giovedì 4 dicembre 2014

Palestina, il tempo non lavora per la pace

Alle voci di disperazione del popolo Palestinese, si è aggiunta oggi anche quella di un personaggio che ha un peso politico e specifico di enorme portata. E' la voce di Yael Dayan, la figlia di quel Mosé Dayan che ognuno di noi non più giovani, ha impresso nella mente per quella sua faccia determinata sulla quale spiccava la banda nera dell'occhio che aveva perso in battaglia ma, non senza determinazione aveva vinto, anzi stravinto la famosa «guerra dei sei giorni» che tanta pena ha poi portato alle popolazioni che non erano alleate con Israele. Ha un viso nobile la figlia di Dayan un viso su cui si possono leggere i segni del tempo ma anche del dolore che la decisione del padre ha significato per lei. Alle nazioni europee ma soprattutto alla Gran Bretagna, che ha votato per il riconoscimento dello Stato di Palestina scatenando l'ira del Governo Israeliano, ha inviato un accorato appello rivolto anche all'Italia e a tutti gli stati membri della Ue affinché anche l'Europa prenda una posizione decisa riguardo al problema della Palestina e se Israele ha reagito molto male a questo suo intervento, lei intende proseguire su questa strada dichiarando: «Per una terra, quella in cui vivo, che si nutre di simboli, quel voto ha uno straordinario potere simbolico: perché segnala l'insofferenza non solo inglese verso la politica dell'eterno rinvio e dei fatti compiuti portata avanti dal Governo di Benjamin Netanyahu». «Ho sempre ritenuto che riconoscere il diritto dei palestinesi a uno Stato non è una concessione fatta al «nemico» bensì un regalo che Israele fa a se stesso, perché solo così potremmo sperare in un futuro normale, da paese che rivendica la sua natura democratica».
Caterina dalle Ave

(Rocca 15 novembre)