domenica 12 aprile 2026

da Il Manifesto del 11/04/2026

Diplomazia di pace, l’Isola da 67 anni contro la guerra

di Marinella Correggia


«Possono diventare membri delle Nazioni unite tutti gli Stati amanti della pace (…)»: Carta Onu, articolo 4. Un principio guida ormai stracciato dai più, a Nord e a Sud, a Est e a Ovest; ma sempre onorato in modo attivo dalla repubblica di Cuba, in tutte le sedi internazionali e spesso ignorando schieramenti di convenienza, negli scenari post-guerra fredda e post-Urss. Questo rende il mondo debitore nei confronti dell’isola.

«DESERT STORM»: allo spartiacque della guerra all’Iraq (gennaio 1991) si arriva dopo una lunga escalation. Il 29 novembre 1990 il dado è tratto: il Consiglio di sicurezza dell’Onu approva la quindicesima risoluzione, la 678, che autorizza gli Stati membri a usare «tutti i mezzi necessari» (inclusa la forza) per ottenere che l’Iraq si ritiri dal Kuwait; fissa l’ultimatum al 15 gennaio successivo. Nessuno dei cinque membri permanenti pone il veto: la Cina si astiene, l’Urss (sull’orlo della dissoluzione e blandita con offerte) vota a favore. Fra i membri non permanenti, osano dire no solo in due: Cuba (in Consiglio per il biennio 1990-91) e Yemen. Nel saggio Calling the Shots (2000), Phyllis Bennis dell’Institute for Policy Studies ricostruisce la caccia all’avallo onusiano da parte di Usa e alleati (occidentali e del Golfo) che intrecciano minacce e promesse di aiuti, denunce e menzogne (le famose incubatrici in Kuwait). Il loro pressing fallisce solo rispetto a Cuba e Yemen.

Dopo la guerra, L’Avana cerca invano di emendare la risoluzione 687 sul cessate il fuoco, congegnata in modo tale da lasciare l’Iraq sotto embargo; poi vota contro, da sola. Nel 1992, nei desolati ospedali di Baghdad opera fra gli altri un medico cubano-palestinese, Anuar, mandato con altri a incarnare la solidarietà internazionalista dell’isola di Fidel. La stessa che nei decenni ha portato medici e operatori a soccorrere popolazioni – in particolare nei paesi impoveriti – colpite da emergenze e violenza. Al tempo dell’operazione Allied Force (marzo-giugno 1999), con la Nato che bombarda la Serbia, Cuba non ha incarichi all’Onu, ma condanna immediatamente l’atto unilaterale; parla di «guerra imperialista», sottolineando che lo scopo umanitario è un pretesto.

Nel 2001 l’isola, da sempre contraria al terrorismo, dopo l’attacco alle Torri Gemelle (che ha condannato) sostiene la cooperazione internazionale e non la guerra per combatterlo, respingendo dunque Enduring Freedom Usa. Rimane famosa l’esortazione di Fidel Castro l’11 settembre: «Búsquese la paz en todas partes»: «Si persegua la pace come antidoto alla violenza sui popoli e al terrorismo, che è una delle piaghe».

Davanti alla nuova aggressione – anglo-statunitense – all’Iraq nel 2003, Cuba parla di «imposizione della legge della giungla». E sotto le bombe a Baghdad l’ambasciatore Ernesto Gomes Abascal tiene aperta la sede diplomatica, visitata da sparuti gruppi pacifisti di vari paesi; chiude solo quando inizia l’occupazione. Nel 2011, Cuba è membro di turno del Consiglio dei diritti umani Onu che ha sede a Ginevra. Fin dall’inizio di una polifonica campagna di guerra contro la Libia, Fidel Castro con le sue Reflexiones del compañero Fidel su Cubadebate e il presidente venezuelano Hugo Chávez (ma il Venezuela non ha incarichi all’Onu) si impegnano a evitare l’intervento Nato, con i media dei due paesi a contrastare il coro mediatico bellicista. Il 25 febbraio la missione cubana a Ginevra è l’unica a dissociarsi dalla richiesta di sospendere la Libia dal Consiglio dei diritti umani di cui è membro di turno: l’ambasciatore chiede perché «non vengono sospesi gli Stati che scatenano guerre».

Il 3 marzo Fidel Castro fa (invano) appello ai popoli e governi del mondo affinché appoggino la proposta negoziale avanzata da Chávez (e accettata subito da Tripoli) per una missione internazionale destinata a evitare un’altra atrocità dopo l’Iraq. I semi di pace cadono nella sabbia. Nei sette mesi di bombe Nato, l’ambasciatore cubano rimane in Libia. Sempre a Ginevra, nel 2013, Cuba di nuovo eletta nel Consiglio chiede una riunione straordinaria dell’Assemblea Onu per fermare la guerra minacciata da Usa e Golfo contro la Siria. Il ministro degli esteri Rodriguez Parrilla chiede anche al Consiglio di sicurezza Onu di «tener fede al mandato di tutela della pace». Ma il conflitto per procura nel paese mediorientale prosegue.

Più fortunato il ruolo dell’Avana come mediatrice, fra il 2012 e il 2016, nei negoziati tra il governo colombiano e le Farc, culminati con lo storico accordo che pone fine a 52 anni di conflitto armato.

E SE LA PACE come diritto umano fondamentale e condizione per lo sviluppo è stata oggetto di riconoscimento nel 2016 da parte del Consiglio Onu dei diritti umani, lo si deve alla proposta presentata dalla solita Cuba nel 2013 a nome della Celac (Comunità degli Stati latinoamericani e dei Caraibi), che nel suo secondo vertice del 2014 – Dichiarazione dell’Avana – si impegna a fare della regione una «zona di pace».

Rispetto alla guerra in Ucraina, Cuba (che negli scorsi decenni – anche in pieno período especial, anni 1990 – ha accolto migliaia di bambini vittime della tragedia nucleare di Chernobyl) sostiene una soluzione diplomatica e pacifica nel rispetto del diritto internazionale ma denuncia l’espansione Nato come concausa, ed evita di parlare di invasione…Non usa invece mezzi termini su Israele e Palestina. «Genocidio criminale» a Gaza: così si esprime Cuba, nuovamente membro del Consiglio per i diritti umani, coordinando dichiarazioni di condanna anche da parte di decine di altri paesi e criticando l’inazione del Consiglio di sicurezza.

Il presidente Díaz-Canel ha ricordato che Cuba, «nazione sorella della Palestina» fu nel 1975 fra i promotori del Comitato dell’Onu per l’esercizio dei diritti inalienabili del popolo palestinese. E l’Avana ha ripetutamente condannato l’aggressione israelo-statunitense all’Iran.


da Il Manifesto del 12/04/2026

<<Cuba sì, Yankee no>>: a Roma sfilano in migliaia per l’isola


<<Cuba sì, Yankee no>>. <<Cuba è la speranza di un mondo diverso, per questo oggi viene attaccata e per questo continueremo a essere nelle piazze con la Federazione sindacale mondiale che domani manifesterà in tutto il mondo>>, annuncia Guido Lutrario dell’esecutivo Usb. Alla testa del corteo, a leggere lo striscione <<Cuba si difende, non si vende e non si arrende>>, ci sono anche le associazioni palestinesi, protagoniste delle mobilitazioni dell’autunno. <<A Gaza come a Cuba si strangola un popolo e lo si affama, e il prezzo più alto lo pagano donne, bambini e anziani. Serve una presa di posizione chiara da parte del governo e che la questione entri decisa nell’agenda del centrosinistra ancora troppo timido>>, dice Maya Issa, presidente del Movimento studenti palestinesi.

Insieme ad alcune bandiere di Avs, in cima al corteo c’è anche Dario Carotenuto, deputato del Movimento 5 stelle. A metà della manifestazione deve scappare alla stazione per prendere un treno per Napoli: <<Scusatemi, ma devo incontrare la nuova Flotilla in partenza per Gaza>>, spiega. Un convoglio di solidarietà è appena tornato anche da Cuba, coordinato dalla campagna <<Let Cuba Breathe>>, le cui magliette si vedono sparse per tutto il corteo. <<Dopo il primo convoglio, proseguiremo con una nuova partenza tra dieci giorni per portare aiuti solidali, chiedere la fine dell’assedio e ribadire che ogni popolo, da Cuba alla Palestina, ha diritto all’autodeterminazione>>, dice Roberto Forte, portavoce della campagna. Nel primo viaggio, raccontano dal camion, hanno visto gli effetti dello strangolamento statunitense: <<91mila persone in attesa per un’operazione, di cui 11mila bambini oncologici che non possono essere operati perché manca l’energia elettrica>>.

Mentre sta sfilando su viale Aventino la manifestazione si ferma per un attimo. <<Abajo el imperialismo, abajo el bloqeo>> gridano i manifestanti. Dal balcone dell’ambasciata cubana che si trova lì di fronte escono decine di persone sventolando le bandiere dell’isola e del movimento <<26 luglio>>. Scattano saluti e cori di incitamento da entrambe le parti che si protraggono per alcuni minuti. <<Sono arrivata in Italia vent’anni fa con una borsa di studio, ora vivo a Padova ma continuo a tornare a Cuba almeno due volte l’anno>> racconta Sara, originaria dell’isola. <<Grazie alla rivoluzione ho avuto un’educazione che probabilmente non avrei potuto avere in qualsiasi altro paese, per cui sono molto legata a Cuba: non importa se sarà senza luce o senz’acqua, non è la prima volta che siamo in difficoltà, è quasi un’abitudine. L’embargo è peggiorato ma non è mai passato, solo che adesso le persone si sono risvegliate>> conclude.

da Il Fatto Quotidiano del 11/04/2026

Gaza, già sei mesi di tregua “ma è ancora la catastrofe”


È una realtà che ormai è scomparsa dalle cronache. Ma a 6 mesi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza, il 10 ottobre 2025, la situazione sul terreno resta drammatica per gli abitanti della Striscia e nessuna delle promesse di miglioramento della vita contenute nell’accordo di tregua sono state rispettate. Ieri Medici Senza Frontiere (Msf) ha lanciato un nuovo allarme sulla situazione umanitaria di Gaza, parlando di “continui attacchi violenti da parte delle forze israeliane e sull'espansione incessante del controllo militare sulla Striscia”. I raid sono diminuiti, ma non cessati del tutto. L’organizzazione umanitaria denuncia anche la “deliberata politica di ostruzionismo da parte di Israele nei confronti degli aiuti, che si traduce in morti del tutto evitabili”. I team medici di Msf stanno assistendo in prima persona al fatto che, sebbene l’intensità del conflitto sia diminuita, la situazione a Gaza rimane catastrofica.

Secondo il ministero della salute di Gaza, dal cessate il fuoco del 10 ottobre all’8 aprile sono state uccise almeno 733 persone e 1.913 sono rimaste ferite. “Dal cessate il fuoco, i team di Msf hanno effettuato oltre 40.000 medicazioni su pazienti con ferite da traumi violenti, inclusi colpi d’arma da fuoco, esplosioni o altri tipi di armi. Dal 10 ottobre 2025, i team medici hanno trattato oltre 15 mila casi di trauma solo nei 2 ospedali da campo di Msf, sia per lesioni recenti che per ferite che richiedono cure a lungo termine”. “A 6 mesi di distanza, il cessate il fuoco non è riuscito a porre fine al genocidio contro i palestinesi”, dice Claire San Filippo, responsabile delle emergenze di Msf.

Mentre i negoziati per la cosiddetta seconda fase sono in stallo per il rifiuto di Hamas di disarmare e di Israele di ritirare le truppe dal 52% della Striscia che ancora occupa militarmente, la popolazione deve affrontare carenze di acqua potabile, cibo, elettricità e accesso all’assistenza sanitaria, mentre la ricostruzione delle infrastrutture non è cominciata. Il sistema sanitario in particolare, denuncia Msf, “ulteriormente soffocato dagli ostacoli agli aiuti e dalla revoca da parte di Israele della registrazione di 37 Ong internazionali che fornivano assistenza vitale a Gaza, tra cui Msf ”. “Dal 1° gennaio 2026, le autorità israeliane impediscono a Msf di portare qualsiasi tipo di fornitura medica o umanitaria a Gaza. Allo stesso tempo, Israele sta impedendo anche la maggior parte delle evacuazioni mediche per i pazienti che necessitano di cure specialistiche al di fuori di Gaza. Attualmente, secondo l’Oms, a Gaza rimangono oltre 18.500 persone nella lista delle evacuazioni mediche, tra cui 4.000 bambini. E la situazione degli sfollati, circa il 90% della popolazione, non è migliorata, e Hamas ha ripreso piede mentre è aumentata la violenza di strada dovuta alle bande armate concorrenti.


Gente di strada


Sempre la  strada,

sempre per strada

sotto il cielo che ride,

sotto il cielo che piange,

sotto l'incanto delle stelle,

contro la bufera che ti sferza,

sotto lo staffile del vento…


Dentro la strada

e spesso

- spesso -

fuori strada,

ma sempre

gente di strada:

che si smarrisce e inciampa,

che si stanca e si deprime,

che si arresta

e poi riparte;

che ora canta ora tace,

ora ride ora piange,

ora prega ora impreca.


Con o senza

ombrello,

in compagnia

o in solitudine,

ma sempre

gente di strada,

ancora

a metà strada,

tra lacrime e sorrisi.


Cercasi gente

disposta a uscire

e a restare

sulla strada

anche quando

tramonta il sole

e

molti amici

son tornati a casa.

Franco Barbero

In ”Mistica e politica“, 1982

sabato 11 aprile 2026

Preghiera litanica

 

L. Accoglici quando il nostro cuore

è arido come la sabbia del deserto.

L'acqua viva della Tua Parola

ci ridoni vigore e freschezza:

T. O Dio, che ci inviti e ci accompagni.

 

L. Accoglici quando il nostro cuore

è sconvolto da torbide passioni.

La rugiada del Tuo amore

ci doni ancora tanta pace:

T. O Dio, che ci inviti e ci accompagni.

 

L. Accoglici quando il nostro cuore

è travolto dalle bufere della vita.

Tu hai in serbo per noi un luogo di riposo

all' o m b r a delle Tue ali:

T. O Dio, che ci inviti e ci accompagni.

 

L. Accoglici quando il nostro cuore

è nell'oscurità più profonda.

Tu fai brillare una stella per noi,

un raggio di sole sui nostri passi:

T. O Dio, che ci inviti e ci accompagni.

 

L. Accoglici quando il nostro cuore

vive giorni di fecondità e di gioia.

Tu condividi i sorrisi dei nostri volti

e dai profondità alle nostre gioie:

T. O Dio, che ci inviti e ci accompagni.

 

L. Accoglici quando il nostro cuore

si apre e freme di speranza.

Tu sorreggi il nostro cammino

e dilati i nostri piccoli orizzonti:

T. O Dio, che ci inviti e ci accompagni.

 

L. O Dio, c h e conosci le nostre paure,

aiutaci a far pace con noi stessi,

senza nascondere i nostri i limiti

e senza sotterrare i nostri talenti.

T. Cammina con noi

ed insegnaci ad amare.

 

L. O Dio, che hai sradicato Abramo

dalla terra che imprigionava il suo cuore,

aiutaci a rompere lacci e catene

che ci impediscono la sequela di Gesù.

T. Cammina con noi

ed insegnaci ad amare.

 

L. O Dio, che hai aperto gli occhi ad Agar

e hai fatto vedere ad Abramo una terra spaziosa,

aiutaci a pensare in grande

perché abbiamo bisogno gli uni delle altre.

T. Cammina con noi

ed insegnaci a d amare.

 

L. O Dio, che hai arricchito il mondo

Con tante creature diverse

e promuovi con amore questa varietà,

aiutaci a guardare oltre e lontano.

T. Cammina con noi

ed insegnaci a d amare.

 

L. O Dio, che semini nei nostri cuori

il seme profondo della Tua Parola,

mantieni le nostre vite sulla strada di Gesù

e facci riconoscere la fecondità di questo cammino.

T. Cammina con noi

ed insegnaci a d amare.

 

L. O Dio, che ami tutti i colori delle nostre pelli,

che conosci tutte le lingue del mondo,

che non emargini nessuno dal Tu o amore,

aiutaci a costruire pace, giustizia e comprensione

tra popoli, razze, culture e religioni diverse

uscendo dai pregiudizi, dalle prepotenze, dalle pigrizie.

T. Cammina con noi

ed insegnaci a d amare.

 

O Dio di Gesù,

guidami verso questa radicale fiducia.

Non importa che la mia farina sia poca o tanta,

non importa che le mie mani siano stanche...

Cercherò di "impastare"

Sapendo che tu metti il lievito che fa fermentare.

Voglio piantare nella fertile terra della fiducia in Te

il ramoscello della mia vita.

O Dio, di’ ai nostri cuori

che c'è un'altra strada,

una strada "altra"

da quella proposta ogni giorno

dal potere, dalle gerarchie,

da chi ci invita all'individualismo

e ci induce alla rassegnazione, al consenso

che ci rende prigionieri delle cose.

Soprattutto accompagnaci nel percorrerla.


da Il Fatto Quotidiano del 07/04/2026

La guerra in Medioriente la vincono Cina e Russia

di Marco Palombi  


Niente spiega la confusione strategica dell’amministrazione Trump nel conflitto in Medioriente meglio di una constatazione ormai comune a moltissimi analisti occidentali: i vincitori della guerra all’Iran a oggi sono Cina e Russia. L’attacco statunitense e israeliano al Paese degli ayatollah (e l’inevitabile reazione) sta già causando uno choc dai contorni imprecisati all’economia mondiale. Come al solito, però, non tutti perdono: Mosca accumula entrate miliardarie, Pechino – che pure è dipendente per metà del suo import petrolifero dal Golfo Persico – si prepara da anni a uno scenario del genere e uscirà dalla guerra, quando sarà, in posizione migliore dei suoi competitor, cioè noi.

Partiamo dall’oggettivo favore fatto da Donald Trump a Vladimir Putin. Come abbiamo scritto più volte, la Russia all’inizio del 2026 iniziava a sentire forte l’effetto duplice di sanzioni e prezzi bassi degli idrocarburi: le sue entrate da gas e petrolio, a febbraio, erano scese sotto i 10 miliardi di dollari per la prima volta dal 2020 del Covid, il deficit pubblico aumentava a livelli pericolosi e per questo il governo – rivelò Reuters – si preparava a tagliare del 10% le spese non militari, mossa azzardata per il consenso interno. Poi Trump e Netanyahu hanno attaccato l’Iran e la situazione s’è capovolta.

In soldi questa è la stima della Kyiv School of Economics (Kse) nel suo ultimo report: se il conflitto durasse sei settimane, cioè finisse ora, la Russia guadagnerebbe 84 miliardi di dollari in più dall’export di fossili rispetto a quanto stimato a inizio anno, che significano pure 45 miliardi di dollari in più per le casse statali; se il conflitto durasse tre mesi, invece, i ricavi aggiuntivi sarebbero 161 miliardi, quasi 100 dei quali per il Cremlino; se si arriva a sei mesi, infine, “la Russia guadagnerebbe 252 miliardi di maggiore export, 151 dei quali per l’erario, il che comporterebbe inevitabilmente un bilancio pubblico in surplus e la capacità russa di mantenere per anni un’alta spesa militare”.