mercoledì 2 settembre 2026

 

Tempo del Creato e Festa della Creazione

Il tradizionale appuntamento liturgico ecumenico prende il via il 1° settembre

1° settembre – 4 ottobre, al via il Tempo del Creato, il tradizionale tempo liturgico legato a riflessioni sulla nostra Terra e sulla necessità di salvaguardarla. Dedicato alla preghiera e alla cura della Terra, viene accompagnato da un dossier di materiali curato ogni anno dalla GLAM (Commissione globalizzazione e ambiente della Fcei). Quest’anno per la prima volta viene aperto da una nuova celebrazione liturgica perché la Consultazione sui testi comuni (Cct) ha adottato ufficialmente la Festa della Creazione, nota anche come “Festa della Creazione in Cristo”, inserendola nel Lezionario Comune Riveduto (Rcl) per un periodo di prova di tre anni.

Considerando che il lezionario definisce il calendario di molte chiese protestanti, si tratta di una svolta storica nell’ecumenismo cristiano, frutto di un processo di anni.

La versione ampliata di questa festa, che inizierà a essere celebrata dunque il 1° settembre 2026, è frutto di un processo teologico che ha coinvolto diversi organismi cristiani a livello globale negli ultimi anni. Ampliando il simbolismo teologico della festa con un ricco insieme di letture bibliche, questa proposta eleva la dottrina della Creazione in una posizione di maggiore rilievo nel culto cristiano, colmando una lacuna nel calendario liturgico delle Chiese che in precedenza non celebravano il ruolo di Cristo nella creazione del mondo. L’annuncio segna la prima aggiunta di una nuova festa al lezionario comune dalla sua pubblicazione nel 1983, quando furono adottate due nuove celebrazioni — le feste del Battesimo del Signore e di Cristo Re, ispirate alla pratica cattolica romana.

L’aggiunta di una nuova festività al lezionario rappresenta una pietra miliare storica per il movimento ecumenico. È il risultato di un processo teologico durato decenni, che ha visto la partecipazione di molti leader religiosi e di diverse organizzazioni cristiane a livello globale, tra cui una serie di recenti conferenze ecumeniche ad Assisi. Si ispira alla tradizione ortodossa orientale di iniziare il nuovo anno liturgico il 1° settembre – una tradizione che risale al V secolo – e più recentemente alla proclamazione, da parte del Patriarca ecumenico Dimitrios, di tale data come Giornata di preghiera per il creato.

«Si tratta di un evento raro, poiché non è facile né rapido aggiungere nuove festività al lezionario», ha osservato il vicesegretario generale della Lutheran World Federation per le relazioni ecumeniche, il professor Dirk Lange. «La Lwf sostiene e promuove da molto tempo la celebrazione. Ci auguriamo che diventi una celebrazione ampiamente condivisa in tutte le chiese cristiane, rafforzando la nostra vita spirituale e la nostra risposta comune alle urgenti sfide che il nostro mondo si trova ad affrontare oggi».

Domani, 28 agosto 2026

Rimozione per questione di opportunità

Ranucci fuori, TeleMeloni centra l’obiettivo. Ma ora è il caos

O Dio, nostra sorpresa

 

O Signore,

mostraci qualche tratto del Tuo volto.

Tu fosti una sorpresa per il Tuo amico Abramo

quando fermasti la mano che colpiva Isacco.

 

Tu fosti una sorpresa per la Tua figlia Sara,

che vide la sua sterilità tramutarsi in fecondità,

quando poté innalzare al cielo il figlio Isacco.

 

Tu fosti una sorpresa per tutta l'arca di Noè

che sembrava votata alla dispersione e alla deriva,

quando regalasti la gioia e la luce dell'arcobaleno.

 

Tu fosti una sorpresa gioiosissima per i Tuoi figli

che gemevano sotto la dominazione del Faraone,

quando apristi una via nel mare e un sentiero nel deserto.

 

Tu fosti una sorpresa per tutti i Tuoi profeti

che sentirono nella propria carne tanta debolezza,

quando rendesti viva nel mondo la loro parola.

 

Signore,

metti dentro di noi uno spirito nuovo,

regalaci un nuovo modo di guardare alla vita,

donaci un cuore nuovo che sappia desiderare e volere

le "novità", le gioie e i valori che Tu ci proponi.

 

Signore,

Tu conosci l'insipienza dei nostri cuori,

la bassezza e la superficialità di molti nostri desideri.

La nostra fede tremula e la nostra volontà fragile

stanno davanti a Te per essere guarite dal Tuo amore.

 

Siamo come Giona, incapaci di aprirci ai Tuoi orizzonti,

e spesso rifiutiamo la gioia di una vera conversione.

Insegnaci a gustare e stimare ciò che vale davvero

dentro il sentiero della nostra vita quotidiana.

 

Dio di Gesù e Dio di tutto il mondo:

noi riponiamo fiducia nell'opera delle Tue mani.

Tu continui ad operare nel mondo e nei cuori.

Per questo il mondo può essere sicuro del Tuo sorriso,

ma il Tuo sorriso non ci basta.

Ci occorre una Tua presenza attiva.

 

F. Barbero, La bestia che seduce, 3a ristampa, 1994


il manifesto, 27 agosto

Di rito di sciopero

Senza l’ok alla moschea «Venezia e Mestre si fermano»

Riccardo BottazzoVenezia

La comunità bengalese contro il neo-sindaco Venturini che ha sospeso l’autorizzazione

«Ora basta! Siamo stanchi di essere presi in giro dal Comune. Se non ci consentiranno di costruire la nostra moschea questa volta scenderemo tutti in piazza. E se scioperiamo noi bengalesi, a Venezia, Mestre e Marghera si ferma la Fincantieri e tutto il turismo tra cucine, ristoranti ed alberghi. Volete vedere che lo facciamo?». A lanciare il guanto di sfida all’amministrazione comunale di Venezia e al neo eletto sindaco Simone Venturini, è Prince Howlader, cittadino italiano di 33 anni originario del Bangladesh. Un breve trascorso come impiegato nell’Ulss locale ed oggi proprietario di una sua azienda di servizi e presidente dell’associazione islamica Giovani per l’Umanità che rappresenta una parte considerevole della comunità bengalese del veneziano. Un trascorso politico tutto a destra il suo. «Abbiamo valori in comune, valori conservatori: la famiglia e la sicurezza per prima cosa» dichiarava Howlader entrando nel direttivo del circolo mestrino di Fratelli d’Italia.

La sua candidatura a consigliere comunale nelle ultime elezioni era data pressoché scontata, salvo poi rientrare nei ranghi del partito quando, proprio negli ultimi mesi della campagna elettorale, gli alleati della Lega, messi alle strette, avevano sventolato la bandiera dell’anti islamismo. Muri, autobus, vaporetti, strade di Venezia e della terraferma sono stati tappezzati con grandi cartelloni e la scritta “No Moschea” a firma del Carroccio.

Proprio quella moschea per la quale Prince Howlader aveva trattato per almeno tre anni con l’allora sindaco Luigi Brugnaro che lo aveva messo in contatto con il proprietario di quell’area dismessa in via Giustizia, a ridosso della stazione di Mestre, guidandolo nell’acquisto e dandogli consigli sulla realizzazione e su come rientrare negli standard urbanistici della zona. Non chiamiamola “moschea” però. «Non ci sarà nessuna moschea a Mestre» aveva dichiarato più volte l’ex sindaco, che preferiva l’accezione «centro di preghiera islamica». Dove sta la differenza lo sapeva solo lui.

DOPO UNA CAMPAGNA elettorale basata solo su slogan nazionalisti e islamofobi, il neo sindaco Simone Venturini, considerato da sempre il “delfino” di Brugnaro, si è trovato tra la mani la pesante eredità di dover continuare a gestire la questione della moschea. O del centro di preghiera islamica, se preferite. Col rischio di dover scontentare il suo elettorato di destra, buona parte del quale proveniente proprio dalla comunità islamica dell’entroterra forte di almeno 20 mila persone. E così Venturini ha scelto di non scegliere seguendo la politica del “prendiamo tempo che magari le cose si risolvono da sole”.

«Io sono un sostenitore della libertà religiosa – ha dichiarato il primo cittadino di Venezia – ma oggi non ci sono le condizioni per aprire una moschea. La comunità bengalese deve prima compiere passi importanti sul fronte dell’integrazione». Passi che, sempre secondo Venturini, sarebbero l’abolizione del velo integrale, il rispetto delle leggi italiane, la proprietà delle lingua, la scuola dell’obbligo per i bambini e mantenere pulita e sicura via della Giustizia, oggi in stato di colpevole degrado e certo non per colpa dei bengalesi. Tutte condizioni, a parte il velo integrale utilizzato comunque da una sparuta minoranza di donne, che una amministrazione potrebbe verificare in poco tempo e che comunque avrebbe il dovere di far applicare, come l’obbligo scolastico o il rispetto delle leggi, senza dover far baratti con la realizzazione di una moschea.

L’ATTESA DELLE “CONDIZIONI favorevoli”, proposta dal sindaco, quindi è stata interpretata da Howlader per quello che è: un rimando alle calende greche. Da qui il suo “ora basta!”. «Non vogliamo che le nostre terze generazioni crescano senza valori – ha spiegato -. Vogliamo realizzare un luogo dove i nostri giovani non crescano dispersi come maranza. Un luogo di aggregazione dove la comunità bengalese possa riunirsi. Anche le donne». Howlader ricorda che tutta l’operazione – 15 milioni circa – è integralmente a spese della comunità. «Noi non abbiamo mai creato problemi a Venezia. Anzi, siamo una risorsa economica per tutta la città. Al Comune chiediamo che venga ultimato l’iter burocratico e concessi i permessi per la costruzione o scenderemo in sciopero. Stiamo valutando l’idea di astenerci da tutti i lavori e andare a pregare davanti al Comune, visto che non possiamo farlo in un nostro luogo».

NON È NEMMENO la prima volta che la comunità bangladese di Venezia minaccia lo sciopero. Ci fu un precedente nel 2017 con Venturini allora assessore delle giunta Brugnaro. La comunità protestava contro la chiusura di una moschea in via Fogazzaro chiedono un luogo alternativo dove pregare. Lo ottennero, sia pure provvisorio, nel PalaPlip, senza bisogno di incrociare le braccia. Qui cominciò la ricerca di uno spazio definitivo arrivato oggi in via Giustizia. Se i problemi non li affronti, prima o poi, ritornano.

Il progetto della moschea a Mestre – Foto Ansa

da “La Bestia che seduce” di Franco Barbero 1980

Dove è Dio?


Latchou era un uomo molto pio. Ogni giorno, svegliandosi, faceva le abluzioni rituali e, subito dopo, si recava al tempio con il paniere delle sue offerte in mano, per assistere al culto mattutino.

Con fervore pregava: <<Signore, vengo a renderti visita a casa tua, senza mancare un solo giorno. Mattina e sera ti porto le mie offerte; non potresti venire una volta a casa mia?>>.

Attento a questa preghiera quotidiana, Dio alla fine gli rispose: <<Domani io verrò a trovarti>>.

Quale gioia per Latchou. Lava e rilava tutta la casa. Fa disegnare davanti alla porta di casa con farina e pasta di riso degli ornamenti augurali.

All’alba, appende una ghirlanda di foglie e fiori all’ingresso. Accende le lampade ad olio a varie luci sul banco che ogni casa indiana possiede. Al centro di ogni disegno splende un bel fiore giallo. Nella sala dei ricevimenti, vassoi di frutta, di biscotti dolci e di fiori sono allineati in abbondanza. Tutto è pronto per ricevere Dio. Latchou, in piedi, è pronto ad accoglierlo.

L’ora del culto mattutino si avvicina. Un ragazzino che passa da quelle parti vede, attraverso la finestra aperta, i vassoi dei biscotti. Si avvicina: <<Nonno, hai tanti biscotti lì dentro, non potresti darmene uno?>>.

Latchou, furioso per l’audacia del ragazzino, replica: <<Vuoi filartene, moccioso, come osi chiedermi ciò che è preparato per Dio?>>. Ed il ragazzino, spaventato, se ne fugge via.

La campana del tempio ha suonato; il culto del mattino è finito. Latchou pensa: <<Dio verrà dopo il culto di mezzogiorno. Aspettiamolo…>>. Stanco si siede sul banco.

Un mendicante arriva a chiedergli  l’elemosina. Latchou lo scaccia con rabbia. Poi lava con cura il posto sporcato dai piedi del mendicante… E passa anche mezzogiorno. Dio non viene all'appuntamento. 

Viene la sera, Latchou, molto triste, aspetta sempre la visita promessa… Un pellegrino si presenta all'ora del culto della sera: <<Permettimi di riposarmi sul banco e di dormirvi sopra per questa notte>>.

<<Mai al mondo! E’ il sedile riservato a Dio>>.

La notte è calata… <<Dio non ha mantenuto la sua promessa!>>, pensa Latchou con delusione.

Il giorno dopo, ritornato al tempio per la preghiera del mattino, il devoto rinnova la sua offerta e scoppia in lacrime: <<Signore, non sei venuto da me come avevi promesso. Perché?>>.

Una voce gli dice allora: <<Sono venuto tre volte, ed ogni volta tu mi hai cacciato>>.

(da Quando è giorno?, pagg. 132-133).

Scrivo queste righe come invito cordiale a chi nella Rai sta assumendo responsabilità come esplicito nelle righe che seguono.

don Franco Barbero

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Nella sede del mio studio terapeutico dopo l’uccisione di Report, l’espulsione di Ranucci e l’annuncio Rai di due “conduttori sconosciuti” riceverei i due sconosciuti e con loro vedrei volentieri la paziente Giorgia Meloni. Il tutto gratuitamente e in ore da concordare.

Il mio studio è sito a Pinerolo in Via Porro 16, non lontano da Torino.

Mi sarebbe gradito l’incontro con la signora Meloni Maria Grazia in orario rigoroso: 9.30/12 – 16/18. Non prima del 10 settembre però.

Credo che un incontro terapeutico non faccia male a chi sta per assumere nuove responsabilità come quelle rispetto ai due novelli conduttori Rai.

don Franco Barbero, Via Porro 16, 10064 Pinerolo

 Siamo diversi e diverse

 

Scrivo la sera del 30 agosto, devo essere felice e grato alle persone che vivono con me come assistenti alla mia vecchiaia, tanto felice, ma molto fragile.

Il caldo non è stato per me così malevolo e ora qui a Pinerolo sta sparendo, cede al fresco.

Aspetto con gioia i giorni che vengono e sono sorridente con la gente che incontro in quantità per le strade e al parco aperto a tutti.

Poi verrà l’autunno e l’inverno che mi porterà con Dio e Fiorentina.

Prima, il 5 settembre, mi dicono quelli che sanno usare il telefono, ci sarà quell’atteso sabato con alcuni amici e fratelli per uno scambio sereno sul nostro cammino di fede e di impegno.

Vederci sarà un dono di Dio.

Grazie, o Dio d’Amore.

La RAI e la vicenda Ranucci…


“La Rai ha sospeso Ranucci”. Così i giornali hanno dato l’assurda notizia.

La vergogna che vaga per tutte le vie del mondo è ormai una informazione sempre in ossequio al potere. Solo per il potere, ad ogni livello, costruisce la sua verità che poi diffonde come tale, ma si tratta di una falsa costruzione.

I mezzi di comunicazione televisiva sono la voce del governo che diffonde informazioni funzionali e al servizio del potere. Non si tratta di una questione italiana, ma mondiale. La parola ha perso la sua funzione perché essa viene usata totalmente a servizio dei poteri, una perversione data come normale, salvo, se dissenti, fare la fine di Ranucci.

Studiano al Liceo e all’Università, cercano le parole utili a sostenere i progetti di morte del potere e dei suoi interessi.

Se non c’è uno studio che sia rispettoso della critica e del pensiero dissidente, c’é il regime come ci dice chiaramente la televisione. Purché serva al potere, ed è verità.

                                                                             Franco Barbero