venerdì 3 luglio 2026

 

 

 

UNA FASE NUOVA PER LA NOSTRA DEMOCRAZIA

Acli, Anpi, Arci, Libera, Pax Christi

 

Come rappresentanti dei movimenti e delle associazioni della società civile organizzata rivolgiamo un appello a tutte le cittadine e i cittadini, alle organizzazioni sociali e, in particolare, a tutte le forze politiche.

Abbiamo partecipato con convinzione, insieme a tante altre realtà, al Comitato della società civile per il NO, che vogliamo qui ringraziare, insieme a tutti i comitati territoriali che si sono impegnati in una campagna referendaria difficile e spesso segnata da toni sopra le righe.

Scriviamo nei giorni successivi a una importante pagina di democrazia, nella quale milioni di persone - tra cui molte e molti ragazze e ragazzi - hanno scelto di partecipare e di esprimersi. Questo è il dato più significativo, che non appartiene a una parte politica ma all'intero Paese: una partecipazione viva, consapevole, che si attiva quando riconosce una posta in gioco reale e che non può essere dispersa.

Ma il voto ha anche espresso con chiarezza un giudizio: il rifiuto di una riforma che interveniva su equilibri fondamentali della nostra Costituzione. Un segnale che chiama tutte e tutti a una riflessione seria e a una assunzione di responsabilità. Non serviva, appare oggi chiaro e netto, la riforma della Magistratura ma occorre ed è urgente, la riforma della giustizia.

Si apre dunque una fase nuova.

Non è il tempo della rimozione né della contrapposizione sterile, ma di un confronto reale e trasparente sul futuro della giustizia nel nostro Paese, che deve partire dai problemi concreti e dai bisogni delle persone.

Ci preoccupano la diffusione della corruzione, la presenza pervasiva delle mafie, lo stato indecente delle nostre carceri dove quatidianamente operiamo, le crescenti diseguaglianze sociali che indeboliscono il tessuto democratico e rendono più fragili intere comunità. La giustizia non può essere ridotta a terreno di scontro politico o a leva emergenziale: è un pilastro della democrazia e della coesione sociale.

Per questo riteniamo necessario un impegno concreto per rendere il sistema giudiziario più efficiente e giusto: più personale, più risorse, tempi certi dei processi, piena digitalizzazione, interventi strutturali sul sistema carcerario.

Allo stesso tempo, riteniamo profondamente shagliata una concezione della sicurezza fondata sull’aumento delle pene e sull'estensione dei reati, che non affranta le cause profonde dell’insicurezza e rischia di comprimere diritti fondamentali, fino a colpire il dissenso e la partecipazione.

Non possiamo separare la questione della giustizia da quella della giustizia sociale.

Le diseguaglianze economiche, territoriali e generazionali che attraversano il Paese sono oggi uno dei principali fattori di ingiustizia e richiedono politiche pubbliche capaci di rimuovere gli ostacoli che limitano libertà ed eguaglianza, come previsto dalla nostra Costituzione.

In un contesto internazionale segnato dal ritarno della guerra e dalla messa in discussione del diritto internazionale, sentiamo ancora più forte la responsabilità di affermare una cultura della pace, della cooperazione e del rispetto dei diritti umani.

Per queste ragioni, la partecipazione che abbiamo visto in queste settimane non può essere considerata un episodio. È una risorsa preziosa che va coltivata e resa permanente. E deve essere un impegno concreto di tutte e tutti.

Come associazioni della società civile continueremo a fare la nostra parte, nei territori e nel Paese, promuovendo partecipazione, solidarietà, legalità e impegno civile. Il tutto mantenendo vive le comunità territoriali, sempre più sole, sempre più abbandonate, sempre più marginalizzate nel dibattito pubblico.

Alle forze politiche chiediamo di aprire un confronto vero, inclusivo e rispettoso, che coinvolga pienamente le forze sociali e la società civile organizzata, a partire dalle regole fondamentali della nostra convivenza democratica.

Perché la democrazia non si esaurisce nel voto, ma vive nella partecipazione quotidiana, nella giustizia sociale, nella difesa e nell'attuazione della Costituzione.

ADISTA 18 aprile

 

 

 

da Internazionale del 26/06/2026

IL FUTURO DELL’AGRICOLTURA NELL’ERA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE


Dopo aver raccontato per vent’ anni le trasformazioni della società cinese attraverso fabbriche, metropoli, centri logistici e mondi virtuali, nel suo nuovo lavoro intitolato Dash, l'artista multimediale Cao Fei sposta lo sguardo verso le campagne.

In mostra alla fondazione Prada di Milano fino al 28 settembre insieme a opere precedenti, questo progetto riflette sul futuro dell'agricoltura nell'era dell'intelligenza artificiale.

Considerata una delle voci più innovative dell'arte contemporanea e inserita da Time tra le donne più influenti del mondo, attraverso video, fotografia e installazioni Fei ha esplorato le ricadute della modernizzazione sulla vita delle persone, concentrandosi soprattutto sulla condizione dei lavoratori e sulla solitudine causata dal progresso tecnologico.

Dash nasce da tre anni di ricerca nelle campagne cinesi e in diverse aree del sudest asiatico. Prendendo come caso di studio una delle principali aziende attive nel settore dell'agritech, l'artista ha documentato la diffusione di droni, algoritmi e altre tecnologie che stanno trasformando il lavoro agricolo.

Mescolando documentazione e immaginazione, Fei ha indagato questa rivoluzione di cui mostra opportunità e contraddizioni: da un lato la tecnologia aumenta l'efficienza, riduce il lavoro fisico e contribuisce alla sicurezza alimentare; dall'altro solleva domande sulla progressiva sostituzione dei saperi tradizionali e sul rapporto tra esseri umani e territorio. "Dash vuole anche ricordare che la natura e le tradizioni di un luogo vanno rispettate.

Come possiamo bilanciare questo aspetto con la tecnologia?", si chiede Fei.


da Internazionale del 26/06/2026

Un piano per cancellare i palestinesi

di Amira Hass


Sappiate che per ogni notizia che leggete su un'azione terroristica dei coloni, l'equivalente ebraico del Ku Klux Klan compie decine di altri atti di aggressione, intimidazione e prepotenza, mentre l'esercito israeliano lo protegge. Sappiate che queste incursioni di uomini con il volto coperto sono parte di un piano articolato, Il loro obiettivo finale è una terra dove fare piazza pulita dei palestinesi.

C'è un filo diretto tra gli eventi di oggi e l'appropriazione violenta delle terre palestinesi compiuta dai coloni negli anni novanta e nei primi anni duemila. Allo stesso modo c'è una connessione tra l’apatia di allora e il fatalismo di oggi, come se questi violenti fossero uno sciame biblico di locuste e noi israeliani fossimo impotenti contro di loro.

Ricordate che dietro ogni uomo mascherato, con armi e tzitzi [le tipiche frange intrecciate indossate dagli ebrei osservanti] c'è una società calorosa e amorevole, fatta di consigli comunali delle colonie, rabbini, assistenti sociali e sinagoghe. Il suo caloroso abbraccio si presenta sotto forma di donazioni in denaro e bestiame, acqua e supporto logistico, che permettono a centina di mele marce di trarre piacere dalle violenze contro anziani, giovani e bambini, per poi occupare abusivamente le loro terre e invadere le case delle persone che hanno espulso.

Non dimenticate che dietro ogni attacco, ogni atto di devastazione o furto di bestiame ci sono poliziotti che non si degnano di rispondere alle richieste di aiuto dei palestinesi e soldati che accorrono sulla scena per arrestare le vittime degli attacchi e partecipare al loro pestaggio o alle uccisioni. E dietro tutto questo c'è un sistema giudiziario fatto di magistrati e pubblici ministeri che non hanno mai saputo, visto né sentito quello che succedeva intorno a loro, e nel frattempo hanno legalizzato gli insediamenti. Se ne stanno seduti a casa a piangere (o forse no) per le sorti della democrazia israeliana, ma si accontentano della sua parte ebraica, soddisfatti dei loro nipotini.

Ogni comunità di pastori palestinesi espulsa da queste oscure forze ha lottato per decenni contro il divieto di vivere dignitosamente messo in atto dai governi israeliani. Ma sono stati i funzionari dell'amministrazione civile israeliana a preparare gli ordini di demolizione per ogni nuova tenda o casa ristrutturata, ogni nuovo allaccio all'acqua o all'elettricità. Sono stati sempre loro a firmare le sanzioni per chi commetteva il reato di trasportare acqua in un’autocisterna o di portare al pascolo il bestiame. Questi ex funzionari se ne stanno seduti nelle loro case a piangere(o forse no) per le sorti della democrazia israeliana, ma poi sono orgogliosi dei figli che prestano servizio nell'esercito che uccide palestinesi e libanesi.

Mentre ogni israeliano beve una birra, lavora alla ricerca che studia l'impatto dei cambiamenti climatici, mentre pianifica un viaggio a Roma, sceglie quale anguria comprare, mentre fa il suo abbonamento ai mezzi pubblici o si arrabbia con il suo capo, intorno a lui sta succedendo proprio quello che non vuole sapere. In ogni istante, anche se i nostri mezzi d'informazione israeliani evitano di raccontarlo e il mondo si preoccupa di altro, il governo di Tel Aviv continua la sua guerra a Gaza. O meglio, in circa un terzo dei 365 chilometri quadrati della Striscia dove lo stato che rappresenta le vittime dell'Olocausto ha ammassato due milioni di morti viventi.

I morti viventi camminano per chilometri tra mucchi d'immondizia e pozzanghere di liquame per portare a casa un po' d'acqua. Avanzano su un paio di stampelle e una gamba mutilata per ritirare un buono del Programma alimentare mondiale e portano le figlie in un ambulatorio improvvisato, sperando che li qualcuno sappia cosa fare contro pulci, zecche e morsi dei ratti. Mentre suonano, scrivono poesie o piantano menta e fagioli tra le tende, i loro cari scomparsi gridano da sottoterra. E nel frattempo i vivi continuano a essere massacrati dalle bombe.

Fingete pure di stupirvi: l'equivalente ebraico del Ku Klux Klan spera in una reazione palestinese alla sua violenza così da poter portare avanti una campagna di uccisioni di massa in Cisgiordania, e infine un'operazione di deportazione dei superstiti in Giordania, Siria o Libano. Il Klan bianco-azzurro sa che i palestinesi sono spaventati e arrabbiati. Entrambe le loro leadership non elette sono interessate solo alla propria sopravvivenza: Ma nessun paese ha dato a Israele l'ultimatum necessario a fermare i pogrom.

Il Ku Klux Klin ebraico aspetta solo che qualche palestinese che non riesce a sopportare l'impotenza di fronte a tanta malvagità riceva armi, soldi e assistenza dall'Iran per vendicarsi contro lo stato ebraico.

A quel punto la maggioranza della popolazione israeliana si unirà agli eroi del Ku Klux Klane all'esercito, che commetterà la maggior parte delle uccisioni e delle deportazioni perché, dopo tutto, siamo stati attaccati. Siamo noi le vittime.


da Internazionale del 26/06/2026

AUSTRALIA

Il successo dirompente di un partito xenofobo

di Liam Gammon, East Asia Forum, Australia

 

Nell'ultimo anno la politica australiana è stata dominata da One nation, una formazione populista che ha quadruplicato i suoi consensi. Cambiando lo schieramento conservatore

 

Quando nel maggio del 2025 il governo di centrosinistra guidato dal Partito laburista è stato rieletto, gli analisti hanno subito attribuito quella vittoria schiacciante al rifiuto da parte degli elettori della decisione della coalizione conservatrice di proporre temi populisti in stile Trump.

Ma nei tredici mesi successivi la politica australiana è stata dominata da un'impennata del partito One nation, la versione australiana del movimento Maga.

Fondato nel 1997 dall'ex candidata dei liberali Pauline Hanson, One nation ha avuto una presenza intermittente nella destra estrema della politica nazionale, con un picco dell'8,4 per cento di voti nel 1998. Dalle elezioni del maggio del 2025, quando ha ottenuto il 6,5 per cento dei voti, la sua crescita è stata straordinaria, fino ad arrivare al 28 per cento nei sondaggi di giugno, raggiungendo il Partito laburista e superando la somma dei voti del Partito liberale e del suo tradizionale alleato di minoranza, il Partito nazionale, radicato nelle aree rurali.

Grazie alla complessità del sistema elettorale australiano, con questi livelli di consenso il Partito laburista potrebbe comunque vincere agevolmente le elezioni e formare un governo. Ma i sondaggi stanno diventando sempre meno affidabili e i governi laburisti, al livello federale e statale, temono che One nation possa conquistare consensi nei segmenti meno ricchi e socialmente più conservatori della loro tradizionale base elettorale.

I sondaggi suggeriscono che l'ascesa di One nation non rappresenta un ampio bacino antisistema, ma è trainata in modo schiacciante da elettori conservatori tradizionali. E sostenitori di One nation non sono più inclini dell'elettore medio a considerare prioritari il costo della vita e la gestione dell'economia, il che sconfessa la narrazione secondo cui il partito attirerebbe in particolare gli australiani in difficoltà economica. Le vere differenze emergono altrove: i sostenitori di One nation sono meno istruiti, ostili ai partiti di sinistra e considerano l'immigrazione una questione politica prioritaria.

Hanson ha senza dubbio beneficiato della crescente diffusione, a destra, di discorsi contro l'immigrazione e il multiculturalismo, in particolare dopo l'attentato antisemita a Sydney nel dicembre 2025. Anche se oggi evita gli espliciti richiami al nazionalismo bianco che sosteneva negli anni novanta, quando avvertiva che l'Australia sarebbe stata invasa dagli “asiatici", Hanson ha continuato a denunciare l'"immigrazione di massa", e i musulmani sono diventati il nuovo bersaglio della sua demagogia.

Punto di riferimento

La questione dell'immigrazione ha un ruolo importante nello spiegare l'ascesa di One nation, ma il quadro è tutt'altro che lineare. Anche se oggi la maggior parte degli australiani è favorevole a una riduzione dei flussi migratori, nel contesto di una grave crisi abitativa di per sé l'immigrazione non è un tema particolarmente spinoso: nel maggio 2026, infatti, solo il 31 per cento degli elettori lo collocava fra i tre temi più importanti. E tra gli

elettori di One nation solo il 28 per cento lo ha indicato al primo posto. Si tratta di una percentuale modesta rispetto a partiti analoghi: il 69 per cento degli elettori di Reform Uk nel Regno Unito e l'82 per cento dei sostenitori di Alternative für Deutschland in Germania indicavano infatti l’immigrazione come la loro priorità.

Anche se il nativismo di One nation mobilita una base ideologica più ristretta rispetto a quanto avviene in Europa nel Regno Unito, il partito è diventato il principale punto di riferimento dello scontento dei conservatori, per i quali la xenofobia è spesso, ma non sempre, un elemento di primo piano.

Tuttavia la consapevolezza di dover competere sul piano ideologico con Hanson ha portato il Partito liberale a fare appello alle ansie dovute all'immigrazione come non accadeva da almeno una generazione. Il leader dei liberali, Angus Taylor, ha avvertito che l'Australia sta imboccando una strada simile a quella del Regno Unito e dell'Europa, caratterizzata da una "erosione della cultura nazionale" dovuta a un eccesso di immigrati con intenti “sovversivi". Taylor ha promesso di controllare i social media di chi chiede un visto, come succede negli Stati Uniti di Donald Trump, e di limitare l'accesso degli stranieri residenti in Australia a importanti programmi di welfare. Altri esponenti di primo piano del Partito liberale hanno evocato con nostalgia l'epoca dell'Australia “bianca" e hanno cercato di ingraziarsi i nazionalisti bianchi.

La fine di un sistema?

Il successo di One nation alle elezioni del 2028 è tutt'altro che scontato: sia nel suo caso sia in quello del Partito liberale, vincere la battaglia conservatrice sul tema dell'immigrazione potrebbe significare perdere contro i laburisti. Con il 32 per cento della popolazione nato all'estero e il multiculturalismo che in linea di principio continua a godere di un ampio sostegno, gli appelli apertamente xenofobi rischiano di trasformarsi in un boomerang nelle circoscrizioni delle aree periferiche, eterogenee e decisive dal punto di vista elettorale.

E se il sostegno a One Nation dovesse rivelarsi temporaneo e scendere a livelli vicini o inferiori a quelli dei partiti Liberale e Nazionale, gli aspetti maggioritari del sistema elettorale potrebbero far sì che nel 2028 le preferenze di One nation siano trasferite ai partiti principali piuttosto che il contrario. Se però One nation dovesse mantenere i livelli di consenso attuali, si assisterebbe probabilmente alla fine del predominio esercitato per decenni dai due partiti conservatori nel ruolo di principale opposizione al Partito laburista.

Ancora più significativo sarebbe il colpo inferto all'ortodossia politica dominante che, in linea generale, ha sostenuto un programma di immigrazione ampio e ben gestito, il libero scambio, l’apertura ai capitali stranieri e una generale deferenza verso i tecnocrati in materia di politica economica. Questo consenso è stato a lungo sostenuto dai partiti conservatori tradizionali perché serviva gli interessi dell’industria; ma è un consenso che Hanson contesta radicalmente. Per questo l'impatto di One nation va oltre il suo eventuale risultato alle elezioni del 2028. La conseguenza più rilevante è il cambiamento già in corso all'interno dello schieramento conservatore.


 

Internazionale, 26 giugno 

 

giovedì 2 luglio 2026

 Il cammino continua ancora

 

Conobbi i primi due omosessuali nel 1067/68 e celebrai nel 1969 il loro matrimonio e nel 1971  nacque sempre in una stanzetta che Emma Schierano ci rese disponibile in corso Torino 274 un piccolo gruppo di omosessuali “gruppo sette”che si trovavano con me ogni mese per rinnovare la loro teologia, cioè il catechismo. Fu per me un evento piccolo nel numero, ma prezioso, partecipato, dialogico, che aveva uno spazio di preghiera.

La ” SCALA DI GIACOBBE “, gruppo di credenti lesbico, gay, bisex, trasgender di Pinerolo, nascerà alcuni anni dopo, quando nel 2001, rispettando i dubbi e gli indugi comunitari mi fu permesso di fondarlo con otto giovani; La SCALA DI GIACOBBE avviò la presenza della comunità al Pride di Roma, di Torino e di Milano dove molte donne e uomini della comunità Pinerolese già partecipavano con lo striscione “Comunità cristiana di base di Pinerolo”.

La SCALA DI GIACOBBE è tuttora viva, ma gli incontri si sono diradati. Sono cresciuti di molto i colloqui personali con me in varie sedi e a casa mia, in via Porro 16 a Pinerolo, dove avvengono tuttora.

Oggi l’attività è sia colloquiale, sia tenendo viva la partecipazione ai vari Pride regionali a partire da Torino, Asti, Milano…