
MODENA. «Spesso si inventano mogli e figli perché temono che quegli stessi compagni di viaggio con cui hanno condiviso la fuga da guerre e povertà possano scoprirli». Nei centri di accoglienza non mancano episodi di omofobia, così chiedono a noi operatori di separarli dai connazionali». Giorgio Dell'Amico è il referente nazionale Arcigay per l'asilo e l'immigrazione ed è operatore della cooperative Caleidos. Racconta la difficile situazione dei migranti omosessuali. E annuncia che, a breve, verrà aperto a Modena il primo appartamento per richiedenti asilo Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender).
«Il nostro appartamento sarà un esperimento pilota in Italia che potrà essere replicato in altre città», spiega Dell'Amico. Piccoli nuclei, insomma, il contrario di quanto fatto a Berlino dove è stata inaugurata una palazzina che ospita 122 rifugiati Lgbt. «Il rischio dei modelli "massicci" è quello della ghettizzazione», precisa Vincenzo Branà, presidente dell'Arcigay bolognese. «In Italia prediligiamo l'accoglienza diffusa, mista». Proprio come la residenza modenese: «Sarà in un normale condominio» conclude Dell'Amico. «Negli altri appartamenti ci saranno abitazioni e uffici».
E intanto sulla stessa scia anche Bologna, con il progetto Rise The Difference, si attrezza per dare una casa ai profughi Lgbt. Promosso da Mit (Movimento per l'identità transessuale), Comune e cooperativa sociale Camelot, il progetto riceverà i contributi dell'Unar, l'Ufficio nazionale anti discriminazioni razziali. «Da tre anni offriamo assistenza psicologica, medica e legale ai migranti transessuali siriani, arabi, iraniani, marocchini, russi ospiti nell'hub di via Mattei» spiega Cathy Latorre del Mit. «Con questo nuovo progetto anche i rifugiati Lgbt potranno essere accolti in una casa» conclude l'assessore comunale al welfare Luca Rizzo Nervo.
Silvia De Santis
(Il Venerdì 27 gennaio)