giovedì 12 gennaio 2017

Il problema sociale e le due Torino che aspettano risposte dalla politica

Nella porta girevole di una politica in debito di passione e fantasia il cambiamento è sempre una promessa. Chi è appena entrato giura di voler fare bene incalzato da chi è uscito e spera di rientrare. Il governo di Torino, con Chiara Appendino al posto di Piero Fassino, per il momento sembra fotografare questo avvicendamento che già da tempo non è più una sorpresa senza essere diventato ancora una vera e propria discontinuità tra vecchio e nuovo. Non si avverte infatti il cambio di passo di vincitori e vinti nei rispettivi ruoli. La partita, seppure ancora agli inizi, dovrebbe offrire qualche chiave di lettura, ma l'impressione è che chi ha detto "andiamo a comandare" non sappia ancora da che parte cominciare e chi si è rifiutato di guardare in faccia la sconfitta continui in questo suo smarrimento.
C'è però una novità che potrebbe rivelarsi la svolta del nuovo anno. La politica si à accorta del problema sociale. L'arcivescovo Cesare Nosiglia, nell'intervista di Natale a Paolo Griseri, ha parlato delle «due città che si stanno avvicinando». Da uomo di chiesa ha osservato che «i poveri si sentono meno soli» mentre «cresce la consapevolezza che solo operando insieme per il benessere di ciascuno è possibile garantire un buon futuro per tutti». Nella città che per più di un secolo è stata tutta casa fabbrica e Cottolengo è quasi un manifesto e un invito alle forze politiche a prendere atto di quanto sta avvenendo in questo passaggio dal 2016 al 2017. Qualcosa che si è andato sedimentando ma veniva rimosso, trascurato. Da alcuni anche negato.
Il risultato elettorale ha poi acceso i riflettori mostrando in una luce inquietante le due città: quella dei ricchi e quella dei poveri, non necessariamente circoscritte nel centro e nelle periferie. Si è capito allora che la ripresa economica, avvistata dagli osservatori imprenditoriali a inizio 2016, non avrebbe dato quanto aveva promesso nelle previsioni e che il problema dei disoccupati e di quelli a rischio non avrebbe trovato a breve una soluzione. Mentre silenziosamente si allungavano le file dei poveri che ricorrevano al soccorso della Caritas o di altre istituzioni. Qualche notizia nelle cronache, e poi nulla. Calma piatta. Tant'è che anche l'avvicendamento ai vertici dell'Unione industriale in luglio e dell'Amma in ottobre è finito in questa strettoia proponendosi un'uscita che di fatto ancora non c'è stata nonostante gli appelli alla politica. Notizie di questi giorni dicono che si è indebolito l'export che è stato sinora un appunto di forza.
Proprio sul versante della politica nell'anno che sta per finire si e prodotto l'imprevisto con la vittoria dei grillini, qualcosa che ha a che fare con le due Torino, quella alla quale il Pd non ha saputo parlare, dando per scontata che fosse acquisita alla sua causa come lo era stata per molti decenni, e l'altra alla quale lo stesso Pd si è dedicato convinto di poterla sommare a un patrimonio che dava per scontato. E mentre la sinistra di governo parlava a un elettorato di casa nel perimetro stretto della Ztl, la signora Appendino, figlia della borghesia garbata e sorniona, gli tagliava l'erba sotto i piedi battendo le periferie e i mercati rionali rivolgendosi allo stesso tempo ai commercianti e ai piccoli dirigenti Fiat, ai No Tav e a tutti gli scontenti sottotraccia.
La seconda parte del 2016 e nata sotto questo segno ed è ancora da decifrare nel senso che sia il M5S sia il Pd mostrano di avere avvistato il problema sociale ma di non avere bene in mente come affrontarlo. Anche se i pentastellati, per ragioni di governo, provano ogni giorno a tirare dal cilindro un coniglio per intestarsi un cambiamento che se fosse quello che loro pensano non sarebbe un cambiamento. Sull'onda del neopauperismo, strenna natalizia del loro capo, sono convinti che la direzione verso il basso dell'ascensore sociale sia la vendetta dell'elettorato sul sistema di potere. E dopo avere rincorso qualche idea della vecchia giunta provando a riverniciarla e a farla propria ha messo assieme un piano per il 2017 fatto di interventi minimalisti che disegnano per la città un futuro all'insegna della decrescita "infelice".
Per dirla nel linguaggio di Alberto Arbasino, quello di cui hanno riferito i giornali è un elenco di interventi su giardinetti, piazzette, mercatini, per non parlare degli orti urbani e di altre amenità, "sogni e bisogni" dei quartieri, accompagnati dalla promessa che tutto sarà discusso con i cittadini, in una sorta di perenne. Il tutto sotto la guida della sindaca la cui stella, curioso ossimoro, brilla della luce riflessa del buio della Capitale guidata dalla sua omologa e amica di movimento Virginia Raggi. Felice per i soldi di Renzi e per quelli che da per acquisiti dall'evasione, Chiara Appendino si muove abilmente per rafforzare una fiducia personale e distinguersi non solo da Roma ma anche dai pentastellati locali, dando la sensazione di voler mettere assieme un patrimonio che potrebbe consentirle di stare anche in uno scenario politico diverso da quello al quale oggi sembra talvolta estranea.
L'altra metà del cielo, quel Pd che nella seconda metà del 2016 ha collezionato due sonore sconfitte di marca renziana, non ha ancora un progetto che faccia pensare a un suo rilancio. E dopo avere archiviato il doppio incidente amministrativo e referendario senza averlo discusso è tutta proiettata sulle prossime elezioni politiche e sul congresso. E pensa che ancora oggi un pacco di tessere possa essere determinante per stabilire chi sarà il sindaco della città. Questo Pd non sembra essersi accorto del vuoto nel quale si sta muovendo e dove quando arriveranno al capolinea (non potrà essere tra molto tempo per ragioni di anagrafe) personaggi come Sergio Chiamparino e Piero Fassino non ci saranno rincalzi non essendo stata allevata una classe dirigente di nuova generazione.
Il 2017 dovrà dire se ci sarà un aggiustamento del tiro da parte di questi avversari ai quali guardano con diversa ma convergente aspettativa le due Torino di cui parla Nosiglia.
Salvatore Tropea

(La Repubblica, 30 dicembre 2016)