Benjamin Netanyahu sta tenendo molti discorsi in questi giorni. Dinanzi ai nostri occhi infiamma i suoi ascoltatori, e anche se stesso, con ricorrenti riferimenti alla Shoah, al destino degli ebrei e delle generazioni future. Di fronte a questa retorica catastrofistica e apocalittica ci si può chiedere se Netanyahu distingua i pericoli reali che Israele deve affrontare dagli echi e dalle ombre dei traumi del passato. Questa è una domanda importante, cruciale, perché una confusione fra le due cose potrebbe condannare Israele a rivivere quegli echi e quelle ombre.
Ovviamente se tutto questo - il pathos, il grande mantice della Shoah - non è che un espediente destinato a indurre il mondo a esercitare pressione sull'Iran, e se l'espediente funzionerà senza che Israele sferri un attacco, allora ammetteremo con gioia che il primo ministro ha compiuto un ottimo lavoro e merita tanti complimenti. Ma se Netanyahu pensa e agisce secondo una visione del mondo ermetica, che oscilla tra i poli della tragedia e della salvezza, ecco che ci troviamo in un ambito di discussione completamente diverso.
Anziché tradurre in maniera monodimensionale l'Israele del 2012 nella Shoah degli ebrei d'Europa dovremmo porci un'altra domanda: è opportuno che Israele, di propria iniziativa, scateni una guerra contro un paese come l'Iran (una guerra dalle conseguenze imprevedibili) per prevenire uno scenario futuro, indubbiamente pericoloso, ma che nessuno è sicuro che si realizzi? In altre parole: Israele dovrebbe rischiare una catastrofe certa nel presente per impedirne una futura?
David Grossman
(Repubblica, 12 marzo)