Tuffarsi: Giovanni 21,7
Riconoscere la vitalità e la validità del messaggio di Gesù, misurarne la profondità e apprezzarne le prospettive che apre per la nostra vita non è cosa di poco conto. Eppure resta essenziale un passo ulteriore senza il quale diventiamo ammiratori di Gesù, ma non suoi discepoli e discepole. Pietro "si getta nel mare" (versetto 7). Questo tuffo di Pietro è un'immagine straordinariamente espressiva e costituisce una testimonianza esplicita: occorre saper decidere, coinvolgersi, buttarsi.
L'incontro con l'esperienza e la persona di Gesù diventa vivo e reale solo quando maturiamo qualche "tuffo", qualche decisione che davvero incide in profondità e in concretezza nella nostra vita quotidiana.
Senza questa incisività la fede corre sempre il rischio di ridursi ad un gioco di parole, di riti, di pratiche religiose prive di ogni reale forza di trasformazione delle nostre scelte.
Quante volte l'attaccamento alle nostre "terreferme" oppure alle nostre infeconde ma ben protette "navicelle", ci impedisce di buttarci. Per una comunità cristiana è certo più tranquillizzante gestire la routine catechistica, sacramentale e pastorale anziché tentare nuovi sentieri, nuove letture della Bibbia, nuove esperienze, nuove liturgie, nuovi coinvolgimenti.
Così pure è molto più comodo fare il teologo che commenta ed infiora gli interventi vaticani anziché accettare di vivere il proprio impegno teologico senza mai evitare gli interrogativi che la vita reale solleva mettendo anche in circolazione i frutti delle nuove ricerche bibliche, storiche, antropologiche. È molto più facile e banale organizzare nel prossimo mese mariano qualche novena alla Madonna, un pellegrinaggio o qualche processione anziché prendere sul serio le rigorose e urgenti istanze di una nuova presenza delle donne nella teologia, nel ministero… È più comodo ripetere un rosario con tanto di "umoristiche" litanie che preparare una liturgia con la meditazione di testi biblici".
(Franco Barbero, 2001)
Riconoscere la vitalità e la validità del messaggio di Gesù, misurarne la profondità e apprezzarne le prospettive che apre per la nostra vita non è cosa di poco conto. Eppure resta essenziale un passo ulteriore senza il quale diventiamo ammiratori di Gesù, ma non suoi discepoli e discepole. Pietro "si getta nel mare" (versetto 7). Questo tuffo di Pietro è un'immagine straordinariamente espressiva e costituisce una testimonianza esplicita: occorre saper decidere, coinvolgersi, buttarsi.
L'incontro con l'esperienza e la persona di Gesù diventa vivo e reale solo quando maturiamo qualche "tuffo", qualche decisione che davvero incide in profondità e in concretezza nella nostra vita quotidiana.
Senza questa incisività la fede corre sempre il rischio di ridursi ad un gioco di parole, di riti, di pratiche religiose prive di ogni reale forza di trasformazione delle nostre scelte.
Quante volte l'attaccamento alle nostre "terreferme" oppure alle nostre infeconde ma ben protette "navicelle", ci impedisce di buttarci. Per una comunità cristiana è certo più tranquillizzante gestire la routine catechistica, sacramentale e pastorale anziché tentare nuovi sentieri, nuove letture della Bibbia, nuove esperienze, nuove liturgie, nuovi coinvolgimenti.
Così pure è molto più comodo fare il teologo che commenta ed infiora gli interventi vaticani anziché accettare di vivere il proprio impegno teologico senza mai evitare gli interrogativi che la vita reale solleva mettendo anche in circolazione i frutti delle nuove ricerche bibliche, storiche, antropologiche. È molto più facile e banale organizzare nel prossimo mese mariano qualche novena alla Madonna, un pellegrinaggio o qualche processione anziché prendere sul serio le rigorose e urgenti istanze di una nuova presenza delle donne nella teologia, nel ministero… È più comodo ripetere un rosario con tanto di "umoristiche" litanie che preparare una liturgia con la meditazione di testi biblici".
(Franco Barbero, 2001)