Una volta liberata, l'Africa è rimasta in larga parte afflitta dai suoi tiranni e dai suoi errori.
Piano piano, dove ha potuto, si è sbarazzata degli uni e degli altri e ha provato a cambiare il nostro sguardo accondiscendente. Ha vinto nelle più proibitive discipline dello sport. Ha studiato, lavorato, faticato. E' rinata dalle proprie ceneri, a Kigali, a Mogadiscio, a Bamako. Ha promosso qui e là le sue donne ai vertici del potere politico e economico. Si è conquistata un posto nel mondo della creatività, della moda, dell'arte. Ha attirato turisti, sedotto donatori, conquistato cuori. Ha fatto timidamente notare che era da tempo maestra in ciò che noi stiamo soltanto adesso goffamente imparando: economizzare risorse, limitare consumi, riciclare sprechi, convivere con il proprio ambiente e con il proprio passato. Alla fine, ha ancora una volta piegato parzialmente la testa alla mentalità dominante e si è attirata consensi renitenti nel modo più vieto: con le performance dei suoi Pil, l'esibizione di una ricchezza questa volta domestica e non d'esportazione, il crescente appetito di nazioni che hanno qualche soldo da spendere e voglia di consumare. Oggi l'Afirica convince investitori e accumula diseguaglianza.
Sopravviverà anche a questo. Nella sua varietà, nei suoi opposti eccessi e nelle differenze estreme, nelle sue grandezze e nei suoi onori, con i suoi picchi e i suoi abissi, l'Africa troverà una sintesi, equilibrio. Siamone certi, come lo sono gli africani. Perché questo è, secondo me, il segreto che tutti gli altri racchiude: è un continente di credenti. Dove la fede - nella vita, nel domani, negli spiriti degli antenati e nella volontà di Dio - è più forte, più accertata, più condivisa che ovunque altrove. Altrimenti non ce l'avrebbe fatta. Solo cosi l'Africa risorge, ogni giorno. E noi con lei.
Pietro Veronese
(il Venerdì 3 maggio)
Piano piano, dove ha potuto, si è sbarazzata degli uni e degli altri e ha provato a cambiare il nostro sguardo accondiscendente. Ha vinto nelle più proibitive discipline dello sport. Ha studiato, lavorato, faticato. E' rinata dalle proprie ceneri, a Kigali, a Mogadiscio, a Bamako. Ha promosso qui e là le sue donne ai vertici del potere politico e economico. Si è conquistata un posto nel mondo della creatività, della moda, dell'arte. Ha attirato turisti, sedotto donatori, conquistato cuori. Ha fatto timidamente notare che era da tempo maestra in ciò che noi stiamo soltanto adesso goffamente imparando: economizzare risorse, limitare consumi, riciclare sprechi, convivere con il proprio ambiente e con il proprio passato. Alla fine, ha ancora una volta piegato parzialmente la testa alla mentalità dominante e si è attirata consensi renitenti nel modo più vieto: con le performance dei suoi Pil, l'esibizione di una ricchezza questa volta domestica e non d'esportazione, il crescente appetito di nazioni che hanno qualche soldo da spendere e voglia di consumare. Oggi l'Afirica convince investitori e accumula diseguaglianza.
Sopravviverà anche a questo. Nella sua varietà, nei suoi opposti eccessi e nelle differenze estreme, nelle sue grandezze e nei suoi onori, con i suoi picchi e i suoi abissi, l'Africa troverà una sintesi, equilibrio. Siamone certi, come lo sono gli africani. Perché questo è, secondo me, il segreto che tutti gli altri racchiude: è un continente di credenti. Dove la fede - nella vita, nel domani, negli spiriti degli antenati e nella volontà di Dio - è più forte, più accertata, più condivisa che ovunque altrove. Altrimenti non ce l'avrebbe fatta. Solo cosi l'Africa risorge, ogni giorno. E noi con lei.
Pietro Veronese
(il Venerdì 3 maggio)