domenica 12 febbraio 2017

"Nel carcere una sala per pregare tutte le fedi"

Un luogo di preghiera condiviso dalle tante fedi che convivono nel carcere delle Vallette per sconfiggere il fanatismo e la radicalizzazione. Un'idea che nasce dal confronto tra don Fredo Olivero, per più di quindici anni responsabile della Pastorale migranti della diocesi, e Monica Gallo, garante dei detenuti della Città.
«Quello che mi chiedo è se non si possa pensare di avere un unico spazio di riflessione, meditazione e preghiera gestito dalle diverse comunità religiose presenti» spiega Gallo che ha lanciato la riflessione sul blog sul pianeta carcerario, ospitato sul sito di Repubblica, prendendo spunto anche dalle recenti polemiche sulla radicalizzazione dei terroristi islamici dietro le sbarre.
In questo momento nella casa circondariale Lorusso e Cotugno il 47,4 percento dei detenuti è di origine straniera e, se per i musulmani è stata individuata la palestra come luogo di preghiera, per tutti gli altri non cattolici gli spazi non ci sono. «Questa riflessione è nata partendo dagli spazi architettonici che nel carcere di Torino sono dedicati alla religione cattolica - racconta la Garante. Ci sono una grande chiesa centrale e cappelle in ogni padiglione, ma per tutti gli altri mancano gli spazi». L'idea, che non riguarderebbe solo musulmani e cattolici, ma anche le altre fedi cristiane così come buddisti, induisti e scintoisti, incassa l'appoggio di Fredo Olivero: «Ci sono le esperienze del Mauriziano o delle Molinette che dicono che si può fare - dice il sacerdote - Abbiamo anche il progetto della costruzione di una "sala delle religioni" in corso di realizzazione all'ex Incet di via Cigna. In carcere potrebbe essere sperimentata durante il Ramadan per un mese e poi si potrebbe valutare come è andata».
L'idea si fonda sul dialogo interreligioso come strumento principe per contrastare la radicalizzazione, ma Gallo denuncia la totale assenza di mediatori culturali alle Vallette: «Nonostante un protocollo siglato dal Dap, il dipartimento per l'amministrazione penitenziaria, e dall'Ucoii, l'Unione delle comunità islamiche italiane, che prevedeva di inserire almeno un mediatore in ogni carcere, a Torino in questo momento non ce n'è neanche uno». Per Olivero però bisogna partire da lì: «Senza dialogo tra fedi e culture cresce solo il pregiudizio - conclude il sacerdote - Iman bravi e disponibili ci sono e i monaci cappellani che ora sono alle Vallette hanno le capacità per sostenere l'esperienza».
Jacopo Ricca
(la Repubblica, 3 febbraio)