mercoledì 8 aprile 2026

da Riforma del 16/03/2026

A proposito del Salmo 144

di Celi


Stati Uniti, la teologia della crociata e i suoi pericoli, dopo le parole del Segretario alla Difesa (oggi alla guerra).

L’antefatto

Il 10 marzo 2026, il Segretario alla Difesa (oggi alla guerra) degli Stati Uniti Pete Hegseth ha concluso il suo briefing sull’aggressione militare all’Iran citando il Salmo 144: «Benedetto il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra, le mie dita alla battaglia».

Lo ha fatto dopo aver annunciato «il giorno più intenso di attacchi» contro l’Iran.

Al rientro dalla base di Dover, dove aveva accolto la salma di un altro soldato americano caduto nel conflitto.

Non è la prima volta: già a gennaio, durante un servizio religioso al Pentagono, Hegseth aveva condiviso lo stesso salmo, rivelando di averlo pregato durante la pianificazione dell’operazione militare in Venezuela.

Quel passo biblico, nella lettura di Hegseth, assume il significato di una benedizione divina sulla potenza militare americana.

Così la guerra diventa missione sacra, il conflitto armato si trasfigura in liturgia. 

Tuttavia come Chiesa possiamo affermare che questa lettura regge davanti a una seria esegesi biblica?

La risposta, dal punto di vista della teologia luterana e di una lettura rigorosa delle Scritture, è no.

Il Salmo 144: cosa dice davvero il testo

Il Salmo 144 è un salmo regale, attribuito a Davide, di natura composita.

Gli esegeti lo collocano nel periodo post-esilico: non è dunque il canto di un conquistatore trionfante, ma la preghiera di un popolo che ha conosciuto la sconfitta.

Non solo: anche l’esilio, la fragilità radicale della condizione umana.

Davide per primo aveva conosciuto la fuga dalla caccia che Saul compiva contro di lui. 

E infatti, subito dopo i versetti iniziali sulla guerra, il salmo cambia tono in modo decisivo.

Al versetto 3 il salmista chiede: «Signore, che cos’è un uomo perché te ne curi? Un figlio d’uomo perché te ne dia pensiero?». E al versetto 4: «L’uomo è come un soffio, i suoi giorni come ombra che passa».

Questo non è il linguaggio della potenza imperiale. È il linguaggio dell’umiltà radicale davanti a Dio, della consapevolezza che ogni pretesa umana di forza è vanità.

La seconda parte del salmo — quella che Hegseth non ha letto — si apre con il «canto nuovo» (v. 9).

Fino alla visione di un popolo benedetto non dalla guerra, ma dalla prosperità, dalla pace, dalla fecondità: «I nostri figli siano come piante cresciute nella loro giovinezza; le nostre figlie come colonne scolpite per ornare un palazzo» (v. 12).

Il salmo termina con un quadro di shalom — pace integrale — dove i granai sono pieni, le greggi si moltiplicano e «non c’è breccia né fuga, né grido nelle nostre piazze» (v. 14).

Il Dio che il salmista benedice non è il Dio della crociata: è il Dio che conduce il suo popolo attraverso la guerra verso la pace.

La teologia della crociata e i suoi pericoli

Ciò che l’interesse politico propone non è quindi teologia biblica.

È nazionalismo cristiano: l’identificazione cioè di una nazione con il popolo eletto di Dio, che quindi interpreta la sua politica estera con il piano divino, la sua forza militare come l’estensione in terra del braccio dell’Onnipotente. 

Questa operazione ha una lunga e tragica storia — dalle crociate medievali alla conversione forzata dei popoli latinoamericani, ad esempio — e produce sempre lo stesso risultato: la sacralizzazione della violenza e la demonizzazione del nemico.

Quando un politico usa la Bibbia per parlare ad un briefing militare e per annunciare l’intensificazione dei bombardamenti, non sta praticando la fede cristiana.

Sta semmai usando Dio come strumento di propaganda bellica trasformando la grazia nel breviario del cappellano di un impero.

La retorica cui si assiste non ha perciò nulla di teologico ma sembra funzionale a trasfigurare la guerra politica in guerra religiosa. 

È perciò terribile che la politica, tra le molte parole di Gesù sugli afflitti, gli ultimi o, per rimanere ai Salmi, sul “Signore è il mio pastore”, decida di scegliere versi sulla guerra e ignorando il significato del testo nel suo insieme.

Terribile ma non nuovo. Infatti poco prima di assumere la guida del Dipartimento della Guerra, Pete Hegseth, insieme a David Goodwin, ha scritto un libro intitolato ” Battle for the American Mind” . 

Un testo interamente dedicato alla definizione di un programma di politica educativa in cui si sostiene la necessità di prendere di mira il sistema scolastico pubblico a vantaggio delle scuole private cristiane che garantirebbero una certa “ortodossia” religiosa.

La parola profetica contro l’uso bellico della Scrittura

La Riforma protestante ha posto la Scrittura al centro della vita di fede.

A partire da un principio fondamentale: la Bibbia si interpreta con la Bibbia, e il suo centro ermeneutico è Cristo.

Perciò prendere un testo fuori dal contesto in cui è inserito per farne infine un pretesto è quanto di più lontano possa esistere dalla Riforma e da ciò che può vagamente sembrare evangelico.

Usarlo quindi per benedire un’operazione militare non è fedeltà alla Scrittura: è la sua negazione.

I profeti di Israele conoscevano bene questa tentazione.

Geremia denunciava chi diceva «Pace, pace!» quando non c’era pace (Geremia 6,14). Isaia annunciava un tempo in cui «le spade saranno trasformate in aratri» (Isaia 2,4).

Michea immaginava un mondo dove «ognuno siederà sotto la propria vite e sotto il proprio fico, e nessuno li spaventerà» (Michea 4,4) — una visione straordinariamente simile alla seconda parte del Salmo 144, quella parte è stata ignorata da Hegseth.

La vocazione profetica della fede cristiana consiste proprio nel rifiutare la strumentalizzazione di Dio a fini di potere.

Se la Bibbia diventa una maschera

Quando la religione diventa il linguaggio della guerra, tradisce la sua stessa ragion d’essere.

Quando la Bibbia viene letta dal podio di un Parlamento o di uno scranno di governo per annunciare bombardamenti, non è la Parola di Dio che parla: è il potere che la usa come maschera.

Il Dio della Bibbia non è il Dio di una nazione contro un’altra. È il Dio che nella grazia ha superato la logica della violenza, che nel Cristo crocifisso ha scelto la debolezza anziché la forza, che nel «canto nuovo» del Salmo 144 chiama il suo popolo non alla guerra perpetua, ma alla pace che fiorisce quando la giustizia è di casa.

È questo il canto che andrebbe intonato. Ed è per questo che le Chiese oggi non possono tacere davanti all’uso del nome di Dio contro altri popoli, all’uso del Vangelo come grido di battaglia e non già, come dovrebbe essere, come parola di riconciliazione.


da Riforma del 20/02/2026

Parola d’ordine: pensare al futuro

di Gian Mario Gillio


L’intervista a Massimo Cirri, conduttore di Caterpillar di Radio2 e ideatore dell’iniziativa “Mi illumino di meno”.

“Mi illumino di meno 2026, mi illumino di scienza”. Ne parliamo con Massimo Cirri, conduttore di Caterpillar di Radio2 e ideatore dell’iniziativa.

 

Quest’anno è la 22a edizione: perché puntare sulla scienza?

«Perché è uno dei mezzi che noi esseri umani abbiamo a disposizione, uno dei tanti, forse uno dei più fondati che possediamo per capire il mondo, per interagire con il mondo, e credo che sia l’ultimo metodo rimasto a disposizione per provare a salvarlo. Il capitalismo, perdonatemi la sintesi brutale, lo ha messo a rischio, e la visione scientifica è la migliore oggi a disposizione dell’umanità. Da ventidue anni facciamo questa piccola cosa, banale, chiamare le persone a un gesto di sensibilità».

Com’è nata l’iniziativa?

«Promossa da Caterpillar di Radio2, era una iniziativa all’epoca un po’ disallineata rispetto al palinsesto. E dunque, si decise di chiedere agli ascoltatori di provare a riflettere su che cosa fosse per loro l’energia, quale ruolo avesse nella nostra vita. Qualche mese prima, era il settembre del 2004, un blackout aveva lasciato al buio mezza Italia, a causa di un albero e di una linea ad alta tensione che si erano sfiorati in Svizzera. Quella notte l’Italia stava importando energia elettrica dalle centrali francesi, quelle nucleari. Come redazione avevamo pensato: perché non proviamo a chiedere alle donne e agli uomini di buona volontà di fare un gesto simbolico… Ossia quello di spegnere la luce e risparmiare energia in alcuni momenti della giornata».

Quindi è partita la Campagna radiofonica…

«Abbiamo cominciato a esortare le persone a spegnere le luci e a riflettere sull’uso razionale dell’energia. Poi, abbiamo pensato che avremmo potuto proporre un’iniziativa nazionale: ora milioni di italiani sono più attenti e tornando a casa si comportano in modo diverso, più parsimonioso. Tante famiglie, poi nel tempo, hanno deciso di installare i pannelli solari fotovoltaici nelle loro abitazioni, una buona pratica».

E la politica?

«Quest’anno proviamo a mettere in comunicazione la politica e la scienza. La lentezza dei decisori su questo tema è evidente a tutti, le paure, i timori, soprattutto gli interessi sono persistenti, e questi nodi messi insieme non hanno fatto progredire l’idea di uno sviluppo energetico responsabile. Per questo, martedì 16 concluderemo la Campagna andando in onda dalla Camera dei Deputati, dove abbiamo invitato un po’ di scienziati, come il Nobel Parisi, esperti del Cnr e dell’Enea, politici, per capire se sia possibile rimettere in dialogo questa comunicazione. Ossia, tra il dire degli scienziati e ciò che, invece, dovrebbero fare i decisori politici».

Le guerre sono state messe al centro dell’iniziativa.

«Sì, le guerre sono sempre questioni di energia, le grandi potenze arretrano sugli investimenti per la transizione ecologica. La crisi energetica spaventa. L’abbiamo ormai capito. Siamo al centro di una campagna che promuove la guerra, e guarda un po’, di nuovo per il petrolio. Gli esseri umani si trovano così in mezzo a tante guerre non dichiarate, a “simil-guerre”, a colpi di Stato, strumentali per tornare ad avere il dominio sulle fonti fossili, quelle che stanno uccidendo il nostro futuro».

La Campagna ha preso avvio il 16 gennaio con una puntata speciale di Caterpillar dal Cern di Ginevra…

«Il Cern è un luogo dove gli scienziati giunti da tutti i paesi del mondo fanno cose innervate di futuro; che costano, certo, ma che sono un investimento. Ci sembrava fosse un posto simbolicamente rappresentativo».

Nel lungo vostro peregrinare nel tempo e nello spazio nell’Fm e nel digitale, le adesioni alla Campagna sono state innumerevoli. Anche la Federazione delle chiese evangeliche in Italia vi aderisce da anni…

«Queste adesioni sono l’attestato e la testimonianza che un mondo diverso c’è ed è possibile, per usare una frase abusata, ma vera. Abbiamo raccontato l’adesione della Federazione delle chiese evangeliche giovedì scorso, e al contempo l’adesione di una grande e nota catena di vendita. Due mondi diversi ma con lo stesso obiettivo. Abbiamo illuminato l’adesione di un circolo di judo in Romagna, che nel periodo della campagna fa le sue lezioni a luci spente e in solidarietà con il compagno di corso ipovedente. Per cui è molto bello questo variegato mondo, pieno di tante iniziative diverse, fatto di tante scuole, di associazioni, di Comuni che organizzano e spengono per due ore le luci nelle loro piazze, nelle loro vie, nei loro stabili; questo mosaico di adesioni ci dice quanto le persone, le aziende, le associazioni sentano il bisogno di essere presenti e di sentirsi parte di una grande comunità».

Il 16 febbraio è la Giornata nazionale del risparmio energetico, degli stili di vita sostenibili. I valdesi la sera stessa accendono i fuochi per ricordare i diritti civili concessi da Carlo Alberto con le Lettere Patenti nel 1848. Ma in concomitanza con il vostro evento e quello dei valdesi, ci sono le Olimpiadi invernali…

«È una questione. Immagino che si sia discusso molto sul tipo di investimento; se si potesse o meno fare qualcosa di più sostenibile, se si potessero usare diversamente i fondi stanziati. La questione dirimente è un’altra: tra ventidue anni – per usare il tempo di vita della nostra Campagna – ci saranno ancora degli sport invernali? Ci sarà ancora un inverno? Ventidue anni sono un respiro dell’umanità. Quindi, Olimpiadi e polemiche a parte, sarebbe bene pensare al futuro. Oggi la parola d’ordine è e dev’essere solo una: responsabilità. Essere responsabili può anche essere molto piacevole, molto divertente e se poi lo si fa insieme, la responsabilità diventa un cambiamento, un salto di paradigma. Dunque, una bellezza».


da Il Fatto Quotidiano del 30/03/2026

Meloni e gli altri “sdegnati”: finora tutti zitti sul genocidio

di Tomaso Montanari

Il governo di Israele che impedisce di celebrare la messa della domenica della Passione del Signore al Santo sepolcro, e ferma per strada il patriarca latino di Gerusalemme e il custode di Terrasanta, compie l’ennesimo atto di arbitraria violenza. Ma si rimane senza fiato a leggere le parole di Giorgia Meloni, che si scaglia come mai aveva fatto finora contro il governo di Netanyahu, accusandolo di “un’offesa non solo per i credenti, ma per ogni comunità che riconosca la libertà religiosa”. E mentre Tajani convoca l’ambasciatore di Israele alla Farnesina, ed esprime lo “sdegno” (poi cambiato in “protesta”…) del governo italiano, l’altro vicepremier Salvini giudica “inaccettabile e offensivo” l’operato del governo di Tel Aviv.

Ora, chi prova a seguire le parole di vita del Vangelo sa bene che Dio “non abita in templi costruiti da mani d’uomo” (Atti, 17, 24), e che ogni persona umana è “il tempio del Dio vivente” (2 Corinzi, 6, 16). Ebbene, quanti templi di Dio il governo di Israele ha deliberatamente distrutto, macellato, smembrato a Gaza, e in Cisgiordania e ora in Libano, Iran, e in tutta la regione? Da pochi giorni è uscito (presso le Edizioni della Meridiana) il documento su Gaza del movimento cristiano interconfessionale palestinese Kairos, dal titolo Un momento di verità. La fede in tempo di Genocidio. Nella lingua del Vangelo – quella del sì, sì, no, no – i cristiani di Terrasanta si rivolgono a noi: “Coloro che negano il genocidio commesso contro il popolo palestinese a Gaza – nonostante le prove schiaccianti, le testimonianze e persino le dichiarazioni degli stessi sionisti – negano l’umanità stessa del popolo palestinese. Abbiamo quindi il diritto di chiedere: come si può parlare di fratellanza o comunione cristiana mentre si nega, si sostiene, si giustifica o si tace di fronte al genocidio, specialmente quando tali atti sono commessi in nome di Dio e delle Scritture?” Sono parole che pesano come pietre sulla condotta dei politici che si proclamano cristiani quando si tratta di usare il presepe come simbolo identitario, e si avvolgono nei rosari per accendere il fuoco dell’odio contro i migranti. Se lo ‘sdegno’ contro Israele è la reazione ad un odioso divieto a pratiche di culto, cosa avrebbero dovuto dire quegli stessi governanti contro il genocidio? Ma di quel genocidio sono stati, e sono, complici: e le mani sporche di sangue non si lavano difendendo le pietre delle chiese. I cristiani di Palestina chiedono, con un filo di voce, “ai governi del mondo di esercitare pressioni affinché i criminali di guerra, chiunque essi siano, siano perseguiti dalla Corte Internazionale di Giustizia e dalla Corte Penale Internazionale; e di adoperarsi per il ritorno immediato degli sfollati attraverso la ricostruzione di Gaza e il rafforzamento della tenacia del suo popolo”. Come tutta risposta, Giorgia Meloni consente a Netanyahu di sorvolare impunemente l’Italia per tutta la sua lunghezza ogni volta che vuole, e appoggia il coloniale Board of Peace. E questa – perpetrata da chi si dice ‘cristiana’ – è un’offesa incomparabilmente maggiore di quella oggi platealmente rimproverata a Israele. E così, in questa Settimana Santa affondata nel sangue, sentiamo ancora una volta risuonare queste parole: “Anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità”. Le ha dette, ai farisei del suo tempo, Colui nella cui memoria si dovrebbero celebrare le liturgie della Passione. Ascoltarlo, invece di usarlo, sarebbe cosa buona e giusta.


da Domani del 29/03/2026

La Cina è l’unica che sta vincendo in questa guerra

di Guido Rampoldi

La battaglia per lo stretto di Hormuz sarà decisiva. Intanto occorre ricordare che nella storia non c’è un solo esempio di popolazione che si sia ribellata al suo tiranno su richiesta di chi la bombarda. Dal conflitto rischiano di uscire indeboliti Usa, Israele e paesi del Golfo, mentre potrebbe uscire rafforzata la Cina. Quello che è chiaro è che sta perdendo la popolazione iraniana.

A quasi un mese dall’inizio, chi sta vincendo la guerra dell’Iran? Il Wall Street Journal e certi suoi epigoni italiani segnalano agli scettici che le aviazioni americane ed israeliane ormai sono padrone dei cieli. Ma si omette che dieci o ventimila metri più in basso l’Iran si è preso lo stretto di Hormuz e lo sta trasformando nell’arma di un micidiale contrattacco. 

La battaglia decisiva 

E’ la battaglia di Hormuz e deciderà il conflitto. Al momento procede come una partita di scacchi. L’ultima mossa: dopo aver accampato la propria sovranità sullo stretto, Teheran sta negoziando con alcuni stati (otto finora, secondo la stampa specializzata) le condizioni per traversare lo stretto di Hormuz: procedure, rotta autorizzata, pedaggio (fino a due milioni di dollari a petroliera) e soprattutto la valuta nella quale il carico deve essere stato commercializzato. Il regime iraniano propone il renminbi. Sia pure al momento remota, la semplice possibilità che questa diventi la regola di Hormuz suggerisce quali sconquassi degli equilibri globali potrebbe produrre la guerra. Per lo stretto transita un quinto delle forniture mondiali di petrolio, se fossero commerciate in renminbi tramonterebbe il dominio del dollaro nelle transazioni internazionali di energia, un elemento fondamentale dell'influenza geopolitica statunitense.

Alla guerra asimmetrica iraniana Donald Trump risponde con minacce di spaventose punizioni e ultimatum rinviati allo scadere. Il presidente sta bluffando, com’è ovvio dalle sue esitazioni. Potrebbe ordinare ai marines di conquistare alcune isolette del Golfo Persico oggi controllate da Teheran ma dovrebbe mettere nel conto morti e feriti tra i suoi soldati, nuovi picchi nel prezzo del petrolio, un dispendio di tecnologia militare a ritmi alla lunga insostenibili. Le acque di Hormuz resterebbero sotto il tiro degli iraniani, cui basterebbe colpire una petroliera a settimana nella strettoia obbligata dai fondali (è larga 4 km) per “sconsigliare” agli armatori di rischiare navi e carico tuttora intrappolati nel golfo Persico. E adesso l’ingresso in campo degli alleati Houthi mette Teheran nelle condizioni di tenere nel mirino un altro stretto decisivo, Bab-el-Mandeb, e con quello l’accesso al canale di Suez.

Tanti sconfitti

La guerra acquisterebbe senso se producesse quanto Benjamin Netanyahu prometteva, una sollevazione in Iran. Ma nella storia non c'è un solo esempio di popolazione che si sia ribellata al suo tiranno su richiesta di chi la bombarda. E il regime, ancorché odiato, è meno debole di quanto fosse due mesi fa. Il conflitto gli ha permesso di agganciare il nazionalismo persiano, spaventato dai bombardamenti e dalla possibilità che il paese sia ridotto a una maceria fumante o magari imploda in una mischia etnica, l’esito che probabilmente Netanyahu preferirebbe: difficile immaginare che lo entusiasmi la prospettiva di una democrazia musulmana che produce petrolio, qualità sufficienti per soppiantare Israele nel ruolo di alleato necessario degli occidentali in Medio Oriente.

Anche le monarchie del Golfo non vorrebbero un Iran democratico, sarebbe di pessimo esempio per i loro sudditi. Ma ancor più quei regimi temono che la guerra si confermi inconcludente e li lasci alle prese con un Iran furente e vendicativo. Con il boom spettacolare dell'ultimo decennio alcune capitali del Golfo sono diventate piattaforme globali di inusitata estensione, poderose per centri finanziari, corridoi logistici, data center, network di fibre ottiche, hub di intelligenza artificiale, aeroporti, turismo di massa.

Il presupposto di tutto questo, l'assenza di rischi per investitori e visitatori, viene ora sconvolto da missili e droni iraniani. I regimi del Golfo provano a nascondere nel loro stile gli attacchi subiti: censurano i social che propalano immagini di distruzioni e arrestano i propalatori. Ma se la guerra si protraesse diventerebbe evidente che quei paesi non sono sicuri e che Washington non riesce a proteggerli, anzi li ha messi in pericolo malgrado i miliardi di dollari che le case reali hanno riversato nelle finanziarie della famiglia Trump. Nelle corti, nelle popolazioni, crescerebbe il risentimento.

Dunque alla domanda iniziale, chi sta vincendo, potremmo rispondere: forse la Cina se giocherà bene le sue carte. Più facile prevedere chi uscirà sconfitto: la popolazione iraniana, i paesi del Golfo e l'America di Trump. Quanto all'Europa, già è qualcosa che abbia ribadito a  Washington: "Questa non è la nostra guerra”. Ma questa sommessa dichiarazione di princìpi non è abbastanza per dimostrare al mondo una totale alterità rispetto al Joker che ci accusa di codardia, Trump.


 Don Franco Barbero racconta

Storie, storiacce, storielle

7. La nascita della comunità cristiana di base di Pinerolo (1975)

Don Giorgio e don Mario mi dicevano: “Franco con te non si può più andare avanti perché tu ormai ti occupi solo di omosessuali e lesbiche e non è vero che non lo dici pubblicamente, perché ogni tanto te lo lasci scappare nei momenti liturgici… facciamo fatica a condividere con te questo cammino”.

La scelta di lasciare la parrocchia era ormai matura.

Nell’agosto del 1975 con due coppie di amici ho fondato la comunità di base: Carla Galetto e Beppe Pavan (che sposai in quel periodo) e Franca Gonella e Sergio Barbieri (che avevo sposato quando ero ancora in parrocchia).

Sono potuto uscire dalla parrocchia perché una cara amica, Emma Schierano, mi ha dato le chiavi di un suo appartamento vuoto, in corso Torino, 288 a Pinerolo.

Ho dormito per tre notti sotto il tavolo della sala, su dei cartoni, senza un materasso. Alcuni amici, tra cui Giorgio Violato, mi ha fatto avere un letto e un fornellino per farmi da mangiare. Spesso durante il giorno ricevevo da loro cibo già preparato.

Questo appartamento oltre ad essere la mia abitazione personale, diventerà presto la sede per le attività della Comunità cristiana di base di Pinerolo (incontri vari, tra cui, un gruppo biblico infrasettimanale ed un’eucarestia domenicale) e luogo di accoglienza per stranieri e persone tossicodipendenti.

Oltreché allo studio dedicavo molto tempo all'ascolto individuale di persone in difficoltà o emarginate, soprattutto sofferenti mentali, tossicodipendenti e omosessuali.

In questi anni, subito dopo Pinerolo, sono nate nella nostra zona diverse comunità cristiane di base, tra cui quella sorella di Piossasco che ha da subito svolto diverse attività in comune con la nostra comunità.


martedì 7 aprile 2026

Gruppo biblico del martedì, oggi 7 aprile


Cari amici e amiche del gruppo biblico del martedì,

Stasera ci incontreremo alle ore 18:00 per completare la lettura del capitolo 10 del Vangelo di Marco.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.

Questo è il LINK per il collegamento:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A più tardi.

Sergio

da Il Fatto Quotidiano del 31/03/2026

Bomba a Ranucci, due sospettati arrivati in auto dalla Campania: “Pista dei Casalesi”

di Vincenzo Bisbiglia

Ci sono almeno due sospettati per l’attentato intimidatorio nei confronti del conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, avvenuto la sera del 15 ottobre 2025. Si tratta delle persone a bordo di un’utilitaria di colore nero che, a ridosso dell’orario in cui è esploso l’ordigno sotto l’auto del giornalista parcheggiata davanti alla sua abitazione di Pomezia, è arrivata sul litorale laziale dalla Campania e poi è ripartita per fare ritorno alla base. Di qui, l’ipotesi dei carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma che fosse la stessa auto che portava il commando di attentatori. Almeno due persone dunque, anche se dalle immagini fin qui raccolte non è chiaro se vi fossero altri individui sui sedili posteriori. Gli investigatori hanno anche dei sospettati, ci sono dei nomi al vaglio, ma le indagini coordinate dal procuratore capo Francesco Lo Voi sono ancora in corso e gli elementi non circostanziati.

La bomba da un chilo di polvere pirica pressata – una sorta di gigantesco petardo – esplosa intorno alle 22.15 del 15 ottobre aveva devastato la vettura di Ranucci, parcheggiata proprio davanti al cancello dove vive anche la famiglia, danneggiando sia l’ingresso sia l’auto della figlia del conduttore.

Come anticipato il 21 novembre dal Fatto, la pista investigativa principale riguarda appunto la camorra e in particolare il clan dei Casalesi. E l’itinerario seguito dall’auto su cui probabilmente viaggiavano gli attentatori rafforzerebbe questa ipotesi, aperta sempre a novembre quando nella redazione di Report era arrivata una dettagliata lettera anonima che raccontava i possibili collegamenti con la mafia campana.

Ma cosa vogliono i Casalesi da Ranucci? L’ipotesi degli investigatori è che tra le varie inchieste giornalistiche di Report, ce ne sia stata una che ha smosso alcuni “ambienti criminali” coerenti con un presunto traffico internazionale di armi svelato a settembre scorso dall’inviato Daniele Autieri. Si fa riferimento a vicende legate alla società Cantieri Navale Vittoria, storica azienda italiana, con sede in Veneto, che produce anche motovedette da guerra. Quando il cronista di Report si è presentato nella sede di Cnv ad Adria (Rovigo) per intervistare l’attuale presidente Roberto Cavazzana, alcuni dipendenti hanno rinvenuto nel cantiere due casse di legno con dentro due mitragliatrici non registrate. Spiegava Autieri nella puntata che fu la società Arkipiù di Caserta, a finanziare parte degli 8,2 milioni necessari a Cavazzana per acquistare Cnv dalla famiglia Duò, dopo uno stato di crisi che aveva spinto Palazzo Chigi ad avviare il Golden Power. Tra gli ex soci di Arkipiù figura anche una persona in affari in un’altra società con Luigi Russo, condannato per concorso esterno con il clan dei Casalesi capeggiato dal boss Giuseppe Setola. Le indagini sono ancora in corso. Come parte offesa non c’è solo Ranucci, ma anche nove giornalisti di Report – tra cui Autieri – rappresentati dall’avvocato Roberto De Vita.


da Il Manifesto del 31/03/2026

La Spagna dice No: chiuso lo spazio aereo agli Usa


Non solo No all’uso delle basi militari. La Spagna ha anche chiuso il suo spazio aereo a tutti gli aerei militari che operano nella «guerra illegale» contro l’Iran. La notizia ieri è rimbalzata sui giornali di tutto il mondo, dopo che la ministra della difesa spagnola, Margarida Robles, ha confermato: «Fin dall’inizio della guerra è stato chiarito all’esercito e alle forze statunitensi che non autorizziamo l’uso delle basi, né, ovviamente, l’uso dello spazio aereo spagnolo per azioni legate alla guerra in Iran», è la dichiarazioni arrivata subito dopo che il quotidiano El País aveva sparato in prima pagina la notizia. Robles ha parlato di una guerra «profondamente illegale e profondamente ingiusta».

Secondo il principale organo di stampa spagnolo, Madrid «non solo vieta l’utilizzo delle basi aeree di Rota (Cadice) e Morón de la Frontera (Siviglia) da parte di caccia o aerei cisterna impegnati nell’attacco, ma nega anche il proprio spazio aereo agli aerei statunitensi di stanza in paesi terzi, come il Regno Unito o la Francia, secondo fonti militari».

IL QUOTIDIANO SOTTOLINEA che ci sarebbero eccezioni a questo divieto: una è in caso di emergenza, che consentirebbe il sorvolo o l’atterraggio in Spagna di un’aeronave. Il secondo tipo di eccezione è per tutte quelle operazioni che rientrano nell’accordo bilaterale con gli Stati uniti: l’appoggio logistico agli 80mila soldati di stanza in Europa che, in linea di massima, non dovrebbero avere a che fare con la guerra in Iran.

Secondo la dettagliata ricostruzione del giornale, nelle settimane precedenti all’inizio del conflitto, Washington e Madrid negoziarono la possibilità di dispiegare sul suolo spagnolo aerei cisterna e portabombe con l’obiettivo di fare pressioni su Teheran, però nel quadro dei negoziati in quel momento in corso. Quando è diventato chiaro che l’operazione statunitense non era sotto l’egida di nessun organismo internazionale (Onu, Nato o Ue), il piano è stato ritirato.

STORICAMENTE UNA SOLA volta, durante la prima guerra del Golfo nel 1991, il governo di Felipe González aveva autorizzato l’uso della base di Morón de la Frontera come piattaforma per attaccare direttamente un paese terzo. Come conseguenza della mancanza di copertura legale per l’azione militare, la quindicina di aerei cisterna già sul suolo spagnolo, necessari per estendere l’azione dei voli militari, vennero fatti decollare per dirigersi a basi in Germania e in Francia.

Le conseguenze dirette di questa decisione spagnola sono due. La prima è che, dovendo aggirare la penisola iberica, gli aerei militari provenienti dall’Inghilterra sono costretti a consumare più combustibile. E la seconda è che la quantità di bombe per aeronave è inferiore: lo spazio per il combustibile è inversamente proporzionale a quello delle bombe che si possono caricare.

UNA FONTE DELL’AERONAUTICA militare anonima ha spiegato al giornale El Periódico che «gli Usa mantengono il diritto di sorvolare le acque internazionali. Lo Stretto di Gibilterra è considerato un passaggio internazionale: è un’area sotto il controllo aereo spagnolo, ma non interamente sotto la sovranità spagnola»; detto in altre parole, gli aerei che aggirano la penisola passano da lì. Secondo questa stessa fonte, gli aerei di riconoscimento a più di 65mila piedi «attraversano uno spazio aereo incontrollabile dal punto di vista pratico»: sono aerei che servono a identificare obiettivi militari per i bombardamenti Israelo-statunitensi. E non possono essere bloccati.

IN RISPOSTA alle affermazioni del quotidiano di destra El Mundo secondo cui almeno 70 voli militari statunitensi avrebbero utilizzato le basi dall’inizio del conflitto, Robles ha dichiarato che i voli in questione erano aerei da trasporto militari e che non si trattava di caccia o aerei per il rifornimento in volo.

Il Partito popolare per bocca della portavoce al Senato Alicia García ha definito la posizione del governo spagnolo come «improvvisata»: «Lo debilita a livello internazionale». Pablo Fernández, deputato di Podemos, insiste che la Spagna deve uscire dalla Nato: «Bisogna cacciare i soldati nordamericani dalle basi spagnole».

La risposta sprezzante della Casa Bianca non si è fatta attendere: afferma di non aver bisogno dell’aiuto spagnolo né di quello di nessun altro paese per l’operazione militare in Iran.


da Il Fatto Quotidiano del 29/03/2026

L’Ucraina ha fondi per due mesi, intanto Mosca incassa miliardi e firma accordi con l’India

di Marco Palombi


Può apparire un paradosso, ma non lo è: potrebbe essere la guerra in Iran a decidere quella in Ucraina. Il 2026 era iniziato con la Russia che dopo quattro anni iniziava ad avvertire la stretta delle sanzioni per l’accelerazione di Donald Trump su quelle secondarie e le pressioni riuscite sull’India, insieme alla Cina il miglior cliente del petrolio russo, mentre Kiev si apprestava a ricevere il prestito Ue da 90 miliardi e trattava altri finanziamenti col Fmi e gli altri Paesi del G7. Tre mesi dopo, Mosca fa soldi a palate e stringe nuovi accordi con l’India, mentre l’Ucraina non ha visto un euro e si ritrova in cassa soldi per appena due mesi.

Partiamo da Kiev. Il prestito Ue è bloccato dall’Ungheria (e dalla Slovacchia) almeno fino al 12 aprile, quando Viktor Orbán si gioca un’elezione incertissima: il nuovo stop è stato motivato da una disputa con l’Ucraina sull’oleodotto Druzhba, attraverso cui Budapest acquistava petrolio russo, quanto mai necessario – e conveniente – con lo Stretto di Hormuz bloccato. Lo stallo comporta, ha scritto Bloomberg citando fonti dell’amministrazione Zelensky, che senza nuovi aiuti Kiev ha fondi sufficienti per combattere ad aprile e maggio: l’Ucraina ha bisogno di almeno 45 miliardi di euro per arrivare a fine anno e, detto dello stallo in Europa, ha problemi anche col Fondo monetario, perché il Parlamento ucraino non sta approvando le riforme fiscali che il Fmi pretende. Ciliegina sulla torta: anche gli altri donatori del G7 lesinano sui soldi con cui Kiev si aspetta di comprare 13 miliardi di dollari di armi Usa nel 2026 attraverso il programma Purl. Aiutano, ma non sono decisivi, gli accordi nel settore difesa che Zelensky sta firmando coi Paesi del Golfo, che ora necessitano dell’expertise ucraina nel sostenere attacchi coi droni.

L’altro lato della Luna è Vladimir Putin, cui l’attacco israelo-americano all’Iran ha regalato tutto quel che gli serviva. Sta vendendo i suoi idrocarburi a prezzi altissimi, anche grazie a un parziale allentamento delle sanzioni sul petrolio deciso dagli Usa, e i vecchi amici tornano a farsi sentire. Reuters ha svelato che il 19 marzo il viceministro dell’energia russo, Pavel Sorokin, e il ministro indiano del petrolio, Hardeep Singh Puri, hanno raggiunto “un accordo verbale” per riprendere la vendita di gas naturale liquefatto (Gnl) russo, sospesa dal 2022. Nuova Delhi e Mosca hanno anche stabilito un aumento delle importazioni di petrolio e derivati, che dovrebbero raddoppiare rispetto ai livelli di gennaio e arrivare oltre il 40% dell’import totale del gigante asiatico.

I prezzi, tanto del petrolio quanto del Gnl, saranno molto meno convenienti per gli indiani rispetto a prima: “Il mercato oggi è di chi vende”, ha spiegato una fonte, tanto più che in alcune aree del subcontinente scarseggiano i carburanti da trasporto e il gas per cucinare. Nel 2025 l’india aveva acquistato prodotti petroliferi dalla Russia per 44 miliardi, quest’anno saranno di più: il governo di Nuova Delhi, molto criticato in patria per la rinuncia al petrolio russo, ha già chiesto agli Stati Uniti una deroga alle sanzioni, ma potrebbe decidere di andare avanti anche se non la ottenesse.