«Passando dal sogno alla realtà, Giacobbe intuì che non era solo e abbandonato, come pensava, e che il suo tempo era tempo di speranza, non di disperazione. Le coordinate spazio-temporali che lo stringevano nella morsa della paura, dandogli l'impressione di essere pellegrino sperduto in un mondo senza più riferimenti, si tramutavano in coscienza del rapporto tra il destino umano e il suo significato custodito fuori dal tempo e dallo spazio…».
(Carlo Maria Martini, Figli di Crono,
R. Cortina Editore, Milano 2001, p. 149)