venerdì 12 giugno 2026

"Cercate me e vivrete"
 

È nostro compito irrinunciabile "predicare" al nostro cuore e dire apertamente agli uomini e alle donne di oggi ciò che il profeta Amos annunciava ad Israele: "Cercate me e vivrete. Non cercate Bethel, non andate a Ghilgal, non vi recate fino a Beersceba...Cercate Dio e vivrete" (5,4-6).

Possiamo utilmente cercare tante "cose", tante esperienze, tante terapie nella vita. Ma se carichiamo di attese salvifiche queste realtà umane, se facciamo di esse dei, luoghi sacri e idolatrici come Bethel..., sbagliamo bersaglio.
Per fondare la nostra casa sulla roccia o, se vogliamo, per sorreggere le nostre gambe vacillanti, bisogna "cercare l'Eterno".

Le pillole o le botteghe della felicità stanno esaurendo le loro scorte e lasciano intravedere, tra crepe enormi, una montagna di illusioni.

(Franco Barbero, Il giubileo di ogni giorno, Associazione Viottoli 1999)

diario africano, confronti maggio 2026

Sudan, una guerra invisibile

Enzo Nucci. Giornalista. Già corrispondente della Rai per l’Africa subsahariana.

 

La guerra civile in Sudan, iniziata nell’aprile 2023, ha provocato milioni di profughi, centinaia di migliaia di vittime e una crisi umanitaria tra le più gravi al mondo, aggravata dal calo degli aiuti internazionali.

È una guerra tanto invisibile (più che oscurata) che è ritornata sulle pagine dei giornali soltanto per il tristissimo anniversario dell’inizio del quarto anno di conflitto. Eppure, i freddi ed impersonali dati ci restituiscono l’immagine di una grande nazione ormai nella polvere. 13 milioni di profughi (su 42 milioni di abitanti), 200 mila vittime, il 70% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà e la peggiore crisi umanitaria in corso sul pianeta aggravata dalla drastica riduzione degli aiuti dirottati in Ucraina e Medio Oriente, ovvero i teatri di guerra che stanno facendo tremare il mondo.

Il Sudan è così scivolato nell’oscuro, indistinto e dimenticato elenco dei 59 conflitti (il più alto numero dalla fine della seconda guerra mondiale) che hanno infiammato il 2025. Le previsioni non sono delle migliori. La guerra in Medio Oriente ha intaccato fortemente il sistema di approvvigionamento delle organizzazioni umanitarie costrette a ricorrere a percorsi più lunghi, che richiedono quindi più tempo e di conseguenza sono più costosi.

Gli attacchi di Stati Uniti e Israele all’Iran hanno sancito la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz con forti ripercussioni anche sulle rotte provenienti dagli Emirati Arabi. Il conseguente aumento di cibo, carburante e fertilizzanti avrà un impatto catastrofico sul prezzo di generi di prima necessità che spingerà un numero ancora maggiore di persone verso la fame. «Le crisi globali in altri Paesi rischiano di oscurare la sofferenza di milioni di famiglie sudanesi» è l’amaro commento del

Programma alimentare mondiale (Wfp). Il Sudan è allo stremo. Gli economisti azzardano che se la guerra finisse a breve la ripresa del Prodotto interno lordo potrebbe riaversi solo nel 2046! Se invece il conflitto continuerà, la nazione sarà costretta a sanguinare a tempo indeterminato.

In un Paese che sta conoscendo trasformazioni epocali per lo scontro in atto anche a livello ambientale (disboscamenti di foreste da addebitare alla mancanza di gas, inquinamento causato non solo dalla dispersione nell’aria di residui bellici ma anche dalle centrali petrolifere bombardate) l’unica attività che continua imperterrita è l’estrazione dell’oro, aumentata proprio durante la guerra. Solo nel 2025 la giunta militare ne avrebbe ricavato 1,57 miliardi di dollari ma entrambe le parti in conflitto lo commerciano illegalmente in un mercato in forte espansione per l’instabilità economica mondiale.

L’oro sudanese serve anche a sostenere l’intervento russo in Ucraina: l’Africa Korps (il gruppo paramilitare di Mosca che ha sostituito la Wagner) provvede tra l’altro a esportare fuori dal Sudan immense quantità del prezioso metallo grazie ad accordi sottoscritti proprio all’inizio dell’invasione in Ucraina con il generale Mohamed Hamdan Dagalo (detto Hemedti), capo delle Forze di supporto rapido (Rsf), l’uomo che ha sfidato il generale Abdel-Fattah al-Burhan, capo della giunta di transizione.

I due hanno sostenuto a lungo il regime di Mohammed al-Bashir, incontrastato dittatore per 30 anni. Poi ne hanno deciso la caduta sfruttando anche le sollevazioni di piazza che infiammarono la nazione. Si accordarono per una transizione ma la scintilla del conflitto si accese quando Burhan decise di integrare nell’esercito sudanese le Rsf, la durissima milizia paramilitare di Hemedti. Lo scioglimento del gruppo armato avrebbe così privato quest’ultimo di ogni potere. Il 15 aprile 2023 le Rsf attaccarono all’improvviso l’aeroporto e la Tv di Stato innescando combattimenti senza fine, capovolgimenti di fronte, assedi di città, massacri di civili, segnando violenze brutali da parte delle due parti in conflitto.

Lo scontro si è trasformato anche in una guerra per procura di nazioni confinanti (e non solo) in lotta per le grandi risorse agricole e del sottosuolo sudanese. Il generale al-Burhan è un fedele alleato del presidente egiziano Abdel-Fattah al Sisi, con cui ha condiviso l’istruzione militare. L’Egitto lo rifornisce di armi e istruttori anche per contrastare le mire espansionistiche dell’Etiopia che con la Grande diga della rinascita si è assicurato il vasto sfruttamento delle acque del fiume Nilo, mettendo all’angolo il Cairo.

Il generale Hemedti è invece appoggiato dagli Emirati Arabi Uniti, “debitori” perché i suoi mercenari hanno combattuto gli houthi in Yemen. Ma anche l’Etiopia lo sostiene proprio in chiave anti-egiziana nella disputa sulle acque del Nilo. Ora i combattimenti si stanno allargando anche in Kordofan. Il rischio di un effetto domino dovrebbe cominciare a preoccupare un mondo, già dilaniato da troppi fronti di guerra.

giovedì 11 giugno 2026

 da Il Manifesto del 09/06/2026

Violenze sessuali sui prigionieri palestinesi…

Come Ruanda e Bosnia: uno strumento del genocidio


da Il Manifesto del 09/06/2026

Frenesie militari


Israele bombarda Beirut per far deragliare il negoziato tra Iran e Stati Uniti. Teheran risponde con i missili: ore di tensione, poi Trump chiama Netanyahu e lo ferma. Si allargano le crepe nell’alleanza che va avanti senza strategia. A pagare è il Libano, massacrato dai raid.


 da Il Manifesto del 09/06/2026

Fillea Cgil: «Basta sfruttamento dei migranti nel settore edile»

di Marina Della Croce


L’edilizia è uno dei settori in cui è maggiore la presenza di forza lavoro migrante maschile. Lo scorso anno, secondo i dati delle Casse Edili ed Edilcasse, almeno il 39,5% dei lavoratori nei cantieri era di origine straniera, con provenienza da 18 paesi diversi. «Dietro l’inserimento dei nuovi arrivati si nascondono spesso rischi di mancata formazione, sfruttamento e caporalato – ha detto la Fillea Cgil – Bisogna trovare una strada comune per combattere la frammentarietà dell’occupazione e la solitudine delle persone». Per il sindacato occorre per prima cosa «ripensare le politiche di accoglienza a livello nazionale ed internazionale». Per questo la Fillea si riunirà a Pozzallo, in provincia di Ragusa, con gli attivisti sindacali dell’area euromediterraneo.

«Vogliamo dare voce a chi non vuole arrendersi alle morti di frontiera e alla criminalizzazione delle persone in movimento», ha spiegato il segretario generale del sindacato, Antonio Di Franco. L’obiettivo di “Uniti sotto lo stesso casco” è la costruzione del Forum sindacale migranti euromediterraneo. La scelta del luogo non è casuale: «Pozzallo rappresenta uno dei principali punti di sbarco nel Mediterraneo», ha specificato il leader del sindacato degli edili. «Il mondo dell’edilizia sta cambiando per la presenza di tanti cittadini di altri paesi, la tenuta dei diritti nei cantieri passa da quanto saranno rispettati i lavoratori migranti – ha continuato Di Franco – Più saranno sfruttati e sottopagati, più saranno sottoposti a ricatto e disponibili a fare qualsiasi cosa, arretrando nelle condizioni vanificando avanzamenti importanti e diritti acquisiti».

Tra i relatori i segretari dei sindacato omoghi: Fnscba cgt (Francia), Fciw Podkrepa (Bulgaria), Fbbb (Tunisia), Zsss (Slovenia) Pgftu (Palestina). Saranno anche presentate le iniziative sindacali promosse dalla Bwi nei cantieri per la costruzione degli stadi dei mondiali Fifa (dove sono emerse forme di grave sfruttamento) con i rappresentanti delle organizzazioni di lavoratori di Qatar, Bahrain e India. Il segretario nazionale della Cgil, Maurizio Landini chiuderà la serata.

«Siamo contro il panico morale che induce la destra a parlare di Remigrazione, una lettura criminologica dei movimenti umani. Da quanto accoglieremo questi cittadini dipenderà il grado di giustizia sociale della nostra Repubblica».


 da Volere la Luna del 05/06/2026

L’auto in transizione

di Alleanza Clima Lavoro


La transizione dell’industria automotive verso la mobilità a zero emissioni è uno dei passaggi più rilevanti e complessi nel processo di trasformazione economica, tecnologica ed ecologica che attraversa le economie avanzate. La combinazione tra innovazione industriale, digitalizzazione, decarbonizzazione, riconfigurazione delle catene del valore e mutamenti nei modelli di consumo sta ridefinendo in profondità uno dei settori chiave del sistema produttivo europeo e italiano.

In questo contesto, la mobilità elettrica a batteria è diventata il nuovo standard tecnologico di riferimento, che sta stravolgendo gerarchie industriali consolidate, ridefinendo le architetture produttive, i contenuti del lavoro, le dinamiche competitive lungo l’intera filiera. La progressiva affermazione del veicolo elettrico non implica una semplice sostituzione tecnologica, ma una mutazione strutturale che investe l’intero ecosistema industriale, dalla progettazione alla produzione dei componenti, fino ai servizi di vendita e post vendita. Di fronte a trasformazioni di tale entità, il dibattito pubblico tende tuttavia a polarizzarsi mettendo in contrapposizione istanze che andrebbero invece tenute insieme e armonizzate. La polarizzazione è alimentata dal fatto che l’industria automobilistica in Europa, e in particolare in Italia, sconta un forte ritardo nella transizione all’elettrico. Si tratta di un ritardo dettato da livelli insufficienti di investimento e strategie industriali poco lungimiranti, da carenti politiche di sostegno a livello comunitario e nazionale, da una tempistica di adattamento sensibilmente più lenta rispetto ad altri attori globali, in primo luogo i produttori cinesi e asiatici. Un ritardo tanto più grave in quanto impatta negativamente sul lavoro, soprattutto nei segmenti più fragili della filiera e nelle aree industriali storicamente votate all’automobile. Nonostante l’importanza del tema, il dibattito che ne deriva è segnato dalla mancanza di una voce fondamentale: quella delle lavoratrici e dei lavoratori coinvolti in prima persona nei processi di trasformazione in atto.

L’indagine dell’Alleanza Clima Lavoro, realizzata con un ampio sondaggio e qui presentata, nasce con l’obiettivo di colmare questa lacuna, offrendo – per la prima volta in Italia – una base empirica che consente di analizzare “numeri alla mano” il modo in cui la transizione viene vissuta, interpretata e valutata da chi lavora nel settore automotive. Nello specifico, il sondaggio indaga tre dimensioni strettamente interconnesse: le trasformazioni industriali e produttive in corso, le ricadute sul lavoro e sulle competenze e il ruolo delle politiche pubbliche nel governare questi processi. Un primo elemento che emerge è la necessità di superare una rappresentazione della transizione come evento futuro o eventuale. I processi di cambiamento risultano infatti già diffusi e radicati nelle imprese italiane, sia sotto il profilo tecnologico, sia sotto il profilo organizzativo. La questione, pertanto, non è più se la transizione sia opportuna o meno ma in che modo essa possa essere indirizzata nella giusta direzione, riducendo i rischi e valorizzando le opportunità. I dati evidenziano anche come gli effetti della trasformazione dell’industria automobilistica in Italia verso la mobilità elettrica e sostenibile non si manifestano e non maturano in un vuoto economico e sociale, ma si innestano su forti fragilità già esistenti nel tessuto produttivo.

Parallelamente, l’indagine rivela l’orientamento delle lavoratrici e dei lavoratori dell’automotive nei confronti della transizione all’elettrico. Contrariamente a quanto si sente fin troppo spesso affermare, non emerge un’opposizione generalizzata, quanto piuttosto una forte domanda di sostegno e accompagnamento: non un rifiuto della transizione in sé, ma una richiesta esplicita di politiche adeguate in grado di governarne gli effetti sul lavoro, di rafforzare competenze e condizioni occupazionali, di promuovere l’innovazione industriale. Il tema della qualità delle politiche pubbliche appare come uno dei nodi principali per il successo della transizione. Gli esiti del sondaggio delegittimano inoltre il ricorso a narrazioni semplificate e binarie, che contrappongono in modo rigido il lavoro e l’ambiente. Accanto alle preoccupazioni legate alla sicurezza occupazionale e alla qualità del lavoro, affiora una diffusa consapevolezza della centralità delle questioni climatiche. La percezione delle lavoratrici e dei lavoratori appare assai più complessa e meno polarizzata di quanto solitamente veicolato nel dibattito pubblico, indicando a tutti gli effetti la prospettiva di un’integrazione positiva tra queste due dimensioni nella costruzione di percorsi di transizione giusta.

La dimensione delle competenze rappresenta un ulteriore elemento chiave. La trasformazione tecnologica associata alla digitalizzazione e all’elettrificazione del trasporto su strada modifica profondamente i contenuti del lavoro, richiedendo nuove conoscenze e capacità. Tuttavia, il processo di adeguamento delle competenze non appare allineato ai fabbisogni emergenti. Questo divario solleva interrogativi sulle modalità di progettazione e implementazione delle politiche formative, sollecitando imprese, istituzioni e parti sociali a garantire percorsi di aggiornamento più efficaci, strutturali e accessibili.

Alla luce di questi elementi, l’indagine qui presentata si propone come uno strumento utile e innovativo per orientare, sulla base dell’evidenza empirica, il confronto sull’industria automobilistica tra attori istituzionali e politici, esperti e studiosi, imprese, organizzazioni sindacali e società civile. In un contesto segnato da trasformazioni rapide e profonde, ascoltare il punto di vista delle lavoratrici e dei lavoratori è una precondizione essenziale per comprendere meglio la natura dei cambiamenti in atto e per costruire percorsi di transizione dell’automotive sostenibili sul piano ambientale, economicamente solidi e socialmente equi.


Teologia e società, confronti, maggio 2026

Chiesa, migrazioni e diritti

 Fulvio Ferrario. Professore di Teologia sistematica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma.

Parallelamente all’indebolimento del diritto internazionale a causa dell’azione delle principali potenze globali, in Europa il dibattito sulle migrazioni mostra un crescente arretramento sulle tutele. In questo contesto le Chiese sono “all’opposizione”, soprattutto nella difesa dei diritti umani e nella definizione di politiche migratorie alternative.

Il mondo è nelle mani di un gruppo di delinquenti, che sembra aver riportato l’orologio della storia a prima del secondo conflitto mondiale, distruggendo il diritto internazionale, insieme alle istituzioni e alle procedure che, sia pure alquanto precariamente, erano state create per tutelarlo; con l’eccezione, per il momento, degli ayatollah iraniani e dei loro “proxy” terroristici di varia estrazione, tutti costoro (Usa, Russia, Israele e anche chi, come la Cina, osserva da lontano, aspettando di incassare i dividendi del caos globale) dispongono di armi nucleari.

Non sempre è chiaro chi è alleato di chi: certo, Trump e Netanyahu sono soci; ma Putin, ad esempio? Sembra nemico di Israele, in quanto (come del resto la Cina), sostiene l’Iran, ma è di fatto un sodale (molto più intelligente, parrebbe) di Trump, anche se per diversi aspetti resta un concorrente. Eccetera.

Un elemento comune a tutte queste brave persone è l’avversione per i Paesi dell’Unione europea, osteggiata in vari modi, non da ultimo utilizzando governi europei “collaborazionisti” (uno, però, è recentemente caduto), impegnati a mettere sabbia negli ingranaggi di Bruxelles, peraltro già non oliatissimi per conto loro.

A parere dei “banditi planetari”, la colpa dell’Unione sarebbe di essere ancora troppo “democratica” e attenta ai diritti umani: troppi mugugni sulle stragi a Gaza, Cisgiordania e Libano, dice Netanyahu; complicità con Zelensky, secondo Putin; una politica migratoria eccessivamente permissiva, fa eco Trump. Ma è proprio così? Davvero l’Unione europea è rimasta l’ultimo baluardo dei diritti umani nel tempo del generale imbarbarimento?

No, purtroppo. La Commissione europea e molti governi di estrazione “democratica” (a partire da quelli tedesco e francese, leader di fatto dell’Unione), tentano di arginare l’offensiva dell’estrema Destra integrandone alcune politiche (s)qualificanti. 

Il caso più evidente è costituito dalla questione migratoria: quando Meloni & Co. affermano che il Nuovo patto sull’immigrazione e asilo, che diventerà operativo a partire da giugno, recepisce le pratiche del governo italiano, semplificano, ma, per una volta, non inventano. Il succo della faccenda è che le garanzie diminuiscono e le procedure di rimpatrio vengono rese più agevoli. Ciò si aggiunge al finanziamento, da parte dell’Europa, dei regimi nordafricani (e di quello turco), che dovrebbero bloccare le partenze, con i metodi che le organizzazioni internazionali, quelle non governative e la stampa indipendente hanno da tempo descritto e denunciato, nell’indifferenza generale.

La Chiesa cattolica e quelle protestanti sono, su questo punto, all’opposizione: almeno a livello di vertici, perché nella base, soprattutto in quella meno “militante”, tendono a riprodursi le tendenze della società nel suo insieme. Sia l’opera di denuncia, sia quella di assistenza, sia la proposta di modelli alternativi all’immigrazione mortifera, sono state e sono preziose. La drammaticità della situazione, tuttavia, suggerisce due ulteriori piste di lavoro.

La prima riguarda precisamente il nucleo del compito ecclesiale, cioè la predicazione e la catechesi: nelle nostre società, i diritti umani hanno cessato di essere almeno ufficialmente assodati. Ora, è vero che non sono stati inventati dalle Chiese, ma lo è anche che si intrecciano con il nucleo dell’Evangelo, che è la storia di un uomo al quale la dignità e ogni diritto sono stati negati. La difesa dei diritti umani, sul piano etico e politico, non coincide con la proclamazione della Parola, ma le è legata, perché in essa brilla un raggio della luce dell’uomo Gesù, che la fede riconosce come rivelazione di Dio. 

Il secondo elemento non sarebbe compito delle Chiese in quanto tali, ma in assenza di altri che lo svolgano, sembra urgente una supplenza. Al di là della pur necessaria denuncia, ma anche al di là di pur commendevoli buone pratiche (come i corridoi umanitari), questa Europa ha bisogno di una proposta organica di politica migratoria, senza la quale la narrazione della Destra continuerà a mentire con successo, presentandosi come “realistica”. Le chiese hanno le competenze e l’esperienza per pensare i lineamenti di una tale politica, e dunque anche il dovere di farlo.

mercoledì 10 giugno 2026

confronti, maggio 2026

Ungheria. Il “dopo Orbán” tra europeismo e pragmatismo

Gjergji Kajana Giornalista freelance

La vittoria elettorale del partito Tisza guidato da Péter Magyar chiude sedici anni di governo di Viktor Orbán e apre una fase di riavvicinamento tra Budapest e l’Unione europea. Il nuovo esecutivo punta a sbloccare i fondi europei congelati e a ricostruire relazioni cooperative con Bruxelles, mantenendo però una linea pragmatica nei rapporti con Russia, Stati Uniti e Cina.

Nelle elezioni parlamentari del 12 aprile scorso l’Ungheria ha premiato con la maggioranza assoluta dei seggi il partito di Centrodestra moderato Tisza (Partito del Rispetto e della Libertà), sancendo l’uscita di scena dalla guida dell’esecutivo del Fidesz (Unione civica ungherese) del primo ministro uscente Viktor Orbán, che governava da 16 anni su una linea nazionalconservatrice. Guidata dall’avvocato 45enne Péter Magyar, il trionfo della giovane forza d’opposizione si è innestato principalmente su una piattaforma focalizzata nel contrasto alla corruzione e allo stato deteriorato dell’economia.

L’Ungheria rappresenta solo l’1,1% del Pil dell’Unione europea, ma i conflitti orbaniani con Bruxelles e la contemporanea vicinanza di Budapest a Russia, Stati Uniti e Cina danno un risalto internazionale alla rotazione di governo.

L’orizzonte dell’esecutivo imperniato su Tisza apre il viatico a un riassetto più cooperativo della relazione comunitaria con Budapest ed accentra sull’Europa la postura internazionale generale del Paese. La stessa data del recente voto contiene un elemento simbolico per il rapporto del Paese con l’Ue: il medesimo giorno del 2003 un referendum nazionale approvò l’ingresso dell’Ungheria nelle istituzioni di Bruxelles.

 

UN “PONTE” TRA EST E OVEST

Il Paese magiaro si contraddistingue geopoliticamente per una posizione di territorio ponte tra Ovest ed Est. Nel periodo moderno l’unione con l’Occidente si affievolirà due volte: durante la conquista ottomana del XVI-XVII secolo e nella Guerra fredda con l’inserimento dell’Ungheria dentro il campo comunista. Nell’intermezzo dei due periodi avviene l’ingresso dentro l’Impero Asburgico a guida germanica da Vienna. Nel 1867 all’Ungheria viene accordata autonomia amministrativa dentro la compagine multinazionale imperiale. La sconfitta asburgica nella Prima guerra mondiale riformula l’assetto territoriale dell’Europa Orientale, con l’Ungheria che perde l’accesso al Mar Adriatico ed il controllo sulla Transilvania, Slovacchia meridionale, Transcarpazia, Vojvodina e Croazia a favore della Romania e dei nuovi stati di Cecoslovacchia e Jugoslavia. Circa tre milioni di ungheresi si trasferiscono sotto la sovranità politica dei Paesi vicini. Il lascito delle imposizioni alla sovranità subìte rimane forte nella coscienza nazionale e tre dei principali partiti parlamentari – Tisza, Fidesz, Mi Hazánk Mozgalom (Movimento “Nostra Madrepatria”) – appartengono all’alveo della Destra identitaria.

La riunione magiara con gli occidentali avviene dopo la Guerra fredda, rafforzata tramite l’inclusione di Budapest nella Nato (1999) e Ue (2004). Dal 2004 i fondi comunitari netti ricevuti dall’Unione hanno raggiunto 67,8 miliardi di euro, accelerando la crescita economica tramite esborsi infrastrutturali, in ricerca e sviluppo e programmi sociali. Le erogazioni di Bruxelles hanno esentato le casse pubbliche da spese come il sostegno alla produzione agricola.

Dal 2022, però, il trasferimento di circa 20 miliardi di euro di fondi Ue resta bloccato a causa della posizione critica di Bruxelles alla stretta imposta da Orbán su insegnamento universitario, immigrazione illegale e diritti della comunità Lgbtq+.(...)