Adista 19/03/2023
Un Cristo antidogmatico
Vangelo di Giovanni 1,41
Vangelo di Giovanni 1,41
IV domenica di Quaresima
di Augusto Cavadi
Il Vangelo attribuito all'apostolo Giovanni è davvero una miniera di registri comunicativi. Vi si trova un po' di tutto, dai toni solenni del linguaggio di rivelazione alle osservazioni umoristiche sulla meschinità quotidiana.
Il Vangelo attribuito all'apostolo Giovanni è davvero una miniera di registri comunicativi. Vi si trova un po' di tutto, dai toni solenni del linguaggio di rivelazione alle osservazioni umoristiche sulla meschinità quotidiana.
Il brano odierno, ad esempio, gli esegeti ci
spiegano che dal punto di vista dell'analisi strutturale il cuore è
nella dialettica "luce" e cecità dovuta a rifiuto della luce:
<<Finché sono nel mondo, sono luce nel mondo>> (9,5), da una
parte; ma, dall'altra, <<affinché coloro che vedono diventino
ciechi>>. Non stiamo parlando di quisquilie: l'autore del testo si
sta interrogando sulle possibili ragioni per cui un Maestro saggio e
benevolo sia stato rifiutato dalla sua gente, anzi addirittura
condannato a morte. E' il mistero della libertà umana che può vedere il
vero e il giusto eppure misconoscerlo. C'è anche un tentativo di scavare
nella dinamica di questo enigma antropologico: quando misconosciamo
l'evidenza non è per cattiveria, quanto per presunzione. Il malvagio può
convertirsi, ma chi è convinto di aver capito tutto della vita - e di
essere per questo migliore degli altri - non ha nulla da imparare. Non
sospetta neppure di essere un cieco bisognoso di guarigione.
La
presunzione di sapere è già per Socrate la trappola che ci impedisce di
iniziare la ricerca: è dunque un handicap psicologico e intellettuale,
una prigione esistenziale. Già grave come fenomeno caratteriale, diventa
ancor più micidiale quando si appesantisce di motivazioni
teologico-religiose. Perché, secondo il racconto, i Giudei presenti
all'evento non ammettono di essere davanti a un uomo con qualità
straordinarie? <<Tu sei discepolo di quello là>>, dicono
apostrofando con disprezzo il cieco sanato, <<ma noi siamo
discepoli di Mosé. Noi sappiamo che a Mosé Dio ha parlato>>.
Dunque, si potrebbe essere una persona mite e consapevole dei propri
limiti, ma se si è convinti di aver ascoltato la parola di Dio stesso
mediante un profeta assolutamente attendibile… è la fine. Il dogmatismo,
la chiusura rispetto al nuovo, l'intolleranza per chi la pensa o la fa
diversamente da noi, toccano l'apice.
Non è difficile
intravedere dunque fra queste righe la tragedia del cristianesimo, anche
attuale. Sino al Medioevo la rivelazione divina, per i credenti, non
era concentrata in maniera esclusivista nella Bibbia (il cui canone,
d'altronde, è stato fissato solo nel IV secolo), ma si riconoscevano
"semi del Verbo" in tutta la cultura precedente, sino a considerare
Platone un "Mosé greco". Dal Concilio di Trento in poi, invece, si ebbe
un'interpretazione molto rigida dell'inspirazione delle Scritture e
della loro inerranza assoluta: sappiamo quanti Giordano Bruno e quanti
Galileo Galilei ne pagarono le dure conseguenze.
Oggi le
chiese cristiane, in particolare la cattolica, sono lacerate al loro
interno tra chi si è reso conto che la Bibbia è un testo né più sacro né
meno sacro di tutti i testi fondativi di altre tradizioni religiose (e
dunque va indagato scientificamente e interpretato alla luce della
ragionevolezza umana) e chi è arroccato su posizioni fondamentaliste e
letteraliste, pronto a usare le citazioni bibliche come martellate sulla
testa di chi vuole usarla liberamente. Ai fautori di questa schiera
conservatrice a oltranza il Cristo di Giovanni continua a ripetere:
<<Se foste ciechi, non avreste peccato. Ora invece dite:
<<Noi vediamo>>. Il vostro peccato rimane>>.
Intessuti
con questi ammonimenti solenni, la pagina evangelica inserisce passaggi
umoristici: dai genitori che, in perfetta omertà, si rifiutano di
testimoniare ciò a cui pure hanno assistito (<<Come poi ora veda
non lo sappiamo né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi. Interrogate
lui! Ha la sua età; egli stesso parlerà di sé>>) alla domanda
sfottente dell'ex-cieco ai suoi interlocutori (<<Ve l'ho già detto
e non mi avete dato ascolto. Perchè volete sentirlo ancora? Volete
forse anche voi diventare suoi discepoli?>>). Già, così e la vita
reale: nei dibattiti sui massimi sistemi interferiscono le nostre
resistenze umane, troppo umane. E qualche sorriso divertito può servire
per smorzare i toni e ricordarci della nostra effettiva, irrimediabile,
piccolezza rispetto alle grandi questioni.