martedì 10 febbraio 2026

Gruppo biblico del martedì, oggi 10 febbraio


Cari amici e amiche del gruppo biblico del martedì,

Stasera il gruppo si incontrerà alle ore 18:00 per leggere e il sesto capitolo del Vangelo di Marco.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.

Questo è il LINK per il collegamento:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A più tardi.

Sergio

…Preghiere di generazioni passate…

Preghiera per imparare a pregare

da R. Guardini, Preghiere - Morcelliana - Brescia 1964.


Signore Iddio, Tu sei il Vivente, 

che inabiti e governi tutto.

Le figure delle cose sono immagini della tua gloria e ciò che accade parla del tuo agire.

Ma i nostri occhi sono trattenuti e non vedono ciò che splende attraverso le apparenze 

e le nostre orecchie non colgono 

la voce che parla di te.

Tu sei la vera realtà, dovunque presente, 

e, dovunque noi siamo, siamo davanti a te,

quantunque il nostro cuore sia ottuso 

e senta solo di rado la tua santa presenza.

Spesso è faticoso stare in preghiera davanti a te.

Troppo spesso il nostro sguardo affonda nel buio

e non trova alcun riposo. 

Troppo spesso è un parlare che non riceve risposta.

E se noi ci stacchiamo dalla folla delle cose 

e vogliamo camminare dinanzi a te,

ci sentiamo per lo più nel vuoto.

Allora il nostro agire ci appare senza senso 

e siamo spinti 

a rivolgerci indietro agli oggetti familiari. 

Tu però ci insegni che dobbiamo diffidare di queste sensazioni.

La preghiera non può essere l'espressione del nostro bisogno, 

ma il servizio divino che noi dobbiamo prestare a tuo onore

e di cui la nostra anima ha necessità.

Insegnami, ti prego, a prestare un servizio fedele.

Io voglio visitarti e perseverare 

anche quando credo di essere solo.

Voglio parlarti e credere che la mia parola trova il tuo cuore 

anche quando pare che nulla risponda.

Sopporterò la fatica della preghiera finché ti piacerà, 

ma non lasciarla durare troppo a lungo. 

Fammi sentire che sono vicino a te.

La rivelazione dice che il tuo volto splende su di noi:

mostramelo, o Signore, questo santo volto,

affinché io sappia a chi parlo.

Io credo che mi ami.

Fammi entrare nel tuo cuore

ed esser salvo nel tuo amore.


da Rocca del 15/12/2025

Il ruolo della Spagna

di Maurizio Salvi


Si deve riconoscere il suo ruolo di ‘locomotiva’ dell’economia comunitaria che ha permesso di ridurre l’impatto della crisi internazionale. E si è preso atto della sua decisione di respingere nella NATO la richiesta della Casa Bianca di arrivare all'obiettivo del 5% di spese militari all'orizzonte 2023, sostenendo che questo "implicherebbe fortissimi tagli alla spesa sociale”. Inoltre si è distinta per la posizione avanzata sulla tragedia di Gaza, con la decisione di riconoscere ufficialmente - un anno prima di Francia, Germania e Gran Bretagna - lo Stato di Palestina.

L’immigrazione come risorsa

Tornando all’originalità del tema migratorio utilizzato in chiave di sviluppo e crescita economica, è stato riconosciuto che la Spagna ha utilizzato un approccio più umanitario rispetto ad altri paesi europei, facilitando l'integrazione dei migranti provenienti dall'Africa e dall'Asia attraverso accordi bilaterali, progetti di sviluppo dei Paesi d'origine e politiche inclusive in ambito educativo, lavorativo e abitativo. Per raggiungere i suoi obiettivi la Moncloa (sede del Governo) ha utilizzato, seconda solo all'Italia, i fondi UE (Next Generation) che hanno finanziato la diversificazione produttiva, attraendo  investimenti stranieri, e le recenti riforme di stabilizzazione del mercato del lavoro. Va detto che un simile risultato non sarebbe stato possibile senza l'approvazione, accanto a varie leggi sull'integrazione dei migranti provenienti da Africa e Asia, di un provvedimento speciale del 2022 (Legge dei Nipoti), che ha spianato la strada all’acquisizione della cittadinanza spagnola ai discendenti di cittadini di esiliati durante la Guerra civile e la dittatura franchista. Alla scadenza dei termini di vigenza della legge (ottobre 2025), la Spagna aveva assegnato la cittadinanza a più di 960.000 persone, con 110.357 concessioni effettuate solo nel 2025. Manifestando la sua gioia per acquisizione del titolo, il regista e produttore  Juan Gordillo, residente da anni in Francia, ci ha tenuto a sottolineare che “io non sono nato nel dipartimento francese della Lorraine, ma in una famiglia andalusa in Lorraine. Non è lo stesso”. Il caso più clamoroso però è quello dello scrittore e giornalista francese, Pierre Assouline, che dopo cinque secoli ha potuto riparare, nel 2021, l'offesa di cui sono stati vittime suoi lontanissimi antenati. Ciò grazie ad un'altra legge spagnola del 2015 che ha beneficiato i Sefarditi ebrei originari della Spagna che furono cacciati dalla monarchia dell'epoca nel 1492.


Sentire, Ascoltare…

…dalle riflessioni emerse durante un incontro del Centro di Ascolto di Piossasco


Sentire è un atto naturale.

E’ uno dei nostri sensi: le orecchie colgono suoni, parole, rumori. Sentire può avvenire anche distrattamente, mentre la mente è altrove. Possiamo sentire una voce senza davvero accoglierla, percepire parole senza lasciarci toccare dal loro significato profondo.

Ascoltare, invece, è una scelta.

E’ un atto intenzionale che coinvolge tutta la nostra umanità. Quando ascoltiamo, non usiamo solo le orecchie, ma il cuore, la mente, la sensibilità. Ascoltare significa fare spazio all'altro, sospendere il giudizio, rallentare per entrare nel suo tempo.

Nel sentire passano le parole. Nell’ascoltare passano le persone.

Nel vero ascolto c’è empatia:

la capacità di sentire con l’altro, non al posto dell’altro. C’è rispetto per la sua storia, anche quando è confusa, dolorosa o diversa dalla nostra. C’è silenzio, un silenzio pieno, che non è vuoto ma accoglienza.

In un “centro di ascolto”, l'ascoltare diventa un gesto profondamente umano e trasformativo. In un centro di ascolto non siamo chiamati solo a sentire dei racconti, ma ad ascoltare delle vite. Ascoltare vuol dire accogliere anche ciò che non viene detto: i silenzi, le esitazioni, le emozioni nascoste dietro una frase semplice. Vuol dire comunicare all'altro, senza parole: "Ti vedo, ti riconosco, la tua storia conta”. Ed è proprio lì, in quell’ascolto autentico e rispettoso, che può nascere sollievo, fiducia e, a volte, un primo piccolo passo verso la speranza.

Non sempre possiamo dare risposte o soluzioni, ma possiamo offrire presenza. E spesso, per chi si sente solo o invisibile, essere davvero ascoltato è già l'inizio di una guarigione.

Sentire è automatico.

Ascoltare è un dono. Un dono che diciamo all'altro: “Tu conti. La tua voce ha valore. Io sono qui per te”.

Nei Vangeli Gesù appare come un uomo profondamente attento all'altro, capace di fermarsi, di ascoltare e di lasciarsi toccare dalle ferite umane. La sua vicinanza non è mai generica: è personale, concreta, carica di compassione. In mezzo alle folle o negli incontri più intimi, Gesù vede la persona, non il problema; ascolta il cuore prima ancora delle parole.

Un segno potente di questo atteggiamento è l'episodio della donna affetta da emorragia (Mc 5,25-34). In mezzo alla calca, mentre tutti lo toccano, Gesù avverte un contatto diverso, carico di dolore e di speranza: <<Gesù, subito, essendosi accorto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: “Chi mi ha toccato il mantello?”>> (Mc 5,30).

Gesù si ferma. Non ha fretta, non lascia che la sua vicinanza resti anonima. Vuole incontrare quella donna, darle voce, restituirle dignità. Quando lei, tremante, racconta tutta la verità, Gesù l’ascolta e la accoglie con parole che curano quanto il gesto:

<<Figlia mia, la tua fede ti ha salvata. Và in pace>> (Mc 5,34).

Qui emerge un Gesù che non si limita a guarire il corpo, ma si prende cura della persona intera. La sua attenzione trasforma una donna invisibile e marginalizzata in una “figlia”, riconosciuta e amata.

La stessa capacità di vicinanza si manifesta nell’incontro con Zaccheo (Lc 19,1-10). Zaccheo è disprezzato, isolato, e osserva Gesù da lontano, nascosto su un sicomoro. Ma è Gesù a notarlo per primo:

<<Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”>> (Lc 19,5).

Gesù non attende che Zaccheo cambi o si giustifichi. Lo chiama per nome, entra nella sua casa, nella sua vita. Questo sguardo che precede il giudizio apre la strada alla conversione. Zaccheo, sentendosi accolto, ritrova se stesso e la capacità di cambiare:

<<Oggi per questa casa è venuta la salvezza>> (Lc 19,9).

In entrambi gli episodi, Gesù mostra uno stile che parla ancora oggi: uno sguardo che vede, un ascolto che libera, una vicinanza che guarisce. Egli non passa oltre il dolore, non ignora chi è ai margini, non riduce le persone ai loro errori o alle loro malattie.

Gesù è anche colui che ascolta il grido silenzioso: come davanti al cieco Bartimeo, che grida lungo la strada, o ai discepoli di Emmaus, ai quali Gesù si accosta camminando e li lascia parlare prima di spiegare. In ogni caso, Gesù si fa prossimo, entra nel tempo dell'altro, accoglie la sua storia.

Questo stile evangelico diventa una chiamata per ogni credente: imparare da Gesù l’arte dell’ascolto, della presenza e dell’attenzione. Fermarsi, alzare lo sguardo, chiamare per nome, lasciarsi toccare. E’ così che anche oggi passa la salvezza.


Meno sono le parole, migliore è la preghiera

    Martin Lutero

Il nostro è un paese di molti sconfitti. 

Ma non vinti

dal libro:  “Antologia degli sconfitti” di Niccolò Zancan - Einaudi 2024


Sono nato a Torino nel 1971, l'anno di molti record.

A quel tempo costruivano palazzi e grandi giardini condominiali. Piazza Volvograd in mezzo alla pianura. Il laghetto artificiale con le anatre d’allevamento. Strade nuove tirate verso il nulla e, al fondo di quel gigantesco nulla, il primo centro commerciale con quattro rampe sotterranee. Non c'era mai stata così tanta euforia. Non c'erano mai state così tante auto da parcheggiare. Sembrava  che il futuro fosse infinito.

Il 1971 è stato l'anno con più bambini: 19.683 contro 11.393 morti. La vita soppiantava ogni lutto, esigeva spazio. Un milione e trecentosettantatremila abitanti, ma così tanti. La grande metropoli del triangolo industriale era un mosaico di speranze, ognuno contribuiva con la sua stessa vita. Quell'anno sembrava una scommessa che tutti erano convinti di vincere, e la scommessa diceva pressappoco così: le cose, tutte le cose, le cose di tutti, si aggiusteranno. Andrà meglio. Ai nuovi operai erano destinate case basse senza ascensore. Ai colletti bianchi palazzi più alti, allacciati ai servizi. Interi pezzi di campagna diventavano urbanizzati, c'erano mucche e nuove utilitarie, polenta del Polesine e olive di Cerignola. La città era la fabbrica. Nemmeno un pittore astrattista poteva dirsi escluso. Perché ogni cosa nasceva nel marchio della fabbrica o nel suo riflesso. Via dei Glicini. L’eroina. Il terrorismo. Il piombo e l’acciaio. Avvocati della fabbrica, commercialisti della fabbrica, medici della fabbrica. Altri operai arrivavano per rimpiazzare i morti della fabbrica, in numero doppio e triplo.

Nel 1971 i dipendenti della Fiat erano 171.000. Fu l'anno del lancio della 127. Costava 920.000 lire. Un operaio guadagnava 123.000 lire al mese, riusciva a comprarla nel giro di due anni. E infatti, quell'auto fu guidata da 5 milioni di persone. Le colonie marine si affollavano da giugno a settembre. Il sole era un toccasana. L'Autostrada dei Fiori, un certificato di felicità. Perché se eri lì, su quella striscia di asfalto, allora significava che ce l'avevi fatta.

Persino la squadra di calcio della fabbrica si fondava su questo principio sacro: vincere non è importante, vincere è l'unica cosa che conta.

I figli del 1971 erano venuti al mondo cullati da quella convinzione, nati nel segno della vittoria. L'operaio, prima o poi, si sarebbe trasferito in una casa con l’ascensore. Nuovi pullman avrebbero collegato i quartieri della periferia al centro della città.

Sarebbero venuti al mondo molti altri bambini ancora, altri nipoti, altri viaggi al mare e parcheggi sempre più grandi. E tutti avrebbero comprato una seconda casa, non soltanto la prima. 

Perché proprio questo era il contratto: produci, consuma, crepa.

Ma intanto, almeno, espandi la metratura. Ripenso spesso alla signora Egle Zorzan, sospesa sul bordo di un cassonetto dell’immondizia. Da allora la Fiat ha cambiato nome. Ha spostato la sede in Olanda. Oggi alle carrozzerie di Torino Mirafiori restano 3178 operai, ma il 70% andrà in pensione nel giro di sette anni. Il laghetto artificiale è imputridito.

Non c'è mai stato quel pullman per andare e tornare dalla periferia. Interi quartieri si stanno spopolando e tutte le case, quelle degli operai e quelle degli impiegati, cadono a pezzi perché sono state costruite con materiali scadenti. Il record dei nati è stato sostituito dal record dei morti. 

Questo è successo. La scommessa è persa.

Viaggiando molto, mi sono accorto che tutti i posti assomigliano a Torino. Nelle case delle periferie italiane abitano insegnanti senza soldi per passare un weekend al mare. Fattorini controllati dall’algoritmo tagliano le strade di notte, pedalando forsennatamente. Ragazze e ragazzi lavoratori andranno in pensione a 73 anni, persino più poveri da vecchi. Sono loro i figli dei figli del 1971. Nel quartiere Rebaudengo, dentro un pezzo di periferia deindustrializzata, rimane lo scheletro della vecchia Gondrand, che fu la prima azienda di consegne su larga scala. Adesso, fra tetti pericolanti, piscio e rifiuti, si aggirano ragazze e ragazzi fatti di crack. I residenti del palazzo di fronte hanno ottenuto l'autorizzazione del Comune per costruire un muro. Lo hanno pagato di tasca loro: un muro per non vedere l’orizzonte.

E questa la guerra sotto casa. Poveri contro poveri, impoveriti contro impoveriti. Ed è qui, sullo sfondo di un Paese in macerie, che vivono a stento gli sconfitti. 

Ma non sottomessi, senza dignità, abbruttiti. Non “vinti”.


da Pressenza del 09/02/2026

Le povertà nascoste

di Giovanni Caprio


In questi ultimi anni si è sempre più consolidata una diffusa condizione di insicurezza economica e della vita di relazione, di insufficienza di reddito, condivisa da un numero molto ampio di famiglie e persone “quasi povere”.

Si tratta di famiglie e persone che hanno una spesa per consumi mensile appena superiore alla linea standard di povertà relativa (1.218,07 euro mensili per una famiglia di due componenti). Non sono di classe media e non sono considerate povere nelle statistiche ufficiali. In larga misura sono integrate nella vita sociale e lavorativa e possono avvalersi, prevalentemente, di una rete parentale e amicale di supporto emotivo ed economico che trattiene loro in una condizione sociale intermedia ed evita una condizione di deprivazione materiale più profonda.

Insomma, non esiste una povertà: esistono piuttosto molteplici forme di vulnerabilità, situate in contesti diversi, che si sviluppano lungo traiettorie personali, familiari e territoriali.

E’ quanto emerge (tra le tante altre cose) dall’interessante Rapporto “L’Italia delle povertà. Dinamiche sociali, risposte pubbliche e racconto dei media” dell’Alleanza contro la povertà in Italia, a cura di Chiara Agostini, Cecilia Ficcadenti, Rosangela Lodigiani, Franca Maino, Leonardo Piromalli, Antonio Russo, Remo Siza, Paola Villa, Gianfranco Zucca. Nel loro insieme, i capitoli del Rapporto propongono tre messaggi comuni: 

  1. La povertà è un processo, non uno stato. Si costruisce nel tempo e può coinvolgere, in forme diverse, ampie fasce della popolazione esposte a fragilità lavorative, abitative e relazionali. 
  2. Le misure statistiche e le politiche pubbliche selezionano ciò che è visibile. Ogni indicatore e ogni requisito istituzionale rende governabili alcuni aspetti della povertà, ma ne lascia in ombra altri: la dimensione biografica, il ruolo delle reti, l’importanza dei diritti effettivamente esigibili.
  3. La narrazione della povertà è un elemento costitutivo del fenomeno stesso. Il modo in cui media, politica e istituzioni costruiscono la legittimità del bisogno influenza chi è riconosciuto come povero e chi, invece, rimane privo di voce pubblica.

E’ alla povertà nascosta che il Rapporto dedica uno dei capitoli più interessanti dal titolo: “Le povertà che le famiglie possono nascondere“. L’Istat (2025a) rileva che nel 2024 le famiglie quasi povere erano l’8,2% delle famiglie italiane, famiglie che hanno una spesa per consumi superiore dal 10 al 20% alla linea di povertà relativa (erano 8,1%, nel 2023). Sono famiglie e persone costantemente in bilico fra povertà e condizioni di reddito un po’ più favorevoli, persone che vivono appena al di sopra della soglia di povertà e per le quali un susseguirsi di eventi negativi (una spesa imprevista, una riduzione del salario), o di eventi positivi, quali la nascita di un figlio, può determinare condizioni di vita economicamente non più sostenibili.

In larga misura evidenziano gli esiti di una integrazione costantemente precaria, parziale, instabile, non soddisfacente che riguarda la vita pubblica e la vita privata, che riguarda il lavoro e le relazioni primarie.

Ai quasi poveri si affianca un’altra parte di famiglie a basso reddito. Sono il 6% delle famiglie italiane che vivono appena al di sotto della soglia di povertà, sono appena povere in quanto hanno un livello di consumi inferiore del 10% o del 20% della linea standard di povertà. Nel loro insieme, famiglie quasi povere e famiglie appena povere costituiscono il 14,2% delle famiglie italiane.

“Sono famiglie e persone, si sottolinea nel Rapporto, con le quali interagiamo quotidiana mente (anziani, giovani coppie, lavoratori scarsamente retribuiti, precari o persone che lavorano poche ore alla settimana, famiglie con figli minori o con giovani adulti privi di reddito) che hanno instabili posizioni sociali spesso nel nostro stesso ambito di lavoro, che condividono le aspettative, le consuetudini e i sistemi di valori, i progetti di vita dei gruppi sociali con redditi più elevati. Queste forme di povertà entrano nella normalità della vita quotidiana, seppure per le famiglie e le persone che si trovano in questa condizione partecipare alla vita sociale comunemente condivisa sia sempre più difficile. Non sono più considerate un’emergenza e sono osservate con naturalità come parte delle differenze e delle disuguaglianze inevitabili di una società. Queste forme di povertà si consolidano nella prossimità delle nostre relazioni, negli stessi luoghi di consumo: nei centri commerciali, nelle vie cittadine della vita notturna c’è posto per tutti. Una condizione di deprivazione economica diventa parte integrante della normalità delle nostre relazioni sociali, delle nostre reti di amicizia e di vicinato. La normalità che emerge per molti aspetti comprende scelte e stili di vita che pochi anni fa la maggioranza delle persone marginalizzava”.

Il contrasto alla povertà, come si sottolinea nel Rapporto, non riguarda solo chi ne è direttamente colpito: riguarda l’intera società. Una comunità che tollera livelli elevati di esclusione accetta implicitamente un modello di convivenza in cui alcuni vivono con diritti pieni e altri con diritti dimezzati. Questo indebolisce la coesione sociale, alimenta la sfiducia nelle istituzioni, riduce il potenziale umano ed economico del Paese, compromettendo il futuro di tutti.

Contrastare la povertà significa fare determinate scelte politiche, investendo risorse, costruendo infrastrutture sociali, rafforzando i servizi, riconoscendo che la vulnerabilità non è un fallimento individuale, ma un rischio collettivo che deve essere condiviso.

“Oggi il Paese, si legge nel Rapporto, ha bisogno di una strategia nazionale contro la povertà che sia stabile, verificabile, fondata sulle evidenze. Una strategia non dipendente dai cicli politici, ma costruita su un consenso ampio tra le forze sociali. Una strategia che riconosca che il benessere non si produce soltanto distribuendo risorse, ma costruendo capacità, rafforzando i territori, garantendo diritti”.


Qui il Rapporto dell’Alleanza contro la povertà in Italia: https://alleanzacontrolapoverta.it/wp-content/uploads/2026/02/LItalia-delle-poverta_Report.pdf.

lunedì 9 febbraio 2026

GIUNGE LA SERA

 

 

Eccola... giunge la sera...

Il sole cede il passo all'ombra

che sembra invitarmi a sostare,

a rallentare, a deporre la fatica,

a guardare con occhi più caldi

il "fiorellino" che mi sta vicino...

È l'ombra che fa di questo cielo

un tessuto, un dipinto che incanta

e mi invita dolcemente a cercare

il mistero del Dio nascosto e presente,

ad ascoltare il Suo passo felpato

alla porta del mio vecchio cuore.

composta il 3 agosto 2015

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da  Franco Barbero, Preghiere d'ogni giorno, 2021, pag. 83