Il lavoro delle donne che cambia l'Albania
Un convegno organizzato dal nostro mensile per riflettere sulla realtà albanese, con un'attenzione particolare all'impegno delle donne nel cambiamento della società.
«Il coraggio di cambiare». Questa la cifra evidenziata da Flutura Xhabija, una delle prime imprenditrici albanesi, commentando il lavoro compiuto dalle donne che hanno intrapreso un percorso di emancipazione dalla dimensione domestica nell'Albania dei primi anni '90. Ma questa è anche la cifra generale emersa dal convegno "Donne d'Albania. Tra migrazione, tradizione e modernità", svoltosi presso la fondazione Lelio e Lisli Basso il 4 novembre scorso.
L'intensa giornata di studi, nata dall'iniziativa di Confronti nell'ambito del progetto "L'altra via. Dal conflitto alla ricostruzione: strategia al femminile" (sostenuto dai fondi Otto per mille della Chiesa valdese) e patrocinata dalla Presidenza della Camera dei deputati e dall'Ambasciata albanese in Italia, è stata realizzata in collaborazione con l'Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, la Fondazione Migra e l'associazione culturale Occhio blu; media partner erano Albania News, L'albanese d'Italia e Noi donne.
Ciò che è emerso da relatori e relatrici diversi tra loro, provenienti dall'accademia, dalle istituzioni e dal mondo associative e imprenditoriale, è che negli ultimi venticinque anni il paese ha compiuto importanti cambiamenti e che c'è stato davvero il coraggio di cambiare in una società che cambiava, che viveva traumi profondi e che ha saputo trovare nella diaspora una intelligente modalità di rinnovamento sociale, culturale e politico, oltre che istituzionale. Ora l'Albania appare un paese in cui la democrazia va rafforzandosi e che ha avviato il processo per entrare nell'Unione europea. Tanto resta da fare, ma le voci delle donne albanesi intervenute appaiono ottimiste, così come appare positiva la costituzione in Albania di reti femminili. Reti che lavorano su tutti i temi importanti per le politiche di genere: il contrasto alla violenza domestica, il lavoro, la casa, la pianificazione familiare.
«Se torno con la mente a venticinque anni fa, non posso non pensare che la migrazione ha parlato via dall'Albania una nutrita percentuale di donne emancipate, lasciando forse impoverito il tessuto sociale del paese […]; venivamo dal mondo del comunismo, dove si parlava dell'emancipazione della donna, ma non ci si occupava di emancipazione dell'uomo, che è la precondizione per una vera emancipazione». Così si è espressa Anila Bitri Lani, ambasciatrice della Repubblica d'Albania in Italia, sul tema della migrazione femminile (senz'altro uno di quelli più importanti affrontati durante il convegno) che, come ricordato dalla vicepresidente del Parlamento albanese Valentina Leskaj, informa fortemente il nostro presente e il nostro passato di europei. Senza assumere posizioni ideologiche, le relatrici presenti hanno evidenziato aspetti positivi e negativi delle migrazioni stesse. Tra gli aspetti positivi, soprattutto la capacità delle donne albanesi emigrate di portare il proprio vissuto e la propria cultura all'estero, e in Italia in particolare, valorizzandone molti aspetti, senza pero ghettizzarsi. Molte donne hanno infatti testimoniato la propria capacità di produrre impresa e innovazione tra Albania e Italia. La diaspora e stata anche utile nel venire a contatto con culture diverse, che hanno permesso una prima critica alla società patriarcale albanese, la ridefinizione dei ruoli familiari, dopo un periodo del regime in cui, come e stato evidenziato dalla scrittrice Diana Çuli (fondatrice del Forum indipendente delle donne albanesi), se le donne da un lato uscivano di casa per lavorare e si rendevano autonome sul piano del reddito, dall'altro spesso tornavano alla famiglia mantenendo i vecchi carichi di cura. Di contro, Anila Husha (dell'associazione Occhio Blu) riportava che la migrazione delle donne albanesi è avvenuta spesso grazie a ricongiungimenti familiari, che le hanno confinate alla sfera domestica. L'ambito familiare le ha spesso poste in una posizione privilegiata di contatto con la società italiana, soprattutto nella relazione con istituti scolastici e altre famiglie. Tuttavia, l'assenza di uno stato sociale è stato determinante nel confinarle anche questa volta al ruolo di cura, così donne «abituate a studiare e a lavorare, ora [giunte in Italia] per mancanza di una rete di welfare sono tornate a crescere i figli a casa […] e proprio per la comunità albanese e molto alto il numero di donne disoccupate o inattive, che non cercano il lavoro».
La presenza di giovani imprenditrici, come Roze Rupa o Sonila Alusha, che lavorano in Albania o in Italia, o di donne impegnate nella lotta alla violenza di genere su tutti i fronti (compreso quello lavorativo, come nell'esperienza del Centro Passi leggeri di Scutari) rappresenta però una speranza e un segnale forte di cambiamento che queste donne coraggiose stanno mettendo in atto, tutti i giorni, per costruire una società migliore in Albania come in Italia.
Alice Corte
(Confronti, dicembre 2016)
Un convegno organizzato dal nostro mensile per riflettere sulla realtà albanese, con un'attenzione particolare all'impegno delle donne nel cambiamento della società.
«Il coraggio di cambiare». Questa la cifra evidenziata da Flutura Xhabija, una delle prime imprenditrici albanesi, commentando il lavoro compiuto dalle donne che hanno intrapreso un percorso di emancipazione dalla dimensione domestica nell'Albania dei primi anni '90. Ma questa è anche la cifra generale emersa dal convegno "Donne d'Albania. Tra migrazione, tradizione e modernità", svoltosi presso la fondazione Lelio e Lisli Basso il 4 novembre scorso.
L'intensa giornata di studi, nata dall'iniziativa di Confronti nell'ambito del progetto "L'altra via. Dal conflitto alla ricostruzione: strategia al femminile" (sostenuto dai fondi Otto per mille della Chiesa valdese) e patrocinata dalla Presidenza della Camera dei deputati e dall'Ambasciata albanese in Italia, è stata realizzata in collaborazione con l'Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, la Fondazione Migra e l'associazione culturale Occhio blu; media partner erano Albania News, L'albanese d'Italia e Noi donne.
Ciò che è emerso da relatori e relatrici diversi tra loro, provenienti dall'accademia, dalle istituzioni e dal mondo associative e imprenditoriale, è che negli ultimi venticinque anni il paese ha compiuto importanti cambiamenti e che c'è stato davvero il coraggio di cambiare in una società che cambiava, che viveva traumi profondi e che ha saputo trovare nella diaspora una intelligente modalità di rinnovamento sociale, culturale e politico, oltre che istituzionale. Ora l'Albania appare un paese in cui la democrazia va rafforzandosi e che ha avviato il processo per entrare nell'Unione europea. Tanto resta da fare, ma le voci delle donne albanesi intervenute appaiono ottimiste, così come appare positiva la costituzione in Albania di reti femminili. Reti che lavorano su tutti i temi importanti per le politiche di genere: il contrasto alla violenza domestica, il lavoro, la casa, la pianificazione familiare.
«Se torno con la mente a venticinque anni fa, non posso non pensare che la migrazione ha parlato via dall'Albania una nutrita percentuale di donne emancipate, lasciando forse impoverito il tessuto sociale del paese […]; venivamo dal mondo del comunismo, dove si parlava dell'emancipazione della donna, ma non ci si occupava di emancipazione dell'uomo, che è la precondizione per una vera emancipazione». Così si è espressa Anila Bitri Lani, ambasciatrice della Repubblica d'Albania in Italia, sul tema della migrazione femminile (senz'altro uno di quelli più importanti affrontati durante il convegno) che, come ricordato dalla vicepresidente del Parlamento albanese Valentina Leskaj, informa fortemente il nostro presente e il nostro passato di europei. Senza assumere posizioni ideologiche, le relatrici presenti hanno evidenziato aspetti positivi e negativi delle migrazioni stesse. Tra gli aspetti positivi, soprattutto la capacità delle donne albanesi emigrate di portare il proprio vissuto e la propria cultura all'estero, e in Italia in particolare, valorizzandone molti aspetti, senza pero ghettizzarsi. Molte donne hanno infatti testimoniato la propria capacità di produrre impresa e innovazione tra Albania e Italia. La diaspora e stata anche utile nel venire a contatto con culture diverse, che hanno permesso una prima critica alla società patriarcale albanese, la ridefinizione dei ruoli familiari, dopo un periodo del regime in cui, come e stato evidenziato dalla scrittrice Diana Çuli (fondatrice del Forum indipendente delle donne albanesi), se le donne da un lato uscivano di casa per lavorare e si rendevano autonome sul piano del reddito, dall'altro spesso tornavano alla famiglia mantenendo i vecchi carichi di cura. Di contro, Anila Husha (dell'associazione Occhio Blu) riportava che la migrazione delle donne albanesi è avvenuta spesso grazie a ricongiungimenti familiari, che le hanno confinate alla sfera domestica. L'ambito familiare le ha spesso poste in una posizione privilegiata di contatto con la società italiana, soprattutto nella relazione con istituti scolastici e altre famiglie. Tuttavia, l'assenza di uno stato sociale è stato determinante nel confinarle anche questa volta al ruolo di cura, così donne «abituate a studiare e a lavorare, ora [giunte in Italia] per mancanza di una rete di welfare sono tornate a crescere i figli a casa […] e proprio per la comunità albanese e molto alto il numero di donne disoccupate o inattive, che non cercano il lavoro».
La presenza di giovani imprenditrici, come Roze Rupa o Sonila Alusha, che lavorano in Albania o in Italia, o di donne impegnate nella lotta alla violenza di genere su tutti i fronti (compreso quello lavorativo, come nell'esperienza del Centro Passi leggeri di Scutari) rappresenta però una speranza e un segnale forte di cambiamento che queste donne coraggiose stanno mettendo in atto, tutti i giorni, per costruire una società migliore in Albania come in Italia.
Alice Corte
(Confronti, dicembre 2016)