mercoledì 26 febbraio 2025

 “Quando si cambia il Credo per la fede, si finisce per perdere la fede”.

A. De Mello

I morti ci parlano ancora

In memoria di Boff

 

Lettera a Boff

Dopo anni di “persecuzione” ecclesiastica da parte delle autorità vaticane e di una parte della gerarchia locale, il teologo brasiliano Leonardo Boff ha preso atto di essere stato defenestrato da agni incarico. Can grande coraggio ha rimesso nelle mani dellla gerarchia il sacerdozio.

 

Caro Leonardo,

da anni la nostra comunità segue con attenzione il tuo cammino di fede, di ricerca teologica e di impegno solidale. In qualche momento abbiamo temuto che tu fossi vinto dal genio funesto dell'incontro a metà strada, cioè dal compromesso.

Non abbiamo mai pensato che tu fossi un opportunista o un uomo ambiguo come, per fare un esemmpio a tutti noti in ltalia, padre Sorge. Abbiamo piuttosto temuto che l’esigenza di mantenere buoni rapporti con l'istituzione cattolica ufficiale diventasse per te così rilevante da frenare, bloccare o smorzare il tuo radicalismo evangelico e impedire la prosecuzione della tua ricerca teologica.

La tua fede ha rotto gli argini!

Hai deposto le “corone” e i riconoscimenti dell’istituzione ecclesiastica e ti sei incamminato nudo sulla strada del maestro di Nazareth che dai potenti non ha mai trovato riconoscimenti e spazi. Sei stato, e rimani, un uomo di dialogo. Non hai sbattuto nessuna porta, non sei uscito dalla chiesa (come scrivono interessatamente certi cronisti laici e cottolici), ma hai approfondito le tue scelte evangeliche e hai rinnovato il tuo modo di servire, come cristiano e come teologo la comunità credente.

P ossiamo offrirti una considerazione semplicissimo, esprimerti una esigenza molto sentita? Abbiamo bisogno di fratelli e sorelle, di teologi e teologhe che escano dai linguaggi diplomatici, che rampano con le pratiche di ubbidienza vigenti nelle chiese cristiane, che dialoghino con tutti ma non ricerchino più il riconoscimento ufficiale di nessuno. Abbiamo bisogno di imparare  ad essere cristiani/e che non fanno dipendere la realtà della loro fede dalla legittimazione ecclesiastico-gerarchica. Abbiamo bisogno di teologhe e di teologi che non ricevano denaro dalle chiese e dai concordati, che non vivano in alloggi o strutture religiose, ma accettino di vevere esposti alle incertezze della vita quotidiana, come gli ultimi della carovana.

Oggi tu non fai più notizia sui grand giornali come anni fa. Eppure, quello che vivi e qunello che scrivi ci interessa molto di più e ci spinge ad abbandonare certi ] porti tranquilli nei quali a vole ci rifugiamo.

Speriamo e preghiamo perché tu possa attingere da Dio la forza di proseguire questo cammino di liberazione. La “pazzia” che permeò il cuore e la vita di Francesco possa scoppiare dentro la tua esperienza di ogni giorno.

Viottoli

Comunità cristiana di base di Pinerolo, 30 agosto ‘92

 Piossasco, 1° Marzo

Sabato 1° Marzo dalle 16:00 la Comunità si incontra per iniziare la lettura del libro di QOHELET.

Sarà presente anche Franco Barbero per alcune note introduttive e seguito.

Chi desiderasse partecipare contatti Maria Grazia. 338. 888. 5799.

 Come ogni persona Gesù a volte ignora

L’ignoranza di Gesù

 

Una delle acquisizioni teologiche più solide e più confortanti che le ricerche storiche ci hanno regalato sta nel fatto che anche Gesù di Nazareth ha vissuto una evoluzione, connotata di limiti, nel suo percorso di uomo e di credente.

La sua umanità è reale e questo tratto ce lo rende vicino. Pur nella sua vocazione particolare che lo rende, per noi, il testimone di Dio per eccellenza, è rimasto sempre una creatura alla ricerca di Dio.

Riporto qui due pagine straordinariamente efficaci del teologo Jon Sobrino. Si tratta di una riflessione, biblicramente e storicamente argomentata, che non può che innamorarci di Gesù e aiutarci a leggere in modo rigoroso la sua storia e il suo cammino di credente.

“Conversione, tentazione, crisi sono altrettante realtà attraverso le quali diventa evidente che Gesù ha dovuto accettare che Dio sia Dio. La sua disponibilità a tutto questo dimostra che Gesù è stato davvero l'uomo disponibile davanti a Dio. Ma prima di terminare occorre ancora considerare uno dei presupposti che accompagnano tale disponibilità: l'ignoranza di Gesù, correlativa alla sua attiva disponibilità ad ascoltare la Parola del Padre. Senza l'ignoranza infatti la disponibilità non avrebbe senso logico.

Nella teologia il tema dell'ignoranza di Gesù viene dibattuto per ragioni dogmatiche ed esistono diverse interpretazioni dei testi evangelici per cercare di mitigarne il senso. Tuttavia una lettura onesta dei sinottici impedisce di evadere dal tema, senza dire quanto essa risulti positiva dal nostro punto di vista: fa comprendere più facilmente come l'esperienza che Gesù ha avuto di Dio sia stata realmente teologale e lo mostra di nuova pienamente solidale con tutta la realtà umana.

Il fatto che Gesù passasse attraverso il processo umano di arrivare a conoscere ciò che prima era sconosciuto sembra un presupposto normale nei sinottici; Luca infatti non prova nessun imbarazzo nell'affermarlo: ‘Gesù cresceva (progrediva) in sapienza’ (Lc 2, 52). Questo tipo d'ignoranza, compresi gli errori per così dire ‘normali’ che commettiamo come esseri umani, non avrebbero di che sorprendere per la loro presenza nella vita di Gesù.

Solo un'antropologia come quella greca, che fonda la perfezione ultima sulla conoscenza e quindi sull'assenza di qualsiasi ignoranza ed errore, potrebbe scandalizzarsene. Senonché, come dice K. Rahner nel parlare dell' “errore” di Gesù in base ad altri presupposti antropologici, per l'uomo storico e quindi anche per Gesù, è meglio questo ‘sbagliare’ che sapere tutto in anticipo.

Ciò nonostante, quello che più colpisce - come si è già visto nell'analisi delle tentazioni - è che l'ignoranza e l'errore di Gesù di cui parlano i vangeli non riguardano solo cose di ogni giorno, le quali non vengono menzionate, bensì figurano a livello teologale. Per dirla in breve, non è che Gesù non sapesse di Dio, ma la sua coscienza umana non ha potuto fare una sintesi perfetta di tutto ciò che è Dio. Se partiamo da Marco 9,1: ‘vi assicuro che tra i qui presenti vi sono alcuni che non assaggeranno la morte finché non vedano venire con potere il regno di Dio’ (Mt 16,28; Lc 9,27; cfr. pure Mc 13,30 e Mt 10,23  sulla convinzione di Gesù circa la venuta prossima del regno); si può osservare che quella di Gesù non è un'ignoranza di dettaglio, bensì verte su qualcosa di essenziale per lui e di importante in se stesso com'è il momento della venuta del regno.

Queste parole traducono, a quanto pare, un nucleo storico e mostrano in Gesù non solo l'ignoranza ma un errore, senza che si possa ribattere che il regno era già di fatto arrivato con Gesù, poiché anche se così si reinterpretasse - reinterpretazione successiva - la realtà del regno, rimarrebbe sempre vero che Gesù non la vedeva così. Ciò dovette richiamare l'attenzione a tal punto che questi testi contenenti un ‘errore’ furono sostituiti in seguito dalle comunità con la semplice ‘ignoranza’ di Gesù.

“Quanto poi a quel giorno e a quell'ora nessuno ne sa nulla, né gli angeli in cielo, né il Figlio, ma solo il Padre” (Mc 13,32). Di Gesù dunque, presentato come assolutamente fiducioso e vicino al Padre, i vangeli non hanno difficoltà a dire che non conosce il giorno della venuta di Dio. È questa un'ignoranza o un errore che non riguardano solo cose quantitative, misurate in mesi o anni, ma una realtà qualitativa per antonomasia. Di questo Gesù non sa semplicemente nulla. È il mistero di Dio e solo di Dio.

L'elemento positivo per questa sezione del nostro capitolo è che il non sapere il giorno della venuta del regno costituisce il presupposto noetico dell'apertura senza riserve a Dio. Si tratti di errore o di ignoranza su quel giorno Gesù in definitiva non forza il segreto di Dio. Per dirla in termini sistematici, Gesù ha un rispetto assoluto per la trascendenza di Dio e il suo non sapere non ha quindi nulla dell'imperfezione, bensì esprime la propria condizione di creatura: ‘egli avrebbe semplicemente condiviso la nostra sorte..: (poiché) una coscienza genuinamente umana deve avere davanti a sé un futuro ignoto' (Karl Rahner). Accettando questo non sapere, Gesù è creaturalmente aperto a Dio. Il fatto che Gesù non abbia potuto tenere unite nella propria coscienza storica la fiducia nella venuta del regno e la conoscenza di quel giorno non prova per nulla la sua imperfezione, lo fa invece partecipe di quella realtà umana che gli permette di essere uno che ascolta la parola. La limitazione del suo sapere categoriale è la condizione storica per rendere reale il suo affidarsi a Dio: 'Alla dedizione di Gesù alla propria missione e a colui che lo ha inviato, il Padre, non è necessariamente unita una onniscienza, neppure una pre-scienza infallibile... La limitazione della conoscenza di Gesù, anche dal punto di vista della sua relazione con Dio, appartiene piuttosto alla perfezione dell'affidare la propria persona al Padre' (W. PANNENBERG, Fundamentos de Cristologia, Salamanca 1974).

In questa breve rassegna su conversione, tentazione, crisi e ignoranza di Gesù abbiamo concentrato l'attenzione sulla sua attiva disponibilità a Dio a partire da ciò che essa ha di difficile e di oscuro; crediamo infatti che in tal modo si chiarisca meglio che cosa significhi accettare che Dio sia Dio. Non si tratta di una questione idealistica, è invece questione di un atteggiamento realmente storico, reso possibile e problematico dalla storia e realizzato all'interno della storia. È la storia che procura il sapere e verifica anche il non sapere, ma nel 'non sapere' del giorno di Dio Gesù 'sapeva', dal momento che accettava ch'egli fosse Dio. C'è un'unica spiegazione: 'Il mistero continua a essere mistero in eterno’, per dirlo con K. Rahner81!.

Queste lunghe note disegnano un percorso che purtroppo, con rammarico, constatiamo essere ancora largamente assente nella predicazione e nella catechesi: esiste infatti tutta una catechesi che non prende sul serio, radicalmente, alcuni tratti dell'umanità di Gesù. Solo quel Gesù che cerca di capire, che impara a fatica, strada facendo, che si lascia mettere in questione dagli interlocutori, che invoca luce e forza da Dio, può parlare alla nostra umanità e alla nostra fede. Il nostro è un cammino in cui “nessuno nasce imparato”, in cui la perfezione è un’auto-illusione, in cui nessuno ha l'esclusiva e la completezza. Gesù è un maestro che ci invita ad andare oltre perché è consapevole di essere anche lui un viandante.

____________

81 J. SOBRINO, Gesù Cristo liberatore, Cittadella Editrice, Assisi 1995, pagg. 266-268

PREGHIERA

Franco Barbero, 1972

 

Signore, Dio di questa umanità e di tutto il mondo,

vogliamo riconoscere la Tua presenza amorosa e la Tua opera

anche quando esse non sono evidenti ai nostri occhi:

Tu sei sovente il Dio che si nasconde è sembra assente.

 

Resta con noi, o Dio di Gesù, nei nostri giorni feriali

quando vince la monotonia e prevale la stanchezza;

quando la luce dell’evangelo non illumina più la strada,

quando il fascino delle cose ci prende e ci domina.

 

Signore, Tu sai che siamo gente che fugge lontano da Te.

Siamo stirpe di Giona e resistiamo ai Tuoi molti inviti.

Anzichè dissetarci a Te, sorgente d'acqua viva e fresca,

preferiamo attingere da ruscelli limacciosi e cisterne screpolate.

 

Resta con noi, o Dio, nelle varie stagioni della vita:

quando nuove esperienze ci inebriano e ci appassionano,

quando sentiamo la vita pulsare e aprirsi davanti a noi,

o quando stiamo imboccando il lungoviale del ritorno a Te.

 

Resta con noi, o Dio, quando seminiamo e non vediamo frutti,

quando la fatica e l’incertezza ci spengono il sorriso,

quando il nostro cuore si chiude anzichè aprirsi,

quandao il fluire dei giorni sembra rubarci la voglia di vivere.

 

Signore, possano le donne e gli uomini riconoscerti come Dio

e vivere al Tuo cospetto le gioie, gli affanni e le speranze.

Non cerchino in Te il risolutore magico dei loro problemi,

ma la forza per affrontarli e per compiere la Tua volontà.

 Werner Stenger, Metodologia biblica, Editrice Queriniana, Brescia 1991, pagg. 360, lire 32.000.

Per chi vuole conoscere il metodo storico-critico questo volume rappresenta una buona opportunità ed un ottimo strumento. La  forma semplice e l’esposizione nitida contribuiscono non poco alla “leggibilità” di quest’opera. In un momento i cui, non senza interessi ecclesiastici, si tenta di squalificare tale metodo, esso «s'arricchisce di nuove possibilità, e i risultati guadagnano in precisione e in verificabilità intersoggettiva... Il paradigma fondamentale del metodo storico-critico si mostra capace di abbracciare, come elementi integrativi, tanto i metodi sviluppati in passato, quanto quelli sorti di recente» (pag. 11).

La seconda parte fornisce alcuni “esempi” concreti di lettura secondo la ‘“strumentalità“ del metodo storico-critico.

Si possono certamente muovere molti appunti a questl’opera che, a volte, si limita agli alementi essenziali o abbraccia ipotesi non sufficientemente libere dal condizionamento teologico-dogmatico, ma i pregi restano ben superiori. Ci si potrebbe inoltre domandare se è ancora possibile parlare di metodo storico-critico al singolare, ma è essenziale la prospettiva e la pratica dell'intreccio tra metodi diversi.  Dunque, una lettura utile; anzi, utilissima.

Franco Barbero

martedì 25 febbraio 2025

Invito all'incontro del gruppo biblico dedicato alla lettura del Vangelo di Matteo oggi, martedì 25 febbraio


Cari amici e amiche del gruppo biblico del martedì,

Stasera l'incontro inizierà alle ore 18:00. Oggi si leggerà e si commenterà insieme il capitolo 21 del Vangelo di Matteo.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.

Questo è il LINK per il collegamento:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

Un caro saluto.

Sergio

Fammi restare sulla soglia

 

Perché lasciare questa casa

che tanto amo?

In essa ho ricevuto il dono della fede,

la testimonianza di tanti fratelli e sorelle,

il dono del ministero che sta

vivificando la mia giovane vita di prete.

Ma resto sulla soglia di questa casa-chiesa.

Perché sulla soglia?

Perché dentro la casa, diventata un palazzo,

una istituzione ricca e potente,

ci sono troppe certezze e rigidità,

troppe ricchezze, intrighi, carriere,

troppe corruzioni e troppa apparenza.

Se ti chiudi nelle pareti dell'istituzione

passi dalla parte dei potenti

che finanziano l'istituzione cattolica...

E poi... Gesù non progettò una potente istituzione,

non amò mai il palazzo...

Perché sulla soglia?

Perché la soglia è aperta sulla strada.

È nella strada che la gente cammina,

parla, va al lavoro, canta e protesta...

È sulla strada che vedi la realtà,

la miseria, la mendicità, l'emarginazione.

È sulla strada che gridiamo la protesta

è sulla strada che facciamo festa.

È sulla strada che passa il funerale

e ancora sulla strada il corteo nuziale...

Sogno, o Dio, e prego per una chiesa

che sia una casa aperta sulla strada

e resto tenacemente qui sulla soglia:

non entro camplice dei segreti intrighi,

a chiudermi e fasciarmi di certezze inossidabili,

ma non sbatto la porta della casa

in cui, o Dio, tanti mi hanno parlato di Te.

Resta, se non Ti chiedo troppo, o Dio,

resta con me su questa inquieta soglia.

Franco Barbero

Pinerolo, 11 novembre 1969

Scritta dopo un dibattito con alcuni fratelli è sorelle di Torino su “Restare o andarsene dalla chiesa?”

Franco Barbero

GIACOMO... UN PROVOCATORE

Interpella proprio gli aspetti quotidiani

 

La lettera di Giacomo fa parte delle Lettere cattoliche (indirizzate cioè a cristiani in generale e non a una singola comunità), chiamate anche piccole lettere (per la loro limitata espansione), le quali nel Nuovo Testamento seguono l'epistolario di Paolo e precedono l'Apocalisse.

La sua accettazione nel canone è stata molto discussa e controversa, imponendosi soltanto verso la fine del IV secolo; ciò a causa di vari motivi, legati sia alla questione dell'autore, sia ad alcuni punti teologici piuttosto «giudaizzanti», sia ad un certo conflitto - vero o  presunto - tra Giacomo e Paolo sul problema centrale del rapporto tra fede ed opere.

 

Chi è questo Giacomo?

Su chi fosse «Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo» (Gc. 1,1) molte sono state le congetture nel corso dei secoli, tanto da far nascere una vera e propria «questione di Giacomo». «Nel Nuovo Testamento varie persone portano il nome di Giacomo, ed è molto difficile dire quale di queste potrebbe essere stata l'autore della lettera. È da escludere il discepolo di Gesù, morto martire nell’anno 44». (Bibbia in lingua corrente). Forse l'autore è un giudeo cristiano, cioè un cristiano proveniente dal giudaismo della diaspora, che mette la sua opera sotto i nome di Giacomo per accreditarla. Non è da escludere qualche altra possibilità o, almeno, interventi successivi su questo testo che ci giunge in un greco di altissimo livello.

 

Scritta da chi?

Probabilmente la lettera di Giacomo si rivolgeva contemporaneamente a vari gruppi di cristiani, dispersi in città diverse, prevalentemente ebrei, da tempo ambientati in paesi di cultura ellenistica. Ma se le persone «precise» ci possono sfuggire, la situazione di queste comunità sembra ben caratterizzata. Forse si trattava di cristiani in via di «spegnimento», piuttosto rilassati sul piano morale, privi di coerenza, tentati di separare la fede delle labbra dalla fede della vita. Giacomo registra questo calo e questo «divorzio» tra fede e vita. Fgli interviene con pressanti esortazioni e con mirabile capacità «sapienziale» e didattica. Le immagini e le similitudini che si trovano in queste poche pagine sono di un vigore insolito.

 

Un Giacomo banale?

È probabile che qualcuno, leggendo queste pagine, rimanga negativamente sorpreso dalla mancanza di voli celestiali e dall'assenza del sublime. Qui davvero si vola basso! Tornano e ritornano richiami e ripetizioni, esortazioni e consigli che possono «puzzare» di trita e consunta «moralina».

Una lettera di moralismo? L’assenza dei grandi temi dell'annuncio cristiano e la scarsità dei riferimenti espliciti a Gesù non può che meravigliare.

Eppure queste pagine non sono banali. Penso piuttosto che Giacomo sia l'evangelista della «fertile bassura dell'esperienza».

La Bibbia conosce le pagine sublimi e quelle piatte; conosce tutta la gamma dell'esperienza umana, con le sue vette e i suoi abissi. Dio, infatti, non parla sempre dalle altezze e dal sole. Spesso la sua voce ci viene dal «basso» del quotidiano. Può addirittura essere pericoloso ricercare costantemente il sublime nella Bibbia. Probabilmente dobbiamo ancora lasciarci «capovolgere» alcune nostre categorie mentali per accettare la sfida di tutta la Bibbia.

Del resto è anche utile e proficuo avvertire la relatività dei linguaggi biblici che sono sempre tanto «lontani» dal vissuto di Gesù di Nazareth: indicano, ma non raggiungono; accennano, ma non esauriscono.

Solo la coralità biblica, l’insieme dei «linguaggi» biblici, può farci incontrare il Gesù della storia e della fede in una necessaria complementarietà dei vari libri.

 

La fertile bassura dell'esperienza

Forse Giacomo ci aiuta a scoprire che la fede come sequela di Gesù non è prima di tutto una teoria-teologia, ma una strada, cioè un modo di vivere nella esistenza di ogni giorno. Egli ci costringe a compiere delle verifiche. Si potrebbe dire che è un tantino impietoso quando scende nei dettagli della vita quotidiana. Ci costringe a «fare un esame del nostro operato» insistendo sull’uso della parola, sulla collera, sulle preferenze, sulle discordie e sulle gelosie, sulla povertà e la ricchezza, sulla preghiera, sulla inseparabilità di fede e fatti. Il suo non è un discorso sui massimi sistemi dell’universo, ma un puntare il dito per interpellarci, per rivolgerci un appello a cambiare. Questo entrare  nei dettagli della vita di ogni giorno, questa denuncia vigorosa delle nostre meschilinità, ci può irritare. Buon segno! La lettura di Giacomo vuole esattamente provocarci e assalirci da tutte le parti. Possiamo chiuderci a riccio e non accettare la provocazione, ma i punti sui quali batte il «martello» e le situazioni sulle quali egli mette il dito costituiscono un tessuto concreto per ciascuno di noi.

Chi di noi non conosce i guai della collera? Chi di noi non usa diversa considerazione alle persone in rapporto alla posizione culturale e sociale? Chi di noi non deve constatare di essere spesso una mala lingua? Certo, tutto questo lo possiamo scoprire senza che ce lo venga a «rivelare» Giacomo.

Nessuno ne dubita. Ma non per questo le parole di Giacomo cessano di essere vere e il fatto che egli ci ricordi di frenare la lingua può essere ulilissimo. Siccome non ce ne ricordiamo da soli, egli ci aiuta  e ci pizzica.

Sapere non basta: occorre ricordare e convertirsi.

 

Una lettera tutta in negativo?

Certo, Giacomo evidenzia moltissimo i nostri errori, il peccato dei singoli e della comunità. Ma la sua non è affatto una ossessione moralistica: si tratta piuttosto di una confessione di fede. Il Dio di Gesù per Giacomo è capace di trasformare non solo le nostre idee, ma tutto il nostro modo di agire: questo vuole dirci Giacomo con le sue  insistenti esortazioni ed ammonizioni. Il suo linguaggio usa tanti «non» e tanti imperativi, ma la lettera vuole sollecitare ad aderire pienamente alla strada di Dio che ci è stata manifestata nella vita e nella parola  di Gesù.

Credere incide nella vita di tutti i giorni, ci dice Giacomo.

Una fede che non trasformi i nostri comportamenti e non guidi le nostre scelte riduce l'evangelo ad una teoria.

 

Siamo ancora capaci di scelte radicali?

«Siamo infedeli come una donna adultera. Ma non sapete che essere amici di questo mondo significa essere nemici di Dio? Dunque chi vuol diventare amico di questo mondo finisce per diventare nemico di Dio. Certamente la Bibbia non parla invano quando dice che Dio è geloso...» (Giacomo 4, 4-5). Questa scelta tra il bene e il male, tra una esistenza secondo la volontà di Dio ed una esistenza impostata sull'egoismo, viene definita come un «autaut» tra Dio e Satana. Sappiamo bene che il diavolo non esiste. Si tratta di una «cifra», un modo di esprimersi per disegnare le forze e lo spessore del male. Ma qui Giacomo, contrapponendo Dio e Satana, ci invita a deciderci per una scelta radicale tra la logica di questo mondo e la strada del Vangelo.

A metà strada non si sta.

Franco Barbero, 1977