martedì 3 febbraio 2026

SPUNTI PER MEDITARE E RIFLETTERE

Bellezza e splendore: la radice della resistenza

Franco Barbero, 24 dicembre 2024

"Poi il re d’Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Scifra e l’altra Pua: 'Quando assistete al parto delle donne ebree, osservate quando il neonato é ancora tra le due  sponde del sedile per il parto: se é un maschio, lo farete morire; se é una femmina, potra vivere'. Ma le levatrici temettero Dio: non fecero come aveva loro ordinato il re d'Egitto e lasciarono vivere i  bambini. Il re d'Egitto chiamò le levatrici e disse loro: Perché avete fatto questo e avete lasciato vivere i bambini?'. Le levatrici risposero al faraone: ‘Le donne ebree non sono come le egiziane:  sono piene di vitalità: prima che arrivi presso di loro la levatrice, hanno già partorito’. Dio beneficò le levatrici. Il popolo aumentò e divenne molto forte. E poiché le levatrici avevano temuto Dio, egli  diede loro una numerosa famiglia. Allora il faraone diede quest’ordine a tutto il suo popolo: 'Ogni figlio maschio che nascerà agli Ebrei, lo getterete nel Nilo, ma lascerete vivere ogni figlia’” (Fsodo, 1,15-22)...

Scifra e Pua: due nomi che profumano di poesia. Scifra vuol dire “Bellezza” e Pua significa "Splendore”.

In questi anni, dopo secoli di completa dimenticanza, queste due donne balzano all'attenzione di molti interpreti della Bibbia. A dire il vero sono altre donne che le hanno sottratte all’oblio e le hanno “riscoperte”.

Progetti di morte

Il faraone, il "re d'Egitto”, si arroga il diritto di decidere sulla vita e sulla morte di chi abita nei confini del suo impero. Tutti debbono obbedire e stare agli ordini.

Gli israeliti sono ora agli occhi del faraone una minaccia. Il quadro è rovesciato rispetto ai tempi di Giuseppe, come racconta l'ultima parte di Genesi. Chi oserà opporsi ad un ordine preciso e  perentorio, ad un ordine “sovrano”?

Solo due disarmatissime donne, due levatrici ebree sanno resistere, rispondere, interloquire con astuzia e lucidità. A loro non mancano né il coraggio, né l'intelligenza, né l'amore alla vita.

“È singolare che in una società non certo femminista siano proprio due donne a iniziare una forma di resistenza contro il progetto di morte del faraone. Anche altre volte nella Bibbia è una donna che in un momento cruciale e difficile interviene per salvare Israele” (S. Spreafico, Il libro dell’Esodo, Città Nuova). Basti pensare a Debora, Ester, Giuditta, Giaele e alle donne che in Esodo 2,1-10 salvano la vita di Mosè.

Oggi gran parte dell’interpretazione biblica comincia a mettere cuore e occhi per vedere nei testi biblici la presenza attiva delle donne e raccoglierne la testimonianza. Questo è noto.

Tre verbi in fila

Io vorrei soffermarmi su un altro elemento caratteristico del testo. Il versetto 17 è pregnante: “Le levatrici temettero Dio, non fecero come aveva loro ordinato il re d'Egitto e lasciarono vivere i  bambini”.

Prestiamo attenzione alle parole, anzi ai verbi. Che cos'é nella scrittura ebraica il timor di Dio?  Esso connota l'atteggiamento della creatura che è docile alla volontà di Dio, che si pone davanti a Dio nel giusto rapporto, che cerca di accogliere dentro la sua vita il volere di Dio, di obbedire a Lui come chi non ha altro Dio al suo cospetto. Timor di Dio é tutt’altra cosa dalla paura di Dio che certo  terrorismo teologico e pastorale ha diffuso.

Ebbene, donde nasce la forza per rifiutare l'ordine del faraone in queste due donne?

Nasce esattamente dal fatto che "temettero Dio”. Scifra e Pua non hanno in serbo da qualche parte, in uno zainetto interiore, delle risorse eroiche, delle sovrumane energie. Esse possono resistere, opporsi, dire di no, perché stanno nel giusto rapporto con Dio, si fidano di Dio, attingono da Lui.

Queste due donne mi testimoniano, come Pietro e Giovanni nel libro degli Atti degli Apostoli (4,19), che resistere è possibile, che nessun vecchio o nuovo faraone o idolo sono signori della nostra vita, se noi stiamo in un rapporto fiduciale con Dio.

 Franco Barbero (24 dicembre 2024)

Gruppo biblico del martedì, oggi 3 febbraio


Care amiche e amici del gruppo biblico del martedì,

Stasera il gruppo si incontrerà alle ore 18:00 per leggere e riflettere sul quinto capitolo del Vangelo di Marco.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.

Questo è il LINK per il collegamento:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A stasera.

Sergio

dall’agenda Giorni Nonviolenti 2025

La semplicità come ricerca dell’essenziale in Etty Hillesum

di Nadia Neri


Riuscire ad affermare - come ha fatto Etty Hillesum - mentre si subisce una persecuzione sempre più feroce, che sia necessario non proiettare sugli altri, sul nemico, ma guardarsi prima in noi stessi perché "il marciume che c'è negli altri c'è anche in noi stessi…", mi ha sempre molto toccata, soprattutto in un’epoca come la nostra nella quale l'esaltazione della proiezione è diventata costume costante della politica e della vita sociale in generale.

Nell’introduzione del mio libro Un'estrema compassione (Mondadori), dico che Etty Hillesum è portatrice di tre virtù: l'indignazione come alternativa all'odio, la semplicità nel senso dell'essenziale e la compassione. L'altro grande insegnamento che parte proprio dall'invito pressante ad un lavoro introspettivo è il richiamo forte al senso di responsabilità individuale che si fonda all’inizio su una base psicologica e poi su una base spirituale.

Questo è uno dei doni principali che ho ricevuto occupandomi di lei, perché quando Etty fonda anche la sua fede sulla responsabilità individuale e afferma che siamo noi esseri umani responsabili del male di fronte a Dio - e che quindi siamo noi che dobbiamo ‘aiutare Dio’, perché dove c'è il male si fa scomparire Dio e Dio poi ci chiederà conto del nostro operato - raggiunge un vertice spirituale forte, ricordando la situazione estrema nella quale vive. Possiamo vedere tanti richiami a pensatori o a mistici, io ho trovato delle incredibili consonanze con E. Lévinas de Le quattro lezioni talmudiche. La sua posizione è molto vicina, ad esempio, a quella di Hans Jonas ne Il concetto di Dio dopo Auschwitz, ma Jonas ha scritto dopo la guerra, non durante; Etty Hillesum elabora questi suoi atteggiamenti, ma muore a 27 anni e non può continuare a scrivere, come desiderava, non può continuare a maturare le sue posizioni.


da Il Manifesto del 22/01/2026

L’aria ci uccide, la strage che non allarma nessuno

I dati del progetto nazionale <<Cambiamo Aria>> promosso dall’ISDE, nonostante un calo di decessi notevole rispetto al 2005 (-43%), documentano che l’Italia è il paese che registra il numero più alto di decessi causati dall’inquinamento: 43.083.

Numeri che su scala mondiale (dati OMS) superano i 7 milioni di morti premature all’anno. Il progetto ha analizzato i dati di 57 stazioni di monitoraggio in 27 città italiane confrontandoli con i nuovi limiti fissati dalla Direttiva europea che entreranno in vigore nel 2030. 

L'anno scorso, per esempio, il superamento delle polveri sottili a Milano si è verificato per 206 giorni (con il limite fissato a 18) e per quanto riguarda l’NO2 in tutte le città italiane sfora i limiti giornalieri dell’Oms per almeno metà dei giorni in un anno. Gli Standard europei, spiega l’Isde sono il minimo indispensabile per tutelare la salute: <<Senza interventi strutturali sul traffico e il riscaldamento non sono alla nostra portata>>.

da Il Manifesto del 22/01/2026

Il campo dove Aida sogna 

di Gabriele Granato e Andrea Ponticelli

 

Nel cuore della Palestina occupata, a Betlemme, il verde sintetico di un campo da calcio, che a queste latitudini assume il significato di normalità e libertà, sfida il grigio di muri alti otto metri e la polvere delle strade percorse in decenni di occupazione. Strade contraddistinte da checkpoint, incursioni militari e mancanza di spazi pubblici.

È L’AIDA PITCH, il rettangolo di gioco del campo profughi di Aida, meno di un chilometro quadrato di territorio che ospita oltre 6mila rifugiati palestinesi. Uno dei campi profughi più popolati di tutta la Palestina. Uno dei campi profughi istituiti dalle Nazioni unite dopo la Nakba del 1948.

È qui che ogni settimana giocano a calcio circa 250 ragazzi e ragazze tra i sei e i ventidue anni ed è qui che, lo scorso novembre, lo Stato di Israele ha emesso un ordine di demolizione, nonostante Aida sorga nell’Area A, di competenza civile e militare dell’Autorità nazionale palestinese, secondo gli Accordi di Oslo. Sebbene il campo sia già stato anni fa costretto alla chiusura e alla ricollocazione dopo l’occupazione progressiva di terreni da parte delle forze di occupazione israeliane, Tel Aviv continua a imporre ordini amministrativi e militari, dimostrando quanto sia limitata la giurisdizione palestinese nello stato di apartheid e occupazione in cui vivono i palestinesi da oltre 75 anni.

Uno degli aspetti più inquietanti dell’ordine di demolizione è che sia stato chiesto esplicitamente alla comunità locale di occuparsi in prima persona della rimozione del campo: «La richiesta di demolirlo con le nostre mani è profondamente dolorosa e umiliante», dice al manifesto Mohammed Abu Srour, attivista dell’Aida Youth Center.

«È più di un campo da calcio – aggiunge – In un contesto dove tutto è cemento e restrizione, questo è uno dei pochissimi spazi pubblici aperti e sicuri. Per i nostri bambini, è il luogo in cui possono giocare e sognare, sfogare lo stress e sentirsi bambini normali, nonostante vivano sotto una pressione costante, le torrette tutto intorno, i muri di contenimento e la presenza militare».

LE ATTIVITÀ includono allenamenti, partite e tornei di calcio per ragazzi e ragazze, oltre a essere uno spazio per condividere momenti comunitari. Viene utilizzato, infatti, anche per le celebrazioni, i raduni e le attività sociali ed educative organizzate dall’Aida Youth Center. È utilizzato dagli abitanti di Aida, ma anche da squadre giovanili e femminili di altri luoghi della Palestina occupata. Il campo da calcio di Aida rappresenta quello che gli antichi greci avrebbero chiamato Agorà.

Il calcio nel campo di Aida è resistenza, unità e appartenenza, attraverso un linguaggio che i giovanissimi usano quando le parole mancano, perché «permette di sentirsi connessi con il mondo, di non essere un’isola di disperazione ma parte di un linguaggio universale».

È anche per questo che attorno al caso della minaccia di demolizione dell’Aida Pitch ha preso vita un’incredibile mobilitazione internazionale che ha oltrepassato gli stretti confini dello sport. La campagna «Save Aida Pitch, save our dreams», è stata rilanciata anche in Italia grazie al collettivo Calcio e Rivoluzione e alle decine di squadre di calcio popolare da tempo impegnate contro il genocidio: «Chiediamo alla comunità sportiva italiana di non restare a guardare – è l’appello di Abu Srour – Non si tratta solo di amare il calcio, ma di difendere il diritto al gioco senza discriminazioni. Gli sportivi dell’Italia e del mondo devono aiutarci a fermare la demolizione e a difendere il diritto dei bambini e delle bambine palestinesi di vivere e giocare con dignità».

APPELLO che ha spinto, questo lunedì, attivisti ed attiviste a manifestare fuori dalla sede della Figc per chiedere ai massimi vertici del calcio italiano di prendere posizione e spingere Fifa e Uefa a intervenire per scongiurare quello che sarebbe l’ennesimo tentativo delle forze di occupazione israeliane di colpire uno dei simboli attorno a cui il popolo palestinese continua a costruire la propria identità e il proprio concetto di nazione. Tanto più alla luce della strage di atleti e sportivi compiuta in oltre due anni di genocidio a Gaza.

In gioco non c’è solo un campo da calcio, ma il diritto di una comunità intera a esistere, organizzarsi e crescere senza che anche i più basilari diritti vengano sistematicamente calpestati.


da Il Fatto Quotidiano del 22/01/2026

Quanto vale il potere: The Donald in un anno ha guadagnato 1,4 mld (…secondo “Forbes" i miliardi sono tre)

di Roberto Festa 

Sono lontani i tempi in cui Donald Trump chiamava i giornalisti, alterava la voce, magnificava i suoi progetti immobiliari per guadagnarsi un po’ di pubblicità. Sono un ricordo i giorni in cui il presidente passava da un insuccesso all’altro. Le Trump Airlines, la vodka Trump, i Trump casinos, il Trump Magazine, la bistecca Trump, la Trump University, il Trump Game (una sorta di Monopoli), la società di mutui di Trump: tutte iniziative finite male, tra dichiarazioni di bancarotta e debitori inferociti.

Il passato è appunto passato. L’uomo che ha promesso “Make America Great Again” ha almeno per ora centrato un obiettivo. Ha reso il suo portafoglio più ricco e fornito.

Un’analisi del New York Times ha fissato in oltre 1 miliardo e 400 milioni la somma che il tycoon ha ammassato da quando è entrato alla Casa Bianca. La cifra è inferiore a quanto descritto da Forbes, secondo cui da gennaio a settembre 2025 il patrimonio netto di Trump è salito a 7,3 miliardi di dollari: erano 3,9 miliardi nel 2024. Considerata la segretezza che circonda i suoi affari, è del resto difficile stabilire una cifra esatta. È però certo che Trump ha usato senza troppe timidezze il suo ruolo. Non ha, come i presidenti del passato, investito i propri beni in blind trust. Ha continuato ha gestire direttamente i suoi affari. Ha raccolto milioni da singoli, governi, corporation. “L’unico mio limite è la mia coscienza”, ha detto di recente, per giustificare le avventure militari all’estero. La cosa vale anche per il conto in banca. Sono 22 i progetti immobiliari che la Trump Organization sta sviluppando in giro per il mondo. Si va da un hotel in Oman a una torre per uffici in India a campi da golf in Arabia Saudita. Il

presidente ha saputo mostrarsi generoso con i governi che l’ hanno fatto lavorare. I dazi sul Vietnam sono stati abbassati dopo che la Trump Organization ha chiuso un contratto da un miliardo e mezzo per un resort fuori Hanoi.

Le criptovalute non hanno mai suscitato i suoi entusiasmi. Nel giugno 2021, in un’intervista a Fox Business, Trump dichiarava che le criptovalute “paiono una truffa”. Dopo l’entusiastico sostegno delle società di criptovalute – 18 milioni in donazioni per il suo insediamento – sono partite una serie di iniziative piuttosto lucrative. A settembre, i token Memecoin di Trump valevano 709 milioni di dollari, i suoi World Liberty Financial 338 milioni di dollari. Decine di milioni sono venuti dalle cause contro i media – Abc News, Meta, Youtube, Paramount – e dal “Trump Media and Technology Group”, che possiede Truth Social e il cui valore si aggira sui 2 miliardi. Visto poi che la famiglia è sempre famiglia, Amazon ha pagato 28 milioni di dollari per acquisire i diritti del documentario Melania.

Jeff Bezos – proprietario di Amazon, che dipende dall’amministrazione per questioni di antitrust e accesso ai contratti del Pentagono – deve essere rimasto folgorato dall’avventurosa storia di cadute e trionfi della First Lady che peraltro, nel suo recente mémoir, osserva: “Non compatitemi. Posso affrontare qualsiasi cosa”.



da Domani del 27/01/2026

Il Sud frana e continuerà a venir giù.

E la colpa non è solo della natura.

di Vito Teti 

Il ciclone Harry, con accumuli di acqua tra i 500 e i 600 mm in appena 72 ore in alcune zone della Sicilia orientale, della Calabria ionica e della Sardegna centro-orientale (valori che normalmente si raggiungono nell’arco di un anno intero, danni ingenti e difficili da calcolare, oltre un miliardo e mezzo di euro solo in Sicilia), per fortuna nessuna vittima, tanti “silenzi” (a riprova di come il Sud ormai, salvo rare eccezioni, sia stato cancellato dai media e dal dibattito nazionale) e tante sterili retoriche e lamentele del giorno dopo.

L’opera di previsione della Protezione civile sembra avere funzionato, ma si fatica a prendere atto che siamo dinnanzi a fenomeni estremi e a calamità che hanno una storia di lunga durata nel Mediterraneo, di cui non si conserva memoria.

Anno 1951

Il 1951 è stato un anno di piogge, straripamenti, inondazioni, frane, che si sono susseguiti con una cadenza impressionante dal Nord al Sud. Agli inizi di ottobre un afflusso d’aria fredda dall’Atlantico interessò la Sardegna, la Sicilia, la Calabria.

Molti paesi della provincia di Nuoro e Cagliari conobbero morti e danni ingenti. Poi fu la volta della Sicilia, in totale i comuni siciliani interessati furono ventitré, trecento le case crollate, millecinquecento i senzatetto, trentacinque i morti e 450 casi di tifo, di cui tre letali.

Poche ore dopo aver flagellato la Sicilia, la perturbazione colpì anche la Calabria e in particolare le province di Reggio e Catanzaro. In tre giorni, tra il 16 e il 17 ottobre, sul versante ionico e sul massiccio occidentale dell’Aspromonte si registrarono 1770 mm. di pioggia. Le tremende alluvioni provocano l’abbandono definitivo o parziale, l’inizio di un irreversibile spopolamento di paesi montani e collinari dell’Aspromonte e delle Serre. L’immagine è quella di un bollettino di guerra: 104 comuni colpiti, 790 le case crollate, 900 quelle danneggiate, 5.000 i senzatetto e 78 i morti. Poi sarebbe stata la volta del Piemonte, del Veneto, e infine del Polesine, dove l’alluvione interessò 290.000 persone, con una quarantina di comuni, migliaia le case distrutte, un centinaio di vittime.

Amitav Gosh parla per queste alluvioni, che uniscono Nord, Sud, isole, del 1951, descrivendole come una manifestazione di crisi climatica. Restano memorie orali, cronache locali, testi di famosi scrittori. I governanti dell’epoca che giunsero nei paesi sconvolti da questo “terremoto”, invitavano le persone a fuggire lontano, nel Nord Italia e, apprendendo le lingue, nel Nord Europa. Popolazioni, che volevano resistere, restare, ricostruire in loco, furono cacciate, espulse, esiliate.

La denuncia di Alvaro

Corrado Alvaro, il più grande scrittore antropologo, prima di Pier Paolo Pasolini, fa descrizioni e riflessioni, che sembrano copiate da studiosi, associazioni, territorialisti di oggi. Alvaro nel 1954 (Paese d’acque, in Almanacco calabrese) racconta come «nel sottofondo della memoria di questi abitanti della costiera e dei paesi sulle pendici dell’Aspromonte, c’è l’urlo del torrente…continuo, come un cane invocante tra squilli di campane».

Lo scrittore è duro nei confronti delle élite politiche ed economiche: «Sulle catastrofi della Calabria, si sono formate fortune imponenti. Per dare lavoro ai disoccupati, si sono spiantati boschi che poi costano la vita a interi villaggi. […] Lo Stato interviene spendendo somme ingenti a fortificare i paesi pericolanti, e a distanza di pochi anni le crepe segnano i bastioni che trattengono la terra».

La storia delle opere pubbliche diventa così un palliativo alla disoccupazione, con la regione che dava sempre l’impressione d’una terra pericolante in continua riparazione. Opere pubbliche che appaiono puerili di fronte alla furia improvvisa degli elementi. Costano molto allo stato e non lasciano margine alle opere fondamentali.

Invertire la rotta

Dai tempi di Alvaro le calamità naturali si sono succedute periodicamente (Soverato, Crotone, Pizzo), gli interventi sono stati sempre parziali e inefficaci, il Bel Paese è stato distrutto, devastato, cementificato, il suolo consumato in maniera inconsulta, i fiumi nascosti, le coste occultate alla vista delle persone, con abitazioni e complessi turistici sorti come moderne palafitte piantate nell’acqua, con pilastri e ponti incompiuti che volano nell’aria, con imprenditori che si eccitano appena viene annunciata una catastrofe.

Molti paesi sono deserti, in chiusura e chi governa, adesso, non può imputare tutto alla natura, o alla mancanza di conoscenze, cercare alibi, nascondersi, dopo ogni catastrofe annunciata, con un «noi non sapevamo», che diventa un «non accadrà mai più», a cui ormai nessuno più crede.

Basterebbe immaginare un progetto organico di messa in sicurezza del paesaggio e dei paesi, rinunciare alla cementificazione, mettere in sicurezza un territorio fragile. Basterebbe affermare una nuova cultura ecologica e ambientale, fare i conti con la storia e con la crisi climatica. Ci sono grandi problemi strettamente legati che si chiamano crisi demografica, spopolamento, fuga dei paesi, chiusura delle scuole, degli uffici, dei negozi, degli ospedali, dei centri culturali.

Interventi mirati, l’impiego in lavori di rigenerazione di maestranze, professionisti, tecnici, giovani potrebbero, forse, diventare una possibile via per contrastare lo spopolamento, per rendere vivibili i luoghi, per proteggerli da calamità che, come sappiamo, saranno sempre più frequenti e devastanti? Se la politica e la “scienza” non riescono a invertire questo cupo dissolvi del “più bel paese del mondo”, dobbiamo forse aspettare che le persone di oggi, come i contadini del 1951 che almeno avevano memoria dei rischi, tornino con i loro santi per portarli in processione e bagnarli, implorandoli, nelle acque del mare e dei fiumi?

da QualeVita di dicembre 2025

Risultati della “Flotilla”

di Daniele Vicari


La Flotilla ha raggiunto dei risultati non secondari svelando le varie forme di ipocrisia nascoste dietro le propagande incrociate:

  1. Ha chiarito al mondo che gli aiuti umanitari ai palestinesi non arrivano, c'è poco da fare, sono armi di guerra… questa è la prima ipocrisia svelata.
  2. Ha costretto i governi occidentali e anche le più alte istituzioni ad ammettere, lavandosene per di più le mani, che Israele è intenzionata a sparare a delle imbarcazioni disarmate, piene di persone pacifiche. Quindi viene meno l'ipocrisia del paese considerato "amico e democratico", addirittura l'unico democratico nel contesto del medio oriente, come se quell'etichetta bastasse a coprire politiche e ideologie razziste ormai manifeste.
  3. Ha svelato l’ipocrisia dei nostri media di regine, che vedono nel pacifismo un fenomeno "da divano", là sopra quelle barche ci sono persone disposte a mettere in gioco la vita per affermare un principio: la pace ha un valore in sé.
  4. Ha svelato poi l’ipocrisia più perniciosa, quella della nostra coscienza collettiva, perché dire "poveretti, i palestinesi" e poi voltarsi dall'altra parte è comodo. Salire su una nave, andare in bocca al peggiore dei lupi, invece, non è affatto facile e, seppur pericolosa, la partecipazione democratica non è inutile.

lunedì 2 febbraio 2026

da Domani del 26/01/2026

L’Occidente si è suicidato.

Carney dice la verità sulla fine del capitalismo.

di Sergio Labate


Il discorso del leader canadese a Davos ha squarciato il velo della menzogna. Ma c’è un paragone che è stato avanzato e che forse non è stato sottolineato abbastanza: ciò a cui stiamo assistendo è per il capitalismo globalizzato ciò che è stato per il comunismo il 1989.

La politica non è l’arte del dire la verità, piuttosto del dissimularla. Forse è per questo che il discorso del premier canadese a Davos ha così tanto colpito l’opinione pubblica. Perché di solito la menzogna appartiene ai potenti, tanto quanto dire la verità (senza essere ascoltati) è l’unico potere che rimane a chi è senza potere. E decisamente Mark Carney appartiene alla stirpe dei potenti, come la sua biografia mostra. Ma perché allora un potente dovrebbe scegliere all’improvviso di dire la verità? E in che consiste la verità che Carney ha scelto di pronunciare? La risposta alla prima domanda è semplice, quanto preoccupante: perché "siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione”. 

Non possiamo più illuderci di stare dove siamo stati e non abbiamo la minima idea di dove stiamo andando. Si potrebbe dire che non può più bastare il realismo politico perché l'ordine che legittima le menzogne è scomparso. Non c’è più  una realtà effettuale da preservare e così anche il compito dei potenti muta, non è più nascondere ma mostrare. L'unico merito di Carney è stato il coraggio della verità: vallo a spiegare alla pavidità del nostro governo che mentre una civiltà crolla si illude ancora che si possa continuare a non prender posizione. 

Ma è la risposta alla seconda domanda che non è stata sottolineata abbastanza. La verità di Carney è che tutto ciò in cui abbiamo creduto finora era falso. O meglio, che nessuno ha mai creduto a ciò che a tutti è convenuto, cioè al fatto che l'ordine precedente fosse davvero giusto.

<<Il potere del sistema non deriva dalla verità, ma dalla disponibilità di tutti a comportarsi come se fosse vero>>.


Per la preghiera personale…

A Dio, principio assoluto

…è la prima parte di una composizione (Servo arbitrio e libero arbitrio) del mistico islamico Gelàl Ud-Din Rùmi (1207-1273), in M.M. Moreno, Antologia della mistica arabo-persiana, Laterza 1951.

Noi siamo come l’arpa,

e Tu sei che la percuoti;

il gemito non è nostro:

sei Tu che gemi.

Siamo come il flauto,

e la melodia in noi, vien da te.

Siamo come un monte,

la cui eco, in noi, è da te.

Siam come la scacchiera, nella vincita e nella perdita, 

e il nostro scacco matto, dato o ricevuto, 

è, o Tu dai begli attributi, da te.

Che cosa siam noi,

o Tu che per noi sei l’anima dell’anima,

perché noi possiamo metterci in mezzo 

quando ci sei Tu? 

Noi e le nostre esistenze siamo dei nulla, 

e Tu sei l'essere assoluto, 

che manifesta ciò che perisce.

Siam tutti leoni, 

ma leoni effigiati su una bandiera, 

che ondeggiano ad ogni vento.

Essi sono visibili, 

e il vento rimane invisibile.

Oh, non ci manchi mai Colui che è invisibile! 

Il nostro vento e la nostra esistenza sono tuo dono: 

il nostro essere dipende tutto dalla tua creazione.

Hai donato all'inesistente la gioia dell’essere,

dopo aver fatto tuo amante l’inesistente.

Deh, non ritirare le delizie dei tuoi benefici,

non ritirare i dolci e il vino e la coppa! 

Che se Tu li ritiri,

chi potrebbe richiederteli indietro?

Come può l'effige contendere con l’effigiatore? 

Non guardare a noi, non badare a noi: 

guarda alla tua benevolenza e generosità.

Noi non esistevamo ancora, non sapevamo ancora chiedere: 

eppure la tua benignità udì quello che non dicemmo.

Davanti al pittore e al pennello 

la pittura è impotente e costretta in sé 

come un feto nell'alveo materno.

Davanti alla potenza di Dio 

le creature sono come una corte di postulanti,

impotenti come la stoffa dinanzi all’ago di chi ricama.