martedì 6 febbraio 2018

SISTEMA LIBERTÀ CHIESA

""Non c'è chiesa visibile senza ministeri, né fraternità e sororità senza istituzione che "organizzi" l'amore a partire dal Vangelo... I ministeri sono fondamentali come mediatori della Parola e dell'amore comunitario" (X. Pikaza). Ma è chiaro che il modo con cui si concepiscono i ministeri determina in larga misura la vita delle comunità.
Lo stesso teologo così prosegue: "Dio è trascendente e agisce in modi diversi, che soltanto nella fede si possono comprendere e accettare; ma lo fa sempre attraverso l'amore e il dialogo comunitario. La nomina normale dei ministri (vescovi, presbiteri) è perciò compito e gioia della comunità dei credenti: essi sono portatori della parola e dell'amore di Cristo e così devono esprimerlo, scegliendo i propri ministri, alla luce dei bisogni dei poveri e degli esclusi, secondo la parola del concilio di Gerusalemme: "Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi" (At. 15, 28). Lo Spirito Santo agisce attraverso il dialogo comunitario, non grazie all'ispirazione di alcuni membri particolari della chiesa. Certo, i ministeri scaturiscono da una chiamata speciale di Dio (sono al servizio della sua Parola) e si diffondono in modo missionario (per testimoniare Cristo tra gli esclusi); nel contempo però devono scaturire dal dialogo fraterno dei fedeli, così che ogni comunità deve scegliersi i propri ministri (...). I ministri della chiesa esprimono la grazia e la libertà di Cristo che trascende l'ordine del sistema; non possono diventare i funzionari o gli impiegati di un'istituzione. Essi devono animare la vita di alcune comunità concrete di credenti che condividono la parola e l'amore (eucarestia), in un dialogo trasparente, dove tutti i problemi si esprimono e risolvono parlando, perché non c'è un'istanza maggiore dell'amore reciproco. Al tempo stesso però sono testimoni di un Gesù che ha proclamato il Vangelo ai poveri (cfr. Lc 4, 18-19), così che il loro primo compito consiste nell'accogliere gli esclusi e gli umiliati, i dissidenti, i diversi e gli oppressi della terra. Certo, essi ascoltano e proclamano una parola di Gesù: non sono portatori dei risultati di un'assemblea, né semplici portavoce di un gruppo, ma credenti che esprimono e diffondono quello che hanno creduto. Al tempo stesso però ricevono l'incarico dalla comunità dei credenti che affida loro il compito dell'animazione comunitaria; nella loro vita perciò esprimono la vita e la comunione dei credenti della loro chiesa. Questi aspetti si trovano collegati: i ministri della chiesa sono testimoni di Gesù e sono portatori dell'amore comunitario. Su entrambi i piani essi sono coloro che trasmettono un amore diretto, una comunione nella quale hanno importanza soltanto le persone, prescindendo dalle pressioni ideologiche o generali del sistema (...). In base a ciò la chiesa è comunità, non sistema: comunione personale, su un piano di preghiera e pasto, dialogo e ricerca umana; esiste unicamente sul livello dei rapporti personali, della conoscenza, della comunicazione e dell'amore concreto. Nessuno è credente per lettera o acquistando una tessera, via internet o per delega, ma in seguito ad una esperienza di fede nel Dio di Cristo e grazie alla comunione di amore con altri credenti, che coltivano questa fede nel dialogo reciproco. Conseguentemente una chiesa in cui i vescovi e /o presbiteri sono nominati dal di fuori non sarebbe una comunione di credenti responsabili, incontro di persone, ma delega sacra di una dittatura…"(6).
Passando poi al tema specifico della presidenza eucaristica il teologo spagnolo prosegue così:   evidente che, in conformità con la mia versione del Nuovo Testamento, la presidenza eucaristica possa e debba scaturire dalla stessa comunità dei cristiani, in modo tale che siano loro a scegliere per un certo periodo i propri "presidenti", siano essi uomini o donne. La prassi attuale di ordinare prima i presbiteri "in generale" (come ordine speciale, sacro) per assegnargli poi una comunità mi sembra contraria alla vita originaria della chiesa e all'ispirazione del Vangelo. Non credo nelle "ordinazioni assolute", in modo che non si possa dire "questo è un vescovo, questo è un presbitero", così in generale, se non si dice "questo è il vescovo o il presbitero di questa chiesa". Evidentemente sono le comunità quelle che devono nominare i propri ministri, per loro conto e per tutto il tempo che reputano conveniente. Credo che tale prassi possa iniziare da subito. Penso che alcune comunità cristiane siano in un buon momento per iniziare a celebrare e a vivere l'eucarestia come qualcosa che fa parte della loro esperienza e ricchezza cristiana, creandosi da sé i propri ministeri" (Adista, 29 marzo 2003). "

XABIER PIKAZA, citato in Perché resto, pag. 50, Pinerolo 2003