giovedì 26 gennaio 2017

Narrare anziché definire

"A mio avviso, la ricomprensione della verità cristian, la "narrazione" dell'evento salvifico, i linguaggi della fede, le celebrazioni liturgiche e le elaborazioni teologiche debbono riposizionarsi, prendere atto che dove non si va verso la giustizia e la convivialità, le "encicliche", le "scomuniche" e le solenni dichiarazioni esprimono dottrine che poco hanno in comune con la verità.

Questo orizzonte può determinare in noi uno stile diverso, sobrio, in cui preferiamo il lavoro nascosto allo spettacolo, in cui il "nascondimento" come negazione di ogni esibizione (e non come fuga dal vivere in pubblico) mette al primo posto l'ascolto delle persone, la umile compagnia lungo il sentiero della crescita, la valorizzazione delle persone con cui facciamo strada. In verità dobbiamo davvero ringraziare Dio. Quanti uomini e quante donne, quanti credenti, quanti teologi e soprattutto teologhe sanno rinnovare la loro vita nella immersione e nella condivisione.

Jean Marc Ela scrive: "E' dunque imperativo che il/la teologo/a sia liberato/a dalla sequela di una educazione intellettuale segnata dai pregiudizi ideologici sociali: non può più concepirsi come banca del sapere teologico, ma come un membro della comunità ecclesiale che deve mettersi all'ascolto delle aspirazioni profonde dei suoi fratelli e delle sorelle della chiesa dal basso" (Ma foi d'africain, Parigi 1985, pag. 167).

Nello stesso tempo chi vive come ultima ruota del carro sa che ogni "trionfalismo dell'Esodo", ogni illusione, ogni messianismo a buon mercato, non possono che ritardare il cammino di liberazione e creare ulteriori frustrazioni. Le soste, gli indietreggiamenti, le sconfitte, i risucchi e gli idoli, le semplificazioni e le illusioni non risparmiano nessuno".

Franco Barbero, 2001