In quel tempo, rispondendo, Gesù riprese a parlar in parabole ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli
invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei
buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. Ma costoro non se ne curarono e
andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.
Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi
servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli
che troverete, chiamateli alle nozze.
Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava labito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto
entrare qui senzabito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle
tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
Questa pagina del Vangelo di Matteo, con alcune tonalità violente, costituisce il tentativo di mettere insieme due parabole inizialmente indipendenti: la parabola del banchetto disertato dagli invitati e la parabola dell'uomo che si reca al banchetto sprovvisto della veste nunziale.
La storia che precede
Forse sia Luca (14, 15 - 24) che Matteo costruiscono queste due parabole constatando ciò che era successo già ai tempi di Gesù. Davanti al suo messaggio, coloro che erano i dotti, i destinatari "privilegiati", i capi, i "religiosi" erano stati indifferenti o lo avevano osteggiato. Una certa pesante polemica è qui ben presente contro le autorità e i "pii" israeliti.
Matteo, polemico, mette i capi giudei sotto lo sferzante giudizio di Dio perchè essi da primi destinatari diventano i primi avversari della buona novella.
Leggendo in modo storico e non ideologico questa pagina di Matteo dobbiamo guardarci dal viziaccio cristiano di farne una lettura in chiave antiebraica. Anche perchè i primi discepoli e le prime discepole del nazareno furono tutti ebrei.
La comunità si guarda dentro
Siamo agli anni 85 - 90. La parabola non perde il suo riferimento al rifiuto delle autorità giudaiche, ma invita al coraggio di guardare alle proprie stanchezze, ai propri "rifiuti", alle proprie illusioni.
I fratelli e le sorelle della comunità si facevano troppe illusioni sul proprio conto e, facendo parte della comunità di Gesù, cominciavano a credersi i salvati, i garantiti, gente che ormai è sicura di essere sulla strada del regno.
Basta far parte della "chiesa" e ricevere il battesimo e partecipare alla cena per essere "garantiti" di appartenere ai figli del regno? Matteo avvertiva la terribile pericolosità di una simile presunzione. Come intervenne? Con un espediente letterario e teologico singolarmente efficace. Egli aggiunge alla parabola delle nozze un'altra parabola (vv. 13 - 15) assai nota, quella della veste da cerimonia. "Il nuovo vertice drammatico del racconto è l'ispezione del re che trova un commensale senza l'abito di nozze" (R. Fabris). La veste per noi, nella civiltà dell'immagine e della moda, ci riporta a qualcosa di esteriore. Nella tradizione biblica la veste, metaforicamente, indica una qualità ed una disposizione profonda del cuore. Rivestirsi di Gesù Cristo, secondo il suo progetto e il suo orizzonte.
Indossare la veste nuziale significa, qui nella parabola, deporre il vecchio modo di vivere e assumerne uno nuovo, cioè convertirsi.
Ecco, dunque, la seconda lettura della parabola, fatta per la comunità del tempo di Matteo: per appartenere alla comunità di Gesù non basta aver creduto un giorno e aver ricevuto il battesimo. Occorre una fedeltà attiva, quotidiana, un'esistenza continuamente attraversata dalla disponibilità a convertirsi ogni giorno. Così il discorso allegorico e polemico si trasforma in un serio ammonimento per quei cristiani che si cullano nella falsa sicurezza data loro dall'appartenenza formale alla chiesa. Non è ancora tanto attuale per tutti noi questa strigliatina? Le forti tinte della "collera di Dio" che impregnano il testo di Matteo vogliono richiamarci alla responsabilità.
Non si è capito l'invito alla festa
Mi pare che preparare una festa, un convito nunziale, e poi vedere che gli invitati elegantemente adducono scuse per disertare il convito, mette in crisi tutto l'impianto e chi l'ha preparato. Il padrone di casa è sgomento e va fuori di sè........
Altre volte mi sono soffermato su questo garbato defilarsi degli invitati, presi dai loro "affari" che sono ormai tutta la loro vita.
Qui vorrei invece svolgere un pensiero diverso.
Se non capisco e non raccolgo con gioia l'invito a nozze, prima o poi mi sottraggo. Questo vale per il nostro cammino di fede.
Se lo vedo solo come un dover espletare tante tappe (battesimo, catechismo, cresima, confessione, comunione, regole morali, verità da credere, formule da recitare, riti...................), allora il "convito della fede" davvero è qualcosa che sento come un dovere di società.
E' triste riconoscerlo, ma spesso la fede cristiana ci viene presentata come un qualcosa che sa di regole, di credenze astratte, di proibizioni.
Non è per nulla un invito a nozze, ma un intruppamento nelle schiere degli obbedienti. Diventa un "obbligo" sociale, una convenzione.
Ho appena terminato in questi giorni la lettura di "Io e Dio" di Vito Mancuso: un libro per nulla sconvolgente e assai costruttivo. L'Autore pone bene questo interrogativo: la fede oggi è presentata come una relazione che "prende la vita"? Ci avvolgiamo in un fascio di "enunciati catechistici o cerchiamo nel nostro quotidiano una relazione con il mistero amoroso di Dio a livello personale e poi comunitario?
Se non avviene questa relazione profonda e diffusa, la fede si spegne sotto i colpi di una religione infantile, dottrinaria, asfittica, che non cambia la nostra vita, non la coinvolge.
La fede, che pure prevede tanti passaggi oscuri e dolenti, è un invito alla fiducia, al "convito del mondo", immersione nelle lotte e nelle gioie della vita, è fonte di fecondità, conferisce speranza e lascia intravvedere quel "porto" verso il quale tutto veleggia.
Essa conferisce gioia e pace nell'incerto trascorrere dei giorni. Una chiesa della paura è più una voce funerea, lagnosa che un grido che attraversa la storia: "Venite alla festa" per imparare a condividere, a fare la giustizia, a riconoscere il Dio accogliente, a gustare la pace.
Quando la fede si riduce ad alcuni adempimenti religiosi o alla ciliegia sulla torta dei nostri comodi o alla riposante certezza di essere in regola con il perbenismo, il cuore in realtà è assente.
Il Vangelo, nel suo linguaggio immaginifico, con il suo invito alle decisioni radicali, non intende stabilire delle regole fisse per ogni persona e per ogni tempo. Intende piuttosto dirci chiaramente che se non ci lasciamo coinvolgere, se non apriamo il nostro cuore al messaggio di Gesù, la fede resta un'illusione.
L'invito a entrare nel convito e a starci con l'abito e il cuore nuziale significano questo: "esserci" con il coinvolgimento reale nella nostra vita. Gesù, come Amos e Geremia, come Miriam e Abacuc, come i testimoni di cui parlano i due Testamenti della Bibbia, si è lasciato coinvolgere dall'azione di Dio. Egli si è coinvolto con Dio nella preghiera, nell'ascolto delle Scritture di Israele, nell'amore delle persone che incontrava.
Gesù resta per noi il testimone per eccellenza di una fede appassionata. Su questa strada ci invita a seguirlo. Senza passione la fede è esposta al rischio di ridursi ad una decorosa abitudine.
O Dio,
come abbiamo ridotto male l'esperienza della fede in Te.
L'abbiamo ridotta molto spesso ad una esperienza triste, "sacrificata e sacrificale".
Abbiamo dimenticato che Vangelo vuol dire "bella - gioiosa - notizia".
Abbiamo cancellato i colori della felicità proclamata dalle beatitudini.
Eppure, ormai vecchio, so che la fede è stata per me la più pura e profonda sorgente di fiducia, di speranza e anche di gioia e di forti passioni.
Ti voglio ringraziare per la pace profonda che, oltre tutti i miei limiti ed errori, Tu hai deposto e conservato nel mio cuore.