sabato 26 settembre 2026

Per il verso giusto. Decalogo per una parola che non si arrende

Marco Campedelli 23/09/2026 Adista

Dietro al monastero, vicino alla strada, / esiste un cimitero di cose consumate / dove giacciono il ferro arrugginito, pezzi / di stoviglie, tubi spezzati, fili di ferro attorcigliati, / scatole di sigarette vuote, segatura / e zinco, plastica vecchia, copertoni rotti, /che aspettano come noi la resurrezione.

Ernesto Cardenal


PICCOLA SCUOLA DI RESISTENZA POETICA

1. PICCOLA Non significa debole. Significa scegliere una misura diversa da quella del potere. Piccola è una scuola che non fa accordi segreti con il potere, non dipende da sovvenzioni e riconoscimenti. Sta dalla parte delle cose fragili, delle bocche scucite, delle parole smarrite.

2. SCUOLA Viene da scholé: tempo liberato, sottratto alla necessità e messo a disposizione dell’apprendimento, dell’ascolto, della ricerca. La Piccola Scuola è uno spazio nel quale si impara insieme. Anche la resistenza poetica si può imparare. Non è una scuola per scrivere  poesie, ma per imparare a vivere poeticamente. Si impara meravigliandosi, ascoltando, leggendo, raccontando, sbagliando, mettendosi in discussione. Scuola è dire “I care”, mi sta a cuore.

3. RESISTENZA Significa opporsi alla banalità, alla stupidità del male, all’ingiustizia, alla guerra, alla violenza sulle persone e sulle parole. Non abituarsi. Comincia quando qualcosa dentro di noi rifiuta di dire: «Signorsì». È conservare la capacità di indignarsi, ma anche di immaginare. Resistere poeticamente è immaginare quello che ancora non c’è. 

4. POETICA Viene da poiesis: fare, creare, generare.  Poesia non è evasione dal mondo, ma un modo diverso di abitarlo. Il poeta, la poeta, sanno avvertire il buio che scende sulla terra; ma proprio per questo possono cercare, nel buio, sentieri di luce. La  poesia è un dono e un compito. Viene sparsa sulla terra per far germogliare foreste di pensiero.

5. LINGUA MADRE Non è grammatica morta, ma la lingua che ci ha generato: lingua che insegna la cura, la relazione, il pensiero divergente, la visione ospitale e il modo per «disfare senza distruggere» (L. Muraro). È anche ricerca di un’autorità diversa da quella del dominio patriarcale: è la lingua che ci fa crescere in profondità e libertà. 

6. CONTRO-NARRAZIONE Raccontare diversamente è cambiare il punto da cui si guarda il mondo. La storia non appartiene soltanto ai vincitori, ai potenti, alle istituzioni, agli uomini che hanno avuto l’arroganza di parlare per tutti. È decolonizzare la parola e lasciare che risuoni la parola delle donne, degli esclusi, dei migranti, dei bambini, di chi ha custodito i sogni anche per noi. Non inventa un’altra realtà, ma trasforma la realtà in cui viviamo. 

7. UMORISMO È una forma di resistenza alla violenza dispotica e moralista. Ci aiuta a ridimensionare il potere, rompere la retorica, la presunzione di avere l’ultima parola. Ridere non è non considerare il dolore, ma non dare il potere assoluto alla morte e alla distruzione. L’umorismo è una forma di libertà: l’imprevista fessura che sgretola il muro.

8. POLITICA La parola non è mai solo privata. È parola pubblica che smaschera l’ipocrisia e tutela il bene comune. È parola politica perché ridisegna i colori delle città. La parola politica diventa anche azione politica, presa di posizione, rischio, fino a diventare disobbedienza civile. È un bene necessario, insopprimibile di una comunità. La parola poetica diventa politica quando non si limita a dire il mondo, ma si espone perché il mondo possa cambiare. È impegno a salvare la poesia della nostra Costituzione.

9. CORPO Non esistono parole senza corpi. Ognuna viene da una bocca, attraversa un corpo, incontra un altro corpo. Per questo la resistenza poetica non può essere soltanto intellettuale: mette in gioco presenza, vulnerabilità, fatica, gioia, relazione, festa. Porta sulla propria pelle i segni della violenza, ma anche l’energia segreta dell’amore. La parola è il corpo che si mette di traverso e arresta la stupidità. È parola pubblica che progetta e che protesta.

10. MEMORIA La Piccola Scuola non dimentica i morti, gli assenti, gli eterni, quelli soppressi da abusi, guerre e violenze. Non è commemorazione: è memoria sovversiva. I morti camminano con i vivi in una forma di inedita compresenza. È la consegna di chi prima di noi ha creduto, lottato, sperato. Camminare con i morti non è andare all’indietro, ma immaginare il futuro. Non è solo ricordare, ma essere ricordati, non solo attendere, ma essere attesi.  

Il terremoto in Colombia, MSF: “L’emergenza ha aggravato le difficoltà già esistenti”

Medici senza frontiere

MSF è attiva in Colombia con cliniche mobili nelle aree con maggiori difficoltà di accesso alle cure.

I bisogni di salute mentale tra le principali conseguenze

3 settimane dopo il terremoto di magnitudo 7,4 che ha colpito la Colombia occidentale il 10 agosto, la fase iniziale dell’emergenza si è conclusa, ma migliaia di persone continuano ad avere difficoltà ad accedere alle cure mediche, al supporto psicologico, al cibo e ai materiali necessari per ricostruire le proprie case.

Le nostre équipe hanno identificato i bisogni di salute mentale tra le principali conseguenze del disastro. Tra le reazioni più frequenti ci sono: ansia-stress acuto- ipervigilanza- insonnia- paura persistente di nuove scosse.

Blanca Lucila, una donna emberá originaria di Medio Baudó, nel Chocó, ha dichiarato di essere rimasta profondamente sconvolta: Nella mia comunità 3 case sono crollate completamente e le altre sono rimaste pericolanti. La mia testa è fuori controllo: mi alzo e mi sembra di cadere. La gente dice che succederà qualcosa e restiamo tutti dentro per paura, aspettando di vedere cosa accadrà”.

Sebbene il terremoto abbia colpito duramente anche città come Cali e Pereira, le principali criticità persistono nelle aree che già prima del sisma affrontavano ostacoli nell’accesso alle cure, povertà e presenza di gruppi armati. In alcune zone di Quibdó e del Medio Baudó, nel Chocó, nonché a Buenaventura, nella Valle del Cauca, dove le condizioni erano già precarie prima del disastro, il terremoto ha ulteriormente aggravato le difficoltà già esistenti.

La risposta MSF

Abbiamo inviato équipe di valutazione e intervento nella Valle del Cauca, nel Chocó e nella Risaralda, dando priorità alle aree in cui i bisogni rimangono più urgenti e dove l’intervento è stato più limitato. Dopo aver effettuato valutazioni in circa 10 comuni, abbiamo attivato cliniche mobili a Buenaventura, Quibdó e Medio Baudó, dove sono stati rilevati maggiori ostacoli nell’accesso alle cure e una copertura più limitata della risposta. A Medio Baudó, alcune comunità indigene sono state inoltre colpite da inondazioni causate dall’improvviso innalzamento del fiume Baudó appena 2 giorni dopo il terremoto. A differenza di altre emergenze, gli effetti del terremoto in Colombia non si sono concentrati in un solo luogo. L’impatto si è fatto sentire in territori che potrebbero sembrare vicini fra loro, ma separati da fiumi e montagne, rendendo la risposta più difficile. Abbiamo inoltre osservato differenze significative tra le aree con una presenza istituzionale più forte e quelle storicamente trascurate, comprese comunità indigene e afrocolombiane”.


Da Gaza all’Ucraina, i veleni della guerra che restano per decenni

Elisa Manacorda

24/09/2026 Galileo

“La guerra si deve combattere con le armi, non coi veleni“, dicevano i Romani, che consideravano la guerra chimica un atto vile, subdolo e contrario alla fides (la lealtà e la parola data). Un paio di millenni dopo, sarà il premio Nobel per la Chimica Roald Hoffmann a dover sottolineare che “non ci sono molecole cattive, ci sono solo uomini cattivi”. Eccoli allora, gli uomini cattivi del XX e XXI secolo: in tutti i conflitti, a cominciare dalla Grande Guerra, le armi chimiche sono ormai diventate protagoniste indiscusse. Non solo: è la guerra stessa a generare veleni che presenteranno un conto salatissimo alle popolazioni e all’ambiente, per lunghi anni a venire. Così, alle infinite vittime dei bombardamenti si aggiunge la catastrofe ecologica.

Gaza: 61 milioni di tonnellate di detriti

Prendiamo per esempio il conflitto mediorientale. La guerra a Gaza, dicono i pochi numeri a disposizione, ha generato 61 milioni di tonnellate di detriti, pari al volume di 25 torri Eiffel. Il 15% di queste rovine è contaminato da amianto, rifiuti industriali, metalli pesanti. E poi ci sono ovunque ordigni inesplosi, materiali infiammabili. In una regione dove il sistema di gestione dei rifiuti solidi e liquidi risulta completamente sconvolto (secondo le stime dell’UNEP, ogni giorno almeno 100mila metri cubi di liquami finiscono dispersi nel terreno o nel Mediterraneo), tornare a una parvenza di normalità richiederà più di una decina di anni dopo la fine del conflitto.

L’amianto, l’eredità peggiore

L’amianto, in particolare, è quello che lascerà l’eredità peggiore. Dalle macerie e durante i crolli e incendi in seguito ai bombardamenti, le fibre di questo minerale vengono rilasciate in atmosfera, dove sono respirate dalla popolazione. I danni non sono quantificabili nel breve termine, perché la latenza fra l’esposizione all’asbesto e lo sviluppo dei tumori correlati è di oltre 40 anni. Ma per decenni la popolazione della Striscia resterà esposta al rischio di sviluppare tumori, come il mesotelioma pleurico, il carcinoma del polmone, della laringe e dell’ovaio, cioè le principali neoplasie legate all’esposizione alle fibre di amianto.

Ucraina: la guerra dopo la guerra

Anche in Ucraina l’amianto è stato utilizzato in maniera estensiva in edilizia fino a tempi recenti. Lo United Nations Office for Disaster Risk Reduction ritiene che circa il 60% dei tetti del paese sia rinforzato con questo materiale. Così la massiccia distruzione degli edifici a causa dei bombardamenti russi sta creando milioni di tonnellate di detriti pericolosi. È “la guerra dopo la guerra”, commenta Matteo Guidotti, primo ricercatore dell’Istituto di Scienze e Tecnologie Chimiche “Giulio Natta” del Cnr di Milano (Cnr-Scitec), nel corso delle Giornate dell’etica organizzate nei giorni scorsi da AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e Fondazione AIOM, e dedicate a “Guerra, salute globale e oncologia”. Perché le armi, oltre che mortali, sono anche inquinanti. “Parliamo innanzitutto di metalli pesanti e di inquinanti come piombo, rame, zinco, arsenico, antimonio, tungsteno e uranio, rilasciati da proiettili, granate, missili e munizioni perforanti. A questi si aggiungono gli inquinanti azotati persistenti degli esplosivi nitroaromatici e nitroalifatici, e i composti a rischio multiplo — al tempo stesso esplosivi e tossici, o interferenti endocrini — come il fulminato di mercurio, gli azoturi, l’idrazina e i perclorati, presenti in detonatori, inneschi, propellenti e combustibili per razzi”. Ci sono poi le sostanze estremamente tossiche, come il fosforo bianco, in grado di uccidere in poco più di un minuto. E i cosiddetti forever chemicals — PFAS, amianto, composti clororganici — sostanze, spiega Guidotti, “destinate a rimanere nell’ambiente per decenni e decenni“. Infine i componenti “tossici by design”, pensati cioè per essere velenosi fin dall’origine: organofosforici, ipriti allo zolfo e all’azoto, lewisite, rilasciati da armi chimiche persistenti, abbandonate, inesplose o smaltite in modo scorretto.

Il salto di qualità: da 32 a 77 elementi nelle armi

La storia dice che il “salto di qualità”, se così si può dire, avviene nell’ultimo secolo. Per capirlo basta mettere a confronto la tavola periodica del 1914 con quella attuale: il numero di elementi chimici con impieghi documentati nei sistemi d’arma sale da 32 a 77, un aumento che segnala quanto la minaccia chimica si sia moltiplicata e diffusa. Ad innescare questo salto, secondo Guidotti, è stata la Prima guerra mondiale. La carneficina del 14-18 affonda infatti le radici nell’ingresso massiccio della tecnologia sui campi di battaglia: automezzi, aerei, dirigibili, sottomarini, esplosivi, nuove leghe metalliche. E armi chimiche. È infatti il 1915 che ne segna l’esordio su larga scala: cloro, fosgene, cloropicrina, iprite. Le conseguenze ambientali restano visibili a distanza di oltre un secolo: nelle “zone rosse” attorno a Lille, in Francia, e in Belgio, il terreno è ancora carico di metalli pesanti provenienti dal munizionamento sparato e da quello inesploso. Sul fronte francese della Grande Guerra ci sono piombo e mercurio, le falde acquifere sono contaminate, la pastorizia è impossibile. Si cammina su ordigni inesplosi (fino a 300 per ettaro) e concentrazioni di arsenico fino a 170 grammi per chilometro di suolo.

Bari 1943: il carico segreto della John Harvey

Anche la Seconda guerra mondiale ha lasciato la sua eredità tossica. Il 2 dicembre 1943, poche settimane dopo l’armistizio dell’8 settembre, la Luftwaffe attaccò le navi alleate ormeggiate nel porto di Bari affondandone 17 e danneggiandone gravemente altre 8. Tra queste, la John Harvey trasportava un carico segreto di munizioni all’iprite. Nei 48 giorni successivi, la popolazione di Bari registrò un’incidenza di linfomi particolari molto superiore alla media delle altre zone italiane.

Vietnam: l’agente arancio e la diossina

In Vietnam del Sud, tra il 1961 e il 1971, le massicce irrorazioni di agente arancio ebbero un effetto analogo: il 2,4-D che lo componeva ha una struttura chimica affine a quella della 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), la più tossica e studiata delle diossine, tristemente nota in Italia come “diossina di Seveso”. A distanza di oltre 50 anni, la contaminazione del suolo da diossina in quell’area resta superiore ai valori di sicurezza, non solo in Vietnam ma anche in Laos e Cambogia, e lungo tutto il sentiero Ho Chi Minh.

Uranio impoverito e tungsteno

Un discorso a parte meritano uranio e tungsteno. Il munizionamento all’uranio impoverito, usato dagli Stati Uniti dalla fine degli anni Settanta nella prima guerra del Golfo (1991) e nei conflitti balcanici in Bosnia e Kosovo non è classificato come arma chimica, perché non viene impiegato per il suo effetto tossico diretto. E tuttavia si tratta di una sostanza radioattiva, con un tempo di dimezzamento di 4,5 miliardi di anni, e una tossicità paragonabile a quella di piombo e mercurio.

Nei conflitti attuali, come quello in Ucraina o nel Golfo persico, si sommano oggi diversi fronti di contaminazione: i bombardamenti ai depositi di carburante liberano polveri sottili e ultrafini (PM10, PM2,5); gli impianti industriali colpiti rilasciano ammoniaca e acido solforico; si utilizzano munizioni al piombo, arsenico, mercurio, tungsteno e ordigni al fosforo bianco.

I danni dell’ecocidio

L’entità reale di questi danni ambientali, sottolinea Guidotti, si potrà misurare soltanto a conflitto concluso, per evidenti ragioni di sicurezza. Ma le popolazioni che tornano ad abitare i territori colpiti spesso si trovano di fronte ad ambienti compromessi in modo permanente. È anche per questo che si parla sempre più spesso di ecocidio, le cui stime economiche, per quanto ancora provvisorie, raggiungono cifre paragonabili ai bilanci di interi Stati.

A queste minacce “storiche” si aggiungono oggi le nuove tecnologie. È il caso dei droni a guida di fibra ottica, in silice o in materiale polimerico, con cavi lunghi fino a 20-25 chilometri ciascuno: in Ucraina i campi ne sono letteralmente ricoperti, al punto che gli uccelli hanno iniziato a costruirci i nidi. Un altro segnale di come anche le nuove armi condizionino l’ecosistema in modo permanente.

Alla tragedia umana delle persone che nei conflitti armati hanno perso la casa, gli affetti, la vita, si sommano insomma conseguenze ambientali a breve termine — degradazione del territorio, inquinamento, deforestazione, perdita di biodiversità e di risorse idriche — e a lungo termine: spostamenti forzati e dislocazioni delle popolazioni, cambiamenti climatici legati alle emissioni di gas climalteranti, nuove tensioni e potenziali conflitti per il controllo delle risorse residue.


venerdì 25 settembre 2026

 Tre milioni di donne subiscono violenza prima dei 16 anni

Shendi Veli- Il Manifesto 17/9

IL RAPPORTO ISTAT Gli stupri commessi nel 43% da parenti o amici. Il 58% delle vittime minori non ne parla.

Il femminicidio è la precipitazione estrema. La violenza è un fenomeno strutturale e molteplice, che investe la vita delle donne in tutte le sue fasi. Lo conferma il rapporto «Violenza contro le donne dall’infanzia all’età adulta – Anno 2025», pubblicato ieri dall’Istat.

AD ALLARMARE maggiormente sono proprio i dati che riguardano la minore età. Il 15,3% delle donne italiane e l’11,4% delle straniere dichiarano di aver subìto violenza fisica o sessuale prima del compimento dei sedici anni. Il numero assoluto colpisce ancora di più: sono oltre tre milioni di italiane e 244mila straniere residenti in Italia. Isolando il dato relativo alla violenza sessuale, si apprende che poco meno di un milione e 650mila donne italiane (l’8,3% del totale) hanno subìto abusi prima dei sedici anni. Ai danni psicofisici delle violenze si aggiunge la solitudine che circonda le sopravvissute. Il 58% di loro dichiara di non averne parlato con nessuno. «Sono ferite che non si cancellano. Non si parla per paura di far soffrire i familiari, perché non si hanno gli strumenti. Subentra il timore di essere colpevoli dell’accaduto», racconta Antonella Restelli, che sul tema dell’infanzia violata ha scritto «Americhea» (Edizioni Corsare), un romanzo autobiografico con le illustrazioni di Sara Cimarosti.

I DATI DEL RAPPORTO restituiscono l’immagine di una violenza precoce, commessa soprattutto da persone vicine e familiari. Nel caso dello stupro, ad esempio, una delle quattro forme di violenza considerate, nel 29,1% dei casi a perpetrarlo sono conoscenti, nel 24,9% amici o compagni di scuola e nel 18,4% parenti maschi, mentre gli sconosciuti rappresentano il 9%. L’indagine considera per la prima volta anche la costrizione a posare nude, di persona oppure per foto, video e webcam: riguarda lo 0,3% delle italiane, ma sale allo 0,5% tra le 16-24enni. Una quota contenuta, che segnala però l’emersione di forme di abuso legate agli strumenti digitali e particolarmente rilevanti per le nuove generazioni. «Sotto i sedici anni c’è una difficoltà dovuta alla mancanza di reti di supporto e alla scarsa capacità di nominare la violenza. È un’area grigia, nella quale è ancora più difficile percepire i comportamenti abusanti», spiega Lella Palladino, sociologa e attivista dei centri antiviolenza. «Fino a qualche anno fa era più facile per i Cav entrare nelle scuole, anche di primo grado, con programmi appositi per aiutare le bambine e i bambini a distinguere, ad esempio, le effusioni che generano benessere da quelle che provocano disagio, a saper dire di sì e di no. Oggi tutto questo è diventato difficilissimo: siamo costrette a usare parole generiche e a non poter nominare le cose, pur di portare programmi nelle scuole, perché i dirigenti scolastici hanno paura di esporsi», racconta ancora Palladino.

LA QUOTA DI DONNE che hanno subìto violenze fisiche o sessuali da adulte, pari al 31,9% tra le italiane e al 27,4% tra le straniere, quasi raddoppia tra quante le hanno subite anche da piccole e aumenta considerevolmente anche tra chi è stata testimone di abusi e aggressioni in famiglia. Tra le italiane che avevano visto il padre usare violenza fisica contro la madre, il 53,7% ha poi subìto violenza fisica o sessuale da adulta, rispetto al 31,9% del totale. Questo dato spinge a prestare maggiore attenzione a un fenomeno spesso sottovalutato e con il quale i centri antiviolenza si misurano ogni giorno: la violenza assistita. Il 62% delle donne italiane che hanno subìto violenze da mariti o compagni dichiara che i figli hanno assistito agli episodi.

AI NUMERI SONO SEGUITE, prevedibilmente, le dichiarazioni della politica. Dalle esponenti dell’opposizione è emersa l’insistenza sull’educazione sessuale e affettiva nelle scuole. Su questa linea la dem Valeria Valente e le parlamentari del M5s. Più vaghe le posizioni della destra. «Dobbiamo aiutare chi vive accanto ai minori a riconoscere prima i segnali di un abuso. Servono formazione, procedure chiare per le segnalazioni e percorsi di ascolto protetto affidati a personale specializzato» ha dichiarato la deputata di Fratelli d’Italia, Cristina Almici. Il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato (FdI) ha dirottato l’attenzione sui Percorsi rosa attivati nel 77% dei pronto soccorso censiti. Un imbarazzo prevedibile, data la legge del 2026, promossa dal ministro Valditara, che esclude l’educazione alla sessualità nelle scuole dell’infanzia e primarie e, nelle secondarie, le subordina al consenso delle famiglie. Proprio quelle famiglie che spesso sono all’origine del problema.


 L'Argentina vende il suo territorio: in fase di approvazione la legge sulla "inviolabilitа della proprietа privata"

Eletta Cucuzza  15/07/2026 Adista


Domani il Senato argentino potrebbe approvare la legge sull'“Inviolabilità della proprietà privata”, un pacchetto di provvedimenti che elimina le restrizioni all'acquisto illimitato di terreni rurali da parte di imprese straniere, autorizza sfratti accelerati e smantella le tutele per le foreste autoctone e i terreni devastati dagli incendi. Si tratta del progetto di Federico Sturzenegger, che ha già subito più di una dozzina di modifiche. La versione del progetto di parere che circola tra i senatori è la numero 14, a testimonianza del numero di emendamenti apportati al documento. L’opposizione si sta adoperando per bloccare in particolare il capitolo sulla proprietà straniera, ma, come ha dichiarato un senatore al quotidiano Página/12 (15/6), «abbiamo 35 voti, ce ne manca uno», perché ne servono 36.


 Preti sposati: le chiusure del cardinale di Torino e le aperture dell'arcivescovo di Anversa

Redazione  Adista 24/03/2026, 


Tanto il celibato ecclesiastico è disciplina discutibile - e difficilmente sostenibile nel momento in cui le diocesi soffrono per il deciso calo di sacerdoti - da dettare provvedimenti episcopali di segno opposto: se l’arcivescovo di Torino, card. Roberto Repole, risponde con un “no” alla collaborazione dei sacerdoti sposati per salvare le parrocchie in crisi, dal Belgio arriva la notizia che mons. Johan Jozef Bonny, vescovo di Anversa, ha dichiarato in una lettera pastorale (“Attuazione del processo sinodale nella diocesi di Anversa”, in pubblicazione nel n. 13/2026 di Adista Documenti) che farà il possibile per ordinare preti uomini sposati entro il 2028. Secondo l’arcivescovo presule belga, la questione non è "se", ma "quando", definendo il celibato obbligatorio una norma non più sostenibile di fronte al calo delle vocazioni e alle sfide moderne. DonazioniAdista A Torino è successo che il card. Repole, per evitare la chiusura di varie parrocchie per scarsità di sacerdoti, prevede di affidarne la responsabilità pastorale a team di laici e religiosi, incluse persone sposati, lavoratori e pensionati.  Alla notizia, i preti sposati del Movimento Internazionale dei sacerdoti sposati (fondato nel 2003 da don Giuseppe Serrone) hanno reagito manifestando la loro disponibilità: «Offriamo la nostra collaborazione a gestire le chiese chiuse – gli hanno scritto –. Siamo pronti a ritornare a celebrare la S. Messa, collaborare pastoralmente all'animazione delle parrocchie del territorio della diocesi di Torino. Basterebbe solo un decreto del Papa che riammettesse al ministero pastorale attivo i sacerdoti sposati che lo desiderano inviandoli nelle diocesi, come quella di Torino, in crisi». Grazie no, ha risposto Repole. Saputo della lettera pastorale di mons. Bonny, don Giuseppe Serrone ha reagito commentando che «è un paradosso inaccettabile. A Torino si preferisce affidare le parrocchie ai laici pur di non far celebrare la Messa a sacerdoti ordinati ma sposati. In Belgio, invece, un vescovo ha il coraggio di guardare in faccia la realtà e proporre nuove ordinazioni di uomini sposati». E chiede «perché il Popolo di Dio a Torino deve essere punito da una burocrazia che il resto d'Europa sta già superando»? Il Movimento dei Preti Sposati chiede ora un confronto pubblico con la diocesi di Torino: perché ciò che è possibile ad Anversa (o per gli ex-anglicani a Roma, che hanno mantenuto il loro matrimonio nel convertirsi al cattolicesimo) resta un tabù per i sacerdoti cattolici italiani? E anche a mons. Bonny don Serrone ha trovato cosa dire. In una lettera inviata in data di oggi all’arcivescovo di Anversa ha scritto: «Non serve aspettare il 2028. La Chiesa ha già le risorse umane necessarie, basterebbe la volontà politica di riammettere chi è stato ingiustamente allontanato».


giovedì 24 settembre 2026

NEL GROVIGLIO TI CERCO

 

Ti prego, o Dio,

voglio cercare dentro la vita laica di ogni giorno,

nel groviglio della matassa, nel labirinto e nel turbinio delle cose

i segni della Tua presenza e del Tuo amore.

Rendi sapiente il mio cuore e fammi compagnia

nel lungo cammino della sapienza,

come cercatore umile ed appassionato della Tua volontà.

 

Franco Barbero, Preghiere d'ogni giorno, 2021, pag. 14

I ‘Preti contro il genocidio’ in Vaticano e davanti ai palazzi e alla sede di Leonardo

23.09.26 - Maddalena Brunasti Pressenza

Al corteo che martedì 22 settembre ha attraversato il centro di Roma c’era anche don Nandino Capovilla, che nel suo post divulgato sui social media riferisce:

STAVOLTA SE NE SONO ACCORTI tutti i media, anche perché siamo un fiume di gente (e quasi tutti preti!) per le strade di Roma e più di cento tra sacerdoti e vescovi che non capita tutti i giorni di vederli insieme. Soprattutto colpisce l’inequivocabile chiarezza della posizione “contro il genocidio”, e la trasparenza delle motivazioni, dalla preghiera alla denuncia. Lo evidenzia da Gerusalemme Michel Sabbah, il patriarca emerito, scrivendoci un messaggio: «Cari sacerdoti di Cristo, che avete avuto il coraggio di chiamarvi Preti contro il genocidio, pregate per Gaza, dove quel genocidio, che voi non volete dimenticare ogni volta che vi collegate come preti, non si potrà più cancellare dalla storia. E non dimenticate la West Bank, dove la pulizia etnica sta giorno dopo giorno sottraendo tutto a noi palestinesi».

IN UNA SOSTA SOTTO L’AMBASCIATA DELLA PALESTINA presso la Santa sede – il Vaticano ha riconosciuto ufficialmente lo Stato palestinese – viene intonata una canzone dedicata a Taybeh, sottoposto a incursioni da parte dei coloni israeliani. Io faccio un video e lo mando al parroco che due minuti dopo, dalla Cisgiordania, mi risponde con un commosso emoji su WhatsApp!

QUANDO IL CORTEO arriva a piazza Monte Grappa, sotto la sede di Leonardo, principale azienda armiera italiana di solidi rapporti commerciali con Israele, è ormai evidente il coraggio di questi ‘Preti contro il genocidio’. «Siamo qui per chiedere lo stop alla vendita di armi a Israele», spiega don Rito Maresca di Sorrento. «Dentro quel palazzo ci sono intelligenze messe a servizio della guerra», incalza il vescovo Giovanni Ricchiuti. Ancora più esplicito il vescovo di Manfredonia Franco Moscone: «La Corte penale internazionale dovrebbe spiccare mandati di cattura per tutti coloro che siedono nei Consigli di amministrazione di Leonardo e di tutte le aziende che fabbricano e vendono armi per le guerre».

Figlia di rifugiati politici turchi, Elif Eralp vince le elezioni a Berlino ispirandosi a Zohran Mamdani

21.09.26 - Anna Polo- Pressenza

La lezione di Zohran Mamdani arriva anche in Germania: la vittoria della candidata della Linke Elif Eralp, che nelle elezioni di ieri a Berlino ha ottenuto il 25,7%, diventando per la prima volta nella storia della Repubblica Federale Tedesca il primo partito della capitale, si ispira in gran parte alle proposte e allo stile della campagna elettorale che l’anno scorso hanno portato all’elezione del primo sindaco socialista e musulmano di New York. 

 

Figlia di attivisti fuggiti dalla Turchia dopo il colpo di Stato militare del 1980, avvocatessa, 45 anni, Elif Eralp ha messo al centro della sua campagna temi sociali legati alla vita quotidiana dei cittadini, come gli asili gratuiti, una rete di mense nei quartieri berlinesi con pasti caldi a tre euro e soprattutto la questione della casa: a Berlino l’85% delle famiglie vive in appartamenti in affitto, lei compresa, ma i prezzi sono quasi raddoppiati dal 2014. Eralp ha promesso di porre un tetto agli affitti, congelando per un anno quelli delle società immobiliari pubbliche e di dare attuazione al referendum del 2021, quando il 57,6% dei votanti approvò l’esproprio degli immobili dei grandi gruppi privati che possiedono oltre 3mila unità abitative in città. Un esempio è il gruppo Vonovia, che possiede 130.000 abitazioni e vale più di un miliardo di euro. Il principio è semplice: la casa è un diritto, non un investimento e il modello è una città che gli abitanti possono permettersi. Come è successo a Mamdani, la proposta ha suscitato le ire dei conservatori, ma anche della sinistra moderata, con il consueto spauracchio della fuga degli investitori (cosa che peraltro non si è verificata a New York, dove il sindaco ha inoltre mantenuto una delle sue promesse elettorali, bloccando gli affitti per quasi un milione di appartamenti a canone calmierato). E comunque quest’allarmistica levata di scudi non ha impedito la vittoria di Eralp. Anche lo stile della sua campagna elettorale ha ripreso quello di Mamdani e dei tanti candidati socialisti che negli Stati Uniti hanno vinto le primarie democratiche in vista delle elezioni di metà mandato: uso dinamico dei social, porta a porta e presenza quotidiana nei quartieri popolari. Insieme ai volontari e ai compagni della Linke Elif Eralp ha mostrato da subito il senso della proposta delle mense, allestendo bancarelle dove lei stessa distribuiva cibo caldo a tre euro a chiunque si avvicinasse. Un altro tratto in comune con i socialisti statunitensi riguarda la ferma condanna di Israele e del genocidio in atto a Gaza, ma anche dell’antisemitismo, del terrorismo e di slogan e posizioni violente nei confronti degli ebrei. In base alle regole elettorali, il sindaco di Berlino viene eletto dal Parlamento locale e non dai cittadini. Pur avendo conquistato 47 seggi su 158, la Linke non ha però la maggioranza e dovrà dunque fare delle alleanze – probabilmente con i Verdi, che hanno ottenuto il 14,3% e 26 seggi e con i Socialdemocratici (12,1% e 22 seggi). I conservatori della CDU hanno perso 9,4 punti rispetto alle elezioni del 2023, fermandosi al 18,8% e saranno all’opposizione insieme all’estrema destra dell’AFD, che ha ottenuto 29 seggi e il 16,3%.

“Care berlinesi e cari berlinesi, oggi cambiamo la nostra città. Insieme, trasformeremo questo successo in un nuovo percorso per Berlino. Oggi abbiamo scritto la storia: il segnale dell’amore e della giustizia ha vinto contro l’odio” ha dichiarato Eralp festeggiando la vittoria in una sala da ballo del quartiere di Kreuzberg. Insomma, la sinistra vince quando fa proposte concrete e legate ai problemi sociali più sentiti dalla gente. Solo così si possono battere i moderati e arginare l’onda nera di fascisti e neonazisti. Una lezione che i politici italiani dovrebbero imparare al più presto.

ASSEMBLEA ONU, IL VECCHIO E IL NUOVO ORDINE

ISPI 23/9

All’Assemblea generale dell’Onu, Guterres si congeda tra gli applausi: nessuna potenza, dice, è davvero “super”. Poi sale sul podio Trump e minaccia l’Iran. Il vecchio ordine esce di scena, il nuovo subentra.

Accordo o annientamento: dal podio dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Donald Trump ha offerto all’Iran un’alternativa secca. Da una parte un’intesa che consenta a Teheran di ricostruire e diventare un paese “più grande di quanto sia mai stato”; dall’altra la scelta di “annichilire la Repubblica islamica, e in fretta”. Poi la previsione: l’accordo arriverà “subito dopo le elezioni” perché, osserva, a Teheran aspettano di vedere come andranno le midterm. Stretto tra sondaggi a picco e prezzi dei carburanti alle stelle, il presidente Usa si è difeso, come di consueto, attaccando: ha definito Cuba “uno Stato fallito” e promesso che il suo governo sarebbe caduto “in un modo o nell’altro”, provocando l’abbandono dell’aula da parte dei delegati dell’Avana. Ha anche annunciato che d’ora in poi nei documenti del governo federale l’intelligenza artificiale si chiamerà “super intelligenza”, perché “artificiale” la “fa sembrare falsa, e non lo è”. Il resto del discorso – 37 minuti in tutto – ha seguito un copione più o meno noto. Trump ha rivendicato di aver portato la pace a Gaza e in Venezuela, e ha annunciato che presto anche la guerra fra Ucraina e Russia vedrà la fine. Parlando in casa dell’Onu, ha reclamato i tagli all’organismo internazionale e invitato i paesi membri della Corte penale internazionale, che ha definito “un’organizzazione fuori controllo”, a dimettersi. Poco prima, António Guterres aveva pronunciato il suo ultimo discorso da segretario generale – ruolo assunto nel 2017 – dichiarando che il potere delle superpotenze, non è poi così “super”. Solo pochi minuti hanno separato i due interventi, contrassegnati da due idee molto diverse di ordine internazionale: quella delle regole, al congedo, e quella della forza, che le subentra.

Accordo sulla Groenlandia

Il discorso di Trump non è stato però un solo fuoco di fila di critiche. Il presidente Usa ha elogiato il Segretario generale della Nato Mark Rutte, definendolo un “grande leader” e rovesciando in apparenza le sue precedenti denunce dell’Alleanza atlantica come “obsoleta” e una “tigre di carta”. Ha esaltato la Danimarca, chiamandola “un paese incredibile e bellissimo”, pochi giorni dopo aver annunciato un accordo con Copenaghen sulla Groenlandia a seguito di prolungate tensioni incentrate sul territorio autonomo danese, che Trump ha più volte minacciato di annettere. L’intesa, che non ha una data di scadenza, prevede che gli Stati Uniti “rinnovino ed espandano” l’attuale base militare di Pituffik e ne costruiscano altre due, a Narsarsuaq, nel sud dell’isola, e a Mestersvig, sulla costa orientale. Garantisce anche libertà di movimento alle forze armate statunitensi ed esclude la presenza di paesi non Nato sull’isola. Il raggiungimento dell’accordo è stato accolto con sollievo anche in Europa: da oltre un anno la situazione della Groenlandia preoccupava non poco il governo danese, che era arrivato a considerare gli Stati Uniti una possibile minaccia per la sicurezza nazionale. 

L’addio di Guterres

Di tutt’altro tono e contenuti, rispetto a quello di Trump, è stato il discorso di Guterres, che lascerà l’incarico alla guida dell’Onu alla fine di quest’anno senza un successore chiaro all’orizzonte. In un intervento appassionato, in cui ha invocato la salvaguardia delle istituzioni multilaterali di fronte alla “frammentazione”, il segretario generale uscente ha inaugurato l’attuale sessione dell’Onu tracciando un bilancio del suo decennio ai vertici dell’organizzazione: le guerre scoppiate e proseguite con crudeltà, i civili presi di mira, la fame usata come arma, il diritto internazionale rinnegato. Senza nominare alcun paese, Guterres ha avvertito che la forza militare da sola non basta a garantire la pace. Il sistema giusto, ha aggiunto, non va costruito da zero: esiste già, ed è la Carta delle Nazioni Unite. Ha ricevuto applausi quando ha criticato la guerra di Israele e ribadito che la soluzione dei due Stati è l’unica via per la pace in Medio Oriente, e ha rinnovato la richiesta di una rappresentanza permanente per l’Africa nel Consiglio di sicurezza. Ha poi chiesto un quadro internazionale per governare i rischi dell’intelligenza artificiale, cioè esattamente ciò che Trump avrebbe respinto poco dopo.

L’uso della forza come dottrina

Già da tempo Trump aveva chiarito di non tenere in alcuna considerazione le Nazioni Unite, che in più occasioni aveva liquidato come obsolete e inefficaci. Ma il discorso di ieri, osserva il New York Times, “ha sancito, più di ogni altro, il rifiuto del principio cardine della Carta: il divieto di usare la forza contro l’integrità territoriale di un altro Stato, salvo legittima difesa o autorizzazione del Consiglio di sicurezza”. La sua frase “al vincitore spettano le spoglie” in riferimento ai proventi petroliferi del Venezuela completa una visione della politica estera in cui chi è più forte vince e detta le regole. “Forse l’aspetto più triste di questo discorso è stata la totale assenza di quell’idealismo americano che portò alla nascita dell’Onu”, osserva sul Guardian lo storico ed ex speechwriter della Casa Bianca Ted Widmer, sottolineando come il leader della Casa Bianca abbia perso quel potere di persuasione così decisivo al Palazzo di vetro. Oggi la fiducia internazionale negli Stati Uniti è ai minimi storici: secondo il Pew Research Center, in 36 paesi appena il 23% degli intervistati si fida di Trump in ambito di politica estera. Ed è improbabile che questa percentuale aumenti dopo lo spettacolo di ieri di fronte agli altri delegati dell’Assemblea generale.  

Il commento

di Paolo Magri, Presidente Comitato Scientifico, ISPI

“L’Assemblea generale 2026 ci consegna una buona e una cattiva notizia. La buona è che, nonostante il senso di declino e impotenza che accompagnano da tempo l’Onu, quasi 130 leader mondiali partecipano al rito annuale dell’Assemblea generale e, soprattutto, Stati Uniti e Iran – in guerra e senza relazioni diplomatiche dirette – hanno trovato proprio al Palazzo di vetro un luogo dove parlarsi. Un canale aperto, quando tutto il resto sembra chiuso. La cattiva notizia è che Trump ha usato il discorso a New York per ribadire la sua concezione dell’ordine mondiale, il suo dubbio amletico sull’Iran: “accordo oppure spazzerò via il Paese”. È la traduzione della sua “own morality”: la forza e il giudizio del presidente che prevale sulle regole comuni, sulla legittimità e sul diritto internazionale che proprio l’Onu, da 81 anni, sta affermando.

mercoledì 23 settembre 2026

 Trump contrario a qualsiasi limite: “Tanto basto io”

 

“Non uccidete la gallina dalle uova d’oro!”. È categorico Donald Trump nel rifiutare critiche e allarmi vari sull’intelligenza artificiale. Usa il sarcasmo nei confronti di Dario Amodei di Anthropic, definito “angioletto perfetto” per la sua richiesta di controllare i progressi dell’Ia. Spiega che basta un “presidente forte e intelligente (con un Qi elevato!)” – quindi, presumibilmente, lui – per evitare che le macchine prendano il sopravvento sull’uomo. Conclude parlando di “disgustosa cospirazione” che punta a colpire gli Stati Uniti, che in materia di Ia, “sono in netto vantaggio rispetto a qualsiasi altro Paese”.

Le dichiarazioni delle ultime ore, che Trump affida ancora al social Truth, concludono un fine settimana in cui il presidente ha difeso a oltranza l’industria dell’Ia. Le ragioni sono diverse. Alcuni leader del settore hanno contribuito con sostanziosi investimenti ai suoi progetti e iniziative, dalla cerimonia di insediamento alla ballroom della Casa

Bianca. La crescita dell’ia ha inoltre prodotto forti guadagni in

Borsa e la costruzione dei data center ha sostenuto il settore manifatturiero. Si tratta, per Trump, della dimostrazione della bontà dei suoi piani economici. Va anche ricordato l’utilizzo che l’intelligence Usa – in particolare Nsa, Fbi, Cia, Cisa – fanno dell’intelligenza artificiale per classificare enormi quantità di dati e monitorare minacce alla sicurezza interna e internazionale. Ai fini di un potenziamento delle infrastrutture, la Casa Bianca lo scorso maggio ha approvato lo stazionamento di 9 miliardi di dollari in chip informatici avanzati.

C’è poi la questione della sfida con la Cina. Gli Stati Uniti hanno a lungo goduto di un innegabile primato nel settore, grazie anche alle restrizioni imposte alle aziende cinesi in tema di accesso ai processori avanzati di nuova generazione. Nell’ultimo anno le cose sono cambiate. Le cinesi Deepseek, Alibaba, Minimax e Moonshot hanno messo a punto modelli che si avvicinano alle prestazioni dei sistemi americani, alimentando l’accusa di violazione della proprietà intellettuale. Durante l’incontro dello scorso maggio a Pechino, Trump e Xi Jinping hanno discusso di Ia senza concludere molto. Il tema sarà al centro del vertice tra i due in programma il 24 settembre a Washington, ma ci sono pochi dubbi sul fatto che l’amministrazione Usa lo ritenga un asset strategico da utilizzare per limitare le ambizioni di Pechino.

Le dichiarazioni di Trump appaiono in netto contrasto con le posizioni che diversi Paesi e istituzioni hanno assunto dopo l’intervento di Amodei. Proprio da Pechino arriva la dichiarazione del ministro per la Sicurezza dello Stato Chen Yixin, secondo cui l’ia – con i rischi di disinformazione e utilizzo per fini militari – mina il controllo del potere da parte del Partito comunista. E mentre il Canada invoca la nascita di un organismo regolatore sovranazionale, l’alto commissario Onu per i diritti umani, Volker Türk, chiede una regolamentazione dell’Ia per tutelare libertà e privacy. Le prese di posizione di Trump hanno suscitato preoccupazione tra alcuni degli stessi Repubblicani, che temono che l’ideologia di radicale laissez-faire capitalistico del presidente possa allontanare elettori al midterm.

 

Roberto Festa, Il Fatto Quotidiano, 15/09/2026


 Il film che spaventa Israele e le domande sul 7 ottobre

Anna Foa, La Stampa 23/9

Sul clima già teso della campagna elettorale in Israele è piombato come un macigno il documentario Naza (acronimo di "effetti collaterali"), dei due registi Yuval Abraham e Rachel Szor, coautori dello straordinario No other land, sulle aggressioni di coloni ed esercito in Cisgiordania, vincitore dell'Oscar nel 2025. Alla mostra di Venezia ha vinto il premio speciale della giuria e gli hanno tributato 24 minuti di standing ovation.
Non l'ho ancora visto, ma non è del film che voglio parlare, bensì della vera e propria isteria che, senza nemmeno essere stato visto, ha suscitato in Israele e in una parte almeno del mondo ebraico della diaspora. In sintesi, è un documentario girato di notte sui tetti di Tel Aviv, un'intervista a 24 membri dell'esercito e dell'intelligence, accuratamente celati per non rivelarne l'identità. Le interviste descrivono ciò che in generale si sapeva e che era in parte uscito su giornali e media come gli israeliani +972Maga e Local call, o il Guardian (che è fra i suoi produttori): cioè i sistemi con cui, con l'aiuto dell'Ai, l'esercito pianificò, fin da prima del 7 ottobre, gli attacchi aerei sulla striscia di Gaza, sorvegliando a tappeto l'attività dei suoi abitanti e le loro abitazioni. Vittime collaterali o vittime mirate che siano, sono state come minimo 70.000.
Questo in sintesi, come riportato dai comunicati, dai media e dalle interviste, il contenuto del documentario. Questo è ciò che vedremo quando Naza uscirà, a giorni, nelle nostre sale. Chi difficilmente lo vedrà saranno invece gli israeliani.
La reazione del governo e dei partiti della destra è stata da subito una reazione di assoluto panico. L'esercito ha definito il contenuto del film menzognero, pur aprendo un'inchiesta sulla divulgazione di "materiale non classificato". Quanto all'altra accusa rivolta al film, di essere basato su fonti anonime, come dimenticare che anche lo scandalo del Watergarte, che portò nel 1974 alle dimissioni del presidente americano Nixon, era basato su rivelazioni anonime, protette dal segreto. Con il passar dei giorni la reazione è diventata sempre più dura e aggressiva. Netanyahu ha dichiarato di voler togliere la cittadinanza israeliana ai due registi, definiti "traditori". I partiti e i media della destra radicale si sono scatenati, accusando il film di menzogna e antisemitismo, minacciando di morte i registi e manifestando sotto le abitazioni dei loro famigliari al grido di "Impiccateli!". Difficilmente i due registi potranno tornare in patria, anche se le minacce di privarli della cittadinanza non saranno messe ad effetto. Saranno i primi esuli politici di Israele, dunque?
Intanto Netanyahu minaccia sanzioni e la revoca della cittadinanza nei confronti di chi diffama le forze di difesa israeliane. Nelle sue dichiarazioni, una simile legge potrebbe colpire anche il capo del partito democratico, Yair Golan, per delle dichiarazioni rese l'anno scorso sull'uccisione dei bambini palestinesi da parte dell'esercito. Insomma, Nertanyahu avrebbe l'intenzione di approfittare della questione per intervenire sui partiti di opposizione nelle prossime elezioni, una tattica da lui consolidata. Ma è difficile che una simile manovra gli riesca, nel clima attuale della campagna elettorale.
Le minacce di morte che gli estremisti di destra stanno rivolgendo ai due registi non sono, secondo il giornale di opposizione Haaretz, da prendere sottogamba: è possibile che scorra il sangue. Del resto, come dimenticarsi dell'assassinio di Rabin nel 1995 da parte di Ygal Amir, un estremista i cui complici di allora sono oggi ministri dell'attuale governo?
E la sinistra? Finora, l'attacco all'Idf non viene condiviso nemmeno da gran parte dell'opposizione. Mille registi hanno espresso in un documento solidarietà al film. Ma la domanda che emerge con forza, e che riguarda non i palestinesi ma gli israeliani, è come abbiano fatto le forze armate a non vedere i preparativi del 7 ottobre, se erano in grado di veder volare una mosca in tutte le abitazioni di Gaza. Forse da questa domanda si potrà arrivare anche a domandarsi perché, se l'obiettivo era quello di distruggere Hamas, si sono uccisi tanti civili, facendo di ogni palestinese di qualsiasi età un sostenitore di Hamas. In ogni caso, come ha scritto Gideon Lévy su Haaretz, «Szor, Abraham e questi coraggiosi militari hanno rotto il silenzio. Meritano la massima stima degli israeliani e la avranno, ma solo nelle pagine dei libri di storia».

martedì 22 settembre 2026

VITE DI PALESTINA


PRESENTAZIONE DEL LIBRO: ”UMM SAAD”

di Paolo Babini(disegni) e di Ghassan Kanafani (parole), ed. Rapporti Sociali 2026, 18.00euro


La resistenza dei campi profughi


Di questa coinvolgente interpretazione visiva del capolavoro di Ghassan Kanafani, considerato tra i più importanti autori palestinesi contemporanei, si deve per prima cosa dire quello che Sciascia disse de L’aquila e il serpente di Martin Luis Guzman: è uno di quei libri che insegnano a scrivere cose feroci senza indossare la maschera della ferocia. Il prodigio è possibile soprattutto grazie all'assenza di rassegnazione, che rende le vittime – Umm Saad, la protagonista, è una rifugiata palestinese che vive la miseria e lo squallore dei campi profughi ed è orgogliosa del figlio che ha scelto la lotta - fiere, piene di dignità, e dà loro quell’espressione, rappresentata da Paolo Babini con pochi inequivocabili tratti, che è insieme serena e indomabile, amorevole e selvaggia. Umm Saad non è soltanto una madre, ci ricorda nell'introduzione Suaad Gemen, è l'incarnazione stessa del concetto di "samud", che vuol dire fermezza, perseveranza e resistenza di fronte all'occupazione. È anche il simbolo del materno, del femminile che non si lascia distruggere ma rinasce anche nelle condizioni peggiori (emblematica la scena in cui la donna pianta davanti alla casa del narratore un ramoscello di vite secco che ha trovato per la strada, dicendogli, con incrollabile sicurezza, «tra pochi anni avrai l’uva… basta poca acqua»).

L'esistenza nei campi è più di quanto potremmo credere di riuscire a sopportare, descritta qui nei dettagli, neppure una stanza ma mezza stanza separata da una parete di latta, lavoro duro e mortificante, e poi il risvolto peggiore, il protrarsi nel tempo di quelle condizioni assurde, che si fatica a definire umane. E però, se la mortificazione c'è, e non può essere ignorata né raccontata diversamente, l'umiliazione no, perché implica l'assenso dell’umiliato strappato con la forza, anche accordato per disperazione. Il punto è che qui la disperazione non è di casa. Non è quella miserabile fetida mezza stanzetta. Al contrario Umm Saad, suo figlio Suaad, gli altri figli, sono ricchi di fiducia, quella fiducia che, ancor più della speranza, dà forza agli oppressi e ne toglie agli oppressori.

Un libro, intanto, semplicemente bello, questo, Umm Saad, ma anche importante incisivo, e leggendo le biografie dei suoi autori si capisce da dove vengano tanta energia, tanta efficacia.

Babini, laureato in filosofia, ha lavorato per trentatré anni con i disabili psichici nell'istituto fiorentino dell'Anffas, insegna da sempre e ha collaborato a molte riviste, puntualmente congedato (o andato via) per motivi di censura.

È nel partito del Carc dalla sua costituzione, nel 2004, e per questo è stato oggetto di perquisizioni e sequestro di materiale (l’ultima volta è recente, aprile 2026). Ci tiene a precisare che ”questa storia grafica è opera del Partito e nasce come idea dai compagni che nella casa editrice operano, e in particolare la compagna Sara, autrice quanto me”.

Kanafani ha patito l'esilio prima in Libano e poi in Siria, è stato una figura di riferimento del Movimento nazionalista arabo, ha fondato il giornale politico al-Hodaf, organo del Fronte popolare di liberazione della Palestina, ed è morto a trentasei anni, nel 1972, ucciso per decisione del Mossad che ha fatto esplodere la macchina in cui Kanafani si trovava con la nipotina sedicenne.

Susanna Schimperna,

Le Monde diplomatique,

15 settembre 2026

 ALL’ERTA SULL’AGRICOLTURA MONDIALE

 

La fame è in arrivo

 

Sia il Tamigi che il Po hanno registrato la portata più bassa «per il mese di luglio in trentaquattro anni di rilevazioni», secondo l'osservatorio europeo del cambiamento climatico Copernicus. In Francia, una Senna «sotto flebo» deve ormai «la metà della propria

portata ai laghi artificiali realizzati a monte del fiume e dei suoi affluenti, in Champagne e in Borgogna. Nel 40% dei piccoli corsi d'acqua monitorati si riscontrano interruzioni del flusso e 92 dipartimenti hanno imposto restrizioni all'uso dell'«oro blu». Il suo ciclo è perturbato dall'artificializzazione dei suoli e da pratiche agricole che favoriscono il ruscellamento e ostacolano la ricarica delle falde acquifere.

 

   L'impatto sulle colture è già drammatico. Il servizio statistico del ministero dell'agricoltura francese stima per il 2026 un calo del raccolto di mais del 35%, il livello più basso registrato dal 1980. «Si rischia di veder scarseggiare alcune specie sugli scaffali», spiega

Cyril Pogu, copresidente della federazione Légumes de France. «Abbiamo perdite molto ingenti, che per lattughe, porri, cavoli e ravanelli raggiungono il 100%...» In Belgio «si può stimare un calo delle rese dal 10 al 30%» per i cereali, stima Guillaume Van Binst, segretario generale della Federazione dei giovani agricoltori. Stessa situazione tra i coltivatori britannici.

 

  In materia di approvvigionamento alimentare mondiale, questo quadro aggrava uno scenario già difficile per via del conflitto russo-ucraino e dalla guerra israelo-statunitense contro l’Iran. Come sottolineava un rapporto del Parlamento europeo del 2022, prima della guerra l'Ucraina forniva quasi la metà dei cereali e un quarto del pollame importati in Europa. Insieme, Russia e Ucraina rappresentavano il 30% delle esportazioni di grano e una percentuale analoga di quelle di orzo. Ora, Mosca colpisce le navi ucraine e impone un blocco dei porti sul Mar Nero, dai quali transitava il 90% delle esportazioni agricole del paese. Kiev a suavolta attacca i porti russi e i loro silos di grano. I flussi di cereali ne risultano gravemente perturbati.

 

   Lo stesso vale, nel Golfo Persico, per la circolazione delle materie prime essenziali alla produzione di fertilizzanti. In seguito ai bombardamenti statunitensi contro l'Iran e alla chiusura dello stretto di Hormuz, il danneggiamento o l'arresto di diversi impianti ha provocato carenze di input essenziali, facendo salire i prezzi e rallentando la produzione su scala mondiale. Già nel marzo del 2026, prima ancora che l'emisfero settentrionale cominciasse a surriscaldarsi, il capo economista dell'Organizzazione delle Nazioni unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), Máximo Torero, avvertiva che la guerra in Iran stava «provocando uno dei più gravi shock ai flussi globali di merci degli ultimi anni, con implicazioni preoccupanti per la sicurezza alimentare, la produzione agricola e i mercati mondiali».

 

   Oltre all'urea, fertilizzante azotato di cui Iran, Arabia saudita, Qatar, Emirati arabi uniti e Bahrein forniscono collettivamente più di un terzo delle esportazioni mondiali, la regione del Golfo copre quasi la metà del commercio internazionale di zolfo. The Mosaic Company, colosso agricolo statunitense, ha recentemente indicato nell'impennata dei costi di quest'ultima risorsa la principale ragione della sua decisione di ridurre la produzione di fertilizzanti fosfatici nei propri stabilimenti negli Stati uniti e in Brasile. Il fosfato naturale estratto dalle miniere del Marocco, per esempio, diventa superfosfato - un fertilizzante pregiato - solo dopo essere stato trattato con acido solforico. Per Torero, la chiusura dello stretto di Hormuz noncostituisce «soltanto uno shock energetico, ma anche uno shock sistemico che colpisce l'intero tessuto agricolo mondiale».

 

   L'insieme di queste disfunzioni economiche non mancherà di ripercuotersi sulle rese agricole, in particolare per quei cereali che richiedono grandi quantità di fertilizzanti. A risentirne saranno il grano in Egitto, il riso in India e in generale i paesi agricoli esportatori, quali il Brasile o gli Stati subsahariani - Somalia, Tanzania, Mozambico, Kenya… fortemente dipendenti dalle importazioni per i fertilizzanti. La Fao considera l'Asia meridionale una regione esposta a un «rischio estremo». Gli agricoltori di paesi come il Pakistan e il Bangladesh - incapaci di competere sul prezzo con le nazioni sono stati costretti a seminare in terreni impoveriti. I piccoli agricoltori africani, che producono il 70% degli alimenti consumati nell'Africa subsahariana, sono anch'essi in pericolo, secondo la Banca africana di sviluppo (AfDB). A riprova della gravità della crisi dei fertilizzanti, la Cina ne ha limitato le proprie esportazioni e i cerealicoltori australiani hanno ridotto le superfici coltivate. I coltivatori statunitensi di mais e di soia, da parte loro, hanno chiesto aiuto al presidente Donald Trump. Questa pressione ha spinto l'amministrazione statunitense a revocare le sanzioni che colpivano i fertilizzanti bielorussi e venezuelani. Gli agricoltori però vogliono di più e chiedono anche l'abolizione dei dazi sul superfosfato marocchino.

 

   Ma il peggio deve ancora arrivare. Non si tratta né di una guerra né di una nuova ondata di calore, ma dall'intensificarsi di un fenomeno meteorologico ciclico che quest'anno si annuncia estremamente potente: El Niño, un meccanismo oceanografico caratterizzato dall'aumento della temperatura delle acque del Pacifico che provoca al tempo stesso piogge torrenziali sul continente americano, siccità (e persino incendi) in Australia e nel Sud-est asiatico e tifoni in tutto l'Estremo Oriente.

 

Dal pesce al caffè robusta

 

   Più di un secolo fa, nel 1876-1878, il mondo conobbe l'episodio di El Niño più forte di sempre. In quell'occasione il fenomeno causò siccità catastrofiche in Cina, nell'Africa meridionale, in Brasile, in Egitto e in India. Sottoposto a un dominio coloniale particolarmente violento, in quest’ultima si registrarono più di sei milioni di morti legate alla carestia. L'episodio in arrivo, che inizierà tra ottobre e dicembre e durerà fino alla primavera del 2027, potrebbe rivelarsi ancora più forte.

 

   In Perù si è già fatto sentire: la temperatura eccezionalmente elevata delle acque del Pacifico ha indotto le autorità a vietare la pesca delle acciughe, un alimento di base della popolazione. Questa misura, volta a proteggere la specie, ha fatto raddoppiare il prezzo della farina di pesce e triplicare quello dell'olio di pesce. L'India e l'Indonesia, grandi produttori di caffè robusta, soffrirannoparticolarmente il caldo; in Vietnam, il fenomeno minaccia gli invasi tradizionalmente utilizzati per irrigare le piantagioni di caffè, compromettendo così il raccolto del 2027-2028.

 

   L'effetto di El Niño sui generi alimentari di base sarà amplificato da quello delle guerre e della siccità. Secondo la Fao, nel 2026 diverse centinaia di milioni di persone potrebbero trovarsi in una situazione di grave insicurezza alimentare. Molte morirebbero allora di fame; altre per gli effetti di un inquinamento proteiforme (gas particolati fini, composti policiclici aromatici cancerogeni dovuti agli incendi, maree nere...) provocato da bombardamenti statunitensi e israeliani sulle raffinerie di petrolio iraniane e dai mega-incendi...

   

Questo quadro sarebbe tuttavia incompleto se non si menzionasse un ultimo flagello, altrettanto devastante la speculazione. «Gli attori che dominano i mercati finanziari delle materie prime agricole aggravano gli effetti delle crisi speculando sulla fame e traggono profitto da queste situazioni, osserva un rapporto dell'ong Ccfd-Terr

Solidaire del 2023. Questa tendenza allarmante e fin troppo familiare è favorita dalla progressiva deregolamentazione dei mercati, che ha aperto la strada alla finanziarizzazione della nostra alimentazione e alle sue conseguenze nefaste».Improbabile che questi affaristi rinuncino ai propri profitti, anche se questo implica di lasciare i più indigenti in preda ai morsi della fame, quella sofferenza che, come scriveva Louis Calaferte, «diventa un'ossessione» e a causa della quale si perdono «dignità, onore e orgoglio».

 

   Lo scenario qui delineato non è una fatalità. È la conseguenza logica e prevedibile di un modello di organizzazione sociale e di decisioni politiche prese con cognizione di causa. Fino a quando?

 

MOHAMED LARBI BOUGUERRA, Le monde diplomatique, 15/09/2026