giovedì 10 novembre 2011

PER PAURA DI TE

14 Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15 A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. 16 Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. 17 Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 18 Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 19 Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. 20 Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. 21 Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. 22 Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. 23 Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. 24 Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; 25 per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. 26 Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27 avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. 28 Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 29 Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. 30 E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti (Matteo 25, 14-30).

 

Nella Bibbia, nel Primo e nel Secondo Testamento, non mancano le pagine scabrose, difficili, provocanti. Questa, ad una prima lettura, lascia sconcertati ed evidenzia un contrasto insanabile con altri passi del Vangelo. Di fronte ad un testo così indigesto è quanto mai legittimo domandarsi, come fanno molti studiosi, quanto questo risalga a Gesù di Nazaret e quanto sia da attribuire a Matteo o a Luca (19, 11-37).

Già il fatto "della diseguale ripartizione delle somme consegnate, non faceva parte della parabola originaria" (Hans Weder, Metafore del regno, pag. 236). Ma, in ogni caso, per non fare una lettura alla maniera della Confindustria che mette al centro la produttività premiata, occorre interrogarci quale sia il significato del "gioco dei contrasti" su cui è impostata l'intera parabola. Allora essa, sottolineando e rimproverando il comportamento del terzo servo, diventa un appello alla responsabilità. I "contrastanti comportamenti" dei tre servi vogliono mettere in risalto il messaggio che accomuna i capitoli 24 e 25 del Vangelo di Matteo: i doni di Dio creano responsabilità, offrono l'opportunità e sollecitano una risposta attiva. Il tutto viene illustrato dentro il codice culturale del rapporto "padrone-servo" che era tipico di quella società. Se non si separa questa cornice dal quadro, allora la parabola resta illeggibile e viene fuori "un dio padrone" che non ha nulla in comune con il Dio Padre e Madre di cui ci dà testimonianza Gesù.

Dio non fa tutto Lui

In qualche modo sono già i capitoli 1 e 2 di Genesi che, parlandoci nel linguaggio mitico della creazione, già costituiscono un pressante invito a fare la nostra parte. Sia il "dominate sopra ogni essere vivente" (Genesi 1,28), sia il "lavorate e custodite il giardino dell'Eden" (Genesi 2, 15), se rettamente intesi, affidano una responsabilità… (Il fatto che questo "dominare" sia stato vissuto come potere sovrano di sfruttamento del creato è una tragica deviazione che non può fondarsi sul testo biblico).

Dunque, la creazione è pensata come dono e come responsabilità. Essa "continua ogni giorno" finché noi non separiamo il dono della nostra personale, collettiva ed imprescindibile responsabilità. O "nascondere il talento sotto terra", come scrive Matteo, o "riporlo in un fazzoletto", come si legge nel Vangelo di Luca, non è certo un esercizio maturo di responsabilità.

Credo che l'evangelista ricordi alla sua comunità che non è assolutamente scontato che noi facciamo buon uso dei doni di Dio e delle opportunità che la vita ci offre. Sovente non tiriamo fuori e teniamo inoperosi i doni anche perché non siamo stati educati a giocare la partita della vita e della fede in prima persona. Chi nella chiesa e nella società ci aiuta a crescere in questa direzione? Troppo poco siamo sollecitati al rischio e all'imprudenza evangelica.

"Avendo paura…"

Ecco dove compare una visione mille miglia diversa per un discepolo, una discepola di Gesù. Noi non possiamo avere paura di Dio. La parabola, nel suo nucleo originario, fa a pezzi questa modalità relazionale: tra Dio e noi la paura, in una fede consapevole, non può esistere. Il nostro rapporto con Dio non ha nulla in comune con questa relazione "servile".

Eppure non è raro il caso di persone che portano un pesante fardello di sensi di colpa da esserne bloccati nel cammino e interiormente oppressi.

Dio ha fiducia in noi, nei nostri tentativi di crescere, di operare secondo giustizia. Egli non tiene la contabilità dei nostri errori e non diminuisce il Suo amore per i nostri passi falsi.

La paura genera chiusura, immobilismo, scarsa disponibilità.

Che bello quando vediamo uomini e donne che sanno creare percorsi nuovi di solidarietà, di collaborazione, di creatività… Forse  un po' di questa audacia fa bene a ciascuno di noi, ma ce ne vorrebbe una montagna per la nostra chiesa che ha paura di liberarsi di tante verità scadute, di tante regole disumane, di tante liturgie pompose e vuote.

"Non abbiate paura" è l'invito di Gesù ai suoi discepoli, alle sue discepole.

 

Grazie

Ti voglio ringraziare, o Dio, perché hai messo sul mio cammino tanti uomini e tante donne che, nel loro quotidiano, sono stati e sono creatori di futuro, di brecce, di sentieri verso un mondo altro.

Nelle loro vite ho visto e vedo che la fiducia in Te genera audacia, libera dalla "isola dell'io" per gettare ponti verso i più deboli dell'umanità.