domenica 24 maggio 2026

da Il Manifesto del 21/05/2026

Israele, la deriva morale è un macabro spettacolo

di Widad Tamimi


Non c’è limite al ribaltamento della realtà nell’era della narrazione social della destra messianica israeliana. L’ultimo capitolo di questa strategia della provocazione permanente vede il ministro della sicurezza nazionale, figura di punta dell’oltranzismo colono, protagonista di un video in cui schernisce i prigionieri della Flotilla.

Trasformando la detenzione illegale e la privazione dei diritti in uno spot elettorale. «Siamo noi i padroni di casa qui», urla Ben Gvir alla telecamera, mentre passeggia tra i corpi degli attivisti costretti a terra, legati e impossibilitati a muoversi. «Erano venuti pieni di arroganza, guardateli ora. Non sono eroi, ma complici del terrorismo».

Nessuna traccia, in lui, della solennità che ci si aspetterebbe da un uomo dello Stato. Nessuna eleganza politica, nessun rispetto per la gravità del ruolo istituzionale che ricopre. Avanza con una postura sformata, quasi animalesca, le mani piantate sui fianchi o agitate nell’aria come quelle di un imbonitore da fiera. Ben Gvir non porta l’autorità della legge, ma la volgarità del bullo di periferia che ha finalmente ottenuto le chiavi della stanza dei bottoni. Si pianta davanti alle telecamere a gambe divaricate, lo sguardo ridotto a due fessure cariche di un disprezzo viscerale, un ghigno asimmetrico stampato sul volto che trasuda una spietata compiacenza.

«Chi sono i padroni di casa qui?» non è una domanda, piuttosto uno sputo in faccia al mondo che lo guarda. In quella frase c’è l’essenza della sua ascesa: la rozzezza di un linguaggio ridotto a slogan da stadio, l’assoluta incapacità di concepire la legittimità umanitaria o politica minima. Per lui, quegli uomini non sono prigionieri da gestire secondo il diritto, ma carne da calpestare per riaffermare un dominio.
Non è una novità; è lo stesso identico stile appreso nei suoi anni da agitatore di strada, quando cercava la rissa e il flash dei fotografi sui marciapiedi di Gerusalemme. Solo che adesso quel fare provocatorio e quella stessa violenza verbale sono stati elevati a politica ufficiale, istituzionalizzati dietro la targa tirata a lucido di ministro della sicurezza nazionale.

Ogni sua visita ispettiva nei penitenziari in cui vengono detenuti i palestinesi si trasforma in un macabro pezzo di teatro a favore di telecamera. Entra nei bracci di massima sicurezza non per controllare, ma per infierire, pretendendo con petulante ferocia l’irrigidimento di ogni restrizione, il taglio di ogni diritto elementare. Ogni suo gesto, ogni parola sprezzante lanciata oltre le sbarre, non cerca la giustizia, ma il boato del suo elettorato, nutrito quotidianamente con lo spettacolo della degradazione altrui.

L’effetto reale è la messa in scena di una deumanizzazione sistematica, dove i corpi di civili – medici e cooperanti internazionali, invece che i palestinesi contro cui si accanisce di solito – diventano trofei da esibire. Un’esibizione pornografica che certifica il collasso del diritto: nelle carceri di Ben Gvir la violazione delle convenzioni internazionali non è più una colpa da nascondere, ma un vanto. Non si tratta di un caso isolato, ma di un modus operandi volto a cannibalizzare il consenso a destra del Likud, blindando il proprio potere attraverso la spettacolarizzazione della crudeltà.

Le immagini arrivano nel momento più teso dell’operazione di pirateria condotta dalle forze israeliane: il sequestro della Lina al-Nabulsi – l’ultima imbarcazione della Global Sumud Flotilla partita dalla Turchia – e l’assalto alla motonave Girolama, che batte bandiera italiana. L’operazione, condotta in acque internazionali con l’uso di proiettili di gomma contro volontari disarmati, si è conclusa con la deportazione ad Ashdod di oltre 400 attivisti umanitari di 44 diverse nazionalità. Per tutta risposta, almeno 87 dei fermati hanno annunciato uno sciopero della fame a oltranza contro l’isolamento e l’arbitrarietà del loro rapimento.
Tra questi, i ventinove italiani detenuti formano un gruppo eterogeneo che unisce l’impegno civile alla solidarietà. È una vicenda che sposta l’asse dell’emergenza: la richiesta di liberazione immediata dei sequestrati è un dovere politico inderogabile per la Farnesina e i governi europei.

Al di là della retorica securitaria, emerge lo smantellamento progressivo dello Stato di diritto all’interno delle stesse istituzioni israeliane. La pubblicazione di immagini di detenuti in stato di costrizione viola apertamente la Convenzione di Ginevra, ma nella Knesset di oggi, e ancor di più nel gabinetto di Benjamin Netanyahu, le norme internazionali sono vissute come lacci burocratici da recidere.
Una deriva che ha riacceso il durissimo scontro interno alla società israeliana. Se i media mainstream tendono a normalizzare la linea del governo, la stampa progressista ha denunciato il video come l’ennesima macchia indelebile sulla coscienza morale del Paese. Sulle colonne di Haaretz, gli editorialisti più accorti sottolineano come questa violenza esibita distrugga quel poco che resta della legittimità internazionale di Israele.

Il video di Ben Gvir funge tuttalpiù da conferma esplicita delle accuse di violazione sistematica mosse dagli organi Onu. Questo manifesto visivo è l’ennesimo segnale di un Paese che, nel silenzio complice di gran parte dell’Occidente, sta smarrendo i confini della propria umanità, spingendo l’esibizione della forza fino alla definitiva legittimazione dell’inciviltà giuridica.

da Il Manifesto del 09/05/2026

Cambia l’aria in città. 

A Venezia la destra con l’acqua alla gola

di Andrea Carugati


Alle regionali dello scorso novembre il centrosinistra, ampiamente sconfitto in Veneto, ha vinto a Venezia per 400 voti. E ora si presenta alle elezioni comunali del 24 e 25 maggio nella città più importante al voto con un vantaggio ancora più ampio, stando agli ultimi sondaggi che vedono il candidato progressista Andrea Martella tra il 47 e il 48% e quello di centrodestra Simone Venturini, braccio destro del sindaco uscente Brugnaro, tra il 41 e il 42%.

NUMERI TROPPO TIMIDI per poter considerare la partita chiusa, ma che segnalano una «evidente voglia di cambiamento», per dirla con Gianfranco Bettin, già vicesindaco di Cacciari e ora capolista di Avs. Una voglia di cambiare pagina su cui punta molte delle sue carte Martella, 57 anni, senatore Pd della sinistra interna, già sottosegretario all’Editoria nel governo Conte 2 e segretario del Pd Veneto. Paga un poco i suoi natali a Portogruaro, oltre a modi un po’ algidi, compensati dalla residenza a Mestre e da una riconosciuta autorevolezza. «A Venezia si è consumato un ciclo politico del centrodestra, che si conclude con un bilancio fallimentare», spiega Martella al manifesto. Ed elenca i punti chiave del suo programma: tutela della laguna, regolazione del turismo, politiche della casa per bloccare lo spopolamento e sicurezza.

Tema scivoloso, eppure molto sentito, soprattutto a Mestre, dove il problema dello spaccio è fortissimo. Martella ha chiesto una mano all’ex capo della polizia Franco Gabrielli: una scelta non securitaria, ha spiegato, ma che punta a «tenere insieme il controllo del territorio, la rigenerazione urbana e le politiche sociali». Una scelta, quella di Gabrielli, che è stata accettata anche dall’ala sinistra dell’ampia coalizione di centrosinistra, che va da Rifondazione ai centristi: il prefetto non sarà assessore ma consulente.

«La giunta di destra ha reso la città più insicura», spiega Bettin, «è stata lasciata allo sbando, sono stati cancellati i presidi sociali. In questi anni ci sono state grandi manifestazioni con centri sociali, comitati e associazioni cattoliche per chiedere un’idea diversa di sicurezza, visto che le politiche repressive hanno fallito».

UN CONCETTO CHE SI È fatto strada anche nella Venezia della terraferma, dove la destra era forte, e ora ha perso consensi. E ha tra i pochi argomenti da utilizzare la presenza nelle liste di centrosinistra di alcuni esponenti della comunità bengalese, rei di volere una grande moschea a Mestre e di aver diffuso volantini in bengalese con riferimenti ad Allah.

La Lega si è scatenata, l’europarlamentare ed ex sindaca di Monfalcone Anna Maria Cisint è calata in città con toni da crociata: «Il Pd vuole una teocrazia a Venezia». Ma i big veneti della Lega, da Zaia al governatore Alberto Stefani, finora si sono fatti vedere assai poco, forse consapevoli che il vento è girato. E così quelli di Fdi.

VENTURINI, 38 ANNI, molto forte sui social dove impazzano i suoi video con le «nonne» nei mercati, paga un legame strettissimo con Brugnaro (ha cambiato giusto il colore della campagna dal fucsia al giallo), indagato nell’inchiesta Palude per corruzione e la cui giunta è promossa solo da un veneziano su 3. Il suo delfino sostiene che il centrosinistra delle giunte pre-2015 abbia «prodotto il dissesto dei conti, a noi è toccato risanare».

La replica di Martella: «Ma quale tracollo finanziario, loro hanno scelto di disinvestire su trasporti e servizi sociali, che sono doveri fondamentali». Il candidato Pd si tiene alla larga dagli scontri sulla Biennale e sulla Fenice, compreso lo sciopero di ieri dei lavoratori contro il padiglione di Israele. Non ha neppure partecipato alla manifestazione pro pal. E si limita a promettere che, se sarà eletto, ricostruirà «un rapporto serio e costruttivo tra il Comune e la grandi istituzioni culturali».

SCONTRO ANCHE sul porto. Con Venturini che accusa la sinistra di «volerlo uccidere», mentre i progressisti puntano su una transizione che arrivi allo spostamento fuori dalla laguna, zona Malamocco, evitando nuovi pesanti scavi nei canali «per non danneggiare ulteriormente l’ecosistema lagunare». «Non c’è alternativa», spiega Bettin. «Le sempre più frequenti chiusure del Mose rendono il porto attuale non operativo per molti giorni l’anno, tra gennaio e febbraio 2026 è successo 27 volte. La destra continua a difendere lo status quo, non sa progettare il futuro». E Martella: «Venezia deve diventare un laboratorio dell’adattamento climatico».

NO DEL CANDIDATO DEM anche al ticket per i turisti: «Non ha funzionato, è solo una tassa di soggiorno aggiuntiva che non offre servizi». I candidati sindaco sono 8, con 20 liste a sostegno. Nei sondaggi i 6 minori viaggiano nel complesso attorno al 10%. Difficile, in questa frammentazione, che Martella possa farcela al primo turno. Ma lui ci spera. I big del centrosinistra, da Fratoianni a Schlein, sono in arrivo per dare una mano.

da Pressenza del 23/05/2026

Nelle grandi città un/a minore su dieci vive nelle aree più fragili

di Giovanni Caprio


Nelle 14 città metropolitane italiane circa 142mila bambini, bambine e adolescenti – il 10,3% del totale – vivono nelle 158 Aree di disagio socioeconomico urbano (ADU) individuate dall’ISTAT. Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo concentrano quasi il 73,5% dei minori che vivono in queste aree, mentre solo a Roma risiedono oltre 30mila 0-17enni. In queste periferie il 42,3% delle famiglie vive in povertà relativa e le disuguaglianze educative e sociali risultano molto più marcate rispetto al resto delle città. Le disuguaglianze più marcate emergono soprattutto nel Sud e nelle Isole: a Palermo la povertà riguarda il 63,8% delle famiglie nelle ADU, a Napoli il 60,1%, mentre anche nel Centro-Nord si registrano forti divari, come a Torino e Milano.

Le difficoltà economiche incidono anche sulla quotidianità. Secondo la  ricerca di Save the Children “I luoghi che contano”, presentata in occasione della Biennale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che si è svolta il 21 maggio a Roma: il 12,7% non pratica sport perché troppo costoso; il 19,3% rinuncia a uscire con gli amici e le amiche per difficoltà economiche; il 16,5% non ha fatto vacanze di più giorni. Nelle aree vulnerabili anche il livello di istruzione dei genitori risulta più basso: solo il 19,1% delle madri e il 16,4% dei padri degli studenti e delle studentesse delle aree vulnerabili è laureato/a. Inoltre, solo una madre su due ha un lavoro.

Le disuguaglianze territoriali emergono con forza soprattutto sul piano educativo. Dalla ricerca di Save the Children emerge che il 15,4% di studentesse e studenti delle scuole secondarie ha abbandonato la scuola o ripetuto l’anno scolastico, una percentuale doppia rispetto alla media delle città metropolitane. Inoltre, il 20,8% degli alunni e delle alunne dell’ultimo anno delle medie è a rischio dispersione scolastica implicita. In alcune città i divari risultano ancora più evidenti. A Bologna il rischio di dispersione implicita raggiunge il 23,1% nelle scuole delle aree vulnerabili, mentre a Milano arriva al 21,1% e a Firenze al 22,2%.

A pesare è anche la carenza di servizi educativi. In 37 delle 158 aree fragili il tempo pieno è molto inferiore rispetto alla media cittadina e in 18 aree è completamente assente: 8.813 bambini e bambine che frequentano 50 scuole primarie non hanno accesso a questo servizio fondamentale. Il 16,7% degli studenti e delle studentesse che frequentano scuole nelle aree vulnerabili dichiara di non avere avuto il materiale scolastico necessario all’inizio dell’anno, mentre il 17,3% ha rinunciato a una gita scolastica per motivi economici.

Le differenze emergono anche nelle aspettative per il futuro: solo il 36,5% di ragazze e ragazzi delle scuole delle aree vulnerabili pensa di iscriversi al liceo, contro il 66,9% dei coetanei e delle coetanee che vivono in quartieri meno vulnerabili. Meno di un/a studente/studentessa su quattro si dichiara inoltre pienamente convinto/a di iscriversi all’università, a conferma di quanto le disuguaglianze territoriali influenzino le possibilità future di bambini, bambine e adolescenti, mentre oltre un/a giovane tra i 15 e i 29 anni non studia e non lavora. A Palermo il dato supera il 55%, mentre a Napoli raggiunge il 42,9%.

Gli amici sono una presenza stabile nella vita di ragazzi e ragazze, indipendentemente dal contesto in cui vivono. Più di uno su due (51,2%) dichiara di avere più di 15 amici. Tuttavia, tra gli studenti delle ADU le reti di amicizia risultano un po’ meno ampie: il 44,3% afferma di avere più di 15 amici, contro il 53,9% delle altre aree. Allo stesso tempo, però, queste reti sono più eterogenee: il 41,5% ha amici con famiglie sia di origine italiana sia provenienti da altri Paesi, rispetto al 30,5% di chi vive in altre zone.

Nelle scuole delle aree fragili è anche più alta la presenza di studenti con background migratorio: il 15,8% degli alunni è nato in un Paese extra UE, contro il 5,4% nelle scuole delle aree non fragili. Quasi la metà degli studenti che vive nelle periferie ritiene che il proprio quartiere venga giudicato negativamente dagli altri. Il 49,1% dei ragazzi e delle ragazze percepisce infatti uno stigma sociale legato al luogo in cui vive. Circa un/a ragazzo/a su tre dichiara di aver assistito a prese in giro rivolte a coetanei e coetanee per il quartiere di provenienza.

Nelle aree vulnerabili emerge anche una minore percezione di sicurezza, soprattutto tra le ragazze: solo una su due si sente al sicuro nel proprio quartiere, contro il 75% delle studentesse che vivono in altre zone della città. Nonostante questo, molti adolescenti mantengono un forte legame con il territorio in cui crescono e indicano con chiarezza le priorità per migliorarlo. Tra le richieste più frequenti ci sono: servizi di pulizia e raccolta rifiuti più efficienti; più spazi di aggregazione per ragazzi e ragazze; campetti, palestre e luoghi per fare sport; parchi pubblici più curati e accessibili; maggiore sicurezza e illuminazione pubblica; più trasporti pubblici e collegamenti con altre zone della città; più luoghi culturali e musicali accessibili.


Il Fatto Quotidiano, 18 Maggio 2026

ECONOMIA

INVASIONE   Saic, Byd e gli altri, per aggirare i dazi Ue, scelgono la penisola iberica. E Stellantis lascia le fabbriche a Leapmotor

La Cina va in Spagna a produrre macchine: progetti in 8 impianti

 Marco Palombi

La Cina è vicina, ma molto di più rispetto ai tempi - era il 1967 - dell’omonimo film di Marco Bellocchio, specie se sei in Spagna: il Paese iberico, il secondo produttore europeo di automobili dopo la Germania, in questi mesi è attraversato da emissari di marchi cinesi dell’automotive ansiosi di rilevare stabilimenti in via […]

sabato 23 maggio 2026

Questo è il canone per la celebrazione eucaristica di domani preparato da Giuliana Porzio e Manuela Brussino.

La celebrazione inizierà alle ore 10:00.

Ci si potrà collegare già a partire dalle 9:45.

Il link per collegarsi è:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

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EUCARESTIA del 24.05.2026


P. Saluto all’assemblea e invito al silenzio


G. Dio ha risuscitato Gesù: annunciamo la lieta novella, sorelle e fratelli. Gridiamolo con la nostra vita, con il nostro impegno quotidiano. Gesù è vivo: fidiamoci di Dio.

1. Gesù ha vissuto le beatitudini perché si è fidato totalmente di Dio. Le ha vissute nel quotidiano, ha fatto sua la vita dei piccoli e delle piccole.

2. O Dio, sorgente di amore, aiutaci a metterci in cammino sui sentieri aperti dal profeta di Nazareth. Tu puoi davvero cambiarci il cuore, gli orizzonti, la vita.

1. Abbiamo paura e siamo affascinati, Gesù, per il tuo invito a questo nuovo progetto di vita. Vogliamo credere, ma dubitiamo; vogliamo sperare, ma siamo angosciati.

2. E’ duro quello che proponi, è faticoso scommettere con te sulla nostra nuova e più grande felicità. Forse ogni primo passo, in questa gioia, parte dalla consapevolezza della nostra profonda debolezza e fragilità, senza scappare e senza nascondere la nostra povertà e insufficienza. Messa nelle tue mani, questa consapevolezza diverrà feconda e opererà più di quello che possiamo sperare. Allora la tua promessa di felicità sarà manifesta.


Silenzio


LETTURE BIBLICHE

Marco 16, 1-8


1Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. 2Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. 3Dicevano tra loro: "Chi ci farà rotolare via la pietra dall'ingresso del sepolcro?". 4Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. 5Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d'una veste bianca, ed ebbero paura. 6Ma egli disse loro: "Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano posto. 7Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: "Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto"". 8Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite.


INTERVENTI LIBERI


T. Dio di Gesù, Dio della risurrezione: i nostri cuori sono rivolti verso di Te. Tu sei per noi la stella polare del cammino, Tu sei l’aurora del mondo nuovo.

1. E’ alba, alba di risurrezione, ogni volta che usciamo dall’egoismo e muoviamo qualche passo verso l’amore.

2. E’ alba, alba di risurrezione, ogni volta che ci convertiamo alla fiducia e ci liberiamo dal senso di paralisi.

T. Benedetto sei Tu, o Dio della risurrezione, perché ci fai uscire dalle nostre catene e apri le tombe nelle quali ci chiudiamo.

1. E’ bello sapere che Tu ci doni la possibilità di amare la vita e trasformare la terra.

2. E’ bello sapere che tu cammini con noi e infondi coraggio ai nostri fragili passi.

T. Dio delle donne oppresse e degli uomini esclusi, speranza di chi non ha sostegno sotto il sole, luce di chi non conosce che tenebre, noi oggi vogliamo credere con tutto il cuore al Tuo sogno di giustizia e di pace.


PADRE NOSTRO


MEMORIA DELLA CENA


T. Gesù era a mensa con i suoi amici e le sue amiche. Fuori era complotto. Ormai il profeta di Nazareth aveva parlato e agito troppo chiaramente e nulla poteva sottrarlo alle mani dei poteri politici e religiosi. Egli in quel momento, nell’intimità e nella trepidazione di quella cena, prese il pane della mensa e, dopo aver alzato gli occhi verso di Te, Dio del suo cuore, Amore dei suoi giorni, fiducia dei suoi anni, lo spezzò e disse: “Prendete, mangiate: questo pane spezzato vi ricordi la mia vita. Ho cercato di condividerla. Questo pane spezzato vi ricordi che vi ho insegnato a condividere”. Poi prese la coppa del vino e, con la stessa intensità, lodò il Tuo nome e disse: “Ecco, bevete questo vino, condividete la mia speranza, non dimenticatevi di me, camminate con fiducia sotto lo sguardo di Dio”.


PREGHIERA EUCARISTICA


COMUNIONE


PREGHIERE SPONTANEE


BENEDIZIONE FINALE



O Dio,
Tu che conosci i miei limiti e le mie grandezze, Ti ringrazio.
Ti ringrazio perché mi accorgo che, se sono viva/o, è grazie a Te.
Ti ringrazio della vita biologica,
ma soprattutto Ti ringrazio delle relazioni con gli altri,
delle scelte condivise, dei pezzi di strada percorsi insieme,
dei piccoli semi che vedo germogliare.
Ti ringrazio perché questi sono momenti in cui gioisco della vita, in cui mi sento viva/o, momenti che sono dovuti a Te,
momenti in cui la giornata non è abbastanza lunga per contenere tutto: azioni, parole, emozioni...
che hanno come filo conduttore il tentativo di seguirTi.
Ti prego: non stancarTi di prendermi per mano, non stancarTi di venirmi incontro,
fa' crescere il lievito della speranza che mi spinge a continuare ... a coltivare il sogno che è, prima di tutto, Tuo e di Gesù che lo ha reso realtà con la sua vita.

Comunità di base di Pinerolo via città di Gap
Giuliana Porzio e Manuela Brussino,
24 maggio 2026
(canone tratto da “Preghiere eucaristiche”, vol.2 p.115)

da Il Manifesto del 15/05/2026

Pacifismo con i Quanti

di Luca Tancredi Barone


Uno spettro si aggira per i dipartimenti di fisica di tutto il mondo. Uno spettro che, a seconda delle epoche, ha assunto forme diverse. Ma con uno stesso obiettivo: allontanare la fisica dalla tentazione del peccato. Quello più grave, che aveva macchiato la coscienza di tutti i suoi protagonisti, era esploso su Hiroshima e Nagasaki. Una bomba atomica costruita con le conoscenze più avanzate frutto del lavoro dei più grandi fisici e fisiche del ventesimo secolo. E che aveva tolto in pochi secondi la vita a 200 mila persone.

Negli anni successivi, era stato dallo stesso mondo dei fisici che si erano levate delle voci di preoccupazione. Nel 1955 viene presentato il manifesto di Russell – Einstein per chiedere il disarmo. A partire da questo manifesto, il fisico polacco Joseph Rotblat (l’unico che aveva abbandonato nel 1944 il progetto Manhattan per ragioni etiche) aveva fondato la Pugwash Conference che lottava per il disarmo nucleare (sia Rotblat, che la Pugwash ottennero il Premio Nobel per la pace nel 1995).

OGGI PERÒ la branca della fisica che suscita maggiori brame dell’industria bellica non è più quella atomica, bensì la fisica quantistica. E proprio a 100 anni esatti dalla sua nascita: il 2025 è stato per questo chiamato l’anno mondiale della scienza quantistica. È stato nei molti eventi che si sono celebrati l’anno scorso che fisici come Carlo Rovelli (che lavora in Francia), Luca Tagliacozzo e Francesca Vidotto (entrambi in forze al Csic, equivalente del Cnr in Spagna), Flavio del Santo (Università di Ginevra) e Marco Cattaneo (Università di Helsinki) si sono accorti con preoccupazione che le loro conferenze, una volta una nicchia di nerd della fisica, cominciavano a essere finanziate e sponsorizzate agenzie statunitensi militari. Molto interessate alle possibili applicazioni, dal computer quantistico (ancora al di là da venire), alla crittografia quantistica, passando per la progettazione di sensori quantistici. Una tecnologia di alta precisione, quest’ultima, che come spiega Cattaneo in una recente intervista per Altraeconomia, i militari vorrebbero applicare ai droni o per lo sviluppo di radar quantistici per la sorveglianza satellitare.

PER QUESTO, hanno incominciato a parlarne apertamente durante i loro interventi nelle conferenze scientifiche, legando le loro preoccupazioni etiche anche al genocidio palestinese perpetrato con la complicità delle stesse aziende il cui logo era presente nelle loro conferenze: «Riteniamo che la scienza debba essere dedicata alla ricerca della conoscenza e al miglioramento dell’umanità, e non intrecciata con interessi militari e le loro applicazioni distruttive. Soprattutto in questo momento storico, gli scienziati hanno il dovere morale e civico di denunciare la crescente militarizzazione e di rifiutare qualsiasi complicità con essa», scrivono.

E INSIEME ad altri giovani ricercatori, si sono fatti promotori di un manifesto chiamato «Ricercatori quantistici per il disarmo», firmato finora da quasi 400 ricercatori e ricercatrici (che non sono pochi, in un campo come quello della fisica teorica, che riunisce poche migliaia di ricercatori). Il manifesto respinge l’uso della loro ricerca per scopi militari, o di sorveglianza della popolazione; denuncia il sempre maggiore coinvolgimento di imprese militari nel finanziamento in centri di ricerca pubblici, dato che negli Usa già più della metà della ricerca in fisica teorica è finanziato dal ministero della Guerra; e chiama all’appello i ricercatori per aprire un dibattito etico profondo in tutta la comunità scientifica dei fisici su questi temi.

SECONDO quanto spiega Cattaneo, l’obiettivo da una parte è che le università pubbliche non finanzino linee di ricerca orientate ad applicazioni militari; dall’altra, quello di spingere verso una moratoria internazionale sul modello di quanto chiesto per la tecnologia dei killer robot o dell’intelligenza artificiale applicata all’industria bellica.

QUESTO SPARUTO ma combattivo gruppo di fisici ha avuto modo anche in questi ultimi giorni di ottenere delle piccole vittorie in Spagna: l’ambasciata italiana di Madrid ha organizzato pochi giorni fa un incontro scientifico bilaterale, dedicato proprio alla ricerca quantistica, dove inizialmente era previsto anche l’intervento di un esponente dell’industria leader aerospaziale e della difesa Leonardo, che alla fine, per le pressioni ricevute da esponenti della comunità scientifica fra cui il comitato «Csic per la Palestina» (di cui Tagliacozzo è membro) si è ritirato.

ANCHE nella conferenza internazionale in corso in questi giorni a Barcellona, Quantum Matter 2026, la presenza militare prevista era importante. Come spiega Tagliacozzo al manifesto, «ho deciso di alzare la voce sull’esempio dei miei colleghi e della International Union of scientists che lotta per il disarmo, e forte anche delle mobilitazioni pro Palestina di questi mesi legate alla partenza della Flotilla». Tagliacozzo chiedeva di eliminare la presenza di Quantum Machines, un’azienda che sviluppa hardware e software per controllare i computer quantistici, e sviluppare sensori estremamente precisi. A poco a poco, tutti gli organizzatori si sono schierati contro l’accettazione di questo sponsor. «Sembra che almeno in Spagna – commenta Tagliacozzo – ci sia una certa sensibilità sul tema della Palestina, e forse anche sul tema della militarizzazione della ricerca in generale».

Ma perché la ricerca quantistica, un tempo quasi di nicchia, sta vivendo questa militarizzazione? Secondo Cattaneo, ci sono due motivi. «Da un lato, il processo di militarizzazione della società europea a seguito dall’invasione dell’Ucraina. Dall’altro, il ruolo sempre più imprenditoriale che ci si aspetta dai ricercatori capi (i principal investigator): sembra che il bravo ricercatore non debba avere etica, ma debba essere solamente interessato a massimizzare i fondi ottenuti, dietro la massima pecunia non olet. Ecco perché sono così pochi i ricercatori affermati che hanno firmato il nostro manifesto. Ed ecco perché per noi è così importante aprire questo dibattito».

da Pressenza del 22/05/2026

Spese militari al 5%? Anche nella maggioranza sanno che è insostenibile

di Alfio Nicotra della Rete Italiana Pace e Disarmo


Sulle spese militari anche i parlamentari della maggioranza dicono quello che la campagna Sbilanciamoci! sostiene da sempre: il 5 per cento del Pil in spese militari è insostenibile. Qualcuno da Washington, prima ancora che da Palazzo Chigi o dal ministero guidato da Guido Crosetto, deve essere intervenuto per obbligare i senatori ad una clamorosa retromarcia. Cancellato il punto 8 della mozione e anche le premesse sull’insostenibilità dello sforzo militare. Ma ciò che è stato scritto resta, perché non si può mettere per sempre la museruola alla verità.Sbilanciamoci! e Rete Italiana Pace e Disarmo lo denunciano da anni: l’alternativa è tra warfare e welfare. La favola secondo cui l’Italia potrebbe prepararsi alla guerra, secondo i desiderata di oltreoceano o del piano di riarmo di Ursula von der Leyen, senza travolgere lo stato sociale, si sta sgretolando sotto il peso della realtà. Si incrina la narrazione meloniana della crescita e della stabilità, mentre diventano evidenti le incompatibilità tra l’economia di guerra e la tenuta sociale del Paese. In questo vuoto di credibilità, le forze della pace e del disarmo devono essere più incisive: trasformare la propria denuncia in proposta politica per l’Italia e per l’Europa.

La “gaffe” andata in scena al Senato è rivelatrice. In una mozione della maggioranza, depositata dai capigruppo del centrodestra, compariva la richiesta di rivedere l’obiettivo del 5% del Pil per le spese militari entro il 2035, assunto da Giorgia Meloni al vertice Nato dell’Aja. Un testo che riconosceva apertamente l’insostenibilità economica e sociale di quell’impegno. Poi, nel giro di poche ore, le telefonate furiose da Palazzo Chigi e dalla Difesa, il panico per la perdita di credibilità internazionale e la cancellazione del passaggio incriminato. La verità però era già emersa: persino dentro la maggioranza si sa che il 5% del Pil in spese militari significherebbe devastare i conti pubblici.

I numeri sono impressionanti. Secondo l’Osservatorio Mil€x, il 5% del Pil equivarrebbe oggi a oltre 110 miliardi di euro all’anno. Una cifra enorme, incompatibile con il finanziamento della sanità pubblica, della scuola, delle pensioni e delle politiche sociali. È il passaggio definitivo dallo stato sociale allo stato di guerra. E non è un’ipotesi astratta: è la traiettoria concreta imposta dalla Nato di Donald Trump e dal piano europeo di riarmo.

Il governo ha già tentato di mascherare questa realtà con un gigantesco trucco contabile. Palazzo Chigi sostiene di avere raggiunto il 2% del Pil in spese militari, ma il dato è stato ottenuto grazie all’allargamento artificiale delle voci considerate “spesa per la sicurezza”, includendo capitoli opachi e difficilmente verificabili. In realtà, la spesa militare reale resta intorno all’1,5% del Pil, anche se gli stanziamenti diretti per la Difesa continuano a crescere fino a raggiungere livelli record. La manipolazione contabile serve a due obiettivi: compiacere la Nato e disinnescare il dissenso interno, facendo apparire già raggiunti traguardi che avrebbero costi sociali devastanti.

Ma proprio qui emerge la contraddizione strutturale. L’Italia vorrebbe accedere ai 14,9 miliardi del fondo europeo Safe per aumentare ulteriormente le spese militari. Tuttavia, il Paese si trova in procedura d’infrazione europea per deficit eccessivo, con un rapporto superiore al 3% fissato dai parametri di Maastricht. La conseguenza è paradossale: il governo è stretto tra l’obbedienza ai diktat di Trump e von der Leyen e la necessità di evitare il collasso sociale interno.


da Pressenza del 22/05/2026

Dario Salvetti e Antonella Bundu: la Flotilla continua il suo percorso di terra

di Emanuela Bavazzano


Stamattina alla sede della Ex-GKN si è svolta la conferenza stampa di Antonella Bundu  e Dario Salvetti, appena tornati a Firenze dal sequestro subito dall’Esercito Israeliano per essere parte della Global Sumud Flottilla.

Antonella e Dario., due corpi, due menti, un compagno ed una compagna che tornano per incoraggiarci a continuare.

Partono con un ringraziamento: alla popolazione palestinese, perché, anche se lì si continua a morire, “abbiamo ricevuto messaggi di solidarietà dalla popolazione gazawi”: “dall’inizio alla fine in empatia con la Palestina”, dichiara Dario; il secondo ringraziamento: “a chi da terra ci ha sostenuto”, sostiene, al collettivo di fabbrica che resiste.

Continua Dario: “la cosa più grave è stata il sequestro in acque internazionali”, avvenuto per due volte, la seconda a 500 km da Gaza. Descrive cosa avviene: “arrivano forze speciali, ti puntano il mitra senza dirti perché ti sequestrano”; tutte le imbarcazioni battono bandiere internazionali, parecchie sono italiane. A partire dal sequestro, “48 ore di violenza generalizzata e tortura”; “non abbiamo riportato danni permanenti, di tipo fisico, siamo stati fortunati, per quelli di tipo psicologico, vedremo..”

Ci sarà tempo per ricostruire le narrazioni anche quelle dei vissuti interiori, ma Dario ed Antonella tengono soprattutto a restituire una rappresentazione collettiva, un significato collettivo ad una azione che non vuole chiudersi sul trauma privato, anche perché, prosegue Dario, “qualsiasi cosa abbiamo vissuto non è niente rispetto a quello che vivono le palestinesi e i palestinesi.

“Tecnicamente siamo stati in un campo di concentramento, eravamo dentro quattro container”; “sempre ammanettati con le fascette, con la testa in basso, non riuscivi nemmeno a camminare”.

Continua Antonella: “appena rilasciati dalla nave prigione, le immagini che sono girate hanno scandalizzato tutte e tutti, ma non è stato niente rispetto a quello che vivono subiscono le palestinesi e i palestinesi. La barca dove era Dario è sfuggita due volte alle intercettazioni, la prima volta io non ero nella stessa; la seconda volta, dopo il nostro naufragio, c’ero anche io.

“Navi da guerra in acque internazionali, ci hanno intercettato, col taser al collo di una persona, chiedendo chi era il capitano; mettevano le canzoncine, dicevano che ti portavano in Africa”; continua “sul gommone, in fila, a me mi hanno subito tolta dalla fila, mi hanno chiesto di togliermi i pantaloni, sotto avevo i fuseaux”; “ero il numero 263”; “rubate le scarpe, i calzini, i pantaloni tutti bagnati, tipo carro bestiame, rannicchiati l’uno sull’altro”; e poi… “sparavano, sparavano, prendevano la gente”; “un liquido giallo sparato su di noi, filo spinato sopra, venivamo ripresi, loro fieri di questo”; “ci hanno urlato, ci hanno tirato poi via dentro un tunnel mentre ti davano le botte, piegati, sbattuti, circa due ore, con l’inno di Israele, le fascette strette dopo tanto tempo fanno danno grave”.

Continua Antonella, con pathos determinazione com-mozione di chi vuole restituire il senso ed anche il sentimento: “ci hanno chiesto di firmare che siamo entrati illegalmente, non abbiamo firmato”; “sono arrivati gli avvocati, due minuti di tempo ciascuno”. “Oltre le manette, le catene ai piedi, a me mi hanno chiuso in una scatola di ferro un metro per un metro e mezzo con l’aria condizionata, tutta legata, non vedevi fuori, si sentiva un cane graffiare sulla porta di ferro, mentre i soldati urlavano, urlavano sempre”; “ti spingevano, anche quando eri giù giù”; mi chiamano: “Moro” … “chiaramente ero io”, dicendoci: “tutto il mondo vi odia”.

“Il giorno dopo non sapevamo che ci stavano per deportare, non avevamo l’orologio, non si sapeva dove eravamo, si intravedeva uno spiraglio di sole…all’ultimo momento ci hanno tolto le manette, siamo usciti a testa alta, insieme con i passeggeri normali, alcuni ci riprendevano, ci facevano il verso, ma sapevamo che era tutto finito”.

L’appello è a tornare ad indignarsi, a leggere anche la dimensione “grottesca”: “un sistema oliato, un dispiegamento di forze allucinante, grottesco”; “anche l’ultimo banchino di impiegati ti prendeva in giro; continua Dario: “passato l’ultimo pestaggio, parlato già con l’avvocato, pensavo fosse passato il peggio, invece due teste di cuoio hanno iniziato a colpirmi in zone che non si vedono, prendevano in giro”; “navi cargo container nel Mediterraneo non possono non essere viste, sono una prigione a cielo aperto”.

Con un’immagine “iconica” si chiude la conferenza stampa: “durante la seconda intercettazione, all’orizzonte si vede stagliarsi la sagoma di una nave militare e la sagoma di una barca a vela, la barca a vela punta dritto, tagliando la rotta alla nave militare”.

Il saluto è un momento carico di intensità gratitudine responsabilità, che ciascuna persona presente si deve assumere a portare testimonianza, continuare, insistere, resistere, Grazie Dario, Grazie Antonella, con il cuore e la mente con voi, con il popolo palestinese, per i diritti umani, perché la Memoria è anche farsi tramite di questa esperienza collettiva e restituirla, perché possiamo fare la nostra parte.


da Pressenza del 22/05/2026

RAPPORTO ISTAT 2026: 

Meno figli, giovani via e oltre 2 milioni di famiglie in povertà assoluta

di Giovanni Caprio

 

Nel nostro Paese le disuguaglianze economiche rimangono marcate, più di un quinto della popolazione dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà o con grande difficoltà e circa un quarto ha difficoltà ad affrontare spese impreviste con le proprie risorse. Poco meno della metà della popolazione non à stata in grado di risparmiare nell’ultimo anno. Quasi 11 milioni di individui (pari al 18,6% della popolazione) si trovano in una condizione di rischio di povertà, che resta drammaticamente stabile ai massimi storici, mentre oltre 2,2 milioni di famiglie, per un totale di oltre 5,7 milioni di persone, sono in povertà assoluta. E la povertà assoluta continua a interessare soprattutto le famiglie numerose, quelle con i minori, gli stranieri e i residenti nel Mezzogiorno.

E’ quanto certifica uno dei Capitoli (il 2° Capitolo relativo a “Popolazione e società”) del Rapporto annuale 2026 dell’ISTAT, giunto alla sua trentaquattresima edizione, che offre un quadro informativo integrato sulle sfide che l’Italia è chiamata ad affrontare in ambito economico, demografico e sociale. Un Capitolo che delinea un Paese attraversato da profondi cambiamenti demografici, da persistenti disuguaglianze territoriali e sociali e da un mercato del lavoro che fatica a valorizzare appieno il capitale umano, soprattutto quello giovane e femminile. Una situazione che pone sfide rilevanti per la sostenibilità economica e sociale e che richiede politiche integrate in grado di sostenere la natalità, l’occupazione e l’accesso equo ai servizi. L’Istat specifica che si diffondono forme specifiche di disagio, come la povertà energetica, che riflette l’aumento dei costi e la fragilità dei redditi e conferma che un fattore di protezione decisivo sono senz’altro i livelli di istruzione più elevati che si associano a condizioni di vita migliori e a un minore rischio di disagio economico. Il Rapporto, nel considerare la continua diminuzione del numero medio di figli e la costante posticipazione della genitorialità (che determina uno squilibrio demografico, per fortuna attenuato da una dinamica migratoria positiva, con ingressi dall’estero superiori alle uscite, che contribuisce alla tenuta demografica e al ricambio generazionale), si sofferma sulle intenzioni di fecondità, che rappresentano un indicatore cruciale per comprendere i progetti familiari degli individui.

“Più della metà delle persone ritiene, si legge nel Rapporto Istat 2026, che la propria situazione finanziaria peggiorerebbe con l’arrivo di un figlio nei tre anni successivi (52,6 per cento). Le donne manifestano timori riguardo alle proprie opportunità lavorative più spesso degli uomini (49,9 contro 24,0 per cento). In modo speculare, questi ultimi prevedono un peggioramento delle opportunità lavorative della partner in misura doppia rispetto alle donne (34,7 contro 15,0 per cento). Le preoccupazioni legate al lavoro, all’autonomia personale e alla realizzazione di altri obiettivi di vita possono arrivare a scoraggiare i progetti riproduttivi. A conferma di questi timori, infatti, chi non intende avere figli mostra aspettative di peggioramento associate all’avere un figlio più elevate rispetto a chi invece desidera averne, soprattutto per quanto riguarda aspetti come le opportunità di lavoro (42,6 per cento contro il 33,6 per cento tra chi intende averne), la vicinanza con il partner (14,2 per cento contro 4,0 per cento) e la possibilità di realizzare altri obiettivi nella vita (32,8 per cento contro 24,3 per cento)”.

E’ in atto una trasformazione dei valori e delle priorità individuali, associata alla presenza di barriere strutturali: precarietà lavorativa, difficoltà abitative, carenza di servizi per l’infanzia, squilibri nei carichi di cura, incertezza economica e instabilità delle relazioni. Anche l’impegno di cura verso i propri genitori, in un Paese fatto sempre più di anziani, frena le prospettive genitoriali, ben più di quello verso i propri fi gli. Più di una persona su dieci, tra coloro che non intendono avere figli, è così impegnata nel curare i genitori anziani, da rinunciare a un progetto di genitorialità (11,5 per cento: 12,9 tra gli uomini e 10,4 tra le donne). L’impatto della cura dei genitori anziani si manifesta in modo consistente dai 35 anni (12,0 per cento tra i 35 e i 44 anni) e la prospettiva di prendersi cura contemporaneamente della generazione precedente e di quella successiva fa sì che 763 mila persone rinuncino a progetti di fecondità. Comprendere perché molte intenzioni non si traducano in scelte concrete è, dunque, un passaggio chiave per promuovere condizioni più favorevoli alla realizzazione dei desideri riproduttivi e, più in generale, per sostenere la vitalità demografica del Paese. Anche il 3° Capitolo del Rapporto, relativo a “Capitale umano e sociale” conferma che le disuguaglianze sociali limitano il pieno sviluppo del capitale umano, ampliano i divari economici e alimentano forme di esclusione che indeboliscono la coesione e la vitalità del tessuto sociale.

venerdì 22 maggio 2026

da “Il Padre e i fratelli” - Comunità Cristiana di Base di Pinerolo - marzo 1984

Alcune preghiere di bambini


  1. O Signore, Gesù ci ha detto chi tu sei: 
     nostro Dio e nostro Padre.

     Come è bello avere un Dio che ci ha creati e

     poterlo chiamare nostro Padre e nostra Madre!  

     Anche se i miei occhi non ti vedono,

     io credo che Tu vivi accanto a tutti noi

     e ci vuoi bene.


2) Perché, O Padre, ti prego?

    Perché so che Tu ascolti i tuoi figli

    e non ti dimentichi mai di noi.

    Voglio imparare da te e da Gesù, tuo figlio,

    A volerci bene e a perdonare sempre.


3) Grazie, o Signore, per i doni che ci hai fatto.

    Se Tu non ci avessi dato il sole, la terra,

    l’acqua e tante altre cose,

    non potremmo nemmeno vivere.

    I fiori, i torrenti, le montagne e il cielo,

    tutto ci parla di te,

    che sei il creatore di ogni cosa.


4) Tu, o Padre, sei buono e ci perdoni sempre.

    Tu ci insegni a perdonarci tra di noi

    quando ci siamo offesi e abbiamo bisticciato.

    Se Tu sei nostro Padre, 

    allora noi siamo tutti fratelli e sorelle.


5) O Signore anche oggi non mi è mancato

    né il pane né l’amore dei genitori.

    Dona degli amici e dai da mangiare

    a tutti i bambini del mondo.


6) O Signore, nostro Padre:

    com’è bello conoscerti e amarti!

    Ci hai donato l’amore dei genitori e degli amici

    e tante cose belle: il sole, le montagne, i fiori…

    Questo tu lo hai fatto per tutti gli uomini e  le donne.

    Tu ami il bianco e il nero, l’uomo e la donna

    allo stesso modo, perché sono tuoi figli.

    Ma più di tutti ami i poveri, gli zingari, i malati;

    Tu ami specialmente quei bambini e quegli adulti

    che hanno le gambe, ma non possono camminare bene; 

    quelli che hanno gli occhi, ma non vedono bene;

    quelli che non hanno una casa e non hanno amici.

    O Signore, io vorrei amarli tanto questi miei fratelli,

    proprio come faceva Gesù.

    Che cosa potrò fare per renderli un po’ felici?

    Tutto ciò che avrò fatto a uno di loro,

    l’avrò fatto proprio a Te.


7) O Signore, io vorrei fare come Gesù!

    Lui sì che ti voleva bene…,

    Con i suoi amici del paese e della comunità

    era contento quando poteva fare del bene.

    Aiutava il cieco ad attraversare la strada,

    giocava con gli amici più poveri e soli.

    Gesù divideva con gli amici i giochi e la merenda

    ed era felice quando poteva fare felici gli altri.

    O signore, com'è bello volerci bene e ricordarci 

    che siamo tutti fratelli e sorelle. 

    Aiutami a volere ancora più bene, specialmente

    quando avrei voglia di tenere tutto per me.

    Aiutami a ricordarmi di Gesù e farò come lui.