TRUMP, SENZA LE DONNE NON SI PUÒ GOVERNARE
In un mondo che promette alle donne potere e rispetto senza mai davvero concederli nei fatti, sono state le donne a fare quello che gli uomini non hanno avuto il coraggio di fare: dire no a Trump. Hanno invaso pacificamente la capitale Washington, ancora fresca della cupa cerimonia di insediamento, per formare la più grande manifestazione popolare di protesta mai vissuta a meno di ventiquattro ore dall'incoronazione del nuovo sovrano pro tempore.
Mentre Donald Trump ascoltava con impaziente compunzione la straziante cerimonia interreligiosa nella cattedrale di Washington, almeno cinquecentomila persone, in grande maggioranza donne, occupavano quella spianata verde a pochi metri dalla Casa Bianca che ha visto nella propria storia eventi come la Marcia del Milione per Martin Luther King e i raduni contro la guerra in Vietnam.
Neppure nel gennaio del 1973, quando alla Casa Bianca si insediò per il suo secondo moncone di presidenza il detestato Richard Nixon, il Mall, la spianata fra l'obelisco di Washington e il mausoleo di Lincoln, aveva raccolto tanta gente, senza bandiere di partito o candidati da applaudire, per ricusare un Capo dello Stato insediato appena ventiquattro ore prima. Neppure Hillary Clinton era stata invitata dalle organizzatrici, per sottolineare la non partigianeria dell'evento.
Anche questa folla gigantesca e seriamente festosa non avrebbe rovesciato il risultato elettorale e, come tutte le dimostrazioni, essa non rappresentava tutte le donne, certamente non quelle che negli Stati decisivi hanno rifiutato Hillary e preferito le promesse di lavoro e di sicurezza offerte da Trump, anziché il richiamo del genere. La partita non può essere rigiocata, ma la democrazia non finisce quando l'ultima scheda è contata. Il successo storico di questa Marcia in Pink, l'avere surclassato l'abulica partecipazione popolare all'insediamento di Trump, racconta che proprio nell'ora dell'apparente trionfo, il 45esimo presidente degli Stati Uniti troverà nelle donne il muro più risoluto contro l'onda di revanscismo nazionalista e di bullismo maschilista che vuole sollevare.
Si possono vincere elezioni strappando vittorie locali puntate su uomini minacciati nella propria virilità dalla crescita delle donne, dall'immigrazione incontrollata, dalla perdita della propria ragion d'essere, il lavoro e la fabbrica. Ma il bullismo da lupo alfa ostentato da Trump che ostenta i trofei femminili del proprio successo come un sultano wasp si scontrerà con il quotidiano della vita in quella piccola classe media dove sono ancora le donna a pagare il prezzo della loro condizione. Come la iniquità delle retribuzioni e della sanità privata che, prima della riforma, infliggeva premi più alti alle femmine soltanto perché femmine. Come l'angoscia private delle gravidanze non volute. Come l'assistenza minima che le cliniche di Planned Parenthood, odiate dai repubblicani, prestano discretamente a ragazze alla ricerca di esami clinici, e di anticoncezionali. Come la dignità di chi non vuole sentirsi "afferrata per i genitali a piacere", come Trump vantava.
Erano donne venute a gridare lo stesso sogno di Martin Luther King in quel luogo solenne: quello di essere giudicate non per la forma del loro corpo, ma per il contenuto del loro carattere.
Vittorio Zucconi
(la Repubblica 22 gennaio)
In un mondo che promette alle donne potere e rispetto senza mai davvero concederli nei fatti, sono state le donne a fare quello che gli uomini non hanno avuto il coraggio di fare: dire no a Trump. Hanno invaso pacificamente la capitale Washington, ancora fresca della cupa cerimonia di insediamento, per formare la più grande manifestazione popolare di protesta mai vissuta a meno di ventiquattro ore dall'incoronazione del nuovo sovrano pro tempore.
Mentre Donald Trump ascoltava con impaziente compunzione la straziante cerimonia interreligiosa nella cattedrale di Washington, almeno cinquecentomila persone, in grande maggioranza donne, occupavano quella spianata verde a pochi metri dalla Casa Bianca che ha visto nella propria storia eventi come la Marcia del Milione per Martin Luther King e i raduni contro la guerra in Vietnam.
Neppure nel gennaio del 1973, quando alla Casa Bianca si insediò per il suo secondo moncone di presidenza il detestato Richard Nixon, il Mall, la spianata fra l'obelisco di Washington e il mausoleo di Lincoln, aveva raccolto tanta gente, senza bandiere di partito o candidati da applaudire, per ricusare un Capo dello Stato insediato appena ventiquattro ore prima. Neppure Hillary Clinton era stata invitata dalle organizzatrici, per sottolineare la non partigianeria dell'evento.
Anche questa folla gigantesca e seriamente festosa non avrebbe rovesciato il risultato elettorale e, come tutte le dimostrazioni, essa non rappresentava tutte le donne, certamente non quelle che negli Stati decisivi hanno rifiutato Hillary e preferito le promesse di lavoro e di sicurezza offerte da Trump, anziché il richiamo del genere. La partita non può essere rigiocata, ma la democrazia non finisce quando l'ultima scheda è contata. Il successo storico di questa Marcia in Pink, l'avere surclassato l'abulica partecipazione popolare all'insediamento di Trump, racconta che proprio nell'ora dell'apparente trionfo, il 45esimo presidente degli Stati Uniti troverà nelle donne il muro più risoluto contro l'onda di revanscismo nazionalista e di bullismo maschilista che vuole sollevare.
Si possono vincere elezioni strappando vittorie locali puntate su uomini minacciati nella propria virilità dalla crescita delle donne, dall'immigrazione incontrollata, dalla perdita della propria ragion d'essere, il lavoro e la fabbrica. Ma il bullismo da lupo alfa ostentato da Trump che ostenta i trofei femminili del proprio successo come un sultano wasp si scontrerà con il quotidiano della vita in quella piccola classe media dove sono ancora le donna a pagare il prezzo della loro condizione. Come la iniquità delle retribuzioni e della sanità privata che, prima della riforma, infliggeva premi più alti alle femmine soltanto perché femmine. Come l'angoscia private delle gravidanze non volute. Come l'assistenza minima che le cliniche di Planned Parenthood, odiate dai repubblicani, prestano discretamente a ragazze alla ricerca di esami clinici, e di anticoncezionali. Come la dignità di chi non vuole sentirsi "afferrata per i genitali a piacere", come Trump vantava.
Erano donne venute a gridare lo stesso sogno di Martin Luther King in quel luogo solenne: quello di essere giudicate non per la forma del loro corpo, ma per il contenuto del loro carattere.
Vittorio Zucconi
(la Repubblica 22 gennaio)