|  SERENITEZZA Mi scuso per il neologismo, vorrebbe essere un modo simpatico e sdrammatizzante per il mio amico Franco che ha scritto un breve testo su questo stesso sito dal titolo “Amarezza”. Intervenendo sul dibattito sollevato dalla benedizione di una coppia Gay nella comunità di Marsala, come valdese, come pastore e come marsalese desidero scrivere due parole rivolgendomi, oltre che a Franco, anche al collega Esposito, il mio caro amico Alessandro e alla comunità valdese di Marsala. Ad Alessandro va tutta la mia stima e lo ringrazio per la passione che mette nella sua ricerca teologica e nel suo ministero. Io posso non condividere alcune sue posizioni, ma rifletto con serietà e serenità per le sollecitazioni che esse pongono al mio cammino di fede ed alla mia riflessione teologica. Conosco la comunità valdese di Marsala da quarant’anni e la sua storia fin dalla fondazione. Forse anche chi si pone in dibattito con scelte non facili e “di confine” con le comunità di Trapani e Marsala dovrebbe conoscere il contesto storico e sociale in cui testimonia la propria fede. Essere valdesi a Marsala non è come esserlo a Pinerolo o a San Germano. Questa piccola comunità ha subito i controlli e le irruzioni degli anni Scelba, le sassate durante il culto e la derisione di essere “vangilisti”. Dagli anni cinquanta agli anni ottanta i pastori da Garufi, Panascia e Manocchio (da Palermo) e Giunco hanno curato e sostenuto questa piccola comunità, che si incontrava in un “oratorio valdese” (così era chiamato un vecchio locale in affitto usato per il culto), formata da poche famiglie e che ha mantenuto la fede in una città che le era indifferente, quando non le era ostile. Sia la comunità di Marsala che quella di Trapani rimanevano comunque un punto di riferimento fermo per chi, come me o come Giuseppe Ficara (entrambi divenuti pastori), erano alla ricerca di una chiesa con una solida spina dorsale. Mi è doveroso ricordare il fratello Garzia, che gettava delle bottiglie in mare con un Vangelo in arabo quando i venti spingevano verso Sud e che dava parte del suo guadagno della vendita del vino per un fondo che servisse alla costruzione di un locale di culto a Marsala, un valdese che ovunque si trovasse testimoniava la sua fede evangelica sopportando le ingiurie e le derisioni con dignità. Il cambiamento è avvenuto con Laura Leone, “la torinese”, come la chiamavano in città. Laura è stata la prima pastora che ha abitato a Marsala, la prima pastora (donna), la prima che, negli anni di cambiamento generazionale della comunità, ha schiuso la stessa alla città e fatta partecipe e componente viva dell’impegno ecumenico e civico. Si rese così indispensabile un nuovo locale di culto (sia a Marsala che a Trapani) degno di accogliere attività, incontri e nuovi membri. Il cambiamento non è stato facile e Laura a volte si è trovata sola ad affrontare le nuove sfide, ma la comunità, soprattutto i giovani, l’ha seguita. I giovani pastori che la Tavola ha inviato successivamente, Ficara, Salvaggio ed Esposito, hanno continuato questa apertura. È stato così che la comunità ha accolto nuovi membri, che vi continuano ad approdare, e si è impegnata in nuove sfide. I problemi che oggi dividono le chiese non riguardano soprattutto la dogmatica, ma l’etica! Pacifismo, politica, ecologia e temi come l’omossessualità o la bioetica dividono le chiese molto più e forse molto più a fondo che la cristologia o l’ecclesiologia, in un contesto ecumenico divenuto stretto e riduttivo rispetto all’odierno contesto interreligioso. Alessandro Esposito, il giovane pastore Alessandro Esposito, con la sua formazione culturale, il suo personale cammino di fede e teologico, il suo appassionato impegno e amore col quale svolge il suo ministero, sta conducendo queste piccole comunità “di confine” ad una testimonianza di fede che in questa città è apprezzata e seguita con interesse su temi scottanti, sia sul fronte dogmatico sia su quello etico: temi che spaventano, mettono a disagio o su cui si vorrebbe semplicemente chiudere gli occhi. Questi stessi temi, dieci anni fa, era impensabile affrontarli in queste stesse comunità di Trapani e Marsala, ma esse sono andate avanti. Chi ha il diritto di fermarle? Il dialogo e l’apertura al dibattito culturale e teologico è una caratteristica delle nostre chiese, figlie di quei valdesi medievali che venivano trucidati per l’intolleranza di chi questa stessa apertura culturale non l’aveva. Chi ha il diritto di fermare un dibattito nella nostra chiesa? Fa bene il pastore Esposito e le comunità di Trapani e Marsala a lasciarsi coinvolgere in un dibattito su temi di attualità o a rivisitare i dogmi del IV secolo, così come fanno bene i sottoscrittori dell’Appello al Sinodo a prenderne le distanze, purché ogni cosa si faccia nel rispetto umano e fraterno dell’altro e si abbia il coraggio di lasciarsi mettere in discussione. Da una visione autoritaria che fa della fede una fede nell'autorità i nostri padri nella fede ci hanno aperto verso una fede libera, ispirata alla Scrittura ma non sottomessa dogmaticamente neppure ad essa, come spiega nel saggio Sulla Libertà del cristiano Lutero stesso. Ai sottoscrittori dell’Appello al Sinodo per la Fedeltà alla nostra Confessione di Fede vorrei chiedere cosa ne è della libertà del cristiano. Forse può essere utile rileggere alcuni passi iniziali dello scritto di Lutero, nei quali egli scrive: "(...) Affinché possiamo comprendere fino in fondo che cosa sia un cristiano e in che cosa consista la libertà che Cristo ha acquistato per lui e ha a lui donata - della qual cosa S. Paolo molto scrisse - voglio proporre due proposizioni: Un cristiano è libero signore su tutte le cose e non è soggetto a persona alcuna. - Un cristiano è servo in tutte le cose ed è soggetto ad ognuno" (M. Lutero, “Sulla libertà del cristiano” in Scritti politici, U.T.E.T., Torino p. 367). Il cristiano, nella concezione della Riforma, è signore su tutto in quanto “essere spirituale” (anèr pneumatikòs) e soggetto a tutto in quanto essere carnale (anèr sarkotikòs). La componente spirituale, che Dio ha posto nel cristiano, lo rende libero di fronte a tutto e contemporaneamente lo congiunge spiritualmente (e, si badi, in senso non dogmatico) con la Scrittura - come attesta, ad esempio, ciò che Lutero scrive poco dopo: "(...) L'anima non ha altra cosa né in cielo né in terra nella quale vivere pia e libera ed essere cristiana, oltre al santo Evangelo, la parola predicata da Gesù" (ivi, p. 368). Vorrei terminare domandando ai sottoscrittori dell’Appello al Sinodo per la Fedeltà alla nostra Confessione di Fede a quale confessione di fede si riferiscono. Forse non sanno che la confessione della nostra chiesa del XVII secolo, firmata dai pastori valdesi a tutt’oggi (che sull’eucaristia e la venerazione di Maria e dei santi sarebbe considerata oggi molto vicina alle posizioni delle chiesa cattolica), è stata fatta oggetto di dibattito e di revisione nel 1894? Karl Barth con la confessione di Barmen, i riformati del Sud Africa, di Cuba, del Canada, di Scozia e di tante altre parti del mondo hanno ricontestualizzato la loro confessione di fede per testimoniare la loro fede ai contemporanei nella determinata situazione storica in cui ciò si rendeva necessario. Non è un caso che la chiesa evangelica che non ha aderito al nazismo si autodefinì “Chiesa Confessante”, così come la chiesa valdese di Palermo, nel periodo delle stragi di mafia, si è sentita in uno “status confessionis” sentendo la necessità di formulare, in quello specifico contesto storico, una propria dichiarazione di fede (entrata nella raccolta delle confessioni di fede delle chiese riformate del XX secolo curata da Henry Mottu, (Jérome Cottin, Didier Halter et Félix Moser coll.), Confessions de foi réformées contemporaines : et quelques autres textes de sensibilité protestante, Labor et Fides, Genève 2000). Davanti a Dio bisogna sempre togliersi i calzari, come Mosè sul Sinai, perché siamo tutti discepoli di un unico maestro. Scriveva Lutero, nel suo ultimo appunto a mano: "Siamo mendicanti: questa è la verità", intendendo in questo modo sottolineare l'inadeguatezza di tutti noi davanti a Dio, e con ciò porre nella giusta luce gli sforzi della ricerca teologica. Nella sua concezione, infatti, la natura di Dio era tale che maggiore era la presunzione di comprenderla e minore era l'effettiva capacità di farlo. Seguendo la lezione dei Salmi, in cui è scritto “Dio resiste ai superbi e fa grazia agli umili”, Lutero affermava la necessità dell'umiltà di fronte a Dio, facendone il principio più profondo della ricerca e del dibattito teologici. Con serenità, chi ha da discutere discuta e ascolti, ma non giudichi, e chi ha da dibattere dibatta e rispetti la debolezza o la forza dell’altro, senza pretendere di essere possessore della verità, perché tutti ne siamo lontani e le nostre continue approssimazioni ad essa ci fanno fratelli nel cammino della fede “portando gli uni i pesi degli altri” come ci esorta l’apostolo. Pastore Giuseppe La Torre, Marsa1a, 15 agosto 2010 | ·  | | |