sabato 28 gennaio 2017

TELENOVELA PODEMOS. COSA FARÀ DA GRANDE

A Madrid lo scontro aperto fra il leader di Podemos, partito della sinistra nato appena tre anni fa, e il suo vice ed ex braccio destro, è diventato una telenovela che corre sui social network. Il tutto alla vigilia di un congresso che inizia il 10 febbraio e s'annuncia dall'esito piuttosto incerto.
Dopo l'ultima delusione elettorale - nel voto del 26 giugno scorso non è riuscito a sorpassare il Psoe - Podemos è diviso in tre. C'è Pablo Iglesias, vulcanico professore di Scienze politiche, 38 anni, e fino a ieri leader indiscusso della formazione emersa dal movimento degli indignados. Poi Íñigo Errejón, 33 anni, anche lui di Scienze politiche, alter ego di Iglesias, segretario politico, factotum delle campagne elettorali. E, infine, ma molto minoritario, Miguel Urban, 36 anni, euro-deputato, e portavoce della terza "famiglia", quella degli anticapitalisti duri epuri. Alla vigilia del secondo congresso, Iglesias controlla circa il 40 per cento del partito. Errejón, quasi alla pari, l'altro quaranta. Gli anticapitalisti di Urban il dieci, mentre un'altra percentuale minore sono cani sciolti, fuori dalle correnti.
La rottura fra Iglesias e Errejón si è consumata dentro la lunga crisi politica spagnola, tra le elezioni del dicembre 2015 - quando era possibile un'alleanza di Podemos con il Psoe e i centristi di Albert Rivera (Ciudadanos) per sfrattare Mariano Rajoy dal palazzo della Moncloa - e quelle del giugno 2016, quando Iglesias, nonostante l'accordo con gli ex comunisti di Izquierda Unida, ha fatto peggio dei socialisti. Mentre Errejón premeva per un compromesso con Pedro Sanchez del Psoe, Iglesias rivendicava la purezza ideologica di Podemos che, nella sua strategia, sarebbe potuto andare al governo solo dopo aver conquistato il primato a sinistra. Una stagione politica gestita malissimo che s'è chiusa con un trionfo per la destra spagnola di Rajoy e la svolta moderate del Psoe con la caduta di Sanchez. Il Podemos di Errejón è un partito meno talebano, che in prospettiva dà per archiviata la disgiunzione ideologica sinistra-destra e, al limite, diventa attraente non solo per i socialisti più moderati ma anche per i liberal conservatori stanchi della corruzione dei vecchi partiti. Non è un caso che la prima manifestazione pubblica dello scontro interno sia stata una guerra di simboli. Alla "V" di Vittoria usata da Errejón in campagna elettorale, Iglesias ha opposto il ritorno al pugno chiuso.
Poi la battaglia verso il congresso è diventata senza quartiere e ognuno ha schierato le sue truppe. Il primo a pagarne il prezzo è stato il presidente del gruppo di Podemos al Comune di Madrid, cacciato in un blitz prenatalizio perché alleato di Errejón. Iglesias, che nella sostanza sembra difendere una organizzazione "caudillista" di Podemos dove mal si digerisce la dissidenza interna, preferirebbe lavare i panni sporchi in privato, mentre Errejón concede interviste a raffica. In una ha detto che un partito dove si teme il dibattito interno tende a selezionare soltanto i suoi quadri più mediocri. In un'altra che nessuno è insostituibile. Tantomeno Iglesias. L'ambiente è surriscaldato e lo sarà ancora di più mentre per Podemos si avvicina il suo congresso più difficile: quello dove dovrà decidere come sarà da grande.
Omero Ciai

(Il Venerdì 20 giugno)