(Mt 22,15-22) Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: "Maestro sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: E' lecito o no pagare il tributo a Cesare?". Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: "Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo". Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: "Di chi è questa immagine e l'iscrizione?". Gli risposero: "Di Cesare". Allora disse loro: "Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio". A queste parole rimasero sorpresi e, lasciatolo, se ne andarono.
Gesù, nel suo viaggio verso Gerusalemme, sta confrontandosi con la ferma opposizione dei capi religiosi e dei lacchè politici. I tre sinottici collocano questa pagina quando ormai si profila lo scontro finale.
Con la consueta lucidità, il Nazareno mette nel sacco i suoi "interlocutori" con una frase lapidaria: "Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio".
Un travisamento diffuso
Da secoli ormai molti commentatori e interpreti leggono questo passo travisandolo e parlano dei rapporti tra Stato e Chiesa.
La questione è altra: qui si parla di Cesare (= il potere politico) e di Dio.
C'è qualcosa che dobbiamo al potere politico perchè siamo cittadini del mondo e non possiamo evadere, volare in cielo, dimenticando i doveri di una cittadinanza attiva.
Come collocarci davanti a "Cesare", come assumere le nostre responsabilità, come dissociarci o come collaborare?
"Cesare" non è una "realtà astratta", ma si incarna in persone e strutture profondamente diverse.
Lo vediamo ogni giorno. Pensate alla differenza che esiste tra Berlusconi, Trota e Napolitano.
I cristiani non possono nè ignorare nè condannare a priori ogni potere. Esiste un "purismo angelico" che aborre ogni potere, che sogna illusoriamente una società senza potere, come esiste una cultura che promuove l'obbedienza ad ogni potere.
Una società ben organizzata ha bisogno di poteri, di funzioni di governo.
Il problema è la nostra capacità e responsabilità di fare i conti con il potere.
Oggi spesso dobbiamo dire al Cesare politico italiano, ladro e corrotto, sporco e corruttore, il nostro dissenso.
Anzi contro queste forme di potere dobbiamo resistere e combattere per il cambiamento.
La comunità cristiana, corresponsabile della vita della società in cui è inserita, deve anzi educare i suoi membri ad assumere laicamente responsabilità civili e politiche in modo onesto, a servizio del bene comune.
La politica, infatti, è tutt'altro che "roba sporca", ma può essere vissuta come servizio.
Il qualunquismo del "sono tutti uguali" è una menzogna e manifesta il proprio disimpegno.
Ognuno di noi è un "essere politico", che può contribuire al bene comune.
Nei giorni scorsi ho pubblicato sul mio blog uno scritto di Antonio Gramsci, un vero profeta laico, una stimolante pagina sulla indifferenza in cui ci invita a prendere parte alla vita con "partecipazione". Era il motto della scuola di Barbiana: "Me ne importa".
A "Cesare" darò il mio rifiuto quando è potere iniquo, ma preparare, scegliere ed eleggere uomini e donne giuste e amanti del bene comune, è nostro preciso dovere.
Sporchiamoci le mani contro gli sporcaccioni e i disonesti, ma sosteniamo quei poteri che difendono i diritti e cercano il bene del popolo. Per fortuna, e, direi, per dono di Dio, esistono molti politici, molti giudici, amministratori dediti alla causa della giustizia, al bene comune.
Non lasciamo sole le persone che nella società e nella chiesa lottano contro la corruzione, il "denarismo", gli interessi privati, l'autoritarismo vaticano.
Dare a Dio ciò che è di Dio: che cosa significa?
Cercare in Lui la sorgente della vita e della forza per sottrarci ad ogni idolatria, ad ogni indifferenza, alla paura di comprometterci, al narcisismo, all'egoismo.
Se guardiamo alla vita di Gesù, diventa evidente che il suo "Sì a Dio" ha determinato tanti no, fermi e concreti, a quei poteri che volevano, allora come oggi, dominare le coscienze ed ergersi come realtà divine.
Il rifiuto delle armi, il mercato equo solidale, la banca etica, l'obiezione alle spese militari prelevate dalle nostre tasse, possono rappresentare la conseguenza pratica e costruttiva del nostro rifiuto di adorare il dio mercato, costruito sulla manipolazione e sull'ingiustizia. Insomma, la scelta tra il Dio liberatore, di cui ci danno testimonianza le Scritture, e il dio mercato, il dio dei signori di questo mondo, si rende visibile anche nelle scansioni della vita quotidiana, quando cerchiamo di praticare una "economia" del dono e della condivisione anzichè un'economia dell'accumulo.
Ti prego, o Dio
A Te voglio dire l'affetto del mio cuore, la lode per i lunghi giorni che mi hai regalato, il ringraziamento per il perdono che non mi hai mai negato, il riconoscimento che sei solo Tu che occupi il centro della mia vita, che solo la Tua energia, e il Tuo soffio d'amore fanno vivere il mondo.
Come il fuoco incendia ciò che viene a contatto con esso, così la Tua presenza, o Dio, infiamma le creature nel loro cammino dell'esistenza.
Così la creazione è in qualche modo un'icona di Te, della Tua bellezza, della Tua energia, del Tuo amore.
Che Tu sia benedetto, amato, adorato.