Riflessioni e commenti di don Franco Barbero
venerdì 3 aprile 2026
Santo Sepolcro, vietato pregare: l’offesa di Israele ai cattolici
FRANCESCO PELOSO
Domani 29 marzo 2026
«Per la prima volta da secoli, ai capi della Chiesa viene impedito di celebrare la messa della Domenica delle Palme nella Chiesa del Santo Sepolcro». La denuncia del cardinale Pierbattista Pizzaballa e del custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, è arrivata con un comunicato congiunto: sono stati bloccati dalla polizia israeliana a Gerusalemme mentre andavano a partecipare alla messa che apre le celebrazioni della Settimana Santa in una delle basiliche più sacre della cristianità. Nel comunicato si sottolinea che Pizzaballa e Ielpo stavano andando «in forma privata e senza alcuna caratteristica di processione o atto cerimoniale»: il Santo Sepolcro, infatti, è chiuso dal 28 febbraio, per via del conflitto tra Israele e Iran, e le celebrazioni di massa (come ad esempio la tradizionale processione della Domenica delle Palme) sono sospese. Le linee guida ammettono però celebrazioni con meno di 50 partecipanti. «Questo incidente costituisce un grave precedente», si legge ancora nel comunicato: «Impedire l’ingresso al cardinale e al custode, che detengono la massima responsabilità ecclesiastica per la Chiesa cattolica per i luoghi santi, costituisce una misura manifestamente irragionevole e sproporzionata. I capi delle Chiese hanno agito con piena responsabilità e, fin dall’inizio della guerra, si sono attenuti a tutte le restrizioni imposte».
«Ci sono stati dei fraintendimenti, dispiace che questo sia accaduto», ha poi detto ai microfoni del Tg2000 Pizzaballa, che nel pomeriggio ha guidato un momento di preghiera per la pace dal monte degli Ulivi. «È vero che la polizia», spiega, «aveva detto che gli ordini del comando interno avevano impedito qualsiasi genere di aggregazione nei luoghi dove non c’è un rifugio. Però noi non avevamo chiesto nulla di pubblico, solo una breve e piccola cerimonia privata per salvare l’idea della celebrazione nel Santo Sepolcro».
REAZIONI E RETROMARCE
Le reazioni politiche, in Italia e poi nel resto del mondo, non sono tardate: «Il Santo Sepolcro di Gerusalemme è luogo sacro della cristianità», ha scritto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, «impedirne l’ingresso al Patriarca di Gerusalemme e al Custode di Terra Santa, peraltro in una solennità centrale per la fede qual è la Domenica delle Palme, costituisce un’offesa non solo per i credenti, ma per ogni comunità che riconosca la libertà religiosa». La premier ha anche telefonato al cardinale Pizzaballa per esprimere la vicinanza del governo. Mentre il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha convocato per oggi l’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled. Ma mentre nella prima versione della nota fatta diramare dalla Farnesina, il ministro diceva di aver dato istruzioni all’ambasciatore italiano a Tel Aviv di esprimere «il nostro sdegno» per l’accaduto, quando il messaggio viene postato sui profili social di Tajani lo «sdegno» si trasforma in «protesta». Peled intanto è intervenuto nella trasmissione Diario della Domenica su Rete4, dicendo che il divieto ci sarebbe stato «per ragioni di sicurezza» e che il patriarca era informato di queste limitazioni. Alle dichiarazioni del governo italiano si sono poi aggiunte quelle di altri, tra cui il presidente francese Emmanuel Macron e il premier spagnolo Pedro Sánchez.
Netta anche la presa di posizione dell’ambasciatore statunitense (e di certo quella più pesante per Tel Aviv): su X Mike Huckabee ha parlato di «inopportuna esagerazione della polizia», ricordando che la celebrazione a cui si stavano recando Pizzaballa e Ielpo era ben al di sotto del limite di 50 partecipanti indicato dalle linee guida per la sicurezza.
«È difficile comprendere o giustificare il fatto che al patriarca sia stato impedito l’accesso» alla basilica, ha aggiunto. Nel pomeriggio è intervenuto anche il presidente di Israele, Isaac Herzog, che ha scritto su X di aver telefonato al patriarca «per esprimere grande rammarico per lo sfortunato incidente» che ha sottolineato essere derivato da «preoccupazioni per la sicurezza».
Una nota ufficiale del primo ministro Benjamin Netanyahu ha ribadito che la polizia ha agito per «preoccupazione per l’incolumità» del cardinale e dei suoi accompagnatori, «senza alcun intento malevolo». Il governo ha anche detto che «le forze di sicurezza israeliane stanno mettendo a punto un piano per consentire ai leader religiosi di celebrare il culto nel luogo sacro nei prossimi giorni».
LE PAROLE DEL PAPA
L’incidente è destinato a pesare nelle relazioni già tese fra Chiesa cattolica e governo israeliano. Il comunicato del patriarcato e della custodia di Terra Santa è arrivato mentre già era cominciata la messa della Domenica delle Palme celebrata da Leone XIV in piazza San Pietro: nessun cenno quindi alla vicenda nel testo dell’Angelus, preparato in precedenza. Che però conteneva un riferimento al difficile momento che stanno vivendo le comunità cristiane mediorientali a causa della guerra di Usa e Israele contro l’Iran: «All’inizio della Settimana Santa – ha detto il pontefice – siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani del Medio Oriente, che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i riti di questi giorni santi. Proprio mentre la Chiesa contempla il mistero della Passione del Signore, non possiamo dimenticare quanti oggi partecipano in modo reale alla sua sofferenza».
Le 3.500 città ribelli Usa: «Facciamo male al re»
Marina Catucci
NEW YORK
Il Manifesto 29 marzo 2026
«Stai andando alla manifestazione?», chiede la prima persona che incontriamo appena uscite di casa. Dopo pochi passi, la domanda non si pone più, perché tutte le persone che si stanno dirigendo verso la metropolitana, nonostante manchino due ore all’inizio del corteo, hanno cartelli inequivocabili: «No alla guerra, no all’Ice, no a Trump».
ALLE 13.50, Letitia James, procuratrice generale dello Stato, Jumaane Williams, difensore civico della città, Robert De Niro, il reverendo Al Sharpton e Padma Lakshmi si erano già schierati in prima fila tra la folla, dietro striscioni dipinti a mano con la scritta: «Proteggiamo la nostra democrazia – Il popolo prima dei miliardari – Proteggiamo i nostri vicini». E si sono uniti ai membri del sindacato e ai newyorkesi di tutte le età perché, a differenza delle precedenti manifestazioni No Kings, partecipate più dai senior che dagli junior, questo terzo corteo è anagraficamente trasversale. «Vorrei un mondo migliore – ci dicono dei ragazzi del Queens – Pare che dobbiamo iniziare a costruirlo da soli».
La manifestazione era stata preannunciata come una delle più partecipate di sempre. Mentre New York e la East Coast cominciavano a marciare, erano già arrivate le notizie e le foto dei cortei che si erano svolte nel resto del mondo con lo stesso messaggio: No Kings, nessun re. «Questa non è e non sarà mai una monarchia – dice Eileen, 67 anni – Non sono abituata ad andare a manifestare, ma oggi sento il bisogno di farlo, perché ci stiamo giocando la nostra stessa identità. In America diciamo ‘siamo meglio di così’. Beh, è l’ora di dimostrarlo al resto del mondo».
A New York il corteo si forma vicino a Central Park, da dove partono due spezzoni: uno si snoda su Broadway e uno sulla Seventh Avenue; quando confluiscono a Times Square, una delle piazze più grandi del mondo sembra troppo piccola per contenere quella che pare proprio essere la manifestazione più grande mai organizzata negli Stati uniti.
Intervistata per strada dai media americani, Donna Lieberman, direttrice esecutiva della New York Civil Liberties Union, ha definito Trump il «capo dei prepotenti» della nazione e ha affermato che i residenti di Minneapolis «hanno costretto l’aspirante re a ritirare le sue truppe d’assalto». «Vogliono che abbiamo paura di protestare – aveva dichiarato poche ore prima del corteo in conferenza stampa – Che abbiamo paura di non poter fare nulla per fermarli. Ma sapete una cosa? Si sbagliano di grosso».
GIÀ VENERDÌ, l’attrice Jane Fonda si era unita a giornalisti, musicisti e scrittori davanti al John F. Kennedy Center for the Performing Arts di Washington per esortare i cittadini statunitensi a «rompere il silenzio» e a «opporsi con fermezza all’autoritarismo». In una manifestazione organizzata dal Committee for the First Amendment, un collettivo di artisti che promuove la libertà di espressione, un centinaio di invitati si sono riuniti per ascoltare oratori e cantanti che si sono espressi senza sfumature contro i divieti sui libri, la censura politica e tutte le minacce alla libertà rappresentate dalla presidenza di Trump.
A JANE FONDA si sono uniti l’attore Sam Waterston, la poetessa Rupi Kaur, la sceneggiatrice comica Bess Kalb e la cantante Joan Baez. Il loro messaggio non è risuonato soltanto nelle città a guida democratica: manifestazioni No Kings si sono svolte in tutte le città degli Stati Uniti; si parla di oltre 3.500 manifestazioni, oltre 3.500 piazze piene. L’evento principale, però, è quello di Minneapolis-Saint Paul, in Minnesota. Lo Stato del Midwest è diventato un punto focale della repressione dell’immigrazione voluta da Trump a dicembre quando ha lanciato l’Operazione Metro Surge e, di conseguenza, il centro della resistenza Usa. Alla manifestazione hanno preso parte attivisti, sindacalisti e politici; c’è stato un intervento di Bernie Sanders e l’icona del rock Bruce Springsteen ha cantato insieme a Joan Baez.
IN TUTTE LE CITTÀ si sono visti i simboli di questa nuova ondata di opposizione a Trump: le rane e i costumi gonfiabili che, da Portland, Oregon, hanno preso piede nel resto degli Stati uniti, i costumi da re e le maschere di Trump con il naso da pagliaccio. «Essere qua fa male a lui e fa bene a noi – ci dicono Samuel e Ken, entrambi quarantenni – Essere circondati da altri che, come noi, vogliono dire ad alta voce che tutto quello a cui stiamo assistendo accade contro il nostro volere è importante, ci dà forza. Perché questa è una lunga maratona. Ci dimentichiamo che in una prigione di Brooklyn c’è il presidente di uno Stato sudamericano che abbiamo rapito. Intanto si bombarda l’Iran e si fanno pressioni inaccettabili su Cuba. Ma ci pensi che, da quando Trump è tornato alla Casa bianca, è passato solo poco più di un anno?».
da ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale - 30/03/2026
Medio Oriente: oltre un mese di guerra
di ISPI Daily Focus
E’ trascorso un mese dall’inizio della guerra in Medio Oriente, cominciata il 28 febbraio con l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Quella che, nelle intenzioni dichiarate da Donald Trump, avrebbe dovuto configurarsi come un’operazione rapida e circoscritta ha invece assunto i contorni di un conflitto più ampio, con ricadute difficilmente prevedibili sotto il profilo militare, politico ed economico. Mentre aumentano i segnali di una possibile escalation sul terreno, sul piano diplomatico emergono crepe evidenti: a Islamabad sono iniziati colloqui tra Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan con l’obiettivo di ridurre le tensioni, ma l’assenza di Stati Uniti e Iran mette in dubbio la reale efficacia dell’iniziativa e contraddice la narrativa americana di progressi negoziali. Parallelamente, secondo diverse fonti, il Pentagono si starebbe preparando a settimane di possibili operazioni di terra, con l’invio in Medio Oriente di migliaia di soldati e marines. Uno scenario a cui l’Iran ha risposto con prevedibile retorica bellicista: “I nostri uomini sono in attesa” delle truppe americane, ha detto il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, aggiungendo che i missili di Teheran sono pronti “per incendiare le loro anime e punire per sempre i loro alleati regionali”. Oggi, in un post sui social, Trump ha dichiarato che se non si raggiungerà presto un accordo con l’Iran e se lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto “immediatamente”, gli Stati Uniti “distruggeranno completamente” le infrastrutture energetiche e idriche dell’Iran.
Anche gli Houthi entrano in guerra?
Domenica, per la prima volta dall’inizio della guerra, anche i ribelli Houthi dello Yemen hanno lanciato un missile balistico contro Israele in quello che potrebbe segnalare l’ingresso del gruppo armato nel conflitto. Yahya Saree, portavoce militare degli Houthi, ha affermato che l’attacco era un gesto di sostegno all’Iran e a Hezbollah, il movimento militante libanese che, dall’inizio della guerra, ha lanciato centinaia di droni, razzi e missili contro Israele. La decisione delle milizie yemenite di prendere di mira Israele rappresenta l’ultima escalation di un conflitto che di fatto già si estende a tutta la regione del Golfo. Inoltre, se i ribelli yemeniti intensificassero il loro coinvolgimento nella guerra, questo potrebbe intralciare ulteriormente il traffico marittimo nella regione, destabilizzando lo stretto di Bab El-Mandeb, che gestisce l’accesso al Mar Rosso e finirebbe con l’alimentare la corsa dei prezzi del petrolio e del gas. Al momento, evidenzia Eleonora Ardemagni in un commento per ISPI, l’iniziativa sembra rientrare nell’ottica di una “escalation controllata”. Gli Houthi puntano su attacchi limitati contro Israele, con l’obiettivo di sostenere l’Iran, scoraggiare l’intervento statunitense su Hormuz e fare pressione sull’Arabia Saudita, evitando al contempo di violare gli accordi di tregua ancora in vigore.
da Il Manifesto del 22/01/2026
Il discorso di Mark Carney a Davos
“Sembra che ogni giorno ci venga ricordato che viviamo in un’epoca di grande rivalità tra potenze, che l’ordine basato sulle regole sta svanendo, che i forti possono fare ciò che vogliono e i deboli devono subire ciò che devono. E questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile, come la logica naturale delle relazioni internazionali che si riafferma. E di fronte a questa logica, c’è una forte tendenza dei paesi ad assecondarla, ad adeguarsi, ad evitare problemi, a sperare che la conformità garantisca la sicurezza. Beh, non sarà così. Quindi quali sono le nostre opzioni?
Nel 1978, il dissidente ceco Václav Havel, poi diventato presidente, scrisse un saggio intitolato “Il potere dei senza potere”, in cui poneva una semplice domanda: come faceva il sistema comunista a sostenersi? E la sua risposta iniziava con un fruttivendolo. Ogni mattina, il negoziante metteva un cartello nella sua vetrina: “Proletari di tutti i paesi, unitevi”. Lui non ci credeva. Nessuno ci crede. Ma lui mette comunque il cartello per evitare problemi, per segnalare la sua conformità, per andare d’accordo. E poiché ogni negoziante di ogni strada fa lo stesso, il sistema persiste, non solo attraverso la violenza, ma anche attraverso la partecipazione della gente comune a rituali che in privato sa essere falsi. Havel definiva questo modo di vivere “vivere nella menzogna”. Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla volontà di tutti di comportarsi come se fosse vero. E la sua fragilità deriva dalla stessa fonte. Quando anche una sola persona smette di comportarsi così, quando il fruttivendolo toglie il suo cartello, l’illusione comincia a incrinarsi.
Per decenni, paesi come il Canada hanno prosperato sotto quello che abbiamo chiamato l’ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, ne abbiamo lodato i principi, abbiamo beneficiato della sua prevedibilità. E grazie a ciò, abbiamo potuto perseguire politiche estere basate sui valori sotto la sua protezione. Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa, che i più forti si sarebbero esentati quando conveniente, che le regole commerciali erano applicate in modo asimmetrico, e sapevamo che il diritto internazionale era applicato con rigore variabile, a seconda dell’identità dell’imputato o della vittima.
Questa finzione era utile e l’egemonia americana, in particolare, contribuiva a fornire beni pubblici, rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e sostegno ai meccanismi di risoluzione delle controversie. Così abbiamo messo il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà. Questo patto non funziona più. Sarò diretto. Siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione.
Negli ultimi due decenni, una serie di crisi finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema. Ma più recentemente, le grandi potenze hanno iniziato a utilizzare l’integrazione economica come arma, i dazi come leva, le infrastrutture finanziarie come mezzo di coercizione e le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare. Le istituzioni multilaterali su cui hanno fatto affidamento le potenze medie – l’OMC, l’ONU, la COP, l’architettura stessa della risoluzione collettiva dei problemi – sono minacciate. Di conseguenza, molti paesi stanno giungendo alla stessa conclusione: devono sviluppare una maggiore autonomia strategica in materia di energia, alimentazione, minerali critici, finanza e catene di approvvigionamento. E questo impulso è comprensibile. Un paese che non è in grado di nutrirsi, rifornirsi di carburante o difendersi ha poche opzioni. Quando le regole non ti proteggono più, devi proteggerti da solo.
Ma cerchiamo di essere lucidi su dove questo porterà. Un mondo di fortezze sarà più povero, più fragile e meno sostenibile. E c’è un’altra verità: se le grandi potenze abbandonano anche solo la finzione delle regole e dei valori per perseguire senza ostacoli il proprio potere e i propri interessi, i vantaggi del transazionalismo diventeranno più difficili da replicare. Le potenze egemoniche non possono continuare a monetizzare le loro relazioni. Gli alleati si diversificheranno per proteggersi dall’incertezza. Acquisteranno assicurazioni, aumenteranno le opzioni per ricostruire la sovranità, una sovranità che un tempo era fondata sulle regole ma che sarà sempre più ancorata alla capacità di resistere alle pressioni.
In questa sala sappiamo che si tratta di una classica gestione del rischio. La gestione del rischio ha un prezzo, ma il costo dell’autonomia strategica, della sovranità, può anche essere condiviso. Gli investimenti collettivi nella resilienza sono meno costosi rispetto alla costruzione di fortezze individuali. Gli standard condivisi riducono le frammentazioni. Le complementarità sono una somma positiva. La questione per le potenze medie come il Canada non è se adattarsi alla nuova realtà: dobbiamo farlo. La questione è se adattarci semplicemente costruendo muri più alti o se possiamo fare qualcosa di più ambizioso.
Il Canada è stato tra i primi a sentire il campanello d’allarme, che ci ha portato a modificare radicalmente la nostra posizione strategica. I canadesi sanno che le nostre vecchie e rassicuranti convinzioni, secondo cui la nostra posizione geografica e le nostre alleanze ci garantivano automaticamente prosperità e sicurezza, non sono più valide. Il nostro nuovo approccio si basa su ciò che Alexander Stubb, presidente della Finlandia, ha definito “realismo basato sui valori”.
In altre parole, miriamo a essere sia pragmatici che fedeli ai nostri principi. Legati ai principi nel nostro impegno nei confronti dei valori fondamentali, della sovranità, dell’integrità territoriale, del divieto dell’uso della forza se non in conformità con la Carta delle Nazioni Unite e del rispetto dei diritti umani. E pragmatici nel riconoscere che il progresso è spesso graduale, che gli interessi divergono, che non tutti i partner condivideranno tutti i nostri valori. Quindi ci stiamo impegnando in modo ampio, strategico e con gli occhi ben aperti. Affrontiamo attivamente il mondo così com’è, senza aspettare che diventi come vorremmo che fosse.
Stiamo calibrando le nostre relazioni in modo che la loro profondità rifletta i nostri valori e stiamo dando priorità a un ampio coinvolgimento per massimizzare la nostra influenza, data la fluidità del mondo in questo momento, i rischi che ciò comporta e la posta in gioco per il futuro. E non ci affidiamo più solo alla forza dei nostri valori, ma anche al valore della nostra forza.
Stiamo costruendo questa forza all’interno del nostro Paese. Da quando il mio governo è entrato in carica, abbiamo ridotto le imposte sui redditi, sulle plusvalenze e sugli investimenti delle imprese. Abbiamo eliminato tutte le barriere federali al commercio interprovinciale. Stiamo accelerando investimenti per 1.000 miliardi di dollari in energia, intelligenza artificiale, minerali critici, nuovi corridoi commerciali e altro ancora. Entro la fine di questo decennio raddoppieremo la nostra spesa per la difesa, e lo faremo in modo da rafforzare le nostre industrie nazionali. E stiamo rapidamente diversificando all’estero.
Abbiamo concordato un partenariato strategico globale con l’UE, che include l’adesione al SAFE, l’accordo europeo sugli appalti nel settore della difesa. Abbiamo firmato altri 12 accordi commerciali e di sicurezza in quattro continenti in sei mesi. Negli ultimi giorni abbiamo concluso nuovi partenariati strategici con la Cina e il Qatar. Stiamo negoziando accordi di libero scambio con l’India, l’ASEAN, la Thailandia, le Filippine e il Mercosur. Stiamo facendo anche qualcos’altro: per contribuire a risolvere i problemi globali, stiamo perseguendo una geometria variabile. In altre parole, diverse coalizioni per diverse questioni basate su valori e interessi comuni.
Quindi, per quanto riguarda l’Ucraina, siamo un membro fondamentale della Coalizione dei Volenterosi e uno dei maggiori contributori pro capite alla sua difesa e sicurezza. Per quanto riguarda la sovranità artica, siamo fermamente al fianco della Groenlandia e della Danimarca e sosteniamo pienamente il loro diritto unico di determinare il futuro della Groenlandia. Il nostro impegno nei confronti dell’articolo 5 della NATO è incrollabile, quindi stiamo lavorando con i nostri alleati della NATO, compresi gli Otto nordici-baltici, per garantire ulteriormente i fianchi settentrionali e occidentali dell’alleanza, anche attraverso investimenti senza precedenti da parte del Canada in radar oltre l’orizzonte, sottomarini, aerei e truppe sul campo, ovvero truppe sul ghiaccio.
Il Canada si oppone fermamente ai dazi doganali sulla Groenlandia e chiede negoziati mirati per raggiungere i nostri obiettivi comuni di sicurezza e prosperità nell’Artico. Per quanto riguarda il commercio plurilaterale, stiamo promuovendo gli sforzi per costruire un ponte tra il Partenariato Trans-Pacifico e l’Unione Europea, che creerebbe un nuovo blocco commerciale di 1,5 miliardi di persone nel settore dei minerali critici.
Stiamo formando club di acquirenti ancorati al G7 in modo che il mondo possa diversificare la propria offerta, evitando la concentrazione dell’approvvigionamento. E per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, stiamo cooperando con democrazie che condividono la nostra visione per garantire che alla fine non saremo costretti a scegliere tra egemoni e hyperscaler. Non si tratta di un multilateralismo ingenuo, né di affidarsi alle loro istituzioni. Si tratta di costruire coalizioni che lavorino su questioni specifiche con partner che condividono sufficienti punti in comune per agire insieme. In alcuni casi, si tratterà della stragrande maggioranza delle nazioni. Ciò che si sta creando è una fitta rete di connessioni tra commercio, investimenti e cultura, sulla quale potremo attingere per le sfide e le opportunità future.
La nostra opinione è che le potenze medie debbano agire insieme perché, se non siamo al tavolo delle trattative, finiremo nel menu. Ma direi anche che le grandi potenze possono permettersi, per ora, di agire da sole. Hanno le dimensioni di mercato, la capacità militare e il potere necessario per dettare le condizioni. Le potenze medie no. Ma quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo da una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che ci viene offerto. Competiamo tra noi per essere i più accomodanti.
Questa non è sovranità. È l’esercizio della sovranità accettando la subordinazione. In un mondo di rivalità tra grandi potenze, i paesi intermedi hanno una scelta: competere tra loro per ottenere favori o unirsi per creare una terza via con un impatto. Non dovremmo permettere che l’ascesa del potere forte ci impedisca di vedere che il potere della legittimità, dell’integrità e delle regole rimarrà forte se scegliamo di esercitarlo insieme. Il che mi riporta a Havel. Cosa significa per le potenze medie vivere la verità?
In primo luogo, significa chiamare la realtà con il suo nome. Smettere di invocare un ordine internazionale basato sulle regole come se funzionasse ancora come pubblicizzato. Chiamarlo per quello che è: un sistema che intensifica la rivalità tra le grandi potenze, in cui le più potenti perseguono i propri interessi utilizzando l’integrazione economica come mezzo di coercizione.
Significa agire in modo coerente, applicando gli stessi standard agli alleati e ai rivali. Quando le potenze medie criticano l’intimidazione economica da una parte ma restano in silenzio quando proviene dall’altra, stiamo mantenendo il cartello in vetrina. Significa costruire ciò in cui diciamo di credere, piuttosto che aspettare che venga ripristinato il vecchio ordine. Significa creare istituzioni e accordi che funzionino come descritto e significa ridurre la leva che consente la coercizione. Questo significa costruire un’economia interna forte. Dovrebbe essere la priorità immediata di ogni governo.
E la diversificazione a livello internazionale non è solo prudenza economica, è una base materiale per una politica estera onesta, perché i paesi si guadagnano il diritto di assumere posizioni di principio riducendo la loro vulnerabilità alle ritorsioni.
Quindi, il Canada. Il Canada ha ciò che il mondo vuole. Siamo una superpotenza energetica. Possediamo vaste riserve di minerali fondamentali. Abbiamo la popolazione più istruita al mondo. I nostri fondi pensione sono tra gli investitori più grandi e sofisticati al mondo. In altre parole, abbiamo un capitale di talenti. Abbiamo anche un governo con un’immensa capacità fiscale di agire con decisione. E abbiamo i valori a cui molti altri aspirano.
Il Canada è una società pluralistica che funziona. La nostra piazza pubblica è rumorosa, diversificata e libera. I canadesi rimangono impegnati nella sostenibilità. Siamo un partner stabile e affidabile in un mondo che è tutto tranne che questo, un partner che costruisce e valorizza le relazioni a lungo termine.
E abbiamo anche qualcos’altro: abbiamo la consapevolezza di ciò che sta accadendo e la determinazione ad agire di conseguenza. Comprendiamo che questa rottura richiede più di un semplice adattamento. Richiede onestà riguardo al mondo così com’è. Stiamo togliendo il cartello dalla finestra.
Sappiamo che il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo piangerlo. La nostalgia non è una strategia, ma crediamo che dalla frattura possiamo costruire qualcosa di più grande, migliore, più forte, più giusto. Questo è il compito delle potenze medie, i paesi che hanno più da perdere da un mondo di fortezze e più da guadagnare da una cooperazione autentica. I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare le cose con il loro nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme. Questa è la strada del Canada. La scegliamo apertamente e con fiducia, ed è una strada aperta a qualsiasi paese disposto a percorrerla con noi.
Grazie mille.
giovedì 2 aprile 2026
da Domani del 15/02/2026
Il libro di Gianpaolo Romanato
«Un terzomondista ante litteram».
Daniele Comboni e la solitudine africana
di Giovanni Maria Vian - storico
Nato suddito austriaco nel 1831 a Limone, sulla riva bresciana del Garda, è una figura che vale la pena conoscere – scrive Gianpaolo Romanato – «perché fu un uomo di frontiera», una personalità «che sfugge a tutti i nostri criteri di normalità». Complesso, difficile e contraddittorio, una figura da scoprire.
La figura che subito si riconosce tra i Quattro Fiumi della fontana in piazza Navona è quella del Nilo perché nasconde il volto dietro un velo. Così Bernini rappresenta il mistero delle sue sorgenti, rimaste sconosciute per oltre due millenni. Erodoto sentenziava che «nessuno è in grado di parlarne», e Seneca raccontava di una spedizione militare inviata per sciogliere l’enigma. Ma all’alba del XIX secolo, incredibilmente, in Europa di quei luoghi non si sapeva molto più di quanto fosse a conoscenza lo scrittore latino contemporaneo di Nerone, che quella spedizione aveva ordinato.
Sullo scenario delle esplorazioni africane e della corsa al Nilo, all’inizio del selvaggio sfruttamento del continente e all’origine dello scontro tra musulmani e cristiani per il suo controllo, si apre un libro di Gianpaolo Romanato su L’Africa di Daniele Comboni (1831-1881), missionario e santo. In un volume che – con continue aggiunte – lo storico pubblica la terza volta: dapprima con Rusconi, poi con Corbaccio e ora con la montiniana Studium; attestazione di una trasversalità editoriale rara.
Romanato è studioso versatile, presidente del comitato scientifico della Casa Museo Giacomo Matteotti di Fratta Polesine, l’«italiano diverso» a cui ha dedicato un libro, e autore di una biografia controcorrente di Pio X. Specialista di storia delle emigrazioni e delle missioni, ha scritto dell’epopea dei gesuiti in America meridionale celebrata nel film Mission e – alla Indiana Jones – si è avventurato in luoghi impervi: in Paraguay, per visitare i resti barocchi e imponenti delle reducciones del «cristianesimo felice» descritto nel 1743 da Ludovico Antonio Muratori, e nel Sudan, da Khartoum a El Obeid, sulle tracce appunto di Comboni.
Sono stati i comboniani ad aprire gli archivi e le loro biblioteche, fornitissime di studi africani, per facilitare le ricerche di Romanato, condotte per anni «in totale autonomia»: prima che papa Wojtyła proclamasse Comboni beato nel 1996 e santo nel 2003. Lo storico ha così potuto ricostruire «la vita drammatica, avventurosa, incredibile» di un missionario «convinto di dover portare il cristianesimo dove questo non era mai arrivato, nell’Africa nera, allora sconosciuta e inesplorata, dalla quale sapeva che non sarebbe tornato vivo». Comboni vi mette piede ventisettenne e qui muore a cinquant’anni, sepolto nel giardino della missione poco più tardi travolta dalla rivolta islamica del Mahdi; delle sue ossa disperse solo alcuni frammenti saranno recuperati e portati prima in Egitto, poi in Italia. Altrettanto tragico era stato il destino dei primi religiosi austriaci arrivati nel vicariato apostolico dell’Africa centrale, costituito nel 1846 nell’attuale Sudan e che «in quindici anni aveva ottenuto un solo, impressionante, risultato: una settantina di morti» tra i missionari, scrive Romanato, che ricostruisce preliminarmente la vicenda e le cause di questo primo fallimento.
ESPLORAZIONI E MISSIONI
Il contesto sono le esplorazioni e personaggi che sembrano uscire da romanzi di avventure. In uno di questi, Cinque settimane in pallone, Jules Verne immagina nel 1862 il «viaggio di scoperta in Africa compiuto da tre inglesi» e, tra i nomi di 134 veri esploratori, include quelli di quattro missionari. I confini tra esplorazioni e missioni non erano del resto ben definiti: l’inglese John Speke, scopritore delle sorgenti del Nilo con lo scozzese James Grant, dichiara nel suo diario di essersi basato sulle osservazioni dello sloveno Ignaz Knoblecher, provicario apostolico dell’Africa centrale. E sono i missionari cattolici i primi europei incontrati da Speke e Grant reduci dalla scoperta.
Nei documenti di quegli anni terribili le descrizioni evocative di una natura incontaminata e di un mondo nuovo coesistono con il resoconto agghiacciante di ingiustizie e violenze atroci, causate dal traffico dell’avorio, ricercatissimo, e dalla tratta degli schiavi, sempre praticata a spese delle popolazioni nere – l’«avorio nero» – dagli arabi ai quali si aggiungono, altrettanto feroci, gli uomini bianchi. Nel 1859 in una relazione i missionari descrivono i mercanti (europei, turchi, egiziani, nubiani) come «assassini, gente oscena, rapace, crudele, sanguinaria».
Ma il fallimento della prima missione, e di altre, è causato dalla interessata e velenosa ingerenza delle potenze coloniali, in lotta tra loro mentre l’Egitto si svincola dal debole impero ottomano.
Tra i molti personaggi che scorrono vividamente nel libro di Romanato spicca su tutti il protagonista: Daniele Comboni. Nato suddito austriaco nel 1831 a Limone, sulla riva bresciana del Garda, è una figura che vale la pena conoscere – scrive l’autore – «perché fu un uomo di frontiera», una personalità «che sfugge a tutti i nostri criteri di normalità, di buon senso». Complesso, difficile e contraddittorio, sceglie di andare a fare il prete in Africa all’inizio del colonialismo, imbevuto di quella cultura fondata sulla «superiorità» europea.
Eppure, in un testo del 1864, il Piano per la rigenerazione dell’Africa, il missionario auspica una «rigenerazione dell’Africa con l’Africa stessa». Pensa insomma a un’«autosufficienza del continente» proprio «quando l’Europa ne stava progettando la spartizione» scrive Romanato, secondo il quale Comboni «più che a un colonialista, somiglia a un terzomondista ante litteram». Che viaggia con un ritmo frenetico dall’Africa all’Europa per promuovere la sua missione, incontrando a decine i protagonisti del tempo: tra loro l’imperatore austriaco Francesco Giuseppe, il francese Napoleone III, il cattolico liberale Manzoni su cui ironizza «La Civiltà Cattolica» più papista del papa, don Bosco e naturalmente papa Pio IX, che lo stima e lo riceve più volte.
LA SOLITUDINE
Di formazione tradizionale fino ad approvare nel 1864 la decisione del pontefice di non restituire alla famiglia Giuseppe Coen, un ragazzino ebreo battezzato da una domestica come il ben più noto Edgardo Mortara, il missionario – che nel 1877 diventa vescovo – è invece rivoluzionario nel capire l’importanza delle donne nelle missioni. Sono più affidabili, prudenti ed efficaci dei maschi, «più capaci di regolarsi da sé». Non mancano le incomprensioni, le gelosie e le accuse, persino di «rapporti ambigui» con una delle suore dell’ordine da lui fondato.
Il cristiano Comboni – abituato a franchi e aspri giudizi nei confronti di cardinali «che non hanno veduto che i saloni dorati di Parigi e di Lisbona, che non sanno la storia della Chiesa, che non hanno mai sofferto e patito nulla» – s’indigna e si difende con forza. Gli ultimi due anni sono i più duri: «Davanti a sé ha il mistero dell’Africa, attorno a sé pochi missionari che muoiono, dietro di sé una Chiesa indifferente, lenta, ingrata, pettegola» riassume Romanato.
L’unico che gli rimane vicino è in Africa un altro grande missionario, poi cardinale, il cappuccino Guglielmo Massaja. Nell’ultima lettera, sei giorni prima di morire, Comboni scrive: «Che avvenga pure tutto quello che Dio vorrà. Dio non abbandona mai chi in lui confida».
da Internazionale del 27/03/2026
Droni, missili e vittime
In Ucraina i bombardamenti continuano senza sosta. Tra il 21 e il 24 marzo l’esercito russo ha colpito con migliaia di droni e missili infrastrutture e obiettivi civili, tra cui la chiesa di Sant’Andrea, patrimonio dell’Unesco, nella città vecchia di Leopoli. Almeno 22 persone sono morte e più di cento sono rimaste ferite in diverse località del paese. Mentre l’Ucraina era sotto le bombe una delegazione di Kiev, in cui era presente il capo di gabinetto Kyrylo Budanov, era in Florida per una tornata di negoziati con i dirigenti statunitensi, guidati dall’inviato speciale della Casa Bianca Steve Witkoff. Nei due giorni di colloqui, ha spiegato Volodymyr Zelens'kyj, si è parlato soprattutto di come mettere fine al conflitto e delle garanzie di sicurezza per gli ucraini, ma si è discusso anche di un nuovo scambio di prigionieri tra Mosca e Kiev. Il giorno prima il presidente ucraino aveva dichiarato che i servizi segreti sono al corrente di un piano russo per lanciare una massiccia offensiva nei prossimi giorni, e aveva anche aggiunto di avere informazioni certe sul fatto che l'intelligence di Mosca sta collaborando con l'Iran, riferisce Ukrainska Pravda. Tra il 23 e il 24 marzo l’esercito di Kiev ha colpito un terminale petrolifero russo sul mar Baltico, una raffineria nella regione della Baschiria e un lanciarazzi per missili ipersonici in Crimea.
da Pressenza del 26/03/2026
In tempo di guerra dov’è l’amore?
E’ al centro della poesia persiana
di Anne Farrell
L’Occidente è in guerra con la paura. Oggi il mio cuore soffre per l’Occidente. Nonostante lottiamo contro la paura in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Palestina e ora in Iran, questa continua ad aumentare e chiude il nostro cuore alla bellezza di altre culture.
Oggi le famiglie di Teheran, Beirut e Tel Aviv sono messe sulla strada sotto una pioggia di bombe. Giorno dopo giorno, scuole e ospedali vengono bombardati e tutti vivono nella paura. Non sanno se domani saranno in grado di procurarsi vestiti caldi e asciutti, acqua e cibo per i loro figli. Non sanno se saranno in grado di mandare i loro figli a scuola.
Come si sfida la paura? Nonostante la paura e l’odio presenti tra noi, l’amore, la fratellanza e la gioia sono ancora vivi in molte culture.
La cultura iraniana possiede una conoscenza dell’amore, della gioia e della fratellanza. Invece di inasprire le leggi e punire gli oppositori del regime, i leader iraniani dovrebbero trarre ispirazione dai grandi poeti persiani anziché combattere la paura che “noi” occidentali abbiamo di loro. Inoltre, “noi” occidentali dovremmo saperne di più su questa straordinaria cultura millenaria.
La cultura iraniana è eccezionale. Nel corso della sua storia, l’Iran ha visto molti grandi poeti che hanno influenzato la società, la spiritualità e la filosofia.
Ho avuto l’opportunità di trascorrere un po’ di tempo con amici iraniani quando ero una studentessa universitaria. In diverse occasioni ho partecipato a serate di lettura di poesie iraniane. Ho un ricordo abbastanza chiaro di questi momenti perché sono rimasta totalmente stupita dalla bellezza di diversi brani di scrittura.
La poesia persiana gioca infatti un ruolo fondamentale nella cultura iraniana perché è una parte viva della vita quotidiana. Gli iraniani citano spontaneamente i grandi poeti nelle conversazioni e usano la poesia per esprimere le loro emozioni più profonde.
L’estetica persiana, strettamente legata alla poesia, è caratterizzata da un’armonia tra forma e contenuto, da una profonda connessione tra linguaggio ed espressione, da una ricerca della bellezza e della saggezza.
I temi universali della poesia persiana
La poesia persiana si distingue per la profondità dei suoi temi, che fondono amore, spiritualità, filosofia e umanesimo.
Amore
Che sia terreno o divino, l’amore è al centro di quasi tutta la poesia persiana. L’amato, spesso idealizzato, rappresenta a volte un essere umano, a volte una metafora del divino. I ghazal di Hafez incarnano questa affascinante ambiguità, dove la passione carnale si fonde con l’estasi mistica.
Spiritualità e Sufismo
Molti poeti persiani sono stati influenzati dal sufismo, una corrente mistica all’interno dell’Islam che sostiene l’unione dell’anima con Dio. Rumi, Attar e Sanai scrissero versi di eccezionale intensità spirituale, celebrando l’amore universale e la dissoluzione dell’ego.
La natura fugace della vita
La poesia persiana sottolinea l’impermanenza del mondo, la fragilità dell’esistenza e l’importanza di assaporare il momento presente. Nelle sue quartine, Omar Khayyam medita sul passare del tempo, sulla vanità dell’ambizione umana e sulla saggezza di cogliere l’attimo.
Natura e vino
I poeti persiani descrivono spesso giardini, fiori, fiumi e vino come simboli di bellezza, piacere e libertà. Queste immagini servono anche come metafore filosofiche o spirituali.