LA FIDUCIA CHE APRE AL DOMANI
Mentre
alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi
che lo adornavano, disse:"Verranno giorni in cui, di tutto
quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga
distrutta".
Gli
domandarono:"Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il
segno che ciò sta per compiersi?".
Rispose:"Guardate
di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome
dicendo:"Sono io" e:"Il tempo è prossimo"; non
seguiteli. Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non
vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non
sarà subito la fine".
Poi
disse loro:"Si solleverà popolo contro popolo e regno contro
regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e
pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal
cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi
perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni
trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome.
Questo vi darà occasione di render testimonianza. Mettetevi bene in
mente di non preparare prima la vostra difesa, io vi darò lingua e
sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né
controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai
parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; sarete
odiati da tutti per causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del
vostro capo perirà. Con la vostra perseveranza salverete le vostre
anime".
(Luca 21, 5-19)
Questi versetti
vanno letti nel contesto del più ampio "discorso apocalittico"
(Luca 21, 5-38). I biblisti ci avvertono che lo stesso Gesù dovette fare i conti con le profezie del suo tempo, con i dubbi circa il "momento" dell'adempimento del regno di Dio.
E' probabile che lo stesso Gesù abbia condiviso, com'era nella cultura diffusa dei suoi contemporanei, un certo orizzonte dell'imminenza, della prossimità di una svolta.
Quando Luca
scrive verso gli anni 85 ha ancora nella memoria e nel cuore l'evento
della distruzione del tempio di Gerusalemme e la capitolazione delle
città. Sembrò allora a tutti come la fine del mondo o, almeno, la
fine di un mondo. Il linguaggio apocalittico, messo sulla bocca di
Gesù, è con tutta probabilità una elaborazione di alcuni
insegnamenti del maestro avvenuta in un contesto di crescente
opposizione. La comunità, che ancora non è una realtà autonoma
dall'ebraismo, già esperimenta una certa diffidenza nell'ambito
giudaico, incontra opposizione ed indifferenza nel mondo circostante
ed è minacciata da un certo "raffreddamento" interno.
Alle spalle di
questo discorso si avverte una situazione difficile, contrastata. Il
futuro della comunità è pieno di ombre, di incertezze e il clima
generale non promette nulla di buono. Il discorso apocalittico
"dipinge" ed enfatizza le difficoltà che i discepoli e le
discepole dovranno incontrare, ma, soprattutto nella seconda parte
del capitolo, conferma la comunità nella fiducia perché "l'estate
è vicina" (v.30) e il regno di Dio è vicino (v.31). Nei
versetti dal 34 al 38 Luca riprende l'insegnamento di Gesù sulla
preghiera e sulla vigilanza per avere la forza di affrontare i tempi
difficili che si presenteranno.
Fiducia
dentro la tempesta
Il Vangelo non
disegna mai per i discepoli un cammino tra le stelle ma, fedele al
percorso storico del nazareno, sa che seguire le tracce di Gesù
significa inoltrarsi su sentieri molto concreti e spesso contrastati.
Non si tratta di
fare calcoli esoterici sulla fine del mondo giocando agli indovini.
Si tratta, invece, di guardare in faccia la realtà presente e di
assumerci in essa le nostre personali e comunitarie responsabilità.
Per nostra fortuna, la realtà spesso ha i colori e il profumo della
gioia, dell'amore e della pace. Ma – qui il discorso apocalittico
svolge una sua specifica funzione – la storia e il cammino di fede
non si arrestano, non perdono senso e prospettiva anche quando si
addensano all'orizzonte le nubi più nere e si sono chiuse le strade
verso il futuro. Questa è l'esortazione preziosa da raccogliere:
possiamo vivere delle stagioni storiche, personali ed ecclesiali in
cui sembra spegnersi ogni speranza e tramontare ogni luce che
illumini un sentiero verso il futuro. Il discorso apocalittico non ci
offre le ali d'aquila per volare fuggendo oltre il presente. Ma con
il suo caratteristico stile assertivo che avvicina troppo la
soluzione, ci esorta a riporre fiducia nella misteriosa presenza di
Dio che non abbandona a se stessa la realtà del mondo e non
abbandona coloro che cercano di camminare nella vigilanza e nella
perseveranza. Questo va ricordato anche in questi giorni in cui si vede il trionfo di Trump e Salvini...
Oggi
per noi
Non è facile
neppure oggi tenere aperto il cuore alla fiducia in Dio e nel futuro
dell'umanità e del creato. Eppure il centro della nostra fede è
qui: il Dio creatore è soprattutto il Dio che ci accompagna, che
immette amore, energie e speranze in tutte le arterie del creato.
Certi momenti di "disperazione storica" sono
paradossalmente spazi e pozzi di ripartenza. Certo, dopo anni di
degrado, di latrocini e di sporcaccioni al governo, questa Italia è
da ricostruire e siamo soprattutto noi che dobbiamo ripensare il
nostro rapporto con lo straniero, con la terra, con i consumi, con la
televisione, con la nostra interiorità.
L'anticreazione
è in atto
E' tempo di
responsabilità, di perseveranza, di consapevolezza.
Ovunque dilaga
una corruzione che supera ogni misura. Il surriscaldamento del
pianeta, lo sfruttamento selvaggio delle risorse, i rifiuti tossici
sepolti nel cuore della nostra madre terra, l'avvelenamento dei cibi
e dell'aria che respiriamo, l'inquinamento acustico, la diffusione
delle droghe, la violenza contro le donne e gli omosessuali, il
commercio delle vite umane, l'industria delle armi e il turismo
sessuale … costituiscono una realtà devastante ed allarmante.
Stiamo giocando
una "partita" di distruzione del creato. Spesso in una
inconsapevolezza pari alla gravità della situazione,viviamo
come se il pianeta non fosse una realtà vivente di cui siamo parte e
di cui dobbiamo prenderci cura. Di questo "giardino" stiamo
facendo una pattumiera, inconsapevoli del "pianto della terra",
dei segnali che ci giungono dagli oceani, del richiamo severo degli
tsunami. Il creato vuole avvertirci, invitarci ad invertire la rotta
di un modo di vivere che è sfruttamento sistematico della "catena
della vita".
È non c'é
tempo da perdere se anche i ghiacciai si sciolgono e le acque
diventano incontenibili.
Se corriamo
dietro al mito della crescita illimitata, dei consumi sempre
maggiori, diventiamo complici anche noi di questo processo di
distruzione.
Ecoteologia
e pratiche di cura
Oggi le chiese
cristiane parlano di ecoteologia per dirci che Dio ci chiama a
diventare responsabili della "casa comune" che è il mondo,
il creato.
Che cosa
possiamo fare noi piccole creature in questo caos che è una liturgia
funebre, nascosta da molte apparenze e da tante illusioni, voluta dai
padroni delle banche, delle multinazionali, dagli straricchi di
questo mondo?
È la
perseveranza (vers.19) sulla strada di Gesù che crea in noi una
prospettiva diversa. Ciascuno/a di noi, nei piccoli gesti di una vita
sobria e coerente, può diventare un alleato del Dio creatore,
contrastare le pratiche di corruzione e di inquinamento.
Sì, io debbo
partire da me, dal cambiamento del mio stile di vita, dalla
conversione del mio quotidiano relazionarmi con le cose e con le
persone, cercare il bene comune contro il galoppante individualismo.
Questo può
essere anche nelle nostre parrocchie e nelle nostre comunità un
momento propizio. Anche papa Francesco offre alcuni stimoli non indifferenti, ma
nessuno/a di noi può aspettarsi da qualche altro la parte che gli
compete in proprio.
Caro
Dio
voglio
essere un amico, un Tuo alleato nella cura del creato.
Insegnami
a scoprire e a vivere con gioia e con impegno la compagnia di tutte
le creature per rimuovere qualche ingiustizia e per far fiorire un
po' di giustizia e di felicità.