Sono forse io il custode di mio fratello? E chi non è e non si fa custode del proprio fratello, della propria sorella, da che parte gioca? Esiste un terreno neutro nel quale chiamarsi fuori? O chi non si fa custode è complice di coloro che vogliono perpetuare il sistema di ingiustizie in cui viviamo, che ne sia o no consapevole? Sulla parola "complice" dovremmo interrogarci. E' troppo forte? E' colpevolizzante? Non la colpevolizzazione di qualcuno ma una presa di coscienza collettiva è quello che vogliamo.
Prendere coscienza insieme significa scomodarci e scomodare gli altri. Uscire dalla cerchia di quelli che la pensano come noi e rischiare il confronto – forse duro e snervante – con coloro che sentiamo più lontani dal nostro modo di concepire le cose. Per chi ritiene di avere una verità assoluta da portare è tutto più facile. Per noi, che invece sentiamo di avere tanti dubbi e mezze verità, sempre da rimettere in discussione, è più difficile, ci fa più fatica. D'altra parte dobbiamo stare in guardia e non cadere nella tentazione di coprirci dietro la mancanza di verità assolute da portare per non farla quella fatica. Meglio dirci che non ce la facciamo, se questo è il problema. Non siamo in cerca di eroi ed eroine.
Partiamo dal mettere in comune i nostri piccoli successi ed anche gli insuccessi e le frustrazioni. Forse si tratta solo di fare un primo passo ed aiutare noi stessi, i nostri fratelli e le nostre sorelle almeno a non far finta di non vedere e trovare il coraggio di guardare negli occhi coloro che soffrono. Può essere imbarazzante guardare negli occhi chi soffre, ma almeno questo ci tocca a tutti. E quando si guarda negli occhi una persona il muro è già caduto e la festa può cominciare.
Dea Sintonico
Comunità cristiana di base S. Paolo - Roma