mercoledì 26 dicembre 2018

OPINIONI
Federico Rampini
ALMENO NELLA SANITÀ ITALIANO É MEGLIO


Tutto è cominciato con un forte mal di schiena. Poi il dolore si è spostato all'anca, alla natica, alla coscia, al polpaccio, al piede. Stefania aveva il lato sinistro quasi paralizzato, il dolore lancinante non le dava tregua neppure a letto. Il tragitto di pochi metri fino al bagno era un calvario (forse avrete riconosciuto i sintomi di una sciastica da ernia del disco). Alla fine, mia moglie non è stata soccorsa dalla sanità americana ma dalla solidarietà etnica. Nel panico, è scattato il vecchio riflesso: chiedere aiuto alla tribù, unica certezza in un mondo complicato e perfino ostile.
Premessa. É il momento dell'anno in cui noi americani - con l'eccezione di alcune categorie privilegiate - affrontiamo un altro calvario, di tipo economico: il rinnovo dell'assicurazione sanitaria. Come ogni anno piovono rincari allucinanti, la media si aggira sul +20%. La polizza per le cure mediche di  noi due sessantenni dal 2019 costerà 1.730 dollari al mese. É obbligatoria, senza l'assicurazione privata saremmo allo sbaraglio, costretti a pagare di tasca nostra l'assistenza più cara del mondo. É noto - lo riconosce perfino Trump - che un medicinale prodotto negli Stati Uniti costa fino al triplo se comprato qui anziché in Europa. Oltre ai costi esorbitanti, la sanità americana e burocratica è inefficiente. Stefania si è ammalata nel mezzo di un ponte festivo, il Giorno del ringraziamento. Il medico di famiglia abilitato dall'assicurazione era introvabile. Senza una sua prescrizione non potevamo cercare uno specialista. Non ci ha mai dato il suo numero di cellulare né il recapito di un sostituto. Rispondeva la segreteria telefonica: «Se è urgente andate al pronto soccorso».
Così abbiamo fatto. Sei ore di attesa nell'ospedale più vicino. E non c'è dubbio che i medici di turno avessero emergenze ben più gravi, pazienti in fin di vita, perfino la vittima di un'aggressione così grave che una pattuglia di polizia piantonava la stanza della rianimazione.
Stefania ha avuto diritto a una visita distratta, pochi minuti, niente radiografia né risonanza magnetica, un Valium e un rilassante muscolare, via a casa. La ricetta del medico ospedaliero valeva soltanto due giorni, poi dovevamo rimetterci a caccia del medico di famiglia. Sempre disperso. Stefania ha implorato una dose un po' superiore dell'antidolorifico per avere qualche giorno di tregua. Niente da fare. Qui ci siamo scontrati con un paradosso di questo paese. L'America subisce un'epidemia di tossicodipendenze da farmaci analgesici, con oppiacei tipo oxycontin. Perciò in alcuni Stati i medici hanno limitazioni severe sulle ricette. Nel Midwest circolano oppioidi a fiumi, a Manhattan un dottore teme sanzioni se li prescrive.
Dall'Italia le amiche di Stefania, dottoresse o ex affette da sciatica, prodigavano consigli: prendi il Voltaren e il Muscoril, come noi. Introvabili a New York o impossibili da prescrivere. Nel panico, mentre i giorni passavano e il dolore non accennava a placarsi, è scattata la molla etnica. Federica da Milano ha spedito la prima dose di Voltaren con un corriere espresso, Mariagrazia da Roma la versione in fiale da iniezione. Manco vivessimo in Venezuela. La comunità italo-newyorchese ha allertato dei medici italiani che lavorano qui: gli unici che ti danno il numero di cellulare e accettano chiamate a tarda sera. Da un connazionale all'altro Stefania ha cominciato a vedere un po' di luce in fondo al tunnel. La sua odissea non è finita, mentre scrivo. Però si sente meno abbandonata.
P. S. L'ultimo dato sulla sanità Usa è di questi giorni. Gli americani muoiono sempre più giovani. Tutti gli altri paesi ricchi hanno una longevità molto superiore, l'America è al 29° posto. Ed è quella che spende di più, per mantenere il suo capitalismo sanitario. Almeno in questo, ricordatevelo, in Italia si sta meglio.

Federico Rampini è da molti anni corrispondente di Repubblica da New York, dopo esserlo stato da Bruxelles, San Francisco, Pechino. É autore di una trentina di saggi.

(D la Repubblica 15 dicembre 2018)