martedì 31 marzo 2026

da Il Manifesto del 21/03/2026

La Germania toglie i paletti sull’export di armi, la Svizzera invece li mette

di Sebastiano Canetta


In nome dell’«emergenza» il governo Merz allenta la legge sull’export di armi prodotte in Germania varando l’eccezione alle regole per le monarchie del Golfo e per l’Ucraina. D’ora in poi le forniture belliche destinate a Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Oman non dovranno più passare al vaglio dell’Ufficio federale di controllo delle esportazioni (Bafa) ma potranno essere spedite direttamente al compratore.

«Gli attacchi indiscriminati dell’Iran contro gli Stati del Golfo hanno creato l’urgente necessità di equipaggiamento militare, in particolare nel settore della difesa aerea» è il prologo della ministra dell’Economia, Katherina Reiche (Cdu), promotrice della «licenza collettiva temporanea che adatta le attuali procedure di controllo sull’export delle armi al bisogno impellente di questi paesi».

L’OBIETTIVO dichiarato del governo Merz è «velocizzare al massimo» le spedizioni belliche per gli emiri del Golfo e per l’Ucraina; da qui la loro esenzione al più rigido obbligo previsto dalla norma che disciplina la vendita di armi made in Germany: la richiesta preventiva di export al Bafa per ogni singolo stock diretto fuori dai confini nazionali, ancora più imprescindibile qualora i destinatari non siano paesi Nato.

Rimuovendo questo “paletto” fissato dalla legge, Berlino di fatto autorizza esportazioni belliche senza verifica preliminare a beneficio di lista di stati scelti politicamente. Tutti gli altri, invece, dovranno continuare a sottostare ai numerosi passaggi di controllo previsti dalla burocrazia ministeriale.

Nel caso delle monarchie del Golfo e dell’Ucraina – a sentire il governo Merz – non è più necessario monitorare la vendita. A verificare l’export di armi «a priori» ci pensa la ministra Reiche con la licenza collettiva che bypassa il tracciamento individuale delle spedizioni, anche se l’allentamento delle regole è solo pro-tempore per non scivolare nell’illegalità costituzionale.

IL TEMPO, per la precisione, di incassare i lauti guadagni delle commesse belliche verso un gruppo di paesi che non hanno limitazioni di budget causa guerra in corso. A Berlino la premura del governo Cdu-Spd per gli «stati aggrediti» corrisponde di fatto al miglior modo di fare business. Nella capitale della Germania pecunia non olet neppure con il vento della guerra.

Al contrario della Svizzera: in teoria la patria degli affari poco limpidi, nella pratica l’altra Repubblica federale che parla Deutsch con il coraggio di dire un chiaro «Nein» a Donald Trump. L’appello di Berna al «diritto alla neutralità» storica sfocia nell’export di armi verso Washington, per una questione di principio; il valore fondativo dello stato è più importante della realpolitik, nonostante gli Stati Uniti rappresentino il secondo miglior compratore delle armi prodotte in Svizzera e il cliente più sicuro.

Per ordine del Consiglio federale, la Confederazione ha deciso di non autorizzare più le spedizioni oltreoceano «per evitare la loro implicazione in un conflitto armato internazionale». Per quando riguarda Israele e l’Iran «l’autorizzazione non viene più rinnovata da anni» fanno sapere nella capitale elvetica.

PER LA SVIZZERA l’embargo bellico agli Usa coincide con la rinuncia a 94,2 milioni di franchi di incassi garantiti, la maggior parte assicurata dai componenti per velivoli da caccia. Mentre la Germania sceglie di continuare a macinare guadagni da record, come rileva Destatis, l’ente nazionale di statistica, nell’ultimo rapporto annuale: «Lo scorso dicembre le esportazioni tedesche erano pari a 133,3 miliardi di euro, aumentate del 4,0% rispetto a 12 mesi prima».


da L’Eco del Chisone del 25/03/2026

Luserna S.G. Comunità Mauriziana, l’inchiesta si allarga: tre nuovi nomi.


Violenze fisiche e verbali. Calci e percosse, umiliazioni e minacce. Palpeggiamenti e baci imposti. Aveva fatto molto scalpore e suscitato profonda indignazione la vicenda dei maltrattamenti (presunti, fino a sentenza) su alcuni ospiti della Comunità Mauriziana di Via Diaz, a Luserna Alta. Una Raf destinata a persone con disabilità intellettive anche molto gravi, gestita dalla Cooperativa Interactive del presidente Paolo Leggero.

Tra aprile e giugno dell'anno scorso scattarono pure gli arresti, disposti dalla Gip Alessandra Salvadori: 7 operatori e una psicologa. Tutti chiamati a rispondere di maltrattamenti aggravati, uno di loro anche di violenza sessuale. 

Un'inchiesta complessa condotta dalla Procura di Torino (pm Rossella Salvati ed Eleonora Sciorella), approdata in Tribunale il 2 dicembre, davanti alla giudice Giulia Caveglia. L’ultima udienza si è tenuta venerdì 20 marzo. Prossima il 24 aprile.



da Domani del 26/03/2026

Il modello svedese è fallito. Perché sull’integrazione non basta solo il cuore

di Domenico Petrolo


Il sistema svedese si è ufficialmente inceppato. Dopo la Seconda guerra mondiale la Svezia era diventata negli anni un esempio universale di accoglienza, una superpotenza umanitaria. Dopo l’immigrazione proveniente dai paesi limitrofi, all’inizio degli anni Settanta cominciarono ad arrivare in Svezia rifugiati provenienti dall’America del Sud, dal Medio Oriente e dall’ex Jugoslavia. La popolazione ha aperto il suo cuore come nessun altro al mondo e negli anni ha accolto più rifugiati iracheni di quanti ne abbiano accolti Stati Uniti e Canada insieme. Lo stesso ha fatto con rifugiati e immigrati provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente. Secondo Eurostat (2025), a dicembre 2024 in Svezia le persone nate all’estero erano 2.169.296. Difatti in pochi anni erano diventati oltre il 20% della popolazione del paese.

Accoglienza

Nel 2015 la Svezia, con circa 10milioni di abitanti, accolse 163mila rifugiati, di cui 51mila provenienti dalla Siria. Con un sistema che prevedeva per i rifugiati la cittadinanza dopo cinque anni di residenza, percorsi formativi, welfare diffuso, cure sanitarie, sussidi per ogni bambino al di là dello stipendio dei genitori, ricongiungimento familiare semplice, insomma quello che per molti è un sistema degno di un paese civile. Peccato che quel sistema cominciò poi a collassare. Il processo di integrazione cominciò a mostrare qualche falla e furono proprio i partiti di centrosinistra a promuovere qualche primo cambiamento nel sistema di accoglienza. Si incrementarono i controlli alle frontiere, i permessi di residenza diventarono temporanei e i ricongiungimenti familiari divennero molto più complessi. Ma i buoi ormai erano scappati dalla stalla. Il partito democratico, Sverigedemokraterna, che a dispetto del nome è di estrema destra, diventò rilevante nel panorama politico svedese e alle elezioni del 2018 ottenne un numero record di seggi, mentre i socialdemocratici ottennero il peggior risultato della storia. Nel 2022 i socialdemocratici sono stati sconfitti dalla coalizione di centrodestra guidata da Ulf Kristersson, che con l’appoggio esterno dei democratici svedesi ha dato vita al suo governo.

Kristersson ha cambiato e inasprito ulteriormente le leggi sull’immigrazione: la residenza deve essere meritata, l’espulsione diventa facile e si accolgono ogni anno il minor numero di richiedenti asilo previsto dalle varie convenzioni e accordi. Il governo sta valutando misure per togliere la cittadinanza agli stranieri condannati per reati che minacciano la sicurezza e gli interessi del paese, inclusa la criminalità organizzata, per abbassare l’età della responsabilità penale e ha ipotizzato di portare il contributo per chi desidera tornare nel proprio paese, rimpatrio volontario, dagli attuali 900 euro a 32.000 euro. 

Integrazione difficile

Le motivazioni che hanno portato a questa svolta sono diverse: il numero altissimo di rifugiati accolti, la difficoltà di integrare gli immigrati africani e mediorientali, l’islam radicale e il relativo conflitto culturale, la crescita della criminalità. Oggi la Svezia non è più l’isola felice del passato, il paese modello da imitare. Secondo i dati del governo svedese, nel 2022 ci sono state ben 391 sparatorie. 

Negli ultimi anni sono cresciuti i crimini legati al traffico di droga e armi gestito da bande etniche, la Svezia è diventata uno dei paesi europei con il più alto tasso di omicidi con armi da fuoco, sono aumentati in modo vertiginoso gli attentati con uso di esplosivi e la presenza di gang criminali giovanili. Gang di cui fanno parte decine di migliaia di giovani, buona parte immigrati o svedesi di seconda generazione. Anche i bambini sono coinvolti nel crimine, assoldati come killer tramite i social per uccidere i membri delle bande rivali. Secondo i dati del governo svedese nei primi sei mesi del 2021 i minori di età inferiore ai 15 anni sospettati di omicidio, favoreggiamento e tentato omicidio  sono stati 93. Ogni due giorni in Svezia un bambino veniva ingaggiato per un omicidio. Inoltre, secondo l’ultimo report del governo, risalente al 2021, sul territorio svedese sono state censite 61 aree vulnerabili, dette anche no-go areas. In molti casi si tratta di quartieri con una  forte presenza di immigrati e un basso status socio-economico, trasformatisi in  delle vere e proprie società parallele con un alto tasso di criminalità, dove persino le stesse forze dell’ordine fanno fatica ad accedere e i soccorsi  vi entrano solo sotto scorta.

In sostanza, un paese che negli ultimi 200 anni non ha conosciuto la guerra, ora si ritrova la guerra in casa, una guerra che non è preparato a combattere e che rischia di perdere, perdendosi per sempre.


Gruppo biblico del martedì, oggi 31 marzo


Care amiche e amici del gruppo biblico del martedì,

Stasera ci incontreremo alle ore 18:00 per leggere insieme il capitolo 10 del Vangelo di Marco.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.

Questo è il LINK per il collegamento:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A più tardi.

Sergio

lunedì 30 marzo 2026

da Internazionale del 20/03/2026

L’evoluzione rapida può salvare dall’estinzione

di Michael Le Page, New Scientist, Regno Unito


Una pianta selvatica ha resistito a una siccità estrema grazie alle mutazioni genetiche, suggerendo che molte specie potrebbero adattarsi in fretta al cambiamento climatico.

Per la prima volta una specie in declino a causa di condizioni meteorologiche estreme è stata osservata riprendersi grazie all’evoluzione rapida. Significa che gli organismi colpiti sempre più duramente dall’aumento della temperatura e da altri estremi climatici possono adattarsi al riscaldamento del pianeta?

L’evoluzione ha già salvato moltissime specie dai cambiamenti climatici. Nell’ultimo mezzo miliardo di anni il clima terrestre è passato da periodi molto più caldi di quello attuale, in cui i coccodrilli vivevano nell'Artico, ad altri molto più freddi. Per sopravvivere, le piante e gli animali hanno dovuto adattarsi e migrare. L'elemento culturale, però, è il tempo. Finora il cambiamento climatico più veloce che si conosca è stato quello del massimo termico del paleocene-eocene, avvenuto 56 milioni di anni fa, quando le temperature aumentarono dai 5 agli 8 gradi nell'arco di circa 20mila anni. Ora però le temperature potrebbero salire di oltre 4 gradi entro la fine del secolo. In un periodo così breve l’evoluzione può davvero fare la differenza?

La risposta è si, almeno per gli organismi con generazioni corte. Le ultime evidenze provengono da una pianta chiamata mimulo (Mimulus cardinalis), che è stata capace di sopravvivere alla tremenda siccità che ha colpito la California tra il 2012 e il 2015. Daniel Anstett della Cornell university e i suoi colleghi hanno cominciato a studiarla nel 2010, valutando ogni anno la salute delle popolazioni in diversi siti e prelevando campioni per sequenziarne il Dna.

Il mimulo ama l’acqua e vive lungo i ruscelli, dice Anstett, per cui è stato colpito duramente dalla siccità. Tre popolazioni locali si sono estinte, ma molte di quelle sopravvissute sembrano aver sviluppato una tolleranza all’aridità in appena tre anni, con diverse mutazioni in segmenti del genoma collegati all’adattamento al clima. Queste popolazioni sono state le più veloci a riprendersi.

E’ quello che i biologi chiamano salvataggio evolutivo, cioè la sopravvivenza di una specie grazie a una rapida evoluzione. E’ stato dimostrato più volte in laboratorio, ma secondo Anstett non era mai stato osservato in natura. “E’ molto difficile provarlo perché servono tre fattori”: dimostrare che una popolazione si riduce a causa di una minaccia, che reagisce con l’adattamento genetico e che le mutazioni le permettono di riprendersi.

Esistono tanti esempi possibili di salvataggio evolutivo, tra cui la mutazione dei fringuelli di Darwin delle Galapagos in risposta alla siccità, quella dei diavoli della Tasmania colpiti da un tumore trasmissibile, la resistenza ai pesticidi e l’adattamento dei pesci killi all’inquinamento dei fiumi statunitensi. In questi casi, però, i biologi non sono riusciti a dimostrare tutti e tre i fattori, dice Anstett: “Non era mai stato possibile provare che la ripresa fosse dovuta alla rapida evoluzione in tutta l’area di distribuzione della specie”.

Meteo e clima

Detto questo, una siccità di tre anni è un fenomeno meteorologico, non climatico. “Per dimostrare l’adattamento al cambiamento climatico ci vuole più tempo”, spiega Andrew Storfer della Washington State University. La capacità del mimulo di evolversi per sopravvivere a una siccità estrema non significa necessariamente che sia in grado di adattarsi a un secolo o più di rapido aumento delle temperature e condizioni ancora più estreme. “In futuro gli estremi potrebbero eclissare la siccità che abbiamo vissuto”, dice Anstett.

Tra l’altro il declino di una popolazione compromette la sua varietà genetica, che è il motore dell’evoluzione. Se una specie è colpita ripetutamente in un breve periodo di tempo la sua capacità di adattarsi si riduce. Quindi, se il riscaldamento globale continua, le minacce diventeranno più grandi e la capacità di affrontarle diminuirà. Senza contare che le specie longeve con ritmi riproduttivi più lenti hanno pochissima capacità di mutare rapidamente. 

In ogni caso, Anstett ritiene che i risultati siano un'ottima notizia. "Molte delle attuali previsioni sul declino delle specie non tengono conto dell'evoluzione", dice. “Questa è una storia di speranza”.


Riportiamo l’elenco di libri di Ortensio da Spinetoli sui quali Adista ha promosso un offerta che prevede l’acquisto di 5 libri a 50 euro al posto dei 75 euro previsti.

Se qualcuna/o è interessato riportiamo gli estremi per ordinarli:


  1. Ortensio da Spinetoli - La prepotenza delle religioni - Ed. Chiarelettere - 2020, pagg. 128, prezzo di copertina 12€;
  2. Ortensio da Spinetoli - Rifondare la Chiesa - Ed. Il Pozzo di Giacobbe - 2021, pagg. 242, prezzo di copertina 17€;
  3. Ortensio da Spinetoli - L’inutile fardello - Ed. Chiarelettere - 2023, pagg. 94, prezzo di copertina 13€;
  4. Ortensio da Spinetoli - La conversione della Chiesa - Ed. Il Pozzo di Giacobbe - 2023, pagg. 176, prezzo di copertina 18€;
  5. Ortensio da Spinetoli - Tra voi non sarà così… - Ed. Servitium - 2023, pagg. 144, prezzo di copertina 15€;


Se li ordinate tutti e 5 si paga solo 50€ invece di 75€.

Info: 06/6868692 - abbonamenti@adista.it


da Rocca del 15/03/2026

Restare umani nel Mediterraneo

di Tonio Dell’Olio


Un salvagente arancione tra le onde grigie del Tirreno è diventato il volto di questa stagione. Attorno a quel cerchio di plastica "c'era ancora un uomo. O quel che ne restava”. E’ da qui che parte la denuncia tanto di mons. Lorefice quanto dei vescovi calabresi: non una fatalità, ma una responsabilità. "L'ennesima strage - non è una tragedia! - consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche”. Parole che scavano, perché chiamano in causa decisioni "colpevolmente dimentiche dei diritti inalienabili dell'essere umano”. Dopo i naufragi nel Canale di Sicilia durante il ciclone Harry, con "circa 1000 dispersi" secondo le organizzazioni umanitarie, il Mediterraneo torna ad essere un tribunale. I vescovi parlano di "scelte disumane dell'Europa e dell'Italia capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono” e denunciano la propaganda che rivendica il calo degli sbarchi mentre aumentano i morti. I dati dell'Oim sono impietosi: "452 vittime nel solo mese di gennaio… Meno arrivi, più morti”. E’ un atto d'accusa politico e morale. "Abbiamo negato loro il diritto ad una vita dignitosa… Non siamo andati a cercarli". E ancora: “Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore”. La richiesta è concreta: corridoi umanitari sicuri, risorse alle procure per dare un nome ai corpi, sepolture degne. Ma il cuore profetico del messaggio va oltre la contingenza. “E' l’umanità a essere in gioco simbolicamente nel Mediterraneo”, scrive Lorefice, denunciando "derive nazionaliste, competizione spietata, guerra ai poveri e ai migranti”. E rilancia il sogno di “un mondo senza guerra e senza sopraffazione… dove i migranti vengano accolti con calore, come persone umane, come fratelli”. In queste parole non c'è solo indignazione, ma un esame di coscienza collettivo. La questione migratoria viene sottratta alla contabilità elettorale e ricondotta al suo nucleo essenziale: la dignità inviolabile della persona. Quando la politica si limita a chiudere porti, esternalizzare frontiere, firmare accordi che allontanano il problema dagli occhi dell'opinione pubblica, il prezzo viene pagato da corpi concreti. Il Mediterraneo, culla di civiltà, si trasforma così in una frontiera armata e in un enorme cimitero liquido. Per questo la denuncia dei pastori non può restare confinata a un comunicato. Se davvero “il mare ci chiede conto”, allora anche le comunità cristiane sono chiamate a un gesto pubblico e penitenziale. In un Venerdì di Quaresima, in tutte le chiese d’Italia, si potrebbe almeno celebrare una Messa di riparazione per la profanazione della dignità umana che si consuma sulle rotte migratorie. Non un rito consolatorio, ma un atto di conversione ecclesiale e civile, per riconoscere le omissioni, intercedere per le vittime e chiedere il coraggio di scelte diverse. Un segno lo ha già offerto don Mattia Ferrari, celebrando l’eucaristia su un’imbarcazione nel cuore del Mediterraneo, sudario blu del nostro tempo. Lì dove affondano i corpi, la Chiesa ha spezzato il pane. E’ un’immagine potente: l’altare tra le onde, la preghiera accanto ai giubbotti di salvataggio, il Vangelo proclamato nel luogo della morte. Dice che non basta commuoversi; occorre esporsi. “Il mare ci chiede conto”. Non è un’immagine retorica: è una chiamata alla coscienza pubblica. Perché quei corpi restituiti dall’acqua non sono numeri, ma nomi, storie, relazioni. E il silenzio, avvertono i pastori, “diventa complicità”.


da Adista del 14/03/2026

SPAGNA LAICA: fuori la religione dalle scuole, fuori il concordato dal nostro paese

di Elena Cocuzza


Eliminare <<immediatamente>> l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole e abrogare gli accordi concordatari con la Santa Sede sono le due richieste avanzate, in Spagna, da 68 organizzazioni sociali, sindacali e politiche riunite nella piattaforma della Scuola Laica che il 2 marzo hanno rilanciato la campagna unitaria “Per una scuola pubblica e laica. Religione fuori dalla scuola” (fra le 68 firmatarie, Europa Laica, la Confederazione Spagnola delle Associazioni dei Genitori di Studenti, la Confederazione dei Sindacati dei Lavoratori dell’Istruzione, la Federazione di Insegnamento delle Commissioni Operaie, Izquierda Unida e Podemos).

Nel paese iberico il risorgente dibattito sull’ora di religione è più radicale che in Italia, dove peraltro sta infine avanzando a livello gerarchico la consapevolezza della necessità di un qualche cambiamento: in un dossier redatto da un <<Gruppo per un nuovo insegnamento della religione a scuola>> sostenuto dalla Conferenza episcopale, si afferma che la complessità del panorama attuale <<chiede una prospettiva pluralista e non più mono-confessionale>>.

In Spagna, dove l'organizzazione dell'Irc è molto simile a quella italiana, l'immobilismo è più accentuato, anche a livello ipotetico, perché è ancorato a un passato dove Chiesa cattolica e Stato, sicuramente durante la lunga dittatura franchista, sono il più del tempo andati a braccetto. Da qui lo scossone dell'iniziativa di Escuela Laica: in particolare quel chiedere l'abrogazione del Concordato nel momento in cui è stato confermato che papa Leone si recherà in Spagna a giugno (dal 6 al 12), ma anche l’<<appello ai partiti politici, ai poteri esecutivo e legislativo, al Ministero dell’Istruzione, ai Ministeri dell’Istruzione delle Comunità Autonome, alla comunità educativa e alla società in generale, al fine di rendere efficace l’obiettivo democratico di raggiungere la piena attuazione del principio di laicità nel sistema educativo, nonché di preservare la libertà di coscienza degli studenti e la non segregazione per ragioni ideologiche o culturali in ambito scolastico>>.

La laicità, un luogo sicuro

<<Un’educazione laica, pubblica e inclusiva>>, sostengono d’altronde gli estensori del manifesto-appello, <<è più necessaria che mai>> - nell’attuale <<contesto segnato dalla violazione del diritto internazionale e dal genocidio, dal riarmo e dall’ascesa del discorso d’odio>> - <<per costruire una società che abbia tra i suoi principi la convivenza pacifica, la giustizia sociale e la libertà di coscienza>>.

domenica 29 marzo 2026

da Adista del 28/02/2026

Assemblea dei focolari. Le vittime sono ancora lì...

di Cecilia Sgaravatto


Il Movimento dei Focolari ha tenuto la propria Assemblea generale dal 1° al 21 marzo 2026. Un appuntamento decisivo, il più importante per la vita del Movimento - come afferma la presidente Margaret Karram nel suo messaggio di presentazione dell’evento - perché rappresenta il momento in cui confluiranno idee, proposte e mozioni provenienti da tutto il mondo. Durante l'Assemblea verranno inoltre eletti i nuovi dirigenti dell'Opera di Maria, chiamati a guidare il Movimento nel prossimo futuro.

Ma l’Assemblea non è solo un momento organizzativo o istituzionale è o dovrebbe essere un'occasione privilegiata per fare verità sullo stato dell'arte della vita del Movimento, sulla qualità delle relazioni al suo interno e sulla capacità di affrontare le proprie fragilità.

Tra le questioni più delicate e urgenti che interrogano oggi il Movimento dei Focolari vi è quella degli abusi psicologici, sessuali e patrimoniali. E’ una ferita che chiede ancora ascolto, riconoscimento e giustizia. La domanda è inevitabile e non può essere elusa: il Movimento ha davvero fronteggiato questa problematica in modo funzionale alle vittime? Molte vittime, che abbiamo incontrato e di cui abbiamo raccolto l'esperienza, ci raccontano che non è stato proprio così.

E’ stata istituita una struttura di contrasto agli abusi che prevede percorsi di formazione e prevenzione, organismi di gestione e di intervento in caso di segnalazioni da parte delle vittime, modalità di riparazione. Ma questa struttura ha davvero funzionato? Ha avuto gli strumenti, l’autonomia e la credibilità necessarie per rispondere alle attese delle vittime? E soprattutto: il Movimento è stato realmente vicino a chi ha subito abusi, oppure ha privilegiato la tutela dell'istituzione, il silenzio, o risposte parziali e difensive? Sono interrogativi scomodi, ma indispensabili. Ignorarli o minimizzarti significherebbe perdere un'occasione storica di conversione personale comunitaria. L'Assemblea generale del 2026 deve diventare un tempo di verità, in cui il dolore delle vittime non venga ascoltato solo formalmente, ma raccontato a tutti i membri del Movimento e all'opinione pubblica in modo trasparente e onesto. 

Provare a rispondere a queste domande attraverso la voce delle vittime non è un atto di accusa, ma un atto di responsabilità e di amore per il Movimento stesso, un atto di giustizia sociale. Solo partendo dall'ascolto reale di chi ha sofferto sarà possibile ricostruire fiducia, guarire le ferite e riaprire una fase nuova, più evangelica e più umana, nella vita dell'Opera di Maria.

All’Assemblea generale vogliamo far arrivare la prospettiva delle vittime, le storie, le pubblicazioni, le soluzioni possibili. Starà poi ai focolarini scegliere se vogliono limitarsi a gestire il futuro con le logiche e i paradigmi del passato o se abbiano il coraggio di attraversare la verità, anche quando fa male, per permettere al Movimento dei Focolari di rinascere più autentico e più vicino a chi è stato ferito lungo il cammino.

Abusi e responsabilità: una distanza ancora evidente tra dichiarazioni e realtà.

Abbiamo raccolto numerosissime testimonianze che mostrano come il Movimento dei Focolari sia ancora molto lontano dal raggiungere un'autentica capacità di fronteggiare in modo efficace e credibile la problematica degli abusi. Non si tratta di casi isolati o di percezioni soggettive, ma di un quadro ampio e convergente che mette in evidenza gravi criticità strutturali, procedurali e relazionali. 

La Commissione Indipendente incaricata di gestire le segnalazioni di abuso è stata istituita in seguito alle indicazioni prescrittive della società di consulenza GCPS Consulting.

Segnalazioni di abusi di vario tipo erano già state presentate ai dirigenti del Movimento da parte di membri interni da molti anni, ma non avevano mai ricevuto attenzione. Pertanto l'istituzione di strutture di tutela più che una decisione libera e profetica, è apparsa dunque come una scelta obbligata. Nonostante ciò, la Commissione non ha dimostrato di funzionare in modo efficace.

I tempi di gestione delle segnalazioni risultano eccessivamente lunghi, spesso le risposte non arrivano o arrivano in forma generica, e le valutazioni non appaiono fondate su un’analisi obiettiva, poiché non vengono analizzate le norme che potrebbero essere applicabili ai casi di specie presentati, né vengono riconosciuti i fatti accaduti, riconducibili alla descrizione astratta contenuta nelle norme.

Abbiamo raccolto gli atti di una denuncia specifica che dimostrano come il procedimento non sia favorevole alla vittima: manca un vero contraddittorio diretto, e, nonostante la presenza di fatti circostanziati e documentati, la decisione finale non tiene adeguatamente conto di tali elementi. Le situazioni denunciate, portate successivamente all'attenzione del prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, sono state tuttavia riconosciute come abusi secondo i canoni del diritto canonico. Nonostante questo riconoscimento formale, non sono mai giunti messaggi diretti alla persona abusata da parte dei membri interni contro cui era stato aperto il caso, né da parte della Commissione Indipendente che non ha fornito nessun riscontro, nonostante siano stati evidenti gli errori procedurali e giuridici sotto il profilo del diritto canonico.

Benché le dichiarazioni delle vittime presenti in blog, articoli e pubblicazioni siano ampiamente conosciute dai dirigenti del Movimento, è mancato un avvicinamento diretto e un confronto strutturato. In pochi casi, laddove vi è stata una sollecitazione all'intervento, sono arrivate soltanto lettere di circostanza, contenenti scuse generiche.

Le pubblicazioni delle vittime non vengono lette né valorizzate nei contesti formativi e comunitari del Movimento. Chi ha frequentato Mariapoli, Congressi ed eventi focolarini sa bene che la struttura di questi incontri si basa prevalentemente su esperienze positive di aderenti e su testi di Chiara Lubich, presentati per testimoniare la grandezza del Movimento. Se vi fosse una reale volontà di formarsi seriamente sulla problematica degli abusi, le esperienze dolorose delle vittime verrebbero affrontate apertamente, riconosciute come parte della storia reale del Movimento e assunte come occasione di crescita e conversione.

Nel 2024, come Laboratorio Reinsurrezione, OIVD e Adista, abbiamo incontrato la presidente del Movimento Margaret Karram e il copresidente Jesus Moran per chiedere un confronto su questi temi. In quell’occasione abbiamo percepito ascolto e attenzione, ma poca concretezza. Abbiamo segnalato problematiche precinse e documentate, come stipendi non pagati, regolamenti dell’Opera in alcuni punti illeciti rispetto alle norme del diritto e la persistente mancanza di attenzione concreta alle vittime. Ci è stato chiesto tuttavia di non divulgare il contenuto di quella conversazione.

Anche in una recente lettera ricevuta da noi da parte dei presidenti si ribadisce che attualmente è intenso l’impegno per un percorso di revisione e rafforzamento delle proprie procedure, con l’obiettivo di migliorare in modo concreto ed efficace le azioni di prevenzione e contrasto agli abusi. Ci viene però impedito di entrare in possesso dei regolamenti perché considerati riservati agli interni e agli appartenenti al Movimento. In questo percorso di revisione delle strutture tuttavia le vittime, che hanno reso pubblica la loro esperienza negativa, non sono mai state coinvolte né consultate.

Nel suo messaggio di annuncio dell’assemblea generale, la Presidente ha invitato tutti a partecipare e a donare il proprio contributo <<anche chi, per qualche motivo, si è allontanato dal movimento>>.

Chi ha vissuto situazioni problematiche a contatto con i membri del Movimento dovrebbe sentirsi direttamente destinatario di questo invito. Rendere pubbliche queste informazioni non risponde a una logica di contrapposizione, ma al bisogno di trasparenza. Può aiutare l’opinione pubblica, e gli stessi membri del Movimento, a farsi un’idea più completa e realistica dell’operato dei Focolari.

Come informazione libera, intendiamo offrire una prospettiva alternativa rispetto ai fatti così come narrati nelle comunicazioni ufficiali, che appaiono ancora filtrate da esigenze di immagine e di salvaguardia dell’apparenza.

Il Movimento desidera comunicare carità, impegno per l'unità e fraternità universale; tuttavia, alla luce delle testimonianze raccolte, appare ancora evidente uno scollamento profondo tra la realtà dichiarata e il reale stato dei fatti. Colmare questa distanza e oggi una responsabilità non più rimandabile.


A proposito del Movimento dei Focolari e della loro Assemblea generale

Il problema degli abusi interni al Movimento, non trova neanche la più semplice attenzione…

Dal 1° al 21 marzo si è svolta a livello internazionale l’Assemblea generale del Movimento dei Focolari. Dal poco che è possibile leggere e venire a conoscenza, si percepisce che si tratta del più pesante tradizionalismo cattolico senza alcuna vera proposta innovativa, con uno spiritualismo avulso dalla realtà del mondo e della chiesa in cui viviamo.

Questo anche se un tema centrale che interessa la vita del movimento è il problema degli abusi di ogni genere al suo interno.

Come riporta l’articolo di Adista che riportiamo più sopra “Le vittime sono ancora lì” e la decisione finale non tiene sufficientemente conto della loro presenza e realtà e, al di la delle molte parole, il Movimento sembra incapace di gestire una qualche svolta a livello ecclesiale, culturale e teologico. Gli abusi, di vario genere, continuano ad esserci e tutto deve essere tenuto nascosto, il che non favorisce un vero rinnovamento.

Le conclusioni, fanno cenno al desiderio di lavorare per la pace e l’unità. Ma tutto lascia intendere che si tratta di parole tanto sincere quanto prive di riferimento alla realtà.

                                                 don Franco Barbero - 24 marzo 2026