venerdì 25 agosto 2017

Ecco i dottori che percorrono l’ultimo miglio della cura

DOVE c'è una grave emergenza umanitaria, dall'epidemia di Ebola ai massacri in Sud Sudan, ci sono anche loro, soprattutto quando le condizioni per portare aiuto si fanno davvero difficili. Il motto di "Medici con l'Africa Cuamm" è «l'ultimo miglio», ossia quello che gli altri preferiscono non percorrere per motivi di grande pericolo o scarsa logistica. E dove non arrivano le ong più importanti e più ricche, che hanno sacrosante regole di sicurezza per i loro dipendenti, puoi stare certo di trovare qualcuno del Cuamm: non perché i suoi medici o infermieri siano umanitari sprovvisti di buon senso o particolarmente impavidi, ma perché dal 1950, anno di nascita di quest'ong padovana, il suo personale ha accumulato un tale know-how nei terreni impervi da consentirgli di avventurarsi dove gli altri non osano.
Li ho incontrati per la prima volta in Sierra Leone, nel momento in cui le febbri emorragiche falcidiavano anche dieci vite al giorno, e dove uno dei medici del Cuamm, Enzo Pisani, realizzò un prodigio sanitario. Perché ebbe il coraggio di non chiudere l'ospedale che dirigeva nel sud del Paese, a Pujehun, evitando le cosiddette morti collaterali, quelle legate ai parti o alla tubercolosi. Allora, quel ginecologo di 62 anni di cui 37 vissuti nell'Africa più povera mi disse: «Faccio il medico, e se ieri combattevo la polio o l'Hiv oggi combatto Ebola, che è uno dei tanti problemi di questo continente, ma non il peggiore». Pisani riuscì a rendere Pujehun, il primo luogo Ebola free, senza contagio, dei tre i Paesi più colpiti dal virus, Guinea Conacry, Liberia e Sierra Leone.
Lo scorso autunno tornai in quello sfortunato Paese con il direttore del Cuamm, don Dante Carraro, perché adesso che Ebola è stata sconfitta e le grandi ong sono andate via, quella padovana è rimasta per dare una mano a ricostruire un sistema sanitario distrutto. Assieme abbiamo raggiunto l'ultimo miglio sierraleonese: l'isola di Bonte, a dieci ore di macchina dalla capitale Freetown, cinque delle quali su strade con buche profonde come tombe. Trovammo un ospedale recentemente ristrutturato dall'Onu, ma senza né chirurghi né anestetisti né tanto meno ginecologi. Prima di inviarci i suoi di medici, don Dante aveva voluto vedere con i propri occhi in quale infausto teatro avrebbero dovuto lavorare. Da sei mesi, nella poverissima isola di Bonte opera un chirurgo del Cuamm.
Di luoghi come Bonte è piena l'Africa. E l'organizzazione, che negli interventi sul campo spende l'88% dei 23 milioni di euro che riceve in donazioni, ne ha individuati in ognuno dei sette Paesi dove lavora, dall'Etiopia al Mozambico, dall'Angola al Sud Sudan. Ora, è proprio in quest'ultimo che concentra i suoi sforzi. Basti dire che dei suoi 1.600 assunti, la maggior parte dei quali è personale locale, un migliaio lavora in Sud Sudan, perché è lì che si sta svolgendo la più spaventosa e sanguinaria delle tragedie. Ed è lì che lo scorso luglio ho incontrato altri medici Cuamm, i soli presenti nelle vaste paludi del Nilo bianco, sugli isolotti dove sbarcano i sopravvissuti ai massacri etnici. Questi sono soprattutto donne e bambini, le prime per scampare agli stupri di gruppo, gli altri alla castrazione inflitta dagli orchi dell'etnia rivale. Dove approdano non trovano né acqua né cibo, figuriamoci assistenza sanitaria. Da adesso, però, grazie al Cuamm non moriranno più né per un attacco di malaria né per una banale dissenteria.
Pietro del Re

(la Repubblica 9 agosto)