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giovedì 18 novembre 2021

COMMENTO ALLA LETTURA BIBLICA DI DOMENICA 21 NOVEMBRE 2021

DA CRISTO RE AD UNA CHIESA REGINA

Giovanni 18,33 - 37
Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: "Tu sei il re dei Giudei?". Gesù rispose: "Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto?". Pilato rispose: "Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?". Rispose Gesù: "Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù". Allora Pilato gli disse: "Dunque tu sei re?". Rispose Gesù: "Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto al mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce".

Una costruzione letteraria

Questa pagina del Vangelo, con  questo dialogo tra Gesù e Pilato, è una costruzione letteraria e teologica, particolarmente elaborata nel Vangelo di Giovanni, che registra la fede della comunità e le convinzioni dei primi discepoli e discepole di Gesù. Ovviamente nessun cronista era presente e nessuno può sapere se dietro questo racconto sia avvenuto un dialogo e quale dialogo tra Gesù e Pilato. E' probabile, secondo i più rigorosi studi storici e biblici, che Gesù come profeta apocalittico abbia alimentato l'illusione di un imminente intervento di Dio in chiave messianico - regale.

In ogni caso questa pagina del Vangelo spesso viene letta come una cronaca e così la gerarchia ha la pretesa di ricavare da una citazione biblica un universo teologico.

Origine della festa di Cristo Re
La liturgia cattolica ritaglia oggi per la meditazione questi pochi versetti perché in questa domenica in tutte le eucarestie viene celebrata la "Festa del Cristo Re".
Come si possa fondare su questi versetti biblici una certa concezione della "regalità" di Gesù è uno dei tanti "misteri" cattolici che forse possiamo tentare di "svelare".
Ma quando e come nacque nella chiesa cattolica la festa di Cristo Re?
L'iniziativa è assai recente.
Nel 1925, in un momento in cui la cultura, la politica e le masse stavano prendendo distanza dal fenomeno e dal potere religioso, il Papa Pio XI volle affermare "l'universale sovranità di Cristo in tutti i settori" della vita e della storia anche istituendo la festa di Cristo Re.
Con questa festività religiosa il Papa volle allora esprimere il suo totale disaccordo dal profilarsi di una realtà statuale che non riconoscesse la sovranità della chiesa, sposa di Cristo Re. Egli, anche con questa riaffermazione della centralità e sovranità di Cristo, si preparava a stipulare da posizione forte - come poi avvenne - i "Patti lateranensi e il Concordato tra stato italiano e chiesa" con Benito Mussolini nel 1929.

Conoscenza storica illuminante
Ovviamente questa festa è stata soprattutto ripresa e rilanciata da papi come Pio XII e Giovanni Paolo II perché si presta particolarmente a dare forza e prestigio alla chiesa cattolica. Se Cristo è "Re universale", la chiesa acquisisce e gestisce nel suo nome un "potere universale", una posizione regale che la colloca oltre e sopra tutti i poteri di questo mondo. Per una chiesa che ha un'anima imperiale non è poco poter "legittimare" in questo modo questo suo stile.
E' utile e liberante conoscere questi retroscena che ci forniscono una diversa chiave di lettura.
Sovente l'appiattimento sul presente, senza la conoscenza dei percorsi storici, ci priva di elementi preziosi per una attenta valutazione di fatti ed eventi e dei loro significati. Chi non conosce il formarsi storico, l'evoluzione del linguaggio attraverso i secoli e ignora ciò che sta dietro a certe formulazioni dogmatiche o a talune costrizioni devozionali, per ingenuità può pensare che Gesù abbia voluto un papa, abbia inventato la confessione, abbia deciso il celibato obbligatorio dei preti, abbia istituito i 7 sacramenti, abbia estromesso le donne dal ministero, abbia detto che sua madre era vergine...Tutte cose che il Gesù storico non ha mai nemmeno sognato. I dogmi e le dottrine non sono la fede. Spesso sono i più grandi ostacoli a credere (Ortensio Da Spinetoli e Tillich....).
Il discorso al riguardo sarebbe lunghissimo. 

Gesù senza trionfalismi
Ma, se torniamo alla pagina evangelica, anche oggi essa riscalda il nostro cuore. Gesù, in quella sovrana libertà che Dio gli ha dato, non si lascia ingabbiare in una definizione, non si lascia attrarre da un titolo glorioso. La polvere imperiale non si è depositata su Gesù. Egli ha percorso le strade della Palestina e ha vissuto l'incontro con le persone (quelle che nei palazzi dei grandi non vengono solitamente ascoltate) come un fratello, un "servitore", un profeta, un testimone dell'amore di Dio.
"Cristo Re" è un immaginario che è l'opposto di Gesù di Nazareth: "sono in mezzo a voi come colui che serve" (Luca 22,27). "Il figlio dell'uomo, ci attesta Matteo 20,28, non è venuto per essere servito, ma per servire". E quante "lezioni" Geù impartì ai suoi discepoli che spesso erano tentati di comportarsi come i "capi di questo mondo". Egli, il maestro che lava i piedi, non ha ceduto di un palmo alla tentazione del trionfalismo, della carriera, del potere.
Ma c'è di più. Il Vangelo di Giovanni, dopo la narrazione del segno della condivisione dei pani e dei pesci, dice che "Gesù, saputo che stavano per venire e rapirlo per farlo re, si ritirò nuovamente sul monte da solo" (6,15). Anziché approfittare del momento di entusiasmo popolare, si sottrasse.

Dio e i poveri
Per Gesù esiste un solo regno col quale si identifica, al quale aderisce con tutto il cuore. Il "suo" regno è il compimento della volontà del Padre, di "Colui che lo ha mandato". Gesù vive totalmente in riferimento a questa realtà. Il teologo cattolico E. Schillebeeckx dice che Gesù traspone sistematicamente l'epicentro della sua vita in direzione di Dio. Egli, anzi, con la predicazione, con l'esempio della sua vita, con l'insegnamento delle parabole non è semplicemente un maestro che parla di Dio, ma il testimone che cerca di coinvolgere chi lo ascolta perché si affidi all'azione di Dio. Questo orientamento totale della vita di Gesù, questa sua radicale disponibilità alla volontà di Dio, ne fanno per noi il testimone per eccellenza del suo regno.
Le nostre chiese rischiano proprio di predicare se stesse, di occuparsi della propria immagine, presenza ed efficienza, del loro castello istituzionale e dogmatico. Siamo davvero esposti anche noi, tutti noi, a occuparci d'altro rispetto al "regno di Dio".

Una compagnia solidale
Il richiamo di Gesù, la puntualizzazione che egli rivolge a Pilato, il suo vivere per rendere "testimonianza alla verità" sono parole che possono andare diritte al mio, al nostro cuore.
Il senso della nostra fede ha forse il suo centro qui: essere vivi e presenti nel mondo, partecipare alle vicende "mondane" con le nostre responsabilità e con i nostri "talenti" cercando, come singole e come comunità, di testimoniare, cioè di operare in conformità alla sequela di Gesù senza strombazzamenti, senza imporre vernici cristiane, senza grandi comparse, ma anche senza fuggire dall'impegno.
Gesù ha vissuto in pubblico senza farsi pubblicità.
Proprio sulla strada di Gesù, alla sua scuola, dobbiamo imparare come singole persone e come chiese un diverso stile di vita e di presenza nel mondo.
Ma, se siamo attenti/e ai segni dei tempi, al grido di Dio che si esprime in tante voci umane, se prestiamo ascolto alla testimonianza delle Scritture, se teniamo il nostro sguardo fisso sul Gesù storico e sulle sue scelte di vita, non avremo difficoltà a vedere quali sono le priorità e gli spazi in cui collocare e seminare amore, impegno, fiducia.

L'altra dimensione
Detto questo, per me regno di Dio significa anche interiorità, capacità di trasformare i nostri cuori, di nutrirli, di "collegarli" alla sorgente che è Dio. Si tratta, a mio avviso, di svestirci delle superficialità, di riscoprire il cammino della preghiera, della meditazione personale, del silenzio profondo. Se non nutriamo le radici, l'albero secca.
Senza nutrimento interiore le parole diventano chiacchiere e l'azione diventa attivismo.
Quando c'è interiorità e calore interiore tutto acquista un significato diverso. Perché Dio "regni nei nostri cuori" riscopriamo il valore dello stare in silenzio, di riaprire una pagina del vangelo, di ascoltare un racconto di sapienza, di fare un po'di vuoto, di contemplare un fiore, guardare il cielo, deporre un po' di fretta.....
Mentre già s'avverte nell'aria e compare nelle vetrine il frastuono del mercato natalizio, questo affannarsi dietro al nulla, propongo a me e a te una cosa semplice: prendiamoci l'impegno di creare dentro la nostra vita quotidiana tanti momenti di pausa, di silenzio, di ascolto, di interruzione.
Questo è collirio per i nostri occhi, miele per la nostra bocca, pace per i nostri cuori perché la vita non diventi un correre dietro al vento.

Ti benedico, o Dio
perché nella mia vita troppo affannata mi hai sempre regalato, tra una corsa e l'altra, momenti di pausa, di preghiera, di pace.
Tu sei per me il "silenzio che parla", il pozzo verso il quale muovo i miei passi, la sapienza che bussa alla porta del mio cuore.
Tu mi hai sempre fatto incontrare delle persone in cui ho visto brillare un raggio della Tua luce e del Tuo calore, vite semplici dal sapore dell'autenticità con cui ho potuto umilmente scambiare pensieri, esperienze, frammenti di saggezza.
Nella mia piccolezza di creatura accolgo fin dal profondo delle mie viscere il mistero della Tua sottile presenza.
E Ti dico GRAZIE.




giovedì 11 novembre 2021

COMMENTO ALLA LETTURA BIBLICA DI DOMENICA 14 NOVEMBRE 2021

 La promessa che non tramonta

Marco 13,24-32

24 «Ma in quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà il suo splendore; 25 le stelle del cielo cadranno e le potenze che sono nei cieli saranno scrollate. 26 Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire nelle nuvole, con grande potenza e gloria. 27 Egli allora manderà i suoi angeli e raccoglierà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo. 28 Or dal fico imparate questa similitudine: quando i suoi rami diventano teneri e spuntano le prime foglie, voi sapete che l'estate è vicina. 29 Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, proprio alle porte. 30 In verità vi dico che questa generazione non passerà, prima che tutte queste cose siano avvenute. 31 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 32. Quanto poi a quel giorno o a quell'ora , nessuno li conosce neanche gli angeli del cielo e neppure il figlio, ma solo il padre”.

TESTO E CONTESTO

Probabilmente alle spalle di questa pagina dai colori minacciosi ed apocalittici c'è la recente irruzione delle truppe romane e la profanazione e la distruzione del tempio di Gerusalemme.

Sembrò loro la fine del mondo; in realtà fu solo la fine di “un “ mondo, il loro mondo. Questo enorme sconvolgimento che a molti parve come la fine di ogni promessa e di ogni speranza, rischiava di bloccare ogni iniziativa, di raggelare i cuori, di paralizzare anche i discepoli del nazareno (che allora erano uno dei tanti gruppi interni all'esperienza giudaica).

Ma è più probabile che questi toni apocalittici dell'imminente venuta del regno di Dio abbiano trovato spazio anche nel cuore, nella cultura e sulla bocca di Gesù che, giorno dopo giorno, vedeva infrangersi il suo sogno di un intervento in cui Dio trasformasse questa realtà piena di oppressione.

Gesù di Nazareth fu certamente un profeta dai tratti apocalittici, nel senso che aveva la ferma fiducia che l'ultima parola della storia non stesse nelle mani dei potenti, ma ben salda nelle mani del creatore e liberatore.

 Sui tempi e sui modi dell'intervento divino anche Gesù comprese lentamente che i tempi erano altri da quelli pensati all'inizio del suo cammino tra i villaggi. Egli passò dalla concezione dell'imminente intervento di Dio alla consapevolezza sofferta che anche lui, rispetto ai tempi, non sapeva nulla di più di quanto sappiamo noi.

Sono straordinariamente chiare le pagine che il teologo Jon Sobrino ha scritto al riguardo. Le ho riportate nel mio libro “Confessione di fede di un eretico” (Ed. Mille).

Di Gesù, dunque, presentato come assolutamente sincero e fiducioso nel Padre, i Vangeli non hanno difficoltà a dire che non conosce il giorno, il tempo dell'inveramento, della realizzazione dei “cieli nuovi e terre nuove”.

Di questo Gesù non sa semplicemente nulla. E' il mistero di Dio e solo di Dio” (pag.67). Questo per Gesù come per ciascuno /a di noi .

LA SUA IGNORANZA NON SCALFISCE LA FIDUCIA.

L'abbaglio che Gesù prende, l'errore in cui incorre rispetto ai tempi e l'ignoranza creaturale del “calendario di Dio” non cancellano mai in lui la radicale fiducia nel Dio della promessa.

Egli coniuga la fretta dell'apocalittico appassionato con la più profonda e radicale fiducia in Dio. Per questo esorta a vedere ogni ramo che diventa tenero, ogni germoglio di vita, ogni foglia che verdeggia....

Ecco ciò che la comunità di Marco e gli evangeli raccolgono come messaggio.

Nell'attesa che maturino i tempi della “pienezza” del regno di Dio, occorre non stare con le mani in tasca, inoperosi, ma valorizzare ogni germoglio di bene, ogni fiore di primavera come annuncio dell'estate che viene.

Questo è il modo di vivere un'attesa che apre il futuro senza cancellare il presente in tutte le sue dimensioni.

LE PAROLE DI GESU' NON PASSERANNO

Marco ha messo sulla bocca di Gesù questa scoperta: la direzione di vita che Gesù ci ha indicato, la fiducia in Dio che lo ha sorretto, la speranza che Dio è presente in tutte le arterie del creato, questo non tramonterà.

Noi, come Gesù, non possiamo “indovinare” i tempi, ma possiamo vivere un'attesa attiva, ossigenata dalla fiducia nel Dio che, anche nelle notti più buie, non cessa di essere la luce sul nostro cammino.

E' il messaggio di Gesù che ci libera dal “presentismo”, il vivere il presente come prigione o nella dimensione storica o nella dimensione dell'autocentramento, dell'egoismo edonistico moderno vissuto, venduto e scambiato per felicità.

NON CORRIAMO INVANO

La parola di Gesù che non tramonta è qui: se non lavoriamo ad un futuro “altro” in noi e fuori di noi, con tanta fiducia in Dio, con la passione apocalittica e profetica, la nostra vita si perde, si spende e si spegne nei rivoli del nulla e la nostra fede si riduce ad una cornice religiosa.

Esattamente come Gesù, ignoriamo i tempi e i modi in cui la storia si aprirà alle istanze del regno di Dio, fatto di giustizia e di amore, ma non rischiamo idi correre Invano se seguiamo la traccia del nazareno.

Il messaggio biblico cancella i maghi e gli indovini, ma ci convoca per una esistenza quotidiana vissuta da profeti e testimoni. La nostra apparente impotenza davanti alle tragedie della storia non ci deve paralizzare. La nostra vocazione profetica è quella del seminare e ancora seminare. Il Dio fedele farà fruttificare: questa è la Sua promessa che le Scritture ci testimoniano.

venerdì 5 novembre 2021

COMMENTO DELLA LETTURA BIBLICA DI DOMENICA 7 NOVEMBRE 2021

Gesù: libertà di parola e occhi nuovi
Diceva loro mentre insegnava: "Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave". E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a séi discepoli, disse loro: "In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere". (Marco 12, 38 - 44)

Questi pochi versetti costituiscono due quadri diversi. Dal 38 al 40 troviamo l’invettiva di Gesù contro la religione esteriore di alcuni scribi e la messa in guardia  dalla loro ipocrisia. Nei versetti 41-44 il quadro cambia completamente: Gesù osserva il comportamento di questa donna povera e vedova ed esorta  i discepoli a seguirne la testimonianza.

La religione esteriore

Due settimane fa meditammo sullo scriba che si trovò in perfetta sintonia con Gesù. Oggi siamo al rovesciamento della medaglia: là lo scriba fedele, qui mestieranti.
Gesù che era un maestro laico, credente in Dio come gli ebrei del suo tempo, inserito nella scia dei profeti, aveva imparato ad usare bene la sua libertà dentro la sua stessa comunità credente.
Non dimentichiamo che Gesù non si è mai pensato come un credente che fondava una religione diversa dall'ebraismo . E' un profeta di Israele. Il cristianesimo nasce molto più tardi come religione separata dall'ebraismo.

La libertà di parlarsi e di dissentire
Ebbene, dentro l'esperienza ebraica di quel tempo e dei secoli successivi esiste un fatto estremamente originale e positivo: la libertà di parlarsi direttamente, di correggersi, di resistersi a viso aperto.
Gesù, nato in questa tradizione e cresciuto alla scuola di un profeta come il Battista, che aveva la lingua più affilata di un coltello, usa con grande coraggio questo metodo della discussione perché le eredità amate vanno tenute vive nel dibattito, anche nello scontro.
Gesù in tutto questo esprime il suo grande amore per la fede ebraica, il suo attaccamento profondo alla Torah che viene "sporcata" dalle nostre sozzure e dai nostri calcoli. Andatevi a leggere un momento in Isaia, in Geremia, in Ezechiele, in Malachia che cosa scrivono questi profeti contro i sacerdoti, i falsi profeti, i capi del popolo, i padri, i giudici, le autorità di ogni genere.
A leggere quei passi, spietatamente polemici e maledicenti, tremano le vene. Ma questa capacità autocritica che l'Ebraismo qualche volta esprime a tal punto che sembra uno sbranarsi più che un parlarsi, che spesso si riveste di "invettive" pungenti e feroci, costituisce anche una grande risorsa. Per preservare la fede nella sua genuinità a volte è necessario resistersi a viso aperto. A volte c'è molto più amore in un conflitto dichiarato, che mira a smascherare le nostre deviazioni e infedeltà, che non in certi linguaggi felpati.
Spesso ci può essere più amore nella denuncia coraggiosa, nel dibattito anche accaldato e "irriverente", che non nei silenzi della vergogna, nei silenzi della viltà.

Nella nostra chiesa 
Se veniamo alla nostra realtà ecclesiale dobbiamo purtroppo constatare che c'è troppa obbedienza.
La tragedia della nostra chiesa è che abbiamo spesso perso la libertà di pensiero e di parola e non siamo cresciuti nella capacità di esprimere i nostri dissensi.
Dentro le nostre storie comunitarie abbiamo forse un problema comune: come mantenere alta la volontà e la possibilità del dissenso forte e amoroso? come non vedere nel dissenso una lotta contro la nostra tradizione, ma il desiderio costruttivo di partecipare al suo costante rinnovamento, alla sua costante riconduzione all'essenziale?
Come lasciarci guidare dall'amore, dal desiderio alimentato alle sorgenti bibliche di partire sempre dalla conversione di noi stessi quando ci sentiamo in dovere di pronunciare parole dure dentro le nostre esperienze comunitarie?
Io vorrei imparare ogni giorno a tenere i cuori vicini anche quando i pensieri sono lontani.
Vorrei lasciarmi cambiare dall'azione di Dio quando, pronunciando parole severe che sento il dovere di dire, rischio di non farlo con sufficiente amore.
Ma so anche che, nella mia vita, qualche volta ho taciuto: non era amore, era la mia viltà, la mia poca disponibilità ad accettare alcuni conflitti, la mia paura delle "conseguenze".
Facciamo fatica a diventare persone responsabili.

Gli occhi di Gesù vedono la testimonianza della vedova
Dal versetto 41 lo scenario cambia. Nel luogo del culto ufficiale giudaico Gesù trova una "perla" che addita allo sguardo e al cuore dei discepoli intenti ad altri panorami: "Maestro, guarda che pietre e che costruzioni" (Marco 13,1).
La studiosa cattolica Clementina Mazzucco nella sua preziosa "Lettura del vangelo di Marco" annota: "Questa vedova si rivela pienamente in sintonia con il pensiero e la volontà di Gesù, come già era avvenuto con la suocera di Pietro....... Ma in lei c'è qualcosa di più grande, perché si comporta così senza aver ricevuto alcun beneficio da Gesù, anzi senza neppure conoscerlo, semplicemente ispirandosi all'etica giudaica e alla sua coscienza. Né avrà da Gesù, in quel momento, quel riconoscimento diretto. Questa vedova dimostra l'enorme potenzialità positiva della religione giudaica vissuta con semplicità dalle persone comuni, soprattutto dai poveri, ed è contemporaneamente figura di tutti coloro che fanno la volontà di Dio e dimostrano una fratellanza con Gesù, senza conoscere Cristo e il cristianesimo". (Ivi, pag. 140, Zamorani Editore).
Gesù richiama i discepoli a guardare nella giusta direzione. Giustamente le teologie femministe hanno "valorizzato" questa donna come testimone di una fede a tutta prova.
Tutti i particolari del racconto mettono in rilievo il cuore di questa donna, la sua "smisurata" fedeltà.
Io mi sento particolarmente sollecitato dal richiamo di Gesù. Per me, nel paesaggio politico ed ecclesiale, è sempre più determinante guardare al mondo dei più deboli. Non perché i poveri e le persone emarginate siano dei santi, ma perché esse spesso danno voce a Dio, costituiscono lo "spazio" in cui Dio si manifesta. Ciascuno din noi è chiamato- chiamata  a fare proprio lo sguardo di Gesù che ha sempre visto nella vita dei marginali, nelle loro speranze e nelle loro sofferenze, la voce di Dio.

TI PREGO
O Dio di Abramo, di Sara, di Rebecca, di Gesù: vorrei che mi accompagnassi a partire sempre da Te, dalla lampada ardente della Tua Parola e, come ha fatto Gesù, proprio sulle sue tracce, legare sempre di più la mia vita all'orfano, alla vedova, allo straniero.
E' ancora lì, dentro queste vite "comuni" fragili e minacciate, esposte al gelo della miseria e dell'abbandono, che Tu parli ai cuori e compi le Tue silenziose meraviglie.

venerdì 29 ottobre 2021

COMMENTO ALLA LETTURA BIBLICA DI DOMENICA 31 OTTOBRE 2021

E SE LA MOLLASSIMO CON I SANTI PER RICORDARE I GIUSTI?

SANTI VERI, SANTI FALSI
Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi (Matteo 5, 1-12).

Davanti a me ho il testo di Matteo che ti invito a rileggere più volte, con calma. Ma voglio premettere alcune considerazioni teologiche perchè " i Santi" e " i Morti" sono due ricorrenze che hanno subito delle gravi "deviazioni" dal percorso della fede cristiana. Conoscere un po' di storia fa sempre bene: "La commemorazione dei defunti (Commemoratio omnium fidelium defunctorum, chiamata più raramente festum animarum) al 2 novembre venne introdotta per analogia alla festa d'Ognissanti, già istituita nel secolo 9°, dall'abate Odilone (994-1048) nella abbazia e nella congregazione di Cluny probabilmente ancora alla fine del secolo10°; venne accolta un po' alla volta anche da altre parti e nel secolo 15° era diffusa ovunque".
(Da Storia della chiesa, Bihlmeyer-Tuechle)
Attenendoci rigorosamente al messaggio biblico, questi 2 giorni ci possono trasmettere due messaggi preziosi. La parola "ognissanti" sta a ricordarci che prima di noi altre donne e altri uomini hanno cercato di vivere intensamente la fede nel Dio di Gesù. Ci sentiamo inseriti in questo lungo cammino e vogliamo fare tesoro della loro testimonianza.
La commemorazione dei defunti sta a dirci che, chi ci ha preceduto non è finito nel nulla e ora vive in pienezza la pace di Dio. Siamo così ricondotti a ciò che scrive Paolo di Tarso: Non corriamo invano.


SOLO DIO E' SANTO
La festa e le feste dei santi, come si sono configurate nei secoli, non sono mai entrate nel mio orizzonte religioso. Nella mia impostazione biblica non c'è posto per nessun santo e nessuna santa, così come li concepisce il magistero cattolico.
Santo è solo Dio. Noi siamo tutte creature amate da Dio e segnate dal limite e dalla contraddizione. Dunque i santi e le madonne non entrano nel mio cammino di fede come persone alle quali rendere culto.
Anche perché sovente i santi e le sante sono semplicemente quelle persone che hanno fatto carriera nella chiesa o hanno creato fortuna all'istituzione cattolica fondando grandi opere e obbedendo ai sacri poteri.
Preferisco, invece, raccogliere e valorizzare la memoria e la testimonianza di coloro che, spesso condannati o emarginati, hanno vissuto secondo il Vangelo o secondo la loro coscienza onesta.
Adesso poi con la crescente "santomania", le gerarchie fanno santi in gran quantità perché così l'istituzione ecclesiastica celebra se stessa come "madre dei santi".

E' evidente che i santi e le "santificazioni" fanno parte di una politica ecclesiastica che tiene insieme i due estremi: fai santo uno sterminatore di eretici, fai santo un vescovo dei poveri, fai santo un papa che ha protetto i pedofili, fai santo un prete martire della mafia....Così tieni insieme democratici e fascisti....Davanti a certi santi c'è turarsi il naso e chiudere gli occhi. Tra di essi ci sono amici di Pinochet e sterminatori di cristiani, organizzatori di crociate...
Senza contare che attorno ai santi si crea subito un santuario che oggi è come un centro commerciale. Così il commercio e la superstizione vanno di pari passo. Non parliamo poi del mercato delle indulgenze, delle reliquie e dei santini.
Che Dio poi ci guardi dal fanatismo del "santo subito", cioè dalla esaltazione che vuole sollevare agli altari quei personaggi che sono stati "lanciati" dalla istituzione ecclesiastica sul mercato mediatico.
La sobria memoria dei "giusti" che ci hanno preceduto, è ben altra cosa, specialmente se sappiamo riconoscere chi sono "i giusti" oggi e facciamo tesoro della loro coerenza.

Spesso si tratta di uomini e donne che possiamo trovare vicino a noi, assolutamente privi di quell'aureola celestiale, ma pieni di concretezza, di umiltà e di coraggio nel seguire il cammino delle beatitudini......

L'INDUSTRIA DEL SUFFRAGIO

Un'altra delle devozioni liturgiche più contrarie all'insegnamento biblico è la pratica del suffragio.
Si pensa che, tramite messe, preghiere e indulgenze, si possa aprire la porta del paradiso o accelerare il percorso del purgatorio.
Già questo "immaginario" ha del ridicolo. In sostanza, è come se dicessimo che dobbiamo saldare un conto con Dio e noi, siccome il morto non può più farlo, incarichiamo la chiesa che interceda "per l'anima" di un caro defunto. Che equivoco!
Dio non tiene contabilità, non è il ragioniere che registra "i nostri debiti". Egli non ha bisogno né di espiazione né di suffragio. 

Egli ci accoglie per il Suo Amore, non per i nostri meriti o per le indulgenze o per le messe in suffragio.
So per fede che morendo cado nelle braccia accoglienti di Dio: non so nulla di più, ma questo mi basta. Non si tratta di un Dio da placare, da rendere conciliante attraverso riti propiziatori.
Noi abbandoniamo i nostri cari, che finiscono la stagione terrena, all'amore di Dio: sono davvero in buone mani.
La predicazione cristiana non può continuare a parlare di messe per i defunti, ma deve continuamente riproporci la testimonianza di Gesù che in vita e in morte si affidò a Dio.
Questa è la "svolta" teologica preziosa: l'affidamento.
In questa ottica diventa superflua tutta la pratica del suffragio che inoltre ha dato vita ad un vero mercato delle messe.
Non si tratta, dunque, di abbandonare un momento di celebrazione e di preghiera nell'occasione della morte, ma di capirne il senso.
Si tratta, come ho documentato nel libro
 "Quando i fratelli se ne vanno" e in altri scritti, di ringraziare Dio per la vita del defunto, di confidare nella bontà, di Dio, di affidarlo a Lui, di rinnovare la nostra fiducia in Lui che è il Dio che vince la morte.
Questa predicazione allora è l'annuncio della bontà accogliente di Dio che sollecita la nostra fiducia, non è il nostro suffragio. La nostra preghiera diventa dunque lode a Dio per i testimoni che ci ha regalato e fatto incontrare e fiducia in Lui che è il Dio vivente.

 INTANTO ORA…

Ecco la bellezza e lo spessore del brano che la liturgia ci propone in questa domenica: se vuoi dare un senso alla tua vita, se vuoi trovare la felicità vera pur in mezzo alle tribolazioni, abbraccia la strada di Gesù di Nazareth.

Non farai fortuna, non ti faranno santo, ma getterai nel mondo manciate di solidarietà e di non violenza, di fiducia.
Lungi da noi che seguire Gesù sia una strada tutta e sempre di abnegazione e di crocefissione. Essa è un sentiero in cui fioriscono molte oasi di felicità. Certo, si tratta di una proposta di vita che esige da noi delle scelte concrete.



venerdì 15 ottobre 2021

COMMENTO ALLA LETTURA BIBLICA DI DOMENICA 17 OTTOBRE 2021

 UNA CONVERSIONE CHE NON FINISCE MAI


E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: "Maestro, ccia quello che ti chiederemo". Egli disse loro: "Cosa volete che io faccia per voi?". Gli risposero: "Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra". Gesù disse loro: "Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?". Gli risposero: "Lo possiamo". E Gesù disse: "Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato". All'udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù, chiamatili a sè, disse loro: "Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto di molti". (Marco 10,35 - 45)

Eccoci di nuovo alle prese con una pagina "movimentata". Marco, come più volte ho sottolineato nei commenti delle scorse settimane, ci fornisce dei racconti che a volte sembrano dei ritratti dal vivo.

La scena è plastica, espressiva. Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, discepoli della prima ora, si avvicinano a Gesù con le idee chiare e con una richiesta precisa. Si noti che il vangelo di Matteo, quasi a risparmiare la "brutta figura" ai due discepoli, mette la richiesta sulla bocca della loro madre.
Qui i due discepoli, senza mezzi termini, con una audacia e con un "fegato" da leopardo, scandiscono la loro richiesta: "Vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo". Gesù, nella testimonianza del Vangelo di Marco, dimostra una pazienza ed una mitezza straordinarie davanti a questi due discepoli spocchiosi: "Che volete che io faccia per voi?".
Giacomo e Giovanni, alla scuola quotidiana di Gesù, hanno visto con i loro occhi un maestro umile, dedito, lontano mille miglia dalla mentalità di garantirsi un posto di onore. Hanno potuto sentire dalla sua viva voce tante "lezioni" di vita... e poi... eccoli venirsene fuori con questa sortita piena di presunzione, di arroganza, di interesse personale, di saccenteria. Impietosamente Marco riporta questo quadro che è una "fotografia interiore" della nostra umanità. L'evangelista narra di Giacomo e Giovanni, ma è evidente che scrive per la sua comunità degli anni '70, quando già serpeggiava l'idea di "farsi grandi", di sedere ai primi posti e, in qualche modo, si profilava una "gara".
Gesù li lascia di stucco in modo molto elegante: quei posti non li assegno io, ma sono "per coloro ai quali è stato preparato" ("dal Padre mio", aggiunge anche Matteo 20,23).
Ma la scena vede scatenarsi una battaglia. Dovettero volare parole grosse se Gesù dovette intervenire con un lungo e circostanziato richiamo al servizio. Forse l'ira dei dieci era determinata dallo scandalo nell'aver udito una richiesta così contraria a tutto l'esempio, a tutta la pratica di vita e a tutto l'insegnamento del comune maestro?
Può darsi. Ma è anche possibile un'altra interpretazione che molti biblisti ritengono più probabile: i dieci nutrivano in cuore la stessa ambizione e non volevano che i due soffiassero loro il posto.

ALLE SPALLE C'ERA UNA STORIA

Per essere in grado di capire l'insormontabile difficoltà di Giacomo e Giovanni e la loro distanza dal pensiero di Gesù, non sono sufficienti le riflessioni che ho anticipato.

Essi, come il gruppo dei discepoli e delle discepole, provenivano da una storia in cui il concetto di regno di Dio, del quale spesso Gesù parlava, era fortemente condizionato da categorie di potere, di rivalsa di Israele sui popoli vicini. Nel loro cuore erano ben salde, e forse ancora intatte, le speranze di molti messianismi ebraici che proclamavano la venuta di un messia nella gloria. Da Qumram e dalle varie tradizioni di Israele, gli accenti e gli accenni al messia glorioso erano frequenti.
Gesù sulla scorta dei carmi isaiani del servo sofferente, aveva maturato la prospettiva di un messia "scalzo", disarmato, senza potere?. Forse aveva riflettuto alle parole del profeta Malachia. Non era facile per i discepoli entrare in una prospettiva che capovolgeva certe diffuse ideologie messianiche trionfalistiche.

Il loro interloquire con Gesù, letto e situato storicamente, dimostra quanto sia difficile congedarsi dai sogni di un messia vittorioso e glorioso. In questo senso va ricompresa la loro difficoltà, radicata in una cultura che avevano succhiato con il latte materno. Ma c'è un di più che sovente facciamo fatica anche solo ad ipotizzare. 

Nelle numerose ricerche che ho documentate nel mio libro “Confessione di fede di un eretico” (Ed .Mille) metto in risalto quanto Gesù fosse un cercatore della volontà di Dio, non un possessore....

Forse lo stesso Gesù non sapeva bene chi egli era rispetto al regno di Dio, quale fosse la sua funzione, come tale regno di Dio si sarebbe manifestato e organizzato. Forse lo stesso Gesù, vedendo la resistenza alla sua predicazione e intravvedendo la radicale opposizione delle autorità che potevano configurare una brutta fine, fece sua negli ultimi tempi la visione di Giovanni  Battista e dei tanti apocalittici che attendevano l'imminente intervento di Dio.

E ovvio che questa “ignoranza di Gesù” ( vedi gli studi di Sobrino da me spesso citati) e questo parlare del regno con categorie di regalità poteva aver suscitato nei discepoli alcune strane aspettative. Tanto che i discepoli traducono queste loro speranze in una buona collocazione di potere.

Mentre Gesù, in ogni modo e in ogni circostanza, si sentiva un servitore del regno di Dio, i discepoli avevano ancora in testa l'idea di un regno come personale piazzamento.

UNO SGUARDO DISINCANTATO

L'attrattiva dei "cadreghini", dei "posti riservati", dei "primi posti" rappresenta una realtà che attraversa la storia ecclesiale.

In questa tentazione possiamo un po' tutti incorrere, ma è indubbio che la nostra chiesa si è talmente mondanizzata da essersi organizzata in modo gerarchico, con troni sempre più alti. 

Si parla continuamente di servizio, ma la realtà è ampiamente diversa, salvo poche eccezioni.

L'Episcopato, il cardinalato e il papato, aldilà delle retoriche ecclesiastiche, sono il frutto di un "cursus honorum", di una carriera fatta di obbedienza, di allineamento, di "prudenza" e di riverenza ai superiori.
Ioseph Ratzinger nel 1997 scriveva lucidamente: "La chiesa sta diventando per molti l'ostacolo principale alla fede: Non riescono più a vedere in essa altro che l'ambizione umana del potere". Si sa... con gli anni la memoria ci gioca brutti scherzi e, diventato cardinale e poi papa, deve aver dimenticato quella profetica riflessione.
Oggi, quando guardo la mia chiesa con lucidità, debbo constatare con enorme sofferenza che dietro tanti troni, porpore, mitrie e baldacchini il Vangelo è scomparso.
Ci si è talmente adeguati allo stile pomposo e spendaccione, lussuoso e trionfalistico dei grandi di questo mondo.
Sotto questo aspetto, la testimonianza di papa Francesco è davvero significativa e radicale e, proprio per questa ragione, trova una diffusa opposizione negli alti apparati della chiesa.

LA NOSTRA CONTINUA CONVERSIONE 

In ciascuno di noi questa pagina sollecita una continua vigilanza per vivere relazioni di fraternità e sororità reali.

Possiamo riempirci la bocca di studi cristologici, ma ciò che costituisce la nostra vita cristiana è la "sequela" di Gesù, cioè fare nostro lo stile di vita del Nazareno.
Ma non è meno vero che, se la chiesa istituzione non scende dai troni, non abbandona i palazzi del potere, non si scrolla di dosso la polvere imperiale, esiste il pericolo di scambiare il cristianesimo (in questo caso il cattolicesimo) con una struttura di potere che fa i suoi interessi utilizzando il nome di quel profeta dei poveri che morì sulla croce ucciso dai potenti di allora, lontani parenti dei potenti di oggi.

Il messianismo di Gesù è mille miglia lontano dai trionfi . Chi entra davvero nella sequela di Gesù deve sapere che esce per sempre dai sentieri della gloria e del successo per imboccare la strada del seminatore d'amore e di giustizia, che tutto affida alle mani di Dio.



venerdì 8 ottobre 2021

COMMENTO DELLA LETTURA BIBLICA DI DOMENICA 10 OTTOBRE 2021

 NESSUNO E' BUONO SE NON DIO SOLO

Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domando: "Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?". Gesù gli disse: "Perchè mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: non uccidere, non commettere adulterio, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre". Egli allora gli disse: "Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza". Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: "Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi". Ma egli, rattistatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poichè aveva molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: "Quanto difficilmente, coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!". I discepoli rimasero stupefatti a queste parole; ma Gesù riprese: "Figlioli com'è difficile entrare nel regno di Dio! E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio". Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: "E chi mai si può salvare?". Ma Gesù, guardandoli, disse: "Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perchè tutto è possibile presso Dio". Pietro allora gli disse: "Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito". Gesù gli rispose: "In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi, a causa mia e a causa del Vangelo che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna" (Marco 10, 17 - 30 ).


MARCO: UN RITRATTISTA

Davanti a questa pagina di movimento, di dialogo, di sguardi penetranti, di domande sincere non si sa davvero quale "fiore" raccogliere...... Quasi ogni versetto apre a riflessioni profonde. Vi ricordate quando da ragazzi andammo in montagna e per la prima volta scoprimmo praterie come giardini fioriti? Non riuscivamo a procedere perchè volevamo raccogliere ogni fiore............
Quando leggo il Vangelo spesso, dopo anni e anni di quotidiana lettura, ogni versetto mi sembra un fiore mai visto, un profumo mai sentito. La Scrittura diventa un appuntamento sempre più atteso, un terreno sempre più fecondo e stimolante, "provocatorio
".
Marco è un artista, un "ritrattista" di valore. 

NON MI SCAMBIERAI MICA PER DIO!

Gesù è in viaggio e un "tale" (solo Matteo dice che è un giovane) lo saluta con affetto e devozione: "Maestro buono....." Gesù apprezza, ma vedendo quest'uomo inginocchiato davanti a lui, vuole fare chiarezza: "Nessuno è buono se non Dio solo" (10, 18). Gesù non si divinizza. Il suo "potere liberatore" ha origine in Dio. Egli è il ruscello, ma la fonte è Dio. Poi il cristianesimo ufficiale, specialmente a partire dal IV secolo, si è allontanato da questa chiarezza e, in larga misura, ha confuso Dio con Gesù. Ora gli studi biblici e storici ci aiutano a riscoprire questo Gesù del Vangelo.
Consiglio al riguardo, tra i mille studi comparsi, la lettura del libro "L'uomo Gesù" (Mondadori) di Adriana Destro e "Tornare a Gesù", (Rizzoli) di Hans Kung e i miei libri "Confessione di fede di un eretico" e "Senza chiedere Permesso" (Ambedue Editore Mille).

Per l'ebreo Gesù sapere che nel 325 a Nicea oramai è diventato Dio e da allora le chiese cristiane in grande maggioranza lo definiscono ancora oggi come Dio deve essere una ferita profonda, cioè una manipolazione per lui insopportabile 

L'ARTE DI INCONTRARE
L'incontro si fa dialogo profondo. Gesù è un maestro inarrivabile nella capacità di accogliere i suoi interlocutori, ha un cuore ospitale che traspare dai suoi occhi. Notate la progressione: è un vero cuore a cuore. Quest'uomo è sincero, è un credente che ha cercato la fedeltà a Dio "fin dalla giovinezza" (v. 20). Il Nazareno è rapito, coinvolto da questa onestà: "fissando lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse........." "Una cosa ti manca.......". Ecco il dialogo: attenzione, amore, schiettezza e poi....... rispetto della decisione dell'interlocutore.
Gesù non lo minaccia, non lo forza, lo lascia andare. Ha seminato nel cuore di quest'uomo i semi dell'attenzione affettuosa, gli ha fatto sentire la sua vicinanza, gli ha avanzato una proposta. Io ho sempre pensato che lo sguardo caldo ed incancellabile di Gesù abbia un giorno potuto fare breccia nella vita di quest'uomo.
Vedo in questo comportamento di Gesù una indicazione preziosa: la testimonianza del vangelo ha bisogno di attenzione alle persone, di rispetto. di libertà, non di paura o di imposizioni.

UNA PRATICA DA IMPARARE

Venendo al nostro oggi , se c'è un atteggiamento ed un comportamento che allontana dalla chiesa e spesso dalla fede, è questo sentirci depositari della verità. Come se Dio l'avesse consegnata a qualcuno o depositata in una istituzione religiosa.

Per il cristiano esistono solo due pilastri granitici: vivere al cospetto di Dio, amando il suo mistero e il nostro prossimo senza esclusioni.

Tutto il resto, compresi i nostri dogmi, è sabbia friabile.

Certo, l'amore di Dio e l'amore del prossimo hanno bisogno di essere testimoniati ed espressi con gesti e parole umane anche all'interno della comunità di fede. Ma i modi sono storici, mutevoli e tante "dottrine" sono opinioni legate al vissuto e alla cultura del tempo.

Voler imporre come verità di fede i dogmi mariani, il primato del papa, l'esclusione delle donne dal ministero o un modello unico di famiglia....oggi, alla luce degli studi biblici e storici, desta ilarità e rende la fede ridicola, estranea agli uomini e alle donne di questo tempo.

Tanto più che si tratta di opinioni e di "dottrine" nate nel tempo e spesso dettate da ragioni di potere o di dominio sulle coscienze: foglie da lasciar cadere come fanno gli alberi in autunno.

Anziché "vendere" per verità semplici dottrine umane, siamo chiamati a concentrarci sull'essenziale: una vita di amore per Dio e per il prossimo, cercando nuove strade e nuovi linguaggi per testimoniare e dire la nostra fede oggi.

TUTTI E TUTTE IN RICERCA

Non esiste nessun magistero infallibile. Semmai la chiesa ha bisogno di pastori e pastore che invitino, sollecitino, sospingano e accompagnino le comunità nell'inventare giorno dopo giorno il loro cammino. Limitarsi a ripetere formule, liturgie e inni che vengono dai secoli passati costituisce il rifiuto del tempo in cui viviamo e soprattutto il rifiuto della nostra responsabilità.

Un albero vivo, per rimanere se stesso, ogni anno deve rinverdire e rifiorire.

La nostra stessa identità personale e comunitaria si costruisce, si conserva e si arricchisce nel mutamento continuo.

Qualcuno/a di voi ricorda ancora la favoletta teologica secondo la quale la nostra chiesa sarebbe stata composta da una "ecclesia docens" (una chiesa docente, che insegna) e da una "ecclesia discens" (una chiesa discente, che impara). Ognuno al suo posto, esattamente come in un esercito.

Oggi molta parte della teologia ha sconvolto questo edificio artificiale. Nella diversità dei doni di Dio e dei ministeri, di cui la chiesa ha bisogno, siamo tutti e tutte semplicemente cercatori e pellegrini verso il mistero amante ed affascinante di Dio, tutti in viaggio sulla strada di Gesù di Nazareth.

Se questa consapevolezza entrasse nelle arterie e nelle vene della chiesa, anche il Sinodo dei vescovi segnerebbe una svolta evangelica. Ma i vescovi, in larga misura, sono ancora convinti che sono loro i portatori della verità. Questa è la sciagura della nostra chiesa



mercoledì 29 settembre 2021

COMMENTO ALLA LETTURA BIBLICA DI DOMENICA 3 OTTOBRE 2021

 IL DIO DI GESU' NON E' MAI DISUMANO

E avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: "È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?". Ma egli rispose loro: "Che cosa vi ha ordinato Mosè?". Dissero: "Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla". Gesù disse loro: "Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma all'inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L'uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto". Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse: "Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio". Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s'indignò e disse loro: "Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso". E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva (Marco 10,2-16).

Questa pagina del Vangelo di Marco è costruita accostando due tematiche diverse. Noi mediteremo la prima parte, i versetti 1-12, che parlano di amore e di divorzio. Si tratta di un argomento che tocca da vicino le nostre vite, anche perché in questi ultimi anni si sono susseguiti – fino a pochi anni fa – documenti della gerarchia cattolica vaticana che proibiscono, ai divorziati/e e separati/e che passino a nuove nozze, l’accesso ai sacramenti.

L'UMANITA' DELLE SCRITTURE

Queste assurde e disumane imposizioni, secondo certa teologia cattolica che tutte le altre chiese cristiane negano risolutamente, avrebbero un solido fondamento proprio nell’affermazione del Vangelo di Marco. Intanto sarà bene che noi leggiamo anche Matteo 19,3ss. e 5,32. Matteo e Paolo (1Corinti 7,15) ammettono che, in certi casi, è possibile separarsi. Sarebbe davvero ridicolo se noi pretendessimo di affermare che Marco è fedele al pensiero di Gesù e, invece, Matteo e Paolo sono dei "lassisti", dei traditori del messaggio evangelico. Ma già questa semplice constatazione della presenza di "porte aperte" e di ben individuate ECCEZIONI, rende addirittura necessario respingere con fermezza la legge imposta dalla gerarchia cattolica nel Codice di Diritto canonico all’articolo 1141: "Il matrimonio rato e consumato non può essere sciolto da nessuna autorità umana e per nessuna ragione, tranne la morte". Ecco quando, tradendo il messaggio delle Scritture, le gerarchie credono di sostituirsi a Dio. Fanno dei dogmi che sono pure e semplici manipolazioni della Parola di Dio e fardelli oppressivi sulle spalle degli uomini e delle donne che, spesso, hanno già sofferto tante ferite nel loro cammino. Se Paolo dice che, mancando la pace nella coppia, ci si può ritenere liberi e se Matteo ammette che infedeltà, adulterio e altre possibili situazioni (che la parola "porneia" può significare) possono sciogliere il vincolo, perché non ricordare al popolo cristiano questa parte della Scrittura? Forse che le altre chiese cristiane non sanno leggere la Bibbia o sono tutte fuori strada? Il biblista cattolico Carlo Bolchi nel suo libro "Forte come la morte è amore" del 1999 scrive che queste differenze tra gli Autori biblici del Nuovo Testamento sottolineano l'esigenza di tenere conto delle varie situazioni umane: "Dobbiamo riconoscere che la versione della parola di Gesù offerta da Matteo lascia porte clamorosamente aperte. Era possibile solo costringendo i principi a fare i conti con la realtà, e questa è la prima delle buone ragioni di Matteo. Matteo ha il merito di aver tirato la tunica a Gesù. Infatti egli pone Gesù in condizione ( e quasi in obbligo) di scendere dal piano ideale, dove non solo i principi ma anche gli uomini e le donne e le coppie sono ideali, al piano concreto dove una risposta altrettanto circostanziata avrebbe mostrato come i principi possono e devono convivere con i limiti di questa umanità... 

Per Matteo dunque esisteva concretamente la possibilità della soluzione del vincolo e di un nuovo patto coniugale anche all'interno della comunità...Matteo tira fuori dal "suo tesoro" di saggezza questa intuizione di immensa portata pastorale(Op. citata., pag.15) 

Il biblista Bolchi insegna questa strada umanizzante in piena conformità con l'esperienza ebraica di Gesù di Nazareth che, se da una parte ripropone il matrimonio ideale, dall'altra sa che la Scrittura diventa parola di Dio quando si traduce in modo umanizzante e liberante. La Torah ebraica non è un masso granitico e intangibile, ma diventa parola di Dio quando viene letta nei contesti umani più diversi. La parola di Dio avviene, si fa liberatrice per noi, quando la mettiamo a contatto  con tutte le aspirazioni di giustizia e di felicità. Altrimenti siamo nel fondamentalismo.

"E' CONTRO DI LEI"

Ma io non credo e non voglio assolutamente sostenere che dobbiamo trascurare il messaggio "radicale" del Vangelo di Marco. Egli, infatti, di fronte ad una cultura che si era allontanata dalla volontà originaria di Dio e aveva messo ogni potere di "licenziamento" nelle mani del maschio, affermò la parità dell’uomo e della donna. Si noti che il particolare "commette adulterio contro di lei" si trova solo in Marco per dire che l’adulterio del marito non è primariamente contro Dio, contro la Legge o contro la famiglia: è contro di lei. Marco colpisce intenzionalmente la cultura patriarcale del tempo che permetteva l'arbitrio maschile.

UN ORIZZONTE IMPEGNATIVO

Certamente Marco compie un’affermazione chiara in favore dell’indissolubilità. Ma nella Bibbia simili affermazioni nette e decise sono ricorrenti ed hanno la funzione di indicarci un orizzonte alto e possibile. Perché non dire a chi si avvia, consapevolmente e gioiosamente al matrimonio, che questa unione d’amore si prefigge, con l’aiuto di Dio, di durare per sempre? Questa è la prospettiva che la mano buona di Dio apre e può rendere possibile per l’uomo e la donna. Per questo motivo l’amore va preparato, custodito e alimentato e non può essere "archiviato" alla prima difficoltà… Spesso, dopo periodi di forti sofferenze, l’amore conosce nuove risurrezioni. Ma se Gesù nel vangelo di Marco proclama chiaramente che Dio può sognare e realizzare con l’uomo e la donna un amore che non tramonta, Matteo e Paolo sanno che Gesù era attento alla fragilità umana e che, anche sul terreno dell’amore, è possibilissimo sbagliare.

Gesù è sempre stato radicale nell’affermare la volontà di Dio, ma chi più di lui congiunse radicalità e misericordia? Gesù non enuncia una legge come mannaia, ma invita ad un sentiero audace in cui Dio tiene sempre conto delle nostre fragilità. Ma c’e un dato che balza evidente e, purtroppo, sconcertante. La gerarchia cattolica che si aggrappa anche ad un solo versetto per costruire una prigione dogmatica, poi non prende con altra serietà dei versetti biblici che non registrano "eccezioni" e che sono totalmente chiari. C'è di più: secondo questo dogmatismo cattolico romano una donna farebbe bene a sopportare disagi e violenze dal marito. Un simile consiglio è di per sé una violenza contro le donne che stanno imparando a liberarsi dalle catene oppressive.

Perché il Vaticano, che ha amoreggiato per secoli con il regno del denaro in modo spudorato, non legge con altrettanto "letteralismo" le perfettamente corrispondenti espressioni di Luca 16,13 e Matteo 6,24? 

Esse forse non garantiscono potere e controllo sulla vita delle persone: "Nessuno può servire a due padroni; poiché o odierà e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e trascurerà l’altro. Non potete servire a Dio e a mammona-denaro". Qui le chiese cristiane, e spesso un po’ tutti e tutte noi, glissiamo volentieri e passiamo oltre.

CIO' CHE E' DISUMANO NON E' MAI EVANGELICO

Il Vangelo ci ricorda che l’amore è un tesoro, un dono straordinario, una responsabilità. Ma è disumano, è sadico esigere da due persone che hanno seriamente constatato la fine del loro amore di proibirsi una relazione di amore più felice, più consapevole, più matura.

Caro fratello, cara sorella: se tu hai visto naufragare il tuo amore e Dio ti regala un nuovo incontro, accogli questo amore. Non pietrificarti nel "fallimento" a piangere l’amore perduto. Se il tuo cuore desidera compagnia, abbraccia il tesoro che Dio ti sta regalando e coltiva nel tuo cuore la tenerezza dei tuoi e suoi sentimenti e godi la gioia del ritrovato amore.

Vai tranquillo/a all’eucarestia e non lasciarti fermare dalle leggi ecclesiastiche. Dio ti accompagnerà perché non impone a nessuno il ghiaccio di una solitudine "maledetta" e ti aiuterà a far tesoro anche del passato. Le legge ecclesiastiche, in questo caso, possono essere per te un laccio.

Voglio ripetere al mio e al tuo cuore la parola del salmo 124:

"L’anima nostra è stata liberata come l’uccello dal laccio del cacciatore:il laccio si è spezzato e noi siamo tornati in libertà…Il nostro aiuto è nel nome del Signore".



venerdì 24 settembre 2021

COMMENTO ALLE LETTURE BIBLICHE DI DOMENICA 26 settembre 2021

"FOSSERO TUTTI PROFETI"

Allora il Signore scese nella nube e gli parlò: prese lo Spirito che era su di lui e lo infuse sui settanta anziani: quando lo Spirito si fu posato su di essi, quelli profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito. Intanto, due uomini, uno chiamato Eldad e l'altro chiamato Medad, erano rimasti nell'accampamento e lo Spirito si posò su di essi; erano fra gli scritti ma non erano usciti per andare alla tenda; si misero a profetizzare nell'accampamento. Un giovane corse a riferire la cosa a Mosè e disse: "Eldad e Medad profetizzano nell'accampamento". Allora Giosuè, figlio di Nun che dalla sua giovinezza era al servizio di Mosè, disse: "Mosè, signor mio, impediscili!". Ma Mosè gli rispose: "Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo Spirito". ( Numeri 11, 25-29).
"Giovanni gli disse: "Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i dèmoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perchè non era dei nostri". Ma Gesù disse: "Non glielo proibite, perchè non c'è nessuno che faccia una potente azione di liberazione nel mio nome e subito dopo possa parlar male di me. Chi non è contro di noi è con noi. Chiunque vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perchè siete di Cristo vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asina al collo e venga gettato nel mare. Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo: è meglio per te entrare nella vita zoppo, che essere gettato con due piedi nella Geenna. Se il tuo occhio ti scandalizza cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue" (Marco 9, 38-48).

Non potrò certo approfondire le due unità letterarie e tematiche che le letture di oggi ci propongono alla meditazione. Raccoglierò in questo "giardino scritturale" qualche fiore, qualche stimolo per la nostra vita.

IL LIBRO DEI NUMERI
Numeri è il titolo che l'antica traduzione greca ha dato al quarto libro della Torah o Pentateuco perché contiene elenchi e censimenti degli Israeliti in cammino verso la "Terra promessa". Dopo la tappa al monte Sinai e il dono della Legge, riprende il viaggio verso la terra sognata. Si tratta di un percorso in cui emergono la stanchezza, la confusione, la presa d'atto che diventare liberi è faticoso e ricompare la voglia di "tornare indietro"......
In questo cammino Mosè comprese che era possibile procedere solo se si cresceva nella corresponsabilità. Ognuno doveva sentirsi partecipe di questa impresa.
Si trattava di mettere in atto i doni che Dio ha distribuito. L'annuncio e il realizzo di questa condivisione di responsabilità sono messi sulla bocca stessa di Dio e Mosè, la guida riconosciuta dal popolo, si rallegra di questo "decentramento", di questa sua "decrescita" fino al giorno in cui egli diventerà inutile, superfluo e il popolo continuerà il proprio cammino.
Il brano, ci dicono i biblisti, ha una sua radice nel fatto che storicamente Israele ha dovuto darsi delle strutture che comportavano una suddivisione di uffici, mansioni e la ridistribuzione delle responsabilità.
Ma, raccogliendo lo stimolo da questa pagina provocatoria, è bello pensare che una comunità cresce quando progressivamente realizza il sogno che Mosè annuncia: "fossero tutti profeti".
E' invece doloroso constatare come nella nostra chiesa trionfa ancora la pratica del "falli tacere" (versetto 28).
Se oggi nelle nostre comunità e soprattutto nella grande chiesa ufficiale regna ancora tanto silenzio è anche perché
 non ci assumiamo le nostre responsabilità. Papa Francesco non perde occasione di sollecitare al coraggio, di invitare alla libertà di parola, ma non sembra trovare un pronto ascolto.
Ovviamente, quando si prende sul serio il vento di Dio che soffia ovunque, non tutto è semplice. Nascono tensioni, incomprensioni, rotture.
Ma si tratta di una strada obbligata per diventare credenti adulti. Anche la rosa più bella deve forzare la coppa verde che la protegge.
Anche l'albero più fecondo ha bisogno di stagioni per portare frutto. La paura della libertà delle persone adulte ha provocato alla chiesa i danni più gravi. Così pure la paura di abbandonare certi linguaggi del passato per assumere il linguaggio delle donne e degli uomini di oggi, rende le nostre liturgie spesso incomprensibili o addirittura ridicole.
Come potrà ancora una persona del nostro tempo sentirsi spiegare il Vangelo senza una adeguata interpretazione di parole come il diavolo, i miracoli, le visioni, gli angeli.....?

NON IMPEDITEGLIELO
Il brano di Marco mette sulla bocca di Gesù la stessa espressione di Mosè. I discepoli hanno visto un uomo che aiutava le persone richiamandosi a Gesù e lo hanno bloccato: "poiché non ci seguiva" (vs. 38), non è dei nostri.
Non c'è solo la sindrome degli eletti che ha costruito l'ideologia del popolo eletto o della "vera chiesa di Cristo", ma in ciascuna/o di noi possiamo talvolta ritrovare idee o atteggiamenti inaccoglienti, come se chi non è d'accordo con noi fosse contro di noi.
E' facile parlare di convivialità delle differenze, ma quant'è difficile anche solo capire che le differenze non sono affatto contrapposizioni, accettarle con tutte le tensioni che ciò comporta, viverle lasciandoci liberi. Non si tratta qui di strade diametralmente opposte, del qualunquismo di chi accetta tutto senza discernimento.
Questo uomo agiva nella stessa direzione di Gesù, probabilmente in modo corretto ed onesto, ma non era parte della cerchia ristretta del Nazareno.
La dinamica del gruppo a volte si traduce in modello fuori del quale si diventa "eretici".
Penso che il lavoro più grande sia da compiere dentro ciascuno/a di noi per non irrigidirci nei modelli, per non "annettersi l'altro" neanche con un abbraccio. Le prime annessioni o esclusioni partono dai nostri cuori.

DIO OPERA OVUNQUE
Ma è anche urgente capire che Dio opera ovunque e che le chiese e le religioni non possiedono in esclusiva né la verità né il messaggio di salvezza.
La chiesa non è l'impresa che ha in appalto la salvezza; non possiede nessun monopolio.
Il pluralismo è il nuovo orizzonte culturale e teologico. Dovunque si lotta per i più deboli, per gli oppressi e gli emarginati, per i diritti delle donne e dei minori, Dio lì e all'opera e noi possiamo e dobbiamo rallegrarcene. Ci fa bene ricordare che sovente nei secoli salvezza e liberazione sono fiorite fuori dalle istituzioni ecclesiastiche e dalle religioni e che, anzi, molte volte si sono trovate alleate degli oppressori. Pensiamo alle lotte di liberazione delle donne, delle persone omosessuali e transgender, al progresso delle scienze da Galileo ai teologi scomodi: le nostre chiese sovente hanno promosso censure e hanno acceso roghi. Tutto questo è avvenuto in aperta contraddizione con il messaggio del Vangelo.
Esiste al riguardo una vera conversione da compiere per riscoprire quel Dio, amante di tutta la creazione, che sollecita tutti e tutte a lavorare con lui per la felicità del creato.