4 novembre: Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate
Una "vittoria" da dimenticare
Cento anni fa si concludeva la Grande Guerra
Sentiamo ancora l'eco delle cerimonie che hanno celebrato il 4 novembre 1918, data in cui l'Italia uscì "vittoriosa" dalla prima guerra mondiale. Con molta retorica si inneggia alla "vittoria" e restano molte cose non dette.
Nessuna retorica s'intravedeva nel messaggio dell'anno scorso del Presidente Mattarella: "Il 4 novembre celebriamo la conclusione della Grande Guerra, una tragedia che causò enormi sofferenze all'intero continente europeo e provocò lutti in ogni zona d'Italia. Una catastrofe voluta dagli uomini e che, pur nelle sue immani proporzioni, non riuscì ad evitare nel secolo scorso un altro conflitto mondiale e guerre regionali che hanno continuato a devastare l'Europa".
C'è in queste parole la consapevolezza di una guerra che poteva e doveva essere evitata e che con 14 milioni di morti ha portato immane dolore in tutta l'Europa.
In sintonia col Presidente era don Milani che nel 1965 nella sua risposta ai cappellani militari in congedo della Toscana, scriveva : "… siamo al '14. L'Italia aggredì l'Austria con cui questa volta era alleata. Battisti era un Patriota o un disertore? È un piccolo particolare che va chiarito se volete parlare di Patria. Avete detto ai vostri ragazzi che quella guerra si poteva evitare? Che Giolitti aveva la certezza di poter ottenere gratis quello che poi fu ottenuto con 600.000 morti? Che la stragrande maggioranza della Camera era con lui (450 su 508)? Era dunque la Patria che chiamava alle armi? E se anche chiamava, non chiamava forse a una «inutile strage"? (l'espressione non è d'un vile obiettore di coscienza ma d'un Papa)". Qui don Milani andava addirittura oltre rispetto a Mattarella, fino a mettere in discussione lo stesso concetto di Patria.
Sul tema lo storico Alessandro Barbero ebbe a scrivere: "La prima guerra mondiale costò all'Italia 650 mila morti e un milione di mutilati e feriti, molti di più di quanti erano gli abitanti di Trento e Trieste, i territori ottenuti con la vittoria della guerra, che erano già stati promessi all'Italia dall'Austria in cambio della non belligeranza".
La si smetta, allora, di inneggiare alla vittoria, si prenda finalmente e in modo definitivo coscienza del fatto che "La festa del 4 novembre fu una ricorrenza istituita dal fascismo per trasformare le vittime di una guerra spietata e non voluta in eroi coraggiosi che si immolavano per la Patria. Furono costruiti monumenti ai caduti e agli insegnanti fu chiesto di celebrare le forze armate. Questa eredità non è stata sufficientemente sottoposta a critica con l'avvento della Repubblica" (www.peacelink.it).
Una "vittoria" da dimenticare
Cento anni fa si concludeva la Grande Guerra
di Guido Piovano
Sentiamo ancora l'eco delle cerimonie che hanno celebrato il 4 novembre 1918, data in cui l'Italia uscì "vittoriosa" dalla prima guerra mondiale. Con molta retorica si inneggia alla "vittoria" e restano molte cose non dette.
Nessuna retorica s'intravedeva nel messaggio dell'anno scorso del Presidente Mattarella: "Il 4 novembre celebriamo la conclusione della Grande Guerra, una tragedia che causò enormi sofferenze all'intero continente europeo e provocò lutti in ogni zona d'Italia. Una catastrofe voluta dagli uomini e che, pur nelle sue immani proporzioni, non riuscì ad evitare nel secolo scorso un altro conflitto mondiale e guerre regionali che hanno continuato a devastare l'Europa".
C'è in queste parole la consapevolezza di una guerra che poteva e doveva essere evitata e che con 14 milioni di morti ha portato immane dolore in tutta l'Europa.
In sintonia col Presidente era don Milani che nel 1965 nella sua risposta ai cappellani militari in congedo della Toscana, scriveva : "… siamo al '14. L'Italia aggredì l'Austria con cui questa volta era alleata. Battisti era un Patriota o un disertore? È un piccolo particolare che va chiarito se volete parlare di Patria. Avete detto ai vostri ragazzi che quella guerra si poteva evitare? Che Giolitti aveva la certezza di poter ottenere gratis quello che poi fu ottenuto con 600.000 morti? Che la stragrande maggioranza della Camera era con lui (450 su 508)? Era dunque la Patria che chiamava alle armi? E se anche chiamava, non chiamava forse a una «inutile strage"? (l'espressione non è d'un vile obiettore di coscienza ma d'un Papa)". Qui don Milani andava addirittura oltre rispetto a Mattarella, fino a mettere in discussione lo stesso concetto di Patria.
Sul tema lo storico Alessandro Barbero ebbe a scrivere: "La prima guerra mondiale costò all'Italia 650 mila morti e un milione di mutilati e feriti, molti di più di quanti erano gli abitanti di Trento e Trieste, i territori ottenuti con la vittoria della guerra, che erano già stati promessi all'Italia dall'Austria in cambio della non belligeranza".
La si smetta, allora, di inneggiare alla vittoria, si prenda finalmente e in modo definitivo coscienza del fatto che "La festa del 4 novembre fu una ricorrenza istituita dal fascismo per trasformare le vittime di una guerra spietata e non voluta in eroi coraggiosi che si immolavano per la Patria. Furono costruiti monumenti ai caduti e agli insegnanti fu chiesto di celebrare le forze armate. Questa eredità non è stata sufficientemente sottoposta a critica con l'avvento della Repubblica" (www.peacelink.it).
E dunque, oggi nel centesimo anniversario dell'evento, ci sembra giunto il momento di dire, con assoluto rispetto per i morti, che essi sono caduti in una guerra inutile, per una causa sbagliata e per le mire di grandezza di uomini non degni di essere ricordati come patrioti.
(da Insonnia, mensile Racconigi, pag. 1/2, novembre 2018-contatti@insonniaracconigi.it)
