sabato 21 febbraio 2026

Questo è il canone per la celebrazione di domani.

La celebrazione inizierà alle ore 10:00.

Ci si potrà collegare già a partire dalle 9:45.

Il link per collegarsi è:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

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Eucarestia di domenica 22 febbraio 2026


P. Saluto all’assemblea

G. Che bello rivederci per “costruire” insieme questa celebrazione di lode a Dio, per confrontarci, per ascoltarci, per crescere nella fede e nelle nostre relazioni. Noi arriviamo qui con le nostre gioie, con le nostre lacrime, con le nostre fatiche, con i nostri affanni, con i nostri affetti, le nostre speranze e i nostri progetti. Mettiamo tutto davanti a Dio.


SILENZIO


1. O Dio, io guardo con fiducia verso di Te. Anch’io “corro” verso la Tua parola, come la cerva anela ai corsi di acqua.

2. Liberami dalle funicelle delle mie illusioni e, soprattutto, riscalda il mio cuore tiepido: Tu, fiamma che tieni accesa la mia lampada.

T. Non lasciarci vagare nei sentieri del nulla, non lasciarci accomodare in quell’indifferenza che conduce, passo dopo passo, all’egoismo.

1. Ti preghiamo perché le apparenze non ci incantino: liberaci dal pericoloso abbraccio delle comodità.

2. Tu sei il Dio che chiama e risveglia. Tu renderai fecondo il nostro albero di vita. T. Molti sono nella vita i giorni d’inverno e molti sono addirittura i giorni d’inferno per le guerre, le violenze, le discriminazioni.

1. Non lasciare che ci abituiamo all’iniquità e infondi nei nostri cuori tanta sete di giustizia.

2. Aiutaci a modellare in noi un cuore nuovo che ogni giorno si riaccenda come il sole.


LETTURE BIBLICHE

Salmo 8 vv 4-6

[...]
4Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissato,
5che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell’uomo, perché te ne curi?
6Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato.

[...]

Marco 5: 1-20
1Giunsero all'altra riva del mare, nel paese dei Gerasèni. 2Sceso dalla barca, subito dai sepolcri gli venne incontro un uomo posseduto da uno spirito impuro. 3Costui aveva la sua dimora fra le tombe e nessuno riusciva a tenerlo legato, neanche con catene, 4perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva spezzato le catene e spaccato i ceppi, e nessuno riusciva più a domarlo. 5Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. 6Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi 7e, urlando a gran voce, disse: "Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!". 8Gli diceva infatti: "Esci, spirito impuro, da quest'uomo!". 9E gli domandò: "Qual è il tuo nome?". "Il mio nome è Legione - gli rispose - perché siamo in molti". 10E lo scongiurava con insistenza perché non li cacciasse fuori dal paese. 11C'era là, sul monte, una numerosa mandria di porci al pascolo. 12E lo scongiurarono: "Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi". 13Glielo permise. E gli spiriti impuri, dopo essere usciti, entrarono nei porci e la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare; erano circa duemila e affogarono nel mare.
14I loro mandriani allora fuggirono, portarono la notizia nella città e nelle campagne e la gente venne a vedere che cosa fosse accaduto. 15Giunsero da Gesù, videro l'indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. 16Quelli che avevano visto, spiegarono loro che cosa era accaduto all'indemoniato e il fatto dei porci. 17Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio.
18Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. 19Non glielo permise, ma gli disse: "Va' nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te". 20Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati.

COMMENTO
Ci siamo fermati a lungo su questo passo durante il gruppo biblico. È toccante ed interpella direttamente per molte ragioni. Leggendo la vicenda di questa persona per me la domanda è stata: quanto vale un uomo? Sicuramente dipende dalle epoche storiche, dai contesti culturali, ma di base è la posizione economica che ne determina il valore all’interno di una società. Le assicurazioni stesse per i risarcimenti hanno parametri in cui il capitale umano, cioè il valore attuale dei redditi futuri attesi da una persona è tra le prime posizioni.

L’uomo della parabola non ha valore. E’ relegato in un cimitero tra i morti e tenuto in scacco dai suoi demoni. Per i suoi concittadini è solo fonte di disturbo ed essi hanno trovato una soluzione al suo comportamento irrequieto mettendogli ceppi e catene. Egli è trattato da animale e vale meno di un animale.
Gesù arriva ed ha altre categorie. Quest’uomo ha valore perché è una persona e questo basta.
Come ti chiami? Con questa semplice domanda Gesù gli restituisce un ruolo sociale. Egli ha un nome quindi esiste, ha diritto ad un posto e Gesù gli fa spazio.

C’è spazio per te, qui, ora. Questo è il senso di questo bel racconto di miracolo.
In quel cimitero Gesù restituisce l’umanità e quindi il valore alla persona; col suo gesto dice ti libero dall’anonimato della prigionia e dall’isolamento.
Fare spazio alla persona, ridarle il suo valore, fare spazio a Dio.

E Gesù scardina anche la barriera economica: il racconto parla infatti di una numerosa mandria di porci, circa duemila, un considerevole capitale finanziario.
Ciò è niente di fronte al valore di una persona: non sono categorie paragonabili ed infatti tutti quanti i porci vengono sacrificati per liberare l’uomo dalla legione dei demoni carcerieri e per ridargli la salute. Il biblista Alberto Maggi scrive in un suo articolo che la liberazione dell’uomo implicava la rovina del sistema economico che basava la sua fortuna sull’oppressione di chi viene trattato come una bestia.

Meglio l’oppressione che un uomo vestito e sano di mente. Così pensano i compaesani ed invitano Gesù a lasciare il paese. Nel nostro mondo contemporaneo non è la stessa cosa?
La facoltà di poter pensare, di poter scegliere sono privilegi a cui talvolta rinunciamo accettando catene più o meno visibili che a lungo andare ci portano a non comprendere più il nostro valore in quanto esseri umani.

L’incontro con Gesù guarisce e ci insegna che valiamo e che non c’è uno spazio senza Dio.
Così come nel tempio egli scompagina i banchetti dei cambiavalute cancellando la separazione tra sacro e profano, qui Gesù ci mostra che Dio arriva ovunque, anche in mezzo ai nostri demoni ed alle nostre prigioni.

Accogliere la presenza di Dio nella nostra vita significa anche fare i conti con ciò che pensiamo sia il nostro valore in quanto persone ed agire di conseguenza.


LIBERI INTERVENTI


G. Come potremo, o Dio, scoprire la Tua presenza e vedere la Tua opera in questo mondo in cui occupano la scena tanti faraoni?

1. Dove possiamo vedere la Tua mano liberatrice, Dio che cammini con noi eppure Ti nascondi?

2. Ogni giorno vediamo il trionfo degli arroganti, mentre fiumi di sangue scorrono su tutta la terra.


RICORDO DELL'ULTIMA CENA

T. O Dio, nella fiducia che vogliamo riporre in Te, oggi noi rinnoviamo il nostro impegno a camminare sulla strada di Gesù di Nazareth e ripetiamo il gesto che egli compì con i suoi amici e le sue amiche, prima di essere processato e poi crocifisso. Egli prese nelle sue mani il pane della mensa e, dopo aver alzato gli occhi al cielo per benedire il Tuo nome dolce e santo, lo divise dicendo: “Prendete e mangiatene tutti. Questo pane che spezziamo e mangia- mo, sotto lo sguardo di Dio, è il segno della mia vita, riassume il significato della mia esistenza. Se ogni giorno voi condividerete i doni che Dio vi ha fatto, davvero farete corpo con me, sarete il mio corpo, la mia vita nel mondo”.


PREGHIERA DI COMUNIONE


COMUNIONE


PADRE NOSTRO



G. Siamo piccole creature sparse nell’immensità: ci affidiamo a Te, Dio che ami chi è debole.

1. Come Aronne vorremmo dire: “Manda un altro”, ma è proprio al mio cuore di piccola creatura che Tu rivolgi l’invito a muoversi verso l’amore. Tu tieni in gran conto ogni nostro piccolo passo.

2. Tu, o Dio, hai la pelle nera dello schiavo, hai il volto disperato della bimba abusata, Tu ascolti il grido di chi è abbandonato/a, Tu sei vicino a chi abita una terra straniera.

1. Aiutaci, o Dio, a non spegnere nessuna fiamma, a non tagliare le ali a chi vola verso la felicità, a non vanificare mai il seme della Tua parola.

2. E poi insegnaci a seminare anche tra le pietre, a salutare ogni giorno che ci viene concesso come un nuovo tempo di fiducia e di costruzione.


PREGHIERE SPONTANEE


G.Fratelli e sorelle, riceviamo dalla mano di Dio questa giornata di riposo. Andiamo nelle vie del mondo, al nostro lavoro, custodendo nel nostro cuore la promessa di Dio.

Accogliamo il dono del senso della vita che ci viene dal Signore.

Ricordiamoci di Dio nei nostri giorni. Non disperdiamoci nelle sciocchezze, nelle stupidità, nelle cose vane.

Manuela Brussino
per la Comunità Cristiana di Base di Via Città di Gap, 13 - Pinerolo
Canone tratto dal libro delle preghiere eucaristiche pag. 16, 20 febbraio 2026

da ISPI del 20/02/2026

(Istituto per gli studi di politica internazionale) 

IRAN-USA: Negoziati e tamburi di guerra


Parole concilianti, ma niente di più. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, al termine del secondo round di negoziati con gli USA di questa settimana, aveva parlato di “buoni sviluppi”, ma nessun effettivo progresso sembra essere all’orizzonte. Al contrario, stando alle ultime indiscrezioni di stampa, l’attacco americano all’Iran – minacciato a più riprese da Donald Trump – sembra essere ormai questione non di se, ma di quando. “Forse faremo un accordo” e “lo scopriremo nei prossimi 10 giorni“, ha dichiarato oggi Trump parlando alla prima riunione del Board of Peace a Washington. Per poi precisare: “Dobbiamo raggiungere un accordo significativo, altrimenti accadranno cose brutte“. Stando a quanto riferisce il sito di informazione Axios, che solitamente utilizza fonti ben piazzate tra i ranghi dell’amministrazione USA, il paese è “più vicino a una guerra su larga scala in Medio Oriente di quanto la maggior parte degli americani pensi”. Un conflitto che, prosegue l’indiscrezione, potrebbe “iniziare molto presto”. Diversi osservatori ipotizzano che, dall’altro lato della barricata, le autorità di Teheran stiano erroneamente sottovalutando la situazione, illudendosi di poter fare melina tramite i negoziati e, in questo modo, tenere sotto controllo la controparte americana e rimandare sine die l’attacco al cuore della Repubblica Islamica. Al netto di ciò che si muove dietro le quinte, non ci sono dubbi sul fatto che le forze armate USA stanno aumentando la pressione attorno all’Iran, mentre Israele si prepara a fare la sua parte, forte dell’appoggio statunitense, in quella che le fonti di Axios preannunciano come una campagna massiccia, della durata di settimane, che assomiglierebbe più a una guerra vera e propria rispetto all’operazione mirata del mese scorso in Venezuela.

Teheran scherza col fuoco?

La resa dei conti, scrive il New York Times citando fonti del Pentagono, potrebbe arrivare già in questo fine settimana. La super-portaerei USS Gerald R. Ford, appena tornata dai Caraibi – dove era schierata per fare pressione sul governo venezuelano di Nicolàs Maduro (esfiltrato dagli USA a gennaio) – nella giornata di mercoledì si stava avvicinando a Gibilterra con l’obiettivo di raggiungere la portaerei USS Abraham Lincoln nella regione. Si ipotizza che la USS Ford arriverà per la fine di questa settimana al largo delle coste di Israele, dove potrebbe fermarsi per proteggere Tel Aviv e le altre città del Paese da un eventuale contrattacco dell’Iran. Quella in atto, concordano diverse fonti internazionali, è la più grossa concentrazione di forze aeree USA dall’invasione dell’Iraq nel 2003. Funzionari della difesa israeliani, citati dal quotidiano Haaretz, concordano sul fatto che la probabilità di un attacco statunitense all’Iran è  sensibilmente aumentata nelle ultime 24 ore, in seguito all’ultimo ciclo di colloqui tra Washington e Teheran. D’altra parte, come evidenzia un’analisi di Foreign Policy, Teheran “pensa di avere i negoziati con gli Stati Uniti sotto controllo, ma le conseguenze potrebbero essere catastrofiche”.

Attacco decisivo?

Nella serata di mercoledì, alla vigilia del primo incontro del suo Board of Peace, Trump ha convocato nella Situation Room della Casa Bianca i suoi principali consiglieri, per un incontro incentrato sul dossier Iran. Al tavolo, gli onnipresenti Jared Kushner e Steve Witkoff, oltre al Segretario di Stato Marco Rubio e altri alti funzionari. Secondo quanto riferisce la CNN, citando fonti vicine all’amministrazione, le forze statunitensi sono effettivamente pronte ad attaccare l’Iran già questo fine settimana, ma Trump non ha ancora preso una decisione definitiva in merito. Fino a questo momento, secondo quanto si apprende, il Tycoon newyorchese non ha dato il via libera all’operazione contro Teheran per vari motivi, ma per uno in particolare: l’inquilino della Casa Bianca auspica un intervento risolutivo, che porti cioè a risultati concreti e misurabili, non un’operazione scenografica ma non decisiva. A giugno 2025, dopo quella che lo stesso Trump aveva ribattezzato Guerra dei 12 Giorni, il presidente americano aveva rivendicato l’operazione come un successo personale, che aveva consentito di “obliterare” il programma nucleare iraniano. Eppure, a distanza di quasi un anno, è del tutto evidente che il nucleare resta uno dei temi principali della discussione tra Washington e Teheran.

Uomo di pace o di guerra?

Quella che, stando alle poche informazioni disponibili, si preannuncia come una campagna congiunta USA-Israele, avrebbe certamente una portata molto più ampia dell’ultima operazione e – soprattutto – punterebbe a creare una minaccia esistenziale per il regime, favorendone in ultima istanza il crollo dalle fondamenta. La Repubblica Islamica, assicurano le autorità di Teheran, risponderebbe minacciando i traffici nel Golfo tramite lo Stretto di Hormuz e colpendo USA e alleati nella regione (come già visto durante la guerra di giugno 2025). Inoltre, se in qualche modo il regime guidato da Ali Khamenei dovesse reggere l’urto iniziale dell’attacco, questo potrebbe innescare un effetto boomerang per Washington: un paese diviso politicamente e dilaniato dalla repressione degli ultimi due mesi potrebbe finire per stringersi intorno alla bandiera e serrare i ranghi attorno al regime, per quanto odiato, di fronte alla minaccia esterna. Una guerra del genere, sottolinea ancora Axios, avrebbe un impatto drammatico sull’intera regione e implicazioni importanti per i restanti tre anni della presidenza Trump, salito al potere criticando aspramente le “endless wars”, l’interventismo americano nel mondo, in generale, e in Medio Oriente in particolare. Un attacco all’Iran, dagli esiti imprevedibili, rischia di pregiudicare la strategia di lungo termine americana nella regione, che resta improntata a un disimpegno o – quantomeno – a una razionalizzazione delle forze. Lo dimostra la notizia, riportata dal Wall Street Journal, dell’imminente ritiro di tutti i militari americani dalla Siria, teatro in cui hanno operato per più di dieci anni. Ciononostante, nelle ore in cui si riunisce il “Consiglio di pace” – convocato non a caso presso il Donald J Trump Institute of Peace – risuonano invece i tamburi di guerra.


da Internazionale del 13/02/2026 

UN TUMORE SU TRE PUÒ ESSERE PREVENUTO

da The Economist, Regno Unito 


Un rapporto dell'Oms rivela che più di un terzo dei casi di cancro è dovuto a cause controllabili come il fumo e le infezioni, sottolineando l'importanza delle misure di prevenzione gli scienziati sanno da tempo che alcuni tumori hanno cause che si possono evitare, ma finora le stime affidabili e precise erano poche. In un rapporto pubblicato il 3 febbraio su Nature Medicine, un team coordinato dai ricercatori dell'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, che fa parte dell'Organizzazione mondiale della sanità, fornisce i dati più esaustivi disponibili.

Fra i trenta fattori di rischio coperti dallo studio ci sono abitudini che le persone sono in grado di controllare, come il fumo e il consumo di alcol, e condizioni ambientali come l'inquinamento dell'aria e le infezioni. Dalla ricerca è emerso che dei quasi venti milioni di nuovi casi diagnosticati nel mondo nel 2022 (l'anno più recente per cui sono disponibili i dati), il 38 per cento era dovuto a cause prevenibili. Visto che lo studio non ha incluso gli effetti di varie sostanze cancerogene sospette, come certi conservanti alimentari, gli autori ritengono che il dato reale possa essere più alto. Per il momento, il rapporto offre alle autorità una guida più chiara su come le misure sanitarie possano ridurre l'incidenza del cancro.

Com'era prevedibile, le persone che vivono in parti diverse del mondo sono esposte a rischi diversi. Ma due emergono praticamente ovunque: il fumo e le infezioni. Il primo è la principale causa di tumore negli uomini di quasi tutti i paesi a parte l'Africa subsahariana e nelle donne di Stati Uniti, Europa e Oceania. Le infezioni sono la causa principale nelle donne nel resto del mondo. In generale un tumore su sei è causato dal fumo e uno su dieci da un'infezione. L'alcol, la terza causa, è responsabile del 4,6 per cento di tutti i tumori negli uomini e dell'1,6 per cento di quelli nelle donne.

I risultati sottolineano la persistenza del rischio dovuto al fumo, collegato ad almeno 15 tipi di cancro. Anche chi smette di fumare può avere una probabilità maggiore di ammalarsi nei decenni successivi. Molti paesi stanno quindi cercando d'individuare il cancro ai polmoni in anticipo offrendo tac regolari ai fumatori e agli ex fumatori.

 

Motivi di ottimismo

Le infezioni sono un altro ambito in cui la prevenzione può fare la differenza. Quasi tutti i tumori del collo dell'utero, per esempio, sono causati da un’infezione cronica da papillomavirus umano (Hpv), quelli del fegato sono dovuti soprattutto ai virus dell'epatite b e c e quelli dello stomaco sono perlopiù prodotti da infezioni del batterio Helicobacter pylori.

Le vaccinazioni contro le infezioni da Hpv ed epatite b, che in molti paesi sono obbligatorie per i bambini, dovrebbero quindi evitare milioni di tumori nei prossimi anni. Nel Regno Unito l'incidenza del cancro alla cervice nelle donne fra i venti e i trent'anni è scesa del 90 per cento dal 2008, quando è stato introdotto il vaccino.

Anche se per l'epatite c, un'infezione trasmessa attraverso il sangue, non esiste un vaccino, negli ultimi dieci anni sono state sviluppate cure antivirali molto efficaci. Nell'ultimo secolo i progressi nell'igiene alimentare, nello smaltimento dei rifiuti e nella disponibilità di antibiotici hanno fatto crollare le infezioni da Helicobacter pylori. Anche queste sono caratterizzate da un'alta variabilità geografica, e restano molto diffuse tra i bambini dei paesi poveri, dove il cancro allo stomaco è molto più diffuso.

Anche se esistono motivi per essere ottimisti, certi tipi di tumore sono di gran lunga meno evitabili di altri. Il cancro al seno e quello al pancreas, per esempio, sono causati soprattutto da meccanismi biologici interni che devono ancora essere compresi. Resta la speranza che un giorno anche questi rientreranno fra i tumori con cause per lo più evitabili.


da Internazionale del 13/02/2026

LA FINE DELLE LIBERTÀ A HONG KONG

da Le Monde, Francia

 

Il 9 febbraio è stato piantato l'ultimo chiodo nella bara delle libertà che per molto tempo avevano fatto di Hong Kong un territorio a parte nel mondo cinese: tre giudici nominati da autorità asservite a Pechino hanno condannato il sostenitore della democrazia ed ex editore Jimmy Lai a vent'anni di carcere.

Durante il processo cominciato nel 2023 la condanna di Lai, che ha 78 anni, è sempre sembrata ineluttabile. La legge sulla sicurezza nazionale, imposta nell'agosto 2020 per sopprimere il movimento di protesta contro Pechino, ha trasformato Lai in un bersaglio prioritario.

L'imprenditore d'altronde era stato uno dei primi a essere arrestato appena un mese dopo l'introduzione del nuovo regime liberticida.

Lai è la vittima più emblematica di questa deriva. Diventato una sorta di martire di Hong Kong, non si è mai scusato per le critiche al regime né per i contatti con i democratici taiwanesi e con funzionari statunitensi. La sua condanna colpisce una città dove gli abitanti misurano ogni giorno quanta poca libertà gli resta: i mezzi d'informazione diventati scadenti, le librerie indipendenti costrette a chiudere e i professori universitari preoccupati per ciò che dicono in aula. Dopo la restituzione dell'ex colonia britannica alla Cina nel 1997, gli abitanti hanno creduto per un po' di tempo che il rispetto dei suoi tratti distintivi - libertà d'espressione e di manifestare, e la possibilità di indire elezioni locali - potesse servire a convincere Taiwan a intraprendere a sua volta un riavvicinamento con la Cina continentale. Invece la sottomissione di Hong Kong è diventata una prova di forza.

Oggi Hong Kong è stabile perché è imbavagliata. Il presidente cinese Xi Jinping ha vinto la sua scommessa con un allineamento spietato.

Eppure questo non ha dissuaso il primo ministro britannico Keir Starmer dal visitare Pechino e Shanghai alla fine di gennaio, e Donald Trump potrebbe andare in Cina ad aprile. Rimane una debole speranza: che le autorità cinesi permettano a Lai di lasciare il paese, in un gesto di buona volontà diplomatica a basso costo. In pochi ci credono.

I leader cinesi pensano di aver sconfitto il presidente degli Stati Uniti nella guerra commerciale del 2025 e osservano la crisi in cui Trump ha precipitato il suo paese e le difficoltà industriali dell'Europa. E sono convinti che non c'è più nessuno che possa dargli lezioni.


da ISPI del 20/02/2026

Dalla batteria al metallo: la nuova competizione per la black mass

di Asia Pesce - Ricercatrice


Il riciclo delle batterie sta diventando sempre più strategico per ridurre le vulnerabilità sulle CRM. Tra capacità di trasformazione e regolamenti, emergono alcune divergenze tra UE e Cina.

Il mercato delle auto elettriche, oggi in forte espansione per ridurre la dipendenza dei paesi dal petrolio e raggiungere gli obiettivi della transizione verde, pone l’attenzione su una questione destinata a rimanere centrale nei prossimi anni: il riciclo delle batterie elettriche. Il tema è cruciale non solo perché il numero di batterie a fine vita è destinato ad aumentare rapidamente, ma anche perché dal loro riciclo è possibile ottenere la cosiddetta black mass, una polvere nera sottile contenente materie prime critiche come litio, cobalto, manganese e nichel.

La gestione della black mass è oggi al centro del dibattito in numerosi paesi poiché rappresenta un nodo strategico per la sicurezza delle catene di approvvigionamento delle materie prime critiche, per la competitività industriale e per il controllo delle future filiere della transizione energetica.

Le prospettive di crescita del settore sono significative. Il numero di batterie da riciclare, in particolare quelle agli ioni di litio, la cui tecnologia oggi è largamente usata nel settore automotive, è destinato ad aumentare in modo consistente nei prossimi anni. Si stima che il mercato globale del riciclo di queste batterie possa superare i 10 miliardi di dollari nel 2030 e crescere ulteriormente del 77% entro il 2033.

Figura 1 – Previsione del mercato mondiale del riciclo delle batterie agli ioni di litio dal 2023 al 2033 (in miliardi di dollari USA)

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Fonte: BIS Research, “Forecast Lithium-ion Battery Recycling Market Worldwide from 2023 to 2033 (in Billion U.S. Dollars)”, Statista, Statista Inc., 1 maggio 2024


Come si ottiene la black mass

Una volta giunte a fine vita, le batterie elettriche vengono sottoposte a un processo di pretrattamento che comprende lo smontaggio e la frantumazione da cui si ottiene la black mass. In alcuni casi, tuttavia, le batterie possono essere destinata ad una seconda vita in applicazioni a minore densità energetica, come i sistemi di accumulo di energia, per poi essere riciclate. Nel 2035, il peso totale delle batterie agli ioni di litio a fine vita è stimato in 1,99 milioni di tonnellate, di cui 1,35 milioni destinate al riciclo diretto e 640.000 al riciclo dopo un utilizzo in seconda vita.

Normative europee e cinesi e il ruolo del Sud-est asiatico

Per recuperare le materie prime critiche, la polvere deve essere ulteriormente raffinata attraverso processi complessi e sensibili dal punto di vista ambientale. Proprio per questo, nel marzo 2025 l’Unione Europea ha modificato la normativa sulla black mass, limitandone l’esportazione nei paesi non appartenenti all’OCSE e incentivando il riciclo all’interno dei confini europei. L’obiettivo è rafforzare l’autonomia strategica dell’UE e ridurre la dipendenza dalla Cina, oggi leader nella lavorazione del materiale. Tuttavia, allo stato attuale, l’Unione Europea non dispone di una capacità industriale sufficiente per trattare interamente la black mass e molti progetti industriali sono spesso soggetti a ritardi o cancellazioni. Ne deriva un paradosso strutturale: l’UE mira a trattenere la black mass all’interno dei propri confini, ma non è ancora in grado di lavorarla su scala adeguata.

Parallelamente, anche la Cina ha rivisto nel 2025 la propria normativa riguardante le importazioni di black mass, mostrando una maggiore disponibilità ad allentare le restrizioni per garantire maggiori volumi alla propria industria del riciclo. In particolare, se la polvere risulta sufficientemente “pulita” e correttamente selezionata, non verrà più classificata come rifiuto, aprendo le porte della Cina a flussi globali di black mass, che contribuiscono ad alimentare la sua vasta, ma attualmente sottoutilizzata, capacità di trasformazione e riciclo. Il paese, infatti, controlla oltre l’85% della capacità globale e mira a mantenere i propri impianti operativi e adeguatamente riforniti.

In questo scenario, il Sud-est asiatico sta assumendo un ruolo sempre più rilevante come area di compensazione di questi squilibri. Paesi come Corea del Sud, già leader nella lavorazione del materiale, ma anche Malesia e Indonesia stanno emergendo come poli di lavorazione intermedi, in grado di assorbire parte dei flussi di black mass che non trovano sbocco immediato in Cina. Qui, il materiale di qualità inferiore viene ulteriormente trattato per raggiungere gli standard richiesti dal mercato cinese prima della riesportazione.

Le sfide future

La black mass sta rapidamente passando da sottoprodotto del riciclo a risorsa strategica contesa a livello globale. Per i paesi, il vero fattore competitivo non sarà la disponibilità del materiale, quanto la capacità di riciclarlo e trasformarlo in valore economico e industriale, rafforzando il proprio ruolo in un settore destinato a diventare sempre più centrale e riducendo la dipendenza dalle importazioni di materie prime. In assenza di un rapido rafforzamento delle infrastrutture di raffinazione e di un migliore coordinamento tra politiche industriali e capacità produttiva, il rischio per l’Unione Europea è quello di rimanere un esportatore di materia prima secondaria, lasciando ad altri paesi il controllo delle fasi a maggior valore aggiunto della filiera.


venerdì 20 febbraio 2026

da Confronti di Febbraio 2026

RIPARTIRE DALLA DEMOCRAZIA

di Claudio Paravati

 

La situazione internazionale non solo non migliora, ma, se possibile, peggiora di giorno in giorno. Mentre Donald Trump sembra sempre più calato nei panni di un sovrano assolutista, di un despota, a tratti un po' Rambo e un po' Clifhanger :(per chi, come me, è cresciuto con quel cinema statunitense degli anni Novanta), ciò che sta accadendo in Iran contribuisce a peggiorare ulteriormente il quadro globale.

Il regime iraniano, in crisi da molto tempo e sempre più violento - come abbiamo più volte raccontato sulle pagine di Confronti - sembra essere arrivato oggi a un punto di massima tensione, attraversando una fase di repressione brutale. Nulla manca all'elenco delle azioni più atroci: uso sistematico della forza, uccisioni di donne e uomini, studenti e giovani.

Anche in questo caso, siamo dalla parte dei popoli: dalla parte di chi rivendica il diritto fondamentale di decidere democraticamente il proprio governo, di esprimere dissenso, di manifestare e di agire politicamente senza che la violenza dello Stato si abbatta sui corpi e sulle vite.

E la democrazia? Ne scrivono diffusamente i nostri autori sulle pagine di Confronti, ma nel dibattito internazionale questa parola sembra essere scomparsa. In questa fase storica non c’è nemmeno il tentativo di evocarla: della democrazia non vi è traccia. Ed è un segnale profondamente inquietante. Ancora più preoccupante è il fatto che questa assenza sembri non essere percepita come tale.

Lo ricordiamo allora qui, con chiarezza: crediamo in un mondo capace di costruire alleanze democratiche, fondate sul rispetto dei diritti, sul dialogo tra i popoli, sulla cooperazione e non sulla sopraffazione.

La crisi delle istituzioni e delle agenzie internazionali è ormai così grave da sembrare irreversibile. Eppure dobbiamo continuare a credere che non lo sia. Questa stagione del mondo, che urla per le grandi ingiustizie in corso, reclama una parola di giustizia.

Ciascuno può affidarsi alla parola di giustizia che preferisce; nel frattempo, però, dobbiamo pretendere che l'Europa faccia fino in fondo la propria parte. Finora, purtroppo, si sono visti solo timidi tentativi.


da Confronti di febbraio 2026

IL SONNO DELLA DEMOCRAZIA NELLA NOTTE AMERICANA

di Paolo Naso

 

“Unico limite ai miei poteri è la mia moralità“, ha affermato Donald Trump il 9 gennaio scorso, senza che questa frase, degna di Luigi XIV o di qualsiasi altro monarca assoluto, destasse particolare scalpore. Forse ha mosso qualche coscienza la notizia della donna di Minneapolis - Renée Nicole Macklin Good - uccisa da un agente dell'Ice (Immigration and Customs Enforcement) in circostanze che, a giudicare dai video disponibili, appaiono sconcertanti: l'omicidio a freddo di una donna disarmata che protestava e che non era disposta a farsi intimidire da un energumeno in divisa. È la notte americana, un buio fitto che cancella diritti fondamentali come quelli scolpiti nel I emendamento della Costituzione che vieta al Congresso di promulgare leggi che «limitino la libertà di parola, o della stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti».

Negli Usa di Donald Trump chi scende in piazza a protestare o chi soccorre i migranti, lungo la frontiera o anche in Stati interni come il Minnesota dove è stata uccisa Renée Nicole Macklin Good, rischia l'arresto, la violenza della polizia e persino la vita. Al contrario, tutti amnistiati i responsabili dell'insurrezione armata del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill, i bravi padri di famiglia e le premurose madri del "popolo Maga".

È la militarizzazione dello scontro politico, una svolta evidentemente dettata dalla Casa Bianca che non ha paura di schierare le guardie federali contro le polizie locali e i governatori di Stati che il presidente giudica suoi avversari.

È esattamente l'opposto di quanto accadeva negli anni Cinquanta e Sessanta quando i presidenti inviavano le truppe federali a difesa dei giovani afro americani - e non solo - che protestavano per reclamare i loro diritti civili.

Accadde, ad esempio, del 1957 a Little Rock (Arkansas), sotto la presidenza Eisenhower e a Selma (Alabama), ai tempi di Lyndon Tohnson nel 1965. In quelle occasioni il potere centrale ordinò alle forze armate di difendere i diritti civili riconosciuti dai tribunali; oggi, in un mondo capovolto e nello spirito di un potere assoluto e privo di contrappesi, la Casa Bianca interviene a dispetto della legge, per intimorire e reprimere. In questo quadro rientra anche il tardivo proclama della Casa Bianca per il Martin Luther King Day, diffuso solo nella serata del 19 gennaio e dopo aperte critiche delle organizzazioni per i diritti civili: mossa tardiva e risibile nei giorni in cui la popolazione bianca di Minneapolis organizza la spesa per i migranti che, terrorizzati, evitano di uscire per strada per non essere intercettati dagli agenti armati dell'Ice.

C'è chi applaude, perché finalmente qualcuno impone Law and Order, rendendo l'America "più sicura" e "più stabile"; per un'altra parte di americani è l'incubo di un regime autoritario che si va costruendo pezzo dopo pezzo, contestando i giudici, ridicolizzando i giornalisti, irridendo all'ordine internazionale, mentendo all'opinione pubblica e a sé stessi. È questa un'America ancora incredula e stordita, incerta sulle strategie da adottare eppure consapevole del rischio di autoritarismo illiberale che incombe sul proprio Paese.

Sono magistrati, governatori, qualche politico di seconda fila, qualche leader religioso, settori della società civile che si raccolgono sotto gli striscioni “No King" rivendicando il diritto alla protesta e invocando il rispetto delle libertà

costituzionali.

La notte americana si consuma nel sonno di democrazie stanche e ripiegate sulle proprie agende interne. Ciò che accade intorno scorre rapido e senza veri traumi di coscienza: Gaza diventa l'ennesimo capitolo di una guerra senza

fine; dopo tre anni di conflitto tra Russia e Ucraina restano confuse responsabilità e giudizi su oltre 500mila morti; sule proteste iraniane tante anime belle, generalmente pronte a scendere in piazza, problematizzano ogni giudizio nel timore che le manifestazioni e i morti facciano parte del solito disegno geopolitico americano. Solidarietà sì, ma senza esagerare perché, alla fine - questa la vulgata - «il disegno degli Usa è sempre più pericoloso delle fucilazioni di massa dei mullah».

Dobbiamo prenderne atto: anche il mondo occidentale vive una torsione illiberale, in cui la democrazia conta meno del consenso, del populismo, della percezione della sicurezza, della forza militare. Ne è prova che le istituzioni internazionali nate per garantire una governance democratica fondata sui diritti vivono la crisi più profonda da quando sono nate. Nessuno ha la ricetta per correggere questa tendenza, ma almeno due cose possiamo farle: chiamare questo processo per ciò che è, autoritario e antidemocratico. Sarà scomodo e impopolare, ma dirlo – o gridarlo - aiuta a tenerci svegli. E poi riattivare la memoria e il cervello, per ricordare il sogno democratico che animava quelle democrazie in cui molti di noi hanno goduto di diritti altrove negati. Almeno questo.


“Qualche goccia di sapienza”…

 

Una delle cose che mi impressiona di più sono le dichiarazioni di alcuni mafiosi che dicono, quando decidono di uccidere qualcuno: "Deve capire che io sono come Dio: posso dare e togliere la vita a piacimento"

    Augusto Cavadi 

 



Il lavoro dovrebbe essere una grande gioia ed è

ancora per molti un tormento. Tormento di non

averlo, tormento di fare un lavoro che non serva, non giovi ad un nobile scopo.

    Adriano Olivetti 

 

 



Nel cinturone dei soldati di Hitler c'era scritto

"Gott mit uns", Dio è con noi. Il führer Lo aveva

arruolato; per fortuna disertò.

  Enzo Biagi