domenica 4 febbraio 2018

Montroni: "Non servono le biblioteche se non si insegna l'amore per la lettura"

È un po' risentito Romano Montroni, dispiaciuto perché nessuno in questi giorni di discussioni ha ricordato le attività del Centro per il libro e la lettura, di cui dal 2014 è presidente.
«Nessuno ci ha menzionati, nessuno sembra considerare che in Italia esiste una struttura ministeriale che lavora per promuovere la lettura. Questo dimostra che non sappiamo fare rete, ognuno pensa per sé…».
Appassionato libraio bolognese, Montroni si riferisce alla querelle aperta lunedì scorso da Nicola Lagioia per suggerire a una politica distratta qualche idea su libri e cultura. Oggi Romano Montroni, che nella vita ha inaugurato settantacinque librerie, scritto saggi, formato oltre seicento librai, interverrà a Venezia al seminario di perfezionamento della Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri. Ma intanto annuncia a Repubblica un nuovo progetto del Centro per il libro destinato ai bambini: «È da loro che bisogna partire».
Si è parlato dell'importanza sottovalutata delle biblioteche scolastiche nella formazione dei ragazzi, che cosa ne pensa?
«Dal mio punto di vista la rieducazione dovrebbe procedere per passi. A che cosa servono le biblioteche se non si ha l'abitudine a leggere? Crede che un ragazzo disinteressato ai libri chiederà di andare in biblioteca? Incentiviamo prima la lettura e poi penseremo al resto».
È vero però che crescere in un ambiente ricco di libri stimola a leggere.
«I tedeschi lo sanno, per questo curano le iniziative destinate alla formazione dei più piccoli. In Germania l'indice di chi legge almeno un libro l'anno è del 70 per cento della popolazione. Con il Centro per il libro stiamo lanciando un progetto per promuovere la lettura ad alta voce in età prescolare, da zero a sei anni. È la prima volta che un protocollo d'intesa viene firmato dal ministero dei Beni culturali insieme a quello della Salute e dell'Istruzione».
Dunque la situazione è seria ma non è grave?
«Bisogna pur dire che il ministro Franceschini ha finalmente aperto una breccia».
Quando debutta il vostro progetto?
«Nel corso dell'anno, dobbiamo prima formare gli insegnanti. Poi distribuiremo alle famiglie un po' di libri e un vademecum in cui sarà spiegato ai genitori il valore della lettura».
È stato possibile grazie a un finanziamento pubblico più corposo?
«Il Cepell è un organismo del Mibact. Il contributo del ministero alle varie attività del centro è stato quest'anno di tre milioni di euro, triplicato rispetto a quando sono arrivato. Il mio augurio per il futuro è che questa cifra diventi permanente».
Certo è molto più del milione di euro inserito nella legge di bilancio per le biblioteche scolastiche.
«Con un milione non ci fai un tubo. Non risolvi il problema della mancanza di personale qualificato.
Il liceo classico Galvani di Bologna, la mia città, non ha un bibliotecario. Il paragone con quanto accade all'estero è indicativo. Mia figlia ha frequentato un liceo pubblico in Inghilterra. Mi ha raccontato che dopo due o tre ore passate in classe si usava andare in biblioteca a consultare i libri suggeriti dai professori e ad approfondire quanto detto a lezione».
Dunque la denuncia fatta da Lagioia colpiva nel segno?
«È ovvio che ci vogliono biblioteche, libri e bibliotecari, chi direbbe di no? Ma la lettura va educata a partire dall'infanzia».
Perché la banca dati del Centro per il libro è ferma a qualche anno fa e non si trovano sul sito dati aggiornati?
«Avendo pochi soldi abbiamo preferito curare la promozione della lettura attraverso vari progetti e campagne piuttosto che pagare un'indagine Nielsen. Nella prossima edizione di Tempo di Libri lanceremo Città che legge, una mappa delle città italiane che ospitano festival e iniziative culturali».
Non crede sarebbe importante avere una legge organica sul libro?
«Non c'è stata una convergenza d'intenti, la politica non ci ha creduto: purtroppo ancora oggi nel nostro Paese educare a leggere non è ritenuto un valore fondamentale».
Raffaella De Santis

(la Repubblica 25 gennaio)