Dio muore...
nel saturamento dei pozzi delle seti e dei desideri,
nel congelamento degli affetti e delle passioni,
nel sepolcro di ogni egoismo che si fa centro del mondo,
nell'indifferenza al volto dell'altro,
nell'irrespirabilità omologante delle differenze,
nell'ingratitudine che misconosce il dono ricevuto,
nell'impulso ad accusare e ad uccidere che abita in ognuno,
in ogni discorso armato di dio,
nella distruzione delle fonti ambientali della vita,
nell'impazienza che preclude all'impensato di accadere,
nel pensiero dispotico, sprezzante del dialogo e della cura.
Dio rinasce ogni giorno
nel respiro discontinuo e incerto delle nostre speranze,
nell'offerta di un orizzonte ulteriore nei momenti di scuotimento e di prova,
come cuneo e come breccia nei sistemi irrigiditi che ci opprimono,
come passione esorbitante, che deborda le pelli delimitanti i corpi, per realizzare relazioni
fino ad ora impensate,
nella faticosa, promettente e dinamica ricerca delle tracce divine nella storia,
nelle emergenze casuali che ci sconcertano, per educarci ad una nuova prospettiva,
scommettendo sulla novità che fa capolino,
nel pianto di tutte le ingiustizie che attendono riscatto,
nel coinvolgimento arrischiato e insicuro della coscienza con le sue domande, dubbi, ricerche
nella presenza che si sottrae, e rinvia ad un Atteso che giunge inaspettato dal futuro,
nella capacità di sorridere di noi stessi.
Ivan Nicoletto, Le nostre seti, le nostre sorgive, Pazzini, pp. 161-162