Migranti, l'ultima tratta. In quaranta in un furgone o nascosti nel bagagliaio
Milano. Mezzanotte di metà maggio del 2015, un'ombra cammina sulla massicciata che va dalla stazione al parcheggio della caserma dei pompieri di Ventimiglia. Dietro di lui, sedici profughi in fila indiana. L'ombra si chiama Mohamed Elsayed, ha 30 anni, è uno dei quattro capi dell'organizzazione, e telefona a uno dei passeur, egiziano come lui: «Ne ho 16 con me - annotano gli investigatori della Mobile di Cremona, all'ascolto – sono usciti da dietro e mi stanno seguendo. C'è otto su 60 e otto a 50».
Tariffe diverse, e Zield Hattab, che sul suo furgone li dovrà portare a Mentone dove un altro contatto prenderà per loro i biglietti per la Germania, sbuffa: «Dai, per quelli a 50 farò posto davanti, mentre gli altri…». Ma durante il viaggio arriva la notizia che la staffetta partita prima di loro, un camion frigo con altri profughi, è stata bloccata dalla polizia: furgone abbandonato, fuga a piedi, guadagno in fumo.
Funzionava così, la caccia ai mercanti di uomini al confine con la Francia. Una rete con agganci a Catania, dove venivano reclutati gli sbarcati a Lampedusa e Pozzallo, un'organizzazione che seguiva i loro spostamenti fino a Milano, dove venivano riagganciati nei mezzanini della Stazione Centrale o al McDonald's appena fuori, o ancora nei centri di accoglienza di via Corelli e via Aldini. Poi scortati sui treni per Pavia e la Liguria, scompartimenti separati dai loro padroni temporanei. Infine presi a Bordighera o Ventimiglia e stivati in furgoni come pacchi, fino a quarantuno a viaggio, ossigeno scarsissimo e spazi vitali nulli. Tutto pur di raggiungere la Germania, la Scandinavia o l'Olanda.
Sessantadue viaggi sono stati documentati nell'indagine della Squadra mobile di Cremona, che aveva agganciato i traffici di alcuni passeur nel cremasco per risalire poi ai vertici del traffico. E 36 le ordinanze cautelari firmate dal gip milanese Laura Anna Marchiondelli su richiesta del pm Cecilia Vassena della Dda di Milano. Quattro i capi: l'iracheno 37enne Khaled Ahmed, che da Catania faceva da cerniera con gli scafisti sulle coste libiche, e tre tra Milano e Ventimiglia. Oltre a Elsayed c'erano il 30enne ElHami Foglieri e il 46enne Mahmoud Gabbara. Che una sera, rispondendo al fratello che si lamentava per i continui passaggi di confine, gli aveva ricordato: «Io una volta l'ho preso da Mentone fino a Garavan 32 volte a piedi, andata e ritorno. Giuro. E c'erano con me 97persone».
«E questa – precisa il procuratore aggiunto Ida Bocassini – è solo una goccia nel mare. È una cosa che deve far riflettere tutti perché siamo tutti responsabili. Anche in Italia, di fronte al dolore c'è la globalizzazione del male, persone senza scrupoli che si alleano tra loro per sfruttare il dolore».
Passeur afghani, libici, albanesi, romeni. E tra loro, tre italiani compresa una coppia di Pinerolo, Simone Congiu con la compagna Ilaria Martinat.
Massimo Pisa
(la Repubblica 31 gennaio)
Milano. Mezzanotte di metà maggio del 2015, un'ombra cammina sulla massicciata che va dalla stazione al parcheggio della caserma dei pompieri di Ventimiglia. Dietro di lui, sedici profughi in fila indiana. L'ombra si chiama Mohamed Elsayed, ha 30 anni, è uno dei quattro capi dell'organizzazione, e telefona a uno dei passeur, egiziano come lui: «Ne ho 16 con me - annotano gli investigatori della Mobile di Cremona, all'ascolto – sono usciti da dietro e mi stanno seguendo. C'è otto su 60 e otto a 50».
Tariffe diverse, e Zield Hattab, che sul suo furgone li dovrà portare a Mentone dove un altro contatto prenderà per loro i biglietti per la Germania, sbuffa: «Dai, per quelli a 50 farò posto davanti, mentre gli altri…». Ma durante il viaggio arriva la notizia che la staffetta partita prima di loro, un camion frigo con altri profughi, è stata bloccata dalla polizia: furgone abbandonato, fuga a piedi, guadagno in fumo.
Funzionava così, la caccia ai mercanti di uomini al confine con la Francia. Una rete con agganci a Catania, dove venivano reclutati gli sbarcati a Lampedusa e Pozzallo, un'organizzazione che seguiva i loro spostamenti fino a Milano, dove venivano riagganciati nei mezzanini della Stazione Centrale o al McDonald's appena fuori, o ancora nei centri di accoglienza di via Corelli e via Aldini. Poi scortati sui treni per Pavia e la Liguria, scompartimenti separati dai loro padroni temporanei. Infine presi a Bordighera o Ventimiglia e stivati in furgoni come pacchi, fino a quarantuno a viaggio, ossigeno scarsissimo e spazi vitali nulli. Tutto pur di raggiungere la Germania, la Scandinavia o l'Olanda.
Sessantadue viaggi sono stati documentati nell'indagine della Squadra mobile di Cremona, che aveva agganciato i traffici di alcuni passeur nel cremasco per risalire poi ai vertici del traffico. E 36 le ordinanze cautelari firmate dal gip milanese Laura Anna Marchiondelli su richiesta del pm Cecilia Vassena della Dda di Milano. Quattro i capi: l'iracheno 37enne Khaled Ahmed, che da Catania faceva da cerniera con gli scafisti sulle coste libiche, e tre tra Milano e Ventimiglia. Oltre a Elsayed c'erano il 30enne ElHami Foglieri e il 46enne Mahmoud Gabbara. Che una sera, rispondendo al fratello che si lamentava per i continui passaggi di confine, gli aveva ricordato: «Io una volta l'ho preso da Mentone fino a Garavan 32 volte a piedi, andata e ritorno. Giuro. E c'erano con me 97persone».
«E questa – precisa il procuratore aggiunto Ida Bocassini – è solo una goccia nel mare. È una cosa che deve far riflettere tutti perché siamo tutti responsabili. Anche in Italia, di fronte al dolore c'è la globalizzazione del male, persone senza scrupoli che si alleano tra loro per sfruttare il dolore».
Passeur afghani, libici, albanesi, romeni. E tra loro, tre italiani compresa una coppia di Pinerolo, Simone Congiu con la compagna Ilaria Martinat.
Massimo Pisa
(la Repubblica 31 gennaio)