che brilla più della copia. La sospensione del rinnovo automatico del memorandum di cooperazione sulla difesa con Israele non è servita a Meloni per rifarsi l’immagine. Né le gioverebbe un tardivo via libera alle sanzioni europee contro Israele.

E allora, la patrimoniale? Se la parola <<non funziona>>, perché impropriamente associata alla tassazione della prima casa, si parli più esplicitamente di una tassa destinata ai super-ricchi, che andrebbe a finanziare bisogni di base dei ceti medio-bassi. Non rinunciando a sfruttare l’impatto anche emotivo dei numeri della diseguaglianza (12 individui che possiedono più ricchezza di quattro miliardi di persone, secondo Oxfam). Senza eccessiva prudenza e tentennamenti, che sarebbero solo controproducenti.

 Anche se i fatti di cui parla l’articolo che segue sono ormai passati, ci sembra importante riportarlo sul blog per l’analisi attenta e puntuale che ne è stata fatta dall’autore. 

Si invita tutti/e alla lettura...


da Il Manifesto del 10/06/2026

Inizia il mondiale suprematista

di Luca Pisapia


I campionati mondiali di calcio maschile che cominciano domani allo stadio Azteca di Città del Messico con la sfida tra Messico e Sudafrica sono il culmine di un lungo processo attraverso cui la Fifa certifica la sua trasformazione da apparato burocratico incaricato di organizzare le competizioni calcistiche internazionali a multinazionale protagonista del ciclo reazionario del tardo capitalismo.

La coppa del mondo 2026 sarà infatti la più estesa, la più redditizia, la più inquinante e soprattutto la più escludente di sempre. Un vero e proprio festival del suprematismo trumpiano. Per la prima volta il torneo mondiale si giocherà infatti in tre diversi paesi (Canada, Messico e Stati Uniti); e per la prima volta con 48 squadre, 12 giorni e ben 104 partite (la maggior parte delle quali, 78, negli Stati Uniti). Per i continui spostamenti aerei necessari sono state stimate emissioni per oltre 9 milioni di tonnellate di anidride carbonica, quelle che producono sei milioni di automobili in circolazione ogni giorno per un anno, con un aumento del 92% rispetto alla media storica dei tornei disputati nell’ultimo decennio.

Oltre alle emissioni aumenteranno anche gli introiti della Fifa, che controlla tutto (dalle mega sponsorizzazioni alla vendita dei diritti televisivi, fino a quella al dettaglio dei souvenir) e lo fa in un regime di extraterritorialità fiscale; e per questo a bilancio per il 2023-2026 ha previsto ricavi per 13 miliardi di dollari, il doppio del quadriennio precedente.

Ma non sarà una festa per tutti. La maggior parte dei tifosi non potrà assistere alle partite perché impossibilitata a ottenere il visto per gli Stati Uniti, o perché terrorizzata dalle deportazioni arbitrarie delle milizie parafasciste dell’Ice; o ancora perché il costo dei biglietti ha raggiunto cifre iperboliche: il prezzo medio per una partita è di 2.500 dollari, e un ticket per la finale, il 19 luglio al MetLife Stadium in New Jersey, sul mercato secondario (legale) costa fino a 2 milioni.

Questo processo di esclusione operato dalla Fifa attraverso i campionati mondiali di calcio maschile affonda le sue radici nell’assegnazione dell’edizione 1934 all’Italia fascista, che secondo l’allora presidente Jules Rimet era un esempio nel mantenere dell’ordine pubblico con il pugno di ferro; prosegue nel dopoguerra con le relazioni pericolose tra la Fifa e le dittature argentine, brasiliane, cilene e messicane; e trova la sua messa a terra con le dichiarazioni rilasciate nel 2014 dall’allora segretario generale Jerome Valcke, che riferendosi a Russia e Qatar spiegò come «nei Paesi con meno democrazia è più facile organizzare una Coppa del Mondo».

Ma l’orizzonte degli eventi lo supera l’attuale presidente Gianni Infantino, definito sarcasticamente dal Guardian come «parte dell’entourage diplomatico del presidente degli Stati Uniti» per i suoi continui viaggi nei Paesi del Golfo a fianco di Donald Trump, che porta al suo massimo livello l’opera di riterritorializzazione degli spazi a uso del capitale finanziario. Prima non si cura della tragedia dei lavoratori migranti morti per Qatar 2022; poi assegna direttamente il torneo del 2034 all’Arabia Saudita senza passare dal voto, e per caso arrivano sponsorizzazioni miliardarie dal fondo statale saudita Pif e dalla compagnia petrolifera Saudi Aramco; non contento, esclude la Russia per l’invasione dell’Ucraina e non Israele per il genocidio in Palestina, e prende parte al Board of Peace dove si mette a ridere e ballare sulle macerie di Gaza. E infine, sdraiato sulla politica guerrafondaia trumpiana, dopo aver consegnato al king il ridicolo Premio per la Pace Fifa tagliato su misura, costringe la nazionale iraniana all’esilio in Messico nonostante debba giocare in California. La coppa del mondo si conferma così un dispositivo del capitale che attraverso l’esclusione ha lo scopo di ridisegnare l’architettura degli spazi urbani (costruzione di nuovi stadi, aumento del prezzo dei biglietti, repressione di eserciti e polizie) e riterritorializzare gli spazi globali (diplomazia, guerre e speculazioni finanziarie); un dispositivo di potere che agisce attraverso uno spettacolo, la partita di calcio, ridotta a presenza fantasmatica e sempre più artificiale.

In questo spettacolo osceno e grandioso le partite si giocheranno infatti spalmate in orari improbabili perché, analizzando i dati forniti dalla Fifa, si scopre che, come nelle ultime edizioni, la partita non viene seguita in diretta; e soprattutto mai per intero, ma attraverso immagini frammentate del match (azioni, gol, festeggiamenti) e del contorno (pubblicità, intervalli, celebrità) con cui le piattaforme inondano social network e nuovi media.

Questi frammenti ci racconteranno che a contendersi la vittoria saranno la meravigliosa Francia di Dembélé, Mbappé, Olise, Barcola e Doué (le cui riserve sarebbero in grado di raggiungere la finale); la giovane Spagna di Pedri e Yamal, per la prima volta senza giocatori del Real Madrid; il rinato Brasile di Vinicius Jr, Estevao, e del vecchio Neymar, allenato da Ancelotti; e l’Argentina campione in carica dove Nico Paz è pronto a raccogliere lo scettro di Messi. Un gradino più in basso la Germania di Wirtz e Musiala; il Portogallo di Cristiano Ronaldo e della coppia d’oro di centrocampisti del Psg Vitinha e Neves; e l’Inghilterra di Kane e Gordon che può permettersi di lasciare a casa Foden e Palmer.

Se le sorprese usciranno probabilmente tra Colombia, Marocco, Giappone e Norvegia, l’allargamento ci regalerà per la prima volta la presenza di Capo Verde, Curaçao, Giordania e Uzbekistan e i ritorni di squadre come Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire), Giordania, Haiti e Iraq; mentre con l’Italia, incapace di qualificarsi per la terza volta di fila, mancheranno partecipanti abituali come Camerun, Danimarca, Polonia e Serbia. Ma il vero escluso da questo spettacolo organizzato dal e per l’1% del mondo ricco, suprematista e guerrafondaio, sarà il 99% della popolazione globale; alla faccia dello slogan Fifa «Football Unites the World».

da Pressenza del 19/07/2026

Il fresco profumo della libertà

di Redazione di Palermo


Desideriamo ricordare le più celebri e commoventi parole di Paolo Borsellino nel 34° anniversario del suo assassinio, per mano mafiosa ma non solo, nella strage di via D’Amelio, in cui perirono anche Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina e Claudio Traina.

La lotta alla mafia (primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte, (perché prive o meno appesantite dai condizionamenti e dai ragionamenti utilitaristici che fanno accettare la convivenza col “male”), a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.




lunedì 20 luglio 2026

 

La Parola GRAZIE, o Dio.


E’ quello che mi esce dal cuore ogni giorno.

Ora che il mio cammino è giunto al termine, o Dio, Te lo dico con più fiducia, perché dopo la morte, la mia piccola vita sarà tutta in Te.

Ora che le persone che ho accompagnato non hanno il tempo per il mio telefono, provo un grande dolore, ma capisco bene che non sono occupate per un nulla, ma per mille motivi e comunicazioni familiari.

E proprio giunta l'ora della ”Partenza“.

Ho un numero enorme di telefonate perse. Sono parecchi giovani. Oggi ho telefonato per 45 minuti con Erika di Napoli, altri vogliono parlarmi al telefono. Con tre giovani di 25 - 28 anni, di Roma e Palermo, ho usato il videotelefono.

Ora la voce c'è ancora e parlare al telefono è delizioso e faticoso.

Grazie, o Dio, che mi doni questi incontri dove sono giovani a chiedermi di dialogare sulla loro ricerca di fede e mi mandano tanti baci e mi assicurano che pregheranno anche per me.

Ci lasciamo sempre con un abbraccio telefonico dicendo insieme grazie a Dio, mentre talvolta qualche lacrima scende.

Franco Barbero, 13 luglio 2026

 

da Pressenza del 16/07/2026

Un momento di verità: la fede in tempo di genocidio”: il 20 agosto a Torre Pellice

di Redazione Italia

Il titolo dell’iniziativa che si svolgerà nell’ambito del Sinodo delle chiese metodiste e valdesi – riferisce DallapartediAbele – è tratto dal secondo documento di Kairos Palestine, elaborato dal movimento ecumenico non violento dei cristiani palestinesi, che nell’occasione rinnova l’appello alla giustizia e chiede una urgente risposta cristiana globale interrogando anche le chiese occidentali sulle questioni di fede poste dal presente, che rischia di tradursi nella scomparsa effettiva delle comunità cristiane dalla Palestina”.

L’incontro pubblico è organizzato da DallapartediAbele insieme agli Ambasciatori e Ambasciatrici di Pace (UCEBI), alla Commissione globalizzazione e ambiente (GLAM) della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e al Centro Interconfessionale della Pace (CIPAX), con il patrocinio della locale Chiesa Valdese, del Comune di Torre Pellice e della Fondazione-Centro Culturale Valdese e in collaborazione con Radio Beckwith, che trasmetterà la diretta radiofonica.

I promotori spiegano che al centro dell’incontro saranno “le richieste e l’appello dei cristiani palestinesi che ascolteremo dalla viva voce di Munther Isaac, uno dei principali co-autori del documento Kairos II, pastore luterano, teologo e rettore del Betlehem Institute, che ha accettato con piacere il nostro invito a presiedere la serata come ospite d’onore e che sarà accompagnato dalla moglie”.

A interloquire con lui e a moderare il dibattito che seguirà sarà la giornalista RSI e caporedattrice di Voce Evangelica, Gaëlle Courtens, esperta e profonda conoscitrice del mondo evangelico italiano ed europeo.

La serata fa idealmente seguito ai due incontri online da noi organizzati “Perché non ci ascoltate?” e “Come rispondiamo” – precisa il gruppo DallapartediAbele nel comunicato stampa –. Ci piace inoltre segnalare che nei giorni scorsi diverse importanti organizzazioni protestanti e accademiche hanno preso significative posizioni in merito al documento Kairos II, invitando le proprie chiese a leggerlo e ad ascoltare la voce dei palestinesi”.

In specifico, il gruppo DallapartediAbele riferisce che

Martedì 30 giugno la più grande organizzazione delle chiese presbiteriane, PCUSA, ha votato a stragrande maggioranza a favore del riconoscimento come genocidio della guerra di Israele a Gaza. Inoltre, l’assemblea generale riunita a Milwaukee (Wisconsin) dal 22 giugno al 2 luglio ha invitato i presbiteriani a esercitare pressioni sul Congresso USA affinché imponga un embargo sulle armi destinate a Israele e a boicottare i prodotti israeliani che contribuiscono alla guerra.
La scorsa settimana anche l’American Academy of Religion ha adottato una risoluzione di solidarietà con Gaza che condanna il governo israeliano per il conflitto in corso, definendolo un genocidio. L’associazione di studiosi di scienze religiose, che vanta 6.000 membri in tutto il mondo, ha fatto riferimento alla guerra durante la sua assemblea annuale ad Atlanta, definendola uno “scolasticidio”, ovvero un “tentativo deliberato di distruggere completamente il sistema educativo palestinese”. La mozione è stata approvata dal 98% dei membri, secondo quanto riferisce The New Arab.
Lo scorso 2 luglio la Conferenza della Chiesa Metodista di Gran Bretagna ha ascoltato le voci dei cristiani di Palestina e ha invitato le chiese a riflettere su Kairos II. La mozione chiedeva inoltre al Presidente della Conferenza di scrivere al Primo Ministro e al Ministro degli Esteri del Regno Unito e agli organi di governo delle altre giurisdizioni in cui la Chiesa Metodista di Gran Bretagna è presente, esortandoli a rispettare il diritto internazionale e ad adottare le misure delineate nella dichiarazione Time to Act che recita “Together with others, I hear the call of Palestinian Christians and stand alongside all those living and working for a just peace in Palestine and Israel. I will listen, learn, live, and act in ways that support justice, human dignity, and freedom for all who call the Holy Land home.
Infine, il 12 luglio, dopo un intenso e prolungato dibattito e malgrado le forti pressioni contrarie ricevute, il Sinodo Generale della Chiesa di Inghilterra ha approvato a stragrande maggioranza e in tutti e tre i suoi ordini (laici, clero e vescovi) una mozione che impegna alla solidarietà e all’ascolto dei cristiani palestinesi, a favore della verità, del diritto internazionale e di una revisione delle politiche di investimento della Chiesa.