Corso Biblico. Torino, 13.01.2017.
Deuteronomio
(Appunti presi dalla conferenza di Franco Barbero).
Dopo la proclamazione dei comandamenti che si articolano nei due fondamentali precetti dell'amore di Dio e dell'amore del prossimo, si tratta di fare in modo che questi vengano coniugati nella vita, diventino orientamento per la vita quotidiana, attraversi i dettagliati precetti della legge.
Il primo problema che viene affrontato nel cap. 12 è quello della unicità di Dio e del culto. L'insistenza e la perentorietà del divieto dei culti idolatrici (“Distruggerete completamente tutti i luoghi ...” 12,1 e sgg.) è un indizio della diffusione di tali culti in Israele: il popolo è altamente idolatrico e questo è un problema interno di Israele, anche se la tendenza è quella di proiettarlo sugli altri popoli. Il culto va esercitato in un solo luogo, il tempio, dove il Signore ha la “sua dimora” (v. 4) perché la pluralità di luoghi viene associata alla pluralità di culti. Riecheggiano qui le parole di Geremia che si scaglia contro i culti idolatrici che si svolgono sulle colline.
Il capitolo termina con una pesante caduta in un clima di violenza con l'invocazione della distruzione delle nazioni pagane stanziate nella terra promessa (v. 29 e sgg.). Qui viene in risalto tutta la fragilità umana: quando si scende nella realizzazione del progetto di salvezza si cade in questi abissi negativi. Nella successiva teologia cristiana si confrontano due correnti alternative tra loro: la prima, che va da Paolo ad Agostino ed a Lutero, evidenzia lo stato di peccato in cui si trova l'uomo e la convinzione che solo Dio può salvarlo. La seconda corrente parte invece da una visione antropologica ottimista ed afferma che il progetto di Dio è la felicità dell'uomo (“in principio era la gioia”). La seconda visione ha il pregio di superare la visione negativa del peccato originale e di un Dio che giudica e castiga. Tuttavia la prima corrente coglie, a scanso di ogni tentazione trionfalistica, la possibilità del rifiuto del progetto divino insito nella creaturalità dell'uomo, che rende problematica la realizzazione della volontà di salvezza che Dio ha sull'umanità e sui singoli uomini.
Il capitolo 13, scagliandosi contro i falsi profeti, persiste nei toni violenti invocando lo sterminio del famigliare o dell'amico idolatra. Questi passi sono per noi incomprensibili. Tuttavia vanno contestualizzati: in una situazione in cui è minacciata l' identità di Israele, sorge la convinzione che l'unica soluzione per salvarsi sia di esercitare la violenza. Anche oggi si pone il problema se la violenza sia necessaria in casi estremi per difendere i diritti degli oppressi oppure per garantirne la sopravvivenza.
Va detto però che, mentre gli Ebrei hanno relativizzato le scritture, il cristianesimo per lungo tempo si è coniugato con i poteri che hanno utilizzato questi passi per giustificare i loro soprusi e non da molto la chiesa ha cominciato a dissociarsi da questo uso strumentale. Papa Francesco ha usato una espressione forte: “togliere il mantello religioso all'oppressione” e cioè non essere più disponibili alla utilizzazione della religione per puro interesse di parte. (Si pensi alla disumanizzazione di una economia dominata dal mercato). Farla finita con la strumentalizzazione di Dio, smascherare il gioco perverso di chi si nasconde dietro ad una religione fasulla. Noi cristiani in passato abbiamo commesso delle atrocità in nome di Dio, ma ci siamo un po' liberati da questa tentazione. Questi passi biblici possono tenere desta l'attenzione per non cadere di nuovo nella trappola.
D'altra parte, oggi ci si interroga, anche da parte di non credenti e di atei dichiarati, in quale direzione va una società come la nostra che è sempre meno cristianizzata. Una società post cristiana è più libera? Se eliminiamo la religione possiamo parlare di umanesimo, ma quale? Quello mercantile disumanizzato? Nel rapporto con Dio l'uomo trova una sua collocazione nel cosmo come creatura amata dal suo creatore e responsabile dei rapporti con la natura e gli altri uomini. Se manca questo riferimento si rischia la disumanizzazione.
Nel capitolo 15 troviamo, come spesso avviene leggendo la Bibbia, un brusco cambiamento di toni: si parla della remissione dei debiti nel settimo anno, l'anno sabbatico. Qui il tema è la giustizia sociale: “non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi” (15,4) e il ricco non dovrà indurire il suo cuore davanti ad un povero anche nell'approssimarsi del settimo anno, quello della remissione dei debiti (15, 9). Infine vi sono le norme per la liberazione degli schiavi (15,12). Qui si esprime il lato positivo dell'umanità, la benevolenza, in contrasto con i capitoli precedenti in cui emergeva il lato negativo e violento.
Un altro aspetto importante nella vita del popolo ebraico è la celebrazione delle feste (cap. 16). La festa ha molte funzioni, interrompe il ritmo faticoso della vita quotidiana, consente di riposare dalle fatiche di una vita grama, di mangiare e di godere un po' della vita; da notare che tutti debbono godere della festa, piccoli e grandi, uomini e donne, liberi e schiavi, anche gli stranieri (16,14) ed anche gli animali. Ma la festa è anche un'occasione per rivedere il passato, attraverso i racconti e le letture della scrittura. Non si tratta solamente di ricordi, che con il tempo si dileguano, ma di memoria, che viene interiorizzata, rimane nel cuore e struttura un modo di essere della persona. E' un modo per recuperare l'umanità che altrimenti rischia di smarrirsi nella fatica della quotidianità. E' infine un modo di guardare avanti e capire dove si sta andando.
Il capitolo 17 prosegue con la prescrizione cultuale secondo la quale i capi immolati debbono essere perfetti (17,1) e prosegue con una ricaduta violenta prescrivendo la lapidazione di chi trasgredisce i precetti dell'alleanza (17, 2 e sgg.). Notevole è il passo dal v. 14 che contiene prescrizioni per il re: è forse la miglior pagina che sia stata scritta sul potere, valida ancor oggi, che si potrebbe intitolare: “le tentazioni della politica”. Il re ideale dovrà non essere straniero (v. 1), non dovrà accumulare ricchezze e onori (v. 16 e 17), non dovrà fondare il suo regno sull'idea di ritornare allo stato di servitù, cedendo alla tentazione di asservirsi all'Egitto (tentazione evidentemente ancora ben presente e assolutamente da evitare: “Non tornerete più indietro per quella via!” (17,16)). Il re dovrà tenere una copia della legge per sé (17,18) da leggere “tutti i giorni” per imparare a vivere al cospetto di Dio (da questo passo deriva il titolo greco del libro “deuteronomio” e cioè appunto seconda legge). Non dovrà cedere alla tentazione della superbia (17,20). Questo discorso rivolto al futuro rispecchia in realtà l'esperienza della monarchia già vissuta al tempo in cui venne scritto il Deuteronomio (nel VI sec., ad opera di reduci dall'esilio babilonese), un'esperienza negativa di tradimenti e di deviazioni rispetto a quanto avevano auspicato i profeti. Una eco di questa visione pessimistica nei confronti della monarchia si trova nei libri storici di ispirazione deuteronomista, in particolare in I Samuele, cap. 8.
Il cap. 18 tratta dei sacerdoti leviti che, legati al tempio e al suo culto, non costituivano una tribù stanziale su un territorio, ma erano sparsi in tutto Israele ed avevano diritto alle primizie.
Si passa poi a trattare dei profeti (v. 9 e sgg.). La figura del profeta è molto importante in Israele perché il popolo ha bisogno di una guida. Mosè è la figura del profeta esemplare sul quale si modelleranno tutti gli altri. Nel discorso messo in bocca a Mosè si dice, con riferimento a Israele, (v. 15) che “il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me”. Ciò significa in sostanza che la tutela di Dio sul popolo continuerà e questo è un segno di benedizione da parte di Dio. Perciò bisogna aver fiducia nel domani e pensare di non essere abbandonati, perché la creazione è benedetta. Vi sono profeti buoni e profeti cattivi. Di solito i profeti istituzionalizzati diventano servili al potere, mentre i profeti liberi sono quelli autentici. Ma il popolo sa riconoscere il carisma dei profeti autentici. E questo avviene anche oggi.
Il capitolo 19 tratta delle città rifugio, una istituzione molto interessante della società di allora. In questi luoghi trovavano protezione le persone accusate di qualche delitto, in attesa del giudizio, contro le vendette private. Si tratta di una forma di tutela ed una attenuazione alla severità delle norme penali.
Deuteronomio
(Appunti presi dalla conferenza di Franco Barbero).
Dopo la proclamazione dei comandamenti che si articolano nei due fondamentali precetti dell'amore di Dio e dell'amore del prossimo, si tratta di fare in modo che questi vengano coniugati nella vita, diventino orientamento per la vita quotidiana, attraversi i dettagliati precetti della legge.
Il primo problema che viene affrontato nel cap. 12 è quello della unicità di Dio e del culto. L'insistenza e la perentorietà del divieto dei culti idolatrici (“Distruggerete completamente tutti i luoghi ...” 12,1 e sgg.) è un indizio della diffusione di tali culti in Israele: il popolo è altamente idolatrico e questo è un problema interno di Israele, anche se la tendenza è quella di proiettarlo sugli altri popoli. Il culto va esercitato in un solo luogo, il tempio, dove il Signore ha la “sua dimora” (v. 4) perché la pluralità di luoghi viene associata alla pluralità di culti. Riecheggiano qui le parole di Geremia che si scaglia contro i culti idolatrici che si svolgono sulle colline.
Il capitolo termina con una pesante caduta in un clima di violenza con l'invocazione della distruzione delle nazioni pagane stanziate nella terra promessa (v. 29 e sgg.). Qui viene in risalto tutta la fragilità umana: quando si scende nella realizzazione del progetto di salvezza si cade in questi abissi negativi. Nella successiva teologia cristiana si confrontano due correnti alternative tra loro: la prima, che va da Paolo ad Agostino ed a Lutero, evidenzia lo stato di peccato in cui si trova l'uomo e la convinzione che solo Dio può salvarlo. La seconda corrente parte invece da una visione antropologica ottimista ed afferma che il progetto di Dio è la felicità dell'uomo (“in principio era la gioia”). La seconda visione ha il pregio di superare la visione negativa del peccato originale e di un Dio che giudica e castiga. Tuttavia la prima corrente coglie, a scanso di ogni tentazione trionfalistica, la possibilità del rifiuto del progetto divino insito nella creaturalità dell'uomo, che rende problematica la realizzazione della volontà di salvezza che Dio ha sull'umanità e sui singoli uomini.
Il capitolo 13, scagliandosi contro i falsi profeti, persiste nei toni violenti invocando lo sterminio del famigliare o dell'amico idolatra. Questi passi sono per noi incomprensibili. Tuttavia vanno contestualizzati: in una situazione in cui è minacciata l' identità di Israele, sorge la convinzione che l'unica soluzione per salvarsi sia di esercitare la violenza. Anche oggi si pone il problema se la violenza sia necessaria in casi estremi per difendere i diritti degli oppressi oppure per garantirne la sopravvivenza.
Va detto però che, mentre gli Ebrei hanno relativizzato le scritture, il cristianesimo per lungo tempo si è coniugato con i poteri che hanno utilizzato questi passi per giustificare i loro soprusi e non da molto la chiesa ha cominciato a dissociarsi da questo uso strumentale. Papa Francesco ha usato una espressione forte: “togliere il mantello religioso all'oppressione” e cioè non essere più disponibili alla utilizzazione della religione per puro interesse di parte. (Si pensi alla disumanizzazione di una economia dominata dal mercato). Farla finita con la strumentalizzazione di Dio, smascherare il gioco perverso di chi si nasconde dietro ad una religione fasulla. Noi cristiani in passato abbiamo commesso delle atrocità in nome di Dio, ma ci siamo un po' liberati da questa tentazione. Questi passi biblici possono tenere desta l'attenzione per non cadere di nuovo nella trappola.
D'altra parte, oggi ci si interroga, anche da parte di non credenti e di atei dichiarati, in quale direzione va una società come la nostra che è sempre meno cristianizzata. Una società post cristiana è più libera? Se eliminiamo la religione possiamo parlare di umanesimo, ma quale? Quello mercantile disumanizzato? Nel rapporto con Dio l'uomo trova una sua collocazione nel cosmo come creatura amata dal suo creatore e responsabile dei rapporti con la natura e gli altri uomini. Se manca questo riferimento si rischia la disumanizzazione.
Nel capitolo 15 troviamo, come spesso avviene leggendo la Bibbia, un brusco cambiamento di toni: si parla della remissione dei debiti nel settimo anno, l'anno sabbatico. Qui il tema è la giustizia sociale: “non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi” (15,4) e il ricco non dovrà indurire il suo cuore davanti ad un povero anche nell'approssimarsi del settimo anno, quello della remissione dei debiti (15, 9). Infine vi sono le norme per la liberazione degli schiavi (15,12). Qui si esprime il lato positivo dell'umanità, la benevolenza, in contrasto con i capitoli precedenti in cui emergeva il lato negativo e violento.
Un altro aspetto importante nella vita del popolo ebraico è la celebrazione delle feste (cap. 16). La festa ha molte funzioni, interrompe il ritmo faticoso della vita quotidiana, consente di riposare dalle fatiche di una vita grama, di mangiare e di godere un po' della vita; da notare che tutti debbono godere della festa, piccoli e grandi, uomini e donne, liberi e schiavi, anche gli stranieri (16,14) ed anche gli animali. Ma la festa è anche un'occasione per rivedere il passato, attraverso i racconti e le letture della scrittura. Non si tratta solamente di ricordi, che con il tempo si dileguano, ma di memoria, che viene interiorizzata, rimane nel cuore e struttura un modo di essere della persona. E' un modo per recuperare l'umanità che altrimenti rischia di smarrirsi nella fatica della quotidianità. E' infine un modo di guardare avanti e capire dove si sta andando.
Il capitolo 17 prosegue con la prescrizione cultuale secondo la quale i capi immolati debbono essere perfetti (17,1) e prosegue con una ricaduta violenta prescrivendo la lapidazione di chi trasgredisce i precetti dell'alleanza (17, 2 e sgg.). Notevole è il passo dal v. 14 che contiene prescrizioni per il re: è forse la miglior pagina che sia stata scritta sul potere, valida ancor oggi, che si potrebbe intitolare: “le tentazioni della politica”. Il re ideale dovrà non essere straniero (v. 1), non dovrà accumulare ricchezze e onori (v. 16 e 17), non dovrà fondare il suo regno sull'idea di ritornare allo stato di servitù, cedendo alla tentazione di asservirsi all'Egitto (tentazione evidentemente ancora ben presente e assolutamente da evitare: “Non tornerete più indietro per quella via!” (17,16)). Il re dovrà tenere una copia della legge per sé (17,18) da leggere “tutti i giorni” per imparare a vivere al cospetto di Dio (da questo passo deriva il titolo greco del libro “deuteronomio” e cioè appunto seconda legge). Non dovrà cedere alla tentazione della superbia (17,20). Questo discorso rivolto al futuro rispecchia in realtà l'esperienza della monarchia già vissuta al tempo in cui venne scritto il Deuteronomio (nel VI sec., ad opera di reduci dall'esilio babilonese), un'esperienza negativa di tradimenti e di deviazioni rispetto a quanto avevano auspicato i profeti. Una eco di questa visione pessimistica nei confronti della monarchia si trova nei libri storici di ispirazione deuteronomista, in particolare in I Samuele, cap. 8.
Il cap. 18 tratta dei sacerdoti leviti che, legati al tempio e al suo culto, non costituivano una tribù stanziale su un territorio, ma erano sparsi in tutto Israele ed avevano diritto alle primizie.
Si passa poi a trattare dei profeti (v. 9 e sgg.). La figura del profeta è molto importante in Israele perché il popolo ha bisogno di una guida. Mosè è la figura del profeta esemplare sul quale si modelleranno tutti gli altri. Nel discorso messo in bocca a Mosè si dice, con riferimento a Israele, (v. 15) che “il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me”. Ciò significa in sostanza che la tutela di Dio sul popolo continuerà e questo è un segno di benedizione da parte di Dio. Perciò bisogna aver fiducia nel domani e pensare di non essere abbandonati, perché la creazione è benedetta. Vi sono profeti buoni e profeti cattivi. Di solito i profeti istituzionalizzati diventano servili al potere, mentre i profeti liberi sono quelli autentici. Ma il popolo sa riconoscere il carisma dei profeti autentici. E questo avviene anche oggi.
Il capitolo 19 tratta delle città rifugio, una istituzione molto interessante della società di allora. In questi luoghi trovavano protezione le persone accusate di qualche delitto, in attesa del giudizio, contro le vendette private. Si tratta di una forma di tutela ed una attenuazione alla severità delle norme penali.
Guido Allice