martedì 6 febbraio 2018

OPINIONI
SORRIDI, LA POLIZIA ISRAELIANA TI OSSERVA

LA POLIZIA ISRAELIANA sa tutto di me, di voi. Per questo ne vedi così poca in giro», Iaad è palestinese, anche se ogni tanto vuole convincermi di essere svizzero. Arriva agli appuntamenti con un quarto d'ora di anticipo. Guida rispettando scrupolosamente i limiti di velocità. Mai un sorpasso azzardato. Si ferma al semaforo giallo, dà la priorità ai pedoni sulle strisce. E dall'inizio alla fine del viaggio, ha un tema costante: gli israeliani hanno occhi dappertutto. Me lo ripete senza astio né ostilità, non c`è tono polemico nella sua voce. Ho perfino l'impressione che ci sia una punta d`ammirazione, quando vuole convincermi che in questo paese nulla sfugge alle forze dell`ordine. Lui si è rassegnato da tempo. «This is life», questa è la vita, è tra le frasi ricorrenti.
Iaad mi è indispensabile per girare in Israele, dove passo una vacanza con la famiglia. Si muove a suo agio a Tel Aviv e Gerusalemme (casa sua), preciso e affidabile. È ancora più prezioso per andare nei territori occupati, da Betlemme a Hebron, scivolando agevolmente tra controlli di sicurezza e posti di blocco. Ma anche quando è impegnato a gestire la viabilità o a farci da guida, non dimentica mai quel dettaglio: la video-camera di turno. Ben visibile o perfettamente dissimulata. Grande e grossa o minuscola. Un occhio elettronico onnipresente, nel centro cittadino o lungo i vari muri che delimitano i territori, all`angolo di un ristorante affollatissimo o in aperta campagna, vicino a sinagoghe, chiese, moschee o sulle spiagge piene di salutisti che corrono.
Questa storia delle videocamere ubique, altri me l'hanno segnalata (inclusi molti diplomatici occidentali di stanza qui da anni) per spiegare l'apparente paradosso che ci accoglie in Israele: un paese a tratti più "normale" dei nostri, dove i controlli coi metal detector o la presenza della polizia negli aeroporti e nelle strade cittadine è meno massiccia e ingombrante che a New York, Londra, Parigi. Un po' perché siamo cambiati noi e in un certo senso abbiamo dovuto… "israelizzarsi", con una militarizzazione delle nostre città insanguinate dal terrorismo; un po' perché sono cambiati loro. L'anti-terrorismo israeliano, venendo da una grande metropoli occidentale, ti sembra meno invasivo, più discreto, più mirato e preciso (ci sono eccezioni importanti: i territori palestinesi).
Questa storia delle videocamere colpisce mia figlia Costanza, cresciuta in California e con una cultura piuttosto radicale. Le sue simpatie vanno senza riserve ai palestinesi. Per tutte le vacanze, adotta una sua forma di protesta. Ogni volta che Iaad ci addita un visore ottico che ci sta spiando, si ferma, si mette in posa, saluta e lo fotografa. Alla fine avrà collezionato nel suo iPhone decine e decine di ritratti di quegli apparecchi digitali, muti e silenziosi, severi e inquietanti. Non vendicativi, però. Un'altra cosa che ti stupisce è che la polizia israeliana si lascia fotografare, mentre quella Usa spesso no. Alla partenza per tornare in California, Costanza si chiedeva se, dopo aver molestato per dieci giorni tutte le videocamere del paese, l'avrebbero memorizzata in qualche banca dati. Non le hanno dato neppure questa soddisfazione, è scivolata via senza controlli particolari.
A Betlemme, all'ombra del Muro, c'è l'hotel Banksy, così chiamato perché il misterioso artista inglese ha trasformato la fortificazione in una gigantesca mostra dei suoi graffiti. Nella lobby una parete è piena di videocamere appese, trofei di caccia, come un tempo si usava con le teste dei cervi abbattuti. Iaad non è l'unico a subire il fascino perverso di quegli oggetti. Mi chiedo se il vero successo della polizia israeliana non sia proprio questo: avere convinto tutti della sua onnipotenza.

Federico Rampini
è da molti anni corrispondente di Repubblica da New York, dopo esserlo stato da Bruxelles, San Francisco, Pechino. È autore di una trentina di saggi.

(D la Repubblica 7 gennaio 2018)