mercoledì 28 ottobre 2026

da Pressenza del 24/10/2026

L’inverno demografico della scuola

di Giovanni Caprio


Quasi due milioni di studenti in meno nel 2040 rispetto a oggi. Che, a regole invariate, potrebbero volere dire circa 95.000 classi e 166.000 docenti in meno. Sono, in massima sintesi, i dati drammatici dell’effetto del declino della popolazione italiana sul sistema d’istruzione nazionale, così come emergono da un nuovo esercizio previsivo della Fondazione Agnelli a partire dai dati Istat per il 2025.

L’impatto del declino della popolazione sul sistema d’istruzione italiano è un fenomeno che da tempo preoccupa ed è oggetto di studio, sebbene fatichi a diventare un tema importante del dibattito pubblico e per il momento non trovi risposte da parte della politica. Già nel 2018 la Fondazione Agnelli aveva lanciato un primo allarme, ma in questi anni le tendenze demografiche che allora potevano essere definite “preoccupanti” sono andate aggravandosi, diventando drammatiche in sé e per le conseguenze che potranno avere sugli equilibri e sulla sostenibilità dell’intero sistema d’istruzione nazionale.

“Il confronto con la previsione costruita anni fa dalla Fondazione Agnelli, si legge nel dossier, sulla base 2018 mostra che i cambiamenti non sono uniformi. Sul totale 3-18 la nuova stima per il 2030 è più bassa di circa il 4%. La correzione è molto più forte per i 3-5 anni, dove la nuova previsione è inferiore di circa il 18%, e più contenuta per la primaria, intorno al 7%. Per medie e superiori, invece, la nuova previsione è leggermente più alta, rispettivamente di circa il 3% e l’1%. Non soltanto lo scenario è diventato più negativo, ma è cambiata la distribuzione del calo tra le coorti”.

Il nuovo esercizio previsivo della Fondazione Agnelli fino al 2040 mostra che il divario territoriale cresce con l’orizzonte di previsione. Sul totale 0-18, al 2030 le differenze tra aree sono ancora relativamente contenute: Nord Ovest e Nord-Est si collocano intorno all’8% di riduzione, mentre Centro e Mezzogiorno sono intorno al 10-11%. Al 2035 il distacco aumenta: il Nord è intorno al 13-14%, il Centro al 19% e il Mezzogiorno al 20%. Nel 2040 il quadro si polarizza ulteriormente, con una riduzione di circa il 15% nel Nord-Ovest, il 16% nel Nord-Est, il 23% nel Centro e il 27% nel Mezzogiorno.

“Al 2040, si legge nel dossier, la Liguria, che da tempo è la regione più vecchia e dove quindi il declino è iniziato prima, è quella con la riduzione più contenuta del totale 0-18, intorno al 10%. Trentino-Alto Adige, Piemonte, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna si collocano in una fascia di riduzione compresa grosso modo tra il 15% e il 16%. All’estremo opposto, Sardegna e Basilicata superano il 30% di calo; Puglia e Molise sono poco sotto questa soglia”.

Una parte importante delle differenze territoriali è collegata alle migrazioni. Tra il 2025 e il 2039 il NordOvest cumula un saldo migratorio con l’estero positivo pari a circa l’8% della popolazione iniziale e un saldo interno positivo di circa l’1%. Nel Nord-Est il saldo con l’estero è intorno al 6% e quello interno al 2%. Al Centro il contributo dall’estero resta elevato, circa il 7%, mentre quello interno è solo leggermente positivo. Nel Mezzogiorno il saldo con l’estero è comunque positivo, intorno al 5%, ma viene in parte compensato da un saldo interno negativo vicino al 3%.

La Lombardia è un buon esempio di questo meccanismo: il saldo internazionale cumulato è vicino all’8% della popolazione 2025 e quello interno è positivo, anche se inferiore all’1%. Questa capacità attrattiva contribuisce alla migliore tenuta complessiva della Regione e si accompagna a un profilo più favorevole delle fasce giovani. Non è però un’eccezione assoluta: Liguria, Piemonte ed Emilia-Romagna mostrano anch’esse saldi migratori complessivi molto positivi.

Le stime della Fondazione Agnelli sollecitano una discussione, indicando il margine che il calo demografico potrebbe aprire per opzioni di politiche dell’istruzione diverse, ma che non necessariamente si escludono a vicenda. Fra queste, il rafforzamento del tempo scuola e la scuola del pomeriggio (soprattutto alle medie), il rafforzamento del sostegno, una maggiore stabilità degli organici, classi meno numerose e interventi mirati nelle aree a più forte rischio di povertà educativa. E, più in generale, potrebbe anche suggerire una riallocazione delle risorse che lo stesso declino potrà fare risparmiare fra i vari gradi dell’istruzione: ad esempio, per l’università, dove sono necessari più laureati; ma anche per gli asilo nido, che in Italia vedono una partecipazione dei bimbi più piccoli (0-2) ancora modeste. Sono le scelte che la politica sarà chiamata a fare a breve, alla luce del drammatico calo. “

È importante evitare una lettura univoca del declino demografico, si legge nel commento finale del rapporto. Il fenomeno combina tre dimensioni: il progressivo passaggio del calo tra i cicli scolastici, una divergenza territoriale crescente – già evidente nei totali di macroarea – e il ruolo delle migrazioni nel modificare le traiettorie regionali. Per la scuola significa conseguenze diverse per tempi e intensità: alcuni territori dovranno affrontare un forte ridimensionamento della rete e degli organici potenziali; altri, soprattutto nel Centro-Nord, avranno margini più contenuti e in alcune fasce giovani potranno vedere una stabilizzazione. Anche in termini di politiche, dunque, ha senso ragionare per ciclo e territorio, non solo in ottica nazionale”.

da il Manifesto, 20 ottobre 2026

ANASTASIA, GARANTE DEI DETENUTI DEL LAZIO: «ADOTTATE SUBITO IL PIANO REGIONALE DI PREVENZIONE DEL RISCHIO»

Detenuto suicida a Viterbo: è il terzo dall’inizio dell’anno al Mammagialla

Marco Caruso

 

Un detenuto di 49 anni, originario del viterbese, è stato trovato morto ieri mattina nel carcere di Mammagialla, a Viterbo. Si sarebbe tolto la vita impiccandosi. È il terzo suicidio dall’inizio del 2026 nella struttura. Prima di lui, al Mammagialla, erano morti suicidi altri due detenuti, il 5 febbraio e il 26 luglio. Il bilancio della regione Lazio sale così a sei casi dall’inizio dell’anno: oltre ai tre di Viterbo, altri tre su Roma, a Rebibbia, il 7 marzo e il 23 aprile e uno a Regina Coeli il 2 ottobre.

«Come sempre non ne conosciamo, e forse non ne sapremo mai, le ragioni profonde ma non possiamo non registrare il fatto che sia il terzo nell’istituto attraversato da tensioni e difficoltà crescenti» osserva Stefano Anastasia, garante dei detenuti del Lazio. Le cause individuali restano da accertare, sulla vicenda sta indagando la polizia penitenziaria. La ripetizione degli episodi, tuttavia, impone di un approfondimento sulle capacità di rilevare ed affrontare il disagio delle persone affidate in custodia. I numeri nazionali restituiscono la dimensione del fenomeno: secondo la rivista Ristretti Orizzonti, nel 2026 i suicidi in carcere sono 58, contro gli 80 registrati nell’intero 2025. Il rapporto di metà anno rilasciato ad agosto 2026 dall’associazione Antigone aveva evidenziato che il 9,3% dei detenuti presenta diagnosi psichiatriche gravi, il 20,5% fa ricorso a stabilizzanti dell’umore e antidepressivi e il 46% assume sedativi o ipnotici. Oltre a ciò, il 60% dei detenuti era inoltre sottoposto a custodia chiusa, con possibilità limitate di trascorrere tempo fuori dalla cella.

Sul fronte sanitario, Antigone rilevava appena 6,5 ore settimanali di presenza psichiatrica e 16 di supporto psicologico ogni cento detenuti. Il quadro non dimostra un rapporto automatico tra sovraffollamento e suicidio, né spiega da solo quanto accaduto a Viterbo. Indica però il contesto nel quale il lavoro di osservazione e presa in carico diventa più difficile. Per Anastasia, la risposta passa dall’adozione urgente del nuovo piano regionale di prevenzione del rischio suicidario e dalla sua applicazione in tutti gli istituti.

«La regione Lazio deve adottarlo al più presto e deve rafforzare i servizi per la salute mentale – ha commentato il consigliere regionale di Sinistra civica ecologista Claudio Marotta – ogni vita perduta impone azioni concrete sulle condizioni della detenzione e sulla tutela della salute, la privazione della libertà non cancella i diritti».

Il Manifesto, 20 ottobre 2026

 

PELLEGRINI

  

Le nostre "cose" fanno ressa e urgono

alla porta del nostro cuore;

la Tua presenza, invece, è discreta,

attenta a non imporsi, ma a proporsi.

 

Perché questo, o Signore, è il Tuo stile,

la povertà che Tu hai scelto;

è la strada della proposta libera,

che non vuole farci violenza.

 

A volte la cappa del dubbio ci opprime

e la voglia di vedere e di toccare

ci prende e ci sconvolge,

come fu per Tommaso, uno dei dodici.

 

Siamo gente che forse cammina con Te

ma, come i viandanti di Emmaus,

abbiamo gli occhi bendati

e non sappiamo ancora riconoscerTi.

 

Franco Barbero

da Franco Barbero, “PREGHIERE D'OGNI GIORNO, Pregare e lottare: una sintesi vitale”,

pag. 95, anno 2021

 

martedì 27 ottobre 2026

 

Quello che le piazze ancora non dicono

Carmen Marchiori

Place de la République foto Epa/Mohammed Badra

Le proteste si moltiplicano, ma il malcontento fatica a diventare cambiamento politico. Non è un paradosso soltanto italiano. Nelle democrazie contemporanee, la capacità di esprimere il dissenso sembra spesso superiore a quella di trasformarlo in un progetto collettivo. Le rivendicazioni emergono, talvolta ottengono risposte, ma faticano a incontrarsi. E ciò che potrebbe diventare una domanda di cambiamento più generale resta una successione di conflitti separati.

Le mobilitazioni di queste settimane ne offrono uno spaccato. Giovani alle prese con affitti insostenibili e prospettive incerte, autotrasportatori penalizzati dal caro carburante, agricoltori che chiedono sostegni ai propri redditi. Chi dispone di organizzazioni e capacità di pressione riesce più facilmente a ottenere risposte. Chi ne è privo rischia non soltanto di restare inascoltato, ma di non vedere neppure riconosciute le proprie rivendicazioni come domande politiche.

Ma la diversa forza contrattuale non esaurisce il problema. C’è qualcosa di più profondo nel modo in cui questi conflitti vengono raccontati e affrontati: ogni rivendicazione appare come una questione a sé, da risolvere con una risposta particolare. Eppure, dietro domande apparentemente distanti, possono esistere complementarità significative. Non soltanto interessi da conciliare, ma obiettivi il cui perseguimento congiunto può produrre benefici che nessun gruppo riuscirebbe a ottenere agendo da solo.

Il diritto alla casa, per esempio, non riguarda soltanto chi oggi non riesce a pagare un affitto. Una maggiore accessibilità abitativa può favorire la mobilità del lavoro e ampliare le opportunità dei giovani. Una scuola pubblica di qualità non è soltanto un beneficio per studenti e famiglie: contribuisce alla formazione delle competenze e alla produttività futura. Ridurre la dipendenza dai combustibili fossili non risponde soltanto a un’esigenza ambientale: può rendere famiglie e imprese meno vulnerabili agli shock energetici.

Queste complementarità, tuttavia, sono spesso difficili da riconoscere perché si manifestano nel tempo. I costi delle trasformazioni sono immediati, mentre i benefici futuri sono più incerti e distribuiti tra soggetti diversi. Una compensazione settoriale offre un vantaggio visibile oggi; una politica strutturale richiede investimenti che producono risultati più lentamente. Il breve periodo non è soltanto l’orizzonte entro cui si prendono le decisioni. Rischia di diventare anche quello entro cui gli interessi vengono percepiti.

È qui che, a un secolo esatto dalla sua stesura, Alcuni temi della questione meridionale di Antonio Gramsci torna a parlarci. Nell’Italia degli anni Venti, i contadini meridionali vivevano in condizioni di subordinazione economica e politica, mentre gli operai del Nord erano organizzati in un movimento capace di esercitare una pressione ben maggiore. Ma la comune opposizione all’ordine esistente non bastava a farne degli alleati. Gli operai dovevano superare i propri interessi corporativi e riconoscere nella questione della terra una parte essenziale della propria battaglia politica. Senza questo passaggio, le rivolte contadine potevano rimanere isolate e l’ordine esistente sostanzialmente intatto.

Gramsci mostrava anche il problema speculare: il blocco dominante non si reggeva soltanto sulla forza economica dei proprietari terrieri meridionali e della borghesia industriale settentrionale. La sua stabilità dipendeva da una struttura intellettuale capace di organizzare il consenso e dare coerenza a quell’alleanza. Gli intellettuali non erano semplici osservatori dei rapporti di potere: contribuivano a costruirli e a riprodurli.

A conservare la propria attualità è un’intuizione più profonda: gli interessi non si traducono spontaneamente in alleanze politiche. Il modo in cui vengono interpretati e messi in relazione contribuisce a determinare quali alleanze diventino possibili. È su questo terreno che si misura oggi la responsabilità degli intellettuali, intesi nel senso ampio di Gramsci: non soltanto studiosi, ma giornalisti, insegnanti, sindacalisti, dirigenti politici e quanti contribuiscono a dare forma alla rappresentazione dei conflitti sociali.

Non basta scegliere da che parte stare. Conta anche quali interessi si riescono a mettere in relazione e quale futuro si rende immaginabile. Una rappresentanza che si limita a raccogliere e amplificare rivendicazioni separate può finire per riprodurre la frammentazione che denuncia. E una politica che misura il proprio successo soltanto dalle concessioni ottenute nell’immediato rischia di lasciare fuori dal proprio orizzonte proprio le trasformazioni di cui potrebbero beneficiare la società nel suo insieme. Il potere non si conserva soltanto opponendosi al cambiamento, ma restringendo ciò che può essere immaginato collettivamente.

Il Manifesto, 22 ottobre 2026

 

 da il Manifesto del 22 ottobre 2026 

 

Serbia, gli studenti hanno vinto le elezioni. Ora tocca allo Stato

26.10.26 - Miloje Savić, Belgrado, Serbia - Pressenza

Voždovac, 21 ottobre 2026. L’intero quartiere è sceso in strada, tra fischietti, trombette e clacson assordanti, perché stanno arrivando gli studenti. Dalla sommità di via Ustanička spuntano le prime bandiere: è la colonna partita dalla Serbia orientale, più di 200 chilometri a piedi, tra scarpe da ginnastica e i tradizionali opanci, le calzature contadine di pelle, con le vesciche coperte di cerotti. I fumogeni illuminano l’incrocio, come accade a Voždovac fin dagli anni Novanta. Tra i marciatori c’è Filip, con una šajkača, il berretto tradizionale serbo in testa e un alberello tra le mani, donato agli studenti da un giardiniere di Požarevac “come segno di un nuovo inizio.” Si aspetta di vincere domenica, ma con sobria consapevolezza: sarà una vittoria faticosa, “perché è l’unico modo in cui ce la lasceranno ottenere”. La colonna si ferma, balla un kolo, la danza popolare serba, si accovaccia e attende il ritmo di Freed from Desire di Gala, per poi saltare all’unisono più in alto possibile.

La sera successiva, il 22 ottobre, circa 150-200.000 persone (secondo le stime dell’Archivio dei Raduni Pubblici) hanno riempito piazza Slavija a Belgrado per il comizio conclusivo della Lista degli Studenti. La folla scandiva Gotov je! (È finita! / È caduto!), le stesse parole risuonate nell’ottobre del 2000 alla caduta di Slobodan Milošević. Trovarsi vicini era già di per sé il fine: un rimedio contro l’abitudine nazionale all’oblio, contro la dimenticanza delle 16 vittime schiacciate dal crollo della pensilina di Novi Sad il 1° novembre 2024, dei pestaggi e dei soprusi durati quattordici anni. Quella memoria affonda le radici lontano. Gli studenti serbi insorsero nel 1968 contro la “borghesia rossa” della Jugoslavia di Tito; nel 1996 e nel 1997 contro i brogli di Milošević alle elezioni locali al grido di “Belgrado è il mondo” e di nuovo nel novembre 2024, occupando le facoltà dopo i fatti di Novi Sad. Ventotto anni esatti separano ogni ciclo di proteste. Come ha sottolineato nel 2025 Aleksandar Baucal, docente dell’Università di Belgrado (oggi candidato nella Lista degli Studenti), a unire queste generazioni non è un interesse materiale, bensì i valori civici: lo stato di diritto, la responsabilità dei funzionari eletti e la salvaguardia di istituzioni che appartengono a tutti. L’amara lezione di questi cicli storici, tuttavia, è che ciascuno ha conquistato un momento epocale, ma nessuno, da solo, è riuscito a conquistare le istituzioni.

Questa volta il regime si è difeso con ogni mezzo. Nel Parco dei Pionieri, di fronte al Parlamento, il Partito Progressista Serbo (SNS) ha mantenuto per oltre un anno una tendopoli di sedicenti “studenti che vogliono studiare”, ribattezzata Ćacilend. Un ex attivista dell’SNS di Novi Sad, Momčilo Marjanović, ha rivelato a BIRN di aver reclutato picchiatori ed emissari a pagamento per il presidio: riceveva 500 euro al giorno, mentre ai suoi uomini andavano 200 euro, rigorosamente in contanti. La Procura per la Criminalità Organizzata ha aperto un’inchiesta sulla vicenda. Durante i mesi di protesta del 2025 sono stati arrestati più di mille cittadini e quattro giorni prima delle elezioni, il settimanale Radar ha pubblicato i messaggi intercettati sull’app Sky ECC in cui il boss del narcotraffico in carcere Darko Šarić confida ai parenti che Oskar è il nome in codice di Aleksandar Vučić — uno pseudonimo individuato per la prima volta dalla rete investigativa KRIK nei fascicoli di polizia sul clan Šarić nel 2024.

Il voto stesso è stato una scommessa azzardata di Vučić. Ha sciolto il Parlamento il 9 settembre e il 27  si è dimesso da presidente con otto mesi di anticipo rispetto alla scadenza del suo secondo mandato, per guidare la lista Aleksandar Vučić, Serbia Unita come candidato primo ministro. Molti, all’interno del movimento, ricordavano l’occasione sfumata: il 15 marzo 2025, dopo che circa 300.000 persone avevano inondato Belgrado per poi essere disperse tra denunce sull’uso illegale di dispositivi sonici antisommossa, la folla era tornata a casa. Non è stato un nuovo 5 ottobre del 2000, la data che ha segnato la fine del regime di Milošević. Il movimento non era ancora abbastanza maturo per trasformare la piazza in un’intimazione formale di dimissioni verso il presidente, regalando così al regime altri diciotto mesi di sopravvivenza.

La grande sorpresa di questa tornata elettorale è stata la diaspora, a lungo considerata un bancomat silenzioso per le famiglie e per le casse dello Stato. Oltre 110.000 serbi all’estero si sono registrati per votare, quasi il triplo rispetto al 2023. Il Ministero degli Affari Esteri ha risposto allestendo appena 93 seggi: 28 in Bosnia ed Erzegovina, solo due in tutto il Canada, nessuno in Romania, Bulgaria o Slovacchia, e nessuno in almeno 32 città che, stando alle associazioni della diaspora, soddisfacevano la soglia minima di legge di 100 elettori registrati. Tutti i seggi all’estero hanno osservato l’orario di Belgrado, costringendo i residenti in Nord America a votare nel cuore della notte. I volontari hanno risposto lanciando la piattaforma votebnb.rs, offrendo un alloggio a chiunque percorresse migliaia di chilometri pur di raggiungere un’urna. Centomila voti potevano valere da cinque a sette seggi in un testa a testa serrato; cosa ancor più importante, hanno ricordato a chi era rimasto a casa di non essere solo.

L’esito del voto non può essere valutato a prescindere dal biennio che lo ha preceduto. Da novembre 2024 lo Stato ha risposto a un movimento pacifico con la forza, la sorveglianza di massa, il fango mediatico e i licenziamenti, come ampiamente documentato da esperti delle Nazioni Unite, Amnesty International, Human Rights Watch, Reporter Senza Frontiere e dalle associazioni dei giornalisti serbi.

Cittadini e studenti. Nell’agosto 2025 gli esperti di diritti umani dell’ONU hanno esortato la Serbia a fermare la “crescente repressione” contro studenti, docenti, difensori dei diritti umani e comuni cittadini. Dopo l’appello degli studenti a nuove elezioni il 28 giugno 2025, Amnesty International e Civil Rights Defenders hanno raccolto segnalazioni di centinaia di fermi in una sola settimana, compresi studenti delle superiori e di pestaggi tali da richiedere il ricovero ospedaliero. Da metà agosto 2025 le manifestazioni sono degenerate in scontri quotidiani, con la polizia in tenuta antisommossa affiancata da gruppi filogovernativi a volto coperto. Il 14 agosto 2025 la studentessa Nikolina Sinđelić è stata fermata dall’unità di protezione dei funzionari statali (JZO) e, secondo quanto da lei stessa denunciato ai magistrati, picchiata e minacciata di stupro nei sotterranei del palazzo del governo. La risoluzione dell’ottobre 2025 del Parlamento Europeo ha espressamente citato brutalità poliziesche, violenze sessuali contro gli studenti e procedimenti giudiziari per motivi politici. Il bilancio del movimento studentesco contava oltre 3.000 persone arrestate, percosse, trattenute, perseguitate o licenziate entro la fine del 2025, secondo i dati di European Western Balkans.

Università e scuole. Nel marzo 2025 il governo ha tagliato per decreto i fondi agli atenei, modificato l’orario di lavoro dei docenti, istituito un gruppo di lavoro per riscrivere la Legge sull’Istruzione Superiore escludendo le università e congelato i numeri programmati delle immatricolazioni. Misure che hanno spinto i docenti ad accamparsi davanti alla sede del governo sotto lo striscione “L’Università al bivio”. Presidi vicini al governo hanno fatto intervenire la celere contro i blocchi studenteschi, come accaduto alla Facoltà di Filosofia di Novi Sad nell’agosto 2025. Un attivista per i diritti civili ha dichiarato a Index on Censorship che circa 100 insegnanti delle scuole superiori sono stati sospesi e 25 presidi rimossi dai loro incarichi per aver manifestato solidarietà agli studenti.

Giornalisti e media. L’Associazione Indipendente dei Giornalisti Serbi (NUNS) ha registrato nel 2025 circa 380 tra aggressioni, minacce e pressioni sui cronisti, il picco più alto dall’avvio del monitoraggio nel 2008. RSF ha censito 82 aggressioni fisiche nello stesso anno, rilevando che circa la metà era stata compiuta dalle forze dell’ordine. Amnesty International ha attribuito “con elevato grado di certezza” all’agenzia di sicurezza BIA l’uso dello spyware NoviSpy, installato sui telefoni di attivisti e reporter durante gli interrogatori di polizia; Human Rights Watch ha riferito che due giornalisti di BIRN sono stati presi di mira con lo spyware Pegasus nel febbraio 2025. Le manovre sugli assetti proprietari hanno fatto il resto: l’ODIHR ha segnalato l’oscuramento delle emittenti N1 e Nova S da Total TV e Net TV Plus in seguito all’acquisizione delle piattaforme da parte della compagnia statale Telekom Srbija; nell’ottobre 2026 nove giornalisti di N1 hanno rassegnato le dimissioni contestando la linea editoriale della nuova proprietà, mentre la redazione di Nova.rs è stata costretta ad accettare un direttore responsabile imposto dall’alto.

La Lista degli Studenti ha ottenuto circa il 52,5% delle preferenze contro il 39% circa della lista di Vučić: un distacco di oltre mezzo milione di voti che dovrebbe garantirle una maggioranza assoluta tra i 136 e i 141 seggi sui 250 dell’Assemblea Nazionale. Vučić ha riconosciuto la sconfitta circa un’ora dopo la chiusura delle urne, prima ancora dell’inizio dello spoglio ufficiale, ammettendo che “la nostra sconfitta in queste era evidente elezioni.”

L’affluenza alle urne è stato l’elemento chiave. La Commissione Elettorale della Repubblica (RIK) ha registrato il 68,78% (4.211.957 votanti) sui seggi scrutinati; CeSID ha stimato il 69,3%, a fronte del 58,77% del dicembre 2023: un dato che le rilevazioni RIK delle ore 18:00 collocavano già tra i più alti dal 1992 a oggi. Secondo l’organizzazione di monitoraggio CRTA, il margine di vantaggio della Lista degli Studenti è stato schiacciante a Belgrado (circa 31 punti), seguito dalla Voivodina (13 punti) e dalla Serbia centrale e occidentale (11 punti ciascuna); la lista di Vučić è rimasta in testa soltanto nella Serbia meridionale.

Gli studenti si sono imposti nonostante il contesto viziato in cui si è svolto il voto. CRTA, che ha monitorato un campione rappresentativo di 500 seggi con oltre 2.000 osservatori, ha segnalato entro le 16:00 pressioni su elettori, scrutatori o osservatori nel 29% dei seggi, irregolarità procedurali nel 18% e violazioni dell’integrità del voto nel 17%. Alla chiusura delle operazioni, la fotografia della scheda elettorale — tipico strumento di controllo del voto di scambio — è stata rilevata nel 48% dei seggi su scala nazionale e nel 79% a Belgrado: il tasso più alto mai riscontrato da CRTA.

Nel corso della giornata le violenze si sono spostate all’esterno dei seggi. N1 e Nova hanno riferito che circa trenta persone hanno fatto irruzione in un seggio a Doljevac, dove un membro del comitato elettorale è stato schiaffeggiato; individui a volto coperto hanno aggredito diversi giovani a colpi di spranghe e torce fuori da un seggio a Pančevo; alcuni cronisti sono stati aggrediti a Pavlovac, nei pressi di Vranje (due persone sono state arrestate) e davanti al Parco dei Pionieri a Belgrado; un delegato di lista degli studenti a Kragujevac è stato picchiato dopo aver filmato un presunto episodio di compravendita di voti. Nel pomeriggio, nei dintorni della Presidenza, sono comparsi i mezzi blindati della Gendarmeria per la dispersione della folla.

La competizione elettorale era stata falsata ben prima del giorno del voto. Il rapporto intermedio dell’ODIHR (pubblicato il 9 ottobre) ha puntato il dito contro la profonda polarizzazione, le intimidazioni agli attivisti, episodi isolati di violenza e l’uso indebito di risorse pubbliche, tra cui l’erogazione straordinaria a pioggia di quasi un miliardo di euro a favore di tutti i cittadini maggiorenni, annunciata il 31 agosto 2026. CRTA ha contato 116 episodi violenti nell’ultima settimana di campagna, ha rilevato anomalie o presunti illeciti in un evento elettorale su tre organizzato dall’SNS e ha calcolato che gli esponenti della maggioranza hanno monopolizzato circa tre quarti del tempo di intervento sulle televisioni nazionali nel periodo monitorato a settembre. Oltre 500.000 elettori figurano ancora iscritti nei registri senza un recapito di residenza preciso, stando alle inchieste di Radio Free Europe.

La Commissione Elettorale della Repubblica ha liquidato gli incidenti definendoli in gran parte di lieve entità. Raša Nedeljkov di CRTA è giunto a una conclusione diversa: la tornata elettorale ha dimostrato che in Serbia l’alternanza democratica è ancora possibile attraverso le urne, anzitutto grazie alla presenza nei seggi di scrutatori e rappresentanti dell’opposizione formati per sventare i brogli. Entrambe le letture colgono nel segno: un apparato che genera tuttora un simile livello di coercizione è stato travolto da un distacco numerico troppo ampio persino per essere rubato.

Fare l’osservatore al seggio è stato il mio modo di dare una mano. A Voždovac (Comune urbano di Belgrado), le code si sono formate molto prima dell’apertura delle urne alle 7:00. Il clima era sereno e la maggior parte degli elettori stringeva la carta d’identità in una mano e la propria matita nell’altra. Nei giorni precedenti al voto, sui social network era circolato l’allarme che il regime potesse distribuire ai seggi penne a inchiostro simpatico. Psicosi o meno, i cittadini non hanno lasciato nulla al caso: si sarebbe quasi potuto pronosticare l’esito dello scrutinio semplicemente contando le matite portate da casa. Attorno agli edifici scolastici stazionavano squadre mobili per vigilare sulle irregolarità: alcune coordinate dagli studenti e dai loro sostenitori, altre nate spontaneamente tra vicini di casa. Come recita un detto serbo, “Non sarebbe passata neppure una mosca.”

Nel seggio dove mi trovavo, le maggiori irregolarità riscontrate hanno riguardato il voto domiciliare, quando il comitato elettorale ha portato l’urna a casa di elettori anziani o allettati impossibilitati a muoversi, alcuni dei quali ospitati in case di riposo. È un meccanismo sfruttato sistematicamente in passato per fare pressione su persone fragili affinché votassero “per il verso giusto”. Come osservatore potevo verbalizzare i tentativi di condizionamento, ma non avevo l’autorità legale per impedirli: li abbiamo messi a verbale e siamo andati avanti.

Lo spoglio era ancora in corso quando è giunta la notizia che Vučić aveva ammesso la sconfitta. Nella stanza è sceso un attimo di silenzio; poi abbiamo ripreso a contare le schede, con scrupolo e professionalità, fino a mezzanotte. Nel mio seggio la Lista degli Studenti ha sfiorato il 60% dei consensi. Dopo mezzanotte abbiamo consegnato le schede e i registri alla commissione elettorale municipale di Voždovac, dove nel salone centrale regnava un entusiasmo incontenibile mentre continuavano ad arrivare gli ultimi comitati di seggio.

Nella notte tra il 25 e il 26 ottobre, dopo mezzanotte: i comitati elettorali giungono alla commissione municipale di Voždovac per la consegna dei verbali e dei materiali. Con il diffondersi della notizia della vittoria della Lista degli Studenti, tra gli scrutatori esplodono lacrime di gioia e incredulità. 

Poco dopo l’una mi sono unito ai festeggiamenti a Slavija. La piazza vibrava di musica, con una gigantesca kolo che si snodava per tutto lo slargo. Ho concluso la notte sui gradini dell’Assemblea Nazionale, ancora gremita di persone alle 3 del mattino, proprio di fronte alle tende ormai smantellate di Ćacilend. Una nuova mobilitazione festosa è stata convocata per le 19:00 di lunedì 26 ottobre sempre in piazza Slavija.

Notte tra il 25 e il 26 ottobre, davanti all’Assemblea Nazionale: i sostenitori della Lista degli Studenti ballano il tradizionale kolo e festeggiano il responso delle urne. Molti sollevano tre dita, un antico gesto serbo usato durante la campagna elettorale per richiamare il numero 3 assegnato alla lista sulla scheda. 

La cruda realtà del 26 ottobre è che l’SNS ha perso il controllo del Parlamento, ma mantiene saldamente le redini di gran parte dell’apparato statale. Il capo di Stato facente funzioni è Ana Brnabić, che ha pubblicamente bollato la Lista degli Studenti come una “truffa” e subito dopo il voto ha promesso che l’SNS farà un’opposizione spietata. In base alla Costituzione, spetta a lei proporre il futuro primo ministro dopo aver consultato le forze elette e indire le elezioni presidenziali affinché si svolgano orientativamente entro il 27 dicembre. CRTA ha già intimato alle cariche istituzionali provvisorie di dichiarare apertamente le proprie intenzioni e “non tenere di nuovo in ostaggio l’opinione pubblica”. Il passaggio del potere esecutivo non sarà quindi né automatico né privo di scossoni e la corsa presidenziale rappresenterà il prossimo terreno di scontro.

Al di sotto della presidenza resistono istituzioni modellate da quattordici anni di potere monocolore: le procure e i tribunali, l’agenzia di intelligence BIA, i vertici delle forze di polizia, l’autorità di vigilanza sulle comunicazioni REM, la radiotelevisione pubblica RTS, il Comune di Belgrado e la quasi totalità delle amministrazioni locali, che non erano oggetto di rinnovo elettorale. I tabloid filogovernativi — che durante la campagna hanno diffuso fotomontaggi generati dall’intelligenza artificiale per diffamare il capolista Ilija Srdanović, come verificato dalle testate di fact-checking Istinomer e Raskrikavanje — non hanno certo cambiato proprietà. Nel suo discorso di ammissione della sconfitta, Vučić ha puntato l’indice contro la stampa indipendente, “svariati Paesi europei” e un presunto “deep state americano”, parlando di “rivoluzione”. Un leader sconfitto che liquida il verdetto delle urne come un complotto straniero sta preparando la narrazione per la rivincita, non certo per l’uscita di scena. Con il 39% dei voti e circa 103 seggi, l’SNS resta la seconda forza politica del Paese.

Dal canto suo, il fronte vincitore presenta fragilità strutturali. La Lista degli Studenti tiene insieme anime che spaziano dal Fronte della Sinistra Verde fino alla destra di Dveri ed è retta da assemblee plenarie studentesche che deliberano per voto diretto e applicano i regolamenti su base consensuale. I suoi candidati sono cardiologi, chimici, magistrati e insegnanti con poca o nessuna esperienza nell’amministrazione pubblica. Il programma in 11 punti punta con forza sull’indipendenza della magistratura, sulla lustration (l’epurazione dei funzionari corrotti del vecchio regime), sulla de-lottizzazione e sulla liberazione dei media, mentre il dossier dell’adesione all’Unione Europea non occupa ancora una posizione centrale. Scegliere un premier e preservare la compattezza dei deputati attraverso compromessi da coalizione, senza disporre di una macchina di partito alle spalle, è un’impresa mai riuscita a nessun movimento di protesta serbo del passato. Pochi altri movimenti al mondo ne sono stati capaci: ci riuscì ad esempio Solidarność in Polonia nel 1989, ma nel quadro di una transizione negoziata, non scontrandosi frontalmente con un partito al potere che controlla tuttora la presidenza, i servizi di sicurezza e gran parte dell’informazione.

L’Europa arriva tardi alla festa. Ursula von der Leyen e la commissaria designata Marta Kos si sono congratulate con i vincitori nel giro di poche ore. Eppure, per due lunghi anni Bruxelles ha attenuato le critiche mentre corteggiava Belgrado come fornitore strategico di litio per il progetto Jadar; solo nell’ottobre 2025 il Parlamento Europeo ha emesso la sua risoluzione più dura contro la Serbia. Gli studenti hanno vinto senza alcun aiuto da parte dell’Europa; capire se l’UE saprà ora essere un vero partner per le riforme dello stato di diritto, anziché limitarsi a considerare la Serbia un mero bacino di materie prime, determinerà quanta strada Belgrado e Bruxelles potranno percorrere insieme.

Infine, il clima politico delle prossime settimane sarà determinante. Nella notte elettorale gruppi di persone hanno fatto irruzione nel Parco dei Pionieri smantellando “Ćacilend”, il degradato presidio-tendopoli paramilitare e mafioso filo-regime. La vera forza del movimento è sempre stata la disciplina e la scelta della nonviolenza di fronte alle provocazioni più sfacciate. L’accertamento delle responsabilità per Novi Sad, per i pestaggi e per gli abusi sistematici dell’apparato statale dovrà passare per aule di tribunale indipendenti e processi equi.

Il compito che ci attende

Il voto del 25 ottobre ha dimostrato che un’autocrazia può essere sconfitta alle urne quando la partecipazione è di massa, quando la diaspora viaggia per tutta la notte e migliaia di cittadini preparati presidiano i seggi. Non ha dimostrato che la Serbia sia libera. Nel 2000 un’intera generazione si illuse che bastasse una sola elezione per archiviare il passato e tornò a casa; dodici anni dopo, il sistema che aveva abbattuto è tornato al potere sotto altre spoglie. Gli studenti hanno insegnato al Paese il dovere di ricordare. La loro prossima lezione dovrà essere la pazienza istituzionale: una procura indipendente, un servizio pubblico radiotelevisivo liberato dal controllo politico, liste elettorali ripulite e un presidente eletto, verosimilmente a dicembre, ad armi pari.

Per due anni gli universitari serbi hanno impartito all’Europa una lezione che sembrava smarrita: la democrazia non è un dono calato dall’alto delle istituzioni, ma una pratica quotidiana dei cittadini. Le loro plenarie — assemblee aperte senza capi in cui ogni scelta viene messa ai voti — hanno trasformato le aule universitarie in palestre di autogoverno; la fermezza mostrata davanti alle provocazioni ha provato che la nonviolenza è una strategia politica a tutti gli effetti, complessa e talvolta dolorosa, ma efficace. Quando l’Unione Europea esitava, sono saliti in sella pedalando fino a Strasburgo e hanno corso un’ultramaratona fino a Bruxelles per recapitare di persona il loro messaggio alle istituzioni comunitarie. Il loro esempio ha già contagiato la regione: dagli studenti delle superiori serbi che hanno espresso solidarietà ai coetanei francesi, agli studenti albanesi scesi in piazza contro il governo di Edi Rama quest’anno, le nuove generazioni dei Balcani guardano oggi a Belgrado e Novi Sad come alla dimostrazione vivente che un movimento pacifico e orizzontale può logorare un regime. La persistenza di questo modello dipenderà da ciò che gli studenti e i cittadini della Serbia sapranno fare del potere conquistato a così caro prezzo.


 

lunedì 26 ottobre 2026

Il Manifesto, martedì 20 ottobre 2026

Dopo le ronde il raid omicida: «Accoltellati perché neri»

Giuliano Santoro

A Tor Sapienza, periferia est, la campagna securitaria culmina con un morto. «Avevano anche una pistola»: il racconto del sopravvissuto in mano al pm

Roma, intervento nel fabbricato abbandonato di via Tallone a Tor Sapienza di Angelo Carconi/Ansa

Lo presentarono come un regolamento di conti tra spacciatori, ma quello che è successo lo scorso 29 settembre a Tor Sapienza, quartiere della periferia orientale di Roma dove un trentenne originario della Nigeria non ancora identificato è stato trovato morto con ferite da taglio, potrebbe essere il tragico esito di una caccia all’uomo di ronde razziste. Ancora più grave: l’omicidio potrebbe essere la conseguenza oggettiva dell’azione congiunta di diversi fattori operanti sul territorio ormai da settimane: campagne securitarie che veicolano messaggi xenofobi amplificati dall’irruzione di fascio-influencer, poi l’intervento del governo su richiesta delle destre locali che conduce lo sgombero. Fino all’esecuzione notturna.

L’AGGRESSIONE arriva dopo lo sgombero del grande rudere che si trova a via Tallone. Lo spazio era da tempo abitato da sbandati e senza fissa dimora. Da qui la protesta degli abitanti che, aizzati da un sedicente comitato di cittadini animato da esponenti dell’estrema destra, hanno chiesto che il palazzo venisse evacuato. L’azione del governo è arrivata, appunto, subito prima dell’accoltellamento. A quel punto, secondo la versione del quarantaduenne Kingsley Tomsi raccolta da Repubblica, un gruppo di giovani italiani, armati di coltelli, machete e persino di una pistola, si sarebbe appostato nel buio del parco adiacente al fabbricato, in attesa dei migranti di in fuga. Tomsi, anche lui nigeriano e richiedente asilo, è sopravvissuto a sei coltellate. È stato ritrovato agonizzante in un carrello della spesa, portato al Policlino Umberto I e ricoverato d’urgenza. «Stavamo attraversando il parco per andare a Rebibbia a dormire – ha detto – Ho sentito delle voci tra i cespugli che dicevano ‘Eccoli, sono arrivati‘. Un ragazzo giovane, bianco, con la frangetta e la felpa col cappuccio mi ha detto di passare e subito dopo mi hanno accoltellato». Insieme a lui c’era Sami, il cui corpo privo di vita è stato rinvenuto il mattino seguente all’interno del parco. Un altro testimone, Austin, ha racontato che poco prima gli hanno puntato una pistola, ma è riuscito a fuggire.

«CI STAVANO aspettando perché siamo neri», sostiene Tomsi. L’uomo denuncia anche di non essere stato ascoltato nel corso dei primi interrogatori: «Il ragazzo era bianco, parlava italiano – afferma ricostruendo i fatti – L’ho guardato in faccia. Alla polizia ho detto che il mio aggressore era bianco, ma mi hanno mostrato foto di persone nere». Le carte sono in mano pm Paolo Marinaro. La procura sta vagliando le testimonianze cercando di identificare i componenti del gruppo e, si spera, per chiarire la natura dell’agguato. «Si legittimano odio e violenze, mentre i problemi dei cittadini restano lì e continuano a crescere. Questo è da irresponsabili e pericolosissimo. Il mandante morale di queste violenze è chi siede ai banchi del governo», denuncia Ilaria Cucchi, senatrice di Avs.

TOR SAPIENZA è la punta dell’iceberg dell’attacco a Roma est, quadrante di tradizioni popolari e antifasciste. Se prendessimo una mappa della capitale per piazzare bandierine lungo il disegno di questi quartieri prenderebbe forma le campagne condotte quartiere per quartiere anche all’area del Quarticciolo finita nel decreto Caivano, a Centocelle dove scoppiano bombe che ridisegnano la geografia criminale, a Tor Pignattara dove si punta il dito contro la presenza migrante. Il mese scorso c’è voluta una mobilitazione popolare per isolare alcuni provocatori che bloccavano il provvedimento e consentire al consiglio municipale di zona di approvare un documento contro l’islamofobia. Di fronte alle contraddizioni del territorio i cittadini vengono spinti a mobilitarsi contro i più deboli: migranti di prima e seconda generazione, poveri, tossicodipendenti, senza casa, precari. In nome dell’allarme Fentanyl, delle emergenze sicurezza e del discorso sul degrado le strade e le piazze vengono rappresentate come fortini da difendere più che come spazi comuni da attraversare e condividere. Si convocano fiaccolate per la sicurezza, si presentano gli imprenditori del decoro. La prossima è fissata per venerdì 23 ottobre, di nuovo a Tor Pignattara. L’ultima volta, era lo scorso 11 ottobre, poche decine di persone si trovarono di fronte ad almeno duecento antirazzisti. È annunciata la presenza di don Antonio Coluccia, parroco controverso e contestato che si presta spesso e volentieri ad assecondare le operazioni della destra in nome del decoro. Difficile che rivolga una preghiera al cittadino senza nome ucciso a coltellate a Tor Sapienza.

Spezzare il pane nelle Comunità Cristiane di Base

Intervento all’Assemblea della Rete Sinodale 

24 ottobre 2026



Le Comunità Cristiane di Base sono figlie dello spirito del Concilio Vaticano II, che si pose onestamente in ascolto della Parola di Dio e che prospettò un modello di Chiesa non più come struttura gerarchica, ma come “popolo di Dio in cammino”. 

Il desiderio di essere protagoniste e protagonisti nella gestione anche della nostra vita spirituale e nell’attuazione del messaggio di Gesù entrò presto in contrasto con l’autorità gerarchica che, per la paura di perdere il controllo della situazione e di vedersi sminuita nella propria funzione di guida, non concepiva un confronto aperto. Perciò in molti casi chi ricercava una nuova modalità di vivere il cristianesimo, o venne allontanato dalla normale vita ecclesiale o scelse di uscirne per vivere un modello di Chiesa più comunitario.

Dovemmo perciò imparare a camminare con le nostre gambe alla ricerca di una spiritualità più autentica, cercando il modo migliore per attuare in concreto il messaggio evangelico nella società del nostro tempo. Abbiamo scoperto con ciò il valore della nostra autonomia, non come singoli, ma come comunità, nel confronto tra le nostre idee ed esperienze in comunità e tra le varie comunità, convinte e convinti che, dove due o tre si riuniscono nel nome di Gesù, lì c’è il suo Spirito.

Molte le Comunità cristiane di base in quei primi anni, da nord a sud d’Italia, tutte emarginate o sconfessate dalla gerarchia ecclesiastica, tutte diverse ma convergenti su precise tematiche e impegni per realizzare non un’altra Chiesa, ma una Chiesa altra, una Chiesa povera, senza privilegi, dalla parte degli emarginati e delle emarginate, in cui ci fosse pari dignità tra i suoi membri, anche se con ruoli diversi. Una Chiesa che si fidi più dello Spirito che del potere.

Negli anni ’70 la gerarchia ha emarginato molti dei presbiteri che accompagnavano i nostri cammini, soprattutto in occasione del referendum sul divorzio. Giovanni Franzoni è stato sospeso a divinis e con lui molti altri. In molte comunità non c’erano più preti “autorizzati” a celebrare l’Eucarestia. Grande sofferenza, smarrimento, ma poi, come si dice, necessità fa virtù. Ci siamo messi a studiare i testi biblici, l’esperienza delle prime comunità cristiane, il loro modo di concepire i ministeri come raccontato nel Nuovo Testamento e nelle lettere di Paolo, e con l’aiuto di esperti biblisti e bibliste siamo arrivati a mettere in discussione il ruolo del sacerdote. Prezioso, tra gli altri, a questo proposito il contributo di Romano Penna, professore di Nuovo Testamento alla Pontificia Università Lateranense, da poco scomparso, che scrive: “Un dato comune alle prime comunità cristiane è che i ministeri sono intesi come ‘diakonìe’ al servizio della comunità e che nessun ministero è qualificato come sacerdotale, mentre tale è l’intera comunità cristiana”.

L’aver messo in discussione il ruolo del sacerdote non è affatto una peculiarità delle Comunità di base, la nostra peculiarità sta nel fatto di essere passati dalla teoria alla prassi e di averlo fatto senza chiedere il permesso. Col passar del tempo siamo arrivati a celebrazioni corali, tutti e tutte in cerchio ripetiamo insieme le parole che ricordano la condivisione del pane e del vino nell’ultima cena di Gesù, e chi ha preparato la celebrazione spezza il pane. 

Quando a Brescia nell’aprile 1988 c’è stato il primo convegno delle comunità di base completamente preparato e guidato da donne, Le scomode figlie di Eva, le donne, che nelle tavole rotonde e nei dibattiti di quei giorni erano sempre state al tavolo della presidenza, al momento della celebrazione eucaristica ci sono rimaste. Ed è successo che, come hanno titolato i giornali, per la prima volta mani di donna hanno spezzato il pane. 

Così ha ricordato quel momento Dea Santonico in un articolo pubblicato sul numero di giugno ’88 della rivista Com Nuovi Tempi:

“Una riflessione sul seminario di Brescia non può prescindere dal momento eucaristico vissuto a conclusione del seminario, che ne costituiva indubbiamente il fatto più significativo. 

Dall’altra parte del tavolo stavolta c’erano le donne, ma questo non voleva significare per noi donne nessun tipo di rivendicazione di ministeri. Non era un segno di potere. Al contrario faceva perdere ai gesti compiuti e alle parole pronunciate ogni connotato di potere. Un segno forte, ma forte della sua semplicità. Quello spezzare il pane era davvero e per la prima volta dopo secoli il gesto di tutte e di tutti.

Abbiamo vissuto quell’esperienza con un coinvolgimento e con una carica di emotività del tutto particolari. Cominciavamo forse a sperare che fosse percorribile quella strada sulla quale, per concludere con le parole della celebrazione eucaristica, ‘uomini e donne possano camminare insieme per essere fonte reciproca di gioia e di Resurrezione’?”

È successo. L’abbiamo fatto senza chiedere il permesso, non solo al Papa e ai vescovi, ma neanche ai nostri presbiteri. La maggior parte di loro sono stati sanzionati per motivi politici, non dottrinali, solo alcuni hanno subito sanzioni anche per motivi dottrinali. I problemi dottrinali sono arrivati dopo, sotto la spinta e con il contributo attivo dei laici e delle laiche delle Comunità. I nostri presbiteri ci hanno accompagnato, in alcuni casi con una funzione più esplicita di guida, in altri meno, ma senza mai imporci le loro scelte. E anche in questo sta la loro grandezza! Un percorso nato dalla sofferenza e dall’emarginazione che le sanzioni della gerarchia ecclesiastica avevano provocato ha aperto un cammino inaspettato che ha portato ad una grande crescita. Quando si dà la parola al popolo di Dio, o il popolo di Dio se la prende, e le persone si sentono cristiani e cristiane adulte, non più sudditi, può succedere quello che non ci si aspetta possa succedere, e chi credeva di avere il controllo può rischiare di perderlo. In fondo anche la seconda assemblea del cammino sinodale italiano ne è una prova: a sorpresa una larghissima maggioranza dei presenti ha deciso di non far passare il documento presentato dai vescovi! Programmi saltati e si è ripartiti da lì.

Il convegno di Brescia costituisce uno spartiacque nella storia delle Comunità di base, c’è un prima e un dopo. Non era la rivendicazione da parte delle donne di un ministero sacerdotale, e non poteva esserlo, avendo noi messo in discussione il sacerdozio ordinato. La nostra è una ministerialità dis-ordinata, molto distante dalla religiosità rituale e più vicina alla fede vissuta nei gesti del quotidiano. Ma questo non vuol dire che non sentiamo la vicinanza con quelle donne che portano avanti il discorso sul sacerdozio femminile. Al contrario, a loro va tutto il nostro sostegno. Ma noi seguitiamo a pensare che quel gesto di spezzare il pane nulla abbia a che fare con il ruolo del sacerdote e che per recuperarne il significato più profondo si debba ritornare a ciò che succedeva nelle prime comunità cristiane, quando il pane si spezzava di casa in casa, all’interno di una cena, come era successo nell’ultima di Gesù. Difficile immaginarsi in quel contesto domestico che non fossero anche e soprattutto le donne che servivano a tavola a portare il pane e spezzarlo. E Paolo nelle sue lettere ricorda molte donne che avevano un ruolo importante nella comunità.

Preziosa da questo punto di vista la prima lettera di Paolo alla comunità di Corinto (1Cor 11,20-29), il testo più antico che racconta le parole pronunciate da Gesù nell’ultima sua cena e ci aiuta a scoprirne il senso. 

Nella lettera Paolo rimprovera aspramente quella comunità per le ingiustizie e le disuguaglianze che c’erano tra i suoi componenti, di cui anche le loro cene, dalle quali i poveri uscivano affamati e i ricchi persino ubriachi, davano evidenza. In quelle cene ripetevano poi il gesto di Gesù e spezzavano il pane, quasi a porre quel gesto a copertura delle iniquità che regnavano tra loro. Qui sta il motivo della profonda indignazione di Paolo, per l’offesa che recavano ai poveri e per l’umiliazione del gesto di Gesù, abusato, sporcato e calpestato da chi spezzava il pane, guardandosi bene dallo spezzare la sua vita con e per gli altri. Da pane spezzato, segno di una vita spezzata per gli altri e le altre, a pane calpestato, segno della vita calpestata.

Per ripetere quel gesto non servono allora mani consacrate, servono mani pronte a stringerne altre, serve l’onestà di provare a guardarsi dentro e mettersi in discussione, perché quello spezzare il pane ci spinga a raccogliere l’invito di Gesù: “Fate questo in memoria di me”, che non vuol dire ripetere un rito vuoto, ma mettersi in gioco, spezzando la propria vita con gli scartati e le scartate come ha fatto Gesù. D’altra parte tra i motivi di indignazione di Paolo nei confronti della comunità dei corinzi non compare nulla che riguardi chi presiedesse allo spezzare il pane, quale ruolo dovesse ricoprire, se fosse un uomo o una donna…

A partire dal convegno Le scomode figlie di Eva, è nata nelle donne delle Comunità di base l'esigenza di avviare un percorso di ricerca e riflessione al femminile, autonomo da quello maschile. Già subito dopo Brescia Gabriella Natta, nel suo articolo su Com Nuovi Tempi del giugno 1988, aveva intravisto questo percorso. Scriveva: “Quali le riflessioni che emergono in questo dopo seminario? Innanzi tutto il desiderio di dare continuità a tutti quei frammenti di riflessione teologica prodotti negli anni dalle Comunità di base, nati dalla prassi e dagli eventi che – specialmente come donne – ci hanno coinvolto. Da questa volontà e da un primo confronto con altre donne è nato un programma di lavoro… sui temi che coinvolgono la sessualità, la maternità e l’idea stessa di Dio e della sua presenza nella storia”.

Non è stato facile, anche nel contesto ecclesiale delle nostre Comunità, in alcune più in altre meno, così come nella Chiesa tutta e nella società civile, le donne hanno dovuto affrontare diffidenze, opposizioni, nulla è stato dato per scontato e ogni spazio ottenuto, ogni visibilità oggi unanimemente riconosciuti, sono stati il risultato di studio, di impegno, di fatica, talvolta anche nei rapporti personali. Una fatica che, attraverso la solidarietà nella sorellanza, ci ha consentito con il tempo di esercitare tutti i ministeri, là dove la comunità lo richieda.

E il percorso continua ancora oggi, riempiendo di significato “di genere” quel “Fate questo in memoria di me”. Nel tempo si sono unite alle donne delle Comunità molte altre donne e numerose realtà impegnate nella lettura della Bibbia e nella ricerca del divino a partire dall'esperienza e dai corpi delle donne, con uno sguardo femminile sulla fede e sulla spiritualità.

I momenti celebrativi si sono andati via via arricchendo di simboli concreti tratti dalla vita quotidiana e di gesti di cura vicendevole.

Nello studio della Bibbia abbiamo affiancato al metodo storico-critico, imparato nelle Comunità, che cala il testo nel periodo storico in cui è stato scritto, l’ermeneutica del sospetto, promossa dalla teologa femminista Elisabeth Schüssler Fiorenza, interrogandoci con "sospetto" alla ricerca di tracce di presenze e voci femminili nascoste nelle pieghe delle pagine o cancellate. Per trovare nei testi la presenza delle donne e per far emergere attraverso il loro sguardo qualcosa sullo sguardo e sull’immagine di Dio, che sarebbe altrimenti perso.


Per le Comunità Cristiane di Base Anna Caruso, Carla De Stefani, Cesare Melillo, Dea Santonico, Paolo Ferrari, Salvatore Ciccarello, Stefano Toppi.