giovedì 30 aprile 2026

I doveri delle compagnie aeree

The Irish Times, Irlanda

Di recente in Irlanda la compagnia aerea Aer Lingus ha annunciato la cancellazione di diversi voli, mandando a monte i piani di migliaia di passeggeri. L'azienda si è giustificata parlando di operazioni di “manutenzione obbligatoria”. Ma l'aumento dei prezzi del carburante ha sicuramente giocato un ruolo importante.

È un segnale di quello che ci aspetta nell'immediato futuro? Con ogni probabilità l'aumento dei prezzi e i problemi di approvvigionamento costringeranno le compagnie a modificare la  programmazione. I costi dei biglietti saliranno, diverse rotte poco redditizie saranno tagliate e alcuni voli accorpati.

In questa situazione le linee aeree rischiano di perdere i loro preziosi slot di atterraggio. Tuttavia, hanno anche delle precise responsabilità verso i passeggeri. Per questo devono garantire la massima trasparenza, indicando quali rotte sono a rischio, offrendo alternative  e facilitando le richieste di risarcimento quando ci sono le condizioni legali per farlo. Troppo spesso, in passato, le compagnie hanno gestito i reclami in modo inadeguato, ostacolando chi chiedeva quanto gli era dovuto. Nel 2025 Ryanair era in cima alla lista delle linee aeree coinvolte nei reclami.

Anche i passeggeri, però, devono fare la loro parte, informandosi sui diritti che hanno. Nell’Unione europea sono previsti risarcimenti in alcuni casi specifici, ma bisogna inoltrare una richiesta formale. Le regole per le cancellazioni dei voli dovrebbero servire a garantire  informazioni corrette su qualsiasi variazione con settimane di anticipo, perché anche le compagnie aeree hanno interesse a evitare i risarcimenti.

L'estate alle porte sarà complicata per il trasporto aereo. Ma molte aziende del settore generano profitti importanti, e sono perfettamente in grado di tutelare i passeggeri. La trasparenza sui loro piani non è un optional. as

Internazionale, 24 aprile 2026  

Trump non è il papa

El País, Spagna

Nella dissennata concezione dei rapporti internazionali di Donald Trump - che considera la guerra uno strumento di negoziato, le minacce una parte necessaria di qualsiasi dialogo, la storia un aneddoto e la verità solo un'opzione - pochi leader mondiali sono al riparo dalle sue invettive. I ripetuti e ingiustificati attacchi a papa  Leone XIV confermano che il presidente statunitense non conosce limiti e non tollera altra autorità al di fuori della sua.

Alla radice del recente scontro ci sono le parole con cui il papa ha ribadito quello che molti avevano già detto: minacciare di “cancellare  una civiltà” imponendo ultimatum - come ha  fatto Trump con l'Iran - va oltre i confini della spacconata bellica e costituisce un inaccettabile atto di disprezzo verso l'umanità stessa. Trump ha accusato il papa di essere “debole”, e quando Leone XIV gli ha risposto, nel suo accento di Chicago, con un “non ho paura”, il presidente ha cercato di insinuare che ignorasse volutamente i morti provocati dalla dittatura iraniana. A quel punto anche i fedelissimi di Trump si sono lanciati all'attacco, a cominciare dal vicepresidente JD Vance, convertito al cattolicesimo, che si è permesso di dare lezioni di teologia al pontefice, spiegandogli il concetto di “guerra  giusta” coniato da sant'Agostino (di cui il papa è uno dei maggiori esperti mondiali).

Trump, però, non aveva previsto le conseguenze di quest’attacco. Diversi capi di stato, politici e cittadini di tutto il mondo, non solo  cattolici, si sono schierati con Leone XIV, che ai loro occhi ha fatto qualcosa di perfettamente logico: condannare una minaccia di sterminio. Con i suoi insulti, Trump ha involontariamente rafforzato al livello globale (anche nel mondo islamico) l'autorità morale di un papa che solo un anno fa, quando è stato eletto, era praticamente sconosciuto. In questo modo il presidente degli Stati Uniti ha anche perso alcuni partner europei, come Giorgia Meloni, attaccata per  aver difeso Leone XIV. Il suo caso dimostra che Trump non ha alleati, ma solo vassalli.

Il papa ha opposto il buon senso alla retorica fanatica di un presidente che sta arrecando un danno enorme alla già fragile architettura internazionale della pace, oltre che al proprio paese. E obbliga ad affrontare le loro contraddizioni tutti quelli che sostengono di difendere gli ideali cristiani mentre applaudono chi li usa come strumento per perseguire i propri interessi. as

Internazionale, 24 aprile 2026       

mercoledì 29 aprile 2026

LA NUOVA VIA PER L’OCCIDENTE È NELLA SPAGNA PROGRESSISTA

SOTTOSOPRA 

EVENTI

DALLA “GLOBAL PROGRESSIVE MOBILISATl0N", IDEE ANCHE PER LE NUOVE GENERAZIONI

Testardamente unitaria con l'Occidente, si è definita la presidente del Consiglio Giorgia Meloni qualche giorno fa. E, al di là della formula retoricamente efficace, è un peccato che nessuno le abbia chiesto a quale Occidente facesse riferimento: a quello che sta smantellando il multilateralismo e i suoi organismi, a partire dalle Nazioni Unite, sperimenta l’autoritarismo, tradisce valori costituzionali abbracciando il militarisino, rifiuta le evidenze scientifiche sul cambiamento climatico, con effetti devastanti sulle genti del mondo intero? Quell’Occidente, insomma, che vediamo orgogliosamente e confusamente in azione negli Usa nonché in parte d'Europa, a partire dalle retromarce e dalla grottesca inazione della Commissione guidata da Ursula von der Leyen?

La domanda non è affatto oziosa, perche  se l'occidentalismo è da tempo diventato un valore in sé, con l'orgoglio illuministico sostituito da velleitaria e dannosa presunzione di superiorità, la Global Progressive Mobilisation di Barcellona ha fornito qualche indicazione di un Occidente altro, di cui l’Europa potrebbe essere motore recuperando una missione, la vicinanza con le popolazioni che la abitano e, non ultimo, le ragioni stesse per cui è venuta alla luce l’Unione. Il Weekend scorso si è infatti riunito in Spagna il milieu progressista mondiale, di governo e non: dal Sudafrica al Brasile, passando per gli Stati Uniti, le Filippine, il Messico, ampie  parti di quel “Sud” del mondo con cui vanno costruiti nuovi rapporti e, appunto, l’Europa. Decine gli speaker; poche e importanti le parole chiave: pace, democrazia, uguaglianza e progresso sociale.

Non certo ancora un programma, ma concetti – cardine peraltro della Costituzione, la cui difesa e applicazione dovrebbe essere il primo compito di qualsiasi governo - da riempire di contenuti e linee d'azione. Anch’essí tracciati a grandi linee: un'economia giusta

che recuperi il ruolo di guida dello Stato, applichi la progressività fiscale, lotti contro le oligarchie, garantisca salute e istruzione rifiutando la privatizzazione di diritti che devono essere universalmente garantiti, inclusi quelli dei migranti (su cui proprio la Spagna ha dato esempi significativi); un impegno serio ad affrontare la crisi climatica; il governo della transizione digitale in un'ottica di inclusività, con il rifiuto del dominio di Bigtech e regole comuni per l'Intelligenza artificiale; e infine una rinnovata spinta alla costruzione della pace, nel rispetto del multilateralismo, del diritto internazionale e della dignità dei popoli.

Si tratta, dunque, di concetti assai cogenti  e concreti, su cui l’Unione europea ha fatto negli ultimi due anni di gestione Von der Leyen significativi passi indietro, proprio quando i colpi di coda dell'imperialismo statunitense in crisi nera lascerebbero ampissimi spazi di manovra. Nonché concetti che consentono la costruzione di un racconto nuovo del mondo, più 'vicino alle giovani generazioni e capaci di restituire fiducia a popolazioni annichilite dall'allargarsi della forbice tra élite e cittadinanza che ha contrassegnato la sbornia neo liberista. Sono parole - pace, democrazia, giustizia per il popolo - di cui, paradossalmente, almeno in parte con un certo successo, si sono appropriate le destre estreme in tutto il mondo, salvo svuotarle dall'interno nella pericolosa versione dell’occidentalismo.

Riprendersele, costruendo una propria  visione, è allora il punto di partenza di un'Europa che si vuole giusta, e che recuperi il senso della propria collocazione geografica come ponte tra mondi. Una strada per l'Occidente c’è; bisogna ora percorrerla. E raccontarla correttamente.

Forum  Disuguagliana e Diversità

Il Fatto Quotidiano, 24 aprile 

 Don Franco Barbero racconta

Storie, storiacce, storielle

 

Si tratta di quelle storie che il nostro don Franco ci ha narrato a partire dal lontano 1967. In un primo tempo avevamo pensato ad un libro che le raccoglesse tutte, ora abbiamo preferito ricavarne una pubblicazione per questo blog.

Nella veste di intervistatore, a porre le domande è Francesco Giusti, membro storico della Comunità di Pinerolo.

Troverete le ”Storie…” il mercoledì e il sabato, un breve segmento ogni volta.

_______________________

Storie, storielle e storiacce – 11

 

Ebbene, dopo la prima iniziazione seminaristica, non potevo più contattare questo mondo di giovani perché mi portava fuori dalla mia vocazione. Non potevo avere tutto questo giro di gente che a dire la verità mi adorava; questi bambini erano esagerati.

Con quanta emozione ricordo Caterina, la piccola di Beppe e Carla! A 8 /10 anni veniva nella sede, si metteva vicino a me e leggeva un brano del Vangelo. Quando poi lei lasciò la comunità ho ritrovato due sue lettere: una “sentivo la libertà di essere me stessa, di fare quello che mi…”, la seconda “tu non mi hai affatto trattenuta”, lettere esageratamente belle - di una bellezza! Marika oppure la sorella venivano la domenica per il latino…

Ma tu quando sei entrato in seminario?

Sono entrato in seminario tubercolotico negli anni del liceo perché mangiavo poco ed ero prefetto di disciplina; anche di notte avevo degli incarichi non adeguati alle mie forze – io venivo da una famiglia di malnutriti.

Storie, storielle e storiacce – 12

Iniziamo di lì allora.

Sono entrato in seminario esattamente a 11 anni, nel 1950.

Avevi fatto la scuola elementare e poi finita la scuola elementare non hai fatto le medie?

Le medie si facevano in seminario.

Arrivi in seminario, ma quando vedevi la tua famiglia?

Oh, la mia famiglia era nel pieno degli innamoramenti perché erano un po' più anziani, era un momento bellissimo della mia famiglia. La prima volta il sabato dopo baciai mia sorella Lella, fui rimproverato perché baciavo mia sorella “Tua sorella è una donna e tu con le donne…” io non riuscivo a capire e andai dal rettore e il vecchissimo rettore mi dette ragione “Tu bacia quando vuoi tua sorella”.

Ma senti, quale tua sorella era?

Lella, quella che è ancora viva, quella che veniva al gruppo biblico.

Scusa Franco, allora anche tua sorella era molto giovane perché lei era del ’36, aveva 14 anni e veniva lei con tua mamma e tuo papà oppure

No, mamma e papà venivano poche volte perché erano presi e lei era venuta quella volta lì a salutarmi e, rimproverata così, non è più venuta se non dopo che fui prete. Io non potevo partecipare ai matrimoni e conoscere fidanzati e fidanzate perché si attivavano dei meccanismi di desiderio sessuale e quindi non potevo, magari avevano amici e amiche tutte persone che io da bambino in grandissima parte avevo conosciuto. Una di queste ancora vive, deve avere quasi 100 anni. Per me fu un piangere “Ma come, non posso più andare in questo gruppo con i miei amici? I genitori erano contentissimi. Io non potevo capire.

Ma quanti eravate lì in seminario della tua età?

Nella scuola la mia classe era la più numerosa, eravamo 14, quindi era proprio come una classe di scuola media.

Insomma cosa facevate oltre le materie solite di studio.

Tanta meditazione, il mattino alle 6 suonava la campana e si andava alla messa, poi la sera c’era il rosario, mangiare poco. C’erano tutte le materie, matematica, scienze, geografia, francese e c’erano professori che venivano da fuori. Io feci lì dagli 11 anni fino alla terza liceo, fino ai 16 anni.

Ma scusami dov'era questo seminario?

Era in via Trieste, dove è ancora adesso, quindi era già lì, poi costruirono la nuova chiesa. Noi vivevamo lì tutto l'anno tranne un periodo di pochi giorni d'estate a casa, poco più di una settimana perché poi dovevamo ritornare in seminario. Per il mese di meditazione, di convivenza estiva, si andava in montagna in una casa chiamata Laval a Pragelato, i camion ci portavano su e si stava un mese insieme tutti i seminaristi da fine luglio.

Senti un po’, ma la scelta di andare in seminario a 11 anni è stata una scelta tua?

È proprio stata una scelta mia, nessuno mi ha spinto, io sentivo di dovere.

In seminario io sono stato rigoroso, ho fatto dal ’51 al '56, a 17 anni ho fatto gli inizi della teologia a Torino, tre anni, e sono caduto nella tubercolosi nel ’59 e stavo morendo. Sapevo già di essere tubercolotico, ma volevo assolutamente il suddiaconato e inoltrarmi verso il ministero. È lì che ho trovato il dottor Luciano Gatti e il dottor valdese Matieu.

Sotto le bombe andavamo sotto terra nel cosiddetto rifugio dove una donna narrava il Vangelo in una maniera incredibile. Mi affascinò. Negli anni dei bombardamenti ero proprio bambino, avrò avuto 4 o 5 anni quando c’era la guerra, sotto il cavalcavia c’era un lungo viale, diciamo così, avevano scavato e noi bambini ci portavano lì, chi piangeva, chi riusciva a dormire, donne incinte, io proprio bimbo bimbo, però mi piaceva come quella donna leggeva il Vangelo.

Ma lei lo raccontava o lo leggeva? Lo raccontava e questo racconto fece in modo che io appena finì la guerra, quando le bombe non c’erano più, verso il ’47, diedi inizio a questo incontro con i bambini, chiamai tutti i bambini per fare un gruppo di lettura, di ascolto del Vangelo, ma io parlavo così, sentivo ciò che un bravissimo prete la domenica narrava in parrocchia dove io andavo alla prima e alla seconda messa e lo narravo ai bambini.

Ma cosa ti aveva colpito, così piccolo, avevi 8 anni?

Che Gesù voleva bene ai bambini e a quegli altri che tanto soffrivano.

Dove abitava la tua famiglia?

Mio papà lavorava alla portineria della Beloit Italia, era il capo dei guardiani della fabbrica avendo fatto in precedenza il carabiniere, noi vivevamo lì, eravamo papà, mamma, due fratelli, cinque sorelle, anzi sei sorelle. Tutte poi cominciarono a sposarsi, ma io non potevo contattare loro e dovevo vestire già l’abito lungo nero. Una vergogna! Assolutamente in quei giorni di luglio non potevo mai mettermi in maglietta o calzoncini e al mattino sempre due messe e poi tutte le funzioni.

Però anche tua mamma e tuo papà erano molto credenti?

Molto credenti! Avevamo nulla da mangiare, ma facevano assistenza a una povera donna e mio papà andava di notte a cercare il pane. Ma loro erano molto credenti, molto assidui la domenica. In casa attorno al tavolo… mio papà arrivava stanco morto diceva “adesso c’è la preghiera” Padre Nostro, Ave Maria e tutte le preghiere tradizionali, il Credo di speranza e lui, come racconto sempre, cadeva dalla fatica, si addormentava, io e Alberto mio fratello ci mettevamo a ridere perché non capivamo. Mamma ci diceva “non si fa così con papà” e papà non riusciva più a riprendersi e doveva andare a dormire.

Papà tornava a casa a fine giornata e si alzava prestissimo al mattino come facevo io del resto perché dovevo andare alla prima messa in Parrocchia, quella delle 6 e mezzo. Era una mia scelta, andavo da solo facevo la strada a piedi, via Rochis, non c’era ancora San Lazzaro, ma la chiesa di legno, poi hanno costruito la cripta, la chiesa sotto. Io andavo lì, assistevo a due messe, poi venivo a casa. C’era un parroco burbero e un altro molto dolce. Facevo il chirichetto, ma ero io che ero animato da questo desiderio di pregare e a casa la vita era molto bella perché i miei ci volevano molto bene e i bambini del borgo, usciti da scuola il pomeriggio alle quattro e quando non c’era scuola, venivano per la preghiera. A loro piaceva il mio racconto, dicevano Franco, Franco! Erano molto affezionati. E poi se moriva un uccellino facevamo il funerale.

E c'è ancora qualcuno vivo di quei bambini o di quelle bambine?

Ce n’è una ancora vivente, mia sorella ha l’indirizzo e me l’ha dato. Per me l’andare in seminario segnò la separazione dalla parte degli affetti. Questi bambini erano così bravi! Dopo la scuola giocavamo tutto il pomeriggio, anche dopo cena a volte; fino alle nove non si andava a dormire.

da Riforma del 24/04/2026

Preghiera

di don Tonino Bello


Spirito Santo, che riempivi di luce i profeti e accendevi parole di fuoco sulla loro bocca, torna a parlarci con accenti di speranza.

Frantuma la corazza della nostra assuefazione all’esilio. 

Ridestaci nel cuore nostalgie di patrie perdute.

Dissipa le nostre paure.

Scuotici  dall’omertà.

Liberaci dalla tristezza di non saperci più indignare per i soprusi consumati sui poveri.

E preservaci dalla tragedia di dover riconoscere che le prime officine della violenza e della ingiustizia sono ospitate dai nostri cuori.


da Internazionale del 20/04/2026

La sinistra guidata da Petro vince le elezioni legislative in Colombia

La coalizione di sinistra guidata dal presidente Gustavo Petro si è imposta nelle elezioni legislative dell’8 marzo, considerate un test cruciale in vista delle presidenziali del 31 maggio.

La coalizione Pacto histórico ha ottenuto la maggioranza relativa al senato e un buon risultato anche alla camera dei rappresentanti, secondo i risultati parziali, con più del 97 per cento delle schede scrutinate.

La sinistra aveva già vinto le legislative nel 2022, quando Petro era stato poi eletto primo presidente di sinistra nella storia della Colombia, nonché primo ex guerrigliero.

I favoriti delle presidenziali sono il senatore di sinistra Iván Cepeda, compagno di partito di Petro, e l’avvocato di destra Abelardo de la Espriella.

“È molto importante aver confermato un blocco solido al congresso”, ha affermato Cepeda.

“Che la sinistra sia ancora in posizione di forza è molto grave”, ha dichiarato invece De la Espriella.

Il voto si è svolto pacificamente, nonostante le violenze politiche degli ultimi mesi, tra cui l’omicidio nel 2025 di Miguel Uribe, candidato di destra alle presidenziali.

La campagna elettorale era stata però segnata dalle violenze dei gruppi armati (guerriglieri, paramilitari e cartelli della droga) che si contendono il mercato della cocaina, di cui la Colombia è il primo produttore mondiale.

Il nuovo congresso entrerà in carica il 20 luglio, tre settimane prima dell’insediamento del successore di Petro, a cui la costituzione impedisce di ricandidarsi.

Secondo i sondaggi, molto probabilmente le presidenziali si decideranno al secondo turno del 21 giugno.

In caso di vittoria, Cepeda si è impegnato a portare avanti le riforme di sinistra del suo predecessore, ma per farlo avrà bisogno della collaborazione del congresso.

Il congresso attuale ha approvato molte delle ambiziose riforme di Petro, soprattutto in campo sociale, respingendo però una modifica del sistema sanitario e un aumento delle tasse per i più ricchi.


da Il Manifesto del 22/04/2026

Ue-Israele, tutto come prima. Grazie a Italia e Germania

di Andrea Valdambrini


Il Consiglio dell’Unione europea non ha raggiunto nessun risultato in merito al rapporto che lega Ue e Israele. Lo stallo non è nuovo, ma appare sempre più difficile da giustificare, alla luce delle nuove e continue violenze e violazioni dei diritti da parte del governo di Tel Aviv in Libano, che si sommano alle violenze dell’occupazione in Cisgiordania e al genocidio nella striscia di Gaza. «Non c’è stato sostegno da parte degli stati», ammette la responsabile per la politica estera Ue, Kaja Kallas, durante la conferenza stampa alla fine del meeting del Consiglio Ue in Lussemburgo. Kallas promette che «la discussone continuerà», a partire da nuove proposte di interruzione dei rapporti commerciali, come quella avanzata da Francia e Svezia per uno stop al commercio con i territori più recentemente finiti sotto occupazione da parte de coloni in Cisgiordania. Solo che tali misure hanno bisogno di essere prima formalizzate da parte della Commissione Ue per finire poi sul tavolo dei ministri a cui spetta decidere. Un cane che si morde la coda, dato che neppure le attuali proposte dell’esecutivo Ue hanno ottenuto il minimo consenso tra i rappresentanti dei governi.

NELLE PREVISIONI più ottimistiche, i ministri degli Esteri dei 27 paesi Ue avrebbero potuto discutere e magari votare il blocco, almeno parziale, delle relazioni commerciali con Israele. Sembrava quasi scontato, poi che si arrivasse almeno a sanzioni individuali, sia contro i coloni israeliani che occupano la West Bank che contro i ministri Smotrich e Ben Gvir contro cui è stato emesso un mandato d’arresto quasi un anno fa da parte della Corte penale internazionale.

Vince invece la linea espressa da Germania e Italia su quella anti-Netanyahu di Spagna, Irlanda, Slovenia, a cui si è unito il Belgio. Anche il presidente francese Macron giudica «legittimo» interrogarsi sulla sospensione dell’accordo, se il governo Netanyahu non cambiasse posizione». Il ministro Tajani ha sottolineato la consonanza con Berlino, il cui capo della diplomazia ha definito «misure inappropriate» quelle che prevedono la sospensione totale o parziale della partnership con Tel Aviv, pur dicendosi contrario alla violenza dei coloni e alla reintroduzione della pena di morte.

BERLINO PUNTA a mantenere un «dialogo critico e costruttivo» con Israele: una posizione criticabile dal punto di vista politico, ma sostanzialmente coerente. Il contrario di quella espressa da Roma. Solo pochi giorni fa, il governo Meloni ha annunciato lo stop al rinnovo automatico del memorandum sulla difesa tra Italia e Israele. Il tema delle armi è regolato bilateralmente e non rientra nell’accordo di associazione a livello Ue, che fornisce il quadro giuridico di riferimento. Ma la mossa d Roma si rivela facilmente un’illusione ottica. Non solo perché, a livello nazionale, rimuove l’automatismo ma non il legame in quanto tale. Ma anche perché alla presunta svolta del Vinitaly – da lì Melon ha annunciato la decisione – non corrisponde una analoga presa di posizione italiana in sede Ue.

ROMA SI È INFATTI presentata in Consiglio Esteri pronunciando due no secchi sia rispetto alla sospensione totale del partenariato Ue-Israele che rispetto alla revoca delle sole parti commerciali. L’unica apertura, peraltro non nuova, si è vista nei conforti delle sanzioni individuali contro i coloni violenti. Ma si tratta di un sì modesto, perché accompagnato dal rinvio alle eventuali decisioni da prendersi nel prossimo Consiglio esteri, l’11 maggio. Congelando l’accordo di associazione, «faremmo un danno alla popolazione civile, che però non può essere assimilata alle posizioni del governo», sostiene Tajani, mettendo una pietra tombale sul tema che richiede consenso unanime.

ANCHE L’UNGHERIA ha fatto il suo gioco di prestigio. Il ministro degli Esteri magiaro Szijiarto – quello che riferiva al russo Lavrov dopo i meeting dei capi delle diplomazie Ue -, ha disertato il tavolo con i suoi omologhi. All’ambasciatore ungherese, presente al posto del ministro, il premier uscente Orbán ha dato istruzioni precise: fino alla fine non mollare l’alleato Netanyahu, mantenendo di fatto il veto sulle sanzioni ai coloni. «Le discussioni continuano a susseguirsi senza portare ad alcuna azione e sono quindi prive di qualsiasi significato», è il giudizio severo dell’ong Oxfam, una delle oltre 60 organizzazioni umanitarie mobilitate per chiedere al ministri di far pressione sullo stato ebraico. «È tempo che lo facciano i singoli paesi, pena essere complici di Tel Aviv», sostiene ancora Oxfam. Meglio non contare sul governo Meloni, in ogni caso.


da Il Manifesto del 22/04/2026

Coloni senza freni: 

uccisi due palestinesi ad Al Mughayyir

di Michele Giorgio


Aws Al Naasan aveva sette anni quando rimase orfano. Il padre Hamdi, nel 2019, venne ucciso da colpi d’arma da fuoco sparati da soldati. «Come Hamdi, anche Aws ora è un martire nella gloria di Dio», dicevano ieri ai giornalisti alcuni dei partecipanti ai funerali del ragazzo quattordicenne e di un giovane, Jihad Abu Naim, 32 anni. Entrambi sono stati colpiti alla testa da proiettili di armi automatiche. Testimoni puntano il dito contro gruppi di mitnachalim, gli «eredi della terra», come in Israele vengono chiamati i coloni israeliani. Dopo aver tentato l’ennesima irruzione ad Al Mughayyir (Ramallah), di fronte alla reazione del villaggio, i coloni hanno fatto fuoco contro un gruppo di abitanti nei pressi della scuola, uccidendo Aws e Jihad. Qualche ora prima, Muhammad al Jaabari, 16 anni, era stato investito e ucciso da un’auto di coloni mentre andava in bicicletta nei pressi di Hebron. Un incidente, ha detto qualcuno, ma dall’auto nessuno è sceso a prestare soccorso al ragazzo. Il bilancio delle ultime ore è stato aggravato dalla morte, dopo due anni trascorsi in un letto d’ospedale, di Rajaa Bitawi, 49 anni, ferita gravemente nel 2024 a Jenin da colpi esplosi da militari israeliani.


martedì 28 aprile 2026

Alcune <<gemme>> dal libro biblico di Siracide

Il vero culto

<<Chi offre in sacrificio ciò che

ha rubato ai poveri

è come chi uccide un ragazzo

sotto gli occhi di suo papà,

perché un pezzo di pane permette

a un povero diavolo di campare

e portarglielo via significa ucciderlo.

Chi porta via il nutrimento agli altri

li uccide;

chi rifiuta il salario all’operaio

è un’assassino>>

(Sir. 34,24-27).


Un cuore sapiente

<<Fidati del consiglio del tuo cuore

perché nessuno ti è più fedele.

Infatti il tuo cuore in certi casi sa avvertirti

meglio che sette sentinelle sopra la torre.

Ma, soprattutto, prega Dio, l’Altissimo,

perché guidi la tua vita sulla strada giusta>>.

(Sir. 37,13).


da Pressenza del 25/04/2026

La mattina del 26 aprile oltre 60 imbarcazioni della Global Sumud Flotilla salperanno da Augusta verso Gaza

di Global Movement to Gaza


Dalle 12:00 di domenica 26 aprile, al porto Xiphonio di Augusta le imbarcazioni italiane e spagnole della Global Sumud Flotilla lasceranno gli ormeggi siciliani con l’obiettivo di sfidare l’assedio illegale, aprire un corridoio umanitario in Palestina e costruire un fronte globale di azioni coordinate per spingere i governi ad imporre l’embargo e le sanzioni a Israele: “Insistiamo con boicottaggio, pressione interna, scioperi e mobilitazioni”.

Le oltre 60 imbarcazioni italiane e spagnole presenti al porto di Augusta salperanno nella mattinata del 26 aprile con un obiettivo chiaro: spezzare l’assedio, riaffermare il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, e  creare le condizioni per una mobilitazione internazionale permanente che si rinvigorisca con la partenza,  come atto politico integrale concreto che mira a sfidare il blocco illegale imposto a Gaza, forzare l’apertura di un corridoio umanitario permanente e denunciare congiuntamente la complicità della comunità internazionale.

La Dichiarazione di Bruxelles, adottata il 22 aprile 2026 al primo Congresso parlamentare della Global Sumud Flotilla, ha sancito un principio ormai ineludibile: di fronte al reiterato inadempimento delle misure della giustizia internazionale, al finto cessate il fuoco, alla consistenza dell’occupazione dei territori palestinesi, all’aggressione nel sud del Libano, alla persistente chiusura delle vie di terra e alla continua negazione dell’accesso umanitario a Gaza, non è più sufficiente la sola denuncia dello Stato di Israele e dei suoi alleati.  È necessario agire in modo integrale e differenziato, costruendo un fronte internazionale capace di colpire il sistema di complicità che tiene in vita l’assedio:  boicottaggio, pressione politica interna, mobilitazione sindacale, scioperi generali e azioni di disobbedienza civile nonviolenta – tutti questi strumenti sono oggi messi in campo come parte di una strategia comune, affinché venga rispettato il diritto all’autodeterminazione dei popoli.


da Pressenza del 26/04/2026

Scuola e università tra guerra e formazione: la deriva della militarizzazione culturale

di Laura Tussi


In un contesto internazionale segnato da conflitti globali, riarmo e nuove tensioni geopolitiche, s’infiamma anche in Italia il dibattito sull’ingresso delle logiche militari nei sistemi educativi. Un fenomeno sempre più diffuso che interroga il ruolo stesso dell’istruzione pubblica.

I bambini e i ragazzi hanno diritto a crescere in ambienti educativi liberi, aperti e orientati alla pace, non condizionati da una presenza militare invasiva che può generare paura e confusione. La scuola dovrebbe essere uno spazio di dialogo, confronto e sviluppo del pensiero critico, non un luogo in cui si normalizzano logiche di guerra e gerarchie autoritarie. Esporre precocemente i giovani a simboli, linguaggi e strutture militari rischia di influenzare la loro percezione della realtà, rendendo accettabile ciò che dovrebbe invece essere interrogato e compreso criticamente.

Difendere i più giovani significa proteggerli da ogni forma di pressione ideologica e garantire loro un’educazione fondata su valori come la cooperazione, la solidarietà e il rispetto reciproco. La presenza militare nelle aule, se pervasiva, può limitare la libertà educativa e la pluralità dei punti di vista. I ragazzi devono poter immaginare il futuro senza sentirsi indirizzati verso modelli unici e rigidi.

Una scuola davvero democratica forma cittadini consapevoli, non sudditi disciplinati. Per questo è fondamentale preservare gli spazi educativi da ogni forma di militarizzazione, tutelando il diritto dei giovani a crescere in un clima di pace, libertà e dignità.

La crescente penetrazione della cultura militare nei sistemi educativi rappresenta dunque una delle trasformazioni più controverse e meno discusse del panorama contemporaneo dell’istruzione pubblica e universitaria. In un contesto globale segnato da conflitti permanenti, riarmo internazionale, crisi geopolitiche e ridefinizione degli equilibri di potere, scuole e università sembrano progressivamente perdere la loro funzione originaria di luoghi deputati alla formazione critica della persona, per diventare spazi attraversati da logiche securitarie, nazionalistiche e produttive sempre più vicine agli interessi degli apparati militari e industriali.

Riflettere criticamente sul militarismo nell’istruzione significa interrogarsi non soltanto sulla presenza materiale delle istituzioni armate nei contesti formativi, ma anche sulle strutture culturali, economiche e simboliche che rendono tale presenza socialmente accettabile e politicamente legittimata.

L’educazione moderna, almeno nella sua formulazione democratica e costituzionale, nasce storicamente come strumento di emancipazione collettiva. Pensatori come John Dewey hanno concepito la scuola come laboratorio della democrazia, mentre Paulo Freire ha insistito sulla necessità di un’educazione capace di sviluppare coscienza critica e liberazione dalle strutture oppressive. Anche Antonio Gramsci aveva riconosciuto nella formazione culturale uno degli strumenti fondamentali per l’autonomia delle classi subalterne.

In questa prospettiva, l’ingresso delle forze armate nei processi educativi appare come una torsione radicale della missione pedagogica originaria: l’istituzione scolastica non viene più orientata prioritariamente alla costruzione di cittadini consapevoli, ma alla normalizzazione della guerra come elemento strutturale della vita politica contemporanea.

La militarizzazione dell’istruzione assume forme molteplici e spesso indirette. Può manifestarsi attraverso protocolli d’intesa tra ministeri dell’istruzione e della difesa, programmi di orientamento professionale che promuovono carriere militari tra adolescenti e giovani adulti, presenza delle forze armate durante eventi scolastici, percorsi di alternanza scuola-lavoro presso enti collegati alla difesa, finanziamenti universitari destinati alla ricerca dual use e collaborazioni accademiche con industrie belliche.

In numerosi paesi occidentali tali pratiche sono state progressivamente normalizzate attraverso una retorica fondata sulla sicurezza nazionale, sull’innovazione tecnologica e sulle opportunità occupazionali. Tuttavia, questa normalizzazione produce un mutamento profondo: gli studenti vengono educati a percepire la guerra non come fallimento della politica, ma come componente inevitabile della stabilità internazionale.

L’analisi di questo fenomeno richiede anche una riflessione sulle trasformazioni del capitalismo contemporaneo. Il complesso militare-industriale, descritto da Dwight D. Eisenhower nel celebre discorso del 1961, ha assunto oggi una dimensione ancora più pervasiva. Non si tratta più soltanto dell’intreccio tra apparati militari e industrie della difesa, ma di una rete globale che coinvolge università, centri di ricerca, piattaforme tecnologiche, aziende informatiche e governi.

Le università diventano così nodi strategici di produzione scientifica applicabile tanto al settore civile quanto a quello militare. Le discipline STEM vengono frequentemente valorizzate in funzione della competitività strategica nazionale, mentre le scienze umane e sociali subiscono processi di marginalizzazione che riducono la capacità critica delle istituzioni accademiche.

La militarizzazione culturale opera anche attraverso i linguaggi. Termini come resilienza, sicurezza, minaccia, strategia e difesa penetrano progressivamente nel lessico educativo, contribuendo a ridefinire l’immaginario delle nuove generazioni. La pedagogia viene subordinata alla gestione del rischio; la cittadinanza viene reinterpretata come adesione disciplinata alle esigenze dello Stato; il dissenso può essere delegittimato come atteggiamento irresponsabile nei confronti della sicurezza collettiva.

In questa dinamica si intravede ciò che Michel Foucault aveva definito come il rapporto tra sapere e potere: le istituzioni educative producono soggetti compatibili con specifiche configurazioni di dominio.

Le conseguenze etiche di tale processo sono profonde. Una società che abitua i giovani alla presenza ordinaria delle strutture militari nei luoghi della formazione rischia di ridurre la sensibilità verso la sofferenza prodotta dai conflitti armati. Le guerre contemporanee vengono spesso rappresentate in maniera astratta, attraverso narrazioni tecnologiche che occultano le devastazioni umane nei territori colpiti. L’esperienza di popolazioni civili in aree come la Striscia di Gaza, l’Ucraina, lo Yemen o il Sudan dimostra invece che ogni conflitto produce distruzione sociale, trauma intergenerazionale e regressione democratica.

Un’educazione autenticamente umanistica dovrebbe rendere visibili queste conseguenze, piuttosto che occultarle dietro retoriche patriottiche o tecnocratiche.

In questo scenario assumono particolare rilevanza le attività di osservatori indipendenti e studiosi critici che denunciano tali processi. Il lavoro di Michele Lucivero, insieme a quello di giornalisti e ricercatori come Antonio Mazzeo e Federico Giusti, contribuisce a costruire una contro-narrazione fondamentale, capace di riportare al centro del dibattito pubblico il ruolo dell’istruzione.

Opporsi alla militarizzazione non significa ignorare la complessità delle relazioni internazionali né negare l’esistenza dei conflitti. Significa piuttosto riaffermare il primato dell’educazione come spazio di libertà critica. Le scuole e le università dovrebbero insegnare il valore della cooperazione internazionale, della diplomazia, del diritto internazionale, della risoluzione non violenta dei conflitti e della giustizia globale.

La posta in gioco è profondamente civile e democratica. Se l’educazione rinuncia alla propria autonomia critica e accetta di essere integrata nei dispositivi della guerra permanente, l’intera società rischia di perdere uno dei suoi principali strumenti di emancipazione.

Difendere scuole e università dalla militarizzazione significa difendere la possibilità stessa di immaginare un ordine internazionale fondato non sulla forza, ma sulla dignità umana, sulla verità storica, sulla pace e sulla libertà. In questa prospettiva, la resistenza culturale contro il militarismo non è una battaglia marginale, ma una delle questioni decisive del nostro tempo.