martedì 16 ottobre 2018

Afghanistan
Kabul
Poliziotti, militari, disoccupati, molti giovanissimi. Qui un cittadino su dieci dipende ormai da eroina e oppio, i prodotti della prima industria del Paese. Un business che fa guadagnare - e morire - tutti. Reportage

KABUL. Sono fantasmi. Nessuno li vede, nessuno ci fa caso. Ma a Kabul sono migliaia, decine di migliaia. E sono dappertutto: sui marciapiedi e nelle aiuole spartitraffico, nei giardini e nelle discariche di rifiuti, nei magazzini abbandonati e nei ruderi delle case distrutte dalla guerra. Al calar del sole si trascinano barcollando lungo i muri di cemento armato a prova di autobomba e vanno a rintanarsi nelle viscere della città: sotto i ponti, nelle condutture dell'acqua, nei canali di scolo. Poder, la "polvere", costa poco in Afghanistan, un dollaro per due dosi di eroina. E i ranghi del disperato popolo dei tossici continuano a ingrossarsi.
Di notte l'argine del fiume, un fetido rigagnolo intasato di spazzatura e liquami, si accende di fiammelle azzurre: i fornelli a gas per modellare le pipe di vetro, arroventando sul fuoco tubi di luci al neon e fiale recuperate negli ospedali e nelle farmacie. Intorno, una calca di volti ossuti e affamati, occhi febbrili illuminati dai bagliori delle fiamme, mani che arrotolano cannucce di stagnola. E il frenetico clic degli accendini sotto i dastmal, le sudicie sciarpe che scendono a tenda dal capo per raccogliere ogni sbuffo del fumo da inalare.
Sono centinaia sotto il ponte dello zoo. Vagano nel buio in cerca di una bustina per farsi o di una sigaretta. Alcuni vendono per pochi spiccioli accendini, ricariche di gas, pipette. Altri scavano buche nel fango per passarci la notte, raggomitolati in stracci, pezzi di cartone, fogli di plastica.
Giovanni Porzio

 (Il Venerdì 5 ottobre 2018)