Gesù: libertà di parola e occhi nuovi
Diceva
loro mentre insegnava: "Guardatevi dagli scribi, che amano
passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i
primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano
le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi
riceveranno una condanna più grave". E sedutosi di fronte al
tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti
ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gettò due
spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a séi discepoli,
disse loro: "In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel
tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro
superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello
che aveva, tutto quanto aveva per vivere". (Marco 12, 38 - 44)
Questi pochi versetti costituiscono due quadri diversi. Dal 38 al 40 troviamo l’invettiva di Gesù contro la religione esteriore di alcuni scribi e la messa in guardia dalla loro ipocrisia. Nei versetti 41-44 il quadro cambia completamente: Gesù osserva il comportamento di questa donna povera e vedova ed esorta i discepoli a seguirne la testimonianza.
La religione esteriore
Due
settimane fa meditammo sullo scriba che si trovò in perfetta
sintonia con Gesù. Oggi siamo al rovesciamento della medaglia: là
lo scriba fedele, qui mestieranti.
Gesù che era un maestro
laico, credente in Dio come gli ebrei del suo tempo, inserito nella
scia dei profeti, aveva imparato ad usare bene la sua libertà
dentro la sua stessa comunità credente.
Non dimentichiamo che
Gesù non si è mai pensato come un credente che fondava una religione diversa dall'ebraismo . E' un profeta di Israele. Il
cristianesimo nasce molto più tardi come religione separata
dall'ebraismo.
La libertà di parlarsi e di dissentire
Ebbene, dentro l'esperienza ebraica di quel tempo
e dei secoli successivi esiste un fatto estremamente originale e
positivo: la libertà di parlarsi direttamente, di correggersi, di
resistersi a viso aperto.
Gesù, nato in questa tradizione e
cresciuto alla scuola di un profeta come il Battista, che aveva la
lingua più affilata di un coltello, usa con grande coraggio questo
metodo della discussione perché le eredità amate vanno tenute vive
nel dibattito, anche nello scontro.
Gesù in tutto questo esprime
il suo grande amore per la fede ebraica, il suo attaccamento
profondo alla Torah che viene "sporcata" dalle nostre
sozzure e dai nostri calcoli. Andatevi a leggere un momento in
Isaia, in Geremia, in Ezechiele, in Malachia che cosa scrivono
questi profeti contro i sacerdoti, i falsi profeti, i capi del
popolo, i padri, i giudici, le autorità di ogni genere.
A
leggere quei passi, spietatamente polemici e maledicenti, tremano le
vene. Ma questa capacità autocritica che l'Ebraismo qualche volta
esprime a tal punto che sembra uno sbranarsi più che un parlarsi,
che spesso si riveste di "invettive" pungenti e feroci,
costituisce anche una grande risorsa. Per preservare la fede nella
sua genuinità a volte è necessario resistersi a viso aperto. A
volte c'è molto più amore in un conflitto dichiarato, che mira a
smascherare le nostre deviazioni e infedeltà, che non in certi
linguaggi felpati.
Spesso ci può essere più amore nella
denuncia coraggiosa, nel dibattito anche accaldato e "irriverente",
che non nei silenzi della vergogna, nei silenzi della viltà.
Nella nostra chiesa
Se
veniamo alla nostra realtà ecclesiale dobbiamo purtroppo constatare
che c'è troppa obbedienza.
La tragedia della nostra chiesa è
che abbiamo spesso perso la libertà di pensiero e di parola e non
siamo cresciuti nella capacità di esprimere i nostri
dissensi.
Dentro le nostre storie comunitarie abbiamo forse un
problema comune: come mantenere alta la volontà e la possibilità
del dissenso forte e amoroso? come non vedere nel dissenso una lotta
contro la nostra tradizione, ma il desiderio costruttivo di
partecipare al suo costante rinnovamento, alla sua costante
riconduzione all'essenziale?
Come lasciarci guidare dall'amore,
dal desiderio alimentato alle sorgenti bibliche di partire sempre
dalla conversione di noi stessi quando ci sentiamo in dovere di
pronunciare parole dure dentro le nostre esperienze comunitarie?
Io
vorrei imparare ogni giorno a tenere i cuori vicini anche quando i
pensieri sono lontani.
Vorrei lasciarmi cambiare dall'azione di
Dio quando, pronunciando parole severe che sento il dovere di dire,
rischio di non farlo con sufficiente amore.
Ma so anche che,
nella mia vita, qualche volta ho taciuto: non era amore, era la mia
viltà, la mia poca disponibilità ad accettare alcuni conflitti, la
mia paura delle "conseguenze".
Facciamo fatica a
diventare persone responsabili.
Gli occhi di Gesù vedono la testimonianza della vedova
Dal
versetto 41 lo scenario cambia. Nel luogo del culto ufficiale
giudaico Gesù trova una "perla" che addita allo sguardo e
al cuore dei discepoli intenti ad altri panorami: "Maestro,
guarda che pietre e che costruzioni" (Marco 13,1).
La
studiosa cattolica Clementina Mazzucco nella sua preziosa "Lettura
del vangelo di Marco" annota: "Questa vedova si rivela
pienamente in sintonia con il pensiero e la volontà di Gesù, come
già era avvenuto con la suocera di Pietro....... Ma in lei c'è
qualcosa di più grande, perché si comporta così senza aver
ricevuto alcun beneficio da Gesù, anzi senza neppure conoscerlo,
semplicemente ispirandosi all'etica giudaica e alla sua coscienza.
Né avrà da Gesù, in quel momento, quel riconoscimento diretto.
Questa vedova dimostra l'enorme potenzialità positiva della
religione giudaica vissuta con semplicità dalle persone comuni,
soprattutto dai poveri, ed è contemporaneamente figura di tutti
coloro che fanno la volontà di Dio e dimostrano una fratellanza con
Gesù, senza conoscere Cristo e il cristianesimo". (Ivi, pag.
140, Zamorani Editore).
Gesù richiama i discepoli a guardare
nella giusta direzione. Giustamente le teologie femministe hanno
"valorizzato" questa donna come testimone di una fede a
tutta prova.
Tutti i particolari del racconto mettono in rilievo
il cuore di questa donna, la sua "smisurata" fedeltà.
Io
mi sento particolarmente sollecitato dal richiamo di Gesù. Per me,
nel paesaggio politico ed ecclesiale, è sempre più determinante
guardare al mondo dei più deboli. Non perché i poveri e le persone
emarginate siano dei santi, ma perché esse spesso danno voce a Dio,
costituiscono lo "spazio" in cui Dio si manifesta. Ciascuno din noi è chiamato- chiamata a fare proprio lo sguardo di Gesù che ha sempre visto nella vita dei marginali, nelle loro speranze e nelle loro sofferenze, la voce di Dio.
TI
PREGO
O Dio di Abramo, di
Sara, di Rebecca, di Gesù: vorrei che mi accompagnassi a partire
sempre da Te, dalla lampada ardente della Tua Parola e, come ha
fatto Gesù, proprio sulle sue tracce, legare sempre di più la mia
vita all'orfano, alla vedova, allo straniero.
E' ancora lì,
dentro queste vite "comuni" fragili e minacciate, esposte
al gelo della miseria e dell'abbandono, che Tu parli ai cuori e
compi le Tue silenziose meraviglie.