Il Patto nazionale per un islam italiano, firmato dal ministero dell'Interno insieme ai principali attori dell'islam organizzato nel nostro Paese, è un passaggio importante. Sia per garantire il pluralismo religioso, sia nel contrasto alla radicalizzazione. Il quadro giuridico e culturale nel quale il Patto si fonda è quello tracciato dalla Costituzione, i cui principi chiave fanno da cornice alla dichiarazione.
Le associazioni firmatarie si impegnano a formare, in collaborazione con altre istituzioni pubbliche, come le università, imam che avranno anche la funzione di mediatori capaci di trasmettere la conoscenza dei valori di convivenza e di laicità dello Stato.
Nell'ottica della piena trasparenza, i sermoni saranno tenuti in italiano e i finanziamenti, anche quelli dall'estero, saranno tracciabili. In cambio il ministero dell'Interno si impegna a favorire un percorso che conduca a un'intesa con l'islam, seconda religione nel Paese per numero di credenti, ma ancora priva di un simile strumento che regoli i suoi rapporti con lo Stato; e a risolvere, dignitosamente, la questione dei luoghi di culto. Il Patto, e non poteva essere altrimenti, ha anche il fine di garantire sicurezza. In questo senso Minniti, che per convinzione e ruolo sottolinea giustamente il legame tra sicurezza e integrazione della comunità musulmana, punta sulla collaborazione dell'associazionismo islamico. Non a caso il Patto evoca la necessità di contrastare il radicalismo religioso e chiede ai firmatari di fornire, a chi deve occuparsene istituzionalmente, strumenti interpretativi che aiutino anche a leggere la dialettica e le tensioni che attraversano il niente affatto monolitico e nascente islam italiano.
Renzo Guolo
(la Repubblica 2 febbraio)
Le associazioni firmatarie si impegnano a formare, in collaborazione con altre istituzioni pubbliche, come le università, imam che avranno anche la funzione di mediatori capaci di trasmettere la conoscenza dei valori di convivenza e di laicità dello Stato.
Nell'ottica della piena trasparenza, i sermoni saranno tenuti in italiano e i finanziamenti, anche quelli dall'estero, saranno tracciabili. In cambio il ministero dell'Interno si impegna a favorire un percorso che conduca a un'intesa con l'islam, seconda religione nel Paese per numero di credenti, ma ancora priva di un simile strumento che regoli i suoi rapporti con lo Stato; e a risolvere, dignitosamente, la questione dei luoghi di culto. Il Patto, e non poteva essere altrimenti, ha anche il fine di garantire sicurezza. In questo senso Minniti, che per convinzione e ruolo sottolinea giustamente il legame tra sicurezza e integrazione della comunità musulmana, punta sulla collaborazione dell'associazionismo islamico. Non a caso il Patto evoca la necessità di contrastare il radicalismo religioso e chiede ai firmatari di fornire, a chi deve occuparsene istituzionalmente, strumenti interpretativi che aiutino anche a leggere la dialettica e le tensioni che attraversano il niente affatto monolitico e nascente islam italiano.
Renzo Guolo
(la Repubblica 2 febbraio)