Gli scricchiolii che provengono dai sacri palazzi non possono non far pensare al monito di Gesù: «Se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi, (Mc 3,25). Deve essere veramente seria la situazione, se persino L'Osservatore Romano, abbandonando il felpato linguaggio curiale, descrive Ratzinger come un «pastore che non indietreggia davanti ai lupi», e parla di un «pontificato che passerà alla storia, dissolvendo come fumo stereotipi duri a morire e contrastando comportamenti irresponsabili e indegni. Per l'Osservatore, l'azione del papa «è stata caratterizzata da un'opera d'innovazione e purificazione perseguita con coraggio, tenacia e pazienza, nella consapevolezza che nottetempo nel campo il nemico semina zizzania. Per questo il Papa indica senza stancarsi la necessità del rinnovamento continuo...» E' evidente l'allusione alle tensioni interne, «che bisogna saper cogliere come occasione di purificazione della Chiesa». (L'Osservatore Romano, 15 febbraio 2012).
«Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato?» (At 7,52). La risposta al grido di Stefano può essere la base di partenza per quel processo di purificazione e rinnovamento auspicato dal papa. I profeti hanno sempre denunciato quei pastori che, chiamati a prendersi cura del gregge ad essi affidato dal Signore, si comportano come «lupi che dilaniano la preda, versano il sangue, fanno perire la gente per turpi guadagni» (Ez 22,27). Si sono impossessati del popolo di Dio portandolo alla rovina. In nome dei Signore sfruttano il popolo, sacrificandolo alla loro sete di potere, insensibili ai sacrifici che impongono e alle sofferenze che causano. Ma il popolo, pur sottomesso per paura, ha sempre conservato la speranza in un pastore liberatore. I capi sono stati ubbiditi, ma non ascoltati («ma le pecore non li hanno ascoltati», Gv 10,8) e, quando appare Gesù, le folle riconoscono in lui il pastore liberatore, perché mentre i pastori-lupi, per il loro interesse, sacrificano il popolo, Gesù. per il bene degli uomini, non esiterà a sacrificare se stesso. Gesù può proclamarsi pastore perché prima ancora di essere pastore è l'«Agnello di Dio», (Gv, 1,29). Solo chi dà la sua vita per gli altri può essere il pastore del popolo.
Lupi lo sono anche i falsi profeti: «Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci» (Mt 7.15). Mentre il profeta è a servizio di Dio, il falso profeta è al soldo dei potente di turno. Il profeta denuncia le ingiustizie, il falso profeta le copre. L'annuncio del profeta inquieta, quella del falso profeta rassicura (Ez 22,28). Ma la veste di pecora non riuscirà mai a nascondere le zanne del lupo. Per questo il criterio per distinguere il vero dal falso profeta è l'interesse: «Se pretende denaro è un falso profeta» (Didaché 11,6). Non sono richiesti attestati di fede che confermino l'ortodossia. Il criterio di autenticità è la coerenza con ciò che il profeta insegna e, in modo particolare, l'assenza di ogni meschino interesse (Mi 3,5-6; Ez 13,1-23).
Una Chiesa capace di accogliere la voce dei profeti, e non di spegnerla, non avrà mai paura del nemico che semina la zizzania. Gesù, infatti, ammonisce i discepoli che più pericolosa della zizzania seminata dal diavolo è l'azione degli zelanti servi che si propongono di andare a estirparla, col rischio di sradicare pure il grano (Mt 13, 25-43), e la storia della Chiesa insegna che, troppo spesso, quanti si erigono a guardiani della fede non solo hanno sradicato il grano con la zizzania, ma, accecati dal loro pio fanatismo, hanno eliminato il grano lasciando invadere il campo dalla zizzania.
Alberto Maggi, teologo (da Adista del 25 febbraio)