C'erano già una trentina di iscritti per il ritiro spirituale, nel convento delle Figlie della Sapienza, sul tema della fedeltà. Destinatari gay single o in coppia. L'iniziativa era organizzata dalla diocesi di Torino. Ma ieri è arrivato lo stop dell'arcivescovo. Monsignor Cesare Nosiglia sottolinea come il percorso spirituale per i gay «vuole aiutarli a comprendere e realizzare pienamente il progetto di Dio. Ciò non significa approvare comportamenti o unioni omosessuali che restano per la Chiesa scelte moralmente inaccettabili.
Il ritiro era stato preparato da don Gianluca Carrega, nominato dallo stesso Nosiglia referente «per la pastorale degli omosessuali», uno dei pochi sacerdoti in Italia ad avere un incarico ufficiale del genere. Il ritiro era intitolato «Degni di fedeltà», una risposta al mancato inserimento del vincolo di fedeltà all'interno della legge Cirinnà sulle unioni civili. «Anche i gay hanno diritto a un amore esclusivo», spiegava don Carrega. Alle notizie sul seminario à seguita una montagna di polemiche e indignazione nel mondo cattolico tradizionalista, piovute sull'iniziativa, dal blog di Costanza Miriano, dal giornale online. La bussola quotidiana o dall'Opus Dei, per fare qualche esempio.
Nosiglia risponde che «la diocesi non intende in alcun modo legittimare le unioni civili o addirittura il matrimonio omosessuale». Il vescovo parla di pubblicazioni che hanno fornito interpretazioni fuorvianti e sostiene «di aver deciso, insieme a don Carrega, di cui apprezzo l'operato, di sospendere il ritiro, per effettuare un adeguato discernimento». Non era informato dell'iniziativa del suo delegato, sebbene fosse pubblicizzata con locandine a nome della diocesi? O le polemiche hanno spinto a una retromarcia? Il ritiro è stato sospeso, dunque non cancellato sine die. «Sono sorpreso dalle reazioni, ma questa non è una smentita del mio operato - dice don Carrega -. È meglio comunque sospendere ora per continuare il percorso quando ci sarà più serenità». Chi attacca, dicendosi indignato, è il Coordinamento Torino Pride, rete di associazioni che, già nell'anno del Pride nazionale del 2006, aveva chiesto e ottenuto di incontrare la diocesi. Il coordinamento ha diffuso una nota intitolata «L'oscurantismo non si smentisce mai», in cui definisce la scelta di Nosiglia «discriminatoria» e aggiunge: «È una decisione frutto esclusivamente di polemiche e attriti tutti interni alla Chiesa che non riesce, nonostante, la predicazione di presunta apertura e accoglienza, a trovare una sintesi tra l'amore e i continui e biechi insulti. Siamo stufi di essere trattati come malati».
Massimo Battaglio, del gruppo di gay credenti «Cammini di speranza», era tra gli iscritti al ritiro. Al telefono ha la voce alterata: «Non vado su tutte le furie perché sono cristiano, ma qui si vuole cercare di dimostrare che noi gay non ci amiamo. Per questo dà fastidio il tema della fedeltà». E spiega che monsignor Nosiglia «dovrebbe rimborsare i biglietti del treno ai partecipanti: persone che in altre diocesi non avevano trovato accoglienza e perciò venivano qui a Torino a trovare consolazione, tenuto conto che c'è chi per il clima generale di rifiuto arriva anche al suicidio. Con questo non ci negano anche un'opera di misericordia».
Fabrizio Assandri e Maria Teresa Martinengo
(La Stampa 6 febbraio)
Il ritiro era stato preparato da don Gianluca Carrega, nominato dallo stesso Nosiglia referente «per la pastorale degli omosessuali», uno dei pochi sacerdoti in Italia ad avere un incarico ufficiale del genere. Il ritiro era intitolato «Degni di fedeltà», una risposta al mancato inserimento del vincolo di fedeltà all'interno della legge Cirinnà sulle unioni civili. «Anche i gay hanno diritto a un amore esclusivo», spiegava don Carrega. Alle notizie sul seminario à seguita una montagna di polemiche e indignazione nel mondo cattolico tradizionalista, piovute sull'iniziativa, dal blog di Costanza Miriano, dal giornale online. La bussola quotidiana o dall'Opus Dei, per fare qualche esempio.
Nosiglia risponde che «la diocesi non intende in alcun modo legittimare le unioni civili o addirittura il matrimonio omosessuale». Il vescovo parla di pubblicazioni che hanno fornito interpretazioni fuorvianti e sostiene «di aver deciso, insieme a don Carrega, di cui apprezzo l'operato, di sospendere il ritiro, per effettuare un adeguato discernimento». Non era informato dell'iniziativa del suo delegato, sebbene fosse pubblicizzata con locandine a nome della diocesi? O le polemiche hanno spinto a una retromarcia? Il ritiro è stato sospeso, dunque non cancellato sine die. «Sono sorpreso dalle reazioni, ma questa non è una smentita del mio operato - dice don Carrega -. È meglio comunque sospendere ora per continuare il percorso quando ci sarà più serenità». Chi attacca, dicendosi indignato, è il Coordinamento Torino Pride, rete di associazioni che, già nell'anno del Pride nazionale del 2006, aveva chiesto e ottenuto di incontrare la diocesi. Il coordinamento ha diffuso una nota intitolata «L'oscurantismo non si smentisce mai», in cui definisce la scelta di Nosiglia «discriminatoria» e aggiunge: «È una decisione frutto esclusivamente di polemiche e attriti tutti interni alla Chiesa che non riesce, nonostante, la predicazione di presunta apertura e accoglienza, a trovare una sintesi tra l'amore e i continui e biechi insulti. Siamo stufi di essere trattati come malati».
Massimo Battaglio, del gruppo di gay credenti «Cammini di speranza», era tra gli iscritti al ritiro. Al telefono ha la voce alterata: «Non vado su tutte le furie perché sono cristiano, ma qui si vuole cercare di dimostrare che noi gay non ci amiamo. Per questo dà fastidio il tema della fedeltà». E spiega che monsignor Nosiglia «dovrebbe rimborsare i biglietti del treno ai partecipanti: persone che in altre diocesi non avevano trovato accoglienza e perciò venivano qui a Torino a trovare consolazione, tenuto conto che c'è chi per il clima generale di rifiuto arriva anche al suicidio. Con questo non ci negano anche un'opera di misericordia».
Fabrizio Assandri e Maria Teresa Martinengo
(La Stampa 6 febbraio)