mercoledì 28 gennaio 2026

da Il Manifesto del 18/01/2026

Torino, dopo lo sgombero di Askatasuna ripartono i movimenti sociali

di Rita Rapisardi


<<Il governo Meloni ha sbagliato i calcoli, il popolo resiste e rilancia>>: così si chiudono le 5 ore di assemblea nazionale lanciata da Askatasuna. La risposta è arrivata ieri, un mese dopo lo sgombero del centro sociale: collettiva, nazionale, plurale. Sono decine i movimenti, i centri sociali, le associazioni, i comitati di quartiere, i sindacati di base a parlare nell'aula 3 del campus Einaudi di Torino, tanti restano fuori, centinaia collegati in streaming e alla radio. Da Milano, Roma, Napoli, Bologna, Caserta, Firenze, Pisa, Livorno, le Marche, il Nord est, nessuna regione è assente. E’ un momento di sintesi di tanti percorsi di lotta e resistenza in giro per l’Italia (Nudm, Extinction Rebellionm, Ex Opg, Gkn, Officina 99, Quarticciolo Ribelle, Fronte Prenestino e molti altri) che leggono il momento attuale allo stesso modo, anche se con identità e azioni diverse. <<Autonomia contropotere>> dice proprio la bandiera di Askatasuna, la lotta No Tav presa come esempio. Gli striscioni ricordano l'attualità: i giovani colpiti dalle misure cautelari, come gli studenti del liceo Einstein di Torino, o la condanna di Anan Yaeesh. 

<<Non è un funerale - introduce l'assemblea Stefano Millesimo di Aska - quello che è successo non riguarda solo noi, ma chi ha scelto di lottare riempiendo le piazze per la Palestina. Ci vogliono in galera chiusi, ci avranno nelle piazze>>. Il corteo nazionale a Torino del 31 gennaio avrà tre punti di incontro: Palazzo Nuovo e le stazioni di Porta Nuova e Porta Susa, tre cortei che convergeranno. Il collante sono state la grande mobilitazione per la Palestina e le giornate di sciopero generale, che hanno avuto il merito, con lo sgombero di Aska, di unire movimenti e spazi su un obiettivo comune. In molti lo ricordano: sono partiti dai rave, sono passati ai Cpr in Albania e ai decreti sicurezza fino a criminalizzare le occupazioni abitative. Ma è stato con il movimento "Blocchiamo tutto", quello delle immobilizzazioni per la Palestina dello scorso autunno, che il governo ha avuto paura e oggi fa pagare il conto con denunce, multe processi.i Gli interventi alla fine saranno oltre 50, in molti desideravano un momento di confronto. Guerra è una delle parole più pronunciate, non solo quella sul campo internazionale, ma anche quello interno, nella vita delle persone, sempre più povere, precarie, schiacciate da un welfare assente. Un’altra parola che risuona e "globale", tanti nominano palestinesi, cubani, venezuelani, curdi, come esempi di lotte legate tra loro. Chi Askatasuna lo ha occupato nell'87 ricorda come i diritti si ottengono con il conflitto.

Dal Leoncavallo sottolineano l’autonomia contrapposta all’unità, perché le differenze aprono a uno sguardo planetario. E portano proposte: una piattaforma nazionale con lo spazio sociale come diritto universale, un coordinamento che moltiplica le forze attraverso la mappatura degli spazi sociali. Concetti rivendicati anche dai centri sociali del nord est: "In passato ci siamo frammentati, è tempo di fare alleanze>>. Lo Spin Time di Roma porta la solidarietà delle 127 famiglie che hanno occupato e il Viminale vorrebbe sgomberare. Usb lo dice chiaro: <<Bisogna mettere al centro i lavoratori, perché è stata la classe lavoratrice, come i portuali, a bloccare tutto con le proteste>>. L’idea è quella di un movimento fuori dalle istituzioni, lontano e contro i partiti, come confermano le testimonianze da Napoli o Milano. <<C'è la possibilità di unire tante esperienze, siamo all'alba di un nuovo movimento, conferma Millesimo. Una prima pietra posata nella città simbolo della resistenza partigiana ma anche laboratorio di repressione sociale, come l'utilizzo di misure speciali, inchieste con accuse di terrorismo e associazione a delinquere. La serata finisce con una passeggiata per le vie di Vanchiglia, il quartiere Aska ormai militarizzato.


da Il Manifesto del 18/01/2026

Milano cancella il villaggio modello dei rom

di Vincenzo Romania e Tommaso Bertazzo


Baracche, degrado, criminalità. Nulla di questo sopravvive al primo sguardo al Villaggio delle Rose, alle porte sud di Milano. Qui, da oltre venticinque anni, cinquanta famiglie rom harvati vivono in case autocostruite, stabili e curate. Non si tratta di irregolari né di migranti economici, ma di cittadini italiani, discendenti di popolazioni deportate negli anni Trenta in seguito alla forzata italianizzazione dell’Istria.

ALL’INGRESSO del Villaggio, visibili da via della Chiesa Rossa, alcuni striscioni raccontano la loro battaglia: «Il Villaggio delle Rose non è abusivo», «La casa datela a chi ne ha più bisogno», «I nostri bambini hanno bisogno di stabilità». Gli abitanti non chiedono nuove abitazioni, ma il diritto di restare in quelle che già chiamano «casa». Lo fanno con una proposta inedita: costituirsi in cooperativa a proprietà indivisa per riqualificare l’area e trasformarla in un’area residenziale comunitaria. Qualcosa di unico e in totale controtendenza rispetto a un contesto nazionale, tristemente noto come il Paese dei Campi. Eppure, dall’agosto scorso sugli abitanti del Villaggio incombe un’ordinanza di sgombero firmata da Giuseppe Sala, frutto di rigidità burocratiche, opportunismo politico e di una sensibilità condivisa che evidentemente manca.

Questa storia comincia alla fine degli anni Novanta, quando la giunta Albertini realizza il campo nomadi «Villaggio Lambro Meridionale», trasferendovi circa 200 rom sgomberati da un’area poi destinata a un ipermercato. La municipalità concede un insediamento definito «permanente»: le famiglie possono costruire abitazioni a proprie spese, purché senza fondamenta. Ognuna riceve una piazzola, nient’altro. Nel tempo gli abitanti trasformano e fanno proprio quello spazio, ciascuno secondo le proprie possibilità. «Questa casa era un semilavorato abbandonato in una ditta. Su queste quattro mura ci ho investito tutti i miei risparmi, oggi è una bomboniera», conferma uno di loro.

NEI PRIMI ANNI DUEMILA nasce la cooperativa Nevi Bait (Fortuna Nuova), che gestisce servizi di mediazione culturale, progetti di inclusione scolastica e lavorativa. Tutto cambia a partire dalla giunta Moratti: i finanziamenti vengono tagliati, i servizi ridotti, lo scuolabus eliminato. La scuola più vicina dista oltre due chilometri e mezzo e i trasporti pubblici sono insufficienti. L’abbandono istituzionale genera dispersione scolastica, precarietà, marginalità. È la produzione istituzionale dell’esclusione, che culmina nel 2008 con lo stato di emergenza sui «campi nomadi».

Intanto emergono gravi carenze infrastrutturali: impianti elettrici e fognari inadeguati, assenza di riscaldamento. Le famiglie chiedono interventi, senza risposta. Le stufette elettriche sovraccaricano la rete, iniziano gli allacci abusivi. «Se hai bambini o anziani, ti arrangi», dice un residente. Di nuovo, la devianza non nasce spontaneamente: è il prodotto di una gestione che precarizza e stigmatizza.

NEL DICEMBRE 2024 arriva la svolta. Con la delibera 1571/2024, il Comune avvia il «superamento» dell’area, giudicata insicura, degradata e abusiva. A metà mese giunge la comunicazione di sgombero. «In quel momento abbiamo capito che avremmo perso tutto», racconta uno di loro. L’angoscia è quotidiana.

IL COMUNE APRE un tavolo tecnico. Con il supporto delle associazioni Khetane e Upre Roma, il 28 gennaio 2025 gli abitanti presentano una proposta di cooperativa a proprietà indivisa per restare e riqualificare l’area. Gli assessorati alla casa, welfare e sicurezza si dicono interessati, ma sollevano dubbi: compatibilità urbana, sicurezza, irregolarità edilizie. E soprattutto, come emerge dai verbali, il peso delle «implicazioni politiche» in vista delle elezioni del 2027.

Il 28 maggio arriva un progetto dettagliato, supportato da due grandi architetti di fama nazionale: La Varra e Rabaiotti. Il Villaggio viene ripensato come spazio di coabitazione solidale, alternativo alla segregazione e all’individualismo urbano. Il piano prevede abitazioni sostenibili, costi contenuti, fasi di bonifica e riqualificazione, secondo il modello di «costruzione aperta» di Alejandro Aravena. Al Villaggio delle Rose, inoltre, sorge il primo monumento italiano dedicato al porrajmos, lo sterminio di rom e sinti.

ANCORA UNA VOLTA, il progetto viene giudicato di qualità, ma respinto: troppi vincoli, troppi rischi. I carotaggi, disposti dal Comune, certificano l’inquinamento del terreno. È la pietra tombale al riscatto. Arriva l’ordinanza di sgombero. Alle famiglie più fragili vengono offerte sistemazioni temporanee o l’accesso alle graduatorie Sap. Per gli altri, l’alternativa è l’accoglienza emergenziale nei centri migranti. «Io sono un cittadino italiano – dice un anziano residente -. Questa casa l’ho costruita io. Capisci in che situazione ci hanno messo?».

Le famiglie presentano istanza di sospensione. L’attenzione politica cala, complice l’inchiesta urbanistica che investe Palazzo Marino. Molti restano ancora nell’area, in attesa di una decisione.

L’INQUINAMENTO è reale. Ma ciò che colpisce è che per 25 anni nessuno se ne sia accorto. «La terra di riporto l’ha portata il Comune – ricorda un residente – Dentro c’era di tutto». Oggi, quando una comunità chiede di assumersi la responsabilità di superare il campo dal basso, quella stessa area diventa improvvisamente inabitabile.

Le istituzioni invocano il superamento dei campi, ma quando questo prende forma concreta, autonoma, comunitaria, diventa inaccettabile. Il Villaggio delle Rose smaschera il flat-bias delle politiche abitative: l’idea che l’unico modo legittimo di abitare sia l’appartamento standard, individuale, atomizzato. Non è un caso che questa storia si consumi a Milano, capitale della speculazione immobiliare. Né che siano proprio i rom, il gruppo più stigmatizzato d’Europa, a indicare una via alternativa.

«Siamo l’ultimo popolo ribelle», dice Toni. Gli ultimi fra gli ultimi, che rischiano di perdere tutto: la casa, la dignità, la libertà.


da Il Manifesto del 18/01/2026

Gaza Spa - Business e sicurezza: il Board che deciderà il futuro della Striscia 

di Michele Giorgio


Trump annuncia i membri del <<Consiglio della Pace>> per Gaza: immobiliaristi, affaristi e leader amici si spartiranno il bottino della guerra israeliana. Palestinesi esclusi dal proprio futuro. E’ il lancio di un modello globale: gli affari internazionali come questione privata.


Analisti assennati e di buonsenso, quelli invitati ritualmente ai talk televisivi, ci spiegheranno che occorre guardare con fiducia all’iniziativa di pace di Donald Trump per Gaza. La realtà è ben diversa ed è un crimine ingannare ancora una volta i palestinesi. Il «Board of Peace» annunciato ieri da Donald Trump nell’ambito della Fase Due dell’accordo di tregua tra Israele e Hamas altro non è che un comitato di affari e finanza invitato al banchetto della possibile ricostruzione di Gaza, ridotta a una distesa di macerie da due anni di offensive militari israeliane.

I personaggi che ne fanno parte sono la rappresentazione, con rare eccezioni, di una governance per Gaza dominata da paesi e centri di potere esterni, con i palestinesi subordinati alle élite occidentali, agli interessi di Washington e alle imposizioni di Israele. I membri del Consiglio «supervisioneranno un portafoglio definito, fondamentale per la stabilizzazione e il successo a lungo termine di Gaza», ha scritto la Casa Bianca, tra cui «il rafforzamento delle capacità di governance, le relazioni regionali, la ricostruzione, l’attrazione di investimenti, i finanziamenti su larga scala e la mobilitazione di capitali». Oltre la retorica trumpiana, il documento diramato da Washington descrive un organismo – con il tycoon che si candida di fatto a presiederlo a vita, anche quando non sarà più presidente – che darà o rifiuterà il suo assenso a qualsiasi decisione e progetto del comitato tecnico palestinese incaricato di organizzare la ricostruzione e l’assistenza a oltre due milioni di civili in condizioni umanitarie disastrose. Le decisioni del Board saranno comunicate ad Ali Shaath, capo dei tecnici palestinesi, dal bulgaro Nickolay Mladenov, ex inviato Onu per il Medio Oriente. Proclamato «Alto rappresentante per Gaza», Mladenov sarà semplicemente un passacarte di Trump. E, comunque, il diritto di ultima parola spetterà al convitato di pietra, Israele.

Benyamin Netanyahu ha dovuto digerire la decisione della Casa Bianca di invitare a far parte del Consiglio anche la Turchia e il Qatar, che considera alleati di Hamas. È nota l’opposizione di Tel Aviv a un ruolo per il nemico Erdogan nelle vicende di Gaza. Ma il premier israeliano ha già messo in chiaro che il suo paese considera simbolici i comitati e i board appena annunciati. Ciò che conta per Israele, ha chiarito, sono il disarmo totale di Hamas, la smilitarizzazione della Striscia e la restituzione della salma dell’ultimo ostaggio, il sergente Ran Gvili. Altrimenti, ha avvertito, la ricostruzione di Gaza resterà un’ipotesi. Israele ha il controllo dei valichi: non c’è persona o cosa che possa entrare o uscire dal piccolo lembo di terra palestinese senza il via libera del governo Netanyahu. Il cessate il fuoco, scattato il 10 ottobre, vede attacchi israeliani quotidiani, con oltre 400 palestinesi uccisi in tre mesi.

I nomi resi noti ieri dagli Stati uniti rivelano il profilo di un Consiglio della pace in cui affari, potere e sicurezza sono il testo sacro dei suoi componenti. Il futuro dei palestinesi non è davvero contemplato. Anzi, l’ambasciatore americano in Israele, rispondendo alle domande di Makor Rishon, ha proclamato che «l’emigrazione volontaria» degli abitanti della Striscia, espulsione nei fatti, resta sempre in agenda, a circa un anno di distanza dalle dichiarazioni di Trump su «Gaza Riviera del Medio Oriente». Dell’esecutivo del Board fanno parte il segretario di Stato Marco Rubio; l’inviato di Trump Steve Witkoff; Jared Kushner, genero e consigliere fidato del presidente Usa; e figure di spicco della finanza internazionale e amici del tycoon come Marc Rowan, Ajay Banga e Robert Gabriel. È stato invitato persino il presidente argentino Javier Milei, affine a Trump, che in campagna elettorale girava con una sega elettrica a simboleggiare il modo in cui avrebbe risolto i problemi del suo paese.

Tra i membri più controversi, a dir poco, c’è Tony Blair. Infaticabile promotore di sé stesso, ex premier britannico dal 1997 al 2007, Blair vanta decenni di «esperienza» in Medio Oriente. Ha affermato il falso accusando Saddam Hussein di essere in possesso di armi di distruzione di massa allo scopo di favorire l’invasione dell’Iraq nel 2003, costata la vita a centinaia di migliaia di persone, in gran parte civili. Poi ha ricoperto ignominiosamente il ruolo di inviato del «Quartetto» dei mediatori mediorientali. Promise di arrivare a un accordo tra Israele e i palestinesi, invece fece solo i propri interessi, impegno che porta avanti con solerzia ancora oggi attraverso un presunto ufficio di «consulenza». Il suo nome ha generato forti perplessità anche nei compiacenti petromonarchi del Golfo, tanto che l’Amministrazione Usa ha dovuto precisare che a Blair non saranno affidati incarichi esecutivi.  Al generale per tutte le stagioni Jasper Jeffers è stato affidato il comando della Forza internazionale di stabilizzazione, formalmente incaricata di far rispettare il cessate il fuoco a Gaza. Jeffers in precedenza ha ricoperto la carica di capo del comando delle operazioni speciali dell’esercito statunitense – bombardamenti impietosi in Iraq e Afghanistan – e ha supervisionato l’attuazione del cessate il fuoco del 2024 tra Israele e Hezbollah.

Altri nomi sono quelli di Hakan Fidan, ministro degli Esteri turco dal 2023 e stretto alleato di Erdogan; il mediatore del Qatar Ali Al Thawadi; Hassan Rashad, direttore dell’agenzia di intelligence egiziana; Reem Al-Hashimy, ministra degli Emirati; Sigrid Kaag, ex coordinatrice dell’Onu per gli aiuti umanitari a Gaza. Israele sarà rappresentato di fatto da Yakir Gabay, un miliardario, in possesso anche della cittadinanza cipriota, coinvolto in affari e operazioni finanziarie in tutto il mondo. Il giornale Maariv ieri riportava le dichiarazioni che Gabay ha rilasciato apprendendo della sua nomina: «Il completo disarmo di Hamas è un prerequisito per l’attuazione del piano di sviluppo di Gaza. Continueremo i nostri sforzi per restituire il soldato della Guardia di frontiera rapito, Ran Gvili, e farlo seppellire in Israele». Parla come Netanyahu e sarà il suo rappresentante.

Deboli le reazioni delle principali organizzazioni palestinesi. L’Anp di Abu Mazen non fiata e applaude a tutto ciò che decide Trump, persuasa che un giorno, grazie a lui, tornerà a governare Gaza. Hamas approva la Fase Due e si limita ad accusare Israele di violazioni della tregua. Solo la Jihad islamica si dice «sorpresa» dalla composizione del Consiglio della pace, che, sottolinea, servirà soltanto gli interessi dell’occupazione israeliana.


da Il Fatto Quotidiano del 16/01/2026

Guerra a Report e interessi privati: tutto in 84 giorni

di T.Mack.


“Il Garante va avanti come il pianista del Titanic”, dice Sigfrido Ranucci del terremoto che ha investito l’autorità. Sono passati 84 giorni esatti da che il Garante della privacy ha comminato a Report e alla Rai una multa record da 150 mila euro per aver diffuso l’audio tra Gennaro Sangiuliano e la moglie sulla vicenda Boccia. “Qualcuno sta armando il Garante per punire Report“, è stata l’accusa al Parlamento europeo di Ranucci, che non ha più mollato l’osso. Report riprende Agostino Ghiglia, nominato in quota FDI, che alla vigilia del voto scende dall’auto blu del Garante e inforca il portone di via della Scrofa, dove incontra Arianna Meloni. Ghiglia dirà che era lì per incontrare Italo Bocchino e parlare del suo libro; il Fatto dimostrerà che nel palazzo resta 50 minuti in più. L’indomani voterà per la multa. Poi si scopre che nell’ottobre del 2024, Sangiuliano aveva inoltrato proprio a lui, per messaggio, i ricorsi e Ghiglia aveva coinvolto d’urgenza un componente della sua segreteria, Cristiana Luciani, moglie di Luca Sbardella, deputato di FDI in Commissione di Vigilanza Rai. I due reclami sono stati inseriti tra le attività urgenti da trattare”. Ghiglia smentisce di aver esercitato pressioni, ma diffida il programma dal mandare in onda il servizio, accusando la trasmissione di aver violato la sua corrispondenza. Ma nel 2021, in piena pandemia da Covid, sempre lui contattò Giorgia Meloni per avvisarla della bocciatura del Green pass (“Bravo, ora esco”).

Tocca ai conflitti di interessi del presidente Pasquale Stazione sul dossier Report, visto che è stato maestro e guida dell’avvocato Salvatore Sica, fratello di Silverio Sica, cioè l’avvocato di Sangiuliano nel caso Boccia e nel procedimento contro Report presso il Garante. Salvatore Sica era stato anche consigliere giuridico di Sangiuliano e con Stazione aveva un rapporto solido al punto da contribuire alla collana “Studi in onore di Pasquale Stanzione”.

Tra il 2023 e il 2024 dal Garante vengono assunti per concorso il nipote di Salvatore Sica e la fidanzata del figlio.

Anche la vicepresidente Ginevra Cerrina Feroni conosce bene l’ex ministro della Cultura, che ha sporto reclamo contro Report. A gennaio 2025, proprio mentre il suo esposto e quello della moglie erano sul tavolo del Garante e dunque sul suo, era a Firenze per presentare il libro di Sangiuliano con tanto di foto di rito. Anche su Guido Scorza, unico a non votare per la sanzione, emergono ombre di conflitti di interessi. È soprattutto per il caso Ita Airways, che riceve una sanzione meramente formale nonostante le irregolarità riscontrate, con il responsabile dati della compagnia che era un avvocato dello studio E-lex fondato proprio da Scorza dove è tuttora partner la moglie di quest’ultimo. E anche nel caso della sanzione a Meta per gli smart glasses Ray-ban: ipotizzata a 44 milioni, poi annullata per prescrizione.

Ma la bufera si scatena anche dentro il Garante quando inizia la “caccia alla talpa” che poteva fornire informazioni ai giornalisti di Report e del Fatto. Il 20 novembre il presidente invita tutti i dipendenti a una riunione che voleva essere “distensiva” dopo la bufera. E invece arriva l’uragano, perché il segretario generale Angelo Fanizza è costretto ad ammettere che era stato incaricato di tamponare le fughe di notizie e individuare le fonti della stampa, ma che si era anche spinto oltre, chiedendo al dirigente del settore informatico di esfiltrare “con urgenza” tutta la posta elettronica dei dipendenti, senza avere il loro consenso e dunque violandone la privacy che l’autorità dovrebbe invece garantire.

Fanizza si dimetterà quel giorno, ma non prima di aver chiarito di fronte a tutta l’assemblea che non aveva agito da solo e che aveva informato tutto il collegio nella riunione del 13 novembre. La richiesta non aveva avuto poi seguito solo per il rifiuto del dirigente Cosimo Comella a eseguire quel compito contrario ai principi fondativi del Garante. Al tentativo sono seguite denunce pubbliche, esposti e deposizione che – insieme alle notizie rivelate da Report e dal Fatto – hanno poi aperto le porte all’inchiesta della Procura di Roma e, ieri, alle perquisizioni della Guardia di Finanza.


martedì 27 gennaio 2026

da “Un giorno una preghiera” (Claudiana ed.)


Signore, noi sappiamo che tu vuoi un mondo migliore.

Percepiamo la tua volontà, ma non sappiamo come realizzarla.

Aprici gli occhi.

Dacci fantasia.

Donaci forza per agire senza paura.

Trasforma il mondo,

servendoti di noi, tuoi strumenti.

Signore, noi crediamo;

soccorri la nostra incredulità.

                                                                               Jörg Zink


da Adista del 13/12/2025

Profitti alle stelle per le industrie armiere di tutto il mondo: le guerre fanno volare i guadagni

di Luca Kocci


Guadagni alle stelle per le industrie armiere. Secondo i nuovi dati pubblicati lo scorso primo dicembre dallo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri, il più importante istituto di ricerca indipendente al mondo sul tema della pace) nel 2024 i ricavi derivanti dalla vendita di armi e servizi militari da parte delle 100 maggiori aziende produttrici di armi sono aumentati complessivamente del 5,9%, raggiungendo la cifra record di 679 miliardi di dollari.

L’incremento della domanda - e di conseguenza dei guadagni - è stato stimolato dalle guerre in Ucraina e a Gaza, dalle tensioni geopolitiche globali regionali e dalla spesa militare degli Stati sempre più elevata. A trarne i maggiori profitti sono state prevalentemente le aziende con sede in Europa e negli Stati Uniti, ma si sono registrati aumenti un po' dappertutto, con la parziale eccezione della Cina. E proprio l'aumento dei ricavi e dei nuovi ordini ha spinto molte aziende produttrici di armi ad ampliare le linee di produzione, ingrandire gli stabilimenti, creare nuove filiali o effettuare acquisizioni. <<L'anno scorso i ricavi globali delle armi hanno raggiunto il livello più alto mai registrato dal Sipri, poiché i produttori hanno sfruttato l'elevata domanda>>, spiega Lorenzo Scarazzato, ricercatore del Programma di spesa militare e produzione di armi del Sipri.

Per quanto riguarda gli USA, nel 2024 i guadagni complessivi delle aziende produttrici di armi statunitensi nella top 100 sono cresciuti del 3,8% raggiungendo i 334 miliardi di dollari, con 30 delle 39 aziende statunitensi in classifica che hanno aumentato i propri ricavi.



Gruppo biblico del martedì, oggi 27 gennaio


Care amiche e amici del gruppo biblico del martedì,

Stasera il gruppo si incontrerà alle ore 18:00 per leggere e commentarne il quarto capitolo del Vangelo di Marco.

Ci si potrà collegare a partire dalle ore 17:45.

Questo è il LINK per il collegamento:

meet.google.com/ehv-oyaj-iue

A stasera.

Sergio

Introduzione ai

SALMI DEL VIANDANTE

Presentata da Tiziana della CdB di Piossasco all’Eucarestia comunitaria del 25/01/2026


Dal salmo 120 al 134 abbiamo i cosiddetti salmi “delle salite”, che hanno come tema comune il pellegrinaggio a Gerusalemme. La città santa per la quale si sale, una salita che è una metafora del cammino della vita.

Sono composizioni brevi tranne il salmo 132, facili da ricordare a memoria.

E’ stata utilizzata una tecnica particolare: raddoppiare le parole più importanti, o a volte triplicarle o nel caso del nome di Dio addirittura ripeterle otto volte.

Cosa significa il titolo “Canti delle salite”?

Si pensava che fossero uno per ciascuno dei 15 gradini di salita al Tempio (i salmi sono 15), ma non vi sono prove dirette per questa interpretazione.

Un’altra ipotizzava la salita come il ritorno dall’esilio babilonese, però forse la più probabile è che per andare a Gerusalemme si sale e siano quindi dei salmi di pellegrinaggio composti in ambiente sacerdotale come manuale di preghiera.

Questi salmi sono stati accostati uno dopo l’altro in modo non casuale. 

Si possono individuare tre gruppi di cinque, ciascuno dei quali si apre con un salmo di fiducia; il primo ed il secondo gruppo si chiudono con un salmo che rievoca la storia di Israele; al centro di ogni gruppo si trova un salmo che dedica particolare attenzione a Gerusalemme. I 15 salmi si chiudono poi suola preghiera notturna nel tempio.

I Salmi che precedono questa sezione (dal 113 al 118) sono i salmi pasquali detti del “piccolo Hallel”, centrati sui temi dell’Esodo dall’Egitto. Poi il salmo 119, che precede, è quello sulla meditazione della Torah, la Legge che Israele riceve durante il cammino nel deserto.

Quindi, dopo aver ricevuto la Legge, si può iniziare il cammino verso Gerusalemme.

Per citare un esempio di “pellegrinaggio” nell’AT: Mosè e Aronne diventano, in un certo senso, l’emblema del “camminare insieme”, elemento tanto rilevante nel pellegrinaggio. Fin dall’antichità non ci si muove da soli, già in primis per una necessità pratica: nell’unione è più facile affrontare e mettere in fuga gli eventuali pericoli; nell’unione c’è modo di aiutarsi quando si è in difficoltà; nell’unione è più semplice superare la fatica del percorso, grazie al sostegno vicendevole. Nel camminare insieme, inoltre, ci si ritrova uniti verso un obiettivo, una meta comune, e si impara quindi a collaborare, a valorizzare i talenti diversi di ciascuna persona, a portare frutto non come singoli, ma come comunità. Camminare insieme è, anche, un esercizio di adattamento: «Non si può pretendere di andare sempre tutti insieme; andiamo ognuno con il proprio passo. Per mantenere il senso dell’andare insieme però, ci si adatta alle esigenze dell’altro.


SALMO 120

Che cosa significa “Io sono per la pace”? Così disse il Santo, benedetto egli sia, al Messia: “Spezzerai le nazioni con verga di ferro”: Ma questi rispose: “No, Signore del mondo! Quando parlerò alle nazioni io inizierò  parlando loro di pace”. Perciò  è detto: “Io sono per la pace, ma quando parlo essi sono per la guerra”

                   Midrash sui Salmi


Con questo salmo siamo all’inizio del cammino, si inizia la salita.

La meta non è però un luogo, ma una persona: si cammina verso il Signore.

L’inizio del percorso è però difficile, c’è un’angoscia che tormenta il pellegrino, egli vive in una condizione di violenza, di guerra. C’è però una dichiarazione di fiducia perché il Signore risponde.

Il salmista chiede di essere liberato da labbra menzognere: c’è inganno e violenza intorno a lui.

Sembra però che non giunga risposta del Signore a questa richiesta.

La situazione del salmista è pari a quella di un uomo perduto in una regione straniera e ostile. Mesec e Kedar sono regioni quasi sconosciute con tribù selvagge: si trova in una situazione di guerra.

Ed a conclusione troviamo l’affermazione “ani shalom”, io sono pace: cioè noi stessi dobbiamo essere pace, la personificazione della pace, non il fare la pace. 

Purtroppo però siamo circondati da coloro che sono guerra ed il conflitto quindi rimane drammatico.


SALMO 126

E tu , Signore, per questa gioia degli umili - gioia divina, da impazzire - continua a intervenire: sarà anche per te la gioia più grande e umana! Troppi popoli poveri ancora seminano nel pianto, senza neppure il diritto di raccogliere il frumento maturato con l’acqua delle loro lacrime.

                      G. Ravasi, D. Maria Turoldo “ I Salmi”


Il protagonista è il Signore che ritorna verso il suo popolo per salvarlo. Il contesto è quello dell’esilio a Babilonia, visto però come un evento superato. Si pensa alla ricostruzione.

L’apertura ricorda il ritorno del Signore a Sion: è Dio che ritorna per primo verso di noi.

Nel testo ebraico si usa il verbo sub, cioè “tornare indietro” che viene spesso utilizzato nei testi biblici come il verbo della “conversione”.

Si prosegue con “Ci sembrava di sognare”. Il riferimento al sogno si comprende nel quadro del vicino oriente antico dove il sogno è un mezzo di rivelazione divina. Per cui il ritorno dall’esilio al popolo pare un sogno. C’è bisogno di sognare per poter rimanere nella realtà anche molto dura.

Grandi cose ha fatto il Signore per noi: è un tema molto caro nel secondo Isaia che è anche esso un contesto di ritorno dall’esilio.

Molti riferimenti alla gioia: sogniamo e scopriamo la gioia che ci mantiene comunque nella realtà della storia.

I torrenti del Negheb: in realtà nel Negheb non vi sono torrenti, ma corsi d’acqua che si riempiono nel periodo invernale e rendono fertile il suolo.

Abbiamo dei riferimenti al mondo agricolo. 

Il seminatore svolge un duro lavoro e lo svolge piangendo.

Le lacrime non mancano mai ma il Signore le asciugherà. Il cammino del pellegrino è come quello del contadino che getta il seme con questo gesto sa attraversare i momenti più difficili della sua esistenza: le lacrime ci saranno ma il seme gettato è speranza di vita.

Nei vangeli sono evidenti molti riferimenti a questo Salmo: semina, raccolto, metafora del chicco di grano, e poi nel Magnificat Maria che dice: “grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente”.

Dalle lacrime possiamo veramente passare al sorriso?


SALMO 133

Il Salmo celebra la gioia della fraternità.

Ma di quali fratelli parla il salmo? Non sono solo i fratelli di sangue, sono forse i fratelli con cui si condividono i sacrifici al tempio, anche i sacerdoti.

E’ bello che i fratelli vivano anche insieme, vi deve cioè essere comunque una condivisione di parte della vita. La fraternità è voluta da Dio, è quindi una sua opera.

La fraternità è dolce e piacevole. Nei nostri culti siamo veramente in fraternità?

Nella seconda strofa si parla di olio e rugiada. Abbiamo qui un riferimento all’unzione, alla profanazione del capo: è sempre una dimensione di festa 

L’olio, per l’unzione sacerdotale colerà sulla barba di Aronne e questa sarà una benedizione perché sul petto dei sacerdoti stava il pettorale con incisi i nomi delle dodici tribù di Israele.

Il secondo paragone parla della rugiada dell’Ermon che non potrà mai raggiungere i monti di Sion, in quanto le due località sono molto lontane. 

Però qui l’impossibile diventa possibile. La rugiada, elemento naturale e quindi dono di Dio, viene offerta per dare frescura e quindi vita.

La conclusione è la benedizione: da Sion, dal monte del tempio viene donata la benedizione, che accompagna la vita.

Siamo qui in conclusione dei salmi delle salite, ed abbiamo quindi una benedizione all’interno di un contesto di fraternità che è un progetto di vita, accompagnato da un profumo di olio e da una freschezza di rugiada.

  Tiziana Fiorini