martedì 17 aprile 2012

Dopo 25 anni

Venticinque anni fa 60.000 elettori piemontesi sottoscrissero un referendum sulla caccia nella Regione. Si sarebbe dovuto votare nel 1988. Invece niente. La politica regionale cercò con un escamotage di evitare il voto. Si modificò di poco la legge regionale. Non era più quella sottoposta al referendum. I promotori non furono d'accordo e ricorsero ai tribunali per difendere il diritto e la sovranità popolare. La nostra Costituzione si basa sulla democrazia rappresentativa, ma prevede anche che i cittadini possano sottoporre a referendum una legge che non piace. Dopo 23 anni di  battaglie legali, la Corte d'Appello ordinò che il referendum fosse tenuto: nuovi tentativi di rinvio, fino a che - sotto rischio di commissariamento - il presidente Cota ha convocato il referendum per domenica 3 giugno. Il referendum chiede la limitazione della caccia: 25 specie eliminate dal carniere, divieto di caccia su terreni innevati e di domenica, abolizione delle deroghe per le aziende faunistiche. La caccia fa paura. «La fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell'interesse della comunità nazionale e internazionale» dice la legge. Perché i cittadini non possono decidere quali animali sono da tutelare?
Giorgio Gardiol

(L'Eco delle Valli)