sabato 6 gennaio 2018

DOV'È FINITO IL FUTURO LUMINOSO DELL'INDIA?

Non è semplice la geografia della famiglia Rampini. Costanza insegna scienze ambientali all'università di San Jose nella Silicon Valley. Per la ricerca di dottorato ha passato un pezzo della sua vita nell'India nordorientale, Assam e Arunachal Pradesh: a studiare gli effetti del cambiamento climatico sui monsoni, le costruzioni di dighe e centrali idroelettriche che alterano il corso del fiume Brahmaputra, le conseguenze sulla popolazione locale. Io frequento l'India da tempo, da giornalista e scrittore. Il museo del Lac (Lugano Arte e Cultura) mi chiamò a presentare un'esposizione sul mito dell'India nell'immaginario degli occidentali. Saputo del lavoro di Costanza una fondazione scientifica, Ibsa, volle una conferenza a due. Così nel gioco delle mappe la Svizzera è diventata il punto intermedio tra le due coste degli Stati Uniti. Costanza ha proiettato foto e video della sua vita in mezzo alle inondazioni, in una zona poverissima, ignorata dal turismo occidentale, segnata da tensioni e violenze tra il governo centrale e le etnie d'impronta tibetana. Io ho raccontato la strada che quest'India ha imboccato negli ultimi anni sotto una direzione politica nuova. Confesso il mio disagio per l'indifferenza e la superficialità dell'Occidente di fronte alle sorti di questo gigante. Dieci anni fa gli dedicai un libro, La speranza indiana. Ho sentito il dovere di tornare all`India con uno dei capitoli centrali nel mio nuovo libro, Le linee rosse. Per gli italiani l`India magica e favolosa, spiritualista e seducente, largamente immaginaria, venne di colpo sostituita da una potenza maligna: con la crisi dei marò si passò da un estremo all'altro, dall'idealizzazione alla demonizzazione. Tutto d'un tratto i media parlavano dell'India solo se c'era da raccontare lo stupro di una turista, l'abiezione delle caste, l'involuzione dell'integralismo indù.
Anche in America la narrazione sull'India ha cambiato tono. Una delle ragioni è la crisi ambientale, di cui appunto si occupa Costanza. Gli aneddoti si moltiplicano: a Delhi una partita di cricket interrotta perché un giocatore vomita in campo, intossicato dall'aria inquinata; una compagnia aerea Usa interrompe i voli nella capitale indiana per non mettere a rischio la salute dell'equipaggio. A Lugano abbiamo proiettato immagini di Delhi sotto una cappa di smog molto peggiore di quella delle metropoli cinesi. Il regime autoritario di Pechino almeno investe nelle energie rinnovabili, e anche se la conversione dal vecchio tipo di sviluppo è lenta, almeno le direttive dall'alto ci sono. La caotica democrazia indiana cavalca ritmi di crescita analoghi a quelli cinesi ma fa poco per l'ambiente. Modernità e arretratezza si saldano: centrali a carbone, motori diesel antiquati, contadini che bruciano i campi per concimarli, tutto converge ad avvelenare aria e acqua. Mezzo miliardo d`indiani restano senza fognature, costretti a defecare all'aperto. Gli impianti di depurazione non funzionano a causa dei blackout elettrici. Ma per produrre elettricità vengono devastate le valli dei fiumi che scendono dall'Himalaya. Il dilemma dello sviluppo si replica su dimensioni enormi, e nessuno può improvvisare risposte con slogan semplicisti sulla "decrescita felice". L'India è la più grande democrazia del mondo, è un serbatoio ineguagliato di giovinezza (mentre il resto del mondo invecchia, Cina inclusa), ed è anche un laboratorio politico. Ha sperimentato prima di noi una variante del "conflitto di civiltà" con l`Islam, poi la reazione del nazionalpopulismo. Ha una produzione culturale vivacissima. E una classe dirigente retrograda. Ma voltare lo sguardo dall'altra parte ci preclude la comprensione del mondo in cui viviamo.
Federico Rampini

(D la Repubblica, 23 dicembre 2017)