“Gesù non voleva che lo si divinizzasse, voleva che si facesse quello che diceva e che, attraverso di lui, si venisse indirizzati a Dio: “Non chiunque dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt. 7-21): con queste parole Gesù conclude, nel vangelo di Matteo, il discorso della montagna; e al giovane ricco che gli si rivolge chiamandolo “Maestro buono”, dà subito sulla voce per correggerlo: “Perché mi chiami “buono”, nessuno è “buono” tranne uno solo: Dio!” (Mc. 10,17-18).
In sostanza è solo questa “teologia” del tutto ebraica di Gesù di Nazareth che il Corano rappresenta, quando dichiara (£,80): “Non si addice ad un semplice mortale dire alla gente: “Pregatemi accanto ad Allah”; dica invece: “Perfezionatevi nella Scrittura”. E' vero che il Corano riprende le leggende della procreazione verginale di Gesù (19,17-41); cfr 3,37-52, ma si oppone decisamente all'idea che Dio procrei “figli” e “figlie”, e che Gesù sia Dio (cfr 2,171; 4,172-173; 5,18; 6,102; 10,69; 112,1-5). Fin da principio cadono, quindi, tutte le stranezze della dottrina “cristiana” della Trinità, la cui storia in Occidente ha segnato una catena di violenze, emarginazioni e distruzioni disumane nei confronti di interi popoli e culture. E come, detto apertamente, sarebbero potute andare diversamente le cose con un dogma che, già nel 1 concilio della cristianità, quello di Nicea nel 325, a prescindere da ogni formulazione, doveva, in ultima analisi, servire all'imperatore Costantino per dare uniformità ideologica ai sudditi del suo impero? Quanto più “regale” e “divino” veniva dipinto Gesù dai suoi difensori, tanto più gli imperatori, i re e i papi si presentavano nel rango di sovrani “per grazia di Dio”, caratteristico dei monarchi assoluti. Si può dire solo questo: la causa di Gesù non poteva essere più malignamente trasformata nel suo contrario”. (Eugen Drewermann, C'è speranza per la fede?, Queriniana, pagg. 177-118).
E' proprio il desiderio di collegare la fede alla vita che ci libera dai fardelli inutili e ci restituisce la libertà negata di “dire Dio oggi” con l'amore dei nostri cuori e i linguaggi delle nostre culture. Tutto ciò nel pieno rispetto di altre elaborazioni teologiche.
Franco Barbero (Olio per la lampada, 2001)