venerdì 3 febbraio 2017

Grazie Edward Schweizer
EDUARD SCHWEIZER, Gesù Cristo: l'uomo di Nazareth e il Signore glorificato, Editrice Claudiana. Torino 1992, pagg. 168, € 9,30.

Sarebbe un vero peccato se questo piccolo volume sfuggisse all'attenzione dei credenti che desiderano conoscere la attuale ricerca cristologica. L'Autore, nel fiore dei suoi ottant'anni, ci offre un panorama teologico sotto forma di un'autobiografia teologica. Queste pagine, infatti, documentano il suo personale itinerario di credente e di studioso. Ogni pagina è scritta (pregio rarissimo per un esegeta di questo calibro) con un calore ed una passione davvero esemplari. Già questi elementi costituiscono una preziosa testimonianza di fede che Schweizer ci regala.
Non posso ripercorrere queste pagine nel tentativo di riassumerle perché esse stesse rappresentano già il riassunto di una ricerca e di una esperienza. Certo, va subito notato che nel primo capitolo, dedicato agli approcci moderni alla cristologia, l'Autore ripercorre i grandi nomi del suo mondo culturale, ma non riesce a dare atto della vastità della ricerca di questi ultimi cento anni. Il che è molto comprensibile: ogni studioso assume alcuni "punti" di riferimento e ne tralascia altri.
Eduard Schweizer riconosce con affetto che la sua passione per la ricerca biblica in generale e per quella cristologica in particolare prese le mosse da Rudolf Bultmann: fu l'incontro che decise della sua vita. "Da lui ho imparato che la Parola di Dio può essere compresa soltanto in modo esistenziale. Non è una dottrina che possa essere ascoltata e accettata nello stesso modo in cui si ascolta e si accetta qualsiasi altra informazione .... la Parola di Dio ha sempre il carattere di un appello che tocca l'esistenza stessa di una persona e vuole cambiarla" (pag. 104). Occorre, perché la Parola di Dio diventi feconda e significativa, aprirsi al rischio di essere raggiunti e coinvolti fino al centro della propria vita.
"Fui molto fortunato - prosegue - a imparare, fin dai primi livelli dei miei studi, che una presentazione dell'evangelo in cui Gesù non fosse altro che un maestro riverito, oppure un esempio di morale, era troppo innocua per sfidare il mondo contemporaneo. E imparai tutto questo senza essere costretto a rinunciare alla libertà della ricerca critica. Al contrario, mi fu insegnato a non temere in nulla la verità e a non essere mai preoccupato di scoprire qualcosa che potesse mettere in pericolo la mia fede, dal momento che Dio era sempre dalla parte della verità e non dell'illusione" (pag. 106). La caratteristica del nostro Autore è il suo forte impegno a tenere strettamente collegati tra loro il Gesù storico e il Cristo dell'annuncio post-pasquale. Ciò significa che "il cristianesimo può diventare una mera ideologia, se ripetiamo i dogmi della chiesa senza permettere al Gesù terreno di sfidare i nostri sistemi" (pag. 30). Degne di rilievo sono le osservazioni che Schweizer propone sulla cristologia dei primi inni cristiani; distinguendo accuratamente tra i linguaggi della 'dottrina', della confessione di fede, della lode e degli inni" (pagg. 40-51).
Le risposte narrative delle scritture cristiane (che tradizionalmente il nostro Autore continua a chiamare Nuovo Testamento) permettono a Schweizer di riproporci la sua interpretazione dei racconti di miracolo nella elaborazione dei quattro evangeli. Ancora una volta non c'è alcun dubbio che questi racconti di miracolo furono composti con l`intenzione di suscitare la fede. Gesù vi era forse presentato come un "uomo di Dio, come Elia o Eliseo, nel quale si manifestava la potenza di Dio". L'interpretazione simbolica della guarigione del cieco fa vedere come, attraverso l`azione di Gesù, Dio continua ad aprire gli occhi che non vedono (pag. 68). Anche il Vangelo secondo Giovanni, pur in presenza di molti schemi interpretativi, vuole comunicare ai suoi lettori che nella vita terrena di Gesù Dio si è fatto incontrare dall'umanità ed è diventato accessibile come colui che offre la salvezza.
Si noti che, per il nostro Autore, "quando abbiamo imparato a conoscere Dio in Gesù, parleremo di lui pieni di gratitudine, di gioia e di entusiasmo a chiunque voglia ascoltarci, senza mai pensare di essere necessariamente superiori a un non-cristiano" (pag. 115). Il fatto che per noi Gesù costituisca la rivelazione decisiva di Dio, non toglie nessuna pari dignità e validità ad altre esperienze religiose. Ma il volume mi è parso singolarmente interessante per due apporti che ritengo molto validi circa l'interpretazione delle parabole e circa la cosiddetta 'trinità' di Dio. "L'aspetto fondamentale della parabola non è la similitudine, ma la metafora. Quello che i discorsi di Gesù in Giovanni esprimono in forma molto puntuale, viene presentato anche dalle parabole sinottiche: non c'è nulla in quello che noi chiamiamo realtà che possa essere paragonato alla realtà di Dio. Egli è così diverso da tutto ciò che noi conosciamo che né le parole umane, né le immagini umane, potranno mai riuscire a 'catturarlo' adeguatamente" (pag. 153). Nello stesso tempo "una buona metafora non è vaga, ma contiene una caratterizzazione molto precisa" (pag. 154). Infatti, se io dico: "Achille è un leone" oppure: "Giovanni è freddo glaciale" non ho fornito delle definizioni, ma ho dato un'idea assai precisa del modo di essere o di relazionare di quelle persone. Siamo rimandati al pensiero di Bultmann: "È impossibile parlare di Dio senza parlare di come Egli diventi reale nella nostra esistenza, per cui, alla fine possiamo parlare soltanto di come Egli ci incontra" (pag. 154).
"La parabola ci parla del modo in cui Dio vive e si mette in relazione con noi, ed è impossibile cogliere il racconto della parabola con una dichiarazione dogmatica... Una parabola può ripetere il suo messaggio a partire da una prospettiva completamente diversa domani, e da un`altra ancora diversa dopodomani, in quanto è il Dio vivente stesso che ci viene incontro nelle parabole di Gesù e ci incontra nel contesto immediato della nostra vita di oggi, di domani e di dopodomani" (pag. 155).
Prendendo a prestito l'espressione da Edward Schillebeeckx, Schweizer presenta Gesù come la parabola di Dio. Sull'onda di questa riflessione, Eduard Schweizer giunge (finalmente!) a proporre un'interpretazione della 'dottrina trinitaria' che fa piazza pulita di gran parte delle nostre dogmatiche ufficiali: "Tutto questo implica anche una nuova comprensione di che cosa significhi la 'trinità': "A poco a poco ho appreso da molti miei colleghi... e poi sempre di più dalla ricerca sulle parabole come forma specifica di linguaggio, a vedere nella dottrina della trinità non una definizione di Dio, quanto piuttosto un resoconto narrativo su una persona vivente. Gli antropomorfismi dell'Antico Testamento in cui Dio viene presentato come una persona umana, e la riluttanza del giudaismo a dargli un nome, sono espressione di questo modo di vedere. L'immagine di una persona si è quindi imposta a Israele e alla chiesa del Nuovo Testamento. In primo luogo è l'immagine di una persona perché Dio, senza alcun dubbio, è uno. E tuttavia, una persona non è immaginabile senza occhi per vedere e orecchie per udire; in altre parole: senza possibilità di comunicare con il mondo al di fuori di se stesso. Non è meglio, allora, parlare di due persone, di padre e figlio? Come l'amore del padre fluisce sul figlio e torna indietro come risposta d'amore del figlio, così Dio stesso è amore vivente da ogni eternità...
Se noi ci asteniamo dallo sforzo di definire Dio con formule matematiche, ma puntiamo sul suo essere vivente, allora dobbiamo descriverlo con l'immagine di padre e figlio, intesi come i due poli di un amore dinamico e continuamente vivente. Ma, ancora una volta, tutto questo non sarebbe sufficiente, dal momento che Dio non si compiace mai di se stesso. Anche l'amore umano non è mai completamente limitato a due sole persone. Esso emana e permea sempre tutto ciò che gli vive attorno. Due genitori che si amano l'un l'altro creano l'atmosfera in cui può crescere un bambino; infatti, senza quell'amore, questi potrebbe anche morire fisicamente. Quindi, non sarebbe ancora meglio utilizzare l'immagine di tre persone, Padre, Figlio e Spirito santo, quando parliamo del Dio che vive veramente?" (pag. 158).
Siamo davvero lontanissimi dalla concezione dogmatica delle "tre persone divine distinte" sul piano ontologico. La 'trinità' può essere una buona metafora, una utile e preziosa parabola, ma molto spesso si è abusato della dottrina trinitaria con la pretesa di scattare la fotografia a Dio e di fotografare la Sua vita intima. Anche certe recenti interpretazioni della 'trinità' non convincono, se non accettano esplicitamente di compiere il passaggio dal livello dogmatico, dalla pretesa di definire Dio al piano del linguaggio metaforico, allusivo, parabolico. Schweizer ha il duplice coraggio di affermare che si tratta di una 'nuova comprensione' e di averla imparata dai suoi colleghi. Si chiudono queste pagine con gratitudine a Dio e all'Autore. Libri come questo non si leggono invano. Hanno, tra gli altri, il pregio di scatenare dentro di noi un incendio, una gran voglia di conoscere e di seguire la strada che Dio ci propone in Gesù di Nazareth.
Franco Barbero, 1993