Il futuro del cristianesimo
E si continua a pensare che un credente, un cristiano, sia o debba essere una persona che crede in Dio, prega, va regolarmente in Chiesa, riceve i sacramenti, adempie a tappeto i doveri religiosi e le ordinanze ecclesiastiche. Ma ciò può verificarsi, paradossalmente, anche senza essere credenti e senza essere cristiani. E la prova ad hoc l'abbiamo nitidamente descritta da Gesù nella parabola del buon samaritano (Lc 10,25-37).
Il sacerdote e il levita adempivano scrupolosamente i loro doveri religiosi e dal pubblico erano ovviamente considerati credenti e pii. Possiamo anche supporre che praticassero le opere di carità e di misericordia verso i poveri, aiutandoli con l'elemosina. Eppure, nella parabola non appaiono molto credenti o credenti autentici, dal momento che sono stati capaci di abbandonare colui che giaceva ferito al bordo della strada, il quale, invece, verrà soccorso dal samaritano, ritenuto ufficialmente un miscredente. Per il sacerdote e il levita avevano precedenza e maggiore importanza gli atti di culto, il culto reso a Dio, che l'assistenza all'uomo necessitato, e qui si sbagliavano radicalmente.
É evidente che Gesù intendeva la fede in altra maniera e per mezzo della parabola fa capire con chiarezza in cosa consista propriamente e praticamente la fede. La fede consiste nello stare all'erta, con gli occhi e la coscienza ben aperti per scrutare e interpretare debitamente gli avvenimenti della vita quotidiana, attraverso i quali Dio parla e noi c'incontriamo con lui. Dio si rivolge a noi direttamente nelle situazioni concrete della vita. Essere credente e prestare attenzione ai suggerimenti di Dio, a questo suo messaggio e dargli adeguata risposta. Il problema del sacerdote e del levita è consistito precisamente nel confondere Dio con la lettera inerte, con i rigidi comandamenti, con le persone, i luoghi e i tempi sacri, con i formalismi liturgici, invece di vederlo e incontrarlo lungo la strada, di percepirlo nella storia concreta della vita e in qualunque imprevisto percorso.
É il caso del sacerdote e del levita, che non seppero rapportare la loro religione (arida di spirito) alla disgrazia personale dell'ebreo (nemico ufficiale del samaritano, non si tolleravano l'un l'altro) caduto nelle mani dei ladri e da loro abbandonato, ferito e malandato, lungo la strada. Non intesero l'accorato richiamo di Dio, che confusero con i loro obblighi religiosi presso il Tempio. Com'è facile e com'è triste!
In questo modo dimostrarono apertamente, contro le brillanti apparenze, che, in pratica, non credevano in Dio o quantomeno non credevano nel Dio vivo e vero, il quale desidera che il suo Regno - il Regno predicato e avviato da Gesù - venga a noi, qui e adesso, sulla terra, vale a dire che noi, in suo nome e come suoi vicari, lo dobbiamo attualizzare nella vita e nella storia dell'umanità.
Se il cristianesimo (ecclesiastico) aspira ad avere un futuro dovrà ritornare a Gesù e al vangelo, alla vita della strada, e non continuare a pendere così passivamente dal papa, dai vescovi e dai templi. Ossia, il cristianesimo deve stare di più dalla parte della vita e meno da quella della religione e della Chiesa. I cristiani devono risuscitare nuovamente Gesù, vale a dire riconsegnarlo di nuovo alla vita, alla nostra vita, e non lasciarlo sepolto, come pare che stia. Questa risurrezione sarà il futuro del cristianesimo, ed è così che il «mito di Gesù» tornerà a essere «verità e vita».
Lorenzo Salas, Una fede incredibile, pag. 201-202
E si continua a pensare che un credente, un cristiano, sia o debba essere una persona che crede in Dio, prega, va regolarmente in Chiesa, riceve i sacramenti, adempie a tappeto i doveri religiosi e le ordinanze ecclesiastiche. Ma ciò può verificarsi, paradossalmente, anche senza essere credenti e senza essere cristiani. E la prova ad hoc l'abbiamo nitidamente descritta da Gesù nella parabola del buon samaritano (Lc 10,25-37).
Il sacerdote e il levita adempivano scrupolosamente i loro doveri religiosi e dal pubblico erano ovviamente considerati credenti e pii. Possiamo anche supporre che praticassero le opere di carità e di misericordia verso i poveri, aiutandoli con l'elemosina. Eppure, nella parabola non appaiono molto credenti o credenti autentici, dal momento che sono stati capaci di abbandonare colui che giaceva ferito al bordo della strada, il quale, invece, verrà soccorso dal samaritano, ritenuto ufficialmente un miscredente. Per il sacerdote e il levita avevano precedenza e maggiore importanza gli atti di culto, il culto reso a Dio, che l'assistenza all'uomo necessitato, e qui si sbagliavano radicalmente.
É evidente che Gesù intendeva la fede in altra maniera e per mezzo della parabola fa capire con chiarezza in cosa consista propriamente e praticamente la fede. La fede consiste nello stare all'erta, con gli occhi e la coscienza ben aperti per scrutare e interpretare debitamente gli avvenimenti della vita quotidiana, attraverso i quali Dio parla e noi c'incontriamo con lui. Dio si rivolge a noi direttamente nelle situazioni concrete della vita. Essere credente e prestare attenzione ai suggerimenti di Dio, a questo suo messaggio e dargli adeguata risposta. Il problema del sacerdote e del levita è consistito precisamente nel confondere Dio con la lettera inerte, con i rigidi comandamenti, con le persone, i luoghi e i tempi sacri, con i formalismi liturgici, invece di vederlo e incontrarlo lungo la strada, di percepirlo nella storia concreta della vita e in qualunque imprevisto percorso.
É il caso del sacerdote e del levita, che non seppero rapportare la loro religione (arida di spirito) alla disgrazia personale dell'ebreo (nemico ufficiale del samaritano, non si tolleravano l'un l'altro) caduto nelle mani dei ladri e da loro abbandonato, ferito e malandato, lungo la strada. Non intesero l'accorato richiamo di Dio, che confusero con i loro obblighi religiosi presso il Tempio. Com'è facile e com'è triste!
In questo modo dimostrarono apertamente, contro le brillanti apparenze, che, in pratica, non credevano in Dio o quantomeno non credevano nel Dio vivo e vero, il quale desidera che il suo Regno - il Regno predicato e avviato da Gesù - venga a noi, qui e adesso, sulla terra, vale a dire che noi, in suo nome e come suoi vicari, lo dobbiamo attualizzare nella vita e nella storia dell'umanità.
Se il cristianesimo (ecclesiastico) aspira ad avere un futuro dovrà ritornare a Gesù e al vangelo, alla vita della strada, e non continuare a pendere così passivamente dal papa, dai vescovi e dai templi. Ossia, il cristianesimo deve stare di più dalla parte della vita e meno da quella della religione e della Chiesa. I cristiani devono risuscitare nuovamente Gesù, vale a dire riconsegnarlo di nuovo alla vita, alla nostra vita, e non lasciarlo sepolto, come pare che stia. Questa risurrezione sarà il futuro del cristianesimo, ed è così che il «mito di Gesù» tornerà a essere «verità e vita».
Lorenzo Salas, Una fede incredibile, pag. 201-202