sabato 4 febbraio 2017

RACCONTARE

Il racconto e la narrazione costituiscono una vera e propria predicazione delle «opere» di Dio. Come Israele, anche noi continuiamo a narrare le «meraviglie» di Dio alle generazioni che vengono, perché «nessuno dimentichi» Dio per volgersi agli idoli. Chi corre dietro al nulla, diviene egli stesso un nulla (Ger. 2,5). Come fare memoria, con tutto il cuore, ai nostri bimbi delle «opere» di Dio? Come appassionarci insieme a questa lettura?
La memoria sembra un mezzo così... vacillante. Eppure la Bibbia ci prescrive, senza esitazioni, di ricordare. Anzi, ci viene imposto di «non dimenticare».
In Israele la memoria è diventata essenziale per la fede in Dio e, in definitiva, per la sua stessa esistenza. Soltanto presso Israele, e non altrove, l'ingiunzione a ricordare è sentita come comandamento religioso per un intero popolo. Nel Deuterenomio questo richiamo ritorna con insistenza martellante.
Come mai questo continuo invito a ricordare? Non certo perché Israele diventi un popolo di storici o perché abbia l'ossessione di ricordare tutto il passato, tutti i fatti del passato.
Anzi, a Israele interessa un ricordare selettivo, una memoria che selezioni. Quel che va ricordato è l'intervento liberatore di Dio nella storia..., non eventuali gesta eroiche nazionali. Bisogna ricordare, attivare la memoria, per prendere coscienza che Dio agisce ancora oggi e saperlo vedere con gli occhi della fede.
Ma... è cosi frequente l'invito a «non dimenticare» che... evidentemente gli... «smemorati» erano già molti allora! E Israele, specialmente attraverso la voce dei profeti, ci mette sull'attenti!
Quando poi si sta benino e c'è pane e persino companatico, è proprio il momento in cui diventa facile dimenticare. Gli agi ci siedono e addormentano la nostra memoria. La stagione della dimenticanza e così individuata nel quinto libro della Bibbia: «Quando avrai la terra..., le città grandi e belle... e case piene di tutti i beni e vigneti e uliveti e potrai mangiare a sazietà, proprio allora dovrai fare attenzione a non dimenticare il Signore» (Deut. 6,10-12).
Ecco perché anche oggi narriamo le «opere» di Dio. Per attivare la memoria, per stimolare il cuore, per farci una memoria non solo intellettualistica ma amante. Ricordare nella Bibbia non è una funzione che riguarda il cervello ma il cuore prima di tutto.
Gesù, allevato a questa memoria, lo ha detto nella cena con i discepoli e anche oggi noi lo ripetiamo: «Fate questo in memoria di me».
Ci raduniamo a celebrare in comunità per aiutare gli uni la memoria degli altri e per essere, nel mondo, una memoria in mezzo a gente che, come noi, è spesso smemorata. La memoria biblica è vitalizzante, risveglia, è sovversiva. Per il credente il "ricordo" diventa racconto.
Raccontare... che cosa? Una «cosa» molto precisa eppure assolutamente 'indescrivibile': che Dio salva! Sì, noi non siamo aggrappati al filo delle nostre illusioni, all'orizzonte delle nostre proiezioni, al tessuto 'ambivalente' dei nostri desideri o alla funicella delle nostre diverse teologie.
A noi interessa dire pacatamente ed appassionatamente, nella scia poetica dell'aggadah, che crediamo nel Dio di Gesù e nel Dio di tutti gli uomini e le donne, nel Dio che salva, che dà senso e prospettiva alle nostre vite. Egli è il Dio che tiene in mano, pur 'giocando' a nascondersi, la vita e la storia. I nostri racconti hanno la presunzione di parlare di Lui!
Certamente in noi si trovano anche illusioni, proiezioni e mille matasse contorte, ma questa lucida consapevolezza ci rende ancor più coscienti che il dono della fede ci raggiunge nel nostro esistere concreto. Raccontare la presenza e l'azione i Dio è una impresa che presuppone il nostro personale coinvolgimento.

Franco Barbero, 1986