domenica 1 gennaio 2017

La lettera

SONO UNA RAGAZZA di 21 anni, con pochissima esperienza nella scrittura, quindi La prego di scusarmi se queste mie poche e semplici righe non saranno in un italiano corretto e scorrevole (d'altronde il livello d'insegnamento della scuola è stato quello che è stato, ed è quello che è). Volevo chiederle: perché in questo mondo bisogna per forza apparire? Perché se non si compare su una rivista, se non siamo i più trend del momento, se non abbiamo milioni di like sui social network non siamo nessuno? Come i miei coetanei, anch'io sono incessantemente tempestata di stereotipi e di immagini che ogni tanto, sarò sincera, mi fanno dimenticare chi sono veramente. Sono stanca di tutto questo. Inconsapevolmente il mondo d'oggi trasforma, plasma e ci fa diventare diversi da come siamo realmente. E così forte quest'influenza che inconsapevolmente scegliamo e ci comportiamo come la società ritiene sia più corretto in quel momento, e non seguendo il nostro "Io". In questo "spaccio" di superficialità e conformismo mi sento rinchiusa e oppressa, tant'è che non sono più sicura delle scelte della mia vita, da quelle più semplici a quelle più complesse.
Chiara G.
chiaragotti95@gmail.com

La risposta

A ME PARE che lei scriva benissimo e le cose che dice - e che io mi guarderei bene dal dire per non essere accusato di essere troppo vecchio e quindi di non capire nulla del mondo giovanile - dette da lei che ha solo 21 anni mi fanno molto piacere. Ma anche se condividiamo la stessa idea, la guerra l'abbiamo già persa. E questo anche, come lei dice: "Per l`insegnamento della scuola che è stato quello che è stato, ed è quello che è". Venendo al tema, diciamo subito che "essere" e più complicato che "apparire", soprattutto in una società dei consumi come la nostra, dove la pubblicità delle merci, necessaria per farle conoscere, ha contagiato anche gli uomini, i quali, degradandosi al livello di merce, hanno la sensazione di esistere solo se si mettono in mostra, compensando l'individualità mancata con la pubblicità dell'immagine. Siamo diventati tutti "es-posti", ossia "posti fuori da noi" per cui la nostra identità più non ci appartiene, perché è laggiù in ciò che si vede e si dice di noi.
Per effetto di questa esposizione chi non si mette in mostra - in un mondo che è diventato una "mostra" che non è possibile non visitare, perché comunque ci siamo dentro - chi non è irradiato dalla luce della pubblicità, non lo riconosciamo, anzi di lui neppure ci accorgiamo, al limite non c'è. Di qui tutto quel darsi da fare per apparire, perché più non riconosciamo un nostro essere e, per via di questo mancato riconoscimento, la nostra identità e affidata agli altri. Siamo infatti nelle mani degli altri, al punto che il nostro pensare e il nostro sentire, la nostra gioia e la nostra malinconia non dipendono più dai moti della nostra anima che abbiamo perso e probabilmente mai conosciuto, ma dal "mi piace" o "non mi piace" espresso dagli altri, a cui ci siamo consegnati con la nostra immagine, che, per non aver mai conosciuto noi stessi, è l'unica cosa che possediamo e che vive solo nelle mani degli altri. Ci siamo espropriati e alienati nel modo più radicale, perdendo ogni traccia di noi.
Pur di sentirci al mondo, abbiamo perso il nostro mondo, quello intimo, quello per cui siamo quello che siamo. E col nostro mondo abbiamo perso il pudore, che non è una faccenda di vesti o sottovesti, ma la custodia della nostra interiorità, che certe trasmissioni televisive pubblicamente, e i social network privatamente, ci invitano a consegnare agli altri con intime confessioni, emozioni in diretta, trivellazioni della nostra vita privata, storie d'amore che perdono il loro segreto, in quelle forme sguaiate di "spudoratezza" che vengono apprezzate e fatte passare come espressioni di "sincerità".
Una volta che la spudoratezza è diventata una virtù, non abbiamo più vergogna. E siccome "vergogna" significa: "Temo la gogna, la mia pubblica esposizione", non ci si vergogna più della colpa, ma della sua pubblicizzazione, che il nostro pudore, ormai corrotto, avverte più disdicevole della colpa.
Di intimo c'è rimasto solo il dolore, la malattia, la povertà, che ciascuno cerca di nascondere per non essere isolato dagli altri. E così abbiamo reso inespressive tutte quelle figure dell'esistenza che avrebbero bisogno del massimo di comunicazione, per trovare quel sollievo che deriva dal non essere inabissati nella nostra solitudine, resa inespressiva per impossibilita di comunicarla. Infatti non si pubblicizza il dolore, la malattia, la povertà, perché gli altri non ne vogliono sapere e noi, che abbiamo dimenticato noi stessi quando ci dedicavamo alla nostra sfrenata esposizione, ci troviamo senza risorse per reggere da soli il buio della nostra notte.
Umberto Galimberti
umbertogalimberti@repubblica.it

(D di Repubblica, 22 dicembre)